Democrazia partecipativa

Il Partito sociale e il diritto alla città

umberto_boccioni_1911_the_street_enters_the_house_oil_on_canvas_100_x_100-6_cm_sprengel_museumIl Partito sociale e il diritto alla città
di Sandro De Toni, su sbilanciamoci.

23 maggio 2017 | Sezione: Alter, Italie, Società
Note a margine del volume recentemente pubblicato dalle edizioni dell’Asino, “Il partito sociale”, una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani

La lettura dell’introduzione di Giulio Marcon a “Il partito sociale” (edizioni dell’asino), una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani, mi ha sollecitato alcune annotazioni (laterali) ispirate dai teorici della “rivoluzione urbana”. Tra gli altri: Henri Lefebvre (Il Diritto alla città ed altre opere) e David Harley (vedi, ad esempio, Città ribelli).

Le tesi di Osvaldo Gnocchi Viani (1837-1917), fondatore del Partito Operaio Italiano (POI), sul socialismo, sulle camere del lavoro, le organizzazioni operaie, sul mutualismo e la cooperazione sociale, sono ancora di grande attualità. In particolare, la sua critica alla separatezza tra politica e questione sociale e la sua rivendicazione della centralità dell’autogestione e della democrazia dal basso.

Nell’organizzazione delle classi subalterne sono state due le strade perseguite storicamente dal movimento operaio.
Da un lato, una lunga storia di ricerca politica che mira al controllo operaio, all’autogestione, alla cooperazione e cosi via. La maggior parte dei tentativi di questo tipo, nel lungo periodo si sono però dimostrati irrealizzabili o assorbili dal sistema capitalista, malgrado gli sforzi e i nobili sacrifici che li hanno tenuti in vita. Il controllo dei lavoratori in unità produttive relativamente isolate raramente riesce a sopravvivere. Ogni spazio alternativo spontaneo, pur importante, è destinato a svanire; alla fine esso è riassorbito dalla prassi dominante.

Di fronte a questa difficoltà, gran parte della sinistra è giunta alla conclusione che la lotta per il commando dell’apparato statale sia l’unica. Lo Stato dovrebbe essere l’agente che controlla i circuiti del capitale e controlla le istituzioni, i poteri e i soggetti che gestiscono i flussi responsabili del perpetuarsi dei rapporti di classe nella produzione. Ma l’esperienza storica ha visto il fallimento dei paesi del socialismo reale e la debolezza delle socialdemocrazie nei confronti del neo-liberismo, nonché la perdita di potere degli stati-nazione di fronte ai fenomeni della globalizzazione.

È possibile trovare una via di mezzo tra le strade dell’autogestione e quella del controllo centralizzato statale, se nessuno delle due funziona come antidoto efficace al potere del capitale? Lefebvre e Harvey sostengono che la sinistra dovrebbe promuovere un movimento sociale urbano che rivendichi il diritto alla città per tracciare una via per la costruzione di un alternativa anticapitalista.

Vediamo perché e come.

Perché il diritto alla città? L’uso capitalistico dei fenomeni di urbanizzazione è funzionale al ciclo del capitale . Come conseguenza, viviamo in città sempre più divise, frammentate e conflittuali. L’urbanizzazione ha svolto e svolge un ruolo cruciale nell’assorbimento delle eccedenze di capitale, agendo su scala geografica sempre più ampia, ma al prezzo di processi di distruzione creativa che hanno espropriato le masse urbane di qualunque diritto alla città. L’intero programma neoliberista dell’ultimo trentennio è stato orientato alla privatizzazione del controllo dell’eccedenza. L’urbanizzazione è diventata globale anche tramite l’integrazione dei mercati finanziari mondiali.

Il rapido degrado della qualità della vita urbana ci indica che oggi la crisi ha tutte le caratteristiche per essere definita una crisi urbana. Il nostro principale compito politico – suggeriscono Lefebvre e Harvey – consiste allora nell’immaginare e ricostituire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente. Ma tutto ciò non può accadere senza la creazione di un forte movimento anticapitalista il cui principale obiettivo consista nella trasformazione della vita quotidiana nella città. Insomma, dal diritto alla città alla rivoluzione urbana.

Dobbiamo affermare il diritto alla città da parte degli espropriati, il diritto di cambiare il mondo e la vita, e di reinventare la città in modo più conforme ai nostri desideri. Questo diritto collettivo alla città (anche se la distinzione tra la città e il rurale è saltata per via dell’urbanizzazione dilagante della stessa campagna; ma ne rimane il forte valore simbolico che smuove un potente immaginario) è un diritto collettivo che può essere una parola d’ordine programmatica e un ideale politico. I produttori urbani devono sollevarsi e rivendicare il loro diritto alla città che collettivamente producono.

Dove e in quale modo si possono riunire per dare voce alle loro proteste e alle loro richieste collettive? In questi anni sono venuti alla ribalta movimenti urbani di ogni tipo che cercano di superare l’isolamento e di dare una nuova forma alla città.

Vanno costruiti meccanismi democratici alternativi per decidere come rivitalizzare la vita urbana al di fuori dei rapporti di classe dominanti. La conclusione strategica è che l’organizzazione dovrebbe pensare in termini di intervento nelle città invece di limitarsi ai luoghi di lavoro. Può sorgere una coalizione sociale e politica con una forma di organizzazione territoriale.

Dunque un “Partito sociale”, ma di quale parte della società? Gnocchi-Viani a cavallo del ‘900 faceva riferimento al proletariato. Ed oggi, quale deve essere il blocco sociale di riferimento per un partito di sinistra? Sul soggetto del cambiamento c’è un dibattito in corso tra post-operaisti e populisti democratici (vedi per le loro tesi, rispettivamente, le elaborazioni di Antonio Negri e di Carlo Formenti).

Senza sposare le tesi populiste, ritengo comunque che il blocco sociale sul quale deve poggiarsi la rinascita di un partito di sinistra a base popolare debba superare sia la vecchia centralità della fabbrica che quella dei lavoratori della conoscenza informatica mediante una presunta autonomizzazione del loro lavoro vivo dal capitale.

