Salute

Coronavirus. Preparamoci anche in Sardegna la fase del “contenimento”

04d1aebf-cb70-4482-89e9-e4cfd2da8b78DOMANI… NON E’ UN ALTRO GIORNO
di Gianni Pisanu.

Con l’intento di stimolare tutti a contribuire col massimo impegno a fronteggiare la tragica emergenza VIRUS, mi preoccupo di richiamare l’attenzione sulle esperienze fin qui a nostra disposizione maturate prima nel Centro Nord Italia e che ora riguardano la nostra Isola. [segue]

Letture

ba0c98b2-e467-485d-bc70-e5c26705da75La vita dopo il coronavirus.

di Raffaele Deidda

Alla quarta settimana di isolamento la reclusione da pandemia diventa sempre più pesante, la frustrazione di dover stare in casa cresce, la preoccupazione per il futuro aumenta anche se continuiamo a ripeterci scaramanticamente che “andrà tutto bene”. In questo periodo forse giova fare delle letture che trasmettono messaggi positivi dai segnali che l’emergenza pandemica invia all’umanità. Letture anche semplici, poco impegnative, forse intellettualmente poco profonde ma comunque confortanti, che aiutano a sperare in un futuro meno inquietante di quanto l’isolamento ci porti ad immaginare.
Una di queste letture può essere “Un cuento sobre el coronavirus” dello scrittore spagnolo Francisco Rodríguez Criado, da cui ho liberamente tratto questo racconto. [segue]

Emergenza coronavirus e oltre. Il contributo degli intellettuali sull’ala del pensiero: Tutela della Salute

