Antiche cronache sarde

FRANCESCO CILOCCO: un grande eroe e patriota sardo, sconosciuto e dimenticato. Est ora de l’amentare!

La rivoluzione sulle bocche F Cilocco 2Francesco Cilocco, un eroe dimenticato. Patriota ed eroe nazionale sardo (Cagliari 1769 –Sassari 1802).

di Francesco Casula

Figlio di Michele e fratello di Antonio, poi implicato nella Rivolta di Palabanda. Notaio della Reale Udienza. Repubblicano convinto, pur avendo combattuto contro i rivoluzionari francesi nel 1793, per difendere Cagliari e la Sardegna dalla loro aggressione e tentativo di conquista. Fu seguace e amico di Giovanni Maria Angioy e, insieme a lui protagonista nelle lotte e nelle ribellioni antifeudali e nazionali dei Sardi contro il feudalesimo e il dominio tirannico e poliziesco dei Savoia. Nel novembre del 1795, col notaio Antonio Manca e con l’avvocato Giovanni Falchi, seguaci dell’Angioy, fu inviato dagli Stamenti nel Capo di Sopra, per la pubblicazione e diffusione, nei villaggi, del pregone viceregio del 23 ottobre che contraddice la circolare del governatore di Sassari Santuccio del 12 dello stesso mese, che ordinava di sospendere tutti gli ordini provenienti da Cagliari. Un vero e proprio tentativo “secessionista” del governatore stesso e dei baroni, che avevano la loro roccaforte proprio a Sassari. “L’invio dei tre commissari, secondo la Storia dei torbidi, ripresa dal Manno, è preceduta da una riunione a Cagliari alla quale prendono parte, oltre ai «capi cagliaritani della congiura» anche gli avvocati Mundula e Fadda di Sassari e altri «innovatori» sassaresi, in tale riunione si stabiliscono le linee d’azione per il futuro: mobilitazione dei villaggi del Logudoro, assedio di Sassari, arresto dei reazionari, loro traduzione a Cagliari”(1). Nonostante il viceré, venuto a conoscenza del piano, cerchi di dissuadere Cilocco dal pubblicare e diffondere il pregone, il Nostro non solo lo pubblica e lo diffonde ma diviene l’anima dei moti, insieme agli altri due commissari, Manca e Falchi, riuscendo a coinvolgere e mobilitare nella sua battaglia antifeudale non solo il popolo (contadini e villici in genere), particolarmente colpito dalla scarsità dei raccolti negli anni 1793-95, ma anche settori della piccola nobiltà e del clero: di qui la partecipazione alle lotte antifeudali di numerosi sacerdoti come i parroci Gavino Sechi Bologna (rettore di Florinas), Aragonez (rettore di Sennori), Francesco Sanna Corda (rettore di Torralba) e Francesco Muroni, (rettore di Semestene) che “conoscevano le miserie e talvolta subivano le stesse angherie dai baroni e dai loro ministri” (2). Annota inoltre lo storico Girolamo Sotgiu che “direttamente investiti dalla massa degli zappatori affamati, i proprietari coltivatori, che costituiscono l’altro cardine della società rurale, sollecitavano anch’essi la fine del sistema feudale. Anche i proprietari coltivatori erano notevolmente aumentati come aumentata era la produzione complessiva. Ma a questo aumento della produzione non aveva fatto riscontro un aumento del benessere, proprio per gli impedimenti posti dal sistema feudale”(3).Di qui la lotta antifeudale e antibaronale ma anche di liberazione nazionale. Racconta Francesco Sulis che “Il Ciloccco nel villaggio di Thiesi intesosi con Don Pietro Flores amico dell’Angioy, da un terrazzo della Casa Flores eccitò quelli popolani a insorgere contro i feudatari; e di subito essi tennero l’invito, ed a furia, con tutta sorta di stromenti percotendo le mura del palazzo feudale, lo rovinarono e l’adequarono al suolo”(4) A Osilo, Sedini e Nulvi, tre centri dell’Anglona i vassalli si rifiutarono di pagare i diritti feudali. Mentre a Ittiri, Uri, Thiesi, Pozzomaggiore e Bonorva e ad Ozieri e Uri i contadini s’impossessarono dei granai dei feudatari. Una lotta che assume però anche caratteri più squisitamente politici, prefigurando in qualche modo un nuovo ordine e una