Società

Dibattito

divano-rossoCiò che la sinistra non ha fatto
LA VERA NATURA DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Il suo scopo non è di far sopravvivere una platea più o meno ristretta di persone che cercano e non trovano lavoro, ma di garantire il diritto all’esistenza di tutti, e la loro autodeterminazione, come prima responsabilità di uno Stato sociale, quando milioni di persone sono in povertà assoluta.
di Giuseppe Bronzini
(da “Volere la luna”)

Finalmente ha visto la luce il decreto legge istitutivo di un “reddito di cittadinanza” voluto dal Movimento 5Stelle come elemento “identitario” della sua partecipazione all’attuale governo.
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“REDDITO di CITTADINANZA”: una buona notizia, ma…

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Reddito di Cittadinanza: a rischio inferno burocratico.
di Roberta Carlini, su Rocca.

C’è una parola che ricorre spesso, anzi quasi sempre, quando si parla della nuova misura introdotta dal governo italiano contro la povertà: divano. Ricorre sia negli attacchi dei detrattori – che parlano del rischio di dare soldi a persone che magari poi restano sprofondate sul divano invece di andare a lavorare – che nella difesa dei sostenitori – che garantiscono controlli e punizioni contro chi resta seduto sul divano invece di accettare i lavori proposti. È una deriva del linguaggio pubblico offensiva, fortemente stigmatizzante verso i poveri (ricalcando l’antichissima idea diffusa dalle poor law ottocentesche in poi che il povero, per un motivo o per l’altro, sia colpevole della sua povertà), arretrata rispetto alla realtà di un’economia nella quale c’è allo stesso tempo poco lavoro, e molti lavori pagati pochissimo, al di sotto della soglia della povertà. E, presi da questo dibattito falso ma allo stesso tempo disvelatore della cultura politica predominante, rischiamo di non accorgerci degli effettivi pericoli presenti nella attuazione della misura più consistente, dal punto di vista numerico, della manovra economica per il 2019.

il cosiddetto reddito di cittadinanza
Cominciamo dal governo, o meglio dalla sua parte che si è attribuita la titolarità della nuova misura, nell’inedita lottizzazione non delle poltrone o degli incarichi ma, per la prima volta, dello stesso bilan- cio pubblico: con i Cinque Stelle che hanno «vinto» 7,1 miliardi per la loro misura-bandiera, laddove la Lega ne ha portati a casa 4 per le misure per anticipare le pensioni («quota 100»). Va detto che questo stile politico è di per sé censurabile, dato che si tratta della manovra di tutti e dei soldi di tutti, e che per capire i reali vantaggi e i reali sacrifici legati alle due misure bisogna considerare anche come sono finanziate, ossia con nuovo deficit e nuove tasse attuali e (soprattutto) futuri.
Ma teniamo per un attimo da parte questo discorso, per valutare in sé l’innovazione maggiore della manovra, ossia la nuova carta acquisti per i poveri. È preferibile chiamarla così, e non «reddito di cittadinanza» (o tanto meno «reddito»), visto che non è una somma di denaro da gestire come si vuole, ma una carta con cui fare la spesa in posti e tempi definiti, e – si immagina, a stare agli esempi che l’hanno preceduta – non valida per tutti gli acquisti ma solo per quelli legati a un dignitoso sostentamento; e, soprattutto, non è «di cittadinanza», poiché non è universale ma legato ad alcune condizioni, una delle quali, ossia l’essere residenti in Italia da almeno dieci anni, è fatta apposta per escludere una massa di poveri di origine straniera.

la nuova carta acquisti per i poveri
Con tutti questi limiti, la nuova misura per i poveri poteva essere una buona notizia. Fino a pochi anni fa l’Italia non aveva uno strumento generale per aiutare i poveri, mentre questi crescevano sempre di più in seguito alla crisi economica e al cambiamento del mercato del lavoro. Poi è stato introdotto il Rei, reddito di inclusione attiva (anche questo corrisposto con una carta acquisti), con finanziamenti però troppo bassi per raggiungere la platea delle persone in povertà assoluta in Italia – che sono circa 5 milioni. La nuova carta acquisti gode di finanziamenti più elevati e dunque aumenta sia il numero delle persone raggiunte che l’importo della spesa mensile disponibile. Un po’ presto per dire, alla Di Maio, che «abbiamo abolito la povertà», ma comunque un passo avanti rispetto alla ristrettezza delle casse del Rei. Però allo stesso tempo si complica e si potenzia l’apparato burocratico di controllo e verifica delle condizioni per accedere alla carta, e per mantenerne la titolarità. In particolare, è posta un’enfasi enorme sulla disponibilità a lavorare, e dunque ad accettare le offerte di lavoro che gli uffici dei centri per l’impiego faranno pervenire agli assistiti. Pare una cosa ovvia, ma potrebbe rivelarsi un inferno burocratico: prima di tutto, come molti hanno sottolineato, per i Centri per l’impiego passa una infinitesima parte delle offerte di lavoro in Italia. Le imprese che hanno bisogno di assumere non vanno nei Centri, ma battono altre strade, la prima delle quali è sempre quella della conoscenza e relazioni personali.
Questo non sarebbe un buon motivo per fermarsi, anzi potrebbe dare la spinta a introdurre per la prima volta in Italia un sistema efficiente di collocamento pubblico del lavoro. Ma per farlo servono soldi, tempo e persone qualificate: difficile che tutto ciò possa essere trovato nelle poche settimane che separano dalla deadline (scadenza non prorogabile) per l’avvio del «reddito», ossia maggio 2019 – data che non ha una motivazione economica o sociale ma puramente politica, le elezioni europee nelle quali si misureranno i nuovi pesi dei partiti di governo.

i Centri per l’impiego
Tutto ciò non deve però far cadere in una illusione, che pare affacciarsi in molti commenti: che basterebbe avere dei Centri per l’impiego funzionanti e attivi, come nei Paesi europei più avanzati, per trovare il lavoro alle persone. Anche se in Italia c’è una difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro – capita a imprese del Veneto di non trovare operai specializzati, per esempio –, la ragione principale della disoccupazione è nella scarsità di offerta di lavoro complessiva da parte delle imprese e del settore pubblico, dovuta a sua volta alle condizioni economiche e a una crisi del sistema produttivo e delle finanze pubbliche che viene da lontano, per non parlare dello squilibrio territoriale. Basterebbe portare in provincia di Caltanissetta un Centro per l’impiego di Gotenbog (i soliti svedesi sono sempre i più bravi) per trovare lavoro ai giovani nisseni? Tanto più che questo Centro sarebbe gravato anche, con la nuova legge, di un compito in più: controllare che chi è nel programma del «reddito» non faccia il furbo, verificare quali lavori è tenuto ad accettare, a quanti chilometri di distanza, se le motivazioni per cui rifiuta sono accettabili oppure no, e allora se revocare il sostegno… Un apparato amministrativo che richiederebbe una burocrazia di un’efficienza superiore alla media, non solo italiana ma anche europea.

di fatto un programma per l’occupazione
Questi problemi c’erano in parte anche con il Rei, e si pongono ogni qual volta si introduce una misura che ha delle condizioni: l’amministrazione deve verificare le condizioni stesse. Ma, data la scarsità delle risorse e la particolare inefficienza dell’amministrazione italiana, soprattutto in questo campo, sarebbe stato meglio alleggerire le condizioni, introdurre solo quelle verificabili, concentrarsi sull’obiettivo: sostenere i poveri, quelli veri, e vigilare contro il sommerso in cui potrebbero rifugiarsi molti titolari del sostegno. Invece si è voluto trasformare il nuovo «reddito» in un programma per l’occupazione. In tutta la retorica – perché tale resterà – della spinta al lavoro, dei controlli e delle punizioni, poi, il Movimento Cinque Stelle si è buttato con una verve tutta sua, esaltando quella parte della sua storia e cultura che ha una radice (giustamente) legalitaria e una deriva (fortemente) poliziesca.

opposizione in difficoltà
Ma anche l’opposizione è in difficoltà, sull’argomento. Essendo nella stessa filosofia del Rei, introdotto dai governi di centrosinistra, è un po’ strano adesso sparare addosso al «reddito di cittadinanza». È apparso contraddittorio anche il principale argomento della propaganda del Pd, spes- so ripetuto in tv e sui social: ci sono due persone, che vivono sullo stesso pianerottolo, una lavora part time come cassiera e guadagna 600 euro al mese, l’altra non lavora e ne prende 780 dallo Stato. Come se lo scandalo fosse nella seconda parte del- la frase, e non nella prima: un lavoro pagato 600 euro al mese.
Per motivi pratici la difficoltà di far funzionare i centri per l’impiego – e ideali – la necessità di affrontare il problema della disoccupazione dal lato giusto, quello del- la domanda e creazione di lavoro – sarebbe meglio distinguere tra gli obiettivi, e associare a ogni obiettivo il suo strumen- to. Assistenza per combattere la povertà, politica economica e industriale per combattere la disoccupazione, la sottoccupa- zione, i bassi salari. Nel calderone del «reddito di cittadinanza» (che tale non è) rischia di bruciare qualche buona idea e la residua credibilità della politica nell’af- frontare i drammi dell’economia. Una pro- spettiva preoccupante, soprattutto dopo gli ultimi dati che fanno prevedere una nuo- va recessione in vista per l’Italia, sia per il peggiorare delle condizioni internazionali che per l’assoluta mancanza di politiche nazionali in grado di rimettere il Paese su un cammino di crescita.
Roberta Carlini

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ROCCA 15 FEBBRAIO 2019
REDDITO DI CITTADINANZA
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Il bene fa bene

lampada aladin micromicroOspitiamo una presentazione della “Casa della Speranza” per i papà separati: una encomiabile iniziativa promossa dal “Centro di Accoglienza San Vincenzo De Paoli” nell’ambito delle attività volte a dare risposte alla marginalità sociale. Leggete quanto segue. E’ tutto ben spiegato. Non vi sfuggano in calce allo scritto tutte le informazioni per contribuire al finanziamento di quest’opera meritoria. Date quello che volete, quello che potete, ma date!
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1812fff6-7d60-4efa-80bc-e4df439d441fCasa della Speranza per i papà separati è un’iniziativa che s’inserisce nell’ambito delle attività del Centro di accoglienza S.Vincenzo, ne completa il raggio degli interventi che vengono così a interessare “Minori, Giovani, Donne, Uomini” bisognosi di specifici interventi di aiuto e di promozione sociale.
Casa della Speranza nasce nel 2013 con la finalità di contribuire a dare prime risposte al disagio dei padri separati “poveri e disoccupati”. Situazione che sta assurgendo a fenomeno inserito nella crisi economico–sociale della nostra Società.
L’intervento prende via via forma e definizione nel 2014. Le modalità operative che lo caratterizzano ne fanno un “laboratorio esperienziale”. Potremo parlare di ”scommessa”.
In sintesi la sua presentazione: [segue]

ReI più che RdC

4b4f540d-43f2-4a88-96fa-4be064daf582Il reddito di cittadinanza: molti limiti e qualche opportunità
Remo Siza | 14 Gennaio 2019 su
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Due sistemi di intervento?
La recente istituzione del Reddito di cittadinanza e le maggiori risorse previste per il finanziamento di una misura nazionale di contrasto delle povertà potrebbe per certi versi superare i limiti e le difficoltà attuative che ha incontrato il ReI. Il decreto istitutivo presenta, però, ancora incertezze organizzative non secondarie che attenuano significativamente la sua capacità innovativa, criticità dei soggetti ai quali è affidato l’attuazione delle disposizioni, semplificazioni gravi nel rappresentare la condizione di povertà e le sue esigenze di welfare.
Il decreto intende superare l’impianto organizzativo del ReI che affidava principalmente alla rete territoriale dei servizi sociali la regia della presa in carico, il compito di costituire il punto di accesso alle prestazioni, la valutazione delle esigenze del nucleo familiare, la predisposizione del progetto personalizzato.
Il reddito di cittadinanza attribuisce un ruolo cruciale ai Centri per l’impiego e alla loro capacità di orientamento, di formazione, di sollecitazione dei comportamenti più appropriati. Ai Centri per l’impiego dovranno far riferimento le persone capaci di inserirsi nel mercato del lavoro lasciando alla rete dei servizi sociali locali le persone non immediatamente occupabili, con problematiche sociali e di salute più estese e severe.

