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LETTERA ALLA SOCIETÀ SARDA
Il 2018 della Sardegna è stato appena consegnato agli annali e lì archiviato in compagnia di numerose altre annate non memorabili. Naturale, dunque, che la speranza in un domani migliore sia sempre più tenue. Non bisogna disperare, però! E nemmeno abbandonarsi a vuoti auguri o alle facili semplificazioni della politica. Oggi più che mai, per noi sardi è di vitale importanza comprendere gli errori del passato, interpretare correttamente il presente – squarciando il velo della menzogna che lo avvolge – e costruire insieme il futuro della nostra terra.
L’etica va in soffitta
Sul finire del 2018 si è verificato un fatto rilevante: il messaggio con cui i vescovi sardi hanno preso posizione contro la RWM Italia Spa, la fabbrica in cui vengono prodotte le bombe utilizzate dall’Arabia Saudita nell’atroce guerra dello Yemen. La richiesta della Chiesa e di una consistente fetta di società civile riunitasi a Villacidro in occasione della XXXII Marcia della Pace promossa dalla Diocesi Ales-Terralba è chiara ed ineludibile: l’etica deve tornare ad orientare le decisioni della politica e le scelte dell’economia. Un chiaro segno delle carenze della nostra classe politica.
Con il loro messaggio, i vescovi hanno chiesto ai lavoratori della RWM non di abbandonare il posto di lavoro ma di concepirsi come parte di un più ampio progetto: la conversione della fabbrica in un impianto che produca beni volti a migliorare la qualità della vita. In altri termini, mentre viene riconosciuta la condizione di fragilità socio-economica di questi individui – residenti in uno dei territori più poveri d’Italia -, si rivolge loro un appello affinché cooperino per realizzare un’economia di pace.
Com’è stato opportunamente notato, questo messaggio racchiude la prudenza dei pastori e il coraggio dei profeti. Esso nasce dalla coraggiosa presa di posizione del vescovo di Iglesias sostenuto dal Consiglio Presbiteriale della Chiesa Iglesiente nella cui città opera da anni il Comitato per la riconversione della RWM e lo sviluppo del territorio formato da 21 associazioni della società civile, del volontariato, della Confederazione Sindacale Sarda e del pluralismo religioso.
La prudenza dei pastori suggella una verità non scritta ma visibilissima, l’equazione, cioè, per cui alle difficoltà materiali corrisponde – o più facilmente può corrispondere – un’occupazione eticamente non sostenibile (ne consegue che ai lavoratori delle aree depresse è richiesto un grande sforzo per emanciparsi e contribuire ad emancipare la società dal giogo infernale della produzione di morte).I l concetto è semplice: si accetta di seminare distruzione e morte per accedere ad un reddito che consenta la vita.
Questa triste verità fornisce una preziosa cornice interpretativa all’interno della quale includere il problema della fabbrica delle bombe, senza fermarsi ad essa. D’altra parte, non è forse vero che una consistente fetta del sistema produttivo sardo ha generato e continua a generare degrado ambientale, diffondere malattie e seminare morte, ponendosi così al di fuori dell’etica?
Seminare morte per accedere al reddito
Partendo dai fantasmi dei minatori morti di silicosi che ancora affollano le gallerie sarde fino alle recenti indagini epidemiologiche che misurano eccessi di mortalità e un’elevata incidenze di patologie riconducibili all’inquinamento ambientale – tra i lavoratori dell’industria, presso le popolazioni dei S.i.n (Siti d’interesse nazionale per bonifica) o, ancora, nei dintorni dei poligoni militari – emerge con chiarezza che una parte dell’economia sarda si basa sull’inaccettabile ricatto dell’accesso al reddito in cambio della diffusione di morte.
La nostra Isola paga – come spesso accade – un tributo maggiore in termini di danni alla salute e all’ambiente. Un primo record negativo riguarda l’estensione delle aree inquinate: maggiore qui che altrove. Inoltre, nei territori di Cagliari, Sassari e Carbonia-Iglesias, dove, cioè, insistono le maggiori attività industriali e le più grandi città, il tasso di mortalità è più elevato, mentre l’area di Carbonia – Iglesias presenta gli stessi tassi di mortalità di Caserta, capitale della Terra dei Fuochi. [segue]

