News

Che succede?

c3dem_banner_04L’AUTONOMIA CHE SCUOTE IL PD e NON SOLO
14 Febbraio 2019 by Forcesi | su C3dem.
Ancora sulle intese sull’autonomia differenziata tra le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e lo Stato, in discussione al Consiglio dei ministri[Da Roars. Le bozze segrete del regionalismo differenziato]: Dino Martirano, “Il giorno dell’autonomia” (Corriere). Marco Cremonesi, “Quota di tasse alle regioni. Il gettito extra resta sul posto” (Corriere). Giovanni Toti, “E’ la strada giusta” (intervista al Corriere). Michele Emiliano, “Al Nord andranno molte più risorse” (intervista al Corriere). Corrado Zunino, “I prof. pagati 200 euro in più (ma solo al Nord)” (Repubblica). Daniele Bonecchi, “L’autonomia che scuote il Pd. Un altro modello è possibile?” (il Foglio). Cesare Mirabelli, “A rischio il dettato della Costituzione” (Messaggero). Giovanni Guzzetta, “Con la riforma del 2001 Stato e Regioni sono alla pari” (intervista a Italia Oggi). Ernesto Galli Della Loggia, il-manifesto-del-14-02-2019-437x583“Il divario Nord-Sud, gli errori del regionalismo” (Corriere). Nuovo appello sul Manifesto, “In difesa dell’unità nazionale”. Piero Bevilacqua, “La resistibile ascesa della Lega al Sud” (Manifesto). Massimo Adinolfi, “Se il Nord se ne va senza discutere” (Mattino). Adolfo Pappalardo, “De Luca: per bloccarli siamo pronti a tutto” (Mattino). Marco Esposito, “Allo Stato i rischi, a noi i guadagni. Ecco i nove trucchi dei secessionisti” (Mattino). Tonio Tondo, “Regioni più responsabili, ma l’unità d’Italia resta sacra” (Gazzetta del mezzogiorno). Marco Palombi, “Oggi a Palazzo Chigi inizia la secessione dei ricchi” (Il Fatto). Innocenzo Cipolletta, “Autonomia delle regioni? Solo con tasse locali” (Sole 24 ore). Si veda anche uno studio della SVIMEZ dello scorso dicembre.
—————————————-
Dal Il fatto quotidiano (14 febbraio 2019).
Autonomia, al via iter in cdm: M5s frena. Fraccaro: “Coinvolgere le Camere”. Salvini: “A breve un vertice politico”.
In consiglio dei ministri parte la discussione. Ottimista la ministra leghista agli Affari regionali Erika Stefani: “Con un giorno d’anticipo chiusa la fase tecnica”. Il deputato M5s Gallo frena: “Fretta non ha alcun senso”. Un dossier dei gruppi parlamentari pentastellati sottolinea il rischio di “cittadini di serie A e di serie B”. Il ministro dell’Interno: “Non ci saranno”. E sul mancato coinvolgimento delle Camere aggiunge: “Stiamo valutando”.
————————————————————————-

Non sparate sul(l’) pian(econom)ista!