Le risorse disponibili, l’ampliamento della platea dei beneficiari e la previsione di un patto personalizzato sottoscritto e condiviso dal beneficiario sono fatti positivi e possono rappresentare una opportunità importante per la costruzione di una misura nazionale di contrasto della povertà. Allo stesso tempo, ci auguriamo che il dibattito parlamentare sia un’occasione per approfondire alcuni aspetti e apportare le integrazioni e le modifiche che ci sembrano necessarie per superare le non secondarie criticità.

In primo luogo, solleva molti dubbi la decisione di creare due sistemi d’intervento (i Centri per l’impiego, la rete dei servizi sociali locali). Il provvedimento non precisa in modo adeguato i soggetti che dovranno certificare la distinzione tra le due forme di povertà – quelle occupabili, quelle che necessitano di intensivi interventi sociali – sebbene costituisca uno snodo centrale per capire se saranno assicurati interventi appropriati ad entrambi i gruppi sociali: la specializzazione dei due sistemi in molte regioni italiane richiede tempo e risorse finanziarie e professionali adeguate. La rete dei servizi sociali può diventare il luogo in cui si riversano, o si rimpallano, le persone maggiormente problematiche o un’area accogliente di assistenzialismo per le persone non disponibili a occupare posti di lavoro molto distanti dalla propria residenza. Se la valutazione non è condotta con la dovuta perizia e professionalità, sulla base di criteri ben definiti, i rischi di discrezionalità, discriminazione e esclusione sono molto elevati.

Più in generale, queste disposizioni rischiano di introdurre una nuova dualizzazione nel sistema degli interventi. In Italia, storicamente la dualizzazione ha riguardato principalmente la protezione dalla perdita del lavoro e ha prodotto una differenziazione delle protezioni di sicurezza sociale assicurata agli insiders – i dipendenti pubblici, i lavoratori delle grandi imprese ed alcuni settori dell’industria – e agli outsiders – gli occupati in piccole imprese, nel settore edile, nel commercio, una parte considerevole dei lavoratori autonomi – che ricevono misure di sostegno molto basse in caso di disoccupazione.
Il rischio è che il provvedimento piuttosto che superare le inique dualizzazioni esistenti ne riproponga di nuove in un altro ambito di welfare costituendo due sistemi di contrasto delle povertà, orientati da principi molto differenti e livelli di cura e promozione sociale non comparabili. Il primo sistema che gestirà la parte più rilevante dei richiedenti il reddito di cittadinanza, è prevalentemente costituito dalla rete dei servizi sociali locali. In molte aree territoriali prive di personale e adeguati finanziamenti questa rete rischia di configurarsi in termini assistenzialistici penalizzando per molti aspetti le povertà più severe: l’erogazione di sussidi economici accompagnati da progetti di inserimento molto deboli rischiano di diventare la pratica più diffusa.

La ricerca Istat sulla spesa sociale ci dice che i Comuni dispongono per tutti i servizi sociali appena di 7 miliardi: nel 2016 solo il 7,6 per cento di questa spesa è destinata al contrasto della povertà. Cambiare le priorità e gli obiettivi per indirizzarli in maggior misura verso l’inclusione sociale delle persone in condizione di povertà significa, sostanzialmente, sacrificare gli impegni di spesa a favore di altri gruppi sociali (Ranci Ortigosa 2018). Considerate le risorse disponibili, il rischio è che per le persone in condizione di povertà più severa non si costruiscano percorsi di inclusione sociale efficaci.
Accanto a queste aree di povertà persistente si sviluppano povertà ancora più intense, proprie di chi è senza dimora. Le Linee di indirizzo per il contrasto della grave emarginazione adulta in Italia (Ministero del lavoro e delle politiche sociali 2015), rilevano che i servizi fanno fatica a progettare interventi capaci di farsi carico delle persone senza dimora e troppo spesso l’approccio che governa l’azione diventa di natura emergenziale. Il decreto non destina al finanziamento di interventi per queste persone in condizione estrema di povertà nuove risorse e non rimanda a successivi provvedimenti la definizione di interventi adeguati.

Fra assistenzialismo e tendenze punitive
Il provvedimento ondeggia tra l’assistenzialismo di alcune disposizioni e la rigidità di altre, in particolare, il sistema di sanzioni e revoche, la possibilità di segnalare attraverso piattaforme dedicate anomalie nei consumi e nei comportamenti, le regole stringenti sull’uso del contante. L’impostazione generale che orienta il provvedimento nel suo complesso indirizza l’attività dei Centri per l’impiego, prevalentemente, verso un welfare condizionale che lega i diritti delle persone ad un comportamento responsabile: l’accesso a molti servizi pubblici dipende dal comportamento individuale, dal senso di responsabilità del beneficiario, da comportamenti non moralmente riprovevoli. La responsabilizzazione non è più un obiettivo della relazione di cura, ma diventa un requisito di accesso alla misura.
Quale sia il destino delle persone che non sono in grado di lavorare a causa di comportamenti irregolari e alle quali è stato revocato il sostegno economico andrebbe in qualche modo definito. Naturalmente tutte queste norme si espongono ad un’attuazione molto rigida e punitiva oppure molto discrezionale, lasciando ai beneficiari ampi spazi per evitare sanzioni e revoche.

L’applicazione del principio di condizionalità a quasi tutti gli ambiti delle politiche sociali è un elemento centrale nel cambiamento del welfare in molti nazioni europee. In molti ambiti d’intervento, per cambiare il comportamento dei beneficiari è ritenuto sufficiente introdurre severe sanzioni e penalità nell’erogazione dei benefici e nelle relazioni di cura. L’adozione del principio di condizionalità è diventata una prassi scontata, come se ci fossero delle consistenti e indiscutibili evidenze scientifiche che la supportano. In realtà, molte ricerche hanno evidenziato il contrario. Una ricerca della Joseph Rowntree Foundation ha rilevato il divario crescente tra la retorica politica e le evidenze sugli effetti positivi delle sanzioni (Griggs e Evans, 2010). Altre ricerche (Watts et al. 2018; 2014) hanno mostrato che le evidenze scientifiche sugli effetti positivi delle sanzioni sono contraddittori e molto limitati in termini metodologici; soprattutto non giustificano la grande espansione delle sanzioni dal 2007 a questi ultimi anni. Il sistema di sanzioni rischia di promuovere piuttosto che la crescita delle persone, distacchi e allontanamenti dalle relazioni di aiuto delle persone che presentano maggiori difficoltà e che persistono nell’assumere comportamenti riprovevoli, o non superano condizioni di dipendenza.

Le disposizioni del decreto istitutivo del reddito di cittadinanza riprendono con naturalità questi orientamenti introducendo, almeno in termini formali, una condizionalità significativa, prevedendo sanzioni molto severe, sospensioni e decadenze dai benefici previsti per chi non rispetta accordi e prescrizioni. A dire il vero, il reddito di cittadinanza per definizione non dovrebbe prevedere alcuna discrezionalità: il “citizen’s basic income” oppure “basic income” è definito dal Basic Income Earth Network come un reddito monetario, erogato a intervalli regolari (per esempio, mensili), su base individuale senza alcuna verifica di requisiti e incondizionale in quanto non è richiesta la disponibilità a lavorare o altro impegno. In tutte le nazioni che lo hanno sperimentato, seppure in ambiti locali (Finlandia, Olanda, Germania) si chiama così solo questa specifica forma di sostegno economico ben distinta dalle ben più diffuse esperienze di reddito minimo basate su vincolanti requisiti di accesso. Il fatto che anche in questa occasione l’Italia si presenti un po’ confusa nelle definizioni normative non sembra una preoccupazione condivisa.

Il sostegno economico e il progetto personalizzato
Il decreto e il dibattito che ha accompagnato la sua definizione hanno enfatizzato la centralità e l’efficacia del sostegno economico nel contrasto delle povertà, creando aspettative che probabilmente sarà difficile soddisfare con continuità negli anni. Gli operatori sociali sanno da tempo che per alcune condizioni di povertà l’erogazione di un beneficio economico non è un intervento appropriato: un disturbo mentale, una dipendenza grave da sostanze da abuso, l’impossibilità a produrre un reddito di una madre sola con figli minori possono essere affrontate efficacemente con altre misure di welfare che assegnano all’intervento di sostegno al reddito un ruolo meno centrale e riconoscono, invece, come snodo centrale la composizione di una pluralità di interventi in un progetto personalizzato.
L’appropriatezza di una misura di sostegno economico non è riferibile soltanto all’entità dell’ISEE o del patrimonio mobiliare e immobiliare. Essa si misura in relazione alla condizione complessa di deprivazione del nucleo familiare e alla sua corrispondenza rispetto alle complesse esigenze economiche, di salute, di relazione che esprime.

Dai benefici individuali agli interventi collettivi
Il Reddito di cittadinanza e il REI che lo ha preceduto, sono misure importanti per il contrasto delle povertà, attese da molti anni, ma sono misure non sempre efficaci. Se ci proponiamo di contrastare finalmente la povertà con misure nazionali di largo respiro e destiniamo a questo fine entità di risorse notevoli, è necessario essere consapevoli che ci sono forme e condizioni di povertà per le quali il beneficio economico e il progetto individuale non sono sufficienti. Gli operatori sociali che lavorano nelle infinite periferie delle nostre città sanno bene che le povertà più severe e con minor probabilità di superamento di questa condizione sono quelle strette tra processi di esclusione sociale e processi di integrazione sociale in quartieri degradati. Spesso queste relazioni di quartiere creano una pressione “verso il basso”, rinforzano valori e stili di vita che rendono difficile un migliore inserimento sociale: le azioni che possono aiutare le persone ad uscire dalla povertà, come l’istruzione e o il lavoro, si trovano quasi sempre al di fuori della comunità più ristretta (Siza 2018).
Gli interventi individuali di sostegno al reddito e i progetti individuali di inclusione possono costituire un supporto, ma accanto ad essi è necessario che gli operatori sociali propongano e sollecitino interventi collettivi che concentrano nelle aree più povere una pluralità di azioni, che coordinano politiche sociali e politiche del lavoro, interventi urbanistici, di tutela della salute, opportunità di istruzione, misure organiche a favore dell’infanzia.
Bibliografia in Appendice.
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Per correlazione riprendiamo un intervento di Gianni Loy, apparso di recente nella rivista dei padri Cappuccini “Voce Serafica della Sardegna”

La povertà, Carestia di libertà
di Gianni Loy

Tra la fine degli anni 50 e gli anni 60, già esisteva la povertà, anche nella città di Cagliari. Erano elemosinanti fuori dalle chiese, o all’ingresso del mercato, o tra i tavoli del porticato di via Roma. Erano anche nelle grotte abitate del Buoncamino, o di Tuvixeddu, o nelle baraccopoli di case precarie che compensavano le macerie, ancora evidenti, dei bombardamenti del ’43. A quei tempi esisteva anche la carità cristiana: gli ospedali si reggevano grazie al lavoro gratuito delle suore ed ordini religiosi supplivano ai ritardi della scuola pubblica.

La povertà, la storia lo insegna, imponeva l’adozione di misure di aiuto, che potevano essere ispirate alla carità dei più generosi, laici o cristiani, oppure, cosa più recente e più opportuna, a politiche pubbliche di assistenza per i bisognosi. Nessuno, in ogni caso, negava l’opportunità, e per taluni il dovere morale, di aiutare i più poveri.

