Reddito di cittadinanza – Reddito di inclusione sociale – Reddito minimo garantito

Reddito di cittadinanza? Nessuna innovazione rispetto al vigente Reddito di Inclusione senza efficienti centri per l’impiego

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Nuovi centri per l’impiego
di Fiorella Farinelli, su Rocca

Ancora non è chiaro se il reddito di cittadinanza sarà efficace. Se riuscirà soltanto – e allora per quanti e per quanto tempo – ad alleviare la povertà, o anche a far entrare in un lavoro regolare chi
l’ha perso o non l’ha mai avuto. Tra cui i troppi «scoraggiati» che il lavoro neanche lo cercano, dopo tante porte chiuse in faccia, e neppure sanno come imparare quello che potrebbe servire. Solo i giovani tra i 18 e i 29 anni fuori dal lavoro, dalla formazione, dalla ricerca attiva di un’occupazione (i cosiddetti Neet) sono oltre 2 milioni, il 24,1% a fronte del 13,4% della media europea. Più femmine che maschi, tanti senza diplomi o qualifiche, la quota più imponente addensata nel Mezzogiorno dove il lavoro è più scarso e più acuta la dispersione scolastica. Non è detto che i Neet siano sempre i più poveri, perché vale più per loro che per altri il cosiddetto «welfare familiare», ma questo numero, che stenta a diminuire nonostante la considerevole quantità di programmi ed incentivi varati negli anni, scotta in modo particolare.
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Prossimi appuntamenti CoStat e Anpi nell’ambito del Mese dei Diritti Umani 2018

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Lunedì 12 novembre 2018
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Venerdì 30 novembre 2018
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Martedì 4 dicembre 2018
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855a2fa2-038b-4221-8b07-d21509066713Giovedì 6 dicembre 2018 ore 17, a Cagliari, Studium franciscanum, via principe Amedeo, 22, Cagliari. Sicurezza e Accoglienza. Il decreto governativo in corso di conversione (con quali modifiche?) in Parlamento.
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Approfondimenti Mese dei diritti:
- sito ufficiale (in aggiornamento): http://mesedeidirittiumani.blogspot.com
- pagina fb: https://www.facebook.com/MeseDeiDirittiUmani/
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costat-logo-stef-p-c_2-2E, inoltre, a cura del solo CoStat.
Venerdì 23 novembre 2018 alle ore 17, Società degli operai, Via XX Settembre, 80, Cagliari.
“Elezioni regionali: un impegno contro il centrodestra”.
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Mese dei diritti 2018: verso l’incontro-dibattito su Reddito di cittadinanza e dintorni

c3dem_banner_04Documentazione utile sul sito web C3dem: https://www.c3dem.it/note-sul-reddito-di-cittadinanza/
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Il pensiero di Bauman su Etica del Lavoro e “Reddito minimo garantito sufficiente ad assicurare il rispetto della dignità umana”

lampada aladin micromicroIl “Reddito di cittadinanza” trova su Aladinews due filoni di approfondimento: 1) il primo attiene al “Reddito di cittadinanza” autentico, così come lo hanno delineato e definito i teorici di questo istituto, da Keynes nei suoi tempi (in verità anche prima del grande economista di Cambridge) e più avanti da tanti altri (particolarmente economisti e sociologi) fino alla contemporaneità, denominato anche diversamente (Dividendo sociale, Reddito minimo garantito, etc.), ma sempre con le caratteristiche di essere universale e incondizionato; 2) il secondo attiene a tutti gli istituti di contrasto alle povertà (assolute e relative), che assumono denominazioni diverse, nella nostra realtà ReI e Reis (redditi di inclusione sociale). Anche la proposta governativa del cd “Reddito di cittadinanza” sostenuta soprattutto dal M5S è riconducibile a questo secondo filone, trattandosi sostanzialmente di un’evoluzione del vigente ReI, come abbiamo più volte messo in rilievo su queste pagine.
Iscrivendolo correttamente al primo dei filoni citati, di seguito ospitiamo un articolo del prof. Gianfranco Sabattini, anch’egli del vero “Reddito di cittadinanza” che nella circostanza porta a sostegno delle sue posizioni il noto sociologo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, che, lo ricordiamo, fu ospite della nostra città il 3 giugno 2016 (a questa occasione si riferiscono le foto a corredo del presente articolo).
In argomento ricordiamo l’iniziativa patrocinata anche dalla nostra news, prevista per venerdì 30 novembre nell’ambito del mese dei diritti umani 2018 (10 novembre/10 dicembre 2018)—————————————————-
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Etica del lavoro e sviluppo capitalistico

