Rompere gli schemi e azzardare per la Sardegna

Elezioni comunali a Cagliari. L’alternativa al centro destra e al centro sinistra c’è. Basta unire quanti la vogliono nel rispetto della ricchezza delle diversità.

ca p.zza Jenne dipinta
di Gianni Loy
Da una vita, ormai, constato un rito che si ripete, periodicamente, alla vigilia di ogni elezione. Persone, o gruppi, si organizzano con l’idea di partecipare alla competizione al fine di rappresentare istanze politiche, sociali, o anche solo corporative. Si tratta, ovviamente, di espressioni legittime che, spesso, hanno in comune il fatto di rivendicare spazi di democrazia partecipativa. A volte trovano origine in una marcata ideologia politica, altre volte rappresentano bisogni o aspettative trascurati dalle organizzazioni politiche tradizionali.
Possono essere antagonisti, tanto più in caso di latitanza da parte delle organizzazioni tradizionalmente deputate alla rappresentanza, un tempo i partiti, oggi gli epigoni di quegli stessi partiti a seguito di tortuosi percorsi di trasformazione.
Non nego di aver partecipato personalmente a quei processi, negli anni passati, a volte con la speranza di poter marcare una rappresentanza nelle istituzioni, a volte anche solo per semplice testimonianza, poco più che simbolica, quando era soprattutto l’ideologia a marcare i nostri percorsi di militanza politica.
Ma l’acqua che rumina lungo la riva che siamo soliti frequentare non è sempre la stessa. Magari abbiamo voluto crederlo, talvolta vorremo ancora crederci. Ci illudiamo, anche contro ogni evidenza, che le cose non siano cambiate, o non del tutto.
Amo ancora i riti. Ho persino rimpianto delle esperienze passate. Pentito, in ogni caso, non lo sono, o non ancora.
Ma altro è il mio desiderio di sobbalzare per le esplosioni del cloruro di potassio misto allo zolfo che animavano il centro della città, o rifrequentare la Novena di Natale col rito gregoriano, meglio ancora se officiata nella lingua mia, sarda e materna, altro passare l’avvento illudendomi ancora che questa possa essere la volta buona, che le cose, il prossimo anno, andranno sicuramente meglio, come vagheggiava il venditore di almanacchi di leopardiana memoria.
E’ il razionale che è in me a sconsigliarmelo. Vivamente.
La società civile, quella che anni addietro si pretendeva potesse rianimare la politica, è defunta da un pezzo, le consultazioni pre-elettorali (primarie) sono in coma. Solo i 5 stelle, forse anche meritoriamente, continuano a praticarle. Tuttavia, anche in quell’esperienza, avverto qualcosa di stonato.
La parte più deteriore del sistema partitico ha ripreso in mano il gioco. Veniamo informati, di tanto in tanto, di tresche, di mercanteggiamenti, di rimescolamento di carte (e di sigle) che ci preparano alla futura kermesse. Ma come potrebbero consultare gli elettori organizzazioni che neppure consultano più i loro iscritti? Tra divorzi e sospette riconciliazioni viene ipotecata la spartizione del potere. Si parla di complotti, della Magistratura che potrebbe avere la parola decisiva nella scelta dei candidati, di eminenze che preparano il rientro…
E’ stato così anche in altre occasioni, non posso negarlo. Ma un quadro così povero e desolante non credo di averlo mai visto. A volte mi vengono gli scrupoli per avere contribuito (almeno con il desiderio) al superamento di un sistema politico incentrato su partiti storici, la democrazia cristiana, il partito comunista… Perché allora (anche per un sistema elettorale indubbiamente più democratico) almeno era reale la dialettica tra maggioranza ed opposizione: le transazioni, le mediazioni, non di rado sfociavano in provvedimenti amministrativi (o in leggi) sicuramene apprezzabili. Oggi il Consiglio comunale, in teoria la massima espressione della partecipazione democratica, è umiliato. Non è più la sede nella quale (pur tenendo conto di poteri esterni) si possano prendere decisioni, al massimo è la sede in cui le decisioni vengono ratificate, obbligatoriamente, pena lo scioglimento del Consiglio ed il ritorno a casa. Non è lo scopone scientifico, è il rubamazzi: chi vince l’ultima mano si appropria di tutto, sarà l’unico decisore, in conto proprio o in conto altrui.
La difficile composizione degli interessi tra chi veramente detiene il potere è una faccenda che non si consuma, se non in piccola parte, nell’aula consiliare.
La delusione, confesso di aver immaginato un altro futuro, non deve tuttavia impedirci di fare i conti con l’acqua che scorre sotto i nostri ponti in questo fine d’anno ancora siccitoso.
Nonostante tutto, i fermenti che attraversano la città costituiscono la nostra maggiore ricchezza, è su di essi che si può continuare a fondare la speranza. La speranza, ed il progetto, di una città capace di guardare ai bisogni dei suoi cittadini, che non sono solo i cosiddetti cagliaritani doc, per costruire, a partire dalla solidarietà, un programma di sviluppo della città stessa. La prima solidarietà è con i cittadini dell’area vasta, con i quali condividiamo le corsie delle strade ed i posti a sedere nei mezzi pubblici. Ne sentiremo di tutti i colori, proiezioni verso l’universo, programmi per i turisti prossimi venturi, viaggi alla conquista dell’ovest. Ed invece, è prima di tutto ai bisogni dei cittadini che occorre pensare, restituendo loro il protagonismo. Che dire dell’insensato rifiuto di ogni delega partecipativa alle organizzazioni territoriali, terminato con il seppellimento del fantasma delle circoscrizioni! Soprattutto, occorre pensare ai più deboli, ai più poveri. Basta con il delegare alla Caritas il dovere, costituzionalmente garantito, dell’assistenza.
Pensando alle elezioni prossime venture, per quanto possa dispiacerci, anche la distinzione tra destra e sinistra, almeno per quanto riguarda i resti delle tradizionali organizzazioni politiche, si è affievolita. C’è forse qualche differenza, nelle politiche economiche e del lavoro, tra gli epigoni di Forza Italia e quelli del glorioso PCI? Gli uni e gli altri conservano gelosamente la lettera riservata ricevuta dalle autorità monetarie europee con le istruzioni per l’uso: si tratta della stessa lettera per entrambi gli schieramenti. Nessuno dei due principali schieramenti ha la forza, o l’ardire, di declinare il cortese invito.
L’unico, tra i rappresentanti dei grandi movimenti, che ancora utilizza le categorie del marxismo, che grida contro la privatizzazione dei beni essenziali, che proclama prima di tutto la dignità del lavoro (anche lo Statuto dei lavoratori la proclama, ma lo stanno riducendo a brandelli perché possa più facilmente entrare nel bidone dell’indifferenziata) è Papa Francesco. Che Dio lo protegga! Se possibile, assieme alla nostra bella Costituzione repubblicana ripetutamente azzannata.
Per quanto riguarda la città di Cagliari, penso che quanti abbiano qualche proposta da fare, debbano farsi avanti, presentare una lista, cercare di entrare in Consiglio, nonostante i suoi più limitati poteri, senza rassegnarsi all’idea che un mostro burocratico presenti loro, come se fosse il fiore della virtù, l’esito degli aggrovigli politici che si stanno consumando dentro e fuori il Partito Democratico. Partito Democratico che, se avesse a cuore gli interessi dell’area progressista alla quale pretende di fare riferimento, dovrebbe avere il coraggio di misurarsi, nella scelta del suo candidato sindaco, con l’area degli elettori dai quali aspira a ricevere il mandato, piuttosto che con altri soggetti quasi totalmente autoreferenziali.
Una proposta ce l’avrei. Ritengo inutile, se non ridicolo (perdonatemi l’espressione), che ciascuna istanza che voglia cimentarsi con la presentazione di una propria lista elettorale presenti anche un proprio candidato sindaco. Quale sarebbe il significato politico di verificare in termini di voti, assieme al risultato di una lista, anche quello di un candidato sindaco espresso dalla stessa lista? Intendo nell’attuale contesto politico-amministrativo della città.
Invece: perché non adoperarsi per realizzare una aggregazione molto più ampia, che raccolga (senza che ci sia alcuna contraddizione) gruppi della sinistra radicale accanto a gruppi d’ispirazione cristiana, tutti o gran parte dei movimenti, o partiti, di ispirazione sardista e/o indipendentista che pure stentano a dialogare tra di loro, movimenti sociali ispirati ad esperienze di partecipazione civica?
Vorrei essere chiaro. Non si tratta affatto di trovare una sintesi politica o di costruire un programma comune tra tutti. Sarebbe impresa impossibile. Si tratta di apprezzare il progetto di ciascuna delle istanze che intendono partecipare a questa ampia aggregazione e di consideralo un contributo ad un più vasto movimento di cambiamento costruito con il contributo di molti. Un polo, un’area.
Un unico candidato sindaco sarebbe non solo l’espressione di una volontà comune di cambiamento, peraltro analoga a movimenti che si stanno affermando in altre parti d’Europa, ma anche la cifra in grado di permettere un confronto con le altre aggregazioni e di lasciare il segno nella tornata elettorale. Ciò significa che ciascuno dei partecipanti non dovrà tanto cercare il candidato più affine al proprio programma elettorale (questa funzione è rappresentata da ciascuna lista) ma una persona in grado di rappresentare il movimento nel suo complesso, lasciando da parte tutti quei tatticismi, peraltro stupidi, che spesso accompagnano queste scelte. Intendo dire che non ha nessuna importanza se si tratti di un militante più o meno radicale, indipendentista o magari un po’ meno, cristiano o mussulmano. Serve la faccia di un persona impegnata, senza scheletri nell’armadio, sicuramente progressista, indiscutibilmente aperta alle istanze dell’autogoverno. Non che sia cosa da poco. Ma se ancora dobbiamo impegnarci, almeno sia per qualcosa di ambizioso. Proporre un candidato sindaco significa, a mio avviso, raccogliere adesioni attorno ad una persona in grado di partecipare alla sfida. Chi non possieda tale attitudine, anche se qualcuno pretende di chiamarlo candidato sindaco, non lo sarebbe. Non lo è. Sarebbe solo un feticcio. Sarebbe persino ridicolo proporre ai nostri concittadini un nome ed un programma di governo di chi sappiamo destinato a percentuali irrisorie.
Sarà difficile? Ma se non viene giocata questa carta, quale altra ipotesi ci rimane?

