Democrazia partecipativa

Domani il Consiglio Comunale di Cagliari discute (forse) di misure per favorire l’associazionismo dei cittadini, a partire dagli spazi da mettere gratuitamente a disposizione delle organizzazioni di base. Vedremo…

stemmaaraldico_comunecagliari_stilizzatoORDINE DEL GIORNO PER FAVORIRE LA STABILE COLLABORAZIONE TRA AMMINISTRAZIONE COMUNALE E LE ASSOCIAZIONI CITTADINE
Servizio/Ufficio: UFFICIO DI PRESIDENZA DEL CONSIGLIO COMUNALE
ALLEGATA PROPOSTA DI ORDINE DEL GIORNO PROT. N. 127 DEL 17.05.2017.pdf (proponenti Fabrizio Rodin e Davide Carta del Pd).

VALUTAZIONE delle POLITICHE PUBBLICHE e DEMOCRAZIA DELIBERATIVA

democrazia-economica-510VALUTAZIONE DELLE POLITICHE PUBBLICHE E DEMOCRAZIA DELIBERATIVA
Giovanni Cogliandro – 03/08/2017 su
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La qualità di una democrazia si fonda infatti sulla possibilità che i cittadini si formino un giudizio riflessivo, ponderato e informato, e che questo avvenga attraverso un dialogo pubblico. Non basta assecondare come fa oggi il nuovo populismo “quel che dice o vuole la gente”. Occorre che ciò che i cittadini vogliono sia il frutto anche di una trasformazione riflessiva delle loro opinioniimmediate
Ciclicamente si ripropone la domanda su quale possa essere il contributo dei credenti al miglioramento della qualità della vita democratica della Repubblica italiana, all’interno dell’Unione Europea, nel contesto globale.

Questa domanda ha acquisito nuova linfa da quanto, recentemente, papa Francesco ha invitato ad impegnarsi nella Politica con la maiuscola (discorso all’Azione Cattolica Italiana, 1 maggio 2017).

Vorremmo proporre una dimensione concreta per questo rinnovato impegno cattolici per il bene comune, facendolo coincidere con la deliberata scelta di agire per la promozione, diffusione, sperimentazione di una cultura della valutazione delle politiche pubbliche.

Le politiche pubbliche sono campi di azione e riflessione in cui le scelte parlamentari trovano (o dovrebbero trovare) attuazione. Riguardano tutti i settori della vita democratica: la sanità, le tutele sociali, la qualità della vita, l’istruzione, la ricerca, gli investimenti in grandi infrastrutture. Le politiche pubbliche possono essere definite come realtà multi-attoriali: politici nazionali, regionali, locali, differenti burocrazie, esperti: i cittadini e le loro diverse tipologie di aggregazioni sono tutti coinvolti nelle politiche pubbliche. Le politiche pubbliche sono inoltre delle realtà multi fase: la fase della scelta eminentemente politica relativa al Che fare?, a cui seguono quelle della programmazione degli interventi, della loro progettazione, della successiva realizzazione ed implementazione ed infine la fase purtroppo fino ad oggi in Italia ampiamente negletta della valutazione.

Opportunamente, il Senato della Repubblica ha deciso di creare all’interno dell’amministrazione una struttura dedicata alla valutazione delle politiche pubbliche, una realtà articolata e un vero e proprio think-tank, riprendendo un punto qualificante presente nella recente legge di riforma costituzionale respinta dal referendum del dicembre 2016, dedicato proprio alla necessità di valutare le politiche pubbliche. Nel testo si prevedeva che al Senato nascesse l’Osservatorio sulle politiche pubbliche e, nel caso la legge fosse passata, a Palazzo Madama si era da tempo cominciato a lavorare per essere pronti.

La constatazione da cui l’amministrazione ha preso le mosse è stata che fosse necessario fornire una base di partenza – per quanto possibile imparziale – per valutare se le centinaia di leggi che si fanno ogni anno in Italia funzionano, per comprendere che tipo di impatto producono su popolazione e territorio. L’osservatorio “Valutazione di impatto delle politiche pubbliche” è consultabile sul sito internet di Palazzo Madama: al momento vengono monitorati 10 temi, tra cui le province, le aliquote marginali e le politiche contro il sovraffollamento carcerario. Diverse realtà istituzionali come l’Asvap, l’Irvap e l’Università di Cà Foscari si sono prestate a partecipare a questo processo di valutazione.

Un punto qualificante di questa decisione è quello di rendere fruibile ai cittadini la consultazione dei singoli dossier online. Oggi infatti mentre i cittadini chiedono maggiori spazi partecipativi, aumenta il divario rispetto alla classe politica.

Segnaliamo altre due coincidenze temporali: oltre all’Ufficio del Senato, meritano attenzione le Linee guida sulle consultazioni pubbliche, emanate dalla Ministra Madia e pubblicate nella Gazzetta ufficiale del 14 luglio 2017: si propongono dei principi guida per disegnare i processi di consultazione dei cittadini e per valutarli.

In ultimo, va ricordato anche il decreto ministeriale all’esame del Parlamento recante individuazione degli indicatori di benessere equo e sostenibile.

Una recente evoluzione teorica che ben si accompagna a queste evoluzioni istituzionali è il fiorire di studi e confronti teorici in tema di democrazia deliberativa, impresa che coinvolge da tempo filosofi della politica e del diritto come Ackerman, Habermas, Mansbridge e Rawls, e che si pone l’obiettivo di studiare forme inclusive di deliberazione volte a coinvolgere nelle decisioni anche i gruppi sociali che per vari motivi non sono propensi a partecipare. Recentemente Antonio Floridia nel suo Una idea deliberativa della democrazia (Il Mulino 2017) ha offerto una ricostruzione critica e approfondita della storia dell’idea di democrazia deliberativa, dalle prime formulazioni fino all’analisi delle diverse modalità con le quali Rawls e Habermas hanno elaborato le basi teoriche e filosofiche di questa concezione della democrazia.

La democrazia deliberativa è contigua, ma distinta (ed a volte distante) dalla democrazia partecipativa. La democrazia partecipativa in genere si limita a mobilitare chi parteciperebbe comunque spontaneamente alle decisioni, non di ampliare lo spettro dei partecipanti. Accanto alla democrazia partecipativa, ha acquisito recentemente rilevanza, soprattutto presso la comunità degli scienziati politici, un’ulteriore proposta di riforma della prassi rappresentativa: si tratta della democrazia deliberativa.

Punto qualificante della valutazione delle politiche pubbliche è l’analisi controfattuale, che avviene riprendendo un tema che a partire da David Lewis è diventato uno dei riferimenti della metafisica analitica contemporanea. Il controfattuale – come recentemente sostenuto da Alberto Martini, docente di valutazione delle politiche pubbliche – è ciò che sarebbe successo se un intervento non fosse stato attuato. E’ quindi non osservabile per definizione, e richiede la scelta di una strategia di identificazione, una capacità di immaginare scenari alternativi in cui il coinvolgimento di più punti di vista è ancora più necessario che nella teoria repubblicana della democrazia.

L’effetto di un intervento è la differenza tra cosa è successo e il controfattuale, cioè cosa sarebbe successo agli stessi individui se l’intervento non fosse stato attuato. La deliberazione pubblica ha una dimensione cognitiva che è connessa alla ricerca del modo migliore di dare risposta alle questioni pubbliche, modo che trova attuazione nel confronto discorsivo di argomenti plurali, il quale dà luogo ad un accordo razionalmente motivato.

Siamo di fronte ad un modello che è il frutto di un complesso dibattito, ormai più che decennale, che annovera voci di studiosi afferenti a differenti discipline (dalla filosofia politica, alla sociologia, fino alla scienza politica); il risultato è, pertanto, un corpus teorico altamente variegato e complesso, non esente, peraltro, da contraddizioni interne, per il quale risulta, quindi, opportuno un lavoro finalizzato a rintracciarne filo conduttore e linee comuni su ciò che viene inteso come democrazia deliberativa.

Nel pensiero di Habermas la democrazia deliberativa è in grado di costruire una politica ed una società che non siano basate sul compromesso ma sul consenso, inteso come accordo ottenuto secondo i procedimenti dell’argomentazione razionale intorno a un interesse comune che non è legato alla particolarità degli interessi privati.

La democrazia deliberativa ha la prospettiva di creare uno spazio pubblico realmente adatto all’espressione della libertà degli individui e della loro diversità di interessi privati, in conformità a norme e procedure che portino ad un consenso razionale di tutti i suoi partecipanti, ritenuti uguali in diritto e capaci di autogestirsi autonomamente.

Rawls considera la democrazia deliberativa come una democrazia costituzionale bene ordinata e ne afferma la necessità, soprattutto in relazione al fatto che “in mancanza di un pubblico informato sui problemi più urgenti, prendere decisioni politiche e sociali importanti è semplicemente impossibile” (J. Rawls, Liberalismo politico). Egli auspica quindi che le discussioni pubbliche che coinvolgono i cittadini siano rese possibili dalle istituzioni e riconosciute come una caratteristica di base delle democrazie. La deliberazione presenta aspetti problematici (autoselezione, prevalenza di chi ha interessi e preferenze definite) ma rappresenta una delle forme più innovative per riconnettere i cittadini alla politica. Deliberazione infatti non vuol dire, come comunemente si intende, decisione, ma indica la fase della discussione che precede la decisione.

