Cultura&Economia

Studiare, rileggere, ripensare, riscrivere (laddove necessario), la storia della Sardegna per decidere “che fare” oggi

IMPORTANTE! Il traguardo delle 1000 firme è stato raggiunto, ma la campagna di raccolta non si ferma, perché l’obiettivo non è il numero ma la crescita di consapevolezza sulla storia di questa città e di questa terra.
Ogni firma è il risultato faticoso di una paziente attività di dialogo, volto a scardinare i tanti pregiudizi di chi si ferma al titolo della petizione senza neppure voler provare a capire un poco di più. Ma noi siamo pazienti, perché siamo guidati dall’intento di unire, non di dividere la gente di questa terra. Avanti così!

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Dietro il monumento a Carlo Felice. Rileggiamo tutta la storia della Sardegna per aiutarci a decidere “che fare” oggi
Carlo-Feroce-con-preservativo-30-ott-12-168x300Spostare una statua crea o distrugge valore?
di Giuseppe Melis Giordano*

Premessa
Una delle accuse più ingiuste e strumentali fatte ai promotori della petizione per spostare la statua di Carlo Felice è quella in base alla quale si vorrebbe “distruggere il passato”, “cancellare la storia”, “ruspare le gesta di un tempo che non c’è più”, insomma, un gruppo di facinorosi iconoclasti.
Ebbene, niente di più falso. Questo non fa parte della cultura dei proponenti, ma forse abbiamo difettato nella comunicazione, che ha indotto in errore circa le nostre intenzioni. Pertanto ci pare doveroso provare a chiarire, ancora una volta, il nostro punto di vista (uso il plurale perché almeno nelle circa venti persone che hanno dato inizio a questa proposta, quanto sto per scrivere è ampiamente condiviso).

Il valore delle statue e la loro tutela
Le statue da sempre hanno valore celebrativo e/o di abbellimento di uno spazio, pubblico o privato. In molti casi esse hanno un valore simbolico in ciò che rappresentano.
Giuridicamente tali manufatti sono dei “beni culturali” soprattutto quando danno conto della civiltà dei tempi passati e pertanto meritevoli di tutela. Oggi per fortuna ci sono leggi che disciplinano non solo la conservazione ma anche la valorizzazione. Ne discende che quanto da noi proposto avvenga nel rispetto del Codice dei beni culturali e del paesaggio adottato dallo stato italiano (http://www.sbapge.liguria.beniculturali.it/index.php?it/165/codice-dei-beni-culturali-e-del-paesaggio-testo-integrato). In particolare il comma 2 dell’articolo 2 del citato Codice sostiene che:
“Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.”

Il valore della statua di Carlo Felice fino a oggi
Considerato che una statua è un bene mobile – il che non la rende comparabile con i beni immobili (cosa che invece tanti detrattori della petizione hanno finora fatto) – resta da stabilire cosa il soggetto proprietario di questo bene abbia fatto fino a oggi per dare seguito al disposto dell’articolo 3 del sopra citato Codice che recita testualmente:
“Articolo 3 Tutela del patrimonio culturale
1. La tutela consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione.
2. L’esercizio delle funzioni di tutela si esplica anche attraverso provvedimenti volti a conformare e regolare diritti e comportamenti inerenti al patrimonio culturale.”

Senza addentrarsi troppo nei meandri della legislazione italiana in tema di beni culturali, credo che si possa concordare sui seguenti punti:
a. Fino ad oggi la statua di Carlo Felice ha rappresentato solo un “arredo urbano” utile per i tifosi del Cagliari per poterlo vestire di rossoblù in occasione di gesta sportive vincenti.
b. Pochi sono i cagliaritani che conoscono (o conoscevano fino a che non è stata lanciata questa iniziativa) le gesta di Carlo Felice.
Eppure nel recente passato ci sono già stati articoli che hanno descritto il personaggio Carlo Felice (ora mi vengono alla mente, in ordine alfabetico, quelli di Francesco Casula, Enrico Lobina, Nicolò Migheli, Ivo Murgia, ma sicuramente ne dimentico qualcuno e di questo mi scuso), ma la lettura di questi contributi è rimasta confinata all’interno di un’ élite, e poco o nulla ha smosso finora, da molti punti di vista.
Stante questa situazione, si può ritenere che siano state rispettate fino ad oggi le finalità del Codice dei beni culturali in tema di “valorizzazione” del bene “statua Carlo Felice”?
La mia risposta è no, perché per fargli acquisire valore, occorre un’operazione di formazione e informazione capace di arricchire il significato di quella statua, qualunque esso sia. Perché a oggi l’unico significato, come scritto in precedenza, è quello di “attaccapanni” rossoblù.

