Cultura

E’ online il manifesto sardo duecentosettantadue

pintor il manifesto sardoIl numero 272
Il sommario
Alghero, Calabona: la speculazione edilizia sul mare (Stefano Deliperi), Ospedali disumanizzati. Un codice conta più della persona (Ottavio Olita), Turchia e dintorni. Il movimento Gülen (Emanuela Locci), Vassilissa e la lotta contro il patriarcato (Gianfranca Fois), Le mire egemoniche di Israele (Gianfranco Sabattini), Lo scontro Italia-Ue in un vicolo cieco (Alfonso Gianni), Per la cittadinanza sarda onoraria, ovvero per lo Ius Voluntatis (Cristiano Sabino), Storie in Trasformazione: Come cambia la scuola? (red), Nuovo delitto di Stato in territorio Mapuche (red), Amnesty International: “Codici identificativi subito” (red), Scorie nucleari. Nessun sollievo per i sardi (Claudia Zuncheddu), Le scuole sicure sono quelle che non crollano (red), La Regione pachiderma (Massimo Dadea), Iglesias annulli l’autorizzazione alla RWM. Con le bombe e la guerra, tutto è perduto (Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita), La propaganda di estrema destra alla conquista dell’Europa (Nina Horaczek, traduzione di Claudia Tatasciore).

Buone iniziative.

centroferrari-laudato-a-e1542271322962L’IMPEGNO POLITICO A PARTIRE DALLA «LAUDATO SI’»
Si terrà il 1° dicembre a Modena un convegno di c3dem sull’enciclica di papa Francesco (vedi qui il programma). Guido Formigoni offre una serie di spunti “per rilanciare e politicizzare il messaggio della «Laudato si’»”. – La locandina. LAUDATO SI’. LETTURE PER IL CONVEGNO Testi di Giannino Piana, di Giacomo Costa e Paolo Foglizzo, di Luigino Bruni, di Leonardo Boff, di Edgar Morin, di Christoph Theobald, di Luciano Larivera. E un appello di credenti e non credenti: “Laudato agenda2030si’: un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale”.
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La Poesia è viva e ci aiuta nella vita. Oggi presentazione del libro di poesie di Gianni Loy “Movimenti 1999-2001”.

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Riflessioni a margine del messaggio della Conferenza Episcopale Sarda.

587861a5-d6c4-41bd-90c8-8e8a3624d706Dai Vescovi sardi un non éxpedit rovesciato”: cattolici impegnatevi in politica!
Riflessioni in margine al messaggio della Conferenza Episcopale Sarda
di Franco Meloni*
«Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione». Questo era in sintesi il pensiero del patriota sardo Giovanni Maria Angioy (nato a Bono nel 1751, morto esule e in miseria a Parigi nel 1808) espresso nel suo memoriale del 1799 nell’inutile tentativo di convincere la Francia ad annettersi la Sardegna, scalzando gli invisi piemontesi. Mi è venuto in mente leggendo il messaggio intitolato “Giovani, lavoro e speranze per il futuro” che la Conferenza Episcopale Sarda ha voluto rivolgere alle chiese e alla società della Sardegna (presentato il 29 ottobre a Sassari a un anno esatto dalla conclusione della 48ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, tenutasi a Cagliari). E spiego il perché. Sicuramente Angioy esagerava nell’enfatizzare le “ricchezze” dell’Isola e sbagliava nel minimizzarne le criticità, ma non aveva torto nel sostenere che le fortune di un popolo (lo sviluppo, la crescita, il benessere), così pure le sue sfortune (sottosviluppo, malessere, povertà), dipendano in larga parte dalla classe dirigente che lo guida, in fin dei conti dalla sua capacità di “buona o cattiva amministrazione”. Sembrerebbero pensarla così anche i Vescovi nel momento in cui non indugiando al pessimismo, come peraltro la realtà descritta giustificherebbe (1) , individuano le premesse di un credibile rimedio alla persistente crisi socio-economica della Sardegna in un rinnovato impegno politico dei cattolici e ovviamente di tutti gli uomini di buona volontà, anche in vista delle prossime elezioni e oltre. Sono espliciti i Vescovi: siano i cattolici “disponibili a candidarsi a far parte della classe dirigente, con sapiente valutazione delle proprie capacità e delle possibilità oggettive di impegno”. Ma, si dirà: sono molti i cattolici già impegnati in politica, in quasi tutti gli schieramenti nella rilevante differenziazione che il venire meno del “collateralismo” ha facilitato. Ciò nonostante sembra proprio che i Vescovi ritengano insufficiente tale impegno, in quantità e qualità, tanto è che sostengono: “la classe politica ha sempre più bisogno, anche al di là delle candidature proposte dai partiti, di persone competenti e preparate, di provata esperienza amministrativa, di moralità indiscussa, di spirito di servizio e di distacco da interessi personali e di casta”. Se tanto affermano è perché probabilmente intendono “stanare” una quantità, allo stato imprecisata, ma sicuramente numerosa di persone con le qualità che hanno ben evidenziato. Detto con una definizione suggestiva ritengono esista in ambito cattolico (e non solo) una sorta di “esercito di riserva della democrazia” da mettere in gioco per il bene della Sardegna. Verosimilmente queste persone – in certa parte conosciute e in altra parte da rintracciare – sono tra coloro che praticano quel “persistente astensionismo” che preoccupa i Vescovi, mentre, al contrario, le stesse avrebbero il “dovere morale di partecipare con responsabilità e piena consapevolezza ai prossimi appuntamenti elettorali” e, in generale, alla vita politica. E non bisogna fermarsi allo stato delle “risorse disponibili”; infatti i presuli intendono impegnarsi maggiormente nella “formazione della coscienza politica del laicato”, lasciando intravedere al riguardo il rilancio di scuole di formazione e di altre pertinenti iniziative culturali aperte e in collegamento con tutte le organizzazioni democratiche. Così descritte le cose, i Vescovi, anche se evitano toni severi, richiamano precisamente i cattolici (e tra essi i più preparati e perciò più “responsabili”) ad evitare peccati di omissione dell’esercizio della carità, “ricordando, con le parole di San Paolo VI [più volte riprese da Papa Francesco e dai suoi predecessori], che proprio il servizio nella polis costituisce la più alta forma di carità”. Se dunque è la “partecipazione” la chiave giusta per ridare speranze di rinascita al popolo sardo, occorrono impegni concreti per favorirla. Lo si faccia avendo come chiaro e virtuoso riferimento l’art. 3 della nostra Costituzione, laddove al comma 2 recita: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Al riguardo si metta mano alle modifiche delle leggi elettorali, a cominciare proprio da quella sarda che è un esempio di ostacolo alla partecipazione politica dei cittadini alla gestione della cosa pubblica.
Per concludere sembra pertinente il richiamo di mons. Filippo Santoro, presidente del Comitato organizzatore della 48ma Settimana Sociale, ai contenuti della “rilevanza pubblica dei cattolici” che deve “svilupparsi sino ad incidere sui problemi vitali delle persone e della società, quali il lavoro, la famiglia, la scuola, la difesa della salute, dell’ambiente e dei migranti… il problema della povertà nelle sue forme differenti che è una ferita alla dignità umana da curare e risanare”. Quanto al metodo da utilizzare, sostiene Santoro che occorre “coinvolgere nell’azione persone di buona volontà anche se provengono da esperienze culturali differenti, come accaduto, con il contributo dei parlamentari cattolici nella stesura della nostra Costituzione repubblicana”. Insomma, c’è da dibattere e lavorare, nella consapevolezza che occorre maggiore dinamismo e disponibilità all’incontro esattamente come auspicato, ovviamente sorretti da spirito evangelico e da correlato ottimismo della volontà!
(1) Dicono i Vescovi: il messaggio “non intende essere un elenco di lamentazioni, quanto piuttosto un invito ad una speranza … con grande fiducia al futuro attraverso gli atteggiamenti che possono generare processi positivi”.
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*L’articolo è apparso, in una versione leggermente sintetizzata, su Nuovo Cammino, periodico della Diocesi di Ales-Terralba di domenica 11 novembre 2018.
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Ricordami la Poesia…

