Sardegna

Tra il dire e il fare…

costat-logo-stef-p-c_2 Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria – Cagliari

Nota stampa sulla legge elettorale

C’era da aspettarselo. I maschietti del Consiglio regionale sull’emendamento riguardante la parità di genere fanno melina in Commissione. Non volendo chiedere il voto segreto in Aula per bocciarla come nel 2013. Hanno individuato una nuova tattica: assumono l’esistenza di un dissenso sui collegi con l’intento di scansare il voto. E così il rinvio del il voto sullo stralcio, al 21 novembre alle 16, rischia di diventare una premessa d’insabbiamento. Il motivo? Un emendamento all’articolo 1 che prevede la parità di genere nella compilazione delle liste, sul quale in Aula non è stato raggiunto un accordo. Si poteva votare subito – come ha proposto il presidente del Consiglio, Gianfranco Ganau – ma evidentemente nessuno dei consiglieri vuole rischiare il proprio seggio in favore delle donne. Anche perché le sostenitrici dell’emendamento sono componenti degli stessi partiti degli attuali consiglieri e dunque concorrenti dirette. Insomma una lotta all’ultimo sangue per il seggio, senza una riflessione generale sulla elettorale, che costituisce un grave vulnus all’uguaglianza del voto e alla rappresentanza dei sardi col suo iperpremio di maggioranza e il dopppio sbarramento al 10% per le coalizioni e al 5% per le singole liste. 
Ecco perché il Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria di Cagliari (già Comitato per il NO al referendum costituzionale) ritiene indispensabile che, in vista della prossime elezioni del 2019, il Consiglio regionale voti una nuova legge elettorale di tipo proporzionale che modifichi sostanzialmente l’impianto della legge elettorale regionale oggi vigente.
 Ogni piccola correzione, quale la possibilità della doppia preferenza di genere in discussione in questi giorni nell’Assemblea regionale, senza una modifica sostanziale del suo impianto, non cambia la natura antidemocratica della legge attuale, pensata ai danni di qualche partito e non a vantaggio di tutto il corpo elettorale. 
Anche le donne a ben vedere hanno da guadagnare da una riforma vera della legge, anziché affidarsi ad un emendamento, che non la correggono nei suoi punti critici, e che per di più rischia di non essere votata.
Per il Comitato Andrea Pubusa – Franco Meloni
———————————————

Il CoStat ricevuto da Ganau

foto-con-ganau-15-11-17costat-logo-stef-p-c_2-2
“Principi guida per una nuova legge elettorale regionale”. Ecco il documento che il Comitato d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria ha presentato oggi al presidente del Consiglio regionale Gianfranco Ganau.
————————————————
logo-castedduonlineRegione, CoStat: “Subito nuova legge elettorale”
Una legge che rispetti la Costituzione, giusta rappresentanza di partiti e movimenti e parità di rappresentanza di uomini e donne. Sono alcuni dei principi guida contenuti nel documento per la nuova legge elettorale che il Comitato d’iniziativa costituzionale ha consegnato al presidente Ganau
Di Redazione Cagliari Online 15 novembre 2017
Il servizio su Casteddu online
logo_big-geos-newsAnche su GeosNews
————————————————
logo-tg24Cagliari. Sulla doppia preferenza di genere il Consiglio regionale ha deciso di rinviare il voto sullo stralcio al 21 novembre alle 16.
Servizio su Tg24 Le tentazioni della penna
————————————————
SardiniaPost logoLegge elettorale, Comitato a Ganau: “Nel 2019 voto col proporzionale”
L’articolo su SardiniaPost.
————————————————

“Principi guida per una nuova legge elettorale regionale”. Ecco il documento che il Comitato d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria presenterà oggi al presidente del Consiglio regionale Gianfranco Ganau

