Società

Migranti-Aquarius. Opinioni a confronto

costat-logo-stef-p-c_2-2Anpi logo naz

    Parliamone assieme

    Incontro

informale, senza relazioni, ma con brevi riflessioni nell’ambito di una riflessione collettiva.

Avvia il confronto Andrea Pubusa – CoStat

seguono i vostri interventi

insieme a quelli di Ettore Cannavera (Comunità La Collina – Serdiana), Davide Carta (PD), Fernando Codonesu (CoStat), Andrea Contu (ARCI), Tonino Dessì (CoStat), sen. Gianni Marilotti e Pino Calledda (M5S), Giacomo Meloni (sindacalista CSS), Marco Mereu (FIOM), Roberto Mirasola (LeU), Luisa Sassu (ANPI), Franco Meloni (Amici sardi della Cittadella di Assisi), esponenti delle comunità straniere a Cagliari.

Sono invitate le confessioni religiose.

Il dibattito pubblico sull’Aquarius è ricco di spunti polemici, dettati da logiche di schieramento. Vogliamo avviare un confronto, preoccupandoci solo del merito della questione dei migranti, che ha complesse implicazioni di carattere etico, giuridico e politico.

    Lunedì 18 giugno 2018, ore 17.45
    Studium franciscanum
    via Principe Amedeo n. 22 Cagliari

———————————————————————
eccomiIn apertura sarà proiettato Eccomi “Flamingos”- The short film scritto e diretto da Sergio Falchi, che sarà presente.
—————————————————————————————

La disumanità come carta vincente

«Ero straniero e non mi avete accolto», ha detto l’altro ieri il cardinale Ravasi citando il Vangelo e denunciando la mancanza dell’umano nella politica. Se questo è vero – ed è tragicamente vero – ne viene di conseguenza che solo una nuova immersione della politica nell’umanità può rovesciare la terribile fase che stiamo attraversando. Solo un’affermazione senza reticenze e con orgoglio anche nel discorso pubblico di parole e valori quali bontà, solidarietà, integrazione, pietà, comunione può dipingerla di colori nuovi e liberarla da quelli cupi della paura e del respingimento dell’altro. Si tratta di rimettere in moto un processo di rieducazione che non è impossibile. Avere davanti ai propri occhi, e questa volta con assoluta chiarezza, una politica senza umanità può aiutare a costruirne una diversa.
img_6444
di Ritanna Armeni

E’ possibile fare politica staccandola completamente dall’umanità? E’possibile agire – pensare di agire – per il benessere dei cittadini, per la loro sicurezza, muovendosi contro altri essere umani, che si trovano in una situazione di pericolo, forse di morte?
Questo interrogativo si pone sempre con l’arrivo dei barconi carichi d’immigrati nei porti italiani. Uomini e donne che hanno bisogno di aiuto ma che, con la loro presenza – molti sostengono –, intaccano benessere e sicurezza dei cittadini italiani. Quest’anno si pone con più forza e drammaticità che nel passato per un motivo molto semplice. Per la prima volta l’Italia ha un governo che fa dei respingimenti in mare l’asse portante della sua politica; per la prima volta il vero vincitore delle elezioni del 4 marzo, il capo della Lega Matteo Salvini, vuole dimostrare senza possibilità di equivoci all’Italia e all’Europa che dall’«invasione» dei diversi, dei neri, dei poveri ci si può difendere. Che un nuovo ordine può essere imposto. Che l’inumano può governare.
Per farlo ha bisogno di operare un rovesciamento culturale che fino a qualche tempo fa sembrava impossibile: rescindere ogni legame fra i sentimenti (solidarietà, pietà, fratellanza, istinto alla protezione dei deboli, benevolenza, compassione) e l’agire pubblico (le leggi, gli interventi, le disposizioni per l’ordine).
Per separare l’uomo e la donna dalla propria umanità occorre educarli all’indifferenza, liberarli da ogni empatia con i sofferenti, renderli prigionieri delle proprie ansie e paure, impedir loro di uscire dal ghetto delle proprie sofferenze per dare uno sguardo, almeno uno sguardo, a quelle altrui. L’abbiamo visto solo qualche giorno fa con l’Aquarius, la nave con 629 migranti che il governo italiano ha respinto e che è stata salvata solo grazie all’apertura dei porti spagnoli.
Le motivazioni dell’atto (e della sua disumanità) sono state tutte «politiche». Dare una lezione all’Europa che finora ha colpevolmente voluto ignorare la difficile situazione delle coste italiane e questo è di certo vero. Alcuni paesi europei per evitare l’invasione hanno eretto muri e militarizzato le frontiere. Poi – si è detto – occorre evitare che, insieme ai migranti, sbarchino, anche terroristi. Che dobbiamo riservare le poche risorse che ci sono agli italiani, aiutare prima i poveri di casa nostra. Ci sono i terremotati, i disoccupati. E, infine, che è impossibile condividere servizi sociali già insufficienti.
Le motivazioni della politica, come si vede, sono già esplosive. Se si calano nella difficile situazione economica e sociale del paese, se si condiscono con una buona dose di paura per il diverso, la deflagrazione è immediata.
L’Aquarius è solo l’ultimo dei casi in cui l’inumano diventa politico. Perché da tempo – come ha denunciato il politologo Marco Revelli – «senza quasi trovare resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’inumano è entrata nel nostro orizzonte».
Esso – precisa ancora Revelli – «non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana. Non è il mostruoso che appare a prima vista estraneo all’uomo». L’inumano è il momento in cui l’altro diventa cosa «indifferente, sacrificabile o semplicemente ignorabile». Il momento in cui la sua vita «non è oggetto primario, ma oggetto di calcolo». Quel che sta avvenendo nelle acque del Mediterraneo e quello che è prevedibile accada nei prossimi mesi, è esattamente questo. La vita degli uomini e delle donne è oggetto di calcolo economico e politico. È con la minaccia di morte di centinaia di persone che si pongono condizioni all’Europa. Sono i disperati del mare che garantiscono la linea della fermezza. Sono loro i testimoni che i partiti al governo fanno il bene degli italiani salvaguardano la loro sicurezza e il loro benessere.
Non sarebbe onesto né veritiero dire che questo processo di disumanizzazione della politica si manifesta ora per la prima volta. Solo qualche mese fa un altro governo – questa volta di centro sinistra – e un altro ministro degli interni – di sinistra – con un accordo con le tribù libiche e un attacco alle organizzazioni umanitarie che agivano nel Mediterraneo, ha bloccato in campi della Libia alla mercé di miliziani, torturatori e stupratori, migliaia di uomini e di donne che avevano la colpa di tentare di arrivare sulle nostre coste nella speranza di un futuro migliore. Lo racconta con crudezza un bel film
che forse in pochi hanno visto: «L’ordine delle cose» di Andrea Segre. Anche in questo caso la vita di molti è entrata nel calcolo.
Ma quell’azione ampiamente «disumana» e largamente condivisa dai mass media era coperta, almeno, dall’ipocrita affermazione di voler difendere gli immigrati dallo sfruttamento degli scafisti, dalle carrette della morte che offrivano false speranze. Oggi invece l’inumano non usa infingimenti, non cerca pretesti, non dà motivazioni che coprano la realtà. Anzi la politica se ne mostra orgogliosa, fa della disumanità la sua carta vincente.
«Ero straniero e non mi avete accolto», ha detto l’altro ieri il cardinale Ravasi citando il Vangelo e denunciando la mancanza dell’umano nella politica. Se questo è vero – ed è tragicamente vero – ne viene di conseguenza che solo una nuova immersione della politica nell’umanità può rovesciare la terribile fase che stiamo attraversando. Solo un’affermazione senza reticenze e con orgoglio anche nel discorso pubblico di parole e valori quali bontà, solidarietà, integrazione, pietà, comunione può dipingerla di colori nuovi e liberarla da quelli cupi della paura e del respingimento dell’altro. Si tratta di rimettere in moto un processo di rieducazione che non è impossibile. Avere davanti ai propri occhi, e questa volta con assoluta chiarezza, una politica senza umanità può aiutare a costruirne una diversa.

