Persone & Organizzazioni

Oggi mercoledì 21 febbraio 2018

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Sviluppo locale e coinvolgimento diretto delle popolazioni
21 Febbraio 2018

Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
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Ieri assemblea coi candidati del NO. Appuntamento al 5 marzo per iniziare la campagna contro la legge elettorale-truffa regionale
21 Febbraio 2018

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Red su Democraziaoggi.
(Segue)

Oggi martedì 20 febbraio 2018

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Verso il 4 marzo: per chi e per cosa votare?
20 Febbraio 2018
Su Democraziaoggi e su Aladinews
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Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria.
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Oltre il 4 marzo. CHE ALLA POLITICA RITORNI IL PENSIERO

img_4808img_4807paceconvegno-valut-lavoroimg_4750La cultura avanza le sue proposte: intervento pubblico per creare lavoro nonostante l’Europa, il capitale riportato nella legge, la funzione difesa nelle mani dell’ONU, il migrare come diritto umano universale. Un appello a candidati ed elettori
Al termine della campagna elettorale la cultura rivolge un appello ai candidati, alle candidate e all’elettorato del 4 marzo, per un ritorno al pensiero nella politica e la messa in campo di quattro grandi opzioni volte a cambiare il nostro destino. Esse riguardano la creazione di lavoro per mano pubblica nonostante il regime europeo, la riconduzione del capitale alla regola del bene comune, la pace come responsabilità e compito del Consiglio di sicurezza dell’ONU e l’adozione dello ius migrandi come diritto umano universale. Questo il testo dell’appello:
Alle candidate e ai candidati alle elezioni del 4
marzo
e Alle elettrici e agli elettori del 4 marzo
Roma, 16 febbraio 2018.
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Il messaggio della Chiesa cattolica: “Lavorare meglio, lavorare tutti”

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“Lavorare meglio, lavorare tutti”.
“Da Cagliari, dove lo scorso ottobre abbiamo vissuto la 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, siamo ripartiti con alcune proposte concrete sul lavoro. Quest’esperienza, ampiamente positiva, non va sprecata, ma rafforzata e fatta crescere insieme con tutti coloro che vorranno impegnarsi in questo campo. Gli obiettivi sono grandi e impellenti: creare lavoro, combattere la precarietà e rendere compatibile il tempo di lavoro con il tempo degli affetti e del riposo. Come ha detto Francesco, «il lavoro è sacro», fornisce «dignità» ad ogni «persona umana» e alla «famiglia». Vorrei riassumere questi obiettivi con un’affermazione ambiziosa: lavorare meglio, lavorare tutti.”
Così il card. Gualtiero Bassetti, nella relazione introduttiva della recente conferenza dei Vescovi italiani, da lui presieduta.
L’esigenza imperativa è di passare dal dire al fare. Non che il mondo cattolico non sia fortemente concretamente impegnato attraverso le sue organizzazioni sulla problematica del lavoro, sarebbe ingeneroso affermarlo. E poi, si dice giustamente: la Chiesa non è un “ufficio di collocamento” e ad altri soggetti compete farsi carico del problema, in primis le Istituzioni pubbliche. Tuttavia la situazione della disoccupazione, soprattutto giovanile, ci dice che quanto pur positivamente si fa da parte delle Istituzioni come pure della Chiesa e di altri permanga drammaticamente inadeguato. Proprio perché le dimensioni del problema sono notevoli (e in Sardegna ancor peggio) occorrono risposte globali e politiche. La Chiesa non può non intervenire, per tutte le risorse di cui dispone, comprese quelle materiali (i beni), ma soprattutto quelle spirituali e intellettuali (la dottrina sociale e i cattolici impegnati) che possono orientare politiche più appropriate. C’è forse il rischio di percorrere vecchie strade storicamente superate (il collateralismo)? Non lo crediamo. Del passato ricuperiamo piuttosto le migliori esperienze, come accadde nella fase costituente. Una cosa è certa: non si può stare fermi per evitare critiche, non si può rimanere in silenzio. La Settimana ha dato indicazioni per nuove politiche credibili. Come dar loro gambe? Si percorra la strada indicata dal presidente della Settimana mons. Filippo Santoro: in ogni diocesi si costituisca un “gruppo di collegamento tra cattolici impegnati in politica stimolato ed animato dall’iniziativa degli Uffici e delle Commissioni per i problemi sociali, del lavoro giustizia, pace e custodia del creato… impegnati secondo lo spirito del IV capitolo della Evangelii Gaudium. E così, continua Santoro: “Tale prospettiva si allarga coinvolgendo nell’azione persone di buona volontà anche se provengono da esperienze culturali differenti. Qualcosa di simile è accaduto con il contributo dei parlamentari cattolici nella stesura della nostra costituzione repubblicana” [1].
Dunque tutto è stato saggiamente previsto. La strada è tracciata. Molti la stanno già percorrendo. Occorre un maggiore impegno anche qui in Sardegna.
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Oltre il 4 marzo. CHE ALLA POLITICA RITORNI IL PENSIERO

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La cultura avanza le sue proposte: intervento pubblico per creare lavoro nonostante l’Europa, il capitale riportato nella legge, la funzione difesa nelle mani dell’ONU, il migrare come diritto umano universale. Un appello a candidati ed elettori

Al termine della campagna elettorale la cultura rivolge un appello ai candidati, alle candidate e all’elettorato del 4 marzo, per un ritorno al pensiero nella politica e la messa in campo di quattro grandi opzioni volte a cambiare il nostro destino. Esse riguardano la creazione di lavoro per mano pubblica nonostante il regime europeo, la riconduzione del capitale alla regola del bene comune, la pace come responsabilità e compito del Consiglio di sicurezza dell’ONU e l’adozione dello ius migrandi come diritto umano universale. Questo il testo dell’appello:

Alle candidate e ai candidati alle elezioni del 4
marzo

e
Alle elettrici e agli elettori del 4 marzo

Roma, 16 febbraio 2018

L’appassionato confronto sui valori e i dettati della Costituzione in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 – al quale abbiamo contribuito sostenendo il No – ha visto partecipare un imponente numero di elettrici e di elettori, pur con scelte difformi, a riprova che le grandi opzioni della politica sono percepite come proprie dai cittadini quando sono messi in grado di scegliere.

Per questo ci rivolgiamo a tutte le candidate e a tutti i candidati di buona volontà con questo accorato e rispettoso appello.

È necessario concentrare almeno quanto resta della campagna elettorale su alcuni obiettivi di fondo che per loro natura vanno oltre il periodo del prossimo mandato parlamentare e oltre i confini dell’Italia, in quanto decisivi dell’intero futuro. Su tali obiettivi non mancano accenni e proposte nel programma di alcuni partiti, ma essi appaiono del tutto oscurati e distorti nel dibattito pubblico rappresentato dagli attuali mezzi di informazione che perseguono altri interessi e logiche contingenti, onde è necessario farli venire alla luce e metterli al centro delle prossime decisioni politiche.

La prima questione è quella del lavoro retribuito, nella specifica forma della sua assenza e precarietà.
La mancanza di lavoro sta raggiungendo tali dimensioni di massa da rendere illusori i rimedi finora proposti. La riduzione al minimo di quella che una volta si chiamava “forza lavoro” a fronte dell’ingigantirsi degli altri mezzi di produzione è tale da alterare tutti gli equilibri dei rapporti economici politici e sociali.

In Italia infatti la Repubblica rischia di perdere il suo fondamento (art. 1 Cost.) e perciò la sua stabilità e la stessa sicurezza della sua durata; in Europa l’Unione economica e monetaria perde il primo dei tre obiettivi fondamentali per cui è stata costituita e via via potenziata, ossia “piena occupazione, progresso sociale e tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente” come prevede l’art. 3 del Trattato sull’Unione; nel mondo il sistema economico perde l’equilibrio dialettico tra capitale e lavoro, deprimendo fino a sopprimerlo il ruolo del fattore lavoro. La resa imposta a uno dei due protagonisti del relativo conflitto – il lavoro – non lo risolve, ma ne spegne la spinta propulsiva e spinge la polarizzazione delle diseguaglianze fino agli estremi di una pari ricchezza detenuta da una decina di uomini e da 3,6 miliardi di persone sulla terra.

La perdita di lavoro umano non è genericamente dovuta al progresso, ma è il frutto di scelte politiche ed economiche che hanno potuto avvalersi come mai fino ad ora dello sviluppo della tecnologia e dell’automazione; paradossalmente ciò ha finito per ritorcersi contro l’ortodossia e la funzionalità del Mercato, perché a esserne snaturato e viziato è stato proprio il meccanismo della concorrenza a causa degli squilibri nel costo del lavoro umano tra le imprese, le diverse aree produttive e gli Stati, messi in concorrenza tra loro nella corsa ad abbattere il ruolo del lavoro, fino alla minaccia del controllo elettronico dei lavoratori anziché delle macchine e dei processi produttivi. Le conseguenze della crisi scoppiata si fanno sentire pesantemente, il Pil dell’Italia è ancora inferiore del 6,5% sul 2008, l’attività industriale è calata oltre il 25% e secondo il prof Giovannini mancano ancora un milione di unità-lavoro rispetto al 2008.

Per ristabilire gli equilibri e una giusta concorrenza è ora necessario puntare non solo ad impadronirsi delle tecnologie e del loro uso ma creare nuovo lavoro in settori finora considerati meno interessanti dal punto di vista del reddito, anche se più di recente anch’essi sono stati invasi dal mercato che ne distorce pesantemente l’utilizzo a fini di profitto. Questi interventi possono essere creati dall’unico soggetto in grado di farlo, cioè il soggetto pubblico, nelle sue varie articolazioni e competenze, sia in Italia che in Europa che a livello globale. Non si tratta solo di proporre una nuova fase dell’intervento dello Stato quanto di un più generale intervento pubblico, da sviluppare in modo coordinato tra le diverse sedi istituzionali. In particolare c’è da coprire l’enorme fabbisogno di lavoro umano per la conservazione e il miglioramento dell’ambiente, la riconversione ecologica delle strutture esistenti, la prevenzione delle calamità, la salute come bene primario universale, l’educazione, i nuovi servizi alle persone, in particolare all’infanzia e al crescente numero di anziani, ecc.; così è necessaria una strategia di riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro.

A tal fine l’Italia dovrebbe riaprire il capitolo dell’intervento pubblico nell’economia e riproporlo all’Europa, anche per una nuova interpretazione del Trattato europeo che deplora gli “aiuti di Stato”, che in realtà non sono aiuti ma la manifestazione stessa delle scelte della comunità politica sovrana come soggetto anche economico.

Come rivendicazione politica immediata dovrebbe assumersi pertanto un’abrogazione o rinegoziazione degli artt. 107-109 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (“Aiuti concessi dagli Stati”). In ogni caso, anche in assenza di modifiche, si dovrebbe ritenere verificata, per l’Italia ma anche per l’Europa impoverita, la clausola che secondo l’art. 107 reintegra a pieno titolo gli “aiuti di Stato” nel mercato interno europeo: la clausola cioè, prevista dall’art. 107, 3 del Trattato, che ci siano regioni “ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione”. Clausola innegabilmente adempiuta quando in Italia ci sono 5 milioni di persone che vivono “in povertà assoluta”, 18 milioni “a rischio di povertà e di esclusione”, e la disoccupazione è all’11 per cento con 3 milioni di disoccupati, tra cui il 37 per cento dei giovani.

