Cagliari

Contus stampaxinus: don Arthemalle a Roma

di Aladin.
img_6955Don Arthemalle era un prete povero. Viveva della piccola elargizione che mensilmente gli assicurava il Parroco (presidente dei parroci della Collegiata di Sant’Anna) il cui importo aumentava in relazione alla numerosità dei funerali e delle messe in suffragio da lui celebrati, ma sempre di miserie si trattava. Comunque tanto gli bastava per condurre una vita dignitosa e di cui ogni giorno ringraziava il Signore. Certamente non poteva permettersi alcun extra, con l’eccezione del tabacco da fiuto, che assumeva in dosi quotidiane, con assidua frequenza, seppur in misura assolutamente controllata. Ad ogni “fiutata” corrispondeva uno o più sonori starnuti, che mascherava malamente coprendosi il naso con uno dei suoi variopinti grandi fazzoletti. Ne ricordo uno rosso a pois bianche. Non di rado si divertiva a ficcare un pizzico del suo tabacco nel naso di qualche chierichetto, così… “alla fidata” e mentre il malcapitato starnutiva lui se la rideva sonoramente, come si diceva “a scraccallius”. Ma torniamo alla povertà di don Arthemalle. [segue]

Ospedale “San Giovanni di Dio” di Cagliari: quale destinazione?

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lampadadialadmicromicro132Nel recente incontro promosso dal Comitato per la salvaguardia del San Giovanni di Dio il prof. Andrea Loviselli, docente della Facoltà di Medicina dell’Università di Cagliari, ha prospettato per la Struttura un utilizzo ottimale come “Casa della Salute”, coerente evoluzione della situazione esistente, rispondente alle esigenze della popolazione del centro storico e non solo. Abbiamo allora richiesto al dott. Antonello Murgia, medico ed esperto di politiche sanitarie, un parere sulla proposta avanzata dal prof. Loviselli sulla base di una illustrazione degli interventi sanitari sul territorio previsti dalla vigente normativa e dal Piano sanitario regionale. Il dott. Murgia ci ha prontamente inviato il seguente articolo che in estrema sintesi, ma con esemplare chiarezza, ci informa sull’argomento e, di più, aderendo alla proposta del prof. Loviselli, propone un “percorso” attuativo della trasformazione del San Giovanni di Dio in Casa della Salute o, auspicabilmente più avanti, in Ospedale di Comunità. Torneremo presto sull’intera questione, anche per gli aspetti di altra natura, strettamente connessi: piano complessivo di risanamento/ristrutturazione del Complesso San Giovanni di Dio, idee su un utilizzo differenziato, ma compatibile con la realizzazione della Casa della Salute, finanziamento del tutto (fondi europei, fondi delle fondazioni ex bancarie, fondi regionali, fondi di partecipazione dei privati, etc.), costituzione di un’apposita “fondazione di partecipazione” per la gestione (in analogia a quanto realizzato a Firenze). Dunque, a presto (f.m.).
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Ospedale “S. Giovanni di Dio” di Cagliari: quale destinazione?
di Antonello Murgia
E’ da qualche decennio che si teorizza la necessità di superare l’ospedalocentrismo e di avvicinare la sanità ai cittadini, spostando il fulcro dell’intervento sanitario sul territorio. Per fare questo occorre organizzare sul territorio stesso quelle strutture che forniscano ai cittadini l’assistenza che non necessita di ricovero ospedaliero e che sarebbe complicato o comunque svantaggioso erogare a domicilio. Questo filtro si compone di più voci le più importanti delle quali sono la Casa della salute, l’ospedale di comunità, il poliambulatorio, l’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata).
La Casa della Salute (CdS) è l’elemento più interessante di una sanità basata sulla centralità del territorio, sia perché ha l’ambizione di riunire nello stesso luogo le attività sociali e sanitarie e, fra queste, le cure primarie, la prevenzione, la riabilitazione, sia perché può includere una parte degli altri servizi che fanno da filtro fra territorio e ospedale. Ne sono state individuate 3 tipologie: la piccola, la media e la grande.
La CdS piccola comprende l’ambulatorio infermieristico e quello di medicina generale, la continuità assistenziale di 12 ore, l’ambulatorio specialistico, l’assistenza sociale, l’accoglienza/punto informativo e il CUP (Centro Unico di Prenotazione).
Nella CdS media, in più, sono contemplati gli ambulatori della medicina di gruppo, l’ambulatorio pediatrico, quello ostetrico, il servizio di guardia medica, il punto prelievi, attività specialistiche ambulatoriali, servizio di ecografia, il coordinamento dell’ADI, le vaccinazioni e le certificazioni ai fini della prevenzione.
La CdS grande prevede, oltre a quanto previsto in quella media, la radiologia non contrastografica, la riabilitazione funzionale, il consultorio familiare/pediatrico di comunità, il CSM (Centro di Salute Mentale), il Servizio di Neuropsichiatria infantile e dell’età evolutiva, il SerT (Servizio per le Tossicodipendenze). Vi vengono inoltre programmati interventi di screening della popolazione: pap-test, mammografie, diagnosi precoce delle neoplasie del colon-retto, etc. Devono inoltre esservi previste delle sale riunioni, sia per gli operatori che per incontri con la popolazione.
L’Ospedale di Comunità (O.d.C.) costituisce anch’esso un’innovazione molto interessante, sia per gli operatori che per i cittadini. La sua funzione è quella di assistere i pazienti che presentano problemi che non hanno bisogno di ricovero ospedaliero, ma che non possono essere assistiti adeguatamente a domicilio per inadeguatezza del domicilio stesso o per la necessità di controllo infermieristico continuativo. Ricovera pazienti che presentano malattie soprattutto croniche, ma anche acute, provenienti sia dall’ospedale che da casa, che necessitano di interventi a bassa intensità clinica. Per risultare economicamente vantaggioso anche nel breve periodo, l’OdC non deve essere realizzato ex novo, ma deve derivare dalla riconversione di posti letto e di strutture già esistenti e non più necessari. La direzione, e questo è uno degli elementi più innovativi, è del medico di medicina generale (pediatra di libera scelta nel caso di O.d.C. pediatrico), venendo così incontro alla preoccupazione di impiegatizzazione/burocratizzazione lamentata da tale categoria, mentre la gestione è dell’infermiere professionale. Il Direttore del Distretto ha invece la responsabilità igienico-organizzativa e gestionale complessiva. Il funzionamento prevede di giorno l’attivazione del responsabile clinico, mentre di notte e nei festivi le necessità di intervento medico verranno coperte dal servizio di continuità assistenziale. Alle emergenze provvede il Sistema di Emergenza-Urgenza territoriale. Il modulo tipo dell’OdC è costituito da un reparto di 15-20 letti. E’ importante sottolineare che l’OdC non rappresenta una alternativa a forme di residenzialità già esistenti (RSA), che hanno il compito di assistere un’altra tipologia di destinatario e con altro tipo di risorse.
E’ un’attività che necessita di una preparazione accurata e, ritengo, di una cultura adeguata, non essendo la centralità del territorio ancora entrata a sufficienza nella mentalità della nostra dirigenza sanitaria regionale, sia come amministratori che come operatori, ma è molto interessante perché può consentire di fornire assistenza a persone fragili e/o con domicilio inadeguato, minimizzando il rischio di istituzionalizzazione e di allontanamento dei soggetti dal loro ambiente e riducendo contemporaneamente i costi economici a carico del Servizio Sanitario ed i costi sociali, che per lo più sono a carico delle famiglie.
I primi esperimenti di OdC risalgono ormai a 20 anni fa in Emilia Romagna per cui ci sono esperienze consolidate cui fare riferimento per implementare al meglio questo tipo di attività anche in Sardegna e in particolare a Cagliari ove non manca la disponibilità degli spazi necessari.
Dati i requisiti richiesti, l’Ospedale S. Giovanni di Dio si presterebbe ottimamente a questo scopo e non necessiterebbe di adattamenti costosi; l’apertura di tale attività si tradurrebbe, in poco tempo, in una sanità più vicina ai cittadini e con costi più contenuti rispetto al modello ospedalocentrico. E’ altrettanto evidente che la cosa non possa essere impiantata dall’oggi al domani e che necessiti di una preparazione accurata, ma va tenuta presente la sua sinergia con la Casa della salute: in entrambi i casi, infatti, risultano centrali il ruolo del medico di medicina generale e di diverse altre figure come l’infermiere professionale (che nell’OdC ricoprirebbe un ruolo di responsabilità in prima persona della gestione di una struttura di ricovero e cura cui è evidente che aspiri e che trovo giusto ricopra in un sistema sanitario moderno), il terapista della riabilitazione, l’assistente sociale, etc. Questo modello di intervento è importante anche per impedire/ritardare quelle disabilità che portano alla non autosufficienza, responsabile di una quota rilevante della crescente spesa sanitaria degli ultrasessantacinquenni. Ritengo che un progetto realistico potrebbe prevedere l’apertura a scadenza abbastanza breve di una Casa della Salute media, con la prospettiva di farla diventare di più grande dimensione man mano che l’attività si consolida, favorendo il lavoro d’equipe e multidisciplinare dei medici e aggiungendo gradatamente i vari servizi che contraddistinguono la CdS grande (radiologia, ADI, SerT, servizi di screening per le malattie a maggiore incidenza, eventualmente il CSM attualmente sistemato in strutture a sé stanti, etc.). Anche il poliambulatorio di v.le Trieste sul quale circolano voci di chiusura, potrebbe, con le relative professionalità, trasferirsi nella CdS al S. Giovanni di Dio. Insomma, il vecchio e glorioso ospedale cittadino potrebbe essere convertito in una struttura moderna che offra prestazioni che avvicinano la sanità ai cittadini, per giunta ad un costo più basso rispetto al modello che stiamo con qualche fatica cercando di superare.
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La città ai cittadini. No allo smantellamento dell’Ospedale civile San Giovanni di Dio

