Università e Università della Sardegna

Consigli non richiesti

Maria Rettore delzompoProposta del tema per l’inaugurazione dell’anno accademico 2016-2017 dell’Università di Cagliari.
“Quale economia al servizio dell’umanità? Le dinamiche globali delle nuove economie per il confronto su nuovi modelli di crescita sostenibile e di superamento delle diseguaglianze. Opportunità per lo sviluppo della Sardegna”.

Università della Sardegna. Oggi l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Sassari

UNiss aa 16+17 inaugOggi venerdì 23 settembre, a partire dalle ore 11,00, avrà luogo la cerimonia inaugurale del 455° anno accademico 2016-2017 dell’Università di Sassari, presieduta dal Rettore Massimo Carpinelli.
Il prof. Tito Boeri, Presidente dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, terrà una prolusione dal titolo “Il lavoro futuro”.
L’evento si svolgerà secondo il programma diramato dall’Ateneo e sarà trasmesso in diretta streaming sul portale istituzionale (www.uniss.it).

Quindici anni a massacrare scuola e ricerca: ecco perché siamo il malato d’Europa
Francesco Cancellato su LinKiesta

universidade de sa Sardigna – university of Sardigna – università della Sardegna

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Cosa si aspetta a costituire l’Università della Sardegna? Atenei sardi osate! E la Regione non stia a guardare!

di Franco Meloni su Nuovo Cammino (n. 16 dell’11 settembre 2016)

Tra i punti deboli più rilevanti delle Università sarde vi è la mancanza di attrattività di studenti stranieri, che le penalizzano nelle classifiche nazionali e internazionali e nella ripartizione delle risorse del fondo unico statale. Difficile colmare questa carenza, ma qualcosa si deve pur escogitare, per esempio mettendo insieme le forze dei due Atenei sardi attraverso una loro federazione. Lo sosteniamo da tempo, anche confortati dal parere degli esperti di marketing che avvertono come Cagliari e Sassari all’estero siano del tutto sconosciute e che l’unico “brand” attrattivo è appunto “Sardegna”. L’Università della Sardegna come The University of California: questa è una soluzione giusta. Non basta certo, ma questa scelta aiuterebbe eccome, anche al di là degli aspetti di attrattività.
Però la federazione deve essere vera, come prescrive il competente Ministero, che nel documento di programmazione 2013-2015 del sistema universitario italiano delinea le caratteristiche dei “modelli federativi di università su base regionale o macroregionale… ferme restando l’autonomia scientifica e gestionale dei federati nel quadro delle risorse attribuite”. Precisamente devono prevedersi: “a) unico Consiglio di amministrazione con unico presidente; b) unificazione e condivisione di servizi amministrativi, informatici, bibliotecari e tecnici di supporto alla didattica e alla ricerca”. Il patto federativo firmato dai due Atenei alcuni anni fa è ben lontano da tale impostazione, prevalendo una concezione sostanzialmente conservatrice. - segue -

Corsi universitari in telematica. Le università sarde partirono bene e con tempestività, poi…

