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venerdì 23 novembre

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Oggi con Joyce Lussu

1 Informazioni e approfondimenti.

Appuntamenti letterari di impegno sociale

Storie in Trasformazione 2018: Come cambia la scuola? Con Christian Raimo e Vanessa Roghi – Sabato 24 novembre 2018 a “L’Albero del riccio”, associazione Antonio Gramsci, in via Doberdò 101, Cagliari.Layout 1raimo-giusto

[segue]

Esistono ancora i cattolici democratici?

eremo-di-camaldoli__coverboxape-innovativaNel proseguo del nostro lavoro di approfondimento giornalistico sulla tematica dei “Cattolici e politica”, che si esplica anche nella ricerca sulla rete, ci siamo imbattuti nel blog di Paolo Rodari, classe 1973, vaticanista di Repubblica. Ne traiamo un interessante contributo, autore Piero Bargellini (Ufficio Studi Acli Pistoia, collaboratore della Rivista Bene comune), utile a ricostruire una storia nobile che ci da una mano per il nostro tempo verso un rinnovato impegno sociale, politico e culturale dei cattolici insieme con tutti gli uomini di buona volontà, credenti, non credenti o diversamene credenti,
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Che fine hanno fatto i cattolici democratici?
di Paolo Rodari sul suo blog

Il voto del 4 marzo sembra aver sancito la fine dei cosiddetti partiti plurali. Il Partito Democratico, in particolare, appare in grande crisi, e così Forza Italia. Mentre cresce sempre più sia la destra sovranista e post ideologica sia il populismo istituzionalizzato dei 5 Stelle.

Eppure non sono pochi coloro che si ritrovano fuori da questo schema, fra questi coloro che si sentono vicini al cattolicesimo politico, democratico e sociale italiano. Una presenza importante ma oggi, come mai prima, incredibilmente flebile. Perché?

Uso di questo mio blog per aprire un dibattito, consapevole che la conservazione e la qualità della democrazia italiana può dipendere anche da un riaffermarsi di questo cattolicesimo dalla storia non certo marginale.

Il primo intervento è di Piero Bargellini, 67 anni, nonno di sei nipoti, sposato da 45 anni. Iscritto alle Acli dal 1970, vive a Pistoia. Attualmente è collaboratore dell’Ufficio Studi del movimento. Componente della redazione del giornale diocesano “La Vita” e membro della commissione della pastorale sociale della stessa diocesi di Pistoia. Per lui il cattolicesimo democratico è sì morto da tempo, sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino, ma non lo sono i cattolici democratici.

Non più immediatamente visibili, ma ci sono

di Piero Bargellini
Novembre 1989: crollava il muro di Berlino. Tutti esultavano per la fine del comunismo, ma quando tolsero le macerie del muro trovarono un cadavere inaspettato: era quello di John Maynard Keynes.

Gli addetti avvertirono subito le classi dirigenti, ma queste dettero l’ordine di tenere nascosto il ritrovamento e continuarono imperterrite come se nulla fosse successo.

Potremmo far risalire al novembre del 1989 la fine del cattolicesimo democratico, esattamente con la morte di Keynes. Dopo quella data ci furono dei sussulti, dei ritorni di fiamma, ma ormai il destino era segnato.

Il cattolicesimo democratico si afferma in Italia nel secondo dopoguerra ad opera dei “professorini” della Dc che introducono un capitalismo nuovo e dinamico nel Paese che prima fa la ricostruzione e poi costruisce il “boom” economico degli anni ’60.

Il filo conduttore di questa nuova teoria (economica, sociale e politica) si ritrova nel documento di Camaldoli della nascente Dc addirittura del 1943 e messa in atto da un ex comandante partigiano cattolico Enrico Mattei a partire dalla fine del 1945.

Questa spinta fu talmente forte e prorompente che riuscì non solo ad arginare l’avanzata comunista, ma dopo pochi anni spazzò via le resistenze del capitalismo ante guerra, ancora tutto arroccato sulla difesa dei privilegi e delle prerogative di una classe sociale ormai vecchia e compromessa con il fascismo.

Sul versante laico il maggior interprete di questa nuova visione fu Adriano Olivetti, tuttavia questi due filoni di pensiero avevano in comune il profondo spirito religioso che li animava.

Sul piano politico non fu una passeggiata: l’autonomia della politica dal Vaticano fu una conquista lunga e dolorosa di cui ne fece le spese De Gasperi per il suo rifiuto alla alleanza con i neo fascisti alle elezioni del comune di Roma nel 1951 tanto che non fu più ricevuto più in Vaticano.