Ci sembra questo un tempo propizio per investire cuore e impegno intellettuale, da credenti, sul tema della valutazione delle politiche pubbliche.

La teoria della democrazia deliberativa che supportiamo e stiamo indagando si oppone alle visioni plebiscitarie e tecnocratiche della democrazia, ma anche alle ricorrenti illusioni su un possibile ritorno alla democrazia diretta di impronta rousseauiana.

La qualità di una democrazia si fonda infatti sulla possibilità che i cittadini si formino un giudizio riflessivo, ponderato e informato, e che questo avvenga attraverso un dialogo pubblico. Non basta assecondare come fa oggi il nuovo populismo “quel che dice o vuole la gente”, magari inseguendo le ondate pulsionali diffuse sulla rete o dalla rete stessa: occorre che ciò che i cittadini vogliono sia il frutto anche di una trasformazione riflessiva delle loro opinioni immediate.

Nel medioevo, i cattolici elaboravano Quaestiones, oggi potrebbero elaborare nuove forme di Questionari, intesi non come meri strumenti sondaggistici ma al contrario come schemi concettuali, articolati, comprensivi di più approcci per la valutazione delle politiche pubbliche. A partire dalla vita quotidiana, seguendo i principi della Dottrina sociale della Chiesa che per prima ha teorizzato la sussidiarietà come strumento di sviluppo imperniato sulla prossimità alla concretezza ontologica e geografica: quindi nelle proprie concrete realtà di impegno e di vita sociale, nella propria organizzazione lavorativa, nel comune, a scuola, nel quartiere.

* Il presente articolo è stato realizzato anche con il contributo di Giandiego Carastro
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LavoroDisuguaglianzeCheFare? Un intervento di Chiara Saraceno a commento del recente provvedimento governativo di introduzione del reddito minimo per i poveri. “… È anche importante che accanto al sostegno al reddito siano previste attività diversificate di integrazione sociale, che vedano coinvolti più attori locali: dalla formazione all’accompagnamento al lavoro, ai servizi di riabilitazione, al sostegno alla partecipazione sociale”.

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SOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PRINCIPI » POLITICA
Ben venga il reddito di inclusione mai i dimenticati sono ancora troppi
wzbsaraceno9997web-cms-b120x80di CHIARA SARACENO
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«Si tratta di un embrione il cui sviluppo andrà sorvegliato con attenzione perché i limiti evidenti che lo caratterizzano non diventino strutturali». la Repubblica, 30 agosto 2017 (c.m.c), ripreso da eddyburg e da aladinews.
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Con il completamento dell’ultimo passaggio, anche l’Italia avrà finalmente un embrione di reddito minimo per i poveri a livello nazionale. Per chi si batte da decenni – fin dalla prima Commissione povertà presieduta da Gorrieri nel 1986 – perché questo avvenisse, è sicuramente una buona notizia. L’esistenza di una rete di protezione di ultima istanza è un pezzo importante del sistema di welfare, che ne qualifica il carattere solidaristico e non solo di assicurazione contro i rischi. È anche importante che accanto al sostegno al reddito siano previste attività diversificate di integrazione sociale, che vedano coinvolti più attori locali: dalla formazione all’accompagnamento al lavoro, ai servizi di riabilitazione, al sostegno alla partecipazione sociale.

Anzi, sarà opportuno che non ci si limiti a coinvolgere solo le associazioni di volontariato e di terzo settore, come si tende a fare quando si tratta di poveri, ma anche le agenzie del lavoro e le associazioni datoriali. Si tratta tuttavia di un embrione il cui sviluppo andrà sorvegliato con attenzione perché i limiti evidenti che lo caratterizzano non diventino strutturali. Il primo limite, da cui derivano in larga misura gli altri, è il sotto-finanziamento.

Anche se raggiungesse i due miliardi per il prossimo anno, come sembrerebbe da alcune fonti (ma altre danno una cifra inferiore), non servirebbe a coprire tutti i quattro milioni e 598 mila poveri assoluti stimati in Italia, e neppure tutto il milione e 131 mila minori al loro interno, nonostante le famiglie con minori siano nel gruppo identificato come il target prioritario della misura. Proprio per questo, almeno per ora, la soglia Isee che dà accesso al Reddito di inclusione è stata fissata a un livello più basso (6000 euro) di quello che individua la povertà assoluta e l’importo massimo erogabile per famiglie molto numerose non supera quello della pensione sociale, nonostante questo sia stato pensato per rispondere ai bisogni di un anziano solo, non di una famiglia numerosa. È per lo meno curioso che venga fissato questo criterio proprio mentre, su altri tavoli, ancora una volta ci si preoccupa di integrare le pensioni sociali ed anche quelle minime.

La combinazione di soglie di Isee e importi del sussidio molto bassi rende altamente probabile che vengano selezionati i casi non solo di povertà più estrema, ma che hanno più difficoltà ad uscire dalla povertà tramite l’accesso a occupazioni adeguatamente remunerate. Questo rischio è rafforzato dai criteri aggiuntivi introdotti per accedere prioritariamente al sostegno, ovvero le caratteristiche della famiglia: presenza di minori, di donne incinte, di ultracinquantacinquenni disoccupati di lungo periodo e non beneficiari di Naspi, disabile. Chi è giovane o comunque ha meno di cinquantacinque anni, non ha figli minori, non è incinta, non è disabile e non vive con nessuna di queste categorie di persone, difficilmente avrà accesso al sostegno a parità di condizioni economiche, o anche se sta peggio. Escluse sono anche, a parità di Isee, le famiglie in cui anche un solo componente fruisca del Naspi o abbia una occupazione, in contraddizione con l’obiettivo di incentivare i beneficiari a trovare una occupazione.

Alla luce di questa individuazione restrittiva dei beneficiari, che rende il Rei poco universalistico e tendenzialmente categoriale, tanto più assurda appare la norma che fissa in 18 mesi il periodo massimo di godimento del sussidio. Innanzitutto perché logica vorrebbe che, così come avviene nella maggior parte dei paesi, il sostegno si dà finché il bisogno persiste. Si possono, anzi devono, fare controlli periodici sulla partecipazione dei beneficiari alle attività proposte e sulla loro effettiva disponibilità ad impegnarsi. Ma se, nonostante tutto l’impegno e la disponibilità, non si è trovata una via di uscita, perdere il sostegno significa ritornare al punto di partenza.

Difficile che nei sei mesi di attesa obbligatoria prima di poter fare di nuovo domanda di sostegno la situazione migliori. Anzi il rischio è che si interrompano percorsi potenzialmente virtuosi. In secondo luogo, è ampiamente noto che sono le persone con meno difficoltà personali e famigliari ad uscire più velocemente dall’assistenza. Chi ha più difficoltà richiede più tempo.

Perché questo embrione di sostegno ai poveri diventi davvero un pilastro del welfare, dove si combinano protezione e abilitazione, riconoscimento di diritti e di responsabilità, occorrerà correggere al più presto questi ed altri limiti che ne vincolano pesantemente la portata. Lo strumento per farlo è il piano nazionale contro la povertà, che prevede uno strumento di pianificazione triennale. Secondo gli estensori del provvedimento, questo dovrà gradualmente ampliare la platea dei beneficiari, l’importo del Reddito di inclusione, il massimale del beneficio e il limite mensile di prelievo in contanti, oggi limitato solo al 50 per cento dell’importo, mentre il resto è vincolato all’acquisto di determinati beni. Sarà importante che questa pianificazione avvenga ascoltando chi lavora sul territorio e chi conosce le esperienze consolidate di altri paesi. Ed anche che si coordini con gli altri tavoli in cui si discute di distribuzione di risorse scarse.
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Oggi giovedì 3 agosto 2017

democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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Aservice e Aladinews in pausa. Ma non perdiamoci di vista.
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DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA
sasso e funeUmberto Allegretti 2-4-08-Buone brevi letture: Umberto Allegretti “Democrazia partecipativa e processi di democratizzazione”, 2009
- Buone impegnative letture. “Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, fatta ad Aarhus il 25 giugno 1998″. Ratificata dall’Italia con Legge del 16 marzo 2001, n. 108 (Suppl. alla G.U. n.85 dell’11 aprile 2001).
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democraziaoggiLaconi costituente della Repubblica e della nostra identità
3 Agosto 2017
Francesco Cocco su Democraziaoggi.
Per celebrare la Festa della Repubblica, ricordiamo un padre costituente, Renzo Laconi nel 50° dalla morte.
Proponiamo perciò una testimonianza di Francesco Cocco esposta all’incontro organizzato dall’ANPI su “Renzo Laconi costituente sardo”, nell’ambito delle iniziative per il 2 […]