La nostra proposta arricchisce il valore della statua
Contrariamente a quanti attribuiscono al gruppo promotore della petizione intenzioni “talebane”, le proposte della petizione vanno nella direzione di arricchire il valore della statua, certo non quello economico, ma quello simbolico. Ciò almeno per i seguenti motivi:
a. Spostare la statua genera domande anche nelle persone più distratte e quando ci sono domande c’è un processo di apprendimento, perché richiedono risposte;
b. Le risposte devono ricercarsi nella conoscenza della storia di questo sovrano – come documentata dagli storici dell’epoca contemporanea e immediatamente successiva a quella del sovrano sabaudo – e nella storia della statua stessa che è bene conoscere per intero. Ed è proprio per ciò che rappresenta il personaggio che non è accettabile oggi l’idea che la statua rimanga dove è. La sua realizzazione e la sua collocazione, infatti, sono il risultato della sudditanza delle persone coinvolte nei poteri decisionali del tempo (Stamenti), non certo il risultato di un processo democratico.
c. Collocare la statua all’interno di uno spazio museale e, segnatamente, per quanto mi riguarda, questo spazio è la Cittadella dei Musei, il luogo cioè dove la statua è stata forgiata. In particolare essa potrebbe campeggiare ben visibile in un’aiuola (io ne ho già individuata una libera particolarmente adatta), senza piedistallo, con un basamento basso tale da permettere anche una visione migliore del manufatto di bronzo, così da scorgere le fattezze del viso di questo megalomane rappresentato con gli abiti di un condottiero romano. In questo modo si ottempererebbe anche al disposto dell’articolo 38 del citato Codice che tratta il tema dell’accessibilità, cosa che adesso è solo apparente ma non sostanziale, visto che un bene è accessibile se riesce a trasmettere significati, altrimenti è come una formula matematica che se non la sai leggere, se non hai padronanza dei codici linguistici, non ti dice nulla e pertanto non è accessibile;
d. Sostituire la statua di Carlo Felice con quella di Giovanni Maria Angioy permetterebbe altresì di dare valore ad uno degli esponenti sardi che più di altri ha combattuto la tirannia sabauda e concorrerebbe ad accrescere l’autostima di questo popolo che troppe volte invece ha sentito e sente il bisogno di trovare “altrove” simboli cui ispirarsi per dare un senso alla propria voglia di riscatto (sociale, economico, culturale, ecc.). A questo proposito si pensi al significato dello scudetto vinto dal Cagliari, o ad altre imprese che soprattutto nello sport hanno inorgoglito questo popolo per intero.
Allora chiedo io a chi critica o snobba con supponenza questa iniziativa: ma davvero quanto ora indicato si configura come una iniziativa iconoclasta? Ma non sarà che è proprio non facendo nulla (come accaduto finora) che la storia non si conosce e viene cancellata perché fatta morire per inedia? Davvero, credete che siamo noi sostenitori della petizione ad aver avuto un’idea “bizzarra” o non sarà, invece, che proprio perché sta già facendo discutere e pensare, sono altri che vogliono rimanere nell’intorpidimento de “su connotu” e nell’ignavia senza fine?

La nostra iniziativa coniuga tradizione e innovazione
Oggi si fa un gran parlare di innovazione, di cambiamento, e per la gran parte della gente sembra che esso avvenga solo con l’introduzione di nuove “tecnologie”, o che queste debbano riguardare solo il modo di produrre e non anche il modo di essere. Eppure l’innovazione è qualsiasi processo volto a cambiare la realtà, per costruirne una nuova e migliore, se possibile. In questo senso, sono “innovazione” anche le operazioni di “sensemaking” e di “enactment”, che in italiano significano, rispettivamente, attribuzione di significati ad una realtà e attivazione di quella realtà (Weick, 1995).
La nostra iniziativa dà significato alla realtà della statua e a ciò che simbolicamente rappresenta e lo fa attivando un dibattito (cosa che nessuno può negare), un processo di conoscenza, di presa di consapevolezza su fatti storici ineluttabili e di azione volta a ridisegnare consapevolmente una porzione piccolissima della città. A questo proposito vorrei far osservare a chi dice che non si deve modificare l’esistente perché si altererebbe il processo di stratificazione storico, che la realizzazione della statua venne decisa dagli Stamenti sardi (https://it.wikipedia.org/wiki/Stamento) i quali, per quanto fossero delle assemblee rappresentative – di clero, nobili e militari – di fatto rispondevano al sovrano ed erano composti da persone che per lo più avevano come obiettivo quello di imbonirselo per entrare nelle sue grazie, circostanze queste che rendono ogni loro decisione viziata nelle fondamenta: per esempio, faccio la statua per celebrare la decisione di costruire una nuova strada da Cagliari a Porto Torres, non si sa mai che in questo modo il sovrano possa concedermi qualcosa di più. Può pertanto considerarsi questo come qualcosa che contrasta con l’idea che si ha oggi di un contesto democratico? Può considerarsi quel prodotto come qualcosa che non possa essere arricchito di significati e, di conseguenza, sottoposto ad aggiustamenti cognitivi?
La nostra idea è che questa iniziativa è tutt’altro che di retroguardia, essa al contrario vuole essere una vera innovazione culturale, perché non solo non cancella nulla, ma arricchisce ridefinendoli il senso della statua e del luogo nel quale finora essa ha sostato.