Ritanna Armeni
—————————————————
rocca-13-2018

Migranti. Che fare?

costat-logo-stef-p-c_2Lunedì 18 giugno, con inizio alle ore 17.30 Incontro-dibattito su “Migranti, che fare?”, presso lo Studium Franciscanum in via Principe Amedeo 22.

Oggi a La Collina

la-collina-14-giu-18

Riunione del CoStat

costat-logo-stef-p-c_2-2Oggi mercoledì 13 giugno 2018. Riunione del CoStat, ore 19, presso la sede della CSS (Confederazione Sindacale Sarda).

Ospedale “San Giovanni di Dio” di Cagliari: quale destinazione?

b537e20e-698a-4d36-aeb5-43bc87cca9c0
lampadadialadmicromicro132Nel recente incontro promosso dal Comitato per la salvaguardia del San Giovanni di Dio il prof. Andrea Loviselli, docente della Facoltà di Medicina dell’Università di Cagliari, ha prospettato per la Struttura un utilizzo ottimale come “Casa della Salute”, coerente evoluzione della situazione esistente, rispondente alle esigenze della popolazione del centro storico e non solo. Abbiamo allora richiesto al dott. Antonello Murgia, medico ed esperto di politiche sanitarie, un parere sulla proposta avanzata dal prof. Loviselli sulla base di una illustrazione degli interventi sanitari sul territorio previsti dalla vigente normativa e dal Piano sanitario regionale. Il dott. Murgia ci ha prontamente inviato il seguente articolo che in estrema sintesi, ma con esemplare chiarezza, ci informa sull’argomento e, di più, aderendo alla proposta del prof. Loviselli, propone un “percorso” attuativo della trasformazione del San Giovanni di Dio in Casa della Salute o, auspicabilmente più avanti, in Ospedale di Comunità. Torneremo presto sull’intera questione, anche per gli aspetti di altra natura, strettamente connessi: piano complessivo di risanamento/ristrutturazione del Complesso San Giovanni di Dio, idee su un utilizzo differenziato, ma compatibile con la realizzazione della Casa della Salute, finanziamento del tutto (fondi europei, fondi delle fondazioni ex bancarie, fondi regionali, fondi di partecipazione dei privati, etc.), costituzione di un’apposita “fondazione di partecipazione” per la gestione (in analogia a quanto realizzato a Firenze). Dunque, a presto (f.m.).
———————————————————
Ospedale “S. Giovanni di Dio” di Cagliari: quale destinazione?
di Antonello Murgia
E’ da qualche decennio che si teorizza la necessità di superare l’ospedalocentrismo e di avvicinare la sanità ai cittadini, spostando il fulcro dell’intervento sanitario sul territorio. Per fare questo occorre organizzare sul territorio stesso quelle strutture che forniscano ai cittadini l’assistenza che non necessita di ricovero ospedaliero e che sarebbe complicato o comunque svantaggioso erogare a domicilio. Questo filtro si compone di più voci le più importanti delle quali sono la Casa della salute, l’ospedale di comunità, il poliambulatorio, l’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata).
La Casa della Salute (CdS) è l’elemento più interessante di una sanità basata sulla centralità del territorio, sia perché ha l’ambizione di riunire nello stesso luogo le attività sociali e sanitarie e, fra queste, le cure primarie, la prevenzione, la riabilitazione, sia perché può includere una parte degli altri servizi che fanno da filtro fra territorio e ospedale. Ne sono state individuate 3 tipologie: la piccola, la media e la grande.
La CdS piccola comprende l’ambulatorio infermieristico e quello di medicina generale, la continuità assistenziale di 12 ore, l’ambulatorio specialistico, l’assistenza sociale, l’accoglienza/punto informativo e il CUP (Centro Unico di Prenotazione).
Nella CdS media, in più, sono contemplati gli ambulatori della medicina di gruppo, l’ambulatorio pediatrico, quello ostetrico, il servizio di guardia medica, il punto prelievi, attività specialistiche ambulatoriali, servizio di ecografia, il coordinamento dell’ADI, le vaccinazioni e le certificazioni ai fini della prevenzione.
La CdS grande prevede, oltre a quanto previsto in quella media, la radiologia non contrastografica, la riabilitazione funzionale, il consultorio familiare/pediatrico di comunità, il CSM (Centro di Salute Mentale), il Servizio di Neuropsichiatria infantile e dell’età evolutiva, il SerT (Servizio per le Tossicodipendenze). Vi vengono inoltre programmati interventi di screening della popolazione: pap-test, mammografie, diagnosi precoce delle neoplasie del colon-retto, etc. Devono inoltre esservi previste delle sale riunioni, sia per gli operatori che per incontri con la popolazione.