Analoga rivendicazione, sia per l’Italia che per l’Europa, dovrebbe farsi per un nuovo approccio fiscale volto a finanziare questi interventi che, in coerenza con la progressività prevista dall’art 53 Cost. , alleggerisca il prelievo fiscale su lavoro e pensioni e lo estenda alla intera ricchezza prodotta e ai grandi patrimoni.

Allora diventerà nuovamente possibile dare effettività all’art. 3 della Costituzione.

La seconda questione riguarda il controllo e la regolazione delle attività e dei movimenti finanziari, compresa la tassazione della produzione e dei consumi nei Paesi in cui avvengono.
La dominanza del capitale finanziario, la sua libertà di movimento globale, il suo potere di ricatto verso gli Stati nazionali, l’assenza di controlli sui movimenti finanziari, la cui provenienza è fin troppo spesso illegale, l’uso speculativo dei capitali finanziari hanno creato uno squilibrio di fondo tra il ruolo ancora essenziale degli Stati e il capitale finanziario globalizzato.

Non basta invocare un ritorno del ruolo degli Stati che pure deve esserci, ad esempio sui bitcoin che sono l’ultima forma speculativo-finanziaria del tutto fuori controllo; purtroppo con grande ritardo si sta comprendendo che consentire lo sviluppo di questa forma di moneta porta alla crescita esponenziale di speculazioni e alla crescita di aree di economia fuori da ogni controllo. Malgrado la crisi scoppiata nel 2008 sia stata del tutto paragonabile a quella del 1929 gli interventi per evitarne il ripetersi non sono paragonabili a quelli adottati dopo la crisi del 1929, senza sottovalutare che perfino molti degli strumenti all’epoca adottati sono stati rimossi, lasciando campo libero ai movimenti speculativi e a comportamenti infedeli a danno dei risparmiatori, fino allo svilimento delle forme di controllo. Vanno rivisti i ruoli nel sistema del credito distinguendo tra credito per gli investimenti e banche di raccolta e uso del risparmio, così come vanno intensificati e resi cogenti strumenti e regole per il controllo dell’operato degli operatori bancari e finanziari, introducendo deterrenti adeguati a tutela del risparmio, contro amministratori e operazioni infedeli. Questo sulla base di precise regole di trasparenza e di uso del risparmio, comprese dissuasioni penali adeguate. Occorre rivedere a livello europeo e mondiale gli accordi che regolano, o meglio non regolano, i movimenti di capitali, sulla base del principio della reciprocità, di un controllo sull’adeguatezza dei comportamenti degli Stati nei controlli sulla base degli accordi. Occorre ripensare le politiche di governo dei debiti pubblici in modo solidale a livello europeo e puntare ad accordi a livello sovranazionale, anche nelle politiche fiscali nazionali oggi usate per la concorrenza tra Stati distorcendo la concorrenza tra imprese. La lotta all’elusione e all’evasione fiscale – cruciale e strategica per il nostro Paese – con un’azione sistematica di contrasto e di nuove normative va inquadrata in una decisa lotta ai paradisi fiscali e alla concorrenza fiscale tra gli Stati, nell’epoca del dominio del capitale finanziario, che è in larga misura all’origine dello squilibrio nei rapporti di forza a danno del lavoro reso sempre più mera merce, per di più sottovalutata. Per questo il sistema di regole e di controlli è indispensabile. L’accento non è più sulla libertà di scambio nel reciproco interesse, ma per evitare pratiche di dumping tra lavoratori e tra Stati occorrono regole e controlli severi sui movimenti e sui comportamenti dei capitali finanziari.

Di conseguenza diventerebbe possibile l’attuazione dell’articolo 41 della Costituzione.

La terza questione cruciale è quella della pace, oggi purtroppo negata da gran parte della politica nazionale e mondiale.
La pace è fin troppo negata dalla nostra politica nazionale, con il formale rovesciamento del ripudio costituzionale della guerra, da quando il nuovo Modello di Difesa italiano, sostituendosi nel 1991 al vecchio Modello concepito in funzione della difesa dei confini nazionali (la famosa “soglia di Gorizia), adottò la formula della “difesa avanzata” degli interessi esterni dell’Italia e dei suoi alleati. Tale difesa comprendeva anche quella degli interessi economici e sociali, ovunque fossero in gioco, “anche in zone non limitrofe”, a cominciare dall’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, supponendo (già allora!) l’Islam come nemico dell’Occidente in analogia al conflitto arabo-israeliano che veniva ideologicamente interpretato come una “contrapposizione tra tutto il mondo arabo da un lato ed il nucleo etnico ebraico dall’altro”.

L’art 11 della Costituzione è contraddetto dalla politica nazionale quando si estende la formula della difesa fino all’invio di Forze Armate in Africa per intercettare le carovane di profughi nel deserto o per attivare la Marina libica alla caccia e alla cattura dei migranti nel Mediterraneo, fino alla negazione di ogni umanità nei campi profughi.

La pace è negata dalla politica nazionale quando l’Italia non approva, non firma e non ratifica il Trattato dell’ONU sull’interdizione delle armi nucleari, mentre rifornisce di armi Paesi che ne bombardano altri e primeggia nel mercato degli armamenti realizzando uno dei più alti avanzi commerciali del settore, svuotando di significato la legge nazionale che prevede trasparenza e precisi divieti in materia di commercio delle armi e un controllo delle transazioni finanziarie ad esse collegate. Il divieto dell’esportazione di armi in zone di guerra deve essere ripristinato, così il divieto della fabbricazione di mine e il divieto assoluto di produrre e usare armi all’uranio impoverito di cui si stanno scoprendo le tragiche conseguenze anche per la salute dei militari.

La pace è negata dalla politica internazionale quando Trump reintroduce nelle opzioni americane la risposta nucleare a offese “convenzionali” e perfino al terrorismo.

La pace è negata dalla politica internazionale quando l’ONU viene esclusa dal compito che dovrebbe svolgere di fronteggiare le minacce e le violazioni alla pace, le violazioni della sovranità e gli atti di aggressione. Nessun intervento di polizia internazionale o di interposizione fuori dai confini nazionali deve essere possibile senza una specifica decisione dell’Onu e il suo controllo. L’Onu pur con evidenti limiti è l’unica sede internazionale dotata di legittimità per azioni di polizia internazionale

La pace è negata dalla politica internazionale quando le Potenze nucleari respingono il bando delle armi nucleari, e quando Stati o sedicenti Stati alimentano la guerra mondiale diffusa già in atto e avallano e praticano politiche di genocidio.

L’Italia deve firmare e ratificare il Patto per l’abolizione delle armi nucleari approvato da 122 Paesi e firmato finora da 56 Paesi e ratificato da 4; che l’Italia non fornisca armi all’Arabia Saudita, al Kuwait, ad Israele e alla Libia; che respinga la richiesta degli Stati Uniti e della NATO di aumentare le sue spese militari fino al 2 per cento del prodotto interno lordo, che rappresenta da solo i due terzi di quanto l’Europa consente a uno Stato membro di indebitarsi al di sopra del PIL; che l’Italia si batta con gli altri Paesi europei e con la NATO per una riformulazione della filosofia delle alleanze militari dell’Occidente e per dare attuazione al capo VII della Carta dell’ONU che postula una forza di polizia internazionale comandata dai cinque Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, finora impedita dalla divisione del mondo in blocchi; che si riprenda la grande proposta avanzata ma non accolta alla fine della guerra fredda di “un mondo senza armi nucleari e non violento”. Un mondo, si può oggi aggiungere, sollecito verso la propria conservazione e salvaguardia anche fisica secondo le analisi e le sollecitazioni della intera comunità scientifica fatte proprie anche dalla stessa Enciclica “Laudato sì”.

Allora diventerà nuovamente possibile dare effettività all’art. 11 della Costituzione che riteniamo un principio fondamentale.

La quarta questione cruciale è quella del diritto di cittadinanza, nella specifica forma del suo disconoscimento a quanti, abitanti in uno Stato, non ne siano considerati cittadini.
È una questione che riguarda l’Italia ma che egualmente va posta dinnanzi all’Europa e all’intera comunità internazionale, perché oggi è questa la dimensione necessaria degli interventi.

La discriminazione di cittadinanza che sopravvive a tutte le altre discriminazioni che almeno in via di principio sono cadute (di sesso, di razza, di religione ecc.) deve ora essere superata attraverso politiche programmate e controllate di accoglienza, protezione e integrazione, mirate a realizzare lo ius migrandi già proclamato come diritto umano universale all’inizio della modernità, e a tradurlo gradualmente e con regole nella stabilità dello ius soli.

La realtà delle migrazioni è un prodotto irrecusabile della globalizzazione da noi voluta e perseguita. Non è possibile nasconderla, segregarla o reprimerla perché questo porta con sé in nuce il genocidio. La xenofobia è una nuova declinazione del fascismo, e il genocidio è il suo destino.

Nel mondo di oggi i muri non sono più verosimili. Quello delle migrazioni non è più pertanto un problema esterno degli Stati, ma un problema interno dell’unica Nazione umana e del suo ordinamento giuridico sulla terra, da affrontare con politiche e regole graduali, in grado di promuovere integrazione.

L’Italia per la sua posizione geopolitica, ma ancora di più per il suo DNA, deve essere all’avanguardia nell’ avviare questo processo e nel rivendicarlo dagli altri, prima che la catastrofe avvenga.

In tali modi l’intera Costituzione e la nostra Repubblica, l’Unione europea e l’Ordinamento delle Nazioni Unite, unite dal diritto come base per affrontare i problemi diventeranno forza e garanzia della nostra stessa vita.

Proponiamo che al più presto si tenga una tavola rotonda per una prima ricognizione e discussione su questi temi con la partecipazione di quanti vorranno dare un contributo al loro approfondimento e agli sviluppi futuri.

Francesco Baicchi, Leonardo Becheri, Mauro Beschi, Carmen Campesi, Sergio Caserta, Riccardo De Vito, Mario Dogliani, Luciano Favaro, Nino Ferraiuolo, Luigi Ferrajoli, Umberto Franchi, Domenico Gallo, Sandro Giacomelli, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Maria Longo, Sara Malaspina, Silvia Manderino, Tomaso Montanari, Alessandro Pace, Giovanni Palombarini, Pancho Pardi, Livio Pepino, Maria Ricciardi, Giovanni Russo Spena, Mauro Sentimenti, Giuseppe Sunser, Giulia Veniai, Massimo Villone, Vincenzo Vita.
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Lo Stato non si abbatte, si cambia! Verso la ricerca instancabile di democrazia.

