Cultura&Economia

Oggi martedì 27 dicembre 2016

Auguri buone feste 16-17
Logo_Aladin_Pensieroaladin-lampada-di-aladinews312sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413
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sardegna-dibattito-si-fa-carico-181x300La Sardegna dei nuovi indifferenti, che ha dimenticato la lezione di Gramsci
14 dicembre 2016 – Pronto intervento
Paolo Fadda su Sardinia Post.
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democraziaoggiSocialdemocrazia “appagata” e subalterna al liberismo
27 Dicembre 2016
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.

Cultura. Bonas noas dalla Regione? Vedremo

stemma RAS Consiglio-regionale-SardegnaRAS – PUBBLICA ISTRUZIONE. Per tutelare le minoranze linguistiche storiche, l’Esecutivo, su proposta dell’assessora Claudia Firino, ha integrato con risorse regionali – 500mila euro – i contributi statali destinati agli Enti locali che si occuperanno della organizzazione degli Sportelli linguistici dedicati al progetto. Via libera anche allo stanziamento di 150mila euro per il sostegno alle attività delle Università della Terza Età: la metà dell’importo, pari a 75mila euro, sarà suddivisa in parti uguali tra le 31 Università, l’altra metà sarà ripartita proporzionalmente in base al numero degli iscritti nell’anno accademico 2015/2016. Approvato anche il Progetto “CultuRAS 4”. Si tratta di 56.600 euro di fondi statali e regionali per interventi in materia di politiche giovanili, volti a promuovere iniziative culturali e formative, e appositi centri o spazi aggregativi per i giovani. Infine sono stati finanziati con 100mila euro i progetti di mobilità giovanile internazionale. La somma sarà destinata a tre associazioni sarde, scelte tramite pubblicazione di avviso, che abbiano esperienza nel campo degli scambi internazionali e realizzino progetti di mobilità, promozione dell’interculturalità e cittadinanza europea.

LINGUA SARDA. BONAS NOAS DAE SA REGIONI

Sardegna-bomeluzo22Al via i corsi gratuiti di Lingua sarda
(RAS) L’Assessorato della Pubblica istruzione nell’ambito delle attività relative allo Sportello linguistico regionale, comunica che sono aperte le iscrizioni ai corsi gratuiti di lingua sarda.
- I corsi, uno per principianti assoluti e uno di livello elementare, saranno di 30 ore ciascuno e si terranno a Cagliari, Nuoro, Oristano e Sassari, in sedi ancora da definirsi, nel periodo novembre/dicembre 2016.
- Le iscrizioni sono aperte a tutti i residenti in Sardegna che non conoscano la lingua sarda (corso per principianti assoluti) o ne abbiano una conoscenza minima (corso di livello elementare).

cori lingua sarda RASGli interessati, dovranno far pervenire la domanda entro le ore 12 del 2 novembre 2016 esclusivamente tramite email all’indirizzo: pi.cultura.sarda@regione.sardegna
Per informazioni e/o chiarimenti è possibile contattare i seguenti recapiti telefonici:
- sede di Cagliari 070 6065067/070 6064948
- sede di Sassari 079 208 8567

Consulta i documenti
- Avviso [file.pdf].
- Modulo di iscrizione livello elementare [file.rtf]
- Modulo di iscrizione principianti [file.rtf]

Scienza economica: quale aiuta l’umanità?

The Post-Crash Economics SocietyLA LEZIONE DELLA GRANDE CRISI
È ora di cambiare il modo di insegnare economia Nei corsi tradizionali non c’è traccia della crisi.
di David Pilling su Il sole 24 ore.
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Il capitalismo è correggibile?
6 Ottobre 2016
democraziaoggiGianfranco Sabattini su Democraziaoggi

A parere di Philip Kotler, docente di marketing alla Northwestern University nello Stato dell’Illinois (USA) e autore di “Ripensare il capitalismo. Soluzioni per un’economia sostenibile e che funzioni meglio per tutti”, è possibile correggere l’attuale modo di funzionare dell’economia di mercato, per “creare un capitalismo ad alte prestazioni”; esisterebbero diversi motivi per farlo: intanto perché, a parere dell’autore, il capitalismo funziona meglio di qualsiasi altro sistema sinora sperimentato; in secondo luogo, perché, facendo tesoro di una massima del mahatma Gandhi (secondo la quale, la differenza tra ciò che si fa e ciò che si sarebbe capaci di fare basterebbe per risolvere quasi tutti i problemi del mondo) è possibile proporre una soluzione per i principali difetti del libero mercato; infine, perché è necessario affrontare i problemi che impediscono al capitalismo di produrre le migliori prestazioni possibili, secondo un approccio diverso da quello tradizionale, privilegiando una visione d’insieme di rutti i limiti dell’economia di mercato, per comprenderne l’impatto complessivo sulla struttura del sistema sociale. – segue –

DIBATTITO

tempi_moderni__-738x413Perché è necessario un Osservatorio sulla democrazia?
di Nadia Urbinati su L’Huffington Post 21/09/2016.
By sardegnasoprattutto/ 22 settembre 2016/ Culture/

Amiamo immaginare la nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli come un cantiere di utopia, un laboratorio che osserva i processi sociali in corso e le trasformazioni della politica e della cultura delle nostre città. Cantiere di utopia perché convinto che l’immaginazione democratica abbia una propensione alla sovversione di schemi adusi e al ripensamento delle procedure e delle istituzioni nel tentativo ininterrotto di aggiustare la realtà all’immaginario egualitario. Da questa filosofia muove l’Osservatorio della democrazia con la sua attività di ricerca e di divulgazione.