eduopen-white2E’ nata EduOpen: 14 università pubbliche mettono online i loro corsi. Gratuiti e senza copyright.
Corsi accessibili a tutti tenuti dai docenti degli atenei italiani: è l’offerta di EduOpen, la nuova piattaforma di Mooc finanziata dal Miur
di Carlotta Balena su StartupItalia!, 21 aprile 2016
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bann_unisofiaaladin-lampada-di-aladinews312Come si vedrà nel corpo dell’articolo, nell’elenco non ci sono le università sarde. Eppure a partire dal 2006 gestirono un grande progetto europeo, denominato Unisofia, attraverso il Consorzio Unitelsardegna delle due università (http://www.unica.it/pub/7/show.jsp?id=1330&iso=19&is=7). logo_unisofiaPer fortuna il Consorzio esiste ancora, resistendo alla furia distruttiva di rettori non lungimiranti, ma non sembra abbia il ruolo di rilievo che meriterebbe. Prova ne sia la sua assenza nel progetto EduOpen. Il tempo perduto va ora ricuperato con un adeguato impegno da portare avanti come Università della Sardegna.
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Ecco l’articolo
L’università italiana da oggi è online, gratuita e per tutti. E’ diventa ufficialmente attiva, infatti, la piattaforma EduOpen.eu, creata da 14 atenei italiani pubblici [1] per offrire dei corsi formativi di alta qualità a distanza, cioè i cosiddetti MOOC (Massive open online course). Tutti i corsi offerti da EduOpen sono tenuti da docenti universitari e prodotti dalle università italiane aderenti al progetto, finanziato dal ministero dell’Istruzione con 100 mila euro. Gli atenei attualmente nella piattaforma sono: l’Università Aldo Moro di Bari, il Politecnico di Bari, la Libera Università di Bolzano, l’Università di Catania, l’Università di Ferrara, l’Università di Foggia, l’Università di Genova, l’Università Politecnica delle Marche, l’Università di Modena e Reggio Emilia, l’Università Bicocca di Milano, l’Università di Parma, l’Università di Perugia, l’Università del Salento, l’Università Ca’ Foscari di Venezia.
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Programmi di approfondimento

UNIV-SARDEGNA-SISTEMA-LOGO-300x122Universidade de Sardigna – University of Sardigna – Università della Sardegna. Argomento che riaffronteremo presto. Da Aladinews.
Intanto nella vicina Francia:MegaSorbona su Roars

Università nel mondo e Università della Sardegna / DIBATTITO

La controclassifica dove l’Italia supera Harvard e Stanford. Un interessante esercizio di Giuseppe De Nicolao su Roars.
Roars Logo-Home-Page-910x1174Il sito Roars aggiunge un parametro alla classifica di Shangai e i risultati sono a sorpresa con le italiane in testa
di Gianna Fregonara, sul Corriere della Sera on line.
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Harvard prima. Poi Stanford e il Mit e Berkeley, Cambridge e Princeton. Sedici americane, tre inglesi e una svizzera (l’Istituto di tecnologia di Zurigo) sono le migliori venti università del mondo, secondo la classifica pubblicata a Ferragosto dalla Shanghai Jiao Tong University (Arwu). Le italiane, come negli scorsi anni, sono ancorate dopo il 150esimo posto su 500. Cinque quest’anno – erano sei nel 2014 – tra il 150 e il 200esimo gradino: la Sapienza, l’Università di Milano, e poi Padova, Pisa e Torino. Venti in tutto entro l’ultima posizione.
Difficile, messe così le cose, poter esultare per il nostro sistema universitario, nonostante il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio abbia subito rimarcato la riconferma del risultato dello scorso anno per il suo ateneo. Impossibile per le nostre università scalare oltre le classifiche – tutt’al più può succedere che da un anno all’altro «rosicchino» qualche posizione – se si usano i criteri dell’istituto cinese: il numero di ex studenti che hanno preso il Nobel, il numero di premi Nobel che fanno parte del corpo insegnante, il numero di ricercatori con maggiori citazioni scientifiche e di studi pubblicati nelle riviste specializzate.
La vittoria degli Atenei italiani
Ma Giuseppe De Nicolao, professore di Ingegneria a Pavia e collaboratore della rivista online Roars, ha provato ad aggiungere un altro indicatore ai dati raccolti a Shanghai, per stilare una classifica «dell’efficienza delle università che mettesse a confronto i risultati con la spesa», dividendo cioè i costi di gestione di ogni università per il numero di punti raggiunti. E a sorpresa – mettendo a confronto i primi venti atenei della classifica Arwu e i venti atenei italiani che vi sono classificati – a guidare questa «gara» sono quattro università italiane: la Scuola Normale di Pisa, l’Università di Ferrara, Trieste e Milano Bicocca, e nei primi dieci posti otto sono gli atenei italiani mentre a reggere il confronto dell’efficienza tra le grandi università ci sono solo Princeton e Oxford. – segue -