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Coraggio, tenacia e orizzonte: per un nuovo soggetto politico
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Il pungente articolo a firma di Amsicora comparso il 18 dicembre su Democraziaoggi in cui si ragiona sulla possibile convergenza tra Paolo Maninchedda e Mauro Pili, mi permette di intervenire ancora sul tema delle prossime elezioni regionali. Certo, Amsicora dall’alto della sua lunga storia ha gioco facile nel criticare alcune posizioni espresse dal duo Pili e Maninchedda e per certi aspetti non ha torto, ma io credo che ciò che è permesso ad Amsicora quale eroe della resistenza sarda contro la dominazione romana, non è permesso a tante persone come me che con le nostre limitate energie dobbiamo farci carico della fatica quotidiana della politica.
Una fatica, quella della politica, che ci impone una dose di generosità che non deve mai venir meno nella critica e nella proposta, al fine di smussare gli angoli sempre presenti in ciascuno di noi e che spesso diventano così preponderanti da condizionare persino le relazioni personali, figuriamoci se non condizionano i metodi propri di interazione e le relazioni tra le forze politiche.
Negli ultimi giorni, su input del Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria (CoStat), a seguito dell’ultimo positivo confronto tra Murgia, Maninchedda, Zuncheddu, Mirasola, Deriu, ho tentato inutilmente di organizzare un altro dibattito al fine di una potenziale convergenza contro il centrodestra a trazione Salvini, tra i candidati presidente Zedda, Maninchedda, Murgia e Desogus. Dopo un’iniziale disponibilità Zedda si è ritirato senza alcuna spiegazione (purtroppo questo è un malcostume noto e sperimentato in più occasioni), Maninchedda ha spiegato che non avrebbe partecipato e a questo punto abbiamo rinunciato all’iniziativa per mancanza di interlocutori.
Detto questo, la fatica della politica ci impone di continuare a individuare convergenze possibili fin da subito e per quanto mi riguarda, ma non da oggi, il mio interesse si concentra sulla vasta area delle forze e dei movimenti identitari e indipendentisti che possono e dovrebbero imparare a convivere, rinunciando ognuno a qualcosa della propria parte per far fare un grande passo in avanti a tutti.
Le soggettività in campo
Il PDS vede nel duo Maninchedda-Sedda le figure di punta rappresentative come elaborazione politica e allo stesso tempo come “gestori” del partito e delle istituzioni. Sulla carta questo partito, anche a seguito dell’esperienza di cinque anni di maggioranza, dovrebbe (almeno doveva) avere la possibilità del superamento della soglia del 5%. Non mi interessa qui entrare nel merito di specifiche posizioni che potranno essere analizzate e discusse a tempo debito e negli spazi dedicati, ma dirò necessariamente qualcosa sulla recente consultazione delle Primarias che hanno costituito la più grande prova organizzativa del PDS di questi ultimi mesi. Un risultato che mette in forse il superamento della fatidica soglia del 5%, o almeno non la rende più facilmente a portata di mano e questo sarebbe, dal mio punto di vista, un ulteriore problema.
Sardi Liberi, la neo proposta di Mauro Pili, si è arricchita della qualificata presenza di Carta proveniente dal PSdAZ e di Giovanni Columbu, già presidente di quel partito. Di Mauro Pili conosciamo l’escursus politico e il suo passaggio nel centrodestra fino a diventare presidente della Giunta regionale per conto di Forza Italia.
Negli ultimi 10 anni è anche diventato un protagonista delle lotte della Sardegna e di questo bisogna dargli atto. L’innesto di Carta e Columbu aggiungono spessore e qualità al suo schieramento e se consideriamo il risultato delle precedenti elezioni che è stato ampiamente al di sopra della soglia prevista per l’unica lista, si trova nella possibilità concreta di superare lo sbarramento previsto, ancorché quest’ultimo non vada visto come un risultato acquisito
AutodetermiNatzione, dopo la negativa prestazione ottenuta nella recente consultazione politica del 4 marzo, allora coordinata da Anthony Muroni che, ricordo a tutti, da direttore dell’Unione Sarda è stato uno degli artefici principali del successo della più grande manifestazione antimilitarista dagli anni ’80 a questa parte svoltasi a Capo Frasca nel 2016, è ora in campo con Andrea Murgia, una persona competente, con un percorso politico riconosciuto e apprezzato. Di AutodetermiNatzione so che c’è un candidato Presidente, ancorché, mi ricorda qualcuno, non è capo politico, che deve quindi continuamente rispondere ad un Tavolo nazionale costituito, si fa per dire, dagli azionisti di controllo. Giacché ci siamo, mi chiedo anche se in tale Tavolo ci siano soggetti che si ritengono azionisti di maggioranza che quindi contano più di altri, e fin qui, nessuno scandalo, non ci sarebbe niente di male. Ma a casa mia, quando ci sono azionisti di maggioranza e si nomina un presidente di un Consiglio di Amministrazione (CdA) e un Amministratore delegato normalmente si affidano delle deleghe e la delega fondamentale è la rappresentanza della compagine aziendale così come del progetto politico. Il Presidente e l’AD rispondono prima del CdA delle decisioni aziendali e, per analogia, così dovrebbe essere per il portavoce o per i candidati Presidente. Così succede dalle nostre parti e nella prassi quotidiana, oltre che nelle norme giurisprudenziali, altrimenti si finisce col mettere in secondo piano il Conte di turno, formalmente Presidente del Consiglio, per dover telefonare ai Di Maio e Salvini quali azionisti unici, nemmeno di maggioranza relativa, quali “proprietari” del governo.
Se è questo il caso, il progetto di AutodetermiNatzione rischia di fare poca strada: c’è bisogno di chiarezza perché se si vuole lavorare per una convergenza di più forze politiche, movimenti e comitati presenti sul territorio è dirimente che il candidato Presidente sia riconosciuto come garante del progetto e decisore di ultima istanza, senza dover chiedere permesso al Tavolo interno, altrimenti, come già detto, viene continuamente bypassato, se ne sminuisce il ruolo e il progetto muore. Personalmente sono impegnato nell’allargamento del progetto di AutodetermiNatzione al fine del superamento della soglia di sbarramento del 5%, ma vorrei maggiore chiarezza e una trasparenza nelle decisioni perché un altro risultato negativo nella consultazione elettorale e il ricorso ad un altro capro espiatorio da immolare, questa volta non sarà accettato e tanto meno perdonato dall’elettorato. E parlare di un progetto politico che prescinde dal risultato elettorale, per quanto meritorio e politicamente nobile, nella situazione attuale lascia il tempo che trova.
Questa consultazione elettorale non può essere persa per nessuna ragione: tutti i tre raggruppamenti devono superare la soglia di sbarramento.
Primarias
Le Primarias proposte dal PDS hanno avuto il merito di proporre un candidato governatore Paolo Maninchedda sulla base di un consenso bulgaro dell’85% e hanno incominciato a proporre il quesito sulla “nazione sarda”, ancorché limitato ad elettori, simpatizzanti e no, del PDS.
I risultati possono essere valutati in maniera molto differente. Dal punto di vista del PDS si può parlare di risultato straordinario, ma se consideriamo i numeri personalmente ritengo che si debba parlare di debolezza e di fragilità della proposta, nonché di isolamento pesante del partito.
Il numero di partecipanti alla consultazione, poco più di 20.000, è perfettamente in linea con i voti ottenuti nelle precedenti elezioni regionali equivalenti a 18.188. Ma nel frattempo ci sono stati cinque anni di partecipazione alla Giunta Pigliaru anche con responsabilità assessoriali, una presenza continua nei media e, in quest’ultimo periodo, un grande risalto proprio della proposta delle Primarias che, ricordo, erano aperte e rivolte a tutti gli elettori sardi. Questo ha permesso a molti sardi di esprimersi anche non riconoscendosi nell’esperienza del PDS (io sono tra questi) al punto che hanno dichiarato il loro voto favorevole alla nazione sarda persone tra le più diverse, compresi noti esponenti del centrodestra e il vicepresidente della Giunta, Paci.
Personalmente ho votato come a suo tempo ho votato per le primarie del PD, pur non avendo mai fatto parte non solo di quel partito ma neanche, a suo tempo, del suo partito progenitore, il PCI. Ho sempre votato per le primarie perché le ho ritenute e le ritengo espressione della democrazia e quindi ho espresso il mio voto anche per le Primarias.
In effetti mi aspettavo non meno del doppio dei votanti, da 40.000 a 50.000 voti, che avrebbero permesso di parlare di una facile possibilità di superamento della soglia del 5% alle prossime elezioni regionali e soprattutto di una riconosciuta capacità di attrazione esercitata dal PDS sul tema della “nazione” come collante di quella vasta parte di popolo sardo che si sente nazione. In passato si è detto che questa area poteva valere fino al 40%, ma se ci basiamo sui voti espressi in diverse consultazioni elettorali recenti a favore delle varie forze politiche che si rifanno ai temi dell’identità e dell’autodeterminazione si arriva e si può superare abbondamente il 20%. Proprio perché i numeri sono questi, il risultato delle Primarias deve porre innanzitutto al duo Sedda e Maninchedda la constatazione di un isolamento di fatto che si traduce in debolezza strategica della proposta.
A mio avviso è necessario un cambio di rotta.
Da qui la necessità di non essere autoreferenziali perché in politica questo è un peccato mortale, ma di aprirsi alle altre forze e raggruppamenti di area, per concorrere a formare un unico schieramento e un’unica forza politica, magari dopo le elezioni e con una lavoro comune dall’opposizione.
Il consiglio che mi permetto di dare, ancorché non richiesto, se non lo avessero ancora capito, è che non si può più dire “le nostre porte sono aperte”, perché il risultato delle Primarias fa capire incontrovertibilmente che non c’è alcuna intenzione di entrare in quella casa, perché il progetto e il disegno degli spazi interni è stato fatto da altri, cioè da Paolo e Franciscu, ma si è disposti a progettarne una nuova, con un altro impianto strutturale e con spazi interni da ridisegnare in modo che tutti vi possano stare a proprio agio.
Osservo che l’area politica dell’autodeterminazione e dell’autogoverno vale oggi come cinque anni fa circa 160.000 voti, ovvero oltre il 10% del corpo elettorale che è pari a 1.480.000 e circa il 20% dei votanti, almeno se ci basiamo sul numero dei votanti delle precedenti elezioni regionali e delle recenti elezioni politiche del 4 marzo, rispettivamente 774.000 e 896.000 votanti.
Oggi questa vasta area di elettorato è così divisa che il voto si disperde in una numerosità di formazioni politiche che, a mio avviso, non trovano giustificazione se si analizzano gli obiettivi programmatici a medio e lungo termine di ciascuna formazione in campo e si ragiona sulla loro operatività dell’azione politica. Infatti, se si ragiona sui temi del lavoro, dello sviluppo locale, della sanità, dei trasporti, del decentramento istituzionale ed amministrativo, delle servitù militari ed energetiche, ecc., gli obiettivi, le analisi e le proposte sono identiche al punto che anche gli addetti ai lavori fanno fatica a trovare eventuali differenze.
Anche il grande obiettivo dell’autodeterminazione e la consapevolezza dell’essere nazione, ancorché “mancata” come ci ricorda Emilio Lussu, e quindi la necessità di individuare un realistico percorso democratico all’interno del presente stato unitario, con la Costituzione vigente e con lo Statuto che abbiamo il dovere di realizzare pienamente, consapevoli come siamo che così non è stato nel corso di questi decenni, sono ampiamente sentiti come facenti parte della nostra identità di sardi. Ma su questo, è inutile negarlo, ci sono dei distinguo tra le varie compagini e c’è qualche fuga in avanti che nasce molto da un protagonismo personale, che continuo a riconoscere come sano e positivo, ma non quando si traduce in autoreferenzialità perché alla fine non fa fare passi avanti alla causa del riconoscimento della nazione sarda. Una nazione non è un sentimento o una consapevolezza espressa con un voto e tanto meno con un “clic” in una piccola consultazione elettorale di parte. Vediamola come un seme di prova e non vale, spero, citare la parabola del buon seminatore, nota sicuramente a Maninchedda e a Sedda, e più che mai valida e necessaria.
Credo che sia indispensabile chiarirsi bene le idee sul concetto di nazione e su quello di Stato e come le due cose vadano viste insieme, aggiornando anche l’elaborazione politica fatta dai grandi pensatori e protagonisti della politica del passato. A me, per esempio, piace pensare alla Sardegna federata all’Italia e interna all’Unione europea. Ma siamo già dentro uno Stato unitario e centralizzato e non si è mai visto nella storia che uno stato unitario si trasformi in uno Stato federale. Certo tutto è possibile. Queste costruzioni statuali le fanno gli uomini e ogni periodo storico ha riconosciuto esigenze così variegate che non si può escludere neanche che in un prossimo futuro ci possa essere una nazione e uno stato sardo in un’Italia federale e all’interno di un’Europa delle Regioni. Ma non mi sembra questa l’aria e se possiamo dire che tutto è possibile, bisogna essere realisti e non scambiare i propri sogni con la realtà.
Certo, come ci ricordano diversi indipendentisti, ci sono tante nazioni senza Stato, ma su questo c’è molto da fare proprio perché qui da noi uno Stato c’è già, con una Costituzione ben definita entro la cui cornice troviamo un ottimo riparo al punto da definirla la nostra casa e allora bisogna che quando si parla seriamente di nazione e si vuole porre l’obbiettivo di farne un progetto politico, bisogna essere consapevoli che far vivere un’idea e un progetto di nazione che conviva con questo Stato e che abbia una sua collocazione in Europa, in quegli Stati Uniti dell’Europa la cui realizzazione sembra allontanarsi sempre di più dall’orizzonte, richiede un impegno senza pari, con molta umiltà, dedizione, tenacia e coraggio. Altro che una piccola consultazione online.
Un progetto di nazione non prevede scorciatoie, ma richiede un lungo percorso tra le nostre popolazioni e i nostri territori affinché diventi maggioranza in Sardegna.
E’ su questo che bisogna lavorare e ciò impone la necessità di un’intelligenza collettiva e plurale da costruire, un’intelligenza collettiva che raccolga il meglio della classe dirigente presente nelle varie formazioni politiche, senza pretese autodefinizioni leaderistiche che possono valere a casa propria, ma non quando si intende lavorare per un unico progetto, quello di riunire tutte le forze identitarie e indipendentiste in un unico soggetto politico.
Insomma, a fronte di un’area potenziale del 20%, con tre schieramenti in campo si rischia che non ci sia l’auspicata rappresentanza. Sono convinto che sia necessario che le persone citate come le tante altre comunque presenti nelle lotte sociali, nei comitati, nei movimenti, nel campo della cultura abbiano il dovere della fatica della politica, anche con passi laterali e qualche vota indietro, coraggio, tenacia e con un orizzonte condiviso per concorrere alla costruzione di un unico soggetto politico che rappresenti tutta questa area e possa fungere da catalizzatore anche per quell’altra metà dell’elettorato sardo che da tempo non partecipa più al voto.