di Gianfranco Sabattini*

L’etica del lavoro costituisce una sorta di comandamento con cui è stato imposto all’uomo l’obbligo di lavorare; per suo tramite il lavoro è divenuto, soprattutto nell’età moderna, la “condizione normale” per l’uomo, mentre non lavorare lo ha esposto, invece, alla pubblica esecrazione. Questa condizione normale è quindi fondata, nella coscienza collettiva di una comunità, sull’assunto che sia il lavoro (attraverso il quale diventa possibile procurarsi un compenso, in cambio di una qualche prestazione) a rappresentare oggettivamente il “valore morale apprezzato dall’etica del lavoro”, e non la libera scelta di chi aspira ad ottenere ciò di cui ha bisogno, oppure più di quanto già disponga.
A parere di Zygmunt Bauman, questa è la forma che tale morale ha assunto nella coscienza dei popoli, soprattutto a partire dalla Rivoluzione industriale; in “Le nuove povertà”, egli sostiene che ciò è accaduto a partire sin dalle prime fasi del processo di industrializzazione. Pur assumendo varie forme, lungo il tortuoso percorso della modernizzazione, l’etica del lavoro “è servita a politici, filosofi e predicatori come incitamento o giustificazione dei tentativi di sradicare, con le buone o con le cattive, un’abitudine considerata come il principale ostacolo all’avvento del mondo nuovo”; ovvero la tendenza dell’uomo a sottrarsi, quando fosse risultato possibile, all’obbligo morale che lo costringeva al “lavoro in fabbrica” e ad accettare la “docile sottomissione al ritmo di vita stabilita dai capireparto, dall’orologio e dalle macchine”. Nell’intento di rimuovere questa presunta mentalità distorta, si è svuotato di ogni contenuto un principio fondamentale dell’etica: che l’uomo sia libero di scegliere l’azione (giusta o sbagliata; buona o cattiva) per il raggiungimento dei propri obiettivi; tutt’altro, quindi, rispetto al comandamento di sottoporsi al lavoro (dipendente) per far fronte alle necessità esistenziali della persona.
In realtà, secondo Bauman, l’impegno profuso da politici, filosofi e predicatori per affermare l’etica del lavoro non è stata che una battaglia volta a fare accettare l’obbligo, da parte dell’uomo, di lavorare sotto il controllo e la subordinazione alle direttive di altri; dunque, si è trattato di una lotta (nella sostanza, se non nella forma) per obbligare i lavoratori ad accettare, “in nome della nobiltà del lavoro, una vita tutt’altro che nobile o rispondente ai loro principi di dignità morale”.
Inoltre, l’affermazione dell’etica del lavoro ha anche comportato una separazione del prodotto del lavoro dalle necessità esistenziali del lavoratore, dando priorità a “ciò che si doveva fare” rispetto a “ciò che bisognava fare, rendendo così – afferma Bauman – la soddisfazione dei bisogni dell’uomo irrilevante dal punto di vista della logica produttiva; il risultato è consistito nell’avere introdotto nell’attività produttiva il “paradosso della ‘crescita fine a se stessa’”.
L’etica del lavoro è servita a risolvere due esigenze fondamentali della nascente società industriale: da un lato, ha corrisposto al bisogno di soddisfare la domanda di lavoro a vantaggio delle attività produttive in rapido sviluppo; dall’altro lato, ha concorso a garantire condizioni di ordine sociale, suggerendo soluzioni adeguate al problema rappresentato da coloro che non “potevano reggere la dura fatica in fabbrica”. La questione riguardava, in altri termini, tutti quei “miserabili” che, indipendentemente dal fatto di non essere responsabili della propria condizione (invalidi, deboli, malati e vecchi), venivano considerati dei “vagabondi socialmente pericolosi”; la soluzione proposta è consistita nell’obbligo imposto a costoro di svolgere comunque un lavoro (qualsiasi e a qualunque costo), come unica condizione moralmente accettabile per giustificare il loro “mantenimento”. Si è potuto così sostenere che un decisivo contribuito alla riduzione della povertà andava riconosciuto all’etica del lavoro, cui si riconduceva la superiorità morale rispetto a qualsiasi tipo di vita (anche se vissuta in condizioni di indigenza e di mancanza di libertà).
Solo in una fase successiva, ad opera di riformatori impegnati a rimuovere il pericoloso fenomeno della diffusione del pauperismo, è stato affermato, a favore dei più svantaggiati, il diritto a un’assistenza gratuita, segnando l’inizio di un processo sociale che ha condotto all’avvento del capitalismo maturo. All’interno di questo, l’etica del lavoro ha svolto il compito di assicurare il continuo progresso materiale della società industriale, per la quale la collaborazione tra capitale e lavoro è divenuta tanto indispensabile da imporre alle istituzioni pubbliche la responsabilità (implicita nell’idea di una più ampia assistenza) di garantire a tutti un livello di vita tale da fare accettare senza resistenze il dovere morale di svolgere “volentieri e con entusiasmo” una qualche attività lavorativa, che di fatto era una “dura condizione”. L’etica del lavoro è valsa a fare accettare questa soluzione, considerata inevitabile per il successo della società capitalistica. E’ a questo scopo che, secondo Bauman, è stato introdotto nelle società capitalistiche avanzate il sistema del welfare State.
Tale sistema, infatti, è stato basato sull’idea che, al fine di assicurare una costante collaborazione tra capitale e lavoro, in condizione di stabilità politica, sociale ed economica, lo Stato avesse “l’obbligo di dover garantire il ‘benessere’ (welfare), e non soltanto la mera sopravvivenza, a tutti i cittadini, ovvero un’esistenza dignitosa, secondo gli standard di una data società in una determinata epoca”. Ciò ha comportato che l’assistenza pubblica fosse concepita come una forma di assicurazione collettiva “contratta dall’intera società ed estesa a ciascuno dei suoi membri”, per garantire prestazioni proporzionali alla dimensione dei bisogni individuali e non a quella “dei premi pagati dai singoli cittadini”.
Il welfare State ha avuto inizialmente un “ambiguo rapporto” con l’etica del lavoro, in quanto esso non ha avuto subito un’applicazione universale, a causa della mancanza di un’occupazione permanente per tutti. Per il raggiungimento della sua universalità è stato necessario estendere l’assistenza pubblica anche a chi fosse “rimasto indietro”. Affinché il welfare State potesse conservare all’etica del lavoro la sua “forza”, è stato necessario estendere l’assistenza pubblica a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro contributo alla ricchezza comune; in tal modo, però, è stato incrinato il presupposto fondamentale dell’etica del lavoro, rendendo il diritto all’assistenza pubblica “una questione di cittadinanza politica, anziché di prestazione economica”.
Gli impulsi da cui ha tratto origine il welfare State universale sono stati talmente efficaci “da fare apparire – afferma Bauman – i suoi meccanismi di funzionamento come un fenomeno del tutto normale della vita sociale, al pari delle istituzioni democratiche”, inducendo l’opinione pubblica a considerarlo un’istituzione irreversibile, il cui “smantellamento avrebbe comportato l’abolizione delle democrazia e dei sindacati”, modificando il ruolo svolto dal sistema dei partiti. Ma, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, quello che prima era considerato impensabile ha cessato di esserlo, e “l’dea di un’economia capitalistica senza una rete di protezione sociale”, è divenuta nei Paesi economicamente più avanzati, una realtà. Nella legittimazione di questo rovesciamento ha concorso ancora una volta l’etica del lavoro.