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di Franco Meloni
Oggi, venerdì 1° giugno, alle ore 20 nel salone parrocchiale di Sant’Anna, in via Fara 19, si terrà un incontro pubblico promosso dal “Comitato contro la chiusura del San Giovanni di Dio”, per mantenere nella struttura un presidio sanitario al servizio della popolazione del centro storico di Cagliari.
I cittadini di Stampace e degli altri quartieri storici vogliono precise e formali assicurazioni positive rispetto a quanto richiesto nell’apposita petizione scritta, che porta in calce oltre 1500 firme e che di recente è stata consegnata al Sindaco Massimo Zedda. Nonostante le dichiarazioni dei rappresentanti della proprietà dell’edificio (Regione e Università) riportate dai media fin dal 2015 e confermate ripetutamente anche in tempi recenti, si ha il sospetto che si aspetti il decorso del tempo fino a considerare ineludibile la chiusura totale del Nosocomio, così come accaduto per altre importanti strutture storiche della città. Ci riferiamo al Carcere di Buoncammino, all’ex Ospedale militare, all’ex Clinica Macciotta, a una serie di edifici militari dismessi, e non solo. Il Sindaco dopo essersi dichiarato completamente d’accordo con i cittadini firmatari, organizzati nell’apposito Comitato, non è riuscito allo stato a convocare le parti in causa per provocare le auspicate risposte nell’interesse degli abitanti del centro storico e oltre. Preoccupa il fatto che le Amministrazioni pubbliche non riescano a costruire convincenti alternative alla chiusura degli edifici, così dimostrandosi estranee alle esigenze dei cittadini, specie dei più poveri tra loro, incapaci di affrontare le situazioni con la strumentazione giuridica tradizionale e soprattutto innovativa. Precisamente ci riferiamo a quelle situazioni che vedono molte Amministrazioni civiche praticare virtuosi percorsi di riuso degli edifici storici (e spazi urbani), qualche volte con la conferma degli usi tradizionali, altre volte con l’individuazione di soluzioni diverse, anche appunto fortemente innovative, come quelle sperimentate in molte città italiane e non solo (al riguardo vedasi un’interessante articolo pubblicato in questa stessa news). In ogni caso deve evitarsi la sottrazione di queste questioni al dibattito a cui i cittadini hanno diritto di partecipare, per orientare le scelte finali delle Amministrazioni pubbliche competenti. Riportiamo più avanti una riflessione del nostro amico e concittadino Umberto Allegretti, professore dell’Università di Firenze. Proprio di Firenze, città dove abita da molti anni, riporta un’esperienza di ricupero esemplare all’originario uso ospedaliero (e non solo) di un’antica struttura (l’Ospedale Santa Maria Nuova), che conferma e rafforza i contenuti della nostra “vertenza” per la salvezza dell’Ospedale San Giovanni di Dio. Umberto Allegretti sarà a Cagliari mercoledì 6 giugno alla Mem di via Mameli per la donazione di una mole di documenti (archivio Allegretti-Crespellani) all’Archivio civico di Cagliari, ospitato dalla stessa Mem. Si tratta di documenti riguardanti in prevalenza le esperienze dei cattolici democratici di Cagliari, animatori del Gruppo Nuova Comunità, fatte negli anni 60 e delle lotte popolari del quartiere di Sant’Elia (fine anni 60 e primi anni 70) e del centro storico della città.
ccdq-caProprio le esperienze di lotte urbane di quegli anni e dei successivi, caratterizzate da autentica partecipazione popolare, organizzate in prevalenza dai comitati e circoli di quartiere, richiamano lo spirito civico e l’impegno sociale che animano oggi – come ieri – la lotta dei cittadini di Cagliari per il diritto al loro Ospedale, autentico bene comune, da preservare da degrado e inutilità.
Nell’esprimere tutta la nostra solidarietà ai cittadini impegnati nella “vertenza”, dando loro, da parte nostra, tutto l’appoggio possibile, richiediamo con forza che le Autorità e i politici, che speriamo siano presenti all’iniziativa, si impegnino concretamente e senza perdere tempo per la salvaguardia e il riuso dell’Ospedale San Giovanni di Dio, in coerenza con le richieste dei cittadini medesimi e degli esiti del dibattito democratico e partecipato che in merito deve sostenere ogni decisione delle Amministrazioni competenti.
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Umberto AllegrettiLa lettera di Umberto Allegretti