Nella città democratica ideale la possibilità di fruire della cultura dovrebbe essere un bene collettivo al quale tutti e ciascuno possano accedere liberamente. Nella città democratica reale questa possibilità è purtroppo condizionata, in forma sempre più rilevante, dalle disponibilità economiche di chi ricerca la cultura e dal senso del bene comune di chi la offre. Detto altrimenti, vivere in società capitalistiche con ordinamenti politici ispirati a principi democratici è una sfida non di poco conto per chi assegna valore alla democrazia. La relazione tesa, e a tratti labile e conflittuale, tra l’ordine dell’interesse economico e l’ordine dell’eguale libertà politica è alla radice del progetto dell’Osservatorio sulla Democrazia della Fondazione Feltrinelli.
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Università nel mondo e Università della Sardegna / DIBATTITO

La controclassifica dove l’Italia supera Harvard e Stanford. Un interessante esercizio di Giuseppe De Nicolao su Roars.
Roars Logo-Home-Page-910x1174Il sito Roars aggiunge un parametro alla classifica di Shangai e i risultati sono a sorpresa con le italiane in testa
di Gianna Fregonara, sul Corriere della Sera on line.
University MASTER__
Harvard prima. Poi Stanford e il Mit e Berkeley, Cambridge e Princeton. Sedici americane, tre inglesi e una svizzera (l’Istituto di tecnologia di Zurigo) sono le migliori venti università del mondo, secondo la classifica pubblicata a Ferragosto dalla Shanghai Jiao Tong University (Arwu). Le italiane, come negli scorsi anni, sono ancorate dopo il 150esimo posto su 500. Cinque quest’anno – erano sei nel 2014 – tra il 150 e il 200esimo gradino: la Sapienza, l’Università di Milano, e poi Padova, Pisa e Torino. Venti in tutto entro l’ultima posizione.
Difficile, messe così le cose, poter esultare per il nostro sistema universitario, nonostante il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio abbia subito rimarcato la riconferma del risultato dello scorso anno per il suo ateneo. Impossibile per le nostre università scalare oltre le classifiche – tutt’al più può succedere che da un anno all’altro «rosicchino» qualche posizione – se si usano i criteri dell’istituto cinese: il numero di ex studenti che hanno preso il Nobel, il numero di premi Nobel che fanno parte del corpo insegnante, il numero di ricercatori con maggiori citazioni scientifiche e di studi pubblicati nelle riviste specializzate.
La vittoria degli Atenei italiani
Ma Giuseppe De Nicolao, professore di Ingegneria a Pavia e collaboratore della rivista online Roars, ha provato ad aggiungere un altro indicatore ai dati raccolti a Shanghai, per stilare una classifica «dell’efficienza delle università che mettesse a confronto i risultati con la spesa», dividendo cioè i costi di gestione di ogni università per il numero di punti raggiunti. E a sorpresa – mettendo a confronto i primi venti atenei della classifica Arwu e i venti atenei italiani che vi sono classificati – a guidare questa «gara» sono quattro università italiane: la Scuola Normale di Pisa, l’Università di Ferrara, Trieste e Milano Bicocca, e nei primi dieci posti otto sono gli atenei italiani mentre a reggere il confronto dell’efficienza tra le grandi università ci sono solo Princeton e Oxford. – segue -

Buone riflessioni da parte di un neokeynesiano prudente

pensatore sotto lunaAppunti di politica economica e dintorni
di Tonino Dessì
Che siamo in deflazione permanente ogni tanto viene anche scritto.
La deflazione è una delle bestie peggiori per un’economia, in particolare regionale (come quella europea), o locale (come quella italiana).
In genere il tema, politicamente e giornalisticamente, dopo esser stato evocato, non viene approfondito, perché persino gli economisti più seri non hanno mai fornito una “ricetta” efficace per affrontarlo.
Il più delle volte, nei testi “sacri” di ogni autore e scuola, si descrive il fenomeno, si glissa sui complessi problemi teorici e pratici che rendono difficile ogni intervento e poi si rinvia al compiersi di cicli o all’evolversi di precedenti vicende storiche.
La deflazione in corso però non è mondiale, ma specificamente europea, resa possibile come fatto “regionale” dall’essere il sistema economico europeo ancora relativamente chiuso e aggravata dal permanere di un assetto politico-istituzionale continentale ancorato ai criteri elaborati in un periodo nel quale gli obiettivi fondamentali sono stati individuati nella lotta all’inflazione e nel controllo incrociato del deficit pubblico degli Stati membri.
Ne sono scaturiti più di vent’anni di politiche deflazionistiche, dalle quali l’UE non riesce a uscire anche perché dovrebbe modificare gli ultimi trattati nonchè i connessi limiti statutari di missione della BCE. Non solo: occorrerebbe anche revocare le modifiche introdotte, in ossequio a quelle scelte, negli ordinamenti interni dei singoli Stati membri, come è accaduto con la costituzionalizzazione del pareggio “reale” del bilancio nell’articolo 81 della Costituzione italiana, intervenuta sotto il Governo Monti.
Una modifica politico-ideologica sorprendente, all’interno di una Costituzione politicamente e ideologicamente “aperta” (per non abusare anche in questo campo del termine “laica”).
Quella disposizione contrasta con ogni principio finanziario, perché contiene il divieto di finanziare la spesa pubblica in deficit.
Tant’è che siamo al paradosso di dover far finta che si tratti di una disposizione appena “programmatica”, ma non cogente, altrimenti sorgerebbe questione immediata di incostituzionalità di ogni manovra di bilancio successiva.
Tutte le leggi di stabilità, infatti, fino ad oggi, hanno continuato a finanziare in deficit non solo la (poca) spesa per investimenti, ma anche la (crescente) spesa corrente e segnatamente quella dello Stato centrale, mentre quella delle Regioni e degli enti locali è stata strangolata, con tutte le ricadute che conosciamo sul livello dei servizi di competenza delle autonomie territoriali.
A margine, quindi, ragion di più per lasciare in pace la Costituzione, toccandola il minimo indispensabile.
Ma anche in un contesto che è di ampiezza continentale, da parte del Governo italiano (e della classe dirigente imprenditoriale di principale riferimento) si è continuato a commettere errori specifici e a non compiere alcune scelte che avrebbero consentito una navigazione più proficua del tirare a campare fra qualche elargizione propagandistica (gli ottanta euro), qualche demagogia fiscale a danno della finanza locale (l’eliminazione dell’IMU sulla prima casa malamente compensata da parziali erogazioni derivate centrali) e quotidiani annunci di improbabili attese di incremento del PIL, smentite dai dati della contabilità nazionale cinque minuti dopo l’ultimo tweet.
Valentino Parlato spiega alcune di queste cose in modo semplice e consiglio a chi sopravviva alla lettura del mio post di leggerle. – segue –