Però, nonostante questi incidenti di percorso, il cattolicesimo democratico si affermava fino ad arrivare alla sua consacrazione ufficiale durante il Concilio Vaticano II e il pontificato di Paolo VI.

Nel 1944 nascono le Acli con Achille Grandi in appoggio al sindacato unico della Cgil, poi con la scissione sindacale del 1948 nasce ufficialmente la Cisl che, pur non essendo un sindacato cattolico, ne è comunque vicina. Le due associazioni affondano le loro radici nella nuova teoria Keynesiana che si dimostra capace di trovare un punto di equilibrio tra capitale e lavoro.

È un equilibrio dinamico che vede anche aspri confronti con il padronato, ma che è capace di superare il liberismo di anteguerra con le trattative a tre che includono anche lo Stato. Anzi questo diventa un elemento essenziale per la redistribuzione del reddito così come era previsto dalla teoria economica. Di contro, la Cgil si attarda sulla vecchia concezione di cinghia di trasmissione del partito a cui è delegata la Politica, quella con la “P” maiuscola.

Gli anni ’60 sono il periodo di massimo fulgore del cattolicesimo democratico; menti illuminate e il ricambio dei vertici della Chiesa lo assumono e lo fanno proprio. Molti operatori sono animati da due precise convinzioni: una è la convinzione delle nuove teorie economiche che stanno dando i loro buoni frutti, e l’altra è un forte spirito evangelico a servizio dei lavoratori vissuti come i più bisognosi di aiuto.

Sarà proprio questa duplice motivazione che al tramonto del keynesismo porterà molti cattolici democratici a disperdersi in mille rivoli perdendo quella visibilità e forza che avevano avuto per almeno tre decenni.

Negli anni ’70 il cattolicesimo democratico nel suo aspetto più propriamente politico è ancora capace di portare a termine importanti riforme come il nuovo diritto di famiglia e la riforma sanitaria, inoltre dà il contributo di sangue di gran lunga maggiore al terrorismo, segno evidente che è ancora vivo e vegeto. Non è un caso infatti, se il declino delle Br inizia con il perdono di Giovanni Bachelet agli assassini di suo padre Vittorio, dal pulpito della chiesa durante i funerali nel 1980.

Sul piano più strettamente economico la fine degli anni ’70 è segnata da una forte inflazione in tutto il mondo occidentale. In molti Paesi si attuano politiche keynesiane di spesa pubblica sia corrente che di investimenti, ma ben presto ci si accorge che non danno i risultati sperati. Addirittura si conia una nuova parola: stagflazione. La stagnazione economica in presenza di inflazione; un fenomeno che nessuno aveva previsto e che mai era successo prima. Sono i primi sintomi evidenti dell’affanno delle teorie economiche applicate senza alcun riscontro con una nuova e mutata realtà.
Con la fine del comunismo, cade l’ultimo legame che aveva tenuto assieme un quadro politico ormai logoro e senza più una prospettiva economico-sociale.

Sotto le macerie del muro di Berlino viene trovato il cadavere di Keynes che alcuni si ostinano a nascondere nel tentativo di continuare ad attuare politiche assistenziali.

Il resto è storia recente. In venti anni c’è la finanziarizzazione dell’economia, spariscono i beni di investimento ad eccezione del denaro, l’equilibrio dinamico tra lavoro e capitale si rompe a tutto vantaggio del capitale finanziario e la compressione del lavoro.

A distanza di qualche lustro possiamo dire che il cattolicesimo democratico, così come lo abbiamo conosciuto nel ’900, è scomparso; tuttavia rimangono i cattolici democratici.

Rimane la Cisl che però ha perso la cornice teorica all’interno della quale ascrivere il proprio operato; rimangono le Acli anch’esse con lo stesso problema ma con il vantaggio di stare sotto l’ombrello della Chiesa in attesa di tempi migliori; rimane l’Agesci che non avendo finalità politiche ma solo educative è stata poco coinvolta da questo cataclisma; rimangono le mille e mille associazioni di base, a cominciare dalle parrocchie, dove si svolge il volontariato sociale.

I cattolici democratici non sono scomparsi, solo che non sono più immediatamente visibili, ma ci sono.

Essi non hanno più una prospettiva comune sia economica che politica perché essa è morta sotto le macerie del muro di Berlino; non ce l’hanno loro come non ce l’ha tutta la sinistra italiana, politica o sindacale che sia; rimane tuttavia intatto lo spirito evangelico di servizio agli ultimi.

Eppur qualcosa si muove.