Gianni Loy, anche su il manifesto sardo.
AladinDibattito-CA

ROMPERE gli SCHEMI e AZZARDARE PER la SARDEGNA

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sedia di VannitolaLa sedia
di Vanni Tola

Necessaria una differente lettura dei fenomeni migratori. Quando un problema può diventare una soluzione.

Notizie “strane e curiose” talvolta si mescolano alle notizie che tutti si aspettano di trovare nei giornali e che solitamente scorrono sotto i nostri occhi pressoché inosservate. Una di queste racconta che il 21% dei lavoratori con cittadinanza non italiana, nati prima del 1949, abbiano versato contributi all’Inps per 3 miliardi di euro senza ricevere alcun trattamento pensionistico avendo abbandonato il paese prima di aver maturato i requisiti minimi per percepire la pensione. Lo ha affermato recentemente il presidente dell’INPS Tito Boeri in occasione della presentazione del rapporto Worldwide INPS. Proiettando il dato del 21% di individui stranieri che non percepiscono la pensione sulle generazioni di nati tra il 1949 e il 1981 si calcola una disponibilità finanziaria presso l’INPS, un vero tesoretto che raggiunge i 12 miliardi di euro. Un montante contributivo che non darà luogo a pensioni. Pensiamoci tutte le volte che qualcuno parla dei 35 euro al giorno che i migranti riceverebbero dallo stato italiano sottraendoli ai “nostri “ soldi. L’apporto dei migranti, principalmente di quella parte che entra in rapporto con il nostro sistema produttivo (lavoratori regolari, lavoratori in nero, operatori nel sociale e nell’assistenza agli anziani), non rappresenta soltanto un costo per la società, non è soltanto una fonte di problemi. Talvolta fenomeni sociali di tale portata, quali i movimenti migratori in atto, possono concorrere direttamente o indirettamente allo sviluppo sociale della collettività. Possono diventare la soluzione o una parte della soluzione di alcuni problemi del nostro ordinamento sociale in relazione a fenomeni epocali in atto quali il crollo delle nascite, l’invecchiamento della popolazione, lo spopolamento dei paesi e delle città in vaste aree del nostro territorio, la necessità di sostituire figure professionali che rischiano la scomparsa o il drastico ridimensionamento quantitativo. E’ ormai noto a tutti che il profilo demografico del nostro paese subisce un declino da alcuni decenni. Il nostro tasso di fecondità è molto al di sotto della soglia di stabilità della popolazione. Ci si attende, sulla base di autorevoli studi, una contrazione della popolazione europea di oltre 30 milioni di abitanti intorno alla metà del secolo. In Sardegna delle semplici escursioni in macchina nel territorio, appena fuori dei pochi grandi centri abitati, una visita a tanti nostri paesini che ormai ospitano quasi esclusivamente pochi anziani, fornisce un quadro esaustivo della crisi demografica dell’isola e dei fenomeni di desertificazione in atto. Molti osservatori cominciano a riflettere seriamente sul fatto che i movimenti migratori in atto generati da guerre e miseria piuttosto che rappresentare un problema non possano configurarsi come strumento per la risoluzione di alcuni problemi del vecchio continente. Sarebbe per esempio interessante realizzare una proiezione demografica per stabilire che impatto avrebbe nella nostra isola l’integrazione permanente di tre o quattro nuclei familiari in ciascuno dei nostri comuni che si vanno sempre più spopolando. Nascerebbero bambini in aree con natalità prossima allo zero, si potrebbero riaprire piccole scuole chiuse per mancanza di alunni, recuperare e riconvertire il patrimonio edilizio, si potrebbero eseguire grandi opere agricole per contrastare l’abbandono delle campagne, la desertificazione dei suoli e i disastri idrogeologica, si potrebbe integrare con nuova forza lavoro il comparto agro-pastorale nel quale l’età media degli operatori e sempre più elevata. Ci vogliamo pensare o no a qualcosa di diverso e di migliore rispetto ai campi di accoglienza e all’impiego di lavoratori-schiavi nelle campagne?
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- Le foto sono di Macrì Sanna.