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Un proverbio cinese dice: “Dobbiamo pensare all’anno prossimo piantando semi, ai prossimi dieci anni piantando alberi, ai prossimi cento anni educando le persone”

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Recensione. “La ricerca del benessere” di Gianfranco Sabattini

5cdd1cfa-1ada-4f0d-bb23-713aee01ad67 di Roberto Loddo.

Ho conosciuto Gianfranco Sabattini attraverso i suoi puntuali pezzi di economia pubblicati su il manifesto sardo. Analisi che ho iniziato a leggere da quando sono entrato nella redazione con l’impegno di curare il web editing sul quindicinale.
“La ricerca del benessere, riflessioni sulle prospettive dell’economia globale e locale”, Tema Edizioni, rappresenta un lavoro importante (segue)

Un grande sardo. Ricordando Mario Melis a 15 anni dalla sua morte

Per ricordare Mario Melis a quindici anni dalla sua morte, ripubblichiamo un editoriale di Aladinews dell’8 maggio 2016, che crediamo dia conto, seppur in modo semplice, della statura del grande uomo politico sardo.
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Quale classe dirigente per la Sardegna che vorremo
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Giovanni Maria Angioy Memoriale 2«Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione.»
In un recente convegno sulle tematiche dello sviluppo della Sardegna, un relatore, al termine del suo intervento, ha proiettato una slide con la frase sopra riportata, chiedendo al pubblico (oltre duecento persone, età media intorno ai 40/50 anni, appartenente al modo delle professioni e dell’economia urbana) chi ne fosse l’autore, svelandone solo la qualificazione: “Si tratta di un personaggio politico”. Silenzio dei presenti, rotto solo da una voce: “Mario Melis?”. No, risponde il relatore. Ulteriore silenzio. Poi un’altra voce, forse della sola persona tra i presenti in grado di rispondere con esattezza: “Giovanni Maria Angioy”. Ebbene sì, proprio lui, il patriota sardo vissuto tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, (morto esule e in miseria a Parigi, precisamente il 22 febbraio 1808), nella fase della sua vita in cui inutilmente chiese alla Francia di occupare militarmente la Sardegna, che, secondo i suoi auspici, avrebbe dovuto godere dell’indipendenza, sia pur sotto il protettorato francese (1).
Mario Melis 1E’ significativo che l’unico uomo politico contemporaneo individuato come possibile autore di una così bella frase, decisamente critica nei confronti della classe dirigente dell’Isola (e quindi autocritica) e tuttavia colma di sviluppi positivi nella misura in cui si potesse superare tale pesante criticità, sia stato Mario Melis,, leader politico sardista di lungo corso, il quale fu anche presidente della Regione a capo di una compagine di centro-sinistra nel 1982 e di nuovo dal 1984 al 1989. Evidentemente la sua figura di statista resiste positivamente nel ricordo di molti sardi. E questo è bene perché Mario Melis tuttora rappresenta un buon esempio per le caratteristiche che deve possedere un personaggio politico nei posti guida della nostra Regione: onestà, competenza (più politica che tecnica), senso delle Istituzioni, passione e impegno per i diritti del popolo sardo. Caratteristiche che deve possedere non solo il vertice politico, ma ciascuno dei rappresentanti del popolo nelle Istituzioni. Aggiungerei che tali caratteristiche dovrebbero essere comuni a tutti gli esponenti della classe dirigente nella sua accezione più ampia, che insieme con la classe politica comprende quella del mondo del lavoro e dell’impresa, così come della società civile e religiosa.
Oggi al riguardo non siamo messi proprio bene. Dobbiamo provvedere. Come? Procedendo al rinnovo dell’attuale classe dirigente in tutti i settori della vita sociale, dando spazio appunto all’onestà, alla capacità tecnica e politica, al senso delle organizzazioni che si rappresentano, alla passione e all’impegno rispetto alle missioni da compiere.
Compito arduo ma imprescindibile. [segue]

Frana la Sinistra, ma non la sua necessità. Da dove ricominciare.

7a24a5f1-b214-48fc-81d9-0d04e55f68dbLe mancata unificazione delle disperse forze progressiste in un’improbabile sinistra social-riformista