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Angelo D’Orsi: sia lode all’ANPI
3 Agosto 2017
Ora e sempre Resistenza! [di Angelo d’Orsi, su Democraziaoggi]
MicroMega 25 aprile 2017. Vorrei cominciare con una pubblica lode all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. E al suo presidente, Carlo Smuraglia, una delle personalità che meglio incarnano i valori civici dell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza.
Vorrei dire grazie a lui, e alle migliaia di aderenti all’Associazione, che, in ogni plaga d’Italia […]

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Connessioni – Fiera del Volontariato Internazionale: al via la seconda edizione

connessioniconnessioni-11-7-17Domani, martedì 11 luglio l’Ex Manifattura Tabacchi ospiterà la seconda edizione di “Connessioni – Fiera del Volontariato Internazionale”, patrocinata dal Comune di Cagliari, dalla Regione Autonoma della Sardegna e dal Centro Servizi per il Volontariato – Sardegna Solidale e promossa da diverse organizzazioni sarde a vocazione internazionale. La manifestazione, aperta alla partecipazione di tutti, ha già raccolto l’adesione di una sessantina di sigle del mondo dell’associazionismo regionale, nazionale e internazionale.
tdm- L’iniziativa, che è parte del ciclo di eventi legati al trentesimo anniversario del programma Erasmus, è stata presentata venerdì 7 luglio nella Sala Consiliare del Municipio in presenza della presidente della Commissione consiliare alle Politiche Sociali e Salute, Rita Polo. A illustrare i dettagli del programma son stati i rappresentanti dell’associazione Tdm000 Luca Frongia e Michele Demontis. La pagina fb dell’evento.

C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico… a Is Mirrionis

is-mirrionis-ai-tempi-della-sp-71-76Riflessioni
di Terenzio Calledda*
casa-q-is-mirr…mentre perdura un’immagine negativa del quartiere a causa del disagio sociale ed economico di molti dei suoi abitanti, contemporaneamente a Is Mirrionis si respira un nuovo clima e c’è voglia di incontrarsi e di fare progetti e iniziative, un nuovo dinamismo vede partecipi anche alcune attività economiche, anche giovani e studenti restano in quartiere a fare le ore piccole al pari di altri quartieri, vogliamo partecipare e condividere questo risveglio con tutti i cittadini giovani, artisti, pensionati, lavoratori, ma anche disoccupati e tutti quelli che soffrono disagi, esclusioni e povertà.
A questo fermento culturale il nostro Comitato per la Casa del Quartiere di Is Mirrionis sta cercando di contribuire, accanto all’attività giornaliera delle Parrocchie e alle iniziative delle tante associazioni che animano la vita del quartiere, ed è bene ricordare le Associazioni storiche che con continuità in questi anni passati, hanno svolto attività culturali sociali e sportive, e non va dimenticato anche il lavoro svolto nel passato dalla Circoscrizione e dai Consiglieri.
Certamente possiamo dire che il ns Comitato, con le associazioni e le singole persone aderenti, sta dando un buon contributo anche ad animare il dibattito che coinvolge il passato, il presente ed il futuro del quartiere ma probabilmente anche quello dell’intera città.
Senza dimenticare le Scuole, l’Università, ecc. ci rivolgiamo alle Istituzioni tutte per chiedere attenzione e un impegno concreto in termini di risorse e strutture, idee e progettualità, ma soprattutto vogliamo partecipare e condividere le scelte future per il nostro Quartiere: “Vogliamo trasformare il Quartiere di Is Mirrionis e la Città con la partecipazione dei Cittadini”.
- segue –

Addio Stefano Rodotà

luttoOnore a un grande, a un maestro che ci ha sempre illuminato la strada. Grazie Stefano!
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Stefano Rodotà
24 Giugno 2017
di Andrea Pubusa su Democraziaoggi (http://www.democraziaoggi.it/?p=4973)

E’ morto Stefano Rodotà, uno dei pochi veri maestri del diritto in Italia di rilievo planetario. Ha insegnato in molte università europee, negli Stati Uniti, in America Latina, Canada, Australia e India. I suoi contributi maggiori sono soprattutto nel campo del diritto costituzionale, con riferimento al rapporto tra i diritti […]

IL LAVORO CHE VOGLIAMO: LIBERO, CREATIVO, PARTECIPATIVO E SOLIDALE

LAVORO
lampada aladin micromicroCome Aladinews siamo da sempre impegnati sulla tematica del lavoro. Nella contingenza abbiamo due scadenze a cui ci riferiamo per contribuire a dare un nostro specifico contributo: la prima riguarda il Convegno “Lavorare meno Lavorare tutti” (per ora è questo il titolo), organizzato dal Comitato d’Iniziativa Sociale Costituzionale Statutaria, attraverso un apposito Gruppo di Lavoro, che si terrà nei giorni di venerdì 22 (sera) e sabato 23 (mattina e sera) settembre; la seconda riguarda la 48a Settimana dei Cattolici italiani, che si terrà a Cagliari nei giorni dal 27 al 29 ottobre p.v., con un titolo altrettanto suggestivo, suggerito dalla stesso papa Francesco “Il lavoro che vogliano libero, creativo, partecipativo e solidale”. Il nostro impegno si concretizza nel fornire documentazione di supporto alle tematiche del lavoro, prodotta direttamente dai nostri redattori/collaboratori o ripresa da riviste (cartacee e online) che riteniamo utile a chiarificare i termini del dibattito e diffondere buone pratiche che aiutino a farci percorrere nuove (o anche vecchie purché buone) strade per rafforzare il lavoro esistente e crearne di nuovo. Ancora, sarà nostra cura segnalare tutte le occasioni di incontro sulle tematiche del lavoro che possono essere considerate tappe di un “percorso di avvicinamento” ai due citati appuntamenti di rilievo. Periodicamente riassumeremo il dibattito in atto ripubblicando i diversi contributi, magari accompagnati da ulteriori riflessioni e commenti. Di seguito pubblichiamo i contributi di Roberta Carlini e Stefano Zamagni, apparsi nell’ultimo numero della pregevole rivista Rocca, della Pro Civitate Christiana, ringraziando il comitato redazionale della stessa per averci concesso tale opportunità.
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e non assistenza

di Roberta Carlini su LAVORO, ROCCA 15 GIUGNO 2017

Bisogna guardare senza paura, ma con responsabilità, alle trasformazioni tecnologiche dell’economia e della vita e non rassegnarsi all’ideologia che sta prendendo piede ovunque, che immagina un mondo dove solo metà o forse due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. Dev’essere chiaro che l’obiettivo vero da raggiungere non è il ‘reddito per tutti’, ma il ‘lavoro per tutti’! Perché senza lavoro, senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti. Il lavoro di oggi e di domani sarà diverso, forse molto diverso – pensiamo alla rivoluzione industriale, c’è stato un cambio; anche qui ci sarà una rivoluzione – sarà diverso dal lavoro di ieri, ma dovrà essere lavoro, non pensione, non pensionati: lavoro».

reddito di cittadinanza
Nella sua visita pastorale a Genova, rispondendo all’intervento di Micaela, una rappresentante sindacale, papa Bergoglio ha avuto parole chiarissime sulla questione lavoro/reddito, che hanno portato a titoli altrettanti chiari sui giornali, il cui senso era: Francesco si schiera contro il reddito di cittadinanza, bisogna dare lavoro non assistenza.
Per una volta, i titolisti dei giornali avevano ragione, il messaggio del testo, a leggerlo tutto, è proprio quello anche se non solo quello: altrettanto peso ha la condanna degli imprenditori-speculatori – i prenditori, diceva qualcuno – e l’imposizione di lavoro a qualsiasi condizione e con qualsiasi paga (quando il lavoro, dice il papa con felice espressione, da riscatto morale diventa ricatto morale).
Ma ha avuto torto chi ha ridotto questa questione a un intervento diretto nel dibattito politico italiano – in particolare, contro il Movimento Cinque Stelle che solo pochi giorni prima aveva fatto la sua marcia per propugnare il reddito di cittadinanza. Il riferimento di certo c’è, se non altro perché la marcia è stata fatta simbolicamente da Assisi a Perugia; ma di certo non esaurisce la questione, ben più ampia e discussa in tutto il mondo, da San Francisco a New Delhi; né aiuta a capirla bene, considerando la grande confusione che lo stesso M5S fa sui termini e sui simboli che propone.
Partiamo da questi ultimi. La proposta di legge che il movimento di Grillo ha presentato in parlamento, anche se è intitolata alla «istituzione di un salario di cittadinanza», non istituirebbe, se approvata, un reddito di cittadinanza. È un assegno mensile, che sarebbe dato dal governo a famiglie in condizioni di povertà, a condizione che accetti un «percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo», cioè accetti il lavoro che gli propongono i Centri per l’impiego o gli obblighi di formazione, qualificazione, o altri che nello stesso percorso siano individuati.