L’Ospedale di Comunità (O.d.C.) costituisce anch’esso un’innovazione molto interessante, sia per gli operatori che per i cittadini. La sua funzione è quella di assistere i pazienti che presentano problemi che non hanno bisogno di ricovero ospedaliero, ma che non possono essere assistiti adeguatamente a domicilio per inadeguatezza del domicilio stesso o per la necessità di controllo infermieristico continuativo. Ricovera pazienti che presentano malattie soprattutto croniche, ma anche acute, provenienti sia dall’ospedale che da casa, che necessitano di interventi a bassa intensità clinica. Per risultare economicamente vantaggioso anche nel breve periodo, l’OdC non deve essere realizzato ex novo, ma deve derivare dalla riconversione di posti letto e di strutture già esistenti e non più necessari. La direzione, e questo è uno degli elementi più innovativi, è del medico di medicina generale (pediatra di libera scelta nel caso di O.d.C. pediatrico), venendo così incontro alla preoccupazione di impiegatizzazione/burocratizzazione lamentata da tale categoria, mentre la gestione è dell’infermiere professionale. Il Direttore del Distretto ha invece la responsabilità igienico-organizzativa e gestionale complessiva. Il funzionamento prevede di giorno l’attivazione del responsabile clinico, mentre di notte e nei festivi le necessità di intervento medico verranno coperte dal servizio di continuità assistenziale. Alle emergenze provvede il Sistema di Emergenza-Urgenza territoriale. Il modulo tipo dell’OdC è costituito da un reparto di 15-20 letti. E’ importante sottolineare che l’OdC non rappresenta una alternativa a forme di residenzialità già esistenti (RSA), che hanno il compito di assistere un’altra tipologia di destinatario e con altro tipo di risorse.
E’ un’attività che necessita di una preparazione accurata e, ritengo, di una cultura adeguata, non essendo la centralità del territorio ancora entrata a sufficienza nella mentalità della nostra dirigenza sanitaria regionale, sia come amministratori che come operatori, ma è molto interessante perché può consentire di fornire assistenza a persone fragili e/o con domicilio inadeguato, minimizzando il rischio di istituzionalizzazione e di allontanamento dei soggetti dal loro ambiente e riducendo contemporaneamente i costi economici a carico del Servizio Sanitario ed i costi sociali, che per lo più sono a carico delle famiglie.
I primi esperimenti di OdC risalgono ormai a 20 anni fa in Emilia Romagna per cui ci sono esperienze consolidate cui fare riferimento per implementare al meglio questo tipo di attività anche in Sardegna e in particolare a Cagliari ove non manca la disponibilità degli spazi necessari.
Dati i requisiti richiesti, l’Ospedale S. Giovanni di Dio si presterebbe ottimamente a questo scopo e non necessiterebbe di adattamenti costosi; l’apertura di tale attività si tradurrebbe, in poco tempo, in una sanità più vicina ai cittadini e con costi più contenuti rispetto al modello ospedalocentrico. E’ altrettanto evidente che la cosa non possa essere impiantata dall’oggi al domani e che necessiti di una preparazione accurata, ma va tenuta presente la sua sinergia con la Casa della salute: in entrambi i casi, infatti, risultano centrali il ruolo del medico di medicina generale e di diverse altre figure come l’infermiere professionale (che nell’OdC ricoprirebbe un ruolo di responsabilità in prima persona della gestione di una struttura di ricovero e cura cui è evidente che aspiri e che trovo giusto ricopra in un sistema sanitario moderno), il terapista della riabilitazione, l’assistente sociale, etc. Questo modello di intervento è importante anche per impedire/ritardare quelle disabilità che portano alla non autosufficienza, responsabile di una quota rilevante della crescente spesa sanitaria degli ultrasessantacinquenni. Ritengo che un progetto realistico potrebbe prevedere l’apertura a scadenza abbastanza breve di una Casa della Salute media, con la prospettiva di farla diventare di più grande dimensione man mano che l’attività si consolida, favorendo il lavoro d’equipe e multidisciplinare dei medici e aggiungendo gradatamente i vari servizi che contraddistinguono la CdS grande (radiologia, ADI, SerT, servizi di screening per le malattie a maggiore incidenza, eventualmente il CSM attualmente sistemato in strutture a sé stanti, etc.). Anche il poliambulatorio di v.le Trieste sul quale circolano voci di chiusura, potrebbe, con le relative professionalità, trasferirsi nella CdS al S. Giovanni di Dio. Insomma, il vecchio e glorioso ospedale cittadino potrebbe essere convertito in una struttura moderna che offra prestazioni che avvicinano la sanità ai cittadini, per giunta ad un costo più basso rispetto al modello che stiamo con qualche fatica cercando di superare.
—————————————-