Un’operazione di marketing urbano
L’iniziativa insita nella petizione può essere annoverata come un’operazione di “marketing urbano”, perché intende intervenire, democraticamente, sulla gestione della città, riprogettandone una parte, sul piano simbolico prima di tutto e in minima parte sul piano dello spazio fisico. L’operazione proposta, infatti, passa per una decisione del Consiglio comunale che riconoscendo fondate e valide le istanze dei firmatari della petizione, ridefinisce il senso di quello spazio, prima di tutto cambiando il nome alla strada da “Largo Carlo Felice” a “Largo 28 aprile 1794. Die de sa Sardigna”, poi decidendo di sostituire la statua di Carlo Felice con quella di Giovanni Maria Angioy, che simbolicamente rappresenta l’oppositore della tirannide sabauda. Questa statua verrebbe rappresentata in abiti del tempo e non cambierebbe di molto il paesaggio fisico di quello spazio. Aggiungo persino che si potrebbe vestire di rossoblù esattamente come oggi si fa con Carlo Felice, con una differenza simbolica significativa: vestendo di quei colori che per noi sono nobili un tiranno, non si copre lui di ridicolo, ma si ridicolizzano i nostri colori. Giovanni Maria Angioy sarebbe stato invece orgoglioso di celebrare le gesta sportive della squadra della capitale della Sardegna, come lo sono tutti quelli che amano questa terra.
Ancora, la storia è il risultato della stratificazione di ciò che è accaduto col tempo. Le decisioni di oggi saranno la storia di domani, quindi oggi costruiamo la storia per il futuro. Se pertanto si apportano modifiche a spazi pubblici, come nel caso della nostra proposta, si sta aggiungendo uno strato ad altri preesistenti, senza cancellarli ma, come specificato sopra, arricchiti di nuovi significati, considerati oggi più pregnanti e più consoni ad una identità più consapevole, meno evanescente, più radicata e magari più volitiva nel voler costruire un futuro migliore.
A chi poi pone la questione dei costi dico solo che una iniziativa di questo genere si finanzierebbe con la raccolta pubblica di denaro (crowdfunding) e sono certo che tanti in tutto il mondo avrebbero piacere di contribuire, per cui le casse del Comune di Cagliari non sarebbero minimamente intaccate da tutta l’operazione. Al Comune di Cagliari e al suo ufficio tecnico competerebbe il compito di predisporre un progetto per la realizzazione del basamento della statua all’interno della cittadella, di stabilire le modalità della rimozione e del trasporto e le modalità con cui far realizzare la nuova statua, oltre alle nuove targhe per la strada. E anche la progettazione e la realizzazione della nuova statua potrebbe essere un’occasione per i tanti artisti sardi di mettersi in mostra e magari farne dono alla città.
Ripropongo ancora una volta la medesima domanda: davvero si può pensare che dietro questa petizione ci sia furore iconoclasta?
Quel che posso assicurare è che fin dall’inizio di questo percorso l’intento dei promotori è stato quello di “costruire” un significato nuovo, partendo da una migliore conoscenza del nostro passato, iniziativa che non ha e non vuole avere colorazioni partitiche ma si rivolge a tutti coloro che indistintamente hanno interesse a recuperare il senso della storia di questa città e di questa terra.
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Beppe Melis Unica fto micro* Giuseppe Melis Giordano è professore di marketing presso l’Università di Cagliari
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Abbasso Carlo Felice, Viva Giovanni Maria Angioy e i Martiri di Palabanda. Rileggere la storia per decidere “che fare” oggi
carlo ferocefelice mag 2016 foto FMC’è da spostare una statua
di Francesco Casula*

In occasione della ricorrenza di Sa Die de sa Sardigna, il 28 aprile scorso, un gruppo di cittadini (intellettuali, storici, docenti universitari) si sono ritrovati in Piazza Yenne a Cagliari e hanno dato vita a un Comitato “Spostiamo la statua di Carlo Felice”.

Nel volgere di qualche settimana arrivano centinaia e centinaia di adesioni: attualmente sono più di quattromila. Nel contempo il Comitato propone la sottoscrizione di una petizione (bilingue, in Sardo e in Italiano) con una proposta-richiesta che intende presentare al Sindaco e all’Amministrazione comunale di Cagliari corredata dalle firme, che a tutt’oggi 29 maggio sono 950.

Ma ecco in estrema sintesi i punti più salienti della proposta:

1. Spostare la statua di Carlo Felice in un museo cittadino, corredandola di adeguata ed esaustiva didascalia che, con richiami bibliografici, permetta ad ogni visitatore del museo, di prendere coscienza della storia dello stesso.

2. Rinominare la strada “Largo Carlo Felice” con qualcosa che richiami un momento positivo della storia dell’Isola e della città, quale per esempio, la data del 28 aprile giorno in cui si celebra Sa Die de Sa Sardigna.

3. Sostituire la statua di Carlo Felice con altro monumento idoneo a ricordare un eroe della lotta per la liberazione del popolo sardo dalle vessazioni dei dominatori succedutisi nei secoli (per esempio Giovanni Maria Angioy i cui seguaci furono perseguitati da Carlo Felice).

4. Concordare, con le istituzioni scolastiche della città, iniziative di informazione e formazione degli studenti sulla storia della città di Cagliari così da favorire la conoscenza e la crescita del senso di identità che oggi appare debole, effimero e non consapevole.
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Sardegna bene dell’Umanità: il teatro ce la svela…

qui nessuno è straniero Goiseppe CartablogLA CULTURA SARDA CI SALVERA’? IL VIAGGIO TEATRALE DI GIUSEPPE CARTA TRA I MISTERI E GLI INSEGNAMENTI DELLA STORIA
23/04/2016
di Giuseppe Carta ·

blog Barbara AngeliniPosted in Isola del sapere di Barbara Angelinihttp://isoladelsapere.com/la-cultura-sarda-ci-salvera-un-viaggio-teatrale-misteri-gli-insegnamenti-della-storia/

La storiografia non ufficiale comincia ad affrontare i misteri irrisolti della Storia riuscendo a dare spiegazioni a volte nettamente in contrasto con ciò che gli scritti autorizzati ci vogliono far credere. Seppur ancora non per molti, questa conoscenza comincia a farsi strada non troppo celatamente tra le virtuali pagine di internet e persino nelle librerie. Lo sviluppo storico ci appare allora non più così lineare come i libri di scuola ci hanno voluto insegnare, bensì un insieme di cadute e risalite da parte del genere umano che fa impallidire e perdere di valore al nostro concetto di “modernità” o di “progresso”.

