Sardegna

Sant’Elia: frammenti di uno spazio quotidiano

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    «Penso che ci sia qualcosa di molto prezioso nella forma del frammento,
    che indica gli scarti, gli spazi e i silenzi tra le cose»

    Susan Sontag, 1979

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santelia-memoli-unica- Il documentario premiato
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Il servizio giornalistico su eddyburg, ripreso da aladinews.
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DIBATTITO: SardegnaCheFare?

sardegna-comuniunicaLa tessitura del nuovo
di STEFANO PUDDU CRESPELLANI

La difficoltà non consiste nel trovare idee nuove,
ma nel liberarsi dalle vecchie.
Albert Einstein

Il test elettorale delle comunali sarde lascia aperte quasi tutte le incognite sullo scenario politico futuro. I dati di tendenza sono da leggere con molta cautela. L’unico vincitore chiaro è l’astensione, che supera di media il 40%. Per il resto, nessuno convince. Nemmeno le proposte fuori dai poli. Ci sono, certo, alcune lodevoli eccezioni. Dove si è lavorato bene, l’astensione scende. L’elettore, come testimonia l’esempio di Bauladu, dà volentieri il voto a chi ha saputo meritarsi la sua fiducia con i fatti. Ma il resto non esprime tanto consenso quanto stanchezza e assuefazione.
Le forze bipolari, che si contendono il centro politico, a questo turno sono riuscite a “reggere”, come potrebbe farlo una pianta sull’orlo di un precipizio. Malgrado l’erosione implacabile del suolo, un esteso intrico di radici permette loro di tenersi ancora in piedi. In fondo è proprio a livello locale dove la trama delle conoscenze e dei favori funziona al meglio. Per riuscire a scalzare questo groviglio ci vuole tempo e molto lavoro serio.
Le forze “alternative”, sia le liste a 5stelle, sia soprattutto quelle sarde, più o meno indipendentiste, hanno intercettato solo debolmente il desiderio di cambiamento. La logica di andare da soli non ha dato frutto.
La classe politica sarda ha mostrato, finora, poca pratica di tessitura e di cucito. Sarà perché spesso si è rimasti a uno stadio precedente, legato alla preponderanza del maschio e ai suoi metodi di negoziazione “virili” (che sono più che altro metodi di negazione). Per fortuna il mondo cambia, e il beneficio di un approccio diverso alla diversità e ai conflitti sta arrivando anche da noi.
In ogni caso, il lavoro per una alternativa è ancora lì che attende. Per impegnarsi seriamente bisogna essere disposti a ragionare sul medio termine. Ci vorrà continuità e costanza, più di quanta non ce ne sia stata finora. Il che non significa rinunciare a un approccio intelligente e pratico alla sfida elettorale che si avvicina. Ci vuole un ordito di pazienza e di lavoro a medio termine, su cui però tessere una trama, cioè un disegno, colorato e ambizioso, a breve. Questo disegno non è altro che una proposta di governo alternativo, in stile sardo. Abbiamo pressoché la garanzia di non poter fare peggio di quel che è stato fatto nelle due ultime legislature, in cui le due forze principali hanno fatto a gara per stabilire record di inefficienza e asservimento alle logiche italiane. Tuttavia, bisogna prepararsi al compito con metodo, serietà e pazienza. E bisogna costruire il telaio, con perizia. Precisamente, questo è il punto in cui ci troviamo.
L’intelligenza politica oggi ci dice che nessuno, da solo, ce la può fare a spostare gli equilibri, forse neanche a entrare in forze nel Parlamento sardo (come sarebbe giusto chiamarlo). Nessuno, inoltre, a questo giro può fare da contenitore degli altri. Non abbiamo, insomma, una forza egemone. Questo può essere un inconveniente, o un vantaggio. In generale, dovrebbe ispirare a tutti una posizione di ascolto e di dialogo.
Un elemento a favore è che la legge elettorale mette ciascuna delle forze politiche davanti al rischio dell’irrilevanza, per non dire della figuraccia. Piuttosto che sparire, o ottenere risultati risibili, meglio trovare degli accordi sensati.
Il momento è propizio, perché l’insoddisfazione e il disagio della cittadinanza sarda non erano mai stati così acuti. I poli tradizionali reggono soltanto in virtù delle loro trame assistenziali, costruite in decenni di gestione del potere. Ma non convincono più, da tempo, non suscitano nessuna fiducia nell’elettore. Non regge più nemmeno il discorso del male minore. Sono troppo simili tra loro, cioè sono lo stesso male, due specchi che si fronteggiano e che moltiplicano all’infinito l’immagine di un unico modello di dipendenza distruttivo per la Sardegna. La loro egemonia è in disfacimento. Sono giunti al culmine di un processo di desertificazione accelerata. Hanno perso rappresentatività in ogni settore; perfino le clientele sono ormai senza fiducia. E tuttavia reggono, perché l’alternativa non c’è ancora.
È quindi tempo di prendere ago e filo, telaio e spola, e lavorarci. Cucire posizioni, anzitutto: per non andare alle elezioni in ordine sparso e sbrindellati.
