Reddito di cittadinanza – Reddito di inclusione sociale – Reddito minimo garantito

Documentazione su Reddito di Cittadinanza, ReI e dintorni. Continua una polemica strumentale e distruttiva, caratterizzata da confusione terminologica e alimentata da cattiva informazione.

di Franco Meloni
Ecco la notizia sparata con grande enfasi da Huffington Post e ripresa da moltissimi blogger, news online, titolari di pagine fb, tra i quali ultimi il presidente della nostra Regione Francesco Pigliaru.
pigliaru-sufbLa Banca d’Italia ha bocciato senza appello il reddito di cittadinanza promosso dal Movimento 5 Stelle. Secondo la relazione che il Capo del Servizio Struttura economica di Banca d’Italia Paolo Sestito ha sottoposto lo scorso 9 aprile al Direttorio, riportata dall’Huffington Post, il reddito di cittadinanza sarebbe “distorsivo e disincentivante”, nonché un volano capace di favorire il lavoro in nero. “Commento alla proposta di reddito di cittadinanza del M5s”, è il titolo del documento sottoposto ai vertici della Banca d’Italia che mira a far luce sul cavallo di battaglia dei grillini. Messo in relazione il reddito di cittadinanza pentastellato al Reddito d’inclusione del governo Gentiloni, secondo via Nazionale “se il prossimo governo decidesse di espandere la copertura degli strumenti di contrasto alla povertà, l’opzione più realistica e convincente sarebbe il potenziamento del ReI”.
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Bankitalia boccia il reddito di cittadinanza: “Distorsivo, potrebbe favorire il lavoro nero”. Bankitalia boccia il Reddito di Cittadinanza ma promuove l’ampliamento del REI.
Che titoli fuorvianti! Un guaio, considerato che troppe persone si fermano al titolo.
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serieta-signoriMi sembra non ci sia allo stato alcuna “bocciatura” da parte di Banca d’Italia dei diversi istituti, dal Reddito di cittadinanza al ReI (peraltro non assimilabili essendo istituti profondamente diversi). Si tratta di un lavoro di studio istruttorio, una relazione presentata al Direttorio dal Capo del Servizio Struttura economica di Banca d’Italia Paolo Sestito, certamente utile, ma non da assumere come Vangelo, soprattutto per affrettate conclusioni. La Banca d’Italia in materia non ha assunto alcun indirizzo ufficiale, e forse, non compete alla stessa farlo. Data l’importanza dell’argomento (come ha sottolineato lo stesso Fondo Monetario Internazionale) occorre studiare di più, soprattutto in relazione alle diverse esperienze internazionali, ma anche a quelle locali (nelle Regioni, Sardegna compresa), per assumere decisioni operative, che competono tutte alla politica. Che non bisogna lasciare sola, perchè, parafrasando la famosa frase “La guerra è cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari”*, “Il reddito di cittadinanza e gli altri istituti sono troppo importanti per lasciarli in mano ai politici”.
*La guerre! c’est une chose trop grave pour la confier à des militaires (Georges Clemenceau).
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Non fidandomi della notizia sparata da Huffington Post (e chi si fida più dei giornalisti!) come direttore di AladiNews ho voluto consultare il testo della relazione. Non trovandolo in internet, mi sono rivolto direttamente all’Ufficio Stampa della Banca d’Italia.
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Richiedo cortesemente il testo integrale della relazione sul reddito di cittadinanza promosso dal Movimento 5 Stelle che il Capo del Servizio Struttura economica di Banca d’Italia Paolo Sestito ha sottoposto lo scorso 9 aprile al Direttorio della Banca, riportata in estrema sintesi dall’Huffington Post.
Nel caso detta relazione sia già pubblicata in internet, mi bastano ovviamente gli estremi per poterla scaricare.
Grazie e cordiali saluti
Franco Meloni
direttore responsabile di Aladinews (http://www.aladinpensiero.it)*
*Nota inviata all’Uffcio stampa della Banca d’Italia (stampabi@bancaditalia.it)
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Ecco la tempestiva risposta della Divisione Stampa e relazioni esterne della Banca d’Italia (pervenuta via mail oggi martedì 24 aprile 2018 alle 13,43), che conferma le mie iniziali perplessità e soprattutto la mia contrarietà e irritazione che un argomento così serio ed importante venga trattato con inaccettabile leggerezza e superficialità.
“Egregio Aladin Pensiero, la Sua richiesta si riferisce ad un Appunto di analisi interno all’Istituto; non si tratta di una Relazione, che avrebbe avuto evidentemente una connotazione pubblica, come tutti i documenti ufficiali che pubblichiamo sul sito web.
Cio’ chiarito, si rammenta, a titolo di collaborazione, che sul tema, in sede di dibattito parlamentare sul disegno di legge delega che istituiva il ReI, la Banca d’Italia fu convocata per una Testimonianza pubblica e il giudizio che la Banca d’Italia aveva dato all’epoca sul fatto che si introducesse in Italia uno strumento di contrasto alla povertà fu positivo.
Si invia il link al quale puo’ trovare il testo di questa Testimonianza pubblica
(https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2016/sestito-040416.PDF).
Nell’evidenziare, in particolare, la prima pagina di sintesi della citata Testimonianza, si inviano cordiali saluti,
Divisione Stampa e relazioni esterne
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Dibattito su reddito di cittadinanza e dintorni

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I fondamenti etico-politico, giuridico-costituzionale ed economico-sociale del “reddito di cittadinanza”