Università e territorio. La “terza missione” e l’Università come agorà

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di Franco Meloni*

E’ di questi giorni la notizia che la Regione Sarda cofinanzierà – utilizzando i fondi europei, con un investimento di 1 milione e 200mila euro, totale ripartito nei prossimi tre anni – l’attività del progetto Contamination Lab dell’Università di Cagliari, giunto quest’anno alla quarta edizione (1). Il ContaminationLab (Clab) aiuta i giovani studenti, di diverse appartenenze disciplinari, a ipotizzare e praticare nuova impresa legata ai saperi appresi o comunque sviluppati in ambito universitario. E’ solo un buon esempio, tra i tanti, della realizzazione della “terza missione” dell’Università, che affiancandosi alle altre due missioni canoniche della ricerca scientifica e dell’alta formazione, mette a sistema capacità e conoscenze al servizio del territorio.

Ma non ci basta, perchè quantunque oggi risulti evidente lo sforzo dell’Università di impegnarsi in tale direzione, se ne coglie ancora una persistente inadeguatezza rispetto alle esigenze della nostra società, tanto da giustificarsi tuttora l’accusa di sua eccessiva autoreferenzialità, che ne limita le potenzialità. E invece la nostra società ha bisogno come il pane delle conoscenze – elaborate, in parte importante, seppure non in esclusiva, al suo interno – che complessivamente costituiscono un fattore indispensabile per lo sviluppo dei territori e per il benessere delle comunità. E allora, cosa chiedere di più all’Università rispetto a quanto già fa positivamente? Innanzitutto di sviluppare la capacità di ascolto dei cittadini, delle imprese, delle amministrazioni e dell’associazionismo, moltiplicando al riguardo le occasioni di confronto, oltre le sedi formali. E, in conseguenza, di adeguare la sua offerta formativa e la sua presenza nel sociale. In pratica, come efficacemente sostiene Pietro Greco, giornalista di Rocca, “significa che nell’aprirsi l’Università si proponga come una «nuova agorà», una delle piazze della democrazia partecipativa (dove i cittadini si riuniscono per documentarsi, discutere e decidere) e della democrazia economica (dove non solo le grandi imprese attingono conoscenza per l’innovazione, ma i cittadini tutti acquisiscono i saperi necessari per il loro benessere, per la loro integrazione sociale, persino per una imprenditorialità dal basso)… superando l’ambito, riduttivo, del trasferimento di conoscenze per l’innovazione tecnologica e costituendo «reti sociali» con associazioni, centri culturali, enti locali, cittadini, lavoratori, imprese (piccole, medie e grandi)… promuovendo la nascita di un’intera costellazione di nuovi attori culturali, che si interfacciano con la società, e dall’altra sviluppando nuova conoscenza intorno ai rapporti scienza e società, con appositi centri interdisciplinari di ricerca” (2). – segue –

Povera Sardegna e povera Università della Sardegna

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DOCUMENTAZIONE
FINANZIAMENTI AGLI ATENEI, L’ESITO DELL’INCONTRO CON IL MINISTRO- Il resoconto sul sito di Unica. (a cura di Sergio Nuvoli).
(Dal sito web della RAS) Università, incontro con Ministro Giannini. Pigliaru: “Confermato riconoscimento insularità” – segue –

L’Università della Sardegna non è più rinviabile

ragazzo vs università
Classifiche ed Università. Il posto di Cagliari e Sassari
di Nicolò Migheli ***
In questo periodo dell’anno fioccano le classifiche e i ranking delle università. Servono ad orientare gli studenti nelle loro scelte e le imprese che in tempi di privatizzazione devono sapere dove indirizzare investimenti e sponsorizzazioni. La settimana scorsa è stata pubblicata la classifica su 1000 università del mondo del The Center for World University Rankings (CWUR) di Jeddah in Arabia Saudita. Istituto che ha un certo seguito nel mondo accademico e delle imprese.