ss-trinita-caRipensare la sanità
di Beppe Andreozzi*

L’emergenza di questi giorni ci porta a riflettere sullo stato dell’organizzazione della sanità in Italia, le luci e le ombre del nostro sistema.
Facciamo un passo indietro e partiamo dalla Carta Costituzionale (1948), all’interno della quale l’art. 32 primo comma aveva statuito: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti».
Il sistema sanitario italiano, all’epoca e ancora fino alla fine degli anni settanta, si reggeva su un sistema di tipo assicurativo-previdenziale organizzato sulle “mutue” nate alla fine dell’Ottocento su base volontaria e solidaristica nell’ambito delle società operaie, poi divenute obbligatorie nel corso del Novecento.
In base all’appartenenza a una determinata categoria di lavoratori, gli stessi e i loro familiari fruivano di un’assistenza sanitaria differenziata a seconda della ricchezza della cassa. Esistevano quindi medici specialisti e una moltitudine di enti ospedalieri privati o pubblici, nati quasi tutti come “opere pie” grazie a lasciti di munifici benefattori, convenzionati con una o un’altra cassa mutualistica e anche la natura delle prestazioni erogata dai medesimi soggetti cambiava da caso a caso.
La cura dei cittadini non assicurati sprovvisti di adeguato reddito poteva essere prestata da medici ed enti ospedalieri solo su base caritatevole.
Per quasi trent’anni l’unica novità, certo non indifferente, prodotta dalla norma costituzionale fu quella dell’obbligo per lo Stato di garantire anche ai non abbienti cure gratuite, assicurate prevalentemente nel territorio comunale dai “medici condotti” e in caso di degenza col ricovero nelle strutture ospedaliere pubbliche.
Il sistema fu rivoluzionato con la legge n. 833 del 1978 che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale. Tratti principali di questa riforma furono: il finanziamento della sanità pubblica, posto a carico della fiscalità generale; la soppressione delle casse mutualistiche e degli enti ospedalieri pubblici; la creazione delle Unità Sanitarie Locali, concepite come organi di collegamento dei comuni e delle comunità montane, nell’ambito delle quali confluirono gli stabilimenti ospedalieri, gli uffici e i servizi territoriali della sanità, organizzate secondo criteri e obiettivi fissati dallo Stato, quanto alle linee generali, e dalle Regioni attraverso i piani sanitari.
Diventava quindi compito delle USL organizzare tutta l’attività sanitaria, anche di prevenzione, del territorio ed erogare le prestazioni sanitarie mediche, specialistiche, riabilitative, ospedaliere, direttamente o attraverso strutture private convenzionate.
La riforma, che sicuramente aveva rivoluzionato in senso positivo l’organizzazione della salute nel Paese, consentendo una tutela sanitaria omogenea e coerente nei confronti dei cittadini, fu però sottoposta a un ampio processo di revisione, volto a ridimensionare l’ingerenza della politica nella gestione delle USL, governate da “comitati di gestione” rappresentativi delle forze politiche presenti nel territorio, nonché a porre sotto controllo i flussi di spesa, in un momento di grave crisi economica del Paese.
Nacquero così le modifiche introdotte al sistema coi decreti legislativi n. 502 del 1992 e n. 229 del 1999, con le quali si imponeva alle USL, trasformate anche nominalmente in aziende sanitarie, un modello di tipo aziendale fondato su criteri di economicità e si poneva al vertice di esse un direttore generale con funzioni di tipo manageriale, dotato di poteri tipici del privato datore di lavoro.
Esemplarmente, l’art. 3 del decreto legislativo n. 502/92 come modificato dal decreto legislativo n. 229/99 aveva previsto al comma 1-ter che «le aziende sanitarie sono tenute al rispetto dei vincoli di bilancio attraverso l’equilibrio di costi e ricavi, compresi i trasferimenti di risorse finanziarie» e al comma 6 che «al direttore generale compete in particolare verificare, mediante valutazioni comparative dei costi, dei rendimenti e dei risultati, la corretta ed economica gestione delle risorse attribuite ed introitate…».
I criteri di gestione delle aziende sanitarie, al di là delle enfatiche affermazioni di principio contenute negli atti regionali e aziendali, si fondano oggi su variabili puramente economiche quali costi, ricavi, rendimenti, equilibri di bilancio e sulla corretta applicazione di tali criteri vengono giudicati i direttori generali che le amministrano.
In una logica di efficienza e produttività certamente non rientrano investimenti impegnativi che gravano sui bilanci delle aziende e non rispondono a criteri di efficienza e produttività.
Ecco perché, veniamo ai nostri giorni, le aziende sanitarie italiane si sono trovate all’improvviso sprovviste di presidi individuali di protezione e di strumenti per la rianimazione eccedenti le esigenze ordinariamente preventivabili.
Eppure sarebbe saggio prevedere, nell’organizzazione della sanità, riserve strategiche di materiali, organici e strutture destinate a fronteggiare possibili emergenze, quali possono essere determinati da epidemie, ma anche da calamità naturali o da incidenti a impianti industriali o mezzi di trasporto, senza che nessuno possa contestarne la svantaggiosità, non trattandosi di prestazioni suscettibili di essere contabilizzate.
È opportuno ripensare gli attuali modelli organizzativi, senza rinunziare ovviamente al rigore nei controlli della spesa e dell’efficienza dei servizi erogati.
Ciò di sicuro comporterebbe costi aggiuntivi che, in tempi ordinari, potrebbero apparire sovrabbondanti, ma dovremmo imparare ad accettarli.
In fondo, ogni anno spendiamo per la difesa 23 miliardi di euro, 64 milioni al giorno, 5 miliardi all’anno solo di armamenti; eppure l’Italia ripudia la guerra (come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, art. 11 della Costituzione) e, grazie a Dio, non siamo in guerra da 75 anni e nessuno, al giorno d’oggi, sembra interessato ad aggredirci militarmente. Eppure spendiamo, tanto e senza significative obiezioni, per prepararci a una guerra che forse non vedremo mai.
Forse i tempi e la coscienza collettiva sono maturi per considerare la salute come un bene prezioso da tutelare e ripensare i criteri che determinano la spesa e l’organizzazione della sanità.
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* Con questo articolo comincia la collaborazione editoriale del nostro amico Giuseppe Andreozzi.
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La CSS scrive al presidente e all’assessore alla sanità

CSS loghettoOggetto: Provvedimenti emergenza corona-virus

La Confederazione Sindacale Sarda-CSS segue con attenzione e preoccupazione l’evolversi dell’emergenza creata anche in Sardegna dal Covid-19 sia sotto l’aspetto sanitario che sotto l’aspetto socio-economico. [segue]