nuova organizzazione sociale, attraverso una trasformazione non violenta dell’assetto esistente. Sempre a Thiesi infatti, il 24 novembre davanti al notaio Francesco Sotgiu Satta le ville di Thiesi, Bessude e Cheremule, del marchesato di Montemaggiore, appartenente al duca dell’Asinara, con sindaci, consiglieri, prinzipales, capi famiglia, firmano il primo atto confederativo, cui seguirono nei mesi successivi altri patti d’alleanza. E con esso giurano di non riconoscere più alcun feudatario, ma anche di voler “ricorrere prontamente a chi spetta per essere redenti pagando a tal effetto quel tanto, che da’ Superiori sarà creduto giusto e ragionevole”(5). I cosiddetti “strumenti di unione” ovvero “patti” fra ville e paesi segnano un salto di qualità della lotta antifeudale, facendole assumere una cifra più squisitamente politica: le federazioni di comunità infatti assurgono al ruolo di soggetto primario, di protagonista fondamentale nell’evoluzione sociale dell’Isola. Esse si moltiplicano e si diffondono in tutto il Sassarese: dopo quelli del 24 novembre se ne stipula un altro a Thiesi il 17 marzo 1796 fra i rappresentanti di 32 paesi fra i quali Bonorva, Ittiri, Osilo, Sorso, Mores, Bessude, Banari, Santu Lussurgiu, Semestene e Rebeccu. “Il patto – scrive Vittoria Del Piano – vincola le popolazioni a spendere fin l’ultima goccia di sangue, piuttosto che obbedire in avvenire ai loro baroni” (6). Lo sbocco di questo ampio movimento, autenticamente rivoluzionario e sociale, perché metteva radicalmente in discussione i capisaldi del sistema vigente nelle campagne, fu l’assedio di Sassari. A migliaia – 13 mila secondo le fonti ufficiali e secondo Francesco Sulis, un esercito di contadini armati, proveniente dal Logudoro ma anche dal Meilogu e da paesi più lontani, accorse a Sassari, stringendola d’assedio. Secondo invece lo storico Giuseppe Manno “Sommavano quegli armati a meglio di tremila, non numerando le donne che in copioso numero erano venute anch’esse a guerra, o per assistere i congiunti o per comunione d’odio ed eransi partiti da Osilo, Sorso, Sennori, Usini, Tissi, Ossi, Thiesi, Mores, Sedilo, Ploaghe e altri luoghi posti in quelle circostanze”(7). Il numero di tremila è poco credibile: vista la massiccia e ubiquitaria mobilitazione soprattutto dei paesi del Logudoro e dell’Anglona ma anche del Meilogu, del Goceano e non solo. Il Manno, storico conservatore e filosavoia, tende a minimizzare e sminuire l’ampiezza, l’organizzazione e la qualità di una lotta di migliaia e migliaia di contadini, uomini e donne, che dopo secoli di rassegnazione, usi a chinare il capo e a curvare la schiena, si ribellano, si armano per dire basta e per porre fine a un duro stato di servitù, di rapina e di sfruttamento inaudito. Il Manno non è dunque credibile. La sua, più che una Storia della Sardegna è infatti una Storia regia della Sardegna. E non è un caso che il magistrato sassarese Ignazio Esperson nei suoi Pensieri sulla Sardegna dal 1789 al 1848, definisca il Manno “l’antesignano della scuola delle penne partigiane e cortigianesche che vergognano le patrie storie”. A migliaia, comunque, al di là del numero, a piedi e a cavallo circondarono Sassari, pare al canto di Procurade ‘e moderare, Barones, sa tirannia di Francesco Ignazio Mannu. Così l’esercito dei contadini, guidato dal Cilocco e da Gioachino Mundula, costrinse la città alla resa dopo uno scambio di fucilate con la guarnigione. Quindi, mentre il famigerato duca dell’Asinara, il conte d’Ittiri e alcuni feudatari, erano riusciti a scappare precipitosamente in tempo, prima dell’assedio, rifugiandosi in Corsica prima e nel Continente poi, Cilocco e Mundula arrestarono il governatore don Antioco Santuccio e l’arcivescovo Giacinto Vincenzo Della Torre, portandoli a Cagliari verso cui si dirigono con 500 uomini armati. Gli Stamenti d’accordo col viceré, per porre rimedio alla piega, secondo