costat-logo-stef-p-c_2-2
Principi guida per una nuova legge elettorale regionale
Il Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria di Cagliari ritiene indispensabile che, in vista della prossime elezioni del 2019, il Consiglio regionale voti una nuova legge elettorale di tipo proporzionale che modifichi sostanzialmente l’impianto della legge elettorale regionale oggi vigente.
Ogni piccola modifica quale la possibilità della doppia preferenza di genere di cui si parla insistentemente in questo ultimo periodo, senza una modifica sostanziale del suo impianto, non cambia la natura truffaldina della legge attuale, pensata ai danni di qualche partito e non a vantaggio di tutto il corpo elettorale.
Chiediamo una legge elettorale che riparta dalla Costituzione, nel pieno rispetto dell’articolo 1 che assegna al popolo la sovranità e dell’articolo 48 che considera elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età e allo stesso tempo precisa che il voto è personale ed eguale, libero e segreto.
In questi semplici riferimenti si possono trovare tutti gli elementi necessari per scrivere una buona legge elettorale, una legge che sia in grado di garantire la “sovranità del popolo”, che è tanto più reale quanto più si ha una larga partecipazione popolare al voto.
Questi sono i capisaldi che consentono agli elettori di fare le loro scelte e, a nostro avviso, permetteranno anche un riavvicinamento alle urne di gran parte di quella metà dell’elettorato sardo che nella precedente consultazione del 2014 non ha votato.
Vogliamo una legge che garantisca “uguaglianza” nel voto, sia che si voti per la maggioranza che per un partito o movimento di opposizione, senza gli stravolgimenti generati dal sistema maggioritario nel corso del tempo perché qualunque premio di maggioranza, che di fatto attribuisce una maggior peso relativo ad un voto dato a chi governa piuttosto che a chi sta all’opposizione, è sempre elemento di “distorsione” del principio di uguaglianza del voto sancita dalla Costituzione.
Una legge che garantisca la “rappresentanza” perché ad una supposta governabilità che non può mai essere garantita da una legge elettorale, si preferisce la rappresentanza, questa sì possibile attraverso una buona legge, anche di partiti e movimenti minori perché la democrazia è fatta di pluralità di opinioni che devono trovare sintesi nel parlamento come nei consigli regionali, ovvero negli organi elettivi di governo.
Su questo specifico punto, pur essendo convinti dell’esigenza di una proporzionalità senza soglie di ingresso, si potrebbe comunque considerare una soglia molto bassa in modo da consentire anche a quelle forze e movimenti politici che non intendono far parte di coalizioni di avere una propria rappresentanza proporzionale ai voti conseguiti, per evitare definitivamente il grave vulnus di democrazia presente nella vigente legge elettorale che ha negato la rappresentanza a ben 130.000 elettori sardi.
Una legge che garantisca la parità di rappresentanza di uomini e donne, perché la società è composta di uomini e donne, e non vi può essere discriminazione di genere nell’accesso agli organi elettivi, sarà l’elettorato a scegliere chi eleggere senza discriminazioni in partenza.
A questo riguardo giova ricordare che anche nell’ambito delle materie concorrenti disciplinate dalla modifica dell’art 117 della Costituzione viene riportato che “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”.
A noi pare che sul punto non siano gli ancoraggi costituzionali e normativi a non essere presenti o non sufficientemente chiari, quanto una proterva, acclarata e reiterata mancanza di volontà politica da parte delle consorterie dei partiti.
Per la nostra isola è particolarmente significativa anche la rappresentanza territoriale che va garantita, ma non sacrificata a piccole e spesso meschine oligarchie o capi bastone locali.
Al riguardo si ritiene che debbano essere individuati dei collegi elettorali che siano sufficientemente grandi da rappresentare ampie zone del territorio regionale e allo stesso tempo simili quanto a numero di elettori, superando i limiti territoriali imposti dai confini amministrativi delle vecchie provincie.
La scelta di collegi uniformi o almeno tendenti all’uniformità dal punto di vista del numero degli elettori potrà evitare la formazione di un Consiglio regionale totalmente egemonizzato dai due poli demografici di Cagliari e Sassari. Allo stesso tempo, una scelta oculata dei collegi e un corretto meccanismo di attribuzione proporzionale dei seggi che, per esempio, comprenda la possibilità di ripartizione dei resti, potrà evitare la distorsione verificata anche nelle recenti elezioni in Sicilia, dove un movimento politico che ha avuto centomila voti ha avuto il riconoscimento di un solo seggio in Consiglio, a fronte di 11 seggi attribuiti ad un partito che ha avuto appena 250.000 voti.
Anche questo è un caso di grave violazione della democrazia e del principio di uguaglianza del voto, infatti non vi è alcuna proporzionalità tra numero di seggi attribuiti e voti conseguiti.
Questi principi sono validi per ogni espressione del voto sia di tipo nazionale che regionale e locale.
Un altro riferimento per noi imprescindibile è il nostro Statuto che con la legge costituzionale n. 2 del 31/01/2001, all’art. 15 riporta “ …In armonia con la Costituzione e i principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica e con l’osservanza di quanto disposto dal presente Titolo, la legge regionale, approvata dal Consiglio regionale con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, determina la forma di governo della Regione e, specificatamente, le modalità di elezione, sulla base dei principi di rappresentatività e di stabilità, del Consiglio regionale, del Presidente della Regione e dei componenti della Giunta regionale, i rapporti tra gli organi della Regione, la presentazione e l’approvazione della mozione motivata di sfiducia nei confronti del Presidente della Regione, …, nonché l’esercizio del diritto di iniziativa legislativa del popolo sardo e la disciplina del referendum regionale abrogativo, propositivo e consultivo. Al fine di conseguire l’equilibrio della rappresentanza dei sessi, la medesima legge promuove condizioni di parità per l’accesso alle consultazioni elettorali”.
Ancora una volta se ci riferiamo alla costituzione del popolo sardo troviamo i principi ispiratori di una buona legge: rappresentatività e stabilità, esercizio del diritto di iniziativa legislativa del popolo sardo e referendum propositivo, abrogativo e consultivo, condizioni di parità di accesso per uomini e donne.
Per quanto attiene alla rappresentatività è evidente che il sistema proporzionale è l’unico che la può garantire anche per i partiti e movimenti minori, mentre per la stabilità, se è vero che non può essere garantita da nessuna legge, è altrettanto evidente che l’ipotesi di una mozione di sfiducia nei confronti del Presidente eletto può positivamente concorrervi quale elemento di equilibrio sistemico.
La possibilità del referendum propositivo è un altro grande diritto da far valere, specialmente in un periodo caratterizzato da partiti impegnati esclusivamente nella gestione del potere mirata alla propria sopravvivenza e conservazione di privilegi personali.
E’ ispirandosi a questi principi che può essere scritta una Legge elettorale statutaria per la Regione Sardegna che potrà permettere al popolo sardo di tornare massicciamente alle urne e scegliere consapevolmente i propri rappresentanti.

