Elezioni Rettore Unica

Maria über alles

Maria Del Zompo Programma 16 2 15Maria uber alles Gaudeamus igitur
Maria del Zompo, 61° Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Cagliari, Università della Sardegna.

Tutte le informazioni sul sito web di Unica
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- Gaudeamus igitur

- La primavera ci ha portato il nuovo Rettore!

Università della Sardegna – Verso l’elezione del nuovo Rettore dell’Università di Cagliari

Cao Del ZompoOGGI Confronto Giacomo CaoMaria Del Zompo // Venerdì le elezioni.
(Tutte le informazioni sul sito web di Unica, a cura dell’ufficio stampa UnicaNews)

Arcobaleno di sera, buon tempo si spera… anche all’università!

arcobaleno all'univCa

Università della Sardegna – Elezione Rettore dell’Università di Cagliari

9mar2015_cao9mar2015_delzompoVenerdì 20 marzo il secondo turno di votazioni per l’elezione del Rettore per il periodo dal 2015 al 2021.

Question-People-150x150Per proseguire la discussione sul futuro dell’Ateneo iniziata sul blog http://sites.unica.it/unica15-21 i promotori della community hanno organizzato un incontro di tutte le componenti dell’Ateneo con i due candidati alla carica di Rettore, Giacomo Cao e Maria Del Zompo.

- L’incontro si svolgerà l’Aula A del polo economico-giuridico in Viale Sant’Ignazio 78 mercoledì 18 marzo alle 16.

Verso una nuova stagione dell’università. Ripartire da dove si è sbagliato, da quanto non si è fatto… La terza missione ci aiuterà a salvarci

(Da Aladinews del 14 dicembre 2012 )
di Franco Meloni
FrancoMeloni ft microUna serie di circostanze concomitanti autorizzano a parlare di declino delle università pubbliche italiane, almeno di una parte di esse, precisamente quelle che non riescono ad adeguarsi alle esigenze dei tempi, a sopravvivere e superare la crisi economica che sconvolge l’Italia e l’Europa (in controtendenza, tra gli esempi positivi citiamo i Politecnici). Indichiamo alcune di queste circostanze: 1) la crescente carenze di risorse, che vedono progressivamente diminuire i trasferimenti statali, compensati molto parzialmente dall’autofinanziamento e dai finanziamenti regionali e dei progetti europei; 2) la perdita generalizzata (salvo eccezioni) di consenso della proposta formativa degli atenei italiani, che subiscono la concorrenza delle università straniere, a cui si aggiunge un calo delle immatricolazioni dovuto a un numero crescente di giovani che non vedono credibili sbocchi lavorativi dei corsi; 3) il fallimento delle diverse riforme (ultima e peggiore quella intestata all’ex ministro Gelmini), le quali non hanno migliorato la situazione ma, al contrario, hanno distratto le università rispetto alle fondamentali missioni dell’insegnamento e della ricerca e reso via via sempre più difficoltosa la pratica di nuove iniziative a favore dei territori (trasferimento tecnologico, long lifelearning); il tutto all’insegna di una crescente e opprimente burocratizzazione delle attività universitarie, che fa il paio con quella delle altre pubbliche amministrazioni. Per queste e altre ragioni l’università italiana vive dunque uno dei momenti di maggiore difficoltà degli ultimi decenni. Le crisi, come quella che stiamo vivendo, sono devastanti, ma certamente superabili, attraverso veri e profondi processi di cambiamento in meglio. Le strade da percorrere per salvarsi sono diverse: una, molto importante è senz’altro quella dell’impegno delle università per la «terza missione», come ben ha argomentato Pietro Greco in numerosi interventi, tra i quali ci piace citare quello pubblicato su l’Unità del 12 marzo 2007, che sotto riportiamo, anche come contributo attualissimo al dibattito in corso in diverse sedi. Per quanto ci riguarda la «terza missione» è una prospettiva di cui siamo convinti da tempo e che abbiamo anche praticato con convinzione nel recente passato nell’esercizio di incarichi universitari, peraltro in perfetta linea con le indicazioni dell’Unione Europea.