di Gianfranco Sabattini

Il volume “Manifesto sull’uguaglianza” di Luigi Ferrajoli, professore emerito di Filosofia del diritto nell’Università di “Roma Tre”, rappresenta un contributo, oltre che all’approfondimento del “principio di uguaglianza”, anche alla corretta definizione del tanto discusso “reddito di cittadinanza”; Ferrajoli differenzia quest’ultimo da altre forme di reddito di sostegno, per l’impatto che esso, se attuato, potrebbe avere sul piano politico, sociale, economico, nonché su quello costituzionale.
E’ interessante seguire l’analisi svolta in questo “Manifesto”, con particolare riferimento al difficile problema del finanziamento del reddito di cittadinanza; le considerazioni dell’autore sul “costituzionalismo dei beni” suggeriscono una soluzione appropriata, che potrebbe valere a “tranquillizzare” tutti coloro che si dimostrano preoccupati degli esiti economici negativi che potrebbero verificarsi se il finanziamento del reddito di cittadinanza fosse realizzato attraverso l’inasprimento della tassazione.
Quello di uguaglianza – afferma Ferrajoli – “è il principio politico dal quale, direttamente o indirettamente, sono derivabili tutti gli altri principi e valori politici. Esso equivale all’uguale valore associato a tutte le differenze di identità e al disvalore associato alle disuguaglianze nelle condizioni materiali di vita”. Tale principio è il presupposto della solidarietà sociale e, per questo, “è il termine di mediazione delle tre classiche parole della Rivoluzione francese”. La sua mancata attuazione (o, se si vuole, il parziale smantellamento di quanto è stato sinora attuato al riguardo con la costruzione, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale, del welfare State) e l’approfondimento delle disuguaglianze già esistenti, causato dall’aumentata globalizzazione delle economie nazionali, anche in quelle ad economia avanzata, sono all’origine “di tutti i problemi che stanno oggi minacciando le nostre democrazie e la convivenza pacifica”.
La crescita delle discriminazioni personali e delle disuguaglianze materiali è dovuta, secondo Ferrajoli, al crollo della politica, per avere “abdicato al suo ruolo di tutela degli interessi generali e di governo dell’economia” e per essersi assoggettata alle leggi del mercato non regolato. Perché, egli si chiede, il principio di uguaglianza è cosi importante da risultare sancito da tutti gli ordinamenti costituzionali avanzati? La risposta del filosofo del diritto è che la ragione è duplice: innanzitutto, perché gli uomini sono “differenti”, nel senso che hanno identità personali diverse; in secondo luogo, perché gli uomini che “vivono insieme” presentano condizioni di vita materiale differenti. Quindi, l’uguaglianza sancita dagli ordinamenti costituzionali è giustificata dal fatto che “siamo differenti e disuguali”, per cui essa corrisponde alla necessità che siano tutelate le differenze personali e contrastate le disuguaglianze materiali.
Infatti, a parere di Ferrajoli, quello di uguaglianza include due principi diversi: da un lato, il principio dell’uguale valore associato a tutte le “differenze che formano l’identità di ciascuna persona”; dall’altro lato, il principio di disvalore associato “alle eccessive disuguaglianze economiche e materiali, dalle quali anche l’uguale valore delle differenze risulta di fatto limitato, o peggio negato”. In entrambi i casi, sostiene il filosofo del diritto, è una ”égalité en droit“, cioè un’uguaglianza stabilita in “punto di diritto”, perché è tramite il diritto che essa viene garantita. Dei due principi di uguaglianza, il più violato allo stato attuale è il secondo (quello dell’uguaglianza sociale e materiale), non solo tra i diversi gruppi sociali all’interno dei singoli Paesi, ma anche tra i diversi Paesi, a livello internazionale.
Le attuali dimensioni della disuguaglianza materiale, che non hanno precedenti nella storia, sono di solito giustificate dall’ideologia neoliberista sulla base di diverse assunzioni prive di fondamento: innanzitutto – si afferma – esse sarebbero una conseguenza delle differenze di merito, per cui la loro conservazione favorirebbe un aumento complessivo dei livelli di benessere e agirebbero come stimolo della crescita economica; infine, non esisterebbero altre politiche alternative a quelle attuali, compatibili con le ferree leggi del marcato. Si tratta di giustificazioni “false”, perché smentite dall’esperienza. Al contrario, quest’ultima evidenzia l’esistenza di una stretta correlazione positiva tra il “grado di uguaglianza sostanziale”, da un lato, e dall’altro, rispettivamente, il “grado di uguaglianza delle differenze personali”, il “grado di democrazia”, il “grado di benessere collettivo” e il “grado di sviluppo dell’economia”.
La prima correlazione (tra il grado di uguaglianza sostanziale e quello di effettiva uguaglianza delle differenze personali) evidenzia, per un verso, che la riduzione della disuguaglianza sostanziale costituisce la condizione necessaria per la salvaguardia del pari valore attribuito a tutte le differenze personali; per un altro verso, che il livello di uguaglianza sostanziale realizzato dipende dal grado di effettiva salvaguardia delle differenze personali, strumentali al perseguimento dei differenti progetti di vita. Tra i diritti sanciti a garanzia dell’uguaglianza sostanziale e quelli posti a garanzia delle differenze personali esiste, pertanto – sostiene Ferrajoli – un rapporto di sinergia, nel senso che l’uguaglianza sostanziale forma il necessario presupposto dell’uguaglianza dei diritti personali; i quali, a loro volta, costituiscono “la necessaria condizione dell’esercizio consapevole dei diritti civili e dei diritti politici”.
La seconda correlazione (tra il grado di uguaglianza sostanziale e quello di democrazia) mostra che l’uguaglianza sostanziale costituisce il presupposto della democrazia, oggi compromessa dalla subalternità della politica alle leggi del mercato senza regole. L’assenza di una sfera pubblica autonoma, capace di regolare gli esiti negativi del libero mercato e delle leggi dell’economia, causa inevitabilmente una concentrazione della ricchezza in chi è già titolare di cospicui patrimoni, cui corrisponde un aumento della povertà di tutti gli altri.
La terza correlazione (tra il grado di uguaglianza sostanziale e quello del benessere collettivo) evidenzia che l’uguaglianza sostanziale costituisce la base per la crescita del benessere collettivo, inteso questo, non solo in termini quantitativi (in termini cioè di crescita della disponibilità pro-capite dei beni prodotti), ma anche in termini qualitativi, di progresso civile generato, oltre che “dalla sicurezza della sopravvivenza, dal senso di appartenenza a una comunità di uguali nei diritti [...] che, grazie al senso e alla percezione dell’uguaglianza, formano il necessario sostegno di qualunque democrazia”.
Infine, la quarta correlazione (tra il grado di uguaglianza sostanziale e quello di sviluppo dell’economia) è la più importante; essa contraddice “in toto” gli assunti dell’ideologia neoliberista, in merito ai vincoli che l’uguaglianza materiale imporrebbe alla crescita economica. La spesa pubblica per finalità sociali non è “solo un costo – dice Ferrajoli -, ma anche una condizione esenziale dello sviluppo, cioè [dell’aumento] della produttività individuale e collettiva”. La spesa pubblica finalizzata alla riduzione della disuguaglianza materiale è infatti “un fattore decisivo della crescita economica”, perché, elevando le condizioni di vita, cresce anche la produttività del lavoro. In assenza della spesa pubblica, crescerebbe la disuguaglianza e con essa la povertà. La condizione per contrastare queste due crescite (della disuguaglianza e della povertà), per Ferraioli, è l’abbandono della tesi ideologica neoliberista, secondo cui al contenimento della spesa pubblica, attuato in funzione dello sviluppo quantitativo e qualitativo, non esisterebbero alternative. Occorre, al contrario, contrastare la disuguaglianza materiale, rimuovendo la povertà attraverso l’introduzione di un “reddito di base”.
Al riguardo – afferma Ferrajoli – si possono distinguere due tipi di reddito idonei a sconfiggere la povertà: il “reddito minimo garantito” e il “reddito di cittadinanza”. Il primo è previsto a favore dei soli bisognosi, previo accertamento della mancata disponibilità dei mezzi, e viene erogato in ossequio al diritto alla vita che, dal punto di vista economico, non elimina per il beneficiario lo stigma dello stato di povertà e della costrizione a sottoporsi a procedure umilianti per acquisire la possibilità di ricevere l’”obolo caritatevole”, sia pure di natura pubblica; inoltre, dal punto di vista sociale, esso non esclude la possibilità del rischio del permanere della povertà, diventando la conservazione di questa, a causa dell’”effetto ricchezza sul reddito”, motivo che può indurre il beneficiario a preferire il reddito minimo garantito, anziché un possibile reddito da lavoro.
La seconda ipotesi di reddito è, secondo Ferrajoli, “ben più radicale e ambiziosa”. Essa comporta l’attribuzione di un reddito di base a tutti (perciò, universale), in modo incondizionato, sganciato da ogni obbligo da parte del beneficiario, nel senso che chi lo riceve non è tenuto ad accettare alcuna condizione o l’obbligo di controprestazioni, perché corrisposto a “garanzia della dignità personale”. Ferrajoli ritiene che la rimozione, attraverso l’erogazione del reddito di cittadinanza, dello stigma dell’essere povero all’interno della società, soprattutto se si tratta di una società economicamente avanzata, abbia un triplice fondamento: etico-politico, giuridico-costituzionale ed economico-sociale.
Sotto l’aspetto etico-politico, il reddito di cittadinanza rappresenta la garanzia della vita contro gli esiti negativi della irrazionalità delle leggi che sottostanno al libero funzionamento del mercato; la “disoccupazione crescente e strutturale” dei moderni sistemi economici non può essere contrastata dalle politiche tradizionali del lavoro.
Sotto l’aspetto giuridico-costituzionale, il reddito di base universale e incondizionato è prescritto dalle Costituzioni moderne, inclusa quella italiana, che prevedono il diritto al mantenimento, per chiunque sia inabile al lavoro e non disponga dei mezzi necessari per vivere.
Infine, sotto l’aspetto economico-sociale, il reddito di base è lo strumento col quale è possibile ridurre la disuguaglianza, come condizione dell’inclusione sociale del beneficiario e dello stabile funzionamento del sistema economico.
I tre fondamenti illustrati, che stanno alla base dell’istituzionalizzazione dell’erogazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, a parere di Ferrajoli, sono giustificati da diverse ragioni. In primo luogo, l’erogazione di un reddito di base, o di dignità personale, si “accorda con il costituzionalismo” delle democrazie avanzate; in secondo luogo, tale erogazione è affrancata da ogni “connotato caritatevole ed assistenziale”, presente invece nelle prestazioni erogate dall’attuale welfare State; in terzo luogo, l’assegnazione di un reddito di garanzia personale, operando “ope legis”, elimina la mediazione burocratica, partitica e sindacale; infine, l’istituzionalizzazione di un reddito di base universale e incondizionato, determina la necessità di una profonda revisione del welfare State, “sviluppatosi fino ad oggi in forme prevalentemente burocratiche e assistenziali, all’insegna della trasparenza, dell’uguaglianza, dell’universalismo dei diritti e della loro garanzia automatica ex lege”.
Sinora, l’introduzione in Italia del reddito di cittadinanza è stata contrastata anche dai sindacati e dalle forze di sinistra per due ordini di motivi, espressi da una superata ideologia lavorista e dalla presunta indisponibilità delle risorse necessarie a garantirne l’erogazione. Le tesi dell’ideologia lavorista devono essere superate, non solo perché non più rispondenti alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici ad economia di mercato, ma anche perché il reddito di base non è affatto in contrasto – osserva Ferrajoli – con il valore associato al lavoro, così come indicato all’articolo uno della Costituzione; il reddito di base è infatti lo strumento – egli dice – posto a presidio del “principio che fa del lavoro un fondamento della Repubblica. [...] Non certo sul lavoro come merce, bensì sul lavoro come autodeterminazione e sviluppo della persona, e perciò come espressione delle sue capacità e fattore di realizzazione personale e sociale”.
L’importanza del “Manifesto” di Ferrajoli sta anche nella dimostrazione di quanto sia fuorviante la tesi secondo cui l’istituzionalizzazione del reddito di base sarebbe impossibile a causa dell’insufficienza delle risorse disponibili, in quanto sarebbe impensabile poterle reperite attraverso una maggiore tassazione. A parte l’autofinanziamento, realizzabile attraverso una necessaria riforma dei meccanismi ridistributivi del prodotto sociale e del welfare State tradizionale, è rilevante ciò che Ferrajoli indica come possibile fonte di risorse la necessità di un riordino giuridico dei beni pubblici, fondato sulla distinzione al loro interno della funzione e del ruolo di quelli “fondamentali” e di quelli “patrimoniali”: i primi (i beni comuni) destinati al soddisfacimento dei diritti fondamentali delle persone e, in quanto tali, da sottrarre alle logiche di mercato; i secondi, in quanto di proprietà pubblica (e, dunque, acquisiti dallo Stato con il contributo di tutti) esitabili, ma non trasferibili, sul mercato, non per destinare le rendite alla copertura delle “esigenze di cassa” delle maggioranze politiche di turno, ma per la costituzione di un “fondo” da utilizzare come ulteriore finanziamento del reddito di cittadinanza universale e incondizionato.
Il discorso di Ferrajoli merita attenzione, perché spesso, nel dibattito politico corrente, le critiche portate contro la fattibilità del reddito di cittadinanza sono fuorvianti, in quanto riferibili, quasi sempre, a un reddito di sostegno alla vita che non ha i caratteri dell’universalità e dell’incondizionalità; gli unici, questi caratteri, che assegnano al reddito di cittadinanza il triplice fondamento etico-politico, giuridico-costituzionale ed economico-sociale, come chiaramente emerge dalle puntuali considerazioni formulate da Ferrajoli.
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Anche su Democraziaoggi.