La classe operaia rivoluzionaria in occidente è sempre stata costituita da lavoratori urbani, piuttosto che esclusivamente da operai. Il lavoro, importante e in costante espansione, di creazione e sostegno della vita urbana è sempre più affidato a una forza lavoro non garantita e sottopagata, spesso impiegata a tempo parziale e disorganizzata. Il così detto “precariato” ha sostituito il tradizionale “proletariato”. Come affrontare la questione dei lavoratori impoveriti, precari ed emarginati, che ora costituiscono il blocco maggioritario e probabilmente più rappresentativo della forza lavoro in molte città capitaliste diventa un problema politico cruciale (in parte sovrapposto al problema delle periferie). Esiste oggi una maggioranza sociale spuria unificata dalla proletarizzazione e dalla precarietà: i lavoratori dei trasporti e della logistica, badanti e insegnanti, idraulici ed elettricisti, lavoratori ospedalieri, impiegati di banca, impiegati pubblici, ambulanti, nuovi lavoratori servili nell’economia dei servizi e del capitalismo delle reti, gli sfrattati e i senza casa, i migranti, i lavoratori autonomi di terza generazione uberizzati e messi al lavoro da qualche algoritmo.

Si deve superare a sinistra una specie di feticismo rispetto alla forma organizzativa: il centralismo democratico nei partiti comunisti e socialdemocratici. Il partito sociale va costruito dal basso in un ottica federativa. Vengono citate le esperienze delle “città ribelli”, come Barcelona en comu’, Madrid, Atene, Napoli, e si propone di tessere reti di comunità, di città-comunità. Ma occorre anche riflettere sulla dialettica tra orizzontale e verticale.

Le forme organizzative orizzontali possono funzionare per alcuni problemi di una certa portata ma presto esauriscono le proprie possibilità. Secondo David Harvey dipende dalla connessione dei sistemi. Ad esempio, l’università non è un sistema strettamente connesso. Nei sistemi strettamente connessi bisogna prendere decisioni rapide: il controllo del traffico aereo; il guasto in una centrale nucleare, l’attività in campo militare degli zapatisti,…

Pertanto non basta sostenere che le organizzazioni devono essere orizzontali. Si potrebbe utilizzare la distinzione di Saint-Simon secondo cui i livelli superiori dovrebbero riguardare la gestione delle cose e non delle persone. Una linea di demarcazione difficile rispetto alle politiche reali, ma che può tornare utile.

Altro problema: ci sono municipi ricchi e municipi quasi privi di risorse. Come si organizza la solidarietà? Solo con accordi orizzontali? Insomma, serve uno Stato. E serve anche una sorta di governo globale: basti pensare al problema del cambiamento climatico. Oppure al fenomeno epocale delle migrazioni.
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IL PUNTO DI LABSUS
labsus
Che cosa è il diritto delle città
Fabio Giglioni – 23 maggio 2017 su LabSus

Ricorre sempre più frequentemente l’uso dell’espressione “diritto delle città”. Si tratta di una locuzione davvero difficile da afferrare in prima battuta, perché verrebbe quasi spontaneo associare questo tema al diritto degli enti locali o al diritto urbanistico, ma in entrambi i casi sfuggirebbero i motivi di questa nuova espressione. E, in effetti, la sua coniazione prescinde da questi riferimenti.

Città come creature di comunità
Riprendendo la dicotomia utilizzata da uno studioso americano molti anni fa (G.E. Frug, The city as a legal concept, in Harvard Law Review, 1980, 93, 6, 1059 ss.) ridurre le città agli enti locali o al diritto urbanistico significa ricondurre le città a “creature degli stati”, entità cioè che svolgono funzioni in quanto conferite, delegate o attribuite dallo stato mediante atti puntuali di carattere normativo. In questo senso le città verrebbero assunte come organismi – certo complessi – chiamati ad assolvere funzioni pubbliche che collimano con gli interessi dello stato.
Quando si parla, però, di diritto delle città si intende altro e, secondo la bipartizione di Frug, le città dovrebbero essere considerate come libere associazioni di soggetti che si consociano nell’uso comune di un territorio conurbato che presenta una complessità di interessi. Le città, insomma, come “creature di comunità”. In questo senso le città sono viste sempre all’interno di ordinamenti più ampi che le comprendono, ma capaci anche di esprimere potenzialità che la prima accezione manifesta solo in modo parziale. In questo senso le città eserciterebbero un’autonomia che è innanzitutto normativa, la cui fonte è direttamente data dalla politicità degli interessi rappresentati sul territorio (Giannini).
Possiamo così dire che per diritto delle città si deve intendere quel complesso di regole che governano spazi urbanizzati la cui origine trova fonte nella rappresentanza della comunità che le istituzioni cittadine interpretano e nel diretto coinvolgimento delle organizzazioni o delle individualità della società civile.

Diritto creativo delle città
In questo modo le città non vengono evidenziate tanto come soggetti chiamati ad applicare la legge, quanto come soggetti capaci di creare diritto innovativo insieme alle realtà sociali che le animano. È un diritto che dipende poco dalle leggi e che invece è alimentato dall’incontro delle esperienze sociali autoprodotte con gli interessi generali che le istituzioni cittadine sono chiamate a preservare. A svolgere questa funzione di incontro è il principio di sussidiarietà orizzontale, come affermato dall’art. 118, c. 4, cost., che obbliga infatti le autorità pubbliche a favorire le autonome iniziative di cittadini, singoli e associati, rivolte a curare le attività di interesse generale. Il diritto delle città, così, risponde anche a un disegno costituzionale ben preciso che vuole disegnare gli ordinamenti giuridici non come esperienze chiuse o impermeabili a quelle sociali, ma aperte ad esse e capaci di delineare le condizioni che ne consentano l’emancipazione da meri fatti a elementi del diritto.
Dentro questa cornice vanno collocate quelle esperienze sociali che, pur originando al di fuori di un quadro di legalità, assumono rilievo perché agenti su spazi e beni che sono andati in disuso o si trovano in stato di abbandono al fine di riattivarne l’uso per finalità sociali: ne sono un esempio gli interventi per il decoro urbano, la gestione di spazi verdi lasciati in degrado, la rigenerazione di spazi ed edifici che hanno perso la loro destinazione originaria e altro ancora.