L’università italiana si salva solo con la «terza missione». L‘università si proponga coma una «nuova agorà»

di Pietro Greco

Gli inglesi da un paio di decenni la chiamano Third Mission, terza missione, o, Third Stream, terzo flusso. Si riferiscono all’università e alla necessità che essa si dia un terzo compito – una terza missione, appunto – insieme ai due canonici della formazione e della ricerca. Questa terza missione è (deve essere) la diffusione fuori dalle sue mura delle conoscenze prodotte. La necessità nasce dal fatto che viviamo, ormai, nella «società della conoscenza» e che lo sviluppo culturale ed economico di ogni comunità a livello locale, nazionale e globale ha bisogno di essere alimentato con continuità da nuove conoscenze. Se non c’è questa immissione continua lo sviluppo dell’intera società ne è frenato, se non bloccato. La domanda sociale è rivolta ai luoghi dove la nuova conoscenza viene prodotta. E poiché le università sono i luoghi primari di formazione e di produzione delle nuove conoscenze, è a loro in primo luogo che «la società della conoscenza» chiede di essere alimentata. La richiesta è che l’università cambi. E dal modello chiuso e statico cui ha aderito nell’Ottocento, per soddisfare i bisogni di formazione di tecnici e di classe dirigente per la società industriale fondata sulla produzione di beni materiali, aderisca a un modello aperto ed evolutivo, per soddisfare i bisogni della società fondata sulla conoscenza e la produzione di beni immateriali. Per un certo tempo questa domanda sociale è stata interpretata in termini molto riduttivi, di semplice «trasferimento delle conoscenze» dalle università alle imprese. In Gran Bretagna, per esempio, il governo favorisce da tempo la Terza Missione delle sue università proprio attraverso una serie di iniziative di «trasferimento delle conoscenze» che includono lo Higher Education Innovation Fund, la Higher Education Reachout to Business and the Community Initiative, lo University Challenge, lo Science Enterprise Challenge. Negli Stati Uniti da almeno un quarto di secolo esistono leggi, come il Bayh-Dole Act, che stimolano l’università non solo a trasferire conoscenze alle imprese, ma – attraverso la valorizzazione e protezione della proprietà intellettuale – a diventare essa stessa impresa: a interpretare se stessa come entrepreneurial university, come università imprenditrice. In Italia non esiste l’università imprenditrice, ma dal novembre 2002 esiste un «Network per la valorizzazione della ricerca universitaria» che coordina decine di atenei di tutto il paese nel tentativo di trasferire conoscenza alle nostre imprese, così poco vocate alla ricerca e così poco consapevoli dell’era in cui siamo entrati. Ebbene, questa attività da sola non basta per entrare nella «società della conoscenza». È troppo riduttiva. È troppo economicista. Lo sostiene il Russell Group, un centro che coordina i due terzi delle università del Regno Unito, sulla base di una documentata indagine. Se il rapporto tra università e società non viene interpretato in una prospettiva molto più ampia e olistica, non solo l’ingresso nell’«era della conoscenza» si allontana, ma persino il trasferimento strumentale di conoscenze alle imprese ne viene minato e perde efficacia. Insomma, sostiene il Russell Group, per entrare nella «società della conoscenza» occorre un dialogo fitto e a tutto campo che promuova uno sviluppo complessivo – culturale ed economico – dell’intera società. In cosa deve consistere, questo dialogo? Dovessimo riassumerlo in una frase, potremmo dire: nella costruzione della cittadinanza scientifica. Che significa maggiore consapevolezza dei cittadini intorno ai temi della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico e maggiore partecipazione alle scelte tecniche e scientifiche, ivi incluse quelle ambientali e quelle «eticamente sensibili». Ma significa anche maggiore democrazia economica. Se i saperi sono ormai la leva principale per la crescita economica, costruire la cittadinanza scientifica significa (anche) fare in modo che la conoscenza non diventi un fattore di nuova esclusione sociale, ma un fattore attivo di inclusione sociale. In pratica significa che nell’aprirsi l’università si proponga coma una «nuova agorà», una delle piazze della democrazia partecipativa (dove i cittadini si riuniscono per documentarsi, discutere e decidere) e della democrazia economica (dove non solo le grandi imprese attingono conoscenza per l’innovazione, ma i cittadini tutti acquisiscono i saperi necessari per il loro benessere, per la loro integrazione sociale, persino per una imprenditorialità dal basso). Questo dialogo fitto e a tutto campo tra università e società non è un’aspirazione astratta. E neppure futuribile. Sta andando avanti, sia pure per prova ed errore. E ha assunto aspetti concreti non solo in Gran Bretagna o negli Usa. In Danimarca la Terza Missione dell’università è stata stabilita per legge. In Francia ci sono importanti iniziative sulla comunicazione pubblica della scienza. E anche nei paesi scientificamente emergenti come Cina, India e, di recente, Sud Africa molto impegno e molte risorse sono dedicate alla diffusione delle conoscenze e al rapporto tra «scienza e società». Un po’ ovunque il tentativo consiste nel fatto che le università cercando di aprirsi alla società – senza rinunciare al compito canonico dell’alta formazione e della ricerca scientifica – superando l’ambito, riduttivo, del trasferimento di conoscenze per l’innovazione tecnologica e costituendo «reti sociali» con associazioni, centri culturali, enti locali, cittadini, lavoratori, imprese (piccole, medie e grandi). Nel fare tutto questo da un lato promuovono la nascita di un’intera costellazione di nuovi attori culturali, che si interfacciano con la società, e dall’altra sviluppano nuova conoscenza intorno ai rapporti scienza e società, con appositi centri interdisciplinari di ricerca. In Italia c’è una domanda sociale ridotta di conoscenza. Ma c’è anche un’offerta insufficiente. Le università non sono ancora attrezzate per la Terza Missione. Occorre farlo. Perché l’università aperta è uno dei passaggi obbligati per entrare nella società della conoscenza. E per costruire una piena cittadinanza scientifica.

