Antiche cronache sarde

Oggi mercoledì 11 gennaio 2017

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Il concetto che ci guida: Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà (Antonio Gramsci).
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Carlo Felice feroce di F CasulademocraziaoggiLeggendo il libro di Francesco Casula: vita da incubo per i sardi sotto i Savoia, ma non li abbiamo ancora relegati nella pattumiera della storia!
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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il_Manifesto_quotidiano_comunistaLungo la strada del 4 dicembre
Gianni Ferrara su il manifesto

Quando i sardi respinsero i francesi

STORIA SARDA
Il 1° novembre 1792 I cagliaritani chiesero al viceré Balbiano (noto Baiocu, orbo di un occhio) che provvedesse a rifornire la città di frumento e di altri generi alimentari, in previsione di un possibile tentativo francese di occupare la città e quindi l’Isola.
Balbiano rifiutò arrogantemente, non era disposto a dar credito alle chiacchiere dei cagliaritani.
Un mese dopo, il 21 dicembre, apparve di fronte al golfo di Cagliari la flotta francese. Solo il maltempo allontanò le navi.
sant-efisio-contro-i-francesi-1793Due navi tornarono l’8 gennaio 1793 e occuparono Carloforte.
Quando a febbraio l’intera flotta bloccò il porto di Cagliari, furono i sardi a impedire la conquista dell’intera isola.
Un anno dopo, il 28 aprie 1794, cacciarono il viceré.
Così sia ancora di tutti gli arroganti al governo della Sardegna.
- Un dibattito sulla pagina fb di Piero.

Palabanda

La rivolta di Palabanda, esempio attuale di dignità
di Francesco Cocco su Democraziaoggi.
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democraziaoggi loghetto[Democraziaoggi] Ricorre nella notte del 29 di ottobre l’anniversario della rivolta di Palabanda (1812). Francesco Putzolu, sarto, e Raimondo Sorgia, conciatore, furono subito condannati e impiccati. Salvatore Cadeddu trovò rifugio nel Sulcis a Nuxis, che lo ricorda ora in uno splendido murale di Francesco del Casino. E’ doveroso ricordare quei martiri perché da loro ci viene un grande esempio di dignità che ci sollecita al rifiuto del vergognoso inganno contenuto nel referendum della cosiddetta “deforma della Costituzione”. Un attacco alla rappresentanza e alla sovranità popolare, un ritorno a un neocentralismo di vecchio stampo con la modifica del titolo V e la soppressione del Senato elettivo. I Sardi col loro “NO” sapranno dare ancora una volta una manifestazione di dignità contro le mistificazioni e gli inganni del referendum del 4 dicembre.

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S’avolotu de Casteddu de su 1906

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Storia sarda

Piero MIL DELITTO CAMARASSA
21 luglio 1668. Di ritorno in carrozza dalla festa del Carmine, diretto a Palazzo per la Carrer dels Cavaliers (oggi via Canelles) nel quartiere Castello, il marchese di Camarassa, vicerè di Sardegna, viene assassinato.
Il delitto avviene giusto un mese dopo l’assassinio del marchese di Laconi, Agostino di Castelvì, figura controversa, divenuto comunque esponente della nobiltà sarda in contrasto con l’autorità viceregia.
Per qualche mese si parla del delitto come esito di fatti erotici.
Il 26 dicembre giunge a Cagliari il nuovo vicerè, Francesco Tutavilla duca di S.Germano, che ristabilisce il potere della corona, intanto che accusa di congiura politica Iacopo di Castelvì, cugino di Agostino, Antonio Brondo fi Villacidro, Francesco Cao, Francesco Portoghese e Gavino Grixoni.
lapide Camarassa via Canelles

Anche Lamarmora fuori dalla Toponomastica sarda?

Alberto_La_MarmoraAnche Alberto Lamarmora fuori dalla Toponomastica sarda?
Ecco alcuni elementi per valutare il personaggio e la sua opera

di Francesco Casula

Alberto Ferrero della Marmora, scrittore, geografo e militare (Torino 1789- ivi 1863) visiterà la Sardegna, la prima volta nel 1819 e in seguito vi soggiornerà più volte. Egli infatti soggiornò nell’Isola, sebbene non stabilmente, per un arco di quasi quattro decenni, dal 1819 al 1857. Di essa sottolinea che : Difficoltà immense e gravi intralciano lo zelo del viaggiatore, che vuole percorrere quest’isola; la mancanza di strade, il difetto dei comodi più modesti, i pericoli in qualche contrada per il carattere irrequieto degli abitanti, infine le insidie del clima per parecchi mesi.
A proposito della figura complessiva di La Marmora, Giovanni Lilliu – nella presentazione al 2° volume del Voyage in Sardaigne, Gianni Trois editore, Cagliari 1995 – scrive che “Nel lavoro il Lamarmora pose onestà, lealtà e rettitudine, categorie che applicò anche nella vita, qualunque giudizio i Sardi possano oggi dare di lui che, per forza della storia e per la suggestione del potere non seppe resistere alla tentazione di oscurare i suoi giovanili ideali « rivoluzionari» con atti di reazione e repressione di cui soprattutto i Sardi soffrirono”.
Il grande archeologo sardo si riferisce al ruolo che La Marmora esercitò nel 1849 quando divenne Commissario straordinario per la Sardegna, inviato nell’Isola con poteri eccezionali per gestire la difficile situazione venutasi a creare dopo la «fusione» con il Piemonte , con la rinuncia all’autonomia stamentaria, ovvero al Parlamento sardo.
A proposito di questo suo ruolo l’intellettuale e scrittore Eliseo Spiga è molto più severo. Scrive che “giunse ai primi del 1849 come commissario per pacificare l’Isola, scossa dai continui tumulti esplosi dalle gravissime condizioni economiche e anche da rinnovati sentimenti repubblicani filofrancesi. Conservatore e militaresco, il generale si dedicò alla pacificazione, affrontando il dissenso e la protesta con la repressione più brutale e la violazione sistematica delle meschine libertà statutarie, per lui lo stato d’assedio divenne sistema di governo , inaugurando la pratica della dittatura militare, che poco più di dieci anni dopo diventerà usuale, durante la guerra di conquista del Mezzogiorno da parte della monarchia italiana” (La Sardità come utopia, Cuec edizioni, Cagliari 2006). - segue -

Vittorio Emanuele II: giù dal piedistallo!

vitt eman II fto tesseraVittorio Emanuele II: un altro Savoia da eliminare dalla toponomastica sarda. Ecco perché.
di Francesco Casula
Vittorio Emanuele II è stato l’ultimo re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e il primo re d’Italia (dal 1861 al 1878).
Nonostante gli smisurati elogi da parte di tutta la pubblicistica patriottarda, – fu soprannominato il re galantuomo – tesa ad esaltare le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento italiano, la sua opera nei confronti della nostra Isola sia come ultimo re di Sardegna sia come primo re d’Italia, fu nefasta.