Quale economia al servizio dell’umanità?

I limiti della “mano invisibile” del mercato

imagedemocraziaoggi loghettodi Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi

La teoria economica tradizionale ha prodotto un’abbondante letteratura, per dimostrare i vantaggi che possono essere assicurati alla collettività dal funzionamento di un libero mercato guidato da una presunta “mano invisibile”. E’ questa una visione dovuta al fondatore dell’economia moderna, Adam Smith, secondo il quale, quando i mercati sono lasciati funzionare per conto loro, senza che un’autorità sovraordinata pretenda di dirigerli, producono il massimo vantaggio per i singoli individui che vi operano, indipendentemente dalla loro intenzionalità, ma anche per l’intera collettività.
L’errore di chi, acriticamente, prende che sia considerata valida la visione smithiana consiste, secondo Kaushik Basu [economista indiano e docente presso la Cornell University di Ithaca nello Stato di New York e autore di “Oltre la mano invisibile. Ripensare l’economia per una società giusta”], nel non rendersi conto che il libero mercato della tradizione manualistica della teoria economica, pur avendo le qualità che le vengono attribuite, essa però è irrealistica; da ciò consegue che è privo di senso pensare che l’avvicinarsi “al modello di un mercato perfettamente libero” serva a condurre l’umanità “verso una qualche sorta di ideale sociale”.
L’assunto sottostante la concezione ortodossa del libero mercato è che la ricerca dell’interesse personale vada sempre a beneficio della società; ma questo assunto – a parere di Basu – implica che non esista alcun conflitto tra l’interesse individuale e l’interesse collettivo dell’intera società. Sebbene la visione smithiana del mercato possa apparire ovvia, occorre tenere presente – afferma Basu – che l’assunto del libero mercato regolato dalla mano invisibile è rimasto senza dimostrazione per tanto tempo, sino a quando esso, a Novecento inoltrato, è stata dimostrata la sua validità formale, da parte di alcuni autori, tra i quali spiccano i nomi di Kenneth Arrow e Gèrard Debreu. Questi autori hanno formalmente dimostrato che, date certe condizioni iniziali, tutti gli individui, perseguendo il proprio interesse egoistico, conducono il sistema sociale ad uno stato ottimale; questa dimostrazione formale è divenuta nota come “primo teorema dell’economia del benessere”.
Il teorema non implica che l’assunto del libero mercato affermi qualcosa di sbagliato; le proposizioni in cui il teorema si articola, però, sono proposizioni condizionali, fondate su un sistema di ipotesi che valgono ad introdurre un insieme di condizioni iniziali che si suppongono date; queste, in quanto tali, valgono ad allontanare l’idea del mercato competitivo autoregolato dalla realtà. Un aspetto essenziale della condizioni iniziali è l’idea che il mercato e il funzionamento del sistema economico possano essere separati dalla società e dalle sue istituzioni politiche, mentre per poter valutare come realmente funziona il mercato occorre valutare congiuntamente le relazioni che intercorrono tra mercato, funzionamento del sistema economico, istituzioni politiche e società; non farlo – afferma Basu – costituisce un limite grave al funzionamento stabile e socialmente giusto del sistema economico. Llimite, questo, che sta alla base del conservatorismo di gran parte della teoria economica standard.
Pertanto, l’idea che un mercato interamente libero costituisca un obiettivo ideale da perseguire per ottimizzare la soddisfazione dell’interesse individuale e collettivo poggia su basi realisticamente improbabili. Queste basi sono un mito: “un mito – afferma Basu – che ha prodotto effetti di vastissima portata sul modo di valutare le decisioni di politica economica” e sulla possibilità di realizzare un ordine economico più stabile e socialmente equo. Poiché del primo teorema dell’economia del benessere, in virtù della sua forza intellettuale, ma anche del suo grande fascino estetico, se considerato isolatamente, ne è stato fatto un uso irragionevole, sino a comportare conseguenze negative riguardo al modo in cui sono decise le politiche economiche, Baso, col suo libro, intende criticare il pensiero economico dominante, per proporre un punto di vista alternativo riguardo al modo di funzionare dell’economia.