Tre modelli di diritto creativo
Rispetto a tutto questo si delineano tre modelli di reazione delle città.
Il primo è fondato sulla tolleranza, in cui cioè le istituzioni non si prefiggono l’obiettivo specifico di “recuperare” al diritto esperienze che originano al di fuori ma allo stesso tempo ne ammettono l’esistenza e ci convivono. Naturalmente nel momento in cui questo implicito riconoscimento si stabilisce è difficile che tale condizione di tolleranza resti a lungo tale: è probabile che prima o poi questa esperienza venga riassunta nell’ambito di una condizione di sostenibilità piena giuridica e a questo esito sono interessati tanto le istituzioni quanto le realtà sociali. Il caso recente di Roma con la sentenza della Corte di conti, commentata su questa Rivista, ne è un caso esemplare.
Il secondo modello è quello che si è affermato in modo particolare a Napoli, in cui le istituzioni cittadine hanno assunto delibere puntuali attraverso cui qualificare specifici beni, come beni a uso civico urbano. Con questa definizione originale è stata ammessa la possibilità a specifiche organizzazioni collettive di gestire certi beni per assicurarne una fruizione collettiva il cui contenuto e le cui modalità sono autodeterminate secondo metodi decisionali democratici. In questo senso l’intervento del comune è essenziale sia per qualificare in modo originale certi beni, sia per svolgere quella funzione di garanzia nei confronti della cittadinanza nel suo insieme sull’uso appropriato a fini pubblici dei beni oggetto delle delibere.
Il terzo modello, infine, è quello che ha avuto origine nel comune di Bologna nel 2014 e che fa uso dei patti di collaborazione stipulati dai comuni con i cittadini in esecuzione di appositi regolamenti comunali volti a disciplinare – per l’appunto – la collaborazione tra autorità locali e cittadini. Al centro di questi patti sono sempre beni e spazi urbani verso cui vi è l’impegno alla rigenerazione a fini generali, ma in questo caso lo strumento di raccordo con le istituzioni è realizzato con un accordo negoziale. La flessibilità dello strumento negoziale consente alle parti di produrre quel diritto creativo già citato, idoneo ad assolvere specifiche funzioni e non standardizzato.
In tutti questi casi siamo in presenza di reazioni delle istituzioni pubbliche che, di fronte al manifestarsi delle “zone franche” del diritto (A. Nieto, Critica della ragion giuridica, Milano, Giuffré, 2012, 223-224), non reagiscono applicando il comando legislativo, ma producendo nuovo diritto che coesiste con quello strettamente positivo. Si tratta di tre modelli molto diversi tra loro, che esprimono un grado di formalità che non cancella del tutto l’informalità ma con diversa però capacità anche di resistere alle esigenze di legalità che potrebbero essere sempre manifestate. Il primo modello è senz’altro il più precario, il secondo è puntiforme nel senso che richiede sempre una delibera del comune per la qualificazione specifica di certi beni, mentre il terzo ha l’ambizione di delineare una soluzione più strutturale. Sono modelli diversi, non necessariamente alternativi tra loro.

Le città come ecosistema
Tutti, però, permettono di individuare interessanti analogie a raffronto con i modelli biologici prevalenti. Si dà così origine a una sorta di organizzazione complessa di poteri e interessi che riflette più da vicino il mondo vegetale rispetto a quello animale: mentre, infatti, il secondo è fondato sulla centralità di alcuni organi vitali che permettono di assegnare una sorta di priorità gerarchica ai suoi componenti, il primo è fondato su moduli coesistenti e autoorganizzati in cui si trova una pluralità di centri autonomi e reciprocamente condizionati allo stesso tempo. In altre parole, il diritto delle città appare configurare un modello ecosistemico di centri auto-organizzati coesistenti ma tenuti insieme da una regia che ne permette di sfruttare al massimo i vantaggi per le collettività.
Dietro, tuttavia, queste potenzialità esistono anche alcune insidie che è bene tener presenti al fine di contenere alcuni rischi. Il rischio maggiore di questi sistemi è ovviamente produrre nuove esclusioni che possono essere date dalla disponibilità dei patrimoni, dalla cultura e dalla differente distribuzione delle conoscenze. Anche per questo il diritto delle città deve trovare forme di convivenza con il diritto più tradizionale, affinché le potenzialità di entrambi vengano messe a frutto pienamente.

Dibattito sulla città e sul suo ruolo. E’ ora che finisca il silenzio degli intellettuali.

comune-ca-in-riparazCagliari, il problema non sono i massoni, ma gli intellettuali che non volano come i fenicotteri.
di Paolo Fadda

Sul tema lanciato dallo scrittore Giorgio Todde su SardiniaPost col suo editoriale dal titolo “Alla fine i fenicotteri sconfiggeranno i massoni” (ripreso da eddyburg e da aladinews), interviene Paolo Fadda, economista e storico della città di Cagliari.

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Come contrastare la crescente povertà? Il quadro inedito. Ragioniamoci, aiutati dal sociologo Remo Siza.

quadro-di-anna-cNei margini estremi della società italiana
di Remo Siza su Aladinews

INSIEME SENZA MURI

Domani sabato 20 maggio 2017, a Milano
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senza-muri-miCorriere della Sera online. BERGAMO
La proposta di iniziativa popolare presentata dal sindaco e da altri politici in Senato. «Il sistema attuale non funziona»
Immigrati e profughi «Cambiamo la legge»
Gori c’è, il Pd no

La proposta di iniziativa popolare presentata dal sindaco e da altri politici in Senato. «Il sistema attuale non funziona»
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‘Sì all’accoglienza’, Milano come Barcellona: anche Virzì e Bonino alla grande marcia per i migranti
“20 maggio senza muri”, la mobilitazione nazionale lanciata dal Comune, “contro il razzismo e la paura”. Oltre 100 adesioni, anche Claudio Bisio e Carlo Petrini, tra le associazioni c’è Emergency. Don Colmegna: “Petizione nazionale per cambiare la legge Bossi-Fini”
di Zita Dazzi su La Repubblica online.