All’epoca esistevano anche i benpensanti. Cioè quelle persone, mosse da spirito caritatevole o ispirate da nobili principi di solidarietà, favorevoli, o almeno non contrarie, all’elemosina e all’assistenza pubblica. I ben pensanti, tuttavia, erano di larghe vedute, acuti nell’osservare i dettagli. Non sfuggiva loro che dai tetti delle povere case degli indigenti incominciavano a spuntare antenne televisive, cioè i poveri possedevano la televisione!
Non sfuggiva loro neppure il fatto che taluno dei mendicanti che ricevevano l’elemosina, piuttosto che entrare in un forno (così si chiamavano le odierne panetterie) si imbucavano in una bettola (così si chiamavano allora i drink bar) e spesso si ubbriacavano.
Tutto ciò offendeva la loro morale.

All’epoca, esisteva anche la mia educazione cristiana, germogliata nei quartieri popolari della città, consapevole di altre educazioni cristiane, per lo più riservate alla borghesia. Perché all’epoca (solo all’epoca?), come cantavano i Gufi, un gruppo milanese di cabaret: “c’è il Dio delle vecchiette e quello dell’élite … e tu ti preghi il tuo che io mi prego il mio”.

La mia educazione cristiana, a seguito di un impegnativo percorso, mi ha insegnato che la carità dev‘essere gratuita, mi ha insegnato che non ho il diritto di decidere come il destinatario della mia elemosina utilizzi l’obolo ricevuto, che non devo scandalizzarmi neppure se lo utilizza per ubbriacarsi… Una sorta di ipocrisia morale che, confondendo la povertà con la fame in senso materiale, avalla l’idea che solo i ricchi ed i benestanti possano permettersi divertimenti e vizi! Che repulsione il ricordo di quando, nello stesso collegio, i bambini e le bambine venivano etichettate, già nel vestire, per distinguere chi pagava la retta da chi non la pagava!

Che orrore abbiamo vissuto! O che viviamo?

Oggi, un’altra volta, quando si parla di reddito di cittadinanza, ecco i benpensanti di sempre, preoccuparsi di come “i poveri” dovranno spendere quelle somme. Che sia soltanto per i beni di prima necessità, che non lo utilizzino per compare un gratta e vinci o altri beni superflui. E siccome non è facile controllare come i destinatari di quegli aiuti sociali utilizzeranno quel “reddito”, ecco comparire le tessere, ghigliottine informatiche che impediranno ai “poveri” di dilapidare nei vizi o nel superfluo il generoso dono ricevuto da una società che, non essendo in grado di offrire un lavoro, avverte l’esigenza di mantenere in vita famiglie che scivolano verso la povertà. Pare che uno dei duunviri della Repubblica abbia già ordinato la stampa di 6 milioni, sì, seimilioni, di quelle tagliole informatiche, ancor prima di essere certi che il reddito di cittadinanza vedrà davvero la luce!

Ahinoi! Com’è accattivante il ragionamento perbenista che vorrebbe impedire un utilizzo “improprio” del sussidio! Com’è seducente la sirena benpensante che vorrebbe che i poveri non possano utilizzare il denaro ricevuto per alzare il gomito!

Ed invece?
Intanto chiariamo che la strada dell’assistenza è un ripiego, come non smette di ricordare a gran voce Papa Francesco. L’obiettivo principale dovrebbe essere la ricerca del lavoro, e non l’assistenza, perché solo il lavoro può garantire all’individuo quella dignità, valore laico e cristiano, che sta alla base di ogni convivenza.

In secondo luogo, come non comprendere che la povertà, prima ancora che bisogno economico, è emarginazione, esclusione, differenza. Perché mai i figli dei più poveri dovrebbero essere esclusi dal poter disporre di alcuni almeno di quegli status simbol indispensabili per poter appartenere al gruppo? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nell’attuale società, del pane si potrebbe persino fare a meno, ma degli strumenti di socializzazione no. Non è per caso che in alcune famiglie i genitori si tolgano, letteralmente, il pane dalla bocca perché i propri figli possano esibire quei simboli, spesso fatui, ma che permettano loro di integrarsi con i loro coetanei.

Ce lo ha ricordato, con tono accorato, Luigino Bruni su Avvenire. Ispirandosi ad Amartya Sen, ci ha ricordato che povertà “è una carestia di libertà effettiva”, cioè la mancanza delle capacità di fare e di essere, tra cui “il poter uscire in pubblico senza vergognarsi (di sé e dei giocattoli dei propri bambini)”.
Ed ha concluso che se quei 780 euri, o quello che sarà, “non diventeranno anche una maggiore libertà di comprare libri, giornali, di fare festa, un viaggio, di comprare un giocattolo, un braccialetto più carino per la fidanzata, una cena esagerata con gli amici più cari per dire che finalmente stiamo cambiando vita, e che abbiamo cominciato a sperare… quei redditi non ridurranno nessuna povertà o ne ridurranno gli aspetti meno importanti”.

Che differenza c’è tra una tessera da esibire ad ogni acquisto, per dimostrare che appartieni alla categoria degli assistiti, ai quali sono precluse tutte le spese che sappiano di svago o, peggio ancora, di possibile vizio, ed un marchio impresso in una parte del corpo che ammonisca la collettività della appartenenza razziale, religiosa, o sociale della persona? Dove sta la differenza tra passato e presente?

Mentre avverto imbarazzo e preoccupazione per queste derive, mi tornano alla mente le riflessioni di quando, da adolescente, ho maturato una diversa accezione della carità, che non è l’elemosina, ma quella virtù teologale che ci insegna ad amare il prossimo come noi stessi. Per questo, ancor oggi, ringrazio chi, tra le macerie della mia città, mi ha aiutato a crescere con tale convinzione.

« La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » (1 Cor 13,4-7).
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Parliamo di “reddito di cittadinanza”, di quello vero: utopia da inseguire, per ora appannaggio dei “campioni dell’impossibile”?

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pensatoreReddito di base universale e incondizionato: un’idea radicale per affrontare l’insicurezza economica e l’esclusione sociale del nostro tempo