L’estensione del sistema di welfare State nei Paesi capitalistici più industrializzati è stato la risultante di diverse “spinte” sociali, originate tutte dall’etica del lavoro nella forma maturata con lo sviluppo della società industriale; la sua durata è spiegabile sulla base della “funzione pacificatrice” che il sistema ha svolto, “inducendo i lavoratori ad accettare le regole stabilite dai capitalisti” a un costo inferiore rispetto a quello che un’etica del lavoro basata soltanto su misure coercitive non avrebbe mai potuto garantire.
La successiva “caduta” del welfare non è stata la conseguenza di un semplice cambiamento ideologico. Per una spiegazione convincente – a parere di Bauman – è necessario chiedersi perché la crisi del welfare si sia verificata in modo così rapido e improvviso; partendo dall’assunto che di essa non possa essere data una spiegazione esauriente, imputandola al sopravvento dell’ideologia neoliberista, la vera causa costituisce piuttosto un fenomeno “da interpretare”.
Tra le funzioni svolte dal welfare, quella di fornire una continua offerta di lavoro professionalizzata è risultata di fondamentale importanza; tuttavia, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, questa funzione si è notevolmente affievolita e, per alcuni settori del sistema produttivo, si è totalmente estinta. Sin tanto che la crescita e lo sviluppo della società industriale dipendevano dalla disponibilità di forza lavoro qualificata, le attività produttive fruivano del fatto che fosse lo Stato a provvedere alla formazione della forza lavoro; per quanto onerosi risultassero dal punto di vista fiscale i servizi sociali forniti dal welfare, il contributo delle attività produttive alla copertura della spesa pubblica per l’attività formativa veniva considerato conveniente; ma, dopo l’avvento della globalizzazione”, il progresso scientifico e il miglioramento delle tecnologie produttive, la convenienza delle imprese a disporre di forza lavora professionalmente formata dallo Stato è venuta meno.
In tal modo, l’interesse che stava alla base del sistema di welfare ha minato le sue stesse fondamenta; non considerando conveniente sovvenzionare la riproduzione della forza lavoro, le imprese, attraverso l’automazione dei processi produttivi, hanno teso ad approfondirsi capitalisticamente, a spese dei livelli occupazionali. Cosi, i governi, costantemente impegnati a evitare il contrasto tra capitale e lavoro, hanno dovuto affrontare l’aumento dei livelli dell’assistenza pubblica, divenuta sempre più insopportabile per lo stabile funzionamento del sistema produttivo.
Verso la fine del XX secolo, sostiene Bauman, l’etica del lavoro è tornata a svolgere l’originaria funzione, sia riguardo alla diagnosi dei “mali” dai quali le economie moderne erano afflitte, sia riguardo alle terapie necessarie per “curarli”, giustificando (ancor più rispetto al passato) il finanziamento di programmi per l’inserimento nella vita lavorativa dei poveri e di chi aveva perso il posto di lavoro, nonostante la dimostrazione storica dell’inutilità di tali programmi. Il motivo della persistenza nel finanziare questi programmi, continua Bauman, non era più rinvenibile “nei loro salutari effetti” sui livelli occupazionali, ma nell’evidente utilità che poteva essere tratta sul piano della sicurezza sociale da coloro che non erano poveri o privi delle risorse necessarie per la sopravvivenza.
Il termine disoccupazione, usato in passato per designare chi era senza lavoro, racchiudeva in sé il presupposto che la forza lavoro dovesse essere sempre occupata, ma dalla fine del secolo scorso nessuna fase successiva ad ogni ristrutturazione delle attività produttive ha portato i livelli occupativi ai livelli precedenti. In questo modo, il termine disoccupazione è stato sostituito da quello di “esubero”, che ha escluso a priori, chi era nella condizione di esubero da ogni possibilità d’essere inserito nel mondo del lavoro.
Con l’economia moderna, crescita economica e aumento dell’occupazione sono diventati antitetici, per via del fatto che il progresso tecnico, sul quale si basa l’aumento della produttività e della crescita, è stato reso possibile dalla riduzione o eliminazione di quote crescenti di posti di lavoro; perciò, la riproposizione dell’etica del lavoro, osserva Bauman, serve ora a “giustificare l’eterna presenza dei poveri e dei disoccupati strutturali e a consentire alla società di vivere più o meno in pace con se stessa”, senza porsi il problema della continua crescita del numero dei poveri. In altre parole, oggi l’etica del lavoro serve a screditare la dipendenza dell’uomo da altri, per cui la “tendenza ad elevarla a sistema, rimproverata al welfare State” è divenuta ora “uno dei principali argomenti a favore del suo smantellamento”. Denigrando la dipendenza dei poveri, qualificandola come “vizio”, l’etica del lavoro, nella sua versione attuale, serve solo a sgravare “i ricchi dal peso dei loro scrupoli morali”.
A parere di Bauman, un possibile modo di uscire dalle modalità di funzionamento di un’organizzazione sociale che considera “normale” la presenza costante nella società di poveri e di “senza lavoro” consiste nell’istituzionalizzazione di un sistema di supporto della vita dell’uomo (quando afflitta dalla povertà e dalla disoccupazione), basato non più su un salario, come vorrebbe l’etica del lavoro del passato, bensì sull’erogazione di un “reddito sociale”, che Bauman chiama “reddito minimo garantito sufficiente ad assicurare il rispetto della dignità umana”, considerato dissociato dall’obbligo di una qualche prestazione produttiva.
Bauman non va oltre ma se si considera che la logica di funzionamento delle moderne economie capitalistiche lascia intravedere una crescita continua dei poveri e dei senza lavoro, il reddito minimo garantito baumaniano, dissociato dal mercato e dalla volontà (divenuta impossibile) di inserirsi o reinserirsi nel mercato del lavoro da parte di chi lo riceve, non può che assumere il significato di reddito di cittadiananza universale e incondizionato. Si può pensare di poter finanziare questa “nuova forma” di sistema di sicurezza sociale attraverso la leva fiscale o attraverso il cambiamento delle regole che oggi sottostanno alla logica distributiva del prodotto sociale. Se il sistema di sicurezza sociale fosse ristrutturato secondo tali linee riformatrici, i principi di libertà, di uguaglianza e di fraternità, propri della Stato sociale di diritto, potrebbero essere espressi dalla sostituzione dell’etica del lavoro (divenuta obsoleta e superata) con l’etica dell’operosità.
Ciò, tra l’altro, consentirebbe, come auspica Bauman, di rimuovere il convincimento collettivo che la corresponsione di un reddito dissociato dalla logica economica tradizionale significhi solo incentivare l’ozio; inoltre, grazie anche all’etica dell’operosità, quando fosse opportunamente “promossa” sul piano politico e culturale, si consentirebbe all’uomo di acquisire, attraverso la costituzione e la conduzione di attività autodirette (rese possibili anche dall’introduzione del reddito sociale universale e incondizionato) la dignità negatagli invece dall’etica del lavoro, che ha sorretto il funzionamento del sistema del welfare State delle moderne società capitalistiche.
A chi insistesse ancora nel considerare impossibile la riforma del sistema di sicurezza sociale secondo le linee indicate, si può rispondere, con Bauman, che invece è possibile; allo stesso modo in cui si è potuto realizzare la riforma, ugualmente ritenuta impossibile, attuata all’inizio della seconda metà del secolo scorso, che ha consentito l’accordo tra capitale e lavoro, permettendo di realizzare un miglioramento delle condizioni di vita delle società capitalistiche mai sperimentato nel passato.