Oggi venerdì 19 maggio 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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democraziaoggiRestituire la fiducia ai mercati batte la crisi? Falso.
19 Maggio 2017
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Per capire perché le istituzioni che compongono la “Troika” sono arrivate a pretendere l’esercizio di un controllo esterno sui bilanci e sulle decisioni di politica economica degli Stati membri dell’Unione Europea, in particolare di quelli meridionali, occorre considerare le cause che hanno determinato le difficoltà nella gestione dei loro conti pubblici […].
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loc-19-mag17Stasera, venerdì 19 maggio 2017, dalle ore 17.
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Stasera, venerdì 19 maggio 2017, dalle ore 18,30.
Il Percorso umano del Cardinal Martini
Evento organizzato da CVX LMS Cagliari, in via Enrico Sanjust (Facoltà Teologica), Cagliari martini———————————————————————————–
Domani sabato 20 maggio 2017, a Milano
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Partecipazione popolare. Oggi più agevole in Spagna (e in Catalogna) che in Italia (e in Sardegna)

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unica-10-5-17Università. Inizia la conferenza del prof. Oriol Nel.lo sull’esperienza di “trasformazione della città con la partecipazione dei cittadini”, progetto di rigenerazione dei quartieri di Barcellona. Buone pratiche che speriamo siano intelligentemente applicate anche nella nostra città.
Per l’Osservatorio Beni Comuni della Sardegna presenti Paolo Erasmo e Franco Meloni.
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oriol2 Bravo il prof. Nel.lo Oriol, coordinatore del piano di rigenerazione dei quartieri di Barcellona, che ha saputo in poco tempo rappresentare un progetto complesso. Equità, Diritto alla città, Partecipazione dei cittadini, sono i capisaldo del progetto. Per i cittadini con i cittadini, che vengono dotati di strumenti concreti di gestione della cosa pubblica. Si tratta della pratica della “sussidiarietà orizzontale” che trova nei “beni comuni urbani” uno dei “luoghi” più favorevoli di intervento. Dobbiamo però prendere atto che la “politica” oggi contrasta la partecipazione popolare vedendola come “disturbo”.
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oriol3 Tra gli intervenuti nel dibattito [Manuela Abis, Ester Cois, Anna maria Colavitti, Franco Meloni, Francesca Ghirra e altri, con gli organizzatori Bibo Cecchini e Ivan Blečić] il prof. Francesco Indovina: il progetto che ci ha presentato Oriol è politico. Non riduciamolo a tecnicalità.
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Chi vuole sentire ancora il prof. Oriol può partecipare stasera alla presentazione di un suo libro sulla partecipazione urbana, alle 17.30 al Centro Sociale Ex-Me via Antonio Sanna 17 a Pirri. Attenzione Ex-me non Ex-ma.
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Il volume “Transformar la ciutata amb la ciutadania”, punto di partenza della conferenza, è disponibile qui:
http://media-edg.barcelona.cat/wp-content/uploads/2017/03/20140501/Transformar-la-ciutat-low.pdf

Trasformare la città con i cittadini

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Il volume “Transformar la ciutata amb la ciutadania”, punto di partenza della conferenza, è disponibile qui:
http://media-edg.barcelona.cat/wp-content/uploads/2017/03/20140501/Transformar-la-ciutat-low.pdf

Oggi mercoledì 10 maggio 2017

itisSistema ITS
Incontri in Sardegna: http://www.regione.sardegna.it/j/v/2269?s=336867&v=2&c=12458&t=1
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sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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Il senso del lavoro oggi. Famiglia, giovani, generazioni a confronto sul presente e sul futuro del lavoro
13 MAGGIO 2017 – 9.00 – 13.30 Palazzo Rospigliosi, Roma
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Punta de billete per domenica 14 maggio 2017. Approfondimenti.
locandina14-05-17

Democrazia partecipativa – Partecipazione popolare – Sussidiarietà orizzontale – Beni comuni – Beni comuni urbani

unica-10-5-17Transformar la ciutata amb la ciutadania. Transformar la ciudades con la ciudadanía – Trasformare la città con i cittadini- Importante iniziativa all’Università.
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labsusLa cura dei beni comuni dai classici ai servizi ecosistemici
Marco Frey – 8 maggio 2017, su LabSus.
Il tema dei beni comuni è da alcuni anni molto à la page, in quanto associato alla garanzia dell’accesso a diritti fondamentali e a nuove forme di partecipazione attiva dei cittadini in una logica di sussidiarietà orizzontale. Si tratta di una questione intrinsecamente interdisciplinare, avendo una chiara matrice giuridica, ma chiamando in causa al [...]
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Arregordarì – Punta de billete – Ricordati – Save the date.
beni-comuniLunedì 29 maggio, dalle ore 17.30, in un’aula della Facoltà economico-giuridica-sociale dell’Università di Cagliari: Giornata di approfondimento su Sussidiarietà orizzontale e Beni Comuni. A cura dell’Osservatorio dei Beni Comuni – Cagliari.

“Guerra dei Commons”. IL CASO ROMA: sfratto a volontariato e associazionismo. Ma la Corte dei Conti ci ripensa

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di Fiorella Farinelli, su Rocca.

Una grandinata di sfratti, da gennaio a oggi, sulle associazioni di volontariato e sugli enti non profit della città di Roma. Tra le prime vittime, due Centri di promozione culturale e di aggregazione giovanile, il primo asilo multietnico della città, le tre più importanti scuole popolari di musica, la Casa dei diritti sociali dell’Esquilino per l’integrazione di immigrati e rifugiati, l’Istituto Vaccari di riabilitazione dei disabili, il Centro di Neuropsichiatria Infantile di San Lorenzo collegato alla Sapienza. Via dalle sedi avute in concessione o in comodato dal Comune, a meno di pagare risarcimenti milionari per presunti danni erariali.

Nei primi elenchi, ci sono i nomi più noti e le esperienze più consolidate della cooperazione sociale e dell’iniziativa culturale della città. Un tessuto vitale e articolatissimo di attività all’insegna della gratuità, del volontariato, della solidarietà. Scuole di italiano per migranti, luoghi in cui si assistono i senza fissa dimora, si aiutano i malati di Sla, si supportano gli anziani fragili, si fa musicoterapia, si coltiva il trasferimento intergenerazionale della memoria, si offrono attività sportive, si fanno letture, teatro, incontri culturali. Presìdi essenziali di socialità e di impegno civile che contrastano degradi e povertà, esclusioni e marginalità, nel centro e nelle periferie. Correnti di aria buona anche nei luoghi più difficili, ospedali, carceri, centri di accoglienza, casefamiglia. A intimare gli sfratti sono la Corte dei Conti, e la stessa amministrazione capitolina, che pure è la prima responsabile di irregolarità, sciatterie amministrative, mancati controlli di qualità, forse anche qualche concessione clientelare, su cui si è accesa l’attenzione della Corte. Tra le prime 200 associazioni coinvolte – ma di potenziali destinatarie ce ne sono altre 700 – ci sono anche le colonne della solidarietà sociale romana, Caritas, Sant’Egidio, Centro Astalli. Alcune hanno ricevuto solo la notifica di sfratto, altre sono già state costrette dalla forza pubblica ad andarsene o hanno abbandonato la partita. Attività che cessano, nuovi vuoti che si spalancano in una città assediata da mille diverse difficoltà cui le istituzioni pubbliche non pongono rimedio.