    ——-
    costat-logo-stef-p-c_2-2
    CoStat – Via Roma 72 Cagliari

Fiera della Sardegna

Forse si svegliano!
1_53_20171103114622(RAS) Fiera Internazionale della Sardegna, protocollo preliminare in vista dell’accordo di programma per la riqualificazione del compendio.
.
Venerdì 3 novembre a Villa Devoto il presidente Francesco Pigliaru, il sindaco di Cagliari Massimo Zedda (in rappresentanza anche della Città metropolitana), il presidente dell’Autorità portuale Massimo Deiana e il presidente della Camera di commercio di Cagliari Maurizio De Pascale hanno sottoscritto il Protocollo d’intesa finalizzato alla stipula dell’Accordo di programma per la riqualificazione del compendio della Fiera Internazionale della Sardegna.
———————————————–
lampada aladin micromicroAladinews in argomento.
fiera-sardegna-panorama

I pastori sardi scendono nuovamente in piazza. Manifestazione martedì 31 ottobre a Cagliari

mps
Mov pastori sardiComunicato del MPS

I pastori sardi ritornano in piazza

vt2 Ritorna in piazza il Movimento Pastori Sardi. Manifestazione a Cagliari il 31 Ottobre. 65251_113969351998233_758825_n
.
Riuniti a Tramatza i Comitati che hanno diffuso un duro comunicato per annunciare la ripresa della mobilitazione.
I pastori denunciano la vergognosa e scellerata politica della Giunta regionale che ha, di fatto, delegato all’Assessore all’agricoltura e ai burocrati regionali l’applicazione dell’accordo faticosamente raggiunto a Cagliari che prevvede la distribuzione alle aziende pastorali dei 45 milioni di euro per fronteggiare la grave e straordinaria crisi del comparto pastorale determinata, oltre che dalla gravissima siccità, dai ritardi del passato nella erogazione dei fondi nazionali, regionali e comunitari che hanno condotto alla disperazione i pastori e sull’orlo di una crisi quasi irreversibile migliaia di aziende. La Giunta, in occasione della grande manifestazione di Cagliari sembrava avere compreso il profondo stato di necessità della categoria e aveva preso impegni sinceri che stava onorando. Un accordo mal digerito dalle altre associazioni di categoria e dall’apparato burocratico-clientelare nonché da quella sorta di partito antipastori trasversale alle diverse forze politiche che non vuole prendere atto e riconoscere che il Movimento Pastori Sardi rappresenta oggi il più grande movimento organizzato di lavoratori della Sardegna, un movimento determinato, democratico e pacifico diffuso e radicato nel territorio, l’unico interlocutore valido per la Giunta per avviare un serio processo di riforma del comparto pastorale. Da qui la decisione, magari formalmente corretta ma decisamente scellerata di vincolare la erogazione dei contributi promessi per l’emergenza ai controlli atti ad esercitare il recupero coatto da parte dell’Inps dei debiti delle aziende nei confronti dell’erario maturati per i ritardi nei versamenti dei contributi previdenziali. Una provocazione bella e buona nei confronti di chi tenta di sopravvivere e di difendere il bestiame dopo aver dato credito agli impegni ufficiali assunti dalla Giunta. Una scelta illogica e pericolosa per la quale il Movimento chiede un ravvedimento della Giunta e le dimissioni dell’Assessore all’agricoltura. In attesa di soluzioni positive non resta che la risposta in piazza con una grande manifestazione a Cagliari indetta per il 31 Ottobre. (V.T.)
————————————–

Movimento Pastori Sardi. Pacta sunt servanda

tola-19-due
sedia di VannitolaLa Sedia
di Vanni Tola
Tensione tra i pastori per gli ostacoli nella corresponsione dei contributi straordinari per la crisi del comparto. La burocrazia regionale e le pressioni ostili di chi non ha “gradito” l’intesa del 2 Agosto sugli aiuti per la siccità potrebbero vanificare l’accordo ottenuto dal Movimento Pastori Sardi con la Giunta regionale.
Felice Floris e il Movimento Pastori Sardi hanno parlato chiaro. “Le promesse della Giunta ai pastori del 2 Agosto non vengono mantenute a causa della burocrazia. Gli allevatori si preparano a una nuova manifestazione a Cagliari e questa volta la rabbia sarà maggiore”. Casa è accaduto? Al momento della presentazione delle domande per ottenere i contributi promessi, i pastori hanno scoperto che per ottenere tali finanziamenti è previsto – in base a disposizioni magari legittime ma certamente discutibili in relazione al grave periodo di crisi – che le aziende debbano essere in regola con il pagamento delle tasse ordinarie, pena la decadenza del diritto al contributo stesso. Chiunque può comprendere che con la gravissima crisi determinata da una siccità straordinaria, dal crollo del prezzo del latte e della carne, i pastori hanno dovuto affrontare uno stato di emergenza fuori dall’ordinario. Una calamità che ha messo in ginocchio i più deboli, che ha messo in discussione non soltanto il reddito delle aziende pastorali ma perfino la loro stessa sopravvivenza con inimmaginabili danni economici e sociali per l’intero sistema economico sardo. E’ evidente che in tale situazione la preoccupazione principale e la scelta obbligata degli allevatori è stata quella di destinare tutte le risorse disponibili alla difesa dell’azienda, alla sopravvivenza del bestiame e non certo quella di onorare gli impegni con il fisco (che pure i pastori intendono rispettare). Subordinare oggi la concessione dei contributi alla preventiva regolarizzazione delle pendenze fiscali è un atto di viltà, una azione criminale che mina la relativa tranquillità e l’equilibrio che l’accordo MPS-Regione aveva determinato. (segue)

Tiu Franziscu

Grande lutto per la musica e la cultura sarda

img_3977Bulzi saluta tiu Franziscu Cubeddu, uno dei più importanti esponenti de su cantu a chiterra, Insieme al chitarrista Alfonso Merella è considerato il creatore del canto in Fa diesis. I funerali oggi alle ore 15,30 a Bulzi, nella chiesa di San Sebastiano.