3fdc1b2d-7e91-4812-b724-b1f3f71d0e0c
I torti degli economisti

di Gianfranco Sabattini

Dopo la crisi del 2007/2008, gli economisti sono diventati il bersaglio prediletto delle critiche dell’opinione pubblica, perché nonostante il loro accreditamento sociale come privilegiati “consiglieri del principe”, non hanno saputo prevedere che il nemico era giunto sotto le “mura di casa”; anzi, secondo molti, le idee che negli ultimi decenni essi avevano contribuito ad affermare e a diffondere erano all’origine della Grande Depressione, per uscire dalla quale hanno spesso suggerito, e concorso a fare accettare dalle forze politiche, l’adozione di provvedimenti di politica economica che sono valsi a produrre effetti peggiori di quelli della crisi.
Dani Rodrik, autorevole economista, professore di Economia politica internazionale alla John F. Kennedy School of Government, presso l’Università di Harvard, negli Stati Uniti, ha scritto un libro in difesa della professione di economista, nel quale però, nello stesso tempo, ha anche formulato una severa critica contro il modo d’essere di coloro che la praticano. Il libro, “Ragioni e torti dell’economia”, costituisce infatti una celebrazione e una critica della professione di economista; Rodrik difende il “nucleo centrale” della disciplina, che individua nel ruolo svolto dai modelli economici nella “creazione di conoscenza”, ma critica “la maniera in cui spesso gli economisti praticano la loro tecnica e (ab)usano dei loro modelli”. Merita attenzione il modo in cui Rodrik ha maturato gli stimoli che lo hanno condotto a scrivere il libro.
L’esperienza di docente di Economia politica che Rodrik ha vissuto ad Harvard lo ha spinto a riflettere, egli afferma, “sui punti di forza e di debolezza delle teoria economica”, stimolato dal fatto che alcuni suoi colleghi sostenessero che l’economia come scienza “fosse diventata sterile e stantia [...], perché la teoria economica aveva abbandonato la grande teorizzazione sociale nello stile di Adam Smith e Karl Marx”. Questa valutazione dell’economia era l’opposta di quella maturata da Rodrik, secondo il quale la “forza delle teoria economica” risiedeva nella “teorizzazione su piccola scala, nel tipo di pensiero contestuale che chiarisce cause ed effetto e getta luce – anche se parzialmente – sulla realtà sociale”. Una scienza modesta, praticata con umiltà, era la sua tesi, “è probabilmente più utile della ricerca di teorie universali sul funzionamento dei sistemi capitalistici o su ciò che determina la ricchezza e la povertà nel mondo”.
Le convinzioni di Rodrik sono state messe a “dura prova”, allorché egli è stato ospite per due anni, a partire dal 2013, presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, dove la School of Social Science dello stesso Istituto era affollata da scienziati sociali i cui studi erano fondati su approcci umanistici e interpretativi che “in netto contrasto con il positivismo empirista della teoria economica”. Durante la frequentazione del nuovo ambiente, Rodrik afferma d’essere stato colpito dal “forte sottofondo di sospetto” che gli studiosi di antropologia, sociologia, storia, filosofia e scienze politiche, nutrivano nei confronti degli economisti. Per gli studiosi di queste discipline, gli economisti “o affermavano l’ovvio o si spingevano decisamente oltre il segno, applicando schemi semplici a fenomeni sociali complessi”.
Rodrik afferma d’avere talvolta avuto l’impressione che i pochi economisti che frequentavano l’Istituto di Princeton fossero trattati da “idioti sapienti”, bravi con la matematica o con la statistica, ma di poca utilità. Ciò che maggiormente lo ha colpito è stato che il tipo di atteggiamento degli studiosi di scienze sociali nei confronti degli economisti era simile a quello che egli aveva avuto modo di rinvenire, nelle Università nelle quali aveva insegnato, da parte degli economisti nei confronti di sociologi e di antropologi, considerati “poco rigorosi, indisciplinati, verbosi, non abbastanza empirici, o (alternativamente) poco preparati alle insidie dell’analisi empirica”. Tuttavia, una delle conseguenze del soggiorno a Princeton è stata, per Rodrik, quella di aver concorso a farlo “sentire meglio come economista”, perché gli ha consentito di appurare che molte delle critiche portate contro gli economisti “non colpivano il bersaglio”.
L’esperienza vissuta a Princeton è valsa infatti a convincere Rodrik che gli approcci ai problemi sociali operati dalle scienze dell’uomo potevano essere migliorati, se avessero adottato il tipo di argomentazione analitica e il ricorso all’evidenza empirica propri dell’economica; quindi, gli economisti devono biasimare solo se stessi per il giudizio negativo che scontano presso gli studiosi delle altre scienze sociali. Secondo Rodrik, il problema degli economisti “non è solo il loro senso di autogratificazione e il loro attaccamento spesso dottrinario a un modo peculiare di guardare il mondo”; è bensì il fatto che essi fanno un “pessimo lavoro”, allorché, presentando i risultati delle loro analisi e ricerche, inducono i non economisti a percepire che con tali risultati si vogliano “enunciare leggi economiche universali valide ovunque, indipendentemente dal contesto”.
Con la maggiore consapevolezza sul ruolo della professione di economista maturata durante il soggiorno a Princeton, Rodrik ha scritto il libro “Ragioni e torti dell’economia”, per formulare un doppio messaggio rivolto, da un lato, agli economisti, perché “raccontino meglio il tipo di scienza che praticano”, e dall’altro, ai non economisti, perché, pur criticando l’economia come scienza, si convincano che di essa “c’è molto da apprezzare (ed emulare)”.
Per Rodrik, la scienza economica non è che un insieme di modelli, consistenti in costrutti astratte su basi matematiche; i modelli coi quali gli economisti cercano di dare senso al mondo dei fenomeni economici, oltre ad essere ciò che fa della disciplina economica una scienza, sono però – sempre secondo Rodrik – sia il “punto di forza sia il tallone di Achille dell’economia”. La scienza economica, “piuttosto che in un singolo modello, consiste in una molteplicità di modelli; la disciplina – egli afferma – avanza espandendo la sua library di modelli e migliorando l’aderenza dei modelli al mondo reale”. La loro diversità e molteplicità “non è che il necessario contraltare della flessibilità del mondo sociale”, che dà luogo ad una pluralità di situazioni, la cui interpretazione e spiegazione richiedono la costruzione di modelli differenti, rendendo del tutto improbabile che gli economisti possano costruire “modelli universali di carattere generale”.
