spopolamento e accoglienza

Migranti. Le politiche in (lenta) costruzione e le buone effettive pratiche locali

Migranti, Giro: “Svegliati Europa, l’Italia è già pronta per agire”
Dalla creazione del fondo fiduciario per il continente nero al Migration Compact (proposta tutta italiana), i piani per fronteggiare i flussi migratori non mancano. Ora, però, servono i soldi e una maggiore consapevolezza da parte dei governi africani: «Stanno perdendo il loro futuro»
di Nicola Grolla su Linkiesta (23 Agosto 2016)
neri per cagliariDi “piani” per affrontare la crisi dei migranti, la Ue e gli Stati membri sembrano esserne talmente pieni da non sapere quale scegliere. Finendo per lasciare tutto com’è. Dal sistema delle quote al ritornello dell’«aiutiamoli a casa loro», fino all’accordo con il “sultano” di Turchia Tayyip Erdogan che per molti osservatori sembra essere l’unica spiegazione per il mancato biasimo di quanto sta accadento al di là dello stretto del Bosforo. Anche l’Italia ha fatto la sua parte. Stavolta per l’Africa. Non solo con gli innumerevoli interventi della Marina militare al largo del Mediterraneo, ma proponendo un piano di aiuti che porta un nome inglese (stile Jobs Act): il Migration Compact. Fatto proprio dalla Ue durante il vertice fra i capi di stato e di governo che si è tenuto il 28 e 29 giugno, quello in cui si è parlato soprattutto degli esiti del voto inglese sulla Brexit, il progetto italiano ha tuttavia subìto diverse variazioni: «Attualmente manca interamente tutta una parte, quella sugli investimenti. Non si capisce perché i Paesi africani debbano accettare le richieste dell’Europa se non c’è per loro un vantaggio reale», afferma il viceministro degli esteri Mario Giro. Dopo una lunga esperienza nella Comunità di Sant’Egidio che lo ha portato a viaggiare in lungo e in largo per l’Africa, dal gennaio 2016 Giro ha preso il posto lasciato libero da Lapo Pistelli nella squadra del ministro Gentiloni. Un innesto che pesca all’interno della Farnesina, dato che l’attuale viceministro era già sottosegretario dal 2013 e da allora segue i temi della cooperazione internazionale. Compreso la proposta tutta italiana del Migration Compact.
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Migranti a Cagliari. Solo la Prefettura fa la sua parte. La politica latita

Cagliari leghista, sui migranti nell’isola la sinistra sarda non ha uno straccio di idea
di Vito Biolchini, su vitobiolchini.it

“Perché prendersela con la destra che fa la destra, quando poi a Cagliari è la sinistra che non fa la sinistra?”. Con questa riflessione chiudevo due settimane fa il post dedicato all’accampamento dei migranti

Migranti domiciliati in piazza Matteotti. Che fare?

imageDai giochi della storia ai giochi della vita
di Roberto Paracchini
Racconta Erodoto che Ciro, il fondatore del’impero persiano mandò alcuni emissari a verificare come fossero fatte queste città greche che “osavano” contrastare l’egemonia del suo impero sulle coste dell’asia minore. Al ritorno – racconta sempre Erodoto – il resoconto tranquillizzo Ciro che, abituato alle grandi sgrutture intese anche come simbolo di potere, pensò non ci fosse nulla da temere “da un posto con un buco nel mezzo, in cui la gente si incontra per parlare”. Il valore dell’agorà (luogo anche delle assemblee e del teatro) non venne tenuta in alcun conto. Poi arrivarono le sconfitte di Maratona e Salamina. Le piazza, quindi, come punto di incontro e di scambio. Ognuna nata in occasioni e con funzioni differenti.
La piazza Matteotti, edificata nella seconda metà dell’Ottocento come giardino della stazione delle ferrovie Reali di Cagliari, voleva simbolicamente essere anche un luogo di incontro e, forse, benvenuto; di scambio tra chi arrivava e chi partiva. E le piazze, appunto, hanno, o dovrebbero avere proprio questa funzione, anche e – se si vuole – soprattutto in una città potenzialmente policentrica come Cagliari in cui le piazze possono assumere funzioni differenti, pur all’interno di un minimo comun denominatore di incontro, dialogo e scambio che, ovviamente, vanno sapute declinare in rapporto all’evolversi delle situazioni storiche.
Piazza Matteotti è oggi diventata quasi un simbolo di quel che sta avvenendo nel mondo, una cartina di tornasole per leggere di guerre per il controlle delle fonti energetiche e non solo; di scelte strategiche per lo più sbagliate dell’occidente (basti l’esempio dell’Isis che – sono parole di Hillary Clinton – è nata grazie agli americani) ; di un nuovo peso (pur contraddittorio) della Cina e della Russia; di devastazioni, espropriazioni (dell’acqua e delle terre, solo per dirne due); malattie devastanti; e di degrado. Quindi migrazioni: dei profughi e di chi fugge da degrado, fame e malattie (detti impropriamente migrant economici). Emigrazioni che rivestono il XXI secolo e che, viste le premesse, possono essere definite epocali e destinate ad prolungate nel tempo, almeno – così sostengono in molti – per i prossimi vent’anni. Allora che fare? I corni del dilemma (per chi trova in posizione di ospite) potrebbero (molto schematicamente) venir ridotti a due: da un lato c’è chi sfrutta e, soprattutto, alimenta l’economia della paura; dall’altro chi parla di solidarietà.
1 – Con un minimo di analisi è facile smontare le tesi dell’economia della paura, basata fondamentalmente sull’ignoranza e, in parte, la malafede; ma il problema è il rischio – se non si opera in tempo – che questa “economia della paura” colonizzi settori sempre più ampi di senso comune (ne è un esempio il forte dibattito ricco di proteste che si è sviluppato nella trasmissione radiofonica Fahrenheit di Rai3 alla notizia che il governo ha deciso di recuperare il traghetto affondato in mare con all’interno almeno trecento salme di migranti; protesta in cui, in sintesi, si chiedeva di investire quei soldi in altro modo). Sintomo, questo, di quanto il degrado di alcuni valori (come la pietas verso i morti da restituire ai parenti) stia investendo anche settori considerati più aperti come gli ascoltatori di questa storica trasmissione radiofonica.
2 – Il parlare di solidarietà è importante, ma non basta. —- segue -

LasciateCIEntrare

lasciarteci entrree rapprtolasciteci antrarte3 logoAccogliere: la vera emergenza
LasciateCIEntrare – Sarà presentato oggi sabato 30 luglio a Cagliari il rapporto nazionale della campagna LasciateCIEntrare sull’accoglienza dei migranti sul territorio nazionale. La rete di associazioni e attivisti, sostenuta anche dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e da Usigrai, pubblica ogni anno un rapporto con tutte le relazioni sui centri di accoglienza e di detenzione degli stranieri presenti sul territorio nazionale.
- Tra il 10 gennaio e il 3 dicembre 2015 gli attivisti hanno visitato 80 strutture quali Cie, Cara, Cas, Hub, tendopoli e punti informali, 15 le visite negate.
– L’appuntamento è oggi sabato 30 luglio alle 18:00 nella sala A dell’Hostel Marina a Cagliari,scalette San Sepolcro. Intervengono: Yasmine Accardo, referente dei territori di LasciateCIEntrare, Francesca Cadeddu, operatrice legale per i minori stranieri non accompagnati, Giacomo Dessì del Presidio Piazzale Trento di Cagliari. Modera il dibattito Roberto Loddo, direttore de il Manifesto sardo.
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LasciateCIEntrare

Accogliere: la vera emergenza
LasciateCIEntrare

Sarà presentato sabato 30 luglio a Cagliari il rapporto nazionale della campagna LasciateCIEntrare sull’accoglienza dei migranti sul territorio nazionale. La rete di associazioni e attivisti, sostenuta anche dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e da Usigrai, pubblica ogni anno un rapporto con tutte le relazioni sui centri di accoglienza e di detenzione degli stranieri presenti sul territorio nazionale.