Europa, Europa…

poveraEuropa filo_spinato europesedia di VannitolaRilanciare il processo di costruzione dell’Europa politica con un piano unitario per l’accoglienza dei migranti.
di Vanni Tola

La giornata di martedì, 15 settembre, ha un significato particolare nel panorama politico europeo. Ha sancito l’inconsistenza o, se preferite, l’inesistenza dell’Europa politica, la mancanza di obiettivi politici unificanti intorno ai quali realizzare e concretizzare l’idea stessa di Unione Europea teorizzata dai padri dell’europeismo. L’Europa, molti lo denunciano da tempo, al momento è soltanto una entità economico-finanziaria creata intorno alla moneta unica euro e tenuta insieme dalle scelte della Banca Centrale Europea. Al di fuori da tale ambito l’Unione non esiste, non decolla un progetto di unione politica, di scelte condivise, di stati uniti d’Europa. In sole tre settimane si sono registrate una serie infinita di cambiamenti di fronte che, se pure aprono qualche spiraglio di ottimismo, evidenziano la inconsistenza del progetto unitario del vecchio continente. La questione del profughi, dopo essere stata confinata a problema geopolitico limitato alla sola Europa mediterranea, si è manifestato in tutta la sua portata come fenomeno straordinario e duraturo che coinvolge l’intero continente. La Germania della Merkel, con un incredibile cambiamento di rotta, ha mostrato per prima di aver colto la complessità del problema e ha risposto dichiarando e mettendo in pratica delle scelte di grande apertura in termini di accoglienza. Per conseguenza si sono intensificati gli arrivi di profughi che ormai non arrivano più e soltanto dal mare ma anche attraverso altre vie, attraversando diversi paesi dell’est europeo. E’ a questo punto che esplodono le contraddizioni finora dormienti. Una consistente parte dell’Unione dichiara esplicitamente che non intende accogliere profughi e neppure consentirne il transito verso altri paesi. Ricompaiono i confini chiusi da filo spinato e sorvegliati dall’esercito che ricordano ai meno giovani un triste passato fatto di divisioni, guerre, muri. Un’altra parte dell’Europa invece si mobilita con slancio per realizzare la migliore accoglienza possibile dei profughi. La gente in particolare, superando i ritardi dei politici, si mobilita con entusiasmo, accoglie i profughi con affetto e simpatia, offre ospitalità nelle case. Due realtà diverse e contrapposte che andrebbero raccordate. Si propone di formalizzare e applicare il criterio della cittadinanza europea superando i vecchi trattati che, nei fatti, confinavano i migranti nel paese di prima accoglienza limitandone la circolazione in Europa. Si ripropone il criterio della ripartizione dei migranti fra i diversi paesi dell’Unione sulla base di quote obbligatorie di accoglienza. E arriviamo alla giornata di ieri, agli incontri tra i paesi dell’Unione durante i quali diversi paesi dell’est Europa ripropongono con forza la loro scelta di non accogliere migranti rendendo irrealizzabile il progetto unitario di accoglienza che si andava delineando. L’Unione europea, sulla questione dei migranti mostra cosi il nanismo politico del gigante economico realizzato intorno all’euro. Ora l’intera vicenda della accoglienza è demandata alla riunione urgente dei capi di governo che si terrà la prossima settimana nel tentativo di produrre una qualche scelta umanitaria mentre l’Ungheria e altri paesi blindano i loro confini e arrestano i migranti che li violano, mentre continuano gli sbarchi, le drammatiche vicende di uomini, donne e bambini sempre più disperati e mentre paesi quali l’Austria, alcuni paesi del nord Europa e perfino la Svizzera ribadiscono volontà e disponibilità ad accogliere di più e meglio. L’Italia fa la sua parte in termini di accoglienza in tutte le regioni, comprese quelle controllate dalla Lega ma continuano le provocazioni delle forze politiche razziste e xenofobe locali alla disperata ricerca di consensi elettorali fondati su disinformazione e paure della gente. L’ultima in ordine di tempo la scelta di togliere i finanziamenti della regione Lombardia a quelle strutture alberghiere che, rispondendo all’appello del Ministero dell’Interno, dovessero concedere ospitalità ai migranti.
Commentando il fallimento della riunione europea del 15 settembre, che avrebbe dovuto definire il progetto delle quote di accoglienza dei profughi, il vice cancelliere tedesco ha dichiarato che con tale fallimento l’Unione europea si è coperta di ridicolo dando un’immagine negativa dell’Europa e generando in alcuni paesi dell’Unione leggi restrittive della libera circolazione degli individui che fanno arrossire e delle quali ci si dovrebbe vergognare. Questa la situazione a tutt’oggi, ora non resta che attendere nuovi sviluppi dal prossimo incontro straordinario dei paesi dell’Unione sperando che la logica, la ragione e l’idea di costruire un’Europa politica si concretizzino attraverso scelte politiche illuminate.
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Giulio Sapelli su Il Messaggero. Tra euro e profughi. L’agonia dell’Europa che ha perso i suoi valori

L’esclusivismo etnico e la storia che ci sorpassa
di Nicolò Migheli

By sardegnasoprattutto/ 14 settembre 2015/ Società & Politica/

“Il faut réfléchir comment l’histoire nous dépasse“. Lo scriveva un mio amico sulla sua bacheca di Fb raccontando lo sconcerto di una funzionaria greca della Commissione Europea davanti alla tragedia dei rifugiati-migranti. Centinaia di migliaia di persone che premono alle nostre frontiere. La fotografia del bambino curdo in una spiaggia turca commuove il continente e costringe frau Merkel ad aprire le frontiere tedesche ai rifugiati siriani. Qualsiasi interpretazione si voglia dare, quel gesto politico cambia l’Europa e ne mostra il limite. Eravamo rimasti alla divisione Nord Sud sull’economia, ed ora ci ritroviamo anche con quella Ovest Est sui valori.