DIBATTITO. Jeremy Rifkin: È necessario costruire e estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale

img_5463È necessario costruire una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale. Se su questo si creasse consenso trasversale, avremmo una nuova visione capace di ispirare le prossime tre generazioni in Italia. L’opinione dell’economista americano

220px-jeremy_rifkin_2009_by_stephan_rohldi JEREMY RIFKIN
19 aprile 2018 su L’Espresso

Le elezioni del 4 marzo hanno scosso la politica italiana e l’onda sismica si è fatta sentire in tutta Europa. La maggioranza degli elettori italiani si è espressa contro la vecchia casta politica più vicina agli interessi delle lobby che a quelli dei cittadini. Il disincanto populista ormai accomuna elettori di destra e di sinistra in un acceso dibattito che riguarda non solo l’Italia, ma l’Unione europea e il mondo intero, e si aggiunge a problemi come stagnazione economica, produttività declinante, disoccupazione, diseguaglianze crescenti, e perdita di speranza per i giovani. Mentre il cambiamento climatico continua a minacciare la sopravvivenza della vita sulla Terra.

Queste elezioni impongono dunque un radicale cambiamento, ma in che senso?
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In un mio recente articolo su L’Espresso, osservavo che il rallentamento del Pil e l’aumento di disoccupazione e disuguaglianza sono il risultato del declino della seconda rivoluzione industriale, basata su telecomunicazioni ed energia centralizzate e sul motore a scoppio. Questa infrastruttura antiquata è ormai entrata in fase terminale in tutto il mondo. È necessario costruire e estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale (Tri) ad alto tasso di integrazione digitale, che dovrà comprendere anche una rete Internet 5G, un’Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, un’Internet della mobilità automatizzata basata su veicoli elettrici e a idrogeno, circolanti in tessuti urbani intelligenti collegati interattivamente nell’Internet delle cose (IdC). Se su questo si creasse consenso trasversale, avremmo una nuova visione capace di ispirare le prossime tre generazioni in Italia per affrontare efficacemente i problemi posti da disoccupazione, immigrazione e deficit di protagonismo delle comunità locali nei processi decisionali. Serve una radicale transizione dell’Italia verso un’economia Tri digitalizzata, intelligente.

OLTRE IL REDDITO MINIMO
Altro tema caldo è il reddito minimo condizionato all’accettazione di almeno una su tre proposte di lavoro dei Centri per l’impiego. Ma dove le si va a prendere le tre proposte di lavoro se non si creano nuove dinamiche occupazionali e professionali? Nella costruzione di un’infrastruttura Tri, che richiede decine di migliaia di posti di lavoro semi-qualificati, qualificati, e altamente qualificati per le prossime due generazioni, che non potranno essere coperti né da robot né dall’Intelligenza artificiale. Sono figure professionali nuove per settori quali l’ammodernamento della rete di comunicazione e la cablatura della banda larga universale 5G e del Wi-Fi gratuito; l’efficienza energetica di milioni di edifici pubblici e privati con l’installazione di infissi ad alta tenuta termica; una nuova infrastruttura energetica basata non più su fossili o nucleare ma sulle fonti rinnovabili (sole, vento etc) con installazione delle tecnologie di accumulo energetico; la riconfigurazione di tutta la rete elettrica in una vera e propria Internet dell’energia con contatori di nuova generazione e altre tecnologie digitali per collegare fra di loro milioni di microcentrali; la realizzazione di un’Internet della logistica e della mobilità senza conducente a guida satellitare, con milioni di sensori su “smart roads” che forniranno informazioni in tempo reale su flussi di traffico e movimenti di merci, la sostituzione del parco veicoli tradizionali con quelli elettrici e a idrogeno su strada, ferrovia e mare, con decine di migliaia di stazioni di ricarica e rifornimento di idrogeno. La creazione di questa infrastruttura dell’Internet delle Cose per una “Smart Italy” darà lavoro a centinaia di migliaia di lavoratori per i prossimi trent’anni e la riqualificazione delle figure professionali necessarie non dovrebbe richiedere più di 6-9 mesi, secondo esperienze già in corso in altre regioni d’Europa. Altrettanto bisognerebbe fare per i programmi delle scuole superiori e delle università.

QUALE LAVORO DOPO IL LAVORO
Per i prossimi trent’anni vi sarà dunque un’ultima ondata di occupazione di massa prima che la nuova infrastruttura economica digitale intelligente riduca il lavoro al lumicino perché sarà governata da algoritmi e robot. Cosa faranno allora gli esseri umani? L’occupazione migrerà verso l’economia sociale e della condivisione, e il settore “No profit” (che non significa necessariamente “No jobs”). Nell’economia no profit e della condivisione il lavoro dell’uomo rimarrà importante perché l’impegno sociale e la creazione di capitale sociale sono un’impresa intrinsecamente umana. Neanche i più ardenti tecnofili osano sostenere l’idea che le macchine possano creare capitale sociale. La gestione di ambiente, educazione, salute, attività culturali e una moltitudine di altre attività sociali, richiede l’intervento umano e non quello delle macchine. Un robot potrà portare il pranzo al bambino, ma non potrà mai insegnargli a diventare un essere umano. La sfera del no profit è già il settore a più rapida crescita in tutto il mondo. Non è solo volontariato. Uno studio su 42 paesi della Johns Hopkins University rivela che 56 milioni di persone lavorano a tempo pieno nel settore no profit. Il 15,9 per cento del lavoro retribuito nei Paesi Bassi è no profit. Il 13,1 per cento in Belgio, l’11 per cento nel Regno Unito, il 10,9 per cento in Irlanda, il 10 per cento negli Stati Uniti, il 12,3 per cento in Canada. Queste percentuali sono in costante aumento. È prevedibile che entro il 2050 la maggioranza degli occupati nel mondo sarà in comunità senza scopo di lucro, impegnate nell’economia sociale e della condivisione. Il saggio di John Maynard Keynes “Economic possibilities for our grand-children” scritto più di 80 anni fa, immaginava un mondo in cui le macchine liberano l’uomo dalla fatica del lavoro, permettendogli di impegnarsi nella ricerca del senso più profondo della vita. Questa potrebbe rivelarsi la previsione economica più azzeccata di Keynes. Ma per cogliere questa opportunità dobbiamo riqualificare la forza lavoro esistente verso il mercato dell’Internet delle Cose, e formare le persone alle nuove figure professionali che si aprono nel no profit.

MODERNIZZAZIONE, DEMOGRAFIA E IMMIGRAZIONE
È vero, serve uno sforzo erculeo, ma l’umanità ha già affrontato sfide simili in passato, come nel passaggio da uno stile di vita agricolo a uno industriale tra il 1890 e il 1940. Per affrontare questa sfida l’Italia dovrà però risolvere un problema supplementare: secondo la Banca Mondiale infatti, l’Italia è 187ma su 200 paesi come tasso di natalità. Dove reperirà le centinaia di migliaia di lavoratori per realizzare l’infrastruttura intelligente Tri nei prossimi quarant’anni se c’è questo impressionante declino demografico? Qui tocchiamo il tema caldo dell’immigrazione: per far fronte alle sue esigenze di modernizzazione, l’Italia dovrà dunque fronteggiare il declino demografico con politiche intelligenti e impedire lo spopolamento del paese. C’è poi il tema della crisi di fiducia verso la classe politica tradizionale, troppo condizionata dagli interessi di ben precise lobby economiche. Il rapporto fra l’economia e la politica deve ispirarsi a logiche nuove, sviluppate intorno alla riorganizzazione del Sogno europeo verso un’economia sostenibile e una società ecologica. Si comincia a discutere su come mettere in pratica il “principio di sussidiarietà”, punto centrale del Trattato di Lisbona, che presuppone che rimangano a livello regionale o nazionale, tutte le decisioni che non siano state devolute all’Ue.

