Cultura&Economia

Le adesioni all’appello

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Adesioni in aggiornamento [segue]

Appello di cattolici sardi: un Patto di tutti i Sardi per la Sardegna

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lampada aladin micromicroPubblichiamo volentieri e diffondiamo un appello di cattolici sardi che preoccupati della situazione generale e, in particolare della Sardegna, sollecitano un impegno corale dei cittadini sardi e delle Istituzioni per arrestare il declino della regione e lavorare uniti per un suo nuovo sviluppo, volgendo la terribile crisi dovuta all’epidemia covi-19 a nuove prospettive. Torneremo sui contenuti dell’appello che abbiamo istantaneamente collegato alle esortazioni di Papa Francesco, significativamente all’appello da lui fatto al termine delle giornate del The Economy of Francesco e al documento finale dello stesso evento denominato “Patto di Assisi”. I cattolici in fondo delineano la proposta che insieme con tutti gli uomini di buona volontà si costruisca un “Patto di Assisi per la Sardegna”. (fm)
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“Non ci si salva da soli”. Per battere il Covid in Sardegna è urgente la “buona politica; non quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi”.
Appello di cattolici sardi

Premessa. Noi cittadini sardi, cattolici ispirati dai valori del Vangelo, fedeli agli insegnamenti del Concilio Vaticano II e della dottrina sociale della Chiesa, convintamente riproposti dalle ultime illuminanti encicliche di Papa Francesco, ci dichiariamo preoccupati e angosciati per il precipitare della situazione economica della Sardegna, con il portato di sofferenze materiali e psicologiche per un numero crescente di persone appartenenti a tutti gli strati della società sarda, specie dei meno abbienti. Chiediamo pertanto a tutti, a partire da quanti hanno responsabilità pubbliche, nelle  Istituzioni e nelle altre organizzazioni della Società, e a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, un impegno corale che, nel rispetto delle differenze delle diverse appartenenze politiche e culturali, ci renda solidali e  attivi per uscire dalla situazione di crisi e difficoltà antiche e attuali della nostra regione. 

1. La Sardegna nel momento in cui ha bisogno della più grande ricostruzione morale sociale ed economica della sua storia contemporanea – che può iniziare proprio dalla lotta al Coronavirus e ai suoi devastanti effetti – risulta paralizzata da un insieme di contraddizioni che si scaricano soprattutto sui più deboli.
La pandemia da Coronavirus ha ulteriormente aggravato le già precarie condizioni economiche e sociali della Regione. L’aggiornamento congiunturale dell’economia della Sardegna del novembre 2020, pubblicato dalla Banca d’Italia, sottolinea la forte negatività di tutte le variabili ( molto peggio di quanto accaduto a livello nazionale) dal PIL ai consumi, dalle esportazioni all’occupazione, dal fatturato agli ordinativi di tutti i settori dall’agricoltura all’industria, dal commercio, all’edilizia dal turismo ai servizi. Gli effetti di questa crisi strutturale avranno pesanti conseguenze oltrechè sul piano sociale anche su specifiche situazioni come l’emigrazione dei giovani istruiti, l’ulteriore spopolamento dei piccoli comuni, l’incremento dei livelli di povertà.

2. Principali emergenze
In diversi settori fondamentali le situazioni di crisi si sono aggravate negli anni.
- Nella scuola, nella formazione, nell’Università e nella Ricerca, comparti in cui si ampliano i divari tra i partecipanti a tutti i livelli – con esclusioni dettate in grande misura dalle condizioni economiche di partenza delle famiglie – oggi anche acuiti dalla formazione a distanza.
- Nei trasporti perennemente incerti al punto di togliere ai sardi il diritto costituzionale alla mobilità. E’ dei giorni scorsi la dichiarazione relativa all’interruzione dal 1° dicembre di tutti i collegamenti navali in convenzione.
- Nella sanità, con i tagli sistematici agli organici, l’annuncio di riforme penalizzanti nei confronti dei territori, l’intasamento degli ospedali; il taglio delle borse di studio per le specializzazioni mediche. Questioni ben rappresentate in questo periodo dal malessere dei sindaci di fronte all’enormità dell’emergenza sanitaria disperatamente affrontata dai medici, dal personale sanitario, dagli operatori delle cooperative sociali e del volontariato a cui va la nostra solidarietà
- Nelle pubbliche amministrazioni, in tutte le diverse articolazioni, dove si aggrava la farraginosità burocratica al punto da compromettere i diritti dei cittadini, ma anche delle imprese, ostacolate anzichè sostenute nella funzione di creare lavoro per uno sviluppo economico eco-sostenibile.
Nella politica, segnata dal crollo della partecipazione dei cittadini sardi agli eventi elettorali e, spesso , da carenze programmatiche e attuative che rischiano di mettere a repentaglio i diritti della persona e perfino del rispetto della dignità umana. Nell’emergenza attuale, che riguarda tutti, ad essere maggiormente colpite sono, come sempre, le fasce sociali più deboli della popolazione: giovani, donne, anziani, poveri di ogni tipologia e, tra essi, ammalati, persone con basso livello culturale, analfabeti digitali, i residenti nei piccoli centri dell’interno, disoccupati.
Le famiglie che già vivevano in situazioni di disagio prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, versano oggi in situazioni di gravissima difficoltà, come testimoniano anche i recenti dati della Caritas sull’aumento della povertà assoluta e relativa.
La Sardegna ha bisogno, dunque, di interventi concreti sulle politiche per la famiglia, i giovani, il lavoro e le imprese, la questione ambientale, la sanità, la scuola, le infrastrutture, l’Università, la ricerca, le nuove tecnologie, la lotta alla corruzione.

3. La buona politica
Sulle orme di Papa Francesco chiediamo per la Sardegna “l’urgenza della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali […]  che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza”
L’obiettivo principale della Politica deve essere, in questo frangente, la salvezza della la dignità delle persone, concentrando ogni sforzo sul lavoro, sulla ricerca del bene comune e non sull’assistenzialismo.

4. Piano straordinario e Piano per la Rinascita
Si metta perciò a punto un piano straordinario di investimenti da far partire al più presto, non oltre il 1° gennaio 2021. Quando la moratoria statale sui licenziamenti finirà e termineranno le risorse straordinarie per la cassa integrazione, gran parte dei lavoratori più deboli e meno qualificati perderà il lavoro col rischio più che concreto di rimanere intrappolata in una condizione di impoverimento per lungo tempo. Pertanto è necessario fin da ora intervenire con determinazione, anche con provvedimenti legislativi straordinari, sulle ben note emergenze create dalla pandemia.
Ma anche risulta indispensabile elaborare la fase della ricostruzione con un Piano per la Rinascita da costruire da parte delle Istituzioni con la collaborazione delle parti sociali – datoriali e sindacali – dei cittadini e delle loro organizzazioni, nella pratica della sussidiarietà, affinché si immaginino e si costruiscano percorsi di riqualificazione e affiancamento sociale condivisi e in grado di traghettare non solo le vittime del lockdown, ma l’intera Sardegna nella fase del post Covid. Questo piano indispensabile anche per utilizzare al meglio le ingenti risorse, che dovrebbero arrivare dal Recovery fund dell’Unione Europea. Si corre il rischio, infatti, che tali risorse vengano male utilizzate o sprecate se non si dovessero avere le idee chiare sulla loro destinazione e modalità d’impiego.

5. Unità per il bene della Sardegna
Come cattolici apprezziamo e sosteniamo il valore e l’importanza del pluralismo e della dialettica tra le forze politiche. Ma oggi, in questi tempi straordinari, le contrapposizioni devono mitigarsi lasciando posto al perseguimento di una grande unità tra le forze politiche e istituzionali. Il bene della Sardegna e della sua gente vale molto di più di piccoli vantaggi elettorali.
Speravamo tutti che questa pandemia da Covid-l9 cessasse e si potesse riprendere la vita nella sua normalità. Ma non è così. L’emergenza non sarà di breve durata e siamo certi che molto non sarà più come prima e che dobbiamo acquistare capacità politica di disegnare e realizzare nuovi e inediti scenari, come abbiamo cercato di argomentare in questo scritto.
Nell’esperienza drammatica che stiamo vivendo, e che ci ha fatto toccare con mano quanto siamo collegati e interdipendenti, ci è consegnata questa lezione: come il contagio avviene per contatto anche l’uscita dall’emergenza è possibile nel fare corpo unico. Non ci si salva da soli.

6. «Non sprechiamo la crisi!»
Rammentiamo in conclusione il recente messaggio della Conferenza Episcopale Italiana alle comunità cristiane in tempo di pandemia: “Viviamo una fase complessa della storia mondiale, che può anche essere letta come una rottura rispetto al passato, per avere un disegno nuovo, più umano, sul futuro. «Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» (Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020)”.
Noi, cattolici sardi, raccogliamo queste esortazioni e chiamiamo tutte e tutti agli impegni che sinteticamente e sicuramente non esaurientemente abbiamo delineato in questo nostro appello.

Cagliari, giovedì 26 novembre 2020
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Seguono le firme
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Daremo conto nella news delle diverse sottoscrizioni, aggiornandole man mano che pervengono, direttamente a noi o ad altri promotori.