La vecchia e nuova Europa, come ai tempi della guerra contro Saddam Hussein. Da una parte la Germania, Austria, Svezia, Francia, Italia, Spagna e Grecia e dall’altra Polonia, Cechia, Slovacchia ed Ungheria che chiudono le frontiere, dichiarano che non accoglieranno nessuno. In Polonia si manifesta nelle piazze contro l’accoglienza. L’Ungheria accusata di pratiche neonaziste per il muro al confine, i treni blindati, i campi di concentramento, l’uso dei reparti anti sommossa, i lanci di panini e bottiglie d’acqua sugli stranieri chiusi in gabbia. Un’apocalisse della nostra umanità. Quei paesi sono entrati frettolosamente nella Ue senza avere riflettuto seriamente sulla loro storia. Vittime degli espansionismi tedeschi e russi degli ultimi due secoli, ora sono diventati gelosi della loro etnicità esclusiva. Si sentono difensori di una identità omologante, incapaci di dialogare con il diverso.

L’Ungheria in più distribuisce passaporti agli ungheresi cittadini dei paesi limitrofi, nel sogno di poter rimettere in discussione i confini stabiliti alla fine della Prima Guerra Mondiale. Il Governo di Orbán si erge a difensore della civiltà cristiana immaginaria. Un’apocalisse come rivelazione della realtà che tocca noi sardi nel profondo. Occorrerebbe riflettere per l’irruzione della Storia e del mutamento in noi e nei nostri parametri di giudizio.

Occorrerebbe riflettere come i soliti cinici per calcoli di bottega politica usino questi drammi per instillare paure, mettendo contro bisogni legittimi della povertà dei locali e il dovere umano di aiutare chi fugge dalla morte. Perché anche da noi si notano segni pesanti di rifiuto della realtà. Nascono movimenti che usano la retorica identitaria per marcare confini.

Un’identità che si immagina ferma ed immutabile, il sogno di un comunitarismo cerchio caldo, per usare la brillante definizione di Göran Rosemberg. Una concezione dell’identità simile a quella dei teorici waabiti dell’Isis. Saremo salvi se non ci saranno contaminazioni, se tutti si riconosceranno come i-dentici. Perché ciò avvenga è necessario costruirsi sempre è comunque come vittime – il collettivo Wu Ming, ha scritto un articolo illuminante a proposito- di un presente che non si riesce a capire e di un passato raccontato sempre con il mito della perdita. Perché l’oggi, grazie a Tv e reti sociali, induce un tempo schiacciato sul presente, una rimozione della memoria che impedisce ogni elaborazione che sia riflessione, che sia razionalità e non semplice razionalizzazione.

Ad esempio, ogni fatto terroristico viene sottolineato con un “Da oggi siamo in guerra”. Il conflitto permanente come instrumentum regni. Ogni sbarco vissuto come invasione. Una forma sofisticata di controllo sociale che comincia con l’essere sottoposti continuamente a narrazioni manipolate, ad una incessante riproposizione di video e messaggi violenti che oltre a indurre assuefazione abbassano pericolosamente il confine della percezione dell’orrore, fino ad essere il rumore di fondo della nostra psiche. L’indignazione come corollario, il sentimentalismo e non il sentimento. Le passioni fredde che uccidono l’empatia. Tv e reti sociali il luogo eletto per un continuo lavaggio del cervello che si traduce in senso comune di ostilità nei confronti di chi è diverso, povero, fugge.

Un bisogno di ordine che somiglia molto al ritorno nel grembo materno. La sindrome del ritiro, la chiama così lo psicanalista Luigi Zoia. Una realtà che mi preoccupa molto come sardo; come la nostra nazione ad identità debole si lascia traviare in una deriva etnica esclusiva, che immagini l’appartenenza solo legata a sangue e terra, con il corollario della folklorizzazione incessante. Questo governo regionale, bloccando ogni intervento per la crescita del sardo come lingua normale, ha creato uno degli elementi che accentuano l’identità labile dei sardi. Le azioni di governo che non difendono la nostra terra dal Land Grabbing, sono ulteriori fatti che inducono il senso della perdita. Su quello i teorici dello scontento potranno costruire il rifiuto dell’altro indicato come causa di tutti i mali. Da quella rabbia il nostro inconscio collettivo potrà produrre il mostro.

L’Orbán in vellutino aspetta solo l’occasione giusta per manifestarsi. Occorre riflettere su come la Storia ci sorpassi. Non siamo riusciti a prevederla, ma almeno cerchiamo di fare in modo che non ci travolga e ci muti in peggio per sempre.
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lanzicchnecchi
Ben vengano i “barbari”
di Umberto Cocco

By sardegnasoprattutto / 15 settembre 2015/ Società & Politica/

Tutto accade troppo tardi, chi non lo vede? Arriva tardi la coscienza dell’Europa, o di una sua parte, davanti alle migrazioni che la penetrano. Anche l’articolo di Nicolò Migheli arriva tardi… Ma è il primo che proviene da quel mondo, è così sincero e così sinceramente autocritico, che il riferimento alle colpe altrui, il Land Grabbing, etc., sembra un inciampo nel ragionamento, forse un riflesso condizionato.

Tutte le versioni dell’indipendentismo, del sovranismo, del sardismo, sembrano così fuori tempo in queste settimane. I nazionalismi che rialzano la testa in Europa come vede bene Migheli hanno un inquietante profilo, salvo forse che in Scozia. Ma tutti sembrano ideologie obsolete, con le quali ora è pericoloso baloccarsi, alla vigilia di uno sconvolgimento delle nostre società dove il peggio può venire dal confronto-scontro di identità, le nostre e le loro.