1. Vittorio Emanuele ultimo re di Sardegna.
Con Vittorio Emanuele II, dopo la Fusione Perfetta con gli stati del continente, la Sardegna perderà ogni forma residuale di sovranità e di autonomia statuale per confluire nei confini di uno stato più grande e il cui centro degli interessi risultava radicato interamente sul continente. L’Unione Perfetta non apportò alcun vantaggio all’Isola, né dal punto di vista economico, né da quelli politico, sociale e culturale. Tale esito fallimentare, fu ben chiaro sin dai primi anni con l’aggravamento fiscale e una maggiore repressione che sfociò nello stato d’assedio, – che divenne sistema di governo – sia con Alberto la Marmora (1849) che con il generale Durando (1852).
Gianbattista Tuveri scrisse che dopo la fusione perfetta del 1847, la Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata da un governo senza cuore e senza cervello.
Ad esemplificare l’estraneità della Sardegna al Piemonte basta un episodio paradigmatico: Giovanni Siotto Pintor, uno di quegli intellettuali sardi che nel novembre del 1847 più si era adoperato perché si raggiungesse l’obiettivo della fusione con il Piemonte, all’ingresso di Palazzo Carignano viene fermato dal portiere. Il suo abbigliamento (si era presentato con il costume caratteristico dei sardi, con sa berritta, orbace e cerchietto d’oro all’orecchio) contrastava con l’eleganza e severità dei suoi colleghi piemontesi o liguri o savoiardi della Camera di nomina regia. Per questo si dice che entrò nell’aula del Senato solo dopo aver vinto con la forza le resistenze del portiere che evidentemente aveva una qualche difficoltà a riconoscere in lui un Senatore.
Il secondo episodio venne denunciato con una lettera al Presidente della Camera dal deputato di Sassari Pasquale Tola, che, quando nel maggio del 1848 in occasione di una riunione con i colleghi delle altre province, rimarcò l’assenza dell’emblema della Sardegna nell’aula dove,invece, erano dipinti e diversamente raffigurati quelli delle altre province del Regno.

2. Vittorio Emanuele primo re d’Italia
Le cose per la nostra Isola con cambiano con l’Unità d’Italia. Se è possibile, anzi, si aggravano, ad iniziare dal campo fiscale.
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Oggi sabato 2 luglio 2016

Nuxis Palabanda 2 lug 16
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Musei sabato e domenica 2 3 luglio 16

Oggi 30 giugno anniversario de Sa battalla de Seddori (1409)

Sa battalla de Seddori loghettoMarghinottibattagliaSanluriSA BATTALLA
A sud dell’abitato di Seddori (Sanluri, secondo la strana traduzione italiana) si trova il luogo denominato Su bruncu de sa battalla. Il 30 giugno 1409 fu qui che si combattè l’aspra battaglia tra le truppe aragonesi di Martino il Giovane, guidate dal luogotenente Pietro Torrelles, e l’esercito di Arborea, guidato da Guglielmo III visconte di Narbona, nipote di Eleonora d’Arborea.
Vinse Martino il Giovane che morì a Cagliari 25 giorni dopo di malaria, il giorno del suo 35° compleanno. Sa battalla non fu l’ultima tra Arborea e Aragona, ancora si combattè il 14 aprile 1470 a Uras e vinse Leonardo Alagon, marchese di Oristano, che sarà sconfitto 8 anni dopo a Macomer.
GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501419- Su Aladinews il 30 giugno 2013.
- Un sito web dedicato, anche se ormai desueto.

VIA Umberto I!

Carta2_regno_feudale_di_Sardegnadi Francesco Casula
Via i Savoia – non solo Carlo feroce – dalla Toponomastica Sarda


Alcune motivazioni perché Umberto I di Savoia non è degno di essere intestatario di una Via, una Piazza o altri simili ed equivalenti “onori” e riconoscimenti nei paesi e nelle città della Sardegna

Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

1. campo fiscale.
Le tasse che la Sardegna paga sono superiori alla media delle tasse che pagano le altre regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe Dessì nel romanzo Paese d’ombre “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse.
In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a fucilate e se ne tornavano, a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani…”

a. tassa sul macinato
Durante il suo regno permarrà l’imposta sul macinato (istituita nel 1868 ed abolita nel 1880), l’imposta più odiosa di tutte, “perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”. (Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440).
b. aggio esattoriale
Scrive lo storico Ettore Pais: ”Nelle altre province del regno l’aggio esattoriale ha una media che non supera il 3%, in Sardegna non è minore del 7% e in alcuni comuni arriva persino a 14%” (F. Pais Serra, Antologia storica della Questione sarda a cura di L. Del Piano, Cedam, Padova, 1959, pagina245).
c. sequestro di immobili
A dimostrazione che la pressione fiscale in Sardegna era fortissima e comunque più forte che nelle altre regioni ne è una riprova il fatto che dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 – anni in cui Umberto I è re – si ebbero in Sardegna “52.060 devoluzioni allo stato di immobili il cui proprietario non era riuscito a pagare le imposte, contro le 52.867 delle altre regioni messe insieme” (F. Nitti, Scritti nella Questione meridionale, Laterza, Bari, 1958,pagina 162). Ed ancora nel 1913 – regnante il figlio Vittorio Emanuele III, di cui vedremo –, la media delle devoluzioni ogni 1000.000 abitanti era 110,8 in Sardegna e di 7,3 nel regno, è sempre Nitti nel libro sopra citato a scriverlo.