Lo schema è lo stesso che ispira il «reddito di inserimento» nel programma anti-povertà del governo, che entrerà in vigore quest’anno, e che ispira tutte le politiche europee dalla Thatcher in poi, nonché le raccomandazioni di Bruxelles: nessun red- dito a chi non mostri e dimostri di voler lavorare, se può farlo. L’unica differenza, nel piano dei Cinque Stelle, è nell’entità: un reddito e una copertura un po’ più alte di quelle previste dal piano governativo, che – dati i fondi limitati – coprirà solo 400mila famiglie (mentre quelle in povertà assoluta sono circa 1 milione e 600mila). Lo schema di reddito di cittadinanza, invece, ha varie formule proposte ma tutte si basano su alcuni principi che non ci sono in nessuna delle proposte sul tappe- to in Italia: che il reddito sia universale – dato a tutti –, e che non sia condizionato né dal trovarsi sotto una certa soglia di povertà né dalla disponibilità ad accettare un lavoro. Se ne è parlato in altri numeri di Rocca (n. 6 e n. 10): può piacere o non piacere, ma il reddito di cittadinanza va anche al «surfista di Malibu», che passa la sua giornata ad aspettare le onde buone; e serve come un pavimento, uguale per tutti, dal quale ciascuno può decidere, in base alle proprie volontà e possibilità, di quanto alzarsi.

lavoro e fatto sociale
Questa precisazione va tenuta presente, non solo per demistificare la solita propaganda che c’è in tutte le vicende politiche italiane, ma anche per entrare nel merito della discussione, ed evidenziare gli ostacoli, le trappole e le nuove mistificazioni che vengono fuori quando si passa a elencare, praticamente, i metodi per incentivare, sostenere, «creare» lavoro anziché limitarsi a distribuire reddito. Alla base dell’alternativa tra chi mette al centro della sua politica il lavoro e chi sceglie il reddito c’è infatti una diversa filosofia, concezione del mondo, etica; ma nell’attuazione pratica delle politiche per perseguire l’obiettivo, poi, le posizioni possono essere meno lontane di quanto non appaiano in partenza.
La visione da cui parte il discorso di papa Bergoglio è chiarissima e, come lui stesso ha detto, scritta nella dottrina sociale della Chiesa, che «ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori». Il papa ha continuato così: «Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che si sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro può fare molto male perché può fare molto bene. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro, e per questo non è facile riconoscerlo come nemico, perché si presenta come una persona di casa, anche quando ci colpisce e ci ferisce. Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono «unti di dignità». Per questa ragione, attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale».

il lavoro creato e non redistribuito
Ma se attorno al lavoro si edifica «l’intero patto sociale» – lo stesso principio posto alla base della nostra Repubblica, con l’articolo 1 della Costituzione – che fare se la quantità di lavoro che il nostro sistema economico richiede non è sufficiente perché tutti ne abbiano? Non stiamo qui parlando della disoccupazione creata dalle oscillazioni del mercato e della produzione, dall’instabilità del capitalismo e dalle sue ricorrenti crisi; ma della disoccupazione tecnologica, delle innovazioni portate dalle macchine che innescano giganteschi processi di cambiamento, rendendo possibile la stessa produzione con quantità di lavoro molto minore. Questo è il tema, affrontato da almeno un secolo (testo base in proposito, Possibilità economiche per i nostri nipoti nel quale Keynes auspicava e ottimisticamente prevedeva la liberazione dell’umanità dalla necessità del lavoro) e non taciuto dal discorso del papa, che però dice: la rivoluzione tecnologica non può cambiare la nostra concezione del lavoro come elemento fondante del patto di cittadinanza. Non può costringerci ad accettare una società in cui due terzi, o anche solo la metà, della popolazione lavorino, gli altri siano «pensionati» già da giovani. Né – attenzione – ad accettare il fatto che dobbiamo limitarci a redistribuire il poco lavoro che c’è: il lavoro va creato, non redistribuito.

riscatto e non ricatto
La critica che la dottrina di questo papa, ribadita a Genova, fa al reddito di cittadinanza, è la stessa che viene dalla parte «laburista» della sinistra e dal sindacato: da chi vede il reddito di cittadinanza come una «toppa», o una stampella a un sistema che non funziona più. I fautori del reddito di cittadinanza – quello puro, non la versione sloganistica del nostro Grillo pseudofrancescano – ribattono dicendo che se il lavoro nobilita l’uomo, non è sottoponendolo al ricatto «o lavori o muori di fame» che questo principio si omaggia; e che dando a tutti un sostegno di base per poter vivere, si sottraggono i più marginali dal ricatto di un mercato del lavoro che li impiega a qualsiasi prezzo e a qualsiasi condizione (dunque rimettendoli in condizione di vivere il lavoro come riscatto e non come ricatto); oltre a onorare un altro principio che potrebbe essere caro anche alla dottrina sociale della Chiesa, quello della eguaglianza, tra chi ha di più e chi ha di meno: su quest’ultimo obiettivo insiste il grande economista Tony Atkinson, nel suo ultimo libro Disuguaglianza, nel quale propone un «reddito di partecipazione», laddove la partecipazione in varie forme alla vita civile sostituisce l’obbligo del «lavoro» sul mercato.
Nell’attuazione pratica, il reddito di cittadinanza ha immensi problemi, a partire dalla grande redistribuzione di risorse che bisognerebbe mettere in campo. Ma ne ha anche la politica per cui si dà reddito – e aiuto ai più poveri, che spesso sono anche persone che lavorano ma a salari molto bassi – solo a chi è disponibile a lavorare: la macchina burocratica necessaria per verificare questa disponibilità e attuare l’inserimento nel mondo del lavoro è gigantesca e spesso inutile, tanto più se, fuori, il lavoro non c’è. Di qui la necessità di non limitarsi a guardare solo alle politiche per i lavoratori (effettivi e potenziali) ma anche a quelle per il lavoro, non consegnando a un’impersonale «tecnologia» le chiavi del futuro. Il cammino di questa discussione è appena cominciato.

Roberta Carlini

Bibliografia
Il discorso del santo Padre, Genova, stabilimento Ilva. J. M. Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti (1931, trad. it. Adelphi 2009).
Elena Granaglia – Magda Bolzoni, Il reddito di base (Ediesse, 2016).
Stefano Massini, Lavoro (Il Mulino, 2016). Stefano Toso, Reddito di cittadinanza (o reddito minimo?) (Il Mulino, 2016).
Philippe Van Parijs – Yannick Vanderborght,
Basic Income. A radical proposal for a free society and a sane economy (Harvard University Press, 2017).
Rutger Bregman, Utopia for realists (Bloom- sburt, 2017).
Anthony Atkinson, Disuguaglianza. Cosa si può fare (Cortina 2015)
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lavoroxlavoro
Lavoro è dignità e libertà

di Stefano Zamagni, su LAVORO, ROCCA 15 GIUGNO 2017

I limiti dell’attuale cultura del lavoro sono ormai divenuti evidenti ai più, anche se non c’è convergenza di vedute sulla via da percorrere per giungere al loro superamento. La via che l’economia civile – un paradigma economico che si afferma nel 18° secolo durante l’Illuminismo Napoletano (A. Genovesi e altri) e Milanese (P. Verri e altri) – suggerisce inizia dalla presa d’atto che il lavoro, prima ancora che un diritto, è un bisogno insopprimibile della persona. È il bisogno che l’uomo avverte di trasformare la realtà di cui è parte e, così agendo, di edificare se stesso. Riconoscere che quello del lavoro è un bisogno fondamentale è un’affermazione assai più forte che dire che esso è un diritto. E ciò per la semplice ragione che, come la storia insegna, i diritti possono essere sospesi o addirittura negati; i bisogni, se fondamentali, no. È noto, infatti, che non sempre i bisogni possono essere espressi direttamente in forma di diritti politici o sociali. Bisogni come fraternità, amore, dignità, senso di appartenenza, non possono essere rivendicati come diritti. Piuttosto, essi sono espressi come pre-requisiti di ogni ordine sociale.