The Economy of Francesco

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The Economy of Francesco, 21 novembre 2020
Noi giovani economisti, imprenditori, change makers del mondo, convocati ad Assisi da Papa Francesco, nell’anno della pandemia di COVID-19, vogliamo mandare un messaggio agli economisti, imprenditori, decisori politici, lavoratrici e lavoratori, cittadine e cittadini del mondo, per trasmettere la gioia, le esperienze, le speranze, le sfide che in questo periodo abbiamo maturato e raccolto ascoltando la nostra gente e il nostro cuore. Siamo convinti che non si costruisce un mondo migliore senza una economia migliore e che l’economia è troppo importante per la vita dei popoli e dei poveri per non occuparcene tutti. Per questo, a nome dei giovani e dei poveri della Terra, noi chiediamo che:
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The Economy of Francesco – Oggi sabato 21 novembre 2020

the-economy-of-francesco-logoIL PROGRAMMA DI OGGI SABATO 21 NOVEMBRE 2020
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La Sardegna fuori dall’economia del profitto. Sabato 21 novembre a Cagliari la manifestazione sarda della Società della Cura

societacura-sardegna-logoSabato 21 novembre 2020 a Cagliari, in via Roma, sotto la sede del Consiglio Regionale, alle ore 15.00 e nel pieno rispetto delle norme anti-Covid si svolgerà l’appuntamento sardo della manifestazione nazionale che si terrà in tutte le piazze italiane organizzato da “La società della cura, fuori dall’economia del profitto”. Un sit-in e assemblea lanciati da una rete di persone, comitati, associazioni, movimenti, esperienze autogestite, realtà studentesche, sociali e sindacali per avviare un piano di radicale conversione ecologica, sociale, economica e culturale della società. La manifestazione si svolgerà anche in diretta dalla pagina Facebook de La società della cura – Sardegna. [segue]

Che succede?

sbilancimoci-bollino Ripensare la teoria economica ai tempi del Covid
Emilio Carnevali
Sbilanciamoci! 12 Novembre 2020 | Sezione: Apertura, Economia e finanza
L’epidemia di coronavirus ha assestato un altro duro colpo a quel “nuovo consenso” in macroeconomia già messo in discussione dalla crisi finanziaria del 2007/2008. E nel nostro paese nasce la Rete Italiana Post-Keynesiana.

Cambiare si può, cambiare si deve

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lampadadialadmicromicro1Impegnati nella divulgazione (e nel dibattito relativo) delle due encicliche di Papa Francesco, facciamo seguito ai numerosi interventi già ospitati dalla nostra News e, in particolare, all’ultimo editoriale del direttore, per dare spazio all’importante contributo di Mario Agostinelli, che sotto riportiamo integralmente dalla rivista online Sbilanciamoci!.
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Da Laudato Si’ a Fratelli Tutti: lavoro e conflitto sociale oltre lo sviluppo
di Mario Agostinelli
sbilanciamoci-20 Sbilanciamoci! 11 Novembre 2020 | Sezione: Alter, Lavoro, primo piano.
Papa Francesco a cinque anni di distanza dalla Laudato Si’ ci propone con Fratelli Tutti un nuovo cambio di paradigma che dall’emergenza climatica mette al centro questa in rapporto al lavoro. Una riflessione sul cambiamento antropologico che serve all’umanità.

Dopo cinque anni di esperienza a contatto di una Associazione che ha preso ispirazione dall’Enciclica Laudato Si’, traggo la convinzione che le resistenze politico-culturali, oltre che ad un irresponsabile rigetto del monito di Francesco, siano dovute principalmente al rifiuto di separarsi definitivamente dall’idea dello “sviluppo”. Un rifiuto che continua ad alimentare un’illusione rivelatasi al fondo un disastro: che cioè l’aumento della torta da spartire in base alla crescita non avrebbe trovato limiti nelle risorse della biosfera e non avrebbe fatto i conti con la rapacità del sistema capitalista nell’appropriarsi delle ricchezze provenienti dal lavoro e dalla natura. Occorre riconoscere che anche tra le maglie del progressismo lo sviluppo è stato insignito di un favore largo, nella convinzione che le nazioni “avanzate” potessero indicare ai paesi ritardatari la strada da intraprendere per allinearsi e misurare il miglioramento della loro prestazione economica misurata dal PIL. Dopo aver preso in custodia la loro economia, la sbalorditiva varietà dei popoli si sarebbe ridotta ad una classifica basata sul debito contratto e preteso e sulla ricchezza prodotta e immancabilmente depredata. Almeno dal secondo dopoguerra fino al suo declino con l’inizio del nuovo secolo, questa riduzione delle differenze culturali, sociali, naturali, che fanno dell’umanità un punto di osservazione plurale e cosciente della biosfera entro cui convive, ha tenuto banco, contaminando la gran parte delle culture politiche. Le merci e il loro consumo si son eretti a mezzo di comunicazione quando non a scopo dell’esistenza e si è creato uno spazio sociale transnazionale nel quale il tempo veniva ad essere in continua accelerazione. Rompere uno schema così potenzialmente inclusivo, eppure distruttivo, è il compito che Francesco si è dato ed è la misura dell’ostilità incontrata da un autentico capovolgimento di valori.

Le élite mondiali ed i media transnazionali si sforzano di dare credibilità ad una loro rappresentazione della civiltà industriale che garantisca in prospettiva il livello minimo dei diritti umani e delle condizioni ambientali, assicurando comunque per l’impresa la massimizzazione dei profitti. Ma non esiste misura per trovare un equilibrio tra i tre contendenti, se non la pratica di un conflitto in cui lavoro e natura stanno dalla stessa parte. Un conflitto giunto ad un punto di rottura che riguarda la messa in discussione radicale del sistema. Sono i fatti a dimostrare che il ricorso senza limiti al consumo di natura ed i danni provocati dallo sfruttamento del lavoro tramutano quello che viene spacciato per sviluppo – un termine ormai privo di significati positivi – nel lento declino della vita vegetale e animale. Di fatto, si tratta di un pezzo di archeologia ormai in decomposizione quanto l’antropocentrismo e tanto meno attrattivo per le nuove generazioni, quanto più logorato dall’ingiustizia sociale e dal danno alla salute che ne hanno accompagnato la parabola. Non solo nelle parole del papa, ma nelle stesse preoccupazioni della scienza, esso, da consunta utopia, cede ormai il passo ad un bisogno di sopravvivenza, che può sussistere solo in armonia con la natura e come tensione cosciente verso una storia in comune, fatta di innumerevoli relazioni ed interconnessioni, visibili o invisibili, di cui “niente ci risulta indifferente”. Siamo, insomma, ad una svolta storica, ad una scoperta e, dall’altro lato, ad un “necrologio” – come afferma Wolfgang Sachs – che non a caso non ci è dato di elaborare quanto prima possibile. Possiamo però chiederci perché e cercare di scorgere quale sia il passo in avanti compiuto dalla seconda enciclica, che, al di là di ogni dubbio, tratta esplicitamente di politica e di un soggetto politico da definire nelle stesse settimane in cui Trump non risulta un semplice incidente, dal momento che non solo negli USA, ma anche vicino a noi si manifestano compulsioni che si riflettono in lui come in uno specchio.

Nonostante non ci fosse angoscia nelle pagine di una Enciclica premonitrice che invita a “camminare cantando”, ma una carica avvincente al rinnovamento, non è bastata la sintonia con l’affermarsi del movimento degli studenti di Greta né il crescente protagonismo delle donne in ogni regione del mondo, per incrociare un linguaggio o una pratica che imprimessero correzioni all’agenda dei governanti. Probabilmente lo stesso Francesco, così ostinatamente coerente ad ogni sua esternazione pubblica, riconosce che la Laudato Si’ peccò di ottimismo e non ci sono stati gli effetti sperati. Oltretutto, sulla scena globale, se si fa eccezione per qualche movimento degli “ignudi” nelle campagne o nelle foreste, il mondo del lavoro nel complesso si è mostrato incerto o poco attivo, mentre nel disagio sociale la democrazia ha fatto passi indietro, lasciando il campo ad una politica ostile all’austerità, insensibile ai limiti della natura e orientata all’economia dello scarto. Così, la nuova leva di leader autoritari e le corporation globali non hanno affatto desistito nel loro percorso involutivo: anzi, hanno concordemente intuito che, con la fine dell’era fossile e la limitazione dell’estrazione delle risorse naturali, la sconfitta inferta negli ultimi decenni a danno del bene comune e delle classi meno abbienti si sarebbe potuta arrestare se non addirittura ribaltare. Per il capitalismo globalizzato è parso giungere il momento per rendere ancora più aspro il conflitto con la crescente massa dei salariati e più pressante l’alienazione degli ultimi, sia nei confronti del lavoro sia verso la natura. Nelle strette di un cambio di passo con la pretesa di una resa dei conti, si è fatta strada – non solo ai piani alti, ma in molte fasce di popolazione temporaneamente protette – un’interpretazione del futuro prossimo del tutto incompatibile con il pensiero del pontefice argentino: non ci sarebbe stato più spazio per tutti gli scartati sul pianeta; il simulacro del PIL e il ruolo della finanza avrebbero assicurata la competizione più ostile e avida nei mercati; perfino l’idea di sviluppo si sarebbe potuta mettere in dubbio, ma avrebbe resistito all’erosione purché la si colorasse “un poco di verde”. A ruota, i media si sono distinti, da un versante, nel negare che fosse necessaria una rottura per riprogrammare modi e finalità di una produzione che aggredisce salute, ambiente e vite, da un altro, nel far sparire nel silenzio le domande più coinvolgenti sulla portata dell’Antropocene e sul ruolo non settario delle religioni in un mondo dilaniato ed in decomposizione ed in un tempo che sta tragicamente venendo a mancare (interrogativi consegnati ad una reazione niente affatto scontata, così ben rimarcati e rappresentati da un riflesso bianco che avanza nel buio di un Venerdì di pioggia in una piazza San Pietro deserta…).