Lo scopo dell’economista indiano è di mostrare che il mercato può funzionare in modo diverso rispetto a quello assunto sulla base del mito della mano invisibile, per sostenere che i processi economici e sociali non si svolgono secondo ipotesi fideistiche, ma sulla base di una governance politicamente adottata e socialmente condivisa. L’efficienza e l’equità di un’economia di mercato – afferma Basu – sono “strettamente connesse alla natura della governance e delle istituzioni collettive di una società”. Ciò, peraltro, è quanto stabilisce il secondo “teorema dell’economia del benessere”, che i sostenitore del libero mercato incondizionato ignorano nelle loro analisi.
Il secondo teorema, infatti, ridimensiona il mito smithiano, affermando che, modificando opportunamente le dotazioni iniziali dei componenti il sistema sociale attraverso politiche ridistributive, un’economia concorrenziale consente di raggiungere qualsivoglia stato sociale ottimale, in corrispondenza del quale è massimizzata l’utilità collettiva. Se si considera anche questo secondo teoreme, diventa chiaro – sottolinea Basu – che, se si vuole che il sistema sociale disponga di un’economia efficiente ed equa sul piano distributivo, occorre un governo del mercato ed istituzioni politiche idonee a contenere le disuguaglianze; se queste sono associate a situazioni di povertà, come capita spesso nei sistemi capitalistici, occorrerà combattere per prima quest’ultima, in quanto, sebbene le disuguagluanze siano di per sé un male, esse possono essere tollerate se servono a sconfiggere la povertà.
Cercare di conseguire miglioramenti dello stato sociale, anche attraverso politiche economiche dagli effetti limitati sul piano del cambiamento, non significa che queste politiche siano compatibili con lo scopo più generale di realizzare un mondo migliore; esse servono – sottolinea Basu – “a tener vive le speranze di riforme più generali, capaci di eliminare la povertà dal pianeta […] e di riportare la disuguaglianza, oggi schizzata ad altezze incomprensibili, a livelli più tollerabili”. Un mondo siffatto non sarebbe “semplicemente efficiente, come vogliono essere le economie di mercato, ma anche giusto”, da risultare perciò meno instabile sul piano politico, sociale ed economico. Il fatto che si rinunci a realizzare questo stato del mondo, vale solo a dimostrare che “la forma di capitalismo a cui gran parte del mondo si affida o a cui gran parte del mondo aspira è un sistema clamorosamente iniquo”.
Ciò accade, a parere di Basu, perché i “corifei” della teoria economica tradizionale hanno concorso a radicare il convincimento che basti perfezionare il sistema vigente perché tutto vada bene; si tratta di un convincimento propagato, a volte consapevolmente e a volte no, nell’interesse di chi ha da guadagnare dalla permanenza dell’iniquità del sistema.
L’aspirazione a un cambiamento dello stato esistente del mondo sarebbe irrazionale se esistesse una qualche legge che dimostrasse l’immodificabilità dello status quo; ma poiché il secondo teorema dell’economia del benessere dimostra la possibilità di realizzare altri sistemi sociali alternatici a quello esistente, è giusto – afferma l’economista indiano – cercare di mitigare “la nostra propensione all’egoismo”, senza impegnarci instancabilmente a cercare di cogliere ogni vantaggio che ci si presenta.
In conclusione, è giusto aspirare a realizzare consapevolmente, senza che ci si affidi a presunte autonome capacità di regolazione del libero mercato, un mondo migliore ed è anche giusto pensare di poterlo realizzare sebbene non risulti compatibile con il sistema degli incentivi descritto dai manuali dell’economia tradizionale a supporto del comportamento razionale dal punto di vista economico. E’ giusto pensare di poter realizzare tutto ciò, soprattutto da parte di coloro che si trovano in stato di necessità, senza averne colpa, all’interno di sistemi sociali dotati di tante risorse da consentire di poter funzionare in condizioni di massima efficienza, pur realizzando una società giusta e solidale.
Soprattutto, in generale e in linea di principio, è giusto pensare, indipendentemente dallo stato di bisogno di ciascuno, di poter rimuovere il mito della mano invisibile, coltivato e conservato dai sostenitori del sistema vigente; soprattutto se questi ultimi si conservano sempre disposti a sostenere che la povertà di una parte della società è l’esatta misura della sua produttività e che la sua costante presenza è essenziale per non alterare gli incentivi necessari per realizzare un “reddito medio” più elevato, unico e valido parametro in base al quale misurare la rimozione della piaga dell’indigenza e dell’ingiustizia. Il conservatorismo sarà duro a morire, ma l’esperienza storica ha lasciato in eredità delle generazioni presenti un’esperienza da non permettere sonni tranquilli per chi persevera nel sostenere, a tutti i costi, per buona una visione della società che la ragione rifiuta.