* Anche su Avanti! online.
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Reddito di Cittadinanza: si parta dal ReI (Reddito di Inclusione sociale)

mese-diritti-2018
lampadadialadmicromicroNell’ambito del Mese dei diritti umani (10 novembre – 10 dicembre 2018) venerdì 30 novembre p.v. si terrà un Incontro-dibattito sul tema delle misure di contrasto alla povertà, che nel dibattito politico odierno e nell’iniziativa governativa (soprattutto per impulso del M5S) vede proporsi lo strumento del “Reddito di Cittadinanza”. L’iniziativa – che si pone in continuità a quella organizzata da CoStat-Anpi-Amici sardi della cittadella di Assisi-Assotzius Consumadoris Sardigna il 19 ottobre, con nuove ulteriori adesioni – mira a appoggiare il Reddito di Cittadinanza, in continuità con l’attuale strumento del ReI (Reddito di Inclusione sociale). Si sostiene cioè che non si può buttare a mare un’esperienza recente e tutto sommato positiva, quella del ReI, ritenendo necessario migliorarla in qualità e nell’aumento della platea dei beneficiari, fino a coprire almeno la totalità dei cittadini che versano in condizioni di povertà assoluta (oltre 5 milioni di persone). E’ per questa ragione che abbiamo appoggiato il documento dell’Alleanza contro la povertà in Italia, che esprime con chiarezza tale impostazione. Al riguardo riportiamo di seguito un intervento del prof. Cristiano Gori, ideatore e responsabile scientifico dell’Alleanza contro la povertà in Italia, che sintetizza i “principali punti di attenzione per l’attuazione del Reddito di Cittadinanza, a partire dalla capitalizzazione dei saperi e delle esperienze pregresse” del ReI.
logo_alleanza_sitoReddito di Cittadinanza: le principali questioni poste dall’Alleanza contro la povertà
welforum-it
di Cristiano Gori | 30 ottobre 2018
Una novità per l’Italia
L’assistenza – che serve ad assicurare uno standard di vita minimo ai poveri ed a sostenerli in percorsi di inclusione sociale e/o lavorativa – è storicamente la cenerentola del nostro welfare, la cui spesa complessiva si colloca intorno alla media europea. L’anomalia risiede invece nella distribuzione, poiché si attribuiscono risorse a molteplici gruppi sociali trascurando sistematicamente i poveri. Non a caso siamo stati, insieme alla Grecia, l’ultimo Paese europeo a adottare – nel dicembre 2017 – un intervento nazionale di contrasto alla povertà, il Reddito d’Inclusione (Rei), peraltro ancora parziale e insufficiente.
Le tante facce della lotta alla povertà
La priorità positivamente assegnata ai poveri richiede politiche opportunamente disegnate, indirizzate a chi – in Italia 5 milioni di persone – è in povertà assoluta, cioè senza le risorse necessarie a garantirsi la sussistenza. Il loro principale obiettivo consiste nel fronteggiare la povertà nelle sue molteplici dimensioni (economiche, relazionali, familiari, lavorative, psicologiche, abitative ed altre). Benché oggi si insista molto in proposito, incrementare direttamente l’occupazione degli utenti rappresenta uno dei fini e non certo l’unico. Sovente si rafforzano progressivamente le competenze dei beneficiari a bassa occupabilità, ma solo in alcuni casi si può (re)introdurli nel lavoro. A livello internazionale, si registra un esito positivo quando 1/3 degli utenti trova un impiego, 1/3 risolve problemi di varia natura e costruisce nuove condizioni per migliorare la propria vita, 1/3 riesce almeno a vivere decentemente. La realtà dei poveri e del mercato del lavoro italiano suggerisce che un simile risultato sarebbe ottimo per il nostro Paese. L’impressione è che la definizione degli obiettivi, e il ruolo dell’inserimento occupazionale tra questi, rappresenti lo snodo principale su cui si giocherà il destino del RdC.
La riforma della riforma
Il Rei è stato introdotto meno di un anno fa avviando una riforma ampia e composita, la cui attuazione sta richiedendo notevoli sforzi a tutti i soggetti del welfare locale coinvolti. Modificarne strutturalmente l’impianto significherebbe costringerli – con gran dispendio di tempo ed energie – ad un’ulteriore mole di cambiamenti e adattamenti, che li distoglierebbe proprio dall’obiettivo di offrire risposte adeguate ai poveri. Si ripeterebbe così l’errore commesso tante volte in passato, quando i nuovi Governi hanno stravolto riforme varate dai predecessori al fine di marcare la propria diversità. Questa diffusa mancanza di stabilità nei percorsi d’innovazione è stata una causa decisiva dei numerosi fallimenti incontrati nei tentativi di modernizzare le politiche pubbliche italiane.
Una giusta risposta ad ogni povero
Come procedere, dunque, nella costruzione del RdC? L’Alleanza contro la Povertà propone di partire dal Rei senza stravolgerne l’impianto complessivo, migliorandolo e estendendolo per arrivare a fornire le risposte necessarie a chiunque si trovi in povertà assoluta. In tal modo non si disperderebbero gli sforzi compiuti sinora e si raggiungerebbe un risultato – una misura capace di dare una giusta risposta ad ogni povero – insperabile con i precedenti Governi.
Molteplici sono le azioni da compiere. Innanzitutto, assicurare il diritto alla misura a tutti i 5 milioni di poveri, rispetto ai 2,5 attuali. Poi elevare i contributi economici affinché permettano di colmare la distanza tra la soglia di povertà e il reddito disponibile delle famiglie; ciò richiederebbe un importo medio mensile di 396 Euro.Vari anche gli interventi necessari per i Comuni, cominciando dalla diffusione di progetti che consentano agli utenti temporaneamente non occupabili di impegnarsi in attività utili alla collettività, ad esempio in ambito ambientale, culturale e sociale.
Il ruolo dei Centri per l’Impiego
I Centri per l’Impiego (CpI) sono oggi responsabili dell’inserimento lavorativo per gli utenti del Rei.
Tuttavia, gli investimenti statali dedicati a questa misura li hanno sinora trascurati, concentrandosi sul potenziamento dei servizi sociali comunali. L’annunciato rafforzamento dei CpI è, dunque, assai positivo. Il punto è seguire anche qui una logica che parta dall’impianto esistente, ne individui le lacune ed agisca per superarle.
Diverso sarebbe se i CpI sostituissero i Comuni nel coordinamento complessivo della misura, ribaltandone l’impostazione; secondo alcune ipotesi, i Centri diventerebbero gli unici interlocutori degli utenti marginalizzando i servizi sociali comunali. Solo questi, tuttavia, detengono le competenze necessarie a affrontare la multidimensionalità della povertà. Inoltre, almeno nell’immediato, si presenterebbe il rischio del caos organizzativo dato che il rafforzamento dei CpI, strutturalmente deboli, richiederà tempo. Nondimeno, si ridurrebbe paradossalmente la possibilità di elaborare efficaci percorsi d’inclusione lavorativa poiché l’attività di coordinamento assorbirebbe ai CpI molte forze, distogliendoli inevitabilmente da questo obiettivo.
Il nodo dei finanziamenti
Benchè un incremento degli stanziamenti sia necessario sin dal prossimo anno, è sconsigliabile portarlo subito – anche se fossero disponibili – ai circa 5,8 miliardi annui aggiuntivi necessari per rispondere adeguatamente a tutti i poveri. Il RdC, qualunque sarà la sua forma definitiva, si basa su un mix di contributi economici e progetti personalizzati costruiti dai servizi territoriali, innanzitutto Comuni e CpI; entrambi però non sarebbero in grado, in così breve tempo, di elaborare progetti per tutta la popolazione target. Pertanto, rivolgersi già nel 2019 ad ogni povero produrrebbe confusione e/o svilimento del RdC a puro contributo economico, danneggiandone oltretutto la credibilità. L’imminente Legge di bilancio dovrebbe prevedere che – al massimo entro un triennio – il Rdc sia dotato stabilmente di tutte le risorse necessarie, mentre l’utenza andrebbe progressivamente ampliata a partire del 2019.
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Cristiano Gori, ideatore e responsabile scientifico dell’Alleanza contro la povertà in Italia, sintetizza i principali punti di attenzione per l’attuazione del Reddito di Cittadinanza, a partire dalla capitalizzazione dei saperi e delle esperienze pregresse.
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Oggi venerdì 2 novembre 2018

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———-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti——————————————-
Omicidi e droga in Sardegna
di Ottavio Olita su il manifesto sardo.
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giuseppe_mazziniMazzini: un preveggente inascoltato
2 Novembre 2018

Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi
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COMMENTI. Redistribuire la ricchezza senza disturbare il manovratore
Manovra. Un vero programma di cambiamento, come si dice oggi, imporrebbe la predisposizione di strumenti non solo per la redistribuzione della ricchezza prodotta e accumulata, ma anche per la redistribuzione del lavoro, del tempo di lavoro, delle modifiche profonde alla vita lavorativa
Francesco Indovina su il manifesto- Articolo ripreso da Aladinews. (…) I punti di forza, nell’ambito che qui interessa, sono la quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Due provvedimenti allo stato dei fatti necessari, e mi azzardo a dire di un riformismo di sinistra, ma per come realizzati, di destra. Perché non mettono in moto un redistribuzione della ricchezza, ma fanno aumentare il debito pubblico, non gravano sui detentori della ricchezza accumulata, ma graveranno sulle generazioni future. Che poi i meccanismi e le regole della Ue faranno in modo che questo debito aumenti anche perché i “mercati” (composti nel caso specifico anche da quelli sui quali non si è voluto intervenire) non si fidano della solidità del paese, dipende anche dall’incapacità di questo governo.(…).
EDIZIONE DEL 02.11.2018 [segue]

Reddito di Cittadinanza, di Inclusione Sociale e dintorni. Materiale per il percorso laboratoriale.