di Gianfranco Sabattini

Dopo la pubblicazione, nel 2013, di “Il reddito minimo universale” e, nel 2017, di “Il reddito di base”, entrambi dedicati dagli autori, Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght alla spiegazione del significato e della funzione del reddito di cittadinanza (assegnato a ogni individuo senza vincoli di “contropartite lavorative” e senza “prova dei mezzi”), era plausibile attendersi che la classe politica si fosse presa la briga di leggerli; ciò avrebbe consentito di evitare la confusione, ormai radicata anche nell’opinione pubblica, che solitamente viene fatta per la mancata distinzione tra la forma di reddito della quale parlano gli autori e tutte le misure monetarie di natura welfarista adottabili e adottate (come, ad esempio quella introdotta dall’attuale governo italiano) per contrastare il fenomeno della povertà.
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La confusione non potrà essere d’aiuto per riflettere sui contenuti più appropriati della politica economica, presumibilmente chiamata nel prossimo futuro ad affrontare i fenomeni dell’insicurezza economica e dell’esclusione sociale che affliggono attualmente il sistema socio-politico dell’Italia, congiuntamente a quello di molti altri Paesi industrializzati di mercato, per tutte le ragioni puntualmente illustrate nei libri sopra richiamati.
Viviamo in un mondo radicalmente nuovo rispetto a quello nato e consolidatosi nei primi trent’anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale; si tratta – affermano Van Parijs e Vanderborght, – di un mondo “riplasmato da numerose forze: la dirompente rivoluzione tecnologica determinata dal computer e da Internet; la globalizzazione dei mercati, delle migrazioni e della comunicazioni; la crescita impetuosa della domanda mondiale di beni a dispetto dei limiti imposti dall’esaurimento delle risorse naturali e dalla saturazione dell’atmosfera; la crisi delle tradizionali istituzioni protettive, dalla famiglia ai sindacati, ai monopoli di Stato, ai sistemi di welfare; infine le interazioni esplosive di queste varie tendenze”.
Per poter valutare razionalmente come contrastare le minacce delle quali sono portatrici queste tendenze, occorre, a parere di Van Parijs e Vanderborght, definire un quadro istituzionale di riferimento alternativo a quello esistente; a tal fine, gli autori, affermati docenti di economia e di scienza politica e divulgatori dell’idea di “reddito di base” (o reddito di cittadinanza), avanzano la proposta di un “nuovo quadro istituzionale” fondato sulla libertà, “intesa come libertà sostanziale di tutti e non solo dei ricchi”.
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Per realizzare il nuovo quadro istituzionale occorre agire su diversi fronti, dal miglioramento dell’uso delle risorse, alla ridefinizione dei diritti di proprietà, dal miglioramento del sistema dell’istruzione (attraverso la sua trasformazione in sistema di apprendimento permanente), alla ristrutturazione del modo in cui all’interno delle moderne società industriali ad economia di mercato si persegue l’obiettivo della sicurezza economica e dell’inclusione sociale. Lo strumento sul quale edificare il nuovo quadro istituzionale alternativo a quello attuale (non più in grado di garantire, sia la sicurezza economica, che l’inclusione sociale) consiste, secondo Van Parijs e Vanderborght, nell’introdurre nell’insieme delle regole di funzionamento delle moderne società industriali ciò che oggi “è comunemente chiamato reddito di base: un reddito regolare pagato in denaro ad ogni singolo membro di una società, indipendentemente da altre entrate e senza vincoli”.
Qual è l’incombenza, si chiedono Van Parijs e Vanderborght, che, pesando oggi sullo stabile funzionamento delle società economicamente avanzate, a rendere necessaria una riforma del loro quadro istituzionale, fondata sull’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato? Tutti coloro che sinora si sono pronunciati in favore di tale forma di reddito chiamano in causa alcuni aspetti della dinamica propria delle moderne società industriali, quali, in primo luogo, l’ondata di automazione (di cui è prevista un’accelerazione nei prossimi anni) che sta investendo i processi produttivi, causando una crescente polarizzazione del prodotto sociale; in secondo luogo, l’approfondimento e l’allargamento della globalizzazione che, oltre ad aggravare le disuguaglianze distributive, causerà l’aumento del numero delle persone che perderanno irreversibilmente la stabilità occupazionale.
Le innovazioni dei processi produttivi (che consentono “risparmio di lavoro”, indotto dal progresso scientifico e tecnologico e dalla natura altamente competitiva del mercato globale), potrebbero non rappresentare una “calamità sociale” insormontabile, se la maggior produttività da esse determinata potesse tradursi in una maggiore crescita; ma la fiducia su una crescita senza limiti presenta diverse controindicazioni: in primo luogo, esse sono dovute ai limiti ecologici, oggi amplificati dall’impatto sull’atmosfera; in secondo luogo, al fatto che i moderni sistemi industriali, come sottolineano molti economisti, sono esposti agli esiti di una loro tendenza a una “stagnazione secolare”; in terzo luogo, alla consapevolezza che la crescita, anche per chi la ritiene auspicabile che possibile, non costituisca una soluzione alla disoccupazione strutturale e alla precarietà.
Le controindicazioni circa la possibilità che un’ulteriore crescita basti a risolvere i problemi della disoccupazione e della precarietà, nel contesto di un’automazione crescente e di un allargamento della globalizzazione, sono forse discutibili; esse, tuttavia, sono sufficienti a “spiegare e a giustificare” le richieste di una più efficace risposta alle sfide poste dall’aggravarsi dei fenomeni della disoccupazione strutturale e delle disuguaglianze distributive: secondo Van Parijs e Vanderborght, se non si troverà “un modo per assicurare un reddito di base da corrispondere alle persone che non hanno lavoro (o non hanno un lavoro decente), le moderne società industriali ad economia di mercato andranno incontro ad un futuro perennemente caratterizzato da instabilità economica e conflittualità sociale”.
La previsione che la creazione di nuovi posti di lavoro “dignitosi” sarà sempre più difficile suggerisce perciò la necessità che gli establishment dominanti si convincano che occorre assicurare le risorse necessarie alla sopravvivenza della crescente massa di disoccupati e di poveri. Van Parijs e Vanderborght indicano due alternative per rispondere a questa necessità. Un primo modo di procedere (che gli autori considerano sconveniente) potrebbe consistere nell’allargamento dell’esistente sistema di assistenza pubblica; si tratterebbe di un modo utile solo per contrastare la “povertà estrema”, ma, a causa della sua “condizionalità”, varrebbe a trasformare i beneficiari in una classe di cittadini destinati a dipendere “permanentemente dall’assistenza sociale”. L’altra possibile soluzione, fondata sul principio che la libertà sostanziale debba essere garantita a tutti, consiste nell’introdurre un reddito di base di tipo incondizionato, inteso “nell’accezione più piena del termine”.
Il reddito di base differisce da ogni altra forma di sussidio corrisposto a chi versa in stato di necessità, perché esso, oltre ad essere universale (dimensione di cui sono prive tutte le “misure” welfariste destinate ad alleviare le condizioni esistenziali di chi è privo di ogni fonte di sostentamento), è anche incondizionato, in quanto, a differenza di tutte le forme di assistenza welfarista, esso è esente da ogni accertamento della condizione economica del beneficiario. Infatti, ogni forma di assistenza condizionata presenta lo svantaggio che il sussidio sia corrisposto ai beneficiari solo “ex post” (cioè sulla base di una preliminare determinazione delle risorse materiali delle quali possono disporre gli stessi beneficiari); il reddito di base incondizionato, al contrario, è corrisposto “ex ante”, senza alcun accertamento della condizione economica degli aventi diritto.
Le conseguenze dell’incondizionalità risultano tali da rendere il reddito di base profondamente diverso da ogni forma di assistenza condizionata; dal punto di vista del disoccupato strutturale o del povero, l’elemento che più di ogni altro vale a differenziare questo tipo di reddito dai sussidi condizionati è la possibilità assicurata ai beneficiari di sottrarsi al ricatto intrinseco alla condizioni alle quali è tradizionalmente subordinata la fruizione di un sussidio condizionato; ne è un esempio il “potere di ricatto” che può essere esercitato da ogni datore di lavoro ai danni dei lavoratori, quando questi ultimi siano “obbligati a svolgere un lavoro” infimo e mal pagato, per conservarsi nella condizione di poter fruire del beneficio assistenziale.
In conseguenza di quanto sin qui osservato sulle specificità del reddito di base, si può dire che, mentre la sua universalità consente di evitare la “trappola” delle disoccupazione e della povertà, il fatto di non essere condizionato serve a contrastare la “trappola” del lavoro obbligato, spesso sottopagato o degradante. Considerati i vantaggi connessi alle specificità del reddito di base universale e incondizionato, è difficile – affermano Van Parijs e Vanderborght – negare che esso costituisca nelle moderne società industrializzate ad economia di mercato, non solo un “potente strumento di libertà”, ma anche, più che una spesa, una forma d’investimento, utile a garantire una maggior flessibilità nel governo dei moderni problemi economici e sociali delle società economicamente avanzate e integrate nell’economia mondiale.
I principali interrogativi che incombono sulla possibilità di istituzionalizzare il reddito di base universale e incondizionato (come antidoto alla crescente disoccupazione strutturale e alla diffusione della povertà nelle società industriali avanzate e ad economia di mercato) riguardano la sua sostenibilità e il sui finanziamento. Per quanto riguarda la sostenibilità, molto diffusa è la preoccupazione che l’offerta di lavoro venga negativamente influenzata dall’assenza di obblighi da parte dei beneficiari del reddito di base. Van Parijs e Vanderborght ritengono fuorviante “ridurre le conseguenze economiche del reddito di base al suo impatto immediato sull’offerta del mercato del lavoro”. Fornendo sicurezza e autonomia economica, è plausibile prevedere che il reddito di base possa incoraggiare l’imprenditorialità, promuovendo l’allargamento di forme di lavoro autodiretto; in secondo luogo, esso può motivare molti lavoratori a scegliere di optare per un lavoro a tempo parziale; in terzo luogo, liberando chi è privo di reddito dalla “trappola della disoccupazione”, il reddito di base universale e incondizionato può produrre effetti positivi sul capitale umano, motivando i fruitori ad aumentare il loro “interesse a investire nell’istruzione e nella formazione continua”.
philippe_van_parijs_croppedyannick-vanderborghtSecondo Van Parijs e Vanderborght, tutte queste ragioni concorrono a rendere stretta la connessione che esiste tra una maggior sicurezza garantita dal reddito di base e una maggior flessibilità del mercato del lavoro; si tratta di una connessione che tende ad assicurare ai senza reddito la libertà di non lavorare, piuttosto che l’obbligo di lavorare. Tra l’altro, la stretta connessione che esiste tra la libertà dal bisogno e la maggior flessibilità del mercato del lavoro rende possibile anche una più funzionale riorganizzazione del tradizionale sistema di welfare State; essa consente infatti la sua trasformazione da “sistema protettivo caritatevole e punitivo” in “sistema di welfare State attivo ed emacipatorio”, orientato “a rimuovere gli ostacoli allo svolgimento di un’attività lavorativa gratificante, quali sono le trappole della disoccupazione e dell’emarginazione”, e a “facilitare l’accesso delle persone all’istruzione e alla formazione”, strumentali all’intrapresa di una pluralità di attività produttive.
In questo modo, nelle moderne società industriali, il welfare State cesserebbe d’essere strumento “punitivo del lavoro” (come avviene con il sistema esistente, che rimuove il beneficio corrisposto al lavoratore disoccupato o al povero indigente che dovessero rifiutare di sottostare ai “vincoli” previsti per il loro reinserimento e/o inserimento lavorativo), per diventare, al contrario, strumento di promozione di forme gratificanti e socialmente utili di lavoro.
Per quanto riguarda l’altro interrogativo (quello relativo al finanziamento), incombente sulla possibilità di istituzionalizzare il reddito di base universale e incondizionato come antidoto alla crescente disoccupazione strutturale e alla diffusione della povertà, la preoccupazione principale che esso solleva è riconducibile all’ipotesi che le società industriali moderne, già gravate di un oneroso sistema fiscale, possano non tollerare un suo ulteriore inasprimento per finanziare il reddito di base, a meno che l’inasprimento non sia associato ad una riduzione dell’asimmetria nel trattamento fiscale dei redditi da capitale e dei redditi da lavoro, “caricando” prevalentemente sul capitale l’onere del finanziamento del reddito di base.
Un più equo trattamento fiscale delle due classi di reddito, però, si scontrerebbe con l’opposizione delle forze economiche e politiche prevalenti, per via del fatto che l’asimmetria nel trattamento fiscale a vantaggio del capitale è tradizionalmente “giustificata dalla necessità – affermano Van Parijs e Vanderborght – di incoraggiare investimenti ad alto rischio e lo spirito imprenditoriale” e di non promuovere la mobilità internazionale del capitale che, di fronte alla minaccia di perdere in parte i privilegi fiscali potrebbe “fuggire all’estero”.
Per finanziare il reddito di base esistono però – sottolineano Van Parijs e Vanderborght – delle alternative che non prevedono il ricorso alla tassazione. Tra queste, la principale consiste nella creazione di un “Fondo Sovrano Permanente”, una sorta di “salvadanaio collettivo”, nel quale fare affluire le entrate derivanti da tutte le forme di collocamento (a titolo di affitto o di cessione) delle risorse mobiliari e immobiliari di proprietà pubblica. In questo modo, il finanziamento del reddito di base avverrebbe secondo le modalità previste da James Meade nel suo “modello agathopista”; in altri termini, il reddito di base potrebbe essere finanziato senza bisogno di alcuna tassazione, mediante la distribuzione annuale a tutti i cittadini, su basi paritarie, della dotazione del “Fondo”, sotto forma di reddito di base universale e incondizionato, inteso come dividendo del rendimento economico di un capitale pubblico.
Un disegno di riforma del quadro istituzionale di riferimento, quale quello fondato sull’introduzione di un reddito di base (o di cittadinanza, come anche viene chiamato), per risolvere i problemi delle società industriali avanzate, richiede ovviamente che il loro sistema economico sia efficiente e gestito da forze economiche e politiche interessate al suo stabile funzionamento.
Ipotizzare che questo disegno sia proponibile e attuabile all’interno di un Paese qual è l’Italia di oggi può apparire temerario, considerato lo stato in cui essa versa. Una cosa però è certa: se tutte le forze sociali impegnate (sul piano culturale, politico ed economico) a risolvere i problemi che maggiormente affliggono il Paese (rilancio della crescita e contrasto della disoccupazione strutturale e della diffusione della povertà) abbandoneranno molti dei pregiudizi ideologici che hanno sinora condizionato la ricerca di adeguate soluzioni, dovranno (quelle forze) necessariamente tener conto del fatto che l’istituzionalizzazione del reddito di base universale e incondizionato è uno dei presupposti per fare dell’Italia del futuro, parafrasando un’efficace espressione di Meade, “un luogo in cui è ancora conveniente e gratificante vivere”.
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- Gianfranco Sabattini su AladiNews.
- Campioni dell’impossibile: http://www.aladinpensiero.it/?p=89277

Che succede?

c3dem_banner_04“CHIESA REAGISCI!”
20 Gennaio 2019 by Forcesi | su C3dem
Raffaele Nogaro, “Chiesa reagisci!” (Adista Segni Nuovi). Tre interventi sul Corriere di Bologna: Giovanni Nicolini, “E’ il momento di unire i cattolici in un partito contro la paura”. Francesco Rosano, “I cattolici ripartono dalle scuole diocesane”; Olivio Romanini, “La sfida dei cattolici e la vera posta in gioco”. Su Libero un articolo di Luca Volontè, “Rifondare la Margherita non è una buona idea”. Angelo Panebianco, “I cattolici e la classe dirigente” (Corriere della sera). Sull’appello di Sturzo ai liberi e forti l’Avvenire pubblica tre interventi: Luca Diotallevi, Ernesto Preziosi e Leonardo Bianchi (“L’appello a ricucire con valori forti”). Emanuele Macaluso, “I liberi e i forti 100 anni dopo” (Il dubbio). Mario Ajello, “Assalto a Sturzo, ultima trincea di Chiesa e politica” (Messaggero). Noi Siamo Chiesa, “A 100 anni dall’Appello. No al partito cattolico”. Flavio Felice, “La lezione di Sturzo” (Il Giornale).

Fermatevi!

STRAGE NEL MEDITERRANEO,170 MORTI IN DUE NAUFRAGI. SOLTANTO UNA CINQUANTINA DI NAUFRAGHI SALVATI DALL’UNICA NAVE ONG PRESENTE NELL’AREA. VERGOGNOSE DICHIARAZIONI DI CONTE E SALVINI. FERMATEVI VIGLIACCHI ASSASSINI E RIAPRITE I PORTI ALLE ASSOCIAZIONI UMANITARIE CHE SALVANO VITE IN MARE.
Oltre 170 morti in due naufragi soltanto nella giornata odierna. La Guardia costiera libica completamente assente, la Marina italiana non va oltre l’individuazione e la segnalazione di un barcone alla deriva e il salvataggio di soli tre naugraghi con l’impiego di un elicottero. Soltanto le presenza di una nave ONG riesce a ridurre il numero complessivo degli annegati salvando circa cinquanta naufraghi. Come al solito si registra la presenza tra i deceduti anche di donne e bambini. L’Europa, sostanzialmente incapace di imporre una inversione di rotta nel favorire i salvataggi a mare si limita a guardare mentre si annunciano nuove partenze di migranti e nuove “Odissee” in mare intorno alle quali si svilupperanno le azioni propagandistiche elettorali di Salvini e del fronte anti ONG. Il presidente Conte che si dichiara addolorato e preannuncia di voler intraprendere l’attività di avvocato penalista per denunciare alla corte internazionale dei diritti dell’uomo i trafficanti di esseri umani dovrebbe spiegare perché dopo aver annunciato in sedi internazionali l’adesione dell’Italia alla proposta comunitaria di istituire il Global Contact per regolamentare il fenomeno migratorio ha poi deciso di rinunciarvi soltanto perché cosi aveva stabilito Salvini.
(vt su Lettori)
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Cosa è il Global migration compact che Salvini non vuole firmare
Punto per punto, l’accordo firmato a Marrakech da oltre 150 Paesi per garantire una migrazione sicura, ordinata e regolare.