“POWER TO THE PEOPLE”
La piattaforma digitale Tri mira a valorizzare le comunità locali in tutta Europa e a dare loro maggiore potere, perché le collega in uno spazio digitale continentale intelligente distribuito, aperto, trasparente e crea economie di scala laterali e non centralizzate, in un”effetto rete” più produttivo e creativo per l’Italia e per l’Europa, e quindi è in perfetta sinergia col principio di sussidiarietà. Questo è “power to the people”, letteralmente nel senso di energia per tutti, e anche figurativamente nel senso di potere alle persone.

Come finanziamo il passaggio all’infrastruttura digitale Tri? Le rigidità dovute ai parametri di stabilità finanziaria (rapporto debito-Pil, etc) sconsigliano l’uso di fondi pubblici ma nulla vieta di utilizzare capitali privati attraverso il nuovo strumento dei contratti Esco, che permettono alla P.A. di pagare gradualmente il finanziamento delle infrastrutture pubbliche con i risparmi di spesa determinati dalla maggiore efficienza energetica e dalle maggiori economie di scala, mantenendo il possesso delle infrastrutture in mani pubbliche anche se pagate con fondi privati.

Le recenti elezioni politiche offrono l’occasione di ripensare il futuro dell’Italia in quest’Europa rivitalizzata. L’Italia è stata a lungo la fucina delle idee per la politica europea e l’innovazione economica. Negli ultimi anni, questo ruolo guida si è un po’ offuscato. È venuto il momento del risveglio.

Traduzione di Angelo Consoli

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OPINIONE
«L’Italia non sta facendo abbastanza per innovare»: parla Jeremy Rifkin
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«È necessario costruire ed estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione industriale, come stanno facendo in Olanda, Lussemburgo e in alcune regioni della Francia». L’opinione dell’economista e saggista americano

di JEREMY RIFKIN
29 gennaio 2018
Il governo italiano ha intrapreso una serie di iniziative per stimolare innovazioni con l’obiettivo di accelerare la produttività e la crescita economica, agevolando la creazione di occupazione nell’economia.

Sebbene queste iniziative siano essenziali, esse non sono sufficienti finché la piattaforma dominante per la gestione, l’alimentazione, e la movimentazione dell’attività economica italiana rimarrà basata sulla infrastruttura della Seconda rivoluzione industriale, con le sue telecomunicazioni centralizzate, le sue energie fossili e fissili e trasporti stradali, marittimi e aerei basati sul motore a scoppio.

È vero, l’infrastruttura della Seconda rivoluzione industriale ha fornito la base per uno straordinario aumento della crescita nel XX secolo, ma quel modello ha ormai raggiunto il limite massimo della sua produttività in tutte le nazioni industriali negli ultimi 15-20 anni, e oggi determina il costante calo del Pil e un corrispondente aumento della disoccupazione.

Anche se dovessimo rimodernare l’infrastruttura della Seconda rivoluzione industriale, l’effetto sull’efficienza aggregata sarebbe estremamente limitato, e così anche sulla produttività, sulle nuove opportunità di business, sull’occupazione e sulla crescita. I combustibili fossili e l’energia nucleare sono ormai superati. E le tecnologie progettate e realizzate per funzionare con queste energie, come le reti di telecomunicazione, la rete elettrica centralizzata e le forme di trasporto basate sul motore a scoppio hanno esaurito quasi del tutto la loro produttività.

Quindi è adesso necessario costruire ed estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale, ad alto tasso di integrazione digitale, che dovrà comprendere anche una rete, Internet 5G, un’Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, un’Internet della mobilità automatizzata e digitalizzata basata su veicoli elettrici e a idrogeno, circolanti fra gruppi di edifici intelligenti collegati individualmente nell’Internet delle cose (Idc).

A tutt’oggi però l’Italia rimane fanalino di coda al 25° posto sui 28 Paesi dell’Ue nel Rapporto Desi (Digital Economy and Society Index) della Commissione Europea, che misura lo stato di avanzamento nell’economia e società digitali di ciascuno Stato membro dell’Ue. Eppure questa nuova infrastruttura intelligente diventa una priorità fondamentale nel riposizionamento dell’Italia per la transizione verso la nuova dimensione di spazio commerciale, sociale e politico pienamente integrato.

Se l’Italia riuscirà a allestire ed estendere al massimo questa nuova infrastruttura digitale verde e intelligente, riuscirà a scatenare una nuova ondata di produttività che, questa sì, continuerà a crescere nella prima metà di questo secolo.

La costruzione di questa infrastruttura coinvolgerà praticamente ogni settore per i prossimi 40 anni: le società di distribuzione di energia e elettricità, il settore delle telecomunicazioni tradizionali e via cavo, il settore dell’informazione e della comunicazione, il settore dell’elettronica, l’edilizia e l’industria immobiliare, i trasporti e la logistica, il settore manifatturiero, l’agricoltura, etc. E impiegherà milioni di lavoratori specializzati, semi specializzati e di professionisti. La nuova infrastruttura digitale italiana, a sua volta, renderebbe possibili nuovi modelli di business e nuovi tipi di figure professionali proprie del paradigma economico intelligente della nuova economia a basse emissioni di carbonio e rispettosa del clima. Il governo italiano si è impegnato a investire nella distribuzione di infrastrutture pubbliche per stimolare nuove innovazioni di business e opportunità di lavoro. Questi fondi infrastrutturali dovrebbero essere utilizzati, in parte, per erigere l’infrastruttura digitale del XXI secolo e accompagnare la transizione verso le energie rinnovabili e la mobilità verde per un’Italia intelligente.
Tre poteri pubblici nell’Unione Europea hanno sviluppato piani di Terza Rivoluzione Industriale completamente integrati e iniziative di sviluppo per accompagnare la transizione delle loro economie: la regione Hauts-de-France, il Lussemburgo e soprattutto la regione metropolitana di Rotterdam e L’Aia.

Queste tre regioni hanno stabilito una nuova pietra miliare nella governance dello sviluppo economico e sociale che riflette la natura della nuova infrastruttura della Terza Rivoluzione Industriale in corso di preparazione.
Mentre la Prima e la Seconda rivoluzione industriale sono state progettate per essere centralizzate, verticistiche, proprietarie e verticalmente integrate, la Terza rivoluzione industriale è tendenzialmente distribuita, collaborativa, aperta e crea economie di scala in modo laterale, e questo richiede una governance di tipo nuovo.

In considerazione delle nuove opportunità e delle nuove sfide lanciate da questa nuova rivoluzione tecnologica, i governi di Hauts-de-France, il Granducato di Lussemburgo e la regione metropolitana di Rotterdam e L’Aia hanno adottato strategie che hanno cambiato il ruolo tradizionale di sorvegliante e pianificatore centralizzato di un potere pubblico, facendolo evolvere in quello di un facilitatore laterale per una rete regionale di centinaia di parti interessate e impegnate in questa nuova governance, parti che vanno dai poteri pubblici alla comunità imprenditoriale, al mondo accademico e alla società civile che hanno partecipato attivamente alla preparazione di ciascuno dei progetti di sviluppo e relative tabelle di marcia.

Mentre la Prima e la Seconda Rivoluzione Industriale hanno generalmente creato una forma di globalizzazione verticalmente integrata, la Terza Rivoluzione Industriale porta la famiglia umana in un ambito più “glocal” di reti laterali distribuite – con città, regioni, stati nazionali e unioni continentali che collaborano fianco a fianco in più vaste reti globali digitali dove condividono comunicazioni a banda larga, energie rinnovabili e autonomi veicoli elettrici e a idrogeno creando una qualità di vita più ecologicamente sostenibile ed equa.

Il primo passo verso la progettazione di questa Smart Italy di Terza Rivoluzione Industriale consiste nella elaborazione di una apposita tabella di marcia per la sincronizzazione e integrazione della nuova infrastruttura digitale a livello di governo nazionale. Questo documento, a sua volta, può fornire ispirazione, incentivi, e il riferimento normativo-quadro per dare impulso alle regioni italiane affinché procedano con appositi piani locali per creare un’infrastruttura regionale smart di Terza Rivoluzione Industriale.

Lo scorso anno la Commissione Europea ha annunciato l’iniziativa “Smart Europe” progettata per creare un’infrastruttura digitale trasparente nonché la relativa transizione energetica rinnovabili in tutta l’Unione europea per aumentare la produttività, creare nuove imprese e occupazione e far progredire l’economia a basse emissioni di carbonio. La Commissione Europea ha creato un fondo di sviluppo economico di 630 miliardi di euro – il cosiddetto fondo Juncker – che sarà in parte dedicato alla costruzione e alla massima estensione possibile della nuova infrastruttura Smart Europe di Terza Rivoluzione I ndustriale.