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Reddito di Cittadinanza, di Inclusione Sociale e dintorni. Materiale per il percorso laboratoriale.
Costituzione RICostituzione della Repubblica Italiana
Articolo 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Articolo 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Articolo 36
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

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Presentato oggi il Rapporto Caritas Italiana 20188

DOCUMENTAZIONE primo_piano_rapporto_poverta17 ottobre 2018 | Giornata mondiale di lotta contro la povertà POVERTÀ IN ATTESA
Rapporto Caritas Italiana 2018 su povertà e politiche di contrasto

Il volume “Povertà in Attesa” di Caritas Italiana si compone di due parti, il diciassettesimo Rapporto sulla povertà e il quinto Rapporto sulle politiche di contrasto. INFOGRAFICA. [segue]

Per prepararci al Laboratorio su Lavoro & Reddito di Cittadinanza

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william_gropper_-_construction_of_a_dam_1939
rooselvetfdr_1944_color_portrait-tif- Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt: https://it.wikipedia.org/wiki/New_Deal – Il riferimento al New Deal fatto dal ministro Paolo Savona nella seduta della Camera dei deputati sul DEF dell’11 ottobre scordo (Youtube del 12 ottobre 2018).
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giuseppe_di_vittorio- Il piano del lavoro della Cgil di Giuseppe Di Vittorio: http://www.casadivittorio.it/cdv/wp-content/uploads/2012/10/34p14-15.pdf
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Il CoStat e l’Anpi promuovono un Incontro laboratoriale su Reddito di Cittadinanza e dintorni

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- La pagina fb dell’iniziativa.

Punta de billete. Troppa confusione sul “reddito di cittadinanza”! Impegno del CoStat perché si chiarisca e si operi concretamente, tempestivamente.

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniimg_4725flat-tax-2Incontro a carattere laboratoriale
REDDITO di CITTADINANZA
Dall’assistenzialismo all’inclusione sociale

Cosa si può e si deve fare, senza buttare a mare quanto di positivo già si fa.
Le proposte governative e il dibattito in corso.
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Organizza il CoStat insieme ad altre associazioni di intervento politico, sociale, culturale e religioso.

Venerdì 19 ottobre 2018, con inizio alle ore 17
Studium franciscanum Via principe Amedeo, 22 Cagliari.
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- In argomento, su Aladinews: http://www.aladinpensiero.it/?p=88527

Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Gianfranco Sabattini.

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lampadadialadmicromicro Con il contributo di Gianfranco Sabattini proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì 5 del corrente mese, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
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Reddito di cittadinanza o riduzione del tempo di lavoro?