di Gianfranco Sabattini*

Layout 1Il direttore di “Italianieuropei”, Peppino Caldarola, per celebrare i vent’anni della rivista, nel numero 4/2018, propone all’attenzione dei lettori una serie di “giudizi a caldo” di diversi autori, non schiacciati sul presente, ma, come egli afferma, “di prospettiva, come si fa all’inizio di ogni stagione politica nuova”. L’interesse dell’ultimo numero del periodico, però, sta nel fatto che i “giudizi di prospettiva” siano seguiti da una sezione di approfondimento (Vent’anni di Italinieuropei), contenente principalmente lo scambio di lettere, risalente al 2001, occorso fra Giuliano Amato e Massimo D’Alema; lettere che, nella breve introduzione della sezione, Caldarola afferma abbiano contribuito a porre “le basi culturali per la nascita della rivista”, tre anni dopo la costituzione, nel 1998, della “Fondazione Italianieuropei”, cui gli stessi Amato e D’Alema “avevano dato vita riunendo intorno ad essa molti intellettuali di sinistra e no”.
L’interesse del contenuto delle lettere scambiate tra i promotori della fondazione e della rivista (arricchito dalla ripubblicazione di un articolo di Alfredo Reichlin, nel quale veniva ribadita l’urgenza che si desse corso a quanto sottolineavano il dirigente socialista Amato e il post-comunista D’Alema), non sta solo nell’indicazione della necessità di riaggregare le forze della sinistra intorno ad un progetto riformista di respiro europeo, in grado di dare risposte adeguate ai problemi sociali emergenti dall’allargamento e dall’approfondimento della globalizzazione; ma anche nell’urgenza insistita di formulare una valutazione tra ciò che, allora, Amato e D’Alema indicavano come programma per una nuova sinistra, e i “giudizi di prospettiva” riportati nella prima sezione della rivista stessa, dal titolo non casuale “Quale opposizione?”.
Amato, nella propria lettera a D’Alema (“Misuriamoci insieme con la novità del futuro”) sottolineava il fatto che le nuove condizioni socioeconomiche determinate dai grandi squilibri distributivi, nonché la “bomba demografica sempre più vicina ad esplodere”, ponessero le forze di sinistra davanti a in “drastico dilemma”: predisporsi ad affrontare le conseguenze dei crescenti flussi di immigrati, o apprestarsi a promuovere una riforma delle istituzioni con cui realizzare un’“efficace ridistribuzione dello sviluppo”? Fra i tanti rischi che, secondo Amato, si correvano nello sciogliere il dilemma, quello che più doveva preoccupare era la mancanza di una bussola in grado di consentire un valido orientamento nel risolvere i nuovi problemi; ovvero, di assolvere alla stessa funzione della bussola che aveva “ispirato per decenni il movimento socialista”.
Questa nuova “bussola politica” avrebbe dovuto consentire ai socialisti riformisti di stabilire se, all’inizio del nuovo secolo, il riformismo d’antan avesse lasciato solo “una traccia di buone intenzioni”, oppure continuasse ancora ad offrire soluzioni per governare le sfide poste dai nuovi problemi.
Secondo Amato, per la nuova sinistra, era possibile uscire dall’incertezza, pur tenendo conto che “il riformismo non aveva più gli stampi in cui si erano formate le identità collettive su cui aveva fatto leva per la sua azione”, se dall’analisi del passato essa (la nuova sinistra) avesse potuto “trarre una costante”; questa non doveva identificarsi con gli strumenti che il riformismo aveva usato per decenni, ma “con le finalità e gli effetti di fondo” che nel passato avevano caratterizzato la sinistra “in relazione alla coesione, agli equilibri, alla governabilità stessa delle nostre società”. Ma in che modo la nuova sinistra poteva trarre dagli “stampi” del vecchio riformismo la “costante” della quale parlava Amato, all’altezza delle nuove sfide emergenti? Le vie che potevano essere seguite – egli affermava – erano due.
La prima era quella indicata dalla destra e che gran parte dei Paesi democratici ad economia di mercato aveva iniziato a percorrere, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso; questa via, supportata dall’ideologia neoliberista, rispondeva, secondo Amato, alle sfide del mondo, assicurando la più larga libertà d’iniziativa a tutti i componenti le società.
Il collante che assicurava la coesione di tale tipo di società, secondo Amato, era la certezza offerta a tutti che i loro egoismi non sarebbero stati contrastati, e che chi fosse riuscito a correre di più sarebbe stato “comunque premiato (senza guardare troppo per il sottile sui mezzi usati per aumentare la velocità della corsa)”; ma anche, si può aggiungere, senza alcuna preoccupazione del possibile peggioramento dell’ineguale distribuzione del prodotto sociale e della diffusione del fenomeno della povertà relativa ed assoluta.
A lungo andare, però, è stato inevitabile, a parere di Amato, che la coesione collettiva delle società scendesse “al di sotto dei livelli di guardia”, rendendo impossibile affrontare le sfide del mondo senza la necessaria disponibilità del consenso sociale a supportare la redistribuzione dello sviluppo. Non è questa – affermava Amato – la via che poteva essere percorsa per affrontare quelle sfide, senza che fosse compromessa, non solo la libertà delle società, ma addirittura un “futuro pacifico del mondo”.
In alternativa alla soluzione proposta e sostenuta dalla destra, per Amato esisteva quella suggerita dal socialismo riformista, in grado di affrontare “proprio i grandi temi del mondo” e di coinvolgere “soprattutto le nuove generazioni in una diffusa protesta contro la povertà, le disuguaglianze” e il poco che si faceva per ridurle. Ciò avrebbe implicato che il riformismo valorizzasse il patrimonio di idee del quale disponeva, per far diventare più libere le società, senza per questo renderle più divaricate e ingiuste; il socialismo riformista poteva però realizzare la valorizzazione del proprio patrimonio ideale solo a livello sopranazionale (ad esempio europeo), l’unico che, secondo Amato, potesse consentire di affrontare le sfide poste dalla globalizzazione, rimediando alle lacerazioni che tormentavano il mondo, a beneficio di chi ne soffriva e “a garanzia della sicurezza delle nostre stesse società”.
Concludendo la propria lettera, Amato sottolineava come una via di sinistra, volta a valorizzare il patrimonio ideale del socialismo riformista europeo, comportasse la necessità di compiere un’analisi dei problemi che all’inizio del nuovo secolo agitavano le società europee, senza limitarsi alla sola raccolta delle tendenze emergenti dai sondaggi di opinione; ma occorresse anche che la circolazione della rivista “Italianieuropei” coinvolgesse, non solo chi la faceva, ma pure chi la leggeva, nel “pensare e ragionare” al fine di mettere a punto un progetto di riforma delle istituzioni, per conformarle all’urgenza di governare democraticamente i problemi delle società moderne.
Non diversamente da Amato, D’Alema, nella sua lettera (“Ci unisce il legame con il socialismo europeo”) si dichiarava convinto che, di fronte ai nuovi problemi che travagliavano il mondo all’inizio del nuovo secolo, fosse “urgente una ricerca sulle ragioni, i punti di forza e anche i limiti, di un riformismo moderno”, attrezzato e all’altezza di reggere l’impatto di eventi che stavano modificando la vita dei popoli e la percezione della realtà. Di fronte alla nuova realtà, si riproponevano, a parere di D’Alema, le due domande che da tempo investivano “la natura stessa del riformismo e con essa le sorti della sinistra in Italia e nel resto d’Europa”: la prima volta a sollecitare una risposta al quesito se riformismo e socialismo potessero avere ancora un futuro, oppure se la globalizzazione (causa del nuovo stato sociale del mondo) implicasse la “fine della politica”; la seconda domanda, complementare alla prima, diretta invece a risolvere l’interrogativo riguardo all’”avvenire del riformismo” e all’individuazione della “ragione ultima di una ricomposizione unitaria [soprattutto in Italia] della sinistra”.