L’Italia ha adesso l’opportunità di assumere un ruolo di guida nell’Unione europea verso la prossima tappa del suo percorso per creare una Smart Europe e un unico spazio economico integrato nei 28 Paesi membri.

Traduzione di Angelo Consoli
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Jeremy Rifkin: “La sharing economy è la terza rivoluzione industriale”

Oggi mercoledì 18 aprile 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazimg_4939costat-logo-stef-p-c_2-2——————–Dibattiti&Commenti—————————
falsoLe “promesse politiche” senza copertura? Bufale!
18 Aprile 2018
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
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(…) Bene ha fatto, quindi, Perotti ad evidenziare la confusione in cui spesso si incorre, quando si parla di reddito di cittadinanza; confusione che non facilita certo la comprensione del significato delle proposte politiche (…).
L’idea di introdurre nei moderni sistemi economici un reddito di cittadinanza incondizionato e universale può essere attuata e finanziata solo nella prospettiva di una riforma complessiva dell’attuale ordinamento dello Stato sociale, con cui evitare, sia il rischio della trappola della povertà, sia il problema del reperimento delle risorse necessarie, sia anche gli effetti della dinamica tecnologica dei sistemi produttivi capitalisticamente avanzati; effetti, questi ultimi, che i meccanismi istituzionali distributivi esistenti trasformano in disoccupazione strutturale e permanente, e quindi in diffusa povertà (coinvolgente quote crescenti della popolazione), che il welfare State non è più in grado di fronteggiare.
In conseguenza di ciò (…) sarebbe necessario che il Paese avviasse una approfondita riflessione, sul piano culturale, economico, politico e sindacale, per rimuovere tutti i motivi impropri di discussione e di perplessità su una riforma non più eludibile dei meccanismi distributivi del prodotto sociale; motivi che trovano la loro ragion d’essere solo nella permanenza di uno stato di crisi, che impedisce al Paese di riformare le proprie istituzioni politiche ed economiche, compromettendo in tal modo la possibile crescita qualitativa e quantitativa futura.

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Oltre il 4 marzo… parliamo dei problemi della gente, soprattutto della povera gente

1goals-sconfiggere-la-povertaContrasto alla povertà: le misure hanno raggiunto il 50% della platea
I dati dell’Inps
(Regioni.it 3353 – 28/03/2018) Le misure di contrasto alla povertà hanno raggiunto il 50 per cento della platea potenziale. È quanto emerge dai dati comunicati dall’Inps. I benefici economici del Reddito di inclusione, del Sostegno per l’iinclusione attiva (Sia) e delle misure regionali, spiega il presidente Tito Boeri, “hanno raggiunto 251 mila famiglie al 23 marzo di quest’anno, coinvolgendo 870 mila persone. Si tratta di dati cumulabili”, osserva Boeri. Sette beneficiari su dieci sono in regioni meridionali.
Il reddito di inclusione ha sostituito dal primo gennaio 2018 il sostegno per l’inclusione attiva (Sia), dimostrandosi
“più generoso e favorendo le famiglie numerose”, sottolinea Boeri.

Oltre il 4 marzo… parliamo dei problemi della gente, soprattutto della povera gente

3goals-buona-saluteSanità: 13,5 milioni di italiani hanno rinunciato a cure
I dati dell’istituto Demoskopica
(Regioni.it 3353 – 28/03/2018) Luci ed ombre sul servizio sanitario nazionale nella fotografia dell’Ips, l’Indice di Performance Sanitaria, sviluppata per il terzo anno consecutivo dall’istituto Demoskopika e presentata il 28 marzo a Rende, in provincia di Cosenza.

Reddito di Cittadinanza: cerchiamo di fare chiarezza!

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unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccionidi Gianfranco Sabattini
26 Marzo 2018
Cari Direttori, dopo la pubblicazione su Aladinews e su Democraziaoggi degli articoli sul problema dell’introduzione in Italia del reddito di cittadinanza e di alcuni commenti sull’argomento da parte dei lettori, consentitemi di esporre alcune brevi riflessioni.
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Il reddito di cittadinanza incondizionato e universale correttamente inteso non è una “misura welfarista”; esso consente di dare risposte, economicamente e socialmente significative, di natura strutturale, ai problemi connessi con l’allargamento e l’approfondimento del fenomeno della disoccupazione irreversibile, della precarizzazione del lavoro e della povertà.
L’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza corrisposto incondizionatamente a tutti i componenti (per alcuni a tutti i residenti) di un sistema sociale comporta una profonda trasformazione della tradizionali forme organizzativa della sicurezza sociale, soprattutto di quella particolare che si è espansa ed approfondita dopo la critica keynesiana al libero mercato di concorrenza.
La crisi di questo mercato comporta, non solo la necessità di una sua riforma, ma anche della riforma del modello di distribuzione del prodotto sociale, al fine di adeguare quest’ultimo al prevalere crescente del fenomeno della disoccupazione irreversibile (che riassume in sé, sul piano delle conseguenze, anche la precarizzazione del lavoro e lo stato di povertà). Conseguentemente, la riforma del welfare State, o tiene conto dell’inadeguatezza del sistema della “copertura dei rischi sociali”, nato e consolidatosi nell’epoca pre-fordista, o si espone alle critiche neoliberiste, finalizzate a sottoporre lo Stato sociale ad un drastico ridimensionamento, in quanto considerato causa della continua espansione della spesa pubblica. La riforma del welfare State fordista, perciò, mantegna-e-tiddi-rdchref=”http://www.movimentorete.org/2016/02/reddito-di-cittadinanza-cose-e-come-distinguerlo-da-interventi-anacronistici-di-roberto-ciavatta/”>come osservano, Agostino Mantegna e Andrea Tiddi in “Reddito di cittadinanza”, deve, da un lato, “garantire i diritti acquisiti dai padri ‘fordisti’…, dall’altro consegnare ai figli un sistema di garanzie adeguate alla nuova forma del lavoro post-fordista”. In questa prospettiva, trova giustificazione l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza a vantaggio del disoccupati (e dei poveri) permanenti, in grado di assicurare l’accesso al reddito a tutta quanta la forza lavoro che perde involontariamente la stabilità delle condizioni della propria “esistenza”. [segue]

Dibattito sul Reddito di cittadinanza e dintorni

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Perché il reddito di cittadinanza non può sostituire il lavoro
di Vittorio Pelligra*

Si fa un gran parlare in queste settimane di “reddito di cittadinanza”. Due considerazioni al proposito: il reddito di cittadinanza come lo hanno proposto i 5Stelle in campagna elettorale, c’è già e si chiama REI; è stato introdotto nel Consiglio dei ministri del governo Gentiloni il 29 agosto 2017. Ma allora dove sta la novità della proposta di Grillo e soci? Io credo non tanto nel “come”, ma nel “perché”. La questione importante non attiene tanto, cioè, a come supportare il reddito di chi ora, e sono tanti, non ce la fa, perché ha perso il lavoro o non riesce a trovarne uno. Ciò che conta piuttosto è capire perché ci sono sempre meno lavori e come occorra attrezzarsi rispetto a un futuro in cui di lavoro ce ne sarà sempre meno. Dietro la proposta del reddito di cittadinanza, in altre parole, c’è molto di più, c’è una visione del rapporto tra reddito e lavoro, c’è una particolare visione del futuro e del posto che noi, uomini e donne, andremo a occupare nella società prossima ventura. Questa è la vera questione, il resto sono nominalismi. (Segue)

Oggi domenica 25 marzo 2018

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unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniReddito di esistenza, diritto universale della persona
25 Marzo 2018
Roberto Ciccarelli
Luigi Ferrajoli nel suo ultimo libro “Manifesto per l’uguaglianza“, Laterza, dedica il cap. 6 al reddito minimo garantito. In questa intervista il filosofo e giurista anticipa e riassume la sua posizione favorevole, spiegandone le ragioni: «La povertà dilagante è uno degli effetti delle diseguaglianze create da politiche che hanno soppresso i vincoli del mercato». «240 miliardi di euro trasferiti dal lavoro al capitale, ora è giunto il momento di restituire il maltolto». Articolo riproposto da Democraziaoggi e da Aladinews.
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Approfondimenti

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniReddito di cittadinanza nel paradigma dell’occupabilità
Il reddito di cittadinanza può offrire strumenti per l’emancipazione di classe, per la sua ricomposizione e per una coscienza conflittuale?
di Carmine Tomeo 17/03/2018 su CittàFutura.
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Oggi venerdì 23 marzo 2018

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unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniReddito di esistenza, un diritto naturale-fondamentale?
23 Marzo 2018
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Reddito di cittadinanza, Grillo: “Il lavoro retribuito non è più necessario, si dia a tutti un’entrata per diritto di nascita”
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lampada aladin micromicro- Approfondimenti su Reddito di Cittadinanza, Reddito di inclusione sociale e dintorni su Aladinews.
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Domani a Cagliari