La posta oggi è alta; forse più di quanto lo fosse cinque anni addietro, perché la pandemia ha accorciato ancor più i tempi. Ed è pertanto in un contesto aggravato che dobbiamo valutare il “rilancio” di Bergoglio attraverso la nuova enciclica “Fratelli Tutti”. Fortunatamente, Landini, i metalmeccanici e il sindacato stanno ribattendo senza arretramenti all’offensiva di Confindustria in una partita apertissima, il cui esito sarebbe ancora più incerto se terreni di scontro tra loro disconnessi si frazionassero ulteriormente. Non arriverei certo qui a sostenere che ci debba essere un nesso tra due versanti – i contratti e la predicazione – ovviamente autonomi e indipendenti. Ma come non riconoscere che il mondo cui si rivolge Francesco abbia necessità di poter contare anche sulla riconversione della produzione verso valori d’uso condivisi e sulla dignità del lavoro, affinché si possa aver cura della Terra, del clima e della giustizia sociale? Basta leggere – e rileggere, se occorre – il testo firmato il 3 di Ottobre del 2020 nella Basilica di Assisi. Il papa riprende sul terreno esplicito dove si sarebbe dovuta collocare la politica – cosa che quest’ultima non ha fatto – l’intero discorso del cambiamento strutturale antropologico, economico, finanziario e sociale auspicato, ma platealmente eluso. Ovviamente non si ripete, ma articola su altri temi e terreni la stessa provocazione di un cambio d’era evocata un lustro prima. Una boccata d’aria per credenti, non credenti, movimenti popolari, democrazie, forze sociali, forze politiche impegnate in cantieri spesso smarriti: un messaggio ed una alleanza da non lasciarsi sfuggire, anche se risulterà complesso comporre il quadro entro cui superare e sconfiggere l’involuzione nazionalista, populista e xenofoba, che comprime gli scarti e le povertà che dilagano nella società mondiale.

Parlo di alleanza da costruire perché abbiamo a che fare più con una pietra angolare che non con un edificio già strutturato. La diagnosi papale dei mali del mondo è oggettiva ed esplicita, ma la “pars construens”, anche quando luminosa e circostanziata, resta debole. Manca un anello: non è un limite di pensiero o di intenti, è un guasto – forse irreparabile – nell’ordine delle cose: la fraternità e l’amore universale non hanno ancora la forza che ha animato i movimenti politici in nome della libertà e dell’uguaglianza. A meno che, con il capovolgimento che nella Lettera viene concepito come una nuova gerarchia nella triade libertà-uguaglianza-fraternità si riscopra un primato di sorellanza e fratellanza tra gli individui ed un rapporto nuovo tra loro e la natura mediato dal lavoro: un lavoro che, avrebbero detto Marx ed Engels di metà Ottocento , “produce l’accrescimento della natura umanizzata senza provocare la scomparsa della primordiale natura amica”, ovvero, un lavoro che si autolimita a creare valore d’uso in un mondo in cui la sufficienza soppianta l’efficienza e il profitto cessa di essere identificato col fare impresa.

Dopo le sconfitte, rimangono due certezze: rivalutare la memoria come fonte di valori inalienabili e dare titolo di rappresentanza al fondo del barile dell’ingiustizia sociale e ambientale. Non sorprende allora se si dichiara senza mezzi termini che “Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati”, con un attacco frontale al principio su cui si regge un sistema capitalistico sempre più raffinato e corroborato dalla tecnocrazia. E non ci si stupisce nemmeno quando viene ribadita “la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”, riprendendo così, all’interno delle contraddizioni laceranti tra sistema d’impresa, società e natura, il contestatissimo art. 41 di una Costituzione di democrazia sociale come quella della nostra Repubblica. Tanto meno meraviglia il ricorso ad una “consapevole coltivazione della fraternità”, come antidoto alla restrizione della libertà quando questa appaga solo per possedere o godere e come inveramento di una uguaglianza, che, se è definita solo in astratto, viene in realtà minata dall’individualismo competitivo.

Affermazioni non proprio ordinarie e difficili da elaborare sui due piedi dai commentatori di routine, che ne sono usciti spaesati, preferendo parlare di sé, anziché di un contenuto davvero complesso. Ci hanno provato infatti subito da destra, dando al papa del comunista, (Marcello Veneziani), dal centro, citando la triade della Rivoluzione Francese come “ponte” tra Illuminismo e Cattolicesimo e lamentando una tardiva rivalutazione della tecnica (Massimo Cacciari) ed anche da sinistra, richiamando la sproporzione tra ricchezza delle denunce e scarsezza dei rimedi (Pietro Stefani).
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ECONOMIA E NON SOLO NEL TEMPO DELLA PANDEMIA: “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.

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ECONOMIA chock da risparmio
di Roberta Carlini, su Rocca.

C’è stato un tempo nel quale si diceva che noi italiani eravamo un popolo di formiche. Che accanto al retorico elenco dell’epoca fascista – un popolo di eroi, di santi, di navigatori eccetera – bisognava aggiungere la parola «risparmiatori». Le famiglie italiane in passato mettevano da parte tanto risparmio, anche le più povere: forse un retaggio della cultura contadina, di certo un effetto del valore dato alla famiglia e all’eredità. In epoca più recente, il detto non è stato più vero. La nostra «propensione al risparmio» – ossia la parte del reddito che non viene spesa in consumi – è scesa molto. In particolare, durante la lunga crisi del 2008-2014, le famiglie hanno intaccato il loro tesoretto per far fronte ai bisogni dopo il calo del reddito causato da quella recessione. All’inizio del 2019, eravamo sotto il 10%, contro una media dell’area dell’euro di 12,7: vale a dire, meno di un euro su dieci guadagnati era messo da parte, nella media. Con il Covid 19, è cambiato tutto, siamo tornati a risparmiare molto. Il secondo trimestre del 2020 il tasso di risparmio delle famiglie italiane era più che doppio di quello osservato solo pochi mesi prima. Quasi un euro su 5. Lo stesso stava succedendo in tutt’Europa: in particolare, l’area dell’euro nel secondo trimestre di quest’anno, ossia nel periodo della prima ondata della pandemia, è stato del 24,6%. Vale a dire che un euro su 4 guadagnati veniva messo da parte, nei Paesi accomunati dall’euro. Mentre durante la scorsa crisi economica la riduzione del reddito è stata più forte di quella dei consumi, con la pandemia è successo il contrario: la riduzione dei consumi è stata molto più forte della riduzione del reddito.

le formichine prudenti
Ovvio, da un certo punto di vista. Chiusi in casa, con i negozi di beni non necessari chiusi, dove volevate che spendessimo il nostro reddito? Così, i consumi sono scesi sia perché c’erano meno soldi, che perché non si potevano materialmente spendere – nonostante gli aumenti degli acquisti online, la componente di costrizione fisica è stata determinante nel ridurre le spese. Viaggi, ristoranti, cinema, teatri, concerti: sono soprattutto i consumi «di svago» ad aver sofferto. Ma non c’è stata solo questa componente. Se fosse dipeso solo da questo, già alla fine del lockdown e nei mesi successivi avremmo visto una ripresa e anche un recupero dell’arretrato dei consumi non fatti. C’è stato e c’è anche, avverte l’Istat, un effetto lungo, dovuto a una doppia precauzione: la riduzione di comportamenti che, per quanto (nell’estate) consentiti, erano tuttavia considerati rischiosi per il contagio; e soprattutto la volontà di mettere da parte soldi in previsione di tempi bui, nell’incertezza sulla fine della pandemia e sulle sorti dell’economia. Anche chi aveva il proprio reddito ancora intatto, come i percettori di stipendio fisso, ha pensato che non ci fosse certezza del domani; e oggi, mentre ci troviamo nel mezzo di una seconda ondata del virus che in economia fa prevedere una seconda scivolata all’ingiù, è difficile dare torto alle formichine prudenti.

crisi dell’attuale modello economico
Il punto è che quel che è virtuoso per il singolo non è necessariamente buono per l’economia. Già la recessione da Covid è inedita e pesante, essendo dovuta a uno choc contemporaneo da domanda – i consumi – e offerta – la produzione. Se poi ci si aggiunge lo choc psicologico che porta all’aumento della propensione al risparmio, la prospettiva di una ripresa governata dalle leggi del mercato si allontana ancora di più. Allo stesso tempo però, anche questo choc «da risparmio», come gli altri, ci induce a ripensare al tipo di consumi, economia, società che vogliamo. Cosa che forse molte famiglie più benestanti hanno fatto. Mentre i più poveri, colpiti dalla perdita del lavoro e del reddi- to, non si trovano certo nella condizione di risparmiare di più, gli altri si stanno forse chiedendo: cosa vale la pena di comprare? Così come siamo stati tutti indotti a ragionare sulle definizioni dei lavori «essenziali», è possibile che la nuova ondata di austerità imposta dalle costrizioni fisiche ci abbia anche insinuato qualche dubbio su quali sono i consumi essenziali, di cosa abbiamo davvero bisogno, di cosa possiamo fare a meno. È un bene? Può esserlo, per chi ha contestato la società dei consumi di massa da un punto di vista etico; ma ancor di più nella prospettiva dei limiti ai consumi e alla loro tipologia che la crisi climatica dovrebbe imporci, della quale paiono essere più consapevoli i più giovani. Ma allo stesso tempo è un male, per un modello economico che senza la ripresa della domanda privata non si «riprende», o almeno non riprende a marciare come prima.