Una proposta alternativa ha soprattutto un obbligo: quella di essere diversa. E di riuscire a comunicarlo. Diversa nelle proposte, nel linguaggio utilizzato, nei metodi, nei gesti.
Per sovvertire la situazione elettorale, l’unico fattore di variazione significativo sta in quel 40% di persone che scelgono di astenersi, perché del voto futile non ne vogliono più sapere. Nello spazio d’ombra dell’astensione ci sono molte elettrici e elettori orfani di una proposta credibile, che stanno aspettando appunto questo: una proposta credibile. Qualcosa che non assomigli a ciò che già esiste. Che non funzioni secondo le stesse logiche puerili. Una proposta che pensi più ai bisogni degli elettori che ai bisogni di chi si candida.
Per arrivare agli astensionisti non serve tirarsi i piatti in testa. Funzionano molto meglio le strategie di accordo. Soprattutto se si basano su militanze che conducono insieme lotte comuni, più che su segreterie che firmano patti. L’alternativa si tesse sul serio quando reti diverse si rendono reciprocamente compatibili. La chiave sta nel mettere in comune gli esperti di ogni gruppo, per sviluppare insieme proposte. Ciascuno continua a lavorare alla propria rete, com’è giusto fare; cambia solo un piccolo dettaglio: che si impara a interagire con reti diverse dalla propria. Ci si stimola, si scambiano le idee, si avanza nella stessa direzione. Il cambiamento dev’essere questo.
Negli anni ’80, di questo fenomeno se ne diceva “contaminazione”. È stata senza dubbio una stagione fertile. Tutto il contrario dell’idea sterile di coltivare solo il proprio orticello. Molte delle lezioni di quegli anni sono state dimenticate, ma restano vive come ipotesi latenti. Questo è il momento di recuperarle, se si vuole cambiare discorso, e governo.
L’alternativa ai conglomerati di potere gestiti da poche mani passa per le reti, cioè per includere le persone escluse dal potere, che sono oggi la grande maggioranza, e dare valore alle loro relazioni. L’obiettivo delle reti è quello di attivarsi. Il compito di chi vuole costruire una alternativa è quello di riuscire a stimolarle e integrarle. Renderle comunicanti, insomma.
C’è, qui, un gran lavoro da fare in termini di intelligenza e generosità. A ciascuno è richiesto il coraggio di mettere da parte l’abitudine alla diffidenza, e affinare invece le proprie capacità di costruire la fiducia. C’è da dire che è l’unica strada percorribile, oltre al fatto che è di gran lunga la più interessante.
Abbiamo il compito di costruire un polo alternativo, con programmi che propongano soluzioni fattibili, elaborati e sostenuti da gruppi di lavoro misti, ben organizzati, capaci di esprimere persone preparate, che godano della fiducia di tutte le parti. Può sembrare un percorso più lungo. In realtà, si procede con meno intoppi.
Il fatto che da molte parti si stiano attivando processi di aggregazione va visto come positivo. Avvicinamenti nell’area indipendentista; accostamenti tra settori sovranisti e indipendentisti; dialoghi con quelle forze che ancora meritano di essere chiamate di sinistra; aperture a chi, finora, ha manifestato il proprio bisogno di alternativa in area cinquestelle. Senza dimenticare, come si diceva prima, il mondo astensionista, che è sempre la cartina di tornasole di una proposta alternativa. Se questa non riesce a intercettare minimamente la zona d’ombra del non voto, vuol dire che di alternativo ha ben poco. È soltanto un terzo contendente a dare le stesse gomitate per spartirsi lo stesso piatto.
Oggi c’è bisogno di maggiore riconoscimento, maggiore comunicazione e maggiore generosità tra tutte le componenti che aspirano a proporre una alternativa ai sardi e alle sarde. L’invidia e il risentimento, sul piano politico, non pagano. Ci vuole semplicemente coraggio e senso pratico. Impariamo a parlare chiaramente tra noi dei problemi e delle proposte, senza offendersi. È anche vero che non andrebbe poi male lasciare la suscettibilità a casa. Ci sono cose più importanti dell’amor proprio su cui mettersi d’accordo.
In questo momento, l’invito da rivolgere a tutti è quello di cucire relazioni per il bene della Sardegna. Stimolare scambio e dibattito. Aprirsi all’idea del cambiamento. L’alternativa è possibile, ma solo se avremo il coraggio del nuovo. Gli equilibri della vecchia politica si possono superare, a patto di esplorare cammini diversi. L’oligarchia si può vincere solo con un coinvolgimento ampio, mettendo in campo la partecipazione. La pulsione di potere può essere superata solo dall’intelligenza delle reti. L’alternativa ai capibastone sta in quella dimensione comunitaria che vogliono a tutti i costi farci perdere. È proprio su questo che dobbiamo lavorare, insieme.
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STEFANO PUDDU CRESPELLANI·GIOVEDÌ 22 GIUGNO 2017
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unicacomunica_2L’illustrazione è (arbitrariamente) tratta da ComunicareUnica2017.