la guerra al privato sociale
Anche se lo scandalo di «Mafia Capitale» ha avuto tra i suoi effetti collaterali quello di alimentare nell’opinione pubblica i peggiori sospetti sull’intero mondo del privato sociale, oggi in città sono in molti ad intuire che questa volta non si tratta di uno dei ricorrenti episodi di una sempiterna «Affittopoli». Al centro non ci sono infatti i soliti immobili di proprietà pubblica dati in affitto chissà perché a canoni scandalosamente bassi, né i fenomeni di corruzione o di traffico di influenze che assediano diffusamente, e non solo a Roma, la gestione del patrimonio immobiliare pubblico. Sebbene parte della stampa e della politica confondano più o meno volutamente i due diversi ambiti, è sempre più evidente che la guerra che si sta combattendo nella capitale è di tutt’altra pasta. Perché riguarda in primo luogo la legittimità o meno della destinazione a fini sociali e culturali, e non al reddito, di una parte, in verità modesta, dello sterminato patrimonio immobiliare del Comune di Roma (989 spazi su un totale di 50.499). Non a caso c’è chi la chiama «la guerra dei commons», la guerra sui beni comuni, la stessa che si sta combattendo in altre città, dovunque sia diventata particolarmente aggressiva – e politicamente sostenuta – l’idea che il patrimonio immobiliare pubblico debba essere tutto e senza eccezione alcuna destinato unicamente a «fare cassa», ad essere cioè affittato o venduto a prezzi di mercato. Per ripianare i debiti delle amministrazioni pubbliche, si dice, ma anche per una precisa strategia politica, e in via di principio.

bene pubblico come bene di tutti

Ad essere minacciata, infatti, è l’idea stessa del bene pubblico come bene di tutti, il cui utilizzo deve essere ispirato all’interesse generale. Quindi anche alla promozione della cultura, alla solidarietà sociale, al benessere dei cittadini. Una guerra difficile, nei tempi agri che stiamo vivendo. Che si intreccia alle contrarietà, più o meno esplicite in una fase di restaurazione del centralismo statalista, a quanto definito nell’articolo 118 della Costituzione, dove si dice che i poteri pubblici devono favorire le «autonome iniziative dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale». Un principio importante quello della «sussidiarietà», perché il pubblico da solo non è in grado di fare tutto quello che occorrerebbe e di farlo bene, perché volontariato e associazionismo sono una risorsa fondamentale della partecipazione civile e democratica, perché pubblico e privato sociale dovrebbero collaborare, con regole e progetti condivisi, al perseguimento del «bene comune». È scritto, oltre che nel testo costituzionale, anche negli statuti della maggior parte dei Comuni italiani.
In discussione, quindi, a Roma e in altre città, ci sono di questi tempi cose della massima importanza, che vanno ben al di là delle buche da riempire e dei rifiuti da smaltire. Ed è una buona notizia, in questo quadro, che in un certo numero di realtà locali, da Napoli a Bologna, si siano di recente approvati nuovi Regolamenti sull’utilizzo sociale della proprietà pubblica, e sulla collaborazione anche in questo campo tra istituzioni pubbliche e privato sociale.

la solita delega alla magistratura
Succederà prima o poi anche a Roma? Si risolverà positivamente, a colpi di ricorsi e di sentenze, l’attuale guerra dei commons? Qualche spiraglio si comincia a intravvedere, ma ancora non è detto. Tra le caratteristiche negative della situazione romana c’è stata finora la straordinaria reticenza di una politica locale che, da gennaio a oggi, non è stata capace di assumersi la responsabilità di una discussione pubblica su una vicenda così importante. Da una parte – quella che si è alternata al governo della città negli ultimi due decenni – per paura di essere messa in croce come responsabile di ciò che è successo e sta succedendo. Dall’altra – quella attualmente al governo – per poter rimbalzare su chi è venuto prima tutte le colpe e le difficoltà dell’oggi.
Ma comune a entrambe sembra essere la solita tendenza a lasciare che sulle situazioni più difficili da sbrogliare sia la magistratura – in questo caso quella contabile – ad avere la prima e l’ultima parola. È stata proprio l’incapacità della politica di riconoscere apertamente come giusta e appropriata la decisione (1996, giunta Rutelli) di destinare a fini sociali e culturali 989 proprietà pubbliche e di affidarle a questo scopo ad associazioni in cambio del pagamento di un canone pari al 20% dei prezzi di mercato, a produrre l’enorme vuoto entro cui la Corte dei Conti – o meglio un suo viceprocuratore – ha imbastito il suo processo. Il cui esito è stato, appunto, l’intimazione alle associazioni assegnatarie di risarcimenti pesantissimi calcolati su un ipotetico mancato introito del Comune secondo i prezzi di mercato moltiplicati per gli anni della concessione. Cui si è aggiunta un’altra richiesta di risarcimento, questa volta ai dirigenti pubblici del Comune (e non, bizzarramente, alle amministrazioni politiche che sono state responsabili delle scelte fatte e di quelle non fatte) per non aver aggiornato i canoni e per non aver perfezionato alcuni iter burocratici: col risultato che, per difendersi, anche i dirigenti pubblici hanno cominciato ad inviare alle associazioni le notifiche di sfratto. Senza la capacità o la volontà politica, da parte di chi amministra oggi la città, di mettervi freno.

un ravvedimento della Corte dei Conti
Sembrava inestricabile, dunque, la vicenda. E destinato a perdere il movimento nato in questi mesi in difesa delle associazioni e del valore dei «beni comuni». Fino a qualche giorno fa in cui, grazie a un ricorso ben congegnato dai legali che lo assistono, è stata la stessa Procura generale della Corte dei Conti a dover prendere le distanze dal suo viceprocuratore. Con una sentenza che, sebbene limitata a due soli casi di sfratto, ha però riconosciuto ciò che serve per venire a capo dell’intera situazione. Cioè che le irregolarità e le sciatterie amministrative, che certo ci sono state da parte del Comune, così come i comportamenti non corretti che possono esserci stati da parte di alcune associazioni, seb- bene punibili e da punire, non cancellano però ciò che nel 1996 venne deciso e che non è stato mai modificato dalle successi- ve amministrazioni della città, cioè la destinazione a fini sociali e culturali di un certo numero di proprietà immobiliari pubbliche del Comune.