Emergenza coronavirus e oltre. Il contributo degli intellettuali sull’ala del pensiero: abbiamo bisogno di medici

e336d01f-ca1e-43e6-9b5f-83d848d8698cPandemia da coronavirus. Specializzare i medici non specialisti
di Giovanni Maria Pisanu*
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Nel nostro Paese si registra ormai da anni una carenza costante di medici specialisti, in particolare nei settori dell’emergenza come anestesia e terapia intensiva. Le scuole di specializzazione non hanno sufficienti posti per l’accesso di tutti i medici abilitati. La drammatica pandemia di coronavirus ha messo in evidenza questa situazione. Specializzare sul campo i medici non specialisti può essere una via per superare quello che viene definito l’imbuto formativo. [segue]

Importante messaggio del presidente dell’Ordine dei medici

8ce593d8-c47a-4e2b-beb5-907dc4736777Ai colleghi libero professionisti operanti in proprio o all’interno di strutture accreditate.
Credo che non sfugga a nessuno il grave momento che vive la Sardegna sotto la scure dell’infezione da coronavirus.
Questa condizione ci attribuisce una doppia responsabilità, quella di essere aderenti alle disposizioni di sicurezza emanate dal governo nazionale e da quello regionale come cittadini, e quella di essere partecipi in maniera attiva come medici al contrasto della diffusione della SARS COV-2 Ridurre a zero le prestazioni differibili e non urgenti e quelle che non rispondano a criteri di continuità assistenziale non è solo un dovere etico e deontologico ma anche una violazione delle norme emanate in questo frangente.
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Coronavirus, ne verremo fuori. A certe condizioni.