loro pericolosa e “sovversiva” che avevano preso gli avvenimenti, inviarono loro incontro altri tre commissari, che li raggiunsero con un manipolo di guardie il 4 gennaio 1796 a Oristano, ed ingiunsero loro dì liberare gli ostaggi e rimandare ai villaggi d’origine i loro uomini, nel frattempo ridottisi di numero. Ad un primo rifiuto, due giorni dopo, a Sardara, i commissari viceregi risposero con un atto di forza. Cilocco, per paura di essere arrestato, consegna il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre ai tre inviati del vicerè: l’avvocato Ignazio Musso, l’abate Raffaele Ledà e Efisio Luigi Pintor Sirigu, ex democratico, uno dei protagonisti della cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794, ma ormai “pentito” e da vero e proprio voltagabbana, rientrato, opportunisticamente, in cambio di onori, uffizi e privilegi, nell’alveo filo sabaudo. Era il segnale della svolta moderata che stava maturando negli Stamenti e che avrebbe di lì a poco provocato anche la caduta di Angioy: si concludeva infatti così quella che, a posteriori, sarebbe apparsa come la prova generale della sfortunata marcia di G. M. Angioy. “Non sembrascrive Bruno Anatrache il Cilocco facesse parte del gruppo che nel corso dello stesso anno, seguì Angioy nella sua missione a Sassari e nella successiva, rapidamente abortita, spedizione su Cagliari. È certo invece che, appena la repressione da strisciante si fece palese, anche il Cilocco prese la via dell’esilio e raggiunse il gruppo giacobino sardo a Parigi. Di qui, nella convinzione dell’imminenza di una azione francese in direzione della Sardegna, nella primavera del 1799, gran parte di essi si trasferivano in Corsica. Del gruppo faceva parte il Cilocco che nel gennaio 1801 risulta fosse ad Ajaccio” (8). E’ comunque certo che il 21 maggio del 1802 si trasferisce in Corsica, insieme a Mundula, Sanna Corda e altri. Con Sanna Corda in particolare collabora per preparare il progetto di una insurrezione in Sardegna: che avrebbe dovuto contare questa volta – dopo i tentativi sempre falliti di coinvolgere truppe francesi – esclusivamente sui Sardi ancora fedeli ad Angioy e comunque nemici giurati del feudalesimo e dei governanti piemontesi, per fondare una repubblica sarda indipendente. Negli ultimi mesi del 1799 c’era stata la rivolta, sanguinosamente repressa, di Thiesi e Santulussurgiu, segno agli occhi di Cilocco che lo spirito antifeudale nel Logudoro era ancora vivo. E dunque si poteva dare un corso diverso alla storia della Sardegna. Nonostante la monarchia sabauda con i suoi scherani, avesse “già raso al suolo più di un villaggio, inaugurato la forca itinerante, tagliato molte teste, ingalerato a piacimento innocenti e sospetti, seviziato donne e frustato bambini”(9). Essi inoltre contavano, per costituire una solida base di appoggio, sull’irriducibile banditismo dei pastori galluresi. All’uopo presero contatto con un famigerato bandito e contrabbandiere, Pietro Mamia, e per suo tramite con i pastori del circondario di Aggius, prospiciente la sponda corsa. Fu una scelta imprudente e suicida: il Mamia farà il doppio gioco: interessato com’era più a ottenere la cancellazione dei suoi delitti da parte delle autorità galluresi che alla proclamazione della repubblica sarda. Il progetto prevedeva lo sbarco in Gallura che avrebbe dovuto provocare la sollevazione della Sardegna. Un primo tentativo nel maggio 1802 fallì. Ripetuto in giugno con un manipolo di uomini, prevedeva lo sbarco del Sanna Corda ai piedi della torre di Longonsardo (l’attuale Santa Teresa di Gallura) e del Cilocco presso la torre dell’Isola Rossa. La spedizione ebbe un esito tragico: il Sanna Corda che aveva espugnato la torre e alzato la bandiera della libertà, inviando alle autorità galluresi lettere in nome della repubblica francese, fu attaccato da un piccolo corpo di spedizione inviato da La Maddalena e cadde