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La politica non sempre è garante della natura libertaria del “paternalismo” dello Stato

Gianfranco Sabattini*

Il paternalismo dello Stato suscita non poche riserve da parte di chi lo subisce; sono molti quelli che lo aborrono, perché, a parere di Cass Sunstein, professore di diritto costituzionale all’Università di Harvard, essi “pensano che gli esseri umano debbano essere lasciati andare per la propria strada, anche a costo di finire in un fosso”. Sunstein in ”Effetto nudge. La politica del paternalismo libertario”, nega che ai consumatori debba essere lasciata la libertà assoluta di effettuare le proprie scelte, contestando il cosiddetto “principio del danno” formulato da John Stuart Mill; secondo questo principio, il solo aspetto della condotta individuale del quale ognuno “deve rendere conto alla società è quello riguardante gli altri: per l’aspetto che riguarda soltanto lui, la sua indipendenza è, di diritto, assoluta. Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo l’individuo è sovrano”.
Le obiezioni di Sunstein contro il principio milliano del danno sono motivate dal fatto che le persone sono spesso propense a commettere errori, mentre “gli interventi paternalistici potrebbero rendere le loro vite migliori”. In tutte le circostanze in cui ciò può accadere vi sarebbero “forti argomenti” a favore del paternalismo.
Gli economisti, afferma Sunstein, generalmente hanno concentrato le loro argomentazioni in ossequio al principio della “sovranità del consumatore”, sui mezzi utilizzabili e non sui fini da perseguire; il loro obiettivo (quello degli economisti) è stato di creare una architettura istituzionale idonea a rendere “più probabile che gli individui riescano a promuovere i propri fini, così come essi stessi li intendono”. Sunstein, però, intende andare oltre il paternalismo libertario degli economisti, inteso come forma di pressione (nudge) esercitata sui consumatori per influenzare le loro scelte senza coercizione, con l’intento in ogni caso di conservare la pressione entro i limiti di un “paternalismo debole”, rendendolo così libertario.
Le argomentazioni di Sunstein, tuttavia, per quanto supportate da esempi calzanti, non si sottraggono al limite che le pressioni, anche se esercitate debolmente, risultino eccessivamente, se non in assoluto, inficiate dagli effetti della discrezionalità con cui lo Stato regola il comportamento del consumatore, sino a trasformare il suo paternalismo da libertario in autoritario.
Questo pericolo, presente nell’analisi di Sunstein, è dovuto al fatto che egli fa esclusivo riferimento ai beni economici intesi in astratto, mancando di tener presente, da un lato, la distinzione fra “beni privati” e “beni pubblici” e, dall’altro lato, il fatto che, proprio con particolare riferimento ai beni pubblici, gli economisti hanno elaborato un’opportuna organizzazione delle istituzioni economiche del sistema sociale, con cui estendere il paternalismo dello Stato non solo ai mezzi, ma anche ai fini, per contenere gli esiti della discrezionalità nell’esercizio del paternalismo.
Dal punto di vista economico, i beni privati sono definiti dalla presenza dei principi della “rivalità nel consumo” ed dell’“escludibilità dal consumo”. Il primo principio postula la condizione che il consumo di un bene da parte di un soggetto impedisce ad altri di consumare lo stesso bene; il secondo, invece, afferma che dall’offerta complessiva di un dato bene sul mercato è esclusa la possibilità di impedire il consumo di quel bene da parte di uno qualsiasi dell’intera platea di consumatori. Al contrario dei beni privati, i beni pubblici sono definiti sia dall’assenza della “rivalità” nel consumo, che dalla “escludibilità” dal consumo. Una caramella è un bene privato; se un soggetto ne compra una per mangiarla, nessun altro la può mangiare; d’altra parte, dal consumo di una caramella, delle tante disponibili nel mercato, nessuno può essere escluso. I segnali di un faro collocato su un promontorio a tutela dei naviganti sono un bene pubblico; il loro “consumo” da parte di un navigante non impedisce il “consumo” anche da parte degli altri naviganti; il fatto che molti naviganti possano “consumare”, contemporaneamente o in momenti successivi, i segnali del faro non riduce la disponibilità complessiva dei segnali del faro per tutti i naviganti che si trovino a passare in prossimità dello scoglio sul quale è collocato il faro.
Inoltre, sempre dal punto di vista economico, se in un sistema sociale coesistono beni privati e beni pubblici, il mercato può funzionare correttamente solo quando tutti i soggetti economici, dal lato del consumo, rivelano le loro preferenze e, quindi, le disponibilità a pagare per le diverse quantità che è possibile consumare dei beni disponibili, ed inoltre quando tutti soggetti dal lato dell’offerta (i produttori) producono ed offrono i beni domandati in funzione delle preferenze rivelate e delle disponibilità a pagare i prezzi di mercato per l’acquisto quei beni.
Nei sistemi economici ad economia di mercato, queste due condizioni (rivelazione delle preferenze e della disponibilità a pagare) per i beni pubblici non sussistono, perché l’organizzazione delle istituzioni economiche del sistema sociale non motiva i consumatori a rivelare le loro preferenze e la loro disponibilità a pagare. Gli operatori economici, in quanto produttori, perciò, sono disincentivati a produrre e ad offrire i beni pubblici secondo la quantità e la qualità desiderate dai consumatori; ciò comporta il cosiddetto “fallimento del mercato”, al cui superamento provvede lo Stato, il quale fissa, attraverso procedure istituzionali, da un lato, quanti e quali beni pubblici produrre e, dall’altro lato, come ripartire il costo della loro produzione tra tutti i contribuenti dell’intero sistema economico.
La supplenza dello Stato, pur non presupponendo necessariamente che la produzione e l’offerta dei beni pubblici debbano essere da esso direttamente organizzate, è attuata attraverso il ricorso a “procedure istituzionali” che dal punto di vista economico costituiscono un “quasi-mercato”, espresso dalla contemporanea azione di istituzioni che nell’insieme simulano un mercato vero e proprio. In questo modo, lo Stato provvede alla produzione e alla distribuzione dei beni pubblici, con risultati prossimi a quelli del mercato di concorrenza.
Non tutti i beni pubblici sono consumati dalla generalità dei componenti del sistema sociale; esistono dei beni pubblici che i consumatori sono liberi di consumare nella quantità desiderata, o di non consumare affatto, pur essendo loro offerti. In questo caso si dice che i beni pubblici per i quali esiste questa libertà (di consumo o di non consumo) non hanno la natura di “beni pubblici puri”. Esistono, però, beni pubblici per i quali il fenomeno della libertà di consumare o di non consumare è rimosso, rendendo obbligatorio il consumo di tali beni, soprattutto in considerazione della “posizione di debolezza” del consumatore rispetto alla capacità di valutare con sufficiente razionalità gli esiti di tale consumo; sono questi i beni aventi natura di “beni pubblici puri di merito”, quali, ad esempio, i servizi dell’istruzione, quelli sanitari e quelli ambientali, per via della loro rilevanza dal punto di vista delle esigenze esistenziali dei consumatori. In questo caso, il paternalismo dello Stato è esercitato, oltre che sui mezzi, anche sui fini.
L’obbligatorietà che caratterizza il consumo dei beni pubblici puri di merito, tende ad evitare che il non consumo possa danneggiare, per cause imputabili a conoscenza imperfetta o a comportamenti opportunistici, l’interesse generale della comunità. L’implicazione dell’obbligatorietà del consumo dei beni pubblici puri di merito è che ogni singolo consumatore di una data collettività non possa essere l’unico “giudice” di ciò che è “bene” o “male” per sé. Pertanto, l’intervento dello Stato è giudicato necessario per correggere l’esito delle decisioni disinformate dei consumatori, in quanto componenti di una comunità. In tutti questi casi, l’opzione di stabilire il livello di consumo e la qualità dei beni consumati viene avocata a sé, e poi esercitata, dallo Stato.
La natura dei beni pubblici puri di merito non deriva tanto dall’obbligatorietà del loro consumo, ma dal fatto che questo consumo è determinato dall’esistenza di “rapporti diretti” tra i consumatori; nel caso di beni pubblici non-puri, un consumatore, in quanto facente parte di un insieme più ampio di soggetti, si trova nella condizione di dover effettuare il consumo di determinate quantità di tali beni per evitare di procurare un danno agli altri soggetti. Chi è portatore di una malattia deve curarsi, per evitare danni a se stesso ed agli altri componenti la comunità di appartenenza.
Nel caso dei servizi dei beni pubblici puri di merito, il consumo avviene in presenza di “rapporti diretti e di reciprocità tra tutti consumatori”; si ha perciò la configurazione di “uno stato di bisogno indivisibile, comune all’intera collettività”. Tale stato di bisogno è soddisfatto col comune concorso di tutti, in quanto ciascun consumatore, in condizioni di reciprocità, lo avverte congiuntamente agli altri componenti la comunità. Per questo motivo, per i beni pubblici puri di merito è appropriata l’espressione di beni comuni (commons, secondo la terminologia anglosassone) e il loro consumo, da parte di chi lo effettua, oltre ad essere vantaggioso per se stesso, lo è anche per gli altri, e viceversa.
Quanto sin qui detto consente di definire meglio il ruolo e la funzione del paternalismo libertario del quale parla Sunstein. Con riferimento ai beni pubblici puri di merito, la “presenza meritoria” dello Stato non può tuttavia oscurare del tutto l’autonomia valutativa dei consumatori dei servizi dei beni comuni riguardo alla loro quantità e alla loro qualità. E’, infatti, il rispetto delle valutazioni dei consumatori, circa la quantità e la qualità dei beni comuni desiderati, che assegna rilevanza alla natura libertaria del paternalismo dello Stato. A tal fine, per neutralizzare l’eccesso di discrezionalità dello Stato, è necessario che i servizi dei beni comuni siano prodotti e distribuiti all’interno di un quasi-mercato; ciò, per evitare che i servizi dei beni comuni, prodotti, offerti e consumati non siano totalmente estranei al consumatore, in quanto “non consumatore ubbidiente e passivo”, ma “consumatore interessato” ad orientare ed a controllare le decisioni riguardanti le sue esigenze esistenziali.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario che lo Stato assicuri alla produzione, all’offerta ed al consumo dei servizi dei beni comuni alcune garanzie, nel senso che i servizi prodotti, offerti e consumati devono essere di “alta qualità”, prodotti in modo “efficiente”, erogati con “efficacia”, “rispondenti” alle aspettative dei consumatori, fiscalmente “giustificabili” e distribuiti secondo “equità”.
La qualità riguarda le modalità di soddisfazione delle esigenze del consumatore sul piano della premura, della velocità e della competenza con cui i servizi devono essere resi accessibili. L’efficienza, considerato il livello delle risorse impiegate, deve implicare che tale livello sia il migliore possibile in termini di quantità e qualità. La rispondenza alle aspettative dei consumatori deve essere volta a garantire il rispetto delle esigenze esistenziali del consumatore, in considerazione del fatto che per ogni soggetto il consumo di una determinata quantità di servizi resi da beni comuni deve risultare compatibile con il principio dell’autonoma determinazione individuale delle scelte di vita, mentre l’autonomia decisionale che deve sottostare al consumo dei servizi dei beni comuni deve essere assicurata attraverso la realizzazione da parte dello Stato delle condizioni utili allo scopo.
La giustificazione fiscale deve essere fondata sulla necessità che la rispondenza alle aspettative di consumo dei componenti la collettività sia controbilanciata dall’accettazione di una pressione fiscale condivisa e sostenibile, al fine di evitare che in determinate circoscrizioni territoriali (a causa, per esempio, della presenza di immigrati esentasse) le preferenze dei soggetti, in quanto contribuenti fiscali, non coincidano con le preferenze degli stessi soggetti in quanto fruitori di determinate aspettative in termini di servizi. Infine, la distribuzione equa dei servizi dei beni comuni deve comportare una omogenea distribuzione territoriale dei consumi, in modo tale da annullare qualsiasi ostacolo che possa tradursi in una discriminazione sociale intraterritoriale e interterritoriale.
Sono queste le garanzie che possono rendere libertario il paternalismo del quale parla Sunstein; non sembrano sufficienti i livelli di “pressione” deboli o forti ai quali egli fa di continuo riferimento, a seconda del tipo di bene consumato. La considerazione unilaterale di tali livelli da parte dello Stato implica un eccesso di discrezionalità che è plausibile considerare, pur anche all’interno di un mercato regolato da un regime politico democratico, non adeguato al rispetto del principio di autonomia di giudizio del consumatore in quanto cittadino, ma anche ad evitare che i singoli consumatori con le loro scelte arrechino danni ad altri.