E’ morto Doddore Meloni, sardo indipendentista

nastroluttoE’ morto Doddore Meloni. Ci associamo al lutto e al dolore della famiglia e di quanti hanno insieme a lui combattuto con passione per rispettabili idee politiche e anche a quanti sebbene distanti politicamente hanno avuto comunque rispetto per la sua persona e comprensione umana per la sua vicenda, che certo si devono a tutti, ma particolarmente a lui per la sua qualità di convinto combattente per la Sardegna. Condividiamo, tra i tanti commenti a caldo, quello di Michele Piras, deputato, sulla sua pagina fb.lampadadialadmicromicro133

Sardegna in luttoUna rabbia immensa, nei confronti di quegli organi dello Stato che lo hanno lasciato morire in carcere.
Una rabbia immensa, perché si sono colpevolmente sottovalutate le condizioni di salute di un uomo di 74 anni, perché si sono ignorati gli appelli di amici, familiari, avvocati e perché è morta la pietà.
Umanità e vendetta, civiltà e barbarie, si sono affrontate – ancora una volta – in questa bruttissima vicenda. E hanno lasciato un cadavere per terra. E solo il silenzio di una clamorosa ingiustizia.
È morto un uomo, maledizione. Non mi importa quali errori aveva commesso, non doveva morire.
Adiosu Doddore, mi dispiaghede meda pro su chi t’han fattu, mi dispiaghede chi non seo risultau a ti azzudare.
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d-meloniLa notizia su L’Unione Sarda
- Il lapidario severo commento di Francesco Casula, sulla sua pag. fb.
- Su L’eco di Barbagia, pagina fb.
democraziaoggi- Su Democraziaoggi.
- Su SardiniaPost.