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Università della Sardegna – Elezione del Rettore dell’Università di Cagliari. Anche Paola Piras lascia. Maria Del Zompo in volata verso il traguardo. Giacomo Cao insegue pensando al 2021.

9mar2015_pirasCari Colleghi, docenti e amministrativi, care Studentesse e Studenti
a seguito della prima tornata elettorale per il rinnovo del governo dell’Ateneo guardo l’esito del voto con gli occhi da giurista, consapevole del valore della democrazia. Rifletto sull’ampio consenso espresso da tutte le componenti della nostra comunità nei confronti di Maria Del Zompo.
Con profondo senso di rispetto verso i tanti che hanno espresso il loro voto e creduto in un progetto diverso da quello da me proposto, costruito su un’idea, realistica, di forte cambiamento e innovazione, nella ferma convinzione che il futuro del nostro Ateneo debba trovare il suo punto di forza nell’essere vera universitas, luogo di condivisione, ritengo corretto fare un passo indietro; ora.

Non servono lacerazioni ma voglia di costruire come comunità.

Grazie di cuore a chi mi ha accompagnato in questo mese, a chi mi ha ascoltato investendo tempo prezioso, a chi ha creduto in me contribuendo alla mia crescita.

Non guardiamo le candele spente, ma osserviamo il brillio di quelle accese davanti a noi.
Auguri per un buon lavoro al nostro prossimo Rettore.
paola piras
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LA SFIDA CONTINUA TRA…
- MARIA DEL ZOMPO, oggi 64 anni, nel 2021 70.

- GIACOMO CAO, oggi 54 anni, nel 2021 60.