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Oggi venerdì 16 febbraio 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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“La guerra dei tori” a Pula: la vinceranno i nostri eroi? Quant’era bello e semplice Su Padru! E si potrebbe usare il lazo come i cowboys o i gauchos.
15 Febbraio 2018
Gianni Pisanu su Democraziaoggi.
—————————————–Elezioni————————————
img_46334 marzo. La legge elettorale un vero disastro
16 Febbraio 2018
Alfiero Grandi, vicepresidente Coordinamento democrazia

4 marzo. La legge elettorale sempre più si rivela un vero disastro. Le responsabilità del Pd. In gioco Lega e Berlusconi. Parte raccolta di firme per cambiarla in Senato. L’ipotesi di un referendum abrogativo. Su Democraziaoggi.
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Startup: tra utopismo tecnologico, imprenditoria-piratesca e rigenerazione dell’impresa capitalistica. Il dibattito attuale.

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I limiti dell’ideologia degli “startupper”

Gianfranco Sabattini*

Col termine “startup” si fa riferimento a una nuova impresa realizzata attraverso un’organizzazione di persone o di capitali altamente innovativa, sia riguardo all’oggetto dell’attività produttiva, che all’”ideologia comportamentale” del fondatore o dei fondatori. Il fenomeno, afferma Alfredo Ferrara, dottore di ricerca in Filosofia e teorie sociali contemporanee, in “L’ideologia startup tra rigenerazione capitalista e processi di rimozione” (Quaderni di Sociologia, vol. LXI/2017) ha assunto all’interno dello spazio pubblico occidentale notevole rilevanza, “ponendosi al centro non solo dei dibattiti che coinvolgono gli addetti ai lavori ma, proprio perché diventato oggetto d’interesse in virtù delle storie di successo che propone, suscitando entusiasmi anche in settori delle società del tutto estranei ad esso”. Il fenomeno fa parte ormai della storia economica recente di molti Paesi capitalisticamente avanzati, mentre l’Italia, malgrado le difficoltà che caratterizzano da tempo la sua economia e la sua società, ha incominciato a valutarne le implicazioni dinamiche solo di recente.
Ciò che, con la sua analisi, Ferrara si propone di evidenziare, non è tanto il contributo del fenomeno startup “nelle trasformazioni contemporanee dei processi produttivi”, ma il ruolo delle sua ideologia, “in virtù dell’egemonia simbolica che tale fenomeno [delle startup] ha conquistato”. Ferrara, nella sua analisi, adotta un prospettiva di metodo che afferma di mutuare dal pensiero di Antonio Gramsci sul fordismo, inteso questo come una forma di organizzazione del lavoro e della produzione sempre accompagnata da una concezione del mondo e da un’idea di uomo. A parere di Ferrara, l’idea di un’organizzazione produttiva altamente dinamica, qual era quella intrinseca all’ideologia del fordismo, consentirebbe, secondo Ferrara, di “lasciare aperto l’interrogativo se sia l’organizzazione della produzione a determinare l’ideologia nello schema classico struttura-sovrastruttura o se invece [sia questa ideologia ad ereditare] culture e concezioni del mondo pregresse, compatibili con il proprio sviluppo”.
Sulla base di questa prospettiva, Ferrara ricostruisce “l’ideologia startup, facendo riferimento ad aspetti tematici”, una parte dei quali relativi al sistema dei valori e dei comportamentali (indipendenza decisionale, propensione al rischio e ambizione; “zero ego”; cosmopolitismo; ed altri ancora) ed un’altra parte concernenti “la vita ed il lavoro” degli startupper, operanti all’interno di un contesto capitalistico a “decisioni decentrate”, com’è appunto quello capitalistico (priorità assegnata alle idee; uso spinto delle tecnologie informatiche; competizione; propensione ad investire nei sogni, ecc.). Dopo aver ricostruito l’ideologia, considerata propria degli startupper, Ferrara tende a mettere in luce alcuni suoi aspetti particolari che la letteratura riguardante il fenomeno delle startup sottopone a un “processo di rimozione”; tali aspetti, secondo Ferrara, devono necessariamente essere considerati, pena la mancata possibilità di caratterizzare in modo preciso il fenomeni stesso.
Prima di illustrare i termini essenziali dell’analisi di Ferrara, conviene precisare meglio le considerazioni che egli formula riguardo al rapporto tra struttura e sovrastruttura, proprio della teoria dell’egemonia gramsciana. Le argomentazioni di Gramsci, riguardo a questo rapporto non si prestano ad essere interpretate nel modo in cui le interpreta Ferrara. La concezione gramsciana riguardo al rapporto tra struttura e sovrastruttura differisce da quella originaria di Marx: come ora normalmente si conviene, in Marx il primo elemento del rapporto (la struttura) è il momento primario e subordinante, mentre il secondo (la sovrastruttura) è quello secondario e subordinato. In Gramsci è vero l’opposto; ciò esclude che il pensatore sardo nell’interpretare il rapporto tra struttura e sovrastruttura abbia lasciato aperto l’interrogativo se sia la struttura a determinare la sovrastruttura (ovvero l’ideologi), oppure se sia l’ideologa a prefigurare una nuova struttura, trascendente quella esistente.
Pur sempre considerati in relazione reciproca, i termini del rapporto in Gramsci tra struttura e sovrastruttura ammettono un unico verso, cha va dalla struttura alla sovrastruttura, nel senso che è l’ideologia, ovvero il momento della sovrastruttura, a prevalere e a proporre gli elementi dinamici per trascendere il momento della struttura di partenza. Tenuto conto di questa precisazione, è possibile formulare un giudizio più compiuto, anche se critico, del risultato cui perviene Ferrara, con la sua analisi dei valori e dei comportamenti degli startupper.
Seguendo la prospettiva di metodo mutuata da una sua personale interpretazione del pensiero gramsciano, Ferrara ricava “un profilo dello startupper molto affine alla descrizione dell’imprenditore capitalista proposta da Schumpeter negli anni Quaranta del secolo scorso”; in realtà, ciò solleva non pochi dubbi sulla possibilità di ricondurre lo startupper all’imprenditore schumpeterieno. Secondo Ferrara, l’economista austriaco, in “Capitalismo, socialismo e democrazia”, ha interpretato “lo sviluppo capitalistico come l’ultima e più compiuta tappa del pensiero razionale” e il processo che lo ha sorretto avrebbe indirizzato il capitalismo verso il “suo acme nei decenni segnati dall’egemonia del modello della grande impresa taylorista e del keynesismo, travolgendo la stessa figura dell’imprenditore capitalista”; l’esito del processo sarebbe stato un capitalismo “senz’anima” che avrebbe dato luogo a “un clima di ostilità nei propri confronti, dilagante [...] per la sua intrinseca incapacità di produrre passione e ambizione al continuo successo dei capitani d’impresa. Il capitalismo moderno sarebbe, invece, a parere di Ferrara, “il prodotto di un’inversione rispetto a queste tendenze descritte da Schumpeter”.
Diversi sarebbero stati i fattori che hanno determinato l’inversione di tendenza, ma l’aspetto più importante, a parere di Ferrara, consisterebbe nel fatto che “il modello d’impresa egemone in Europa nel secondo dopoguerra (e negli Stati Uniti già negli anni Trenta) è entrato negli anni Settanta in una duplice crisi per motivi parzialmente affini a quelli individuati da Schumpeter”: da un lato, perché il tasso di profitto del modello egemone di impresa si sarebbe ridotto per via delle conquiste della forza lavoro; dall’altro, perché lo stesso modello egemone di impresa sarebbe diventato inefficiente “nell’estrarre valore” dalla forza lavoro, divenuta con l’accresciuto benessere sociale “propensa a stili di vita e orientamenti culturali più individualistici”.
In conseguenza dell’inversione di tendenza, la figura dell’imprenditore avrebbe riassunto in sé alcuni connotati propri della figura dell’imprenditore schumpeteriano; uno in particolare, la sua “attitudine piratesca” che, divenuta la base dell’ideologia degli startupper, li avrebbe motivati a prediligere un costante mutamento evolutivo dell’esistente, grazie allo spirito fortemente innovativo trasmesso loro dalla nuova ideologia. Di quest’ultima, tuttavia, non farebbero parte alcuni aspetti che, pur contribuendo a connotare il comportamento proprio degli startupper, sarebbero stati rimossi, quasi a voler tacere sulla vera natura degli startupper.
Una rimozione riguarderebbe il fatto che l’ideologia degli startupper non contemplerebbe la circostanza che il loro successo è strettamente legato ai caratteri propri dei processi di finanziarizzazione dell’economia capitalistica moderna. Una seconda rimozione riguarderebbe il modo specifico di creare valore, nel seno che nel mondo degli stratupper essa avverrebbe “attraverso la cooperazione tra i fondatori”, che consentirebbe di “mettere a riparo le startup dalla spersonalizzazione”, causata dalla organizzazione dell’impresa di tipo fordista-taylorista, e permettendo alle stesse starttup di connotarsi come fenomeno “compiutamente postlavorista e alieno dalle dinamiche di sfruttamento”. La terza forma di rimozione, infine, riguarderebbe la politica, nel senso che l’ideologia degli startupper non contemplerebbe l’attribuzione all’iniziativa dei singoli “i processi di innovazione e i salti tecnologici che costituiscono il motore del mutamento storico”.
Dall’analisi di Ferrara emerge, conclusivamente, che l’ideologia degli startupper si configura, da un lato, “come una sistematica rivendicazione degli aspetti del fenomeno [degli startupper] più innovativi e in controtendenza rispetto all’accelerazione dei processi di razionalizzazione che hanno contraddistinto il capitalismo” verso la fine della prima parte del secolo scorso; dall’altro lato, come una altrettanto sistematica rimozione degli elementi più dinamici che connotano la figura dello startupper.
Tuttavia, sulla base del concetto di ideologia mutuato dal pensiero gramsciano, Ferrara afferma che, fuori da ogni prospettiva positivistica, è normale che al pari di ogni ideologia, anche quella che esprimerebbe i valori e i comportamenti propri degli startupper non sia priva di scarti tra il mondo ideale che essa prefigura e quello reale; se una critica a tale ideologia può essere formulata – afferma Ferrara – non dovrebbe riguardare una sua presunta falsità, ma semmai la sua sostenibilità etica, economica e politica, nella consapevolezza che il senso di un’ideologia è messo più in crisi quando essa è portatrice di una concezione del mondo e dei processi di rinnovamento che ancora non esistono, che dalle sue contraddizioni. Le conclusioni dell’analisi di Ferrara sono poco condivisibili.
La concezione che egli ha del concetto di ideologia riferita agli startupper non è riconducibile, come precedentemente si detto, al pensiero gramsciano. In Gramsci, la sovrastruttura ideologica, che tende ad acquisire una posizione egemonica, non presenta per definizione delle contraddizioni rispetto alla struttura (situazione del mondo esistente) che vuole trascendere. Nel caso dell’ideologia considerata da Ferrara propria degli startupper, le contraddizioni stanno nell’ipotesi, da lui assunta, secondo la quale, a metà degli anni Settanta del secolo scorso, la formazione dell’ideologia degli startupper sarebbe nata dall’inversione di tendenza dell’evoluzione del modello prevalente di impresa, a causa della caduta del tasso di profitto dovuto alle rivendicazioni della forza lavoro, all’eccessiva standardizzazione della produzione ed anche agli orientamenti culturali della società in senso individualistico.
Ma un’ideologia che faccia propria tale ipotesi non presuppone il ricupero, attraverso gli startupper, di un imprenditore di tipo schumpeteriano; Schumpeter non ha mai ipotizzato che l’imprenditore, sia pure attraverso la “distruzione creativa”, fosse orientato ad “estrarre valore” dalla forza lavoro e fosse motivato da una “attitudine piratesca”. Egli ha solo descritto le modalità di svolgimento del processo imprenditoriale moderno che, a causa della sua instabilità e degli eccessi che lo caratterizzavano, era all’origine del manifestarsi degli “animal spirit” di keynesiana memoria. E’ stato proprio per limitare gli effetti dell’instabilità che si è imposta la necessità di rimuoverla attraverso la regolazione di un equilibrato rapporto che si è ritenuto necessario fosse realizzato tra efficienza nell’uso delle risorse, equità distributiva e libertà decisionale; fatto, questo, che hanno implicato la standardizzazione della produzione e dei comportamenti individuali, valutati da Ferrara come regressivi.
L’ideologia che, a parere di Ferrara, avrebbe ispirato i comportamento degli startupper, più che segnare il ritorno alla figura dell’imprenditore innovatore preschumpeteriano, ha ispirato invece la nascita di una nuova figura dei creatore di imprese, lo startupper, espressione dell’ideologia neoliberista; di quest’ultima, quella proposta da Ferrara non è che una riproposizione, assunta a giustificazione di una figura di nuovo imprenditore, mentre in realtà non è che la giustificazione dell’imprenditore proprio del mondo prekeynesiano, unicamente motivato ad “estrarre profitti” senza essere condizionato da alcun vincolo di natura sociale. Lo startupper dell’ideologia formulata da Ferrara, perciò, non è che l’idealizzazione di un modello di ”imprenditore-pirata” molto frequente nei tempi attuali.
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Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti: buone pratiche nel mondo. E da noi?