Francesco Cubeddu è nato a Bulzi nel 1924, avrebbe compiuto 93 anni tra pochi giorni. Imparò a cantare fin da ragazzo seguendo le orme dei più grandi cantadores di quegli anni, Giovanni Gavino Degortes, Luigino Cossu e Antonio Desole. E’ stato protagonista di memorabili gare di cantu a chiterra in tutta la Sardegna arrivando perfino a registrare alcuni dischi per importanti case discografiche, cosa non usuale fra i cantadores sardi. Il suo esordio sui palchi è avvenuto nel paese di Perfugas all’età di 20 anni con una storica gara di canto alla quale parteciparono alcuni dei più famosi cantadores del tempo. Da allora è stato un crescendo di appuntamenti e di notorietà nelle piazze dell’isola e presso i circoli degli emigrati sardi nel mondo. Personaggio notissimo tra gli estimatori della musica tradizionale e del cuntu a chiterra in particolare, è considerato unanimemente uno dei più grandi cantadores di sempre. Si ricordano, tra gli altri brani eseguiti una memorabile versione di “sa disisperada”. Lascia la moglie e due figlie.
img_3978
Discografia:
- Saldigna mia, 33 giri, edito nel 1967 da Tank, Roma.
- Sardegna, 33 giri, edito nel 1970 da Amico, Milano.

Una pagina Facebook a lui dedicata:
https://www.facebook.com/Francesco-Cubeddu-di-Bulzi-1591851511029076/

Immagini tratte dal sito Francesco Cubeddu di Bulzi.

Ripensare la Sardegna. Un Nuovo Piano di Rinascita della Sardegna Possibile e Auspicabile

img_3968
di Roberto Mirasola

Ultimamente gli impegni politici mi portano spesso fuori Cagliari consentendomi un riscontro sempre più preciso delle ripercussioni nel territorio che ha avuto l’istituzione della città metropolitana con l’approvazione della Legge Regionale 2/2016 con la quale si è proceduto al riordino del sistema delle autonomie locali in Sardegna. La città metropolitana di Cagliari ha un senso se riuscirà a svolgere un ruolo guida al servizio dell’isola, se riuscirà ad essere motore per lo sviluppo economico di tutti, se riuscirà a redistribuire nel territorio le molte risorse che riceve sia dall’U.E. sia dal governo centrale. Questo del resto era previsto nella relazione introduttiva alla legge.
Il timore è che invece tutto sia incentrato nella sola città madre ovvero Cagliari. Queste stesse preoccupazioni hanno fatto si che durante il percorso legislativo che l’ha istituita si creassero polemiche dannose che hanno trovato il culmine nella localizzazione della sede dell’Ats a Sassari. Riforme di questo genere devono essere quanto mai condivise e devono unire e non dividere.
Il problema se vogliamo non riguarda la sola novità della città metropolitana ma l’intera riforma degli enti locali. Riforma incentrata sull’esigenza minima di razionalizzare la spesa senza preoccuparsi di dare un’adeguata risposta alle esigenze dei territori, perché non si è voluto tener conto delle differenze. Pensate alla provincia del Sud Sardegna con capoluogo a Carbonia ma che si estende fino all’Ogliastra (fagocitata dalla provincia di Nuoro). Si è pensato di aumentare gli enti senza curarsi delle conseguenze, con il rischio di un ulteriore spopolamento delle zone interne a vantaggio delle aree urbane più sviluppate e verso i centri costieri. Rischio rafforzato e purtroppo confermato dalla Legge sull’urbanistica.
Le riforme istituzionali dovrebbero essere incentrate in un’ottica di sviluppo locale oggi totalmente assente. L’altro giorno ho osservato con grande attenzione i dati sulla disoccupazione in Sardegna che ha ricavato Salvatore Multinu dalla lettura dei dati ISTAT. Così mentre il Sistema Informativo del Lavoro sostiene che l’occupazione su base annua aumenta del 3% i dati ricavati dall’Istat ci dicono che i disoccupati sono aumentati dal 2006 al 2016 del 6,6%. Certo lo stesso Sistema Informativo spiega che l’analisi di questi dati può indurre in errore travisando la realtà. A questo punto noi spostiamo la nostra visuale e chiediamoci come mai tra il 2007 e il 2016 ben 21.746 sardi sono emigrati all’estero e nel solo 2016 le persone che hanno lasciato l’isola sono ben 3.370. Se consideriamo che partono generalmente i laureati e i diplomati allora ci dobbiamo chiedere quale futuro può avere questa terra se molti tra i suoi figli migliori vanno via.
Dico queste cose perché i temi istituzionali e quelli dello sviluppo sono strettamente connessi e quando parliamo di sviluppo dobbiamo chiederci se è il caso di continuare con un sistema industriale completamente estraneo al contesto Sardo basato sulle importazioni più che sulle esportazioni, con industrie come la chimica, la petrolchimica, la produzione dell’alluminio che hanno portato disoccupazione e miseria lasciando tra l’altro l’ambiente circostante fortemente compromesso avendolo inquinato, oppure voltare pagina e puntare sulle energie rinnovabili, l’agroalimentare, l’economia del mare, il turismo e il rilancio della nostra agricoltura.
Concludo con una riflessione. Noi abbiamo bisogno di una Regione snella capace di decentrare funzioni alla periferia per stimolare la capacità a risolvere i problemi locali, che le consenta di concentrarsi maggiormente in un rapporto alla pari con lo Stato Centrale, perché non è pensabile che da una parte lo Stato declini le sue responsabilità e faccia sparire dalla Costituzione il tema delle isole e del mezzogiorno e dall’altra faccia onore all’impegno previsto dallo Statuto sardo che all’art.13 recita: lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’isola. Forse è proprio dalla rivendicazione di un Nuovo Piano di Rinascita che occorre ripartire, unificando su questo grande obbiettivo i movimenti e i partiti che li sostengono e rappresentano.
img_3967
———–
lampadadialadmicromicro133Recente dibattito su ipotesi di Nuovo Piano di Rinascita della Sardegna: Vanni Tola su Aladinews.