le opportunità
Qui vengono le opportunità che la nuova situazione presenta. C’è l’occasione per ripensare un modello che già non stava funzionando, soprattutto in Paesi come l’Italia. Detta così, è una proposizione teorica, molto vicina a un’utopia. Ma vista dai numeri dell’economia diventa una necessità: canalizzare l’enorme quantità di risparmio che gli italiani e gli europei stanno mettendo da parte verso investimenti utili, capaci di farci stare meglio in futuro. E adesso sappiamo che «stare meglio» – o anche solo: non ammalarsi, non morire – dipende da alcuni vecchi beni pubblici che sono stati sottofinanziati, ai quali non abbiamo più dedicato risorse; e da alcuni nuovi beni pubblici, ossia tutti quelli collegati alla salvaguardia dell’ambiente, ai quali non abbiamo mai dedicato abbastanza risorse. Dunque, non si tratta solo di usare il risparmio per fare investimenti: che già sarebbe tanto, in un Paese come l’Italia nel quale gli investimenti sono crollati durante la scorsa recessione, per poi recuperare troppo poco. Si tratta di fare gli investimenti giusti, sia direttamente attraverso la mano pubblica che indiret- tamente incentivando i privati a scegliere i beni capitali che possono portare lo sviluppo che vogliamo. L’Unione europea, nel suo piano per la ripresa, ha dato due capitoli: digitale e ambiente. Ma né l’uno né l’altro saranno investimenti «giusti» se non saranno inclusivi, cioè se non potranno essere accessibili a tutti e in grado di migliorare la vita di tutti.

una crescita felice e civile
Il primo rischio, per l’Italia, è che per massimizzare il consenso le nuove risorse pubbliche a disposizione siano dilapidate in manovre che danno soldi a pioggia, spese correnti che non portano investimenti e sviluppo; il secondo rischio, non meno grave, è che ci si concentri sul fascino delle parole nuove – come il digitale o il «green deal» – dimenticando quei beni pubblici di base dei quali proprio la pandemia ha dimostrato la necessità. I ritardi di queste settimane, tragici, hanno tutti a che vedere con beni pubblici: gli autobus e i tram; i treni; la scuola; l’università; la cultura; e naturalmente la sanità, soprattutto quella ramificata nel territorio, presente al livello della singola scuola, del singolo condominio della grande metropoli come della sperduta area interna. Allora, digitale e ambiente non sono beni a sé, alternativi, in cui investire; ma devono diventare aggettivi che caratterizzano ogni spesa e ogni investimento, soprattutto quelli appena citati, la cui geniale introduzione, nella seconda metà del Novecento, ha caratterizzato il modello europeo di società e che adesso possono essere rifinanziati e ripensati per il mondo dopo-Covid.
Una pandemia che ha mostrato la necessità di difenderci tutti insieme, pensando prima e soprattutto ai più vulnerabili per poter proteggere davvero tutti; e che dovrebbe portarci a spostare questa filosofia dalle precauzioni puramente sanitarie alle strutture portanti della nostra vita civile. In questo modo, avremmo investimenti – pubblici e privati – che usano il risparmio «in eccesso» per finanziare nuove opere pubbliche utili; e avviano una crescita felice, e civile.

Roberta Carlini
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chock da risparmio
ROCCA 1 NOVEMBRE 2020

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ECONOMIA E NON SOLO NEL TEMPO DELLA PANDEMIA: “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla” (Papa Francesco).

«La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». Samba delle Benedizioni (Samba da Bênção) di Vinicius de Moraes

schermata-2020-10-07-alle-11-09-43«A vida é a arte do encontro, embora haja tanto desencontro na vida».
«La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita»
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poliedroUna nuova cultura

215. «La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita».[204] Tante volte ho invitato a far crescere una cultura dell’incontro, che vada oltre le dialettiche che mettono l’uno contro l’altro. È uno stile di vita che tende a formare quel poliedro che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature, perché «il tutto è superiore alla parte».[205] Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda, benché ciò comporti discussioni e diffidenze. Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo. Ciò implica includere le periferie. Chi vive in esse ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti.
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[204] Vinicius De Moraes, Samba della benedizione (Samba da Bênção), nel disco Um encontro no Au bon Gourmet, Rio de Janeiro (2 agosto 1962).
[205] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 237: AAS 105 (2013), 1116.
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[Documentazione e approfondimenti]

Che fare?

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PER IL DOMANI La risposta è un’ecologia integrale
06 Luglio 2020
Da MEIC
di THIERRY MAGNIN
teologo e fisico, segretario generale della Conferenza episcopale francese
Un piccolissimo virus di qualche millesimo di millimetro e di una quindicina di geni semina il panico in numerosissimi paesi del globo, siano essi ricchi o in via di sviluppo. Esso travolge la vita del mondo intero: le persone colpite dal virus potrebbero essere più di un centinaio di milioni, milioni le persone ricoverate in ospedale e alcune centinaia di migliaia i decessi. Più di tre miliardi di persone sono confinate e le strade delle grandi città sono deserte. Ma il virus non si ferma qui: l’espansione dell’epidemia mette l’economia a riposo o addirittura la ferma completamente in un gran numero di settori, le borse crollano, i disoccupati si contano a milioni. C’è di che spaventarsi! Al tempo delle tecnoscienze noi riscopriamo improvvisamente quanto siamo interdipendenti davanti alla pandemia e più vulnerabili di quanto pensiamo. In alcune settimane il mondo si è immobilizzato nella paura: numerose persone sono colpite nei loro corpi e molto nel loro cuore.
La crisi del covid-19 è venuta bruscamente a ricordarci che la specie umana non ha mai cessato e non cesserà mai di coevolvere con le altre specie, a cominciare dai virus e dai batteri. Certe malattie di questi ultimi tempi (ebola ieri, covid-19 oggi) ci arrivano dalla natura, dal mondo delle bestie selvagge. Esse provocano delle devastazioni perché sono connotate dall’irruzione brutale, nelle società umane, di agenti patogeni che vivevano fino ad ora al di fuori della nostra sfera, e con le quali noi non abbiamo potuto coevolvere. Noi distruggiamo le foreste a un ritmo accelerato e mettiamo così in contatto le popolazioni di questi territori con i nuovi agenti patogeni che erano propri di animali selvaggi.
Noi formiamo degli “ecosistemi” con la natura, compresi questo microorganismi che influenzano direttamente la nostra salute e impariamo a coabitare. “Tutto è legato”, potremmo dire, anche se la complessità degli ecosistemi rende difficile la previsione della loro evoluzione (poiché interagisce con una moltitudine di fattori di natura differente). Forse abbiamo dimenticato che la specie umana è intimamente legata alle altre specie viventi, come le teorie dell’evoluzione evidenziano da tempo, e anche al cosmo intero se si ritiene che le ipotesi del Big Bang o quelle di altri scenari si mantengano valide. Le tecnoscienze che permettono oggi di fabbricare parti di esseri umani artificiali grazie alle biotecnologie e a controllare la materia per meglio progettarla ci hanno dato l’illusione che l’uomo si sia definitivamente affrancato dalla natura. Il covid-19 rimette le cose a posto, anche se sappiamo che i nostri legami con la natura non sono sempre causa di epidemia ma possono regolarsi per una buona coabitazione. C’è un vasto campo di lavoro che l’ecologia scientifica e la medicina esplorano ogni giorno di più.
In questa crisi del covid-19 noi vediamo anche quanto l’influenza della natura e la mondializzazione si coniughino per diffondere l’epidemia. Il trasporto aereo, insieme al commercio e al turismo di massa favoriscono grandemente tale espansione. Il virus del pangolino cinese infettato da un pipistrello ha potuto così percorrere il globo! Anche in questo caso tutto è legato, nel meglio e nel peggio! Queste condizioni permettono ai virus e agli altri patogeni di uscire dai loro ecosistemi naturali e di infettare l’uomo che non li “conosce” e che dovrà coabitare e coevolvere con essi per trovare un nuovo equilibrio di salute!
Un articolo della rivista Nature del 21 febbraio 2008 sottolinea che tra il 1940 e il 2004, 335 malattie infettive sono emerse a causa del nostro modello di sviluppo economico e della spinta demografica che l’accompagna. Il 71,8% di queste malattie proviene dalla fauna selvaggia e il 60,3% sono trasmissibili dall’animale all’essere umano come nel caso del covid-19.
L’iniziativa “One health”, “Un mondo/una sanità” (connettere la salute umana con la salute animale e la salubrità dell’ambiente), prevede giustamente di gestire la salute umana in relazione all’ambiente e alla biodiversità, con tre obiettivi principali: combattere contro le zoonosi (malattie trasmissibili dagli animali agli umani e viceversa), assicurare la sicurezza sanitaria degli alimenti, lottare contro la resistenza agli antibiotici.
Allo stesso modo, si studia sempre più il ruolo determinante di milioni di batteri che noi abbiamo nel nostro intestino (il microbiota intestinale) e il cui comportamento influenza fortemente il nostro “benessere globale”. Si dice che questo microbiota sia “simbiotico” per significare che questo ecosistema all’interno del nostro corpo sia in interazione molto stretta con l’insieme di esso. Queste interazioni giocano un ruolo importante sulla salute e l’eventuale sviluppo di malattie, ma anche, grazie ad una coevoluzione, sulla stabilizzazione se non addirittura sulla guarigione di malattie come il diabete e certe forme di autismo. I nostri stili alimentari e i nostri stili di vita interferiscono su questi equilibri dinamici come oggi evidenziano molti studi scientifici. Per più ragioni noi siamo legati ai batteri! Per più ragioni è importante considerare le relazioni tra “ecosistemi”, tanto a livello personale quanto a livello di genere umano, in particolare per definire diversamente le malattie (e le vie di guarigione) che sono in effetti largamente dipendenti dalle perturbazioni dell’equilibrio dei sistemi.
Questa presa di coscienza determinata dai danni del coronavirus rinvia in maniera veemente all’ultima dichiarazione del Forum di Davos, la quale afferma che è giunto il tempo di riflettere sulle nostre azioni in termini di ecosistemi. Speriamo che la crisi attuale acceleri questo processo.