Topologie Postcoloniali. Presentazione del libro di Alessandro Mongili

Mongili iniz 3 8 16Oggi dalle ore 19:00 alle ore 21:00
Piazza Zampillo, Villacidro
Presentazione del libro di Alessandro Mongili
Che cos’è l’innovazione? Dove si compie? Le politiche dell’innovazione in Sardegna come si articolano? - segue –

Riparliamo di Santa Igia

Santa Igia Libro 3-5 nov 1983Nell’incontro su San Giorgio Vescovo, tenutosi lunedì scorso nel contesto della Festa patronale di Sant’Anna del quartiere Stampace, il prof. Marco Cadinu ha parlato della Cagliari medievale e, in particolare, della relazione tra l’antica città giudicale di Santa Igia e la città pisana con i suoi quartieri, primo tra tutti Stampace. All’epoca in cui visse San Giorgio (anno 1000 e succ.) Stampace non esisteva come quartiere ben definito (i pisani si stabiliscono dal 1200 in poi) anche se dovevano esistere abitazioni probabilmente in continuità con la vicina città giudicale. Tanto è che Marco proponeva San Giorgio di Santa Igia, come nativo e in qualche modo precursore di quello che sarebbe più tardi diventato il quartiere di Stampace. Che i primi abitanti di quella parte di territorio che poi sarebbe diventata “Stampace” provenissero proprio da Santa Igia o comunque fossero in rapporto diretto con essa è un’ipotesi suggestiva, da approfondire in tutti i diversi aspetti con l’aiuto degli esperti (Università in primis). Ovviamente queste argomentazioni richiamano la necessità di approfondire tutta la vicenda della città giudicale e del suo periodo, allo stato poco studiato o perlomeno approfondito in studi sconosciuti ai più. Bisogna riprendere in mano la questione, sicuramente con la complessità che in poche parole delineò il compianto Ferruccio Barreca, come più avanti raccontiamo.
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Una legge speciale della Regione Autonoma della Sardegna per finanziare le ricerche sulla città giudicale di Santa Igia.
Dal 3 al 5 novembre 1983 si tenne a Cagliari un convegno di studi su “Santa Igia, Capitale giudicale”, promosso dall’Università di Cagliari (Istituto di Storia Mediolevale) e sponsorizzato dal CIS e dalla SIACA (gli atti furono raccolti in un volume, curato da Barbara Fois, del quale riproduciamo la copertina). Tra i molti studiosi e personaggi politici, partecipò Ferruccio Barreca (per vent’anni fu Soprintendente ai Beni Archeologici per le Province di Cagliari e Oristano, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e docente di archeologia fenicio-punica nell’Università di Cagliari), con un breve intervento di cui pubblichiamo la conclusione, con un’interessante proposta, che vale la pena rilanciare oggi.
santa Igia F Barraca

Tutela artistica e culturale sull’edificio che ospitò la Scuola Popolare dei Lavoratori di Is Mirrionis

SP A MONU APERTI 2016INA-CASADalla ricerca di Antonella Sanna su “Il nucleo edilizio Is Mirrionis (1953-56)” riportata nel Itaca loghettovolume “L’architettura Ina Casa 1949-1963″ Cangemi Editore (fatta ripubblicare dal prof. Enrico Corti per i corsi del Progetto Itaca), risulta, tra l’altro: “Sacripanti [progettista dell'interno nucleo edilizio] colloca tipologie residenziali dimensionalmente molto differenziate… intorno ad uno spazio pubblico centrale… sul quale si affaccia il basso edificio del centro sociale, progettato dallo stesso architetto…” Ora è noto che Maurizio Sacripanti è stato un grande architetto italiano che ha progettato opere di grandissimo rilievo (a Cagliari, per esempio, oltre che il nucleo del quartiere di Is Mirrionis, il Teatro Lirico) e, seppure l’ex Centro sociale possa essere considerata “un’opera minore” – in verità all’interno di una più complessa e originale realizzazione – mi chiedo se potremmo richiederne la tutela come opera da salvaguardare, rimpristinadola secondo il progetto originario di Sacripanti. E’ un’idea che potrebbe contribuire alla nostra vertenza di ricupero del manufatto per scopi sociali, in primis scuola popolare per il quartiere e per la città (Franco Meloni).

Studiare, rileggere, ripensare, riscrivere (laddove necessario), la storia della Sardegna per decidere “che fare” oggi

IMPORTANTE! Il traguardo delle 1000 firme è stato raggiunto, ma la campagna di raccolta non si ferma, perché l’obiettivo non è il numero ma la crescita di consapevolezza sulla storia di questa città e di questa terra.
Ogni firma è il risultato faticoso di una paziente attività di dialogo, volto a scardinare i tanti pregiudizi di chi si ferma al titolo della petizione senza neppure voler provare a capire un poco di più. Ma noi siamo pazienti, perché siamo guidati dall’intento di unire, non di dividere la gente di questa terra. Avanti così!

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Dietro il monumento a Carlo Felice. Rileggiamo tutta la storia della Sardegna per aiutarci a decidere “che fare” oggi
Carlo-Feroce-con-preservativo-30-ott-12-168x300Spostare una statua crea o distrugge valore?
di Giuseppe Melis Giordano*

Premessa
Una delle accuse più ingiuste e strumentali fatte ai promotori della petizione per spostare la statua di Carlo Felice è quella in base alla quale si vorrebbe “distruggere il passato”, “cancellare la storia”, “ruspare le gesta di un tempo che non c’è più”, insomma, un gruppo di facinorosi iconoclasti.
Ebbene, niente di più falso. Questo non fa parte della cultura dei proponenti, ma forse abbiamo difettato nella comunicazione, che ha indotto in errore circa le nostre intenzioni. Pertanto ci pare doveroso provare a chiarire, ancora una volta, il nostro punto di vista (uso il plurale perché almeno nelle circa venti persone che hanno dato inizio a questa proposta, quanto sto per scrivere è ampiamente condiviso).

