Società

Domani

La diocesi di Cagliari chiama a raccolta per “Animare i territori, alimentare la speranza”. Incontro-confronto a Cagliari, sabato 20 ottobre ore 9:15, Aula Magna Seminario Arcivescovile.
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Newsletter

logo76Newsletter n. 117 del 18 ottobre 2018

SANTO IL POPOLO DEL SALVADOR

Care amiche ed amici,
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Reddito di Cittadinanza, di Inclusione Sociale e dintorni. Materiale per il percorso laboratoriale.

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Reddito di Cittadinanza, di Inclusione Sociale e dintorni. Materiale per il percorso laboratoriale.
Costituzione RICostituzione della Repubblica Italiana
Articolo 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Articolo 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Articolo 36
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

[segue]

Presentato oggi il Rapporto Caritas Italiana 20188

DOCUMENTAZIONE primo_piano_rapporto_poverta17 ottobre 2018 | Giornata mondiale di lotta contro la povertà POVERTÀ IN ATTESA
Rapporto Caritas Italiana 2018 su povertà e politiche di contrasto

Il volume “Povertà in Attesa” di Caritas Italiana si compone di due parti, il diciassettesimo Rapporto sulla povertà e il quinto Rapporto sulle politiche di contrasto. INFOGRAFICA. [segue]

Si colpisce Riace per distruggerne il modello virtuoso di accoglienza

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di Vanni Tola

La battaglia di Riace.
Accoglienza diffusa e programmi di integrazione.

Con lodevole tempestività e in perfetta sincronia con i “desiderata” del Ministero degli Interni, il Tribunale di Reggio Calabria ha revocato il provvedimento di arresto domiciliare per il Sindaco di Riace trasformandolo però in divieto di dimora nel paese del quale è sindaco, dove ha la residenza e la propria dimora, dove vive con i suoi familiari. Recita la giurisprudenza: “Con il provvedimento che dispone il divieto di dimora, il giudice prescrive all’imputato di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice che procede. La norma in esame è diretta a soddisfare l’esigenza cautelare di impedire l’inquinamento delle fonti probatorie e la reiterazione di reato”.
E’ questo l’ultimo atto di una vicenda preoccupante e grottesca che non può certo essere sottovalutata ne limitata alla persona del sindaco Mimmo Lucano e del suo paese. E’ in atto uno scontro politico e culturale di grande portata che vede impegnato il responsabile della principale forza di governo in difesa di un principio che sta alla base della cultura xenofoba e razzista della Lega e del ministro Salvini. Uno dei punti cardine della campagna di opinione contro gli immigrati. Il nemico non è il Sindaco di Riace, l’avversario temuto è un principio che la vicenda di Riace tende ad affermare e diffondere. L’accoglienza diffusa dei migranti è possibile, si può realizzare coinvolgendo positivamente le popolazioni locali con validi progetti di integrazione, rappresenta una valida risposta al degrado e allo spopolamento di aree geografiche degradate e di migliaia di comuni, risponde alla naturale propensione alla accoglienza e alla solidarietà di ampi strati della popolazione. Esattamente il contrario di quanto afferma la Lega e il ministro Salvini con una martellante propaganda finalizzata al contrasto dell’immigrazione, al contrasto, senza quartiere e a qualunque costo di qualsivoglia forma di accoglienza e integrazione di stranieri nel paese. L’esperienza di Riace e quelle meno note di molti altri amministratori, non fanno dormire sonni tranquilli a Salvini e a chi condivide le sue idee soprattutto perché dimostra, in maniera non confutabile, che in Italia non esiste nessuna emergenza immigrati (almeno nei termini indicati dalle campagne propagandistiche e allarmistiche della Lega) e, soprattutto, che esperienze di accoglienza diffusa e integrazione programmata sono possibili e concretamente realizzabili. Per questo motivo l’indispensabile e doverosa attività di sostegno all’esperienza realizzata dal Sindaco di Riace e la denuncia del provvedimento di divieto di dimora non possono essere episodi limitati al contesto del piccolo centro calabrese. Devono essere finalizzati alla necessità di dare vita e una più ampia mobilitazione a sostegno delle esperienze di accoglienza diffusa nei comuni e nei territori come risposta alle politiche xenofobe e razziste della Lega e del governo a guida Salvini. Diventa fondamentale l’attività di quei Sindaci che stanno sperimentando e realizzando interventi di accoglienza e integrazione nei loro territori e la diffusione di un movimento di opinione che rilanci i valori fondamentali della solidarietà e la naturale propensione all’accoglienza e all’ospitalità di gran parte della popolazione.