copia-di-eu_direct_loc_4-5_ottobre_ok_001-2_2_21-2LA SPERIMENTAZIONE
Nuova Zelanda, si lavorerà quattro giorni a settimana pagati come cinque
L’ha introdotta una società fiduciaria: «Una scelta al passo coi tempi». La dipendente: «Ci siamo messi a ridere, ci sembrava troppo bello per essere vero»
di Elena Tebano
su Corriere della Sera online

Buone proposte in attesa di buone patiche

copia-di-eu_direct_loc_4-5_ottobre_ok_001-2_2_21-2«Lavorare meno, lavorare tutti»
L’idea del ‘77 che rivive in Emilia
Proposta di legge del consigliere e giurista Giovanni Alleva: «Settimana da 32 ore e azzeriamo i disoccupati»
Marco Marozzi su Corriere di Bologna, Corriere Economia online.

Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti.

copia-di-eu_direct_loc_4-5_ottobre_ok_001-2_2_21-2Giulio Santagata su huffingtonpost.it.
L’accordo sulla flessibilità contenuto nel nuovo contratto dei metalmeccanici tedeschi può indicare una strada da seguire ma evidenzia, se ancora ce ne fosse bisogno, che il lavoro sarà sempre più scarso e che dovremo imparare a distribuirlo.

Lavorare meno lavorare tutti, da uno slogan degli anni ’70, è diventato una linea di politica industriale. Se la tecnologia distrugge più lavoro di quanto ne generi e se la globalizzazione consente di sostituire i lavoratori “ricchi” dell’Occidente con lavoratori poveri dei paesi emergenti allora la merce che davvero diventa rara sono i posti di lavoro.

Una merce appunto e non più il pilastro irrinunciabile delle nostre società. Il lavoro si può sostituire con le tecnologie e si può trattarlo con il metro esclusivo della sua produttività.

Certo la produttività è elemento indispensabile per consentire alle nostre economie di reggere la concorrenza globale ma i frutti della crescita di produttività, in gran parte legati proprio allo sviluppo tecnologico, debbono essere fruiti da tutta la società e non possono essere accaparrati da un numero sempre più esiguo di super ricchi che lasciano al lavoro solo le briciole.
(segue)

SENZA UGUAGLIANZA NON C’È LAVORO, NÉ SENZA LAVORO UGUAGLIANZA

copia-di-eu_direct_loc_4-5_ottobre_ok_001-2_2_21-2logo76 Ricostruire il fondamento.
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La questione del lavoro, nella specifica forma della sua assenza e precarietà, dovrebbe essere il primo e determinante tema della campagna elettorale. Le ragioni del suo degrado e la sua rifondazione costituzionale in un “manifesto per l’uguaglianza” di Luigi Ferrajoli
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Luigi Ferrajoli

l-ferrajoli-manifesto-egÈ uscito presso l’Editore Laterza un importante “Manifesto per l’uguaglianza” di Luigi Ferrajoli in cui viene ridisegnato un modello di società che sia effettivamente ispirato ai valori della Costituzione, oggi così largamente disattesi e traditi. Pubblichiamo di questo libro la prima parte del capitolo V dedicata al lavoro.

Articolo uno: lavoro e sovranità popolare quali fondamenti della Repubblica
Il principio di uguaglianza, quale è espresso dall’articolo 3 della Costituzione italiana, è il principio costitutivo della democrazia. C’è però un altro articolo della Costituzione che definisce l’identità democratica della Repubblica. E’ l’articolo 1, che la definisce sotto due aspetti, entrambi strettamente connessi all’uguaglianza e corrispondenti ad altrettante dimensioni della democrazia: la dimensione sociale, espressa dal fondamento della Repubblica sul lavoro, e la dimensione politica, espressa dal principio della sovranità popolare. Il testo di questo primo articolo – “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” – è il frutto del felice compromesso tra tutte e tre le culture – quella cattolica, quella social-comunista e quella liberale – dal cui incontro e confronto è nata la Costituzione repubblicana[1].

Grazie a questi due principi costitutivi dell’identità della Repubblica – il lavoro e la sovranità popolare – la Costituzione italiana segna una svolta rivoluzionaria nella storia del costituzionalismo. Nel costituzionalismo liberale, italiano e europeo, il lavoro era svalutato e i lavoratori, al pari delle donne e dei poveri, erano esclusi dai diritti politici. È questo un tratto comune a tutto il pensiero liberale, anche il più avanzato. Basti ricordare la tesi di Kant secondo cui “cittadino”, ossia titolare del “diritto di voto”, doveva considerarsi solo chi è “padrone di sé (sui iuris) e quindi abbia una qualche proprietà… che gli procuri i mezzi per vivere” e non anche, quindi, il lavoratore dipendente che, “per vivere”, debba vendere ad altri “l’uso delle sue forze”[2]. Ma si ricordino anche le parole di Benjamin Constant: “coloro che l’indigenza mantiene in un’eterna dipendenza e condanna a lavori giornalieri non [sono] né più illuminati dei fanciulli in merito agli affari pubblici, né più interessati degli stranieri a una prosperità nazionale di cui non conoscono gli elementi e di cui godono i vantaggi soltanto indirettamente”[3]. Perfino John Stuart Mill, che pure sostenne il suffragio universale, escluse dal voto gli analfabeti, coloro che non pagano le tasse e gli assistiti dalla pubblica carità e propose il voto plurimo e differenziato sulla base delle differenze di classe[4]. Di qui il suffragio ristretto[5], che esclude, scrisse Kant, “tutte le donne e in generale tutti coloro che nella conservazione della loro esistenza (nel mantenimento e nella protezione) non dipendono dal proprio impulso ma dai comandi degli altri (al di fuori del comando dello Stato)”[6]. Sono tesi e norme che rivelano un’esplicita antropologia della disuguaglianza: la svalutazione, al tempo stesso, delle donne e dei lavoratori, le une e gli altri squalificati come inferiori.

L’incipit della Costituzione italiana ribalta questa concezione, facendo del lavoro il principale fattore della dignità della persona e introducendo, insieme, il suffragio universale quale corollario della sovranità popolare. I due principi vengono affermati simultaneamente, essendo tra loro connessi ed entrambi conseguenti al principio di uguaglianza. Cambia grazie ad essi, fino a capovolgersi, il significato sia del lavoro che della sovranità.

Il lavoro – secondo il suo modello costituzionale, oggi letteralmente dissolto e capovolto, come vedremo più oltre – non è più una merce, ma un valore. E’ il valore costitutivo della dignità della persona, che in quanto tale forma un presupposto di diritti fondamentali: non solo di tutti i diritti della persona, ma anche dei diritti conferiti al lavoratore dagli articoli 35-40 della Costituzione nei confronti dei datori di lavoro, oltre che della sfera pubblica, primo tra tutti il diritto a una retribuzione “sufficiente”, come dice l’articolo 36, “ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

La sovranità, d’altro canto, non è più quella figura anti-giuridica che era la potestas legibus soluta in capo a un soggetto o a una pluralità di soggetti – il sovrano monocratico o il Parlamento – dotati di poteri illimitati, dato che nello Stato costituzionale di diritto tutti i poteri costituiti sono sottoposti, appunto, al diritto e nessuno di essi è sovrano. “La sovranità appartiene al popolo”, dichiara l’articolo 1, cioè a tutti in quanto persone e cittadini. Essa è dunque, anzitutto, una garanzia negativa: significa che non appartiene a nessun altro, e che quindi nessun potere costituito – nessun Presidente eletto dal popolo, nessun Parlamento – può usurparla. Ma il popolo non è un soggetto unitario. È l’insieme di tutti i cittadini che lo compongono. E allora, come garanzia positiva, la sovranità popolare equivale alla somma di quei frammenti di sovranità che sono i poteri e i contro-poteri nei quali consistono i diritti fondamentali di cui ciascuno e tutti sono titolari. Equivale, in breve, all’uguaglianza quale uguale valore di tutte le differenze d’identità per il tramite dei diritti di libertà e quale riduzione delle disuguaglianze materiali per il tramite dei diritti sociali.

Tutti noi, popolo, siamo così posti, dalla Costituzione, al di sopra dei poteri costituiti. In che senso “al di sopra”? Nel senso che tutti noi siamo partecipi della sovranità. E lo siamo perché le norme costituzionali, e perciò i diritti che la Costituzione ci attribuisce, sono rigidamente sopraordinate, quali limiti e vincoli, a tutti i poteri costituiti e a tutte le altre fonti dell’ordinamento.

La rigidità della Costituzione e la sfera del non decidibile
Vengo così a un secondo e ancor più rilevante aspetto rivoluzionario dell’articolo 1 e, in generale, dell’intera Costituzione italiana e delle altre costituzioni del secondo dopoguerra: la rigidità della Costituzione. Cosa vuol dire rigidità costituzionale? Vuol dire la collocazione della Costituzione – e perciò, nel caso della Costituzione italiana, del lavoro e del popolo da essa assunti quali fondamenti – al vertice dell’ordinamento e della gerarchia delle fonti; con la conseguenza che una legge successiva con essa in contrasto non è in grado di modificarla, come accadde con le leggi fasciste del 1925-’26 che stracciarono lo Statuto albertino perché privo appunto di rigidità o comunque di garanzie della rigidità[7], ma ne rappresenta al contrario una violazione, cioè una legge invalida, costituzionalmente illegittima, destinata ad essere annullata dalla giurisdizione costituzionale.