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3f555ee7-6c23-42b0-b6e2-6df7df3b95b0Con AutodetermiNatzione si compatta il fronte di una forza alternativa che costruisce un progetto partecipato per il governo della Sardegna
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Cagliari, 18 dicembre 2018
lampadadialadmicromicroRiceviamo e pubblichiamo volentieri il comunicato stampa che da conto del processo di unità politica ed elettorale di forze vitali per il futuro della nostra patria sarda.
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AutodetermiNatzione, un progetto per la Sardegna che diventa ogni giorno più largo e plurale
Oggi sono state poste le basi per un allargamento del progetto di Autodeterminatzione oltre la contingenza elettorale. Con la convergenza di Sardigna Libera e di larga parte di Sinistra italiana significativamente rappresentate da Claudia Zuncheddu e Roberto Mirasola, AutodetermiNatzione fa un passo avanti nella costruzione di una vasto fronte popolare che intende concorrere alle prossime elezioni regionali per l’affermazione di un’idea di Sardegna e del nostro popolo che mette al centro la possibilità del riscatto dei nostri territori.
Un progetto che ha tutte le possibilità di superare la soglia del 5% per avere i propri rappresentanti nel Consiglio regionale.
Ci rivolgiamo con convinzione a tutti i Comitati presenti sul territorio per consentire al nostro progetto politico di diventare ancora più forte, plurale e rappresentativo.
Ci rivolgiamo alle organizzazioni e raggruppamenti politici come Rifondazione, Comunisti italiani e Potere al popolo presenti in Sardegna ai quali chiediamo di unirsi al progetto di AutodetermiNatzione, quale casa comune in grado di rappresentare al meglio la fusione delle aspirazioni del nostro popolo di riferimento, una casa basata su pilastri solidi di cui fanno già parte soggetti istituzionali già presentatisi in elezioni precedenti, movimenti politici attivi da anni nei territori della nostra isola, esponenti della cultura e del mondo democratico.
Una casa che può diventare ancora più larga e più grande.
Abbiamo il dovere di costruire un fronte popolare compatto, forte, rappresentativo e plurale dove vengano salvaguardate le identità e le storie di ciascuna componente, ma che allo stesso intendano concorrere convintamente a scrivere e determinare un’altra storia, un altro percorso politico di riscatto e con una reale prospettiva di sviluppo del nostro popolo, contando sulle nostre forze e mettendo la Sardegna al centro della nostra azione e delle nostre energie.
Al centro dei nostri interessi vi sono la rappresentazione nelle istituzioni di tutti i Comitati e le lotte popolari che in questi orribili 5 anni di giunta Pugliaru si sono battuti contro la politica centralizzatrice della Giunta Pigliaru, di totale asservimento alle decisioni romane e di negazione dello sviluppo locale dei territori. Una politica folle e deleteria rappresentata innanzitutto dalla privatizzazione della sanità pubblica, la follia dell’azienda unica della salute, i 60 milioni di euro dei nostri soldi dati al Mater Olbia a discapito degli ospedali sardi, il ridimensionamento dei presidi ospedalieri territoriali: una politica sanitaria di questo centrosinistra che ha portato di fatto alla negazione del diritto alla salute.
Intendiamo dar voce e rappresentanza a tutto quel ricco arcipelago di comitati e assemblee spontanee che hanno continuato a difendere l’ambiente, contro il tentativo della nuova legge urbanistica voluta dai cementificatori e dal PD, a difendere il mondo della terra e delle campagne con tutto ciò che caratterizza il settore agroalimentare, contro la vergogna dell’accordo truffa firmato da Pigliaru sulle servitù militari, per il lavoro che può nascere a partire dalla messa in sicurezza del nostro territorio, dalle opere di bonifica ora più che mai necessarie, dall’innovazione tecnologica, da un mondo delle imprese che sia basato soprattutto sui nostri bisogni e su produzioni sostenibili sul mercato e nel nostro ambiente di vita.
AutodetermiNatzione ​- ​Andrea Murgia, candidato Presidente
Sardigna Libera ​- ​Claudia Zuncheddu
Sinistra Italiana ​-​ Roberto Mirasola
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Verso le elezioni sarde. CoStat chiama la Sinistra e il mondo indipendentista all’unità contro la Destra

Un bel aforisma di Barbara Wootton
“E’ dai campioni dell’impossibile piuttosto che dagli schiavi del possibile che l’evoluzione trae la sua forza creativa”
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costat-logo-stef-p-c_2Il CoStat propone un’Intesa elettorale al Centro Sinistra, al M5Stelle e alle organizzazioni indipendentiste e autonomiste per battere la Destra di Salvini e soci. Missione impossibile? Non è detto. Il CoStat non demorde e, dati alla mano, chiama tutti all’impegno perché la Sardegna non venga consegnata alla Destra, la peggiore Destra oggi presente sullo scenario politico.
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dabfacc3-8a43-47f4-a9f3-856f34bc227eL’Unione Sarda – Edizione del 1/12/2018
Sezione “Primo Piano”
Centrosinistra e Cinquestelle uniti al voto per battere Salvini in Sardegna.
pubusa-23-nov18Fantapolitica? Non per Andrea Pubusa, ex consigliere regionale del Pci e animatore del dibattito nella sinistra sarda. «La mia proposta – spiega – nasce da un’osservazione: a livello nazionale si è arrivati a questo governo per il veto del Pd sui 5Stelle. Uguale a quello di Grillo su Bersani 5 anni fa. Esclusioni reciproche che hanno avuto esiti disastrosi».
[segue]

Elezioni

ora
3f555ee7-6c23-42b0-b6e2-6df7df3b95b0Elezioni regionali, dall’impegno contro il centrodestra alla convergenza intorno al principio dell’autodeterminazione
di Fernando Codonesu*

Da alcune settimane su questo blog, sull’onda lunga oltre di due anni di impegno sul fronte politico, democratico e culturale che contraddistingue l’attività del Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria, ad iniziare dal tema del lavoro su cui abbiamo concentrato larga parte del nostro tempo e delle nostre energie, abbiamo ripreso a parlare delle ormai prossime elezioni regionali.
3e45830d-b4f4-44d3-83c0-797ffabbc8dbSu iniziativa del CoStat venerdì 23 si è svolta a Cagliari una importante assemblea dibattito sulla scadenza elettorale invitando ad un confronto le forze politiche che hanno votato NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, con esclusione di quelle di centrodestra, con l’auspicio che si trovino terreni unitari di confronto, per aggredire la crisi che sembra non finire mai, che è certo crisi economica, ma anche crisi politica di rappresentanza e difficoltà di identificazione in un partito, in uno schieramento o in un movimento di un elettorato, quello sardo, che per metà non vota più.
Ha introdotto il dibattito Andrea Pubusa che ha, tra l’altro, toccato i temi principali che dovrebbero caratterizzare l’attività politica del Consiglio regionale: lavoro, economia, riequilibrio e sviluppo territoriale, welfare, riforme istituzionali, neocentralismo regionale, ecc.
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Dal mio punto di vista è doveroso prima di affrontare gli aspetti principali del dibattito riprendere uno dei punti più significativi sviluppati da Gianfranco Sabattini che, con il rigore scientifico che lo contraddistingue, il 21 novembre in un suo intervento su questo blog ci ha ricordato che i risultati di due recenti ricerche demoscopiche dell’Università di Cagliari mostrano che per i sardi “i problemi prioritari sono quelli di carattere economico-sociale e non quelli di carattere etnico-cultural-territoriale; di fronte alla richiesta di esprimere le loro preferenze (con l’assegnazione di un punteggio, in una scala da 1 a 10, sulle priorità d’intervento riferite a diversi settori: Identità e cultura, Economia, Lavoro, Trasporti e infrastrutture, Riforme e istituzioni, Ambiente e territorio, Welfare, Sicurezza) i risultati hanno evidenziato la massima priorità assegnata al Lavoro, seguito da Trasporti e infrastrutture, Economia, Sicurezza, Welfare, Ambiente e territorio; penultimo il settore Identità e cultura e, ultimo, il settore Riforme e istituzioni”.
Bisogna far tesoro delle rilevazioni oggettive e approfondite che vengono da fonti autorevoli.
Detto questo, che ci impegna al rispetto della realtà e delle priorità maggiormente sentite dalla popolazione sarda, credo che sia indispensabile riconoscere alla politica che si occupa del bene pubblico e soprattutto alle forze politiche nostre interlocutrici del dibattito che abbiamo promosso, il diritto-dovere di osare, di superare i vincoli attuali che comprimono le aspirazioni di un popolo che intende essere nazione e che lavora per una sua collocazione ben definita all’interno dell’Europa. Si tratta di appunto di intravedere un percorso di superamento dei vincoli attuali, senza fretta e senza forzature perché la lezione che ci viene dalla storia e da esperienze recenti in campo europeo, prima di tutte l’esito del referendum catalano, suggeriscono un cammino che risponda alle esigenze espresse dai sardi come ci ha ricordato Sabattini e sia il risultato di una sperimentazione di lunga durata sul campo, per una politica che crei innanzitutto consenso per evitare che una minoranza, per quanta vasta, colta e per certi versi agguerrita, pensi di potersi imporre alla maggioranza dei cittadini. Le istituzioni, il governo e il potere si ottengono solo con una lavoro lungo e faticoso, nel rispetto delle regole, senza scorciatoie e proponendo uno scenario, ancorché non facilmente percorribile, sicuramente ricco di suggestione e tale da poter convogliare importanti energie della nostra isola verso una prospettiva comune.
Di questo si è parlato nel nostro incontro.
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I protagonisti del dibattito, Andrea Murgia candidato presidente di AutodermiNatzione, Gianni Marilotti per il M5S, Claudia Zuncheddu di Sardigna Libera, Roberto Mirasola di Sinistra Italiana, Giovannino Deriu di Potere al Popolo e Paolo Maninchedda del Partito dei Sardi, hanno avuto modo di riprendere alcuni dei temi introdotti da Pubusa, sviluppare le loro proposte e rispondere ad interventi e domande del pubblico.
Le aree politiche rappresentate nel dibattito erano fondamentalmente due: una vasta area dell’autodeterminazione e dell’indipendentismo rappresentata da Murgia, Zuncheddu e Maninchedda, due formazioni a sinistra del PD rappresentate da Mirasola e Deriu e una forza di governo, il M5S rappresentato da Marilotti.
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Da anni sono convinto che in Sardegna ci siano le condizioni per una vasta convergenza di forze politiche, gruppi, associazioni e singole personalità che si rifanno agli stessi principi cardine, che guardano ad un necessario avanzamento e superamento dell’autonomia regionale che, per molti aspetti, non ha nemmeno saputo attuare lo Statuto, ad un ruolo della Sardegna in quegli Stati Uniti dell’Europa che avevano pensato alcuni dei suoi padri fondatori.
Una convergenza, si badi bene, non di facciata e frutto di cartelli elettorali dell’ultima ora, ma che si radichi in un lavoro comune nei territori perché è di questo che c’è bisogno, perché un’area politica che si riconosce in un unico raggruppamento ha una forza d’urto e di cambiamento maggiore della somma delle singole componenti, una capacità di attrazione dell’elettorato senza pari, decisamente superiore a quella derivante da qualunque cartello elettorale o giustapposizione insiemistica di sigle partitiche.
Fatti salvi i vincoli nazionali del M5S per cui non si fanno alleanze, tema però non chiuso nemmeno da Marilotti che ha anzi ribadito la necessità che il M5S discuta e affronti questo tema, è risultato evidente nel dibattito di ieri che tutti stanno cercando di superare le divisioni e le diffidenze reciproche.
deriu1Così è stato a partire dall’area dell’autodeterminazione e dell’indipendentismo e così è anche per le due forze rappresentate da Deriu e Mirasola.
In questo senso sono state molto significative le aperture reciproche registrate soprattutto nella seconda parte del confronto, ad iniziare da Maninchedda
maninchedda1 che chiude dicendo che “le porte sono aperte fino all’ultimo minuto” e passando per gli appassionati interventi di Murgia per la soluzione dei tanti problemi della Sardegna, così come dell’avviso da parte di Deriu di non basarsi sul “programmismo” o sull’appello al voto utile. Le risposte concrete sono
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venute anche da Claudia Zuncheddu con il suo approfondimento sul sistema sanitario e da Mirasola che ha concentrato il suo ragionamento proprio sulle possibili convergenze.
Oggi conosciamo anche gli altri candidati presidente: Solinas su indicazione di Salvini per il centrodestra e Zedda che mette la sua faccia su un centrosinistra gattopardesco e trasformista come non mai. Di Pigliaru non si parla più: è scomparso anche come nome dal dibattito politico. Eppure Pigliaru è padre, figlio e fratello di ciascuno dei componenti della maggioranza in carica!
Non sappiamo se Pili e il suo movimento Unidos si presenteranno da soli, ma in tal caso Pili non entrerà in Consiglio a causa della legge elettorale pur superando la soglia della lista unica, oppure se preferirà far parte dello schieramento di centrodestra (ad oggi non è presente nell’elenco delle varie sigle componenti) avendo più di una chance di entrare in Consiglio dal portone principale.
In ogni caso è utile ricordare che una elezione si affronta con i numeri e se consideriamo le soglie di sbarramento del 5% per l’unica lista e del 10% per le coalizioni, a me pare evidente che un’unica lista che comprenda tutte le aree politiche presenti al dibattito di ieri, ovvero una lista che comprenda PDS, AutodetermiNatzione, Sardigna Libera, Sinistra Italiana (la componente alternativa a Zedda e al PD) e Potere al Popolo, avrebbe una forza dirompente, sarebbe capace di attrarre voti anche in larga parte dell’astensione e dell’area democratica, e conseguirebbe una larga rappresentanza in Consiglio regionale fino a poterne condizionare l’agenda politica.
In base al dibattito di ieri, che finalmente si è concentrato sui temi politici e non sui personalismi, credo che ci siano tutte le condizioni per lavorare unitariamente su un’unica lista, ma se proprio ciò non fosse nelle corde di qualcuno, che almeno si ragioni in termini di coalizione.
Sono i temi che uniscono. E’ il lavoro comune nei territori che può creare sintonie, affinità, modi di sentire e di vedere il mondo con uno scenario così ampio da valorizzare anche sensibilità differenti. Con il lavoro comune sperimentato nel tempo e direttamente nella risoluzione dei problemi che viviamo quotidianamente si possono superare le diffidenze reciproche e costruire una comune prospettiva di progresso per l’intera regione.
Personalmente lavorerò in questa direzione perché ritengo che la cosa più sbagliata da fare sia che ognuno vada incontro alle elezioni per conto proprio.
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* Anche su Democraziaoggi.
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“La prospettiva della creazione di una lista che possa mettere al centro i problemi concreti dei sardi dando però delle risposte in completa discontinuità con le politiche sino ad oggi portate avanti deve a mio parere essere perseguita con fiducia e umiltà.”
di Roberto Mirasola.