combattendo sotto le mura della torre (19 giugno). Cilocco, tradito da Mamia, cui si era affidato soprattutto per la conoscenza dei luoghi, fu narcotizzato (con un vino oppiato) o, comunque sorpreso nel sonno e consegnato ai soldati inviati da Sassari il 25 luglio del 1802. Secondo Giovanni Siotto Pintor invece, braccato per le campagne, con una taglia sul capo di 500 scudi, fu catturato da numerosi banditi, ecco cosa scrive in proposito “fu fermo da quattordici malandrini intesi a procacciarsi l’impunità, trascinato a d’orso d’asino insino a Sassari, flagellato orribilmente dal boia, afforcato”(10). L’eroe sardo, fu così umiliato (fu infatti messo, sanguinante e pesto, su un asino e fatto entrare prima a Tempio e poi a Sassari, – dopo aver attraversato molti altri paesi sempre sul dorso di un asino – fra la folla accorsa a vedere lo spettacolo e una ciurma di giovinastri prezzolati che fischiavano e gridavano), colpito da una frusta, di doppia suola intessuta con piombo, a tal punto che non può rimanere né in piedi né coricato ma carpone. Una fustigazione deprecata persino da uno storico conservatore come il Manno che scrive ”alla mano del manigoldo non fu lasciato l’arbitrio di quella naturale umanità che poteva sorgere anche nel cuore di un carnefice. Egli fu talmente aizzato da quei notabili andategli incontro, che il carnefice stesso ebbe a mostrarsene indispettito. Il barone maggiore soprannominato il Duca dell’Asinara, dal balcone del suo palazzo lanciava parole di crudele beffa contro l’infelice frustato…” La supplica che gli venga comminata la pena del carcere perpetuo o il perpetuo esilio è respinta da Placido Benedetto di Savoia, Conte di Moriana, (fratello del re di Sardegna Carlo Emanuele IV). Cedendo – scrive Carta Raspi – ai suoi istinti sbirreschi. Insieme all’altro fratello, Carlo Felice, vice re e re ottuso e famelico, (sarà soprannominato Carlo Feroce dal poeta e patriota piemontese Angelo Brofferio) l’infame Conte di Moriana ricorrerà dopo il generoso tentativo del Cilocco e del Sanna Corda, a una repressione violenta e brutale nei confronti dei Sardi patrioti, anche vagamente sospettati di aver preso parte alla tentata insurrezione. Il Cilocco fu quindi condannato a morte l’11 agosto del 1802, e il 30 pur disfatto per le torture subite, recuperata la propria lucidità, con animo forte – scrive il Martini – saliva sulla forca. “Non gli fu neppure risparmiata la tortura della corda e delle tenaglie infuocate. Il corpo verrà bruciato e le ceneri saranno disperse al vento, la testa conficcata sul patibolo i beni confiscati” (11). “Questo supplizio – ricorda Fabritziu Dettori in una bella ricostruzione della figura dell’eroe sardo – gli fu inferto con così zelo che dalle spalle e dalla schiena gli aguzzini riuscivano a strappargli la pelle a «lische sanguinanti». Sollevato sul patibolo semi vivo, fu impiccato e, da morto, decapitato. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri sparse al vento. Ma la malvagità savoiarda, non sazia, sancì, in tributo alla causa antisarda, che la testa del Patriota sardo fosse rinchiusa dentro una gabbia di ferro ed esposta, a scopo intimidatorio, all’ingresso di «Postha Noba», mentre nelle altre «Porte» della città i lembi della sua carne completavano l’orrore. Il macabro monito rimase esposto per giorni e giorni…” (12). “Giustizia sabauda e spettacolo per la popolazione sassarese che assistè in bestiale gazzarra alla fustigazione e alla impiccagione”(13), commenta amaramente Raimondo Carta Raspi. Macabro ammonimento, aggiungo io, nei confronti dei Sardi, da parte dei più crudeli, spietati, insipienti, famelici e ottusi (s)governanti che la Sardegna abbia avuto nella sua storia, i Savoia. Cilocco aveva 33 anni. Un grande eroe e patriota sardo, sconosciuto e dimenticato, Est ora de l’amentare!
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Note bibliografiche

1. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna- Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Edizioni Castello, Cagliari 1996, pagina 155.

2. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Edizioni U. Mursia, Milano 1971, pagina 846.

3. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, (1720-1847), Editori Laterza, Roma-Bari 1984, pagina 193.

4. Francesco Sulis, Dei moti politici dell’isola di Sardegna dal 1793 al 1821, Tip. Nazionale di G. Biancardi, Torino 1857, pagina 64.

5. Luigi Berlinguer, Alcuni documenti sul moto antifeudale sardo del 1795-96, in AA.VV., La Sardegna del Risorgimento, Ed. Gallizzi, Sassari, 1962, pagine 123-124.

6. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna- Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Edizioni Castello, Cagliari 1996, pagina 156.

7. Giuseppe Manno, Storia moderna della Sardegna-Dall’anno 1773 al 1799, a cura di Antonello Mattone, Ilisso edizioni, Nuoro 1998, pagina 294.

8. Bruno Anatra, Dizionario Biografico degli Italiani, Ed.Treccani, Volume 25 (1981).

9. Eliseo Spiga, La sardità come utopia – Note di un cspiratore, Cuec, Cagliari 2006, pagina 105.

10. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile dei popoli sardi dal 1798 al 1848, Casanova, Torino 1887, pagina 45.

11. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna- Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Edizioni Castello, Cagliari 1996, pagina 159.

12. Fabritziu Dettori, Francesco Cilocco, un eroe dimenticato, in Sotziu Limba sarda, 10-5-2005.

13. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Edizioni U. Mursia, Milano 1971, pagina 847.
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Le nostre storie

Piero Marcialis in fbNOSTRA SIGNORA DI BONARIA
bonaria collinaIl 25 marzo 1370, così raccontano le antiche cronache, da una nave catalana in preda alla tempesta viene gettata in mare una pesante cassa: contiene una statua in legno di carrubo che raffigura la Madonna con in braccio il Bambinello.
La cassa approda a Cagliari, davanti al colle di Bonaria.
Inutilmente alcuni popolani si sforzano di recuperarla.
Un ragazzo si fa beffe di loro e dice che solo i frati mercedari, che vivono nel vicino convento, potranno riuscire nell’impresa.
Infatti i frati riescono con facilità a recuperare la cassa e a portare al sicuro la statua. Comincia da allora il culto della Vergine di Bonaria, protettrice dei marinai Ad essa i conquistadores spagnoli dedicano la città di Buenos Aires, capitale dell’Argentina.
Il 25 marzo 1704 viene posata la prima pietra della Basilica, di fianco al Santuario risalente al 1324.
La costruzione ha però il suo progetto solo nel 1720, l’ingegnere militare piemontese Antonio Felice de Vincenti ne è l’autore, lo stile è del tipico barocco piemontese, di esso rimane il modello ligneo, realizzato a Torino ed esposto a Cagliari nel 1722.
Il progetto fu poi modificato nel 1778 da Giuseppe Viana.
La costruzione, ultimata nel 1952, non corrisponde comunque nè al progetto nè alle successive modifiche.
Dal 1907 Nostra Signora di Bonaria è Patrona della Sardegna.