Sea Watch

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Svolta Sea Watch, Malta dice sì allo sbarco: «Migranti in 8 Paesi tra cui l’Italia»
Il premier Muscat ha annunciato il via libera all’accordo europeo sui migranti delle navi delle ong Sea Watch e Sea Eye – Gelo di Salvini sulle aperture di Conte.
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Naturalmente siamo contenti ma con molto amaro in bocca. Manca un accordo permanente tra i paesi dell’Unione per ripartire equamente i profughi in arrivo. Manca un regolare canale di accesso per chi intende immigrare nel nostro continente, si stanno riducendo sempre più gli spazi per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti (es. riduzione delle esperienze Sprar) nonostante gran parte dei membri delle nostre comunità manifesti una naturale propensione ad accogliere ed aiutare chi ha bisogno, nonostante la propaganda allarmistica e razzista della Lega. Benvenuti quindi ma molto resta ancora da fare. (V.T. su pag. fb Lettori)
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- Ulteriori informazioni.

SardegnaCheFare?

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LETTERA ALLA SOCIETÀ SARDA
Il 2018 della Sardegna è stato appena consegnato agli annali e lì archiviato in compagnia di numerose altre annate non memorabili. Naturale, dunque, che la speranza in un domani migliore sia sempre più tenue. Non bisogna disperare, però! E nemmeno abbandonarsi a vuoti auguri o alle facili semplificazioni della politica. Oggi più che mai, per noi sardi è di vitale importanza comprendere gli errori del passato, interpretare correttamente il presente – squarciando il velo della menzogna che lo avvolge – e costruire insieme il futuro della nostra terra.
L’etica va in soffitta
Sul finire del 2018 si è verificato un fatto rilevante: il messaggio con cui i vescovi sardi hanno preso posizione contro la RWM Italia Spa, la fabbrica in cui vengono prodotte le bombe utilizzate dall’Arabia Saudita nell’atroce guerra dello Yemen. La richiesta della Chiesa e di una consistente fetta di società civile riunitasi a Villacidro in occasione della XXXII Marcia della Pace promossa dalla Diocesi Ales-Terralba è chiara ed ineludibile: l’etica deve tornare ad orientare le decisioni della politica e le scelte dell’economia. Un chiaro segno delle carenze della nostra classe politica.
Con il loro messaggio, i vescovi hanno chiesto ai lavoratori della RWM non di abbandonare il posto di lavoro ma di concepirsi come parte di un più ampio progetto: la conversione della fabbrica in un impianto che produca beni volti a migliorare la qualità della vita. In altri termini, mentre viene riconosciuta la condizione di fragilità socio-economica di questi individui – residenti in uno dei territori più poveri d’Italia -, si rivolge loro un appello affinché cooperino per realizzare un’economia di pace.
Com’è stato opportunamente notato, questo messaggio racchiude la prudenza dei pastori e il coraggio dei profeti. Esso nasce dalla coraggiosa presa di posizione del vescovo di Iglesias sostenuto dal Consiglio Presbiteriale della Chiesa Iglesiente nella cui città opera da anni il Comitato per la riconversione della RWM e lo sviluppo del territorio formato da 21 associazioni della società civile, del volontariato, della Confederazione Sindacale Sarda e del pluralismo religioso.
La prudenza dei pastori suggella una verità non scritta ma visibilissima, l’equazione, cioè, per cui alle difficoltà materiali corrisponde – o più facilmente può corrispondere – un’occupazione eticamente non sostenibile (ne consegue che ai lavoratori delle aree depresse è richiesto un grande sforzo per emanciparsi e contribuire ad emancipare la società dal giogo infernale della produzione di morte).I l concetto è semplice: si accetta di seminare distruzione e morte per accedere ad un reddito che consenta la vita.
Questa triste verità fornisce una preziosa cornice interpretativa all’interno della quale includere il problema della fabbrica delle bombe, senza fermarsi ad essa. D’altra parte, non è forse vero che una consistente fetta del sistema produttivo sardo ha generato e continua a generare degrado ambientale, diffondere malattie e seminare morte, ponendosi così al di fuori dell’etica?
Seminare morte per accedere al reddito
Partendo dai fantasmi dei minatori morti di silicosi che ancora affollano le gallerie sarde fino alle recenti indagini epidemiologiche che misurano eccessi di mortalità e un’elevata incidenze di patologie riconducibili all’inquinamento ambientale – tra i lavoratori dell’industria, presso le popolazioni dei S.i.n (Siti d’interesse nazionale per bonifica) o, ancora, nei dintorni dei poligoni militari – emerge con chiarezza che una parte dell’economia sarda si basa sull’inaccettabile ricatto dell’accesso al reddito in cambio della diffusione di morte.
La nostra Isola paga – come spesso accade – un tributo maggiore in termini di danni alla salute e all’ambiente. Un primo record negativo riguarda l’estensione delle aree inquinate: maggiore qui che altrove. Inoltre, nei territori di Cagliari, Sassari e Carbonia-Iglesias, dove, cioè, insistono le maggiori attività industriali e le più grandi città, il tasso di mortalità è più elevato, mentre l’area di Carbonia – Iglesias presenta gli stessi tassi di mortalità di Caserta, capitale della Terra dei Fuochi. [segue]

Papa Francesco

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LE PAROLE DI PAPA FRANCESCO SUL NATALE 2018
23 dicembre 2018 by Forcesi | su C3dem.
Il forte e severo discorso di papa Francesco alla Curia per gli auguri di Natale (21 dicembre). Il commento di Carlo Di Cicco: “Il papa controcorrente ringrazia chi denuncia gli abusi sessuali” (tiscali.it). La catechesi di Francesco sul Natale (19 dicembre): “Natale, le sorprese che piacciono a Dio”. Eugenio Scalfari, “Francesco e la Chiesa senza la paura di modernità” (Repubblica). La Stampa – Vatican Insider, “I vescovi siciliani: “Natale sarà vero solo nell’accoglienza”. Nello Scavo, “E’ nato Sam, per culla un barcone” (Avvenire). Paolo Di Paolo, “Natale, il campanello della compassione ai tempi del cinismo” (Repubblica). Sandro Lagomarsino, “Tornano i Racconti di Natale di Mazzolari” (Avvenire). Stefano Massini, “Buon Natale non buonista” (Repubblica). Francesco Peloso, “Il magistero di Bergoglio contro l’onda populista” (democratica.com). Paolo Rodari, “Allarme nella Chiesa. Stretta sul volontariato, colpiti i più deboli” (Repubblica). La chiesa di papa Francesco vista da Renato Farina: “La Chiesa se ne infischia degli italiani” (Libero). Le nuove nomine in Vaticano per la comunicazione: dichiarazioni di P. Ruffini, A. Monda e A. Tornielli (il sismografo.com).

Cattolici e Politica: il Dibattito è aperto e vivace!

logo76NON ABBIAMO BISOGNO

di Raniero La Valle*

noi non abbiamo bisogno di un partito cattolico. Noi abbiamo bisogno di un’umanità convertita. Non: “già” convertita, bensì capace di convertirsi e che, coi suoi tempi, si converta. Perché la scure è già posta alla radice dell’albero. Non ce lo dicono i profeti di sventura che annunciano eventi sempre infausti. Essi hanno torto, grandissimo torto, la vita e la storia sono piene di felicissimi eventi, per questo ci teniamo, le vorremmo salvare, tutte e due, la nostra e quella di tutti. Ma lo dicono gli scienziati, che rischiamo la fine, lo stanno dicendo da decenni, da quando nessuno ancora ci credeva e pubblicarono, su incarico del Club di Roma, un rapporto intitolato “I limiti dello sviluppo”. Adesso tutti lo sanno, l’idea di un precipizio incontrollato è entrata nel senso comune, benché oscuramente e benché, per non morirne, sia in gran parte rimossa; ma non oscuramente e senza sconti se ne è fatto eco il papa in una lettera insolitamente indirizzata a tutti gli abitanti del pianeta. E lo sanno anche coloro che sono considerati i governanti delle nazioni e i capi che le opprimono; e se non fanno niente per fermare la scure non è perché non sia vero, tant’è che fanno summit su summit per discuterne, ma perché a provvedervi non ci vedono un tornaconto e vogliono sfruttare l’albero finché sta in piedi.
Non abbiamo bisogno di un partito cattolico e abbiamo bisogno invece di un ritorno della politica, di un ritorno alla politica. Lo ha detto anche il cardinale Bassetti, da una Chiesa italiana che da tempo era in sonno, e ora forse si sveglia.
Non che qualcuno non ci pensi e non ci provi. Hanno provato a rifare la Democrazia Cristiana, hanno ottenuto dal giudice la pronuncia che la DC non era mai stata sciolta, che giuridicamente ne potevano disporre quelli che vi erano iscritti nel 1992, ne hanno recuperato il simbolo completo di scudo crociato e perfino la storica sede di piazza del Gesù, hanno convocato un congresso e ristampato le tessere. Ma non c’è niente da fare, lasciate che i morti seppelliscano i morti. Il principale promotore, Gianni Fontana, si è accorto che tra questi fantasmi prevalevano quelli che ne volevano fare la componente cristiana della destra, per contrastare i “populismi” (loro, gli ex “popolari”), e si è autosospeso dalla carica, ha dichiarato il fallimento.
Avvertiti da questa sconfitta, altri esponenti, preti e laici, tuttora ci provano, vogliono fare un partito che si chiama “Insieme”: insieme agli altri cattolici, “democratici” però. Essi pensano a una “convergenza cristiana” numero 3 (dopo la prima, che fu l’Opera dei Congressi del patto Gentiloni, dopo la seconda, che fu il Partito Popolare intransigente e la Democrazia Cristiana interclassista, questa sarebbe la terza, che dovrebbe rimediare ai guasti della seconda Repubblica, mettersi sotto il manto azzurro della Vergine Maria, restaurare la dottrina sociale cristiana e il diritto naturale e, se non oggi, vincere domani). Ma la dottrina sociale cristiana mai fu al governo, se in essa si include non solo il blando interclassismo di Leone XIII, ma la feroce critica al capitalismo finanziario che ai tempi del fascismo fece Pio XI nella “Quadragesimo Anno”.
Si capisce però che ci provino. Hanno provato i comunisti a rifare il partito comunista e, mai superando la linea del loro orizzonte, hanno fallito e falliscono. Ci provano a fare una ex DC, una Democrazia cristiana emerita, e falliscono. Provano a fare un nuovo partito “a forte ispirazione cristiana, un partito di centro protagonista della rinascita italiana ma nella discontinuità dal triste ed opaco passato ventennio”, e falliscono perché la DC, comunque rivangata non ha e non può più avere quella cosa che imparò dai comunisti ed esercitò per quarant’anni nella vita politica italiana: l’egemonia. La quale vuol dire anzitutto accorgersi degli altri, mediare con le culture e le ragioni degli altri.
Ma soprattutto non può darsi un partito cattolico, residuo della vecchia Cristianità, perché prima che l’albero caschi occorre affrontare problemi sconosciuti ad altre età, riguardo a cui un partito cattolico non ha alcun precedente, alcuna esperienza, alcun know how nei vecchi magazzini. Se i problemi di oggi, come instancabilmente avverte papa Francesco, sono i popoli frantumati, la guerra mondiale nascosta, artificialmente tenuta in piedi dalla produzione e dal commercio delle armi, se i problemi sono la società dell’esclusione, l’economia che uccide, la globalizzazione dell’indifferenza, l’ideologia dello scarto di esuberi, disoccupati, anziani, profughi, migranti, la persistente disparità tra uomo e donna e quella tra cittadino e straniero, allora ci vuole ben altro che un partito cattolico. Ci vogliono soggetti politici nuovi, non identitari, non separati, non confessionali, internazionalisti e a vocazione universale, però credenti che un mondo è possibile. Non solo che un altro mondo è possibile, ma che questo mondo è possibile, lo si può raddrizzare.
Se tutta la predicazione di papa Francesco andasse a finire nell’imbuto di un partito a ispirazione cristiana, sarebbe il suo punto di caduta più arretrato. Invano egli avrebbe parlato ai movimenti popolari esortandoli a lottare contro l’ingiustizia, per la terra la casa e il lavoro, invano avrebbe chiesto di attivare processi, non occupare spazi, invano avrebbe invitato a preferire l’unità al conflitto, il tutto alla parte, invano avrebbe esortato a stare attaccati alla realtà, non al mito, invano avrebbe chiesto conto all’Europa non delle sue radici ma del servizio da rendere nell’incontro con altri popoli e culture, invano avrebbe detto amate lo straniero, aprite le porte e i porti ai naufraghi e ai migranti, salvate la Siria, ossia ogni terra a cominciare dalla più povera e violentata. Che è poi quello che abbiamo chiamato “fare il tagliando” al nuovo millennio appena iniziato, su cui si intratterrà la prossima assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”.
Questo vuol dire che l’umanità si converta. Dal più piccolo al più grande, ognuno mettendo fuori le sue risorse, le sue cassette degli attrezzi, ognuno facendo, con gli altri, la politica del mondo. Non per ricavarne un potere. La politica non è solo il potere o fatta mediante il potere. Possono esservi partiti della società, non dello Stato, che anche se maggioritari non esercitino il potere, che decidano temporanee o permanenti astensioni dal potere, per meglio ispirare e vigilare e guidare il cambiamento. Possono esservi strumenti di nuova invenzione o, come dice il cardinale Bassetti, scuole, luoghi di confronto che nascano dal basso, come ad esempio una rete di associazioni civiche in cui scambiare “buone pratiche” e valorizzare i talenti inutilizzati; insomma, assicura Bassetti rievocando precedenti infelici tentativi, nessuna “Todi 3 o 4 all’orizzonte né tanto meno il progetto di un partito di cattolici sponsorizzato dalla CEI”.
E dove andrebbe, se no, la laicità? La strada è un’altra: partire dall’agenda delle cose da fare, e vedere poi con chi si possono fare e come farle.
Non sappiamo dunque che cosa potrà esserci, nessuno lo sa quando veramente in terra ignota ci si mette in cammino, seguendo una stella. Ma occorre mettersi in cammino.
Nel sito “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” è pubblicato l’appello del cardinale Bassetti pubblicato sull’ “Avvenire” dell’8 dicembre scorso e l’intervista resa il 17 dicembre al “Fatto quotidiano”.