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Convivere con il coronavirus e i suoi effetti collaterali
di Fernando Codonesu*
Il coronavirus è un problema serissimo e non ci possono essere atteggiamenti e comportamenti superficiali al riguardo, tanto più ora che l’Italia intera è zona protetta, cioè zona rossa di fatto.
Certo, nella diffusione del virus e nella gestione mediatica della vicenda ci sono state comunicazioni spesso contradditorie, ma credo che sia necessario comprendere la gravità della situazione e accettare il fatto che questo virus ci accompagnerà per molti mesi ancora, senza specifici antivirali e, soprattutto, senza un vaccino da contrapporre al suo contagio, per cui tutti dobbiamo farci carico di stigmatizzare i comportamenti irresponsabili di quei tanti concittadini che non rispettano le prescrizioni governative contenute nell’ultimo DPCM e nei prossimi che verranno.
Incominciamo intanto a chiarire un aspetto tipico di certa vulgata “giornalistica” più dedita al sensazionalismo che alla sostanza delle cose. Mi riferisco qui all’uso delle parole, laddove si parla con tanta faciloneria di “progressione esponenziale” del contagio.
Esponenziale? Non scherziamo, per favore, perché ce n’è abbastanza così com’è anche senza scomodare tale funzione.
Si osserva che se si trattasse di una diffusione basata su una funzione esponenziale non saremmo in grado di riprenderla mai, altro che contenerla, perché non c’è al mondo alcun sistema politico e sanitario in grado di sviluppare un’efficienza ed efficacia tali da poter contenere e stroncare una pandemia basata su una funzione diffusiva di tipo esponenziale; neanche il sistema cinese che, ad oggi va riconosciuto senza alcun dubbio, è stato in grado di esercitare con gli strumenti propri del “regime” il “confinamento” di oltre 60 milioni di persone. Bene, per la Cina è stato possibile fare questo, ma per un sistema democratico come il nostro e come quelli del mondo occidentale ciò non è possibile e neanche pensabile, anche se ci sono da tempo evidenti segni accentratori delle decisioni che, in anche in questo caso, pongono alcune doverose riflessioni sull’ordinamento democratico e sui suoi strumenti.
E veniamo al significato della progressione esponenziale. Per comprendere appieno la potenza di una funzione esponenziale basta ripensare al famoso aneddoto dell’incontro, in un tempo storicamente non ben definito, dell’ambasciatore persiano che mostrò al faraone d’Egitto il gioco degli scacchi. Il faraone imparò presto a giocare e se ne innamorò così tanto che per ringraziare il proprio ospite gli disse che gli avrebbe regalato qualunque cosa avesse desiderato. L’ambasciatore, dopo averci pensato con attenzione, chiese solamente del grano e gli propose di ricompensarlo con una quantità di grano basata sui 64 tasti della scacchiera che avevano di fronte con un conteggio che vedeva un solo chicco di grano sul primo tasto, due chicchi sul secondo, quattro sul terzo e così via continuando e raddoppiando, ovvero con una funzione esponenziale basata sul numero due con esponente crescente da 0 fino ad arrivare alla potenza 263. Il numero risultante sarebbe stato così grande da non poter essere soddisfatto dalla produzione di grano dell’Egitto dell’epoca, né del mondo conosciuto di allora e nemmeno di oggi in quanto si tratta di un numero equivalente a 1.800.000 milioni di tonnellate (si osserva che nel 2017, dati FAO, la produzione cerealicola mondiale era stimata pari a 2.640 milioni di tonnellate!).
Quindi no, per fortuna non si tratta di una diffusione di tipo esponenziale, ma è comunque una diffusione rapida e devastante se in poco più di un mese e mezzo questo virus è stato in grado di contaminare ben 106 paesi su 206 che costituiscono il mondo intero.
Cosa ci sta salvando?
In questa grave circostanza del coronavirus che è destinata a durare nel tempo, ci salvano i decreti del Governo e, soprattutto, il nostro sistema sanitario nazionale, uno dei più efficienti del mondo se non il più efficiente, con il suo principio di universalità perché la cura è garantita a tutti, ricchi e poveri e tutti vengono curati indipendentemente da quanti soldi sono presenti nel proprio conto corrente. Altra cosa di cui possiamo andare orgogliosi è che il nostro sistema sanitario è un “unicum” perché integra nello stesso sistema la sanità umana e la sanità animale, e ciò ne caratterizza la specificità, mentre in sistemi sanitari pubblici analoghi la sanità animale fa sempre capo al ministero dell’agricoltura.
Dobbiamo difendere e pretendere un’inversione di tendenza nei riguardi del sistema sanitario nazionale. In 10 anni di tagli per circa 37 miliardi di euro, tantissime risorse sono state dirottate verso la sanità privata e anche la Sardegna ha visto crescere questa tendenza, soprattutto con la nascita del Mater Olbia, così ribattezzato a seguito del fallimento e dello scandalo del San Raffaele in salsa olbiese, un ospedale di proprietà della Qatar Foundation finanziato dalla Regione Sardegna con 150 milioni di euro sottratti alla sanità pubblica nei soli primi tre anni, finora.