2. Campo economico
In seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda. Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato.
La “Guerra delle tariffe con la Francia – scrive ancora Giuseppe Dessì in Paese d’ombre – aveva interrotto le esportazioni in questo paese e diversi istituti bancari erano falliti. Clamoroso fu il fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo e della Cassa del Risparmio di Cagliari”.
Mentre Raimondo Carta Raspi annota: ”Nel solo 1883 erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Malauguratamente il protezionismo a beneficio delle industrie del nord e la conseguente guerra doganale paralizzarono per alcuni anni questo commercio e l’isola ne subì un danno gravissimo non più rifuso coi nuovi trattati doganali” (Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 882)
Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l’intera economia sarda. Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – sostiene Gramsci – ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.
Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. Anche come conseguenza di ciò arrivano in Sardegna gli spogliatori di cadaveri.

3. Campo ambientale
L’Isola del «grande verde», che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato. Essi infatti bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte Beltrami “devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna”, mandò in fumo il patrimonio silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.
Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento. Scriverà Eliseo Spiga” lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese”. (La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006, pagina 161).
Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
E Giuseppe Dessì, sempre nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: La salvaguardia delle foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno.

- SEGUE –

Nuxis Palabanda nella Storia della Sardegna che non si rassegna ai dominatori

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Studiare, rileggere, ripensare, riscrivere (laddove necessario), la storia della Sardegna per decidere “che fare” oggi

IMPORTANTE! Il traguardo delle 1000 firme è stato raggiunto, ma la campagna di raccolta non si ferma, perché l’obiettivo non è il numero ma la crescita di consapevolezza sulla storia di questa città e di questa terra.
Ogni firma è il risultato faticoso di una paziente attività di dialogo, volto a scardinare i tanti pregiudizi di chi si ferma al titolo della petizione senza neppure voler provare a capire un poco di più. Ma noi siamo pazienti, perché siamo guidati dall’intento di unire, non di dividere la gente di questa terra. Avanti così!

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Dietro il monumento a Carlo Felice. Rileggiamo tutta la storia della Sardegna per aiutarci a decidere “che fare” oggi
Carlo-Feroce-con-preservativo-30-ott-12-168x300Spostare una statua crea o distrugge valore?
di Giuseppe Melis Giordano*

Premessa
Una delle accuse più ingiuste e strumentali fatte ai promotori della petizione per spostare la statua di Carlo Felice è quella in base alla quale si vorrebbe “distruggere il passato”, “cancellare la storia”, “ruspare le gesta di un tempo che non c’è più”, insomma, un gruppo di facinorosi iconoclasti.
Ebbene, niente di più falso. Questo non fa parte della cultura dei proponenti, ma forse abbiamo difettato nella comunicazione, che ha indotto in errore circa le nostre intenzioni. Pertanto ci pare doveroso provare a chiarire, ancora una volta, il nostro punto di vista (uso il plurale perché almeno nelle circa venti persone che hanno dato inizio a questa proposta, quanto sto per scrivere è ampiamente condiviso).

Il valore delle statue e la loro tutela
Le statue da sempre hanno valore celebrativo e/o di abbellimento di uno spazio, pubblico o privato. In molti casi esse hanno un valore simbolico in ciò che rappresentano.
Giuridicamente tali manufatti sono dei “beni culturali” soprattutto quando danno conto della civiltà dei tempi passati e pertanto meritevoli di tutela. Oggi per fortuna ci sono leggi che disciplinano non solo la conservazione ma anche la valorizzazione. Ne discende che quanto da noi proposto avvenga nel rispetto del Codice dei beni culturali e del paesaggio adottato dallo stato italiano (http://www.sbapge.liguria.beniculturali.it/index.php?it/165/codice-dei-beni-culturali-e-del-paesaggio-testo-integrato). In particolare il comma 2 dell’articolo 2 del citato Codice sostiene che:
“Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.”

Il valore della statua di Carlo Felice fino a oggi
Considerato che una statua è un bene mobile – il che non la rende comparabile con i beni immobili (cosa che invece tanti detrattori della petizione hanno finora fatto) – resta da stabilire cosa il soggetto proprietario di questo bene abbia fatto fino a oggi per dare seguito al disposto dell’articolo 3 del sopra citato Codice che recita testualmente:
“Articolo 3 Tutela del patrimonio culturale
1. La tutela consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione.
2. L’esercizio delle funzioni di tutela si esplica anche attraverso provvedimenti volti a conformare e regolare diritti e comportamenti inerenti al patrimonio culturale.”

Senza addentrarsi troppo nei meandri della legislazione italiana in tema di beni culturali, credo che si possa concordare sui seguenti punti:
a. Fino ad oggi la statua di Carlo Felice ha rappresentato solo un “arredo urbano” utile per i tifosi del Cagliari per poterlo vestire di rossoblù in occasione di gesta sportive vincenti.
b. Pochi sono i cagliaritani che conoscono (o conoscevano fino a che non è stata lanciata questa iniziativa) le gesta di Carlo Felice.
Eppure nel recente passato ci sono già stati articoli che hanno descritto il personaggio Carlo Felice (ora mi vengono alla mente, in ordine alfabetico, quelli di Francesco Casula, Enrico Lobina, Nicolò Migheli, Ivo Murgia, ma sicuramente ne dimentico qualcuno e di questo mi scuso), ma la lettura di questi contributi è rimasta confinata all’interno di un’ élite, e poco o nulla ha smosso finora, da molti punti di vista.
Stante questa situazione, si può ritenere che siano state rispettate fino ad oggi le finalità del Codice dei beni culturali in tema di “valorizzazione” del bene “statua Carlo Felice”?
La mia risposta è no, perché per fargli acquisire valore, occorre un’operazione di formazione e informazione capace di arricchire il significato di quella statua, qualunque esso sia. Perché a oggi l’unico significato, come scritto in precedenza, è quello di “attaccapanni” rossoblù.