Si vedeva da lontano che la moltiplicazione dei movimenti indipendentisti e sovranisti coincideva con la caduta della presa reale di quella prospettiva sulla società sarda. Secolarizzata, smagata, subalterna a modelli culturali e sottoculturali prodotti altrove, e che mentre distrugge ogni tratto di autonomia propria anche personale e comunitaria (le case, la lingua, il paesaggio, i beni culturali) e non produce nemmeno più beni per il proprio autoconsumo, si ubriaca di retorica, di folclore, costumi sardi a processioni dal Redentore a piazza San Pietro (gli insegnanti dal Papa), all’Expo dove molti sardi si sono vergognati di essere rappresentati così, e io con loro.

Poca e nessuna autonomia e figurarsi indipendentismo, ma il petto gonfio di aria, ogni segno identitario volgarizzato e pompato con un autocompiacimento che fa tristezza e non credo si ricordi a questi livelli di pervasività nei 50 anni passati. (Che ci fa l’assessore Morandi nelle foto sui giornali affiancato a donne in costume e maschere di carnevale fuori contesto? Che sorriso si mette in faccia, perché?

A nessuno della giunta regionale o comunale è venuto in mente di farsi fotografare con Francesco Cucca? Leggete la Repubblica di oggi, ne scrive Elena Cattaneo, nientemeno).

Scusate lo sfogo. E’ anche perché non si sta meglio a sinistra. E’ una democristiana tedesca la leader più coraggiosa di questa fase, dopo il Papa cattolico. Tutte le altre posizioni, le cautele, le chiacchiere di Renzi, saranno spazzate via, e le velleità alla Syriza, ahimè, pure, e speriamo non anche Corbyn.

Anche per cambiare questa esausta società sarda, le stanche società europee, ben vengano i barbari, si potrebbe dire con il poeta.
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bandieraUE
Ludwing Van Beethoven InnoGioiaBeethoven, Inno alla Gioia
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ape-innovativa Europa, Europa… Una piccola proposta di grande significato simbolico: dovunque possibile, insieme agli inni sardo e italiano, sia eseguito l’inno europeo, l’inno alla gioia!
A proposito di Inno alla Gioia, inno europeo, ricordiamo quanto detto in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università della Sardegna-Università di Sassari: (…) – Benissimo l’inno sardo “Procurade ‘e moderare” eseguito dopo quello italiano. Annotiamo che ci sarebbe stato bene anche l’Inno alla gioia di Beethoven, che, come è noto, è l’inno dell’Unione Europea, sebbene forse non ufficiale, come peraltro non è ufficiale l’inno sardo.
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tramonto notte ricercatoricagliari
Il ruolo di Cagliari per l’Europa che vogliamo
di Franco Meloni

Un tempo contestando il malgoverno della cosa pubblica in diverse realtà si diceva che anche la sola “buona amministrazione” costituisce di per se un fatto rivoluzionario. Mi è venuto in mente pensando all’esperienza amministrativa del sindaco di Cagliari Massimo Zedda e della sua Giunta. Fare una buona amministrazione per la nostra città come il sindaco ha cercato di fare ha aspetti positivi a vantaggio dei cittadini cagliaritani. E di questo occorre dare atto, come abbiamo fatto in diverse circostanze. Ma certamente non basta. L’amministrazione Zedda ha finito per rinchiudersi nell’ambito dell’ordinario, senza azzardare progetti strategici di lungo respiro dei quali la città ha invece ineludibile bisogno, pena l’acuirsi di processi di decadenza e marginalità. Ecco perché si avverte l’inadeguatezza degli attuali amministratori unita alla non credibilità che siano in grado di prospettare esiti diversi per il futuro. Cagliari non ha finora saputo esercitare quel ruolo decisivo che le compete: di guida dell’intera regione, di peso paragonabile a quello dell’Istituzione Regione. Come capita a tutte le capitali di questo mondo, per esercitare questa funzione dispone (e dovrebbe poter disporre in misura maggiore) di risorse specifiche, che, al di là delle critiche universalmente rivolte a tutte le capitali del mondo, deve congruamente restituire in benefici non solo ai suoi abitanti ma a tutti i cittadini che gliele hanno affidate, cioè a tutti i sardi. In Sardegna abbiamo bisogno di praticare nuove politiche di sviluppo attraverso la realizzazione di nuovi modelli sociali ed economici. Siamo proprio in questa fase, come necessità, non certo, purtroppo, come visioni politiche egemoni e concrete realizzazioni e come attuale classe dirigente in grado di farsene carico. Al riguardo è richiesto soprattutto a Cagliari – ovviamente insieme alla Regione e agli altri Enti locali – di cimentarsi in una sfida epocale. Ci sono tanti modi per farlo. Io credo che la stella polare della ricerca di nuove strade debba essere l’Europa, non certo l’attuale Europa, che in questa fase storica sta dimostrando la sua inadeguatezza, proprio perché chiusa nella cura dei mercati e degli interessi dei mercanti, quanto invece una nuova Europa che dobbiamo costruire: l’Europa dei popoli, capace di accogliere nuove genti e con esse rigenerarsi. In questo recuperando i valori delle origini, quando, all’indomani della seconda guerra mondiale, i padri fondatori dell’Europa comunitaria misero le basi della cooperazione economica pensando e preconfigurando come un sogno l’integrazione politica europea. Purtroppo tuttora, dopo tanti decenni, l’integrazione dell’Europa attraverso una vera e propria Confederazione o Federazione di Stati è solo ancora un sogno, e l’integrazione politica rischia di arretrare anche rispetto agli scarsi attuali livelli.
Allora Cagliari deve conquistare sul campo il ruolo di “città capitale”, sarda e insieme europea, in grado di tracciare nuove strade per se stessa, per la Sardegna e per l’Europa, della quale può rappresentare in certa parte le politiche per il Mediterraneo (soprattutto della sua sponda sud). Un’impostazione di questo tipo, appena qui tratteggiata, ha moltissimi risvolti pratici, concretizzandosi pertanto anche nelle scelte del quotidiano amministrare. In questo quadro la stessa “opzione indipendentista” (comunque la vogliamo nominare) per la Sardegna può essere praticata con condivisione maggioritaria, non quindi come concezione separatista minoritaria o scelta estremista, proprio in quanto si può sviluppare con piena cittadinanza e dignità nell’ambito della possibile nuova Europa che abbiamo prospettato.
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Accogliamoli*

Claudia Crabuzza foto blogsedia di VannitolaLa sedia
di Vanni Tola
IN SARDEGNA C’E’ POSTO, C’E’ TANTO POSTO PER TANTI
Claudia Crabuzza Alghero VT
di Claudia Crabuzza, cantautrice e voce dei Chichimeca.