Ai miei concittadini del Comune e della città metropolitana di Cagliari.

Scrivendo poco tempo fa al Sindaco Zedda e al presidente del Consiglio Comunale Portoghese, ho ritenuto e tuttora ritengo di segnalare l’opportunità che nel centro città resti collocato un centro ospedaliero, facilmente raggiungibile da tutti gli abitanti, quelli che vi risiedono, quelli privi di auto personale che non possono agevolmente raggiungere gli attuali ospedali posti ai margini del complesso urbano e coloro che da turisti o comunque di passaggio nella città hanno del ricorso a un tale centro quella che talora può essere una necessità urgente.

Può essere d’esempio il caso di Firenze, dove l’antico ospedale di S. Maria Nuova, risalente al Seicento, è stato mantenuto aperto e ora interamente rinnovato, nonostante la presenza di importanti presidi ospedalieri ai margini della città, con grande soddisfazione dei cittadini.

Perché non potrebbe l’ospedale centrale di Cagliari essere riorganizzato? Oltretutto, come ben noto, esso è una delle migliori architetture della città ottocentesca!

Ciò non solo sarebbe positivo in sé ma nulla toglierebbe all’accesso rapido ai presidi ospedalieri posti ai margini o fuori del centro cittadino da parte dei cittadini che risiedono o operano nel resto della città metropolitana.

Sebbene possa essere osservato che il Sindaco del comune cagliaritano e vertice massimo della città metropolitana non ha responsabilità immediate in decisioni di questo tipo, certo il suo parere e la sua influenza restano e devono restare massime ed ascoltate dalle altre autorità competenti.

Egualmente, i cittadini vanno ascoltati se, come oggi le forme moderne di democrazia partecipativa richiedono, si esprimono in questa direzione.

Auguro pertanto a quella che nonostante la lunga residenza in continente resta la mia città, dove del resto spesso mi reco, che col contributo di tutti venga presa la decisione nel senso auspicato.

prof. avv. Umberto Allegretti
smarianuova-fiOspedale Santa Maria Nuova, Firenze.
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DOCUMENTAZIONE
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[youtg.net del 21 marzo 2018] Millecinquecento firme per salvare il San Giovanni di Dio, Zedda chiama la Regione
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CAGLIARI. No allo smantellamento del San Giovanni di Dio, ospedale nel cuore di Cagliari: il centro storico non può rimanere senza un servizio assistenziale garantito da 150 anni. Questa la richiesta di 1500 firmatari di una petizione che si sono rivolti al sindaco Massimo Zedda: il primo cittadino ha fatto sua la richiesta e ha assicurato che si farà carico di “chiedere alla Regione e all’Università di partecipare a un incontro pubblico per discutere del futuro dell’edificio, degli altri spazi presenti in zona e inutilizzati da tempo e dei contenuti della petizione. Argomenti che”, ha ribadito il sindaco Massimo Zedda, “interessano tutta la città, i suoi abitanti e i suoi visitatori”. Una delegazione dei firmatari del documento ha incontrato Zedda. I cittadini chiedono “il mantenimento in funzione della struttura in modo da garantire il «potenziamento dei servizi territoriali per costruire un nuovo modello di sanità più vicina alle persone. Lanciano anche un appello per “mantenere i due reparti di Dermatologia e Oculistica rimasti nel nosocomio», dopo la dismissione degli altri reparti, «di spostare al San Giovanni di Dio il servizio ambulatoriale ATS di viale Trieste, in procinto di essere trasferito in quanto inserito in struttura non a norma, e di attivare un servizio di almeno h12 di guardia medica per il primo soccorso».
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[Unica 30 aprile 2015] SAN GIOVANNI DI DIO: NON SOLO UN MONUMENTO
Non solo un monumento: dal 30 aprile al 10 maggio visite guidate all’ospedale ai sotterranei, dibattiti, concerti e mostre per i 171 anni dell’Ospedale Civile di Cagliari.
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CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA

XV Legislatura

Mozione n. 406

AGUS – PERRA – BUSIA – ZANCHETTA – COMANDINI – COZZOLINO – COLLU – ZEDDA Paolo – USULA sul mantenimento di un presidio sanitario presso i locali dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari.

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IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che:
- 1′Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari è ubicato nel centro storico di Cagliari e rappresenta uno dei presidi ospedalieri dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Cagliari;
- la riforma della rete ospedaliera approvata dal Consiglio regionale il 25 ottobre 2017 ha definito la riorganizzazione delle rete ospedaliera della Regione con lo scopo di garantire la migliore assistenza sanitaria possibile alla popolazione;
- tale riforma ha previsto per l’Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari una funzione non assegnata e da ridefinire;

RILEVATO che
- i residenti del quartiere hanno espresso forte preoccupazione di fronte all’ipotesi del completo smantellamento di tutti i servizi sanitari operanti nell’ospedale e, recentemente, con un documento sottoscritto da 1.500 abitanti, si sono appellati al sindaco della città di Cagliari per chiedere un suo intervento presso la Regione al fine di promuovere presso gli enti competenti l’avvio di incontri e dibattiti che coinvolgano la popolazione residente sul futuro della struttura del San Giovanni di Dio e degli ulteriori spazi presenti in zona e inutilizzati da tempo;
- nella petizione i cittadini hanno proposto di mantenere attivi presso l’ospedale i due reparti di dermatologia e oculistica rimasti nel nosocomio, di trasferire presso i locali del San Giovanni di Dio il servizio ambulatoriale ATS di viale Trieste (in procinto di essere trasferito in quanto operante in struttura non a norma) e di attivare un servizio di almeno h 12 di guardia medica per il primo soccorso;