La nostra proposta arricchisce il valore della statua
Contrariamente a quanti attribuiscono al gruppo promotore della petizione intenzioni “talebane”, le proposte della petizione vanno nella direzione di arricchire il valore della statua, certo non quello economico, ma quello simbolico. Ciò almeno per i seguenti motivi:
a. Spostare la statua genera domande anche nelle persone più distratte e quando ci sono domande c’è un processo di apprendimento, perché richiedono risposte;
b. Le risposte devono ricercarsi nella conoscenza della storia di questo sovrano – come documentata dagli storici dell’epoca contemporanea e immediatamente successiva a quella del sovrano sabaudo – e nella storia della statua stessa che è bene conoscere per intero. Ed è proprio per ciò che rappresenta il personaggio che non è accettabile oggi l’idea che la statua rimanga dove è. La sua realizzazione e la sua collocazione, infatti, sono il risultato della sudditanza delle persone coinvolte nei poteri decisionali del tempo (Stamenti), non certo il risultato di un processo democratico.
c. Collocare la statua all’interno di uno spazio museale e, segnatamente, per quanto mi riguarda, questo spazio è la Cittadella dei Musei, il luogo cioè dove la statua è stata forgiata. In particolare essa potrebbe campeggiare ben visibile in un’aiuola (io ne ho già individuata una libera particolarmente adatta), senza piedistallo, con un basamento basso tale da permettere anche una visione migliore del manufatto di bronzo, così da scorgere le fattezze del viso di questo megalomane rappresentato con gli abiti di un condottiero romano. In questo modo si ottempererebbe anche al disposto dell’articolo 38 del citato Codice che tratta il tema dell’accessibilità, cosa che adesso è solo apparente ma non sostanziale, visto che un bene è accessibile se riesce a trasmettere significati, altrimenti è come una formula matematica che se non la sai leggere, se non hai padronanza dei codici linguistici, non ti dice nulla e pertanto non è accessibile;
d. Sostituire la statua di Carlo Felice con quella di Giovanni Maria Angioy permetterebbe altresì di dare valore ad uno degli esponenti sardi che più di altri ha combattuto la tirannia sabauda e concorrerebbe ad accrescere l’autostima di questo popolo che troppe volte invece ha sentito e sente il bisogno di trovare “altrove” simboli cui ispirarsi per dare un senso alla propria voglia di riscatto (sociale, economico, culturale, ecc.). A questo proposito si pensi al significato dello scudetto vinto dal Cagliari, o ad altre imprese che soprattutto nello sport hanno inorgoglito questo popolo per intero.
Allora chiedo io a chi critica o snobba con supponenza questa iniziativa: ma davvero quanto ora indicato si configura come una iniziativa iconoclasta? Ma non sarà che è proprio non facendo nulla (come accaduto finora) che la storia non si conosce e viene cancellata perché fatta morire per inedia? Davvero, credete che siamo noi sostenitori della petizione ad aver avuto un’idea “bizzarra” o non sarà, invece, che proprio perché sta già facendo discutere e pensare, sono altri che vogliono rimanere nell’intorpidimento de “su connotu” e nell’ignavia senza fine?

La nostra iniziativa coniuga tradizione e innovazione
Oggi si fa un gran parlare di innovazione, di cambiamento, e per la gran parte della gente sembra che esso avvenga solo con l’introduzione di nuove “tecnologie”, o che queste debbano riguardare solo il modo di produrre e non anche il modo di essere. Eppure l’innovazione è qualsiasi processo volto a cambiare la realtà, per costruirne una nuova e migliore, se possibile. In questo senso, sono “innovazione” anche le operazioni di “sensemaking” e di “enactment”, che in italiano significano, rispettivamente, attribuzione di significati ad una realtà e attivazione di quella realtà (Weick, 1995).
La nostra iniziativa dà significato alla realtà della statua e a ciò che simbolicamente rappresenta e lo fa attivando un dibattito (cosa che nessuno può negare), un processo di conoscenza, di presa di consapevolezza su fatti storici ineluttabili e di azione volta a ridisegnare consapevolmente una porzione piccolissima della città. A questo proposito vorrei far osservare a chi dice che non si deve modificare l’esistente perché si altererebbe il processo di stratificazione storico, che la realizzazione della statua venne decisa dagli Stamenti sardi (https://it.wikipedia.org/wiki/Stamento) i quali, per quanto fossero delle assemblee rappresentative – di clero, nobili e militari – di fatto rispondevano al sovrano ed erano composti da persone che per lo più avevano come obiettivo quello di imbonirselo per entrare nelle sue grazie, circostanze queste che rendono ogni loro decisione viziata nelle fondamenta: per esempio, faccio la statua per celebrare la decisione di costruire una nuova strada da Cagliari a Porto Torres, non si sa mai che in questo modo il sovrano possa concedermi qualcosa di più. Può pertanto considerarsi questo come qualcosa che contrasta con l’idea che si ha oggi di un contesto democratico? Può considerarsi quel prodotto come qualcosa che non possa essere arricchito di significati e, di conseguenza, sottoposto ad aggiustamenti cognitivi?
La nostra idea è che questa iniziativa è tutt’altro che di retroguardia, essa al contrario vuole essere una vera innovazione culturale, perché non solo non cancella nulla, ma arricchisce ridefinendoli il senso della statua e del luogo nel quale finora essa ha sostato.