controllo, confronto, impegni reciproci
Non solo. Nella sentenza c’è anche la richiesta all’amministrazione capitolina, oltre che di procedere alle regolarizzazioni di ciò che negli anni non è stato perfettamente regolarizzato, anche di verificare la qualità effettiva, e la coerenza con la destinazione d’uso dei locali, delle attività svolte dalle associazioni. Che è quello che occorre per evitare, come spesso succede in questi casi, di fare di ogni erba un fascio, i migliori e i peggiori, i generosi e i furbastri, quelli che hanno sempre pagato regolarmente e quelli che hanno approfittato delle inerzie del Comune. E quindi di procedere, come spesso succede, a sanatorie valide per tutti, e indipendentemente dai contesti.
Perché le associazioni beneficiarie delle concessioni non sono tutte eguali, e tutte egualmente meritevoli di continuare a godere di locali ad affitto agevolatissimo, e perché l’Amministrazione ha il dovere di controllare puntualmente ciò che si fa, e di fare veri e propri bilanci sociali delle attività basati su indicatori oggettivi. Che è quello che il movimento dei «commons» sta chiedendo da settimane all’amministrazione capitolina anche in modo propositivo e costruttivo. Sedersi a un tavolo comune, definire regole condivise, stilare elenchi di priorità, progettare insieme, assumere impegni reciproci. La partecipazione democratica passa notoriamente anche da qui. Dal confronto, dall’utilizzo delle competenze che servono, dalla ricerca di intese tra soggetti istituzionali e sociali. È più complicato, certamente, e probabilmente anche più lungo, che rispondere con un clic o con un Sì/No a un referendum, ma di questi processi in democrazia non si può proprio fare a meno. Vedremo se anche a Roma ci si può riuscire. Se è capitato che una parte della Corte dei Conti smentisca un’altra sua parte, può capitare anche questo. C’è da sperarci.

Fiorella Farinelli
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labsusRoma, la Corte dei Conti dalla parte della società civile: non c’è danno erariale
Redazione Labsus – 20 aprile 2017

Importante novità sui beni comuni a Roma. La Corte dei Conti assolve i dirigenti comunali che non avevano sfrattato le associazioni assegnatarie di beni del Comune per fini sociali e culturali. Il collegio del Lazio rigetta l’accusa di danno erariale.
È del 18 aprile u.s. la sentenza 77/2017 della Corte de Conti del Lazio (il nostro commento) che dà una svolta decisiva a quella che a Roma ha preso il nome di “Guerra dei Commons”, cominciata nell’aprile del 2015 con l’approvazione della delibera 140 che definiva le “linee guida per il riordino del patrimonio indisponibile in concessione“. Un provvedimento approvato dalla giunta Marino che serviva a migliorare la gestione del patrimonio indisponibile capitolino e che ha avuto come principale conseguenza quella di mettere alla porta moltissime realtà cittadine con l’accusa di “danno erariale”.

La Corte dei Conti smentisce così il suo Procuratore e riconosce le finalità sociali e culturali di questi spazi che legittimano il pagamento di un canone ridotto al 20% del prezzo di mercato, poiché “la scadenza del termine senza che fosse intervenuta la concessione definitiva o senza che la stessa fosse stata rinnovata, non cambiava la natura del bene e la sua utilizzabilità alle stesse condizioni agevolate attuate con il provvedimento originario con conseguente impossibilità di praticare, per esso, un prezzo di mercato.”

Oggi giovedì 27 aprile 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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eddyburglabsusCITTÀ E TERRITORIO »CITTÀ OGGI» ALTRE CITTÀ
La città plurale che cresce a Barcellona
di NORA INWINKL su eddybureg e su LabSus
«Un rapporto sullo stato dell’economia sociale e solidale porta alla luce cifre ed esperienze che fanno della capitale catalana un interessantissimo esempio di come al giorno d’oggi proposte di modelli alternativi al neoliberismo non solo siano possibili, ma già in atto».comune-info, 24 aprile 2017 (c.m.c.)
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labsusIL PUNTO DI LABSUS
Dalla Resistenza ai cittadini attivi, un discorso che prosegue
Gregorio Arena – 25 aprile 2017, su LabSus.
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logo-comitato-dics-23-4-17lavoroxlavoroComunicazioni di servizio. Da oggi online la pagina fb del Gruppo di Lavoro x il Lavoro [Lavoro al Quadrato] del Comitato di Iniziativa Sociale Costituzionale e Statutaria di Cagliari. Ecco il link.

Oggi mercoledì 26 aprile 2017

su-connotu26 aprile 1868. “Sa die de su connottu”.
di Tonino Dessì, su fb.
La rivolta de “Su Connottu” fu un episodio di ribellione verificatosi a Nuoro nel XIX secolo come reazione a una serie di provvedimenti legislativi emanati dal 1820 al 1858.
Il provvedimento-madre, denominato “Editto delle chiudende” ed emanato dall’allora re di Sardegna Vittorio Emanuele I, autorizzava la chiusura, da parte di chi ne ottenesse titolo per averne i mezzi, dei terreni che erano fino ad allora di proprietà comunitaria, estendendo in tal modo la proprietà privata di tipo “capitalistico”.
In Barbagia e in Ogliastra l’abolizione degli usi comunitari aveva provocato dei gravissimi scompensi economici e sociali.
Nei primi decenni di attuazione dell’editto la popolazione locale iniziò a opporsi con determinazione, con azioni frammentarie anche se spesso molto violente.
La situazione precipitò allorché nel 1858 furono alienati anche i terreni demaniali su cui gli abitanti dei villaggi avevano diritto di pascolo e di legnatico, in virtù del sistema dell’ademprivio. Le popolazioni cominciarono a ribellarsi in molti paesi della Sardegna.
A Nuoro il 26 aprile del 1868 scoppiò una grande rivolta nota con il nome di “Su Connottu” (“Il Conosciuto”). I rivoltosi, guidati secondo molte fonti da una popolana, Paschedda Zau, chiedevano il ritorno a ciò che avevano sempre conosciuto, ossia il ripristino dell’antico sistema di gestione dei terreni.
Nei giorni della rivolta fu assalito il Municipio e furono bruciati i documenti di compravendita delle terre comunali ex ademprivili.
Giorgio Asproni, uno dei politici più in vista di quel territorio, deputato in Parlamento, era favorevole alla vendita dei terreni comunali e nel contempo accusava il clero di avere un ruolo di responsabilità nella rivolta.
Tuttavia, a seguito di questi gravi fatti, insieme ad altri deputati sardi, sollecitò il governo italiano per l’avvio di una indagine sulle condizioni sociali ed economiche della Sardegna.
Nel novembre dello stesso anno fu istituita una Commissione Parlamentare di indagine sulla condizione della Sardegna, presieduta da Agostino Depretis.
La Commissione si recò nell’isola nel 1869. Solo Quintino Sella, tuttavia, produsse un’eccellente relazione, che però si limitò alla realtà mineraria isolana.
L’operato della commissione non sortì alcun atto concreto.
Quel che rimase dei beni comuni ha continuato ad essere oggetto di ulteriori chiudende, abusive, legali e abusive-legalizzate.
Vicenda che perdura a tutt’oggi.
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sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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logo-comitato-dics-23-4-17Comunicazioni di servizio. Riprendono oggi le riunioni del Comitato d’Iniziativa Sociale Costituzionale e Statutaria, alle 19 nella sede della Confederazione Sindacale Sarda (CSS) in via Roma,72. Riprenderanno a breve anche le riunioni del Coordinamento regionale e dei Gruppi di Lavoro (Per il Lavoro – Beni Comuni).
Prossima iniziativa il 28 aprile in occasione de Sa die de Sa Sardigna su “Sardegna: Costituzione, Statuto Speciale, Sovranità popolare”.

