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Che succede?

c3dem_banner_04“IL NO DI MATTARELLA A RUINI”
7 Novembre 2019 by Forcesi | su C3dem.
Giovanna Casadio, “Il no di Mattarella a Ruini. Elogio dei cattolici sociali” (Repubblica). Il testo della commemorazione che Sergio Mattarella ha fatto di Benigno Zaccagnini. Un’ampia cronaca della manifestazione in memoria di Zaccagnini a 30 anni dalla sua morte, con cenni all’intervento di Guido Formigoni, in Ravenna Notizie.
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Dopo il Sinodo per l’Amazzonia
NIENTE APOCALISSE MA C’È LA TERRA DA SALVARE
Il cardinale Hummes, che ne è stato relatore generale, ripropone il significato universale del Sinodo: il pianeta è a rischio, e con esso il futuro dell’umanità. Occorre suscitare l’immediato lavoro delle Nazioni e di tutta la comunità umana per far fronte alla crisi e prendere le misure necessarie: più tardi sarà troppo tardi, e questo vuol dire “adesso” [segue]

Oggi domenica 10 novembre 2019

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2senza-titolo1lampadadialadmicromicro1308a4e07f-332a-4423-9db7-283903fc0249democraziaoggi-loghetto
———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————
Il Sulcis base della politica energetica nazionale. Dentro la miniera.
10 Novembre 2019
Gianna Lai su Democraziaoggi.
Proseguiamo nella storia di Carbonia con questo undicesimo post sul lavoro dentro la miniera. I precedenti ogni domenica a partire dal 2 settembre.
Se per giacimento minerario si intende ‘una massa di minerale utile e industrialmente sfruttabile’,per quanto riguarda i metodi di coltivazione, si può dire che quelli del Sulcis sono sostanzialmente gli stessi adottati […]
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metano-11-11-19A chi serve il metano? Incontro pubblico per presentare le ragioni di chi è favorevole e di chi è contrario.
Su il manifesto sardo. – La pagina dell’evento in fb. [segue]

La lettera

logo76Newsletter n. 169 del 9 novembre 2019

IL MURO E IL PENSIERO
di Raniero La Valle

Care Amiche ed Amici,
ricorre oggi il trentesimo anniversario dell’apertura del muro di Berlino, e i giornali ne sono pieni. Quello che non viene detto è che l’Occidente sbagliò del tutto la lettura di quell’evento e perse un’occasione storica straordinaria per richiamare in servizio i suoi ideali perduti e dar mano a una nuova costruzione del mondo.
Invece che come inizio del nuovo, l’Occidente visse infatti l’evento come conferma del vecchio, come convalida e premio della sua condotta passata. “La guerra fredda è finita, e noi l’abbiamo vinta”, andò a dire alla Camera il ministro degli esteri De Michelis. C’era, in quel giudizio, l’ultima vittoria dell’ideologia del conflitto, l’ultimo grido della vecchia dialettica non più intesa come strumento della ragione ma identificata con la realtà stessa, una realtà nella quale la differenza è pensata come antitesi, i diversi sono considerati opposti, le polarità come alternative, e perciò non ci può essere quiete, conciliazione, ma contraddizione, tensioni, alienazione e guerra. Coerenti a questa visione furono le conseguenze che se ne trassero: che la riunificazione tedesca avvenisse non per integrazione ma per annessione, e per quelli dell’Est fu un disincanto; che, venuta meno la deterrenza atomica, la guerra fosse ripristinata, e fu subito la guerra del Golfo; che, con la fine dell’URSS, il capitalismo non avesse più bisogno di essere mitigato con welfare e simili per poter sostenere il confronto col socialismo; che ormai, privo di competitori, il vangelo neoliberista del mercato potesse giungere fino agli estremi confini della Terra, e divenirne la Costituzione materiale, e via via anche formale, e che la globalizzazione selvaggia ne fosse il regime, avente le merci e il denaro come sovrani e la gran parte degli esseri umani come esuberi, come residui e come scarti.
Ciò che non si volle vedere fu che l’apertura o la caduta e rimozione del muro, fu un grande evento politico; certo vi sfociava la crisi del comunismo, ma esso fu effetto di una decisione politica presa da Gorbaciov contro la riluttanza dei dirigenti tedeschi dell’Est. Soprattutto però era il frutto di un nuovo pensiero politico, il primo vero, nuovo pensiero politico che si affacciava alla storia dopo la grande stagione costituente che aveva prodotto la Carta dell’ONU, le Convenzioni sui diritti e le Costituzioni postbelliche. Non importa che si chiamasse glasnost o perestrojka; era il pensiero dell’unità umana, il pensiero della fatuità di continuare ad ammassare armi nucleari per guerre che non si potevano vincere e che quindi non potevano essere combattute; era un pensiero per il mondo, un mondo ricomposto, oltre la dialettica signore-servo, amico-nemico che aveva fin lì dominato la filosofia e la storia.
Quando il 9 novembre dell’89, “cadde” il muro di Berlino, era passato un anno dal discorso di Gorbaciov all’ONU che aveva invitato tutti a cambiare le cose, a smantellare le armi, a rimettere i debiti al Terzo mondo, a tutelare l’ambiente, a rilanciare l’ONU , a fare un mondo solidale e interdipendente, unito e diverso, in un sistema di relazioni non settarie; e per convincerli che faceva sul serio aveva annunziato di cominciare da se stesso, di cominciare dall’URSS a ridurre le armi, a togliere mezzo milione di soldati, diecimila carri armati, ottomila artiglierie e 800 aerei da combattimento dall’Europa, a concedere una moratoria di cento anni per gli interessi sul debito ai Paesi poveri o a cancellarlo del tutto, a cessare il fuoco in Afghanistan, a instaurare uno Stato di diritto, a ristabilire il primato dei diritti umani. Ed erano passati tre anni da quel 27 novembre 1986 in cui a Nuova Delhi Gorbaciov e Rajiv Gandhi, a nome di un miliardo di esseri umani e un quinto dell’umanità, avevano lanciato un appello per un totale rovesciamento della politica di dominio e di guerra e avevano proposto di costruire “un mondo libero dalle armi nucleari e non violento” in cui la vita umana fosse considerata il valore supremo, i popoli fossero rispettati, “Est e Ovest, Nord e Sud, indipendentemente dai sistemi sociali, dalle ideologie, dalle religioni e dalle razze” fossero uniti nella fedeltà al disarmo e allo sviluppo; e la catastrofe ecologica fosse scongiurata. Ma l’Occidente ignorò o non volle credere a questa rivoluzione di pensiero e di comportamenti, il sistema di guerra non se ne fece scalfire, e neanche l’apertura del Muro accese la scintilla di un ripensamento, di un’autocritica; la reazione fu quella suggerita dai riflessi condizionati e dagli stereotipi di sempre, dall’idea che questo, dei vincitori, è il modo di stare al mondo.
Per una singolare coincidenza il giorno prima della caduta del Muro, l’8 novembre, noi eravamo a Washington, al Pentagono e al Congresso, con una delegazione della Commissione Difesa della Camera in viaggio negli Stati Uniti per una missione conoscitiva. C’era tra l’altro da discutere il trasferimento dalla Spagna in Italia, da Torrejon a Crotone, di una base e uno stormo americano di F16, cosa per nulla gradita ai calabresi. Gli interlocutori del Pentagono e della Camera, pur esprimendo speranze nella distensione, si mostrarono del tutto inconsapevoli e scettici sul reale mutamento della politica sovietica, ci sommersero di dati e tabelle sulla perdurante minaccia militare russa, ci dissero che non si sapeva come sarebbe andata a finire. Non sospettavano quello che sarebbe accaduto l’indomani, e sostenevano che comunque Stati Uniti e NATO dovevano persistere nel potenziamento della loro forza militare. Nei giorni successivi, ormai caduto il Muro, andammo ad Omaha, nel Nebraska, al Comando Aereo Strategico titolare della potenza nucleare degli Stati Uniti, che aveva come motto “la guerra è il nostro lavoro, la pace il nostro prodotto”, e poi al Comando del NORAD, che è quello della difesa spaziale, scavato all’interno dei monti Cheyenne nel Colorado; in ambedue i luoghi i discorsi e il viso dell’armi furono gli stessi. Andammo pure alla base di Nellis, nel Nevada, da cui attraverso un maxischermo fu possibile seguire la manovra militare interalleata “Red flag” che in quei giorni si stava svolgendo. Potemmo anche parlare con gli aerei in volo. Ce n’era uno che volava sempre, non atterrava mai, perché a bordo c’era un signore, un generale, che lontano da terra, girando sopra l’America, doveva garantire che in caso di un attacco nucleare che distruggesse i comandi dei missili al suolo, ci fosse sempre qualcuno lassù che potesse lanciare la ritorsione atomica e fare l’Armageddon. Collegati con lui, gli dicemmo: “generale, scenda giù che la guerra è finita” e lui rispose no no, non si può essere sicuri, dobbiamo restare sul piede di guerra. Scoprimmo anche una buona dose di religiosità in quella fede nelle armi: nelle tre Accademie militari che abbiano visitato alla fine, dell’Esercito, dell’Aereonautica e della Marina, la prima cosa che ci fu mostrata fu la rispettiva cattedrale: una con l’organo più grande del mondo, l’altra con la croce fatta di pale d’elica, l’altra con un Gesù frangiflutti che cammina sulle acque, e l’urna dell’eroe portata al cielo sul dorso di delfini.
La morale è che ci vuole un pensiero per far cadere i muri, ma se pur cadono i muri e non cambia il pensiero tutto continua come prima e anche peggio. Quel 9 novembre di Berlino fu un momento unico, irripetibile, un tempo favorevole, un “kairόs”, come lo chiamavano i Greci, che corre fuggendo con le ali ai piedi, e se non l’afferri al passaggio non torna più. Ma ora c’è da fare un miracolo: quel kairόs della caduta dei Muri dobbiamo farlo ripassare e non lasciarlo fuggire più.
Nel sito riportiamo una cronaca del discorso di Gorbaciov del 1988, la Dichiarazione di Nuova Delhi per un mondo senza armi nucleari e nonviolento, un articolo di Alfiero Grandi che illustra i rischi per la democrazia della riforma costituzionale che sopprime molti seggi parlamentari, e un commento del cardinale Hummes sul documento conclusivo del Sinodo per l’Amazzonia, con particolare riferimento al futuro, ai popoli indigeni, al compito impellente di salvare l’umanità e la Terra, fuori da ogni apocalisse.