Tra il 10 gennaio e il 3 dicembre 2015 gli attivisti hanno visitato 80 strutture quali Cie, Cara, Cas, Hub, tendopoli e punti informali, 15 le visite negate.

L’appuntamento è sabato 30 luglio alle 18:00 nella sala A dell’Hostel Marina a Cagliari,scalette San Sepolcro. Intervengono: Yasmine Accardo, referente dei territori di LasciateCIEntrare, Francesca Cadeddu, operatrice legale per i minori stranieri non accompagnati, Giacomo Dessì del Presidio Piazzale Trento di Cagliari. Modera il dibattito Roberto Loddo, direttore de il Manifesto sardo.

Nel corso della tavola rotonda gli attivisti sardi di LasciateCIEntrare racconteranno quanto osservato nel mese di giugno nei Centri di Accoglienza Straordinaria del nord Sardegna in occasione delle visite per la giornata mondiale del rifugiato.
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Sardegna, Mediterraneo, Europa: nuovi processi di integrazione

di Glenda Aceto su www.acli.it.

Oggi, mercoledì 27 luglio, alle ore 18.00 a Cagliari in via Crispi 12, si terrà il seminario “Sardegna, Mediterraneo, Europa: nuovi processi di integrazione” organizzato dalle Acli provinciali di Cagliari, l’associazione Tiria Noa, l’associazione Amal Sardegna Marocco e Ipsia Sardegna.
L’evento è patrocinato dalla Fondazione di Sardegna.
Acli spopolametno
Verranno esaminati i dati 2016 diffusi dall’Istat e dal ministero delle politiche sociali che riguardano le oltre 50.000 persone, tra cittadini stranieri residenti in Sardegna e migranti ospitati nelle strutture di accoglienza sarde.
Numeri rilevanti che richiedono, secondo le associazioni coinvolte, riflessioni sui processi di inserimento e stabilizzazione della popolazione straniera in Sardegna, nell’area del Mediterraneo e in Europa.
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L’evento è gratuito. Per partecipare è necessario iscriversi inviando una mail a: acliprovincialicagliari@gmail.com
- Approfondimenti

Migranti. Gli invisibili (alle Istituzioni) di piazza Matteotti

imageDai giochi della storia ai giochi della vita.
di Roberto Paracchini
Racconta Erodoto che Ciro, il fondatore del’impero persiano mandò alcuni emissari a verificare come fossero fatte queste città greche che “osavano” contrastare l’egemonia del suo impero sulle coste dell’asia minore. Al ritorno – racconta sempre Erodoto – il resoconto tranquillizzò Ciro che, abituato alle grandi strutture intese anche come simbolo di potere, pensò non ci fosse nulla da temere “da un posto con un buco nel mezzo, in cui la gente si incontra per parlare”. Il valore dell’agorà (luogo anche delle assemblee e del teatro) non venne tenuta in alcun conto. Poi arrivarono le sconfitte di Maratona e Salamina. Le piazze, quindi, come punto di incontro e di scambio. Ognuna nata in occasioni e con funzioni differenti.
La piazza Matteotti, edificata nella seconda metà dell’Ottocento come giardino della stazione delle ferrovie Reali di Cagliari, voleva simbolicamente essere anche un luogo di incontro e, forse, di benvenuto; di scambio tra chi arrivava e chi partiva. E le piazze, appunto, hanno, o dovrebbero pure questa funzione, anche e – se si vuole – soprattutto in una città potenzialmente policentrica come Cagliari in cui le piazze possono assumere funzioni differenti, pur all’interno di un minimo comun denominatore di incontro, dialogo e scambio che, ovviamente, va saputo declinare in rapporto all’evolversi delle situazioni storiche.
Piazza Matteotti è oggi diventata quasi un simbolo di quel che sta avvenendo nel mondo, una cartina di tornasole per leggere di guerre per il controllo delle fonti energetiche e non solo; di scelte strategiche per lo più sbagliate dell’occidente (basti l’esempio dell’Isis che – sono parole di Hillary Clinton – è nata grazie agli americani); di un nuovo peso (pur contraddittorio) della Cina e della Russia; di devastazioni, espropriazioni (dell’acqua e delle terre, solo per dirne due); malattie devastanti; e di degrado. Quindi migrazioni: dei profughi e di chi fugge da degrado, fame e malattie (detti impropriamente migranti economici, come se il diritto alla vita fosse un optional). Emigrazioni che rivestono il XXI secolo e che, viste le premesse, possono essere definite epocali e destinate ad essere prolungate nel tempo, almeno – così sostengono in molti – per i prossimi venti o trent’anni. Allora che fare? I corni del dilemma (per chi si trova in posizione di ospite) potrebbero (molto schematicamente) venir ridotti a due: da un lato c’è chi sfrutta e, soprattutto, alimenta l’economia della paura; dall’altro c’è chi parla di solidarietà.
1 – Con un minimo di analisi è facile smontare le tesi dell’economia della paura, basata fondamentalmente sull’ignoranza e, in parte, la malafede; ma il problema è il rischio – se non si opera in tempo – che questa “economia della paura” colonizzi settori sempre più ampi di senso comune (ne è un esempio il forte dibattito ricco di proteste che si è sviluppato nella trasmissione radiofonica Fahrenheit di Rai3 alla notizia che il governo ha deciso di recuperare il traghetto affondato in mare con all’interno almeno trecento salme di migranti; protesta in cui, in sintesi, si chiedeva di investire quei soldi in altro modo). Sintomo, questo, di quanto il degrado di alcuni valori (come la pietas verso i morti da restituire ai parenti) stia investendo anche settori considerati più aperti come gli ascoltatori di questa storica trasmissione radiofonica.