la cifra morale del lavoro
Per cogliere il significato del lavoro come bisogno umano fondamentale ci si può riferire alla riflessione classica, da Aristotele a Tommaso d’Aquino, sull’agire umano. Due le forme di attività umana che tale pensiero distingue: l’azione transitiva e l’azione immanente. Mentre la prima connota un agire che produce qualcosa al di fuori di chi agisce, la seconda fa riferimento ad un agire che ha il suo termine ultimo nel soggetto stesso che agisce. In altro modo, il primo cambia la realtà in cui l’agente vive; il secondo cambia l’agente stesso. Ora, poiché nell’uomo non esiste un’attività talmente transitiva da non essere anche sempre immanente, ne deriva che la persona ha la priorità nei confronti del suo agire e quindi del suo lavoro. Duplice la conseguenza che discende dall’accoglimento del principio-persona.
La prima conseguenza è bene resa dall’affermazione degli Scolastici «operari sequitur esse»: è la persona a decidere circa il suo operare; quanto a dire che l’au- togenerazione è frutto dell’auto-determinazione della persona. Quando l’agire non è più sperimentato da chi lo compie come propria autodeterminazione e quindi propria autorealizzazione, esso cessa di essere umano. Quando il lavoro non è più espressivo della persona, perché non comprende più il senso di ciò che sta facendo, il lavoro diventa schiavitù. L’agire diventa sempre più transitivo e la persona può essere sostituita con una macchina quando ciò risultasse più vantaggioso. Ma in ogni opera umana non si può separare ciò che essa significa e ciò che essa produce.
La seconda conseguenza cui sopra accennavo chiama in causa la nozione di giustizia del lavoro. Il lavoro giusto non è solamente quello che assicura una remunerazione equa a chi lo ha svolto, ma anche quello che corrisponde al bisogno di autorealizzazione della persona che agisce e perciò che è in grado di dare pieno sviluppo alle sue capacità. In quanto attività basicamente trasformativa, il lavoro interviene sia sulla persona sia sulla società; cioè sia sul soggetto sia sul suo oggetto. Questi due esiti, che scaturiscono in modo congiunto dall’attività lavorativa, definiscono la cifra morale del lavoro. Proprio perché il lavoro è trasformativo della persona, il processo attraverso il quale vengono prodotti beni e servizi acquista valenza morale, non è qualcosa di assiologicamente neutrale. In altri termini, il luogo di lavoro non è semplicemente il luogo in cui certi input vengono trasformati, secondo certe regole, in output; ma è anche il luogo in cui si forma (o si trasforma) il carattere del lavoratore.

la deriva «escludente»
Da quanto precede si trae che un primo grande fronte di impegno è quello di battersi per arrestare la deriva «escludente» dell’attuale assetto economico e sociale. Si deve ricordare che il mercato da istituzione economica tendenzialmente inclusiva si è andato trasformando, nel corso dell’ultimo quarantennio, sull’onda della globalizzazione e della terza e quarta rivoluzione industriale, in istituzione che tende a escludere tutti coloro che non sono in grado di assicurare livelli elevati di produttività. È così che si è andata formando una nuova classe sociale, quella delle per- sone in eccesso che Papa Francesco op- portunamente chiama «scarti umani». Ieri, all’epoca della Rerum novarum, si reclamava «la giusta mercede all’operaio». Oggi, ci si deve piuttosto chiedere perché non si è dato ascolto a quanto si legge in Gaudium et spes 67: «Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita».
Infatti, il lavoro non è un mero fattore della produzione che deve adattarsi, anzi adeguarsi alle esigenze del processo produttivo per accrescere l’efficienza del sistema. Al contrario, è il processo produttivo che deve essere modellato in modo da consentire alle persone la loro fioritura umana e, in particolare, in modo da rendere possibile l’armonizzazione dei tempi di vita familiare e del lavoro. Dicevano i Francescani, già nel XVI secolo: «L’elemosina aiuta a sopravvivere, ma non a vivere, perché vivere è produrre e l’elemosina non aiuta a produrre». Come a dire che tutti devono poter lavorare, anche i meno dotati. Ebbene, sapere che, nelle condizioni odierne, sarebbe tecnicamente possibile attuare il comando di San Francesco («Voglio che tutti lavorino») e non farlo ci carica di una grave responsabilità. Non possiamo tenere tra loro disgiunti il codice dell’efficienza e il codice della fraternità, come tanti cattivi maestri vanno insegnando. (Si rammenti che la fraternità comprende la solidarietà; mentre il viceversa non è vero).

fraternità solidarietà diversità
Infatti, mentre quello di solidarietà è il principio di organizzazione sociale che tende a rendere eguali i diversi, il principio di fraternità consente a persone che sono già eguali sul fronte dei diritti di esprimere la propria diversità, di affermare così la propria identità. (È per questo che la vita fraterna è la vita che rende felici).
Quel che precede ci consente ora di afferrare la portata della grande sfida che è di fronte a noi: come realizzare le con- dizioni per una autentica libertà del lavoro, intesa come possibilità concreta che il lavoratore ha di realizzare non solo la dimensione acquisitiva del lavoro – la dimensione che consente di entrare in possesso del potere d’acquisto con cui soddisfare i bisogni materiali – ma anche la sua dimensione espressiva. Dove risiede la difficoltà di una tale sfida? Nella circostanza che le nostre democrazie liberali mentre sono riuscite a realizzare (tanto o poco) le condizioni per la libertà nel lavoro – grazie alle lunghe lotte del movimento operaio e sindacale – paiono impotenti quando devono muovere passi verso la libertà del lavoro. La ragione è presto detta. Si tratta della tensione fondamentale tra la libertà dell’individuo di definire la propria concezione della vita buona e l’impossibilità per le democrazie liberali di dichiararsi neutrali tra modi di vita che contribuiscono a produrre e quelli che non vi contribuiscono. In altri termini, una democrazia liberale non può accettare che qualcuno, per vedere affermata la propria visione del mondo, possa vivere sul lavoro di altri. La tensione origina dalla circostanza che non tutti i tipi di lavoro sono accessibili a tutti e pertanto non c’è modo di garantire la congruità tra un lavoro che genera valore sociale e un lavoro che interpreti la concezione di vita buona delle persone.

libertà del lavoro
La riforma protestante per prima ha sollevato la questione della libertà del lavoro. Nella teologia luterana, la cacciata dall’Eden non coincide tanto con la condanna dell’uomo alla fatica e alla pena del lavoro, quanto piuttosto con la perdita della libertà del lavoro. Prima della caduta, infatti, Adamo ed Eva lavoravano, ma le loro attività erano svolte in assoluta libertà, con l’unico scopo di piacere a Dio. Che le condizioni storiche attuali siano ancora alquanto lontane dal poter consentire di rendere fruibile il diritto alla libertà del lavoro è cosa a tutti nota. Tuttavia ciò non può dispensarci dalla ricerca di strategie credibili di avvicinamento a quell’obiettivo. Ebbene, la proposta di A. Macintyre di concettualizzare il lavoro come opera è quella che appare come la più realisticamente praticabile. Un’attività lavorativa si qualifica come opera quando riesce a far emergere la motivazione intrinseca della persona che la compie. Estrinseca è la motivazione che induce ad agire per il risultato finale che l’agente ne trae (ad esempio, per la remunerazione ottenuta). Intrinseca, invece, è la motivazione che spinge all’azione per la soddisfazione diretta che essa arreca al soggetto quando questi percepisce che essa è orientata al bene. A questo deve mirare, fra le altre cose, una etica civile condivisa, quale è quella cui il cooperativismo ha sempre mirato fin dai suoi albori.

la disoccupazione e i suoi risvolti
Il «Global Employment Trend» dell’Ilo (International Labour Office delle Nazioni Unite) ci informa che il divario occupazionale – la perdita cumulata di posti di lavoro – rispetto alla situazione prevalente prima della crisi del 2007-8 è destinato a crescere: da 62 milioni nel 2013 a 81 milioni nel 2018. Anche il tasso di disoccupazione non si ridurrà, ciò che provocherà un ulteriore aumento del numero assoluto di disoccupati. Sono quelli europei i paesi che più stanno risentendo della transizione tecnologica oggi in atto. La disoccupazione ha già superato in Europa la soglia dei 27 milioni di persone e di queste il 40 per cento circa è rappresentato da disoccupati di lungo termine (oltre i 12 mesi). La situazione è ulteriormente aggravata dalla comparsa della nuova figura dei Neet («not in education, employment or training»), dei giovani cioè di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono in apprendistato. Come indica A. Rosina (Neet, Vita e Pensiero, Milano 2015), i giovani italiani che vivono tale condizione esistenziale sono oltre 2,4 milioni, pari a circa il 26% della popolazione giovanile in questa fascia di età. (Nel Mezzogiorno, la medesima percentuale arriva al 54%!). Il dato dei Neet è di speciale interesse perché, a differenza del tasso di disoccupazione giovanile esso prende in considerazione anche i giovani che non cercano più lavoro, in quanto scoraggiati. Il tasso dei Neet è, pertanto, l’indicatore che meglio di altri dà conto dello spreco umano, del sottoutilizzo del potenziale giovanile e, in conseguenza di ciò, della vasta diffusione tra la popolazione giovanile della diffidenza, oltre che della paura, nei riguardi del futuro.