Molte diffidenze nei confronti dell’economia dipendono dal modo in cui chi la studia e la pratica fa in genere “un cattivo uso” del proprio lavoro; gli economisti, secondo Rodrik, devono superare questo limite sul piano della comunicazione, evitando la loro tendenza a “scambiare un modello con il modello” applicabile a tutte le situazioni e convincendosi che, quando queste cambiano, si deve scegliere tra i modelli disponibili quello che meglio si adatta all’interpretazione ed alla spiegazione dei fenomeni propri della situazione oggetto di studio. Nella misura in cui gli economisti non terranno nel debito conto la diversità delle situazioni sociali, saranno inevitabili le critiche, molte delle quali continueranno a riproporre un clichè ben noto: l’economia è semplicistica e riduttiva, perché ignora il ruolo della cultura, della storia ed è colma di giudizi di valore.
Queste critiche, a parere di Rodrik, derivano dall’incapacità di riconoscere che “l’economia è, in realtà, una collezione di diversi modelli”, che colgono, senza alcuna inclinazione ideologica, solo un aspetto della complessità dei fenomeni sociali, per cui essi non si prestano ad offrire un’unica interpretazione dei fenomeni considerati. Perciò, preso singolarmente, un modello non è “che una mappa parziale che illumina un frammento di territorio”, mentre, nel loro insieme, i “modelli degli economisti sono la nostra migliore guida cognitiva alla distesa senza fine di colline e di valli che costituiscono l’esperienza sociale”.
I modelli economici, infatti, sono delle semplificazioni, volte ad accertare l’esistenza di relazioni specifiche tra i fenomeni che connotano una data realtà sociale; essi, sulla base delle semplificazioni introdotte, consentono di cogliere il modo in cui si svolgono quelle relazioni, isolandole da altri aspetti della stessa realtà sociale che possono fare velo sulla comprensione di quelle relazioni. Gli economisti, perciò, col loro lavoro creano un “mondo artificiale che rivela un certo tipo di connessioni tra le parti del tutto: connessioni che potrebbero essere difficili da discernere se si osservasse il mondo reale in tutta la sua complessità”. Una delle ragioni della diffidenza nutrita dai non economisti nei confronti dei modelli economici è il fatto che essi, per chiarezza e coerenza, siano espressi nel linguaggio della matematica; una diffidenza in realtà giustificata, se si dimentica che la matematica ha un valore solo strumentale nella costruzione dei modelli.
Gli economisti spesso perdono di vista il fatto che i modelli, in linea di principio, non richiedono l’uso della matematica; non è quest’ultima “a rendere i modelli utili e scientifici”, come dimostra il fatto che grandi economisti, quali Karl Marx, Joseph Schumpeter e John Maynard Keynes, abbiano costruito i loro modelli in forma verbale. Cionondimeno, sottolinea Rodrik, non si può trascurare che lo strumento matematico, oltre a consentire una maggior precisione nella formulazione delle ipotesi e delle assunzioni poste alla base dei singoli modelli, assicura anche la loro coerenza interna, ovvero che le conclusioni sulla realtà oggetto di studio possano essere tratte, in termini di deduzione stretta, dalle premesse.
In conclusione, a parere di Rodrik, i modelli “sono ciò che fa dell’economia una scienza”, precisando che per sottolineare la natura scientifica dell’economia sia meglio usare il termine “modello” piuttosto che quello di ”teoria”; termine, quest’ultimo, che avrebbe in sé un “suono ambizioso”. Per comprendere la convenienza di questa distinzione, occorre porsi tre ordini di domande: quelle del tipo “che cosa?”, per spiegare, ad esempio, quale sia l’effetto dell’afflusso esterno dei capitali sul tasso di crescita di un Paese; quelle del tipo “perché?”, per spiegare il manifestarsi di un insieme di fatti e lo svolgersi di un insieme di processi, quali sono stati, ad esempio, quelli che si sono verificati con l’inizio della Rivoluzione industriale e l’affermarsi del modo capitalistico di produrre; infine, quelle che sollecitano risposte riguardanti le “grandi questioni dell’economia e delle scienze sociali”. Le risposte a queste grandi questioni costituiscono il dominio della grandi teorie.
La scienza economica contemporanea è spesso criticata perché non offre teorie sulle grandi questioni, del tipo di quelle offerte, ai loro tempi, da Adam Smith o da Karl Marx, o perché, ad esempio, non formula un’univoca teoria della distribuzione del prodotto sociale. Su quest’ultima grande questione esiste una pluralità di teorie, ma nel complesso esse danno “meno di quanto promettono”. Perché? Rodrik considera le teorie economiche generali come “un’impalcatura per contingenze empiriche. Sono un modo per organizzare i nostri pensieri, piuttosto che congegni esplicativi dotati di esistenza propria. In sé, esse hanno scarsa presa reale sul mondo. Prima di diventare utili, devono essere combinate con una valida analisi contestuale”, possibile solo attraverso la costruzione di specifici modelli.
Tuttavia, a giudicare dalla frequenza con cui in economia ricorre il termine teoria, sembrerebbe che la scienza economica sia costituita solo da un insieme di teorie (teoria dei giochi, teoria dei contratti, teoria della crescita, ecc.); in realtà, a parere di Rodrik, si tratta sempre di “particolari collezioni di modelli”, da applicare con la dovuta attenzione al contesto sociale al quale vengono riferiti. Essi (i modelli) vanno considerati come la “cassetta degli arnesi” della quale si dispone per interpretare le specifiche situazioni sociali, e non come la spiegazione dei fenomeni di tutte le possibili situazioni sociali studiate.
Perciò, la propensione a formulare teorie universali, in luogo di modelli contestualizzati, deve essere considerata inutile e sbagliata, ai fini della comprensione della contingenza e delle possibilità offerte dal mondo reale. Lo studio di quanto accade nel mondo dell’economia richiede approcci più modesti di quelli riconducibili alla formulazione di grandi teorie; quando l’”ambizione, eclissa questo intento”, non solo può essere che la realtà sociale sia fraintesa, ma può anche accadere che i provvedimenti presi sulla base di teorizzazioni generali producano effetti peggiori del male che si intende contrastare.
——————————