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DIBATTITO. Reddito di cittadinanza e Rei. La proposta del Movimento 5 Stelle, tra limiti e opportunità: l’opinione di Chiara Saraceno

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniconvegno-valut-lavoroimg_5197POVERTÁ e INCLUSIONE
Così il reddito di cittadinanza può migliorare il Rei
La proposta del Movimento 5 Stelle, tra limiti e opportunità: su lavoce.info l’opinione di Chiara Saraceno

logo_secondowelfaredi Chiara Saraceno
16 marzo 2018 su

Il reddito di cittadinanza proposto da M5s è insostenibile nel breve-medio periodo dal punto di vista finanziario e dubbio sotto quello dell’equità e dell’efficacia. Ma alcune sue caratteristiche potrebbero essere integrate nel Rei, per migliorarlo.
[segue]

Reddito minimo garantito: reddito incondizionato (RdC) o reddito di inclusione sociale? Un dibattito tra la babele terminologica, le teorie e le esperienze in attuazione.

convegno-valut-lavoro
“…Si possono distinguere, schematicamente, due tipi di reddito minimo garantito: il reddito di base garantito ai soli bisognosi, previo accertamento della mancanza di un reddito sufficiente a sopravvivere e/o di altre condizioni, e quello invece conferito a tutti quale oggetto di un diritto fondamentale, e perciò universale, recuperato poi dalle persone abbienti con un adeguato prelievo fiscale”.
Non è assistenzialismo
L’UTOPIA CONCRETA DEL REDDITO MINIMO GARANTITO

Comunque lo si voglia chiamare esso va giudicato nella nuova situazione di un lavoro che non è più disponibile a tutti. Ci sono ragioni etico-politiche (il diritto alla vita), economiche, sociali e costituzionali per le quali questo istituto, presente nella maggior parte degli Stati europei, dovrebbe entrare nella naturale organizzazione di un Paese democratico

di Luigi Ferrajoli [1]

Due modelli di reddito di base garantito. Quattro fondamenti
L’esplosione della disuguaglianza e la crescita della povertà e della disoccupazione stanno oggi minacciando, nei paesi poveri ma anche in quelli di economia avanzata, la sopravvivenza delle persone. Torna perciò a riproporsi, in maniera sempre più urgente e drammatica, la questione del diritto alla vita, sulla cui garanzia si basa, fin dal modello hobbesiano della modernità, la ragion d’essere dello Stato e delle pubbliche istituzioni.

E’ precisamente il diritto alla vita che richiede oggi, quale sua essenziale garanzia, l’introduzione di un reddito minimo di base. Di questa garanzia vitale di livelli minimi di sussistenza e perciò di uguaglianza sostanziale, idonei a garantire a tutti la sopravvivenza, esistono molte versioni, differenti quanto all’estensione dei beneficiari e quanto ai loro presupposti. Per tutti, o solo per i disoccupati, o per i soli disoccupati disposti a lavorare? Per tutti o solo per i più poveri? Per tutti o per determinate fasce d’età? Per l’individuo o per la famiglia? Per una durata illimitata o solo per periodi di tempo determinati? Sottoposto a controprestazioni – per esempio a qualche tipo di attività utile o all’accettazione di un qualsiasi lavoro – oppure incondizionato? Questo reddito di base, infine, deve essere una variabile indipendente o una variabile dipendente dall’economia? Dovrebbe essere comunque garantito – e in quale misura –, oppure la sua garanzia deve dipendere dalla sua fattibilità economica? E cosa deve intendersi per “fattibilità economica”?

Si possono quindi distinguere, schematicamente, due tipi di reddito minimo garantito: il reddito di base garantito ai soli bisognosi, previo accertamento della mancanza di un reddito sufficiente a sopravvivere e/o di altre condizioni, e quello invece conferito a tutti quale oggetto di un diritto fondamentale, e perciò universale, recuperato poi dalle persone abbienti con un adeguato prelievo fiscale.

La prima ipotesi è quella più largamente sperimentata in Europa. Con presupposti differenti, per importi diversi, talora sotto forma di integrazioni, essa è stata realizzata in Austria, in Belgio, nella Repubblica Ceca, in Germania, in Danimarca, nel Regno Unito, in Spagna, in Francia, in Finlandia, nel Lussemburgo, in Irlanda, in Olanda, in Portogallo, in Romania, in Slovenia, in Svezia e perfino, pur se in misura assai ridotta, in Slovacchia e in Polonia. Fanno eccezione la Grecia, la Bulgaria, l’Ungheria e l’Italia, dove sono previste, come si vedrà più oltre, solo misure frammentarie, regionali o limitate ad alcune categorie sociali[2].

La seconda ipotesi è quella ben più radicale e ambiziosa del reddito di base incondizionato. Essa comporta l’attribuzione del reddito minimo a tutti, dalla maggiore età in poi, finanziata mediante adeguate imposte sui redditi. Sganciato dal lavoro, il reddito base non sarebbe legato a condizioni o a controprestazioni, ma verrebbe corrisposto a tutti, a garanzia della dignità personale. Sarebbe un istituto che cambierebbe la natura della democrazia e anche del lavoro, garantendo, più d’ogni altra prestazione sociale, la riduzione delle disuguaglianze sostanziali.

Secondo un luogo comune diffuso in gran parte del mondo politico, una simile garanzia di carattere universale sarebbe un’utopia, un sogno, una proposta suggestiva ma irrealistica. Altri, invece, la propongono come possibile, ma accompagnano la sua proposta con l’accettazione dell’odierna flessibilità del lavoro, o peggio di una riduzione del welfare e delle garanzie degli altri diritti sociali. Si tratta invece, come cercherò di mostrare, di un istituto concretamente realizzabile, la cui funzione garantista della vita e della dignità personale è strettamente connessa, soprattutto nella sua forma universalistica e incondizionata, precisamente alla sua introduzione non certo in alternativa, bensì in aggiunta all’intero sistema delle garanzie dei diritti sociali e del lavoro, che come si è detto nei capitoli che precedono andrebbero restaurate e rafforzate, in particolare con il vincolo della gratuità delle prestazioni sanitarie e di quelle scolastiche. Non solo. Nelle condizioni di precarietà che come si è visto caratterizzano, in forme sempre più drammatiche, il lavoro e la vita di masse crescenti di persone e soprattutto di giovani, il reddito di base garantito a tutti, unitamente a riforme fiscali in senso realmente progressivo, è la sola misura in grado, realisticamente, di fronteggiare la crisi sociale ed economica in atto e la sola alternativa a un futuro di disuguaglianze crescenti, di crescente povertà e di tensioni e conflitti sociali insolubili e distruttivi.

Nelle pagine che seguono indicherò tre fondamenti o ragioni di questa garanzia vitale di un reddito di base: a) il fondamento etico-politico, b) il fondamento giuridico e costituzionale, c) il fondamento economico e sociale. Argomenterò poi le molte ragioni che fanno della sua forma universale e incondizionata un fattore non soltanto di effettiva garanzia dell’uguaglianza sostanziale e delle condizioni minime della sopravvivenza, ma anche di rifondazione della dignità del lavoro.

A) Il fondamento etico-politico: il diritto alla vita
Qual è, innanzitutto, il fondamento assiologico, morale e filosofico-politico di questo nuovo diritto fondamentale che è il diritto a un reddito minimo vitale? La risposta a questa domanda è la medesima che fu data da Hobbes, alle origini della modernità giuridica, alla questione della ragion d’essere di quell’artificio che è lo Stato: questo fondamento è la garanzia della vita – del diritto fondamentale alla vita – contro la libertà selvaggia e violenta che è propria di quello specifico stato di natura che è oggi il mercato.

Si pone qui una questione teorica di fondo. Alle origini della modernità il diritto alla vita fu concepito come una libertà negativa, cioè come la semplice immunità da aggressioni altrui; mentre la sopravvivenza veniva concepita come un fatto naturale, affidato all’iniziativa individuale. Fu così che John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, poté fondare la sopravvivenza sull’autonomia dell’individuo: sul suo lavoro, e perciò sulla proprietà che del lavoro è il frutto, e quindi sulla sua libera e responsabile iniziativa; in breve, sulla volontà di lavorare. Giacché sarà sempre possibile purché lo si voglia, argomentava Locke, andare a coltivare nuove terre “senza pregiudicare nessuno, perché vi è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio di abitanti”, se non altro emigrando “in qualche parte interna e deserta dell’America”[3]. Fu su questa base che il primo liberalismo poté teorizzare un nesso forte tra libertà, lavoro, proprietà e vita, alla cui mutua conservazione è finalizzato il contratto sociale; un nesso, peraltro, integrato dallo ius migrandi che già Francisco de Vitoria, come si vedrà nel prossimo capitolo, aveva teorizzato un secolo e mezzo prima come fondamento della conquista spagnola del nuovo mondo.