È questa la forma giuridica che hanno assunto il patto pre-politico di convivenza e, insieme, il “mai più” opposto al fascismo e al nazismo; i quali, non dimentichiamolo, avevano preso il potere con mezzi legali conquistando la maggioranza parlamentare, e con mezzi legali, a maggioranza, avevano soppresso la democrazia. Fu proprio per impedire il ripetersi di simili suicidi della democrazia che il costituzionalismo del secondo Novecento ha operato questo mutamento strutturale dei sistemi politici: la rigida sopra-ordinazione a qualunque altra fonte delle sue norme sostanziali – il valore del lavoro, il suffragio universale, il principio di uguaglianza, la dignità della persona, la pace e i diritti fondamentali, di libertà e sociali – quali limiti e vincoli inderogabili imposti a qualunque maggioranza e, più in generale, all’esercizio di qualunque potere. Grazie a questa rigidità, la costituzione disegna quella che ben possiamo chiamare la sfera del non decidibile: la sfera del non decidibile che, cioè di ciò che nessuna maggioranza può decidere, a garanzia dei diritti di libertà, e la sfera del non decidibile che non, cioè di ciò che qualunque maggioranza non può non decidere, cioè deve decidere, in attuazione e a garanzia dei diritti sociali alla salute, all’istruzione, alla previdenza e alla sussistenza. Grazie alla prima sfera, quella del non decidibile che, la Costituzione impone un passo indietro delle istituzioni pubbliche a garanzia dei diritti di libertà, che in quanto aspettative negative di non lesione implicano il divieto di lederli o di ridurli. Grazie alla seconda sfera, quella del non decidibile che non, la Costituzione impone invece un passo avanti delle medesime istituzioni a garanzia dei diritti sociali, che in quanto aspettative positive di prestazione implicano l’obbligo di attuarli e di soddisfarli.

Anche questa è stata una rivoluzione, che ha cambiato la natura e la struttura sia del diritto che della democrazia: una rivoluzione sul piano giuridico, e conseguentemente della teoria del diritto, giacché non era stata immaginata, dal vecchio positivismo giuridico, una fonte normativa superiore alla legge, cioè una legge sulle leggi; ma anche una rivoluzione sul piano politico, e conseguentemente della teoria della democrazia, giacché, essendo la legge concepita come espressione della volontà popolare, era a sua volta inconcepibile, dall’immaginario democratico tradizionale, che tale volontà potesse essere limitata o paralizzata da una legge precedente, sia pure costituzionale. Ricordiamo l’articolo 1 del titolo VII della Costituzione francese del 1791 secondo cui “la Nazione ha il diritto imprescrittibile di cambiare la sua Costituzione”, e poi l’articolo 28 della Costituzione del 1793, secondo cui “ogni popolo ha sempre il diritto di rivedere, di riformare e di cambiare la sua Costituzione” e “una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future”: non può, secondo una classica formula, “legare le mani” del popolo futuro[8].

Il costituzionalismo rigido e garantista, dopo le lezioni impartite dai fascismi, ribalta questo argomento: proprio se vogliamo garantire il diritto di tutte le generazioni di decidere del loro futuro, e perciò la sovranità popolare delle generazioni future e gli stessi poteri delle future maggioranze, dobbiamo mettere al riparo dalle contingenti maggioranze la Costituzione o, quanto meno, i suoi principi supremi: il suffragio universale, i diritti di libertà e i diritti sociali, che del consapevole esercizio dei diritti politici formano il presupposto elementare. La rigidità, in breve, lega le mani delle generazioni volta a volta presenti per impedire che siano da queste amputate le mani delle generazioni future[9].

Ebbene, in forza di questo mutamento strutturale, cambiano le condizioni di validità delle leggi, le quali non riguardano più soltanto la forma (il chi e il come), ma anche i contenuti (il che cosa) delle decisioni legislative; non più solo le norme formali di competenza relative al chi e le regole di procedure relative al come, cioè al metodo di formazione delle leggi, ma anche i principi costituzionali sostanziali relativi al che cosa le leggi non devono ledere e al che cosa devono attuare, cioè i principi di uguaglianza, di libertà e di giustizia che esse non devono contraddire e, prima ancora, devono garantire. E cambiano, parallelamente e correlativamente, le condizioni, non più soltanto formali e procedurali[10], ma anche sostanziali della democrazia: la quale non risiede più nell’onnipotenza delle maggioranze, bensì nel loro potere limitatamente alla sfera del decidibile, cioè “nelle forme e nei limiti della Costituzione” come dice l’articolo 1, ossia nel rispetto e in attuazione dei diritti fondamentali dei cittadini. Solo in questo modo la Costituzione unisce e non divide. Solo così essa è patrimonio di tutti e non di una maggioranza: perché consiste nel patto dell’uguaglianza, quale precondizione della convivenza pacifica finalizzato a garantire tutti contro l’arbitrio di qualunque potere.

Oggi entrambi questi fondamenti della Repubblica, il lavoro e la sovranità popolare, sono in crisi. È in crisi la sovranità popolare, a causa del crollo della rappresentanza politica. E’ in crisi il valore e la dignità del lavoro, che le politiche liberiste di questi anni hanno nuovamente trasformato in merce. Le due crisi – l’una della dimensione politica o formale, l’altra della dimensione sociale e sostanziale della democrazia – sono tra loro in larga parte connesse, l’una come causa dell’altra, così come sono connesse le due dimensioni della democrazia e i valori costituzionali sui quali si fondano. E sono a loro volta connesse al ribaltamento della gerarchia democratica dei poteri: non più il ruolo di governo della politica sull’economia, legittimato dalla rappresentatività delle diverse forze sociali nelle quali si articola la sovranità popolare, bensì il primato dell’economia, la quale detta oggi le sue regole alla politica anche in danno dei diritti costituzionalmente stabiliti.

Oggi domenica 4 febbraio 2018

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—————–documentazione——————
Com’è nata la Costituzione?
4 Febbraio 2018

Gianni Fresu su Democraziaoggi.
Intervento al Convegno
“70° della Costituzione”. Dalla Resistenza alla costituente, fra passato e futuro.
Cagliari 15 gennaio 2017.
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img_4687Oggi domenica 4 febbraio Giornata del tesseramento 2018 ANPI.

Mandorli impazienti

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Il lavoro a fondamento della Repubblica

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Premessa di Raniero La Valle.
Mentre in Italia si sta per votare, il costituzionalista Mario Dogliani sul sito di “Sbilanciamoci” (che è quello di studi e ricerche per un’economia alternativa) accende una luce su ciò che più di tutto sarebbe necessario ma che nessuno immagina e propone: che l’intervento pubblico (non solo dello Stato, diciamo noi, ma di tutta la sfera pubblica – la res publica – nazionale e internazionale o europea) crei lavoro, quel lavoro che non c’è più.
Il lavoro non c’è non perché costa troppo di tasse, come crede il Jobs act, ma perché il capitalismo all’ora del suo trionfo globale ha preteso azzerarlo, sia sostituendolo con le macchine, sia andandoselo a prendere dove costa di meno ed è senza diritti. E ciò con l’intento non solo di ridurre al minimo tale costo di produzione, ma di sopprimere il suo stesso storico antagonista nel conflitto, fondativo della modernità, tra capitale e lavoro. Questa è la realtà evocata nell’articolo di Dogliani. Ma se non c’è il lavoro, o è ridotto allo stato gassoso, non solo non c’è vita (non si può comprare né vendere), ma non c’è più neanche il fondamento della Repubblica, e dunque salta tutto il sistema delle libertà e dei diritti; ragione per cui diventa necessario per la Repubblica prima di tutto ricreare essa stessa il suo fondamento. E dunque il lavoro non più come affare privato, qual è nell’attuale vulgata neoliberista, ma come interesse e finalità pubblica.
Di ciò non compare il minimo accenno nella campagna elettorale, come del resto nessuno parla della pace, delle guerre e delle armi, e di che cosa l’Italia ci sta a fare al mondo.
Invece si parla di cose che non stanno né in cielo né in terra, e se in terra, illegittime e incostituzionali. Così gli uni parlano di una flat tax (un’aliquota uguale per tutti) che è esclusa in partenza perché in Costituzione (e nel buonsenso) c’è la progressività delle imposte; l’altro vuole il servizio civile obbligatorio, quando a meno che non sia una variante dell’obbligo militare (com’era in Italia ai tempi dell’obiezione di coscienza alla coscrizione obbligatoria) esso è equiparato al lavoro forzato e coatto, e come tale condannato in tutte le Convenzioni internazionali sulle libertà e i diritti; si introduce poi senza pudore il vincolo di mandato, escluso dalla Costituzione, sia mediante appositi contratti, con tanto di penale per voti in Parlamento difformi da quelli richiesti, sia mediante la “pulizia etnica” delle liste dei candidati (come l’ha chiamata il costituzionalista Massimo Villone) compilate in funzione dei futuri interessi politici del capo; e infine per chiudere le vie dei migranti, si armano confini lontani e si cede sovranità alla Libia, quando le rinunzie alla sovranità sono sì ammesse e anzi raccomandate dalla Costituzione, ma all’unico e infungibile scopo di assicurare “la pace e la giustizia fra le Nazioni”, non certo per alimentarne il genocidio.
Sicché sarà difficile questa volta scegliere nel voto, che il 4 marzo dovrà essere dato soprattutto per tenere aperti gli spazi della democrazia e della Costituzione finora grazie a Dio salvaguardata, in vista di futuri pensieri e coraggiose operazioni di novità politica, economica e sociale.

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Da Sbilanciamoci

Con le attuali trasformazioni tecnologiche socializzare la ricchezza prodotta è l’unica strada per stabilire un equilibrio tra produzione e consumo ed evitare catastrofi sociali infinitamente peggiori di quelle già in atto

Capitalismo senza lavoratori
LA REPUBBLICA DEVE CREARE IL SUO FONDAMENTO, IL LAVORO

Poiché gli investimenti in tecnologia e innovazione hanno soppresso lavoro umano, tocca all’intervento pubblico creare le condizioni stesse dell’esistenza del lavoro. Un rovesciamento rispetto al pensiero unico dominante. Socializzare la ricchezza prodotta è l’unica strada per stabilire un equilibrio tra produzione e consumo ed evitare catastrofi peggiori di quelle già in atto

Il ruolo dello Stato al tempo dell’economia digitale
mario-doglianidi Mario Dogliani
(Articolo uscito su “sbilanciamoci.info” il 17 gennaio 2018)

Ecco, una voce squillante ci ingiunge di ritornare in noi stessi, riempie di figure le oscurità in cui ci aggiravamo, i fantasmi fuggono lontano … (En clara vox redarguit …)

1.- La politica e la cultura italiana avrebbero bisogno di una voce che riempia di figure l’oscurità indistinta e scacci i fantasmi.

Anche molti tra coloro che cercavano di comprendere con spirito libero la verità delle sfide che il mondo di oggi propone erano – fino a non molto tempo fa – spaesati, balbettavano, fuori di sé, discorsi che non erano i loro, non riuscivano a chiudere il cerchio tra i dati della realtà e le proposte politiche se non compiendo un salto fideistico in un qualcosa che in futuro sarebbe dovuto intervenire (la “ripresa” da “agganciare”, un “nuovo capitale umano” che avrebbe incontrato “una nuova domanda di lavoro prodotta dall’automazione stessa”…). Oppure evocavano politiche di giustizia affidate più ai sentimenti che al realismo (e dunque cieche nei confronti dei duri vincoli che lo stato delle cose impone). In questo clima una parte della sinistra credeva di potersi dimostrare utile perché – sulla base della sua tradizione, orientata allo sviluppo delle forze produttive e alla modernizzazione – pensava di essere più brava (e dunque anche più equilibrata e saggia) nell’applicare le ricette del neoliberismo.

Il tatcheriano «non c’è altra soluzione» bloccava le menti, e rendeva (non plausibili), ma spendibili nel discorso pubblico evidenti sciocchezze, come la prospettiva di superare la disoccupazione e il precariato di intere generazioni con le start-up o similia. O come le lamentele sulla mancanza di alta formazione adeguata, contraddetta dalle migliaia di giovani altamente formati che emigrano ogni anno, e che dunque a qualcosa sono adeguati. L’elenco delle sciocchezze e dei pannicelli caldi evocati per affrontare la crisi potrebbe continuare all’infinito.