RITORNANO I PASTORI

mps-1_2di Francesco Casula
Ritornano i pastori. Con gli attivisti del combattivo Movimento Pastori Sardi. Protestano contro la politica agricola della Regione sarda. “In due anni abbiamo perso più del 50% del nostro reddito – spiega Roberto Congia, uno dei dirigenti del MPS –, stiamo pagando errori fatti da altri, che hanno generato una crisi del mercato lattiero caseario che viene scaricato interamente sulle nostre spalle. A questo si aggiunge anche il dramma della siccità. Oltre ai danni subiti non abbiamo ancora certezza sugli indennizzi”.
Difficile non essere d’accordo. E ancor più difficile non solidarizzare con loro. Sposando in toto la loro lotta e la loro causa. Che è e deve essere di tutti i Sardi.
Il pastore infatti non è solo una delle una delle tante figure sociali e la pastorizia non è solo un comparto economico: le sue produzioni certo costituiscono ancora un nucleo fondamentale del nostro prodotto interno lordo, ma il mondo pastorale in Sardegna ha prodotto ben altro che latte, formaggi, carne e lana: ha dato luogo al pastoralismo e ai codici e valori che esso sottende e che in buona sostanza costituiscono il nerbo della civiltà e dell’intera cultura sarda.
Per intanto però occorre sottolineare che la pastorizia, come comparto economico, nonostante crisi e difficoltà, nella storia ha sempre retto e i pastori, ancora oggi, non sono una sorta di tribù sopravvissuta alla storia (Ignazio Delogu). Nonostante i reiterati tentativi storici di interrarli, liquidandoli insieme alla loro cultura etnica resistenziale.
“Uno dei tentativi più brutali fu rappresentato dagli Editti delle Chiudende che – scrive il compianto Eliseo Spiga, in La Sardità come utopia-Note di un cospiratore – irruppero sulle comunità, implacabili come un castigo di dio. In un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze, di persecuzioni, assassini, carcerazioni e torture… furono chiusi migliaia di ettari dei migliori terreni privati e comunali, pascoli e seminativi, case, ovili e orti familiari, strade e ponti, abbeveratoi e fonti pubbliche”.
I più danneggiati furono i pastori, abituati a pascolare le greggi in vasti spazi aperti e comuni ed ora costretti a pagare il fitto – spesso erosissimo – ai nuovi proprietari usurpatori: pastori che furono rovinosamente battuti e vinti. Ma non convinti, aggiungerebbe il nostro più grande poeta etnico, Cicitu Masala.
Un altro momento e snodo storico di attacco violento soprattutto alle condizioni di vita e di lavoro dei pastori fu rappresentato dalla guerra doganale dello Stato italiano con la Francia, culminata con la rottura dei Trattati doganali nel 1887. L’economia sarda fu colpita a morte. Fino a quel momento la spedizione verso i mercati francesi di alcuni fondamentali prodotti dell’economia sarda aveva, se non scongiurato, almeno contribuito ad allontanare la crisi che gli spiriti più consapevoli paventavano. Dopo i fatti del 1887 l’agro-pastorizia dell’Isola, privata d’un colpo dei suoi mercati tradizionali, precipitò al fondo di un baratro senza precedenti, costringendo i pastori a dipendere ancor di più dai proprietari dei pascoli, i printzipales, e dagli industriali caseari continentali ma soprattutto romani.
Lo denuncia e lo ricorda Gramsci in un articolo del 1919 sull’Avanti, fortemente critico nei confronti della politica italiana postunitaria, dal titolo inequivocabile: ”Gli spogliatori di cadaveri”, Una categoria di questi, che irrompono in Sardegna alla fine dell’800, dopo la rottura dei trattati doganali con la Francia, sono gli industriali caseari. I signori Castelli – scrive Gramsci – vengono dal Lazio nel 1890, molti altri li seguono arrivando dal Napoletano e dalla Toscana. Il meccanismo dello sfruttamento (“ed è un lascito della borghesia peninsulare non più rimosso”) è semplice: al pastore che deve fare i conti con gli affitti del pascolo e con l’esattore, l’industriale concede i soldi per l’affitto in cambio di una quantità di latte il cui prezzo a litro è fissato vessatoriamente dallo stesso industriale. Il prezzo del formaggio cresce ma va ai caseari e ai proprietari del pascolo. Non a chi lo produce.
Antonio Simon Mossa, il grande teorico dell’indipendentismo moderno sardo li chiama feudatari del latte, che si comportano da veri e propri strozzini, imponendo solo loro il prezzo. Tanto che uno degli obiettivi del neonato Partito sardo d’azione nel 1921 sarà proprio la battaglia contro sos meres continentales de su latte e la creazione di cooperative di pastori, per gestire loro, in prima persona, il prodotto del proprio lavoro.
Mutatis mutandis, non si sta ripetendo lo stesso meccanismo denunciato da Gramsci?
E la Regione Autonoma (?) della Sardegna che fa? Cosa aspetta Pigliaru e la sua Giunta? Che i pastori vengano annientati? Ma si rendono conto della posta in gioco?
Senza la pastorizia la Sardegna si ridurrebbe a forma di ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato: senza più uno stelo d’erba. Con le comunità di paese, spogliate di tutto, in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Con i sardi ridotti a lavapiatti e camerieri. Con i giovani senza avvenire e senza progetti. Senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte.
Una Sardegna ancor più colonizzata e dipendente. Una Sardegna degli speculatori, dei predoni e degli avventurieri economici e finanziari di mezzo mondo, di ogni risma e zenia. Buona solo per ricchi e annoiati vacanzieri, magari da dilettare e divertire con qualche ballo sardo e bimborimbò da parte di qualche “riserva indiana”, peraltro in via di sparizione.
Si ridurrebbe a un territorio anonimo: senza storia e senza radici, senza cultura, e senza lingua. Disincarnata e sradicata. Ancor più globalizzata e omologata. Senza identità. Senza popolo. Senza più alcun codice genetico e dunque organismi geneticamente modificati (OGM). Ovvero con individui apolidi. Cloroformizzati e conformisti.
Una Sardegna uniforme. In cui a prevalere sarebbe l’odiosa, omogenea unicità mondiale: come l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna.
Si avvererebbe la profezia annunciata da Eliseo Spiga, che nel suo potente e suggestivo romanzo Capezzoli di pietra scrive: “Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Villaggi campagne altipiani livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”.
Sarebbe un etnocidio: una sciagura e una disfatta etno-culturale e civile, prima ancora che economica e sociale.
Apocalittico e catastrofista? Vorrei sperarlo.
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Sardegna a sovranità limitata… perfino nella toponomastica! Ma la storia è cambiata (anche c’è chi non se ne avvede)!