Con i più cordiali saluti
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
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Il pensiero che aprì il Muro
IL DISCORSO DI GORBACIOV ALL’ONU L’ANNO PRIMA

Il 7 dicembre 1988 il segretario generale del PCUS annunciava all’ONU un piano di disarmo col ritiro di 50 mila uomini e 10 mila carri armati dal fronte europeo, annunciava il cessate il fuoco in Afghanistan, proponeva di cancellare il debito del Terzo Mondo e di costruire un mondo solidale e interdipendente, intento ad opere di pace a cominciare dalla tutela dell’ambiente
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Dalla Repubblica dell’8 dicembre 1988

NEW YORK “Oggi io posso dirvi che l’Unione Sovietica ha deciso di ridurre le sue forze armate”. In piedi davanti all’assemblea generale dell’Onu, con George Shultz in platea, Mikhail Gorbaciov ha annunciato una svolta storica e spettacolare nella politica militare sovietica, aprendo una nuova fase nella distensione tra Est e Ovest. Sei divisioni corazzate sovietiche se ne vanno dalla Germania dell’Est, dalla Cecoslovacchia e dall’Ungheria, lo spiegamento di uomini e mezzi nella zona europea dell’URSS viene ridotto, la maggior parte delle truppe dislocate in Mongolia ritorna a casa. In totale l’Armata Rossa perde in due anni mezzo milione di uomini (il 10 per cento della sua forza complessiva), 10 mila carri armati, 8 mila 500 sistemi d’artiglieria, 800 aerei da combattimento. E’ l’intera macchina bellica sovietica che cambia volto, mentre tutta la strategia politico-militare del Cremlino viene ridisegnata nel segno della perestrojka, con un’immediata ricaduta economica per la ristrutturazione dell’ industria degli armamenti, con la riconversione di una sua parte a scopi civili.

Ieri, proprio mentre l’assemblea dell’Onu applaudiva a lungo Gorbaciov, da Mosca rimbalzavano a New York voci di inquietudini e malumori negli ambienti militari sovietici, tanto che Gorbaciov ha dovuto pensionare improvvisamente uno dei suoi uomini, il maresciallo Akhromeev, lasciando il posto operativo di Capo di Stato Maggiore a un generale vicino al ministro della Difesa Yazov. E’ il primo contraccolpo tutto interno della rivoluzione militare gorbacioviana.

La mossa su Kabul. Strategica, e non soltanto tattico-spettacolare, la mossa di Gorbaciov ci accompagna ad una nuova iniziativa per l’Afghanistan; egli mentre chiede il rispetto degli accordi di Ginevra e una Conferenza dell’Onu per la neutralizzazione del Paese, propone un completo cessate-il-fuoco dal primo gennaio, con una spartizione del territorio nazionale e dunque un riconoscimento implicito dei mujaheddin.

In più, il leader sovietico chiede ai Paesi sviluppati d’inventare un nuovo meccanismo per risolvere il problema del debito del Terzo Mondo, che non potrà essere restituito nei suoi termini originari e s’impegna a istituire nuove garanzie di legge per i diritti umani, riconoscendo la giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia.