Oggi venerdì 15 febbraio 2019

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x21111321e5b-e74c-4969-9968-0a44e1a8a0217fe0c287-1d52-4f4e-8451-2a5f7e5e6268Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014137bd10200-1683-4e2a-96e2-ac8d1f0c4010filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2sdgs-make-europe-sustainable-for-all-300x208universita_cultura_e_sapere2ape-innovativa
————-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti&Appuntamenti———————
elezioniRegionali: per la Sardegna sarà una lunga notte. L’opposizione ci farà rinsavire?
15 Febbraio 2019
Fernando Codonesu
- Su Democraziaoggi.
- Su Aladinews.
—————————————————————–
Autonomia regionale differenziata, è la secessione dei ricchi.
15 Febbraio 2019
Gianfranco Viesti su Eticaeconomia, ripreso da Democraziaoggi.
Per favorire la riflessione sulla c.d. autonomia differenziata domani su Democraziaoggi un articolo fuori dal coro di Tonino Dessì. Oggi pubblichiamo questo contributo di Gianfranco Viesti dell’Università di Bari, tratto da Eticaeconomia del 4 febbraio 2019, che riassume il pensiero critico di una parte dei “meridionalisti”.
————————–Oggi————————–
img-20190211-wa0003
————————————————————————–

Dibattito

divano-rossoCiò che la sinistra non ha fatto
LA VERA NATURA DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Il suo scopo non è di far sopravvivere una platea più o meno ristretta di persone che cercano e non trovano lavoro, ma di garantire il diritto all’esistenza di tutti, e la loro autodeterminazione, come prima responsabilità di uno Stato sociale, quando milioni di persone sono in povertà assoluta.
di Giuseppe Bronzini
(da “Volere la luna”)

Finalmente ha visto la luce il decreto legge istitutivo di un “reddito di cittadinanza” voluto dal Movimento 5Stelle come elemento “identitario” della sua partecipazione all’attuale governo.
[segue]

Newsletter

logo76Scegliete oggi chi volete servire (Gs 24,15)
Notizie da
Chiesa di tutti Chiesa dei poveri
Newsletter n. 137 del 14 febbraio 2019

LO SGABELLO

Care amiche ed amici,
[segue]

Che succede?