FEDERICO GARCIA LORCA

federico-g-lorcaFEDERICO GARCIA LORCA
Nasce a Fuentevaqueros, provincia di Granada, il 5 giugno 1898.
I suoi primi interessi sono la letteratura, la poesia, la filosofia e la musica.
Si laurea in leggi a Granada, per accontentare il padre, poi si laurea a Madrid in Lettere e Filosofia. Lascia la musica perchè non può andare a Parigi a proseguire gli studi: era apprezzato da Manuel de Falla, che gli fu amico e col quale organizzò il concorso del Cante jondo, il canto gitano. Si diletta anche di pittura e fa una esposizione dei suoi disegni. Nel ’29-30 si reca a New York e poi a Cuba.
Dal 1918 al ’36 ha arricchito immensamente, con la sua poesia e il suo teatro, la letteratura e la cultura spagnola e mondiale. Nel 1932, il Ministero della Cultura della Repubblica, istituita un anno prima, lo incarica della diffusione del teatro in Spagna. Organizza La Barraca, gruppo teatrale girovago, che assolverà questo compito.
gli-occhiali-di-piero1-150x1501419Nel febbraio del ’36, con Alberti e Bergamin, fonda l’Associazione degli intellettuali antifascisti. Il 19 giugno finisce di scrivere La casa di Bernarda Alba. Il 17 agosto viene arrestato dai franchisti. All’alba del 19 agosto viene fucilato a Viznar (Granada).
Uno dei tanti, imperdonabili, crimini dei fascisti spagnoli.
Quando morirò / seppellitemi con la chitarra / sotto la sabbia.
Quando morirò / tra gli aranci e la menta.
Quando morirò / seppellitemi, se volete, / sotto una banderuola.
Quando morirò!

No te conoce nadie. No. Pero yo te canto.
Yo canto para luego tu perfil y tu gracia.
La madurez insigne de tu conocimiento.

SardegnaCheFare?

img_6285sardegna-dibattito-si-fa-carico-181x300Autonomia, la nostra storia? Sì, ma fallimentare.
di Francesco Casula
Le vie di Cagliari sono tappezzate da macromanifesti inneggianti all’Autonomia, in occasione del suo settantennio. Senza alcun pudore di una retorica insopportabile: peraltro foraggiata da immane spreco di denaro pubblico indecoroso.
Ma veramente pensiamo che ci sia qualcosa da esaltare? O non è invece arrivato il tempo di iniziare a fare le pulci, per ristabilire un minimo di verità, storica e politica, rispetto all’Autonomia stessa?
Nato nel lontano 1948, già depotenziato, debole e limitato – più simile a un gatto che a un leone, secondo la colorita espressione di Lussu – lo Statuto sardo in questi 70 anni di storia si è rivelato, sostanzialmente, un fallimento. Molte le cause. Ad iniziare da quella che lo storico Francesco Cesare Casula individua con nettezza scrivendo: “Nello Statuto sardo non c’è nessun preambolo che supporti le ragioni dell’essere, nessuna coscienza storica che giustifichi il perché dovremmo essere trattati diversamente dalle altre 19 regioni italiane. Esso apre con un desolante titolo l: «La Sardegna con le sue isole è costituita in regione autonoma fornita di personalità giuridica entro l’unità politica della Repubblica italiana, una e indivisibile, sulla base dei principi della Costituzione e secondo il presente statuto … » “.
In altre parole, secondo il nostro più grande storico medievista “Lo Statuto sardo, difetta di un preambolo giustificativo nella contrattazione col governo centrale, ben presente nello Statuto catalano, che fonda la sua contrattazione sulla peculiarità nazionale promanante dall’antico Principato di Catalogna. Ed è quanto purtroppo manca da noi. sebbene abbiamo più ragioni dei Catalani di rifarci alla storia per una rivendicazione autonomistica non solo speciale ma particolare essendo – la nostra – la prima regione d’Italia, da cui nasce lo Stato oggi chiamato repubblica Italiana”.
Ma se pur anco i legislatori della Costituente e i padri della nostra Autonomia non avessero voluto tener conto di tutto ciò, almeno avrebbero dovuto partire, nella formulazione dello Statuto, da un dato difficilmente contestabile: essere la Sardegna una nazione, avendo una sua peculiare e specifica identità etno-storica-culturale-linguistica. In realtà i Costituenti che dotano la Sardegna di uno “Statuto speciale” questo lo sanno e lo riconoscono. Perché altrimenti uno Statuto speciale all’Isola? Per motivi economici? Ovvero per la povertà, l’arretratezza e il sottosviluppo? E come spiegare allora che non verrà concesso uno Statuto speciale a molte regioni italiane sicuramente allora più povere, arretrate e sottosviluppate? Come la Lucania o l’Abruzzo?
Il motivo economico – peraltro ben documentato dall’articolo 13, che è la cartina di tornasole della scelta politica: “Lo Stato italiano col concorso della Regione, dispone un piano organico per favorire la Rinascita economica e sociale dell’Isola” – è la foglia di fico per nascondere i veri motivi – storici-culturali-linguistici – che se riconosciuti formalmente, avrebbero dato vita a ben altro Statuto, a ben altri poteri della Regione proprio sul versante culturale-linguistico, che non a caso sono del tutto assenti.
Occorre inoltre aggiungere che in questi 70 anni esso ha subito un processo di progressivo svuotamento e di compressione sia dall’esterno, cioè da parte dello Stato centrale, sia dall’interno, ovvero da parte delle forze politiche dirigenti sarde, che non sanno usare e, spesso, non vogliono utilizzare, gli stessi strumenti, possibilità e spazi che l’autonomia regionale offriva.
Basti pensare a questo proposito alla vicenda delle norme di attuazione, che avrebbero dovuto riempire di contenuti le astratte previsioni statutarie, stabilendo quali dovevano essere i poteri reali della Regione nelle materie attribuite alla sua competenza. Queste norme o vengono emanate tardi, o non vengono emanate per niente, o vengono emanate in modo eccezionalmente riduttivo. E comunque non vengono quasi mai poste in atto. Ciò per constatare come le forze politiche sarde abbiano svilito la stessa limitata autonomia. statutariamente riconosciuta.
Non solo. Nato come Statuto speciale, oggi risulta dotato di meno poteri delle regioni a Statuto ordinario costituite nel ’70, e di fatto, rappresenta oramai un ostacolo alla realizzazione di una vera Autonomia, o peggio: serve solo come copertura alla gestione centralistica della Regione da parte dello Stato, di cui non ha scalfito per niente il centralismo. Paradossalmente lo ha perfino favorito, consentendo ai Sardi solo il succursalismo e l’amministrazione della propria dipendenza.
La Regione sarda di fatto, in questi 70 anni di storia, ha operato come mera struttura di decentramento e di articolazione burocratica dello Stato e come centro di raccordo e di mediazione fra gli interessi dei gruppi di potere locali e la rapina neocolonialista, soprattutto del Nord: esemplare in questo è la vicenda della industrializzazione petrolchimica..
Da tempo perciò possiamo ormai considerare consumato il suo fallimento storico contestuale a quello della Rinascita: ma fino ad oggi sono falliti miseramente anche i tentativi di un suo rilancio e rianimazione, prima attraverso la cosiddetta politica contestativa e rivendicazionistica della Regione nei confronti dello Stato degli anni ’70 e, negli anni più recenti attraverso una Commissione nominata ad hoc dal Consiglio Regionale.
Oggi è giunto il momento di imboccare decisamente la strada del rifacimento dello Statuto Sardo, una nuova Carta de Logu, come vera e propria Carta Costituzionale di Sovranità per la Sardegna, che ricontratti su basi federaliste il rapporto Sardegna-Stato Italiano e che, partendo dall’identità etno-nazionale dei Sardi, ne sancisca il diritto a realizzare l’autogoverno, l’autodecisione, l’autogestione economica e sociale delle proprie risorse e del territorio, il diritto a usare e valorizzare la propria lingua e cultura, a gestire la scuola, i trasporti, il credito, le finanze e l’ordine pubblico, la possibilità di controllare i grandi mezzi di comunicazione di massa e dell’informazione, di fronte alla quale oggi la Regione è totalmente disarmata e niente può fare perché essi rispondano a criteri di uso democratico e socialmente utile. Il potere infine, in settori fondamentali quali la difesa e i rapporti internazionali, di esprimere parere vincolante in merito a tutte le iniziative che tocchino gli interessi vitali della Sardegna.
Uno Statuto siffatto non garantirà automaticamente l’Indipendenza statuale dell’Isola ma ne costituirà certamente un corposo e indispensabile presupposto.
—————————————————-
Sardegna: il salto della quaglia*
di Tonino Dessì, su fb.