C’era una volta il Piano di Rinascita

nonno Qualcuno crede ancora nelle favole? C’era una volta il Piano di Rinascita, ventitré anni fa.

sedia di Vannitola La Sedia
di Vanni Tola

Questo racconto potrebbe iniziare come nella migliore tradizione favolistica. “C’era una volta, in una antica terra lontana circondata dal mare…” e via dicendo. Il nostro “C’era una volta” parte dalla fine del secolo scorso, più precisamente dal 1999. In quegli anni si concludeva la vicenda del Piano di Rinascita della Sardegna. Cosa è accaduto? Leggendo la narrazione dei fatti così come viene riportata dalla stampa regionale, nello specifico dal quotidiano “La Nuova Sardegna”, si apprende che lo Stato pagherà alla Regione 90 milioni di lire “scordati” nel 1999. L’ultima rata del Piano di Rinascita. Il titolo nelle pagine interne recita: “La Regione trova un tesoretto, 90 milioni dimenticati dal 1999”. L’autore della scoperta viene individuato nella persona dell’Assessore Raffaele Paci al quale si riconosce il merito di avere frugato sapientemente tra le pieghe dei bilanci e di avere trovato il tesoretto. La notizia è intrigante, curiosa, direi quasi sbalorditiva, merita una attenta lettura. Dalla puntuale ricostruzione giornalistica emerge che lo Stato doveva dei soldi alla Regione fin dal 1994, per l’esattezza ben 910 miliardi di lire (pari a 460 milioni di euro) da impiegare in interventi urgenti per sviluppo delle infrastrutture. I contributi statali erano erogati con rate annuali. Dell’ultima rata, quella del 1999 di 90 milioni di lire, non si aveva traccia. Nel 2015, cioè dopo 16 anni di “ritardo”, l’Assessorato al bilancio della regione Sardegna si è reso conto della mancata riscossione dell’ultima rata del finanziamento statale e del fatto che la vicenda Piano di Rinascita, dopo 23 anni, non si era ancora formalmente conclusa. Risparmiamo al lettore la ricostruzione dei diversi passaggi burocratici che si sono resi necessari per arrivare alla conclusione della vicenda. Si arriva così all’anno 2016 per registrare la presa d’atto del Cipe della avvenuta chiusura del Piano di Rinascita e il riconoscimento alla Regione Sardegna del credito dell’ultima rata del Piano, i 90 milioni di lire. Tali risorse, assicura l’Assessore competente, appena riscosse saranno impiegate per saldare i debiti con i Comuni e le imprese. E vissero a lungo felici e contenti. Ci si pone una domanda intrigante che suggerisce qualche riflessione. Quanto sono capienti e vaste le citate “pieghe di bilancio”? Ricordo soltanto, per restare in tempi recenti, che nel mese di luglio del corrente anno si è tenuto in Regione un incontro tra autorevoli rappresentanti della Giunta e le Organizzazioni professionali agricole e della cooperazione. In quella occasione emerse che per fronteggiare la crisi dell’agricoltura e il dramma della siccità la Giunta avrebbe erogato con urgenza 15 milioni di euro. Apparve a tutti come una grande vittoria del mondo contadino, il massimo che si potesse concedere per l’emergenza del comparto. Poche settimane dopo, con una grandiosa manifestazione del Movimento Pastori Sardi, scende in piazza la rabbia e la determinazione dei pastori che incontrono il Presidente Pigliaru e riescono a ottenere l’impegno della Giunta per reperire un ulteriore finanziamento di 30- 35 milioni di euro. In meno di un mese la Giunta riesce nel suo intento, trova e mette sul tavolo altri 30 milioni per la pastorizia. E dove li va a trovare? Naturalmente nelle pieghe del bilancio. Alcune considerazioni si impongono. Quanto sono estese e capienti queste pieghe del bilancio? E’ mai possibile che gli amministratori di una regione con gravi problemi occupazionali e la crisi in atto nei principali comparti produttivi non abbiano conoscenza, fin dall’inizio del loro mandato, di un quadro preciso e dettagliato delle risorse disponibili? La Giunta regionale, il Consiglio, gli apparati burocratici, sono organismi di programmazione e direzione di processi politici ed economici della regione. Tali istituzioni sono nelle mani di individui competenti o, come sembrerebbe, ci si avvale della abilità di improvvisati gestori delle emergenze? Fino a quando si continuerà a fare affidamento sulle pieghe del bilancio?