diversi modelli di sviluppo
Sappiamo, infatti, che l’estromissione dall’attività lavorativa per lunghi periodi di tempo non solamente è causa di una perdita di produzione, ma costituisce un vero e proprio razionamento della libertà. Il disoccupato di lungo termine patisce una sofferenza che nulla ha a che vedere con il minor potere d’acquisto, ma con la perdita della stima di sé e soprattutto con l’autonomia personale. Ecco perché non è lecito porre sullo stesso piano la disponibilità di un reddito da lavoro e l’acquisizione di un reddito da trasferimenti, sia pure di eguale ammontare: è la dignità della persona a fare la differenza. Non solo, ma la fuoriuscita dal lavoro tende a generare gravi perdite di abilità cognitive nella persona, dato che, se è vero che «facendo si impara», ancor più vero è che «si disimpara non facendo». (Per una puntuale e aggiornata indagine empirica si veda J. Sachs et Al., Robots: curse or blessing? A basic framework, Nber, 21091, April, 2015). In un’epoca come l’attuale, caratterizzata dal fenomeno della terza rivoluzione industriale, la relazione tra capacità tecnologiche e attività lavorative è biunivoca: nel processo di lavoro non solo si applicano le conoscenze già acquisite, ma si materializza la possibilità di creare ulteriori capacità tecnologiche. Ecco perché tenere a lungo fuori dell’attività lavorativa una persona significa negarle – come ha scritto Amartya Sen – la sua fecondità. Poiché è attraverso il lavoro che l’essere umano impara a conoscere se stesso e a realizzare il proprio piano di vita, la buona società in cui vivere è allora quella che non umilia i suoi componenti, distribuendo loro assegni o provvidenze varie e, negando al tempo stesso l’accesso all’attività lavorativa. (Cfr. E. Olivieri, «Il cambiamento delle opportunità lavorative», Banca d’Italia, 117, 2012).
Bastano questi brevi cenni a farci comprendere perché, quando si parla di lavoro, si tende oggi a porre l’accento, su quello che occorre fare per porre rimedio alla situazione. La letteratura sulle politiche occupazionali è ormai schierata: si va dalle proposte volte a migliorare la qualità dei posti di lavoro, con interventi sul lato della domanda di lavoro, a proposte che incidono sul lato dell’offerta di lavoro allo scopo di ridurre lo «skills gap» con misure che chiamano in causa il comparto scuola-università-addestramento professionale. E ancora, vi sono coloro che propongono di favorire l’occupazione rispetto all’assistenza (make work pay) e coloro che invece suggeriscono di facilitare la transizione dalla disoccupazione assistita all’occupabilità (welfare to work) mediante l’aumento della flessibilità della prestazione, da non confondersi con la flessibilità dell’occupazione. (Per una rassegna, rinvio a I. Fellini, «Una via bassa alla decrescita dell’occupazione», Stato e Mercato, 105, 2015).

per non rassegnarsi
Questi e tanti altri contributi contengono tutti grumi di verità e suggerimenti preziosi per l’azione. Tuttavia, non pare emergere da questa vasta letteratura la consapevolezza che quella del lavoro è questione che, in quanto ha a che vedere con la libertà sostanziale dell’uomo, non può essere affrontata restando entro l’orizzonte del solo mercato del lavoro. Quel che occorre mettere in discussione è l’intero modello di ordine sociale, vale a dire l’assetto istituzionale della società, per verificare se non è per caso a tale livello che è urgente intervenire. Invero, pur non costituendo un fenomeno nuovo nella storia delle economie di mercato, l’insufficienza di lavoro ha assunto oggi forme e caratteri affatto nuovi. La dimensione quantitativa del problema occupazionale, oltre che la sua persistenza nel tempo, fanno piuttosto pensare a cause di natura strutturale, cioè non congiunturale, connesse all’attuale passaggio d’epoca, quello dalla società fordista alla società post-fordista. Sessant’anni fa, J.M. Keynes giudicava la disoccupazione di massa in una società ricca una vergognosa assurdità, che era possibile eliminare. Oggi, le nostre economie sono oltre tre volte più ricche rispetto ad allora. Keynes avrebbe dunque ragione di giudicare la disoccupazione attuale tre volte più assurda e pericolosa, perché in società tre volte più ricche, l’ineguaglianza e l’esclusione sociale che la disoccupazio- ne provoca è almeno tre volte più devastante. C’è allora da chiedersi se invece di affrontare la questione a spizzichi, accumulando suggerimenti e misure di vario tipo, tutte in sé valide ma ben al di sotto della necessità, non sia giunto il momento di riflettere su taluni tratti salienti dell’attuale modello di sviluppo per ricavarne linee di intervento meno rassegnate e incerte.
Un punto deve, in ogni caso, essere tenuto fermo: il lavoro si crea, non si redistribuisce. Occorre andare oltre la obsoleta concezione «petrolifera» del lavoro, secondo cui il lavoro è pensato alla maniera di un giacimento da cui estrarre posti di lavoro. La creazione di nuovo lavoro ha bisogno di persone, di relazioni tra le stesse, di significati. Ciò è oggi concretamente possibile a condizione che lo si voglia e che ci si liberi dalle tante forme di pigrizia intellettuale e di irresponsabilità politica.

Stefano Zamagni
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Ulteriori approfondimenti.

Sussidiarietà e Lavoro

lavoroxlavoroSussidarietà per una nuova socialità che mette al centro la persona e porti al ridisegno delle Istituzioni
di Franco Meloni

Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente del Comitato scientifico della Settimana sociale dei cattolici italiani (a Cagliari dal 26 al 29 ottobre sul tema, suggerito da Papa Francesco, “Il lavoro che vogliamo libero, creativo, partecipativo, solidale”), ha spiegato che il filo conduttore del Convegno sarà “il principio di sussidiarietà, che richiama un’esigenza di raccordo degli ordini civili articolandoli in modo che nessuno possa avanzare la pretesa di possedere il monopolio degli interventi sulla società”.
Sul concetto di sussidiarietà ci sembra utile fornire sintetici elementi di chiarificazione. In un secondo intervento cercheremo di ragionare sulle sue implicazioni nella gestione dei beni comuni, rispetto alla creazione di lavoro e della sua valorizzazione nei termini esplicitati dal tema convegnistico.
La sussidiarietà come principio di organizzazione sociale trova accoglimento e sistematizzazione teorica nella dottrina sociale della Chiesa cattolica. Il primo documento che la contiene è l’enciclica Rerum Novarum (1891) di papa Leone XIII. Successivamente la Chiesa ha ulteriormente elaborato il concetto attraverso le encicliche di altri Papi: Pio XI Quadragesimo Anno (1931); Giovanni XXIII Mater et magistra (1961); Giovanni Paolo II Centesimus annus (emanata nel 1991 nel centenario della “Rerum Novarum”), la quale ultima riafferma e attualizza le precedenti elaborazioni: «Disfunzioni e difetti dello Stato assistenziale derivano da un’inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune». - segue -

Il Partito sociale e il diritto alla città

umberto_boccioni_1911_the_street_enters_the_house_oil_on_canvas_100_x_100-6_cm_sprengel_museumIl Partito sociale e il diritto alla città
di Sandro De Toni, su sbilanciamoci.

23 maggio 2017 | Sezione: Alter, Italie, Società
Note a margine del volume recentemente pubblicato dalle edizioni dell’Asino, “Il partito sociale”, una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani

La lettura dell’introduzione di Giulio Marcon a “Il partito sociale” (edizioni dell’asino), una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani, mi ha sollecitato alcune annotazioni (laterali) ispirate dai teorici della “rivoluzione urbana”. Tra gli altri: Henri Lefebvre (Il Diritto alla città ed altre opere) e David Harley (vedi, ad esempio, Città ribelli).

Le tesi di Osvaldo Gnocchi Viani (1837-1917), fondatore del Partito Operaio Italiano (POI), sul socialismo, sulle camere del lavoro, le organizzazioni operaie, sul mutualismo e la cooperazione sociale, sono ancora di grande attualità. In particolare, la sua critica alla separatezza tra politica e questione sociale e la sua rivendicazione della centralità dell’autogestione e della democrazia dal basso.

Nell’organizzazione delle classi subalterne sono state due le strade perseguite storicamente dal movimento operaio.
Da un lato, una lunga storia di ricerca politica che mira al controllo operaio, all’autogestione, alla cooperazione e cosi via. La maggior parte dei tentativi di questo tipo, nel lungo periodo si sono però dimostrati irrealizzabili o assorbili dal sistema capitalista, malgrado gli sforzi e i nobili sacrifici che li hanno tenuti in vita. Il controllo dei lavoratori in unità produttive relativamente isolate raramente riesce a sopravvivere. Ogni spazio alternativo spontaneo, pur importante, è destinato a svanire; alla fine esso è riassorbito dalla prassi dominante.

Di fronte a questa difficoltà, gran parte della sinistra è giunta alla conclusione che la lotta per il commando dell’apparato statale sia l’unica. Lo Stato dovrebbe essere l’agente che controlla i circuiti del capitale e controlla le istituzioni, i poteri e i soggetti che gestiscono i flussi responsabili del perpetuarsi dei rapporti di classe nella produzione. Ma l’esperienza storica ha visto il fallimento dei paesi del socialismo reale e la debolezza delle socialdemocrazie nei confronti del neo-liberismo, nonché la perdita di potere degli stati-nazione di fronte ai fenomeni della globalizzazione.

È possibile trovare una via di mezzo tra le strade dell’autogestione e quella del controllo centralizzato statale, se nessuno delle due funziona come antidoto efficace al potere del capitale? Lefebvre e Harvey sostengono che la sinistra dovrebbe promuovere un movimento sociale urbano che rivendichi il diritto alla città per tracciare una via per la costruzione di un alternativa anticapitalista.

Vediamo perché e come.