“Dopo la débâcle delle sinistre il 4 marzo scorso alle elezioni politiche e il continuo crescere, perlomeno nei sondaggi, del consenso nei confronti di Lega e M5S è evidente che ci si chiede come si possa fermare questa avanzata, soprattutto nei confronti della Lega xenofoba e razzista. Cosa fare dunque?
Io credo non esistano ricette sicure e tantomeno mi sento di rassicurare a cuor leggero in un contesto di difficoltà sopratutto per responsabilità nostre. E’ inutile girarci intorno se a sinistra non torniamo ad essere credibili è difficile poter ritornare a vincere, anche perché ciò che si propone riguarda soltanto nomi e il vecchio mascherato con l’utilizzo di parole in perfetto politichese ma lontane dalla gente: “coalizioni progressiste ampie, una volta civiche un’altra autonomiste” ma prive di contenuti. Nella politica Sarda sembra sia diventato centrale il leaderismo.
A monte manca totalmente un’analisi dell’attuale situazione in Sardegna. Un recente studio dell’Università di Cagliari, menzionato tra l’altro in questi giorni da Prof. Sabattini, ricorda che le preoccupazioni dei Sardi e dunque le loro priorità si concentrano su: Lavoro, Trasporti e infrastrutture, Riforme e istituzioni, Ambiente e territorio, Welfare. Da qui bisogna dunque ripartire e dare risposte concrete finalmente con coraggio voltando pagina con decisione rispetto al passato. Perché non possiamo dimenticare che, dati ISTAT alla mano, la disoccupazione si attesta al 16% contro una media nazionale del 10% per non parlare della disoccupazione giovanile.
Come ci ricorda spesso Fernando tra il 2007 e il 2016 ben 21.746 sardi sono emigrati all’estero e il trend negli ultimi anni è in aumento. E’ chiaro dunque che si è fatto poco ed è anche vero che per “creare” posti di lavoro bisogna avere una prospettiva di sviluppo locale avendo le idee chiare. Sino ad oggi abbiamo puntato su un sistema industriale completamente estraneo al contesto Sardo basato sulle importazioni più che sulle esportazioni con industrie come la chimica, la petrolchimica, la produzione dell’alluminio che hanno portato disoccupazione lasciando tra l’altro l’ambiente circostante fortemente compromesso avendolo inquinato. E’ necessario, dunque, ripensare un modello di sviluppo che debba essere sostenibile, ponendo al centro il rapporto ambientale che deve salvaguardare la salute e la qualità della vita. Puntare sull’agroalimentare, sul turismo, sull’economia del mare, investire nell’agricoltura e sulle energie rinnovabili, tutelando la piccola e media impresa. Questo non significa dire NO all’industria, significa perseguire altre vie.
Vorrei però approfondire ancora questo ragionamento, analizzandolo da un’altra prospettiva. E’ curioso che in un contesto di neo centralismo che da Bruxelles arriva sino a Roma, contestato da tutte le forze politiche, la stessa Regione abbia introdotto delle riforme che tendono ad accentrare. Ora una prospettiva di crescita economica si potrebbe avere se le risorse venissero adeguatamente redistribuite nei territori con un’adeguata programmazione territoriale. Invece l’ente Regione ha assorbito nel tempo competenze crescenti, sottraendole agli Enti Locali e allontanando le decisioni dal livello più vicino alle popolazioni, disconoscendo il principio di sussidiarietà che pure è ribadito nei principi europei e nazionali. Provvedimenti legislativi come la riforma degli enti locali proposta dalla Giunta Pigliaru e approvata dal Consiglio regionale hanno sancito per l’ennesima volta la situazione di una Regione che mentre rivendica maggiore autonomia nei confronti dello Stato è ben lontana dal riconoscerla all’interno del territorio regionale.
Ma quella degli Enti Locali non è stata la sola riforma in questa direzione. L’accentramento della organizzazione sanitaria, con la creazione dell’Azienda unica regionale è un altro esempio negativo. Noi siamo fortemente e decisamente contrari all’attuale riorganizzazione del sistema sanitario così come scritto nel nuovo piano sanitario che lascia sguarniti i territori dei livelli essenziali di assistenza facendo aumentare i rischi per i pazienti, le disuguaglianze e le iniquità. La nostra azione sarà improntata al sostegno della sanità pubblica, non accettando riforme sanitarie con trasformazioni decise dall’alto senza essere concertate con i territori.
Ora mi par di capire che su queste tematiche le differenze, perlomeno a livello programmatico, non siano tante tra SI, AutodetermiNatzione e Sardigna Libera. Il che impone uno sforzo di dialogo tra noi per superare con il dovuto tatto le piccole diversità che ci possono essere. La prospettiva della creazione di una lista che possa mettere al centro i problemi concreti dei sardi dando però delle risposte in completa discontinuità con le politiche sino ad oggi portate avanti deve a mio parere essere perseguita con fiducia e umiltà.”
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- Le foto sono tratte dal servizio fotografico di Renato d’Ascanio Ticca su fb.