Un’operazione di marketing urbano
L’iniziativa insita nella petizione può essere annoverata come un’operazione di “marketing urbano”, perché intende intervenire, democraticamente, sulla gestione della città, riprogettandone una parte, sul piano simbolico prima di tutto e in minima parte sul piano dello spazio fisico. L’operazione proposta, infatti, passa per una decisione del Consiglio comunale che riconoscendo fondate e valide le istanze dei firmatari della petizione, ridefinisce il senso di quello spazio, prima di tutto cambiando il nome alla strada da “Largo Carlo Felice” a “Largo 28 aprile 1794. Die de sa Sardigna”, poi decidendo di sostituire la statua di Carlo Felice con quella di Giovanni Maria Angioy, che simbolicamente rappresenta l’oppositore della tirannide sabauda. Questa statua verrebbe rappresentata in abiti del tempo e non cambierebbe di molto il paesaggio fisico di quello spazio. Aggiungo persino che si potrebbe vestire di rossoblù esattamente come oggi si fa con Carlo Felice, con una differenza simbolica significativa: vestendo di quei colori che per noi sono nobili un tiranno, non si copre lui di ridicolo, ma si ridicolizzano i nostri colori. Giovanni Maria Angioy sarebbe stato invece orgoglioso di celebrare le gesta sportive della squadra della capitale della Sardegna, come lo sono tutti quelli che amano questa terra.
Ancora, la storia è il risultato della stratificazione di ciò che è accaduto col tempo. Le decisioni di oggi saranno la storia di domani, quindi oggi costruiamo la storia per il futuro. Se pertanto si apportano modifiche a spazi pubblici, come nel caso della nostra proposta, si sta aggiungendo uno strato ad altri preesistenti, senza cancellarli ma, come specificato sopra, arricchiti di nuovi significati, considerati oggi più pregnanti e più consoni ad una identità più consapevole, meno evanescente, più radicata e magari più volitiva nel voler costruire un futuro migliore.
A chi poi pone la questione dei costi dico solo che una iniziativa di questo genere si finanzierebbe con la raccolta pubblica di denaro (crowdfunding) e sono certo che tanti in tutto il mondo avrebbero piacere di contribuire, per cui le casse del Comune di Cagliari non sarebbero minimamente intaccate da tutta l’operazione. Al Comune di Cagliari e al suo ufficio tecnico competerebbe il compito di predisporre un progetto per la realizzazione del basamento della statua all’interno della cittadella, di stabilire le modalità della rimozione e del trasporto e le modalità con cui far realizzare la nuova statua, oltre alle nuove targhe per la strada. E anche la progettazione e la realizzazione della nuova statua potrebbe essere un’occasione per i tanti artisti sardi di mettersi in mostra e magari farne dono alla città.
Ripropongo ancora una volta la medesima domanda: davvero si può pensare che dietro questa petizione ci sia furore iconoclasta?
Quel che posso assicurare è che fin dall’inizio di questo percorso l’intento dei promotori è stato quello di “costruire” un significato nuovo, partendo da una migliore conoscenza del nostro passato, iniziativa che non ha e non vuole avere colorazioni partitiche ma si rivolge a tutti coloro che indistintamente hanno interesse a recuperare il senso della storia di questa città e di questa terra.
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Beppe Melis Unica fto micro* Giuseppe Melis Giordano è professore di marketing presso l’Università di Cagliari
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Abbasso Carlo Felice, Viva Giovanni Maria Angioy e i Martiri di Palabanda. Rileggere la storia per decidere “che fare” oggi
carlo ferocefelice mag 2016 foto FMC’è da spostare una statua
di Francesco Casula*

In occasione della ricorrenza di Sa Die de sa Sardigna, il 28 aprile scorso, un gruppo di cittadini (intellettuali, storici, docenti universitari) si sono ritrovati in Piazza Yenne a Cagliari e hanno dato vita a un Comitato “Spostiamo la statua di Carlo Felice”.

Nel volgere di qualche settimana arrivano centinaia e centinaia di adesioni: attualmente sono più di quattromila. Nel contempo il Comitato propone la sottoscrizione di una petizione (bilingue, in Sardo e in Italiano) con una proposta-richiesta che intende presentare al Sindaco e all’Amministrazione comunale di Cagliari corredata dalle firme, che a tutt’oggi 29 maggio sono 950.

Ma ecco in estrema sintesi i punti più salienti della proposta:

1. Spostare la statua di Carlo Felice in un museo cittadino, corredandola di adeguata ed esaustiva didascalia che, con richiami bibliografici, permetta ad ogni visitatore del museo, di prendere coscienza della storia dello stesso.

2. Rinominare la strada “Largo Carlo Felice” con qualcosa che richiami un momento positivo della storia dell’Isola e della città, quale per esempio, la data del 28 aprile giorno in cui si celebra Sa Die de Sa Sardigna.

3. Sostituire la statua di Carlo Felice con altro monumento idoneo a ricordare un eroe della lotta per la liberazione del popolo sardo dalle vessazioni dei dominatori succedutisi nei secoli (per esempio Giovanni Maria Angioy i cui seguaci furono perseguitati da Carlo Felice).

4. Concordare, con le istituzioni scolastiche della città, iniziative di informazione e formazione degli studenti sulla storia della città di Cagliari così da favorire la conoscenza e la crescita del senso di identità che oggi appare debole, effimero e non consapevole.
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Non vogliamo rimuovere la Storia, ma raccontarla tutta. Per esempio il rapporto dei Savoia con la Sardegna…

Aimone di Savoia US 3 6 16
(Dalla pagina fb di Francesco Casula, storico) 19-20 luglio 1796: la repressione violenta dei Savoia e degli scherani sardi (gli ascari locali, da sempre nemici dei sardi e della loro libertà, in questo caso i commissari viceregi Guiso, Musso e l’infame voltagabbana Efisio Luigi Pintor Sirigu) si scatena contro un intero paese: Bono.
Nel 1796, in seguito alla partecipazione ai moti antifeudali di Giovanni Maria Angioy, nativo del luogo, Bono venne attaccato dalle truppe piemontesi che dopo averlo bombardato lo conquistarono, minacciando di passare a fil di spada, indiscriminatamente, tutti gli abitanti. dei villaggi ribelli. I patrioti furono brutalmente torturati (tortura della corda, detta anche “pendolo“ o “urlo“; fustigazione “a doppia suola di piombo“; pinze infuocate utilizzate per strappare unghie, capezzoli, brandelli di carne), impiccati, decapitati. I loro corpi vennero bruciati e le ceneri sparse al vento. I bonesi aspettarono i soldati sulla via del ritorno, li attaccarono e ne fecero prigionieri alcuni. – segue -

Quando perdemmo l’indipendenza. E da allora non l’abbiamo più ritrovata…

Piero 1500LA BATTAGLIA DI MACOMER
Il 19 maggio 1478 Leonardo Alagon viene sconfitto a Macomer.
E’ lo scontro finale tra Aragona e Arborea, vinto dal vicerè Nicolò Carroz.
La battaglia, iniziata prima dell’alba, tra Borore e Macomer, dura tutto il giorno.
stemma di ArboreaTra i tanti uccisi c’è anche il figlio primogenito di Leonardo, don Artaldo.
Alagon, con gli altri due figli, i fratelli e il visconte di Sanluri, fugge a Bosa.
Là si imbarcano tutti per Genova, ma non vi arrivano: sono arrestati e condotti prigionieri prima in Sicilia, poi in Catalogna, dove Leonardo morirà dopo una lunga prigionia. Le figlie vanno in clausura nel monastero di S.Chiara a Oristano.
Nel 1479 la Spagna è ormai padrona incontrastata in Sardegna.
(su Leonardo vedi in Aladin Pensiero: 14 aprile 2013 e 14 aprile 2014, 5 settembre 2013).
Uras-la-battaglia

FRANCESCO CILOCCO: un grande eroe e patriota sardo, sconosciuto e dimenticato. Est ora de l’amentare!