Università della Sardegna. Elezione Rettore dell’Università di Cagliari

9mar2015_raffoLascia anche Lugi Raffo
Cari colleghi, cari studenti,
mi sono concesso due giorni di riflessione dopo una prima parte di campagna intensa, arricchente ed emozionante che ci ha permesso di incontrarci, confrontarci, discutere di università.
Ho trovato in moltissimi tra noi la convinzione che il nostro futuro passi attraverso una battaglia di cambiamento e di rinnovamento.
Continuerò a combatterla nel mio ruolo di professore, la mia attività di candidato si interrompe qui.
Un abbraccio ai 215 elettori che hanno scelto il mio nome e ai moltissimi che hanno reso questa campagna possibile.
I miei migliori auguri di buon lavoro al prossimo Rettore della nostra Università.
A presto. Luigi Raffo
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LA SFIDA CONTINUA PER…

- MARIA DEL ZOMPO, oggi 64 anni, nel 2021 70.

- GIACOMO CAO, oggi 54 anni, nel 2021 60.

- PAOLA PIRAS, oggi 58 anni, nel 2021 64.


Università della Sardegna – Elezione del Rettore dell’Università di Cagliari

9mar2015_delzompoMARIA DEL ZOMPO AVANTI. INTANTO SI RITIRA GIORGIO MASSACCI.

Cari Elettori,
Vi informo di avere deciso di ritirarmi dalla competizione per l’elezione del Rettore. Ancora ringrazio tutti i partecipanti al primo turno di votazioni, e resto in attesa che le elezioni si concludano perché possiamo tutti augurare un grande successo al nuovo Rettore e alla nostra Università.
Giorgio Massacci

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- Tutte le informazioni sul sito Unica

Università della Sardegna. Elezione Rettore dell’Università di Cagliari. Primi risultati provvisori: Maria Del Zompo in fuga, tutti gli altri inseguono

9mar2015_delzompo
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9mar2015_cao
9mar2015_massacci
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Maria Del Zompo Totale voti ponderati e non ponderati 542,74
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Paola Piras Totale voti ponderati e non ponderati 186,68
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Giacomo Cao Totale voti ponderati e non ponderati 140,44

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Giorgio Massacci Totale voti ponderati e non ponderati 109,51
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Luigi Raffo Totale voti ponderati e non ponderati 108,26
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- Fonte sito Unica
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Università della Sardegna – Elezioni del Rettore dell’Università di Cagliari

Candidati Rettori UnicaELEZIONI del RETTORE di UNICA per il sessennio 2″ 015/2021
INFORMAZIONI a cura dell’UFFICIO ELETTORALE di UNICA Tutta la documentazione inerente le votazioni è pubblicata e aggiornata dal Coordinamento Affari generali ed Elezioni di UNICA, comprese le candidature ufficiali, i programmi elettorali dei singoli candidati, il manifesto con l’avviso per le elezioni e l’ubicazione dei seggi per tutte le componenti elettive e il fac-simile della scheda elettorale. CLICCA QUI