2 – Il parlare di solidarietà è importante e necessario, ma non basta, non è sufficiente. E’ certamente determinante entrare in un’atmosfera di solidarietà (concetto sviluppato soprattutto dal cattolicesimo sociale, ma anche dal socialismo sociale e da ampi settori del pensiero liberale) ma che – ripeto – non basta più in rapporto alla dimensione storica del fenomeno che stiamo vivendo; e questo perchè implica – la solidarietà – un rapporto per lo più verticale (chi ha da, chi può fa ecc., in solido e/o in impegno), mentre oggi abbiamo bisogno di valori che si sviluppino in orizzontale, ovvero che siano reciproci e, quindi, collegabili a una reciproca obbligazione. Oggi, anche per la crisi persistente in cui stiamo vivendo e le sfilacciature socio culturali che questa produce, occorre fare un passo avanti. Capire, insomma e ad esempio, che quando si parla di dare la cittadinanza agli immigrati è anche e soprattutto per difendere la nostra qualità della vita: chi si sente ai margini ed è privo dei diritti fondamentali della persona, ha processi di convivenza più difficili ed è quindi più facile che abbia momenti di reazione scomposta. Da cui: a) dare loro la cittadinanza significa difendere i nostri stessi diritti; in generale infatti se questi diritti valgono per chi non può difendersi o lo può fare meno di noi, varranno sempre più anche per noi e b) la possibilità reale di maggiore serenità, dialogo, convivenza e, quindi, progresso per tutti.
3 – In questa prospettiva occorre essere pragmatici e operare di conseguenza: a) conoscere le norme, soprattutto le ultime, che regolano il flusso di queste giovani e questi giovani, b) elaborare un progetto di inclusione da realizzarsi in modo articolato e con delle priorità, da scegliersi in maniera, ripeto, pragmatica, c) parallelamente attivare in collaborazione con l’università delle inchieste participate per conoscere la situazione di queste persone e d) quarto in ordine concettuale ma non di tempo, coinvolgere le istituzioni pubbliche.
Cagliari, ad esempio, non mi risulta abbia mai attivato programmi per gli immigrati (esistono, ad esempio, fondi ministeriali, che poi provengono dall’Europa) per i profughi (a Badolato, prov. di Catanzaro, sono state ristrutturate ottanta abitazioni disponibili del centro storico con un finanziamento del ministero degli Affari sociali seguendo un progetto del Centro italiano per i rifugiati; e realizzato il tutto in collaborazione col Comune. In altri posti sono state istituite delle cooperative. A Riace (Reggio Calabria, diventata una cittadina di riferimento internazionale per le buone pratiche in questo settore) il ministero fornisce trenta euro al giorno per immigrato (anche questi provenienti dall’Europa) che vengono utilizzati per iniziative che coinvolgono gli immigrati e non solo, permettendo la riapertura di diverse botteghe artigiane che vanno a benefici di tutti gli abitanti del paese.
4 – Come accennato è importante il coinvolgimento immediato dell’università per attivare ricerche participate trasversali: sia sulle condizioni di queste persone, sia sul territorio (censimento delle botteghe artigiane, ad esempio, di quelle che ci sono e di quelle che c’erano), sia su quello che fa la prefettura e sulle possibili modalità alternative (teoriche e già messe in pratica) al semplice parcheggio di questi giovani in case (ex alberghi o ex agriturismi), che è quello che si sta facendo in Sardegna (salvo piccolo eccezioni che si rifanno a Riace) e in prevalenza nel resto d’italia; attività indispensabile per iniziare a creare una rete di scambio di informazioni.
5 – Attivazione di momenti di animazione che coinvolgano questi ragazzi (i nuovi immigrati come, ad esempio, quelli che stazionano in piazza Matteotti), e le comunità che già esistono coinvolgendo i mediatori culturali che già operano in questo settore, puntando – ma è solo un esempio – a realizzare anche iniziative teatrali come la messa in scena – riadattata – dei Persiani di Eschilo in cui il punto di vista è proprio quello dei persiani, degli sconfitti.
In questo quadro è importante – ripeto – puntare a rapporti di reciprocità con queste giovani e giovani (in termini di impegno lavorativo e sociale) ed è per questo che è importante capire bene le nuove norme coinvolgendo subito, oltre all’università, qualcuno della prefettura, ma anche dei servizi sociali del Comune e della Provincia.
6) Vien da sè che non c’è niente di meglio, per sconfiggere, l’economia della paura, che attivare progetti in cui queste persone siano utili a se stessi e, quindi, anche a noi. Ed è importante che all’interno degli stessi progetti vi sia la presenza di immigrati e di persone locali. ll difetto del multiculturalismo è stato quello di avere, indirettamente, creato comparti scarsamente comunicanti tra loro. Il discorso corretto, credo, sia invece quello dell’interculturalismo, in cui è importante creare scambi alla pari, ovvero momenti di negoziazione reciproca all’interno di un quadro ampio, che potrebbe essere la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. In questo senso Riace, pur trattandosi di una realtà diversa e molto più piccola di Cagliari, va esaminato con attenzione, non tanto per replicarla, ma per trarne spunti e suggerimenti.
7) Poi vi sono tutti i problemi di carattere economico, basti dire che in Italia ben 14 miliardi di euro vengono pagati all’Inps dagli immigrati. Discorso ampio e qui solo da accennare, ma importante da fare pubblicamente in parallelo alle prime iniziative in questo settore, per mostrare il ruolo che gli immigrati hanno già e di fatto nella nostra realtà.
Un modo, infine, per recuperare un luogo, piazza Matteotti (da cui è partito il discorso), alla città valorizzandone il suo valore storico e simbolico di area di incontro e dialogo.