Per prepararci al Laboratorio su Lavoro & Reddito di Cittadinanza

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william_gropper_-_construction_of_a_dam_1939
rooselvetfdr_1944_color_portrait-tif- Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt: https://it.wikipedia.org/wiki/New_Deal – Il riferimento al New Deal fatto dal ministro Paolo Savona nella seduta della Camera dei deputati sul DEF dell’11 ottobre scordo (Youtube del 12 ottobre 2018).
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giuseppe_di_vittorio- Il piano del lavoro della Cgil di Giuseppe Di Vittorio: http://www.casadivittorio.it/cdv/wp-content/uploads/2012/10/34p14-15.pdf
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Il CoStat e l’Anpi promuovono un Incontro laboratoriale su Reddito di Cittadinanza e dintorni

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- La pagina fb dell’iniziativa.

Punta de billete. Troppa confusione sul “reddito di cittadinanza”! Impegno del CoStat perché si chiarisca e si operi concretamente, tempestivamente.

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniimg_4725flat-tax-2Incontro a carattere laboratoriale
REDDITO di CITTADINANZA
Dall’assistenzialismo all’inclusione sociale

Cosa si può e si deve fare, senza buttare a mare quanto di positivo già si fa.
Le proposte governative e il dibattito in corso.
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Organizza il CoStat insieme ad altre associazioni di intervento politico, sociale, culturale e religioso.

Venerdì 19 ottobre 2018, con inizio alle ore 17
Studium franciscanum Via principe Amedeo, 22 Cagliari.
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- In argomento, su Aladinews: http://www.aladinpensiero.it/?p=88527

Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Gianfranco Sabattini.

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lampadadialadmicromicro Con il contributo di Gianfranco Sabattini proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì 5 del corrente mese, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
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Reddito di cittadinanza o riduzione del tempo di lavoro?