La risposta sollecitata dalla prima domanda, secondo D’Alema, era dirimente; essa mirava a stabilire se fosse possibile “recuperare quella che Gramsci definiva ‘la forza creativa della politica’”, oppure fosse ineludibile il suo declassamento, non tanto la sua scomparsa, ma “la perdita del legame tra l’agire collettivo e una maggior libertà dei singoli”. Se fosse stata riconosciuta la perdita (o l’affievolimento) di questo rapporto, sarebbe stato inevitabile accettare che la politica si riducesse ad essere ancella dell’economia e del mercato.
La risposta alla seconda domanda era considerata da D’Alema prioritaria al discorso sul possibile rilancio del riformismo e del recupero della forza creativa della politica; a suo parere, si doveva stabilire quale funzione il riformismo potesse svolgere nella prospettiva di una considerazione “globale della politica, dell’economia, del sapere, e naturalmente della sicurezza”; inoltre, la stessa risposta avrebbe anche consentito di stabilire se la ricomposizione unitaria della sinistra riformista disponeva delle risorse e della categorie linguistiche necessarie per partecipare al governo delle trasformazioni indotte dal processo attivato dalla globalizzazione; oppure, nel caso contrario, se il riformismo della sinistra fosse obbligato a un “ripiegamento domestico” e a rinunciare all’ambizione di partecipare al “governo democratico della globalizzazione”.
Secondo D’Alema, coloro che avessero creduto nel rilancio del socialismo riformista per fare fronte alle sfide della globalizzazione, non dovevano fare affidamento sull’esperienza del passato, ma rivolgere la loro riflessione su ciò che essi intendevano fare per il futuro, sulla funzione da svolgere e all’interno di quale luogo svolgerla. Su quest’ultimo punto, D’Alema mostrava di non avere dubbi; il luogo in cui riproporre il ricupero del socialismo riformista, in funzione di un rilancio della politica per il governo democratico della globalizzazione, non poteva che essere l’Europa; era questo l’unico approdo inevitabile per un rinnovamento della cultura politica e di governo da parte di tutte quelle forze sociali che avessero inteso unificarsi e identificarsi nella prospettiva d’azione di un rinnovato socialismo riformista.
A sostegno di questa sua posizione, D’Alema concludeva osservando che, all’inizio del nuovo secolo, in quasi tutta l’Europa, le forze del socialismo erano impegnate a ”cercare una sintesi moderna dei principi di libertà e di uguaglianza, di un individualismo non egoista e della responsabilità verso il futuro”. Partecipare a questa “battaglia di idee” era, per D’Alema, “il solo modo per non astrarre i destini del riformismo italiano” dal percorso che l’Europa andava definendo per sé e per il proprio futuro.
Dalle due lettere di Amato e D’Alema emergeva chiaramente l’idea di un progetto di rifondazione del retaggio culturale, politico e ideologico sul quale basare l’unificazione delle forze della sinistra italiana nell’ambito di un’azione politica inquadrata a livello europeo. Il senso del contenuto delle lettere, però, non andava al di là dell’esposizione di quanto sarebbe stato opportuno che il socialismo riformista italiano facesse per ricuperare alla modernità il proprio retaggio culturale, politico e ideologico. Poche, anzi nulle, le affermazioni circa le “cose” che il socialismo riformista avrebbe dovuto fare per una sua partecipazione al governo democratico della globalizzazione.
Il rilievo dei limiti propositivi delle due epistole che Amato e D’Alema si erano scambiate, dichiarandosi d’accordo sull’opportunità di un ricupero della tradizione del socialismo riformista per il governo democratico della globalizzazione, è stato esposto chiaramente nell’articolo “Domande ancora senza risposta” di Alfredo Reichlin, apparso nel secondo numero di “Italianieuropei” (quindi subito dopo la pubblicazione, sotto forma di lettere, dei due articoli di Amato e D’Alema, con cui essi hanno posto le basi, come già si è detto, per la nascita nel 20001 della rivista). Non casualmente, Caldarola, nella presentazione della ripubblicazione di tutti gli articoli, ha osservato che, nel suo intervento, Reichlin ha avuto lo sguardo “più lungo”, risultando anche “il più giovane”, in quanto, oltre ad affermare la “necessità di una sinistra che si impadronisse delle contraddizioni del mondo e che sapesse volgerle in un’azione positiva attraverso uno strumento politico, un partito vero di massa”, abbozzava anche un “progetto di futuro”, nel quale avrebbe dovuto identificarsi la ridefinizione del riformismo.
Questo progetto, affermava Reichlin, doveva consistere nelle ridefinizione del “riformismo come risposta [...] a ciò che ci chiedono le generazioni del Duemila”; in altre parole, doveva trattarsi di un progetto di futuro, “paragonabile per la sua forza”, a quello che si era “espresso nell’invenzione dello Stato sociale”. A tal fine, occorreva, secondo Reichlin, porre termine a discorsi fondati costantemente sul “dover essere”, e iniziare a formulare una proposta nuova di futuro, in grado di assicurare un governo democratico della globalizzazione, mettendo in campo “nuovi soggetti politici internazionali, nuove forme di statualità”. che però fossero “capaci di produrre anche nuovi modelli sociali ed economici”.
Una nuova sinistra, affermava Reichlin, che si fosse identificata in un rinnovato socialismo riformista, doveva necessariamente ridefinire le linee organizzative delle società, e fissare i principi cui ricondurre la responsabilità della politica verso le comunità. La mancata elaborazione e proposta di un progetto di futuro – concludeva Reichlin – era un fatto molto grave, perché quando una “domanda politica” non trova un’”offerta politica” corrispondente, diventa inevitabile la comparsa di pulsioni negative nei comportamenti collettivi. Insistere nella conservazione del welfare realizzato, la cui attività caritatevole ha cessato di servire ai poveri, agli esclusi e alla riproposizione di un nuovo riformismo socialista, può dare origine alla formazione di “vasti movimenti populisti di destra”. Reichlin è mancato ai più, sottraendosi al disagio di assistere all’avverarsi della sua previsione. Per fortuna, commenta Caldarola, sono rimasti i suoi suggerimenti.
E’ servito il messaggio di Reichlin a rendere consapevoli gli eredi dispersi del socialismo, che ai fini del ricupero di un loro rinnovato ruolo, è necessaria l’elaborazione di un progetto per il futuro? Leggendo gli articoli pubblicati nella prima parte del numero 4/2018 di “Italianieuropei”, si direbbe di no; con la sola eccezione dell’articolo della filosofa Donatella Di Cesare (“Una narrazione alternativa per ricominciare”), nel quale ella ribadisce che compito di una rinata sinistra non è solo quello di difendere la democrazia, ma anche quello di stabilire come affrontare, sulla base di un progetto di futuro, le nuove sfide del mondo attuale, attraverso una nuova “narrazione di quel che avviene non solo in Italia, ma nel mondo globalizzato”; gli autori degli altri articoli, invece, hanno imperniato i loro discorsi quasi esclusivamente sul come sconfiggere l’attuale governo “giallo-verde”.
Troppo poco, per sperare di assistere al nascere, in tempi sufficientemente brevi, di un nuovo soggetto politico social-riformista all’altezza dell’attuale stato del mondo; tutti i discorsi sono monchi della proposta di un progetto di futuro che indichi l’auspicabile rinnovamento della società e in funzione del quale si giustifichi la costituzione del nuovo soggetto politico, dotato della necessaria capacità di un’azione politica creativa.
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* Anche su Mondoperaio n.10/2018