con gli occhiali di Piero…

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501419CONTRO IL MALOCCHIO
FUEDDA SARDU
PREGADORIA PO S’OGU PIGAU
Susanna at fattu a Sant’Anna,
Sant’Anna at fattu a Maria,
Maria at fattu a Gesus,
ogu pigau no bias prus.
Naraddi a mamma mia
chi andit a su mari
a bettiri trigu e sali
a bettiri sali e fogu
ca m’anti pigau a ogu.

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Storia sarda. 17 novembre 1850. Rivolta a Sedilo contro l’esattore regio. Il babbeo aveva ordinato il sequestro di pane, lardo e carne salata, risorse della povera gente.

con gli occhiali di Piero…

Dionigi Scano aladinGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501419 DIONIGI SCANO.
16 novembre 1949 muore, a Cagliari, Dionigi Scano, architetto e scrittore. Nato a Sanluri il 23 febbraio 1867, laureato a Torino e richiamato a Cagliari da Filippo Vivanet, fu autore dell’inventario dei beni artistici della Sardegna, di saggi sull’arte e sulla storia sarda, tra cui saggi su Sigismondo Arquer, su Giommaria Angioy, su Donna Francesca Zatrillas.
Consigliere comunale e assessore a Cagliari, restaurò la Torre di S.Pancrazio e progettò la costruzione del Museo Archeologico nazionale e di alcuni palazzi, tra cui la villa Pattarozzi e il palazzo Accardo.

CROBU (o Corbu ?) e GAIA primi rapiti in Sardegna.
Monte_Gonare wkSARDEGNA. PRIMI SEQUESTRI DI PERSONA
Il 16 novembre 1875 vicino a Nuoro una banda sequestrò l’avvocato Pasquale Crobu. Pagò un riscatto di 25 mila lire.
Era andata meglio ad Antonio Meloni Gaia, nobile mamoiadino. primo caso assoluto di rapimento in Sardegna.
Nel maggio dello stesso anno, forse dalla stessa banda, fu sequestrato mentre lavorava la propria vigna e fu condotto sul monte Gonare.
Qui i malviventi arrostirono una pecora (rubata, ovvio), la mangiarono, innaffiandola con vino abbondante, e ne offrirono al sequestrato, che in quel momento non aveva un grande appetito, poi tutti si addormentarono profondamente, tranne il rapito che ne approfittò per sciogliersi e fuggire.
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E I CARRI ARMATI SI SONO MOLTIPLICATI
Esattamente 1 anno fa

SERVITÙ MILITARI
Son contento che Pigliaru non ha firmato,
ma sento che ieri è sbarcato un carro armato.

con gli occhiali di Piero…

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501419VITTORIO PORCILE

Il 15 novembre 1815 (altri dicono il 5) muore a Carloforte, dov’era nato, Vittorio Porcile, Maggiore Generale (vale Ammiraglio) della Marina Sarda.
Nato nel 1756, innovatore della Marina Sarda, vincitore di innumerevoli scontri contro i pirati barbareschi, sconfisse a La Maddalena la flotta francese il 22 febbraio 1793, primo sardo ad avere raggiunto il suo grado.
Purtroppo fu anche partecipe della repressione dei moti del 1802 nel Nord della Sardegna, animati contro i Savoia dal parroco di Torralba Francesco Sanna Corda e dal notaio cagliaritano Francesco Cilocco (vedi “Per una storia segreta della Sardegna fra Settecento e Ottocento, di F. Francioni).
Non servì tutto ciò ad evitare a Vittorio Porcile la sconfitta dai tanti mediocri del regno, per cui si ritirò a morire, quasi in disgrazia, a soli 59 anni, nell’isola natìa.
Cagliari gli ha dedicato una via di fronte al porto, quartiere Sa Marina.