c3dem_banner_04I NUOVI BORBONE
12 Febbraio 2019 by Forcesi | su C3dem
Rosy Bindi, “Caro Prodi, il Pd non può rinascere se non riconosce gli errori” (intervista a Repubblica). Nel presentare l’ultimo libro di Gianni Cuperlo a Mestre, “Cacciari apre ai 5stelle. No di Martina” (Gazzettino). Il voto in Abruzzo analizzato dall’Istituto Cattaneo (“Chi ha vinto e chi ha perso”). Dopo il voto, scrive Emilia Patta, “Il Pd prova a ricompattarsi. Sì a Calenda” (Sole 24 ore). Il commento al voto di Massimo Cacciari (Il dubbio). Mauro Calise, “Senza leader la sinistra resta debole” (Mattino). Marco Damilano, “Il Pd e i suoi nemici interni” (Espresso). Gianfranco Pasquino, “Come sbagliare le primarie” (il mulino.it). A proposito della protesta dei pastori sardi Leonardo Becchetti ripropone il potere dei consumatori: “Riconosciamoci ‘potere forte’” (Avvenire). Il giudizio di Sabino Cassese sul governo gialloverde: “I nuovi Borbone” (Foglio). Angelo Panebianco, “Il fascino in politica estera dei governi illiberali” (Corriere). Ernesto Galli Della Loggia, “Ho votato M5S ma ho sbagliato” (Foglio).
—————————————————
Pastori sardi. Informazioni e commenti sul sito fb Lettori, amministrato da Vanni Tola.
sedia di Vannitola Domande doverose
di Vanni Tola
Tutti i candidati alla presidenza della Regione sarda concordano con i pastori e si dichiarano al loro fianco nella protesta. Tra i miei neuroni cerebrali ne ho alcuni che spesso vanno controcorrente e mi pongono inquietanti quesiti. “Come mai nessuna forza politica dell’ultima legislatura regionale non è stata in grado di avviare un serio processo di ricostruzione e riorganizzazione della filiera del latte di pecora per garantire il giusto prezzo della materia prima ai pastori? Sono sinceri gli esponenti del mondo politico regionale e nazionale quando dichiarano grande attenzione alle richieste dei pastori a pochi giorni dalle elezioni regionali?” Per la verità i miei neuroni birichini mi hanno fatto anche un’altra domanda, ma non è poi così importante. Mi hanno chiesto se Salvini, che ha preannunciato di voler incontrare i pastori per esprimere solidarietà, si travestirà da Merdules, da Gigante di Monti Prama o da Poliziotto. Francamente non lo so, sconsiglierei comunque il travestimento da poliziotto perché i pastori potrebbero ricordare quando, in viaggio per Roma, sono stati manganellati e trattenuti per qualche tempo a Civitavecchia appena sbarcati dalla nave. Se poi all’ultimo momento decidesse di non venire per niente penso che i pastori in lotta e i Sardi tutti se ne farebbero una ragione. (V.T.)

Documentazione Elezioni

Documentazione per le Elezioni sarde.

Oggi giovedì 14 febbraio 2019

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x21111321e5b-e74c-4969-9968-0a44e1a8a0217fe0c287-1d52-4f4e-8451-2a5f7e5e6268Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014137bd10200-1683-4e2a-96e2-ac8d1f0c4010filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2sdgs-make-europe-sustainable-for-all-300x208universita_cultura_e_sapere2ape-innovativa
————-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti&Appuntamenti———————
Chi grida “al fascismo” dimentica la storia e vuol colpire i 5 Stelle, anziché lavorare a creare un vasto fronte democratico nel segno della Costituzione.
14 Febbraio 2019
Gianna Lai su Democrazioggi.
Una gara fra chi usa parole, le più pesanti, a dimostrazione di estrema radicalità. Che nel governo ci sono i fascisti, che chi lo sostiene, questo governo, è fascista anche lui, e anche chi, col voto ha contribuito a formare questa maggioranza, è un vero fascista. Senza […]
——————————————————
Di Maio fa autocritica sulle elezioni regionali. Meglio tardi che mai. Ma in Sardegna è andata!
14 Febbraio 2019
Amsicora su Democraziaoggi.
——————————————————

Elezioni

41c0f865-9f36-4067-b88e-7dfb8d309fb1
La buia notte che si profila e la
prospettiva di un’opposizione unitaria
.
di Fernando Codonesu.

Dopo le elezioni in Abruzzo che hanno portato la Lega oltre il 27%, il M5S al 20% col dimezzamento dei consensi raccolti nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso e il PD all’11%, cosa ci si può aspettare in Sardegna?
Intanto aumenterà l’astensione e per la prima volta dall’esistenza della Regione è prevedibile che voterà meno della metà degli elettori, forse il 45/47%, e ciò è un grave vulnus della rappresentanza democratica oltre ad un’ulteriore constatazione dei danni direttamente derivanti dalla pessima legge elettorale regionale.
Avevamo auspicato l’unità delle forze e dei movimenti identitari, autonomisti, indipendentisti e delle forze a sinistra del PD, che teoricamente potrebbero rappresentare un buon 20% dell’elettorato, ma hanno preferito andare avanti in ordine sparso con la presentazione di quattro liste, con il rischio reale che almeno due dei simboli in corsa rimangano lontanissimi dalla soglia di sbarramento e se per gli altri due candidati presidente si può ipotizzare il superamento del 5%, non è altrettanto certo che le due liste collegate siano in grado di superarlo.
Naturalmente ci piacerebbe che il 25 febbraio i risultati smentissero questa affermazione: avremmo solo da festeggiare, ma è un’ipotesi altamente improbabile, ahinoi!
Del M5S ho già avuto modo di parlare e sui blog Democraziaoggi e Aladinews Andrea Pubusa ha spiegato anche della nostra proposta di un affiancamento con una lista proveniente dalla società civile e sganciata dai partiti, ma non c’è stato niente da fare. Il M5S si è votato per scelta all’isolamento e questo condurrà ad un ridimensionamento pesante del loro consenso elettorale, tutto a vantaggio del loro socio-concorrente di governo, la Lega di Salvini. Senza una politica di alleanze è evidente che questo movimento è destinato a non vincere alcuna competizione locale: una politica suicida che vanifica l’alto consenso di cui ancora gode, ancorché in fase calante e che continuerà a scendere inesorabilmente di fronte alle evidenti difficoltà nell’azione di governo e totale mancanza di una classe dirigente adeguata allo scopo.
Sono annunciati per la settimana prossima cinque giorni di presenza di Salvini in Sardegna, che sull’onda di un credito politico in costante ascesa si prefigge di conquistare definitivamente l’elettorato sardo, anche con la sparata del prezzo “politico” del latte in barba al mercato e della soluzione del problema dei pastori “in 48 ore”. La follia di tutto questo è che molti elettori lo seguiranno convintamente senza il bisogno neanche di “turarsi il naso” e gli faranno raggiungere una percentuale dei consensi inimmaginabile appena qualche mese fa.
Insomma, Salvini farà una passeggiata di cinque giorni in Sardegna e potrà dire in idioma lombardo-bergamasco l’equivalente di “veni, vidi, vici”.
Infatti, il tema degli immigrati ridotto a puro e semplice problema di “sicurezza” sull’onda dei provvedimenti incominciati da Minniti e i proclami sulla vicenda del prezzo del latte pagheranno anche in terra di Sardegna nelle urne e il vero vincitore sarà Salvini e non certo i sardi e le forze politiche sarde.
D’altronde abbiamo avuto i precedenti di Berlusconi con la sparata della sua telefonata risolutrice a Putin per la soluzione dei problemi del Sulcis e poi l’innamoramento per Grillo e dintorni fino al 42% delle elezioni politiche del 4 marzo. In quei due casi i voti sono stati espressi e loro se li sono presi senza sforzo alcuno, ma i problemi sono rimasti tutti sul terreno.
Per il 24 febbraio è facile prevedere che la Lega raggiungerà un risultato analogo se non superiore a quello conseguito in Abruzzo considerato il buon 11% di partenza, con i 5S che si attesteranno al 20% o poco più e con un risultato analogo del PD, e dei rimasugli del centrosinistra che fu, dietro il faccino sorridente e rassicurante di Zedda, quale camuffamento per nascondere il fallimento dei cinque anni della giunta Pigliaru. A questo punto discutere sul raggiungimento del secondo o sul terzo posto ha poco senso, così come interrogarsi sui meriti e demeriti degli uni o degli altri.
Insomma, si profila una notte molto buia per la Sardegna governata dalla Lega di Salvini, ma forse questo potrà permettere un buon percorso di opposizione comune tra M5S, Centrosinistra e le forze identitarie che entreranno in Consiglio, ridando la possibilità concreta di intravedere una luce in fondo al tunnel.
In questa direzione, e non vuole essere una consolazione ma la semplice presa d’atto della situazione, noi siamo pronti a fare la nostra parte.
—————-
- Anche su Democraziaoggi.
———————————————-
logo76
LO SGABELLO
di Raniero La Valle.