di Gianfranco Sabattini*

Nel recente “Incontro dibattito” sui problemi del lavoro svoltosi a Cagliari il 5 ottobre scorso, il Professor Domenico De Masi, autorevole docente di Sociologia del Lavoro, ha tenuto una dotta relazione sull’evoluzione che ha subito nel tempo il concetto e la funzione del lavoro, giungendo sino ai nostri giorni. Con riferimento al nostro tempo, De Masi ha posto in risalto come oggi la “questione del lavoro” si ponga in termini radicalmente diversi rispetto al passato, in quanto mai, prima di oggi, si era presentato il fenomeno della crescita e dello sviluppo senza lavoro.
Il fenomeno, com’è noto, e De Masi lo ha evidenziato a chiare lettere, è originato dal fatto che il mondo contemporaneo è caratterizzato, a causa del progresso scientifico e delle continue innovazioni tecnologiche, da una crescita continua della produzione materiale e immateriale, cui corrisponde una “distruzione” di posti di lavoro, con il conseguente dilagare di una disoccupazione strutturale irreversibile.
Data questa tendenza, secondo De Masi, sul piano della politica del lavoro, occorrerà contrastare la distruzione” dei posti di lavoro, innanzitutto attraverso la riduzione dell’orario di lavoro che dovrà verificarsi parallelamente all’aumentare della produttività; in secondo luogo, ai lavoratori che perderanno il lavoro dovrà essere corrisposto un sussidio di sopravvivenza, che potrà assumere la natura di un “reddito di cittadinanza”, limitato ai soli disoccupati e condizionato per il tempo necessario ad essere reinseriti nel lavoro (se lo troveranno), previo un corso di riqualificazione professionale (in pratica, un reddito di cittadinanza ridotto a semplice “reddito di inclusione di stampo welfarista.
Ciò che della relazione di De Masi stupisce maggiormente è il fatto che la situazione attuale del mercato del lavoro sia presentata quale esito naturale immodificabile del modo di funzionare capitalistico delle moderne economie industriali. La sua proposta circa il modo di governare le problematiche attuali di tale mercato attraverso la riduzione del tempo di lavoro, prescindendo dalla prefigurazione di un possibile progetto di futuro volto a conformare la distribuzione del prodotto sociale a un processo produttivo in continua espansione associata ad una crescente disoccupazione strutturale, ricade totalmente e contraddittoriamente all’interno della logica capitalistica, che rende il contrasto alla crescente disoccupazione pressoché inefficace.
Più efficace, in quanto reale alternativa alle forme tradizionali di governo del mercato del lavoro, è la proposta fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato (irriducibile a qualsivoglia forma di reddito di inclusione o di sussidio alla disoccupazione). Il reddito di cittadinanza correttamente inteso, tra i sociologi del lavoro e molti economisti, non gode (almeno nel nostro Paese) di buona fama; non perché non sia uno strumento che, prima o poi, certo non fra molto tempo, sarà gioco forza accettare come rimedio alle procedure tradizionali obsolete con cui, all’interno delle società industriali contemporanee, si procede alla distribuzione dl prodotto sociale.
Attualmente, il reddito di cittadinanza, così com’è stato introdotto in Italia, privo del ruolo e delle finalità per cui è stato pensato e formalizzato, non è altro che una “misura” di politica economica inquadrabile all’interno del modello di welfare State, nella forma oggi vigente, ridotta a strumento erogante prevalentemente servizi caritatevoli di beneficenza, con l’unico scopo di contenere e “gestire” il crescente fenomeno della povertà.
Su tutti gli aspetti del reddito di cittadinanza correttamente inteso e della sua possibile e necessaria istituzionalizzazione in funzione della lotta contro il fenomeno alla disoccupazione strutturale irreversibile e di quello della povertà (propri dei sistemi sociali economicamente avanzati), ci si può informare consultando la ricca letteratura esistente. E’ importante, invece, svolgere qualche considerazione (a margine della relazione di De Masi) sulla possibilità di contrastare la disoccupazione strutturale attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, che è stato poi il tema sul quale si è svolto il convegno sul problema del lavoro nell’ottobre dello scorso anno e anche quello dell’incontro dibattito del 5 ottobre di quest’anno.
Il titolo (lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) del convegno dello scorso anno (riproposto anche nella locandina dell’incontro dibattito di quest’anno) è sicuramente coinvolgente e accattivante, ma le difficoltà delle moderne economie industriali avanzate di creare nuovi posti di lavoro, di sconfiggere la disoccupazione e la povertà sono per loro natura troppo prosaiche, per lasciare spazio all’emotività che può essere tratta dal riferimento a slogan estetizzanti.
Da una robusta schiera di studiosi, che hanno poi ispirato lo slogan, tutti di orientamento di sinistra, quali, in particolare, Guy Aznar, Claus Offe e André Gorz, la lotta alla disoccupazione è stata ritenuta possibile solo attraverso una “riduzione dell’orario di lavoro”. Secondo questi autori, un reddito sociale, quale sarebbe il reddito di cittadinanza universale e incondizionato, svincolato dall’”unità indissolubile” che, secondo loro, deve sempre esistere tra diritto al lavoro e diritto al reddito, rientrerebbe nel novero dei palliativi di qualsiasi politica pubblica che fosse intenzionalmente diretta a proteggere i lavoratori (e i poveri) dalla decomposizione della “società del lavoro”, senza però promuovere una dinamica sociale in grado di aprire loro prospettive di emancipazione.
La contrazione continua dell’occupazione e il continuo aumento della povertà imporrebbero, perciò, la necessità di distinguere le “misure”, per loro natura temporanee, di qualsiasi politica pubblica finalizzate a lenire il disagio della disoccupazione e della povertà, dalla politica di riduzione continua dell’orario di lavoro, fondata sul tempo liberato dalla produttività crescente e sulla continua crescita del prodotto sociale.