Più o meno in questo periodo, nel 1999, all’Assessorato regionale della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio, stavamo attendendo, durante l’ultimo anno di mandato della Giunta Palomba, di centrosinistra, alla predisposizione del POR (Programma operativo regionale) 2000-2006 dei Fondi strutturali europei.
Eravamo classificati fra le aree europee dell’Obiettivo 1, regioni in ritardo nello sviluppo, in quanto gli indicatori del PIL e del reddito pro-capite erano inferiori al 75 per cento della media europea.
Siamo usciti dall’Obiettivo 1 nel 2006, anche in conseguenza dell’allargamento dell’Unione e dei nuovi parametri di computo dei livelli medi europei derivanti dall’ingresso di Paesi meno sviluppati dell’Italia.
Per dodici anni siamo stati quindi collocati nell’Obiettivo “Competitività”, cioè nelle aree in transizione verso il livello di maggior sviluppo medio europeo.
Ora, nel 2018, siamo tornati di nuovo nell’Obiettivo 1, ossia tra le regioni meno sviluppate.
Se è vero che queste classificazioni risentono di una certa rigidità e sono affidate a parametri statistici nei quali anche un decimale di punto percentuale è decisivo, resta ugualmente vero che, essendosi tutti, nell’Unione, mossi in una o nell’altra direzione (fermo non è rimasto nessuno), a distanza di vent’anni (ma si può retrodatare ancora al 1994, perché i primi cofinanziamenti comunitari risalgono al ciclo 1994-1999), non possiamo non constatare che la strategia non ha funzionato.
I Fondi strutturali europei hanno nella sostanza finito per sostituire quelli aggiuntivi e straordinari dei due Piani di Rinascita che, messi in opera ai sensi dell’articolo 13 dello Statuto (e dell’originario articolo 119 della Costituzione), dispiegarono i loro effetti in un ciclo ultratrentennale, iniziato nel 1962 e conclusosi con l’ultimo rifinanziamento, disposto dalla legge n. 402 del 1994.
L’obiettivo dell’articolo 13 dello Statuto, così come quello della programmazione strutturale europea, era (è) quello di far uscire definitivamente l’Isola dai meccanismi che hanno generato e da quelli che hanno riprodotto il suo ritardo nello sviluppo.
Già nella seconda metà degli anni ‘70, tuttavia, i dubbi sulle strategie della Rinascita diventarono elemento comune del dibattito politico e culturale.
“La rinascita fallita” è il titolo di un importante saggio del socioeconomista Marcello Lelli edito nel 1975.
Ancora oggi ci si divide sul giudizio relativo alle politiche economiche e sociali dei due cicli della Rinascita, quello del primo Piano (legge n. 588/1962) e quello del secondo Piano (legge n. 268/1974).
Queste divisioni spesso sono ancora caratterizzate da una certa strumentalità polemica riferita all’attualità contingente.
Così come già si avverte una strumentalità politica contingente nelle polemiche che si sono lette in occasione del nuovo mutamento di collocazione della Sardegna nella programmazione europea.
Mutamento che comunque dovrebbe avere come conseguenza un incremento delle risorse disponibili per il nuovo sessennio di programmazione.
Sulla scorta di questi ragionamenti vorrei azzardare una provocazione.
Vent’anni di ciclo programmatorio-finanziario consentono di parlare di una “Terza Rinascita” e il risultato potrebbe legittimamente indurre a esprimere una valutazione di “fallimento” del ciclo.
Sarebbe bene un esame aggiornato e attualizzato di questo terzo ciclo, per evitare che le nuove risorse aggiuntive vadano ancora in direzioni dispersive e controproducenti.
Il nostro livello di dipendenza infatti non è diminuito e i nostri deficit strutturali (collegamenti esterni e trasporti interni in primis) non sono stati superati.
Resta ancora in piedi (è una disposizione costituzionale permanente), l’articolo 13 dello Statuto, che, se non in termini di grandi masse finanziarie statali ulteriormente aggiuntive a quelle comunitarie, potrebbe invece essere interpretato ai fini della concessione di nuovi regimi delle misure occorrenti per assicurare ai soggetti economici sardi pari opportunità rispetto ai soggetti operanti nel Continente, correggendo o derogando parzialmente a tal fine le norme sulla concorrenza, il tanto che basti per superare i gap derivanti dalla condizione insulare.
Un nuovo Governo si è insediato, un nuovo Ministro sardo siederà al Ministero per gli affari europei, una nuova pattuglia di deputati e di senatori sardi è arrivata in Parlamento.
Una legislatura regionale volge al termine e magari vorrà lasciare, nei non molti mesi che mancano alla scadenza elettorale sarda, almeno un contributo all’avvio del confronto più utile possibile per impostare una fase più consapevole e virtuosa delle politiche riguardanti la Sardegna.
A me pare che le questioni centrali del confronto possano essere queste cui ho accennato fin qui.

