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Il capitalismo della sorveglianza e il pericolo di deriva della società dell’informazione

di Gianfranco Sabattini

Il mondo contemporaneo è dominato dall’importanza assunta dall’informazione, un bene immateriale che, nella società post-industriale, sta soppiantando l’industria, il settore dell’economia che, per tutto il XX secolo, ha trainato il mutamento economico, sociale e politico di gran parte dell’Occidente. L’informatica (apparecchi digitali e programmi software) e le telecomunicazioni (le reti telematiche) costituiscono i due pilastri su cui si regge la società dell’informazione, il cui sopravvento sta ridefinendo il modo di vivere dei cittadini, senza offrire a chi ne subisce le conseguenze la possibilità di riflettere per decidere se accettare o meno i nuovi stili di vita.
Chi fa parte della società dell’informazione può apprezzare i vantaggi che essa offre, ma nello stesso tempo subire l’ansia per i pericoli che possono pesare sul suo prevedibile futuro. Oggi, secondo Shoshana Zuboff, docente alla Harvard Business School e autrice de “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”, miliardi di persone, di ogni stato sociale, età e provenienza sono vittime di tale stato d’ansia, in quanto “i dilemmi intrecciati della conoscenza, dell’autorità e del potere non sono più limitati ai luoghi di lavoro come negli anni Ottanta del Novecento, ma sono ramificati in tutte le necessità quotidiane”. Allo stato attuale, perciò, a parere di Zuboff, gli antichi dilemmi devono essere ricollocati all’interno di una prospettiva più ampia, che può essere definita “civiltà dell’informazione”.
Nel 2018, ricorda l’autrice, un gruppo di ingegneri informatici del “Georgia Institute of Technology” di Atlanta ha collaborato sul progetto avveniristico “Aware Home” (Casa Consapevole), il cui obiettivo era quello di creare un “laboratorio vivente”, per studiare “l’uso dell’informazione in ogni luogo”. Scopo dei partecipanti al progetto era quello di realizzare una “simbiosi Uomo-Casa”, con cui “catturare” molti processi concernenti i due elementi di tale simbiosi, attraverso “una complessa rete di ‘sensori consapevoli del contesto’ incorporati nell’abitazione e da appositi computer indossati dai suoi occupanti”. In altri termini, il progetto mirava a realizzare una casa caratterizzata da “una collaborazione automatizzata wireless” tra una piattaforma (base di apparecchi digitali e di programmi software), che accumulava le informazioni personali rilevate attraverso i computer indossati dagli ospiti della casa, ed una seconda, ospitante le informazioni ambientali ricavate dai sensori incorporati nella struttura della casa stessa.
Il progetto assumeva la “sovranità dell’individuo” e “l’inviolabilità della casa come dominio privato”; inoltre, il laboratorio vivente era pensato a circuito chiuso, interamente occupato dai suoi ospiti. Poiché la casa, attraverso i sensori in essa incorporati, avrebbe monitorato costantemente la posizione, l’attività e lo stato di salute di chi vi abitava, il team dei progettisti di Atlanta assumeva che fosse doveroso, nel consentire la conoscenza e il controllo delle informazioni raccolte, assicurare che esse sarebbero state archiviate nei computer indossati dagli stessi occupanti, per garantire la privacy delle informazioni concernenti le loro persone.
Meno di vent’anni dopo, i presupposti sui quali era stato fondato il progetto “Aware Home” si sono del tutto “volatilizzati”, nel senso che la sua visione, come quella di molti altri progetti futuribili, è stata del tutto disattesa dalla particolare evoluzione che ha subito la società dell’informazione. All’inizio del nuovo millennio si pensava che le persone, con la decisione di digitalizzare la propria vita, le persone avrebbero detenuto per sé “i diritti esclusivi sulla conoscenza” ricavata dalle informazioni raccolte sul loro stato esistenziale e sul loro possibile uso. Oggi, al contrario – continua Zuboff -, il diritto alla conoscenza esclusiva degli aspetti personali e al suo uso “è stato usurpato da un mercato aggressivo che ritiene di poter gestire unilateralmente le esperienze delle persone e le conoscenze da esse ricavate”.