La Sardegna è l’isola dei misteri storici per eccellenza, nel suo territorio sono presenti i monumenti megalitici più grandi ed importanti d’Europa che l’Unesco ha classificato come patrimonio mondiale dell’Umanità: i nuraghi. Sono presenti inoltre ziqqurat mesopotamiche, pozzi sacri di stampo egizio, enormi tombe dei giganti e piccole case di fate perfettamente scavate nel duro granito da popolazioni che non avrebbero potuto farlo con i mezzi che la storiografia ci insegna avere loro a disposizione. Sono inoltre presenti ancora nei ricordi della genti sarde ritrovamenti nelle campagne di corpi sepolti di antichi uomini alti anche tre metri, resti che pare siano stati fatti celermente sparire da chi forse ha interesse a conservarne il mistero. Tutto comunque ci porta a pensare che esistesse un tempo nell’isola una civiltà avanzata di cui si continua ad ignorarne le effettive caratteristiche e la reale importanza storica.
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Efis martiri gloriosu

Dal Cile a Sant'Efisio 30 4 16
- La pagina fb dell’evento.

Referendum contro le trivelle

Trivelle-dItaliaI SI VINCONO senza quorum

Sestuvotasi 7 4 16
Oggi alle ore 19:00
Sestu, via Gramsci 7 – La pagina fb dell’evento.

Oggi mercoledì 23 marzo 2016

Logo_Aladin_Pensieroaladin-lampada-di-aladinews312sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413. .
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Il CRENoS, l’Università di Cagliari e l’Università di Sassari sono lieti di invitarvi al convegno di chiusura del progetto di ricerca “Monitoraggio e valutazione dell’impatto economico degli eventi culturali e sportivi sull’economia regionale” (L.R. 7/2007)
SANT’EFISIO, SA SARTIGLIA, CAVALCATA SARDA
L’IMPATTO DEGLI EVENTI SUL TERRITORIO

Cagliari, mercoledì 23 marzo 2016 ore 10.00
Centro Comunale d’Arte e Cultura Il Ghetto, via Santa Croce 18
LA LOCANDINA DELL’EVENTO – segue il programma -

Fiera Internazionale della Sardegna: c’è anche un patrimonio immobiliare storico da salvare. Il Padiglione dell’Agricoltura di Domenico Mezzini e Ubaldo Badas (1956)

CANELLES55 FIERA CApadiglione Bedas Fiera caFiera Palazzo-Agricoltura-Fiera-Cagliari
- Su Sardegna Cultura.
- L’opera di Ubaldo Badas.Approfondimenti.
Dip Arch CA quaderni02

Lotta del popolo sardo per contrastare le scellerate scelte governative (e non solo) che fanno declinare l’Università sarda

lampadadialadmicromicro1Non basta pretendere un maggiore e doveroso impegno dei politici sardi per cambiare leggi penalizzanti e neppure basta suscitare per queste ed altre finalità virtuose la mobilitazione interna degli Atenei, occorre sviluppare un grande movimento di popolo, del popolo sardo, per salvare, valorizzare e rilanciare le Università sarde. E si ragioni finalmente come Università della Sardegna! Pur nel rispetto delle autonomie e della specificità delle sedi storiche, superando ridicoli campanilismi e mettendo davvero l’Università al servizio innanzitutto della comunità sarda. Per questo occorre un’Università rinnovata, che sappia essere protagonista e attrattiva nel Mediterraneo, in Europa, nel Mondo. UNIV SARDEGNA SISTEMA LOGOstudenti-di-bologna4L’Unione Sarda. Cronaca Regionale (Pagina 11 – Edizione CA)
Tagli alle Università sarde. Si mobilitano i deputati. Alla Camera un emendamento al decreto Milleproroghe