UNA SITUAZIONE INEDITA, REAZIONI PROFONDAMENTE UMANE?
Impauriti per l’ampiezza dell’epidemia, eccoci invitati a una nuova forma di solidarietà: la mobilitazione si è organizzata, lo Stato “è tornato con forza” per tentare di sostenere la sanità pubblica e le conseguenze sociali di questa crisi. Noi pensiamo al notevole lavoro del personale sanitario, all’intelligenza collettiva degli scienziati e dei tecnici che cercano di trovare spazio (tuttavia non senza discussioni e rivalità) e di tutti quelli che, nelle aziende e nei servizi, permettono alla società di continuare a vivere, rischiando la loro salute e perfino la loro vita. Questa mobilitazione si accompagna sovente a molta creatività e ingegnosità. E’ il tempo della solidarietà e della lotta collettiva contro l’epidemia. La nostra intelligenza collettiva è mobilitata per questo.
La nostra prima reazione di credenti è quella di partecipare, ciascuno per la propria parte, a questa solidarietà nazionale e mondiale: alleviare i più colpiti, accompagnare le famiglie di fronte alla malattia e talvolta alla morte di un congiunto, sostenere le persone sole, le persone che perdono il loro lavoro, senza dimenticare i carcerati, gli stranieri senza documenti e i senzatetto. Solidarietà materiali, morali e spirituali. È la priorità del momento. La mia esperienza personale di membro di una rete “di persone in ascolto tramite un numero verde” mi porta a sottolineare il’importanza del sostegno spirituale. In questo momento, più che mai, molti risentono il bisogno di essere ascoltati nella loro sofferenza, nei loro problemi, nella loro/nostra impotenza comune davanti al numero dei morti, ai lutti difficili da piangere ora che le condizioni della morte e dei funerali sono rese delicate. Il ruolo delle religioni “sul campo” è qui essenziale. Credere che la vita sia più forte della morte, al tempo del coronavirus è un richiamo e una sfida! Anche se non si è direttamente toccati dalla malattia i periodi di segregazione sono propizi non solo alla riflessione, alla lettura, ma anche al raccoglimento, alla meditazione, come pure occasioni per ripensare grandi questioni esistenziali.
IN NOME DELLA SALUTE PUBBLICA
Noi abbiamo il dovere il riflettere su quello che ci capita, senza per questo dimenticare il quotidiano della lotta contro l’epidemia. Senza cercare subito dei capri espiatori che ci sollevino un cambiamento del nostro stile di vita. E se questo sventurato virus fosse per noi anche un “segno” in tal senso? Eminenti personalità come Bruno Latour ci invitano così a pensare che questa crisi sanitaria prepari, induca, inciti a tenerci pronti alla mutazione climatica. La nostra interdipendenza passa attraverso i nostri legami con la natura, compresi i virus e i microbi, i nostri legami di mondializzazione (economici, digitali, turistici, giuridici, ecologici, politici…). Essa tocca “il grido della terra e il grido dei poveri” cari a papa Francesco, le questioni sociali e l’equilibrio degli ecosistemi; in breve essa ci dice qualcosa della sfida dell’”ecologia integrale”.
In questa crisi del coronavirus, si vede ritornare con forza il ruolo degli Stati per garantire un bene comune molto prezioso: la salute delle persone e delle popolazioni. In nome di questa salute si decreta un confinamento generale, con ristrette possibilità di spostamento. Rispettando queste misure ciascun individuo è ritenuto essere responsabile non solamente della sua salute ma di quella degli altri, in particolare per mezzo delle famose misure di protezione. E ciò che appariva impossibile poco tempo fa accade: la messa a riposo dell’economia, fatti salvi i bisogni della vita quotidiana, la messa in cassa integrazione di molti lavoratori, la diminuzione drastica dei trasporti, la fine dei viaggi turistici… Nei nostri paesi industrializzati si scopre l’importanza dei servizi pubblici come quelli riguardanti la salute. Lo Stato sblocca i fondi necessari per sostenere lo sforzo della sanità, come pure un’economia al rallentatore, attraverso misure sociali che garantiscano, in Francia per esempio, il pagamento delle ore non lavorate e la proroga del pagamento di alcune tasse o imposte per le persone e le aziende.
I miliardi di euro e di dollari annunciati dagli Stati come gli Usa e gli Stati europei per garantire la sopravvivenza delle nostre società sviluppate (e noi speriamo, una solidarietà con i Paesi in via di sviluppo) ci sorprendono per la loro ampiezza. Sebbene noi dicessimo che il debito degli Stati era insopportabile, ecco che il suo attuale allargamento si pone in modo differente davanti al bene comune della salute da preservare. E anche se si annuncia una grave crisi economica come conseguenza di questa crisi sanitaria, alcuni aggiungono che la priorità è oggi chiara e l’aggravamento del debito è secondario.
Senza essere ingenui (bisognerà rimborsare questo debito un giorno o l’altro) si vede come la sanità pubblica, che l’epidemia virulenta sta facendo emergere come un bene comune prioritario, prenda oggi ( e per un cento tempo) il sopravvento su ogni altro fattore che noi dicevamo essere indispensabile. Si comprende l’urgenza vitale di assumere, sul campo, tutte le misure necessarie riorientando le priorità. Ne va della sopravvivenza di una parte importante della popolazione e del nostro futuro. Ma l’improvviso verificarsi di una epidemia non deve farci dimenticare quello che minaccia anche la nostra salute tutti i giorni in maniera meno repentina e più nociva, cioè l’inquinamento connesso alla catena ecologica che deriva in particolare da una industrializzazione poco rispettosa dell’ambiente, dal riscaldamento climatico e le sue molteplici conseguenze, da una biodiversità mal trattata e da molti altri elementi ambientali, dai nostri modi di produrre, dai nostri scambi commerciali, dai nostri stili e le nostre scelte di vita.
Alcuni sognano un ritorno a “prima del coronavirus” quando l’urgenza ecologica ci poneva già davanti un muro. Del resto vedendo decrescere l’inquinamento delle nostre città in questi tempi di confinamento noi siamo ulteriormente chiamati a trovare dei nuovi equilibri di vita su scala planetaria perché la mondializzazione dell’economia non conduca a una situazione peggiore di quella dell’epidemia attuale. Ma altri vorrebbero chiudere le frontiere o veder decrescere la popolazione mondiale (a cominciare da quella dei paesi poveri, ovviamente!) la cui crescita accelerata appare loro come la causa numero uno dei problemi odierni.
VERSO UN’ECOLOGIA INTEGRALE
Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo propongono, oggi con molte altre personalità, di pervenire alla salvaguardia della casa comune attraverso un’altra via, quella dell’ecologia integrale. Il grido dei poveri e il grido della terra sono connessi. Più che mai, la prova che noi viviamo attualmente è come un invito a riflettere e ad agire in questo senso, in nome di una sorta di “sanità pubblica” che coinvolge l’uomo globale e tutto il genere umano.
Questi appelli provocanti per “cambiare i nostri stili di vita” non pretendono di rifiutare in blocco i frutti della modernità. Del resto noi sperimentiamo attualmente quanto i mezzi digitali e il telelavoro possano essere dei formidabili strumenti di comunicazione che ci consentono di uscire dall’isolamento e permettono incontri amicali e il proseguimento della necessaria attività lavorativa. Si tratta soprattutto di trovare nuovi modi di vivere e di lavorare su scala planetaria, per una nuova mondializzazione coniugando lungo uno stesso percorso ecologia ambientale ed ecologia umana.
L’impatto sanitario in un contesto di impatto ecologico modifica la tensione tra economia ed ecologia mettendoci di fronte alle nostre scelte sociali, alle nostre priorità e a “ciò che è prezioso ai nostri occhi”! La natura, la materia, le specie viventi, i territori non sono innanzitutto delle risorse da sfruttare da parte di un umano “padrone e possessore della natura”. Alcuni economisti pensano che l’attuale pandemia ci offra l’opportunità di regolare una macchina economica speculativa divenuta folle che indebolisce le risorse umane ed ambientali. Ricordandoci brutalmente la nostra fragilità, la crisi sanitaria ci indica che la scienza e la tecnica non bastano, contrariamente a ciò che ci vorrebbero far credere gli attuali transumanisti, con una visione di “uomo-dio” che sfugge ai suoi determinismi biologici e alla sua contingenza grazie alle tecnoscienze. Questa crisi è l’illustrazione della morte di un paradigma progressista che ha fatto il suo tempo.
In questo contesto, le parole di Papa Francesco nella Laudato sì risuonano più forti che mai: «Non basta conciliare in una via di mezzo, la cura della natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso… si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore ed una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso» (194). Per il Papa, questo progresso non si confonde con la crescita, con un accrescimento della potenza tecnologica, con l’accumulazione di ricchezze materiali e con l’aumento del pil, senza tuttavia trascurare questi fattori.
Francesco raccomanda e sostiene un nuovo approccio all’ecologia che non si limiti alle relazioni dell’essere umano con il suo ambiente, ma riguardi anche lo sviluppo economico, le relazioni sociali, i valori culturali e, infine, la qualità della sua vita quotidiana sia nello spazio pubblico che nel suo ambiente abitativo. Questo approccio di ecologia integrale considera che il rapporto con Dio, il rapporto con se stessi, il rapporto con gli altri e il rapporto con la natura siano connessi: occorre prendersene cura in una stessa misura per non introdurre del disordine nel mondo (il disordine climatico ne è un aspetto). Lo squilibrio di questi rapporti è l’origine antropologica della crisi ecologica. Francesco ci invita ad assumere i rischi necessari per promuovere, in questi tempi di crisi ecologica, uno “sviluppo umano integrale”.
Cosa ne faremo di questo “appello” uscendo dalla crisi sanitaria, e dovendo quindi vivere senza dubbio una crisi economica e sociale? Oseremo sperimentare dei nuovi stili di vita, di lavoro, di produzione, di consumo, di economia giusta e solidale, di relazione con la terra, con gli esseri viventi, con la natura, con il cosmo, avendo come priorità lo sguardo rivolto verso i più poveri? La trasformazione ecologica qui prospettata si situa a lungo termine e richiede riforme strutturali di portata tale che solo un soffio spirituale profondo può suscitare.