Quali sono le implicazioni del cambiamento epocale intervenuto nell’originaria società dell’informazione? Rispondendo alla domanda, Zuboff sostiene convincentemente che il “sogno digitale” si è fatto sempre più oscuro, trasformandosi “in un progetto commerciale famelico e completamente nuovo”, che l’autrice denomina “capitalismo della sorveglianza”. In presenza di tale forma di capitalismo, ha senso parlare di “Casa Consapevole”? Sicuramente no, se la sorveglianza implica lo stravolgimento della tradizionale funzione che la casa, simbolo della privacy individuale, svolge riguardo all’esistenzialità dell’uomo; la casa è infatti il luogo che ogni essere umano usa per riposare e riflettere sul proprio stato esistenziale, al fine di decidere come orientarsi per affrontare ciò che gli riserva il futuro.
La propensione a “rifugiarsi” nella propria casa è, tra le esigenze umane, una delle più profonde, com’è provato dal “prezzo” che chiunque è disposto a pagare per soddisfarla. Per ogni uomo, la casa non rappresenta semplicemente un luogo; può essere scelto il posto dove ubicarla e la forma più conveniente che essa deve avere, ma non può essere alterata la sua funzione. Se il capitalismo della sorveglianza tende a stravolgere la privacy dell’uomo è inevitabile che tale pericolo sia per l’uomo stesso fonte di ansia, soprattutto se i caratteri attuali della società dell’informazione tendono ad aggravarla piuttosto che a rimuoverla.
L’evoluzione della società digitale dimostra che il capitalismo della sorveglianza si sta appropriando “dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati comportamentali”. Molti aspetti del comportamento privato sono sottoposti dal capitalismo della sorveglianza a “un processo di lavorazione avanzato noto come ‘intelligenza artificiale’ per essere trasformati in prodotti predittivi“, destinati ad essere scambiati in un nuovo tipo di mercato, che Zuboff chiama “mercato dei comportamenti futuri” dei singoli individui. I capitalisti della sorveglianza, grazie all’intelligenza artificiale, si stanno arricchendo con l’accumulazione di informazioni comportamentali sempre più predittive, dopo aver scoperto che tali prodotti “si ottengono intervenendo attivamente sui comportamenti delle persone, consigliandole o persuadendole ad assumere quelli che generano maggior profitto”.
In tal modo, gli operatori del capitalismo della sorveglianza, non solo si appropriano della conoscenza sulle tendenze comportamentali degli uomini, ma concorrono a formarle e ad automatizzarle, per cui i comportamenti umani consapevoli vengono sostituiti da altri, sottratti alla valutazione autonoma dei singoli nelle varie fasi della loro esecuzione. Per questa via, il capitalismo della sorveglianza sta evolvendo in senso opposto all’originaria prospettiva digitale, facendo sembrare ingenuo e utopistico il progetto della “Casa Consapevole”. Esso (il capitalismo della sorveglianza), perciò, a differenza di quanto faceva all’inizio del sua affermazione, non si limita più ad offrire sul mercato dei comportamenti futuri prodotti nel campo della pubblicità.
Le nuove attività produttive del capitalismo della sorveglianza vanno ben oltre il campo della pubblicità e del marketing, in quanto i loro nuovi prodotti non sono oggetto di uno scambio di beni, nel senso che non implicano un rapporto di reciprocità tra produttore e consumatore; sono, al contrario, delle “trappole” che attirano i consumatori “in operazioni nelle quali le loro esperienze personali vengono estratte e impacchettate per gli scopi” di altri soggetti. I consumatori, secondo Zuboff, non sono “clienti” degli operatori del capitalismo della sorveglianza, ma solo “l’oggetto di un’operazione di estrazione della materia prima” per l’allestimento di prodotti da offrire ad altri attori operanti presenti nel mercato dei comportamenti futuri.