Ci provano i parlamentari sardi a salvare le università della Sardegna, che rischiano pesanti tagli di risorse. Alla Camera è stato presentato un emendamento al decreto Milleproroghe, per chiedere di mantenere per il 2016 la quota dei fondi stabilita per il 2015 per gli atenei isolani. I primi firmatari sono i deputati del Partito democratico Caterina Pes e Francesco Sanna, ma la proposta è stata sottoscritta anche da tutti i colleghi sardi del Pd.
«Il diritto allo studio – afferma Pes – va preservato perché è la leva su cui costruire il domani. Dobbiamo evitare sperequazioni e per arrivare a questo obiettivo bisogna dare il giusto peso al gap dell’insularità. Un gap che invece non è tenuto in considerazione nel costo standard dello studente, parametro fondamentale su cui attualmente si basa l’assegnazione dei fondi».
Per questa ragione, prosegue il ragionamento della deputata oristanese, la condizione di insularità e, di conseguenza, gli ostacoli di carattere infrastrutturale, «non possono non essere tenuti in considerazione nel momento in cui vengono assegnati i contributi statali alle università. Gli atenei isolani devono essere messi in condizione di poter fornire gli stessi servizi di quelli della Penisola e quindi di attenuare gli svantaggi dovuti alla propria condizione geografica».
È noto a tutti, conclude Caterina Pes, «quale sia l’alto costo sopportato per far frequentare ai figli l’Università dalle famiglie. Forse è arrivato il momento di rivedere i parametri» su cui si basa la distribuzione in tutto il territorio nazionale, da parte del ministero per l’Università, dei contributi per gli atenei.
Nei giorni scorsi un allarme per il taglio delle risorse alla formazione accademica isolana era stato lanciato dall’assessore regionale all’Istruzione Claudia Firino: «Lo scenario dei finanziamenti statali agli atenei», aveva fatto notare, «è in calo costante dal 2008», eppure mai come quest’anno si è allargato il divario tra quanto viene garantito alle università del centro-nord e quanto arriva a quelle del Sud. Peggio ancora a quelle di Sardegna e Sicilia.
- Analoga preoccupazione è stata espressa dal docente di diritto costituzionale Pietro Ciarlo, prorettore dell’Università di Cagliari.
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L’Unione Sarda. Cronaca di Sassari (Pagina 39 – Edizione CA)
Il sindaco: salviamo l’Università
SASSARI. Nicola Sanna solidale col rettore dell’Ateneo dopo gli ultimi tagli
Università più povere nell’Isola, a dispetto di tutte le eccellenze.
«L’adozione dei nuovi criteri di distribuzione dei fondi statali per le università penalizza le università isolane e del sud Italia, in particolare quelle di media dimensione, quelle della nostra Isola che proprio a causa della insularità non hanno le stesse potenzialità espansive nel numero degli studenti frequentanti».
Parole del sindaco di Sassari, Nicola Sanna, che si schiera accanto ai rettori degli Atenei di Sassari e Cagliari nella richiesta di una rivisitazione dei parametri che consentano una più equa ripartizione delle risorse.
«Abbiamo sempre sostenuto – dice il primo cittadino – e di questo siamo convinti, che Sassari possa e debba essere città della cultura, della scienza e della ricerca e sperimentazione che deve guardare all’Europa e al suo Mediterraneo difendendo e potenziando il ruolo dell’Ateneo turritano. Sassari è una città universitaria, dotata di eccellenze e capacità che si distinguono a tutti i livelli, nazionali e internazionali. Per questo motivo l’università sassarese non può correre il rischio di vedersi ridotti ogni anno i finanziamenti».
«Soltanto attraverso risorse adeguate – prosegue Nicola Sanna – è possibile puntare al miglioramento dell’offerta didattica, sull’alta formazione, a una sempre maggiore internazionalizzazione e all’innovazione tecnologica da trasferire alle nostre imprese e alle nuove generazioni».
«Sono convinto – conclude il sindaco di Sassari – che le azioni comuni poste in essere tra Comune e Università rivestano il fondamentale ruolo di coesione fra le politiche per lo sviluppo e l’occupazione, le strutture di formazione e ricerca e le imprese, fra i saperi e l’occupazione. Ecco allora che un taglio delle risorse nei riguardi dell’università sassarese avrebbe delle sicure ripercussioni negative sulla società sarda, sul mondo del lavoro, sulle comunità della nostra Regione. Mi auguro che il governo regionale si ponga alla testa dell’azione di difesa e potenziamento delle università del Mezzogiorno». L’ultima possibilità di fermare l’emorragia di giovani, costretti a una nuova migrazione.

Arriva l’anno nuovo. Che nuovo anno sia!

bimbo con teschio
sedia di Vannitola
di Vanni Tola

Arriva l’anno nuovo. Bilanci e riflessioni.