Il valore delle statue e la loro tutela
Le statue da sempre hanno valore celebrativo e/o di abbellimento di uno spazio, pubblico o privato. In molti casi esse hanno un valore simbolico in ciò che rappresentano.
Giuridicamente tali manufatti sono dei “beni culturali” soprattutto quando danno conto della civiltà dei tempi passati e pertanto meritevoli di tutela. Oggi per fortuna ci sono leggi che disciplinano non solo la conservazione ma anche la valorizzazione. Ne discende che quanto da noi proposto avvenga nel rispetto del Codice dei beni culturali e del paesaggio adottato dallo stato italiano (http://www.sbapge.liguria.beniculturali.it/index.php?it/165/codice-dei-beni-culturali-e-del-paesaggio-testo-integrato). In particolare il comma 2 dell’articolo 2 del citato Codice sostiene che:
“Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.”

Il valore della statua di Carlo Felice fino a oggi
Considerato che una statua è un bene mobile – il che non la rende comparabile con i beni immobili (cosa che invece tanti detrattori della petizione hanno finora fatto) – resta da stabilire cosa il soggetto proprietario di questo bene abbia fatto fino a oggi per dare seguito al disposto dell’articolo 3 del sopra citato Codice che recita testualmente:
“Articolo 3 Tutela del patrimonio culturale
1. La tutela consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione.
2. L’esercizio delle funzioni di tutela si esplica anche attraverso provvedimenti volti a conformare e regolare diritti e comportamenti inerenti al patrimonio culturale.”

Senza addentrarsi troppo nei meandri della legislazione italiana in tema di beni culturali, credo che si possa concordare sui seguenti punti:
a. Fino ad oggi la statua di Carlo Felice ha rappresentato solo un “arredo urbano” utile per i tifosi del Cagliari per poterlo vestire di rossoblù in occasione di gesta sportive vincenti.
b. Pochi sono i cagliaritani che conoscono (o conoscevano fino a che non è stata lanciata questa iniziativa) le gesta di Carlo Felice.
Eppure nel recente passato ci sono già stati articoli che hanno descritto il personaggio Carlo Felice (ora mi vengono alla mente, in ordine alfabetico, quelli di Francesco Casula, Enrico Lobina, Nicolò Migheli, Ivo Murgia, ma sicuramente ne dimentico qualcuno e di questo mi scuso), ma la lettura di questi contributi è rimasta confinata all’interno di un’ élite, e poco o nulla ha smosso finora, da molti punti di vista.
Stante questa situazione, si può ritenere che siano state rispettate fino ad oggi le finalità del Codice dei beni culturali in tema di “valorizzazione” del bene “statua Carlo Felice”?
La mia risposta è no, perché per fargli acquisire valore, occorre un’operazione di formazione e informazione capace di arricchire il significato di quella statua, qualunque esso sia. Perché a oggi l’unico significato, come scritto in precedenza, è quello di “attaccapanni” rossoblù.

La nostra proposta arricchisce il valore della statua
Contrariamente a quanti attribuiscono al gruppo promotore della petizione intenzioni “talebane”, le proposte della petizione vanno nella direzione di arricchire il valore della statua, certo non quello economico, ma quello simbolico. Ciò almeno per i seguenti motivi:
a. Spostare la statua genera domande anche nelle persone più distratte e quando ci sono domande c’è un processo di apprendimento, perché richiedono risposte;
b. Le risposte devono ricercarsi nella conoscenza della storia di questo sovrano – come documentata dagli storici dell’epoca contemporanea e immediatamente successiva a quella del sovrano sabaudo – e nella storia della statua stessa che è bene conoscere per intero. Ed è proprio per ciò che rappresenta il personaggio che non è accettabile oggi l’idea che la statua rimanga dove è. La sua realizzazione e la sua collocazione, infatti, sono il risultato della sudditanza delle persone coinvolte nei poteri decisionali del tempo (Stamenti), non certo il risultato di un processo democratico.
c. Collocare la statua all’interno di uno spazio museale e, segnatamente, per quanto mi riguarda, questo spazio è la Cittadella dei Musei, il luogo cioè dove la statua è stata forgiata. In particolare essa potrebbe campeggiare ben visibile in un’aiuola (io ne ho già individuata una libera particolarmente adatta), senza piedistallo, con un basamento basso tale da permettere anche una visione migliore del manufatto di bronzo, così da scorgere le fattezze del viso di questo megalomane rappresentato con gli abiti di un condottiero romano. In questo modo si ottempererebbe anche al disposto dell’articolo 38 del citato Codice che tratta il tema dell’accessibilità, cosa che adesso è solo apparente ma non sostanziale, visto che un bene è accessibile se riesce a trasmettere significati, altrimenti è come una formula matematica che se non la sai leggere, se non hai padronanza dei codici linguistici, non ti dice nulla e pertanto non è accessibile;
d. Sostituire la statua di Carlo Felice con quella di Giovanni Maria Angioy permetterebbe altresì di dare valore ad uno degli esponenti sardi che più di altri ha combattuto la tirannia sabauda e concorrerebbe ad accrescere l’autostima di questo popolo che troppe volte invece ha sentito e sente il bisogno di trovare “altrove” simboli cui ispirarsi per dare un senso alla propria voglia di riscatto (sociale, economico, culturale, ecc.). A questo proposito si pensi al significato dello scudetto vinto dal Cagliari, o ad altre imprese che soprattutto nello sport hanno inorgoglito questo popolo per intero.
Allora chiedo io a chi critica o snobba con supponenza questa iniziativa: ma davvero quanto ora indicato si configura come una iniziativa iconoclasta? Ma non sarà che è proprio non facendo nulla (come accaduto finora) che la storia non si conosce e viene cancellata perché fatta morire per inedia? Davvero, credete che siamo noi sostenitori della petizione ad aver avuto un’idea “bizzarra” o non sarà, invece, che proprio perché sta già facendo discutere e pensare, sono altri che vogliono rimanere nell’intorpidimento de “su connotu” e nell’ignavia senza fine?