Andrea Murgia con Autodeterminatzione: avanti ostinatamente!

lampada aladin micromicroAladinews, saldamente collocata a Sinistra, non parteggia per nessuna delle Organizzazioni che saranno presenti nell’agone elettorale. Insomma, non diamo alcuna indicazione di voto. Manteniamo una “terzietà”, ma nello stesso tempo segnaliamo e appoggiamo tutte le Organizzazioni collocate a sinistra che si battono per gli interessi dei sardi e della Sardegna e lo fanno senza condizionamenti di sorta, sia di consorterie romane, sia di potentati locali. In questo ambito è senz’altro situata, per ora in solitaria, AutodetermiNatzione, con Andrea Murgia, candidato presidente della Regione Sardegna. Ad Andrea Murgia va il nostro apprezzamento, per le ragioni più volte riportate su questa News, che non celiamo anzi enfatizziamo. Nessuna indicazione di voto specifica a “balla sola”, confermiano, se non giocoforza per il fatto di essere Autodeterminatzione con Andrea Murgia allo stato la sola formazione presente ufficialmente nell’agone elettorale. Riteniamo fare cosa giusta nel pubblicare una dichiarazione di Andrea Murgia, riportata oggi nella sua pagina fb come risposta alle notizie stampa che accrediterebbero una sorta di segreto negoziato tra lo stesso Andrea Murgia e Massimo Zedda, possibile candidato della coalizione di centro sinistra per elezioni regionali, di tuttora incerta composizione. Andrea Murgia con cortesia e determinazione respinge tale ipotesi, cioè quella che prevederebbe la partecipazione di AutodetermiNatzione alla coalizione del centro sinistra.
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andrea-murgia-autodeterMASSIMO, IN QUESTO PERIODO TI VEDO DI PIU’ COME UN BUON AMICO
Non sono un collezionista di articoli di giornale e non li raccolgo neppure quando, come succede di questi tempi, riportano il mio nome o la mia foto.
Bisogna pur commentarli però, non foss’altro per il rispetto che si deve alle centinaia di persone che in tutta la Sardegna si stanno mobilitando per il progetto che rappresentiamo.
AUTODETERMINATZIONE è nata per raccontare il progetto che stiamo presentando, per costruirlo insieme ai SARDI. Anche per riprendere quelle tradizioni importanti dell’autonomismo e dell’indipendentismo. Da Lussu a Melis, a oggi. Nasce per unire e non per dividere, mette insieme persone e movimenti “rivali”, leader carismatici e intellettuali erranti. [segue]

Cultura e pecora in capotto

BUFERA SUL CONSIGLIERE POETA
di Gianni Pisanu
coroSu L’Unione Sarda di giovedì 30 agosto pag. 33, da Nuoro un bell’articolo di Gianfranco Locci sulla polemica a seguito della diffusione da parte di Peppe Montesu di sue riflessioni in merito alla validità, sotto il profilo culturale, di un certo tipo di manifestazioni che proliferano in tutta l’isola.
L’articolo riporta testualmente le quartine di Peppe Montesu, pietra dello scandalo, che ho letto con godimento e condivisione.

Finarmente Nugoro ses bennìda,
su chi as in coro a lu festare,
sa patata in capotto e su buffare,
de cultura in su palcu l’as bestìda.

Chin corazu as fattu s’attrivìda,
in sa diretta de ne faeddare,
sos eroes chi tue ses festende,
coladu s’an sa vida imbreachenne.

Su sollazzu as confusu chin su cantu,
pro cultura l’as tue presentadu,
nemo in palcu si est segheradu,
e a su nudda tue as dadu vantu.

Bustianu e Deledda sunu a prantu
A ti vier de goi in cust’istadu,
faghenne mastros chi mastros non sunu
daenne chentu a chie valet unu.

pecora-in-capottoUna piccola riflessione sulla polemica a seguito delle quartine di Peppe Montesu intorno al proliferare di pseudo manifestazioni culturali a base di carne di pecora lessata. L’autore delle quartine servendosi di Facebook altro non ha fatto che sbadigliare in pubblico sopraffatto dalla noia che provoca la ripetitività di manifestazioni incentrate su pecora in capotto e nopotoreposare eseguite fino allo sfinimento ambedue da cuochi improvvisati e spacciate per elemento essenziale della CULTURA sarda. [segue]

La Faradda

ee34906b-dc7c-4e76-8ac7-fa70d5ed0169
fdaa665c-7f08-4ed6-94f1-5c66aca2841aLa discesa dei Candelieri. Anche quest’anno col pensiero in Piazza Castello per una ricorrenza molto sentita.

Saluti e buon ferragosto

Contus stampaxinus: San Luigi Gonzaga decollato

f96cdd23-d561-42fe-9846-d73b9e8e6f35e9781fa2-97b1-4e03-bfcb-b1a3ca52ded5ape-innovativaChe i chierichetti siano per definizione dei bravi bambini è una credenza popolare non sempre verificata nella realtà. Perlomeno non tutti lo sono. Come infatti si dimostrò quella sera di una stagione imprecisata (l’anno 1958, forse), quando alcuni chierichetti si introdussero nel saloncino parrocchiale dove stava esposto un tabellone che riportava un resoconto, quotidianamente aggiornato, delle presenze di ciascun chierichetto alle funzioni religiose (messa, rosario, benedizione, e così via). Nel tabellone erano elencati i nomi di tutti i chierichetti, con affianco a ciascuno una sequenza di pallini bianchi, che venivano riempiti, colorandoli con un lapis rosso (di esclusiva dotazione del prete) con un certo criterio (a metà o totalmente) sulla base dei servizi liturgici prestati. (Segue)

Oggi 26 luglio 2018 Sant’Anna Patrona di Stampace

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Stendardo custodito presso la storica benemerita Società di Sant’Anna di Cagliari, quartiere Stampace, presieduta da Giancarlo Luzzu.

Contus stampaxinus: don Arthemalle a Roma

di Aladin.
img_6955Don Arthemalle era un prete povero. Viveva della piccola elargizione che mensilmente gli assicurava il Parroco (presidente dei parroci della Collegiata di Sant’Anna) il cui importo aumentava in relazione alla numerosità dei funerali e delle messe in suffragio da lui celebrati, ma sempre di miserie si trattava. Comunque tanto gli bastava per condurre una vita dignitosa e di cui ogni giorno ringraziava il Signore. Certamente non poteva permettersi alcun extra, con l’eccezione del tabacco da fiuto, che assumeva in dosi quotidiane, con assidua frequenza, seppur in misura assolutamente controllata. Ad ogni “fiutata” corrispondeva uno o più sonori starnuti, che mascherava malamente coprendosi il naso con uno dei suoi variopinti grandi fazzoletti. Ne ricordo uno rosso a pois bianche. Non di rado si divertiva a ficcare un pizzico del suo tabacco nel naso di qualche chierichetto, così… “alla fidata” e mentre il malcapitato starnutiva lui se la rideva sonoramente, come si diceva “a scraccallius”. Ma torniamo alla povertà di don Arthemalle. [segue]

Gli aneddoti stampacini. Uspidali civili o Clinica Aresu?

Ospedale-Civile-Cagliari204d5de0-72bc-4aa7-b3dc-ec8bfd054ab4Don Arthemalle forse non era il più vecchio tra i sacerdoti della Collegiata parrocchiale di Sant’Anna, ma per noi lo era. Teoricamente non avrebbe avuto diritto al titolo di “don” ma solo di “signor”, in quanto – ci avevano spiegato – l’uno era riservato ai preti che avevano studiato e che erano stati licenziati dal Seminario maggiore, l’altro a chi era arrivato alla consacrazione sacerdotale senza il prescritto “cursus studiorum”, come appunto nel caso del nostro. [segue]

AladiNewsEstate EstateAladinews

copia-di-img_6928SUOR MARTA È ANCORA VIVA .
di P.Ligio su Aladinews.
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Alle origini di GulpCittàquartiereAladinews
Le prime esperienze giornalistiche nacquero in Parrocchia (1967).
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Ospedale “San Giovanni di Dio” di Cagliari: quale destinazione?