Inizia un nuovo anno, tempo di bilanci e riflessioni, di programmi e di agende di lavoro per l’anno appena cominciato. Riflessioni solitamente standardizzate e scontate. Talvolta sembra di rileggere cose dette e ridette anche negli anni precedenti, programmi vecchi quanto inutili ai quali ormai pochi mostrano di credere. Proposte peraltro fortemente condizionate anche dalla perenne campagna elettorale in corso nel paese. C’è un argomento, tra i tanti sui quali di dovrebbe avviare una seria riflessione. Il mito della “naturalità”. Un tema abbastanza importante per individuare e comprendere i limiti dei programmi e delle forze politiche dell’area progressista che tanta influenza hanno, o meglio potrebbero avere, nell’attivare concreti processi di cambiamento della realtà socio economica del paese e della regione. Il mito della “naturalità” dei programmi e il peso che tale concetto sta avendo nella (non) definizione di azioni credibili e realizzabili è davvero consistente. Senza nulla concedere agli schematismi ideologici e partitici, talvolta devianti, penso si possa affermare con certezza che, dalla Rivoluzione Industriale in poi, la sinistra o, se preferite, l’area liberale e progressista dalla società, ha sempre perseguito il miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani contribuendo a diffondere i progressi scientifici e tecnologici che la scienza produceva e determinava. La conservazione, l’irrazionalità, la difesa aprioristica del conosciuto rispetto al nuovo che avanzava, erano tutti elementi del pensiero conservatore e di destra. Oggi l’area progressista percorre altre strade, sembra essersi rifugiata in un conservatorismo che si richiama a tradizione e natura, che è certamente molto rassicurante, ma altrettanto sicuramente non progressista. Oggi, l’atteggiamento di coloro che si definiscono di sinistra o comunque appartenenti all’area progressista, nei confronti di tutto ciò che è stato prodotto dalla ricerca scientifica e tecnologica, è fortemente condizionato da un pregiudiziale rifiuto in nome dalla “naturalità” dell’agire che raramente è accompagnato da considerazioni oggettive. Giusto per fare alcuni esempi basta pensare all’idea di chimica verde e alla biochimica viste con sospetto e ostilità ignorando che perseguono l’obiettivo (questo si naturalista) di sostituire produzioni derivanti da sostanze fossili (petrolio e carbone in primis) con altre prodotte con materie prime di origine vegetale, solitamente riciclabili biodegradabili e compostabili. Un indubbio vantaggio per l’ambiente e la natura. La bioingegneria, che tanta parte ha nella moderna produzione alimentare, farmacologica e in altri comparti produttivi, viene solitamente identificata con l’operato, certamente malavitoso, dei contraffattori e alteratori di prodotti piuttosto che con la ricerca di nuove e più organiche forme di produzione certamente riconducibili a un miglioramento della naturalità dei prodotti e delle condizioni di vita della gente. Per non parlare poi del rapporto con le nuove tecnologie relative alla produzione di energia utilizzando fonti energetiche alternative. Le centrali solari, ideate dal nobel per la fisica, l’italiano Carlo Rubbia, sono una realtà in molte parti del mondo, come le serre solari, gli impianti eolici, la geotermia, la produzione di energia dal riciclo di materiali di rifiuto, la ricerca di prodotti agricoli alternativi, (per esempio il cardo e la canna comune in Sardegna). Tutte attività considerate con sospetto e diffidenza per paure talvolta solo parzialmente fondate (operazioni puramente speculative della malavita, sfiducia nell’operato delle multinazionali della chimica) ma molto spesso per pregiudizi radicati verso tutto ciò che non si conosce o si conosce soltanto parzialmente. Non ne voglio fare una questione semantica ma è un dato oggettivo l’uso improprio che si fa di alcuni termini. Per esempio il termine “chimica” è solitamente e naturalmente associato a qualcosa di negativo dimenticando che grazie ai progressi della chimica e della bioingegneria oggi disponiamo di farmaci molto efficaci, di materiali più efficienti, di macchine migliori, di combustibili meno inquinanti che in passato. Per contro il termine “naturale”, al quale si riferisce gran parte degli appartenenti all’area cosiddetta progressista, non sempre è sinonimo di genuinità e buona qualità. Pensiamo ai prodotti di agricoltura biologica spesso dichiarati tali soltanto dallo stesso produttore ma non adeguatamente certificati, penso al vino o all’olio del contadino venduto nelle fiere con etichette approssimative e controlli igienico sanitari talvolta inesistenti, ai prodotti alimentari conservati e via dicendo. In Sardegna, in particolare, poi al mito della “naturalità”, si accompagna solitamente quello di “su connotu” , del noto, dell’agire come si faceva prima, nei tempi passati, con le modalità e le tecnologie povere dei nostri avi. Anche in questo caso ci troviamo di fronte fondamentalmente a un pregiudizio, romantico e poetico quanto i vuole, ma sempre un pregiudizio. Le condizioni di vita, nel passato, erano decisamente peggiori, si moriva di parto, c’era malnutrizione e elevata mortalità infantile, mancavano quasi totalmente medicine e vaccini che tanto hanno contribuito alla difesa della salute, i controlli sulla qualità degli alimenti erano pressoché inesistenti. Una condizione di vita non certo invidiabile. Il mito del ritorno al passato, alle buone pratiche di una volta è spesso diffuso soprattutto da chi gode oggi di una condizione sociale favorevole e consolidata e può permettersi di fare voli pindarici sulle ali della fantasia e del mito. Dovremmo rifletterci sopra. Il nostro giornale, da sempre aperto al confronto delle opinioni, certamente darà spazio alla discussione e all’approfondimento sul tema.
L’augurio che rivolgo alla Sardegna è che il nuovo anno induca i progressisti sardi a fare pace con la scienza, la ricerca e l’innovazione tecnologica. Auspico l’individuazione di linee guida per un programma di rinascita e sviluppo dell’isola realistico, che tenga conto delle reali potenzialità e risorse della regione e che individui interventi di adeguamento delle attività produttive alla realtà nella quale viviamo. Uno sviluppo e una crescita in sintonia con le caratteristiche del contesto economico e politico nel quale l’isola è collocata, in rapporto con i mercati internazionali, finalizzato a soddisfare le esigenze della popolazione, la conservazione dell’ambiente e la crescita socio-culturale del popolo sardo.