(traduzione a cura di Beppe Elia)
(da “Coscienza” 1-2/2020)
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Per ricostruire l’Italia. Con il Sud. Il ruolo che la Sardegna deve conquistarsi.

353430cc-793a-4944-bf46-dc72fa96434e lampada aladin micromicroLa pandemia ha aggravato lo stato dell’economia del mondo, con pesanti ripercussione sui livelli di benessere delle popolazioni, specie dei ceti più poveri. Ovviamente la situazione cambia da paese e paese, ma tutti sono colpiti duramente. Anche l’Italia vive una fase drammatica e, in essa, la Sardegna. Purtroppo avvertiamo, realisticamente, che la situazione tende al peggio. Tuttavia rileviamo anche motivi di speranza (nella pratica del gramsciano “ottimismo della volontà”), che leghiamo soprattutto all’auspicio che l’Italia riesca a spendere bene le risorse che ha conquistato con la negoziazione tra i paesi dell’Unione Europea. Auspichiamo, in particolare per quanto riguarda la Sardegna, che si superi l’attuale suo marcato isolamento, nella ricerca di vie d’uscita positive. Quali? [segue]

In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo

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Sbilanciamoci, 18 Aprile 2020 | Sezione: Apertura, Società
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Dopo la pandemia l’Italia non sarà più come prima. Tocca a noi progettare la ricostruzione. In questi “10 punti”, 42 studiosi ed esponenti della società civile aprono la discussione sulle risposte alla crisi e il futuro del Paese: 10 punti per un percorso comune di proposte e pratiche di cambiamento.

Dopo la pandemia di coronavirus l’Italia non sarà più come prima. L’economia arretra, la società si frammenta, la politica fatica a pensare al futuro. Tocca a noi tutti progettare la ricostruzione di un paese migliore, di un’Italia in salute, giusta e sostenibile. Proponiamo un percorso che individui dieci punti fermi, sulla base delle elaborazioni già presenti tra esperti e organizzazioni sociali. A partire da questi si possono sviluppare le linee guida da un lato per le misure d’emergenza immediata, e dall’altro, in una prospettiva più ampia, per i comportamenti delle imprese, le iniziative della società civile, le politiche future.

I dieci punti fermi che proponiamo sono:
1. la ricostruzione di un sistema produttivo di qualità con un nuovo intervento pubblico
2. un’economia sostenibile sul piano ambientale
3. la tutela del lavoro, la riduzione della precarietà, la garanzia di un reddito minimo
4. la centralità del sistema di welfare e dei servizi pubblici universali
5. la centralità del servizio sanitario nazionale pubblico
6. la tutela del territorio e una casa per tutti
7. la riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali
8. la riduzione delle disuguaglianze che colpiscono le donne e il riconoscimento del lavoro di cura
9. la giustizia nell’imposizione fiscale
10. un quadro europeo e internazionale coerente con un’economia e una società giusta.

Il percorso che proponiamo è la formazione di un gruppo di lavoro di esperti che sviluppi i dieci punti fermi in proposte concrete – ambiziose ma realizzabili – di interventi economici, cambiamenti sociali, riforme politiche e istituzionali. E la formazione allo stesso tempo di un’alleanza tra organizzazioni sociali, sindacati, campagne della società civile, comunità ed enti locali, forze politiche che condividono questa prospettiva e si impegnano a realizzare i cambiamenti proposti.

Introduzione

La pandemia di coronavirus ha creato una situazione di emergenza che riguarda le nostre vite, il lavoro, l’economia, la società. Nel primo mese ha causato 14mila morti in Italia. Metà dell’umanità è chiusa in casa. Ha imposto pesanti limitazioni sociali e sacrifici economici ai cittadini. Ha aggravato oltre misura il carico di lavoro del personale della sanità, provocando molte vittime. Ha costretto il governo – in Italia come altrove – a prendere misure straordinarie per tutelare la salute e limitare le conseguenze economiche e sociali: tra spesa pubblica diretta per sussidi e garanzie sui prestiti alle imprese siamo arrivati all’ordine di grandezza di un quarto del Pil italiano. Molti hanno paragonato la crisi attuale a una situazione di “guerra”, che richiede una mobilitazione di risorse economiche ed energie sociali senza precedenti. La risposta all’emergenza ha tuttavia stimolato una nuova solidarietà, il senso di comunità, la speranza di poter realizzare i cambiamenti necessari.

Oggi, nel mezzo dell’emergenza, è necessario utilizzare queste risorse sociali e gli strumenti messi in campo dalle politiche non solo per affrontare le esigenze immediate, ma anche per progettare come possiamo ricostruire l’economia e la società italiana dopo la pandemia. Quale Italia vogliamo?

Innanzi tutto un’Italia in salute, capace di garantire a tutti condizioni di vita adeguate, capace di prevenire le malattie e curare le patologie sociali, capace di restare uno dei paesi con la più alta speranza di vita del mondo.

Poi, un’Italia giusta. Di fronte a una pandemia che può colpire tutti, e che chiama tutti a cambiare le proprie vite, l’esigenza di giustizia deve tornare a prevalere dopo decenni in cui le disuguaglianze si sono allargate, i profitti sono cresciuti a danno dei salari, i guadagni della finanza, concentrati tra i più ricchi, sono stati elevatissimi.

Infine, un’Italia sostenibile. Sono molti i legami tra l’insostenibilità ambientale del nostro modello di sviluppo e il peggioramento delle condizioni di rischio e di salute. Il cambiamento climatico è alla radice di molti dei disastri “naturali” e degli “eventi estremi” che hanno colpito il paese. Solo un’Italia sostenibile dal punto di vista ambientale, protagonista nel contrasto a livello mondiale al cambiamento climatico, può prevenire nuove gravi emergenze di origine ambientale.

In questa cornice è necessario ribadire la necessità di un rafforzamento della nostra democrazia, attraverso la partecipazione dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni. È questo il modo migliore per combattere i rischi di restrizione dei diritti, autoritarismo e nazionalismo che attraversano il nostro paese.

La crisi economica e sociale e le misure già introdotte fanno emergere alcuni punti fermi da cui partire; individuiamo qui dieci punti che possono definire la traiettoria per l’Italia da ricostruire dopo la pandemia, in un’Europa capace di cambiare rotta. Dieci punti fermi su cui costruire un percorso di approfondimento – con l’impegno di un gruppo di lavoro di esperti – per arrivare a proposte e linee guida per le attuali misure d’emergenza, per i comportamenti delle imprese, per le iniziative della società civile, per le politiche future. Dieci punti fermi su cui costruire un’alleanza tra organizzazioni sociali, sindacati, movimenti e campagne della società civile, comunità ed enti locali, forze politiche che condividono questa prospettiva e si impegnano a realizzare i cambiamenti proposti. I dieci punti fermi sono qui delineati in modo preliminare; dovranno essere precisati con un lavoro comune.

1. La ricostruzione di un sistema produttivo di qualità con un nuovo intervento pubblico

L’emergenza ci ha fatto pensare alle attività “essenziali” e a quelle di cui si può fare a meno. I beni alimentari, le produzioni sanitarie e i servizi pubblici da un lato; le grandi navi al centro del contagio, la produzione di armi, il calcio in tv tutte le sere dall’altro. È una riflessione da cui partire nel progettare la ricostruzione dell’economia del paese. Non può essere “il mercato” – com’è stato in passato – a stabilire che cosa produrre sulla base dei profitti ottenibili. Il che cosa e come produrre deve emergere da una visione del bene comune, da scelte sociali e politiche che definiscano un modello di sviluppo di qualità, con attività ad alto contenuto di conoscenza e tecnologia, alta qualità del lavoro, e piena sostenibilità ambientale. Dopo vent’anni di recessione e ristagno dell’economia italiana, un nuovo sviluppo ha bisogno del ritorno all’“economia mista” del dopoguerra, con un forte intervento pubblico nella produzione, nelle tecnologie, nell’organizzazione dei mercati, orientando in modo preciso le scelte delle imprese attraverso le politiche della ricerca, industriali, del lavoro, ambientali.

L’azione pubblica nell’economia deve appoggiarsi su una pubblica amministrazione rinnovata, efficace, capace di operare per l’interesse pubblico. Occorre riordinare la presenza dello Stato nelle grandi imprese italiane in un gruppo industriale pubblico. Serve una Banca pubblica d’investimento che rinnovi e estenda la Cassa Depositi e Prestiti. Serve una rinnovata azione pubblica che ridimensioni, controlli e regoli la finanza privata. Serve una radicale trasformazione del ruolo del CIPE. Serve un’Agenzia nazionale per l’industria e il lavoro che intervenga per far ripartire le imprese messe in ginocchio dalla crisi e ne rilanci le produzioni. Serve un’Agenzia per la ricerca e sviluppo, l’innovazione, gli investimenti in nuove tecnologie. Serve un’Agenzia pubblica che indirizzi le produzioni legate al sistema sanitario del paese. Serve un soggetto economico pubblico che guidi la transizione verso la sostenibilità ambientale. Nuove imprese possono nascere con capitali privati e partecipazioni pubbliche iniziali. La domanda pubblica può essere utilizzata per stimolare innovazioni e investimenti.