di Gianfranco Sabattini*

Nel recente “Incontro dibattito” sui problemi del lavoro svoltosi a Cagliari il 5 ottobre scorso, il Professor Domenico De Masi, autorevole docente di Sociologia del Lavoro, ha tenuto una dotta relazione sull’evoluzione che ha subito nel tempo il concetto e la funzione del lavoro, giungendo sino ai nostri giorni. Con riferimento al nostro tempo, De Masi ha posto in risalto come oggi la “questione del lavoro” si ponga in termini radicalmente diversi rispetto al passato, in quanto mai, prima di oggi, si era presentato il fenomeno della crescita e dello sviluppo senza lavoro.
Il fenomeno, com’è noto, e De Masi lo ha evidenziato a chiare lettere, è originato dal fatto che il mondo contemporaneo è caratterizzato, a causa del progresso scientifico e delle continue innovazioni tecnologiche, da una crescita continua della produzione materiale e immateriale, cui corrisponde una “distruzione” di posti di lavoro, con il conseguente dilagare di una disoccupazione strutturale irreversibile.
Data questa tendenza, secondo De Masi, sul piano della politica del lavoro, occorrerà contrastare la distruzione” dei posti di lavoro, innanzitutto attraverso la riduzione dell’orario di lavoro che dovrà verificarsi parallelamente all’aumentare della produttività; in secondo luogo, ai lavoratori che perderanno il lavoro dovrà essere corrisposto un sussidio di sopravvivenza, che potrà assumere la natura di un “reddito di cittadinanza”, limitato ai soli disoccupati e condizionato per il tempo necessario ad essere reinseriti nel lavoro (se lo troveranno), previo un corso di riqualificazione professionale (in pratica, un reddito di cittadinanza ridotto a semplice “reddito di inclusione di stampo welfarista.
Ciò che della relazione di De Masi stupisce maggiormente è il fatto che la situazione attuale del mercato del lavoro sia presentata quale esito naturale immodificabile del modo di funzionare capitalistico delle moderne economie industriali. La sua proposta circa il modo di governare le problematiche attuali di tale mercato attraverso la riduzione del tempo di lavoro, prescindendo dalla prefigurazione di un possibile progetto di futuro volto a conformare la distribuzione del prodotto sociale a un processo produttivo in continua espansione associata ad una crescente disoccupazione strutturale, ricade totalmente e contraddittoriamente all’interno della logica capitalistica, che rende il contrasto alla crescente disoccupazione pressoché inefficace.
Più efficace, in quanto reale alternativa alle forme tradizionali di governo del mercato del lavoro, è la proposta fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato (irriducibile a qualsivoglia forma di reddito di inclusione o di sussidio alla disoccupazione). Il reddito di cittadinanza correttamente inteso, tra i sociologi del lavoro e molti economisti, non gode (almeno nel nostro Paese) di buona fama; non perché non sia uno strumento che, prima o poi, certo non fra molto tempo, sarà gioco forza accettare come rimedio alle procedure tradizionali obsolete con cui, all’interno delle società industriali contemporanee, si procede alla distribuzione dl prodotto sociale.
Attualmente, il reddito di cittadinanza, così com’è stato introdotto in Italia, privo del ruolo e delle finalità per cui è stato pensato e formalizzato, non è altro che una “misura” di politica economica inquadrabile all’interno del modello di welfare State, nella forma oggi vigente, ridotta a strumento erogante prevalentemente servizi caritatevoli di beneficenza, con l’unico scopo di contenere e “gestire” il crescente fenomeno della povertà.
Su tutti gli aspetti del reddito di cittadinanza correttamente inteso e della sua possibile e necessaria istituzionalizzazione in funzione della lotta contro il fenomeno alla disoccupazione strutturale irreversibile e di quello della povertà (propri dei sistemi sociali economicamente avanzati), ci si può informare consultando la ricca letteratura esistente. E’ importante, invece, svolgere qualche considerazione (a margine della relazione di De Masi) sulla possibilità di contrastare la disoccupazione strutturale attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, che è stato poi il tema sul quale si è svolto il convegno sul problema del lavoro nell’ottobre dello scorso anno e anche quello dell’incontro dibattito del 5 ottobre di quest’anno.
Il titolo (lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) del convegno dello scorso anno (riproposto anche nella locandina dell’incontro dibattito di quest’anno) è sicuramente coinvolgente e accattivante, ma le difficoltà delle moderne economie industriali avanzate di creare nuovi posti di lavoro, di sconfiggere la disoccupazione e la povertà sono per loro natura troppo prosaiche, per lasciare spazio all’emotività che può essere tratta dal riferimento a slogan estetizzanti.
Da una robusta schiera di studiosi, che hanno poi ispirato lo slogan, tutti di orientamento di sinistra, quali, in particolare, Guy Aznar, Claus Offe e André Gorz, la lotta alla disoccupazione è stata ritenuta possibile solo attraverso una “riduzione dell’orario di lavoro”. Secondo questi autori, un reddito sociale, quale sarebbe il reddito di cittadinanza universale e incondizionato, svincolato dall’”unità indissolubile” che, secondo loro, deve sempre esistere tra diritto al lavoro e diritto al reddito, rientrerebbe nel novero dei palliativi di qualsiasi politica pubblica che fosse intenzionalmente diretta a proteggere i lavoratori (e i poveri) dalla decomposizione della “società del lavoro”, senza però promuovere una dinamica sociale in grado di aprire loro prospettive di emancipazione.
La contrazione continua dell’occupazione e il continuo aumento della povertà imporrebbero, perciò, la necessità di distinguere le “misure”, per loro natura temporanee, di qualsiasi politica pubblica finalizzate a lenire il disagio della disoccupazione e della povertà, dalla politica di riduzione continua dell’orario di lavoro, fondata sul tempo liberato dalla produttività crescente e sulla continua crescita del prodotto sociale.