Oggi quel nesso tra autonomia, lavoro, proprietà e sussistenza, formulato da Locke come il fondamento etico-politico così dello Stato come del mercato capitalista, si è rotto, essendo radicalmente mutati i rapporti tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e la società. Si è rotto, in primo luogo, il rapporto tra autonomia individuale e sopravvivenza, assicurato dallo scambio – ingiusto quanto si vuole, ma in via di principio accessibile a tutti – tra lavoro e sussistenza, essendo venuta meno la possibilità per tutti di trovare un lavoro. Si è rotto, in secondo luogo, il rapporto tra ius migrandi e lavoro quale condizione sia pure estrema di sopravvivenza, essendo stato quel diritto negato e trasformato nel suo contrario non appena i flussi migratori si sono invertiti: non più, come in passato, dai nostri paesi avanzati al resto del mondo, a fini di conquista e colonizzazione, ma dal resto del mondo impoverito ai nostri paesi. E si è rotto, in terzo luogo, il rapporto storico tra occupazione e produzione di beni: a seguito dello sviluppo tecnologico, e in particolare delle tecnologie informatiche ed elettroniche, la tendenza odierna, non reversibile ma anzi destinata a crescere, è infatti quella all’aumento della produzione simultaneo alla diminuzione dell’occupazione e alla crescente svalutazione del lavoro.

Non basta più, perciò, la volontà di lavorare, e neppure quella di emigrare per trovare un’occupazione. Non è più vero che il lavoro è accessibile a tutti, purché lo si cerchi e lo si voglia cercare. Il lavoro umano è sempre più fungibile, e non ci sono più campagne cui fare ritorno né nuovi mondi nei quali emigrare. Oggi è perciò diventato impossibile ciò che in passato era possibile: l’accesso al lavoro e più ancora l’emigrazione. Può darsi che questi presupposti elementari della legittimazione del capitalismo siano sempre stati, di fatto, largamente illusori e ideologici. Ciò che è certo è che essi, oggi, hanno sicuramente cessato di esistere, e che la tradizionale legittimazione dell’ordine esistente – sia del diritto che del potere politico – sulla base della sua funzione di tutela della vita è duramente smentita dalla realtà.

Del resto, quanto più cresce il processo di integrazione sociale, tanto più l’uomo si allontana dalle risorse e dalle condizioni naturali di vita e tanto maggiore diventa perciò la dipendenza dalla società della sua sopravvivenza. “L’uomo civilizzato”, scriveva già Tocqueville, “è infinitamente più esposto alle vicissitudini del destino dell’uomo selvaggio”[4]: più esposto, prima di tutto, alla mancanza dei mezzi di sussistenza e degli apporti del lavoro altrui. Giacché il progresso e più in generale il processo di civilizzazione sono avvenuti simultaneamente all’allontanamento crescente dell’uomo dalla natura, allo sviluppo della divisione del lavoro e perciò alla perdita progressiva di autosufficienza delle persone e alla crescita della loro interdipendenza sociale.

A questa crescente interdipendenza sociale si è aggiunto oggi un processo parimenti crescente di espulsione del lavoro dai processi produttivi. Secondo il rapporto McKinsey del 2016, il 49% dei lavori attuali è destinato, nei prossimi dieci anni, ad essere sostituito dalle macchine e dalle tecniche digitali, che trasferiscono sugli acquirenti o sugli utenti gran parte del lavoro richiesto dalle prestazioni di beni e servizi. E’ insomma in atto una rivoluzione di enorme portata nelle forme e nei rapporti di produzione che renderà sempre più marginale il lavoro umano: una rivoluzione che sarà un fattore di progresso anziché di regresso, di liberazione e di crescita civile anziché di crescita della povertà e della precarietà di vita, soltanto se sarà accompagnata da ingenti riduzioni degli orari di lavoro, equa redistribuzione dell’occupazione, abbassamenti dei prezzi, ripensamento delle forme di lotta e di organizzazione sindacale, massima socializzazione della produzione della ricchezza e, soprattutto, forme di solidarietà sociale e sicure garanzie della sussistenza indipendenti dal lavoro.

La disoccupazione crescente e strutturale, che una pur doverosa politica del lavoro può contenere ma certo non eliminare, sta insomma ponendo in crisi la legittimità dell’intero sistema politico ed economico; il quale non può più limitarsi alla garanzia negativa della vita contro gli omicidi, ma richiede altresì le garanzie positive delle condizioni materiali e sociali della sopravvivenza. Dobbiamo finalmente prendere atto che nelle società odierne, caratterizzate da un alto grado di interdipendenza e di sviluppo tecnologico, anche la sopravvivenza, non meno della difesa della vita da indebite aggressioni, è sempre meno un fenomeno naturale ed è sempre più un fenomeno artificiale e sociale. Ben più che in passato, tutte le condizioni della sopravvivenza dell’uomo – dal lavoro all’emigrazione, dall’abitazione alla salute e all’alimentazione di base – sono affidate alla sua integrazione sociale, cioè a condizioni materiali e a circostanze giuridiche e sociali di vita che vanno ben al di là della sua libera iniziativa. Di qui la trasformazione del diritto a sopravvivere in un corollario del classico diritto alla vita, cioè a non essere uccisi: in un diritto fondamentale all’esistenza[5], che al pari della vecchia immunità da aggressioni esterne richiede, in presenza di quella che è ormai una disoccupazione strutturale, di essere garantito dalla sfera pubblica attraverso quella sola garanzia possibile che è precisamente il reddito di base.

B) Il fondamento costituzionale
Il secondo fondamento del reddito di base è quello giuridico, e specificamente costituzionale, indebitamente leso in Italia, che come si è detto è tra i pochi paesi europei nei quali questa garanzia non esiste. Hanno infatti un fondamento costituzionale entrambe le due versioni del reddito di base: quella condizionata e quella incondizionata e universalistica.

Ha un esplicito fondamento costituzionale, innanzitutto, il reddito di base nella sua prima versione, quella che lo lega allo stato bisogno, e che tuttavia in Italia non esiste. Si tratta di due norme, disposte entrambe dall’articolo 38 della Costituzione, il quale nel 1° comma conferisce il “diritto al mantenimento e all’assistenza sociale” ad “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere”, e nel 2° comma stabilisce che “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita” non solo “in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia”, ma anche in caso di “disoccupazione involontaria”.

Ebbene, a parte qualche limitata esperienza locale come quella avviata nel Lazio con la legge regionale n. 3 del 3.11.2009[6], nessuna di queste due norme è stata in Italia seriamente attuata. Una modesta attuazione della prima è stata operata con la legge n. 114 del 16.4.1974, la quale ha introdotto la cosiddetta “pensione sociale” nella misura di 492 euro per chi abbia superato i 65 anni di età e sia al di sotto di una soglia minima di reddito, anche se non ha prestato attività lavorative e non ha perciò contribuito all’assicurazione obbligatoria.

Al presupposto della “disoccupazione involontaria” previsto dalla seconda delle norme suddette è invece riconducibile l’istituzione della Cassa integrazione guadagni – quella ordinaria istituita dal decreto legislativo n. 788 del 9.11. 1945 e quella straordinaria introdotta dalla legge n. 1115 del 5.11.1968 e riformata dalla legge n. 164 del 20.5.1975 – che comporta, per determinati periodi di tempo, un’indennità, decisa discrezionalmente dal governo, a favore dei lavoratori sospesi o a orario ridotto, a causa di crisi industriali o comunque non dipendenti dalla loro volontà.

E’ chiaro che nessuna di queste misure – i cosiddetti “ammortizzatori sociali” – integra il reddito minimo garantito previsto dell’articolo 38 sopra citato: nessun reddito di base è stato infatti introdotto né per i poverissimi che non abbiano raggiunto i 65 anni di età, né per i casi di “disoccupazione involontaria”, come quelli della disoccupazione giovanile, non conseguenti alla perdita del lavoro.

Neppure corrisponde alla garanzia voluta dall’articolo 38 della Costituzione il cosiddetto “reddito di inclusione”, introdotto da un decreto legislativo del 2017 e consistente – in sostituzione di altre due misure più o meno del medesimo importo, il Sostegno all’inclusione attiva (Sia) e l’Assegno sociale di disoccupazione (Asdi) – in un assegno mensile oscillante tra i 190 euro (per le persone singole) e i 485 euro (per le famiglie) e concesso, per un periodo massimo di 18 mesi, a chi abbia redditi inferiori a 6.000 euro l’anno e si impegni a svolgere determinate attività o servizi (in totale a circa 400 o 500 mila famiglie, non più di un quarto delle persone in condizioni di povertà assoluta). 190 o 485 euro, infatti, non bastano certo “al mantenimento” o ai “mezzi adeguati alle esigenze di vita” di cui parla l’articolo 38. Inoltre questo cosiddetto reddito di inclusione, a rigore, non è neppure un reddito, bensì un beneficio rateizzato in 18 mesi che può essere rinnovato, con le stesse complicazioni burocratiche, dopo che siano trascorsi almeno sei mesi dall’ultima erogazione. Continua quindi a persistere, come una vistosa e illegittima lacuna, la mancata attuazione di questo essenziale principio costituzionale.