*Raniero La Valle
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
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Cattolici: pasta o lievito?
di Romolo Menighetti su Rocca

Si torna a parlare di un rinnovato impegno dei cattolici nella politica italiana (La Repubblica 2/12/18). È quanto afferma Gastone Simoni, Vescovo di Prato, supportato da «pezzi da novanta» del Vaticano, quali Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, Giovanni Angelo Becciu, prefetto della Congregazione dei santi, e Pietro Parolin, segretario di Stato.
I motivi di questa riproposizione sarebbero la necessità, a fronte della solitudine entro cui vive l’uomo d’oggi, di offrirgli una rete di solidarietà concreta, che tocchi il quotidiano, a partire da principi e ideali forti, l’urgenza di «rammendare» l’organiz- zazione sociale del Paese, strappato sia moralmente sia socialmente, e il contrasto alla leadership esagerata e imperante di Lega e Cinque Stelle. Più terra terra si può ipotizzare che, considerato essere la legge elettorale con la quale si andrà al voto alle prossime elezioni politiche quasi certamente di natura proporzionale, ci sarà la possibilità per diversi partiti di recuperare elettoralmente la propria autonomia e affermare la propria identità, evitando la dispersione dei voti in liste di centro, destra e sinistra. Può perciò tornare attuale l’ipotesi della costruzione in Italia di un partito popolare d’ispirazione cristiana, che dovrebbe accogliere i cattolici ormai dispersi in tanti rivoli, tra cui l’astensione. Simoni intende ispirarsi al Partito Popolare di Luigi Sturzo, nel centenario del famoso appello «Ai liberi e forti» (18 gennaio 1919), che fu il suo atto di nascita. Giova ricordare che questo partito, per espressa volontà del suo fondatore, era interclassista, partito di cattolici ma non cattolico, ispirantesi alla dottrina sociale della Chiesa ma senza dipendere dalla gerarchia. Sturzo, infatti, diceva che i due termini, partito e cattolico, sono antitetici, perché il cattolicesimo esprime universalità, mentre il partito è per sua natura di parte. Circa la nuova e futura formazione politica finora siamo solo alle dichiarazioni d’intenti. Stiamo a vedere. Anche se alcune perplessità affiorano.
Intanto c’è il timore che nasca l’ennesimo raggruppamento con percentuale bassissima. E poi che prospettiva ha un nuovo partito quando quelli strutturati come il Pd e FI sono in profonda crisi? Inoltre qual è la figura, nel contesto di leader carismatici come l’attuale, capace di fare da contraltare a Salvini, Grillo, Renzi, Berlusconi?
Ma c’è anche e soprattutto una perplessità di fondo, che tocca il tema della laicità. Il futuro partito, anche se viene esclusa ogni ingerenza da parte dei Vescovi, vuole pur sempre essere «presenza identitaria dei cattolici in politica» (Bassetti), «qualcosa di nostro» (Simoni). Cioè si ripropone un partito a forte identità cattolica. Ora, non vorrei che, sulla base di questi input, si ritornasse alla vecchia idea del recinto «sacro», in contrapposizione al «laico». In proposito giova ricordare che con l’Incarnazione del Verbo il recinto sacro/profano è stato abbattuto, e che i cattolici impegnati in politica non sono coloro che propongono alla società civile un progetto celestialmente preconfezionato. Essi, al contrario, esercitano le loro responsabilità nella storia senza determinismi, senza pretese di onnipotenza, senza leggi immutabili. Entro questa prospettiva l’ispirazione cristiana, lungi dall’essere il braccio rasserenante che assicura comunque voti, diventa il più esigente dei parametri di giudizio. Ciò comporta un radicale cambiamento nel modo di pensare e di vivere l’impegno nella storia. Nel senso che obbliga alla ricerca di una laicità vissuta nella fede e nel confronto, escludendo ogni integralismo.
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Il Dibattito ripreso da C3dem
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LA STELLA POLARE RESTA LA COSTITUZIONE

NewsLetter

logo76Newsletter n. 127 del 19 dicembre 2018

NON ABBIAMO BISOGNO

Care Amiche ed Amici,
[segue]