b537e20e-698a-4d36-aeb5-43bc87cca9c0
lampadadialadmicromicro132Nel recente incontro promosso dal Comitato per la salvaguardia del San Giovanni di Dio il prof. Andrea Loviselli, docente della Facoltà di Medicina dell’Università di Cagliari, ha prospettato per la Struttura un utilizzo ottimale come “Casa della Salute”, coerente evoluzione della situazione esistente, rispondente alle esigenze della popolazione del centro storico e non solo. Abbiamo allora richiesto al dott. Antonello Murgia, medico ed esperto di politiche sanitarie, un parere sulla proposta avanzata dal prof. Loviselli sulla base di una illustrazione degli interventi sanitari sul territorio previsti dalla vigente normativa e dal Piano sanitario regionale. Il dott. Murgia ci ha prontamente inviato il seguente articolo che in estrema sintesi, ma con esemplare chiarezza, ci informa sull’argomento e, di più, aderendo alla proposta del prof. Loviselli, propone un “percorso” attuativo della trasformazione del San Giovanni di Dio in Casa della Salute o, auspicabilmente più avanti, in Ospedale di Comunità. Torneremo presto sull’intera questione, anche per gli aspetti di altra natura, strettamente connessi: piano complessivo di risanamento/ristrutturazione del Complesso San Giovanni di Dio, idee su un utilizzo differenziato, ma compatibile con la realizzazione della Casa della Salute, finanziamento del tutto (fondi europei, fondi delle fondazioni ex bancarie, fondi regionali, fondi di partecipazione dei privati, etc.), costituzione di un’apposita “fondazione di partecipazione” per la gestione (in analogia a quanto realizzato a Firenze). Dunque, a presto (f.m.).
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Ospedale “S. Giovanni di Dio” di Cagliari: quale destinazione?
di Antonello Murgia
E’ da qualche decennio che si teorizza la necessità di superare l’ospedalocentrismo e di avvicinare la sanità ai cittadini, spostando il fulcro dell’intervento sanitario sul territorio. Per fare questo occorre organizzare sul territorio stesso quelle strutture che forniscano ai cittadini l’assistenza che non necessita di ricovero ospedaliero e che sarebbe complicato o comunque svantaggioso erogare a domicilio. Questo filtro si compone di più voci le più importanti delle quali sono la Casa della salute, l’ospedale di comunità, il poliambulatorio, l’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata).
La Casa della Salute (CdS) è l’elemento più interessante di una sanità basata sulla centralità del territorio, sia perché ha l’ambizione di riunire nello stesso luogo le attività sociali e sanitarie e, fra queste, le cure primarie, la prevenzione, la riabilitazione, sia perché può includere una parte degli altri servizi che fanno da filtro fra territorio e ospedale. Ne sono state individuate 3 tipologie: la piccola, la media e la grande.
La CdS piccola comprende l’ambulatorio infermieristico e quello di medicina generale, la continuità assistenziale di 12 ore, l’ambulatorio specialistico, l’assistenza sociale, l’accoglienza/punto informativo e il CUP (Centro Unico di Prenotazione).
Nella CdS media, in più, sono contemplati gli ambulatori della medicina di gruppo, l’ambulatorio pediatrico, quello ostetrico, il servizio di guardia medica, il punto prelievi, attività specialistiche ambulatoriali, servizio di ecografia, il coordinamento dell’ADI, le vaccinazioni e le certificazioni ai fini della prevenzione.
La CdS grande prevede, oltre a quanto previsto in quella media, la radiologia non contrastografica, la riabilitazione funzionale, il consultorio familiare/pediatrico di comunità, il CSM (Centro di Salute Mentale), il Servizio di Neuropsichiatria infantile e dell’età evolutiva, il SerT (Servizio per le Tossicodipendenze). Vi vengono inoltre programmati interventi di screening della popolazione: pap-test, mammografie, diagnosi precoce delle neoplasie del colon-retto, etc. Devono inoltre esservi previste delle sale riunioni, sia per gli operatori che per incontri con la popolazione.
L’Ospedale di Comunità (O.d.C.) costituisce anch’esso un’innovazione molto interessante, sia per gli operatori che per i cittadini. La sua funzione è quella di assistere i pazienti che presentano problemi che non hanno bisogno di ricovero ospedaliero, ma che non possono essere assistiti adeguatamente a domicilio per inadeguatezza del domicilio stesso o per la necessità di controllo infermieristico continuativo. Ricovera pazienti che presentano malattie soprattutto croniche, ma anche acute, provenienti sia dall’ospedale che da casa, che necessitano di interventi a bassa intensità clinica. Per risultare economicamente vantaggioso anche nel breve periodo, l’OdC non deve essere realizzato ex novo, ma deve derivare dalla riconversione di posti letto e di strutture già esistenti e non più necessari. La direzione, e questo è uno degli elementi più innovativi, è del medico di medicina generale (pediatra di libera scelta nel caso di O.d.C. pediatrico), venendo così incontro alla preoccupazione di impiegatizzazione/burocratizzazione lamentata da tale categoria, mentre la gestione è dell’infermiere professionale. Il Direttore del Distretto ha invece la responsabilità igienico-organizzativa e gestionale complessiva. Il funzionamento prevede di giorno l’attivazione del responsabile clinico, mentre di notte e nei festivi le necessità di intervento medico verranno coperte dal servizio di continuità assistenziale. Alle emergenze provvede il Sistema di Emergenza-Urgenza territoriale. Il modulo tipo dell’OdC è costituito da un reparto di 15-20 letti. E’ importante sottolineare che l’OdC non rappresenta una alternativa a forme di residenzialità già esistenti (RSA), che hanno il compito di assistere un’altra tipologia di destinatario e con altro tipo di risorse.
E’ un’attività che necessita di una preparazione accurata e, ritengo, di una cultura adeguata, non essendo la centralità del territorio ancora entrata a sufficienza nella mentalità della nostra dirigenza sanitaria regionale, sia come amministratori che come operatori, ma è molto interessante perché può consentire di fornire assistenza a persone fragili e/o con domicilio inadeguato, minimizzando il rischio di istituzionalizzazione e di allontanamento dei soggetti dal loro ambiente e riducendo contemporaneamente i costi economici a carico del Servizio Sanitario ed i costi sociali, che per lo più sono a carico delle famiglie.
I primi esperimenti di OdC risalgono ormai a 20 anni fa in Emilia Romagna per cui ci sono esperienze consolidate cui fare riferimento per implementare al meglio questo tipo di attività anche in Sardegna e in particolare a Cagliari ove non manca la disponibilità degli spazi necessari.
Dati i requisiti richiesti, l’Ospedale S. Giovanni di Dio si presterebbe ottimamente a questo scopo e non necessiterebbe di adattamenti costosi; l’apertura di tale attività si tradurrebbe, in poco tempo, in una sanità più vicina ai cittadini e con costi più contenuti rispetto al modello ospedalocentrico. E’ altrettanto evidente che la cosa non possa essere impiantata dall’oggi al domani e che necessiti di una preparazione accurata, ma va tenuta presente la sua sinergia con la Casa della salute: in entrambi i casi, infatti, risultano centrali il ruolo del medico di medicina generale e di diverse altre figure come l’infermiere professionale (che nell’OdC ricoprirebbe un ruolo di responsabilità in prima persona della gestione di una struttura di ricovero e cura cui è evidente che aspiri e che trovo giusto ricopra in un sistema sanitario moderno), il terapista della riabilitazione, l’assistente sociale, etc. Questo modello di intervento è importante anche per impedire/ritardare quelle disabilità che portano alla non autosufficienza, responsabile di una quota rilevante della crescente spesa sanitaria degli ultrasessantacinquenni. Ritengo che un progetto realistico potrebbe prevedere l’apertura a scadenza abbastanza breve di una Casa della Salute media, con la prospettiva di farla diventare di più grande dimensione man mano che l’attività si consolida, favorendo il lavoro d’equipe e multidisciplinare dei medici e aggiungendo gradatamente i vari servizi che contraddistinguono la CdS grande (radiologia, ADI, SerT, servizi di screening per le malattie a maggiore incidenza, eventualmente il CSM attualmente sistemato in strutture a sé stanti, etc.). Anche il poliambulatorio di v.le Trieste sul quale circolano voci di chiusura, potrebbe, con le relative professionalità, trasferirsi nella CdS al S. Giovanni di Dio. Insomma, il vecchio e glorioso ospedale cittadino potrebbe essere convertito in una struttura moderna che offra prestazioni che avvicinano la sanità ai cittadini, per giunta ad un costo più basso rispetto al modello che stiamo con qualche fatica cercando di superare.
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SardegnaCheFare?

img_6285sardegna-dibattito-si-fa-carico-181x300Autonomia, la nostra storia? Sì, ma fallimentare.
di Francesco Casula
Le vie di Cagliari sono tappezzate da macromanifesti inneggianti all’Autonomia, in occasione del suo settantennio. Senza alcun pudore di una retorica insopportabile: peraltro foraggiata da immane spreco di denaro pubblico indecoroso.
Ma veramente pensiamo che ci sia qualcosa da esaltare? O non è invece arrivato il tempo di iniziare a fare le pulci, per ristabilire un minimo di verità, storica e politica, rispetto all’Autonomia stessa?
Nato nel lontano 1948, già depotenziato, debole e limitato – più simile a un gatto che a un leone, secondo la colorita espressione di Lussu – lo Statuto sardo in questi 70 anni di storia si è rivelato, sostanzialmente, un fallimento. Molte le cause. Ad iniziare da quella che lo storico Francesco Cesare Casula individua con nettezza scrivendo: “Nello Statuto sardo non c’è nessun preambolo che supporti le ragioni dell’essere, nessuna coscienza storica che giustifichi il perché dovremmo essere trattati diversamente dalle altre 19 regioni italiane. Esso apre con un desolante titolo l: «La Sardegna con le sue isole è costituita in regione autonoma fornita di personalità giuridica entro l’unità politica della Repubblica italiana, una e indivisibile, sulla base dei principi della Costituzione e secondo il presente statuto … » “.
In altre parole, secondo il nostro più grande storico medievista “Lo Statuto sardo, difetta di un preambolo giustificativo nella contrattazione col governo centrale, ben presente nello Statuto catalano, che fonda la sua contrattazione sulla peculiarità nazionale promanante dall’antico Principato di Catalogna. Ed è quanto purtroppo manca da noi. sebbene abbiamo più ragioni dei Catalani di rifarci alla storia per una rivendicazione autonomistica non solo speciale ma particolare essendo – la nostra – la prima regione d’Italia, da cui nasce lo Stato oggi chiamato repubblica Italiana”.
Ma se pur anco i legislatori della Costituente e i padri della nostra Autonomia non avessero voluto tener conto di tutto ciò, almeno avrebbero dovuto partire, nella formulazione dello Statuto, da un dato difficilmente contestabile: essere la Sardegna una nazione, avendo una sua peculiare e specifica identità etno-storica-culturale-linguistica. In realtà i Costituenti che dotano la Sardegna di uno “Statuto speciale” questo lo sanno e lo riconoscono. Perché altrimenti uno Statuto speciale all’Isola? Per motivi economici? Ovvero per la povertà, l’arretratezza e il sottosviluppo? E come spiegare allora che non verrà concesso uno Statuto speciale a molte regioni italiane sicuramente allora più povere, arretrate e sottosviluppate? Come la Lucania o l’Abruzzo?
Il motivo economico – peraltro ben documentato dall’articolo 13, che è la cartina di tornasole della scelta politica: “Lo Stato italiano col concorso della Regione, dispone un piano organico per favorire la Rinascita economica e sociale dell’Isola” – è la foglia di fico per nascondere i veri motivi – storici-culturali-linguistici – che se riconosciuti formalmente, avrebbero dato vita a ben altro Statuto, a ben altri poteri della Regione proprio sul versante culturale-linguistico, che non a caso sono del tutto assenti.
Occorre inoltre aggiungere che in questi 70 anni esso ha subito un processo di progressivo svuotamento e di compressione sia dall’esterno, cioè da parte dello Stato centrale, sia dall’interno, ovvero da parte delle forze politiche dirigenti sarde, che non sanno usare e, spesso, non vogliono utilizzare, gli stessi strumenti, possibilità e spazi che l’autonomia regionale offriva.
Basti pensare a questo proposito alla vicenda delle norme di attuazione, che avrebbero dovuto riempire di contenuti le astratte previsioni statutarie, stabilendo quali dovevano essere i poteri reali della Regione nelle materie attribuite alla sua competenza. Queste norme o vengono emanate tardi, o non vengono emanate per niente, o vengono emanate in modo eccezionalmente riduttivo. E comunque non vengono quasi mai poste in atto. Ciò per constatare come le forze politiche sarde abbiano svilito la stessa limitata autonomia. statutariamente riconosciuta.
Non solo. Nato come Statuto speciale, oggi risulta dotato di meno poteri delle regioni a Statuto ordinario costituite nel ’70, e di fatto, rappresenta oramai un ostacolo alla realizzazione di una vera Autonomia, o peggio: serve solo come copertura alla gestione centralistica della Regione da parte dello Stato, di cui non ha scalfito per niente il centralismo. Paradossalmente lo ha perfino favorito, consentendo ai Sardi solo il succursalismo e l’amministrazione della propria dipendenza.
La Regione sarda di fatto, in questi 70 anni di storia, ha operato come mera struttura di decentramento e di articolazione burocratica dello Stato e come centro di raccordo e di mediazione fra gli interessi dei gruppi di potere locali e la rapina neocolonialista, soprattutto del Nord: esemplare in questo è la vicenda della industrializzazione petrolchimica..
Da tempo perciò possiamo ormai considerare consumato il suo fallimento storico contestuale a quello della Rinascita: ma fino ad oggi sono falliti miseramente anche i tentativi di un suo rilancio e rianimazione, prima attraverso la cosiddetta politica contestativa e rivendicazionistica della Regione nei confronti dello Stato degli anni ’70 e, negli anni più recenti attraverso una Commissione nominata ad hoc dal Consiglio Regionale.
Oggi è giunto il momento di imboccare decisamente la strada del rifacimento dello Statuto Sardo, una nuova Carta de Logu, come vera e propria Carta Costituzionale di Sovranità per la Sardegna, che ricontratti su basi federaliste il rapporto Sardegna-Stato Italiano e che, partendo dall’identità etno-nazionale dei Sardi, ne sancisca il diritto a realizzare l’autogoverno, l’autodecisione, l’autogestione economica e sociale delle proprie risorse e del territorio, il diritto a usare e valorizzare la propria lingua e cultura, a gestire la scuola, i trasporti, il credito, le finanze e l’ordine pubblico, la possibilità di controllare i grandi mezzi di comunicazione di massa e dell’informazione, di fronte alla quale oggi la Regione è totalmente disarmata e niente può fare perché essi rispondano a criteri di uso democratico e socialmente utile. Il potere infine, in settori fondamentali quali la difesa e i rapporti internazionali, di esprimere parere vincolante in merito a tutte le iniziative che tocchino gli interessi vitali della Sardegna.
Uno Statuto siffatto non garantirà automaticamente l’Indipendenza statuale dell’Isola ma ne costituirà certamente un corposo e indispensabile presupposto.
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Sardegna: il salto della quaglia*
di Tonino Dessì, su fb.