Perché il diritto alla città? L’uso capitalistico dei fenomeni di urbanizzazione è funzionale al ciclo del capitale . Come conseguenza, viviamo in città sempre più divise, frammentate e conflittuali. L’urbanizzazione ha svolto e svolge un ruolo cruciale nell’assorbimento delle eccedenze di capitale, agendo su scala geografica sempre più ampia, ma al prezzo di processi di distruzione creativa che hanno espropriato le masse urbane di qualunque diritto alla città. L’intero programma neoliberista dell’ultimo trentennio è stato orientato alla privatizzazione del controllo dell’eccedenza. L’urbanizzazione è diventata globale anche tramite l’integrazione dei mercati finanziari mondiali.

Il rapido degrado della qualità della vita urbana ci indica che oggi la crisi ha tutte le caratteristiche per essere definita una crisi urbana. Il nostro principale compito politico – suggeriscono Lefebvre e Harvey – consiste allora nell’immaginare e ricostituire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente. Ma tutto ciò non può accadere senza la creazione di un forte movimento anticapitalista il cui principale obiettivo consista nella trasformazione della vita quotidiana nella città. Insomma, dal diritto alla città alla rivoluzione urbana.

Dobbiamo affermare il diritto alla città da parte degli espropriati, il diritto di cambiare il mondo e la vita, e di reinventare la città in modo più conforme ai nostri desideri. Questo diritto collettivo alla città (anche se la distinzione tra la città e il rurale è saltata per via dell’urbanizzazione dilagante della stessa campagna; ma ne rimane il forte valore simbolico che smuove un potente immaginario) è un diritto collettivo che può essere una parola d’ordine programmatica e un ideale politico. I produttori urbani devono sollevarsi e rivendicare il loro diritto alla città che collettivamente producono.

Dove e in quale modo si possono riunire per dare voce alle loro proteste e alle loro richieste collettive? In questi anni sono venuti alla ribalta movimenti urbani di ogni tipo che cercano di superare l’isolamento e di dare una nuova forma alla città.

Vanno costruiti meccanismi democratici alternativi per decidere come rivitalizzare la vita urbana al di fuori dei rapporti di classe dominanti. La conclusione strategica è che l’organizzazione dovrebbe pensare in termini di intervento nelle città invece di limitarsi ai luoghi di lavoro. Può sorgere una coalizione sociale e politica con una forma di organizzazione territoriale.

Dunque un “Partito sociale”, ma di quale parte della società? Gnocchi-Viani a cavallo del ‘900 faceva riferimento al proletariato. Ed oggi, quale deve essere il blocco sociale di riferimento per un partito di sinistra? Sul soggetto del cambiamento c’è un dibattito in corso tra post-operaisti e populisti democratici (vedi per le loro tesi, rispettivamente, le elaborazioni di Antonio Negri e di Carlo Formenti).

Senza sposare le tesi populiste, ritengo comunque che il blocco sociale sul quale deve poggiarsi la rinascita di un partito di sinistra a base popolare debba superare sia la vecchia centralità della fabbrica che quella dei lavoratori della conoscenza informatica mediante una presunta autonomizzazione del loro lavoro vivo dal capitale.

La classe operaia rivoluzionaria in occidente è sempre stata costituita da lavoratori urbani, piuttosto che esclusivamente da operai. Il lavoro, importante e in costante espansione, di creazione e sostegno della vita urbana è sempre più affidato a una forza lavoro non garantita e sottopagata, spesso impiegata a tempo parziale e disorganizzata. Il così detto “precariato” ha sostituito il tradizionale “proletariato”. Come affrontare la questione dei lavoratori impoveriti, precari ed emarginati, che ora costituiscono il blocco maggioritario e probabilmente più rappresentativo della forza lavoro in molte città capitaliste diventa un problema politico cruciale (in parte sovrapposto al problema delle periferie). Esiste oggi una maggioranza sociale spuria unificata dalla proletarizzazione e dalla precarietà: i lavoratori dei trasporti e della logistica, badanti e insegnanti, idraulici ed elettricisti, lavoratori ospedalieri, impiegati di banca, impiegati pubblici, ambulanti, nuovi lavoratori servili nell’economia dei servizi e del capitalismo delle reti, gli sfrattati e i senza casa, i migranti, i lavoratori autonomi di terza generazione uberizzati e messi al lavoro da qualche algoritmo.

Si deve superare a sinistra una specie di feticismo rispetto alla forma organizzativa: il centralismo democratico nei partiti comunisti e socialdemocratici. Il partito sociale va costruito dal basso in un ottica federativa. Vengono citate le esperienze delle “città ribelli”, come Barcelona en comu’, Madrid, Atene, Napoli, e si propone di tessere reti di comunità, di città-comunità. Ma occorre anche riflettere sulla dialettica tra orizzontale e verticale.

Le forme organizzative orizzontali possono funzionare per alcuni problemi di una certa portata ma presto esauriscono le proprie possibilità. Secondo David Harvey dipende dalla connessione dei sistemi. Ad esempio, l’università non è un sistema strettamente connesso. Nei sistemi strettamente connessi bisogna prendere decisioni rapide: il controllo del traffico aereo; il guasto in una centrale nucleare, l’attività in campo militare degli zapatisti,…

Pertanto non basta sostenere che le organizzazioni devono essere orizzontali. Si potrebbe utilizzare la distinzione di Saint-Simon secondo cui i livelli superiori dovrebbero riguardare la gestione delle cose e non delle persone. Una linea di demarcazione difficile rispetto alle politiche reali, ma che può tornare utile.

Altro problema: ci sono municipi ricchi e municipi quasi privi di risorse. Come si organizza la solidarietà? Solo con accordi orizzontali? Insomma, serve uno Stato. E serve anche una sorta di governo globale: basti pensare al problema del cambiamento climatico. Oppure al fenomeno epocale delle migrazioni.
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IL PUNTO DI LABSUS
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Che cosa è il diritto delle città
Fabio Giglioni – 23 maggio 2017 su LabSus

Ricorre sempre più frequentemente l’uso dell’espressione “diritto delle città”. Si tratta di una locuzione davvero difficile da afferrare in prima battuta, perché verrebbe quasi spontaneo associare questo tema al diritto degli enti locali o al diritto urbanistico, ma in entrambi i casi sfuggirebbero i motivi di questa nuova espressione. E, in effetti, la sua coniazione prescinde da questi riferimenti.

Città come creature di comunità
Riprendendo la dicotomia utilizzata da uno studioso americano molti anni fa (G.E. Frug, The city as a legal concept, in Harvard Law Review, 1980, 93, 6, 1059 ss.) ridurre le città agli enti locali o al diritto urbanistico significa ricondurre le città a “creature degli stati”, entità cioè che svolgono funzioni in quanto conferite, delegate o attribuite dallo stato mediante atti puntuali di carattere normativo. In questo senso le città verrebbero assunte come organismi – certo complessi – chiamati ad assolvere funzioni pubbliche che collimano con gli interessi dello stato.
Quando si parla, però, di diritto delle città si intende altro e, secondo la bipartizione di Frug, le città dovrebbero essere considerate come libere associazioni di soggetti che si consociano nell’uso comune di un territorio conurbato che presenta una complessità di interessi. Le città, insomma, come “creature di comunità”. In questo senso le città sono viste sempre all’interno di ordinamenti più ampi che le comprendono, ma capaci anche di esprimere potenzialità che la prima accezione manifesta solo in modo parziale. In questo senso le città eserciterebbero un’autonomia che è innanzitutto normativa, la cui fonte è direttamente data dalla politicità degli interessi rappresentati sul territorio (Giannini).
Possiamo così dire che per diritto delle città si deve intendere quel complesso di regole che governano spazi urbanizzati la cui origine trova fonte nella rappresentanza della comunità che le istituzioni cittadine interpretano e nel diretto coinvolgimento delle organizzazioni o delle individualità della società civile.

Diritto creativo delle città
In questo modo le città non vengono evidenziate tanto come soggetti chiamati ad applicare la legge, quanto come soggetti capaci di creare diritto innovativo insieme alle realtà sociali che le animano. È un diritto che dipende poco dalle leggi e che invece è alimentato dall’incontro delle esperienze sociali autoprodotte con gli interessi generali che le istituzioni cittadine sono chiamate a preservare. A svolgere questa funzione di incontro è il principio di sussidiarietà orizzontale, come affermato dall’art. 118, c. 4, cost., che obbliga infatti le autorità pubbliche a favorire le autonome iniziative di cittadini, singoli e associati, rivolte a curare le attività di interesse generale. Il diritto delle città, così, risponde anche a un disegno costituzionale ben preciso che vuole disegnare gli ordinamenti giuridici non come esperienze chiuse o impermeabili a quelle sociali, ma aperte ad esse e capaci di delineare le condizioni che ne consentano l’emancipazione da meri fatti a elementi del diritto.
Dentro questa cornice vanno collocate quelle esperienze sociali che, pur originando al di fuori di un quadro di legalità, assumono rilievo perché agenti su spazi e beni che sono andati in disuso o si trovano in stato di abbandono al fine di riattivarne l’uso per finalità sociali: ne sono un esempio gli interventi per il decoro urbano, la gestione di spazi verdi lasciati in degrado, la rigenerazione di spazi ed edifici che hanno perso la loro destinazione originaria e altro ancora.