​​​​​​​​Roberto Paracchini

Migranti invisibili alle Istituzioni

imagedi Vito Biolchini, su vitobiolchini.it

Il sindaco di Cagliari Massimo Zedda è evidentemente un recidivo: già un anno fa in piazza Matteotti, proprio davanti al suo ufficio in municipio, si era verificata un’emergenza legata alla presenza di migranti (ecco il mio post dell’11 agosto 2015: “Ma il comune di Cagliari non può fare proprio niente per i migranti che dormono in piazza Matteotti?”).

In quell’occasione, con grande riluttanza e dopo l’intervento dell’opinione pubblica e di un politico di centrodestra (Piergiorgio Massidda), per i migranti era stata trovata una più decorosa sistemazione alla Fiera (ed ecco il post con i relativi commenti: “A Cagliari una iniziativa di accoglienza straordinaria per i profughi eritrei”).

Ora la storia si ripete. Da settimane la centralissima piazza Matteotti è un bivacco di ragazze e ragazzi africani che, nella speranza di lasciare presto l’isola, hanno abbandonato i centri di accoglienza cui erano stati assegnati per stare vicino al porto.
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immigrazione in prospettiva evoluzionistica

neri per cagliari

di Pietro Greco su Rocca

Il clima cambia. E l’uomo va. «Out of Africa», fuori dal continente nero. No, non stiamo parlando (solo) delle migrazioni con i barconi che in questi ultimi giorni, mesi e anni salpano dalle coste della Libia o dell’Egitto e cercano di raggiungere l’Europa. Spesso senza, tragicamente, riuscirci.
Stiamo parlando di un fenomeno antico, che coinvolge da sempre e talmente il genere Homo da caratterizzarlo. Nessun altra grande scimmia antropomorfa migra come l’uomo. Ha iniziato Homo ergaster 1,5 milioni di anni fa. Ha fatto altrettanto Homo heidelbergensis (200mila anni fa) e poi ancora, più di una volta, Homo sapiens (125mila e poi 85.000 anni fa). Tutte queste specie sono uscite dall’Africa, dove erano nate, e si sono diffuse in tutto il mondo (Antartide escluso), seguendo la medesima strada: il delta del Nilo, il Sinai e il Medio Oriente. Talvolta hanno attraversato il mare più a sud e sono sbarcati in Arabia.
Tutte queste migrazioni sono state documentate in tempi recenti. Ma proprio negli ultimi mesi qualcuno ha ipotizzato, senza prove definitive, che prima Homo ergaster anche Homo naledi, dal corpo e dal cervello minuscoli ma dalle capacità cognitive piuttosto sviluppate, i cui resti sono stati rinvenuti in Sud Africa nel 2013, abbia lasciato l’Africa e sia giunto fino in Asia. I suoi pronipoti sarebbero quegli Homo floresiensis i cui fossili sono stati trovati nell’isola indonesiana di Flores a partire dal 2004. Oggi sappiamo che il piccolo Homo floresiensis, che molti chiamano vezzosamente hobbit, abbia frequentato l’isola per almeno un milione di anni venendo in contatto, meno di 20mila anni fa, con le avanguardie dell’ultimo tra i migranti africani, Homo sapiens.
Da dove nasce questa continua spinta delle specie Homo «a voler vedere se si sta meglio dall’altra parte della collina»? Se lo chiedono Valerio Calzolaio e Telmo Pievani all’inizio del libro, Libertà di migrare (pagg. 133; euro 12,00), che hanno appena pubblicato da Einaudi nella collana Vele. Un testo breve, ma denso e compatto. E ci accompagna lungo i sentieri di tutto il mondo al seguito di uomini che migrano, in ogni tempo e da ogni luogo.
Il libro tratta il problema, attualissimo, delle migrazioni con un taglio affatto originale. Valerio Calzolaio (giornalista e scrittore, più volte deputato e sottosegretario all’Ambiente tra il 1996 e il 2001) e Telmo Pievani (docente di Filosofia delle Scienze Biologiche presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova) rispondono in maniera nuova – e illuminante – alla domanda ponendo il tema delle migrazioni che oggi occupa stabilmente le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e che sembra voler mandare in frantumi l’Europa, nell’unica prospettiva possibile: quella evoluzionistica.
L’uomo migra da sempre, ripercorrendo con sistematica continuità i medesimi percorsi e, soprattutto, per le medesime cause, peraltro intrecciate tra loro: le guerre, l’economia, i cambiamenti climatici e più in generale ambientali.
Quella evoluzionistica è una prospettiva importante sul piano culturale: perché narra e spiega a un tempo la nostra storia, che è appunto una storia di migrazioni. Di persone in carne e ossa, ma anche di idee. Ed è una storia di migrazioni non solo in epoca paleolitica, ma anche in tempi moderni. Cos’è la cultura occidentale – da Pericle a Obama; da Pitagora a Einstein – se non una storia di spostamenti di persone e di intere popolazioni? Una storia di migrazioni, appunto.
D’altra parte, come potremmo ricostruire anche solo la storia della nostra piccola italica penisola senza tener conto degli infiniti «out of Italy» e dei non meno numerosi «in in Italy» che l’hanno caratte- rizzata nel corso dei millenni e continuano a caratterizzarla persino nei nostri giorni?
al di là della collina
Già proprio l’Italia di oggi è il paese che forse meglio rappresenta il bisogno, tutto umano, di «voler vedere se si sta meglio dall’altra parte della collina». Giovani italiani partono, per vedere se si sta meglio oltre i declivi settentrionali delle Alpi. Giovani e meno giovani africani, ma anche asiatici e americani, mettono molto (troppo) spesso a repentaglio la loro vita e giungono in Italia per vedere se si sta meglio dal nostro lato della collina (o del mare). Ebbene, la prospettiva evoluzionistica in cui Calzolaio e Pievani pongono il fenomeno delle migrazioni, l’unica possibile per spiegare anche i fenomeni odierni, dimostra che la spinta a «vedere se si sta meglio dall’altra parte della collina» non è un’emergenza dell’oggi, ma dato strutturale della condizione umana. Gli uomini migrano da sempre per sfuggire a una minaccia bellica, per cercare da bere e da mangiare se nel proprio habitat per un qualsiasi motivo le risorse si sono esaurite. Perché, sottolineano Calzolaio e Pievani, l’ambiente cambia.
Le migrazioni non sono un fatto raro in natura. Basta osservare le rondini o le anguille. Ma, nell’ambito dei primati, quella che il giornalista Franco Prattico chiamava la «frenesia del viaggio» è pressoché esclusiva delle specie che classifichiamo come appartenenti al genere Homo. Nessun altra grande scimmia antropomorfa, per esempio, ha sentito il bisogno di vedere sistematicamente se si sta meglio dall’altra parte della collina. La «frenesia del viaggio» si è rivelato un carattere vincente ed è determinata, probabilmente, sia dalla straordinaria capacità di adattamento della specie umane sia dalle loro capacità cognitive.
Ponendo le migrazioni in’ottica evoluzionistica – l’unica possibile, ripetiamo, per capire il fenomeno – scaturiscono almeno tre conseguenze.
inutile e controproducente erigere muri
È inutile erigere muri: reali o virtuali. Quando le cause sono la guerra e/o la scarsità di risorse e/o i cambiamenti ambientali, la spinta a migrare è tale che qualsiasi ostacolo sarà rimosso o aggirato. La Grande Muraglia non è riuscita a contenere la spinta a migrare delle popolazioni mongole in Cina; così come il Vallo di Adriano e innumerevoli altri muri non sono riusciti a contenere le spinte dei migranti del nord d’Europa (allora) povero verso il sud (allora) più ricco. Allo stesso modo i tanti muri virtuali e reali lungo le frontiere non riusciranno a trasformare l’Europa in una fortezza inespugnabile. È ingiusto erigere muri. Non a caso Calzolaio e Pievani hanno dato il titolo Libertà di migrare al loro libro. Perché quella di andare via o di restare nel proprio paese è e va riconosciuto come un diritto universale dell’uomo. E i migranti devono avere un esplicito riconoscimento giuridico di questo diritto: iniziando ad allargare lo status riconosciuto ai rifugiati bellici anche ai rifugiati climatici, sostengono Calzolaio e Pievani.
È controproducente erigere muri. Oggi i migranti venuti dal sud povero del mondo assicurano una quota importante del Prodotto interno lordo dei paesi ricchi del nord. Senza i migranti, noi abitanti del nord del mondo saremmo più poveri e non riusciremmo (si pensi al caso delle badanti) ad assicurare servizi essenziali. Ma soprattutto le rimesse dei migranti – circa 500 miliardi di euro nel 2014 – sono il miglior strumento per trattenere le popolazioni povere nei paesi originari. Basti pensare che queste rimesse sono tre volte superiori agli «aiuti allo sviluppo» messi (sempre meno) a disposizione da parte dei paesi ricchi. La «libertà di migrare» va certo regolata e ordinata, ma non va negata.
Ci sono, infine, un quarto e un quinto punto che – nella prospettiva evoluzionistica delle migrazioni – dobbiamo prendere in considerazione.
I cambiamenti climatici ridisegneranno – stanno già ridisegnando – la geografia del mondo. Zone accoglienti diventeranno (stanno già diventando) a rischio; mentre zone inospitali diventeranno (stanno già diventando) accoglienti. Inevitabilmente nei prossimi decenni avremo nuovi e più massicci flussi migratori. Noi stessi, abi- tanti del Mediterraneo, potremmo sentire presto la necessità di andare a vedere se dall’altra parte della collina si sta meglio.
il boomerang della fortezza Europa
Costruire mura oggi da parte nostra potrebbe rivelarsi un tragico boomerang domani. Potremmo restare ingabbiati nella prigione da noi stessi eretta. Si veda, a tal proposito, quel bellissimo esempio di climate fiction che Bruno Arpaia a pubblicato per Guanda, dove narra, appunto, le avventure di migranti italiani che, alla fine di questo secolo, cercano di fuggire al caldo e al degrado provocati dai cambiamenti del clima nel Mediterraneo e cercano un po’ di refrigerio nel Nord d’Europa. Trovando gli stessi ostacoli e gli stessi muri che oggi ostacolano il nuovo «out of Africa».
Ma il tentativo di realizzare la fortezza Europa è già un boomerang. Nulla, infatti, più del tentativo, peraltro inefficace, di negare la «libertà di migrare» e di costruire la «fortezza Europa» sta mandando in frantumi l’Unione Europea. Stiamo cercando di contenere il mare con un secchiello, pagando un prezzo elevatissimo per acquistare l’inutile contenitore.