Le classifiche sono sempre determinate dagli indicatori scelti. In questo caso: il numero degli studenti che hanno avuto un premio o riconoscimento internazionale; il numero degli ex studenti che hanno incarichi direttivi nelle imprese internazionali; il numero dei docenti e accademici che hanno conseguito premi o riconoscimenti internazionali; il numero delle pubblicazioni scientifiche; le citazioni in ricerche internazionali degli autori e degli studi prodotti dall’università; il numero di brevetti. È abbastanza intuitivo che basterebbe cambiare i criteri perché la posizione di una determinata università cambi.

Come sempre i primi posti sono tenuti dalle università americane e britanniche. Quelle della Ivy League, più Oxford e Cambridge. Tali posizioni sono la diretta conseguenza del numero alto di premi Nobel che insegnano in quegli atenei, delle ricerche e pubblicazioni; allo stesso tempo, sono i luoghi da cui attingono le imprese multinazionali per quadri e dirigenti. La prima università italiana che compare nell’elenco del CWUR è La Sapienza di Roma, in posizione 90^. Nel 2015 era nella 112^. Un progresso. Altre università famose hanno posizioni decisamente inferiori come: Padova al 157°, Bologna al 198°, Torino 211, Firenze 251, Pisa 285, la Scuola Normale di Pisa 377. Si potrebbe continuare.

Tra quelle meridionali si salvano solo Bari e la Federico II di Napoli. Anche le università del nord, nonostante i finanziamenti – negli ultimi anni principalmente dati a loro – non fanno bella figura, scontano la diminuzione degli stanziamenti per la ricerca. Per quel che riguarda le università sarde il ranking non è felice: Cagliari è in classifica medio bassa con la 556^ posizione – nel 2015 570 -, Sassari 811- nel 2015 817.

Entrambe hanno migliorato di pochi punti, ma soprattutto Sassari è in condizione critica. È vero che le università sarde, più di altre, hanno subito tagli nei finanziamenti governativi perchè, ad esempio, uno degli elementi di premialità contemplati dal ministero è l’essere attrattive per gli studenti delle regioni vicine. Qualcuno si è dimenticato, o ha voluto dimenticare, che la Sardegna è un’isola e che l’unica regione vicina: la Corsica, è francese. Deficit finanziario che la Regione Sarda cerca di supplire con ingenti stanziamenti che coprono l’ordinario. A cui si aggiungono finanziamenti alla ricerca e bandi europei.

In molti nel mondo accademico e sui media si consolano dicendo che i laureati italiani che vanno all’estero, quando si confrontano con quelli provenienti dalle più importanti università globali, non sono secondi a nessuno. Si omette di dire che quelli sono i migliori, mentre la media dei laureati trova difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro. Una ragione, non secondaria, è che il sistema produttivo italiano, basato su una rete vasta di piccole imprese a basso tasso di innovazione, non riesce ad assorbire laureati con conoscenze superiori alle loro necessità.

Qualsiasi considerazione si voglia fare su queste classifiche è indubbio che le università della Sardegna hanno un problema. Si può continuare così e fare finta di nulla ed accontentarsi? Oppure è necessario un cambio drastico di prospettiva, affinché gli studenti sardi non emigrino e si attraggano fondi e studenti dall’Italia e dal Mediterraneo?

E’ di qualche anno fa – nella 13^ legislatura per ovviare alla dispersione di fondi – la proposta di unificare i due atenei per creare il Sistema delle Università della Sardegna o Università della Sardegna. Passaggio non facile, significa agire con accorpamenti che alla fine incideranno su sistemi di potere consolidati, su tradizioni storiche di tutto rispetto. Eppure non vi è altra strada, sia per il calo demografico che per il basso appeal dato dal progressivo decadimento e dalla presenza nelle fasce basse delle classifiche internazionali.

Gli atenei di Cagliari e Sassari sono destinati, soprattutto quest’ultimo, a sparire. Sarebbe un danno enorme, dopo quattrocento anni l’isola si troverebbe senza studi superiori. Si può evitare tutto questo? Certo, il primo passo sarebbe riprendere a ragionare sul il Sistema delle Università della Sardegna. Bisognerebbe farlo subito.

*Per saperne di più: http://cwur.org/

*** su SardegnaSoprattutto
http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/10929
- Per correlazione: L’Università della Sardegna su Aladinews.