Certo, possiamo ritenerci fortunati perché il coronavirus si è sviluppato in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, le tre regioni con i migliori sistemi sanitari dell’intero paese che, anche se con difficoltà, hanno retto bene all’urto. Se, disgraziatamente, i primi focolai si fossero diffusi nelle regioni del Sud o in Sardegna, ne saremmo stati interamente e definitivamente travolti.
Vogliamo parlare del sistema sanitario degli USA dove le cure sono affidate al plafond della carta di credito? Tanto per citare qualche esempio sembra che ci siano pochi contagiati, ma intanto sono presenti dei casi di coronavirus in oltre la metà dei paesi membri e non si dimentichi che chi si fa fare un “tampone” deve sborsare 3500$, si avete letto bene. Con quei costi, chi si può permettere di fare il test con il tampone?
Da qui i pochi casi, finora, rilevati.
E gli otto miliardi e mezzo di dollari (equivalenti ai 7,5 miliardi di euro del nostro Governo) stanziati da Trump non sono andati al sistema sanitario, ma alla ricerca, ovvero alle aziende farmaceutiche statunitensi “private” che si vedono finanziare la ricerca degli antivirali e dei vaccini per poter guadagnare centinaia di miliardi con i finanziamenti pubblici. Un ragionamento analogo viene fatto in un recente intervento di Bill Gates che si può leggere su The New England Journal of Medicine. Tante considerazioni riportate nell’intervento di Gates sono condivisibili, soprattutto quando parla dei possibili effetti devastanti di un virus sconosciuto come il “coronavirus” nei paesi con sistemi sanitari poco organizzati come quelli di tanti paesi del continente africano e non solo. In quei casi, il suo auspicio è che ci sia una collaborazione tra il pubblico e il privato per poter affrontare i possibili casi di pandemia, in primis questa del coronavirus. Ma la logica di fondo è che il pubblico metta i soldi e il privato il know how, ma non viene mai neanche accennata la possibilità che dopo, per esempio una volta che si arrivi alla scoperta e alla commercializzazione del o dei vaccini, ci possa essere una condivisione degli utili. No, il pubblico è sempre la parte da mungere: è questa l’essenza del “capitalismo compassionevole” dei Trump e dei Gates per cui l’eventuale rimorso per aver fatto troppi soldi con lo sfruttamento di altri esseri umani può essere compensato con atti di filantropia per avere garantito l’accesso al paradiso. A me pare la solita vecchia storiella che la ricerca deve essere fatta con i soldi pubblici, le perdite delle aziende vanno sempre pagate dalla collettività mentre i profitti devono essere esclusivamente privati. Uno degli aspetti più deleteri della cultura del liberismo è anche questo paradigma che sembra accettato anche a sinistra nel nome del mercato quale entità in grado di autoregolarsi, mentre così non è. Anche nel caso di Gates come di Trump, perciò, non c’è niente di nuovo sotto il sole!
Da tutta questa esperienza deve venir fuori con forza l’esigenza di rafforzare la sanità pubblica perché è l’unica che ci garantisce il diritto alla salute e la qualità delle cure. Per cui va chiesta a tutte le forze politiche l’impegno a invertire totalmente il percorso avviato nell’ultimo decennio nella sanità. Per dirla con uno slogan, dai LEAS, Livelli Essenziali di Assistenza Sanitaria, sarebbe opportuno organizzarsi in modo tale da garantire i LUAS, Livelli Uniformi di Assistenza!
Il coronavirus rappresenta il paradigma della fragilità strutturale del modello di sviluppo che governa il mondo. Oggi più che mai, anche ripensando alla teoria delle catastrofi, appare sempre più evidente che il volo di una farfalla all’equatore può sconvolgere l’ecosistema del polo nord. Infatti, un nemico invisibile e infinitesimale come un virus, scoppiato in Cina, ha sconvolto l’economia mondiale, a partire dalle borse di tutto il mondo che hanno perso fino a questo momento circa il 30% del proprio valore: un disastro mai visto, neanche in presenza delle due guerre mondiali del secolo scorso!
E si sta portando dietro anche alcuni effetti collaterali in maniera aggravata sotto il profilo della democrazia.
Il primo è il pericolo di un’ulteriore spallata al sistema sanitario pubblico su base regionale a vantaggio di una sua ricentralizzazione come evidenziato dall’intervento di Antonio Dessì sul blog www.democraziaoggi.it.
A fianco a questo aspetto, infatti, se in questi ultimi 20 anni siamo stati abituati alla decretazione d’urgenza al punto che anche nella nostra democrazia parlamentare l’esecutivo (il Governo) è prevalente rispetto al legislativo, nella vicenda del coronavirus, come giustamente ci ha ricordato sullo stesso blog Andrea Pubusa in un suo recente intervento, si pone senza dubbio anche un problema di ordinamento democratico. Le decisioni sulla sanità vengono prese “espropriando” il ruolo delle Regioni. C’è da dire che in alcuni casi, primo tra tutti nel caso della Regione Sardegna del presidente Solinas, ampiamente trattati da Vito Biolchini sul proprio blog, un comportamento del genere da parte del Governo non è da biasimare viste le decisioni contradditorie esclusivamente propagandistiche prese dal presidente Solinas che rasentano la farsa in una situazione drammatica. Fatto questo doveroso inciso, è auspicabile che i DPCM siano presto accompagnati non solo da una consultazione di alcune forze di opposizione, ma siano ratificati da un vero voto del parlamento. Solo così non si violano le prerogative dell’equilibrio dei poteri su cui si basa la nostra Costituzione, anche perché un precedente come questo per cui l’esecutivo, formalmente legittimato da una situazione di emergenza, agisce d’imperio nei confronti di tutti (non succede neanche nel caso di una dichiarazione di guerra!) potrebbe essere presto usato da chi appena qualche mese fa chiedeva “i pieni poteri” con tutte le conseguenze facilmente immaginabili e allora, se non ci si oppone oggi, ci sarà ben poco di cui lamentarsi domani!