Bernice King ai giovani “La non violenza è una nuova definizione di grandezza”

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bernice-kingBernice A. King, Pastore battista e figlia di Martin Luther King, USA
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La figlia di Martin Luther King ha parlato a centinaia di giovani venuti per “Ponti di pace”, l’incontro internazionale promosso da Sant’Egidio.
Condividiamo il suo intervento, ringraziando per questa opportunità la Comunità di Sant’Egidio.

LA NON VIOLENZA: UNA NUOVA DEFINIZIONE DI GRANDEZZA
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Documentazione

fao-unknownfao-1Da Giuliano Angotzi
Vi segnalo la pagina web FAO http://www.fao.org/migration/en/ dedicata ai rapporti tra migrazione da una parte e agricoltura e sviluppo rurale dall’altra. Inoltre, un rapporto dedicato a migrazione, agricoltura e cambiamento climatico http://www.fao.org/3/I8297EN/i8297en.pdf e un altro, più corposo, dedicato ai rapporti tra migrazione, agricoltura e sicurezza alimentare http://www.fao.org/3/CA0922EN/CA0922EN.pdf.

Domani

banner_eventoMahmoud Asfa presenta L’Islam nelle sfide della società moderna
Nuovo appuntamento della terza edizione della rassegna di intrecci culturali e letterari Storie in Trasformazione 2018. Domani, Venerdì 26 ottobre alle ore 18:00 all’Hostel Marina nelle Scalette San Sepolcro a Cagliari Mahmoud Asfa presenta il suo libro L’Islam nelle sfide della società Moderna. Introduce e coordina Michele Piras dell’Associazione Eutropia e intervengono Don Ettore Cannavera della Comunità La Collina e Patrizia Manduchi, docente di Cultura e Società dei Paesi Arabi mediterranei dell’Università di Cagliari. [segue]

Incontro-dibattito sul Lavoro del 5 ottobre 2018: gli interventi

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I contributi già pubblicati (in forma sintetica):
pubusa-al-conv- Andrea Pubusa;
5603ef31-8680-4df7-ba4a-cf00e8ab07eb- Luisa Sassu;
767845de-453f-4c68-be83-1aad0b71f8ac- Gabriella Lanero;
silvano-tagliagambe-1- Silvano Tagliagambe.
gianfranco-sabattini-conv-5-ott18- Gianfranco Sabattini.
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Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Gianfranco Sabattini.

costat-logo-stef-p-c_2demasi-renato-da-foto-variegianfranco-sabattini-conv-5-ott18
lampadadialadmicromicro Con il contributo di Gianfranco Sabattini proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì 5 del corrente mese, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
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Reddito di cittadinanza o riduzione del tempo di lavoro?