sardegnaIl prefetto di Nuoro abroga la sovranità popolare
di Francesco Casula.

Il Prefetto è la figura più odiosa e insieme l’espressione esemplare e paradigmatica dello stato ottocentesco e napoleonico: centralista, accentrato e burocratico. Di nomina governativa – e dunque calato dall’alto – nasce, nelle singole provincie dello stato unitario italiano, come strumento di controllo e di repressione delle popolazioni. E deve rispondere solo al Governo centrale, direttamente.
Godranno di particolare prestigio durante il ventennio fascista ma sopraviveranno anche nell’era repubblicana e “democratica”. Durante la Resistenza, con i CLN regionali, verranno sostituiti con Prefetti politici. Ma con il processo di Restaurazione moderata che si attuerà con l’avallo, per non dire con la complicità e la diretta iniziativa della Sinistra, si ritornerà ai vecchi Prefetti, emanazione diretta dello Stato centrale. E ciò avverra con un Ministro degli Interni socialista!
Emilio Lussu fin dal 1933, in un saggio sul Federalismo ne sosteneva e ne auspicava l’eliminazione, insieme alle Province, “equivoche strutture politiche, fatte per mascherare una armatura governativa e poliziesca che non dava alla rappresentanza popolare locale altro diritto che quello di occuparsi dei manicomi e di strade di secondo ordine”. Ciò proprio in virtù della presenza e il ruolo del Prefetto.
E’ successo che le Province sono state di fatto abolite, almeno come Enti locali intermedi ed elettive, ma è rimasto, vivo e vegeto come non mai, il Prefetto come espressione del potere centrale. Così abbiamo buttato via il bambino e ci siamo tenuti solamente l’acqua sporca: il prefetto appunto, strumento di conservazione, di controllo poliziesco e di repressione. Che entra direttamente in collisione non solo con la democrazia ma con la stessa sovranità popolare. E’ successo proprio nei giorni scorsi. Ecco il fatto.
L’Amministrazione comunale di Lanusei, con la sua Giunta, con la delibera n.81 del 19-9-2016, decide di sostituire l’intitolazione di strade e piazze dedicate ai savoia, a generali felloni e ai cosiddetti eroi del Risorgimento, con illustri cittadini di Lanusei.
In tal modo, i tiranni Vittorio Emanuele II e Umberto I, come l’imbelle Raffaele Cadorna, Cavour e Mazzini, liberano strade e piazze che hanno abusivamente e indegnamente occupato e vengono sostituiti da omines de gabale ogliastrini.
Interviene il Prefetto di Nuoro con la persona del vice prefetto vicario, certo D’Angelo, che dà parere negativo alla intitolazione delle vie e delle piazze di Lanusei, così come previsto dalla delibera della Giunta. Al fine di giustificare e rafforzare il diniego riporta il parere negativo di tal Deputazione di storia patria della Sardegna, secondo la quale l’attuazione della delibera comunale “cancellerebbe parte rilevante della memoria del Risorgimento italiano, consacrata dai precedenti abitanti di quel comune… La storia in qualunque modo la considerino i posteri, rimane ciò che è stata”. Ritenendo che la storia sia fatta solo dai tiranni sabaudi e dai loro sostenitori e non dai valenti uomini sardi! - segue -