Questo clima di mancanza di verità – nello scrutare il futuro e nel giudicare il passato, che nulla ha a che fare con l’autolesionismo -, questo blocco della critica (è bloccata anche quella che non lesina parole, ma che si arresta all’occorrismo o a qualche gioco di parole fideistico) produce un contesto malato in cui hanno libero corso le menzogne, che trasformano il conflitto politico in un gioco a chi le spara più grosse. Sul «reddito d’inclusione (Rei)» – per l’introduzione del quale buona parte del merito va riconosciuto all’Alleanza contro la povertà – si è abbattuto il polverone del «reddito di cittadinanza». E’ ovvio che è troppo facile dire che 780 euro a tutti sono meglio di 485 a qualcuno; e che è bellissimo avere pensioni minime a mille euro, e che sarebbe un paradiso pagare una tassa sui redditi solo del 15%, senza spiegare come si coprirà il buco di 40 miliardi di mancati introiti per lo Stato. Ma questa è purtroppo la condizione del dibattito pubblico in Italia.

Si è capito che il lavoro manca perché non è più necessario

2.- Oggi sta venendo a maturazione la consapevolezza che le politichette non servono a niente: sono solo frastuono. Nulla di nuovo, ma sta acquisendo consensi una prospettiva che fino a non molto tempo fa era considerata – per via del fideismo di cui si è detto – apocalittica. Il discorso sulle disuguaglianze, moralmente e politicamente inaccettabili ed economicamente dannose (FMI) si è diffuso per la forza e l’evidenza delle cose (e per un buon lavoro intellettuale che è stato svolto), e ha innescato una trasformazione molecolare (direbbe Gramsci) in alcuni settori delle scienze sociali, ma anche nella società, che ha diffuso la consapevolezza del fatto che il lavoro manca (con tutti i disastri sociali che ne conseguono) non a causa di qualche strozzatura del sistema economico-finanziario (autocorreggibile dal sistema stesso e dalla sua appendice politica), ma semplicemenete perché non è più necessario[1]. Tutti vedono i capannoni abbandonati, le filiali delle banche chiuse (e quelle non chiuse, vuote), i locali dei negozi sfitti. Tutti leggono sui giornali articoli come quello intitolato Paradosso Germania: l’economia è in volo e le aziende licenziano[2] in cui l’amministratore delegato di Deutsche Bank dichiara – dopo aver richiesto novemila esuberi già nel 2015 – che «siamo troppo basati sul lavoro manuale, il che ci rende inefficienti. C’è molto che possiamo imparare dalle macchine e possiamo fare molta meccanizzazione … Diamo lavoro a novantasettemila persone e la maggior parte dei nostri competitori ha metà di quei dipendenti». Con un surplus di bilancio di 31,5 miliardi di euro la Germania potrebbe tranquillamente procedere verso l’obiettivo della piena occupazione. E invece, nello stesso articolo, si legge che l’ amministratore delegato di Siemens sta per annunciare seimila esuberi perché la robotizzazione procede a ritmi talmente prodigiosi da consentirgli di risolvere molti problemi eliminando posti di lavoro. E così, tutti sanno che – da noi – Intesa-San Paolo sta licenziando 9.000 dipendenti; che il piano Transform di Unicredit prevede la chiusura di 883 filiali (con 6.500 licenziamenti entro il 2019, dopo 3.900 licenziamenti già concordati), che la grande distribuzione, i supermercati, sono in crisi per le vendite on-line (in Italia non ancora, ma si legge sui giornali che la catena di grandi magazzini Macy’s taglierà, negli USA, 5mila posti di lavoro), che i camion che si guideranno senza conducente lasceranno disoccupate centinaia di migliaia di persone … Tutti sanno che questo fenomeno è in atto da anni[3], eppure si è continuato erroneamente a confidare in una mitica ripresa che avrebbe rimesso le cose a posto.

I motivi di questa nuova consapevolezza che si sta via via radicando sono molto semplici. Di una semplicità disarmante, lapalissiana. Ma occultati (come nel passato) da una rete armatissima di depistaggi, di complicazioni e di astruserie gergali di cui la finzeconomia è maestra.

Si possono così riassumere:

Il cosiddetto capitalismo digitale (le macchine che dialogano con le macchine) permette già oggi – e sempre più permetterà in futuro – una illimitata produzione di merci.

Ma contemporaneamente produce una diffusa, e ormai evidentissima, eccedenza di lavoro; e sempre più la produrrà in futuro.

La conseguente disoccupazione genera una riduzione della massa salariale: sia per il minor numero degli occupati, sia per l’influenza che l’esercito di riserva, sempre più ampio e disperato, avrà sui salari degli occupati. Ciò produce una riduzione della domanda di merci, e dunque l’impossibilità di assorbire le merci prodotte.

Non solo. Il risparmio di lavoro così spasmodicamente ricercato produce una riduzione della raccolta previdenziale e del gettito fiscale. L’una e l’altra stanno generando ulteriore povertà, sotto forma di minori pensioni e di minori servizi pubblici. Il che, di nuovo, produrrà minore domanda.

Il capitalismo digitale sta dunque tagliando il ramo sul quale è seduto. E’ destinato al fallimento[4].

Socializzare la ricchezza prodotta dalle macchine

3.- Si aprono due strade:
a) La prima – come si è detto – è quella attualmente seguita: di vagheggiare che il capitalismo digitale produrrà nuovi lavori e dunque la richiesta di nuovo lavoro, che sostituirà quello perso. Ma quali evidenze empiriche sostengono questa tesi? Ad oggi è una infondata capriola nell’utopia. E in ogni caso “nel lungo termine saremo tutti morti”, e anche se non lo fossimo, nulla assicura che saremo tutti occupati, come ben sapevano i bambini di Dickens che nei fetidi cortili di Londra sopravvivevano a latte annacquato e oppio in attesa dei benefici della già iniziata rivoluzione industriale.

Questa strada, già oggi pienamente in atto, comporta che – in attesa del miracolo atteso – gli espulsi, gli scartati, gli inutili (che oggi non vengono neppure più chiamati “lavoratori”, perché vengono considerati una “razza” antropologicamente inferiore[5], come è tra le righe delle teorie meritocratiche) vengano tenuti chiusi in una riserva indiana, nella condizione di precari, sottopagati, neet (not engaged in education, employment or training), vagabondi …. Occorre avere ben chiaro che questo comporta, già oggi, che venga consapevolmente coltivata (dagli apparati politico-comunicativi dominanti) la consapevolezza della loro “inutilità”, e la loro apatia[6]: non solo attraverso la rappresentazione della fine della speranza, instillata dalla alienante cultura dell’evasione, ma attraverso il loro abbrutimento morale, intellettuale e fisico (alcool, droghe …). Uno degli aspetti più tragici della crisi sociale degli USA è il crollo nell’aspettativa di vita dei maschi adulti, bianchi, privi di educazione, a causa dell’abuso di oppioidi. Perché non si dà alla cronaca nera (spaccio, baby gang …) lo status di descrizione di un modo d’essere ormai stabile di una quota rilevante della nostra società?

L’orizzonte non lontano sembra dunque essere quello di una società quale descritta, nel 1981, da Carpenter nel film 1997: Fuga da New York e, poi, nel 1996, in Fuga da los Angeles (seguito del precedente). Le capitali del mondo circondate da mura altissime e trasformate in penitenziari dove gli “scartati” vivono nell’anarchia assoluta. E’ di questi giorni la notizia che Carpenter sarà produttore esecutivo di un rifacimento di 1997: Fuga da New York, nel quale, sembra, la situazione sarà rovesciata: New York una città sicura, ma murata e poliziesca, governata da un’intelligenza artificiale, e il resto del mondo in preda al caos e percorso da immensi numeri di migranti.
b) La seconda strada che si prospetta è quella di creare uno Stato in grado di socializzare la ricchezza prodotta dalle macchine e redistribuirla sotto forma di lavoro dignitoso, utile per la società e prezioso e gratificante per chi lo compie. Questo richiede uno Stato fortissimo, in grado di utilizzare la tassazione, e contestualmente il più largo possibile sistema di incentivi, per socializzare – anche, per quel che si potrà, volontariamente (o meglio, su induzione fiscale) – la ricchezza prodotta.

Oggi sembra fuori dall’immaginabile. La finanziaria varata nel 2012 da Hollande prevedeva un’aliquota al 75% per i redditi superiori al milione di euro. Ma la mesta fine dello stesso Hollande sembra dimostrare il velleitarismo, oggi, del disegno. Che non è però certo nuovo. Se allo scoppio della grande crisi del 1929, negli Stati Uniti, l’aliquota massima era al 24%, già nel 1932 era del 63%. Con Roosevelt l’ascesa delle aliquote è continuata. Nel 1945 ha toccato il 94%. Ancora negli anni sessanta – presidenza Eisenhower (1953 – 1961) – i più ricchi degli statunitensi hanno continuato a pagare più del 90% sulla parte più alta dei loro redditi. L’aliquota massima è poi scesa, rimanendo però intorno al 70%. Solo con gli anni ottanta si è attestata sul 28%.

Dovrebbe essere un obiettivo anche dei capitalisti

4.- Socializzare la ricchezza prodotta: esattamente il contrario di quanto si sta facendo ora. Ma è l’unica strada per stabilire un equilibrio tra produzione e consumo ed evitare catastrofi sociali infinitamente peggiori di quelle già in atto.

Come è possibile raggiungere questo obiettivo? Innanzi tutto tenendo ben fermo che è un obiettivo generale. Dei lavoratori, ma anche dei capitalisti (siamo più moderni: del money manager capitalism) perché alla fine del tunnel c’è il caos per tutti. Dal che deriva che un compromesso razionale è possibile. In altri termini: non è più vero che «non c’è altra soluzione». Il tempo della «necessità» tatcheriana è finito. A meno che i money manager non siano disposti a trasformarsi in dittatori schiavisti di una società dell’1% (e della minoranza connessa), posto che una tale società possa sussistere. E a meno che la grande maggioranza degli “altri” non sia disposta ad accettare questo stato di cose.

Spostare il prelievo fiscale dai redditi di lavoro all’intero valore aggiunto

5.- Il nuovo compromesso sociale ruota attorno ad un complessivo riorientamento fiscale. Non consiste nel tassare la tecnologia (“tassare i robot”), ma nello spostare il prelievo dai redditi di lavoro all’intero valore aggiunto (V. Visco), così appunto da socializzare la ricchezza prodotta dalle macchine che dialogano con le macchine. Allo scopo – cuore del compromesso – di finanziare lavori buoni e utili, essenziali per il duplice fine di tutelare la dignità degli esseri umani e di sostenere solidamente la domanda. Lo spostamento del prelievo all’intero valore aggiunto deriva direttamente, come antidoto, dalla premessa (compensare la robotizzazione del lavoro umano), ma potrebbe non essere sufficiente per raggiungere il duplice obiettivo – che ribadiamo, non è solo etico-politico, ma innanzi tutto economico – della creazione politica della piena occupazione e della conseguente creazione di una adeguata domanda. E’ infatti necessario compensare non solo la robotizzazione in corso e futura, ma anche quella passata, generatrice della attuale disoccupazione e precarizzazione A tal fine non si dovrà temere di progettare più tasse sulla ricchezza (finanziaria e immobiliare, oltre un ragionevole limite), sull’uso di materie prime non rinnovabili (carbon tax…) e su posizioni di rendita (come i grandi del web).