Portata nel cuore dell’impero reaganiano, la proposta di Gorbaciov ha l’impianto di un messaggio al mondo, accompagnato dal tentativo di dimostrare la volontà di passare dalle parole ai fatti, dopo tre anni di perestrojka. Il test è prima di tutto il piano unilaterale di disarmo, non a caso annunciato nella cornice universale-telematica dell’Onu e non nello spazio ristretto del summit, rinunciando ad un possibile scambio negoziale ma guadagnando spettacolarità, e denunciando l’ambizione planetaria della politica gorbacioviana. Proprio nel momento in cui è assediato dalla crisi dei nazionalismi interni e dalla ribellione della periferia, Gorbaciov ha voluto presentarsi come l’ unico pieno titolare di una politica e delle sue svolte. La leadership sovietica, ha detto, ha deciso di dimostrare ancora una volta di essere pronta a rafforzare questo salutare processo di disarmo non solo con le parole ma con i fatti. D’intesa con i Paesi del Patto di Varsavia, il Cremlino ritira dunque entro il 1991 sei divisioni corazzate da tre paesi dell’ Est, insieme con truppe d’assalto da sbarco con le loro armi.

Ulteriori riduzioni. In totale le truppe sovietiche dislocate all’Est subiranno un taglio di 50 mila uomini e 5 mila carri armati, mentre le altre divisioni verranno riorganizzate e dopo un ulteriore riduzione dei loro mezzi corazzati diventeranno apertamente difensive. La riduzione riguarderà anche uomini e mezzi impiegati nella parte europea dell’URSS, con il risultato finale di un depotenziamento del fronte europeo in URSS e nei Paesi alleati di 10 mila carri armati, 8.500 pezzi d’artiglieria e 800 aerei da combattimento. Parallelamente, Gorbaciov manda anche un segnale alla Cina, con ogni probabilità già anticipato pochi giorni fa al ministro degli Esteri di Pechino ritornato in visita a Mosca: le forze armate sovietiche a distanza nella zona asiatica del Paese verranno significativamente ridotte nei due anni, e la maggior parte delle truppe dislocate in Mongolia ritorneranno a casa.

Con questo piano di riorganizzazione militare, nasce il problema della transizione da un’economia degli armamenti all’economia del disarmo. E l’URSS, garantisce Gorbaciov, è pronta a rendere pubblico il suo piano di riconversione, che scatterà già nel 1989 con un esperimento di produzioni civili in due o tre impianti di industria bellica. L’altra immediata traduzione pratica del progetto gorbacioviano di riduzione unilaterale della presenza militare sovietica, riguarda l’Afghanistan. Qui i fatti sembrano contraddire le parole, perché il piano di ritiro è stato sospeso. Evitando con sorvegliata prudenza attacchi e polemiche dirette dalla tribuna su cui Kruscev battè la sua scarpa di Segretario Generale, nel 1960, Gorbaciov si è limitato ieri a un ammonimento: Pacta sunt servanda. La proposta sovietica prevede un completo ed effettivo cessate-il-fuoco dal primo gennaio, con la fine di ogni operazione d’attacco e dei bombardamenti e con i territori occupati dalle forze di opposizione che rimangono sotto il loro controllo per tutta la durata del negoziato, mentre a Kabul e negli altri centri strategici dovrebbe operare un contingente dell’ Onu.

In tutto il discorso il leader sovietico ha sottolineato la necessità di un nuovo ruolo per le Nazioni Unite, dalla difesa dell’ ambiente all’ esplorazione dello spazio, alla soluzione del problema del debito estero dei Paesi sottosviluppati. L’URSS è pronta ad una moratoria fino a cento anni degli interessi, e in alcuni casi limitati e disponibili a cancellare il debito del tutto. L’invito rivolto agli altri Paesi sviluppati è quello di creare un’agenzia specializzata che dovrebbe rilevare le esposizioni debitorie, nel quadro di una consultazione a livello di capi di governo tra Paesi debitori e Paesi creditori, sempre sotto gli auspici dell’Onu. E’ la visione (che lo stesso Gorbaciov definisce romantica) di un mondo solidale e interdipendente, pronto, all’unità nella diversità, in un sistema di relazioni deideologizzate, con la perestrojka strumento di una sorta di nuovo imperialismo sovietico di pace.

Il sostegno del Paese. Il leader dell’URSS assicura che i sovietici di ogni generazione sostengono la nuova politica del Cremlino e garantisce che lo stato di diritto si svilupperà nel suo Paese, cambiando radicalmente il quadro dei diritti umani. Già oggi, ha ripetuto Gorbaciov, non ci sono persone costrette al confino per il loro credo politico e religioso: in futuro profonde modifiche al codice penale (compresi gli articoli sulla pena di morte), insieme con la revisione della politica dei visti, introdurranno nuove regole, cancellando dall’ agenda il problema dei cosiddetti refuznik.

È la cornice della nuova URSS nell’età della perestrojka che Gorbaciov offre a Bush, nel momento in cui cambia l’amministrazione americana. Nel discorso del segretario-presidente c’è solo un profondo rincrescimento per l’incidente con l’OLP; ma c’è la promessa che Bush troverà al Cremlino un interlocutore aperto e pronto a continuare il dialogo, in uno spirito di realismo.

8 dicembre 1988, dall’inviato della “Repubblica” Ezio Mauro

Che succede?

c3dem_banner_04PD-M5S, UN’ALLEANZA IN PESSIMA SALUTE
7 Novembre 2019 by Forcesi | su C3 dem.
Ezio Mauro, “L’agonia di un’alleanza senz’anima” (Repubblica). Giovanni Orsina, “Un governo più giallo che rosso” (La Stampa). Claudio Cerasa, “Con il grillismo non ci si può sposare” (Foglio). Franco Monaco, “Le sorti comuni Pd-M5s, serve un congresso” (Il Fatto). Paolo Pombeni, “Pd nella trappola di M5s e Renzi” (Il Quotidiano). Claudio Tito, “Così non va e ora i vertici Pd pensano allo strappo” (Repubblica). Dario Franceschini, “Un nuovo patto con renziani e M5s o la maggioranza rischia” (intervista al Corriere della sera). Francesca Schianchi, “Subalternità culturale o senso di responsabilità, così i dem cedono ai 5s” (La Stampa).
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logo-unicaPerché l’Italia è l’ultima della classe. La lezione di Visco
Il governatore della Banca d’Italia spiega cosa c’è dietro la crisi del nostro paese. Non è colpa né dell’euro né della globalizzazione ma della mancanza di conoscenza

di Ignazio Visco
Discorso integrale in occasione dell’inaugurazione del 399mo Anno accademico dell’Università di Cagliari. Su Unica.it.
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democraziaoggi-loghettoAnniversari
di Tonino Dessì, su fb.
Non ho pubblicato, quest’anno, nessun post sull’anniversario della Rivoluzione sovietica nè voglio oggi scriverne uno lungo sull’anniversario della caduta del Muro di Berlino. [segue]

Oggi sabato 9 novembre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————
Autonomia, rischi intatti e risposte scarse
9 Novembre 2019
Intervento di Massimo Villone su Il Manifesto del 7.11.2019, ripubblicato su Democraziaoggi.
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Massimo Villone, autorevole costituzionalista, sarà a Cagliari il 14 novembre relatore in un’assembea aperta del CoStat-ANPI-Scuola di cultura politica “Francesco Cocco” (ore 17, Studium Franciscanum – via Principe Amedeo n. 22). Anticipiamo i temi dell’incontro pubblicando un suo intervento su Il Manifesto.