Trasporti: i Vescovi sardi denunciano la disastrosa situazione della Sardegna

img_3225Conferenza
Episcopale
Sarda

Problema trasporti in Sardegna
In vista del G7 sui Trasporti che si terrà a Cagliari il prossimo 21- 22 giugno, la Conferenza Episcopale Sarda intende offrire una propria riflessione su alcuni dei più vistosi e preoccupanti problemi che investono la nostra Isola in questo delicato e determinante settore, perché possano trovare risposte adeguate nell’importante summit.
La Sardegna è il territorio insulare europeo geograficamente più isolato rispetto al continente; ha un mercato interno molto ridotto (un milione e 680mila residenti) e disperso (68 abitanti per chilometro quadrato).
L’insularità determina non solo un incremento dei costi, ma crea anche discontinuità, ritardi e debolezza nelle connessioni e nei processi di diffusione spaziale dello sviluppo.
In questa debolezza strutturale il trasporto svolge un ruolo fondamentale, perché i limiti e le carenze del sistema trasporti fanno aumentare i costi di produzione, quindi il prezzo delle merci e dei servizi venduti.
In Sardegna – è stato calcolato dalla Regione – le merci viaggiano con un extra-tempo di 16 ore 6 minuti in inverno e 5 ore e 39 minuti in estate rispetto a una regione continentale. Per i passeggeri, invece, l’extra-tempo è di 17,34 ore in inverno e 6,67 in estate. Ciò vuol dire, considerando il volume di traffici, un costo aggiuntivo di 286 milioni di euro per le merci e di 374 milioni per le persone, pari a una spesa totale di 600 milioni nel solo trasporto marittimo.
Sempre sui trasporti, emerge il problema della rete ferroviaria interna su cui la Sardegna ha un indice di infrastrutturazione del 17,4 (su 100). Il dato è stato ricavato misurando il tracciato sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo e rapportandolo alla superficie totale dell’Isola e al numero di abitanti. -segue-

SardegnaCheFare? Rapporto Crenos 2017: la consegna è sorridere, ma purtroppo la realtà ci dice che non c’è ragione di farlo

sardegna-dibattito-si-fa-carico-181x300UNA QUESTIONE DI ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA’ DIFFUSA
di Marco Zurru, su fb

Ho appena finito di leggere la Sintesi del 24° Rapporto Crenos, presentato ieri mattina [26 maggio] a Cagliari. Appena posso metto mano all’intero Rapporto, anche se il quadro della situazione socio-economica dell’Isola è già abbastanza chiaro e deprimente che si potrebbe magari evitare di aggravare il proprio stato di avvilimento fermandosi qui, alla Sintesi…

Dunque, l’Isola primeggia ancora come una delle 65 Regioni dell’Unione europea più povere. Uno sfascio totale: il nostro PIL è inferiore del 30% della media europea. Ogni sardo, nel 2015, si è messo in tasca poco più di 15mila euro, più o meno quanto riusciva a guadagnare 20 anni fa.

Il tessuto industriale dell’Isola è diventata cosa minuscola se non evanescente rispetto alle rispettive dinamiche nelle altre regioni meridionali (per non parlare del resto d’Italia). La pastorizia pesa ancora molto (un quarto del totale degli imprenditori sardi fa il pastore e la quota del Pil prodotto è del 5% del totale, mentre altrove sono fermi al 2%). Ma pastori e altri imprenditori non riescono ad uscire dal “nanismo” dimensionale: imprese piccole, se non formate dal solo titolare.