RIFLETTENDO e PROPONENDO. MISURE ANTICRISI. L’Università come «nuova agorà». “Le Università costituiscano «reti sociali» con associazioni, centri culturali, enti locali, cittadini, lavoratori, imprese (piccole, medie e grandi). Nel fare tutto questo da un lato promuovono la nascita di un’intera costellazione di nuovi attori culturali, che si interfacciano con la società, e dall’altra sviluppano nuova conoscenza intorno ai rapporti scienza e società, con appositi centri interdisciplinari di ricerca. In Italia c’è una domanda sociale ridotta di conoscenza. Ma c’è anche un’offerta insufficiente. Le università non sono ancora attrezzate per la Terza Missione. Occorre farlo”.

ragazzo vs universitàL’università italiana si salva solo con la «terza missione». L‘università si proponga come una «nuova agorà»

di Pietro Greco*

Gli inglesi da un paio di decenni la chiamano Third Mission, terza missione, o, Third Stream, terzo flusso. Si riferiscono all’università e alla necessità che essa si dia un terzo compito – una terza missione, appunto – insieme ai due canonici della formazione e della ricerca. Questa terza missione è (deve essere) la diffusione fuori dalle sue mura delle conoscenze prodotte. La necessità nasce dal fatto che viviamo, ormai, nella «società della conoscenza» e che lo sviluppo culturale ed economico di ogni comunità a livello locale, nazionale e globale ha bisogno di essere alimentato con continuità da nuove conoscenze. Se non c’è questa immissione continua lo sviluppo dell’intera società ne è frenato, se non bloccato. La domanda sociale è rivolta ai luoghi dove la nuova conoscenza viene prodotta. E poiché le università sono i luoghi primari di formazione e di produzione delle nuove conoscenze, è a loro in primo luogo che «la società della conoscenza» chiede di essere alimentata. La richiesta è che l’università cambi. E dal modello chiuso e statico cui ha aderito nell’Ottocento, per soddisfare i bisogni di formazione di tecnici e di classe dirigente per la società industriale fondata sulla produzione di beni materiali, aderisca a un modello aperto ed evolutivo, per soddisfare i bisogni della società fondata sulla conoscenza e la produzione di beni immateriali. Per un certo tempo questa domanda sociale è stata interpretata in termini molto riduttivi, di semplice «trasferimento delle conoscenze» dalle università alle imprese. In Gran Bretagna, per esempio, il governo favorisce da tempo la Terza Missione delle sue università proprio attraverso una serie di iniziative di «trasferimento delle conoscenze» che includono lo Higher Education Innovation Fund, la Higher Education Reachout to Business and the Community Initiative, lo University Challenge, lo Science Enterprise Challenge. Negli Stati Uniti da almeno un quarto di secolo esistono leggi, come il Bayh-Dole Act, che stimolano l’università non solo a trasferire conoscenze alle imprese, ma – attraverso la valorizzazione e protezione della proprietà intellettuale – a diventare essa stessa impresa: a interpretare se stessa come entrepreneurial university, come università imprenditrice. In Italia non esiste l’università imprenditrice, ma dal novembre 2002 esiste un «Network per la valorizzazione della ricerca universitaria» che coordina decine di atenei di tutto il paese nel tentativo di trasferire conoscenza alle nostre imprese, così poco vocate alla ricerca e così poco consapevoli dell’era in cui siamo entrati. Ebbene, questa attività da sola non basta per entrare nella «società della conoscenza». È troppo riduttiva. È troppo economicista. Lo sostiene il Russell Group, un centro che coordina i due terzi delle università del Regno Unito, sulla base di una documentata indagine. Se il rapporto tra università e società non viene interpretato in una prospettiva molto più ampia e olistica, non solo l’ingresso nell’«era della conoscenza» si allontana, ma persino il trasferimento strumentale di conoscenze alle imprese ne viene minato e perde efficacia. Insomma, sostiene il Russell Group, per entrare nella «società della conoscenza» occorre