Perché solo la partecipazione popolare salva le nostre città

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QUARTIERE È POTERE
di Franco La Cecla, su La Repubblica 15 luglio 2012.
Quando i gay di San Francisco tra il 1980 ed il 1985 hanno cominciato ad espandersi dal quartiere di Castro a quelli vicini, la Mission Discrict abitata dai latinos, la Fillmore tradizionalmente nera, si è sentito per la prima volta parlare di “gentrification”, un neologismo che vuol dire letteralmente “imborghesimento”, essendo la “gentry” la “gente per bene”, anzi per esattezza «gente con una buona posizione sociale vicina ma inferiore a quella della nobiltà». I gay, in piena ascesa sociale allora – poco dopo sarebbe scoppiata l’Aids decimandone e impoverendone la popolazione – volevano abitare in quartieri “chic”, col verde ben curato, una buona dose di sicurezza per strada, e negozi e boutique che riflettessero il loro gusto quello “slick” che in italiano significa un po’ “leccato”. I neri e i latini reagirono e a volte violentemente. L’Aids bloccò tutto, ma verso la fine del secolo apparvero nuovi ricchi, i “dot.com”, i giovani di Silicon Valley che avevano fatto un sacco di soldi con la rivoluzione informatica. Comprarono le case della Missione di Fillmore al primo prezzo richiesto loro e uccisero per sempre quelli che erano stati i quartieri della bohème vera di San Francisco. La bolla immobiliare creata da loro fece lievitare talmente i prezzi che buona parte dei ristoranti e dei negozi, delle gallerie d’arte e dei posti che facevano musica chiusero. E la città nel suo insieme divenne un dormitorio per annoiati pendolari tra la Silicon Valley e San Francisco. Questo è un processo tipico della gentrification, secondo la definizione che la sociologa Ruth Glass ne diede nel 1964, una invasione dei quartieri della working class da parte delle classi medie. Ne rimane fuori però la molla scatenante. Perché i “borghesi” vogliano trasferirsi in un quartiere un po’ malandato e popolare ci vuole l’effetto che solo recentemente – una decina di anni fa – è stato definito “creative city”. La borghesia è attirata dalla vitalità dei quartieri più poveri, ma creativi, quelli dove ci stanno ancora i posti in cui si mangia bene, l’atmosfera è informale e per le strade c’è gente, artisti, musicisti, giovani, nullafacenti, e gente che si inventa maniere di vivere un po’ diverse o le ha per tradizione. A Parigi può essere la zona di Menilmontant o di Barbes, a Roma la Trastevere di un tempo e il Pigneto di oggi, a Milano via Paolo Sarpi o il quartiere Isola. Ma la borghesia alla fine detesta proprio i motivi per cui è attirata da un quartiere: vuole i locali, ma poi non vuole essere disturbata nel sonno, vuole l’animazione, ma non vuole vederne troppa, vuole la multietnicità, ma ne ha paura. E allora l’effetto “creative city” si trasforma presto in città dormitorio. La gentrification finisce per uccidere ciò che ama. È quello che sta succedendo a Berlino, non solo nel quartiere molto vivo di Kreuzberg, tradizionalmente uno dei più poveri della ex Berlino Ovest, ma in tutti i quartieri della ex Berlino Est come Mitte che fino a poco tempo fa erano considerati “limite” dove affitti bassi, difficoltà di accesso ed una popolazione mista di immigrati e giovani anarchici e post-hippie avevano inventato una maniera di vivere piuttosto sperimentale. Il Guggenheim finanziato dalla BMW voleva installare a Kreuzberg una architettura provvisoria ideata dall’atelier Bow-Wow e i propri laboratori ma questo ha suscitato le proteste della popolazione che vi vedeva una mossa da “gentrification”. Alla fine le proteste hanno avuto successo – niente architettura provvisoria, ma un laboratorio fiume da oggi al 25 luglio su “Come fare le città”, con dentro tutte le tematiche scottanti, gentrification, smart cities, partecipazione, governance. A Berlino si sente che il successo della città delle gallerie d’arte e della mondanità ha ucciso la parte più dark, trasgressiva, underground della città. La città attira il turismo in cerca di posti trendy, ma si trasforma in un posto sempre più per bene. Se questo è un esempio del problema però è vero che le cose spesso sono più complicate. Uno dei casi tipici è Barcellona, la Barcellona di fino a sei anni fa, di quando tutti i giovani europei volevano andarci a stare, una zona franca di libertà, simpatia, convivialità e pazzia. L’origine era il modo con cui la città aveva affrontato il dopo-Franco, dandosi una configurazione pensata proprio in funzione di un rilancio internazionale. Un grande sindaco, un gruppo geniale di architetti avevano “risanato” il centro storico, luogo di una secolare miseria, ma anche di una intensissima vita popolare, avevano creato un lungomare ed una spiaggia, interrato le arterie di grande traffico, offerto alle imprese immobiliari l’occasione di costruire, se provvedevano anche al decoro degli spazi pubblici. Ovviamente si trattava di “gentrification” e una parte della gente – dei poveri – che abitavano nel centro storico se ne dovettero andare, non perché cacciati via, ma perché il costo della vita si era improvvisamente quintuplicato. L’effetto è stata una Barcellona bella, internazionale, ma che consumava ad un ritmo veloce proprio i valori che propagandava: la convivialità distrutta dall’arrivo di troppi turisti, la vita di quartiere devastata dai nuovi compratori, i tradizionali luoghi di ritrovo trasformati in “tiendas” chic e care. Chi ha sbagliato? Tutti e nessuno: la gentrification risponde all’esigenza di rendere le città più vivibili, meno degradate, ma è vero che questo processo di upgrading inevitabilmente elimina le opportunità che un quartiere povero e popolare offre a chi ci sta. La “bohème” o come la chiamano oggi i comunicatori “la creative city” ha sempre attirato quelli che pensano di poterla comprare, ma che non dormirebbero mai nella soffitta di Mimì. È la dialettica tra rinnovamento urbano e conservazione sociale, una dialettica difficile da gestire in modo che non si trasformi in un meccanismo distruttore. Josip Acebillo, l’architetto geniale che di Barcellona è l’inventore, sa di avere creato un po’ un mostro che alla fine è crollato con l’esplosione della bolla immobiliare. Eppure viene chiamato a ripetere l’esempio Barcellona a Singapore, in Russia, negli Emirati. E oggi come non mai il verbo delle “creative cities” e delle “smart cities” non fa altro che inventare altre definizioni per una questione che rimane aperta. “Smart city” sarebbe una città “eco-sostenibile”, “socialmente innovativa”, “partecipativa”, che ha risolto i problemi della mobilità e quelli della conflittualità e che ha un governo misto pubblico-privato. Tutto molto interessante, ma il verbo rimane sempre innovazione e questa spesso si scontra con i valori prodotti da chi già ha abitato la città, rendendola un posto bello e vivibile. Le città sono creative e furbe se mantengono quel condensato di vita sociale informale e autoprodotta che soltanto i quartieri ad alta densità – rapporti vis-à-vis, botteghe artigianali, bambini che giocano per strada, presenza di anziani fuori dalla porta, mercati e cibo all’aperto, panni stesi ad asciugare – possono assicurare. Shanghai e Pechino sono l’esempio di come il potere centrale e il nuovo vangelo dell’arricchimento condanna proprio gli “utong” e gli “shikumen”, i vicoli e le strade della Cina conviviale e popolare. E nello stesso tempo cancella quello che invece riconosce come un patrimonio, almeno dal punto di vista turistico. Che soluzioni ci sono? Probabilmente una ridefinizione di “rinnovamento urbano” che tenga conto della necessaria componente di compattezza e densità sociale. Anni fa mi ero battuto perché qualcuno calcolasse il valore aggiunto prodotto dall’abitare bene – socialmente, collettivamente – un posto. La gentrification è attirata proprio da quel valore, da quella che io chiamo “Mente Locale” la relazione di identità tra abitanti e luoghi dell’abitare. È questa la ricchezza prodotta da una città che non deve essere spazzata via dalla gentrification.
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coord-cdq-cagliari-manifestazione
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FRANCO LA CECLA
15 luglio 2012 Archivio La Repubblica online.