La primavera dell’università che vogliamo

mandorloUnica
di Franco Meloni
Lo ripetiamo con esercizio di sano ottimismo: è di buon auspicio che il nuovo rettore dell’università di Cagliari venga eletto in primavera. Speriamo che anche per suo impulso si realizzi una “primavera dell’università”. Sono molte le aspettative al riguardo, dentro e oltre il mondo accademico, perchè l’università è importante e costituisce uno strumento formidabile per sollecitare, accompagnare, contribuire a realizzare i processi di cambiamento nella e della nostra società. Di questo cambiamento, come sempre ma particolarmente in questo periodo storico, abbiamo bisogno trattandosi della condizione per affrontare e auspicabilmente superare le crisi. Vale in generale, ma noi pensiamo specificamente alla situazione sarda, sulla quale torneremo subito.
Prima vorrei ricordare che alle tradizionali due missioni dell’università, la formazione (dei giovani innanzitutto, ma direi delle persone di ogni età) e la ricerca scientifica, se ne aggiunge una terza, che consiste nel trasferimento dei saperi al territorio, oggi decisamente sottodimensionata. Evidentemente le tre missioni quantunque enucleabili sono tra loro fortemente connesse. Le università hanno necessità di ripensare se stesse e ridefinire complessivamente le tre grandi missioni, in un confronto con le comunità di riferimento – sia scientifiche sia territoriali – nelle quali sono impegnate.
Si dirà che questo sforzo di adeguamento le università italiane sono impegnate a farlo ormai da oltre trent’anni, ma i vari provvedimenti di riforma che si sono susseguiti nel tempo a ritmi pazzeschi hanno comportato più guai che miglioramenti, consegnandoci l’attuale università burocratizzata e incapace di rispondere fino in fondo alle esigenze del paese.
Un rettore che insieme alla propria comunità accademica voglia cambiare questo stato di cose deve in primo luogo rendere attivamente partecipe la propria istituzione di un movimento complessivo di riforma, che contrasti l’attuale deriva distruttiva dell’università pubblica italiana. Si deve essere consapevoli che occorre invertire la rotta rispetto alla direzione impressa al sistema universitario italiano dalla legge Gelmini, fin troppo assecondata dai rettori regnanti di questi ultimi anni e contrastata soprattutto dagli studenti, che vede purtroppo continuità nelle politiche del governo Renzi.
Certamente però uno spazio d’azione esiste al livello regionale. Qui si tratta di costruire ex novo una politica universitaria che innanzitutto realizzi l’Università della Sardegna, nel rispetto e nel ricupero della ricchezza delle diversità dei due Atenei storici, ma proiettata nel futuro di quanto occorra per i sardi e la Sardegna: l’Università della Sardegna che guardi all’Europa e al Mediterraneo e metta insieme la qualità dell’insegnamento e della ricerca di Sassari con quella di Cagliari, passando dalla competizione alla collaborazione.
C’è molto da fare. Forse non si hanno ancora le idee chiare su cosa e come fare. Ma ci sono sicuramente intelligenze e risorse materiali per fare bene. Occorre cimentarsi mettendo in gioco tutte le risorse di cui disponiamo, dentro e fuori l’università. Bisogna crederci.
Ci creda per primo il rettore che uscirà vincitore dalla competizione elettorale.
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studenti di bolognaSardegna universitaria_2

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Riferimenti diretti
io 65 a bruxL’UNIVERSITÀ PER LO SVILUPPO DEL TERRITORIO
Per una nuova governance dell’Università che ne rafforzi la funzione di valorizzazione
delle conoscenze, risorse per lo sviluppo delle comunità e del territorio
F. Meloni, Cagliari, 2007.
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Università: per non morire di autoreferenzialità
di Franco Meloni, su aladinews del 23 gennaio 2013

“Ask not what your country can do for you; ask what you can do for your country.” “Non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”. E’ questa una delle frasi più famose tra quelle pronunciate da John Fitzgerald Kennedy; esattamente risale al 20 gennaio 1961, giorno del suo insediamento alla Casa Bianca come 35° presidente degli Stati Uniti d’America.