La rivoluzione sulle bocche F Cilocco 2Francesco Cilocco, un eroe dimenticato. Patriota ed eroe nazionale sardo (Cagliari 1769 –Sassari 1802).

di Francesco Casula

Figlio di Michele e fratello di Antonio, poi implicato nella Rivolta di Palabanda. Notaio della Reale Udienza. Repubblicano convinto, pur avendo combattuto contro i rivoluzionari francesi nel 1793, per difendere Cagliari e la Sardegna dalla loro aggressione e tentativo di conquista. Fu seguace e amico di Giovanni Maria Angioy e, insieme a lui protagonista nelle lotte e nelle ribellioni antifeudali e nazionali dei Sardi contro il feudalesimo e il dominio tirannico e poliziesco dei Savoia. Nel novembre del 1795, col notaio Antonio Manca e con l’avvocato Giovanni Falchi, seguaci dell’Angioy, fu inviato dagli Stamenti nel Capo di Sopra, per la pubblicazione e diffusione, nei villaggi, del pregone viceregio del 23 ottobre che contraddice la circolare del governatore di Sassari Santuccio del 12 dello stesso mese, che ordinava di sospendere tutti gli ordini provenienti da Cagliari. Un vero e proprio tentativo “secessionista” del governatore stesso e dei baroni, che avevano la loro roccaforte proprio a Sassari. “L’invio dei tre commissari, secondo la Storia dei torbidi, ripresa dal Manno, è preceduta da una riunione a Cagliari alla quale prendono parte, oltre ai «capi cagliaritani della congiura» anche gli avvocati Mundula e Fadda di Sassari e altri «innovatori» sassaresi, in tale riunione si stabiliscono le linee d’azione per il futuro: mobilitazione dei villaggi del Logudoro, assedio di Sassari, arresto dei reazionari, loro traduzione a Cagliari”(1). Nonostante il viceré, venuto a conoscenza del piano, cerchi di dissuadere Cilocco dal pubblicare e diffondere il pregone, il Nostro non solo lo pubblica e lo diffonde ma diviene l’anima dei moti, insieme agli altri due commissari, Manca e Falchi, riuscendo a coinvolgere e mobilitare nella sua battaglia antifeudale non solo il popolo (contadini e villici in genere), particolarmente colpito dalla scarsità dei raccolti negli anni 1793-95, ma anche settori della piccola nobiltà e del clero: di qui la partecipazione alle lotte antifeudali di numerosi sacerdoti come i parroci Gavino Sechi Bologna (rettore di Florinas), Aragonez (rettore di Sennori), Francesco Sanna Corda (rettore di Torralba) e Francesco Muroni, (rettore di Semestene) che “conoscevano le miserie e talvolta subivano le stesse angherie dai baroni e dai loro ministri” (2). Annota inoltre lo storico Girolamo Sotgiu che “direttamente investiti dalla massa degli zappatori affamati, i proprietari coltivatori, che costituiscono l’altro cardine della società rurale, sollecitavano anch’essi la fine del sistema feudale. Anche i proprietari coltivatori erano notevolmente aumentati come aumentata era la produzione complessiva. Ma a questo aumento della produzione non aveva fatto riscontro un aumento del benessere, proprio per gli impedimenti posti dal sistema feudale”(3).Di qui la lotta antifeudale e antibaronale ma anche di liberazione nazionale. Racconta Francesco Sulis che “Il Ciloccco nel villaggio di Thiesi intesosi con Don Pietro Flores amico dell’Angioy, da un terrazzo della Casa Flores eccitò quelli popolani a insorgere contro i feudatari; e di subito essi tennero l’invito, ed a furia, con tutta sorta di stromenti percotendo le mura del palazzo feudale, lo rovinarono e l’adequarono al suolo”(4) A Osilo, Sedini e Nulvi, tre centri dell’Anglona i vassalli si rifiutarono di pagare i diritti feudali. Mentre a Ittiri, Uri, Thiesi, Pozzomaggiore e Bonorva e ad Ozieri e Uri i contadini s’impossessarono dei granai dei feudatari. Una lotta che assume però anche caratteri più squisitamente politici, prefigurando in qualche modo un nuovo ordine e una nuova organizzazione sociale, attraverso una trasformazione non violenta dell’assetto esistente. Sempre a Thiesi infatti, il 24 novembre davanti al notaio Francesco Sotgiu Satta le ville di Thiesi, Bessude e Cheremule, del marchesato di Montemaggiore, appartenente al duca dell’Asinara, con sindaci, consiglieri, prinzipales, capi famiglia, firmano il primo atto confederativo, cui seguirono nei mesi successivi altri patti d’alleanza. E con esso giurano di non riconoscere più alcun feudatario, ma anche di voler “ricorrere prontamente a chi spetta per essere redenti pagando a tal effetto quel tanto, che da’ Superiori sarà creduto giusto e ragionevole”(5). I cosiddetti “strumenti di unione” ovvero “patti” fra ville e paesi segnano un salto di qualità della lotta antifeudale, facendole assumere una cifra più squisitamente politica: le federazioni di comunità infatti assurgono al ruolo di soggetto primario, di protagonista fondamentale nell’evoluzione sociale dell’Isola. Esse si moltiplicano e si diffondono in tutto il Sassarese: dopo quelli del 24 novembre se ne stipula un altro a Thiesi il 17 marzo 1796 fra i rappresentanti di 32 paesi fra i quali Bonorva, Ittiri, Osilo, Sorso, Mores, Bessude, Banari, Santu Lussurgiu, Semestene e Rebeccu. “Il patto – scrive Vittoria Del Piano – vincola le popolazioni a spendere fin l’ultima goccia di sangue, piuttosto che obbedire in avvenire ai loro baroni” (6). Lo sbocco di questo ampio movimento, autenticamente rivoluzionario e sociale, perché metteva radicalmente in discussione i capisaldi del sistema vigente nelle campagne, fu l’assedio di Sassari. A migliaia – 13 mila secondo le fonti ufficiali e secondo Francesco Sulis, un esercito di contadini armati, proveniente dal Logudoro ma anche dal Meilogu e da paesi più lontani, accorse a Sassari, stringendola d’assedio. Secondo invece lo storico Giuseppe Manno “Sommavano quegli armati a meglio di tremila, non numerando le donne che in copioso numero erano venute anch’esse a guerra, o per assistere i congiunti o per comunione d’odio ed eransi partiti da Osilo, Sorso, Sennori, Usini, Tissi, Ossi, Thiesi, Mores, Sedilo, Ploaghe e altri luoghi posti in quelle circostanze”(7). Il numero di tremila è poco credibile: vista la massiccia e ubiquitaria mobilitazione soprattutto dei paesi del Logudoro e dell’Anglona ma anche del Meilogu, del Goceano e non solo. Il Manno, storico conservatore e filosavoia, tende a minimizzare e sminuire l’ampiezza, l’organizzazione e la qualità di una lotta di migliaia e migliaia di contadini, uomini e donne, che dopo secoli di rassegnazione, usi a chinare il capo e a curvare la schiena, si ribellano, si armano per dire basta e per porre fine a un duro stato di servitù, di rapina e di sfruttamento inaudito. Il Manno non è dunque credibile. La sua, più che una Storia della Sardegna è infatti una Storia regia della Sardegna. E non è un caso che il magistrato sassarese Ignazio Esperson nei suoi Pensieri sulla Sardegna dal 1789 al 1848, definisca il Manno “l’antesignano della scuola delle penne partigiane e cortigianesche che vergognano le patrie storie”. A migliaia, comunque, al di là del numero, a piedi e a cavallo circondarono Sassari, pare al canto di Procurade ‘e moderare, Barones, sa tirannia di Francesco Ignazio Mannu. Così l’esercito dei contadini, guidato dal Cilocco e da Gioachino Mundula, costrinse la città alla resa dopo uno scambio di fucilate con la guarnigione. Quindi, mentre il famigerato duca dell’Asinara, il conte d’Ittiri e alcuni feudatari, erano riusciti a scappare precipitosamente in tempo, prima dell’assedio, rifugiandosi in Corsica prima e nel Continente poi, Cilocco e Mundula arrestarono il governatore don Antioco Santuccio e l’arcivescovo Giacinto Vincenzo Della Torre, portandoli a Cagliari verso cui si dirigono con 500 uomini armati. Gli Stamenti d’accordo col viceré, per porre rimedio alla piega, secondo loro pericolosa e “sovversiva” che avevano preso gli