In Sardegna c’è posto per tante cose. C’è tanto posto, c’è posto per tanti. La Sardegna è un posto accogliente e largo, grande, con pochi abitanti e tanta terra e tante case abbandonate e interi paesi che muoiono di solitudine. Campi di cui prendersi cura, stanza da affittare, persone a cui fare compagnia. La Sardegna è una terra accogliente con chiunque, non sono la prima a dirlo, ci sarebbe ben più spazio di questo due virgola qualcosa per cento assegnato dalla conferenza Stato-Regioni, che è il numero di migranti che dobbiamo ospitare. Oltre a quelli che dobbiamo ospitare ce ne starebbero tanti in più che possiamo ospitare, e pure che vogliamo ospitare. La Sardegna non è solo Villasimius o Alghero o i tanti posti turistici in cui le case valgono molto, per la maggior parte in Sardegna le case non valgono nulla, le famiglie hanno costruito interi palazzi per figli che non ci andranno ad abitare mai (devastando la bellezza di interi paesi che sarebbero stati meglio com’erano prima). Ormai quelle case ce le abbiamo e non valgono niente e tanti sindaci sarebbero felici di ridare vita ai loro paesi con uomini e donne e bambini di passaggio, in cerca di pace, di serenità, o solo di un punto di appoggio per un momento, sino a che le incivili istituzioni europee non si accorgono che bisogna prendere misure urgenti per lasciar passare questo flusso, per smettere di vedere corpi nel mare, per non dover rimanere nella storia come i responsabili di un ulteriore genocidio contro i nostri vicini africani e mediorientali e contro chiunque pretenda una vita giusta e degna. Libera dai disastri che i nostri stessi governi provocano da secoli.
La Sardegna, come tante altre regioni italiane e europee, ha bisogno di questa onda umana, ha bisogno di figli, e ha bisogno anche di godersi la sua ricchezza, il suo benessere, il suo lusso quotidiano di avere da mangiare, da dormire, libri, telefoni, vestiti, vacanze, giochi per i bambini, mare, sole, risate estive, stufe invernali, piccole cose che tutti noi abbiamo, forse non proprio tutti ma una grandissima parte, senza sentirsi ogni giorno complice di questo schifo che è vedere chi chiede aiuto rinchiuso in un lager, o torturato o picchiato o annegato o soffocato in un camion sull’autostrada. Che cosa ci manca ancora, se un camion carico di persone viene abbandonato su un’autostrada e lì dentro finisce l’ossigeno e quelli urlano e urlano e si schiacciano per provare ad aprire portelloni che non si aprono, e le macchine, le nostre macchine, sfrecciano a pochi metri con la radio accesa e non sentono le grida di terrore e non si accorgono che ci sono umani che muoiono uno dopo l’altro sino ad arrivare a settantuno, tutti soffocati, o morti di tristezza, di abbandono e di solitudine? Dobbiamo pretendere che la nostra isola si apra, usi i suoi sempre vaghi statuti speciali e si apra, che ognuno possa decidere di accogliere in casa sua una persona o una famiglia, che ogni casa abbandonata venga affidata a una famiglia che ne ha molto bisogno, che ogni campo incolto venga lavorato dalla stessa famiglia che è sicuramente in grado di farci crescere due lattughe e due galline per non doversi sentire sempre un peso e sempre ‘senza terra’. Dobbiamo pretendere di non finire con la coscienza imbrattata ogni giorno da questo senso di colpa di corresponsabilità di silenzio indifferente, litigando se vanno pubblicate o meno le foto dei bambini annegati. Dobbiamo pretendere che le uniche foto di bambini in mare siano quelle in cui i bambini giocano.
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Accogliamoli*
* Sinonimi di “accogliere”:
accettare acconsentire adottare albergare alloggiare ammettere contenere esaudire gradire includere iniziare iscrivere ospitare prendere recepire ricevere salutare

Contrari di “accogliere”:
bocciare discriminare eliminare emarginare escludere radiare respingere ricacciare ricusare rifiutare rimettere scartare sdegnare squalificare

con la lampada di aladin su la Sardegna “emergenza nazionale”

pablo e amichelampada aladin micromicroIl Senato richiama il Governo: “La Sardegna emergenza nazionale”

(L’Unione Sarda on line, 6 maggio 2015) L’Assemblea ha chiesto un impegno reale per trovare soluzioni ai problemi endemici dell’Isola.

La Sardegna deve diventare una questione nazionale e un’emergenza del nostro Paese, perché la regione è sempre più povera, con una disoccupazione giovanile allarmante ed una recessione che allontana di molto la ripresa.

con la lampada di aladin sull’innovazione e dintorni…

Boccioni visioni simultanee 1911lampadadialadmicromicro- L’«Eureka!» di Ignazio Visco.
Silvano Tagliagambe
su sardegnasoprattutto

in giro con la lampada di aladin…

terra di pace e solidarieta' logo microlampada aladin micromicroEttore Cannavera: «Contro la crisi serve un nuovo modello di sviluppo». Alfredo Franchini su La Nuova Sardegna. – segue -
la collina 13 3 15 ft1
- Approfondimenti sul sito dell’associazione.
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I cavalieri dell’Apocalisse. Nicolò Migheli su L’Unione Sarda e SardegnaSoprattutto. - segue -

in giro con la lampada di aladin: sull’Università della Sardegna

universita_cultura_e_sapere bislampada aladin micromicroDal sito dell’Ateneo www.unica.it
INDETTE LE ELEZIONI DEL RETTORE PER IL SESSENNIO 2015/21
Cagliari, 30 dicembre 2014 – Sono state indette questa mattina le elezioni per la nomina del Rettore dell’Università degli Studi di Cagliari per il sessennio 2015/2021: le operazioni di voto si svolgeranno il 9 Marzo, il 20 Marzo e, ove occorra il ballottaggio tra i due candidati più votati, il 25 marzo 2015. - segue -
Alcune riflessioni su Aladinews
- L’Università della Sardegna
- L’Università e la ricerca scientifica sono troppo importanti per lasciarle in mano all’Accademia.

in giro sulla rete con la lampada di aladin…

Pedala Bomeluzo!lampada aladin micromicro- E adesso pedalare, caro presidente Pigliaru. Umberto Cocco su SardegnaSoprattutto.
Sa Domu logo piccolo- Sulla situazione della scuola in Italia e in Sardegna. Come la pensano i ragazzi de Sa Domu.

- Sul blog di Vito Biolchini il dibattito sul “Partito Nazionale Sardo”. Interviene il Segretario Nazionale di ProgReS Progetu Repùblica de Sardigna Gianluca Collu Cecchini.