Basta girare per le parrocchie, per le comunità, nei corridoi dei seminari per accorgersi che c’è un nuovo fermento, un “novo sentir”. Si rifugge dalle grandi organizzazioni, mentre si privilegia la piccola comunità dove tutti si conoscono e partecipano. In 40 anni ben 10 milioni di italiani hanno cambiato residenza scappando dalla città e sono andati ad abitare nella frazione o nel borgo. Sono venuti via da un condominio, dove i diritti sono tutti regolamentati e sono andati nella frazione dove invece prevale il “bene comune” e l’identità. Le stesse relazioni familiari si sono rinsaldate pur abitando in nuclei anagrafici diversi.

Fioriscono in tutta Italia le “cooperative di comunità” (incredibile a dirsi ma la più alta concentrazione è a Scampia) e fenomeni come la Tav o la Tap posso essere letti in questa ottica.

Si va affermando un nuovo soggetto sociale, che per ora rimane tale, ma ha tutte le potenzialità per cresce e svilupparsi come soggetto autonomo culturalmente e politicamente.

“Nel luglio 1943 un gruppo di intellettuali di fede cattolica firma nell’eremo di Camaldoli (nella foto) un documento ribattezzato ‘Il Codice di Camaldoli’. Lo scopo è quello di fornire alle forze sociali cattoliche una base unitaria che ne guidi l’azione nell’Italia liberata. Il Codice funge da subito da ispirazione e linea guida per l’azione della Dc, che si sta formando in quel periodo, e di tutto un filone che prenderà il nome di cattolicesimo democratico”.
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E’ online il manifesto sardo duecentosettantadue

pintor il manifesto sardoIl numero 272
Il sommario
Alghero, Calabona: la speculazione edilizia sul mare (Stefano Deliperi), Ospedali disumanizzati. Un codice conta più della persona (Ottavio Olita), Turchia e dintorni. Il movimento Gülen (Emanuela Locci), Vassilissa e la lotta contro il patriarcato (Gianfranca Fois), Le mire egemoniche di Israele (Gianfranco Sabattini), Lo scontro Italia-Ue in un vicolo cieco (Alfonso Gianni), Per la cittadinanza sarda onoraria, ovvero per lo Ius Voluntatis (Cristiano Sabino), Storie in Trasformazione: Come cambia la scuola? (red), Nuovo delitto di Stato in territorio Mapuche (red), Amnesty International: “Codici identificativi subito” (red), Scorie nucleari. Nessun sollievo per i sardi (Claudia Zuncheddu), Le scuole sicure sono quelle che non crollano (red), La Regione pachiderma (Massimo Dadea), Iglesias annulli l’autorizzazione alla RWM. Con le bombe e la guerra, tutto è perduto (Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita), La propaganda di estrema destra alla conquista dell’Europa (Nina Horaczek, traduzione di Claudia Tatasciore).

Buone iniziative.

centroferrari-laudato-a-e1542271322962L’IMPEGNO POLITICO A PARTIRE DALLA «LAUDATO SI’»
Si terrà il 1° dicembre a Modena un convegno di c3dem sull’enciclica di papa Francesco (vedi qui il programma). Guido Formigoni offre una serie di spunti “per rilanciare e politicizzare il messaggio della «Laudato si’»”. – La locandina. LAUDATO SI’. LETTURE PER IL CONVEGNO Testi di Giannino Piana, di Giacomo Costa e Paolo Foglizzo, di Luigino Bruni, di Leonardo Boff, di Edgar Morin, di Christoph Theobald, di Luciano Larivera. E un appello di credenti e non credenti: “Laudato agenda2030si’: un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale”.
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La Poesia è viva e ci aiuta nella vita. Oggi presentazione del libro di poesie di Gianni Loy “Movimenti 1999-2001”.

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Riflessioni a margine del messaggio della Conferenza Episcopale Sarda.