Tutto ciò può avvenire solo perché i capitalisti della sorveglianza possono sfruttare un’asimmetria della conoscenza che non ha precedenti. Avvalendosi di questa asimmetria, essi sanno tutto dei consumatori, mentre a questi ultimi è impossibile conoscere quello che fanno i primi, i quali accumulano un’infinità di nuove conoscenze dai consumatori, ma non per avvantaggiarli. Finché il capitalismo della sorveglianza e il mercato dei comportamenti futuri potranno prosperare – sostiene Zuboff – “la proprietà dei nuovi mezzi di modifica dei comportamenti eclisserà i mezzi di produzione come fonte della ricchezza e del potere del Ventunesimo secolo”. Così, come le attività industriali del vecchio capitalismo hanno potuto prosperare sfruttando le risorse naturali, sino a rischiare di distruggerle, il capitalismo della sorveglianza prospera a danno della natura umana, minacciando di automatizzarla. Ma come è potuto accadere che l’evoluzione della società dell’informazione si stia trasformando in una reale minaccia dell’autonoma capacità di decisone dell’uomo?
Come si è già detto, il trionfo del capitalismo della sorveglianza può essere spiegato sulla base di una asimmetria della conoscenza senza precedenti, risultando per questo motivo irriconoscibile; quando ci si trova davanti a qualcosa che non si conosce è inevitabile – secondo Zuboff – che si faccia ricorso a categorie conoscitive delle quali già si dispone, rendendo però invisibili la caratteristiche inedite del nuovo che sopravviene. E’ infatti in questo modo che ciò che è senza precedenti riesce a non farsi comprendere, in quanto il ricorso alle conoscenze pregresse porta a concentrasi su ciò che è familiare, mettendo in ombra gli aspetti innovativi e trasformando il nuovo in una prosecuzione del passato. Questo contribuisce, afferma Zuboff, “a normalizzare l’anormale, e a rendere più difficile combatterlo”.
A fronte di tutte queste difficoltà, quale può essere una strategia efficace per contrastare l’ulteriore espansione del capitalismo della sorveglianza? La risposta di Zuboff è che una valida strategia di contrasto esiste, a patto che ci si convinca che, per valutare la pericolosità del capitalismo della sorveglianza, occorre interiorizzare che l’evoluzione delle tecnologie informatiche non può essere una cosa a sé, isolata da economia e società, e rendersi conto che le nuove tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio della società e non dei fini in sé. Sulla base di questa consapevolezza diventa allora possibile contrastare la pretesa del capitalismo della sorveglianza di voler “lasciarsi alle spalle” il patto di reciprocità del vecchio capitalismo industriale con le persone e la società, imponendo una visione totalizzante della vita degli uomini, con i capitalisti della società della sorveglianza nei ruolo di controllori e di supervisori della vita umana.
L’opposizione al capitalismo della sorveglianza è tanto più necessaria, se si pensa che il “suo potere strumentalizzante” supera di gran lunga “le storiche ambizioni capitalistiche”; tale potere persegue infatti il “dominio su territori umani, sociali e politici” che vanno ben oltre l’usuale tendenze del capitalismo industriale. Quella del capitalismo della sorveglianza è una pretesa, osserva Zuboff – che aspira a compiere una presa del potere dall’alto, attraverso il rovesciamento “non dello Stato, ma della sovranità individuale”, trasformandosi in una forza capace di imprimere una pericolosa deriva alla democrazia liberale.
Solo il popolo – conclude Zuboff – “può cambiare il corso degli eventi, prima prendendo coscienza di tutto ciò che non ha precedenti, poi mobilitandosi per ingaggiare uno “scontro” che rimetta al centro della società dell’informazione il “bene dell’uomo e dell’umanità”. Se il futuro digitale dovrà essere “casa degli uomini”, allora spetta al popolo renderla abitabile.
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logo76 L’ITALIA È BELLA.
Newsletter n. 188 del 26 marzo 2020
di Raniero La Valle, ripreso dall’ultimo Editoriale, prima dell’odierno.
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