CONSIDERATO che:
- l’Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari rappresenta l’unico presidio sanitario del centro di Cagliari;
- il centro storico di Cagliari è caratterizzato da un notevole afflusso quotidiano di persone che si recano nella zona per usufruire dei numerosi servizi e attività commerciali insediate;
- con il forte aumento dei flussi turistici rilevato negli ultimi anni in città, il centro storico attraversa lunghi periodi dell’anno in cui è frequentato quotidianamente da migliaia di turisti;
- gli interventi di riqualificazione urbana messi in atto dall’amministrazione comunale di Cagliari sono orientati verso una progressiva pedonalizzazione dell’area ed un miglioramento generale del decoro urbano di tutta la zona, si rende necessario concordare obiettivi comuni tra l’amministrazione comunale, la Regione e l’Università di Cagliari, per sviluppare una visione generale di tutta l’area che preveda anche la definizione della destinazione d’uso di spazi e immobili attualmente inutilizzati, o con funzioni da ridefinire, come nel caso dell’Ospedale di San Giovanni di Dio;
- per scongiurare il ripetersi, questa volta nel centro della città, di un nuovo caso “ex Ospedale marino di Cagliari”, è necessario stabilire quanto prima il futuro dell’Ospedale di San Giovanni di Dio evitando che la struttura (risalente a metà del XIX secolo) possa nel tempo decadere e divenire un rudere su cui, in futuro, dover dibattere solo per deciderne la demolizione,

impegna il Presidente della Regione

1) attivare un confronto con i residenti del centro storico di Cagliari, con l’amministrazione comunale e con l’Università di Cagliari, per consentire di pianificare collegialmente il futuro dell’Ospedale San Giovanni di Dio e degli ulteriori spazi inutilizzati presenti in zona di proprietà regionale e dell’Università;
2) valutare la fattibilità delle proposte elaborate dagli abitanti del centro storico di Cagliari sull’ipotesi di utilizzo futuro dell’Ospedale San Giovanni di Dio.

Cagliari, 26 marzo 2018

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La mozione è stata approvata dal Consiglio regionale l’8 maggio 2018.

La Scuola Popolare e i Comitati di quartiere degli anni 70 nella Storia

img_5662lampadadialadmicromicro132Ieri 19 aprile si è brillantemente laureato (laurea magistrale), con 110 e lode, in Storia e Società, Gavino Santucciu, discutendo con il prof. Luciano Marrocu (controrelatrice Valeria Deplano) una tesi di laurea sul movimento dei quartieri a Cagliari negli anni 70. Congratulazioni al dott. Santucciu che proseguirà gli studi di storia con particolari approfondimenti sul filone di ricerca della stessa tesi. Come Aladinews abbiamo partecipato alla costruzione dei materiali della tesi e ovviamente siamo interessati agli ulteriori approfondimenti.

Ecco Cagliari

Cagliari continua a invecchiare, in città sempre più single
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Cagliari
fra-ulivecchio[Da L’Unione Sarda online] Cagliari, città che invecchia e che ospita sempre più single.
Questa la panoramica che emerge dall’“Atlante demografico 2017″, pubblicazione del Servizio Innovazione Tecnologica e Sistemi Informatici del Comune, che prende in esame i dati relativi ai residenti nei 31 quartieri del capoluogo sardo.

Cagliari antifascista

Torri municipio CagliariCagliari antifascista: approvata mozione in Consiglio comunale
14 Febbraio 2018
Su Democraziaoggi.
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Ieri al mercato di San’Elia. Comprando e pensando.

img_4715di Tonino Dessì, su fb.
Ieri, quando mi sono recato al Mercato civico di Sant’Elia, sono stato preso da una sorta di malinconia apprensiva.
Ci vado spesso per affezione, come pure mia moglie, per comprare soprattutto pesce, frutta e verdura.
Abbiamo vissuto bene per quindici anni, io e lei, nella nostra prima casa di proprietà realizzata dalle cooperative edilizie del PdZ “San Bartolomeo-Sant’Elia” nei primi anni ‘90 (che strano pensare: del secolo scorso!).
Io poi sono cresciuto in un quartiere popolare di Nuoro e da studente universitario ho abitato prevalentemente, a Cagliari, in appartamenti della zona di Is Mirrionis e di San Michele, perciò un tratto psicologico e culturale urbano, ma popolare, fa parte del mio imprinting umano individuale, consapevolmente introiettato.
La ragione dell’apprensiva malinconia che ho provato deriva dal fatto che via via i box del Mercato civico vanno chiudendo e che la struttura, pur moderna, funzionale, ben collocata sotto il profilo urbanistico, versa in palese agonia.
I loro titolari hanno costantemente lamentato una storica ingenerosità degli abitanti dei quartieri circostanti, Sant’Elia vecchio e nuovo, San Bartolomeo vecchio e nuovo, La Palma-Quartiere del Sole, i quali hanno sempre prevalentemente preferito fare, anche molto fuori zona, non solo le provviste generali nei discount e nei centri commerciali, ma anche la spesa corrente e spicciola, compresi appunto gli alimentari come carne, pesce, frutta, verdura, pane, salumi, formaggi, nei supermarket.
Un più sentito radicamento viceversa sta consentendo di mantenere in attività, nonostante le difficoltà, il Mercato civico rionale di Via Quirra, nella parte nordoccidentale, anch’essa popolare, della città.
Non mancano di ricordare, gli esercenti superstiti, che non sono state soddisfatte le aspettative di collocamento e di mantenimento nel grande stabile di servizi quali uno sportello bancario, un ufficio postale, magari una farmacia, gli uffici circoscrizionali amministrativi, che ne avrebbero rafforzato la funzione di infrastruttura civile urbana di zona. (Segue)

Anni Settanta – Documentazione movimento di lotta dei quartieri

Sant’Elia guida la lotta dei quartieri. Assemblea Cine Adriano 4 marzo 1973 – Manifestazione Popolare 6 aprile 1973. Numero unico del Partito di Unità Proletaria.
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Documentazione.

cagliari-comune-mappa-veraOnline sul sito del Comune di Cagliari l’Atlante demografico aggiornato al 31 dicembre 2016
Il dataset contiene i dati rappresentati nell’Atlante demografico del Comune di Cagliari aggiornato al 31 dicembre 2016. Nel volume, giunto alla sua settima edizione, sono riportate ampie raccolte di dati, con relative elaborazioni statistiche, alcune delle quali sono il risultato di nuovi studi sulla struttura fisica, demografica, economica e sociale della città, con una sezione specifica dedicata alla popolazione straniera.
- Presentazione.
- L’Atlante 2016 (PDF).