E’ una frase che mi piace e che a partire da ciascuno di noi deve riguardare tutti per orientare comportamenti virtuosi verso il bene pubblico. Ritengo che si possa riferire in modo pertinente soprattutto a quanti gestiscono la “cosa pubblica”.
Non è allora fuori luogo il fatto che mi sia venuta in mente pensando allo stato attuale delle università nel nostro paese. Cercherò di spiegarlo nel proseguo.
L’università pubblica che per definizione è al servizio del paese e dei cittadini, nonostante la sua funzione essenziale per qualsiasi traguardo di sviluppo sociale ed economico, è sottoposta da molti anni a questa parte a politiche vessatorie, fatte soprattutto di progressive restrizioni delle risorse statali, di aumento smisurato di adempimenti burocratici, di sfiancanti processi di riforma, in gran parte inefficaci.
A perderci in questa situazione non è certo, se non in minima parte, l’accademia, consolidata nei propri privilegi, quanto piuttosto gli studenti e, in conclusione, il paese intero. L’università pubblica, nel suo complesso, sembra destinata ad un inesorabile declino per mano assassina della politica (del governo come del parlamento) e, si badi per inciso, in presenza di un governo mai stato così tanto partecipato da professori, da assomigliare a un “senato accademico”
Ma perchè non si riesce a fermare questo precipitare verso il peggio? Forse i consapevoli quanto responsabili (colpevoli) di quanto accade pensano che le Università virtuose possano risuscitare dalle ceneri delle attuali. Sarebbe follia, ma sembra appunto questa la strada intrapresa. Non avanziamo qui ulteriori considerazioni, rinviando ad autorevoli approfondimenti, come quelli in grande parte condivisibili di Gianfranco Rebora (http://gianfrancorebora.org/category/universita/).
Invece vogliamo soffermarci su un aspetto: quello del modo in cui è percepita l’Università da parte della gran parte delle persone, dei cittadini e dalle altre organizzazioni. Fondamentalmente come un luogo di privilegiati che si occupano sì di scienza, cultura, insegnamento… ma quando e come vogliono, dall’alto delle loro sicurezze e con atteggiamenti di supponenza e separatezza, senza aver alcun obbligo di “resa del conto”, innanzitutto a chi finanzia l’università (in primis le famiglie, poi lo Stato, le Regioni, l’Unione Europea, etc). Sì, non è vero che sia tutto così deprecabile. Sappiamo, per esempio, quanti professori svolgono con scrupolo e impegno il loro prezioso lavoro e ancor di più quanti giovani nelle università lavorino sodo, i più senza adeguati riconoscimenti monetari e di carriera… Anche qui non mi soffermo, perchè il problema che voglio affrontare è un altro, precisamente questo: perchè nessuno, tranne i diretti interessati, difende l’Università? La risposta, a mio parere, si può ancora una volta trovare sul “peccato di autoreferenzialità” che marchia l’Università e che la rende largamente estranea al resto della società. Non voglio parlare di “parentopoli” o cose di questa natura, che rappresentano comunque perduranti patologie, ma piuttosto del modo normale di atteggiarsi delle università, soprattutto in relazione al modo in cui esse sono rappresentate dai rettori e dai diversi gruppi dirigenti. Del “peccato di autoreferenzialità” si ha certo da tempo consapevolezza, tanto è che perfino negli ambienti accademici si ricercano modalità per superarlo. Le stesse numerose leggi e altri miriadi di provvedimenti cosiddetti di riforma hanno a parole combattuto l’autoreferenzialità, ma possiamo azzardare che sia invece aumentata, tanto da far considerare la stessa come una delle cause più rilevanti del cattivo rapporto università-territorio.
Richiestomi da un’amica ricercatrice universitaria che indaga sull’apertura delle università al territorio così come appare dalla riformulazione degli statuti, in applicazione di quanto previsto dalla legge 30 dicembre 2010 n. 240, ho letto tutti o quasi gli statuti, pubblicati nei siti degli Atenei, tanto da ritenermi legittimato ad esprimere qualche giudizio. La mia lettura ha riguardato fondamentalmente gli aspetti dell’apertura dell’ateneo al territorio, in certa parte rappresentata dalla valorizzazione dei saperi nel loro trasferimento sul territorio e l’apertura al medesimo territorio attraverso la partecipazione alla governance universitaria dei soggetti del territorio. Per il primo aspetto (apertura) devo dire che in tutti gli statuti esaminati emerge l’attenzione verso il territorio di riferimento di ciascun Ateneo. L’impegno particolare