Che succede?

VERTENZA ENTRATE/CONTE IN FABRICA.
sardegna-dibattito-si-fa-carico-181x300Di cose sarde.
Antonio Dessì su fb
Pare che il consenso sull’accordo raggiunto ieri fra il Presidente della Regione autonoma della Sardegna Solinas e il Ministro degli affari regionali Boccia sulla “vertenza entrate” trovi il plauso di tutte le forze politiche dell’Isola, governative sarde e filogovernative italiane.
Ancora una volta si parla di “storica chiusura della vertenza entrate”. [segue]

Salviamo la Terra, anche da imbroglioni e ciarlatani

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I negazionisti del clima e quella strana par condicio
di Giacomo Pellini su Sbilanciamoci
6 Novembre 2019 | Sezione: Ambiente, Apertura
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Una petizione recentemente promossa da ambientalisti, scienziati e climatologi italiani chiede di mettere al bando nei media le bufale – propagandate in nome della par condicio da sedicenti esperti e scienziati, spesso in posizione di conflitto di interesse – che negano l’origine antropica del riscaldamento globale.

Il fumo fa bene alla salute. Come reagireste se il vostro medico, durante una visita, se ne uscisse con questa affermazione? Molto probabilmente correreste al CUP chiedendo di cambiare dottore. Eppure, nemmeno molto tempo fa, la questione della correlazione tra cancro e sigaretta era molto dibattuta, tanto che alcuni sedicenti scienziati negavano che ci fosse un legame tra tumori e fumo.

Il caso più eclatante è riportato nel libro di Erik M. Conway e Naomi Oreskes Merchants of Doubts. How a Handful of Scientists Oscured the Truth on Issues from Tobacco Smoke to Global Warming. Nel testo si parla infatti della storia molto singolare di tre scienziati – Frederick Seitz, Fred Singer e Robert Jastrow – che lavoravano con diverse fondazioni private di stampo anticomunista e ultraconservatore adottando la prassi di screditare a suon di ricerche scientifiche diversi argomenti di attualità, in primis sulla pericolosità del fumo di sigaretta.

Ma il laborioso gruppo di negazionisti non si limitò a questo, e continuò negli anni a produrre report contro altre questioni dimostrate scientificamente, come le piogge acide o il buco nell’ozono, fino a negare l’origine antropica dei cambiamenti climatici. La cosiddetta “strategia del tabacco” – ossia barattare le proprie competenze scientifiche con il denaro mettendosi al servizio di potenti corporation private con precisi interessi, siano esse le compagnie petrolifere o quelle tabacco – ha prodotto alla fine importanti risultati. Uno dei principali: il Presidente degli Stati Uniti nel 2017 arriva a negare l’esistenza dei cambiamenti climatici sulla base di fantomatiche prove scientifiche, dichiarando il ritiro statunitense dall’Accordo di Parigi.

La comunità scientifica internazionale non ha dubbi: la crisi climatica è colpa dell’uomo ed è una realtà da affrontare al più presto. Secondo l’ultimo report dell’IPCC, il panel di esperti dell’ONU che si occupa di clima, se entro 11 anni non si ridurranno drasticamente le emissioni, non riusciremo a contenere l’aumento della temperatura terrestre entro i due gradi – obiettivo appunto dell’Accordo di Parigi. Una soglia che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa delle specie umana.

Nonostante l’evidenza scientifica, ancora oggi si moltiplicano le opinioni pseudo-scientifiche sulla questione, con sedicenti “esperti” che da alcuni giornali o nei dibattitti televisivi rilanciano in nome della par condicio le loro teorie “scientifiche” sostenendo, tra le altre cose, che “There is no climate emergency”. È il caso di una lettera inviata al segretario generale dell’ONU Antonio Guterres e firmata da 500 scienziati e accademici, tra cui figurano anche alcuni nostri connazionali. Nel testo si nega fermamente la rilevanza della attività umane con il riscaldamento climatico.

A rilanciare entusiasticamente la lettera è stata la destra italiana, che per l’occasione ha organizzato un evento in Senato lo scorso 18 ottobre dal nome “Sul riscaldamento globale di origine antropica”. L’appello, presentato da Maurizio Gasparri e Vito Comencini, a detta degli organizzatori sarebbe servito contro “le politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusione di governare il clima”.

Ma la questione non è solo italiana: si sta sviluppando un pericoloso network globale di negazionisti climatici alimentato dai partiti populisti di estrema destra europei e internazionali. Un rapporto di fine marzo della Fondazione tedesca Adelphi ha segnalato come i partiti di ultradestra non odino solo i migranti, ma anche il clima e l’ambiente: il dossier dimostra come molti di questi partiti si siano astenuti o abbiano votato contro la ratifica dell’Accordo di Parigi sul clima all’Europarlamento, avvenuta il 4 ottobre del 2016. Tra queste formazioni c’è ovviamente anche la Lega (“L’accordo raggiunto è stato un compromesso al ribasso per permettere alle aziende cinesi e dei Paesi in via di sviluppo di competere ingiustamente con le aziende italiane” dichiarava durante le votazioni l’allora eurodeputato del Carroccio Gianluca Pini).

Si sprecano poi le offese per delegittimare e colpire il movimento dei Fridays For Future e Greta Thunberg: i negazionisti climatici sostengono che la giovane attivista svedese sia “manipolata”, “una pessima attrice”, “un pappagallo”, “il nuovo cucciolo di Soros” mentre i giovani che seguono il suo messaggio vengono soprannominati in maniera dispregiativa come “gretini”.

La stragrande maggioranza di chi propaga queste “teorie”, tra cui i firmatari del famoso appello, non hanno competenze specifiche in materia, sostengono tesi già smentite da diversi anni – una su tutte: il pianeta non si sta scaldando dal 2000 – e basano le loro teorie su bufale.

Occorre fare chiarezza e di ribadire il primato della scienza sulle opinioni. Per questo alcuni ambientalisti, scienziati e climatologi italiani – Annalisa Corrado, Rossella Muroni, Francesco Ferrante, Antonello Pasini, Piero di Carlo, Rosy Battaglia, Luca Mercalli, Stefano Caserini, Gianni Silvestrini – hanno deciso di lanciare una petizione su change.org per chiedere che i media italiani seguano l’esempio di quelli inglesi, smettendo di dare spazio a posizioni antiscientifiche che negano i cambiamenti climatici in nome della par condicio.