Sardegna Sardegna

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Coraggio, tenacia e orizzonte: per un nuovo soggetto politico
5e64c5da-b254-4aee-8a2b-36d760288460di Fernando Codonesu
Il pungente articolo a firma di Amsicora comparso il 18 dicembre su Democraziaoggi in cui si ragiona sulla possibile convergenza tra Paolo Maninchedda e Mauro Pili, mi permette di intervenire ancora sul tema delle prossime elezioni regionali. Certo, Amsicora dall’alto della sua lunga storia ha gioco facile nel criticare alcune posizioni espresse dal duo Pili e Maninchedda e per certi aspetti non ha torto, ma io credo che ciò che è permesso ad Amsicora quale eroe della resistenza sarda contro la dominazione romana, non è permesso a tante persone come me che con le nostre limitate energie dobbiamo farci carico della fatica quotidiana della politica.
Una fatica, quella della politica, che ci impone una dose di generosità che non deve mai venir meno nella critica e nella proposta, al fine di smussare gli angoli sempre presenti in ciascuno di noi e che spesso diventano così preponderanti da condizionare persino le relazioni personali, figuriamoci se non condizionano i metodi propri di interazione e le relazioni tra le forze politiche.
Negli ultimi giorni, su input del Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria (CoStat), a seguito dell’ultimo positivo confronto tra Murgia, Maninchedda, Zuncheddu, Mirasola, Deriu, ho tentato inutilmente di organizzare un altro dibattito al fine di una potenziale convergenza contro il centrodestra a trazione Salvini, tra i candidati presidente Zedda, Maninchedda, Murgia e Desogus. Dopo un’iniziale disponibilità Zedda si è ritirato senza alcuna spiegazione (purtroppo questo è un malcostume noto e sperimentato in più occasioni), Maninchedda ha spiegato che non avrebbe partecipato e a questo punto abbiamo rinunciato all’iniziativa per mancanza di interlocutori.
Detto questo, la fatica della politica ci impone di continuare a individuare convergenze possibili fin da subito e per quanto mi riguarda, ma non da oggi, il mio interesse si concentra sulla vasta area delle forze e dei movimenti identitari e indipendentisti che possono e dovrebbero imparare a convivere, rinunciando ognuno a qualcosa della propria parte per far fare un grande passo in avanti a tutti.
Le soggettività in campo
Il PDS vede nel duo Maninchedda-Sedda le figure di punta rappresentative come elaborazione politica e allo stesso tempo come “gestori” del partito e delle istituzioni. Sulla carta questo partito, anche a seguito dell’esperienza di cinque anni di maggioranza, dovrebbe (almeno doveva) avere la possibilità del superamento della soglia del 5%. Non mi interessa qui entrare nel merito di specifiche posizioni che potranno essere analizzate e discusse a tempo debito e negli spazi dedicati, ma dirò necessariamente qualcosa sulla recente consultazione delle Primarias che hanno costituito la più grande prova organizzativa del PDS di questi ultimi mesi. Un risultato che mette in forse il superamento della fatidica soglia del 5%, o almeno non la rende più facilmente a portata di mano e questo sarebbe, dal mio punto di vista, un ulteriore problema.
Sardi Liberi, la neo proposta di Mauro Pili, si è arricchita della qualificata presenza di Carta proveniente dal PSdAZ e di Giovanni Columbu, già presidente di quel partito. Di Mauro Pili conosciamo l’escursus politico e il suo passaggio nel centrodestra fino a diventare presidente della Giunta regionale per conto di Forza Italia.
Negli ultimi 10 anni è anche diventato un protagonista delle lotte della Sardegna e di questo bisogna dargli atto. L’innesto di Carta e Columbu aggiungono spessore e qualità al suo schieramento e se consideriamo il risultato delle precedenti elezioni che è stato ampiamente al di sopra della soglia prevista per l’unica lista, si trova nella possibilità concreta di superare lo sbarramento previsto, ancorché quest’ultimo non vada visto come un risultato acquisito
AutodetermiNatzione, dopo la negativa prestazione ottenuta nella recente consultazione politica del 4 marzo, allora coordinata da Anthony Muroni che, ricordo a tutti, da direttore dell’Unione Sarda è stato uno degli artefici principali del successo della più grande manifestazione antimilitarista dagli anni ’80 a questa parte svoltasi a Capo Frasca nel 2016, è ora in campo con Andrea Murgia, una persona competente, con un percorso politico riconosciuto e apprezzato. Di AutodetermiNatzione so che c’è un candidato Presidente, ancorché, mi ricorda qualcuno, non è capo politico, che deve quindi continuamente rispondere ad un Tavolo nazionale costituito, si fa per dire, dagli azionisti di controllo. Giacché ci siamo, mi chiedo anche se in tale Tavolo ci siano soggetti che si ritengono azionisti di maggioranza che quindi contano più di altri, e fin qui, nessuno scandalo, non ci sarebbe niente di male. Ma a casa mia, quando ci sono azionisti di maggioranza e si nomina un presidente di un Consiglio di Amministrazione (CdA) e un Amministratore delegato normalmente si affidano delle deleghe e la delega fondamentale è la rappresentanza della compagine aziendale così come del progetto politico. Il Presidente e l’AD rispondono prima del CdA delle decisioni aziendali e, per analogia, così dovrebbe essere per il portavoce o per i candidati Presidente. Così succede dalle nostre parti e nella prassi quotidiana, oltre che nelle norme giurisprudenziali, altrimenti si finisce col mettere in secondo piano il Conte di turno, formalmente Presidente del Consiglio, per dover telefonare ai Di Maio e Salvini quali azionisti unici, nemmeno di maggioranza relativa, quali “proprietari” del governo.
Se è questo il caso, il progetto di AutodetermiNatzione rischia di fare poca strada: c’è bisogno di chiarezza perché se si vuole lavorare per una convergenza di più forze politiche, movimenti e comitati presenti sul territorio è dirimente che il candidato Presidente sia riconosciuto come garante del progetto e decisore di ultima istanza, senza dover chiedere permesso al Tavolo interno, altrimenti, come già detto, viene continuamente bypassato, se ne sminuisce il ruolo e il progetto muore. Personalmente sono impegnato nell’allargamento del progetto di AutodetermiNatzione al fine del superamento della soglia di sbarramento del 5%, ma vorrei maggiore chiarezza e una trasparenza nelle decisioni perché un altro risultato negativo nella consultazione elettorale e il ricorso ad un altro capro espiatorio da immolare, questa volta non sarà accettato e tanto meno perdonato dall’elettorato. E parlare di un progetto politico che prescinde dal risultato elettorale, per quanto meritorio e politicamente nobile, nella situazione attuale lascia il tempo che trova.
Questa consultazione elettorale non può essere persa per nessuna ragione: tutti i tre raggruppamenti devono superare la soglia di sbarramento.
Primarias
Le Primarias proposte dal PDS hanno avuto il merito di proporre un candidato governatore Paolo Maninchedda sulla base di un consenso bulgaro dell’85% e hanno incominciato a proporre il quesito sulla “nazione sarda”, ancorché limitato ad elettori, simpatizzanti e no, del PDS.
I risultati possono essere valutati in maniera molto differente. Dal punto di vista del PDS si può parlare di risultato straordinario, ma se consideriamo i numeri personalmente ritengo che si debba parlare di debolezza e di fragilità della proposta, nonché di isolamento pesante del partito.
Il numero di partecipanti alla consultazione, poco più di 20.000, è perfettamente in linea con i voti ottenuti nelle precedenti elezioni regionali equivalenti a 18.188. Ma nel frattempo ci sono stati cinque anni di partecipazione alla Giunta Pigliaru anche con responsabilità assessoriali, una presenza continua nei media e, in quest’ultimo periodo, un grande risalto proprio della proposta delle Primarias che, ricordo, erano aperte e rivolte a tutti gli elettori sardi. Questo ha permesso a molti sardi di esprimersi anche non riconoscendosi nell’esperienza del PDS (io sono tra questi) al punto che hanno dichiarato il loro voto favorevole alla nazione sarda persone tra le più diverse, compresi noti esponenti del centrodestra e il vicepresidente della Giunta, Paci.
Personalmente ho votato come a suo tempo ho votato per le primarie del PD, pur non avendo mai fatto parte non solo di quel partito ma neanche, a suo tempo, del suo partito progenitore, il PCI. Ho sempre votato per le primarie perché le ho ritenute e le ritengo espressione della democrazia e quindi ho espresso il mio voto anche per le Primarias.
In effetti mi aspettavo non meno del doppio dei votanti, da 40.000 a 50.000 voti, che avrebbero permesso di parlare di una facile possibilità di superamento della soglia del 5% alle prossime elezioni regionali e soprattutto di una riconosciuta capacità di attrazione esercitata dal PDS sul tema della “nazione” come collante di quella vasta parte di popolo sardo che si sente nazione. In passato si è detto che questa area poteva valere fino al 40%, ma se ci basiamo sui voti espressi in diverse consultazioni elettorali recenti a favore delle varie forze politiche che si rifanno ai temi dell’identità e dell’autodeterminazione si arriva e si può superare abbondamente il 20%. Proprio perché i numeri sono questi, il risultato delle Primarias deve porre innanzitutto al duo Sedda e Maninchedda la constatazione di un isolamento di fatto che si traduce in debolezza strategica della proposta.
A mio avviso è necessario un cambio di rotta.
Da qui la necessità di non essere autoreferenziali perché in politica questo è un peccato mortale, ma di aprirsi alle altre forze e raggruppamenti di area, per concorrere a formare un unico schieramento e un’unica forza politica, magari dopo le elezioni e con una lavoro comune dall’opposizione.
Il consiglio che mi permetto di dare, ancorché non richiesto, se non lo avessero ancora capito, è che non si può più dire “le nostre porte sono aperte”, perché il risultato delle Primarias fa capire incontrovertibilmente che non c’è alcuna intenzione di entrare in quella casa, perché il progetto e il disegno degli spazi interni è stato fatto da altri, cioè da Paolo e Franciscu, ma si è disposti a progettarne una nuova, con un altro impianto strutturale e con spazi interni da ridisegnare in modo che tutti vi possano stare a proprio agio.
Osservo che l’area politica dell’autodeterminazione e dell’autogoverno vale oggi come cinque anni fa circa 160.000 voti, ovvero oltre il 10% del corpo elettorale che è pari a 1.480.000 e circa il 20% dei votanti, almeno se ci basiamo sul numero dei votanti delle precedenti elezioni regionali e delle recenti elezioni politiche del 4 marzo, rispettivamente 774.000 e 896.000 votanti.
Oggi questa vasta area di elettorato è così divisa che il voto si disperde in una numerosità di formazioni politiche che, a mio avviso, non trovano giustificazione se si analizzano gli obiettivi programmatici a medio e lungo termine di ciascuna formazione in campo e si ragiona sulla loro operatività dell’azione politica. Infatti, se si ragiona sui temi del lavoro, dello sviluppo locale, della sanità, dei trasporti, del decentramento istituzionale ed amministrativo, delle servitù militari ed energetiche, ecc., gli obiettivi, le analisi e le proposte sono identiche al punto che anche gli addetti ai lavori fanno fatica a trovare eventuali differenze.
Anche il grande obiettivo dell’autodeterminazione e la consapevolezza dell’essere nazione, ancorché “mancata” come ci ricorda Emilio Lussu, e quindi la necessità di individuare un realistico percorso democratico all’interno del presente stato unitario, con la Costituzione vigente e con lo Statuto che abbiamo il dovere di realizzare pienamente, consapevoli come siamo che così non è stato nel corso di questi decenni, sono ampiamente sentiti come facenti parte della nostra identità di sardi. Ma su questo, è inutile negarlo, ci sono dei distinguo tra le varie compagini e c’è qualche fuga in avanti che nasce molto da un protagonismo personale, che continuo a riconoscere come sano e positivo, ma non quando si traduce in autoreferenzialità perché alla fine non fa fare passi avanti alla causa del riconoscimento della nazione sarda. Una nazione non è un sentimento o una consapevolezza espressa con un voto e tanto meno con un “clic” in una piccola consultazione elettorale di parte. Vediamola come un seme di prova e non vale, spero, citare la parabola del buon seminatore, nota sicuramente a Maninchedda e a Sedda, e più che mai valida e necessaria.
Credo che sia indispensabile chiarirsi bene le idee sul concetto di nazione e su quello di Stato e come le due cose vadano viste insieme, aggiornando anche l’elaborazione politica fatta dai grandi pensatori e protagonisti della politica del passato. A me, per esempio, piace pensare alla Sardegna federata all’Italia e interna all’Unione europea. Ma siamo già dentro uno Stato unitario e centralizzato e non si è mai visto nella storia che uno stato unitario si trasformi in uno Stato federale. Certo tutto è possibile. Queste costruzioni statuali le fanno gli uomini e ogni periodo storico ha riconosciuto esigenze così variegate che non si può escludere neanche che in un prossimo futuro ci possa essere una nazione e uno stato sardo in un’Italia federale e all’interno di un’Europa delle Regioni. Ma non mi sembra questa l’aria e se possiamo dire che tutto è possibile, bisogna essere realisti e non scambiare i propri sogni con la realtà.
Certo, come ci ricordano diversi indipendentisti, ci sono tante nazioni senza Stato, ma su questo c’è molto da fare proprio perché qui da noi uno Stato c’è già, con una Costituzione ben definita entro la cui cornice troviamo un ottimo riparo al punto da definirla la nostra casa e allora bisogna che quando si parla seriamente di nazione e si vuole porre l’obbiettivo di farne un progetto politico, bisogna essere consapevoli che far vivere un’idea e un progetto di nazione che conviva con questo Stato e che abbia una sua collocazione in Europa, in quegli Stati Uniti dell’Europa la cui realizzazione sembra allontanarsi sempre di più dall’orizzonte, richiede un impegno senza pari, con molta umiltà, dedizione, tenacia e coraggio. Altro che una piccola consultazione online.
Un progetto di nazione non prevede scorciatoie, ma richiede un lungo percorso tra le nostre popolazioni e i nostri territori affinché diventi maggioranza in Sardegna.
E’ su questo che bisogna lavorare e ciò impone la necessità di un’intelligenza collettiva e plurale da costruire, un’intelligenza collettiva che raccolga il meglio della classe dirigente presente nelle varie formazioni politiche, senza pretese autodefinizioni leaderistiche che possono valere a casa propria, ma non quando si intende lavorare per un unico progetto, quello di riunire tutte le forze identitarie e indipendentiste in un unico soggetto politico.
Insomma, a fronte di un’area potenziale del 20%, con tre schieramenti in campo si rischia che non ci sia l’auspicata rappresentanza. Sono convinto che sia necessario che le persone citate come le tante altre comunque presenti nelle lotte sociali, nei comitati, nei movimenti, nel campo della cultura abbiano il dovere della fatica della politica, anche con passi laterali e qualche vota indietro, coraggio, tenacia e con un orizzonte condiviso per concorrere alla costruzione di un unico soggetto politico che rappresenti tutta questa area e possa fungere da catalizzatore anche per quell’altra metà dell’elettorato sardo che da tempo non partecipa più al voto.

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3f555ee7-6c23-42b0-b6e2-6df7df3b95b0Con AutodetermiNatzione si compatta il fronte di una forza alternativa che costruisce un progetto partecipato per il governo della Sardegna
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Cagliari, 18 dicembre 2018
lampadadialadmicromicroRiceviamo e pubblichiamo volentieri il comunicato stampa che da conto del processo di unità politica ed elettorale di forze vitali per il futuro della nostra patria sarda.
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AutodetermiNatzione, un progetto per la Sardegna che diventa ogni giorno più largo e plurale
Oggi sono state poste le basi per un allargamento del progetto di Autodeterminatzione oltre la contingenza elettorale. Con la convergenza di Sardigna Libera e di larga parte di Sinistra italiana significativamente rappresentate da Claudia Zuncheddu e Roberto Mirasola, AutodetermiNatzione fa un passo avanti nella costruzione di una vasto fronte popolare che intende concorrere alle prossime elezioni regionali per l’affermazione di un’idea di Sardegna e del nostro popolo che mette al centro la possibilità del riscatto dei nostri territori.
Un progetto che ha tutte le possibilità di superare la soglia del 5% per avere i propri rappresentanti nel Consiglio regionale.
Ci rivolgiamo con convinzione a tutti i Comitati presenti sul territorio per consentire al nostro progetto politico di diventare ancora più forte, plurale e rappresentativo.
Ci rivolgiamo alle organizzazioni e raggruppamenti politici come Rifondazione, Comunisti italiani e Potere al popolo presenti in Sardegna ai quali chiediamo di unirsi al progetto di AutodetermiNatzione, quale casa comune in grado di rappresentare al meglio la fusione delle aspirazioni del nostro popolo di riferimento, una casa basata su pilastri solidi di cui fanno già parte soggetti istituzionali già presentatisi in elezioni precedenti, movimenti politici attivi da anni nei territori della nostra isola, esponenti della cultura e del mondo democratico.
Una casa che può diventare ancora più larga e più grande.
Abbiamo il dovere di costruire un fronte popolare compatto, forte, rappresentativo e plurale dove vengano salvaguardate le identità e le storie di ciascuna componente, ma che allo stesso intendano concorrere convintamente a scrivere e determinare un’altra storia, un altro percorso politico di riscatto e con una reale prospettiva di sviluppo del nostro popolo, contando sulle nostre forze e mettendo la Sardegna al centro della nostra azione e delle nostre energie.
Al centro dei nostri interessi vi sono la rappresentazione nelle istituzioni di tutti i Comitati e le lotte popolari che in questi orribili 5 anni di giunta Pugliaru si sono battuti contro la politica centralizzatrice della Giunta Pigliaru, di totale asservimento alle decisioni romane e di negazione dello sviluppo locale dei territori. Una politica folle e deleteria rappresentata innanzitutto dalla privatizzazione della sanità pubblica, la follia dell’azienda unica della salute, i 60 milioni di euro dei nostri soldi dati al Mater Olbia a discapito degli ospedali sardi, il ridimensionamento dei presidi ospedalieri territoriali: una politica sanitaria di questo centrosinistra che ha portato di fatto alla negazione del diritto alla salute.
Intendiamo dar voce e rappresentanza a tutto quel ricco arcipelago di comitati e assemblee spontanee che hanno continuato a difendere l’ambiente, contro il tentativo della nuova legge urbanistica voluta dai cementificatori e dal PD, a difendere il mondo della terra e delle campagne con tutto ciò che caratterizza il settore agroalimentare, contro la vergogna dell’accordo truffa firmato da Pigliaru sulle servitù militari, per il lavoro che può nascere a partire dalla messa in sicurezza del nostro territorio, dalle opere di bonifica ora più che mai necessarie, dall’innovazione tecnologica, da un mondo delle imprese che sia basato soprattutto sui nostri bisogni e su produzioni sostenibili sul mercato e nel nostro ambiente di vita.
AutodetermiNatzione ​- ​Andrea Murgia, candidato Presidente
Sardigna Libera ​- ​Claudia Zuncheddu
Sinistra Italiana ​-​ Roberto Mirasola
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Legge “Sicurezza”. Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!