verso la regione (istituzione e territorio) risulta in tutti, ma in modo marcato per le università che operano nelle regioni a statuto speciale (tra questi statuti segnalo quello dell’Università di Sassari per i riferimenti alle specificità delle problematiche regionali come la lingua, l’identità la cultura, etc). Maliziosamente potremmo darci ragione di tale enfasi rammentando come i rapporti Università-Regione comportino importanti trasferimenti di risorse dalle casse regionali a quelle universitarie, generalmente regolati da appositi protocolli d’intesa/convenzioni. Tuttavia – e qui parliamo del secondo aspetto (partecipazione alla governance) – il rapporto con il territorio rispetto all’ambito di diretto riferimento o considerato quello di più vaste dimensioni (nazionale, europeo, internazionale) non prevede negli statuti esaminati particolari forme di integrazione a livello gestionale, salvo alcuni statuti, ad esempio delle università dell’Emilia e Romagna e dell’Università di Bari che hanno istituito appositi organismi (come la “consulta dei sostenitori” per le università emiliano-romagnole e la “conferenza d’ateneo” per l’università di Bari), con prerogative abbastanza significative per quanto riguarda il controllo “esterno” sulla (e il coinvolgimento nella) programmazione delle attività dell’Università. Si osserva come dal punto di vista dell’integrazione tra Università e Istituzioni dell’ambito territoriale risultino, anche per effetto della legge di riforma e degli statuti, significativamente affievoliti i legami che storicamente si erano precedentemente consolidati. Parliamo soprattutto del legame con le città. Gli statuti riformati sulla base della legge citata prevedono la presenza nei consigli di amministrazione e nei nuclei di valutazione di esperti non appartenenti al mondo accademico, ma hanno abolito qualsiasi rappresentanza delle Istituzioni (Comune capoluogo in primis). Da questo versante possiamo pertanto dire che i nuovi statuti ci hanno consegnato università rafforzate nell’autoferenzialità. Si può osservare come la legge di riforma non impediva la costituzione di organismi di collegamento e di partecipazione alla programmazione, e gli statuti citati (sia pure nella debolezza della ”consulta dei sostenitori” o consimili) ne è prova, ma l’errore di non aver previsto l’obbligatorietà di tali organismi (così come previsto, ad esempio, nell’ordinamento delle università spagnole) ha portato di fatto a non contemplarli e pertanto ad una ulteriore chiusura autoreferenziale delle università. Ne emerge la riproposizione “in peius” di modelli tradizionali, meno partecipati dalle Istituzioni e dal mondo delle Imprese, nei quali anche la famosa “terza missione” viene sì prevista ma con carattere subordinato rispetto alle tradizionali funzioni universitarie (ricerca e insegnamento). Certo bisogna riconoscere la positività della previsione dell’impegno per il trasferimento tecnologico per la quasi totalità delle Università che lo hanno citato nei principi fondamentali degli statuti, cosa che dovrebbe indurre a un maggiore impegno dell’Ateneo per questa missione, ma il tutto appare davvero insufficiente. Nello specifico, probabilmente bisogna prendere atto che l’attività di diffusione del sapere/trasferimento tecnologico può essere efficacemente attuata solo con una strumentazione diversa da quella propriamente accademica e pertanto attraverso strumenti come Fondazioni e Consorzi. Infatti è difficile pensare che una gestione efficace ed efficiente di tali attività possa essere svolta dagli attuali organi di governo dell’Ateneo (Rettore, Senato accademico, Consiglio di amministrazione…). Al tutto dobbiamo aggiungere, in negativo, una maledetta spirale burocratica che avvolge gli Atenei pubblici fino a volerli ridurre a una sorta di licei rigidamente controllati dal Ministero dell’economia. In analogia per quanto detto in fatto di partecipazione delle Istituzioni (e delle Imprese) alla governance degli Atenei sarebbe auspicabile che una legge prevedesse l’obbligatorietà per ogni università di dare vita a una propria fondazione per le attività propriamente riconducibili alla “terza missione”.
E infine, torniamo all’incipit del presente contributo, riscrivendo a nostro uso la famosa frase di Kennedy: cara Università “non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”, mettendo concretamente da parte la tua autoreferenzialità.
Forse troverai più gente e più organizzazioni convintamente al tuo fianco per salvarti insieme al paese!