La petizione si intitola “Cambiamenti climatici: nessuno spazio per posizioni antiscientifiche nei media”. Il 98% degli scienziati, del resto, non ha dubbi: come ribadisce Annalisa Corrado, i cambiamenti climatici di natura antropocentrica sono un’emergenza da affrontare, non un’opinione o un dibattito. Dare il medesimo spazio mediatico alle tesi scientifiche e a quelle negazioniste, sostenute dal 2% della comunità scientifica internazionale, non fa altro che prolungare l’agonia e contribuire alla diffusione di vere e proprie bufale.

Dopotutto, se qualche scienziato vi dicesse che la terra è piatta, lo considerereste ancora come tale?
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La “svolta verde” del governo. Ma è solo un primo passo
Una lettura tecnica delle misure varate dall’esecutivo conferma quanto annunciato all’ASviS dal ministro Gualtieri, anche se il “green new deal” richiede una visione di lungo termine. 7/11/2019

di Enrico Giovannini su ASviS online.

In occasione della presentazione del Rapporto ASviS, il 4 ottobre scorso, il ministro dell’Economia e delle finanze Roberto Gualtieri era intervenuto annunciando una serie di misure che il Governo avrebbe adottato con la Legge di Bilancio 2020, le quali, a sua detta, avrebbero rappresentato una “svolta verde” senza precedenti nella politica economica italiana. Leggendo i commenti apparsi sulla stampa alle varie bozze della Legge di Bilancio 2020 circolate nelle settimane scorse credo che nessuno abbia tratto l’impressione che il provvedimento sia in linea con quanto annunciato dal ministro. Dunque, chi ha ragione?

Fermo restando che si dovrà attendere il varo del testo finale, dopo il lavoro emendativo che su di esso svolgerà il Parlamento, una lettura “tecnica” del provvedimento proposto dal Governo conferma quanto aveva indicato il ministro Gualtieri, il che pone una evidente domanda sulla capacità dell’opinione pubblica italiana non tanto di valutare la singola norma, quanto di “unire i puntini”, leggendo l’insieme degli atti di governo, nel caso particolare la bozza della Legge di Bilancio, il Decreto legge “clima” e il Decreto legge “fiscale”, che rappresentano i tre atti legislativi finora varati dal Governo in carica.

E cominciamo proprio dal Decreto-legge “clima”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 ottobre 2019 e attualmente oggetto di discussione al Senato. Al di là del contenuto un po’ confuso con il quale è stato predisposto, va ricordato che un decreto-legge va motivato in base ai criteri della gravità e dell’urgenza. Proprio per questo, sono sostanzialmente assenti nella storia legislativa nazionale decreti-legge in materia di politiche ambientali, al di là di interventi d’urgenza su specifici eventi. Ebbene, il preambolo del Decreto recita

“Il Presidente della Repubblica, visti gli articoli 77 e 87, quinto comma, della Costituzione, considerata la straordinaria necessità ed urgenza di adottare una politica strategica nazionale che permetta di fronteggiare l’emergenza climatica, tenuto conto dei lavori svolti a livello internazionale dall’International Panel on Climate Change (Ipcc) in ambito Nazioni unite che evidenziano come la variabilità climatica sia strettamente legata alle attività umane e come le temperature e le emissioni di CO2 continueranno progressivamente a crescere con impatti negativi su numerose aree del pianeta e sulla salute pubblica, …”.

Questo testo configura una vera e propria “dichiarazione di emergenza climatica” da parte del Governo e del Presidente della Repubblica, cioè un atto senza precedenti nella storia della legislazione italiana della quale l’ordinamento giuridico non potrà più prescindere d’ora in avanti. E non ci si può non rallegrare con le più alte istituzioni per aver finalmente, anche se con ritardo, riconosciuta la gravità della crisi climatica, operando nella direzione indicata dal Rapporto ASviS. Ora ci aspettiamo che il Parlamento italiano proceda a dichiarare ufficialmente lo “stato di emergenza climatica”, ribaltando la posizione negativa espressa solo pochi mesi fa sul tema dalle forze che sostenevano il governo “giallo-verde”.

Venendo alla Legge di Bilancio 2020, in primo luogo va notato che i capitoli nei quali essa è articolata utilizzano un linguaggio inusuale per la politica economica italiana, ma in linea con quanto annunciato dal ministro Gualtieri. Il Titolo 3 del testo, infatti, parla di “Misure per gli investimenti, la sostenibilità ambientale e sociale” (al cui interno compaiono articoli dedicati al “Green new deal” e alla “Green mobility”), mentre il Titolo 1 e il Titolo 2 della seconda parte contengono misure per la “Rimodulazione selettiva delle tax expenditures e dei sussidi dannosi per l’ambiente” e “Misure fiscali a tutela dell’ambiente e della salute”, e leggendo i titoli di singole misure si ritrovano “Incentivi fiscali all’acquisizione di beni strumentali e per l’economia circolare” e “Nuova Sabatini, investimenti Sud e investimenti eco-sostenibili delle Pmi”. Inoltre, considerando che i termini “sostenibile” e “sostenibilità” compaiono con una frequenza elevata nel testo, va riconosciuto che, sul piano puramente semantico, siamo in presenza di una forte innovazione rispetto al passato. Ovviamente, ciò che conta è il contenuto delle norme.

Da questo punto di vista, la proposta avanzata dal Governo prevede investimenti senza precedenti nella trasformazione del sistema socio-economico nel senso dello sviluppo sostenibile. Parliamo di oltre 22 miliardi nei prossimi 15 anni, dedicati (art. 7 del Titolo III) a interventi per “lo sviluppo del Paese, anche in riferimento all’economia circolare, alla decarbonizzazione dell’economia, alla riduzione delle emissioni, al risparmio energetico, alla sostenibilità ambientale e, in generale, ai programmi di investimento e ai progetti a carattere innovativo, anche attraverso contributi ad imprese, ad elevata sostenibilità e che tengano conto degli impatti sociali”.

Ferma restando la ben nota difficoltà a tradurre in realtà gli annunci sugli investimenti pubblici, è interessante sia l’entità degli interventi, sia il fatto che siano “spalmati” su un lungo arco temporale, a testimoniare l’intenzione di superare le ottiche di breve termine con cui i provvedimenti di spesa sono spesso adottati. Ovviamente, l’entità degli investimenti è del tutto insufficiente per trasformare il sistema produttivo italiano nella direzione dello sviluppo sostenibile ed è qui dove dovrebbe intervenire il settore privato. Interessanti sono, a questo proposito, gli interventi orientati a favorire le scelte di investimento e di innovazione a favore di un’economia che nel passato ho definito “digi-circolare”. Ad esempio, il sostegno alle Pmi per investimenti, anche in capitale umano, orientati simultaneamente alla digitalizzazione e alla transizione all’economia circolare recepisce una delle proposte dell’ASviS e dimostra che non si tratta solo di “spendere di più”, ma di orientare meglio il sostegno che lo stato offre all’azione dei privati. Va nella stessa direzione la costituzione del “Fondo per la crescita sostenibile” e il suo uso per offrire garanzie per operazioni dei privati orientate a investimenti per innovazione e sostenibilità.