Una nuova operazione “Mare nostrum” per una differente politica dell’accoglienza

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sedia-van-gogh4di Vanni Tola
E’ cronaca di questi giorni. Migranti provenienti da lontani paesi dell’Africa settentrionale, in fuga dalla guerra e dalla miseria, dopo aver attraversato a piedi il deserto e affidato le loro vite agli scafisti e al mare, talvolta trovano temporaneo rifugio in alcuni paesi della nostra isola. Accade però che dopo alcuni giorni di permanenza in questi improvvisati centri di accoglienza, gli ospiti stranieri lasciano spontaneamente i loro nuovi rifugi per cercare fortuna altrove. Cosa c’è che non va nei nostri paesi, a Sadali, a Ottana, a Valledoria, a Lu Bagnu, in riva al mare della Costa Paradiso? La risposta è drammaticamente semplice. Questi luoghi di accoglienza, spesso isolati rispetto ai grandi centri abitati, mal collegati dai trasporti pubblici, non offrono che un alloggio con relativi servizi, piccoli aiuti materiali, un po’ di solidarietà della gente del posto ma anche l’assoluta certezza che difficilmente l’immigrato potrà intravvedere in tali località la possibilità di un reale inserimento sociale, di una valida prospettiva di vita, la possibilità di “mettere radici”. Meglio scappare lontano verso le grandi città. Un’altra considerazione. Più volte ci siamo occupati dell’andamento dei principali indicatori demografici dell’Isola. Dati drammatici, paesi destinati a scomparire nei prossimi decenni per mancanza di abitanti. Comparti produttivi fondamentali per la Sardegna, quale l’agro – pastorizia destinate a non avere un futuro per l’invecchiamento degli attuali addetti al settore e la mancanza di nuova forza lavoro da impiegare a causa del notevole decremento delle nascite. C’è un nesso tra l’arrivo di migranti nell’isola e la condizione di cronico spopolamento della nostra regione? Certamente sì. L’arrivo dei migranti, fenomeno in atto e storicamente irreversibile e l’eccezionale spopolamento della nostra regione, insieme, creano le precondizioni per attivare un differente approccio alla questione dell’accoglienza degli immigrati. Una programmazione organica di flussi immigratori, infatti, potrebbe perfino avere un influsso positivo per la situazione demografica della Sardegna e rappresentare nello stesso tempo una prospettiva di vita accettabile per gran parte dei migranti. Naturalmente a condizione che determini reali possibilità d’integrazione che vadano oltre le pur importanti iniziative di prima accoglienza, finora realizzate. In alcune realtà sono arrivate delle vere e proprie piccole comunità (è il caso delle venti copie di immigrati con bambini) che, se adeguatamente inserite in uno qualsiasi dei nostri paesini con saldo delle nascite negativo, scuole chiuse per mancanza di alunni, centinaia di case abbandonate nei centri storici, avrebbero potuto “fare la differenza”. Avrebbero potuto concorrere a modificare sensibilmente le tendenze demografiche in atto rivitalizzando la comunità ospitante, mantenendo in vita i servizi sociali, e la scuola fra questi, favorendo il recupero dei centri storici abbandonati, rivitalizzando la macro economia locale con l’impiego degli ospiti in lavori utili alla collettività (terre abbandonate, difesa dell’ambiente, ripopolamento aree rurali). Diversi osservatori dei fenomeni demografici, partendo dalla considerazione che in Sardegna si registrano tassi di natalità tra i più bassi al mondo e che i giovani continuano a emigrare, propongono da qualche tempo la necessità e l’urgenza di attivare interventi concreti ed efficaci per invertire la tendenza a un significativo spopolamento della Sardegna e delle zone interne in particolare. La sintesi delle ricerche effettuate ipotizza la realizzare un grande processo di riantropizzazione programmata – come avvenuto in altre aree del mondo con analoghi problemi di spopolamento – utilizzando la possibilità di razionalizzare e migliorare qualitativamente l’attuale politica dell’accoglienza dei migranti. Un progetto di reale inclusione che garantisca progetti di vita validi e accettabili a cominciare dal diritto di cittadinanza per i loro figli. Tali proposte, che potrebbero apparire il parto di fertili menti di sognatori, sono nella realtà saldamente presenti all’interno del dibattito nelle principali istituzioni della Comunità europea. Talmente presenti da essere state tradotte in un piano, il Programma Horizon 2020 per le politiche dell’integrazione che destina milioni di euro (in parte spendibili già dal corrente anno) per le politiche d’integrazione che i paesi comunitari volessero realizzare. Dedicare la dovuta attenzione a questo progetto potrebbe rappresentare per la Sardegna la possibilità di diventare un’area geografica di accoglienza e gestione programmata di flussi migratori che potrebbero, a loro volta, concorrere a rivitalizzare una società tendenzialmente minacciata di estinzione o comunque di un notevole ridimensionamento del proprio ruolo nel mondo. Non è un’operazione di poco conto, è un intervento che implica il superamento di difficoltà considerevoli, anche in termini culturali e di evoluzione del modo comune di pensare la convivenza con altri popoli e altre culture, che è cosa ben diversa dall’aiuto temporaneo e dall’ospitalità. Ma perché non provarci?
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- Horizon2020, per saperne di più

in giro con la lampada di aladin…

aladin-lampada3-di-aladinews312- Gavino da simpatica canaglia a on. abusivo e distratto,
Amsicora su Democraziaoggi
- E’ in discussione l’autonomia. Altro che sovranismo! Raffaele Deidda su SardegnaSoprattutto e Aladinpensiero.

in giro con la lampada di aladin su autonomia, specialità e dintorni…

like Picasso copiaaladin-lampada3-di-aladinews312 – Sardegna perinde ac cadaver. Come stiamo perdendo la nostra autonomia speciale nell’indifferenza (quasi) generale.
by vitobiolchini
- L’autonomia sarda rischia la cancellazione. Mauro Pili su L’Unione Sarda.
- Mauro Pili grida “al Lupo!”. Ma Cappuccetto Rosso è stato già sbranato dal branco. Andrea Pubusa su Democraziaoggi. - segue -