Imprenditoria in Sardegna: uomini geniali e tenaci con grande spirito di iniziativa… Purtroppo non parliamo del presente

sedia di VannitolaLa sedia
di Vanni Tola

Presentato a Sassari il secondo volume del Dizionario Storico degli Imprenditori in Sardegna, curato da Cecilia Dau Novelli e Sandro Ruju (Ed Aipsa).
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L’opera conclude una attività di ricerca durata quasi un decennio, durante il quale diversi ricercatori hanno descritto la vita e l’attività di un campione di imprenditori individuati quali figure significative della nascita dell’imprenditoria in Sardegna. Si! Imprenditoria in Sardegna. Il filo conduttore della ricerca infatti si articola intorno alla documentata convinzione che in Sardegna si sia sviluppato e manifestato, alla fine del XVIII secolo, un rilevante fenomeno imprenditoriale che si è generato e ha raggiunto una notevole espansione subito dopo l’Unità d’Italia. Il contributo di conoscenza apportato dal Dizionario Storico mira così a sovvertire la diffusa convinzione che l’attività imprenditoriale nell’Isola abbia avuto origine principalmente da dinamiche esogene espresse da imprenditori Genovesi, Pisani, Livornesi e di altra provenienza, venuti nell’isola per sfruttarne le risorse naturali e realizzare impresa in condizioni e circostanze di tipo coloniale. Certamente è accaduto anche questo ma, a parere dei curatori del Dizionario Storico, è pure esistito un insieme considerevole di figure locali che, con gradualità, si sono dedicate all’impresa, alla produzione e alla trasformazione di prodotti e al loro commercio, con risultati significativi. I settori nei quali la nascente imprenditoria autoctona si è affermata sono i più vari, tutti legati alle principali risorse dell’isola (formaggio, olio, marmi e pietre di qualità, sughero, pelli, lana, tessitura, pane lavorato e altri ancora). E’ cosi che, nel tempo, alle tecniche di lavorazione primitive e tradizionali praticate nell’isola, si sono aggiunte le prime tecnologie importate da altre aree geografiche e modelli organizzativi di impresa più funzionali per soddisfare le esigenze della popolazione locale, non disdegnando attenzione ed impegno anche per l’esportazione di determinati prodotti. Chi erano, come vivevano, come si sono ingegnati per fare impresa questi esponenti della nascente imprenditoria sarda lo si scopre leggendo le schede, molto dettagliate, che costituiscono il Dizionario Storico. I pionieri dell’imprenditoria locale erano personaggi caratteristici e particolari, attratti dalla modernità, dalle innovazioni tecnologiche. Uomini geniali e tenaci con grande spirito di iniziativa. Sono stati loro i protagonisti della piccola rivoluzione industriale che ha investito e modificato il modesto apparato produttivo isolano guidandolo verso la moderna imprenditoria che si manifesterà appieno negli anni cinquanta dello scorso secolo con la creazione della Costa Smeralda e l’avvio dello sviluppo turistico, i Piani di Rinascita, l’industria Petrolchimica. Dalle note biografiche di ciascun personaggio emergono caratteristiche personali, capacità imprenditoriali, inventiva e creatività proprie delle attività artigianali e preindustriali (auto costruzione di macchinari e parti meccaniche per esempio) che delineano le specificità di un fitto tessuto di piccola imprenditorialità che si rivelerà capace di avviare nuove e più moderne pratiche di impresa, di rapportarsi con la dirigenza politica e col nascente sistema creditizio. Saranno loro a dare impulso e favorire la nascita delle prime associazioni mutualistiche dei lavoratori che, successivamente, daranno vita alle organizzazioni sindacali. Saranno loro a costituire i gruppi di coordinamento tra imprenditori che favoriranno la creazione delle Camere di Commercio. Il Dizionario Storico degli Imprenditori, opera di gradevole lettura, consente quindi di ripercorrere gli anni della prima industrializzazione sarda, finora poco conosciuti e meritevoli di ulteriori studi e ricerche. Naturalmente, nel leggere il Dizionario, occorre tenere presente che di Dizionario appunto si tratta. Non è un libro di storia che descrive compiutamente un periodo storico definito, benché presenti pure i tratti della ricerca storica. Non descrive la globalità del nascente mondo imprenditoriale sardo ma soltanto le vicende di un campione di imprenditori scelti tra quelli ritenuti maggiormente rappresentativi della realtà imprenditoriale (naturalmente escludendone altri che a molti potrebbero apparire ugualmente significativi o indicativi di quel periodo). Esclude volutamente, per scelta dei curatori dell’opera, personaggi quali Rovelli, Moratti e altri in quanto ritenuti espressione di una imprenditorialità non endogena rispetto all’apparato industriale locale ma piuttosto espressione di una fase successiva dello sviluppo imprenditoriale e industriale che si rivelerà fortemente condizionato da scelte “esterne” alla realtà isolana. Sono pure presenti nel Dizionario diverse figure di imprenditrici (secondo alcuni troppo poche) che hanno svolto ruoli importanti nel nascente mondo imprenditoriale isolano intervenendo direttamente nella attività di impresa o, molto più spesso, sostituendosi proficuamente ai mariti o parenti quando questi ultimi, per motivi vari, non erano in condizione di portare avanti il loro compito di imprenditori. In tale contesto si potrebbe osservare che andrebbe ulteriormente approfondito il ruolo della donna nell’imprenditoria oltre che in relazione alle capacità imprenditoriali specifiche, anche con riferimento al ruolo ricoperto dalle donne nella società di allora e nel mondo imprenditoriale in particolare. Era infatti frequente in quegli anni la tendenza ad unirsi in matrimonio fra esponenti di differenti famiglie di imprenditori. Matrimoni che molto spesso hanno favorito l’unione o il consolidamento di imprese familiari talvolta operanti nello stesso settore o in settori differenti. Matrimoni non necessariamente “di interesse” ma che comunque hanno inciso nello genesi e nello sviluppo di attività che talvolta hanno tratto origine o si sono consolidate, anche per conseguenza degli apparentamenti realizzati. Chissà quante giovani esistenze femminili sono state “sacrificate” in nome dell’interesse supremo del consolidamento dell’impresa familiare. D’altronde è innegabile che le attività imprenditoriali, soprattutto nella fase iniziale, fossero marcatamente caratterizzate dalla conduzione familiare seguendo in ciò l’esempio di quanto avveniva nel resto del paese. Una caratteristica del mondo imprenditoriale che ha pesato negativamente e per lungo tempo sull’imprenditoria italiana. Aspetti analitici che meriterebbero ulteriori riflessioni e ricerche anche per ricostruire l’insieme dei rapporti che gli imprenditori riuscirono a intessere con gli altri strati sociali con particolare attenzione ai economici e umani con i dipendenti, all’impiego del lavoro a domicilio (per esempio nel settore sartoriale), alle condizioni di lavoro, salariali e dei diritti civili dei lavoratori, al rapporto con le agenzie di credito e con il mondo della politica locale e nazionale. Argomenti che, naturalmente, non rientravano negli obiettivi originari e specifici del Dizionario Storico degli Imprenditori che sono stati compiutamente realizzati, producendo un’opera che rappresenta un valido punto di partenza per ulteriori studi e ricerche. Il secondo volume è pure impreziosito con due importanti indici, quello dei nomi e quello dei luoghi interessati dalle attività imprenditoriali descritte, curati da Roberto Ibba e un utile prospetto del campione di imprenditori analizzati nei due volumi che costituiscono l’opera, nel quale gli imprenditori sono classificati per settore economico di appartenenza. Numerosi i collaboratori che hanno contribuito alla realizzazione del secondo volume, difficile citarli tutti. Ricordiamo, tra gli altri, Walter Schoeneberger che ha curato una scheda-saggio su Giovanni Antonio Sanna, lo storico Manlio Brigaglia, curatore della scheda su Giagu De Martini, direttore del Banco di Sardegna dal 1960 al 1991, Tonino Budruni che ha presentato la figura di Lepanto Cecchini, uno dei pionieri dello sviluppo turistico algherese, Federico Francioni autore della scheda su Sebastiano Pirisi, Elisabetta Addis e Marina Saba che hanno redatto la scheda su Stefano Siglienti.
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L’Università si impegna nella sua terza missione, nel e col territorio – Bonas noas dopo cinque anni di quasi deserto…