Qual è il senso della proposta di Gorz, Offe e Aznar? Se tutti lavorassero sempre meno per effetto dell’aumentata produttività – essi affermano – significherebbe che tutti, oltre a lavorare, vedrebbero aumentare la quantità di tempo libero a disposizione che, opportunamente utilizzato, consentirebbe di porre fine all’esistente “società duale” (caratterizzata dalla compresenza di occupati, da un lato, e di disoccupati e poveri, dall’altro lato) e di creare una società caratterizzata dalla compresenza del lavoro determinato dalle esigenze funzionali del sistema economico e dal lavoro orientato allo svolgimento di attività autodeterminate, suggerite dalla condivisione di valori non riconducibili a quelli propri del mercato.
In questo modo, secondo Gorz, Offe e Azar, sarebbe possibile realizzare un’organizzazione del sistema sociale in cui tutti potrebbero lavorare sempre meno, sempre meglio (per via dell’aumento delle attività autodeterminate), pur continuando a conservare (e possibilmente a migliorare) il proprio tenore di vita. A differenza dei sistemi sociali che scegliessero di istituzionalizzare un reddito di cittadinanza universale e incondizionato per contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà, i sistemi sociali che scegliessero, invece, la riduzione dell’orario di lavoro verrebbero a dotarsi di automatismi di controllo e di gestione preventivi della disoccupazione e, indirettamente, della povertà.
Secondo gli autori che sostengono questa tesi, la realizzazione di un sistema sociale “rivitalizato” sulla base della riduzione dell’orario di lavoro, non porrebbe problemi particolari sul piano macroeconomico; la difficoltà, secondo loro, consisterebbe nel trasportare sul piano microeconomico ciò che, dal punto di vista dell’economia nel suo insieme, non presenta contraddizioni. Se la riduzione della durata del tempo di lavoro è concepita non come “misura” di una politica pubblica a sostegno della disoccupazione, ma come una “politica di rivitalizzazione” del sistema sociale, essi affermano, la lotta contro la mancata disponibilità di un reddito non sarebbe tanto condotta attraverso una riduzione meccanica del tempo di lavoro, ma attraverso l’inserimento nel governo della dinamica del mercato del lavoro, di un processo che richiede, si, sempre meno lavoro, ma che crea ricchezza sempre in condizioni di equilibrio del sistema economico.
Dal punto di vista microeconomica, secondo Gorz, Offe e Aznar, le economie di tempo di lavoro si tradurrebbero, per le imprese che le realizzano, in economie sui salari; e sebbene si possa pensare che, dal punto di vista macroeconomico, un’economia che, utilizzando sempre meno lavoro e distribuendo sempre meno salari, debba cadere inesorabilmente nel baratro della disoccupazione e della pauperizzazione, per evitare che ciò accada, essi concludono, occorre che il potere d’acquisto del settore delle famiglie cessi di dipendere dalla quantità di lavoro che il sistema economico utilizza sulla base degli indici espressi dagli automatismi di mercato; occorre, invece, pur in presenza di un minor numero di ore lavorative prestate, che il settore delle famiglie continui a percepire, attraverso la riduzione del tempo di lavoro e l’aumento delle attività autodeterminate (rese possibili dall’aumento della produttività) un reddito complessivo (in parte, erogato dalle imprese e, in parte, erogato sotto forma di sussidio pubblico ai disoccupati e ai poveri) sufficiente a finanziare una domanda aggregata in grado di uguagliare il consumo dell’intero volume di beni e servizi prodotti.
La proposta di Gorz, Offe e Azar non può sottrarsi, però, alle considerazioni critiche che possono essere formulate riguardo a tutte le proposte fondate sull’ipotesi che il contrasto alla disoccupazione e alla povertà risulti sempre vincolato all’erogazione di un reddito condizionato all’esercizio di specifiche attività lavorative eterodirette, determinate dalle esigenze funzionali del mercato; in altri termini, la proposta di Gorz, Offe e Aznar (per lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) non rimuove la necessità di sottrarre l’organizzazione complessiva del sistema produttivo alla logica propria di ogni modello organizzativo del sistema economico fondato sulla centralità della produzione.
Prescindendo dall’osservazione che lo slogan “lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti” manca di essere sorretto dalla dimostrazione che la contrazione del tempo di lavoro per effetto dell’aumentata produttività sia sempre sufficiente a garantire un efficace contrasto alla disoccupazione, ciò che lo slogan stesso sottende (e non potrebbe essere diversamente) è che, dopo una riduzione del tempo di lavoro, quest’ultimo continui a contrarsi; in conseguenza di ciò, tutti indistintamente godrebbero di una provvigione di tempo libero destinato a crescere, le cui forme d’impiego dovrebbero essere autodeterminate.
Ma come è possibile pensare che la crescita continua del tempo libero a disposizione possa essere “goduto” in termini autodeterminati, se la parte del prodotto sociale necessario per finanziare le attività autodeterminate deriva dalla necessità che essa risulti condizionata dalla logica di mercato che deve sottendere la razionalità economica all’interno delle imprese che devono accettare la contrazione del tempo di lavoro e contribuire attraverso la fiscalità a finanziare i sussidi da corrispondere a chi non riuscisse a reinserirsi nel mercato del lavoro e ai poveri, senza vedere compromessi i loro obiettivi di produzione e la loro permanenza sul mercato?
E’ evidente che la riduzione del tempo di lavoro, volta a rimuovere la disoccupazione e la povertà, non riuscendo a sottrarsi alle implicazioni di una rigida conservazione dell’”etica del lavoro”, vada incontro ai limiti di ogni politica finalizzata a finanziare una spesa per il funzionamento di un welfare State come quello oggi esistente, non più in grado di contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà.
In conclusione, occorrerà riflettere in termini molto più approfonditi sulle funzioni che il reddito di cittadinanza correttamente inteso sarà chiamato a svolgere nel mondo globale di oggi, caratterizzato dal suo lento, ma continuo, passaggio dall’”età della scarsità” all’”età dell’abbondanza”. Il governo dei problemi connessi all’allargamento continuo dell’abbondanza, della quale godono, sia pure potenzialmente i moderni sistemi economici industriali avanzati, imporrà necessariamente che i nuovi meccanismi di distribuzione del prodotto sociale siano sempre più affrancati dalla logica tradizionale della produzione, pena la mancata possibilità di risolvere i mali del mondo attuale: disoccupazione e povertà.