Molto hanno fatto discutere le misure che prevedono nuove tasse (sulla plastica, sulle bevande gassose, ecc.) o la riduzione di sussidi dannosi per l’ambiente. A tale proposito, va ricordato che la Legge 221 del 2015 prevede già il graduale smantellamento di questi ultimi (circa 19 miliardi di euro all’anno) e la loro trasformazione in sussidi a favore dello sviluppo sostenibile. Da questo punto di vista, è evidente che la riduzione degli incentivi dannosi o l’inasprimento delle imposte su prodotti o attività ad alto impatto ambientale non debbano essere attuate per “fare cassa”, ma per accelerare la transizione verso la green economy. Se questo fosse non solo chiarito, ma anche praticato, è probabile che le misure in questione sarebbero sostenute da una parte consistente dell’opinione pubblica, giustamente preoccupata di nuove imposte tout court, visto l’elevato livello dell’imposizione fiscale. Allo stesso tempo, è necessario che le misure siano “ragionevoli” e “bilanciate”, nel senso di assicurare una “giusta” transizione, che tenga conto del tempo necessario per riconvertire processi e assetti consolidati. Al di là dell’opportunità che le singole misure possano essere migliorate nel corso del dibattito parlamentare, va ancora una volta ricordato che i provvedimenti vanno inquadrati in esplicite visioni di medio-lungo termine, che la politica deve chiaramente comunicare e perseguire negli anni.

Al di là delle singole misure, che l’ASviS analizzerà in dettaglio nelle prossime settimane, pubblicando a febbraio la valutazione dell’impatto della Legge di Bilancio 2020 sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile, la discussione di queste settimane ha reso evidente a tutti che la transizione a un modello sostenibile di sviluppo non è un processo facile e senza costi, con potenziali tensioni tra gruppi sociali, settori di attività, innovatori e conservatori, ecc. Quello che è inaccettabile è un giorno lodare la pressione che i giovani esercitano per rendere il mondo sostenibile e il giorno successivo sostenere chi si oppone al cambiamento in nome dei propri interessi, per quanto legittimi. Alla politica, ma anche alla società civile e agli opinion leader, è richiesta una capacità straordinaria di orientare le scelte di oggi sapendo che viviamo un tempo straordinario, come il recente appello di migliaia di scienziati ci ha ricordato. Sapere che a rischio non è solo la qualità della vita delle future generazioni, ma quella dell’attuale generazione rende il quadro ancora più complesso, ma questa consapevolezza non può essere motivo di rinvio delle scelte difficili e urgenti che ci spetta fare.

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Il valore strategico del mare

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di Gianfranco Sabattini
Lo sviluppo dei traffici è strumentale alla crescita economica, e quest’ultima lo è all’aumento della crescita della potenza militare. E’ inutile dire che, con l’enorme sviluppo dei traffici commerciale, avutosi con l’allargamento del processo di globalizzazione, la condizione per conservare, sia la capacità di crescita economica, sia la primazia della potenza militare a supporto della prima, richiede il controllo dei mari. E’ ancora inutile dire che, tale controllo deve essere finalizzato principalmente a garantire l’ordinato svolgersi del sistema dei traffici commerciali, pena l’insorgere di difficoltà nel conservare le condizioni necessarie per la stabile crescita economica interna. [segue]

Addio a Remo Bodei

luttoremo_bodei_-_festival_economia_2018È morto il filosofo Remo Bodei, aveva 81 anni
È morto il filosofo e accademico Remo Bodei, professore di Filosofia all’Università della California. Aveva 81 anni, era nato a Cagliari e per molti anni aveva insegnato alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa. Era uno dei massimi esperti delle filosofie dell’idealismo classico tedesco e dell’età romantica. Il suo libro più recente, uscito a settembre, si intitola Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, intelligenza artificiale.[il Post]
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Ti sorprende il tempo che passa?
“Se alludi alla vecchiaia, non lo considero un problema. E non sento l’angoscia del tempo né mitizzo l’infanzia. Ricordo che con Bobbio si condivideva l’idea che si vive per perdere e che bisogna accettare questa perdita progressiva di sé”. (Remo Bodei).
Un commento di Nicolò Migheli, su fb.
Nel giro di sei anni la Sardegna e il mondo perdono due giganti del pensiero: Placido Cherchi prima e Remo Bodei ieri. Loro erano amici nella vita, entrambi hanno segnato il Novecento con lo studio e lo svelamento del concetto di “limite”. Mi piace pensare che da qualche parte si rincontrino per continuare le loro discussioni. Ci sono gli scritti, si dice in questi casi, ci mancherà invece quel che avrebbero potuto dare. L’assenza del pensiero tagliente di Placido è evidente nella Sardegna di oggi. Grazie ad entrambi per esserci stati e per il grande contributo che avete dato. A noi resta la vostra eredità pesante.
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Condoglianze e vicinanza alla famiglia e agli allievi e amici tutti da parte di Aladinpensiero e di Democraziaoggi.
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Un ricordo di Renzo Bodei su Democraziaoggi.

Save the date – Punta de billete

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Oggi venerdì 8 novembre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————
Politiche meridionalistiche: fallimento perché?
8 Novembre 2019
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
[…]
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Gigi Riva Auguri!

GigirrivaOggi è il compleanno di Gigi Riva. Sono 75.
Infatti è nato a Leggiuno, provincia di Varese, il 7 novembre 1944.
Arrivato a Cagliari quando aveva 18 anni, è uno di noi.
Lombardo, ha voluto e saputo farsi sardo, un’impresa che a molti sardi non riesce. Auguri Giggirriva.
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Che succede?