con gli occhiali di Piero…

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501414Storia sarda. 30 ottobre 1812. Fallisce la congiura di Palabanda. I patrioti, che intendevano ripetere gli eventi del 28 aprile 1794 con la cacciata dei piemontesi, furono condannati a morte o al carcere a vita. Una lapide nell’Orto Botanico li ricorda. Nel 1812, “s’annu doxi”, anno di carestia e di fame nera, la corte di Vittorio Emanuele I, sloggiata da Torino, viveva a Cagliari con gran lusso e noncuranza.

con gli occhiali di Piero…

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501414MATTEO MADAO
Madao libroIl gesuita Matteo Madao, primo convinto sostenitore della lingua sarda, pari alle altre lingue neolatine, e del nesso tra lingua e nazione sarda, nacque ad Ozieri il 27 ottobre 1733 (altri dicono il 17 ottobre, altri addirittura il 9 gennaio).
Morì a Cagliari, settembre del 1800, nel collegio dei gesuiti di S.Michele.
Tra le sue opere: Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia con le due matrici lingue la greca e la latina; Le armonie dei Sardi (sulle feste, le musiche, le tradizioni religiose), Dissertazioni storiche apologetiche critiche delle sarde antichità. Ebbe a scrivere:
“La lingua della sarda nostra nazione, venerabile per la sua antichità, pregevole per l’ottimo fondo dei suoi dialetti, necessaria alla privata e pubblica società dei nostri compatrioti, giacque in somma dimenticanza infino al dì d’oggi, dagli stessi abbandonata come incolta e dagli stranieri negletta come inutile. L’amore verso la patria mi stimolava a non riguardar con occhio indifferente quella noncuranza per conto dei Sardi e quel suo avvilimento dal canto dei forestieri”.

con gli occhiali di Piero…

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413SANTI GAVINO PROTO E GIANUARIO

SantI martiri turritaniIl 25 ottobre si ricordano, specie a Porto Torres, i martiri turritani, santi Gavino, Proto e Gianuario.
Narra la tradizione che il 25 ottobre 303 Gavino soldato, Proto sacerdote, Gianuario diacono, furono martirizzati ad opera del governatore Barbaro.
Oltre che per la pietas religiosa il fatto è notevole per i sardi in quanto la storia di questi martiri è oggetto della prima opera letteraria teatrale in lingua sarda. Autore un vescovo, Antonio Cano, sassarese, che intorno alla metà del 1400 scrive “Sa vitta et sa morte et passione de sanctu Gavinu Prothu et Januariu”. Così racconta il testo:
In Sardinia nostra, in cussa temporada,
de morrer pro sa fide fuit sa sorte dada
a sos sanctos martires nostros beneditos,
dominande su mundu cussos maleditos,
in su quale tempus de Diocletianu,
unu rey Barbaru qui fuit Affricanu,
barbaru de natura e gasi nominadu,
su quale haviant de su regnu scazadu
pro haer ite viver lu fetint presidente
cussos imperadores grandes et potentes
in Sardingia et Cossiga por algunos annos
pro persequitare totue sos crestianos…

L’opera del Cano è stata studiata da Francesco Alziator, che ne curò la pubblicazione per la Biblioteca dell’Elefante, Ed. F.lli Fossataro, 1976.

con gli occhiali di Piero e la lampada di Aladin

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501414- Su Aladinpensiero un 17 di settembre.
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lampadadialadmicromicroOggi GIOVEDI’ 17, alle ORE 19, presso il Ghetto, in Castello, verrà ricordato Serafino CANEPA. non solo con parole, ma anche con la sua musica e le sue immagini.
Ecco un ricordo di Serafino scritto da Francesco Cocco su Democraziaoggi.
- segue –

con gli occhiali di Piero…

san Pancrazio acquaforteF-Francioni-condaghes-194x300GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014131- Su Aladinpensiero un 30 di agosto… Dove si racconta della atroce morte del patriota cagliaritano Francesco Cilocco, a 33 anni, il 30 agosto 1802.
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- Su Cilocco uno scritto di Francesco Casula.