Pietro Greco

www.rocca.cittadella.org



Migranti, buone pratiche tedesche

neri per cagliariGERMANIA IMMIGRATI
strategie d’integrazione

di Fiorella Farinelli, su Rocca

Bisogna che entrino nel lavoro il prima possibile. Che comincino a consumare, a pagare le tasse, a far girare l’economia. In Germania – dal gennaio 2015 sono state 965mila le richieste di asilo – l’integrazione dei profughi è un programma operativo, e una strategia politica, che non ammette indugi. Sicuramente costoso, difficile, per tanti aspetti controverso, ma perdere tempo sarebbe fatale. Per loro, e per il paese che li ha accolti. Alla disperata determinazione del viaggio, all’adrenalina che ha consentito di superarne rischi e fatiche, non deve seguire un periodo troppo lungo di dipendenza dall’assistenza, di attese passive di un nuovo futuro. Una convinzione che non è solo di Angela Merkel.
un progetto coraggioso ed efficiente
Ci sono resistenze e contrarietà incendiarie in Germania, soprattutto dopo i fatti di Colonia, ma anche una straordinaria efficienza delle istituzioni e una diffusa mobilitazione della società civile. Lo scorso settembre è stata per prima la prestigiosa Università Humboldt ad aprire i suoi corsi agli immigrati, è bene che chi ha gli strumenti prenda immediatamente familiarità con il modello tedesco dell’alta formazione, partecipi alla comunità studentesca, possa da subito guardare oltre le emergenze dell’oggi. Informarsi, orientarsi, imparare, progettare, mettere a frutto titoli di studio e competenze professionali. Ankommen, che in tedesco vuol dire «arrivare», è l’App scaricabile gratuitamente sviluppata in poche settimane da Ministero degli interni, Ufficio immigrazione, Agenzia per il lavoro, Goethe Institut e Tv pubblica. Quattro lingue – arabo, farsi, francese, inglese – per l’essenziale sulle procedure di regolarizzazione, la formazione per il lavoro, le norme e i valori necessari alla convivenza, e poi anche per un corso di base di lingua tedesca. A partire dalla sesta settimana dall’arrivo, anche se la pratica di riconoscimento dello status di rifugiato non è stata ancora con- clusa e neppure processata, si può accedere a una formazione linguistica. E si può anche chiedere di far parte della Protezione civile volontaria, come ogni buon cittadino che al suo paese ci tiene.

Come in Svezia, bisogna fare in modo che l’accesso a qualche forma di lavoro sia possibile in tempi rapidi, quasi immediatamente (tutto il contrario che da noi dove ai richiedenti asilo è impedita ogni attività finché le procedure non siano completate, col risultato che nelle strutture di accoglienza capita che si consumino nell’ozio e nella depressione anche un paio d’anni). E come in ogni democrazia evoluta, le strategie per l’integrazione sono supportate, oltre che dalle istituzioni statali e decentrate, anche dalle reti dell’associazionismo civile, laico e di ispirazione religiosa. Circa 100mila sono i volontari in azione, con le chiese protestante e cattolica in ruoli organizzativi e gestionali di spicco, e con investimenti economici importanti (90 milioni, per esempio, solo da parte della chiesa cattolica).
promuovere e pretendere
Ma l’efficienza tedesca non si spiega solo con la storia di un paese che, dopo essersi misurato nei primi anni Novanta con gli sconquassi della riunificazione e con gli imponenti flussi migratori seguiti alla dissoluzione dell’impero sovietico, ha poi saputo far fronte anche alle migrazioni determinate dalla guerra nei Balcani. Questa volta, del resto, i numeri del flusso sono non solo molto alti, ma anche concentrati in un tempo relativamente breve, così non solo è difficile riuscire a sviluppare immediatamente tutti i servizi necessari (per fare un solo esempio, solo 200mila dei 325mila minori neoarrivati sono stati inseriti nel sistema scolastico perché mancano gli insegnanti, ed è stato necessario ricorrere anche a scuole improvvisate con insegnanti siriani), ma l’attuazione del programma di integrazione sta richiedendo anche iniziative di modifica normativa. Riforme, insomma, e non di poco conto. Prima di tutto la definizione di una nuova legge sull’immigrazione, con proposte assai controverse di modifica delle regole del mercato del lavoro, che dovrebbe essere approvata e diventare attuativa nei prossimi mesi.
«Promuovere e pretendere», ha sintetizzato così Angela Merkel. Promuovere significa farli andare avanti questi giovani che arrivano da noi in fuga da guerre, povertà, disastri ambientali, ma anche determinati a costruirsi una nuova vita. Pretendere è imporre regole di comportamento e impegni scambi difficilmente aggirabili. Il programma previsto per i prossimi cinque anni (93,6 miliardi di Euro l’investimento complessivo, tra alloggi, sussidi, formazione linguistica e professionale, creazione di nuovi posti di lavoro), prevede corsi obbligatori di lingua, di orientamento/integrazione, di formazione professionale (con perdita dei sussidi e della regolarizzazione per chi si sottrae, e viceversa regolarizzazione accelerata per chi eccelle). Ma soprattutto 100mila posti di lavoro per il primo anno – con la prospettiva di moltiplicarli in seguito. Ma come?

passaggi che scottano
La prima decisione è di far saltare provvisoriamente, per i prossimi tre anni, la priorità finora assegnata alle assunzioni di lavoratori tedeschi e di provenienza comunitaria. La seconda è di aggirare il salario minimo vigente – 8,50 Euro l’ora – con retribuzioni orarie di 1 solo Euro l’ora. Passaggi che scottano, che interrogano sulla fattibilità politica e sulle conseguenze sociali. Anche se oggi in Germania la disoccupazione è pressoché fisiologica (6,2%) e per di più in calo rispetto al 2014, non è affatto scontato che interventi di questo tipo non spalanchino pericolose concorrenze nel mercato del lavoro (se non tra tedeschi e profughi almeno tra immigrati stabilizzati e immigrati nuovi), e non abbassino per tutti tutele, diritti e retribuzioni medie.
Ma l’ipotesi, confortata da autorevoli studi economici anche internazionali, è che l’ingresso rapido nel mercato di una parte molto consistente dei nuovi arrivi, anche se con retribuzioni sotto soglia, dovrebbe produrre uno choc positivo sul piano economico e sociale: l’incremento della domanda di consumi, e quindi della produzione interna; l’avvio di numerosi processi virtuosi di miglioramento professionale e della produttività delle aziende; una nuova imprenditorialità; un nuovo gettito fiscale capace di cominciare a compensare il surplus di spesa sociale dovuto all’accoglienza e all’erogazione dei sussidi iniziali. Si tratta di giovani, comunque, che almeno inizialmente utilizzano di meno le strutture sanitarie e che per lunghi anni non peseranno sulla spesa pensionistica. E già oggi la loro presenza in Germania sta trascinando un incremento dell’occupazione nei servizi, a partire da quelli educativi per la prima infanzia e da quelli per lo sviluppo delle competenze professionali. La scommessa, dunque, è quella di un aumento del Pil.