Una delle note conseguenze è il bassissimo volume di occupazione presente e la sua qualità: creiamo poco lavoro, poco istruito, malpagato e in settori poco strategici dal punto di vista dell’innovazione tecnologica.

L’unico settore che “va bene” (si fa per dire…) è quello pubblico: “In Sardegna i settori legati alle attività svolte prevalentemente in ambito pubblico e ai servizi non destinabili alla vendita sono responsabili di circa un terzo del valore aggiunto complessivo, mentre le imprese che producono beni e servizi destinati al mercato hanno un peso relativamente esiguo, denotando una scarsa capacità da parte del sistema produttivo isolano di creare valore”.

Tradotto: senza lo Stato, nelle sue diverse articolazioni istituzionali, il volume di occupati e i differenti investimenti, la nostra ricchezza complessiva sarebbe solo il 70% di quella che oggigiorno disponiamo. SETTANTA PER CENTO IN MENO, lo ricordi chi si espone con superficiali e poco ponderati aneliti di indipendentismo…

Invece è presente anche quel 30% statale, i soldi li abbiamo tutti e, infatti, li spendiamo: una delle poche voci col segno + è quella dei consumi delle famiglie. Quasi sicuramente, continuiamo a spendere meno per mangiare e di più per fare i fighi con gli amici mettendo in evidenza il nostro ultramegaipernuovissimo modello di cellulare del cappero…

In compenso i fattori che alimentano la crescita possono continuare a farci una sonora pernacchia, più o meno come stanno facendo da un trentennio: le nostre Università laureano appena il 18,6% dei giovani trenta/trantaquattrenni sardi. Solo Sicilia e Campania fanno peggio di noi rispetto a ciò che, mediamente, è capace di fare la UE (39%).

In compenso/bis la “produzione” di laureati nelle discipline “hard”, quelle tecnico-scientifiche – storicamente capaci di innestare processi di innovazione nelle realtà economiche – è a dir poco ridicola: 17,8%, più o meno la metà di ciò che è mediamente capace di fare l’Europa.

In compenso/ter anche le altre istituzioni dell’offerta di istruzione non se la passano meglio: il 23% dei sardi tra i 18 e i 24 anni ha interrotto il proprio percorso scolastico e formativo avendo conseguito al massimo la licenza media. Solo la Sicilia in tema di abbandono scolastico fa peggio di noi in Italia e “solo” 239 regioni europee (su un totale di 254) fanno meglio di noi…

Però il turismo va meglio e blablabla.. forse è il caso di allungare le stagioni turistiche e blablabla…

Dunque. Senza offender nessuno, è arrivato il momento di sdoganare non solo una parola, ma tutto il volume di significati che la stessa ha acquisito in quasi un secolo di produzione scientifica e non: siamo in una condizione, ormai strutturale, di SOTTOSVILUPPO.

E’ ridicolo girarci attorno, usare dizionari ah hoc, evitare di assumere toni drastici (mantenendo simpatiche, quanto pericolosamente cretine, ricette zuppe di riserve di facile ottimismo sulle nostre sorti): siamo una regione sottosviluppata.

Se siamo ancora a galla e la testa non scivola sotto il pelo della melma, è solo grazie alla produzione di ricchezza che arriva dalla componente statale. Lo Stato, piaccia o non piaccia, ha in mano la cordicella a cui è legato il salvagente a cui è disperatamente aggrappata la Sardegna.

Alle diverse latitudini istituzionali – sia di tipo politico, che amministrativo, imprenditoriale, delle rappresentanze degli interessi, universitario, scolastico – si dovrebbe pigliare seria consapevolezza della condizione di sottosviluppo dell’Isola.

Si dovrebbe iniziare ad annichilire qualsiasi narrazione e retorica sulle fasulle condizioni sociali ed economiche dell’Isola. Si dovrebbe iniziare a smettere di ragionare ed agire “a compartimenti stagni”, come se ciò che accade in un ambito non abbia rilevanti e durature conseguenze negli altri.

Si dovrebbe assumere una responsabilità diffusa, ché non è “colpa” di alcuno in particolare se siamo finiti in questa condizione, ma – anche se in modi e con pesi diversi – di tutti, sia nella sfera della produzione, che in quella politica, amministrativa, educativa e finanche in quella del consumo. La colpa è di tutti, e tutti, nei confini delle possibilità che attengono ai propri ruoli, dovremmo sentirci moralmente impegnati per il bene comune, che è di tutti, mio come tuo.