Un nuovo Piano di Rinascita della Sardegna è possibile? Sì con la forza dell’impegno e della speranza dei Sardi, contro la rassegnazione e la disperazione

sedia di VannitolaLa Sedia
di Vanni Tola.

sardegnaUN NUOVO PIANO DI RINASCITA PER LA SARDEGNA, ENDOGENO E AUTOCENTRATO

Parlare delle prospettive di lavoro e occupazione in Sardegna è possibile a condizione che si acquisiscano alcuni elementi fondamentali per rilevare la situazione attuale. Ne indicherei almeno due. Un’analisi puntuale delle caratteristiche del mancato sviluppo, dell’errata ipotesi di sviluppo che ha governato gli anni dei Piani di Rinascita. Una ricognizione accurata e non idealista delle reali potenzialità produttive e quindi occupazionali della nostra isola e in rapporto con il contesto economico e sociale della parte di mondo nella quale operiamo e con la quale dobbiamo confrontarci. Sintetizzando e rimandando, per brevità espositiva, ai numerosi e validi studi relativi agli anni della Rinascita mancata, direi che c’è un punto comune dal quale partire. Il modello di sviluppo prospettato dai Piani di Rinascita, per certi versi interno alle scelte per il contrasto del ritardo di sviluppo del meridione e quindi con elementi comuni rispetto ad altre aree geografiche dell’Italia, si è rivelato fallimentare per quanto concerneva l’incremento dell’occupazione e una migliore valorizzazione delle poche risorse isolane. Il sogno dell’industria di base (principalmente petrolchimica) concentrata nei “poli industriali”, che avrebbe dovuto generare intorno a se uno sviluppo industriale indotto e una complessiva crescita dell’economia regionale, non ha soddisfatto tali aspettative. Ha anzi concorso a drenare ingenti risorse finanziarie destinate alla Sardegna e a generare profitti che non sono stati reinvestiti nell’isola. Dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul banditismo in poi si è sviluppato un grande dibattito sulle cause del fallimento della politica della rinascita e sul fallimento dell’ipotesi di sviluppo industriale scelta dalla classe politica regionale e nazionale per la Sardegna. Tale riflessione deve costituire il punto di partenza di una nuova ipotesi di sviluppo che concentri l’attenzione e l’impiego delle risorse finanziarie nella direzione della valorizzazione delle risorse locali, prime fra tutte l’agro-pastorizia, l’industria alimentare e quella turistica. Ipotesi di sviluppo appunto, solo ipotesi, non sempre suffragate da validi studi di settore, spesso orientate a soddisfare i desideri di un immaginario collettivo piuttosto che rispondenti alle prospettive di sviluppo effettive che tali comparti produttivi sembravano indicare. Sono gli anni che mi piace definire “delle centralità ”. Una schiera infinita di analisti e tecnici di settore, per qualche decennio, non hanno fatto altro che indicare modelli di sviluppo che traessero origine dalla centralità del proprio comparto di appartenenza. E’ noto, mi si perdoni la battuta, che un cerchio, inteso come figura geometrica, ha un centro, uno solo, non si discute. In Sardegna invece si sono sprecati convegni, studi di settore, si sono scritti libri per dimostrare, di volta in volta, la centralità dell’agricoltura e della pastorizia, la centralità del turismo, la centralità della pesca, la centralità dei trasporti e via dicendo fino alla centralità della produzione di energia alternativa o della chimica verde. Tutte centralità descritte come potenzialmente in grado di innescare meccanismi di sviluppo dell’economia isolana con interessanti ricadute in termini di sviluppo, occupazione e benessere. Quando ci si è resi conto che è difficile immaginare un cerchio con molti centri si è passati alla fase degli abbinamenti tra comparti “centrali”. Sviluppare l’agricoltura per incrementare anche il turismo, sviluppare il comparto agro alimentare per creare una industria agro-alimentare in grado di trasformare i nostri prodotti e via dicendo. Va da se che ciascuna dichiarazione di centralità di un comparto celava la implicita richiesta di orientare i finanziamenti disponibili principalmente a quel comparto piuttosto che agli altri. Una triste e inconcludente lista di desideri. Nella realtà non si è andati oltre le corrette indicazioni per una ipotesi di sviluppo dell’isola che ponga al centro la valorizzazione delle risorse locali con riferimento ai nuovi contesti di politiche e scambi commerciali internazionali. Domandiamoci allora quali fattori, quali elementi hanno impedito lo sviluppo economico e socio culturale dell’isola. Cerchiamo di comprendere se la crisi occupazionale e dell’apparato industriale sardo debba essere esclusivamente attribuita a fattori congiunturali propri del contesto di crisi internazionale o alla oggettiva incapacità della politica regionale di orientare e gestire tali fantasiosi e mai realizzati proponimenti. C’è un’unica risposta da fare crescere la Sardegna e con essa l’occupazione dei Sardi, un nuovo Piano di Rinascita che un gruppo minoritario di intellettuali ha più volte indicato nei decenni passati proponendo e immaginando un Piano di sviluppo “endogeno e autocentrato”. Endogeno nel senso che deve trarre origine dalla valorizzazione delle risorse locali (quelle vere) e delle capacità di sviluppo del sistema Sardegna. Autocentrato nel senso che la sua realizzazione non dovrà rispondere a interessi di altri centri di potere che non siano quelli esistenti e operanti in Sardegna sotto un reale governo della Giunta Regionale. I vecchi Piani di Rinascita sono stati funzionali a una idea di sviluppo che ruotava intorno alla diffusione di un modello di crescita che poneva al centro lo sviluppo dei poli petrolchimici per la chimica di base, prospettando una miracolosa “discesa a valle” delle produzioni con la creazione di un indotto mai nato nell’isola.
————————–