587861a5-d6c4-41bd-90c8-8e8a3624d706Dai Vescovi sardi un non éxpedit rovesciato”: cattolici impegnatevi in politica!
Riflessioni in margine al messaggio della Conferenza Episcopale Sarda
di Franco Meloni*
«Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione». Questo era in sintesi il pensiero del patriota sardo Giovanni Maria Angioy (nato a Bono nel 1751, morto esule e in miseria a Parigi nel 1808) espresso nel suo memoriale del 1799 nell’inutile tentativo di convincere la Francia ad annettersi la Sardegna, scalzando gli invisi piemontesi. Mi è venuto in mente leggendo il messaggio intitolato “Giovani, lavoro e speranze per il futuro” che la Conferenza Episcopale Sarda ha voluto rivolgere alle chiese e alla società della Sardegna (presentato il 29 ottobre a Sassari a un anno esatto dalla conclusione della 48ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, tenutasi a Cagliari). E spiego il perché. Sicuramente Angioy esagerava nell’enfatizzare le “ricchezze” dell’Isola e sbagliava nel minimizzarne le criticità, ma non aveva torto nel sostenere che le fortune di un popolo (lo sviluppo, la crescita, il benessere), così pure le sue sfortune (sottosviluppo, malessere, povertà), dipendano in larga parte dalla classe dirigente che lo guida, in fin dei conti dalla sua capacità di “buona o cattiva amministrazione”. Sembrerebbero pensarla così anche i Vescovi nel momento in cui non indugiando al pessimismo, come peraltro la realtà descritta giustificherebbe (1) , individuano le premesse di un credibile rimedio alla persistente crisi socio-economica della Sardegna in un rinnovato impegno politico dei cattolici e ovviamente di tutti gli uomini di buona volontà, anche in vista delle prossime elezioni e oltre. Sono espliciti i Vescovi: siano i cattolici “disponibili a candidarsi a far parte della classe dirigente, con sapiente valutazione delle proprie capacità e delle possibilità oggettive di impegno”. Ma, si dirà: sono molti i cattolici già impegnati in politica, in quasi tutti gli schieramenti nella rilevante differenziazione che il venire meno del “collateralismo” ha facilitato. Ciò nonostante sembra proprio che i Vescovi ritengano insufficiente tale impegno, in quantità e qualità, tanto è che sostengono: “la classe politica ha sempre più bisogno, anche al di là delle candidature proposte dai partiti, di persone competenti e preparate, di provata esperienza amministrativa, di moralità indiscussa, di spirito di servizio e di distacco da interessi personali e di casta”. Se tanto affermano è perché probabilmente intendono “stanare” una quantità, allo stato imprecisata, ma sicuramente numerosa di persone con le qualità che hanno ben evidenziato. Detto con una definizione suggestiva ritengono esista in ambito cattolico (e non solo) una sorta di “esercito di riserva della democrazia” da mettere in gioco per il bene della Sardegna. Verosimilmente queste persone – in certa parte conosciute e in altra parte da rintracciare – sono tra coloro che praticano quel “persistente astensionismo” che preoccupa i Vescovi, mentre, al contrario, le stesse avrebbero il “dovere morale di partecipare con responsabilità e piena consapevolezza ai prossimi appuntamenti elettorali” e, in generale, alla vita politica. E non bisogna fermarsi allo stato delle “risorse disponibili”; infatti i presuli intendono impegnarsi maggiormente nella “formazione della coscienza politica del laicato”, lasciando intravedere al riguardo il rilancio di scuole di formazione e di altre pertinenti iniziative culturali aperte e in collegamento con tutte le organizzazioni democratiche. Così descritte le cose, i Vescovi, anche se evitano toni severi, richiamano precisamente i cattolici (e tra essi i più preparati e perciò più “responsabili”) ad evitare peccati di omissione dell’esercizio della carità, “ricordando, con le parole di San Paolo VI [più volte riprese da Papa Francesco e dai suoi predecessori], che proprio il servizio nella polis costituisce la più alta forma di carità”. Se dunque è la “partecipazione” la chiave giusta per ridare speranze di rinascita al popolo sardo, occorrono impegni concreti per favorirla. Lo si faccia avendo come chiaro e virtuoso riferimento l’art. 3 della nostra Costituzione, laddove al comma 2 recita: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Al riguardo si metta mano alle modifiche delle leggi elettorali, a cominciare proprio da quella sarda che è un esempio di ostacolo alla partecipazione politica dei cittadini alla gestione della cosa pubblica.
Per concludere sembra pertinente il richiamo di mons. Filippo Santoro, presidente del Comitato organizzatore della 48ma Settimana Sociale, ai contenuti della “rilevanza pubblica dei cattolici” che deve “svilupparsi sino ad incidere sui problemi vitali delle persone e della società, quali il lavoro, la famiglia, la scuola, la difesa della salute, dell’ambiente e dei migranti… il problema della povertà nelle sue forme differenti che è una ferita alla dignità umana da curare e risanare”. Quanto al metodo da utilizzare, sostiene Santoro che occorre “coinvolgere nell’azione persone di buona volontà anche se provengono da esperienze culturali differenti, come accaduto, con il contributo dei parlamentari cattolici nella stesura della nostra Costituzione repubblicana”. Insomma, c’è da dibattere e lavorare, nella consapevolezza che occorre maggiore dinamismo e disponibilità all’incontro esattamente come auspicato, ovviamente sorretti da spirito evangelico e da correlato ottimismo della volontà!
(1) Dicono i Vescovi: il messaggio “non intende essere un elenco di lamentazioni, quanto piuttosto un invito ad una speranza … con grande fiducia al futuro attraverso gli atteggiamenti che possono generare processi positivi”.
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*L’articolo è apparso, in una versione leggermente sintetizzata, su Nuovo Cammino, periodico della Diocesi di Ales-Terralba di domenica 11 novembre 2018.
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Ricordami la Poesia…