Qual è il senso della proposta di Gorz, Offe e Aznar? Se tutti lavorassero sempre meno per effetto dell’aumentata produttività – essi affermano – significherebbe che tutti, oltre a lavorare, vedrebbero aumentare la quantità di tempo libero a disposizione che, opportunamente utilizzato, consentirebbe di porre fine all’esistente “società duale” (caratterizzata dalla compresenza di occupati, da un lato, e di disoccupati e poveri, dall’altro lato) e di creare una società caratterizzata dalla compresenza del lavoro determinato dalle esigenze funzionali del sistema economico e dal lavoro orientato allo svolgimento di attività autodeterminate, suggerite dalla condivisione di valori non riconducibili a quelli propri del mercato.
In questo modo, secondo Gorz, Offe e Azar, sarebbe possibile realizzare un’organizzazione del sistema sociale in cui tutti potrebbero lavorare sempre meno, sempre meglio (per via dell’aumento delle attività autodeterminate), pur continuando a conservare (e possibilmente a migliorare) il proprio tenore di vita. A differenza dei sistemi sociali che scegliessero di istituzionalizzare un reddito di cittadinanza universale e incondizionato per contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà, i sistemi sociali che scegliessero, invece, la riduzione dell’orario di lavoro verrebbero a dotarsi di automatismi di controllo e di gestione preventivi della disoccupazione e, indirettamente, della povertà.
Secondo gli autori che sostengono questa tesi, la realizzazione di un sistema sociale “rivitalizato” sulla base della riduzione dell’orario di lavoro, non porrebbe problemi particolari sul piano macroeconomico; la difficoltà, secondo loro, consisterebbe nel trasportare sul piano microeconomico ciò che, dal punto di vista dell’economia nel suo insieme, non presenta contraddizioni. Se la riduzione della durata del tempo di lavoro è concepita non come “misura” di una politica pubblica a sostegno della disoccupazione, ma come una “politica di rivitalizzazione” del sistema sociale, essi affermano, la lotta contro la mancata disponibilità di un reddito non sarebbe tanto condotta attraverso una riduzione meccanica del tempo di lavoro, ma attraverso l’inserimento nel governo della dinamica del mercato del lavoro, di un processo che richiede, si, sempre meno lavoro, ma che crea ricchezza sempre in condizioni di equilibrio del sistema economico.
Dal punto di vista microeconomica, secondo Gorz, Offe e Aznar, le economie di tempo di lavoro si tradurrebbero, per le imprese che le realizzano, in economie sui salari; e sebbene si possa pensare che, dal punto di vista macroeconomico, un’economia che, utilizzando sempre meno lavoro e distribuendo sempre meno salari, debba cadere inesorabilmente nel baratro della disoccupazione e della pauperizzazione, per evitare che ciò accada, essi concludono, occorre che il potere d’acquisto del settore delle famiglie cessi di dipendere dalla quantità di lavoro che il sistema economico utilizza sulla base degli indici espressi dagli automatismi di mercato; occorre, invece, pur in presenza di un minor numero di ore lavorative prestate, che il settore delle famiglie continui a percepire, attraverso la riduzione del tempo di lavoro e l’aumento delle attività autodeterminate (rese possibili dall’aumento della produttività) un reddito complessivo (in parte, erogato dalle imprese e, in parte, erogato sotto forma di sussidio pubblico ai disoccupati e ai poveri) sufficiente a finanziare una domanda aggregata in grado di uguagliare il consumo dell’intero volume di beni e servizi prodotti.
La proposta di Gorz, Offe e Azar non può sottrarsi, però, alle considerazioni critiche che possono essere formulate riguardo a tutte le proposte fondate sull’ipotesi che il contrasto alla disoccupazione e alla povertà risulti sempre vincolato all’erogazione di un reddito condizionato all’esercizio di specifiche attività lavorative eterodirette, determinate dalle esigenze funzionali del mercato; in altri termini, la proposta di Gorz, Offe e Aznar (per lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) non rimuove la necessità di sottrarre l’organizzazione complessiva del sistema produttivo alla logica propria di ogni modello organizzativo del sistema economico fondato sulla centralità della produzione.
Prescindendo dall’osservazione che lo slogan “lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti” manca di essere sorretto dalla dimostrazione che la contrazione del tempo di lavoro per effetto dell’aumentata produttività sia sempre sufficiente a garantire un efficace contrasto alla disoccupazione, ciò che lo slogan stesso sottende (e non potrebbe essere diversamente) è che, dopo una riduzione del tempo di lavoro, quest’ultimo continui a contrarsi; in conseguenza di ciò, tutti indistintamente godrebbero di una provvigione di tempo libero destinato a crescere, le cui forme d’impiego dovrebbero essere autodeterminate.
Ma come è possibile pensare che la crescita continua del tempo libero a disposizione possa essere “goduto” in termini autodeterminati, se la parte del prodotto sociale necessario per finanziare le attività autodeterminate deriva dalla necessità che essa risulti condizionata dalla logica di mercato che deve sottendere la razionalità economica all’interno delle imprese che devono accettare la contrazione del tempo di lavoro e contribuire attraverso la fiscalità a finanziare i sussidi da corrispondere a chi non riuscisse a reinserirsi nel mercato del lavoro e ai poveri, senza vedere compromessi i loro obiettivi di produzione e la loro permanenza sul mercato?
E’ evidente che la riduzione del tempo di lavoro, volta a rimuovere la disoccupazione e la povertà, non riuscendo a sottrarsi alle implicazioni di una rigida conservazione dell’”etica del lavoro”, vada incontro ai limiti di ogni politica finalizzata a finanziare una spesa per il funzionamento di un welfare State come quello oggi esistente, non più in grado di contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà.
In conclusione, occorrerà riflettere in termini molto più approfonditi sulle funzioni che il reddito di cittadinanza correttamente inteso sarà chiamato a svolgere nel mondo globale di oggi, caratterizzato dal suo lento, ma continuo, passaggio dall’”età della scarsità” all’”età dell’abbondanza”. Il governo dei problemi connessi all’allargamento continuo dell’abbondanza, della quale godono, sia pure potenzialmente i moderni sistemi economici industriali avanzati, imporrà necessariamente che i nuovi meccanismi di distribuzione del prodotto sociale siano sempre più affrancati dalla logica tradizionale della produzione, pena la mancata possibilità di risolvere i mali del mondo attuale: disoccupazione e povertà.