C’è anche la strana coincidenza della contemporanea presenza della più grande esercitazione militare degli ultimi 25 anni denominata Defence Europe 2020. Difesa nei confronti di chi? Della Russia di Putin e della Via della Seta di Xi Jinping? Ancora una volta, l’Europa dov’è? Perché continua ad essere così supina nei confronti degli USA a oltre 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale quasi non potesse scegliere liberamente anche altre strategie di sviluppo e di cooperazione?
Al di là di considerazioni di geopolitica, nel caso in questione bisogna parlare a voce alta di oltre 20.000 soldati americani con le loro famiglie liberi di circolare in Europa con tutte le restrizioni previste per noi europei mentre loro non sono tenuti al rispetto di nessuna precauzione e comportamento rispettoso dei vari provvedimenti emanati da ciascuno Stato. I soldati americani sono speciali anche all’interno della NATO, nel senso che non rispondono alle regole comuni ma solo alle proprie regole. E’ la legge del più forte! Insomma, dal punto di vista della diffusione del virus è un disastro perché ci saranno comunque almeno 20.000 potenziali untori a stelle e strisce, senza che si sia formalmente levata neanche una parola di protesta da parte degli stessi organismi europei e tanto meno da parte dei singoli Stati.
Appunto, si tratta di effetti collaterali che rischiano di aggravare il già pesante quadro politico sociale in cui si sta diffondendo il coronavirus.
Ci possiamo consolare con l’OMS che, con il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus, così si è espressa su Twitter: “Il governo e i cittadini italiani stanno compiendo passi audaci e coraggiosi per rallentare la diffusione del coronavirus e proteggere il loro paese e il mondo. Stanno facendo autentici sacrifici. L’OMS è solidale con l’Italia ed è qui per continuare a sostenerla”.
Qualche altra considerazione riguarda più in profondità il nostro rapporto con la morte e con la sua anticamera rappresentata, per molti aspetti culturali, dalla peste e dalle pandemie.
Se guardiamo al mito, alla letteratura e alla storia, un tempo era un dio irato che scagliava il “feral morbo e la gente perìa”, poi in tutto il medioevo la peste era comunque dovuta ad una punizione divina (simile come si vede a quella del dio omerico) contro i peccati degli uomini, poi venne additata come causa la “bestia immonda”, topi, pipistrelli, scimmie, maiali, e oggi di nuovo i pipistrelli. La sequenza degli eventi riportati nella storia è nota: la peste di Giustiniano diffusa nell’impero bizantino intorno al 540 D.C.; la peste nera con circa 20 milioni di morti stimati in Europa tra il 1347 e il 1353 e prima almeno altri 5 milioni di morti in alcune zone della Cina, la peste del ‘600 ricordata da Manzoni nei Promessi sposi con il suo lazzaretto che ci riporta anche ai nostri giorni, il vaiolo, il colera, e ancora la peste suina africana, l’aviaria, l’HIV, la SARS.
Insomma pagano sempre gli animali.
Le tecniche moderne di confinamento che stiamo attuando in questi giorni affondano le radici nella cultura medievale e, in effetti, di fronte a un nemico invisibile e così subdolo non abbiamo altre armi che quella di comportamenti responsabili che, limitando al massimo i contatti umani, rendano estremamente difficile per il virus trovare altri spazi di diffusione
L’unica arma seria a disposizione è stare il più possibile a casa, evitare ogni possibile contatto con l’autoisolamento ed evitare il collasso del sistema sanitario, anche perché non ci sono unità di terapia intensiva sufficienti per una diffusione drammatica come questa a cui assistiamo quotidianamente.
Vanno allora rifiutati e condannati in quanto pericolosi per la salute pubblica tutti i comportamenti basati su superficialità e minimizzazione che tendono a considerare il coronavirus come una normale influenza, perché della normale influenza non ha nulla: né del tasso di mortalità né della velocità di diffusione.
E allora bisogna prendere questo virus come un fatto molto serio da cui, se ci saranno comportamenti responsabili, ne verremo fuori più forti e più consapevoli della nostra fragilità come di quella del mondo che abbiamo costruito.
Ma bisogna essere coscienti che il fenomeno durerà ancora a lungo e con questo continueremo a convivere e deve essere una convivenza attenta anche a tutto ciò che gira intorno al coronavirus, avendo la forza di denunciare ogni fatto ed effetto collaterale che alteri le regole della democrazia e della rappresentanza.