In giro con la lampada di aladin sull’università della Sardegna. Domani si vota per scegliere il nuovo rettore di Unica

Rettori-Unica-tavolo-studentilampada aladin micromicro Cagliari, Melis si dimette. Via alla corsa per il rettorato Giorgio Massacci, Paola Piras, Maria Del Zompo, Giacomo Cao e Luigi Raffo.
- SEGUI LO SPECIALE A CURA DELL’UFFICIO STAMPA DELL’ATENEO.
Lunedì 9 marzo l’Ateneo va al voto per l’elezione del Rettore per il periodo dal 2015 al 2021. L’Ufficio stampa dell’Università di Cagliari dà conto in una pagina dedicata degli eventi più significativi – in particolare di quelli organizzati dalle varie componenti dell’Ateneo – della campagna elettorale, delle trasmissioni tv e degli speciali sui principali organi di informazione sardi.

La primavera dell’università

Università della Sardegna. L’Università di Cagliari sceglie il nuovo rettore
Primavera 5 3 15studenti di bolognaA partire da lunedì 9 (per proseguire il 20 Marzo e, ove occorra, con il ballottaggio tra i due candidati più votati, il 25 marzo 2015) la comunità universitaria di Cagliari vota per eleggere il nuovo rettore che resterà in carica per i prossimi sei anni. E’ di buon auspicio che il nuovo rettore venga eletto in primavera, che sia la primavera della nostra università!
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gonf UnicaUltimissime dall’Ateneo. Il rettore uscente Giovannino Melis ha rassegnato anticipatamente le dimissioni dalla carica con decorrenza 9 marzo. Pertanto fino all’entrata in servizio del nuovo rettore l’Ateneo sarà guidato dal pro rettore vicario Vanna Ledda.
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VannaLedda UnicaGIOVANNA MARIA LEDDA

PRORETTORE VICARIO
Delegato per l’internazionalizzazione.

Dal 9 marzo 2015 alla data di insediamento del nuovo Rettore: RETTORE facente funzioni dell’Università di Cagliari.

Università della Sardegna. Elezione del Rettore dell’Università di Cagliari

studenti-di-bolognaRettori Unica tavolo studentiPROSEGUONO GLI INCONTRI CON I CANDIDATI RETTORE UNICA.
Proseguono gli incontri dei candidati alla carica di Rettore dell’Ateneo di Cagliari in vista del primo turno di votazioni, fissato per lunedì 9 marzo. L’Ufficio stampa dell’Università di Cagliari dà conto nello spazio UnicaNews di alcuni eventi – in particolare di quelli organizzati dalle varie componenti dell’Ateneo – della campagna elettorale.

- Vai alla RASSEGNA STAMPA curata da UnicaNews.

GUARDA IL VIDEO DELL’ASSEMBLEA CON I CANDIDATI (SA DUCHESSA, 26 FEBBRAIO 2015)
L’Ufficio Stampa di Unica si è avvalso della collaborazione di UnitelSardegna per la realizzazione del servizio di videoripresa, post-produzione e messa on line dell’incontro del 26 febbraio, che qui viene riproposto.

Question-People-150x150Sono on line le risposte dei cinque candidati alle 21 domande poste dalla community “UNICA 15-21” costituita da docenti provenienti da tutte le realtà culturali del nostro Ateneo (clicca per leggere).
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Università della Sardegna: verso la scelta del nuovo rettore dell’Università di Cagliari

Candidati Rettori Unica
(Da UnicaNews, Cagliari, 26 febbraio 2015) – Oggi giovedì 26 febbraio alle 10 nell’Aula Magna del Corpo aggiunto del Polo di Sa Duchessa (Facoltà di Studi umanistici), si è svolta l’assemblea per tutto il personale dell’Ateneo di Cagliari con i candidati alla carica di Rettore, che hanno risposto ad alcune domande preventivamente rese note, e ad altri quesiti posti direttamente durante l’incontro, trasmesso in diretta streaming sul sito dell’Ateneo grazie alla collaborazione di UnitelSardegna. Un vero fuoco di fila di domande terminato soltanto nella tardissima mattinata. L’assemblea era organizzata da tutte le sigle sindacali e dalla RSU e aperta a tutte le componenti dell’Ateneo, ed è stata moderata da Sergio Nuvoli, giornalista dell’Ufficio stampa dell’Università di Cagliari.
studenti di bologna- VAI AL SERVIZIO DI UNICANEWS.
- VAI ALLA RASSEGNA STAMPA.