può funzionare?
Possibile che oggi sia l’immigrazione il fattore scatenante di una svolta rispetto alle politiche europee – e tedesche – di austerità? Possibile che lo stesso fenomeno che in altri paesi fa costruire i muri di respingimento (o che, come in Italia, dà luogo a un’accoglienza generosa ma nuda di strategie di integrazione), in Germania sia vista come una risorsa primaria di sviluppo economico?
A sostenerlo non è solo Angela Merkel, perfino dal Fondo Monetario Internazionale arrivano analisi e indicazioni in questo senso. Argomentate da previsioni nerissime sugli effetti dell’invecchiamento progressivo della popolazione tedesca ed europea, quindi su una prossima carenza di forza lavoro, su precipitosi decrementi della domanda interna, su inedite scarsità di risorse professionali giovani e qualificate. Insomma, di un ormai vicinissimo inaridirsi delle potenzialità di crescita economica persino in quella Germania che è tuttora il primo motore economico europeo. Un ribaltamento secco, in sintesi, delle idee prevalenti su un’immigrazione foriera solo di impoverimento, di ulteriore debito pubblico, di pesi insostenibili di spesa sociale. Lo si osserva, fra l’altro, in quello che può sembrare un dettaglio, e invece non lo è, cioè l’attenzione tedesca al riconoscimento dei titoli di studio e delle competenze professionali dei rifugiati. Da noi non se ne parla affatto, e proprio perché si teme un’integrazione degli immigrati capace di scalzare, a colpi di lauree e diplomi, le rendite di posizione degli autoctoni, in Germania ci si aspetta invece che i giovani medici, agronomi, informatici, ingegneri siriani e di altri paesi del mondo portino nuova linfa all’economia. Vedremo presto i risultati o i contraccolpi di queste strategie innovative. È un fatto, comunque, che nel cuore dell’Europa si stanno facendo strada posizioni diverse da quelle che all’immigrazione guardano solo con paura. O che, come in Italia, coltivano un’accoglienza che non dà luogo a politiche intenzionali ed efficaci di integrazione. Ci sarebbe anche questo tema, tra i tanti cui la politica dovrebbe riconoscere assoluta priorità.

fiorella_farinelliFiorella Farinelli

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Rocca 14 15 lug 16


Sardegna: il dibattito sullo spopolamento

Sardegna-CSS-29-feb-16Comuni sardi in estinzione: quali rimedi?

democraziaoggiGianfranco Sabattini su Democraziaoggi

Il recente studio, “Comuni in estinzione. Gli scenari dello spopolamento”, di Gianfranco Bottazzi e Giuseppe Puggioni, ha rilanciato il grido d’allarme sullo spopolamento dei comuni della Sardegna. Lo studio, commissionato dal Centro regionale di programmazione all’Università di Cagliari, è valso ad aggiornare le informazioni, sul fenomeno dello spopolamento, di un’analoga ricerca commissionata nel 2006. L’analisi condotta evidenzia che, nell’arco dei 60 anni compresi tra il censimento del 1951 e quello del 2011, la percentuale di comuni in calo demografico è stata di circa il 60%, 228 comuni su 377, e di questi oltre un terzo (35,5%) ha registrato un decremento superiore al 40%.
La denuncia del fenomeno è stata ripresa dai mass-media regionali, che hanno sottolineato la gravità della situazione, cui hanno fatto seguito dibattiti diffusi in molte parti dell’Isola e risvegliato l’interesse della classe politica regionale per il destino delle cosiddette “zone interne”; ad essa, infatti, è riconducibile buona parte della responsabilità del mancato governo della fuga dei residenti dai piccoli centri che, a meno di interventi pubblici di natura prevalentemente “caritatevole”, sono stati abbandonati a se stessi. Ora, di fronte alla denuncia dell’aggravarsi del fenomeno dell’abbandono da parte dei residenti dei loro piccoli comuni senza futuro, è da presumere che a ben poco potrà servire, per “tamponare” l’esodo, la presentazione di proposte di legge regionali (come ha fatto di recente il Gruppo “Riformatori sardi), allo scopo di rilanciare i “piccoli comuni” dell’interno dell’Isola, col fine ambizioso di fare ripartire la crescita e lo sviluppo dell’intera Sardegna.
Stupisce, inoltre, che un conoscitore dei problemi della Sardegna, come Paolo Savona, in un recente articolo apparso su “L’Unione Sarda” del 22 giugno (“Zone interne, per la rinascita puntiamo sul modello Oxford”, il cui occhiello recita: “La politica cambi strategia: l’accentramento crea povertà e tensioni sociali”), abbia sostenuto che lo spopolamento “avrà pericolosi effetti sulla tenuta sociale e civile dell’Isola”; invece di operare contro questa tendenza, si continuerebbe ad agire in senso contrario, favorendo l’accentramento delle attività (burocratico-amministrative e sanitarie?) nelle aree che sarebbero capaci di reagire spontaneamente, “accelerando lo spopolamento delle aree deboli a favore di quelle forti, depauperando l’unica ricchezza sulla quale la Sardegna può ancora contare: il territorio e le sue vocazioni”. Già, il territorio e le sue vocazioni! - segue -

Migranti. Buone pratiche tedesche

migranti vila buoncammico caGERMANIA IMMIGRATI
strategie d’integrazione

di Fiorella Farinelli, su Rocca

Bisogna che entrino nel lavoro il prima possibile. Che comincino a consumare, a pagare le tasse, a far girare l’economia. In Germania – dal gennaio 2015 sono state 965mila le richieste di asilo – l’integrazione dei profughi è un programma operativo, e una strategia politica, che non ammette indugi. Sicuramente costoso, difficile, per tanti aspetti controverso, ma perdere tempo sarebbe fatale. Per loro, e per il paese che li ha accolti. Alla disperata determinazione del viaggio, all’adrenalina che ha consentito di superarne rischi e fatiche, non deve seguire un periodo troppo lungo di dipendenza dall’assistenza, di attese passive di un nuovo futuro. Una convinzione che non è solo di Angela Merkel.
un progetto coraggioso ed efficiente
Ci sono resistenze e contrarietà incendiarie in Germania, soprattutto dopo i fatti di Colonia, ma anche una straordinaria efficienza delle istituzioni e una diffusa mobilitazione della società civile. Lo scorso settembre è stata per prima la prestigiosa Università Humboldt ad aprire i suoi corsi agli immigrati, è bene che chi ha gli strumenti prenda immediatamente familiarità con il modello tedesco dell’alta formazione, partecipi alla comunità studentesca, possa da subito guardare oltre le emergenze dell’oggi. Informarsi, orientarsi, imparare, progettare, mettere a frutto titoli di studio e competenze professionali. Ankommen, che in tedesco vuol dire «arrivare», è l’App scaricabile gratuitamente sviluppata in poche settimane da Ministero degli interni, Ufficio immigrazione, Agenzia per il lavoro, Goethe Institut e Tv pubblica. Quattro lingue – arabo, farsi, francese, inglese – per l’essenziale sulle procedure di regolarizzazione, la formazione per il lavoro, le norme e i valori necessari alla convivenza, e poi anche per un corso di base di lingua tedesca. A partire dalla sesta settimana dall’arrivo, anche se la pratica di riconoscimento dello status di rifugiato non è stata ancora con- clusa e neppure processata, si può accedere a una formazione linguistica. E si può anche chiedere di far parte della Protezione civile volontaria, come ogni buon cittadino che al suo paese ci tiene.