Tutto ciò non richiede affatto – giova ripetere ciò che dovrebbe essere già chiaro – alcuna politica “luddista” o comunque limitativa nei confronti della robotizzazione, o comunque di una politica attiva dello “Stato innovatore”[7]. Anzi. L’automazione, il capitalismo digitale, andrà avanti per la sua strada, sostenuto dallo Stato innovatore. Ma questo stesso Stato, dotato di un’altra base sociale[8] e quindi di un’altra cultura, si porrà la domanda di chi sia in grado di acquistare le merci sempre più abbondanti prodotte senza lavoro umano, e quindi senza salari distribuiti. Quella dello Stato innovatore e dello Stato presupposto della stessa esistenza del lavoro sono due strade diverse, destinate però ad incontrarsi per evitare il disastro di tutti. Qui non si ipotizza una società senza salariati e classi in senso economico, come nello scritto citato di Paolo Sylos Labini, ma solo si fa riferimento ad una parte del suo discorso, e cioè al fatto che non si può non ammettere la necessità di uno Stato, munito di poteri coercitivi, che provveda ad una redistribuzione della ricchezza prodotta dalle macchine. E qui si aggiunge – deviando dal suo discorso, e (forse) politicamente impoverendolo – che si assume come criterio di razionalità della redistribuzione quello della creazione di un equilibrio tra offerta e domanda.

Creare il lavoro che il mercato non chiede e non paga

6.- Molte strategie andranno combinate per raggiungere quel duplice obiettivo, etico-politico ed economico, investendo la ricchezza così recuperata: riprendere con decisione la strada dell’attuazione dei diritti sociali (sanità, istruzione, previdenza, cura degli anziani e degli ammalati cronici, reddito di base in caso di disoccupazione involontaria, abitazione…); riduzione d’orario e redistribuzione del lavoro; ma soprattutto – e in primissimo luogo – organizzazione da parte della Pubblica Amministrazione (e dei privati che vorranno collaborare, fiscalmente agevolati) di politiche di investimento (ricerca di base e applicata, opere infrastrutturali, energetiche, idrogeologiche, antisismiche, urbanistiche, di produzione di beni culturali, di tutela dei beni medesimi, dell’ambiente…) che generino quel lavoro retribuito che il mercato, spontaneamente, non riesce a richiedere e a retribuire.

Ripristinare lo spazio pubblico

7.- Tale linea collide frontalmente con quella che vuole ulteriormente «affamare la bestia» (lo Stato) per lasciare che ognuno si possa godere il proprio reddito (in realtà: perchè coloro che hanno redditi se li possano godere come vogliono). Ed è bene che gli elementi di tale scontro frontale vengano delucidati esattamente, articolando il punto precedente, così da rendere chiaro a tutti che la linea dell’individualismo egoista, più che un delitto, è un errore (direbbe Talleyrand). E così ovviamente da conquistare il consenso popolare, oggi sideralmente lontano da questi discorsi.

Un compito del tutto nuovo

8.- Dal punto di vista del costituzionalista tutto ciò significa che – se è certo che «non vi è probabilmente nulla al mondo che in qualche tempo o in qualche luogo non sia stato oggetto di un agire di comunità di gruppi politici» (per noi, oggi, di Stati), anche se è molto meno certo che, oggi, di fronte a poteri economici e tecnologici sovranazionali di dimensioni irresistibili, gli Stati abbiano «la capacità specifica di avocare a sé tutti i contenuti possibili di un agire di gruppo» (Weber) – oggi gli Stati, e particolarmente quelli democratici, si trovano di fronte alla necessità razionalmente imprescindibile di avocare a sé un compito nuovo, ulteriore rispetto ai compiti che le cosiddette. democrazie avanzate attualmente svolgono: la necessità di compiere uno sforzo immane per edificare lo Stato capace di creare, di “far essere” il lavoro necessario alla società. Compito del tutto nuovo, perché finora il lavoro era prodotto direttamente dai bisogni sociali: allo Stato il compito di coercirlo, di organizzare il dominio su di esso, più recentemente di tutelarlo e di redistribuirne i frutti. Ma qui si tratta di organizzare artificialmente la possibilità che il lavoro stesso resti una possibilità per gli esseri umani.

La res publica deve creare le condizioni perché il lavoro esista

9.- Si deve ribadire che lo Stato da edificare non è lo Stato datore di lavoro in ultima istanza, come lo intendevamo nel quadro del Welfare. E’ lo Stato creatore delle condizioni per l’esistenza del lavoro stesso. Per l’esistenza di un lavoro fruibile da tutti, e come tale fondamento della società. La Res publica non può più fondarsi sul lavoro come un dato “naturale” (per quanto sfigurato dalle regole dei diversi sistemi di produzione), ma è necessario che si fondi su un dato artificiale: il lavoro reso possibile dall’azione della Repubblica stessa. E’ uno sforzo immane. Ma sarà la necessità a imporlo. E’ sotto gli occhi di tutti che quello che viene definito “l’Occidente” è dominato dalla paura. Da una paura viscerale che la vicenda dei migranti, da sola, non riesce a spiegare. Si tratta infatti della paura derivante dalla constatazione di non avere un futuro, di non avere alcun controllo sui destini propri e dei propri figli. Questo essere gettati nel caos, con la nascita, nella civiltà industriale, era uno dei temi su cui i rivoluzionari d’inizio Novecento facevano leva, memori delle certezze, per quanto miserrime, che invece offriva la società contadina.

Come quando il Nilo il Tigri e l’Eufrate erano la vita

10.- Per chiarire il punto si potrebbe dire che l’umanità si ritrova in condizioni simili a quelle in cui trovava ai tempi dei grandi imperi idraulici. Nilo, Tigri, Eufrate, erano la vita. Ma la rete artificiale dei canali che distribuivano l’acqua nel deserto erano lo strumento politico che, esso solo, permetteva di fruire di quella vita. Oggi il Nilo, il Tigri, l’Eufrate sono le macchine. Si tratta di costruire i canali politico-amministrativi che consentano a tutti di godere della loro esistenza.

Si potrebbe obiettare: ma questa prospettiva è angosciante, siamo molto oltre il Leviatano. Prefigura un mostro interposto che realizza il governo delle macchine sugli uomini.

Non è vero: ciò che è assolutamente necessario è una struttura artificiale, politica per evitare innanzi tutto la barbarie e la tirannia di una piccola minoranza e, contestualmente, per rendere possibile il lavoro come condizione per la vita libera e dignitosa e lo sviluppo della personalità umana. Il centro della proposta è la libertà. Perché dovrebbe essere un Faraone a reggere una tale struttura? Perchè non potrebbe essere un sovrano democratico, in un consesso di sovrani democratici?

Ma allora: da dove incominciare?

Rivoluzionare l’immaginario costituzionale

11.- Va preparato il terreno inducendo una rivoluzione dell’immaginario costituzionale. Le ipotesi tuttora circolanti di sciogliere lo Stato nella società civile composta di singoli sovrani portatori di diritti individuali, ma non di domande politiche collettive, va messa da parte citius quam qui maxime perché è il brodo di coltura di tutte le illusioni. Oggi tutto il “bene” è spostato sull’individuo, sui suoi diritti, sulla società come luogo della sua sovranità, sul mercato, sulle virtù imprenditrici, sulla giustizia del “caso per caso”. Tutto il male, invece, sullo Stato e sui suoi organi, sulla legge, sull’uguaglianza, sulla pubblica amministrazione, sull’azione collettiva…

Il cammino è lunghissimo, ma i costituzionalisti – recuperando il senso profondo della politica che avevano i fondatori della scuola italiana del diritto pubblico – non possono non farsi parte di un progetto di socializzazione della ricchezza prodotta dalle macchine che miri a mantenere viva l’idea secondo cui l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, perché il lavoro è l’essenza del legame sociale. E nel farsi parte di questo progetto, con altri e con la politica stessa, essere quella viva vox che scaccia le oscurità e i fantasmi.

Cambiare la costituzione materiale, salvaguardare la Costituzionale formale

12.- Una cosa è certa. Il primo obiettivo è stabilire un nuovo compromesso sociale che soddisfi contemporaneamente i due fini di cui si è detto. Compromesso sociale vuol dire costituzione materiale. E della costituzione materiale non si può fare a meno. Perchè ci sia una politéia è necessario che sia un políteuma – anzi politéia e políteuma sono la stessa cosa – ci diceva Aristotele duemilacinquecento anni fa. Dunque la prima cosa da evitare, assolutamente e a ogni costo, è mettere mano alla costituzione formale. Oggi abbiamo una costituzione formale fondata solo sullo stallo: resiste solo perché le parti sociali sono in surplace (come nei duelli epici di Maspes e Gaiardoni, in pista, fermi; e quello di Maspes con Rousseau, che durò 27 minuti). Se si rimettesse incautamente mano alla costituzione formale si disintegrerebbe quel quasi-nulla che resta del sistema politico-costituzionale italiano.

Mario Dogliani
costituzionalista

Note

[1]: Sulla sostituzione del lavoro umano attraverso le macchine vasta eco ha avuto il Rapporto del McKinsey Global Institute, A future that works automation, employment, and productivity, gennaio 2017, www.mckinsey.com/mgi., che stima il 49% degli attuali lavori sostituibili dall’automazione.

[2] Paradosso Germania, pubblicato su la Repubblica, 9 novembre 2017.

[3] E’ del 1985 il breve, magistrale, saggio di Paolo Sylos Labini, Valore e distribuzione in un’economia robotizzata, in «Economia politica» (3), 1985, p. 359 ss., sul quale cfr. di recente, Juan Carlos De Martin, Automazione e disoccupazione tecnologica.

Tra i giuristi italiani, il problema è stato recentemente affrontato di petto da Mario Barcellona, Tra impero e popolo. Lo stato morente e la sinistra, Castelvecchi, 2017, p. 214 .

La diminuzione di occupati tra il 1990 e il 2015, nelle prime industrie italiane, è stata la seguente: Poste italiane da 237.00 a 144.000; FF.SS da 186.000 a 65.500; Telecom da 127.000 a 52.500; Finmeccanica da 58.500 a 29.500.

Per quanto riguarda la Fiat: nel 2003 gli occupati nel settore auto erano, in Italia, 44.653 (su 174mila occupati totali nel mondo), mentre nel 2015 sono meno di 23mila (su 225.587 complessivi). E di questi quasi la metà è in cassa integrazione o in contratto di solidarietà. Fonte: Mediobanca, cit. da Mario Barcellona, Tra impero e popolo, cit .

[4] Per una recente discussione, cfr. The Guardian, UK’s poorest to fare worst in age of automation, thinktank warns, https://www.theguardian.com/technology/2017/dec/28/uks-poorest-to-fare-worst-in-age-of-automation-thinktank-warns?CMP=Share_iOSApp_Other, che riporta i dati di uno studio dell’IPPR (Institute for Public Policy Research), secondo il quale il «44% of jobs in the UK economy could feasibly be automated, equating to more than 13.7 million people who together earn about £290bn (miliardi)».

[5] V. la pungente critica di Michele Serra alla posizione reazionaria di Tom Wolfe, I radical chic e l’errore di Tom Wolfe, su la Repubblica, 5 gennaio 2018

[6] Secondo il Rapporto 2016 Young Workers Index di PricewaterhouseCoopers, in Italia il 35% dei giovani tra i 20 e i 24 anni non studia, non lavora e non sta effettuando stage, https://www.pwc.co.uk/services/…/young-workers-index.html

[7] Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, Bari, 2014.

[8] Il “blocco sociale post-liberista” di cui parla Mario Pianta, sbilanciamoci.info/15-anni-euro-intervista-mario-pianta/