Più o meno in questo periodo, nel 1999, all’Assessorato regionale della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio, stavamo attendendo, durante l’ultimo anno di mandato della Giunta Palomba, di centrosinistra, alla predisposizione del POR (Programma operativo regionale) 2000-2006 dei Fondi strutturali europei.
Eravamo classificati fra le aree europee dell’Obiettivo 1, regioni in ritardo nello sviluppo, in quanto gli indicatori del PIL e del reddito pro-capite erano inferiori al 75 per cento della media europea.
Siamo usciti dall’Obiettivo 1 nel 2006, anche in conseguenza dell’allargamento dell’Unione e dei nuovi parametri di computo dei livelli medi europei derivanti dall’ingresso di Paesi meno sviluppati dell’Italia.
Per dodici anni siamo stati quindi collocati nell’Obiettivo “Competitività”, cioè nelle aree in transizione verso il livello di maggior sviluppo medio europeo.
Ora, nel 2018, siamo tornati di nuovo nell’Obiettivo 1, ossia tra le regioni meno sviluppate.
Se è vero che queste classificazioni risentono di una certa rigidità e sono affidate a parametri statistici nei quali anche un decimale di punto percentuale è decisivo, resta ugualmente vero che, essendosi tutti, nell’Unione, mossi in una o nell’altra direzione (fermo non è rimasto nessuno), a distanza di vent’anni (ma si può retrodatare ancora al 1994, perché i primi cofinanziamenti comunitari risalgono al ciclo 1994-1999), non possiamo non constatare che la strategia non ha funzionato.
I Fondi strutturali europei hanno nella sostanza finito per sostituire quelli aggiuntivi e straordinari dei due Piani di Rinascita che, messi in opera ai sensi dell’articolo 13 dello Statuto (e dell’originario articolo 119 della Costituzione), dispiegarono i loro effetti in un ciclo ultratrentennale, iniziato nel 1962 e conclusosi con l’ultimo rifinanziamento, disposto dalla legge n. 402 del 1994.
L’obiettivo dell’articolo 13 dello Statuto, così come quello della programmazione strutturale europea, era (è) quello di far uscire definitivamente l’Isola dai meccanismi che hanno generato e da quelli che hanno riprodotto il suo ritardo nello sviluppo.
Già nella seconda metà degli anni ‘70, tuttavia, i dubbi sulle strategie della Rinascita diventarono elemento comune del dibattito politico e culturale.
“La rinascita fallita” è il titolo di un importante saggio del socioeconomista Marcello Lelli edito nel 1975.
Ancora oggi ci si divide sul giudizio relativo alle politiche economiche e sociali dei due cicli della Rinascita, quello del primo Piano (legge n. 588/1962) e quello del secondo Piano (legge n. 268/1974).
Queste divisioni spesso sono ancora caratterizzate da una certa strumentalità polemica riferita all’attualità contingente.
Così come già si avverte una strumentalità politica contingente nelle polemiche che si sono lette in occasione del nuovo mutamento di collocazione della Sardegna nella programmazione europea.
Mutamento che comunque dovrebbe avere come conseguenza un incremento delle risorse disponibili per il nuovo sessennio di programmazione.
Sulla scorta di questi ragionamenti vorrei azzardare una provocazione.
Vent’anni di ciclo programmatorio-finanziario consentono di parlare di una “Terza Rinascita” e il risultato potrebbe legittimamente indurre a esprimere una valutazione di “fallimento” del ciclo.
Sarebbe bene un esame aggiornato e attualizzato di questo terzo ciclo, per evitare che le nuove risorse aggiuntive vadano ancora in direzioni dispersive e controproducenti.
Il nostro livello di dipendenza infatti non è diminuito e i nostri deficit strutturali (collegamenti esterni e trasporti interni in primis) non sono stati superati.
Resta ancora in piedi (è una disposizione costituzionale permanente), l’articolo 13 dello Statuto, che, se non in termini di grandi masse finanziarie statali ulteriormente aggiuntive a quelle comunitarie, potrebbe invece essere interpretato ai fini della concessione di nuovi regimi delle misure occorrenti per assicurare ai soggetti economici sardi pari opportunità rispetto ai soggetti operanti nel Continente, correggendo o derogando parzialmente a tal fine le norme sulla concorrenza, il tanto che basti per superare i gap derivanti dalla condizione insulare.
Un nuovo Governo si è insediato, un nuovo Ministro sardo siederà al Ministero per gli affari europei, una nuova pattuglia di deputati e di senatori sardi è arrivata in Parlamento.
Una legislatura regionale volge al termine e magari vorrà lasciare, nei non molti mesi che mancano alla scadenza elettorale sarda, almeno un contributo all’avvio del confronto più utile possibile per impostare una fase più consapevole e virtuosa delle politiche riguardanti la Sardegna.
A me pare che le questioni centrali del confronto possano essere queste cui ho accennato fin qui.

* il titolo è nostro.

La città ai cittadini. No allo smantellamento dell’Ospedale civile San Giovanni di Dio