Ancora una volta si sta sbagliando diagnosi e prognosi rispetto a ciò che è avvenuto domenica con le elezioni in Abruzzo. Sembra che il tema sia quello della competizione in atto tra Lega e 5 Stelle, e che tutta la domanda riguardi il futuro, su come continuerà la gara, se i 5 Stelle riusciranno a rimontare lo svantaggio in vista delle elezioni europee, o saranno le opposizioni a trarne vantaggio.
Invece l’Abruzzo ha dimostrato ciò che è già successo e ciò che certamente avverrà se non sarà interrotto l’attuale corso delle cose.
Ciò che sta per accadere è quanto segue:
Le autonomie differenziate che si stanno per concedere alle regioni del Nord esacerberanno lo squilibrio tra Regioni e Stato, divideranno il Paese rompendo la condizione di eguaglianza in base al censo, renderanno più povero ed emarginato il Sud, creeranno disparità di diritti e di tutele tra chi abita in un luogo o in un altro del nostro Stato unitario;
Le riforme costituzionali in corso trivialmente motivate dal rapporto costi-benefici, come se fossero la TAV, e dalla lotta contro “la casta”, revocheranno la centralità del Parlamento, svuoteranno la rappresentanza, guasteranno il processo legislativo e se approvate con la probabile maggioranza dei due terzi, saranno sottratte al vaglio del referendum popolare.
La riforma del Codice penale trasformando da eccezione a regola la violenza esercitata per “legittima difesa” armerà i cittadini, potenzierà le lobby dei fabbricanti d’armi e indurrà una sempre più diffusa cultura da Far West.
Il passaggio alla fase esecutiva del “decreto sicurezza” creerà folle di stranieri vaganti per l’Italia senza controlli, negherà loro il nome all’anagrafe e il diritto a un’esistenza legittima e renderà precaria la stessa cittadinanza, che ai non meritevoli potrà essere revocata a discrezione del governo;
La perdita di credibilità sul piano internazionale finirà per paralizzare la politica estera dell’Italia e la speranza stessa di un suo ruolo nel mondo. Sta già accadendo con la rinunzia alla neutralità nella crisi venezuelana, che avrebbe dovuto indurre le parti al dialogo, non a qualunque dialogo ma a quello, come ha scritto il papa a Maduro, “che si intavola quando le diverse parti in conflitto mettono il bene comune al di sopra di qualsiasi altro interesse e lavorano per l’unità e la pace”. Invece l’Italia si è rapidamente riallineata all’ideologia occidentalistica sempre pronta a interventi violenti nelle sovranità altrui, con le conseguenze ben note dal Cile di Pinochet al Brasile dei generali, da Saddam Hussein a Gheddafi, dall’Afghanistan alla Siria, per ricordare le recenti grandi devastazioni della politica mondiale.
Ciò che è già successo domenica in Abruzzo, non parla dell’Abruzzo, ma parla dell’Italia. E proprio perché Salvini non c’entra niente con l’Abruzzo, dovrebbe essere chiaro che la questione è l’Italia.
Ciò che è successo è che si sta compiendo il processo per cui una minoranza prende il potere, ma non per virtù propria, bensì perché il sovrano glielo consegna, e si fa sgabello di tale alienato potere.
È accaduto quando il sovrano consegnò il potere a Mussolini, venuto in vagone letto da Milano mentre le sue comparse facevano la marcia su Roma; era a capo di una minoranza residuale, reduce dall’interventismo, e con le idee confuse, ma il sovrano lo mise sul piedistallo e gli lasciò la scena, senza avvedersi di segnare così la sua fine, il suicidio del regno.
La Lega era una minoranza in declino, il più vecchio partito tra quelli esistenti, come è stato ricordato in questi giorni, e mai era stata capace di egemonia e di dominio: fino a quando il sovrano, ossia il popolo sovrano, mediante le due forze uscite vittoriose dalle elezioni del 4 marzo, 5 Stelle e Partito democratico, l’ha messa al potere, le ha consegnato l’interno, e non solo l’interno, del Paese, le ha dato lo sgabello di una base parlamentare e di massa e ha portato tutta l’informazione a farsene eco.
Le elezioni in Abruzzo (non c’è bisogno di aspettare le europee) sono forse l’ultimo avviso per fermare in tempo la resistibile ascesa. Prima che le cose più gravi, già annunziate, accadano. Non c’è nessuna rivoluzione da fare: della mente, certamente sì, ma dal punto di vista istituzionale basta una crisi di governo. Per molto meno nella precedente fase della Repubblica la forza di maggioranza, la DC, faceva le crisi di governo, e fu così che quel partito non si suicidò anzitempo, e governò per quarant’anni, e fece sì che reggesse l’impianto democratico e costituzionale, con vantaggio di tutti. Così dovrebbe fare, oggi non domani, la forza di maggioranza; se è movimento si muova, faccia politica, rivendichi grandi valori democratici e nazionali, acquisendo il merito storico di interdire la restaurazione impietosa della nuova destra.
Il Paese è solido, i sindacati sono di nuovo uniti. Basta togliere lo sgabello, e comincerà una transizione in vista di costruire poi, finalmente, il nuovo.
————
Da
Chiesa di tutti Chiesa dei poveri
Newsletter n. 137 del 14 febbraio 2019
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