La nostra iniziativa coniuga tradizione e innovazione
Oggi si fa un gran parlare di innovazione, di cambiamento, e per la gran parte della gente sembra che esso avvenga solo con l’introduzione di nuove “tecnologie”, o che queste debbano riguardare solo il modo di produrre e non anche il modo di essere. Eppure l’innovazione è qualsiasi processo volto a cambiare la realtà, per costruirne una nuova e migliore, se possibile. In questo senso, sono “innovazione” anche le operazioni di “sensemaking” e di “enactment”, che in italiano significano, rispettivamente, attribuzione di significati ad una realtà e attivazione di quella realtà (Weick, 1995).
La nostra iniziativa dà significato alla realtà della statua e a ciò che simbolicamente rappresenta e lo fa attivando un dibattito (cosa che nessuno può negare), un processo di conoscenza, di presa di consapevolezza su fatti storici ineluttabili e di azione volta a ridisegnare consapevolmente una porzione piccolissima della città. A questo proposito vorrei far osservare a chi dice che non si deve modificare l’esistente perché si altererebbe il processo di stratificazione storico, che la realizzazione della statua venne decisa dagli Stamenti sardi (https://it.wikipedia.org/wiki/Stamento) i quali, per quanto fossero delle assemblee rappresentative – di clero, nobili e militari – di fatto rispondevano al sovrano ed erano composti da persone che per lo più avevano come obiettivo quello di imbonirselo per entrare nelle sue grazie, circostanze queste che rendono ogni loro decisione viziata nelle fondamenta: per esempio, faccio la statua per celebrare la decisione di costruire una nuova strada da Cagliari a Porto Torres, non si sa mai che in questo modo il sovrano possa concedermi qualcosa di più. Può pertanto considerarsi questo come qualcosa che contrasta con l’idea che si ha oggi di un contesto democratico? Può considerarsi quel prodotto come qualcosa che non possa essere arricchito di significati e, di conseguenza, sottoposto ad aggiustamenti cognitivi?
La nostra idea è che questa iniziativa è tutt’altro che di retroguardia, essa al contrario vuole essere una vera innovazione culturale, perché non solo non cancella nulla, ma arricchisce ridefinendoli il senso della statua e del luogo nel quale finora essa ha sostato.

Un’operazione di marketing urbano
L’iniziativa insita nella petizione può essere annoverata come un’operazione di “marketing urbano”, perché intende intervenire, democraticamente, sulla gestione della città, riprogettandone una parte, sul piano simbolico prima di tutto e in minima parte sul piano dello spazio fisico. L’operazione proposta, infatti, passa per una decisione del Consiglio comunale che riconoscendo fondate e valide le istanze dei firmatari della petizione, ridefinisce il senso di quello spazio, prima di tutto cambiando il nome alla strada da “Largo Carlo Felice” a “Largo 28 aprile 1794. Die de sa Sardigna”, poi decidendo di sostituire la statua di Carlo Felice con quella di Giovanni Maria Angioy, che simbolicamente rappresenta l’oppositore della tirannide sabauda. Questa statua verrebbe rappresentata in abiti del tempo e non cambierebbe di molto il paesaggio fisico di quello spazio. Aggiungo persino che si potrebbe vestire di rossoblù esattamente come oggi si fa con Carlo Felice, con una differenza simbolica significativa: vestendo di quei colori che per noi sono nobili un tiranno, non si copre lui di ridicolo, ma si ridicolizzano i nostri colori. Giovanni Maria Angioy sarebbe stato invece orgoglioso di celebrare le gesta sportive della squadra della capitale della Sardegna, come lo sono tutti quelli che amano questa terra.
Ancora, la storia è il risultato della stratificazione di ciò che è accaduto col tempo. Le decisioni di oggi saranno la storia di domani, quindi oggi costruiamo la storia per il futuro. Se pertanto si apportano modifiche a spazi pubblici, come nel caso della nostra proposta, si sta aggiungendo uno strato ad altri preesistenti, senza cancellarli ma, come specificato sopra, arricchiti di nuovi significati, considerati oggi più pregnanti e più consoni ad una identità più consapevole, meno evanescente, più radicata e magari più volitiva nel voler costruire un futuro migliore.
A chi poi pone la questione dei costi dico solo che una iniziativa di questo genere si finanzierebbe con la raccolta pubblica di denaro (crowdfunding) e sono certo che tanti in tutto il mondo avrebbero piacere di contribuire, per cui le casse del Comune di Cagliari non sarebbero minimamente intaccate da tutta l’operazione. Al Comune di Cagliari e al suo ufficio tecnico competerebbe il compito di predisporre un progetto per la realizzazione del basamento della statua all’interno della cittadella, di stabilire le modalità della rimozione e del trasporto e le modalità con cui far realizzare la nuova statua, oltre alle nuove targhe per la strada. E anche la progettazione e la realizzazione della nuova statua potrebbe essere un’occasione per i tanti artisti sardi di mettersi in mostra e magari farne dono alla città.
Ripropongo ancora una volta la medesima domanda: davvero si può pensare che dietro questa petizione ci sia furore iconoclasta?
Quel che posso assicurare è che fin dall’inizio di questo percorso l’intento dei promotori è stato quello di “costruire” un significato nuovo, partendo da una migliore conoscenza del nostro passato, iniziativa che non ha e non vuole avere colorazioni partitiche ma si rivolge a tutti coloro che indistintamente hanno interesse a recuperare il senso della storia di questa città e di questa terra.
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Beppe Melis Unica fto micro* Giuseppe Melis Giordano è professore di marketing presso l’Università di Cagliari
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Abbasso Carlo Felice, Viva Giovanni Maria Angioy e i Martiri di Palabanda. Rileggere la storia per decidere “che fare” oggi
carlo ferocefelice mag 2016 foto FMC’è da spostare una statua
di Francesco Casula*