Come in Svezia, bisogna fare in modo che l’accesso a qualche forma di lavoro sia possibile in tempi rapidi, quasi immediatamente (tutto il contrario che da noi dove ai richiedenti asilo è impedita ogni attività finché le procedure non siano completate, col risultato che nelle strutture di accoglienza capita che si consumino nell’ozio e nella depressione anche un paio d’anni). E come in ogni democrazia evoluta, le strategie per l’integrazione sono supportate, oltre che dalle istituzioni statali e decentrate, anche dalle reti dell’associazionismo civile, laico e di ispirazione religiosa. Circa 100mila sono i volontari in azione, con le chiese protestante e cattolica in ruoli organizzativi e gestionali di spicco, e con investimenti economici importanti (90 milioni, per esempio, solo da parte della chiesa cattolica).
promuovere e pretendere
Ma l’efficienza tedesca non si spiega solo con la storia di un paese che, dopo essersi misurato nei primi anni Novanta con gli sconquassi della riunificazione e con gli imponenti flussi migratori seguiti alla dissoluzione dell’impero sovietico, ha poi saputo far fronte anche alle migrazioni determinate dalla guerra nei Balcani. Questa volta, del resto, i numeri del flusso sono non solo molto alti, ma anche concentrati in un tempo relativamente breve, così non solo è difficile riuscire a sviluppare immediatamente tutti i servizi necessari (per fare un solo esempio, solo 200mila dei 325mila minori neoarrivati sono stati inseriti nel sistema scolastico perché mancano gli insegnanti, ed è stato necessario ricorrere anche a scuole improvvisate con insegnanti siriani), ma l’attuazione del programma di integrazione sta richiedendo anche iniziative di modifica normativa. Riforme, insomma, e non di poco conto. Prima di tutto la definizione di una nuova legge sull’immigrazione, con proposte assai controverse di modifica delle regole del mercato del lavoro, che dovrebbe essere approvata e diventare attuativa nei prossimi mesi.
«Promuovere e pretendere», ha sintetizzato così Angela Merkel. Promuovere significa farli andare avanti questi giovani che arrivano da noi in fuga da guerre, povertà, disastri ambientali, ma anche determinati a costruirsi una nuova vita. Pretendere è imporre regole di comportamento e impegni scambi difficilmente aggirabili. Il programma previsto per i prossimi cinque anni (93,6 miliardi di Euro l’investimento complessivo, tra alloggi, sussidi, formazione linguistica e professionale, creazione di nuovi posti di lavoro), prevede corsi obbligatori di lingua, di orientamento/integrazione, di formazione professionale (con perdita dei sussidi e della regolarizzazione per chi si sottrae, e viceversa regolarizzazione accelerata per chi eccelle). Ma soprattutto 100mila posti di lavoro per il primo anno – con la prospettiva di moltiplicarli in seguito. Ma come?

passaggi che scottano
La prima decisione è di far saltare provvisoriamente, per i prossimi tre anni, la priorità finora assegnata alle assunzioni di lavoratori tedeschi e di provenienza comunitaria. La seconda è di aggirare il salario minimo vigente – 8,50 Euro l’ora – con retribuzioni orarie di 1 solo Euro l’ora. Passaggi che scottano, che interrogano sulla fattibilità politica e sulle conseguenze sociali. Anche se oggi in Germania la disoccupazione è pressoché fisiologica (6,2%) e per di più in calo rispetto al 2014, non è affatto scontato che interventi di questo tipo non spalanchino pericolose concorrenze nel mercato del lavoro (se non tra tedeschi e profughi almeno tra immigrati stabilizzati e immigrati nuovi), e non abbassino per tutti tutele, diritti e retribuzioni medie.
Ma l’ipotesi, confortata da autorevoli studi economici anche internazionali, è che l’ingresso rapido nel mercato di una parte molto consistente dei nuovi arrivi, anche se con retribuzioni sotto soglia, dovrebbe produrre uno choc positivo sul piano economico e sociale: l’incremento della domanda di consumi, e quindi della produzione interna; l’avvio di numerosi processi virtuosi di miglioramento professionale e della produttività delle aziende; una nuova imprenditorialità; un nuovo gettito fiscale capace di cominciare a compensare il surplus di spesa sociale dovuto all’accoglienza e all’erogazione dei sussidi iniziali. Si tratta di giovani, comunque, che almeno inizialmente utilizzano di meno le strutture sanitarie e che per lunghi anni non peseranno sulla spesa pensionistica. E già oggi la loro presenza in Germania sta trascinando un incremento dell’occupazione nei servizi, a partire da quelli educativi per la prima infanzia e da quelli per lo sviluppo delle competenze professionali. La scommessa, dunque, è quella di un aumento del Pil.

può funzionare?
Possibile che oggi sia l’immigrazione il fattore scatenante di una svolta rispetto alle politiche europee – e tedesche – di austerità? Possibile che lo stesso fenomeno che in altri paesi fa costruire i muri di respingimento (o che, come in Italia, dà luogo a un’accoglienza generosa ma nuda di strategie di integrazione), in Germania sia vista come una risorsa primaria di sviluppo economico?
A sostenerlo non è solo Angela Merkel, perfino dal Fondo Monetario Internazionale arrivano analisi e indicazioni in questo senso. Argomentate da previsioni nerissime sugli effetti dell’invecchiamento progressivo della popolazione tedesca ed europea, quindi su una prossima carenza di forza lavoro, su precipitosi decrementi della domanda interna, su inedite scarsità di risorse professionali giovani e qualificate. Insomma, di un ormai vicinissimo inaridirsi delle potenzialità di crescita economica persino in quella Germania che è tuttora il primo motore economico europeo. Un ribaltamento secco, in sintesi, delle idee prevalenti su un’immigrazione foriera solo di impoverimento, di ulteriore debito pubblico, di pesi insostenibili di spesa sociale. Lo si osserva, fra l’altro, in quello che può sembrare un dettaglio, e invece non lo è, cioè l’attenzione tedesca al riconoscimento dei titoli di studio e delle competenze professionali dei rifugiati. Da noi non se ne parla affatto, e proprio perché si teme un’integrazione degli immigrati capace di scalzare, a colpi di lauree e diplomi, le rendite di posizione degli autoctoni, in Germania ci si aspetta invece che i giovani medici, agronomi, informatici, ingegneri siriani e di altri paesi del mondo portino nuova linfa all’economia. Vedremo presto i risultati o i contraccolpi di queste strategie innovative. È un fatto, comunque, che nel cuore dell’Europa si stanno facendo strada posizioni diverse da quelle che all’immigrazione guardano solo con paura. O che, come in Italia, coltivano un’accoglienza che non dà luogo a politiche intenzionali ed efficaci di integrazione. Ci sarebbe anche questo tema, tra i tanti cui la politica dovrebbe riconoscere assoluta priorità.

fiorella_farinelliFiorella Farinelli

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Rocca 14 15 lug 16


Migranti

migranti 24 giu 16

Buone pratiche, da diffondere

Vincent-van-Gogh-Contadini-che-piantano-patate-1884I migranti scappati dalla guerra che ora coltivano la terra in Sardegna
Da SardiniaPost 17 giugno 2016 – Cronaca.
Lavoravano la terra in Somalia, Etiopia, Nigeria prima che le guerra e le requisizioni li costringessero a scappare dalla loro Africa per finire in Sardegna. Ora hanno ritrovato il loro vecchio mestiere nelle campagne di Muros: coltivano ortaggi, raccolgono olive e fra poco si cimenteranno anche con le piantagioni di fragole. Sono una cinquantina e hanno formato una cooperativa chiamata Warwii. Significato: terra da coltivare. Fanno parte del centro di accoglienza Janas e la loro attività fa parte del progetto Movida che si occupa di integrazione di giovani extracomunitari. Un’iniziativa che ha coinvolto enti e organizzazioni che nel loro territorio hanno un certo peso: artigiani, Camera di commercio e Coldiretti. E proprio durante il convegno-protesta organizzato dalla Coldiretti oggi [17 giugno] a Cagliari, l’esempio dei giovani che passano la giornata a lavorare è stato citato da chi parlava dal palco. E i metaforici riflettori sono stati rivolti verso quei ragazzi seduti nelle prime file arrivati dal Sassarese per testimoniare come la terra possa essere simbolo di lavoro e di integrazione.
- segue -