no al razzismo 11 lug
Un lungo cammino xenofobo
Alex Zanotelli | 5 dicembre 2018 | su Comune.Info

L’approvazione del Decreto sicurezza è l’ultimo passaggio di un percorso cominciato con la Turco-Napolitano, seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e più recentemente dall’accordo firmato dal signor Minniti con la Libia, arrivando alla guerra contro le ONG e alla chiusura dei porti. “È grave che ora anche il presidente della Repubblica abbia firmato questo Decreto – scrive Alex Zanotelli – Non possiamo più tacere. Dobbiamo reagire, organizzare la resistenza per salvare la nostra comune umanità”. Come? Sperimentando forme di disobbedienza civile ovunque, sostenendo la possibile disobbedienza immediata dei responsabili degli Sprar e dei Cas, appoggiando istituti missionari e parrocchie disponibili a offrire asilo nelle chiese, collaborando con giuristi nelle battaglia alla Corte Europea di Strasburgo… “Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!”

alex zanotelli fto microdi Alex Zanotelli

Il 27 novembre 2018 sarà ricordato come il Martedì Nero della Repubblica italiana perché il Parlamento ha trasformato in legge il Decreto Sicurezza che è in netta contraddizione con i principi della nostra Costituzione. E questo è avvenuto senza una discussione parlamentare e senza la possibilità di inserire emendamenti. Altro che centralità del Parlamento! È un brutto segnale per la nostra democrazia. Il Decreto Sicurezza è una legge repressiva anche nei confronti degli italiani. Rende reato, per esempio, il blocco delle strade o delle ferrovie (strategia nonviolenta attiva), proibisce l’assembramento di persone (elemento costitutivo della stessa democrazia), impone il daspo e gli sgomberi. È forse l’inizio di un sistema poliziesco guidato dall’uomo forte?

Ma la gravità di questo Decreto sta nel fatto che nega i principi di solidarietà e di uguaglianza che sono alla base della nostra Costituzione. Il Decreto prevede per i migranti l’abolizione della protezione umanitaria, il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri per il Rimpatrio(CPR), lo smantellamento dei centri SPRAR (Sistema per i richiedenti asilo e rifugiati) affidati ai Comuni (un’esperienza ammirata a livello internazionale, per non parlare di Riace), la soppressione dell’iscrizione anagrafica con pesanti e concrete conseguenze, l’esclusione all’iscrizione del servizio sanitario nazionale e la revoca di cittadinanza per reati gravi. Trovo particolarmente grave il diniego del diritto d’asilo per i migranti, un diritto riconosciuto in tutte le democrazie occidentali, menzionato ben due volte nella nostra Costituzione. Questa è una legge che trasuda la ‘barbarie’ leghista e rappresenta un veleno micidiale per la nostra democrazia. Di fatto il decreto è profondamente ingiusto perché degrada la persona dei migranti e crea due classi di cittadini, rendendo lo ‘straniero’ una minaccia, un nemico e sancendo così la nascita del ‘tribalismo’ italiano, come lo definisce Gustavo Zagrebelsky. Anzi crea l’apartheid giuridica e reale…

Per di più questo Decreto si chiama “sicurezza”, ma sicurezza non offre, perché moltiplicherà il numero dei “clandestini” e degli irregolari che verranno sbattuti per strada. L’effetto è già sotto i nostri occhi: tre migranti su quattro si sono visti negare l’asilo, migliaia di titolari di un permesso di soggiorno sono stati messi alla porta, circa quarantamila usciranno dagli Sprar. E sono spesso donne con bambini che hanno attraversato l’inferno per arrivare da noi! Così entro il 2020 si prevedono oltre 130.000 irregolari per strada. E gli irregolari verranno rinchiusi nei nuovi lager, i CPR. A questi verrà ingiunto, entro sette giorni, di ritornare nei loro paesi. Ma né i migranti né il governo hanno i mezzi per farlo. Così rimarranno in Italia mano d’opera a basso prezzo per il capolarato del nord e del sud.

È questa la conclusione amara di un lungo cammino xenofobo di questo paese, iniziato con la Turco-Napolitano (i CIE!), seguito dalla Bossi-Fini, dai decreti Maroni e dalla legge Orlando-Minniti, oltre che al criminale accordo di Minniti con la Libia. Questo Razzismo di Stato è poi sfociato in una guerra contro le ONG presenti nel Mediterraneo, per salvare vite umane, e alla chiusura dei porti, in barba a leggi nazionali e internazionali! Non c’è più Legge che tenga, la legge la fa la maggioranza di turno al governo! È in ballo il diritto, la legge, la nostra stessa democrazia. È grave che ora anche il Presidente della Repubblica abbia firmato questo Decreto. Non possiamo più tacere. Dobbiamo reagire, organizzare la resistenza per salvare la nostra comune umanità.

Per questo ci appelliamo a:

– Corte Costituzionale, perché dichiari il Decreto sicurezza incostituzionale;

– Giuristi, perché portino queste violazioni dei diritti umani alla Corte Europea di Strasburgo;

– Conferenza Episcopale Italiana perché abbia il coraggio di bollare questo Decreto e la politica razzista di questo governo come antitetici al Vangelo;

– Istituti missionari, perché facciano udire con forza la loro voce, mettendo a disposizione le loro case per ‘clandestini’ come tante famiglie in Italia stanno facendo;

– Parroci, perché abbiano il coraggio di offrire l’asilo nelle chiese ai profughi destinati alla deportazione, attuando il Sanctuary Movement, praticato negli USA e in Germania;

– Responsabili degli SPRAR, CAS e altro, perché disobbediscano, trattenendo nelle strutture i migranti, soprattutto donne con bambini;

– Medici, perché continuino a offrire gratuitamente servizi sanitari ai clandestini;

– Cittadinanza attiva, perché in un momento così difficile e buio, si oppongano con coraggio a questa deriva anti-democratica, xenofoba e razzista anche con la ‘disobbedienza civile’ così ben utilizzata da Martin Luther King che affermava:

”L’individuo, che infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità riguardo alla sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge!”

Coraggio, inizia ora la Resistenza civile!

*Missionario comboniano

L’incredibile mondo delle fake news. Uno degli strumenti più potenti della propaganda politica

sedia di VannitolaLa sedia
di Vanni Tola

88fa5d49-493b-4183-9659-d160a3c1abc1Quello delle notizie false è un problema che esiste da sempre e che nessuno può ignorare, come dimostra il ricorso sempre più frequente alle bufale nel confronto politico e in tanti altri ambiti. Una dichiarazione rilasciata da un personaggio autorevole nel momento opportuno, può provocare danni incalcolabili, il crollo di un titolo in borsa, la minaccia di una crisi di governo, l’avvio di indagini della magistratura, la crisi o la rovina di una carriera professionale o artistica alla quale nessuna successiva rettifica potrà mai porre rimedio. Il meccanismo che genera la diffusione di notizie false, se vogliamo, è abbastanza semplice pur nella sua pericolosa potenziale gravità. In fondo richiama il percorso mentale dalla famosa “calunnia che è un venticello”, di Rossiniana memoria. Come nasce una fake news. Una volta individuato l’obiettivo, una proposta da diffondere, un avversario da colpire, si tratta “semplicemente” di costruire un racconto che sia innanzi tutto verosimile. Vediamo alcuni esempi. Diffondere la notizia che il Presidente Mattarella ha incontrato Berlusconi per esprimere il desiderio di conoscere Ruby Rubacuori sarebbe praticamente inutile. Tutti capirebbero che si tratta di una bufala. Affermare invece che ci sarebbe stato un incontro tra Berlusconi e Mattarella durante il quale il Presidente avrebbe manifestato all’ex cavaliere la sua intenzione di affidare il mandato di costituire un nuovo governo alla destra, nel caso di una crisi del Governo in carica, è più verosimile. È un messaggio che arriva alla gente e al quale molti, con superficialità, potrebbero dare immediatamente credito. Soltanto con una maggiore riflessione una parte dei destinatari della fake news potrebbero cominciare a maturare alcune perplessità. È in atto una crisi di governo? No. Sono in corso trattative del Presidente con i principali esponenti delle forze politiche per individuare un nuovo presidente incaricato e una nuova maggioranza? No. Il Presidente Mattarella, l’impersonificazione della prudenza e della riservatezza istituzionale, può essersi lasciato andare a considerazioni di questo tipo con un suo occasionale interlocutore? Certamente no. Allora per quale motivo Berlusconi e il suo staff diffondono una notizia del genere? Molto più probabilmente la sostanza del comunicato esprime soltanto una speranza, un desiderio neppure tanto segreto, un suggerimento di Silvio Berlusconi al Presidente (naturalmente non richiesto) con l’obiettivo di buttare giù il governo Salvini-Di Maio per dare vita a un governo di destra. Certamente il Presidente potrà smentire la notizia dell’incontro e le affermazioni che gli vengono attribuite ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo non farà altro che rafforzare la fake news stessa perché tanti penseranno che, smentita o no, qualche cosa quei due, in merito al governo in carica, devono pure essersela detta e quindi Berlusconi potrebbe anche aver dichiarato il vero. Intanto il messaggio, quello vero, è arrivato ai destinatari. Berlusconi rivendica il diritto a sostituire il governo in carica con un governo di destra e lo ha mandato a dire con forza a Salvini, al Presidente della Repubblica, ai partiti e agli italiani. Come si vede, tutto sommato, utilizzare il meccanismo delle fake news è relativamente semplice. Se poi si considera che, soprattutto in ambito politico e finanziario, operano dei veri e propri professionisti della notizia falsa, degli staff altamente qualificati nell’utilizzare tutte le strategie per influenzare e condizionare le convinzioni delle masse, ci si rende conto che il problema delle bufale non è cosa di poco conto. Panico e rassegnazione di fronte all’inevitabile forza di persuasione e penetrazione delle fake news? Assolutamente no. In realtà qualcosa si può fare. È importante imparare e “insegnare” alle persone a riconoscere e individuare le fonti di informazione per valutare con senso critico la fondatezza delle notizie diffuse dai media o, quanto meno, per interpretarle col ragionevole dubbio che una informazione apparentemente verosimile non è necessariamente vera. Sarebbe già un bel passo avanti.