Dalla politica di questi anni fondata sul sostegno indiscriminato alle imprese, attraverso facilitazioni e incentivi fiscali, bisogna passare al sostegno selettivo e mirato di produzioni e attività economiche strategiche e utili al paese: infrastrutture materiali e sociali, attività ad alta intensità di conoscenza, innovazione e lavoro qualificato. Al posto delle politiche “orizzontali” che lasciavano fare al mercato, l’impegno pubblico per la ricostruzione dell’economia potrebbe concentrarsi in tre aree: la sostenibilità ambientale, le attività per la salute e il welfare, le tecnologie digitali. I primi due ambiti sono discussi nei punti successivi. Le tecnologie digitali hanno applicazioni in tutta l’economia: il web, l’informatica, il software, le comunicazioni, le apparecchiature elettroniche, i servizi digitali pubblici e privati. Qui l’Italia ha perso grandi capacità produttive e si è abituata a importare quasi tutto dall’estero; si devono ricostruire le competenze necessarie per uno sviluppo di qualità e occorre garantire a tutti gli italiani un servizio universale di banda larga minima.

All’opposto, ci sono produzioni da ridimensionare e riconvertire, utilizzando gli stessi strumenti di politica industriale: innanzi tutto l’industria delle armi, che non producono sicurezza, ma nuovi conflitti, poi le produzioni ambientalmente insostenibili (punto 2) e le attività e i servizi di più bassa qualità sociale.

Ci sono grandi imprese in difficoltà da anni – come Ilva e Alitalia – per cui è essenziale un intervento diretto dello stato per realizzare le necessarie riconversioni e mantenere le attività economiche. L’estensione del “golden power” del governo a diversi settori produttivi essenziali per l’economia italiana è un passo significativo per proteggere l’industria nazionale di fronte ai rischi di acquisti da parte di imprese straniere. Occorre però una programmazione più ampia con le imprese; vanno sviluppati accordi di lungo periodo con gruppi di imprese italiane e con le multinazionali che producono in Italia, offrendo i benefici di queste politiche e della domanda pubblica in cambio di piani precisi di produzione, garanzie contro la delocalizzazione all’estero delle produzioni, mantenimento della sede nel nostro paese e pagamento delle tasse in Italia, reinvestimento dei profitti, ricerca, occupazione qualificata.

Per favorire il miglioramento tecnologico delle produzioni italiane è necessario un massiccio investimento nella scuola, nella ricerca pubblica e nell’università, ritornando ai livelli di spesa e personale di dieci anni fa e favorendo il ritorno dei ricercatori italiani emigrati all’estero. Nella pubblica amministrazione e nelle imprese occorre aumentare le competenze e le capacità innovative, spingendo le aziende sulla via della ricerca e delle nuove tecnologie.

Nel ricostruire la base produttiva del paese è essenziale rovesciare la divergenza tra poche aree dinamiche – in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte –, un Centro-nord che ristagna o declina e un Mezzogiorno abbandonato a se stesso. La riduzione dei divari, nelle capacità produttive prima ancora che nei redditi, tra le regioni italiane dev’essere un obiettivo prioritario della nuova politica industriale.

L’eliminazione dei divari tra i territori del nostro paese è lo strumento più efficace per combattere mafie e criminalità organizzata. È inoltre necessaria la tracciabilità ai fini antimafia dei pagamenti legati ai fondi pubblici per l’emergenza.

Un ritorno all’intervento pubblico non è privo di difficoltà e rischi. Serve una nuova generazione di politiche che evitino di cadere negli errori passati: la collusione tra potere economico e politico, la corruzione e il clientelismo, la mancanza di trasparenza e di controllo democratico. Servono una politica e una pubblica amministrazione con alte competenze, capacità di organizzare le risorse del paese e dare risposte ai bisogni. Per cominciare, è necessario ripristinare regole sul meccanismo delle “porte girevoli”, e rompere così la pratica del passaggio continuo di manager e banchieri a responsabilità pubbliche e di politici a responsabilità aziendali, una fonte di collusione e corruzione; passaggi di questo tipo possono essere possibili solo dopo almeno cinque anni di interruzione degli incarichi precedenti.

Per assicurare la coerenza delle politiche realizzate è necessario prevedere meccanismi di valutazione – trasparenti e partecipativi – degli impatti a breve e lungo termine degli strumenti messi in campo.

Accanto all’esigenza di un nuovo modello di crescita economica, c’è bisogno di cambiare il metro di misura che abbiamo. Vanno sviluppate misure efficaci del benessere e della sostenibilità, a partire dal BES (il Benessere Equo e Sostenibile documentato dall’Istat) per poter valutare i progressi del paese verso un nuovo sviluppo.

2. Un’economia sostenibile sul piano ambientale

L’economia del dopo-emergenza dovrà essere basata su prodotti, servizi, processi e modelli organizzativi capaci di utilizzare meno energia, risorse naturali e territorio e di avere effetti minori sugli ecosistemi e sul clima. Il blocco della produzione legata alla pandemia ha portato a ridurre le emissioni di CO2; la ripresa dell’economia deve mantenere le emissioni sotto le soglie necessarie per evitare il cambiamento climatico.

La prospettiva del Green New Deal, aperta anche dalla Commissione europea, deve diventare un aspetto chiave delle politiche di cambiamento, con una visione d’insieme e grandi risorse. Occorrono però obiettivi precisi e misure concrete. Per l’energia si può fissare l’obiettivo del 100% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili entro il 2050 e prendere misure che aumentino radicalmente l’efficienza energetica di abitazioni, uffici, motori, elettrodomestici, eccetera.

Per le auto, si può fissare l’obiettivo di eliminare la produzione di motori a combustione interna entro il 2030. Per i trasporti delle persone si deve passare dal modello dell’auto privata individuale alla mobilità integrata sostenibile, sviluppando forme alternative di mobilità, il trasporto pubblico locale e i servizi ferroviari sulla media e corta distanza, dove si concentra l’80% dell’utenza. Per il trasporto merci si devono ridimensionare le reti della logistica e scoraggiare il trasporto merci di lunga distanza su gomma. Entrambi i progetti richiedono grandi programmi di investimenti pubblici, centrati sulle “piccole opere”.

Occorre ridimensionare le posizioni di rendita, in particolare dei monopoli che controllano le reti elettriche e energetiche, che rappresentano un ostacolo alla conversione energetica. Bisogna puntare sull’agricoltura biologica – con produzioni sostenibili e di piccola scala – sulla chimica verde, su una cantieristica che sviluppi il trasporto merci via mare al posto del turismo su enormi navi da crociera che hanno un gravissimo impatto ambientale. L’intero ciclo di vita delle merci va riorganizzato sulla base dell’“economia circolare”, avvicinandosi all’obiettivo di “rifiuti zero”, favorendo il recupero e riuso dei materiali, moltiplicando gli impianti di riciclaggio al posto di inceneritori e discariche.

Gli interventi in tutti questi ambiti potrebbero essere coordinati da un’Agenzia per la sostenibilità, un soggetto economico pubblico che dia coerenza a strategie e investimenti, promuova la ricerca e l’innovazione ambientale, organizzi la domanda pubblica, orienti l’azione delle imprese private, facendo delle produzioni sostenibili un punto di forza dell’economia del paese.

Occorre un’eliminazione progressiva dei quasi 20 miliardi di sussidi pubblici che vanno ogni anno ad attività che danneggiano l’ambiente, in particolare i combustibili fossili. A parità di imposizione fiscale complessiva, occorre spostare il carico fiscale verso un ampio uso di tasse ambientali; in questo modo si possono “correggere” i prezzi dei beni e spingere produttori e consumatori a comportamenti più sostenibili. Il principio di sostenibilità deve diventare un criterio pervasivo in tutte le scelte individuali e collettive.
[segue]

Al via la Scuola “Costituente della Terra”

28df51c0-f404-4f8f-bc1e-8692b3f35506Venerdì 21 febbraio 2020 a Roma: prende il via la Scuola “Costituente della Terra”.
La pagina fb dell’evento.

Che succede?

logo-towards-economy-of-francescoC’È UN’ALTERNATIVA
Da: Cambiare l’economia / FGF weekend: La nostra città futura n.47
A fine marzo la città di Assisi ospiterà l’evento internazionale The Economy of Francesco, tre giorni dedicati ai giovani economisti, imprenditori e changemaker provenienti da tutto il mondo, invitati da Papa Francesco per promuovere un processo di cambiamento globale perché l’economia di oggi e domani sia più giusta, inclusiva e sostenibile (Valori). I movimenti di economia alternativa emersi in questi anni – spiega Roberto Mancini su Altreconomia – hanno sviluppato la critica al principio del potere come tale e la ricerca di un ordine alternativo veramente democratico, dove il potere stesso è riconvertito in cura, servizio, corresponsabilità, governo dei problemi e non delle persone. Il principale punto debole però sta nella frammentazione di queste esperienze. Occorre ora integrare le buone pratiche nei processi sociali: i soggetti dell’“altra economia” dovranno sia trovare coesione tra di loro che realizzare una stretta collaborazione con tutti gli altri movimenti che lottano per la democratizzazione della società. Perché “quando la coscienza collettiva si eleva, il mondo si rimette in cammino”.
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Fonte: http://fondazionefeltrinelli.it/#top
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Sono online il primo e il secondo numero di Rocca del 2020
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Trasformare il mondo per salvarlo. Il comune campo di impegno per l’umanità tracciato dalla Laudato si’ e dall’Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile.