*Anche su Democraziaoggi.
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SAN ROMERO D’AMERICA, PASTORE E MARTIRE NOSTRO.
Care amiche ed amici,

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FINALMENTE

Care amiche ed amici,

Suvvia! Il reddito di cittadinanza bollato come la rovina dell’Italia!

005516c4-01cc-4073-80cf-0aca121f2b67lampadadialadmicromicroUn intervento del direttore di Aladinews*.
Suvvia! Il reddito di cittadinanza bollato come la rovina dell’Italia!
Intervengo limitatamente alla questione del “Reddito di cittadinanza”, associandomi allo stupore (si fa per dire) e alla stigmatizzazione di Andrea Pubusa (su Democraziaoggi dell’11 c.m.) per la reazione a questa misura da parte di “istituzioni europee e internazionali, grandi gruppi editoriali e destra”, uniti in una “canea reazionaria per 780 euro agli indigenti”. Purtroppo a questi si aggiungono anche intellettuali progressisti di area cattolica, cito per tutti il prof. Leonardo Becchetti (http://www.aladinpensiero.it/?p=87954), che arriva addirittura a dare ragione a Renato Brunetta (intervistato dal quotidiano cattolico Avvenire del 28 settembre 2018.), che della manovra governativa boccia, guarda caso, soprattutto e in modo puntiglioso il “reddito di cittadinanza”, additato come sicuro responsabile della imminente rovina dell’Italia. In questo dimostrando ignoranza e malafede. [segue]

Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Silvano Tagliagambe.

costat-logo-stef-p-c_2demasi-renato-da-foto-variesilvano-tagliagambe-1
lampadadialadmicromicro Con il contributo di Silvano Tagliagambe proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì scorso, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
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Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti
di Silvano Tagliagambe