C’è poi, nella Costituzione italiana, un altro fondamento del reddito di base in entrambe le sue versioni, quella universalistica e incondizionata e quella condizionata alla mancanza di lavoro o allo stato di bisogno. Esso fu identificato molti anni fa, da Massimo Severo Giannini, nell’articolo 42 della Costituzione, quello dedicato alla proprietà privata, che nel suo 2° comma stabilisce che la legge “determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti” della proprietà “allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Dunque la legge deve rendere possibile a tutti l’accesso alla proprietà. Si tratta, scrisse Giannini, di una norma che può essere intesa non solo come un corollario del principio di uguaglianza formale in ordine alla capacità d’agire e ai diritti civili, ma anche, sulla base dell’associazione a “proprietà privata” del predicato “accessibile a tutti”, come un’enunciazione “interamente esplicativa del principio di costituzione materiale di uguaglianza sostanziale”[7]. Deve insomma risultare accessibile a tutti, secondo questa autorevole interpretazione, una qualche forma di proprietà: quanto meno dei beni elementari necessari alla sussistenza.

Ma è lo spirito stesso della Costituzione – dai principi di uguaglianza e dignità stabiliti dall’articolo 3 ai “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” previsti dall’articolo 2 – che impone una simile misura. Si aggiungano le norme del diritto sovrastatale: la Carta dei diritti dell’Unione Europea, il cui articolo 34 stabilisce che “ai fini di lottare contro l’esclusione sociale e la povertà, l’Unione riconosce e rispetta il diritto all’assistenza sociale e all’assistenza abitativa volte a garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti”; la Dichiarazione universale dei 1948, che nell’articolo 25 stabilisce che “ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia”; i Patti sui diritti economici del 1966 sul diritto di ciascuno, stabilito dall’articolo 11, “a un livello di vita adeguato per sé e per la sua famiglia, che includa alimentazione, vestiario ed alloggio”. Sono insomma tutte le carte dei diritti, nazionali e sovranazionali, che impongono questa elementare garanzia della sopravvivenza, sempre più essenziale e vitale in presenza dei mutamenti crescenti delle forme della produzione.

4. C) Il fondamento economico e sociale

Il terzo fondamento del diritto a un reddito minimo di base è quello di carattere economico e sociale. Non parlerò del fondamento sociale di tale diritto nella sua versione condizionata, che è il medesimo di tutti gli altri diritti sociali: la garanzia della sopravvivenza e la riduzione delle eccessive disuguaglianze, quali condizioni della coesione e della pace sociale. Parlerò invece del suo fondamento economico, essendo precisamente il costo economico la principale obiezione alla proposta della sua introduzione, tanto più se in forma universale e incondizionata.

Certamente questo diritto costa, come costano tutti i diritti sociali. Ma l’idea che il costo di tale diritto sia anti-economico è un luogo comune da sfatare. Costa molto di più, anche sul piano economico, lo stato di indigenza provocato dalla sua mancata garanzia. Come si disse in via generale nel § 3.4 del terzo capitolo a proposito del nesso tra sviluppo economico e garanzia dei diritti sociali, anche la garanzia di quel diritto vitale per antonomasia che è il diritto a un reddito di base rappresenta un investimento primario, essendo in grado non solo di assicurare la sopravvivenza e di aumentare il benessere delle persone, ma anche di accrescere le loro capacità produttive.

Sono cose sotto gli occhi di tutti. I paesi europei sono più ricchi rispetto agli altri paesi e al loro stesso passato perché, almeno fino a ieri, hanno garantito, sia pure imperfettamente, i minimi vitali. Al contrario, dove i diritti sociali non sono soddisfatti – dove mancano l’istruzione pubblica, la garanzia dell’assistenza sanitaria, le tutele del lavoro, l’organizzazione sindacale dei lavoratori e, soprattutto, le garanzie della sussistenza – non solo crescono la povertà e le disuguaglianze, ma vengono meno la produttività individuale e quella collettiva e con esse la produzione della ricchezza. Non a caso, in Italia, il boom economico nei primi decenni della Repubblica è avvenuto simultaneamente alla costruzione del diritto del lavoro, allo sviluppo dell’istruzione di massa e al rafforzamento della sanità pubblica. La crisi recessiva è iniziata quando sono stati tagliati i finanziamenti alla scuola, è stato aggredito il servizio sanitario nazionale universale e gratuito e il diritto del lavoro è stato distrutto. Precarietà del lavoro e assenza di garanzie di sussistenza generano solo insicurezza, panico sociale, angoscia, frustrazioni, sprechi di competenze e di saperi, cioè altrettanti fattori di recessione e di riduzione della ricchezza. E sono altresì all’origine di gran parte della delinquenza di strada e di sussistenza.

C’è poi un altro ordine di considerazioni, che riguarda specificamente la garanzia del reddito minimo di base. L’attuale crisi economica colpisce soprattutto le giovani generazioni, che sono le più penalizzate dalla precarizzazione di massa, dalla disoccupazione e dalla sottoccupazione. Essa mette in pericolo il futuro dei giovani, che equivale al futuro in generale, accentuando in maniera esponenziale le disuguaglianze. Oggi, in Italia, un giovane su due non trova lavoro e in 100.000 ogni anno sono costretti a emigrare. Sono quindi soprattutto i giovani che trarrebbero giovamento dal reddito minimo garantito. Anche per questo tale misura sarebbe un sicuro fattore di sviluppo e di riconciliazione della società con la democrazia: perché l’assenza di crescita o la bassissima crescita sono anche l’effetto dell’assenza di opportunità e di prospettive per i giovani, che equivale, ripeto, all’assenza di prospettive per il futuro di tutti. Di tutto questo i giovani, come attestano le loro rivolte in tutto il mondo, sono perfettamente consapevoli. I soli che non ne sono consapevoli o che comunque di tutto questo non si occupano né si preoccupano sono quanti hanno responsabilità di governo.

Luigi Ferrajoli

[1] Dal capitolo 6 di Luigi Ferrajoli, Manifesto per l’uguaglianza, 2018 Laterza Bari

[2] Una rassegna dei diversi tipi di reddito di base presenti nei diversi paesi europei è contenuta in Bin Italia, Reddito minimo garantito. Un progetto necessario e possibile, Gruppo Abele, Torino 2012, cap. II, pp. 55-75, che contiene anche un’ampia bibliografia.

[3] J. Locke, Due trattati sul governo cit., cap.V, cap.V, § 36, pp. 267 e 266. Su questa tesi lockiana, che fa dello ius migrandi una condizione della legittimazione politica del capitalismo, tornerò più oltre, nel § 2 del prossimo capitolo.

[4] A. de Tocqueville, Mémoires sur le paupérisme (1838), in Id., Oeuvres complètes, Gallimard, Paris 1989, tome XVI, Mélanges.

[5] L’espressione è di G. Bronzini, Il reddito di cittadinanza. Una proposta per l’Italia e per l’Europa, Gruppo Abele, Torino 2011, p. 35. Sul reddito di base si vedano anche, dell’ormai vasta letteratura, A. Fumagalli, M. Lazzarato (a cura di), Tute bianche, disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza, DeriveApprodi, Roma 1999; P. Van Parijs e Y. Vanderborght, Il reddito minimo universale, Bocconi Editore, Milano 2006; Basic Incom Network Italia, Reddito per tutti. Un’utopia concreta per l’era globale, Manifestolibri, Roma 2009; Bin Italia, Reddito minimo garantito cit.; Th. Casadei, Oltre i diritti sociali? Il basic income (e i suoi problemi), Firenze, University Press, Firenze 2012, con ampia bibliografia. Si vedano anche i sei Quaderni per il reddito del 2016, a cura di Bin Italia.

[6] Intitolata “Istituzione di un reddito minimo garantito”. Su queste limitate esperienze, cfr. G. Bronzini, Il reddito di cittadinanza cit., pp. 94-101; Bin Italia, Reddito minimo garantito cit., cap. III, pp. 103-135.

[7] M.S. Giannini, Basi costituzionali della proprietà privata, in “Poli­tica del diritto”, II, 1971, p. 474. Analoga la disposizione dell’articolo 17 della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Ogni individuo ha diritto ad avere una proprietà sua o in comune con altri”.

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RdC

img_5116 Il reddito di cittadinanza del M5s. Welfare o workfare?
Cronisti politici e fini analisti da ore vanno cimentandosi nel racconto di un’Italia che, soprattutto al Sud, si è fatta convincere dal “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 stelle. Analisi comoda e scontata. Ipotizzare una sorta di “voto di scambio” sul terreno della crisi e dell’inoccupazione è un gioco semplice, di immediato seguito, di base per la chiacchiera da bar. Poi, però, basta chiedere a chi la campagna elettorale l’ha seguita in strada per capire come del “reddito di cittadinanza”, nella realtà, fuori dai social network e da qualche studio televisivo, non c’è quasi traccia.