Sulle modalità e le forme attraverso cui ciò può tradursi in azione non esiste alcuna ricetta: quelle provate per risollevare le sorti della nostra Isola (che siano soldi e investimenti che arrivano da fuori, che siano strutture e modalità produttive che arrivano da fuori, che siano modalità di indurre cooperazione dal basso, etc etc..) a volte non hanno funzionato e a volte hanno funzionato, ma a cappero.

Non esiste una ricetta, ma mille modi di tradurre delle energie in azione: ma una volontà di azione senza spinta etica si riduce a banale, contingente e, spesso, opportunistica e fugace opportunità.

Per ora mi accontenterei del livello della coscienza; una piena consapevolezza del nostro stato di sottosviluppo. Poi, magari, se ci si “sprama” qualcosa nella sfera dell’etica accade, e poi in quello dell’azione… Però basta dirci balle, basta…
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sardegna

ElettorandoSardegna

Legge elettorale regionale: usciamo da su connottu?
democraziaoggi27 Maggio 2017
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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PETIZIONE POPOLARE PER UNA LEGGE ELETTORALE PER LA SARDEGNA

Cavalcata Sarda 2017

cavalvata-sarda2017-ft-6- Gli scatti di Renato d’Ascanio Ticca, foto n. 06.

Cavalcata Sarda 2017

cavalcato-2017-foto4- Gli scatti di Renato d’Ascanio Ticca, foto 05-

Cavalcata Sarda 2017

cavalcatasarda03- Anticipazione degli scatti di Renato d’Ascanio Ticca, foto 03.

Cavalcata Sarda 2017

cavalcasarda2017-fto2Anticipazioni degli scatti di Renato d’Ascanio Ticca, foto n.2.

Cavalcata Sarda 2017

cavalcatasarda1Anticipazioni degli scatti di Renato d’Ascanio Ticca. Foto01

Cavalcata Sarda 2017

cavalcata-sarda2017-vannitola- Sassari 21 maggio 2017 Alcuni scatti di Vanni Tola.

Il dibattito sulla legge elettorale in Sardegna.

aula-consiliare-caIl dibattito sulla legge elettorale in Sardegna. Note a margine.
di Tonino Dessì, su fb.

Il tema di una nuova legge elettorale per le prossime elezioni regionali non figura al momento tra le priorità dell’agenda istituzionale nella sede che ne custodisce la più gelosa prerogativa.
Ad onta delle sollecitazioni della Presidenza del Consiglio regionale e con l’eccezione della pressione esercitata da una parte del mondo politico femminile per ottenere da subito la sanzione del principio della doppia preferenza di genere, è prevedibile che un confronto concludente sulla questione non si aprirà se non dopo le elezioni politiche italiane.
A quel punto la problematica non sarà più determinata dai dati elettorali della precedente tornata regionale, fondamentalmente caratterizzati dall’esclusione di due raggruppamenti elettorali della consistenza di oltre 100.000 voti, dall’alterazione abnorme dei rapporti di proporzionalità tra consensi e assegnazione dei seggi, conseguente all’appartenenza dei singoli partiti, rispettivamente, alla coalizione raccolta intorno al presidente vincente e a quella perdente in un contesto forzosamente bipolare, dalla risibile rappresentanza femminile.
La questione sarà, piuttosto, condizionata dall’evoluzione dei rapporti tra le forze politiche nel nuovo scenario italiano e regionale.
Le rappresentanze che costituirono l’attuale maggioranza di centro-sinistra-sovranista alla Regione faranno in questo nuovo contesto i conti con se stesse e tra loro.
Già oggi, per esempio, non sono più corrispondenti a quelle originarie.
Il PD ha subito una scissione, come peraltro SEL in contrasto con la confluenza nazionale in SI; i Rossomori sono usciti, con perdite, dalla maggioranza e così pure, con perdite ancora maggiori, la piccola coalizione PRC-PCd’I.
A sinistra del PD vi sarà una competizione oppure il coagularsi di una strategia unitaria fra il Campo Progressista di Pisapia, la formazione dei d’alemiani-bersaniani, quella, al momento più residuale, di SI.
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