* il titolo è nostro.

La città ai cittadini. No allo smantellamento dell’Ospedale civile San Giovanni di Dio

ospedale-sangiovannididio
di Franco Meloni
Oggi, venerdì 1° giugno, alle ore 20 nel salone parrocchiale di Sant’Anna, in via Fara 19, si terrà un incontro pubblico promosso dal “Comitato contro la chiusura del San Giovanni di Dio”, per mantenere nella struttura un presidio sanitario al servizio della popolazione del centro storico di Cagliari.
I cittadini di Stampace e degli altri quartieri storici vogliono precise e formali assicurazioni positive rispetto a quanto richiesto nell’apposita petizione scritta, che porta in calce oltre 1500 firme e che di recente è stata consegnata al Sindaco Massimo Zedda. Nonostante le dichiarazioni dei rappresentanti della proprietà dell’edificio (Regione e Università) riportate dai media fin dal 2015 e confermate ripetutamente anche in tempi recenti, si ha il sospetto che si aspetti il decorso del tempo fino a considerare ineludibile la chiusura totale del Nosocomio, così come accaduto per altre importanti strutture storiche della città. Ci riferiamo al Carcere di Buoncammino, all’ex Ospedale militare, all’ex Clinica Macciotta, a una serie di edifici militari dismessi, e non solo. Il Sindaco dopo essersi dichiarato completamente d’accordo con i cittadini firmatari, organizzati nell’apposito Comitato, non è riuscito allo stato a convocare le parti in causa per provocare le auspicate risposte nell’interesse degli abitanti del centro storico e oltre. Preoccupa il fatto che le Amministrazioni pubbliche non riescano a costruire convincenti alternative alla chiusura degli edifici, così dimostrandosi estranee alle esigenze dei cittadini, specie dei più poveri tra loro, incapaci di affrontare le situazioni con la strumentazione giuridica tradizionale e soprattutto innovativa. Precisamente ci riferiamo a quelle situazioni che vedono molte Amministrazioni civiche praticare virtuosi percorsi di riuso degli edifici storici (e spazi urbani), qualche volte con la conferma degli usi tradizionali, altre volte con l’individuazione di soluzioni diverse, anche appunto fortemente innovative, come quelle sperimentate in molte città italiane e non solo (al riguardo vedasi un’interessante articolo pubblicato in questa stessa news). In ogni caso deve evitarsi la sottrazione di queste questioni al dibattito a cui i cittadini hanno diritto di partecipare, per orientare le scelte finali delle Amministrazioni pubbliche competenti. Riportiamo più avanti una riflessione del nostro amico e concittadino Umberto Allegretti, professore dell’Università di Firenze. Proprio di Firenze, città dove abita da molti anni, riporta un’esperienza di ricupero esemplare all’originario uso ospedaliero (e non solo) di un’antica struttura (l’Ospedale Santa Maria Nuova), che conferma e rafforza i contenuti della nostra “vertenza” per la salvezza dell’Ospedale San Giovanni di Dio. Umberto Allegretti sarà a Cagliari mercoledì 6 giugno alla Mem di via Mameli per la donazione di una mole di documenti (archivio Allegretti-Crespellani) all’Archivio civico di Cagliari, ospitato dalla stessa Mem. Si tratta di documenti riguardanti in prevalenza le esperienze dei cattolici democratici di Cagliari, animatori del Gruppo Nuova Comunità, fatte negli anni 60 e delle lotte popolari del quartiere di Sant’Elia (fine anni 60 e primi anni 70) e del centro storico della città.
ccdq-caProprio le esperienze di lotte urbane di quegli anni e dei successivi, caratterizzate da autentica partecipazione popolare, organizzate in prevalenza dai comitati e circoli di quartiere, richiamano lo spirito civico e l’impegno sociale che animano oggi – come ieri – la lotta dei cittadini di Cagliari per il diritto al loro Ospedale, autentico bene comune, da preservare da degrado e inutilità.
Nell’esprimere tutta la nostra solidarietà ai cittadini impegnati nella “vertenza”, dando loro, da parte nostra, tutto l’appoggio possibile, richiediamo con forza che le Autorità e i politici, che speriamo siano presenti all’iniziativa, si impegnino concretamente e senza perdere tempo per la salvaguardia e il riuso dell’Ospedale San Giovanni di Dio, in coerenza con le richieste dei cittadini medesimi e degli esiti del dibattito democratico e partecipato che in merito deve sostenere ogni decisione delle Amministrazioni competenti.
———————————————-

Umberto AllegrettiLa lettera di Umberto Allegretti

Ai miei concittadini del Comune e della città metropolitana di Cagliari.

Scrivendo poco tempo fa al Sindaco Zedda e al presidente del Consiglio Comunale Portoghese, ho ritenuto e tuttora ritengo di segnalare l’opportunità che nel centro città resti collocato un centro ospedaliero, facilmente raggiungibile da tutti gli abitanti, quelli che vi risiedono, quelli privi di auto personale che non possono agevolmente raggiungere gli attuali ospedali posti ai margini del complesso urbano e coloro che da turisti o comunque di passaggio nella città hanno del ricorso a un tale centro quella che talora può essere una necessità urgente.