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di Franco Meloni
Oggi, venerdì 1° giugno, alle ore 20 nel salone parrocchiale di Sant’Anna, in via Fara 19, si terrà un incontro pubblico promosso dal “Comitato contro la chiusura del San Giovanni di Dio”, per mantenere nella struttura un presidio sanitario al servizio della popolazione del centro storico di Cagliari.
I cittadini di Stampace e degli altri quartieri storici vogliono precise e formali assicurazioni positive rispetto a quanto richiesto nell’apposita petizione scritta, che porta in calce oltre 1500 firme e che di recente è stata consegnata al Sindaco Massimo Zedda. Nonostante le dichiarazioni dei rappresentanti della proprietà dell’edificio (Regione e Università) riportate dai media fin dal 2015 e confermate ripetutamente anche in tempi recenti, si ha il sospetto che si aspetti il decorso del tempo fino a considerare ineludibile la chiusura totale del Nosocomio, così come accaduto per altre importanti strutture storiche della città. Ci riferiamo al Carcere di Buoncammino, all’ex Ospedale militare, all’ex Clinica Macciotta, a una serie di edifici militari dismessi, e non solo. Il Sindaco dopo essersi dichiarato completamente d’accordo con i cittadini firmatari, organizzati nell’apposito Comitato, non è riuscito allo stato a convocare le parti in causa per provocare le auspicate risposte nell’interesse degli abitanti del centro storico e oltre. Preoccupa il fatto che le Amministrazioni pubbliche non riescano a costruire convincenti alternative alla chiusura degli edifici, così dimostrandosi estranee alle esigenze dei cittadini, specie dei più poveri tra loro, incapaci di affrontare le situazioni con la strumentazione giuridica tradizionale e soprattutto innovativa. Precisamente ci riferiamo a quelle situazioni che vedono molte Amministrazioni civiche praticare virtuosi percorsi di riuso degli edifici storici (e spazi urbani), qualche volte con la conferma degli usi tradizionali, altre volte con l’individuazione di soluzioni diverse, anche appunto fortemente innovative, come quelle sperimentate in molte città italiane e non solo (al riguardo vedasi un’interessante articolo pubblicato in questa stessa news). In ogni caso deve evitarsi la sottrazione di queste questioni al dibattito a cui i cittadini hanno diritto di partecipare, per orientare le scelte finali delle Amministrazioni pubbliche competenti. Riportiamo più avanti una riflessione del nostro amico e concittadino Umberto Allegretti, professore dell’Università di Firenze. Proprio di Firenze, città dove abita da molti anni, riporta un’esperienza di ricupero esemplare all’originario uso ospedaliero (e non solo) di un’antica struttura (l’Ospedale Santa Maria Nuova), che conferma e rafforza i contenuti della nostra “vertenza” per la salvezza dell’Ospedale San Giovanni di Dio. Umberto Allegretti sarà a Cagliari mercoledì 6 giugno alla Mem di via Mameli per la donazione di una mole di documenti (archivio Allegretti-Crespellani) all’Archivio civico di Cagliari, ospitato dalla stessa Mem. Si tratta di documenti riguardanti in prevalenza le esperienze dei cattolici democratici di Cagliari, animatori del Gruppo Nuova Comunità, fatte negli anni 60 e delle lotte popolari del quartiere di Sant’Elia (fine anni 60 e primi anni 70) e del centro storico della città.
ccdq-caProprio le esperienze di lotte urbane di quegli anni e dei successivi, caratterizzate da autentica partecipazione popolare, organizzate in prevalenza dai comitati e circoli di quartiere, richiamano lo spirito civico e l’impegno sociale che animano oggi – come ieri – la lotta dei cittadini di Cagliari per il diritto al loro Ospedale, autentico bene comune, da preservare da degrado e inutilità.
Nell’esprimere tutta la nostra solidarietà ai cittadini impegnati nella “vertenza”, dando loro, da parte nostra, tutto l’appoggio possibile, richiediamo con forza che le Autorità e i politici, che speriamo siano presenti all’iniziativa, si impegnino concretamente e senza perdere tempo per la salvaguardia e il riuso dell’Ospedale San Giovanni di Dio, in coerenza con le richieste dei cittadini medesimi e degli esiti del dibattito democratico e partecipato che in merito deve sostenere ogni decisione delle Amministrazioni competenti.
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Umberto AllegrettiLa lettera di Umberto Allegretti

Ai miei concittadini del Comune e della città metropolitana di Cagliari.

Scrivendo poco tempo fa al Sindaco Zedda e al presidente del Consiglio Comunale Portoghese, ho ritenuto e tuttora ritengo di segnalare l’opportunità che nel centro città resti collocato un centro ospedaliero, facilmente raggiungibile da tutti gli abitanti, quelli che vi risiedono, quelli privi di auto personale che non possono agevolmente raggiungere gli attuali ospedali posti ai margini del complesso urbano e coloro che da turisti o comunque di passaggio nella città hanno del ricorso a un tale centro quella che talora può essere una necessità urgente.

Può essere d’esempio il caso di Firenze, dove l’antico ospedale di S. Maria Nuova, risalente al Seicento, è stato mantenuto aperto e ora interamente rinnovato, nonostante la presenza di importanti presidi ospedalieri ai margini della città, con grande soddisfazione dei cittadini.

Perché non potrebbe l’ospedale centrale di Cagliari essere riorganizzato? Oltretutto, come ben noto, esso è una delle migliori architetture della città ottocentesca!

Ciò non solo sarebbe positivo in sé ma nulla toglierebbe all’accesso rapido ai presidi ospedalieri posti ai margini o fuori del centro cittadino da parte dei cittadini che risiedono o operano nel resto della città metropolitana.

Sebbene possa essere osservato che il Sindaco del comune cagliaritano e vertice massimo della città metropolitana non ha responsabilità immediate in decisioni di questo tipo, certo il suo parere e la sua influenza restano e devono restare massime ed ascoltate dalle altre autorità competenti.

Egualmente, i cittadini vanno ascoltati se, come oggi le forme moderne di democrazia partecipativa richiedono, si esprimono in questa direzione.

Auguro pertanto a quella che nonostante la lunga residenza in continente resta la mia città, dove del resto spesso mi reco, che col contributo di tutti venga presa la decisione nel senso auspicato.

prof. avv. Umberto Allegretti
smarianuova-fiOspedale Santa Maria Nuova, Firenze.
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DOCUMENTAZIONE
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[youtg.net del 21 marzo 2018] Millecinquecento firme per salvare il San Giovanni di Dio, Zedda chiama la Regione
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CAGLIARI. No allo smantellamento del San Giovanni di Dio, ospedale nel cuore di Cagliari: il centro storico non può rimanere senza un servizio assistenziale garantito da 150 anni. Questa la richiesta di 1500 firmatari di una petizione che si sono rivolti al sindaco Massimo Zedda: il primo cittadino ha fatto sua la richiesta e ha assicurato che si farà carico di “chiedere alla Regione e all’Università di partecipare a un incontro pubblico per discutere del futuro dell’edificio, degli altri spazi presenti in zona e inutilizzati da tempo e dei contenuti della petizione. Argomenti che”, ha ribadito il sindaco Massimo Zedda, “interessano tutta la città, i suoi abitanti e i suoi visitatori”. Una delegazione dei firmatari del documento ha incontrato Zedda. I cittadini chiedono “il mantenimento in funzione della struttura in modo da garantire il «potenziamento dei servizi territoriali per costruire un nuovo modello di sanità più vicina alle persone. Lanciano anche un appello per “mantenere i due reparti di Dermatologia e Oculistica rimasti nel nosocomio», dopo la dismissione degli altri reparti, «di spostare al San Giovanni di Dio il servizio ambulatoriale ATS di viale Trieste, in procinto di essere trasferito in quanto inserito in struttura non a norma, e di attivare un servizio di almeno h12 di guardia medica per il primo soccorso».
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[Unica 30 aprile 2015] SAN GIOVANNI DI DIO: NON SOLO UN MONUMENTO
Non solo un monumento: dal 30 aprile al 10 maggio visite guidate all’ospedale ai sotterranei, dibattiti, concerti e mostre per i 171 anni dell’Ospedale Civile di Cagliari.
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CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA

XV Legislatura

Mozione n. 406

AGUS – PERRA – BUSIA – ZANCHETTA – COMANDINI – COZZOLINO – COLLU – ZEDDA Paolo – USULA sul mantenimento di un presidio sanitario presso i locali dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari.

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IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che:
- 1′Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari è ubicato nel centro storico di Cagliari e rappresenta uno dei presidi ospedalieri dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Cagliari;
- la riforma della rete ospedaliera approvata dal Consiglio regionale il 25 ottobre 2017 ha definito la riorganizzazione delle rete ospedaliera della Regione con lo scopo di garantire la migliore assistenza sanitaria possibile alla popolazione;
- tale riforma ha previsto per l’Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari una funzione non assegnata e da ridefinire;

RILEVATO che
- i residenti del quartiere hanno espresso forte preoccupazione di fronte all’ipotesi del completo smantellamento di tutti i servizi sanitari operanti nell’ospedale e, recentemente, con un documento sottoscritto da 1.500 abitanti, si sono appellati al sindaco della città di Cagliari per chiedere un suo intervento presso la Regione al fine di promuovere presso gli enti competenti l’avvio di incontri e dibattiti che coinvolgano la popolazione residente sul futuro della struttura del San Giovanni di Dio e degli ulteriori spazi presenti in zona e inutilizzati da tempo;
- nella petizione i cittadini hanno proposto di mantenere attivi presso l’ospedale i due reparti di dermatologia e oculistica rimasti nel nosocomio, di trasferire presso i locali del San Giovanni di Dio il servizio ambulatoriale ATS di viale Trieste (in procinto di essere trasferito in quanto operante in struttura non a norma) e di attivare un servizio di almeno h 12 di guardia medica per il primo soccorso;

CONSIDERATO che:
- l’Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari rappresenta l’unico presidio sanitario del centro di Cagliari;
- il centro storico di Cagliari è caratterizzato da un notevole afflusso quotidiano di persone che si recano nella zona per usufruire dei numerosi servizi e attività commerciali insediate;
- con il forte aumento dei flussi turistici rilevato negli ultimi anni in città, il centro storico attraversa lunghi periodi dell’anno in cui è frequentato quotidianamente da migliaia di turisti;
- gli interventi di riqualificazione urbana messi in atto dall’amministrazione comunale di Cagliari sono orientati verso una progressiva pedonalizzazione dell’area ed un miglioramento generale del decoro urbano di tutta la zona, si rende necessario concordare obiettivi comuni tra l’amministrazione comunale, la Regione e l’Università di Cagliari, per sviluppare una visione generale di tutta l’area che preveda anche la definizione della destinazione d’uso di spazi e immobili attualmente inutilizzati, o con funzioni da ridefinire, come nel caso dell’Ospedale di San Giovanni di Dio;
- per scongiurare il ripetersi, questa volta nel centro della città, di un nuovo caso “ex Ospedale marino di Cagliari”, è necessario stabilire quanto prima il futuro dell’Ospedale di San Giovanni di Dio evitando che la struttura (risalente a metà del XIX secolo) possa nel tempo decadere e divenire un rudere su cui, in futuro, dover dibattere solo per deciderne la demolizione,

impegna il Presidente della Regione

1) attivare un confronto con i residenti del centro storico di Cagliari, con l’amministrazione comunale e con l’Università di Cagliari, per consentire di pianificare collegialmente il futuro dell’Ospedale San Giovanni di Dio e degli ulteriori spazi inutilizzati presenti in zona di proprietà regionale e dell’Università;
2) valutare la fattibilità delle proposte elaborate dagli abitanti del centro storico di Cagliari sull’ipotesi di utilizzo futuro dell’Ospedale San Giovanni di Dio.

Cagliari, 26 marzo 2018

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La mozione è stata approvata dal Consiglio regionale l’8 maggio 2018.