Tre modelli di diritto creativo
Rispetto a tutto questo si delineano tre modelli di reazione delle città.
Il primo è fondato sulla tolleranza, in cui cioè le istituzioni non si prefiggono l’obiettivo specifico di “recuperare” al diritto esperienze che originano al di fuori ma allo stesso tempo ne ammettono l’esistenza e ci convivono. Naturalmente nel momento in cui questo implicito riconoscimento si stabilisce è difficile che tale condizione di tolleranza resti a lungo tale: è probabile che prima o poi questa esperienza venga riassunta nell’ambito di una condizione di sostenibilità piena giuridica e a questo esito sono interessati tanto le istituzioni quanto le realtà sociali. Il caso recente di Roma con la sentenza della Corte di conti, commentata su questa Rivista, ne è un caso esemplare.
Il secondo modello è quello che si è affermato in modo particolare a Napoli, in cui le istituzioni cittadine hanno assunto delibere puntuali attraverso cui qualificare specifici beni, come beni a uso civico urbano. Con questa definizione originale è stata ammessa la possibilità a specifiche organizzazioni collettive di gestire certi beni per assicurarne una fruizione collettiva il cui contenuto e le cui modalità sono autodeterminate secondo metodi decisionali democratici. In questo senso l’intervento del comune è essenziale sia per qualificare in modo originale certi beni, sia per svolgere quella funzione di garanzia nei confronti della cittadinanza nel suo insieme sull’uso appropriato a fini pubblici dei beni oggetto delle delibere.
Il terzo modello, infine, è quello che ha avuto origine nel comune di Bologna nel 2014 e che fa uso dei patti di collaborazione stipulati dai comuni con i cittadini in esecuzione di appositi regolamenti comunali volti a disciplinare – per l’appunto – la collaborazione tra autorità locali e cittadini. Al centro di questi patti sono sempre beni e spazi urbani verso cui vi è l’impegno alla rigenerazione a fini generali, ma in questo caso lo strumento di raccordo con le istituzioni è realizzato con un accordo negoziale. La flessibilità dello strumento negoziale consente alle parti di produrre quel diritto creativo già citato, idoneo ad assolvere specifiche funzioni e non standardizzato.
In tutti questi casi siamo in presenza di reazioni delle istituzioni pubbliche che, di fronte al manifestarsi delle “zone franche” del diritto (A. Nieto, Critica della ragion giuridica, Milano, Giuffré, 2012, 223-224), non reagiscono applicando il comando legislativo, ma producendo nuovo diritto che coesiste con quello strettamente positivo. Si tratta di tre modelli molto diversi tra loro, che esprimono un grado di formalità che non cancella del tutto l’informalità ma con diversa però capacità anche di resistere alle esigenze di legalità che potrebbero essere sempre manifestate. Il primo modello è senz’altro il più precario, il secondo è puntiforme nel senso che richiede sempre una delibera del comune per la qualificazione specifica di certi beni, mentre il terzo ha l’ambizione di delineare una soluzione più strutturale. Sono modelli diversi, non necessariamente alternativi tra loro.

Le città come ecosistema
Tutti, però, permettono di individuare interessanti analogie a raffronto con i modelli biologici prevalenti. Si dà così origine a una sorta di organizzazione complessa di poteri e interessi che riflette più da vicino il mondo vegetale rispetto a quello animale: mentre, infatti, il secondo è fondato sulla centralità di alcuni organi vitali che permettono di assegnare una sorta di priorità gerarchica ai suoi componenti, il primo è fondato su moduli coesistenti e autoorganizzati in cui si trova una pluralità di centri autonomi e reciprocamente condizionati allo stesso tempo. In altre parole, il diritto delle città appare configurare un modello ecosistemico di centri auto-organizzati coesistenti ma tenuti insieme da una regia che ne permette di sfruttare al massimo i vantaggi per le collettività.
Dietro, tuttavia, queste potenzialità esistono anche alcune insidie che è bene tener presenti al fine di contenere alcuni rischi. Il rischio maggiore di questi sistemi è ovviamente produrre nuove esclusioni che possono essere date dalla disponibilità dei patrimoni, dalla cultura e dalla differente distribuzione delle conoscenze. Anche per questo il diritto delle città deve trovare forme di convivenza con il diritto più tradizionale, affinché le potenzialità di entrambi vengano messe a frutto pienamente.

Dibattito sulla città e sul suo ruolo. E’ ora che finisca il silenzio degli intellettuali.

comune-ca-in-riparazCagliari, il problema non sono i massoni, ma gli intellettuali che non volano come i fenicotteri.
di Paolo Fadda

Sul tema lanciato dallo scrittore Giorgio Todde su SardiniaPost col suo editoriale dal titolo “Alla fine i fenicotteri sconfiggeranno i massoni” (ripreso da eddyburg e da aladinews), interviene Paolo Fadda, economista e storico della città di Cagliari.

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Come contrastare la crescente povertà? Il quadro inedito. Ragioniamoci, aiutati dal sociologo Remo Siza.

quadro-di-anna-cNei margini estremi della società italiana
di Remo Siza su Aladinews

INSIEME SENZA MURI

Domani sabato 20 maggio 2017, a Milano
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senza-muri-miCorriere della Sera online. BERGAMO
La proposta di iniziativa popolare presentata dal sindaco e da altri politici in Senato. «Il sistema attuale non funziona»
Immigrati e profughi «Cambiamo la legge»
Gori c’è, il Pd no

La proposta di iniziativa popolare presentata dal sindaco e da altri politici in Senato. «Il sistema attuale non funziona»
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‘Sì all’accoglienza’, Milano come Barcellona: anche Virzì e Bonino alla grande marcia per i migranti
“20 maggio senza muri”, la mobilitazione nazionale lanciata dal Comune, “contro il razzismo e la paura”. Oltre 100 adesioni, anche Claudio Bisio e Carlo Petrini, tra le associazioni c’è Emergency. Don Colmegna: “Petizione nazionale per cambiare la legge Bossi-Fini”
di Zita Dazzi su La Repubblica online.

Oggi venerdì 19 maggio 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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democraziaoggiRestituire la fiducia ai mercati batte la crisi? Falso.
19 Maggio 2017
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Per capire perché le istituzioni che compongono la “Troika” sono arrivate a pretendere l’esercizio di un controllo esterno sui bilanci e sulle decisioni di politica economica degli Stati membri dell’Unione Europea, in particolare di quelli meridionali, occorre considerare le cause che hanno determinato le difficoltà nella gestione dei loro conti pubblici […].
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loc-19-mag17Stasera, venerdì 19 maggio 2017, dalle ore 17.
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Stasera, venerdì 19 maggio 2017, dalle ore 18,30.
Il Percorso umano del Cardinal Martini
Evento organizzato da CVX LMS Cagliari, in via Enrico Sanjust (Facoltà Teologica), Cagliari martini———————————————————————————–
Domani sabato 20 maggio 2017, a Milano
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Partecipazione popolare. Oggi più agevole in Spagna (e in Catalogna) che in Italia (e in Sardegna)

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unica-10-5-17Università. Inizia la conferenza del prof. Oriol Nel.lo sull’esperienza di “trasformazione della città con la partecipazione dei cittadini”, progetto di rigenerazione dei quartieri di Barcellona. Buone pratiche che speriamo siano intelligentemente applicate anche nella nostra città.
Per l’Osservatorio Beni Comuni della Sardegna presenti Paolo Erasmo e Franco Meloni.
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oriol2 Bravo il prof. Nel.lo Oriol, coordinatore del piano di rigenerazione dei quartieri di Barcellona, che ha saputo in poco tempo rappresentare un progetto complesso. Equità, Diritto alla città, Partecipazione dei cittadini, sono i capisaldo del progetto. Per i cittadini con i cittadini, che vengono dotati di strumenti concreti di gestione della cosa pubblica. Si tratta della pratica della “sussidiarietà orizzontale” che trova nei “beni comuni urbani” uno dei “luoghi” più favorevoli di intervento. Dobbiamo però prendere atto che la “politica” oggi contrasta la partecipazione popolare vedendola come “disturbo”.
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oriol3 Tra gli intervenuti nel dibattito [Manuela Abis, Ester Cois, Anna maria Colavitti, Franco Meloni, Francesca Ghirra e altri, con gli organizzatori Bibo Cecchini e Ivan Blečić] il prof. Francesco Indovina: il progetto che ci ha presentato Oriol è politico. Non riduciamolo a tecnicalità.
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Chi vuole sentire ancora il prof. Oriol può partecipare stasera alla presentazione di un suo libro sulla partecipazione urbana, alle 17.30 al Centro Sociale Ex-Me via Antonio Sanna 17 a Pirri. Attenzione Ex-me non Ex-ma.
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Il volume “Transformar la ciutata amb la ciutadania”, punto di partenza della conferenza, è disponibile qui:
http://media-edg.barcelona.cat/wp-content/uploads/2017/03/20140501/Transformar-la-ciutat-low.pdf