*Anche su Democraziaoggi.
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Suvvia! Il reddito di cittadinanza bollato come la rovina dell’Italia!

005516c4-01cc-4073-80cf-0aca121f2b67lampadadialadmicromicroUn intervento del direttore di Aladinews*.
Suvvia! Il reddito di cittadinanza bollato come la rovina dell’Italia!
Intervengo limitatamente alla questione del “Reddito di cittadinanza”, associandomi allo stupore (si fa per dire) e alla stigmatizzazione di Andrea Pubusa (su Democraziaoggi dell’11 c.m.) per la reazione a questa misura da parte di “istituzioni europee e internazionali, grandi gruppi editoriali e destra”, uniti in una “canea reazionaria per 780 euro agli indigenti”. Purtroppo a questi si aggiungono anche intellettuali progressisti di area cattolica, cito per tutti il prof. Leonardo Becchetti (http://www.aladinpensiero.it/?p=87954), che arriva addirittura a dare ragione a Renato Brunetta (intervistato dal quotidiano cattolico Avvenire del 28 settembre 2018.), che della manovra governativa boccia, guarda caso, soprattutto e in modo puntiglioso il “reddito di cittadinanza”, additato come sicuro responsabile della imminente rovina dell’Italia. In questo dimostrando ignoranza e malafede. [segue]

DOCUMENTAZIONE su Reddito di cittadinanza, reddito di inclusione sociale e dintorni

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniReddito di cittadinanza, reddito di inclusione sociale e dintorni. Per capirci di più, dentro e oltre la polemica politica .
lampadadialadmicromicroIl nostro amico Marcello Sovjet Cadeddu, esperto di politiche del lavoro, ci segnala alcuni riferimenti digitali dove attingere informazioni in argomento. Lo ringraziamo, chiedendogli di tenerci ulteriormente aggiornati e ovviamente di partecipare al dibattito dentro e oltre la polemica politica su tali questioni.
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Qui il programma regionale per l’attuazione del ReI
http://delibere.regione.sardegna.it/protected/42517/0/def/ref/DBR42398/
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Qui le linee guida per il ReIS
http://delibere.regione.sardegna.it/protected/38204/0/def/ref/DBR38205/
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E questo è un sito specializzato sul tema, da cui possono scaricarsi materiali interessanti e capire un pochino il dibattito su questo strumento, oltre la polemica politica…
http://www.bin-italia.org
bin_italia_logo_20158 BIN-ITALIA.ORG
BIN Italia – Basic Income Network Italia
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Reddito di cittadinanza? Per finanziarlo si può attingere dal Fondo Sociale Europeo (FSE). Ma non basta.

italia_goal_1Reddito di cittadinanza? Per finanziarlo si può attingere dal Fondo Sociale Europeo (FSE). Ma non basta.
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