di Gianfranco Sabattini*

Nel recente “Incontro dibattito” sui problemi del lavoro svoltosi a Cagliari il 5 ottobre scorso, il Professor Domenico De Masi, autorevole docente di Sociologia del Lavoro, ha tenuto una dotta relazione sull’evoluzione che ha subito nel tempo il concetto e la funzione del lavoro, giungendo sino ai nostri giorni. Con riferimento al nostro tempo, De Masi ha posto in risalto come oggi la “questione del lavoro” si ponga in termini radicalmente diversi rispetto al passato, in quanto mai, prima di oggi, si era presentato il fenomeno della crescita e dello sviluppo senza lavoro.
Il fenomeno, com’è noto, e De Masi lo ha evidenziato a chiare lettere, è originato dal fatto che il mondo contemporaneo è caratterizzato, a causa del progresso scientifico e delle continue innovazioni tecnologiche, da una crescita continua della produzione materiale e immateriale, cui corrisponde una “distruzione” di posti di lavoro, con il conseguente dilagare di una disoccupazione strutturale irreversibile.
Data questa tendenza, secondo De Masi, sul piano della politica del lavoro, occorrerà contrastare la distruzione” dei posti di lavoro, innanzitutto attraverso la riduzione dell’orario di lavoro che dovrà verificarsi parallelamente all’aumentare della produttività; in secondo luogo, ai lavoratori che perderanno il lavoro dovrà essere corrisposto un sussidio di sopravvivenza, che potrà assumere la natura di un “reddito di cittadinanza”, limitato ai soli disoccupati e condizionato per il tempo necessario ad essere reinseriti nel lavoro (se lo troveranno), previo un corso di riqualificazione professionale (in pratica, un reddito di cittadinanza ridotto a semplice “reddito di inclusione di stampo welfarista.
Ciò che della relazione di De Masi stupisce maggiormente è il fatto che la situazione attuale del mercato del lavoro sia presentata quale esito naturale immodificabile del modo di funzionare capitalistico delle moderne economie industriali. La sua proposta circa il modo di governare le problematiche attuali di tale mercato attraverso la riduzione del tempo di lavoro, prescindendo dalla prefigurazione di un possibile progetto di futuro volto a conformare la distribuzione del prodotto sociale a un processo produttivo in continua espansione associata ad una crescente disoccupazione strutturale, ricade totalmente e contraddittoriamente all’interno della logica capitalistica, che rende il contrasto alla crescente disoccupazione pressoché inefficace.
Più efficace, in quanto reale alternativa alle forme tradizionali di governo del mercato del lavoro, è la proposta fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato (irriducibile a qualsivoglia forma di reddito di inclusione o di sussidio alla disoccupazione). Il reddito di cittadinanza correttamente inteso, tra i sociologi del lavoro e molti economisti, non gode (almeno nel nostro Paese) di buona fama; non perché non sia uno strumento che, prima o poi, certo non fra molto tempo, sarà gioco forza accettare come rimedio alle procedure tradizionali obsolete con cui, all’interno delle società industriali contemporanee, si procede alla distribuzione dl prodotto sociale.
Attualmente, il reddito di cittadinanza, così com’è stato introdotto in Italia, privo del ruolo e delle finalità per cui è stato pensato e formalizzato, non è altro che una “misura” di politica economica inquadrabile all’interno del modello di welfare State, nella forma oggi vigente, ridotta a strumento erogante prevalentemente servizi caritatevoli di beneficenza, con l’unico scopo di contenere e “gestire” il crescente fenomeno della povertà.
Su tutti gli aspetti del reddito di cittadinanza correttamente inteso e della sua possibile e necessaria istituzionalizzazione in funzione della lotta contro il fenomeno alla disoccupazione strutturale irreversibile e di quello della povertà (propri dei sistemi sociali economicamente avanzati), ci si può informare consultando la ricca letteratura esistente. E’ importante, invece, svolgere qualche considerazione (a margine della relazione di De Masi) sulla possibilità di contrastare la disoccupazione strutturale attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, che è stato poi il tema sul quale si è svolto il convegno sul problema del lavoro nell’ottobre dello scorso anno e anche quello dell’incontro dibattito del 5 ottobre di quest’anno.
Il titolo (lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) del convegno dello scorso anno (riproposto anche nella locandina dell’incontro dibattito di quest’anno) è sicuramente coinvolgente e accattivante, ma le difficoltà delle moderne economie industriali avanzate di creare nuovi posti di lavoro, di sconfiggere la disoccupazione e la povertà sono per loro natura troppo prosaiche, per lasciare spazio all’emotività che può essere tratta dal riferimento a slogan estetizzanti.
Da una robusta schiera di studiosi, che hanno poi ispirato lo slogan, tutti di orientamento di sinistra, quali, in particolare, Guy Aznar, Claus Offe e André Gorz, la lotta alla disoccupazione è stata ritenuta possibile solo attraverso una “riduzione dell’orario di lavoro”. Secondo questi autori, un reddito sociale, quale sarebbe il reddito di cittadinanza universale e incondizionato, svincolato dall’”unità indissolubile” che, secondo loro, deve sempre esistere tra diritto al lavoro e diritto al reddito, rientrerebbe nel novero dei palliativi di qualsiasi politica pubblica che fosse intenzionalmente diretta a proteggere i lavoratori (e i poveri) dalla decomposizione della “società del lavoro”, senza però promuovere una dinamica sociale in grado di aprire loro prospettive di emancipazione.
La contrazione continua dell’occupazione e il continuo aumento della povertà imporrebbero, perciò, la necessità di distinguere le “misure”, per loro natura temporanee, di qualsiasi politica pubblica finalizzate a lenire il disagio della disoccupazione e della povertà, dalla politica di riduzione continua dell’orario di lavoro, fondata sul tempo liberato dalla produttività crescente e sulla continua crescita del prodotto sociale.
Qual è il senso della proposta di Gorz, Offe e Aznar? Se tutti lavorassero sempre meno per effetto dell’aumentata produttività – essi affermano – significherebbe che tutti, oltre a lavorare, vedrebbero aumentare la quantità di tempo libero a disposizione che, opportunamente utilizzato, consentirebbe di porre fine all’esistente “società duale” (caratterizzata dalla compresenza di occupati, da un lato, e di disoccupati e poveri, dall’altro lato) e di creare una società caratterizzata dalla compresenza del lavoro determinato dalle esigenze funzionali del sistema economico e dal lavoro orientato allo svolgimento di attività autodeterminate, suggerite dalla condivisione di valori non riconducibili a quelli propri del mercato.
In questo modo, secondo Gorz, Offe e Azar, sarebbe possibile realizzare un’organizzazione del sistema sociale in cui tutti potrebbero lavorare sempre meno, sempre meglio (per via dell’aumento delle attività autodeterminate), pur continuando a conservare (e possibilmente a migliorare) il proprio tenore di vita. A differenza dei sistemi sociali che scegliessero di istituzionalizzare un reddito di cittadinanza universale e incondizionato per contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà, i sistemi sociali che scegliessero, invece, la riduzione dell’orario di lavoro verrebbero a dotarsi di automatismi di controllo e di gestione preventivi della disoccupazione e, indirettamente, della povertà.
Secondo gli autori che sostengono questa tesi, la realizzazione di un sistema sociale “rivitalizato” sulla base della riduzione dell’orario di lavoro, non porrebbe problemi particolari sul piano macroeconomico; la difficoltà, secondo loro, consisterebbe nel trasportare sul piano microeconomico ciò che, dal punto di vista dell’economia nel suo insieme, non presenta contraddizioni. Se la riduzione della durata del tempo di lavoro è concepita non come “misura” di una politica pubblica a sostegno della disoccupazione, ma come una “politica di rivitalizzazione” del sistema sociale, essi affermano, la lotta contro la mancata disponibilità di un reddito non sarebbe tanto condotta attraverso una riduzione meccanica del tempo di lavoro, ma attraverso l’inserimento nel governo della dinamica del mercato del lavoro, di un processo che richiede, si, sempre meno lavoro, ma che crea ricchezza sempre in condizioni di equilibrio del sistema economico.
Dal punto di vista microeconomica, secondo Gorz, Offe e Aznar, le economie di tempo di lavoro si tradurrebbero, per le imprese che le realizzano, in economie sui salari; e sebbene si possa pensare che, dal punto di vista macroeconomico, un’economia che, utilizzando sempre meno lavoro e distribuendo sempre meno salari, debba cadere inesorabilmente nel baratro della disoccupazione e della pauperizzazione, per evitare che ciò accada, essi concludono, occorre che il potere d’acquisto del settore delle famiglie cessi di dipendere dalla quantità di lavoro che il sistema economico utilizza sulla base degli indici espressi dagli automatismi di mercato; occorre, invece, pur in presenza di un minor numero di ore lavorative prestate, che il settore delle famiglie continui a percepire, attraverso la riduzione del tempo di lavoro e l’aumento delle attività autodeterminate (rese possibili dall’aumento della produttività) un reddito complessivo (in parte, erogato dalle imprese e, in parte, erogato sotto forma di sussidio pubblico ai disoccupati e ai poveri) sufficiente a finanziare una domanda aggregata in grado di uguagliare il consumo dell’intero volume di beni e servizi prodotti.
La proposta di Gorz, Offe e Azar non può sottrarsi, però, alle considerazioni critiche che possono essere formulate riguardo a tutte le proposte fondate sull’ipotesi che il contrasto alla disoccupazione e alla povertà risulti sempre vincolato all’erogazione di un reddito condizionato all’esercizio di specifiche attività lavorative eterodirette, determinate dalle esigenze funzionali del mercato; in altri termini, la proposta di Gorz, Offe e Aznar (per lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) non rimuove la necessità di sottrarre l’organizzazione complessiva del sistema produttivo alla logica propria di ogni modello organizzativo del sistema economico fondato sulla centralità della produzione.
Prescindendo dall’osservazione che lo slogan “lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti” manca di essere sorretto dalla dimostrazione che la contrazione del tempo di lavoro per effetto dell’aumentata produttività sia sempre sufficiente a garantire un efficace contrasto alla disoccupazione, ciò che lo slogan stesso sottende (e non potrebbe essere diversamente) è che, dopo una riduzione del tempo di lavoro, quest’ultimo continui a contrarsi; in conseguenza di ciò, tutti indistintamente godrebbero di una provvigione di tempo libero destinato a crescere, le cui forme d’impiego dovrebbero essere autodeterminate.
Ma come è possibile pensare che la crescita continua del tempo libero a disposizione possa essere “goduto” in termini autodeterminati, se la parte del prodotto sociale necessario per finanziare le attività autodeterminate deriva dalla necessità che essa risulti condizionata dalla logica di mercato che deve sottendere la razionalità economica all’interno delle imprese che devono accettare la contrazione del tempo di lavoro e contribuire attraverso la fiscalità a finanziare i sussidi da corrispondere a chi non riuscisse a reinserirsi nel mercato del lavoro e ai poveri, senza vedere compromessi i loro obiettivi di produzione e la loro permanenza sul mercato?
E’ evidente che la riduzione del tempo di lavoro, volta a rimuovere la disoccupazione e la povertà, non riuscendo a sottrarsi alle implicazioni di una rigida conservazione dell’”etica del lavoro”, vada incontro ai limiti di ogni politica finalizzata a finanziare una spesa per il funzionamento di un welfare State come quello oggi esistente, non più in grado di contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà.
In conclusione, occorrerà riflettere in termini molto più approfonditi sulle funzioni che il reddito di cittadinanza correttamente inteso sarà chiamato a svolgere nel mondo globale di oggi, caratterizzato dal suo lento, ma continuo, passaggio dall’”età della scarsità” all’”età dell’abbondanza”. Il governo dei problemi connessi all’allargamento continuo dell’abbondanza, della quale godono, sia pure potenzialmente i moderni sistemi economici industriali avanzati, imporrà necessariamente che i nuovi meccanismi di distribuzione del prodotto sociale siano sempre più affrancati dalla logica tradizionale della produzione, pena la mancata possibilità di risolvere i mali del mondo attuale: disoccupazione e povertà.