un dialogo fitto e a tutto campo che promuova uno sviluppo complessivo – culturale ed economico – dell’intera società. In cosa deve consistere, questo dialogo? Dovessimo riassumerlo in una frase, potremmo dire: nella costruzione della cittadinanza scientifica. Che significa maggiore consapevolezza dei cittadini intorno ai temi della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico e maggiore partecipazione alle scelte tecniche e scientifiche, ivi incluse quelle ambientali e quelle «eticamente sensibili». Ma significa anche maggiore democrazia economica. Se i saperi sono ormai la leva principale per la crescita economica, costruire la cittadinanza scientifica significa (anche) fare in modo che la conoscenza non diventi un fattore di nuova esclusione sociale, ma un fattore attivo di inclusione sociale. In pratica significa che nell’aprirsi l’università si proponga coma una «nuova agorà», una delle piazze della democrazia partecipativa (dove i cittadini si riuniscono per documentarsi, discutere e decidere) e della democrazia economica (dove non solo le grandi imprese attingono conoscenza per l’innovazione, ma i cittadini tutti acquisiscono i saperi necessari per il loro benessere, per la loro integrazione sociale, persino per una imprenditorialità dal basso). Questo dialogo fitto e a tutto campo tra università e società non è un’aspirazione astratta. E neppure futuribile. Sta andando avanti, sia pure per prova ed errore. E ha assunto aspetti concreti non solo in Gran Bretagna o negli Usa. In Danimarca la Terza Missione dell’università è stata stabilita per legge. In Francia ci sono importanti iniziative sulla comunicazione pubblica della scienza. E anche nei paesi scientificamente emergenti come Cina, India e, di recente, Sud Africa molto impegno e molte risorse sono dedicate alla diffusione delle conoscenze e al rapporto tra «scienza e società». Un po’ ovunque il tentativo consiste nel fatto che le università cercando di aprirsi alla società – senza rinunciare al compito canonico dell’alta formazione e della ricerca scientifica – superando l’ambito, riduttivo, del trasferimento di conoscenze per l’innovazione tecnologica e costituendo «reti sociali» con associazioni, centri culturali, enti locali, cittadini, lavoratori, imprese (piccole, medie e grandi). Nel fare tutto questo da un lato promuovono la nascita di un’intera costellazione di nuovi attori culturali, che si interfacciano con la società, e dall’altra sviluppano nuova conoscenza intorno ai rapporti scienza e società, con appositi centri interdisciplinari di ricerca. In Italia c’è una domanda sociale ridotta di conoscenza. Ma c’è anche un’offerta insufficiente. Le università non sono ancora attrezzate per la Terza Missione. Occorre farlo. Perché l’università aperta è uno dei passaggi obbligati per entrare nella società della conoscenza. E per costruire una piena cittadinanza scientifica.
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lampada aladin micromicro* L’articolo di Pietro Greco, pubblicato per la prima volta su L’Unità il 12 marzo 2007, è stato più volte ripreso da Aladinews per chiarezza espositiva, per le proposte e per lo spirito innovativo che lo pervade. Tutto ciò lo rende dunque attuale e le sue proposte concretamente e utilmente percorribili.
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IL 21 MARZO PER UNA NUOVA PRIMAVERA DELL’UNIVERSITÀ

CRUI LOGO PRIMAVERA_C
LINK:

- VOLANTINO

- PROGRAMMA

- PASSEGGIATA

APPUNTAMENTO PER TUTTI ALLE 10.30 DI LUNEDI’ 21 MARZO IN VIA UNIVERSITA’ FRONTE RETTORATO, CAGLIARI

Malessere Università

Unica 2.0 ft 1 17 3 16unica 2.0 ft2 17 3 16

allarme università

calo immatricolati

Formazione sulle tematiche delle migrazioni. Ecco un Master interessante e utile che può essere replicato in Sardegna dall’Università della Sardegna


Master in Economia, Diritto e Intercultura (MEDIM)
(Master di II livello)
Roma, Università di Tor Vergata,
Il termine di iscrizione è il 4 aprile 2016
INTERSOSON IMPRESA APS

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