Il 5 ottobre è stato presentato il volume Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti, curato da Fernando Codonesu, a un anno esatto dal Convegno tenutosi a Cagliari, di cui contiene gli Atti.
La discussione, avviata da un corposo intervento di Domenico De Masi, ha affrontato sotto traccia, grazie soprattutto alle stimolanti riflessioni di Antonio Dessì, il tema del destino del lavoro dell’uomo nell’era della crescente (e inarrestabile) digitalizzazione e globalizzazione. Le ragioni delle inquietudini suscitate da questo quadro generale sono ben note: sulla base di una ricognizione analitica, settore per settore, C.B. Frey e M.A. Osborne nel loro documentato articolo “The future of employment: How susceptible are jobs to computerisation?”, comparso l’anno scorso nel numero 114 della rivista Technological Forecasting and Social Change (pp. 254-280) stimano che circa il 47% dei compiti lavorativi in essere siano automatizzabili nel corso dei prossimi dieci o venti anni.
L’Indagine MGI-McKinsey Global Institute, del gennaio dello scorso anno, valuta il tempo-lavoro che le macchine intelligenti si prevede possano sostituire nell’economia degli Stati Uniti in condizioni di fattibilità tecnica “a tecnologie esistenti”. Il tasso medio di sostituzione del tempo-lavoro viene previsto, per l’intera economia, con un valore piuttosto elevato (49%). Ma, soprattutto, emergono forti differenze tra i diversi settori: la sostituzione prevista arriva fino all’81% del tempo lavoro nelle lavorazioni materiali codificate (in pratica nei lavori di fabbrica che si svolgono in modo programmato e in condizioni prevedibili), tra il 60 e il 70% nel campo dell’elaborazione e raccolta dati (una gran parte dei lavori di ufficio regolati da procedure burocratiche e amministrative). Una quota assai minore di sostituzione (26%) si ha invece per il lavoro di fabbrica poco programmato o che si svolge in condizioni poco prevedibili, e una quota ancora minore (intorno al 20%) per i lavori di relazione, creativi o dal forte contenuto decisionale. Minima (9%) è la sostituzione prevista per le attività di gestione delle persone.
In ogni caso il dato che emerge è che il lavoro delle macchine tende a sostituire sempre più il lavoro dell’uomo, con effetti ormai visibili a occhio nudo sulla possibilità di trovare un’occupazione, stabile o occasionale che sia, soprattutto (ma non solo) da parte dei giovani.
Le prospettive che emergono da questa situazione sono diverse a seconda delle lenti con le quali le si valuta. Gli ottimisti ritengono che le innovazioni digital driven, quelle che nascono dal saper cogliere in pieno le potenzialità della rivoluzione digitale in essere, in termini di riduzione dei costi e di aumento delle prestazioni direttamente connesse alla tecnologia applicata, non potranno subentrare in toto alle innovazioni human driven, frutto di proposte e azioni derivanti dalla creatività e dall’intraprendenza umana, che genera valore immaginando nuovi usi (innovazioni d’uso), proponendo esperienze coinvolgenti o realizzando significativi processi di creazione di nuovo significato. A loro giudizio le esperienze riguardanti le relazioni, i legami, le emozioni, la bellezza, il gusto, la contemplazione, il desiderio, l’autenticità, la genuinità, la salubrità, la tradizione, il sogno, la libertà, la fiducia la ricerca della felicità sono di pertinenza esclusiva della creatività umano e disegnano un ampio territorio di produzione di beni materiali e immateriali in cui la macchina non potrà mai sostituirsi all’uomo.
Per questi apologeti della rivoluzione digitale, pertanto, il futuro, prossimo e remoto ci proporrà soluzioni di crescente interazione e collaborazione tra l’innovazione human driven, la quale crea soluzioni di valore unitario più elevato, incorporando nei prodotti e nei servizi elementi intangibili quali design, unicità, emozione ecc., e la tecnologia digital driven, che svolge il suo ruolo di “moltiplicatore”, perché consente la circolazione e il confronto delle buone idee e delle informazioni utili ad alimentare i processi di creazione del nuovo e di sperimentazione del possibile, utilizzando le conoscenze di un vasto circuito sociale ed economico, messo in rete dalla comunicazione digitale. In questa funzione, il digitale rende conveniente la scelta della open innovation, rivolta ad utilizzare al massimo le conoscenze in possesso di altri, riducendo i costi e aumentando il valore della creazione e sperimentazione dei nuovi prodotti e dei nuovi processi. Da questa interazione scaturiranno una fusione di “menti” e “strumenti” e l’incremento di interconnessioni tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale destinato non solo a retroagire – tramite un ciclo virtuoso di auto-rinforzo – sulla creazione stessa del valore, ma anche e soprattutto a fungere da amplificatore delle stesse capacità umane, con conseguente aumento (e non decremento) dei processi di innovazione human driven.
Se le cose stessero effettivamente così ciò che si può ragionevolmente ipotizzare è il crescente spostamento del lavoro umano dai mestieri puramente esecutivi, che abbiamo in gran numero ereditato dalla stagione della meccanizzazione rigida, durante la prima modernità, a forme di occupazione sempre più creative, che saranno protagoniste del futuro nel mondo del lavoro e richiederanno nuove forme di apprendimento, che consentano alle persone di usare in modo creativo i linguaggi formali della scienza e delle macchine per generare valore nel mondo reale e siano ancorate ad una visione convinta e condivisa del porto di arrivo verso il quale indirizzare la navigazione. Infatti, come osserva Enzo Rullani nel suo contributo introduttivo a un libro che considero di fondamentale importanza per comprendere i processi in corso e quelli a venire, curato in collaborazione con Alberto F. De Toni (Uomini 4.0: Ritorno al futuro. Creare valore esplorando la complessità), pubblicato quest’anno da Franco Angeli, nel mare della complessità e dell’innovazione, contrariamente a quello che a volte si crede, non si può navigare a vista. Se manca la mappa, per tracciare la rotta serve almeno avere un porto di arrivo ideale, una meta che consenta di distinguere, in ogni momento del presente, i venti favorevoli da quelli contrari, in modo da alzare le vele quando le contingenze ci mettono di fronte ai primi, e da fermarsi e resistere quando, invece, arrivano i secondi. Andando così avanti, passo per passo, e con tutti gli adattamenti tattici del caso, lungo un percorso dotato di senso, che punta verso il porto prescelto. Lo scriveva già Seneca: “Non c’è mai vento a favore per il marinaio che non sa qual è il suo porto”.