Che succede?

c3dem_banner_04IL PROGETTO SPACCA-ITALIA
12 Febbraio 2019 by Forcesi | su C3dem.
Sul tema delle autonomie regionali riportiamo l’articolo uscito ieri sul sito dell’associazione Roars: “Ecco le bozze segrete del regionalismo differenziato. Quale futuro per scuola e università?” e il dossier predisposto dal Senato della Repubblica (“L’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario”). Andrea Bassi, “Ecco il piano del Nord: smantellare tutti i ministeri” (Mattino). Gianfranco Viesti, “Le sei ragioni per fermare il progetto spacca-Italia” (Messaggero). Giuseppe Tesauro, “La riforma viola la Costituzione e il Parlamento” (Mattino). Piero Ignazi, “Se l’autonomia diventa un delitto” (Repubblica). Massimo Villone, “Autonomia. Perché non si può blindare la legge” (Manifesto). Nei giorni precedenti abbiamo pubblicato numerosi articoli, tra i quali l’appello di alcuni intellettuali (Francesco Paolo Casavola e altri) “A rischio l’unità d’Italia”.
—————————————–
Emiliano: Puglia, stop a richiesta di maggiore autonomia.
Zingaretti: siamo favorevoli al principio anche delle autonomie ma bisogna vedere il merito. Su Regioni.it.

Oggi mercoledì 13 febbraio 2019

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014137bd10200-1683-4e2a-96e2-ac8d1f0c4010filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
——–Avvenimenti&Dibattiti&Commenti&Appuntamenti———————
Paradossi del “reddito di cittadinanza” e paradossi de “Il Manifesto” e dintorni.
13 Febbraio 2019
Red su Democraziaoggi.
Le critiche al reddito di cittadinanza, senza ammetterne la positività generale e specifica, sono diffuse e provvengono anche dalle parti più impensate. Più che una opposizione alla misura sembra un pregiudiziale attacco al M5S. Il Manifesto, ad esempio, si distingue nel benaltrismo anti-M5S su tanti temi. Sul reddito di cittadinanza ne sono prova gli articoli […]
————————-
Michele Podda ci fa un bel dono: unu “libritu” scritto in sardo per la lingua sarda
13 Febbraio 2019
Francesco Casula e Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
L’altro giorno, all’improvviso, senza preannuncio, una bella sorpresa, ecco che viene a trovarmi in studio Michele Podda. Viene col suo sorriso mite e amichevole e con un dono prezioso: un suo “libritu” fresco di stampa (Su sardu totunu, ed Carta 29 -L’uva , scritto in sardo con traduzione a fronte in italiano, molto […]
————————————————
emilia-mura-su-fb-piero-cartaPastori sardi

Ne’ analisi e neanche proposta, semplicemente la condivisione di un ricordo lontano con l’aggiunta di qualche riflessione.
Piero Carta, Austis. Su fb.
Tra i ricordi più vivi della mia esperienza di amministratore [Sindaco di Austis] c’è quello dell’occupazione dei comuni del centro Sardegna da parte dei pastori, alla fine degli anni ottanta. [segue]

Oggi

13-febb-19-mem
- La pagina fb dell’iniziativa.
Introduce: Carlo Bellisai (Portavoce Tavola Sarda della Pace)
Dialogheranno: Francesco Vignarca (Coordinatore nazionale Rete Italiana per il Disarmo) e Franco Uda (Portavoce Tavola Sarda della Pace e Coordinamento nazionale Rete della Pace)
Coordinati da Piero Loi (Giornalista).
Durante la serata sono previsti gli interventi artistici di:
Elena Ledda e Mauro Palmas
e
Teatro Nonviolento Theandric
[segue]

Scuola di formazione politica CoStat – Proposta&Dibattito.

Sardegna universitaria_2costat-logo-stef-p-c_2-2universita_cultura_e_sapere2
lampadadialadmicromicroSul progetto di Scuola di formazione politica promosso dal CoStat ed esposto da Fernando Codonesu nelle pagine di Democraziaoggi e di AladinpensieroNews, si è cominciato a sviluppare un articolato dibattito, così come richiesto dello stesso Comitato. Poiché il dibattito finora si è svolto in parte nelle pagine fb di alcuni esponenti del CoStat (a volte in forme lapidarie, come lo strumento fb peraltro consente e perfino sollecita) non di accesso universale, riteniamo utile riprenderlo e proporlo nelle pagine della nostra News, auspicando che nel proseguo del tempo si arricchisca di ulteriori apporti, fino ad arrivare all’avvio della concreta attività formativa nei tempi ragionevoli previsti dal CoStat.
————————————————————————–
Seguono gli interventi nel dibattito su Democraziaoggi e sulle pagine fb di Tonino Dessì e Franco Meloni (aggiornamento al 12 febbraio 2019, ore 13,55)

Pastori sardi. Approfondimenti su Aladinews

lampada aladin micromicro2b2db264-57b3-45cd-9f70-55231b23377ePastori sardi. Oltre la doverosa solidarietà: si è aperto e si continui il dibattito per arrivare quanto prima a soluzioni accettabili. Di Nicolò Migheli su SardegnaSoprattutto, ripreso da Aladinews.
——————————————
La protesta dei pastori sardi. Oltre la doverosa solidarietà: necessità di un dibattito senza infingimenti
ALTRO LATTE VERSATO, di Gianni Pisanu su Aladinews.
—————————————–

DIBATTITO INTERNAZIONALE. Come per il colesterolo: esiste una “globalizzazione buona” o perlomeno “gestibile a vantaggio di tutti”?