Politiche delle immigrazioni: cambiare pagina

migranti-in-piazza-Carmine-8-9-15-208x300di Oliviero Motta, su Rocca

Si avvicina l’estate e l’accoglienza dei profughi nel nostro Paese, si sta facendo – se possibile – più caotica e paradossale che mai. Come se l’emergenza fosse una categoria mentale, entrata a forza nei nostri cervelli, prima ancora di essere una realtà dei fatti. Prefetti che ti promettono mari e monti pur di ottenere la disponibilità di una tua struttura d’accoglienza e poi ti lasciano senza la minima tutela appena un amministratore locale ti mette i bastoni fra le ruote, profughi ai quali viene riconosciuta una protezione giuridica e subito dopo vengono messi fuori dai centri di accoglienza straordinaria (Cas), senza una pro- spettiva di lavoro e casa; sindaci a cui vengono imposte, da un giorno all’altro, tendopoli da trecento ospiti. Sovraffollamento dei Cas (promossi dalle Prefetture) e, contestualmente, posti vuoti nel Sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), gestito dal Ministero degli Interni; esclusioni dai Cas appena un ospite ottiene un lavoretto retribuito con voucher occasionali, sui quali, si sa, è impossibile fare affidamento per un vero percorso di autonomia e inserimento sociale. Gare prefettizie – i cui criteri variano sensibilmente da provincia a provincia – a cui partecipano improbabili organizzazioni che fanno carte false pur di offrire centinaia di posti di accoglienza; prefetture che non riescono minimante a verificare e a controllare l’andamento reale delle accoglienze sul territorio e l’osservanza degli standard di qualità promessi da chi gestisce i centri.

L’unico filo rosso di tutto questo vorticoso e paradossale agitarsi è ottenere al più presto posti di accoglienza per far fronte ai nuovi arrivi: tanti posti e subito. Poco importa, alla fin dei conti, della qualità dell’accoglienza stessa e, soprattutto, delle prospettive di reale integrazione che si riescono a generare a valle della pronta accoglienza, denominata, non a caso, «straordinaria».

Toccare direttamente con mano, da operatori sociali, tutti questi aspetti contraddittori fa male; ferisce, da un lato, sentirsi un piccolo ingranaggio di una catena di montaggio che produce scarsa effettiva integrazione; addolora, poi, accertare quanto poco Stato, nel senso di Istituzione autorevole, affidabile e credibile, ci sia in tutto questo processo.

Ma quando si crea un vuoto, c’è sempre qualcuno o qualcosa che si palesa per riem- pirlo. E infatti dal basso, dalla coopera- zione più sana e consapevole, è nata la «Carta della buona accoglienza dei migranti»: la Carta è un documento che individua gli standard qualitativi che dovrebbe avere una accoglienza degna di questo nome, ma si sostanzia anche in impegni precisi da sottoscrivere e in processi di autocontrollo e autoregolazione attuati dalle centrali cooperative. Alla base della Carta, un patto di diritti e doveri tra migrante e il nostro Paese e la volontà di instaurare un circuito virtuoso tra diritti da tutelare e utilità sociali da condividere. Concepita in Lombardia, la carta è diventata pochi giorni fa un documento e un impegno nazionale, siglato dall’Alleanza delle Cooperative, insieme all’Anci e al Ministero dell’Interno.

L’obiettivo primario di tutti i soggetti è ora quello di passare dai centri collettivi a percorsi di accoglienza in abitazione, sul modello dello SPRAR. Con standard di qualità, servizi adeguati, personale socio educativo qualificato e collaborazione e coinvolgimento dei territori che accolgono i migranti, con un lavoro congiunto di Comuni e Prefetture.

In due parole, voltare pagina.
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mini_01 rocca 12 15 6 16
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cxarta firmatari
(Da Rassegna stampa sito lapsus.it)
Carta per la buona accoglienza delle persone migranti
di Arianna Nanni – 20 maggio 2016, su lapsus.it

Presentata il 18 maggio al Viminale la “Carta per la buona accoglienza delle persone migranti”, il documento è stato firmata da Mario Morcone, capo Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno, Matteo Biffoni, delegato all’immigrazione dell’Anci (Associazione nazionale Comuni italiani) e i tre presidenti delle associazioni che compongono l’Alleanza delle Cooperative italiane: Giuseppe Guerini per Federsolidarietà, Paola Menetti per Legacoopsociali e Giuseppina Colosimo per Agci.
Secondo Giuseppe Guerini portavoce dell’Alleanza delle cooperative sociali italiane: “Attraverso la firma della Carta per la buona accoglienza delle persone migranti le associazioni di rappresentanza delle cooperative insieme al ministero e all’Anci si impegnano a rispettare alcuni requisiti di base nella gestione dei servizi di accoglienza e ad inaugurare un percorso di monitoraggio per verificare l’effettiva attuazione degli impegni presi”.

Obiettivi della Carta

L’obiettivo primario su cui si impegnano i firmatari della Carta è quello di passare gradualmente dall’accoglienza in centri collettivi a percorsi di accoglienza in abitazione, con standard che garantiscano servizi adeguati e presenza di personale socio educativo qualificato in ogni fase dell’accoglienza sul modello dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Tutela dunque ma anche assistenza e protezione attraverso l’implementazione di processi individualizzati e promuovendo percorsi di integrazione, tutela legale, formazione professionale, corsi di italiano per le persone migranti mantenendo un’attenzione specifica ai territori che ospitano le strutture rendendole esenti da tensioni. “Perché ogni paese progredito ha alla base la capacità di accoglienza”, ho sottolineato il vice ministro agli Interni Filippo Bubbico.

Verso il modello dello Sprar

I territori infatti sono parte fondamentale di questo processo di integrazione che si basa su una stretta collaborazione tra Comuni e Terzo settore. Come ha ricordato il prefetto Mario Morcone: “L’integrazione non si fa contro i territori ma si fa con essi”.
Con la sottoscrizione della Carta per la buona accoglienza, le organizzazioni firmatarie si impegnano ad agire affinché la partecipazione al sistema SPRAR sia sempre più ampia per costruire insieme alle comunità locali un modello di accoglienza diffusa.
“La Carta della buona accoglienza nasce dal desiderio e dal senso di responsabilità delle nostre tre organizzazioni“, ha detto Giuseppe Guerini. “Le Cooperative – ha proseguito – sono impegnate in operazioni di accoglienza da molto tempo, quando ad arrivare erano i migranti provenienti dall’Albania. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni drammatici casi di cronaca che hanno ferito profondamente il nostro senso di responsabilità, abbiamo dunque scelto di non dissociarci semplicemente da questi comportamenti ma di riflettere su quale fosse la direzione ed il senso che la cooperazione sociale dovesse intraprendere collettivamente e dalle nostre esperienze nasce questa Carta. Abbiamo tracciato dunque una strada, un modello da seguire e a cui far riferimento che considero come miglior espressione della sussidiarietà”.
“In questo sistema da consolidare e costruire i Comuni hanno una responsabilità fondamentale” come sottolinea Matteo Biffoni sindaco di Prato e delegato Anci per l’immigrazione, “bisogna uscire dalla logica emergenziale dell’accoglienza per una prevalenza della logica organizzata del sistema Sprar per accompagnare i migranti in un percorso formativo previsto dal protocollo”.
“I sindaci – ha poi concluso Biffoni – devono lavorare insieme alle Prefetture nella gestione degli spazi e bisogna relazionarsi con personale qualificato perché è nel nostro interesse che le cose funzionino, la sfida dell’accoglienza continuerà nel corso del tempo e non possiamo non attrezzarci per il tempo che verrà“.
La Carta: http://www.labsus.org/wp-content/uploads/2016/05/Carta-buona-accoglienza.pdf