De Masi invece, sia nel Convegno dell’anno scorso, rispondendo alle acute domande di Fernando Codonesu, sia nella presentazione degli Atti di quest’anno, è molto meno ottimista riguardo a questa possibile coesistenza di innovazione human driven e digital driven. A suo modo di vedere quest’ultima finirà col subentrare totalmente alla prima, per cui l’umanità è fatalmente destinata ad avviarsi verso una condizione di non-lavoro, che secondo lui va però vista non come una minaccia, bensì come una opportunità che lascia all’uomo uno spazio crescente, da impiegare sia per attività di formazione (che, specialmente in Italia, hanno bisogno di essere accresciute e qualificate), sia per sviluppare condizioni di vita e di cultura sociale che riservino uno spazio sempre maggiore all’«ozio creativo». Come del resto avveniva, a suo giudizio, nella Grecia antica, che ci ha lasciato un patrimonio di cultura sul quale l’umanità sta tuttora prosperando. Un concetto, questo, su cui De Masi insiste da tempo, prefigurando una liberazione (positiva) dallo stato di necessità a cui l’uomo lavoratore è sempre stato vincolato nella storia passata, che va ovviamente accompagnato da misure di equa distribuzione della ricchezza prodotta dall’automazione digitale, nel presente e soprattutto in prospettiva, usando in modo appropriato il surplus che ne deriva.
Ne scaturiscono due opposte valutazioni del lavoro, che per De Masi è un fardello dal quale possiamo liberarci senza troppi rimpianti, anzi con prospettive sicuramente allettanti per il futuro dell’umanità, che ci ricollegano ai momenti più felici della sua storia, come quello dell’antica Grecia appunto, mentre per i fautori della valorizzazione dell’innovazione human driven si tratta di un processo che, a patto di sapersi trasformare in modo da fornire una gestione efficace della maggiore complessità e di trarne positivamente le enormi potenzialità, non va considerato un semplice fattore di costo, da ridurre al minimo, ma diventa al contrario una risorsa trainante, che accresce non solo la quantità, ma soprattutto la qualità delle prestazioni richieste, innalzando il livello dell’intelligenza umana, individuale e collettiva. Il lavoro come valore, quindi, che nel futuro, prossimo e remoto, se ben indirizzato potrà rendere le persone sempre più capaci non solo di rispondere in modo flessibile alle domande e alle sfide che si presentano loro di volta in volta, ma anche di immaginare e identificare nuove soluzioni, di elaborare progetti innovativi, di alimentare significati e relazioni coinvolgenti, di organizzare esperienze emotivamente ricche, di creare identità partecipate e comunità di senso corrispondenti. Il lavoro, dunque, come strumento per creare valore, esplorando livelli di complessità (varietà, variabilità, interdipendenza, indeterminazione) sempre maggiori.
Ciascuno è libero, ovviamente, di optare per l’una o l’altra soluzione. Ci sono però una constatazione e una domanda, quella che appunto affiorava dal citato intervento di Antonio Dessì, che è impossibile evitare di porsi. Un futuro come quello prospettato da De Masi presuppone una rivoluzione che non è solo economica e sociologica, ma antropologica. La domanda che ne consegue è la seguente: l’uomo è predisposto per una vita puramente contemplativa, fatta di ozio creativo e null’altro? Che nel passato si sia effettivamente data una condizione di questo genere è opinabile (l’interpretazione della vita dell’antica Atene, interamente concentrata nell’agorà, il luogo delle adunanze, il centro politico, religioso, amministrativo e commerciale della città, in cui tutti gli uomini liberi si ritrovavano per prendere decisioni politiche importanti e concludere affari, e totalmente assorbita da essa, è suggestiva ma controversa e messa fortemente in discussione). Il problema però è un altro: le neuroscienze ci stanno dicendo, in maniera difficilmente contestabile, che il motore principale del nostro cervello, ciò che è alla base del suo mirabile funzionamento, non è costituito dalla percezione, come si credeva fino a poco tempo fa, né dal semplice movimento, ma dall’azione, caratterizzata dalla presenza di un progetto e di uno scopo. I processi cerebrali non appaiono, pertanto, semplici artefici di sensazioni e controllori di movimenti: alla base della loro organizzazione funzionale c’è la nozione teleologica di scopo.
Questi risultati hanno condotto a una riformulazione della risposta alla domanda: «a cosa serve il sistema motorio?» Per molti anni la risposta è stata: per produrre movimenti. Oggi sappiamo che questa risposta è errata, o quantomeno parziale. Il sistema motorio non produce solo movimenti ma atti motori e azioni, cioè movimenti dotati di uno scopo, come afferrare un oggetto, o sequenze di movimenti atte a conseguire uno scopo più distale, come afferrare un bicchiere e portarlo alla bocca per bere. Un movimento è una semplice dislocazione di parti corporee, come flettere o estendere le dita di una mano. Un atto motorio consiste invece nell’utilizzare quegli stessi movimenti per conseguire uno scopo motorio, per esempio afferrare un oggetto, manipolarlo, romperlo, posizionarlo, tenerlo ecc.
L’uomo, dunque, sembra fatto per progettare e agire. Quale sarà allora il suo destino se lo si costringe esclusivamente a contemplare e a oziare? Non c’è il rischio che l’ozio prolungato e forzato, anziché sfociare in opere creative e formative edificanti, conduca ad agitazioni insensate, che proprio perché non più progettate e indirizzate verso uno scopo, non più controllate razionalmente e frutto invece della prevalenza del puro istinto e delle passioni, rischiano di avere conseguenze opposte rispetto a quelle desiderabili che ci vengono prospettate? Questo sì è già successo e continua purtroppo a succedere nella storia dell’umanità. E non è davvero desiderabile.
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Oggi giovedì 11 ottobre 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
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lampada aladin micromicroGli Editoriali di AladinewAladinAladinpensiero
drago-cinaINTERNAZIONALE. La Cina investe in (si prende l’?) Africa.
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c12aca43-1cd3-4fc8-8324-333587944314ALLARME MALTEMPO – Esprimiamo solidarietà e vicinanza alle popolazioni cosi gravemente colpite da condizioni meteo avverse. Dopo la grande sete delle passate stagioni, quando si invocava la pioggia perfino con le processioni religiose, è arrivata la grande abbondanza di pioggia con effetti catastrofici. Al momento non si registrano vittime, e questa è già una grande fortuna. I danni sono ancora da valutare ma saranno certamente di grande entità. In questi giorni non servono analisi e valutazioni sulla scarsa attenzione alle strutture viarie e al governo del territorio, ci sarà tempo per parlarne. Ora è il tempo della solidarietà e dell’aiuto materiale e morale. Dovremo sentirci uniti nel richiedere a politici e funzionari da fare quanto in loro potere per tutelare la sicurezza della gente e il ripristino di condizioni di vita migliori, appena possibile. Si comincia ad avere notizia di episodi spontanei di grande solidarietà attivate da privati (locali aperti per ospitare i viaggiatori, offerte di aiuto e servizi). I Sardi sapranno fare la loro parte. Un abbraccio a tutti.(Lettori/vt).