6f7823e3-9b02-4886-b50f-fe0ea090a942E’ possibile un governo democratico della globalizzazione?

di Gianfranco Sabattini

La crisi del processo di globalizzazione delle economie nazionali ha suscitato da parte delle popolazioni dei Paesi coinvolti delle reazioni politiche che si sono identita-perdute-globalizzazione-e-nazionalismo-colin-crouchtrasformate in un revival del nazionalismo ed anche del razzismo. In “Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo”, Colin Crouch, teorico della “postdemocrazia”, denuncia il fatto che, a causa dell’impatto negativo che la globalizzazione ha avuto sull’identità culturale dei cittadini (oltre che sulla stabilità economica) nei Paesi economicamente sviluppati, essa (la globalizzazione) è ora all’origine di un vasto fronte di oppositori.
Sebbene l’opposizione provenga da gran parte del mondo della politica di ogni orientamento, la sua leadership è, per il momento, totalmente egemonizzata delle forze della destra nazionalista, nonostante che, sul piano economico, la globalizzazione sia stata promossa dall’ideologia neolibersita, della quale sono state portatrici le forze liberali di destra non nazionaliste; ciò non significa, osserva Crouch, che sul piano politico la globalizzazione possa giustificare solo uno “scontro” tra fazioni diverse delle destra e che la sinistra non abbia validi motivi per parteciparvi, rilanciando la contrapposizione tra destra e sinistra, la cui esistenza non ha certo perso ogni valore.
Crouch, al contrario, è del parere che la differenza tra destra e sinistra continui a risultare utile, ai fini di una rappresentazione esaustiva delle criticità della globalizzazione; al riguardo, il politologo sostiene che un “blocco” delle forze di sinistra, riformiste e democratiche, “possa offrire un suo contributo” al cambiamento delle modalità con cui sinora si è svolto il processo di globalizzazione, salvaguardando quanto di positivo esso ha rappresentato ed opponendosi alle pretese dei movimenti nazionalistici estremi di “liquidare in toto” il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali. Crouch si schiera a favore della globalizzazione, convinto che essa, al contrario di quanto sostengono i nazionalisti, non implichi affatto una sorta di “attentato” contro le “identità nazionali o locali”; a suo parere, però, la globalizzazione può godere di un ampio consenso, solo se le “identità multiple” oggi esistenti diventano una “serie di cerchi concentrici che si arricchiscono l’un l’altro con radici ferme in una sussidiarietà cooperativa”, sviluppando iniziative costruttive in corrispondenza di ognuno di questi livelli.
Le problematiche che oggi agitano i singoli sistemi sociali coinvolti nel processo di globalizzazione sono, secondo Crouch, la riproposizione di una nuova fase del confronto tra l’”antico” e il “nuovo”, ovvero tra la situazione propria dei sistemi sociali del passato e il loro superamento, causato dalle innovazioni intrinseche alla dinamica del processo storico. Esaminando le conseguenze della globalizzazione da questo punto di vista generale, anziché dal solo punto di vista economico, è possibile comprendere l’ostilità nei confronti dell’internazionalizzazione delle economie nazionali da parte della destra tradizionalista e nazionalista. Tali conseguenze negative, però, sono oggetto di critiche anche da parte della sinistra, le cui posizioni possono essere espresse nei termini che seguono.
Innanzitutto, per le forze della sinistra, la globalizzazione ha comportato un’estensione planetaria del capitalismo, resa possibile dalla rimozione delle “barriere regolative” che nel passato permettevano ai governi degli Stati-nazione di impedire il verificarsi di fenomeni, quali disoccupazione strutturale, povertà e disuguaglianze distributive. In secondo luogo, la globalizzazione ha determinato un deterioramento del livello di governo delle economie nazionali (quello dello Stato-nazione), in corrispondenza del quale le procedure della democrazia sostanziale hanno potuto allargarsi e consolidarsi a vantaggio di tutti i componenti della società civile; ciò ha reso possibile una facile mobilitazione di questi ogni volta che è stato necessario supportare l’azione dello Stato per contrastare il potere del capitalismo deregolamentato. In terzo luogo, le conseguenze negative della globalizzazione, superando il livello dello Stato nazionale, sono cadute sotto la competenza delle élite capitaliste dominanti lo spazio transnazionale. In quarto luogo, infine, man mano che si è allargata e approfondita, la globalizzazioner ha depotenziato lo stato di sicurezza sociale, il welfare State (una realizzazione dello Stato nazionale, resa possibile dalla solidarietà che legava tra loro i membri della società civile).
Riguardo a queste posizioni critiche, Crouch osserva che esse sono risultate più deboli in quei Paesi (ad esempio, in quelli del Nord dell’Europa), le cui società civili erano fortemente omogenee sul piano culturale, al contrario dei Paesi le cui società civili erano culturalmente eterogenee (come, ad esempio, negli Stati Uniti d’America). Secondo Crouch, quindi, è necessario riconoscere che tra omogeneità culturale delle società civili e multiculturalismo esiste una relazione inversa, che la destra ha strumentalizzato unicamente sul piano emotivo, per ragioni di natura elettorale, sostenendo la necessità di una svolta nell’azione dei governi nazionali con cui tutelare gli interessi economici nazionali e porre severe restrizioni al fenomeno dell’immigrazione.
Nel loro insieme le critiche della sinistra circa le conseguenze negative della globalizzazione sono condivisibili; ma, a volte, esse tendono ad omologarsi alle posizioni della destra, assumendo toni xenofobi. In alcuni segmenti delle forze di sinistra di diversi Paesi europei (ad esempio, Francia, Germania e Italia) spesso affiora questa tendenza, mostrando la propensione ad invocare posizioni economiche protezionistiche, risultando così ostili all’Unione Europea; inoltre, tali segmenti manifestano atteggiamenti ambigui sugli immigrati e sulle minoranze etniche, sebbene nessuno di essi condivida l’ostilità assoluta contro i “diversi”, propria delle forze di estrema destra.
Questo modo di opporsi alla globalizzazione, a parere di Crouch, dato il punto cui l’internazionalizzazione delle economie nazionali e la pressione consolidatasi in suo favore sono arrivate, rende difficile separare in termini netti le critiche della sinistra da quelle dell’estrema destra non democratica.
In considerazione di ciò, Crouch ritiene che sia compito delle sole forze della sinistra riformista e democratica individuare una possibile prospettiva d’azione, seguendo la quale possa essere esteso il raggio della democrazia, della regolamentazione e delle politiche sociali, al fine di superare lo Stato-nazione e mettere la globalizzazione al servizio di tutti i Paesi del mondo. Deve trattarsi di una prospettiva d’azione che consideri congiuntamente, sia le questioni economiche che quelle di natura culturale e sociale sollevate dall’internazionalizzazione delle economie nazionali; ciò perché, secondo Crouch, vivere nel XXI secolo significa “gestire identità multiple, che vanno dal sentirsi radicati in una piccola comunità fino a raggiungere la dimensione transnazionale”.
Per quanto alle forze della sinistra riformista e democratica sia difficile ricondurre ad una possibile azione politica responsabile uno spettro così ampio di problemi, occorre però che tali forze si pongano l’interrogativo riguardo al modo in cui può essere pensata questa prospettiva, per la realizzazione di un possibile futuro della globalizzazione, che sia al servizio di tutti i popoli del mondo. Ciò significa che questa prospettiva dovrebbe partire dall’assunto che, dopo essere giunta al punto cui ora è pervenuta la mondializzazione delle economie nazionali, non è possibile – afferma Crouch – ritornare a un mondo preglobalizzato, pensando di poter superare facilmente la crisi che inevitabilmente seguirebbe il tentativo di “liquidare” l’attuale interconnessione tra le economie nazionali; è molto più auspicabile e costruttivo, cercare il modo in cui può essere perseguita l’idea di sostituire la sovranità economica nazionale con “una concezione di sovranità riunite per perseguire una migliore regolamentazione trasparente dell’economia globalizzata”.
Le forze della sinistra sono storicamente interventiste; per cui diventa plausibile ipotizzare che quelle tradizionalmente riformiste e democratiche possano opporsi alla “forma neoliberista della globalizzazione”, in favore di una sua regolamentazione sovranazionale; ciò significa però che dovranno essere superati i limiti dello Stato-nazione, per dotare il mondo di un apparato istituzionale in grado di sostituire lo spontaneismo col quale si è svolto sinora il processo di integrazione delle economie nazionali con un’azione regolativa globale, che non sia solo un’azione “concertata” tra i singoli Stati nazionali. Una semplice concertazione non può assicurare una governance politica universalmente condivisa, che in linea di principio può esserlo, solo se stabilita da un sistema politico mondiale dotato di un’identità culturale ben definita; un sistema, però, impossibile da conseguire, a causa della forte eterogeneità valoriale.
In queste condizioni, a livello internazionale, la “global governance” ha potuto essere espressa come attività concertativa delle politiche orientate alla soluzione dei problemi originati dal processo di integrazione economica delle economie nazionali; infatti, a livello internazionale, in assenza di un struttura istituzionale superiore a quella propria dello Stato-nazione, è stato possibile attuare solo un’attività di concertazione delle politiche di intervento nell’economia mondiale, in modo del tutto indipendente da una qualunque forma globale di controllo politico.
La concertazione delle politiche nazionali a livello internazionale è divenuta così la procedura con la quale è stata attuata l’azione unitaria di tutti gli organismi internazionali oggi esistenti che, nati da accordi tra Stati-nazione indipendenti, hanno mostrato una spiccata tendenza a sottrarsi ad ogni forma di controllo democratico. Questa disfunzione è oggi particolarmente avvertita dalle popolazioni degli Stati che maggiormente hanno subito gli effetti negativi della globalizzazione; esse, infatti, avvertono la necessità che la costruzione della “global governance” sia riconducibile a una qualche forma di controllo politico.
A tal fine, alcuni analisti di relazioni internazionali hanno avanzato la proposta di un modello di “governo regionale” della globalizzazione, fondato sull’ipotesi che l’intera area dell’economia mondiale sia suddivisa in subaree regionali (della dimensione, ad esempio, dell’Unione Europea), le quali, in prospettiva, potrebbero essere assunte come punto di riferimento, in sostituzione degli attuali Stati-nazione. Il modello di una “global governance regionale”, tuttavia, dal punto di vista della realizzazione di un effettivo governo democratico dei rapporti tra le aree regionali del mondo, non mancherebbe di presentare gli stessi limiti di una governance mondiale fondata sulla mera concertazione delle politiche dei “vecchi” Stati-nazione.
Allo stato attuale, perciò, la riconduzione della globalizzazione a un possibile governo democratico non può che essere poco probabile; a meno che non si assuma l’attivazione di un sistema di governi democratici regionali, fondata su un “iter processuale” finalizzato a dare corpo ad una ancora inesistente sfera pubblica mondiale, all’interno della quale radicare il riconoscimento della convenienza ad adottare, nella risoluzione dei problemi comuni, procedure democratiche consensuali e condivise, anch’esse risultanti dall’esito del medesimo iter processuale.
Una prospettiva come questa, infatti, non ipotizza la costruzione nell’immediato di un organismo soprannazionale democratico della globalizzazione, ma l’attivazione di un possibile “iter processuale” dal quale derivare gradualmente un possibile esito finale, che risulti strumentale rispetto alla realizzazione, nel lungo periodo, di una governance globale democratica delle varie circoscrizioni regionali del mondo.
La improponibilità della realizzazione immediata di una governance globale democratica è dovuta al fatto che essa presuppone l’adozione di regole valide in astratto per tutti i popoli delle regioni del mondo. Ciò potrebbe implicare, per molti governi regionali, che le regole adottate a livello globale risultino estranee alle loro tradizioni storiche; è questo il motivo per cui viene proposta l’attuazione di un governo globale delle relazioni tra le aree regionali del mondo in una prospettiva temporale molto remota e tale da comportare la considerazione della sua realizzazione come esito finale di un continuo processo di approssimazione.
Il progetto qui immaginato, a sostegno di una globalizzazione al servizio della crescita e dello sviluppo di tutti Paesi del mondo, può essere percepito come surreale e utopistico; a sorreggerlo, però, può essere di conforto la frase seguente di Barbara Wootton: “E’ dai campioni dell’impossibile piuttosto che dagli schiavi del possibile che l’evoluzione trae la sua forza creativa.”