Fiera della Sardegna

Forse si svegliano!
1_53_20171103114622(RAS) Fiera Internazionale della Sardegna, protocollo preliminare in vista dell’accordo di programma per la riqualificazione del compendio.
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Venerdì 3 novembre a Villa Devoto il presidente Francesco Pigliaru, il sindaco di Cagliari Massimo Zedda (in rappresentanza anche della Città metropolitana), il presidente dell’Autorità portuale Massimo Deiana e il presidente della Camera di commercio di Cagliari Maurizio De Pascale hanno sottoscritto il Protocollo d’intesa finalizzato alla stipula dell’Accordo di programma per la riqualificazione del compendio della Fiera Internazionale della Sardegna.
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lampada aladin micromicroAladinews in argomento.
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Quartiere di Sant’Elia: una storia da scrivere

Quanto effettivamente accadde il pomeriggio della visita papale a Sant’Elia (24 aprile 1970) è stato documentato dal periodico Gulp del giugno 1970. La versione dei fatti fornita dal periodico fu pienamente condivisa dai giudici del Tribunale di Cagliari nel processo che seguì poco tempo dopo (sentenza del 18 novembre 1970).
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La città come bene comune

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La città che sale, di Umberto Boccioni.

LA CITTÀ COME BENE COMUNE
Data di pubblicazione: 11.09.2008, associazione Ottavo al colle, Roma Municipio XI.
di Edoardo Salzano.
Relazione al seminario internazionale “Quale futuro scegliamo: la metropoli neoliberista o una città comune e solidale?”, European Social Forum, Malmö, 19 settembre 2008

LA CITTÀ COME BENE COMUNE

Tre parole

In Europa cresce il movimento che rivendica la città come bene comune. Che cosa significa questa espressione? Interroghiamoci sulle tre parole che la compongono

Città

Nell’esperienza europea la città non è semplicemente un aggregato di case. La città è un sistema nel quale le abitazioni, i luoghi destinati alla vita e alle attività comuni (le scuole e le chiese, le piazze e i parchi, gli ospedali e i mercati ecc.) e le altre sedi delle attività lavorative (le fabbriche, gli uffici) sono strettamente integrate tra loro e servite nel loro insieme da una rete di infrastrutture che mettono in comunicazione le diverse parti tra loro e le alimentano di acqua, energia, gas. La città à la casa di una comunità.

Essenziale perché un insediamento sia una città è che esso sia l’espressione fisica e l’organizzazione spaziale di una società, cioè di un insieme di famiglie legate tra loro da vincoli di comune identità, reciproca solidarietà, regole condivise.

Bene

La città è un bene, non è una merce. La distinzione tra questi due termini è essenziale per sopravvivere nella moderna società capitalistica. Bene e merce sono due modi diversi per vedere e vivere gli stessi oggetti.

Un bene è qualcosa che ha valore di per sé, per l’uso che ne fanno, o ne possono fare, le persone che lo utilizzano. Un bene è qualcosa che mi aiuta a soddisfare i bisogni elementari (nutrirmi, dissetarmi, coprirmi, curarmi), quelli della conoscenza (apprendere, informarmi e informare, comunicare), quelli dell’affetto e del piacere (l’amicizia, la solidarietà, l’amore, il godimento estetico). Un bene ha un identità: ogni bene è diverso da ogni altro bene. Un bene è qualcosa che io adopero senza cancellarlo o alienarlo, senza logorarlo né distruggerlo.

Una merce è qualcosa che ha valore solo in quando posso scambiarla con la moneta. Una merce è qualcosa che non ha valore in se, ma solo per ciò che può aggiungere alla mia ricchezza materiale, al mio potere sugli altri. Una merce è qualcosa che io posso distruggere per formarne un’altra che ha un valore economico maggiore: posso distruggere un bel paesaggio per scavare una miniera, posso degradare un uomo per farne uno schiavo. Ogni merce è uguale a ogni altra merce perché tutte le merci sono misurate dalla moneta con cui possono essere scambiate.

Comune

Comune non vuol dire pubblico, anche se spesso è utile che lo diventi. Comune vuol dire che appartiene a più persone unite da vincoli volontari di identità e solidarietà. Vuol dire che soddisfa un bisogno che i singoli non possono soddisfare senza unirsi agli altri e senza condividere un progetto e una gestione del bene comune.

Nell’esperienza europea ogni persona appartiene a più comunità. Alla comunità locale, che è quella dove è nato e cresciuto, dove abita e lavora, dove abitano i suoi parenti e le persone che vede ogni giorno, dove sono collocati i servizi che adopera ogni giorno. Appartiene alla comunità del villaggio, del paese, del quartiere. Ma ogni persona appartiene anche a comunità più vaste, che condividono la sua storia, la sua lingua, le sue abitudini e tradizioni, i suoi cibi e le sue bevande. Io sono Veneziano, ma sono anche italiano, e sono anche europeo, e anche membro dell’umanità: a ciascuna di queste comunità mi legano la mia vita e la mia storia.

Appartenere a una comunità (essere veneziano, italiano, europeo) mi rende responsabile di quello che in quella comunità avviene. Lotterò con tutte le mie forze è perchè in nessuna delle comunità cui appartengo prevalgano la sopraffazione, la disuguaglianza, l’ingiustizia, il razzismo, e perché in tutte prevalga il benessere materiale e morale, la solidarietà, la gioia di tutti. Appartenere a una comunità (essere veneziano, italiano, europeo) mi rende consapevole della mia identità, dell’essere la mia identità diversa da quella degli altri, e mi fa sentire la mia identità come una ricchezza di tutti. Quindi mi fa sentire come una mia ricchezza l’identità degli altri paesi, delle altre città, delle altre nazioni. Sento le nostre diversità come una ricchezza di tutti.

LA DIMENSIONE PUBBLICA NELLA CITTÀ EUROPEA

Nella storia

Nella città della tradizione europea sono sempre stati importanti gli spazi pubblici, i luoghi nei quali stare insieme, commerciare, celebrare insieme i riti religiosi, svolgere attività comuni e utilizzare servizi comuni. Dalla città greca alla città romana fino alla città del medioevo e del rinascimento, decisivo è stato il ruolo delle piazze: le piazze come il luogo dell’incontro tra le persone, ma anche come lo spazio sul quale affacciavano gli edifici principali, gli edifici destinati allo svolgimento delle funzioni comuni: il mercato e il tribunale, la chiesa e il palazzo del governo cittadino.

Le piazze erano i fuochi dell’ordinamento della città. Lì i membri delle singole famiglie diventavano cittadini, membri di una comunità. Lì celebravano i loro riti religiosi, si incontravano e scambiavano informazioni e sentimenti, cercavano e offrivano lavoro, accorrevano quando c’era un evento importante per la città: un giudizio, un allarme, una festa.