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Canea reazionaria per 780 euro agli indigenti ed altro. Che fare?.
11 Ottobre 2018

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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005516c4-01cc-4073-80cf-0aca121f2b67lampadadialadmicromicroIn argomento un intervento del direttore di Aladinews*.
Suvvia! Il reddito di cittadinanza bollato come la rovina dell’Italia!
Intervengo limitatamente alla questione del “Reddito di cittadinanza”, associandomi allo stupore (si fa per dire) e alla stigmatizzazione di Andrea Pubusa (su Democraziaoggi) per la reazione a questa misura da parte di “istituzioni europee e internazionali, grandi gruppi editoriali e destra”, uniti in una “canea reazionaria per 780 euro agli indigenti”. Purtroppo a questi si aggiungono anche intellettuali progressisti di area cattolica, cito per tutti il prof. Leonardo Becchetti (http://www.aladinpensiero.it/?p=87954), che arriva addirittura a dare ragione a Renato Brunetta (intervistato dal quotidiano cattolico Avvenire del 28 settembre 2018.), che della manovra governativa boccia, guarda caso, soprattutto e in modo puntiglioso il “reddito di cittadinanza”, additato come sicuro responsabile della imminente rovina dell’Italia. In questo dimostrando ignoranza e malafede. [segue]

E’ online il manifesto sardo duecentosessantanove

pintor il manifesto sardoIl numero 269
Il sommario
Le bambine del ‘68 (M. Tiziana Putzolu), Turchia e dintorni. Origini del nazionalismo turco (Emanuela Locci), Stop alla proposta di legge regionale sarda sul governo del territorio, la legislatura finisce qui (Stefano Deliperi), Curare le ferite della sinistra e ripartire senza bandierine (Marco Revelli), L’epilogo malinconico della legge urbanistica (Alan Batzella e Sandro Roggio), La “dignità del lavoro” non può essere garantita dalla flessibilità occupazionale (Gianfranco Sabattini), Una brutta manovra da non sottovalutare (Alfonso Gianni), Manifesto per la 17° marcia della pace Gesturi Laconi (red), Festa dei popoli 2018 (red), La paura ha sempre un biscotto in tasca (Rita Sedda).