Può essere d’esempio il caso di Firenze, dove l’antico ospedale di S. Maria Nuova, risalente al Seicento, è stato mantenuto aperto e ora interamente rinnovato, nonostante la presenza di importanti presidi ospedalieri ai margini della città, con grande soddisfazione dei cittadini.

Perché non potrebbe l’ospedale centrale di Cagliari essere riorganizzato? Oltretutto, come ben noto, esso è una delle migliori architetture della città ottocentesca!

Ciò non solo sarebbe positivo in sé ma nulla toglierebbe all’accesso rapido ai presidi ospedalieri posti ai margini o fuori del centro cittadino da parte dei cittadini che risiedono o operano nel resto della città metropolitana.

Sebbene possa essere osservato che il Sindaco del comune cagliaritano e vertice massimo della città metropolitana non ha responsabilità immediate in decisioni di questo tipo, certo il suo parere e la sua influenza restano e devono restare massime ed ascoltate dalle altre autorità competenti.

Egualmente, i cittadini vanno ascoltati se, come oggi le forme moderne di democrazia partecipativa richiedono, si esprimono in questa direzione.

Auguro pertanto a quella che nonostante la lunga residenza in continente resta la mia città, dove del resto spesso mi reco, che col contributo di tutti venga presa la decisione nel senso auspicato.

prof. avv. Umberto Allegretti
smarianuova-fiOspedale Santa Maria Nuova, Firenze.
——————————-
DOCUMENTAZIONE
——————————-
[youtg.net del 21 marzo 2018] Millecinquecento firme per salvare il San Giovanni di Dio, Zedda chiama la Regione
ospedale-civile-san-giovanni-di-dio-jpgq1521644493750-pagespeed-ic-2vr6evb0cc
CAGLIARI. No allo smantellamento del San Giovanni di Dio, ospedale nel cuore di Cagliari: il centro storico non può rimanere senza un servizio assistenziale garantito da 150 anni. Questa la richiesta di 1500 firmatari di una petizione che si sono rivolti al sindaco Massimo Zedda: il primo cittadino ha fatto sua la richiesta e ha assicurato che si farà carico di “chiedere alla Regione e all’Università di partecipare a un incontro pubblico per discutere del futuro dell’edificio, degli altri spazi presenti in zona e inutilizzati da tempo e dei contenuti della petizione. Argomenti che”, ha ribadito il sindaco Massimo Zedda, “interessano tutta la città, i suoi abitanti e i suoi visitatori”. Una delegazione dei firmatari del documento ha incontrato Zedda. I cittadini chiedono “il mantenimento in funzione della struttura in modo da garantire il «potenziamento dei servizi territoriali per costruire un nuovo modello di sanità più vicina alle persone. Lanciano anche un appello per “mantenere i due reparti di Dermatologia e Oculistica rimasti nel nosocomio», dopo la dismissione degli altri reparti, «di spostare al San Giovanni di Dio il servizio ambulatoriale ATS di viale Trieste, in procinto di essere trasferito in quanto inserito in struttura non a norma, e di attivare un servizio di almeno h12 di guardia medica per il primo soccorso».
————
[Unica 30 aprile 2015] SAN GIOVANNI DI DIO: NON SOLO UN MONUMENTO
Non solo un monumento: dal 30 aprile al 10 maggio visite guidate all’ospedale ai sotterranei, dibattiti, concerti e mostre per i 171 anni dell’Ospedale Civile di Cagliari.
————————————————-
CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA

XV Legislatura

Mozione n. 406

AGUS – PERRA – BUSIA – ZANCHETTA – COMANDINI – COZZOLINO – COLLU – ZEDDA Paolo – USULA sul mantenimento di un presidio sanitario presso i locali dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari.

***************

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che:
- 1′Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari è ubicato nel centro storico di Cagliari e rappresenta uno dei presidi ospedalieri dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Cagliari;
- la riforma della rete ospedaliera approvata dal Consiglio regionale il 25 ottobre 2017 ha definito la riorganizzazione delle rete ospedaliera della Regione con lo scopo di garantire la migliore assistenza sanitaria possibile alla popolazione;
- tale riforma ha previsto per l’Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari una funzione non assegnata e da ridefinire;

RILEVATO che
- i residenti del quartiere hanno espresso forte preoccupazione di fronte all’ipotesi del completo smantellamento di tutti i servizi sanitari operanti nell’ospedale e, recentemente, con un documento sottoscritto da 1.500 abitanti, si sono appellati al sindaco della città di Cagliari per chiedere un suo intervento presso la Regione al fine di promuovere presso gli enti competenti l’avvio di incontri e dibattiti che coinvolgano la popolazione residente sul futuro della struttura del San Giovanni di Dio e degli ulteriori spazi presenti in zona e inutilizzati da tempo;
- nella petizione i cittadini hanno proposto di mantenere attivi presso l’ospedale i due reparti di dermatologia e oculistica rimasti nel nosocomio, di trasferire presso i locali del San Giovanni di Dio il servizio ambulatoriale ATS di viale Trieste (in procinto di essere trasferito in quanto operante in struttura non a norma) e di attivare un servizio di almeno h 12 di guardia medica per il primo soccorso;

CONSIDERATO che:
- l’Ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari rappresenta l’unico presidio sanitario del centro di Cagliari;
- il centro storico di Cagliari è caratterizzato da un notevole afflusso quotidiano di persone che si recano nella zona per usufruire dei numerosi servizi e attività commerciali insediate;
- con il forte aumento dei flussi turistici rilevato negli ultimi anni in città, il centro storico attraversa lunghi periodi dell’anno in cui è frequentato quotidianamente da migliaia di turisti;
- gli interventi di riqualificazione urbana messi in atto dall’amministrazione comunale di Cagliari sono orientati verso una progressiva pedonalizzazione dell’area ed un miglioramento generale del decoro urbano di tutta la zona, si rende necessario concordare obiettivi comuni tra l’amministrazione comunale, la Regione e l’Università di Cagliari, per sviluppare una visione generale di tutta l’area che preveda anche la definizione della destinazione d’uso di spazi e immobili attualmente inutilizzati, o con funzioni da ridefinire, come nel caso dell’Ospedale di San Giovanni di Dio;
- per scongiurare il ripetersi, questa volta nel centro della città, di un nuovo caso “ex Ospedale marino di Cagliari”, è necessario stabilire quanto prima il futuro dell’Ospedale di San Giovanni di Dio evitando che la struttura (risalente a metà del XIX secolo) possa nel tempo decadere e divenire un rudere su cui, in futuro, dover dibattere solo per deciderne la demolizione,