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- Gentrification a Cagliari, nel quartiere di Villanova.
MAURIZIO MEMOLI – ALBERTO PISANO – MATTEO PUTTILLI. GENTRIFICATION E COSMOPOLITISMO A CAGLIARI: IL QUARTIERE DI VILLANOVA
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Gentrification: se ne parlò anche a Cagliari.

Oggi domenica 9 aprile 2017

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democraziaoggiLe primarie della risacca
Norma Rangeri – Il Manifesto 4.4.2017, ripreso da Democraziaoggi.
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gentrify-thisL’INCHIESTA
Movimenti europei contro la «gentrificazione»
Diritto alla città. Un numero crescente di cittadini di diversa estrazione sociale subisce un’espulsione fisica e simbolica dalle città. I quartieri sono investiti dalla speculazione immobiliare e finanziaria. In tutta Europa nascono movimenti che si ibridano con quelli per il diritto all’abitare. Un’agenda per rigenerare il patrimonio immobiliare, per la decrescita del turismo di massa, moratorie anti-sfratto, politiche anti-austerity.
Sandra Annunziata su il manifesto del 28 ottobre 2016. - segue –

Alla ricerca di armonia

SOCIETÀ E POLITICA »TEMI E PRINCIPI» DE HOMINE
Le parole del futuro
di Gustavo Zagrebelsky
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particolarefuga«I greci avevano “paidéia”, i romani “pietas”, gli illuministi “diritti”: è sempre il linguaggio la culla del cambiamento. Nel linguaggio resiste la culla del cambiamento e l’antidoto a Babele. Da “armonia” a “silenzio” così guariremo da Babele». la Repubblica, 29 marzo 2017 (c.m.c.)

Le parole possono essere tante cose: parole di verità o di menzogna; parole che accendono o che spengono; di assoluzione e di condanna; parole che vivificano o che uccidono; che aprono o che chiudono; lievi come carezze o pesanti come pietre. Mai come in questo tempo l’umanità ha parlato: chiacchiere, giornali, radio e televisione, cellulari, web. La parola è il mezzo non unico ma certamente principale della comunicazione. Che cosa dobbiamo intendere per comunicazione? Non voglio fare dell’etimologia, se non per sottolineare che essa ha significato il passaggio da uno a un altro non di parole, ma di cose, per farle diventare “comuni”. Comunicazione significa fare comunanza di oggetti, proprietà, pensieri, informazioni, esperienze, sentimenti, conoscenze del più vario genere.

Con le parole non solo si comunica, ma anche ci si scomunica; non solo si passano verità, ma anche inganni; non solo ci si gratifica l’uno con l’altro, ma ci si denigra anche. Munifico è colui che è prodigo di doni, doni che possono essere buoni e cattivi, come i doni avvelenati. Ma il munus che sta nella comunicazione è anche compito, responsabilità. La società è un insieme di munera reciproci. A tutto questo servono le parole, quando non sono vuote parole. Teniamo dunque ben fermo questo concetto: le parole della comunicazione sono parole di reciprocità, reciprocità di doni e di responsabilità.
- segue –