*Presidente della Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco.

Punta de billete – Per il Diritto alla Salute

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- La pagina fb dell’evento.

Oggi sabato 19 novembre 2016

Logo_Aladin_Pensieroaladin-lampada-di-aladinews312sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413
No comitato sardoNO sardo
—————————————————————————————————————– No Smuraglia 20 nov16 Il presidente nazionale dell’ANPI Carlo Smuraglia a CagliariLa pagina fb dell’evento.———————————————————–
vitobiolchini blog occhialini1Il referendum lo certifica: l’esperimento politico della giunta sarda di centrosinistra e sovranista è fallito.
di Vito Biolchini su vitobiolchini.it.
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democraziaoggiNella Costituzione la salute è un diritto fondamentale
di Antonello Murgia su Democraziaoggi.
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La controriforma di Renzi, Boschi Verdini
di PAOLO FLORES D’ARCAIS, su eddiburg del 19 Novembre 2016.

Truffe. Olio d’oliva (?) a 3€. Non compratelo!

sedia di Vannitolaolio?Olio d’oliva, uno dei tanti problemi che dei politici appena capaci potrebbero risolvere facilmente. Occorre mettere in etichetta la reale tracciabilità del prodotto eliminando giochini e furberie che ingannano il consumatore (tipo olio italiano con olive… di provenienza comunitaria). A quel punto, con una etichetta veramente valida e veritiera, che arrivi pure l’olio dagli altri paesi, l’importante che non ce lo vendano come olio extravergine italiano. Naturalmente il consumatore deve a sua volta fare un piccolo sforzo per comprendere che la qualità e la genuinità hanno necessariamente un costo più elevato. Non si può pretendere che un olio d’oliva di buona qualità abbia un prezzo da outlet. (V.T.)
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“Non Comprate L’Olio d’Oliva a 3€!” Non è Olio. Ecco Il Video Shock che sta facendo indignare l’Italia.

Disability Management: buone pratiche e prospettive future in Italia

Logo-Pianeta-Persona-300x173Logo-IBM-300x134SAVE THE DATE.
Venerdì 25 novembre 2016, 09:00 – 13:30
Aula Rogers, Scuola di Architettura – Politecnico di Milano
Via Ampère, 2 – Milano
IBM Italia e l’Associazione Pianeta Persona organizzano, con il patrocinio della Regione Lombardia, del Comune di Milano, del Politecnico di Milano, del CALD (Coordinamento degli Atenei Lombardi per la Disabilità) e dell’Adapt (Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del Lavoro e le Relazioni Industriali), il Primo Convegno Nazionale sul Disability Management in Italia, che si terrà a Milano il prossimo 25 novembre.
L’eventoDisability Management: buone pratiche e prospettive future in Italia si propone come momento informativo e formativo, di confronto, di riflessione e di discussione sul Disability Management, un temaancora poco conosciuto in Italia, a differenza di altri Paesi (come USA e Canada), dove si è diffuso a partire già dalla fine del secolo scorso. - segue -

Regionando

pietre tankaASL unica megastruttura pesante e disfunzionale

democraziaoggi loghettodi Tonino Dessì, su Democraziaoggi.