Dove la città era grande e importante, invece di un’unica piazza c’era un sistema di piazze: più piazze vicine, collegate dal disegno urbano, ciascuna dedicata a una specifica funzione: la piazza del Mercato, la piazza dei Signori, la piazza del Duomo. Dove la città era organizzata in quartieri (ciascuno espressione spaziale di una comunità più piccola dell’intera città), ogni quartiere aveva la sua piazza, ma erano tutti satelliti della piazza più grande, della piazza (o del sistema di piazze) cittadine.

Le piazze, gli edifici pubblici che su di esse si affacciavano e le strade che le connettevano costituivano l’ossatura della città. Le abitazioni e le botteghe ne costituivano il tessuto. Una città senza le sue piazze e i suoi palazzi destinati ai consumi e ai servizi comuni era inconcepibile, come un corpo umano senza scheletro.

Gli spazi comuni nel welfare state

Gli spazi comuni della città sono il luogo della socializzazione di tutti i cittadini. A differenza delle fabbriche (che nella società capitalistica diventano i luoghi della socializzazione dei lavoratori) gli spazi comuni della città sono il luogo della socializzazione di tutti: tutti i cittadini possono fruirne, indipendentemente dal reddito, dall’età, dell’occupazione. E sono il luogo dell’incontro con lo straniero.

Nel XIX e XX secolo il movimento di emancipazione del lavoro, che nasce dalla solidarietà di fabbrica, si estende a tutta la città. Il governo della città non è più solo dei padroni dei mezzi di produzione: cresce la dialettica tra lavoro e capitale, nasce il welfare state. I luoghi del consumo comune si arricchiscono di nuove componenti: le scuole, gli ambulatori e gli ospedali, gli asili nido, gli impianti sportivi, i mercati di quartiere sono il frutto di lotte accanite, tenaci, nelle quali le organizzazioni della classe operaia gettano il loro peso.

L’emancipazione femminile accresce ancora il ruolo degli spazi pubblici destinati ad alleggerire il lavoro casalingo delle donne. In Italia è negli anno 60 del secolo scorso che, parallelamente al superamento al consistente ingresso delle donne nel mondo del lavoro della fabbrica e dell’ufficio, nasce una forte e vittoriosa tensione per ottenere, nei piani attraverso cui si organizza la città, spazi in quantità adeguate per le esigenze sociali dei cittadini

Non solo gli spazi pubblici, anche la residenza: la casa come servizio sociale

Nella città moderna anche l’abitazione diventa un problema che non può essere abbandonata alle soluzioni individuali. C’è (c’è sempre stata) l’esigenza di assicurare all’insieme degli interventi individuali e privati un disegno complessivo, delle regole certe, che contribuiscano a rendere la città qualcosa di diverso da un’accozzaglia di elementi dissonanti: a questo serve la regolamentazione urbanistica ed edilizia.

Ma questo non basta. Il prezzo dei terreni edificabili cresce senza tregua man mano che la città si estende, che aumentano le sue dotazioni di infrastrutture e servizi. L’aumento del valore dei suoli dipende dalle decisioni e dagli investimenti della collettività, ma in quasi tutti gli stati capitalisti esso (la rendita) va nelle tasche dei proprietari. Questo incide pesantemente sui prezzi delle costruzioni, in particolare delle abitazioni.

Nasce la necessità di governare il mercato delle abitazioni con interventi dello stato: case ad affitti moderati per i ceti meno ricchi, regolamentazione anche del mercato privato. Nascono vertenze nelle quali risuona lo slogan “la casa come servizio sociale”. Con questa parola d’ordine non si chiede che l’abitazione venga offerta gratuitamente a tutti i cittadini, ma che la questione delle abitazioni sia regolata da attori diversi dal mercato, incidendo sulla rendita e garantendo un equilibrio tra prezzo dell’alloggio e redditi delle famiglie.

LA CITTÀ COME BENE COMUNE
NELLA FASE ATTUALE DEL CAPITALISMO

Il primato dell’individuo sulla società

Oggi le cose stanno cambiando. Nei secoli appena passati sono accaduti eventi che hanno profondamente indebolito il carattere comune, collettivo della città. Si discute sulle cause del cambiamento. Ci si domanda perché hanno prevalso concezioni dell’uomo, dell’economia, della società che hanno condotto al primato dell’individuo sulla comunità, che hanno schiacciato l’uomo sulla sua dimensione economica (di strumento della produzione di merci), che hanno reso la politica serva dell’economia.

Le due componenti dell’uomo che ne caratterizzano l’individualità (quella privata, intima, e quella sociale, pubblica) avevano forse trovato un equilibrio, che si rifletteva nell’organizzazione della città: la vita si svolgeva nell’abitazione e nella piazza, nello spazio privato e in quello pubblico, senza barriere tra l’uno e l’altro. Oggi, con Richard Sennett, constatiamo con angoscia “il declino dell’uomo pubblico”. E nella città lo vediamo pienamente rappresntato.

E non trascuriamo le ragioni strutturali, a partire dal suolo urbano. Il suolo su cui la città era fondata era considerato patrimonio della collettività in molte regioni europee: il libro di Hans Bermpulli, La città e il suolo urbano, lo racconta in modo molto efficace. Nel XIX secolo, con il trionfo della borghesia capitalistica, in molti paesi dell’Europa è stato privatizzato. La speculazione sui terreni urbani ha portato a costruire sempre più edifici da vendere come abitazioni o come uffici, invece che servizi per tutta la cittadinanza, e a destinare sempre meno spazi agli usi collettivi.

Devastante è stata l’espansione della motorizzazione privata nelle aree densamente popolate, dove sarebbe stato preferibile adoperare mezzi di trasporto collettivi. Le automobili hanno cacciato i cittadini dalle piazze e dai marciapiedi.

Il bisogno dei cittadini di disporre di spazi comuni è stato strumentalmente utilizzato per aumentare artificiosamente il consumo di merci. Le aziende produttrici di merci sempre più opulente e meno utili hanno costruito degli spazi comuni artificiali: dei Mall o degli Outlet centers o altre forme di creazione di spazi chiusi: piazze e mercati finti, privatamente gestiti, frequentati da moltitudini di persone che, più che cittadini (quindi persone consapevoli della loro dignità e dei loro diritti) sono considerati clienti (quindi persone dotate di un buon portafoglio).

In Italia si è abbandonato ogni tentativo di ridurre il peso della rendita immobiliare. Si sono stretti legami forti tra rendita finanziaria e rendita immobiliare. Le grandi industrie (come la FIAT e la Pirelli) hanno dirottato i loro investimenti dall’industria alla speculazione immobiliare. Da oltre un decennio si è interrotto qualsiasi impegno dello Stato nel campo dell’edilizia sociale. Una proposta di legge presentata dai partiti che attualmente governato prevede addirittura di lasciare ai promotori immobiliari la realizzazione e gestione delle attrezzature pubbliche, e la stessa pianificazione urbanistica, che dovrebbe limitarsi ad accettare i progetti urbanistici presentati dalla proprietà immobiliare.