Università: contro il numero chiuso

universita_cultura_e_sapere2
Lettere sull’innovazione. Il numero chiuso all’università

23 settembre 2017
a cura di Luca De Biase

nova-de-biase_2
di Tomaso Patarnello
Prorettore Università di Padova

Qualche giorno fa il Tar del Lazio ha bocciato il numero chiuso che l’Università statale di Milano aveva introdotto per le facoltà umanistiche. Questa battaglia vinta dagli studenti mette in evidenza un sostanziale corto circuito, un conflitto tra diritto allo studio e qualità della didattica. Tutto nasce dall’introduzione, nel 2013, dei così detti “requisiti minimi”, requisiti che un corso di laurea deve avere per poter essere “accreditato” dal Ministero, per poter cioè essere approvato. Tra i requisiti minimi per le lauree triennali viene stabilito un rapporto di almeno 9 docenti ogni 50 studenti se si tratta di lauree sanitarie, 75 per le lauree tecnico-scientifiche e 100 per le lauree umanistiche-sociali. Se gli studenti sono al di sopra della soglia sono necessari proporzionalmente più docenti. I docenti “validi” possono essere solo quelli di ruolo e, cosa molto importante, ogni docente può essere conteggiato in un solo corso di laurea anche se insegna in due (o più) corsi di laurea. Se queste condizioni (ed altre) non vengono rispettate i corsi vengono chiusi. Tutto ciò secondo il principio per cui in classi troppo numerose non può essere garantita la qualità della didattica. Condivisibile, ma il risultato di questa scelta è che il numero di corsi di laurea ed il numero di studenti che vi possono accedere è limitato dalla disponibilità di docenti. Ed è la ragione per la quale l’Università di Milano (e molte altre) hanno dovuto imporre il numero chiuso a quasi tutte le lauree, soprattutto triennali, dovendo escludere attraverso i test di ingresso migliaia di ragazzi a cui di fatto viene negato il diritto allo studio. La soluzione sarebbe semplice. Aumentare il numero di docenti. Peccato che, a partire dalla famigerata Legge Gelmini (legge del 30 dicembre 2010, n. 240) è cominciato un deliberato programma di tagli ai fondi di finanziamento ordinario (FFO) delle università che ha portato ad una riduzione, in 7 anni, di oltre il 30% dei professori universitari e, complessivamente, al taglio dell’FFO di più di 3 miliardi di euro.
L’Italia è tra i paesi europei con il minor numero di laureati e non è difficile capire che se rimane anche tra gli ultimi nella classifica europea per il finanziamento alle università e alla ricerca questo paese è destinato ad un inesorabile declino. Non possiamo e non dobbiamo competere con i paesi emergenti sul basso costo della manodopera. Saremo sempre perdenti ed è un gioco al ribasso, al massacro delle fasce più deboli. Dobbiamo puntare sul “valore aggiunto” della conoscenza e dell’innovazione. Dobbiamo, cioè, fare l’esatto opposto di quello che abbiamo fatto finora, dobbiamo investire sulle università e sulla formazione qualificata. I paesi più avanzati come Stati Uniti e Germania lo hanno già fatto raddoppiando il finanziamento alla ricerca e alle Università e lo hanno fatto nel momento più difficile, all’inizio della crisi del 2007/2008. Una scelta del genere è obbligata, vitale per un paese come il nostro che non ha materie prime ed è fondamentalmente un paese trasformatore. In queste condizioni il capitale umano è l’unica vera ricchezza. Non ci mancano certamente creatività e idee, quello che ci manca sono i mezzi per svilupparle con finanziamenti adeguati.
Qualcuno potrebbe pensare che didattica e diritto allo studio c’entrano poco o niente con gli investimenti in ricerca e innovazione. Niente di più sbagliato. Ricerca e formazione sono indissolubilmente legate. Non si può fare buona didattica se non si fa buona ricerca. Potenziare l’una significa potenziare anche l’altra. Bisognerebbe avviare un piano di reclutamento per recuperare (almeno) i docenti che l’Università ha perso negli ultimi anni. Un piano basato sul merito che valorizzi i nostri tantissimi giovani brillanti ai quali offrire l’opportunità di contribuire alla rinascita dell’Italia. Sono ragazzi che abbiamo formato con risorse pubbliche (un laureato, magari anche con il dottorato, costa allo Stato tra i 100 e i 300 mila euro) e che “regaliamo” ai nostri concorrenti, in primis, USA, UK e Germania. Aumentare il corpo docente delle università non significa solo potenziare la ricerca per essere più competitivi nel marcato globale della conoscenza, ma significa anche essere in grado di trasferire più efficacemente questa conoscenza ai più giovani. A tutti e non solo ad alcuni.
Se anche il numero di docenti non fosse un fattore limitante, una delle principali preoccupazioni legate alla rimozione dei numeri chiusi è quella di creare schiere di laureati disoccupati. Questo è una preoccupazione legittima ma il problema non è limitare il numero di laureati, il problema è aumentare il numero di occupati con la laurea. Il mercato del lavoro, quel poco che c’è oggi in Italia, è orientato a figure poco qualificate sulle quali poter fare politiche di basso salario. I nostri piccoli e medi imprenditori che rappresentato più del 90% del tessuto produttivo italiano vedono un laureato come un costo non come una risorsa. Bisogna ribaltare questa logica, cambiare la mentalità soprattutto delle piccole imprese – la gran parte a carattere familiare – in cui il “paron” è spesso un ex operaio che si è messo in proprio ma facendo esattamente quello che faceva prima con poca o nessuna innovazione. Questo poteva funzionare quando il marcato “tirava”. Oggi non funziona più. Oggi l’innovazione è l’arma vincente. L’innovazione si può avere solo con una università viva, con una ricerca all’avanguardia e con una formazione universitaria qualificata e accessibile ai più. Altrimenti il destino del nostro paese è segnato come lo è quello dei nostri giovani che, per dirla con Dutch Nazari giovane e brillante cantautore rapper, rischiano di diventare “una generazione cresciuta con la mentalità da ricchi ed il futuro già scritto da straccioni”.