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Venerdì 20 dicembre nell’aula del Consiglio comunale di Cagliari è stato presentato il dossier 2019 della Caritas della Diocesi di Cagliari. Presenti con un numeroso pubblico il presidente del Consiglio comunale Edoardo Tocco, il sindaco Paolo Truzzu, il prefetto Bruno Corda e l’arcivescovo Arrigo Miglio. Con la regia di don Marco Lai e di Maria Chiara Cugusi, dopo gli interventi delle autorità, la relazione sui contenuti del dossier è stata tenuta da Franco Manca. Mons. Franco Puddu ha invitato tutti alla Marcia nazionale per la Pace che si terrà a Cagliari martedì 31 dicembre. Ha concluso i lavori don Marco Lai che ha ringraziato tutti, ma, in modo particolare l’arcivescovo Arrigo Miglio, che, come si sa, ha chiuso il suo mandato pastorale di titolare Chiesa di Cagliari per raggiunti limiti di età, rimanendone vescovo emerito. I presenti hanno tributato un lungo e caloroso applauso, un’autentica standing ovation, al Vescovo Miglio.
Torneremo sul rapporto. Intanto anticipiamo il contributo presente nel volume del direttore Franco Meloni.
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Trasformare il mondo per salvarlo. Il comune campo di impegno per l’umanità tracciato dalla Laudato si’ e dall’Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile.
di Franco Meloni
“Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Così cantava Fabrizio De André in una delle sue canzoni più “dure” e “politicamente impegnate”(1), con la quale se la prendeva con i benpensanti incuranti delle ragioni del movimento della contestazione studentesca e operaia del 1968. Si tratta di un’invettiva che mi piace condividere con i lettori, separandola arbitrariamente dai fatti del passato a cui si riferisce, perché credo ben si attagli all’atteggiamento odierno di “indifferenza generalizzata” davanti a quanto sta succedendo al nostro Pianeta, attraversato da una crisi climatica ed ecologica, tanto grave e urgente da esserne minacciata la stessa sopravvivenza. Questo atteggiamento negativo riguarda innanzitutto i governanti degli Stati, a tutti i livelli, ma ad essi purtroppo si accompagna quello della stragrande maggioranza degli abitanti del Globo, noi compresi. Non voglio qui sminuire l’importanza delle reazioni alla situazione della Terra, tese a contrastarne la deriva di autodistruzione, sia per quanto attiene ai responsabili politici (e, in generale, alle classi dirigenti), sia ai cittadini, singoli e associati. Per quanto riguarda i primi, possiamo citare gli impegni presi dagli Stati nelle varie Conferenze internazionali sui cambiamenti climatici (2), e con l’Agenda Onu 2030, sulla quale mi soffermerò (3); mentre per i secondi basta rammentare le lotte dei movimenti ecologici in tutto il mondo, come quello encomiabile dei ragazzi di Fridays For Future (4). Queste iniziative vanno valorizzate e anche enfatizzate essendo precisamente nella giusta strada, ma emerge la loro complessiva inadeguatezza, rispetto alla gravità e urgenza dei problemi, così come avvertono gli scienziati competenti per materia e dotati di sensibilità culturale e sociale. 
Laudato si’. L’approccio dell’ecologia integrale.
Su dette problematiche, che costituiscono una costante preoccupazione del suo pontificato fin dal suo insediamento, Papa Francesco ha scritto la “Laudato si’. Lettera enciclica sulla cura della casa comune”, datata 24 maggio 2015, autentica pietra miliare dalla quale il Papa continuamente riparte con piccole e grandi iniziative, tra le quali ultime l’istituzione della «Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato» il primo settembre di ogni anno, con le connesse iniziative del «Tempo del Creato» (5), e lo storico Sinodo sull’Amazzonia, celebrato a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019. La Laudato si’ è oggetto di studio e approfondimenti in tutto il mondo; costituisce un testo di riferimento che unifica credenti e non credenti (6) nell’impegno per la “Casa comune”. Sono innumerevoli le iniziative in tal senso e anche noi nella nostra come nelle altre Diocesi della Sardegna, abbiamo fatto e facciamo la nostra parte. Tuttavia sentiamo l’insufficienza di tale attività e di conseguenza la necessità di aumentare gli sforzi e il coinvolgimento di più soggetti. E’ anche questo lo scopo del presente articolo, nel quale non mi soffermo tanto sull’Enciclica, che comunque ne costituisce assoluto riferimento, quanto sulle iniziative “laiche” che sono consonanti con l’impostazione complessiva della stessa. Il documento laico più vicino all’Enciclica, che ha analogo “respiro”, è appunto l’Agenda Onu 2030. Vedremo più avanti. Intanto ci piace riportare dalla Laudato si’ l’appello di Papa Francesco, che ne sintetizza lo scopo ultimo, unendo le preoccupazioni alla Speranza sostenuta dal riconoscimento di quanto di positivo già si fa. (Laudato sì’, 13, 14) “13. La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare. Il Creatore non ci abbandona (…). L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringraziare tutti coloro che, nei più svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. (…) 14. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta (…) Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche.(…)”.
Dell’Enciclica voglio rimarcare in modo particolare un concetto chiave, quello dell’ECOLOGIA INTEGRALE. Dice il Papa (Laudato si’, 137):  ”Dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui diversi elementi di una ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali.”. Dunque: l’ECOLOGIA AMBIENTALE, ECONOMICA E SOCIALE, l’ECOLOGIA CULTURALE, l’ECOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA, IL PRINCIPIO DEL BENE COMUNE, LA GIUSTIZIA TRA LE GENERAZIONI, tutti ingredienti compresi nell’accezione “Ecologia integrale”, che come vedremo, vengono puntualmente ripresi nell’Agenda Onu 2030, forse senza un confortevole respiro religioso, ma tale è il valore aggiunto che caratterizza il sentire dei credenti e non solo (6). Vi invito a soffermarvi innanzitutto sul “preambolo” del documento dell’ONU, proprio per evidenziarne la consonanza con la Laudato si’ (che lo ha preceduto), quasi come risposta concreta all’appello del Papa, anzi sembra davvero che lo abbia scritto lui, sicuramente, penso io, ha contribuito ad ispirarlo.
Trasformare il nostro mondo: l’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo Sostenibile approvata il 25 settembre 2015, dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
“PreamboloQuest’Agenda è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità. Essa persegue inoltre il rafforzamento della pace universale in una maggiore libertà. Riconosciamo che sradicare la povertà in tutte le sue forme e dimensioni, inclusa la povertà estrema, è la più grande sfida globale ed un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile. Tutti i paesi e tutte le parti in causa, agendo in associazione collaborativa, implementeranno questo programma. Siamo decisi a liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e vogliamo curare e salvaguardare il nostro pianeta. Siamo determinati a fare i passi audaci e trasformativi che sono urgentemente necessari per portare il mondo sulla strada della sostenibilità e della resilienza. (…) . PersoneSiamo determinati a porre fine alla povertà e alla fame, in tutte le loro forme e dimensioni, e ad assicurare che tutti gli esseri umani possano realizzare il proprio potenziale con dignità ed uguaglianza in un ambiente sano. PianetaSiamo determinati a proteggere il pianeta dal degradazione, attraverso un consumo ed una produzione consapevoli, gestendo le sue risorse naturali in maniera sostenibile e adottando misure urgenti riguardo il cambiamento climatico, in modo che esso possa soddisfare i bisogni delle generazioni presenti e di quelle future. ProsperitàSiamo determinati ad assicurare che tutti gli esseri umani possano godere di vite prosperose e soddisfacenti e che il progresso economico, sociale e tecnologico avvenga in armonia con la natura. PaceSiamo determinati a promuovere società pacifiche, giuste ed inclusive che siano libere dalla paura e dalla violenza. Non ci può essere sviluppo sostenibile senza pace, né la pace senza sviluppo sostenibile. CollaborazioneSiamo determinati a mobilitare i mezzi necessari per implementare questa Agenda attraverso una Collaborazione Globale per lo sviluppo Sostenibile, basata su uno spirito di rafforzata solidarietà globale, concentrato in particolare sui bisogni dei più poveri e dei più vulnerabili e con la partecipazione di tutti i paesi, di tutte le parti in causa e di tutte le persone.”
Occorre evidenziare il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, nella misura in cui si basa su un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo (in particolare di quello egemone capitalistico neo liberista), non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Si afferma pertanto una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo. Tutti i Paesi – senza distinzioni tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo, anche se evidentemente le problematiche possono essere diverse a seconda del posizionamento socio-economico – devono impegnarsi a definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere gli SDGs entro il 2030. Rispetto a tali parametri, ciascun Paese viene valutato periodicamente sui risultati conseguiti all’interno di un processo coordinato dall’Onu e dagli Stati nazionali, auspicabilmente sostenuto dalle opinioni pubbliche nazionali e internazionali. L’attuazione dell’Agenda richiede pertanto un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese alle pubbliche amministrazioni, dalla società civile, al volontariato e alle entità del terzo settore, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura. 
In questo intervento non mi occupo dei risultati conseguiti (a oltre quattro anni dal varo dell’Agenda), preferendo rimanere sui dati informativi dell’iniziativa. Dobbiamo constatare peraltro che tuttora permane una scarsa conoscenza dell’Agenda (così pure della Laudato si’) per cui è necessario incrementarne la diffusione e le iniziative di sensibilizzazione a tutti i livelli e in ogni possibile circostanza. Ci saranno sicuramente altre occasioni per effettuare opportune valutazioni, a cui non mancheremo. Per l’Italia i check-up annuali sono curati (a partire dal 2016) dall’ASviS, ultimo relativo al 2019 è stato presentato il 4 ottobre 2019 (8).
Goals e Targets (Obiettivi e Traguardi)
[segue]