Tutto questo avviene nel quadro di una fortissima spinta verso le soluzioni individuali. Non solo si riduce il welfare state, ma si convincono i cittadini (attraverso il monopolio dell’informazione televisiva e l’onnipresenza della pubblicità) che raggiunge il benessere chi si arrangia per conto suo, calpestando le regole ed evitando di pacare le tasse. In Italia, negli ultimi venti anni, il declino dell’uomo pubblico è avvenuto in modo crescente.

Il modello della città del neoliberalismo

Come ha scritto Jean-François Tribillon, nel modello neoliberale
“- lo spazio urbano è costituito da mercati sovrapposti (i mercati dei suoli, degli alloggi, del lavoro, dei capitali, dei servizi …),scandito dai servizi collettivi (trasporti, polizia, sicurezza, amministrazione generale…) e dalla regolamentazione urbana;
- i gruppi sociali si collocano nello spazio urbano nei luoghi assegnati loro dalle dinamiche economico-sociali o dai processi di sfruttamento/oppressione di cui sono oggetto;
- lo spazio urbano è disseminato da attrezzature dell’economia globale: sedi delle grandi imprese, complessi alberghieri, centri congressi, banche internazionali…: questi feudi dell’economia globale costituiscono una città nella città, autonoma e dominatrice”.

Un potere sempre più concentrato e globalizzato risiede nei luoghi selezionati nelle città globali. I cittadini sono tendenzialmente ridotti a sudditi: il padrone è il Mercato, dove i forti schiacciano sistematicamente i deboli.

Il Mercato non deve essere disturbato: le regole sono un impaccio, devono essere ridotte al minimo: solo a far funzionare la città così come serve a chi comanda. La politica si riduce alla tecnicità disincarnata della gestione dell’esistente.

L’emarginazione, la segregazione, la rimozione diventano pratiche di pianificazione. I servizi collettivi sono finalizzati a garantire contro ogni tentativo di ribellione.

La distribuzione dell’informazione o organizzata per accrescere il consenso per il potere e per impedire che voci alternative possano farsi sentire.

Le conseguenze sociali

La realizzazione del modello neoliberalista, se arricchisce i ricchi, colpisce tutti quelli che ricchi non sono.

È colpito il lavoro dipendente, nelle fabbriche e negli uffici, dove il postfordismo ha dato luogo (come ha raccontato nella sua relazione Oscar Mancini) a un mercato del lavoro dove non solo i diritti, ma anche la condizione materiali dei lavoratori si sono fortemente indeboliti. Si riduce la sicurezza del lavoro, si riducono i salari, si riduce la solidarietà nel luogo del lavoro.

E’ colpita la condizione delle donne, cui le attrezzature e i servizi promossi dal welfare state urbano fornivano strumenti essenziali per ridurre il peso del lavoro casalingo: dagli asili nido alla scuola, dall’assistenza ai malati e agli anziani alla ricreazione e allo sport.

È colpita la condizione dei giovani, che in un mondo dominato dall’individualismo, dall’assenza di motivazioni ideali e di solidarietà, in una società che non dà alcuna certezza di futuro, in una città privata della presenza di spazi pubblici adeguati, sono abbandonati alle tentazioni della fuga da se stessi mediante la droga e l’alcool, la trasformazione dello stress e della depressione nel vandalismo e nella violenza.

È colpita la condizione degli anziani, ai quali da una parte è tolto lo spazio per comunicare ai giovani le proprie esperienze e il proprio sapere, e dall’altra parte patiscono di diventare un peso per la faiglia, alla cui assistenza sono costretti a ricorrere.

È colpita la condizione delle giovani coppie e di chi, per ragioni di lavoro, deve abbandonare la residenza originaria, ed è costretto dal mercato inmnmobiliare ad abitare in luoghi lontani dal posto di lavoro e a impiegare parte consistente del suo tempo in mezzi di trasporto spesso inadeguati.

Sono colpiti, il generale, tutti i cittadini, ai quali la società neoliberale toglie via via gli spazi di partecipazione consapevole al governo, privilegiando la governabilità sulla democrazia, l’accordo discreto con i potenti alla trasparenza delle procedure,

COME RESISTERE, COME REAGIRE

Tre direttrici d’azione

Per resistere, per reagire, per iniziare a preparare una città diversa da quella che il capitalismo dei nostri tempi ci prepara, dobbiamo orientare l’azione lungo tre direttrici:

1. dobbiamo lavorare sulle idee, sulla conoscenza, sulla consapevolezza delle persone: informazione e formazione del maggior numero possibile di cittadini;

2. dobbiamo sostenere, incoraggiare e promuovere azioni dal basso per difendere i beni comuni là dove sono minacciati e per conquistarne di nuovi;

3. dobbiamo individuare e proporre esempi positivi, che dimostrino che una città diversa è possibile, che il potere e la partecipazione dei cittadini ad esso possono essere adoperati per rendere migliore e più giusto l’ambiente della vita dell’uomo.

La città come bene comune è la concezione
che permette di soddisfare il diritto alla città

Il tema della “città come bene comune” deve essere proposto come il centro di una concezione giusta e positiva di una nuova urbanistica e di una nuova coesione sociale, e come obiettivo dei conflitti urbani. La “città come bene comune” è una città che si fa carico delle esigenze e dei bisogni di tutti i cittadini, a partire dai più deboli. È una città che assicura a tutti i cittadini un alloggio a un prezzo commisurato alla capacità di spesa di ciascuno. È una città che garantisce a tutti l’accessibilità facile e piacevole ai luoghi di lavoro e ai servizi collettivi.

È una città nella quale i servizi necessari (l’asilo nido e la scuola, l’ambulatorio e la biblioteca, gli impianti per lo sport e il verde pubblico, il mercato comunale e il luogo di culto) sono previsti in quantità e in localizzazione adeguate, sono aperti a tutti i cittadini indipendente dal loro reddito, etnia, cultura, età, condizione sociale, religione, appartenenza politica, e nella quale le piazze siano luogo d’incontro aperto a tutti i cittadini e i forestieri, libere dal traffico e vive in tutte le ore del giorno, sicure per i bambini, gli anziani, i malati, i deboli.