Tomaso Patarnello
Prorettore Università di Padova

————————————————————
Caro Patarnello
Non è possibile non vedere l’importanza di quanto scrive. Nell’epoca della conoscenza l’investimento fondamentale è quello che una società dedica al suo “capitale umano”, con la ricerca e la formazione. Se questo non lo capisce, la società declina. Ma se poi quella società introduce leggi il cui effetto principale è impedire un aumento della popolazione universitaria per motivi essenzialmente demagogici e per pregiudizi anti-accademici, allora quella società si dimostra non solo declinante ma anche autolesionista.
Luca De Biase

Rubrica pubblicata sul Sole 24 Ore il 23 settembre 2017
—————————————-
Per correlazione
- Università in declino?

- Un po’ di creatività, signori professori!

Quartiere di Sant’Elia: una storia da scrivere

Quanto effettivamente accadde il pomeriggio della visita papale a Sant’Elia (24 aprile 1970) è stato documentato dal periodico Gulp del giugno 1970. La versione dei fatti fornita dal periodico fu pienamente condivisa dai giudici del Tribunale di Cagliari nel processo che seguì poco tempo dopo (sentenza del 18 novembre 1970).
————————————————————————————
selia-1
selia2
selia3
selia4

Venerdì 8 settembre 2017

xxxCITTÀ E TERRITORIO » APPELLI
Sardegna bene paesaggistico d’Italia
Occorre confermare il livello di tutela previsto dal PPR della Sardegna, ed estenderlo alle zone interne. Un appello per difendere il piano ed opporsi al Ddl del governo che “snellisce” e “semplifica” i procedimenti in deroga al PPR. 8 settembre 2017 (m.p.r.). Su eddyburg.
————————————————
Lettera aperta al ministro Franceschini e alla sottosegretaria Borletti Buitoni

di Maria Antonietta Mongiu
By sardegnasoprattutto/ 8 settembre 2017/ Società & Politica/
———————-
- Dichiarazione del Ministro Franceschini (su L’Unione Sarda online)
———————————————————————————————-
democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
———————————————————————————————————
democraziaoggi loghettoPer la piccola Sofia e il grande Coppi ci voleva il chinino!
8 Settembre 2017
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Si narra che il medico militare di stanza a Nuxis durante la guerra, tal Ziccardi, all’annuncio dell’infermiere dell’arrivo di un ammalato in ambulatorio, senza neanche uscire a vederlo, dalla sua stanza, imperiosamente, gridasse la solita frase: ”Dagli il chinino!“. Lo fece anche quando si presentò Giuanniccu Pilloni, che però aveva la gamba rotta, e solo […]
——————————————————————————————————-
CITTÀ E TERRITORIO » SOS » SARDEGNA
La Sardegna deve tutelare il patrimonio ambientale
di ANDREA CARANDINI
«Serve dare un segnale per affermare una netta differenza tra il passato recente e il presente». Corriere della Sera, 5 settembre 2017, ripreso da eddyburg (p.d.).
—————————————————————————————————
carta_delogu_-_rari_b_34-210x273La posta in gioco? Il bene comune
di Nicolò Migheli
By sardegnasoprattutto / 7 settembre 2017/
—————————————————————————————-

Una dichiarazione INFELICE dell’on. Paolo Manichedda. La risposta FELICE del Movimento Pastori Sardi

65251_113969351998233_758825_n Un po’ di democrazia diretta, diamine!
del Movimento Pastori Sardi

L’on Paolo Maninchedda ha pubblicato su Facebook una originale e fantasiosa interpretazione della trattativa svoltasi tra il Movimento Pastori Sardi e i rappresentanti del Consiglio Regionale [riportata in fondo pagina] il giorno 2 Agosto a Cagliari al termine di una imponente manifestazione di pastori che ha fatto registrare, tra l’altro, la presenza di oltre 60 Sindaci.
Nella sua ricostruzione Maninchedda immagina un confronto avvenuto sui camioncini a bocca di Consiglio mentre nel Palazzo si stavano facendo le leggi.
La sua conclusione è che le leggi serie non si fanno in piazza.
Una ovvietà condivisibile da tutti.
Si sa che le insulsaggini sono come le ciliegie, una tira l’altra.
All’Onorevole è sembrato che il Governo regionale abbia avuto paura della piazza e che non sia stato capace di interpretarla e prevenirla non disponendo di una adeguata cultura e capacità di governo.
A suo parere, i Pastori e i Contadini hanno bisogno di esperti piuttosto che di capipopolo che praticano la democrazia diretta, la democrazia della piazza e del patibolo (sic!).
Non si può offendere in questo modo l’intelligenza dei Pastori e dei Contadini descrivendoli come un gregge di pecore che seguono ed obbediscono ai capipopolo. – segue –