Non so più quali canali e quali criteri segua la Giunta per certe nomine. Potrebbe essere intanto che proprio cercando fuori Sardegna si peschino figure residuali, perché i migliori preferiscono altri ingaggi.
In genere peraltro è poco usuale che altre Regioni incarichino persone di provenienza estranea al proprio territorio di riferimento e alle risorse umane di cui quel territorio dispone.
Il fatto che per la sanità in Sardegna si reclutino all’esterno prima un assessore regionale, poi alcuni manager (la prima, la prof. Dirindin, parliamoci chiaro, non ha fatto una buona riuscita; su un precedente direttore generale, Gumirato, all’atto della nomina, era dubbio persino il possesso dei requisiti) è motivato dalla vulgata secondo cui le nomine esterne sarebbero indispensabili per spezzare un permanente consociativismo politico-affaristico.
Devo dire che questa è una scorciatoia poco convincente. È incredibile che in Sardegna non si sia riusciti prima a comporre una griglia di requisiti e di titoli a prova di disonesti e di incapaci e all’interno della graduatoria non si trovino uno o più sardi in grazia di Dio su cui prendersi la responsabilità di scommettere.
Il dott. Zavattaro ha una carriera piena di ombre politiche e giudiziarie, poi. E già questo non è un buon viatico. La linea che esprime nell’intervista che qui riporto non è nemmeno coerente con la scelta legislativa della Regione sull’ASL unica ( https://www.youtube.com/watch?v=hOcqX1BreV8 ). Su questo tuttavia devo dire che sono più d’accordo con lui. Studi e raffronti alla mano, ritengo che accorpare in una pesante megastruttura accentrata più strutture gestionali, in un comparto pubblico, porti alla somma delle disfunzionalità e persino all’aumento dei costi senza aggiungere nulla in efficienza (non parliamo poi degli aspetti della partecipazione e del controllo democratici).
Infine, creare una struttura cui affidare praticamente la gestione di quasi il 50% cento del bilancio regionale significa creare imprudentemente un centro di potere anomalo. Mi chiedo cosa resterà da fare all’Assessorato: e infatti considero la scelta una vera e propria abdicazione politica e funzionale a quei poteri la cui ingerenza si sostiene di voler contrastare.

Sleghiamoli subito! I luoghi della privazione della libertà tra dignità e negazione dei diritti umani

Serdiana 12 mar16 SleghiamoliSabato 12 marzo, ore 17:00
- La pagina fb dell’evento – segue programma -

Sla, cure personalizzate a casa grazie al “modello Sardegna”: ci sono voluti 30 anni per metterlo in piedi, teniamocelo caro

AIMOS logoASSISTENZA. Paolo Castaldi, Presidente AIMOS
Sla, cure personalizzate a casa grazie al “modello Sardegna”

PAOLO CASTALDI FT  ASERVICENon riuscire più a muoversi, a parlare, a deglutire. Il corpo si consuma, quasi fino a fermarsi, ma la mente è sempre in grado di pensare. Chi soffre di sclerosi laterale amiotrofica (Sla), nella fase avanzata della malattia, è costretto a letto o su una carrozzina, attaccato a un tubo per respirare e a un altro per nutrirsi. Essere malati di Sla significa anche essere costretti a vivere in un’asettica stanza di Rianimazione dove ogni giorno di ricovero costa circa 2.500 euro e dove ricevono esclusivamente l’assistenza sanitaria. Esattamente quel che accade nella maggior parte delle regioni italiane. Eppure è possibile garantire a ciascun malato una qualità della vita più dignitosa nella propria casa. Per fare questo occorre un impegno particolare: un’assistenza integrata che coinvolge medici qualificati, infermieri e assistenti 24 ore su 24.
La Sardegna l’ha capito già 30 anni fa e, affinando il sistema con l’esperienza e con un impianto legislativo di primo piano, oggi ha costruito un sistema di assistenza domiciliare integrata per i malati più gravi che rappresenta il fiore all’occhiello della sanità in Italia. Al punto che tutte le altre regioni chiedono da anni di riproporre il “modello Sardegna” su scala nazionale. - segue -

Oggi

lo 16novembre onlusSla, Usala conferma presidio a Cagliari e sciopero della fame e della sete
(Fonte: SardiniaPost) Salvatore Usala, il battagliero malato di Sla segretario del Comitato 16 Novembre Onlus, conferma il presidio odierno davanti all’assessorato regionale della Sanità con lo sciopero della fame e della sete per sollecitare un incontro con la Giunta su alcune tematiche riguardanti l’assistenza alle persone con disabilità grave.