impegna il Presidente della Regione

1) attivare un confronto con i residenti del centro storico di Cagliari, con l’amministrazione comunale e con l’Università di Cagliari, per consentire di pianificare collegialmente il futuro dell’Ospedale San Giovanni di Dio e degli ulteriori spazi inutilizzati presenti in zona di proprietà regionale e dell’Università;
2) valutare la fattibilità delle proposte elaborate dagli abitanti del centro storico di Cagliari sull’ipotesi di utilizzo futuro dell’Ospedale San Giovanni di Dio.

Cagliari, 26 marzo 2018

————
La mozione è stata approvata dal Consiglio regionale l’8 maggio 2018.

Lunedì 28 maggio 2018

locandina-dibattito-28-maggio-2018_001Approfondimenti -
lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazimg_4939costat-logo-stef-p-c_2-2————Avvenimenti&Dibattiti&Commenti————–
Sulle decisioni del Presidente della Repubblica: commenti su Democraziaoggi.
———–
Il gran rifiuto di Mattarella e la crisi delle democrazie
pressenza-png-pagespeed-ic-ybtsb1pofy28.05.2018 – Francesco Gesualdi, su pressenza
[segue]

Ambiente e Lavoro. Leggi anche l’Ambiente è Lavoro

img_4750
locandina-dibattito-28-maggio-2018_001
di Fernando Codonesu

Lunedì 28 maggio, alle 17.30, il Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria promuove un incontro dibattito sul tema “Ambiente e Lavoro”.
Si tratta di un tema già affrontato dal Comitato nel convegno sul lavoro del mese di ottobre 2017 che intendiamo approfondire in alcuni aspetti specifici della nostra terra, con uno sguardo sicuramente attento a ciò che si muove intorno a noi, ma anche con lo sguardo largo che viene da considerazioni più profonde sullo stato dell’ambiente del pianeta e più specificatamente delle biosfera, quello strato sottile e delicato in cui si svolgono le vicende di tutti gli esseri viventi: uomini, animali, piante.
E’ in questo strato sottile, appena 20 km di spessore intorno al pianeta, comprendendo il suolo, le profondità marine e i primi 10 km dell’atmosfera, che si nasce, si vive e si muore.
E’ questo strato delicato indispensabile alla vita sulla terra che si è formato nel corso di alcuni miliardi anni e che, soprattutto negli ultimi 300 anni, abbiamo gravemente compromesso. E’ per tale motivo che da circa 50 anni sono nati in tutto il mondo grandi movimenti, associazioni, partiti e istituzioni locali, nazionali e sovranazionali che agiscono localmente e globalmente per combattere le variazioni climatiche indotte dall’uomo e si battono per uno sviluppo sostenibile.
Al riguardo, corre d’obbligo ricordare che nel mese di settembre del 2015, presso le Nazioni Unite, è stata approvata l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. [segue]

Building trust in a changing world of work

global-dealshutterstock_66860575Il Global Deal rilancia il dialogo sociale, per un lavoro giusto, equo e dignitoso

Il rapporto “Building trust in a changing world of work”, a doppia firma Ocse-Ilo, propone impegni delle parti sociali, attività di ricerca e piattaforme di condivisione per affrontare le sfide imposte dalla globalizzazione.

Negli ultimi decenni la globalizzazione ha stimolato una crescita economica senza precedenti. Un fenomeno che, però, oltre a produrre benefici (ad esempio le milioni di persone tirate fuori dalla soglia di povertà) ha generato anche diversi effetti indesiderati. Primo tra tutti l’aumento della disuguaglianza, ostacolo per la coesione sociale e la valorizzazione del capitale umano, capace di influenzare in modo negativo la crescita stessa.
[segue]

La Cavalcata Sarda 2018

e9b326f7-7e86-4090-8458-e0fcc8e58c3eL’edizione 2018 -

IMPEGNATI PER LA CURA DELLA CASA COMUNE

laudato-si-12-mag-18-ft1
lampadadialadmicromicro133Cominciamo a pubblicare la documentazione dell’incontro, mano mano che ci viene fornita dai relatori e dagli interventori nel dibattito.
ultima-locandina-laudato-siFranco Meloni: presentazione dell’iniziativa

Poche parole per presentare in primo luogo gli organizzatori dell’iniziativa e successivamente l’iniziativa stessa.
Nasce in seno all’associazione spontanea che abbiamo denominato “Amici sardi della Cittadella di Assisi”, e che sarebbe pertinente anche denominare “Amici di padre Agostino”: un gruppo di amici ultrasessantenni che da studenti liceali e di altri ordini di scuole fece esperienza di comunità alla fine degli anni 60, sotto la guida spirituale di padre Agostino Pirri. Segnati positivamente da quella (ormai antica) esperienza ci siamo ritrovati e ci ritroviamo ogni mercoledì per parlare con padre Agostino del più e del meno e anche per ascoltare da Agostino qualche passo evangelico, che al di là delle scelte personali di ciascuno (amiamo definirci come un gruppo composto da credenti, da non credenti e da diversamente credenti), fa sempre bene, ci corrobora e ci aiuta nel nostro percorso di vita. [segue]

ANPI: indignazione per il bagno di sangue in Palestina

Anpi logo naz16 Maggio 2018

Red su Democraziaoggi

Si è svolta ieri a Cagliari, davanti alla sede della Rai, una manifestazione contro il massacro, da parte dell’esercito israeliano, di manifestanti palestinesi a Gaza.
La vicenda ha acceso le proteste in tutto il nostro Paese. Pubblichiamo la presa di posizione di Carla Nespolo, Presidente nazionale dell’ANPI sulla drammatica situazione di Gaza e di alcune altre città […]