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La lettera di
di Raniero La Valle

EGOFASCISMO

Care Amiche ed Amici,
il cardinale Ruini (ex presidente della CEI e vescovo vicario di Roma negli anni 1991-2008) suggerisce di dialogare con Salvini, che viene pensato come futuro: come futuro suo ma anche nostro (“ha notevoli prospettive davanti a sé”). Ciò vuol dire passare nei confronti di lui dalla resistenza al viatico, e togliere il tappo che fortunosamente il sistema politico italiano ha messo per impedire o almeno ritardare l’irruzione delle acque dei pieni poteri, traboccanti da urne precocemente convocate. Questo tappo, per quanto improvvisato e maldestro, è la cosa che dà ragione del governo in carica e lo trasforma in governo della ragione.
Passare dalla resistenza al viatico al leader leghista, significa togliere il tappo, privare di questa ragione il governo, farlo cadere. È ciò che dal primo giorno della sua concezione e della sua nascita stanno facendo molti poteri interni ed esterni al governo, che operano perfino tra le forze che lo hanno concepito e lo abitano. Tra questi poteri che giorno dopo giorno scalzano le fragili fondamenta su cui il governo si regge, c’è quasi l’intero sistema culturale e mediatico che agisce sotto dettatura del denaro. Tale è la TV commerciale, interamente determinata dal denaro, il quale si svela platealmente decidendo palinsesti, maratone e tempi concessi ai programmi nelle interruzioni tra una pubblicità e un’altra. I soggetti che fanno i programmi, diventano in tal modo essi stessi oggetti. Non è la televisione che fa la pubblicità, è la pubblicità che fa la televisione. Cioè è il mercato, e meno male che c’è il mercato perché, venuto meno il controllo umano, almeno il mercato per sue non tanto misteriose ragioni ha interesse che qualcosa di umano continui, che la convivenza regga, e che i cori razzisti, che minacciano di far interrompere lo spettacolo negli stadi, non ci siano.
Ora la TV gestita dal denaro sa benissimo che, assunto come fine il profitto, la sola produzione redditizia è lo spettacolo. E gli spettacoli costano: basta guardare ai Teatri dell’Opera, le cui recite a causa dei cori, delle orchestre, delle prime donne e delle messe in scena costano troppo, e che perciò chiudono. Ma la TV commerciale ha trovato le uova d’oro, ha trovato lo spettacolo che non costa nulla e anzi paga addirittura per essere rappresentato. Questo spettacolo è la politica, che da sola può coprire l’intero arco della programmazione, quando è mattina, quando è sera, quando è notte e poi di nuovo mattina. Ma lo spettacolo che fa audience (lo si sa fin dal Teatro greco) è la tragedia e la farsa. E la politica va benissimo come spettacolo, a patto che si presenti come tragedia e come farsa; e se in se stessa non è né tragedia né farsa, la TV ce la fa diventare, la deve restituire così, altrimenti dovrebbe trasmettere altre cose, molto più care. Ciò vuol dire che in quanto “medium”, strumento mediatico, la TV deve farsi mediatrice e autrice del falso, della fake news per eccellenza: perché la politica è tutt’altra cosa di ciò che viene mostrato, è l’impresa del vivere insieme, e vera politica non è solo la contesa per questo o quel problema determinato, ma quella per cui ne va delle condizioni di vita e del destino degli uomini e delle donne sulla terra.
È in questa più larga visione che il tappo non va tolto.
Ma perché c’è questa scelta, questa deriva a favore di Salvini? Salvini non ha solo un futuro, ha anche un passato. Il passato di Salvini sono la cultura e la politica dell’Occidente dopo l’89, da quando cioè si è fatta la globalizzazione, ma senza un’idea (un’ideologia!) che la fondasse, senza il pensiero di un’unità umana di cui essa fosse l’effetto; e questo passato, in Italia, è anche il passato della Chiesa di Ruini, dagli anni 80 fino a papa Francesco, nel lungo tempo dell’eclissi del Concilio. Caratteristica di quella Chiesa fu l’idea che nella società, man mano che scemava la fede, la Chiesa dovesse farsi portatrice di un “progetto culturale”, di una cultura in vesti secolari: non di una politica, perché quella, mandato al macero il “cattolicesimo democratico”, la si lasciava fare ai politici, alla destra che c’era, tallonata però perché si rendesse “permeabile” alle istanze cattoliche e così, come rivendica Ruini, portasse dei “frutti” per la Chiesa.
In tal modo la Chiesa si è incorporata alla cultura della modernità, i fedeli sono stati lasciati a quei pascoli. Ed è questo meticciato culturale (ateismo e rosari) che è giunto fino a noi. È la cultura di una Chiesa quale è stata, e che come tale è destinata a finire se papa Francesco non sarà continuato e si vorranno chiudere le porte alla Chiesa che sarà.
Ora la vecchia cultura, oggi endemica se non egemone, non è atta a salvare la Terra e a far sì che la storia continui. Giustamente Salvini rifiuta di essere chiamato “fascista” e denuncia chi lo fa, anche se il Pubblico Ministero di Milano dice che non è reato. Il fascismo è un fenomeno storico nato dallo scempio della prima guerra mondiale e dall’estro di Mussolini, e non è ripetibile in qualsiasi altra forma. Però è proprio dell’uomo dare il nome alle cose, e anche “rinominarle”, quando occorre, come ora ci fa fare il computer. Si può rinominare il fascismo, riconoscere il fascismo eterno dandogli il nome di “egofascismo”, un nome che riassume tutta una cultura e tutta una storia. L’egofascismo è mettersi al centro, prima e al posto di ogni altro e far questo con qualunque mezzo, al costo di qualsiasi violenza, al principio di ogni sacrificio. È la morale del Principe, la ragion di Stato, il nucleo duro della sovranità; è dire “prima gli Italiani” o “solo gli Italiani” e perciò chiudere i porti, destinare i migranti all’inferno, far passare la cultura “meglio morti che sbarcati”, singolare rovesciamento del grido “meglio morti che rossi”, e ripresa del più antico “me ne frego”: della morte e della perdizione dell’altro. È la cultura della dialettica, della contraddizione, che è poi la cultura del nemico, da Eraclito ad Hitler, fino alla cultura del maggioritario, fino alla minaccia: “con un voto in più si governa su tutti”.
Se davvero siamo ad un cambiamento d’epoca, è questa cultura che deve cambiare. C’è un’altra cultura, non dell’alternativa ma dello scambio (il cristianesimo, di cui si baciano i simboli, è il rovesciamento assoluto della dialettica, con la sua unione tra umano e divino, che addirittura ha definito “consustanziali”); è la cultura dell’ “I care” (mi preme), del “prima gli altri”, “prima i poveri, i deboli, gli scacciati”, è la cultura della casa di tutti e dell’unità umana, la cultura per la quale o ci si salva tutti insieme o non si salva nessuno.

Con i più cordiali saluti.