Ed è una città nella quale le scelte di governo sono condivise dai cittadini, in cui essi partecipano alla gestione del potere non solo nel momento dell’elezione ma in ogni momento significativo delle scelte. Devono essere garantiti la trasparenza del processo delle decisioni sulla città e sul suo funzionamento, e la possibilità dei cittadini a esprimersi e ad avere risposte alle loro proposte. Tutto ciò richiede ai cittadini di imparare a conoscere gli obiettivi, gli strumenti, le procedure, le risorse mediante cui si agisce nella città: quelli che sanno (i tecnici, i sapienti) devono impegnarsi a fornire le loro conoscenze liberamente.

Realizzare e far funzionare una simile città è l’unico modo per realizzare, per tutti, il diritto alla città, nei due aspetti dell’appropriazione dell’uso della città (valore d’uso e non valore di scambio), e di partecipazione piena al suo governo.

Regole chiare, trasparenti, condivise
Controllo dell’uso del suolo e delle urbanizzazioni

La prima condizione perché ciò possa avvenire è che le trasformazioni della città (sia quelle che comportano opere sia quelle che si verificano solo con cambi d’uso e di proprietà) avvengano sulla base di regole chiare, definite in modo trasparente, applicate senza deroghe e favoritismi. Esse devono essere definite con la condivisione della maggioranza degli abitanti, i quali devono intervenire in quanto cittadini e non in quanto proprietari di terreno o di edifici.

La seconda condizione è che il governo cittadino abbia il pieno controllo sull’uso del suolo, delle urbanizzazioni, del loro uso, e che possa impiegare gli incrementi di valore degli immobili, derivanti dalle decisioni e dagli investimenti della collettività, alla realizzazione e al funzionamento delle opere che servono a tutti i cittadini.

Il governo pubblico delle trasformazioni del territorio, la pianificazione urbanistica, è il momento di sintesi della lotta per il diritto alla città e per la costruzione della città come bene comune.

Un punto di partenza

Per iniziare la costruzione di una città più giusta occorre combattere a partire dalle esigenze più sentite dalla popolazione: la difesa degli spazi pubblici minacciati dalla privatizzazione e dall’abbandono del welfare, la conquista o la difesa di un alloggio a prezzi compatibili con il reddito, la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale sono già l’argomento di molte lotte nella città e nel territorio. Occorre appoggiare, incoraggiare e promuovere le iniziative, aiutarle a mettersi in rete, a condividere obiettivi e strumenti.

In tutte le città d’Europa sono nati movimenti, associazioni, comitati che rivendicano una maggiore quantità e qualità di spazi comuni per rendere la città vivibile. Anche negli stessi Stati Uniti d’America si sono manifestate tendenze culturali e sociali per contrastare le conseguenze degli eccessi dell’individualismo. In molte città europee i fenomeni di degrado degli spazi comuni sono stati contrastati realizzando ampie zone pedonali, limitando il traffico automobilistico nelle città, sviluppando il trasporto collettivo, le piste ciclabili, i percorsi pedonali. Dove ciò non è accaduto la vita è diventata molto difficile soprattutto per le persone più deboli: i bambini, gli anziani, le donne.

Da questo insieme di esperienze nascono proposte interessanti sui requisiti che devono caratterizzate spazi pubblici vivibili: per il loro disegno e la loro forma, la loro connessione con la città e con il quartiere, le funzioni in essa ospitate (le più molteplici e varie, e prevalentemente finalizzate all’uso comune), sulle comodità e sugli arredi.

Le iniziative e le vertenze devono essere utilizzate non solo in vista dei loro obiettivi concreti e immediati. Esse devono aiutare a far crescere la consapevolezza del diritto alla città e della necessità e possibilità di concepire e realizzare la città come un bene comune.
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Oggi mercoledì 26 luglio 2017 – Sant’Anna

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Madonna e il Bambino con sant’Anna, o Madonna dei Palafrenieri (Madonna and Child with St. Anne, or Madonna dei Palafrenieri), 1605, Roma, Galleria Borghese, olio su tela, 292 x 211 cm. madonna-dei-palafrenieri-michelangelo-merisi-da-caravaggio
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democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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—–Questa sera alle ore 21, a Stampace, nella scalinata di Sant’Anna—-
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festa-patronale-santanna-cagliari-2017- I festeggiamenti per la festa patronale del quartiere di Stampace-Stampaxi.
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democraziaoggiMa vi pareva! Troppo bello per essere vero!
26 Luglio 2017
Amsicora su Democraziaoggi.
Ma vi pareva! Che l’unità a sinistra andasse avanti. Giuliano Pisapia e Roberto Speranza qualche giorno fa hanno condiviso “la necessità di accelerare il percorso unitario avviato in Piazza Santi Apostoli per la costruzione di una nuova forza politica progressista!” Addirittura già si parlava di “elaborare la Carta del Primo Luglio coi punti fondamentali dell’agenda […]“
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Appello: diritto di voto per tutte le persone che vivono in Italia
26 Luglio 2017, ripreso da Democraziaoggi.
L’associazione “Respirare” di Viterbo è stata promossa da associazioni e movimenti ecopacifisti e nonviolenti, per il diritto alla salute e la difesa dell’ambiente. Ora lancia un appello per una nuova legge elettorale non razzista che inveri la democrazia. Ecco l’appello.
La nuova legge elettorale non sia un vile ed infame compromesso con i razzisti.[…]
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SOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PRINCIPI » SINISTRA
eddyburgUna casa per la sinistra sommersa, ma senza Pd
di TOMASO MONTANARI
«Accanto al realismo un po’ cinico che spinge alle alleanze dentro l’eterno recinto, c’è anche un realismo (forse più lungimirante) che spinge a uscire dal recinto». MicroMega, ripreso da eddyburg, 24 luglio 2017 (c.m.c).
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Il movimento senza direzione
di MASSIMO GIANNINI, ripreso da eddyburg
Un ficcante articolo scritto per chi ritiene che «l’obiettivo fondamentale sia ricompattare il centrosinistra: discutere sui contenuti, ma per tornare uniti al governo del Paese» come ai bei tempi di Monti e Prodi. La Repubblica, ripreso da eddyburg, 24 luglio 2017 .

Sant’Elia: frammenti di uno spazio quotidiano

santelia-memoli-unica

    «Penso che ci sia qualcosa di molto prezioso nella forma del frammento,
    che indica gli scarti, gli spazi e i silenzi tra le cose»

    Susan Sontag, 1979

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associazione-s-elia-viva-logo
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santelia-memoli-unica- Il documentario premiato
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Il servizio giornalistico su eddyburg, ripreso da aladinews.
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Efis

efisi-renato-1-5-17
renato-dascnio-ticca-ftomicroOnline i servizi fotografici di Renato d’Ascanio Ticca, sulla sua pagina fb:
- primo blocco;
- secondo blocco;
- Is traccas;
- La notte del primo in piazza del Carmine.