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Un proverbio cinese dice: “Dobbiamo pensare all’anno prossimo piantando semi, ai prossimi dieci anni piantando alberi, ai prossimi cento anni educando le persone”

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Recensione. “La ricerca del benessere” di Gianfranco Sabattini

5cdd1cfa-1ada-4f0d-bb23-713aee01ad67 di Roberto Loddo.

Ho conosciuto Gianfranco Sabattini attraverso i suoi puntuali pezzi di economia pubblicati su il manifesto sardo. Analisi che ho iniziato a leggere da quando sono entrato nella redazione con l’impegno di curare il web editing sul quindicinale.
“La ricerca del benessere, riflessioni sulle prospettive dell’economia globale e locale”, Tema Edizioni, rappresenta un lavoro importante (segue)

Un grande sardo. Ricordando Mario Melis a 15 anni dalla sua morte

Per ricordare Mario Melis a quindici anni dalla sua morte, ripubblichiamo un editoriale di Aladinews dell’8 maggio 2016, che crediamo dia conto, seppur in modo semplice, della statura del grande uomo politico sardo.
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Quale classe dirigente per la Sardegna che vorremo
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Giovanni Maria Angioy Memoriale 2«Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione.»
In un recente convegno sulle tematiche dello sviluppo della Sardegna, un relatore, al termine del suo intervento, ha proiettato una slide con la frase sopra riportata, chiedendo al pubblico (oltre duecento persone, età media intorno ai 40/50 anni, appartenente al modo delle professioni e dell’economia urbana) chi ne fosse l’autore, svelandone solo la qualificazione: “Si tratta di un personaggio politico”. Silenzio dei presenti, rotto solo da una voce: “Mario Melis?”. No, risponde il relatore. Ulteriore silenzio. Poi un’altra voce, forse della sola persona tra i presenti in grado di rispondere con esattezza: “Giovanni Maria Angioy”. Ebbene sì, proprio lui, il patriota sardo vissuto tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, (morto esule e in miseria a Parigi, precisamente il 22 febbraio 1808), nella fase della sua vita in cui inutilmente chiese alla Francia di occupare militarmente la Sardegna, che, secondo i suoi auspici, avrebbe dovuto godere dell’indipendenza, sia pur sotto il protettorato francese (1).
Mario Melis 1E’ significativo che l’unico uomo politico contemporaneo individuato come possibile autore di una così bella frase, decisamente critica nei confronti della classe dirigente dell’Isola (e quindi autocritica) e tuttavia colma di sviluppi positivi nella misura in cui si potesse superare tale pesante criticità, sia stato Mario Melis,, leader politico sardista di lungo corso, il quale fu anche presidente della Regione a capo di una compagine di centro-sinistra nel 1982 e di nuovo dal 1984 al 1989. Evidentemente la sua figura di statista resiste positivamente nel ricordo di molti sardi. E questo è bene perché Mario Melis tuttora rappresenta un buon esempio per le caratteristiche che deve possedere un personaggio politico nei posti guida della nostra Regione: onestà, competenza (più politica che tecnica), senso delle Istituzioni, passione e impegno per i diritti del popolo sardo. Caratteristiche che deve possedere non solo il vertice politico, ma ciascuno dei rappresentanti del popolo nelle Istituzioni. Aggiungerei che tali caratteristiche dovrebbero essere comuni a tutti gli esponenti della classe dirigente nella sua accezione più ampia, che insieme con la classe politica comprende quella del mondo del lavoro e dell’impresa, così come della società civile e religiosa.
Oggi al riguardo non siamo messi proprio bene. Dobbiamo provvedere. Come? Procedendo al rinnovo dell’attuale classe dirigente in tutti i settori della vita sociale, dando spazio appunto all’onestà, alla capacità tecnica e politica, al senso delle organizzazioni che si rappresentano, alla passione e all’impegno rispetto alle missioni da compiere.
Compito arduo ma imprescindibile. [segue]