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
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Scegliete oggi chi volete servire (Gs 24,15)
Notizie da
Chiesa di tutti Chiesa dei poveri
Newsletter n. 168 del 7 novembre 2019
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RUINI, SALVINI, CATTOLICI E POLITICA
5 Novembre 2019 by Forcesi | su C3dem.
Mons. Camillo Ruini, “La Chiesa dialoghi con Salvini. Un errore i sacerdoti sposati” (intervista al Corriere della sera, 3/11). Mons. Domenico Mogavero, “Ma il dialogo con Salvini è difficile” (intervista al Corriere). Matteo Salvini, “Io cerco il dialogo con i cattolici. Vedrò Ruini e non solo lui” (intervista al Corriere). Gianni Santamaria, “Ruini: non è tempo di un partito unitario” (Avvenire). Stefano Ceccanti, “Riecco Ruini a spiegare il ruinismo” (Il Riformista). Franco Monaco, “Ruini, un rispettoso dissenso” (Settimana news). Giorgio Armillei, “Ruini, la chiesa cattolica e la politica italiana” (landino.it). Antonella Rampini, “Così Ruini attacca Bergoglio” (Il Dubbio). Sull’Avvenire Angelo Picariello fa il punto sui vari fermenti nella galassia cattolica: “Cattolici e politica, lavori in corso”. Enzo Bianchi interviene sul lancio di un “manifesto politico” (vedi qui) di alcuni cattolici: “La stagione del silenzio” (Repubblica). INOLTRE: Eugenio Scalfari racconta “La chiesa secondo un laico” (Repubblica). Marco Roncalli, “E’ morto padre Eugenio Melandri” (Avvenire). Francesco Occhetta sj, “Il suicidio assistito, un nodo politico da sciogliere” (La Civiltà Cattolica).
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Stato e mercato.
di Antonio Dessì, su fb.

Quello che sta emergendo anche dal confronto di ieri fra la Presidenza del Consiglio dei ministri e i massimi vertici (la proprietà) di Acelor Mittal mette in luce un quadro sconcertante, che rivela quanto siano astratte certe dispute sul tema “Stato e mercato” specie in Italia.
Altro che alternative fra privatizzazioni e nazionalizzazioni, quando lo Stato non è in grado nemmeno di valutare il contesto dei mercati e di vagliare le strategie dei soggetti privati implicati e da parte loro i soggetti privati implicati o imbrogliano, o essi stessi, invischiati più in una dimensione finanziaria che in una strategia industriale, commettono errori che dovrebbero essere inconcepibili.
Non aveva tutti i torti Di Maio, forse, quando si rassegnò ad accettare gli esiti della gara internazionale a suo tempo aggiudicata sotto il ministero Calenda, definendola “il delitto perfetto”.
Acelor Mittal si aggiudicò la gara proponendo un prezzo di acquisto (o meglio, un canone di affitto) per la gestione dell’ex ILVA superiore di quattrocento milioni di euro a quello del secondo classificato. Successivamente presentò un piano industriale che -addirittura incorporando i costi dell’ambientalizzazione del processo produttivo- prevedeva una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio annue e il mantenimento dei livelli occupazionali.
Ieri è venuto fuori che, oltre a non voler-poter accollarsi ulteriormente la perdita di due milioni di euro al giorno della gestione corrente, vorrebbe ridimensionare la produzione a quattro milioni di tonnellate all’anno, rallentare o disattendere almeno in parte l’ambientalizzazione del processo produttivo -questione dell’Altoforno 2- e licenziare almeno cinquemila dipendenti.
Ora, tutto questo non quadra con nessuna affidabilità di nessuna delle due parti in gioco.
Tutti sapevano da tempo che nel mondo si sta registrando una sovrapproduzione di acciaio, con tutte le ricadute sui relativi prezzi e convenienze di acquisto.
Non può essere che lo si scopra oggi.
Così come tutti sapevano che mantenere una produzione quantitativamente massiccia di acciaio in un Paese europeo, con tutti i problemi ambientali cui il processo produttivo deve far fronte, comporta incrementi di oneri di processo (costi aggiuntivi) che (per ora) altri Paesi non affrontano e che questo incide sulla competitività.
Non si chiami in causa una presunta sottocultura antiindustriale italiana, su questo terreno. Non sono nemmeno astratte questioni di vincoli legali improvvidamente applicati dalla magistratura penale.
La gente non è per principio contraria all’industria. Cresce piuttosto la quantità di persone che di industria non vuole più ammalarsi o morire. È un fatto sociale concreto.
Non basta il calo congiunturale della domanda, soprattutto connesso con la frenata tedesca specie in campo automobilistico, a giustificare quello che Acelor Mittal dichiara ora di aver verificato.
Nemmeno quello è un fatto meramente congiunturale: l’auto è, per la parte meccanica, del resto, un prodotto maturo, poco suscettibile di evoluzione, cionondimeno il suo mercato è soggetto a variabili continue, congiunturali e no.
È evidente che lo scudo penale non c’entra gran che.
È altrettanto evidente che il problema si pone in termini veramente straordinari, a questo punto.
Intanto chiama in causa l’assenza di strategia industriale del Paese.
Mettiamo che si sia costretti a subire il recesso di Acelor Mittal, posto che in punta di politica ieri Conte ha giudicato la posizione della multinazionale franco-indiana come “un ricatto inaccettabile”.
Che si fa?
Saltiamo per un momento l’ipotesi del subentro del secondo posizionato nella gara, che verosimilmente dovrebbe riconsiderare le condizioni emerse in itinere, comprese le valutazioni odierne sullo stato di fatto (e di mercato).
Si torna alla gestione commissariale, che non può che essere temporanea, se non si vuole che diventi implicitamente liquidatoria.
Occorrerà cercare altre formule societarie, con o senza partecipazioni private.
Ma con quale piano per la siderurgia italiana?
Con quale management di scelta presumibilmente pubblica?
Quanto durerebbe il favore verso una sorta di nazionalizzazione, se i costi restassero alti e le perdite inevitabilmente accollate sul bilancio pubblico?
Se non si risponde a queste domande, tutto quello che leggiamo da parte dei politici è solo un’irresponsabile, colpevole produzione di cortine fumogene.
L’ex ILVA si sta rivelando una chiamata in causa non di un Governo (che comunque non ne uscirà indenne), ma della condizione generale dell’intero Paese.
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Oggi giovedì 7 novembre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————
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- Il sito dedicato.
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Che fare contro i razzisti negli stadi?
7 Novembre 2019
A.P. su Democraziaoggi.
A che livello può giungere la stupidità? E a quanto l’ignoranza? E l’inumanità? Sembra non ci sia un limite. Udite! Udite! La Lega di Verona vuole denunciare per diffamazione Mario Balotelli e tutti quelli che hanno reagito agli insulti razzisti ricevuti dal calciatore del Brescia domenica allo stadio Bentegodi. Non è uno scherzo. Esiste, nero […]
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Oggi mercoledì 6 novembre 2019

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2senza-titolo1lampadadialadmicromicro1308a4e07f-332a-4423-9db7-283903fc0249democraziaoggi-loghetto
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La lotta di classe nel mondo diviso
6 Novembre 2019 su Democraziaoggi.
Ci sembra interessante al fine di riflettere sulla situazione attuale questa intervista a Il Manifesto di Bong Joon-ho, regista di «Parasite», Palma d’oro al Festival di Cannes nei cinema dal 7 novembre […]
————————–Domani———————–
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