Università-liaison-office-3Università e imprese si incontrano: le idee e gli strumenti per collaborare
di Alessandro Ligas, su SARDINIA POST 9 novembre 2015 – Innovazione.

Centosessanta imprese hanno partecipato alla due giorni informativa organizzata dalla direzione per la ricerca ed il territorio dell’Università di Cagliari. L’obiettivo? Far conoscere e incontrare i ricercatori, ma sopratutto le loro ricerche. Gli specialisti si sono alternati nelle tre sale messe a disposizione al Caesar’s Hotel, lo scorso week end.

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L’Università si confronta con le imprese

Unica_Imprese-Banner2Unica&Imprese: i ricercatori dell’Università di Cagliari incontrano gli imprenditori.
Unica_Imprese-locandinaOggi, giovedì 5 e domani venerdì 6 novembre vengono presentati cinquanta progetti innovativi e immediatamente fruibili dalle aziende locali nei settori agrifood, biomedicina, comunicazione e marketing, economia e management, energia e ambiente, ICT, ingegneria e logistica, tecnologie per la salute e il benessere, turismo e beni culturali. Approfondimenti sul sito di Unica.
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UNICA & IMPRESE. GIOVEDÌ 5 e VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2015

Unica_Imprese-Banner2Unica&Imprese: i ricercatori dell’Università di Cagliari incontrano gli imprenditori.
Giovedì 5 e venerdì 6 novembre vengono presentati cinquanta progetti innovativi e immediatamente fruibili dalle aziende locali nei settori agrifood, biomedicina, comunicazione e marketing, economia e management, energia e ambiente, ICT, ingegneria e logistica, tecnologie per la salute e il benessere, turismo e beni culturali

oggi domenica 23 agosto 2015

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ape-innovativaLogo_Aladin_Pensieroaladin-lampada-di-aladinews312sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413.
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sardegna-statistiche-logo-sardSardegna 2015 in cifre.
Pubblicazione a cura dell’Ufficio Statistica della Regione Autonoma della Sardegna.

Vandana in Sardegna: un messaggio da ascoltare e attuare

imageLA SCIENZIATA E AMBIENTALISTA INDIANA VANDANA SHIVA IN SARDEGNA
di Federico Francioni*

Nei prossimi giorni, settimane, mesi, anni, potremo concretamente verificare se l’incontro con Vandana Shiva – avvenuto martedì 28 luglio presso il Nuraghe Losa di Abbasanta – potrà rappresentare per la Sardegna il momento e l’inizio di una svolta autentica sul piano socioculturale e politico. È davvero importante che sia così, che ognuno di noi si senta responsabilmente impegnato in questa direzione. L’iniziativa è stata promossa da Isde-Medici per l’ambiente ed in particolare dal medico radiologo Vincenzo Migaleddu, da anni in prima fila.
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