avvenimenti, inviarono loro incontro altri tre commissari, che li raggiunsero con un manipolo di guardie il 4 gennaio 1796 a Oristano, ed ingiunsero loro dì liberare gli ostaggi e rimandare ai villaggi d’origine i loro uomini, nel frattempo ridottisi di numero. Ad un primo rifiuto, due giorni dopo, a Sardara, i commissari viceregi risposero con un atto di forza. Cilocco, per paura di essere arrestato, consegna il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre ai tre inviati del vicerè: l’avvocato Ignazio Musso, l’abate Raffaele Ledà e Efisio Luigi Pintor Sirigu, ex democratico, uno dei protagonisti della cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794, ma ormai “pentito” e da vero e proprio voltagabbana, rientrato, opportunisticamente, in cambio di onori, uffizi e privilegi, nell’alveo filo sabaudo. Era il segnale della svolta moderata che stava maturando negli Stamenti e che avrebbe di lì a poco provocato anche la caduta di Angioy: si concludeva infatti così quella che, a posteriori, sarebbe apparsa come la prova generale della sfortunata marcia di G. M. Angioy. “Non sembrascrive Bruno Anatrache il Cilocco facesse parte del gruppo che nel corso dello stesso anno, seguì Angioy nella sua missione a Sassari e nella successiva, rapidamente abortita, spedizione su Cagliari. È certo invece che, appena la repressione da strisciante si fece palese, anche il Cilocco prese la via dell’esilio e raggiunse il gruppo giacobino sardo a Parigi. Di qui, nella convinzione dell’imminenza di una azione francese in direzione della Sardegna, nella primavera del 1799, gran parte di essi si trasferivano in Corsica. Del gruppo faceva parte il Cilocco che nel gennaio 1801 risulta fosse ad Ajaccio” (8). E’ comunque certo che il 21 maggio del 1802 si trasferisce in Corsica, insieme a Mundula, Sanna Corda e altri. Con Sanna Corda in particolare collabora per preparare il progetto di una insurrezione in Sardegna: che avrebbe dovuto contare questa volta – dopo i tentativi sempre falliti di coinvolgere truppe francesi – esclusivamente sui Sardi ancora fedeli ad Angioy e comunque nemici giurati del feudalesimo e dei governanti piemontesi, per fondare una repubblica sarda indipendente. Negli ultimi mesi del 1799 c’era stata la rivolta, sanguinosamente repressa, di Thiesi e Santulussurgiu, segno agli occhi di Cilocco che lo spirito antifeudale nel Logudoro era ancora vivo. E dunque si poteva dare un corso diverso alla storia della Sardegna. Nonostante la monarchia sabauda con i suoi scherani, avesse “già raso al suolo più di un villaggio, inaugurato la forca itinerante, tagliato molte teste, ingalerato a piacimento innocenti e sospetti, seviziato donne e frustato bambini”(9). Essi inoltre contavano, per costituire una solida base di appoggio, sull’irriducibile banditismo dei pastori galluresi. All’uopo presero contatto con un famigerato bandito e contrabbandiere, Pietro Mamia, e per suo tramite con i pastori del circondario di Aggius, prospiciente la sponda corsa. Fu una scelta imprudente e suicida: il Mamia farà il doppio gioco: interessato com’era più a ottenere la cancellazione dei suoi delitti da parte delle autorità galluresi che alla proclamazione della repubblica sarda. Il progetto prevedeva lo sbarco in Gallura che avrebbe dovuto provocare la sollevazione della Sardegna. Un primo tentativo nel maggio 1802 fallì. Ripetuto in giugno con un manipolo di uomini, prevedeva lo sbarco del Sanna Corda ai piedi della torre di Longonsardo (l’attuale Santa Teresa di Gallura) e del Cilocco presso la torre dell’Isola Rossa. La spedizione ebbe un esito tragico: il Sanna Corda che aveva espugnato la torre e alzato la bandiera della libertà, inviando alle autorità galluresi lettere in nome della repubblica francese, fu attaccato da un piccolo corpo di spedizione inviato da La Maddalena e cadde combattendo sotto le mura della torre (19 giugno). Cilocco, tradito da Mamia, cui si era affidato soprattutto per la conoscenza dei luoghi, fu narcotizzato (con un vino oppiato) o, comunque sorpreso nel sonno e consegnato ai soldati inviati da Sassari il 25 luglio del 1802. Secondo Giovanni Siotto Pintor invece, braccato per le campagne, con una taglia sul capo di 500 scudi, fu catturato da numerosi banditi, ecco cosa scrive in proposito “fu fermo da quattordici malandrini intesi a procacciarsi l’impunità, trascinato a d’orso d’asino insino a Sassari, flagellato orribilmente dal boia, afforcato”(10). L’eroe sardo, fu così umiliato (fu infatti messo, sanguinante e pesto, su un asino e fatto entrare prima a Tempio e poi a Sassari, – dopo aver attraversato molti altri paesi sempre sul dorso di un asino – fra la folla accorsa a vedere lo spettacolo e una ciurma di giovinastri prezzolati che fischiavano e gridavano), colpito da una frusta, di doppia suola intessuta con piombo, a tal punto che non può rimanere né in piedi né coricato ma carpone. Una fustigazione deprecata persino da uno storico conservatore come il Manno che scrive ”alla mano del manigoldo non fu lasciato l’arbitrio di quella naturale umanità che poteva sorgere anche nel cuore di un carnefice. Egli fu talmente aizzato da quei notabili andategli incontro, che il carnefice stesso ebbe a mostrarsene indispettito. Il barone maggiore soprannominato il Duca dell’Asinara, dal balcone del suo palazzo lanciava parole di crudele beffa contro l’infelice frustato…” La supplica che gli venga comminata la pena del carcere perpetuo o il perpetuo esilio è respinta da Placido Benedetto di Savoia, Conte di Moriana, (fratello del re di Sardegna Carlo Emanuele IV). Cedendo – scrive Carta Raspi – ai suoi istinti sbirreschi. Insieme all’altro fratello, Carlo Felice, vice re e re ottuso e famelico, (sarà soprannominato Carlo Feroce dal poeta e patriota piemontese Angelo Brofferio) l’infame Conte di Moriana ricorrerà dopo il generoso tentativo del Cilocco e del Sanna Corda, a una repressione violenta e brutale nei confronti dei Sardi patrioti, anche vagamente sospettati di aver preso parte alla tentata insurrezione. Il Cilocco fu quindi condannato a morte l’11 agosto del 1802, e il 30 pur disfatto per le torture subite, recuperata la propria lucidità, con animo forte – scrive il Martini – saliva sulla forca. “Non gli fu neppure risparmiata la tortura della corda e delle tenaglie infuocate. Il corpo verrà bruciato e le ceneri saranno disperse al vento, la testa conficcata sul patibolo i beni confiscati” (11). “Questo supplizio – ricorda Fabritziu Dettori in una bella ricostruzione della figura dell’eroe sardo – gli fu inferto con così zelo che dalle spalle e dalla schiena gli aguzzini riuscivano a strappargli la pelle a «lische sanguinanti». Sollevato sul patibolo semi vivo, fu impiccato e, da morto, decapitato. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri sparse al vento. Ma la malvagità savoiarda, non sazia, sancì, in tributo alla causa antisarda, che la testa del Patriota sardo fosse rinchiusa dentro una gabbia di ferro ed esposta, a scopo intimidatorio, all’ingresso di «Postha Noba», mentre nelle altre «Porte» della città i lembi della sua carne completavano l’orrore. Il macabro monito rimase esposto per giorni e giorni…” (12). “Giustizia sabauda e spettacolo per la popolazione sassarese che assistè in bestiale gazzarra alla fustigazione e alla impiccagione”(13), commenta amaramente Raimondo Carta Raspi. Macabro ammonimento, aggiungo io, nei confronti dei Sardi, da parte dei più crudeli, spietati, insipienti, famelici e ottusi (s)governanti che la Sardegna abbia avuto nella sua storia, i Savoia. Cilocco aveva 33 anni. Un grande eroe e patriota sardo, sconosciuto e dimenticato, Est ora de l’amentare!
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Note bibliografiche

1. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna- Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Edizioni Castello, Cagliari 1996, pagina 155.

2. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Edizioni U. Mursia, Milano 1971, pagina 846.

3. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, (1720-1847), Editori Laterza, Roma-Bari 1984, pagina 193.

4. Francesco Sulis, Dei moti politici dell’isola di Sardegna dal 1793 al 1821, Tip. Nazionale di G. Biancardi, Torino 1857, pagina 64.

5. Luigi Berlinguer, Alcuni documenti sul moto antifeudale sardo del 1795-96, in AA.VV., La Sardegna del Risorgimento, Ed. Gallizzi, Sassari, 1962, pagine 123-124.

6. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna- Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Edizioni Castello, Cagliari 1996, pagina 156.

7. Giuseppe Manno, Storia moderna della Sardegna-Dall’anno 1773 al 1799, a cura di Antonello Mattone, Ilisso edizioni, Nuoro 1998, pagina 294.

8. Bruno Anatra, Dizionario Biografico degli Italiani, Ed.Treccani, Volume 25 (1981).

9. Eliseo Spiga, La sardità come utopia – Note di un cspiratore, Cuec, Cagliari 2006, pagina 105.

10. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile dei popoli sardi dal 1798 al 1848, Casanova, Torino 1887, pagina 45.

11. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna- Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Edizioni Castello, Cagliari 1996, pagina 159.

12. Fabritziu Dettori, Francesco Cilocco, un eroe dimenticato, in Sotziu Limba sarda, 10-5-2005.

13. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Edizioni U. Mursia, Milano 1971, pagina 847.
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