con gli occhiali di Piero…

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014131CRONACHE SARDE
8 agosto 1720. La Sardegna passa sotto i Savoia in forza del Trattato dell’Aja.
Le truppe spagnole, che avevano riconquistato l’isola nel 1717, si sono ritirate pochi giorni prima, il 3 agosto.
8-9 agosto 1920. 3° Congresso degli ex-combattenti. Programma di Macomer.
8 agosto 1943. Emilio Lussu rientra in Italia dopo 14 anni di esilio.

con gli occhiali di Piero…

gbtuveriGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014131 Si ricorda il sardo Giovanni Battista Tuveri, repubblicano e federalista, contrario alla “fusione perfetta”, nato il 4 agosto 1815.- Su Aladinpensiero il 4 agosto.

con gli occhiali di Piero…

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014131DA Azuni- Si ricorda il sardo Domenico Alberto Azuni, fondatore del diritto marittimo e commerciale, nato a Sassari il 3 agosto 1749.
Il 3 agosto 1916 venne impiccato a Londra l’irlandese Roger David Casement per aver preso parte alla Rivolta di Pasqua. Su Aladinpensiero un 3 di agosto.

con gli occhiali di Piero…

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413IL GATTO – 3
I gatti dimostrano di avere un’assoluta onestà emotiva.
Gli esseri umani, per una ragione o per l’altra, quasi sempre riescono a nascondere i propri sentimenti. I gatti no.
(Ernest Hemingway)
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logo-sa-die-F-Figari-300x173E IL CONCERTO?
E’ stato in uso per molti anni che per Sa die de sa Sardigna, il 28 aprile, anniversario di quel 1794, quando i sardi seppero cacciare chi male li amministrava, si tenesse un concerto degli artisti sardi a Cagliari.
Quest’anno però non si è fatto. Perchè?
Perchè tra disguidi veri e finti, indecisioni, disprezzo di ciò che è sardo, compresa una legge regionale, non c’era il tempo tecnico di provvedere.
Niente paura, circolò voce che il concerto si sarebbe fatto comunque, ma il 7 di giugno, quando si tenne la protesta contro il nucleare in Sardegna.
Neppure il 7 giugno però il concerto si è fatto. Perchè? Mah…
Niente paura. Il concerto si sarebbe fatto comunque, ma il 30 giugno anniversario de Sa battalla di Seddori (1409), quando i sardi, guidati da Guglielmo, nipote di Eleonora d’Arborea, furono sconfitti dagli aragonesi.
Il concerto però non si è fatto. I sardi di nuovo sconfitti.
Forse ci sono degli aragonesi nella Giunta regionale.

con gli occhiali di Piero…

GLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413EFISIO TOLA
Efisio_Tola aladinFratello minore dello storico Pasquale Tola, nasce a Sassari il 15 giugno 1803.
Ufficiale luogotenente della Brigata Pinerolo in Savoia, viene arrestato e messo sotto processo a Chambery. Con l’unico fatto accertato di aver letto la Giovane Italia di Giuseppe Mazzini, è condannato alla fucilazione per ordine di Carlo Alberto.
Dichiarò: “la crudeltà sotto nome di giustizia mi vuole morto e morrò. Non sono né reo, né ho complici e se ne avessi né il nome di sardo, né il mio farei prezzo di tanta infamia e di tanta viltà”.
Venne fucilato all’alba del 12 giugno 1833, tre giorni prima di avere 30 anni.
Pasquale Tola, che anni dopo collaborò con Carlo Alberto, uccisore di suo fratello, fu aspramente criticato dai democratici suoi contemporanei.