Dibattito: rompere gli schemi e azzardare perché la Sardegna abbia futuro. Ecco come la pensa Nicolò Migheli

like Picasso copia

Campus lug14Anche i professori a volte sbagliano
di Nicolò Migheli
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Chiunque in questi ultimi vent’anni abbia seguito le tendenze demografiche della Sardegna ha consapevolezza che l’isola è destinata a perdere popolazione. Il tasso di natalità è di 1.08, uno dei più bassi della Repubblica, quando per mantenere gli attuali 1.600.000 abitanti è indispensabile che sia almeno del 2,10. Non solo, è la piramide dell’età che preoccupa. Un futuro con pochi giovani che dovranno mantenere generazioni sempre più anziane. Molti piccoli paesi resteranno deserti, anche perché la popolazione tende sempre più verso la città. Paesi che perdono scuole, uffici postali, caserme dei carabinieri, Chi può fugge. Un cane che si morde la coda. Si scappa perché non vi è né lavoro né servizi, ma se la popolazione si riduce, si riducono anche questi. Il professor emerito Andrea Saba sulla Nuova Sardegna del 2 di luglio, con un articolo dal titolo “Far rinascere i paesi fantasma con l’agricoltura plurietnica” dà la sua ricetta. Il professore scrive che l’impoverimento demografico è sostanzialmente figlio della crisi dell’agricoltura. Una produzione, a suo avviso, che risente troppo degli sbalzi di prezzo e non riesce a stare sul mercato, con il risultato che gli operatori finiscono per abbandonarla. Saba trova nelle colture no food ed in Matrìca la risposta. Basterebbe che una quota di terreni venisse destinata alla produzione di cardi o di oleaginose, per garantire un reddito che integrerebbe il resto. Aggiunge poi: visto che già rumeni e marocchini sono nelle nostre campagne, bisognerebbe – secondo lui – incentivare una immigrazione controllata di contadini a cui dare terreni e case. Poiché i prezzi a tutt’oggi risultano essere ancora alti, dovrebbe intervenire la regione con un programma specifico. Andrea Saba non è un economista qualsiasi, è stato docente di Economia Industriale alla “Sapienza” di Roma, assistente di Paolo Sylos Labini, laureato a Cambridge, autore di vari studi sullo sviluppo e l’articolo risente della sua posizione “industrialista”. - segue -

Rompere gli schemi e azzardare perché la Sardegna abbia futuro

4 suonatori
ape-innovativa2di Franco Meloni
“Il nostro Dio è Dio delle sorprese: ogni giorno ce ne fa una. Dio è così, Dio rompe gli schemi: se non rompiamo gli schemi, non andremo mai avanti. Perché Dio ci spinge a questo, a essere creativi verso il futuro”.
Questa bella frase che papa Francesco ha detto sabato nella sua visita in Molise, anche se vogliamo leggerla in una versione laica, indica la strada che oggi dobbiamo percorrere in tutti i contesti. Limitiamoci alla Sardegna per dire che l’attuale situazione di crisi drammatica non può essere superata con i consueti strumenti, sia pure utilizzati nel modo più efficiente e razionale possibile. E’ quanto ci sembra stia facendo l’attuale governo regionale. Non basta, anzi potrebbe essere tutto inutile. Sì, perché si tratta di rispondere a problemi che hanno una enorme e straordinaria rilevanza. Ci riferiamo innanzitutto alla crisi demografica, cioè al fatto che i nuovi nati a cui aggiungere i nuovi arrivi non riescono complessivamente a superare i morti sommati a coloro che emigrano. Le conseguenze cominciano a mostrarsi con il progressivo abbandono dell’agricoltura (non compensato dal significativo interesse di molti giovani al settore) e la prevedibile chiusura di alcuni comuni sardi per mancanza di abitanti. Una situazione che può essere contrastata solo attuando una innovativa politica di accoglienza, che sappia integrare nuovi emigranti, in massima parte giovani, con le popolazioni, dando ad essi abitazioni e lavoro, in modo particolare nel settore agricolo. E’ quanto sostenuto da tempo da valenti studiosi, per citarne uno tra essi, il prof. Giuseppe Pulina, dell’Università di Sassari. La proposta è stata recentenente ripresa dal prof. Andrea Saba (anch’egli illustre docente, ora in pensione, di Economia Industriale alla “Sapienza” di Roma, allievo di Paolo Sylos Labini), in un intervento su La Nuova Sardegna. Ci rendiamo conto che non sono cose di poco conto, ma appunto perché difficili e complesse vanno affrontate con tempestività e con capacità politica e organizzativa. Si tratta di costruire piani di grandi dimensioni e complessità che devono coinvolgere molti soggetti pubblici e privati. Parlando delle istituzioni questa è senza dubbio la maggiore criticità: far lavorare insieme, in modo coordinato, più amministrazioni. Le risorse esistono, anche se vanno organizzate in relazione a programmi ben strutturati. Sono prevalentemente fondi europei, a cui si aggiungono i cofinanziamenti statali e regionali, e, auspicabilmente, anche privati.
Riuscirà l’attuale governo regionale a proporre programmi di così grande dimensione, con tutto l’azzardo che necessariamente ciò comporta? Sospendiamo il giudizio in attesa di notizie al riguardo, ovviamente in tempi brevi.
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aladin-lampada3-di-aladinews312Approfondimenti su Aladinews e dintorni

- Demografia e sviluppo nel prossimo futuro. La Sardegna senza Sardi? Drammaticamente di fronte alla necessità di compiere uno sforzo straordinario di elaborazione politica, di crescita culturale, di formulazione di strategie economiche alternative con le quali ci dovremo misurare. Saremo in grado di farlo? Di Vanni Tola (http://www.aladinpensiero.it/?p=19142#more-19142)
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- Economia e immigrati. Far rinascere i paesi fantasma con l’agricoltura plurietnica. Si potrebbe ottenere allo stesso tempo il recupero dei campi e quello demografico, necessario una specifico progetto regionale. Gli esempi da seguire. Di Andrea Saba.
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G Pulina intervistato da Aladinews- 13 marzo 2015 Aladinews. Intervista a Giuseppe Pulina, a cura di Franco Meloni. L’EUROPA 2020 E LE PROSPETTIVE DELL’AGRICOLTURA SARDA – Sala Conferenze Banco di Sardegna, Cagliari (a cura di www.aservicestudio.com)
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- Riflessioni sul convegno Caritas-Migrantes di presentazione del dossier immigrazione 2012. Cosa fare in (e per la) Sardegna? Di Franco Meloni
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- Barbagia a rischio estinzione. Giuseppe Pulina: «La soluzione? Accogliere quindicimila coppie di immigrati».
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- Per i 150 della Camera di Commercio. Di Franco Meloni (http://www.aladinpensiero.it/?p=1158)
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- Dibattito: rompere gli schemi e azzardare perché la Sardegna abbia futuro. Ecco come la pensa Nicolò Migheli.