*Anche su Democraziaoggi.
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Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Silvano Tagliagambe.

costat-logo-stef-p-c_2demasi-renato-da-foto-variesilvano-tagliagambe-1
lampadadialadmicromicro Con il contributo di Silvano Tagliagambe proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì scorso, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
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Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti
di Silvano Tagliagambe

Il 5 ottobre è stato presentato il volume Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti, curato da Fernando Codonesu, a un anno esatto dal Convegno tenutosi a Cagliari, di cui contiene gli Atti.
La discussione, avviata da un corposo intervento di Domenico De Masi, ha affrontato sotto traccia, grazie soprattutto alle stimolanti riflessioni di Antonio Dessì, il tema del destino del lavoro dell’uomo nell’era della crescente (e inarrestabile) digitalizzazione e globalizzazione. Le ragioni delle inquietudini suscitate da questo quadro generale sono ben note: sulla base di una ricognizione analitica, settore per settore, C.B. Frey e M.A. Osborne nel loro documentato articolo “The future of employment: How susceptible are jobs to computerisation?”, comparso l’anno scorso nel numero 114 della rivista Technological Forecasting and Social Change (pp. 254-280) stimano che circa il 47% dei compiti lavorativi in essere siano automatizzabili nel corso dei prossimi dieci o venti anni.
L’Indagine MGI-McKinsey Global Institute, del gennaio dello scorso anno, valuta il tempo-lavoro che le macchine intelligenti si prevede possano sostituire nell’economia degli Stati Uniti in condizioni di fattibilità tecnica “a tecnologie esistenti”. Il tasso medio di sostituzione del tempo-lavoro viene previsto, per l’intera economia, con un valore piuttosto elevato (49%). Ma, soprattutto, emergono forti differenze tra i diversi settori: la sostituzione prevista arriva fino all’81% del tempo lavoro nelle lavorazioni materiali codificate (in pratica nei lavori di fabbrica che si svolgono in modo programmato e in condizioni prevedibili), tra il 60 e il 70% nel campo dell’elaborazione e raccolta dati (una gran parte dei lavori di ufficio regolati da procedure burocratiche e amministrative). Una quota assai minore di sostituzione (26%) si ha invece per il lavoro di fabbrica poco programmato o che si svolge in condizioni poco prevedibili, e una quota ancora minore (intorno al 20%) per i lavori di relazione, creativi o dal forte contenuto decisionale. Minima (9%) è la sostituzione prevista per le attività di gestione delle persone.
In ogni caso il dato che emerge è che il lavoro delle macchine tende a sostituire sempre più il lavoro dell’uomo, con effetti ormai visibili a occhio nudo sulla possibilità di trovare un’occupazione, stabile o occasionale che sia, soprattutto (ma non solo) da parte dei giovani.
Le prospettive che emergono da questa situazione sono diverse a seconda delle lenti con le quali le si valuta. Gli ottimisti ritengono che le innovazioni digital driven, quelle che nascono dal saper cogliere in pieno le potenzialità della rivoluzione digitale in essere, in termini di riduzione dei costi e di aumento delle prestazioni direttamente connesse alla tecnologia applicata, non potranno subentrare in toto alle innovazioni human driven, frutto di proposte e azioni derivanti dalla creatività e dall’intraprendenza umana, che genera valore immaginando nuovi usi (innovazioni d’uso), proponendo esperienze coinvolgenti o realizzando significativi processi di creazione di nuovo significato. A loro giudizio le esperienze riguardanti le relazioni, i legami, le emozioni, la bellezza, il gusto, la contemplazione, il desiderio, l’autenticità, la genuinità, la salubrità, la tradizione, il sogno, la libertà, la fiducia la ricerca della felicità sono di pertinenza esclusiva della creatività umano e disegnano un ampio territorio di produzione di beni materiali e immateriali in cui la macchina non potrà mai sostituirsi all’uomo.
Per questi apologeti della rivoluzione digitale, pertanto, il futuro, prossimo e remoto ci proporrà soluzioni di crescente interazione e collaborazione tra l’innovazione human driven, la quale crea soluzioni di valore unitario più elevato, incorporando nei prodotti e nei servizi elementi intangibili quali design, unicità, emozione ecc., e la tecnologia digital driven, che svolge il suo ruolo di “moltiplicatore”, perché consente la circolazione e il confronto delle buone idee e delle informazioni utili ad alimentare i processi di creazione del nuovo e di sperimentazione del possibile, utilizzando le conoscenze di un vasto circuito sociale ed economico, messo in rete dalla comunicazione digitale. In questa funzione, il digitale rende conveniente la scelta della open innovation, rivolta ad utilizzare al massimo le conoscenze in possesso di altri, riducendo i costi e aumentando il valore della creazione e sperimentazione dei nuovi prodotti e dei nuovi processi. Da questa interazione scaturiranno una fusione di “menti” e “strumenti” e l’incremento di interconnessioni tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale destinato non solo a retroagire – tramite un ciclo virtuoso di auto-rinforzo – sulla creazione stessa del valore, ma anche e soprattutto a fungere da amplificatore delle stesse capacità umane, con conseguente aumento (e non decremento) dei processi di innovazione human driven.
Se le cose stessero effettivamente così ciò che si può ragionevolmente ipotizzare è il crescente spostamento del lavoro umano dai mestieri puramente esecutivi, che abbiamo in gran numero ereditato dalla stagione della meccanizzazione rigida, durante la prima modernità, a forme di occupazione sempre più creative, che saranno protagoniste del futuro nel mondo del lavoro e richiederanno nuove forme di apprendimento, che consentano alle persone di usare in modo creativo i linguaggi formali della scienza e delle macchine per generare valore nel mondo reale e siano ancorate ad una visione convinta e condivisa del porto di arrivo verso il quale indirizzare la navigazione. Infatti, come osserva Enzo Rullani nel suo contributo introduttivo a un libro che considero di fondamentale importanza per comprendere i processi in corso e quelli a venire, curato in collaborazione con Alberto F. De Toni (Uomini 4.0: Ritorno al futuro. Creare valore esplorando la complessità), pubblicato quest’anno da Franco Angeli, nel mare della complessità e dell’innovazione, contrariamente a quello che a volte si crede, non si può navigare a vista. Se manca la mappa, per tracciare la rotta serve almeno avere un porto di arrivo ideale, una meta che consenta di distinguere, in ogni momento del presente, i venti favorevoli da quelli contrari, in modo da alzare le vele quando le contingenze ci mettono di fronte ai primi, e da fermarsi e resistere quando, invece, arrivano i secondi. Andando così avanti, passo per passo, e con tutti gli adattamenti tattici del caso, lungo un percorso dotato di senso, che punta verso il porto prescelto. Lo scriveva già Seneca: “Non c’è mai vento a favore per il marinaio che non sa qual è il suo porto”.