In occasione della ricorrenza di Sa Die de sa Sardigna, il 28 aprile scorso, un gruppo di cittadini (intellettuali, storici, docenti universitari) si sono ritrovati in Piazza Yenne a Cagliari e hanno dato vita a un Comitato “Spostiamo la statua di Carlo Felice”.

Nel volgere di qualche settimana arrivano centinaia e centinaia di adesioni: attualmente sono più di quattromila. Nel contempo il Comitato propone la sottoscrizione di una petizione (bilingue, in Sardo e in Italiano) con una proposta-richiesta che intende presentare al Sindaco e all’Amministrazione comunale di Cagliari corredata dalle firme, che a tutt’oggi 29 maggio sono 950.

Ma ecco in estrema sintesi i punti più salienti della proposta:

1. Spostare la statua di Carlo Felice in un museo cittadino, corredandola di adeguata ed esaustiva didascalia che, con richiami bibliografici, permetta ad ogni visitatore del museo, di prendere coscienza della storia dello stesso.

2. Rinominare la strada “Largo Carlo Felice” con qualcosa che richiami un momento positivo della storia dell’Isola e della città, quale per esempio, la data del 28 aprile giorno in cui si celebra Sa Die de Sa Sardigna.

3. Sostituire la statua di Carlo Felice con altro monumento idoneo a ricordare un eroe della lotta per la liberazione del popolo sardo dalle vessazioni dei dominatori succedutisi nei secoli (per esempio Giovanni Maria Angioy i cui seguaci furono perseguitati da Carlo Felice).

4. Concordare, con le istituzioni scolastiche della città, iniziative di informazione e formazione degli studenti sulla storia della città di Cagliari così da favorire la conoscenza e la crescita del senso di identità che oggi appare debole, effimero e non consapevole.
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Sardegna bene dell’Umanità: il teatro ce la svela…

qui nessuno è straniero Goiseppe CartablogLA CULTURA SARDA CI SALVERA’? IL VIAGGIO TEATRALE DI GIUSEPPE CARTA TRA I MISTERI E GLI INSEGNAMENTI DELLA STORIA
23/04/2016
di Giuseppe Carta ·

blog Barbara AngeliniPosted in Isola del sapere di Barbara Angelinihttp://isoladelsapere.com/la-cultura-sarda-ci-salvera-un-viaggio-teatrale-misteri-gli-insegnamenti-della-storia/

La storiografia non ufficiale comincia ad affrontare i misteri irrisolti della Storia riuscendo a dare spiegazioni a volte nettamente in contrasto con ciò che gli scritti autorizzati ci vogliono far credere. Seppur ancora non per molti, questa conoscenza comincia a farsi strada non troppo celatamente tra le virtuali pagine di internet e persino nelle librerie. Lo sviluppo storico ci appare allora non più così lineare come i libri di scuola ci hanno voluto insegnare, bensì un insieme di cadute e risalite da parte del genere umano che fa impallidire e perdere di valore al nostro concetto di “modernità” o di “progresso”.

La Sardegna è l’isola dei misteri storici per eccellenza, nel suo territorio sono presenti i monumenti megalitici più grandi ed importanti d’Europa che l’Unesco ha classificato come patrimonio mondiale dell’Umanità: i nuraghi. Sono presenti inoltre ziqqurat mesopotamiche, pozzi sacri di stampo egizio, enormi tombe dei giganti e piccole case di fate perfettamente scavate nel duro granito da popolazioni che non avrebbero potuto farlo con i mezzi che la storiografia ci insegna avere loro a disposizione. Sono inoltre presenti ancora nei ricordi della genti sarde ritrovamenti nelle campagne di corpi sepolti di antichi uomini alti anche tre metri, resti che pare siano stati fatti celermente sparire da chi forse ha interesse a conservarne il mistero. Tutto comunque ci porta a pensare che esistesse un tempo nell’isola una civiltà avanzata di cui si continua ad ignorarne le effettive caratteristiche e la reale importanza storica.
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Efis martiri gloriosu

Dal Cile a Sant'Efisio 30 4 16
- La pagina fb dell’evento.

Referendum contro le trivelle

Trivelle-dItaliaI SI VINCONO senza quorum