De Masi invece, sia nel Convegno dell’anno scorso, rispondendo alle acute domande di Fernando Codonesu, sia nella presentazione degli Atti di quest’anno, è molto meno ottimista riguardo a questa possibile coesistenza di innovazione human driven e digital driven. A suo modo di vedere quest’ultima finirà col subentrare totalmente alla prima, per cui l’umanità è fatalmente destinata ad avviarsi verso una condizione di non-lavoro, che secondo lui va però vista non come una minaccia, bensì come una opportunità che lascia all’uomo uno spazio crescente, da impiegare sia per attività di formazione (che, specialmente in Italia, hanno bisogno di essere accresciute e qualificate), sia per sviluppare condizioni di vita e di cultura sociale che riservino uno spazio sempre maggiore all’«ozio creativo». Come del resto avveniva, a suo giudizio, nella Grecia antica, che ci ha lasciato un patrimonio di cultura sul quale l’umanità sta tuttora prosperando. Un concetto, questo, su cui De Masi insiste da tempo, prefigurando una liberazione (positiva) dallo stato di necessità a cui l’uomo lavoratore è sempre stato vincolato nella storia passata, che va ovviamente accompagnato da misure di equa distribuzione della ricchezza prodotta dall’automazione digitale, nel presente e soprattutto in prospettiva, usando in modo appropriato il surplus che ne deriva.
Ne scaturiscono due opposte valutazioni del lavoro, che per De Masi è un fardello dal quale possiamo liberarci senza troppi rimpianti, anzi con prospettive sicuramente allettanti per il futuro dell’umanità, che ci ricollegano ai momenti più felici della sua storia, come quello dell’antica Grecia appunto, mentre per i fautori della valorizzazione dell’innovazione human driven si tratta di un processo che, a patto di sapersi trasformare in modo da fornire una gestione efficace della maggiore complessità e di trarne positivamente le enormi potenzialità, non va considerato un semplice fattore di costo, da ridurre al minimo, ma diventa al contrario una risorsa trainante, che accresce non solo la quantità, ma soprattutto la qualità delle prestazioni richieste, innalzando il livello dell’intelligenza umana, individuale e collettiva. Il lavoro come valore, quindi, che nel futuro, prossimo e remoto, se ben indirizzato potrà rendere le persone sempre più capaci non solo di rispondere in modo flessibile alle domande e alle sfide che si presentano loro di volta in volta, ma anche di immaginare e identificare nuove soluzioni, di elaborare progetti innovativi, di alimentare significati e relazioni coinvolgenti, di organizzare esperienze emotivamente ricche, di creare identità partecipate e comunità di senso corrispondenti. Il lavoro, dunque, come strumento per creare valore, esplorando livelli di complessità (varietà, variabilità, interdipendenza, indeterminazione) sempre maggiori.
Ciascuno è libero, ovviamente, di optare per l’una o l’altra soluzione. Ci sono però una constatazione e una domanda, quella che appunto affiorava dal citato intervento di Antonio Dessì, che è impossibile evitare di porsi. Un futuro come quello prospettato da De Masi presuppone una rivoluzione che non è solo economica e sociologica, ma antropologica. La domanda che ne consegue è la seguente: l’uomo è predisposto per una vita puramente contemplativa, fatta di ozio creativo e null’altro? Che nel passato si sia effettivamente data una condizione di questo genere è opinabile (l’interpretazione della vita dell’antica Atene, interamente concentrata nell’agorà, il luogo delle adunanze, il centro politico, religioso, amministrativo e commerciale della città, in cui tutti gli uomini liberi si ritrovavano per prendere decisioni politiche importanti e concludere affari, e totalmente assorbita da essa, è suggestiva ma controversa e messa fortemente in discussione). Il problema però è un altro: le neuroscienze ci stanno dicendo, in maniera difficilmente contestabile, che il motore principale del nostro cervello, ciò che è alla base del suo mirabile funzionamento, non è costituito dalla percezione, come si credeva fino a poco tempo fa, né dal semplice movimento, ma dall’azione, caratterizzata dalla presenza di un progetto e di uno scopo. I processi cerebrali non appaiono, pertanto, semplici artefici di sensazioni e controllori di movimenti: alla base della loro organizzazione funzionale c’è la nozione teleologica di scopo.
Questi risultati hanno condotto a una riformulazione della risposta alla domanda: «a cosa serve il sistema motorio?» Per molti anni la risposta è stata: per produrre movimenti. Oggi sappiamo che questa risposta è errata, o quantomeno parziale. Il sistema motorio non produce solo movimenti ma atti motori e azioni, cioè movimenti dotati di uno scopo, come afferrare un oggetto, o sequenze di movimenti atte a conseguire uno scopo più distale, come afferrare un bicchiere e portarlo alla bocca per bere. Un movimento è una semplice dislocazione di parti corporee, come flettere o estendere le dita di una mano. Un atto motorio consiste invece nell’utilizzare quegli stessi movimenti per conseguire uno scopo motorio, per esempio afferrare un oggetto, manipolarlo, romperlo, posizionarlo, tenerlo ecc.
L’uomo, dunque, sembra fatto per progettare e agire. Quale sarà allora il suo destino se lo si costringe esclusivamente a contemplare e a oziare? Non c’è il rischio che l’ozio prolungato e forzato, anziché sfociare in opere creative e formative edificanti, conduca ad agitazioni insensate, che proprio perché non più progettate e indirizzate verso uno scopo, non più controllate razionalmente e frutto invece della prevalenza del puro istinto e delle passioni, rischiano di avere conseguenze opposte rispetto a quelle desiderabili che ci vengono prospettate? Questo sì è già successo e continua purtroppo a succedere nella storia dell’umanità. E non è davvero desiderabile.
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