Cagliari nella memoria nel presente nel futuro

Quartiere di Sant’Elia: una storia da scrivere

Quanto effettivamente accadde il pomeriggio della visita papale a Sant’Elia (24 aprile 1970) è stato documentato dal periodico Gulp del giugno 1970. La versione dei fatti fornita dal periodico fu pienamente condivisa dai giudici del Tribunale di Cagliari nel processo che seguì poco tempo dopo (sentenza del 18 novembre 1970).
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La città come bene comune

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La città che sale, di Umberto Boccioni.

LA CITTÀ COME BENE COMUNE
Data di pubblicazione: 11.09.2008, associazione Ottavo al colle, Roma Municipio XI.
di Edoardo Salzano.
Relazione al seminario internazionale “Quale futuro scegliamo: la metropoli neoliberista o una città comune e solidale?”, European Social Forum, Malmö, 19 settembre 2008

LA CITTÀ COME BENE COMUNE

Tre parole

In Europa cresce il movimento che rivendica la città come bene comune. Che cosa significa questa espressione? Interroghiamoci sulle tre parole che la compongono

Città

Nell’esperienza europea la città non è semplicemente un aggregato di case. La città è un sistema nel quale le abitazioni, i luoghi destinati alla vita e alle attività comuni (le scuole e le chiese, le piazze e i parchi, gli ospedali e i mercati ecc.) e le altre sedi delle attività lavorative (le fabbriche, gli uffici) sono strettamente integrate tra loro e servite nel loro insieme da una rete di infrastrutture che mettono in comunicazione le diverse parti tra loro e le alimentano di acqua, energia, gas. La città à la casa di una comunità.

Essenziale perché un insediamento sia una città è che esso sia l’espressione fisica e l’organizzazione spaziale di una società, cioè di un insieme di famiglie legate tra loro da vincoli di comune identità, reciproca solidarietà, regole condivise.

Bene

La città è un bene, non è una merce. La distinzione tra questi due termini è essenziale per sopravvivere nella moderna società capitalistica. Bene e merce sono due modi diversi per vedere e vivere gli stessi oggetti.

Un bene è qualcosa che ha valore di per sé, per l’uso che ne fanno, o ne possono fare, le persone che lo utilizzano. Un bene è qualcosa che mi aiuta a soddisfare i bisogni elementari (nutrirmi, dissetarmi, coprirmi, curarmi), quelli della conoscenza (apprendere, informarmi e informare, comunicare), quelli dell’affetto e del piacere (l’amicizia, la solidarietà, l’amore, il godimento estetico). Un bene ha un identità: ogni bene è diverso da ogni altro bene. Un bene è qualcosa che io adopero senza cancellarlo o alienarlo, senza logorarlo né distruggerlo.

Una merce è qualcosa che ha valore solo in quando posso scambiarla con la moneta. Una merce è qualcosa che non ha valore in se, ma solo per ciò che può aggiungere alla mia ricchezza materiale, al mio potere sugli altri. Una merce è qualcosa che io posso distruggere per formarne un’altra che ha un valore economico maggiore: posso distruggere un bel paesaggio per scavare una miniera, posso degradare un uomo per farne uno schiavo. Ogni merce è uguale a ogni altra merce perché tutte le merci sono misurate dalla moneta con cui possono essere scambiate.

Comune

Comune non vuol dire pubblico, anche se spesso è utile che lo diventi. Comune vuol dire che appartiene a più persone unite da vincoli volontari di identità e solidarietà. Vuol dire che soddisfa un bisogno che i singoli non possono soddisfare senza unirsi agli altri e senza condividere un progetto e una gestione del bene comune.

Nell’esperienza europea ogni persona appartiene a più comunità. Alla comunità locale, che è quella dove è nato e cresciuto, dove abita e lavora, dove abitano i suoi parenti e le persone che vede ogni giorno, dove sono collocati i servizi che adopera ogni giorno. Appartiene alla comunità del villaggio, del paese, del quartiere. Ma ogni persona appartiene anche a comunità più vaste, che condividono la sua storia, la sua lingua, le sue abitudini e tradizioni, i suoi cibi e le sue bevande. Io sono Veneziano, ma sono anche italiano, e sono anche europeo, e anche membro dell’umanità: a ciascuna di queste comunità mi legano la mia vita e la mia storia.

Appartenere a una comunità (essere veneziano, italiano, europeo) mi rende responsabile di quello che in quella comunità avviene. Lotterò con tutte le mie forze è perchè in nessuna delle comunità cui appartengo prevalgano la sopraffazione, la disuguaglianza, l’ingiustizia, il razzismo, e perché in tutte prevalga il benessere materiale e morale, la solidarietà, la gioia di tutti. Appartenere a una comunità (essere veneziano, italiano, europeo) mi rende consapevole della mia identità, dell’essere la mia identità diversa da quella degli altri, e mi fa sentire la mia identità come una ricchezza di tutti. Quindi mi fa sentire come una mia ricchezza l’identità degli altri paesi, delle altre città, delle altre nazioni. Sento le nostre diversità come una ricchezza di tutti.

LA DIMENSIONE PUBBLICA NELLA CITTÀ EUROPEA

Nella storia

Nella città della tradizione europea sono sempre stati importanti gli spazi pubblici, i luoghi nei quali stare insieme, commerciare, celebrare insieme i riti religiosi, svolgere attività comuni e utilizzare servizi comuni. Dalla città greca alla città romana fino alla città del medioevo e del rinascimento, decisivo è stato il ruolo delle piazze: le piazze come il luogo dell’incontro tra le persone, ma anche come lo spazio sul quale affacciavano gli edifici principali, gli edifici destinati allo svolgimento delle funzioni comuni: il mercato e il tribunale, la chiesa e il palazzo del governo cittadino.

Le piazze erano i fuochi dell’ordinamento della città. Lì i membri delle singole famiglie diventavano cittadini, membri di una comunità. Lì celebravano i loro riti religiosi, si incontravano e scambiavano informazioni e sentimenti, cercavano e offrivano lavoro, accorrevano quando c’era un evento importante per la città: un giudizio, un allarme, una festa.

Dove la città era grande e importante, invece di un’unica piazza c’era un sistema di piazze: più piazze vicine, collegate dal disegno urbano, ciascuna dedicata a una specifica funzione: la piazza del Mercato, la piazza dei Signori, la piazza del Duomo. Dove la città era organizzata in quartieri (ciascuno espressione spaziale di una comunità più piccola dell’intera città), ogni quartiere aveva la sua piazza, ma erano tutti satelliti della piazza più grande, della piazza (o del sistema di piazze) cittadine.

Le piazze, gli edifici pubblici che su di esse si affacciavano e le strade che le connettevano costituivano l’ossatura della città. Le abitazioni e le botteghe ne costituivano il tessuto. Una città senza le sue piazze e i suoi palazzi destinati ai consumi e ai servizi comuni era inconcepibile, come un corpo umano senza scheletro.

Gli spazi comuni nel welfare state

Gli spazi comuni della città sono il luogo della socializzazione di tutti i cittadini. A differenza delle fabbriche (che nella società capitalistica diventano i luoghi della socializzazione dei lavoratori) gli spazi comuni della città sono il luogo della socializzazione di tutti: tutti i cittadini possono fruirne, indipendentemente dal reddito, dall’età, dell’occupazione. E sono il luogo dell’incontro con lo straniero.

Nel XIX e XX secolo il movimento di emancipazione del lavoro, che nasce dalla solidarietà di fabbrica, si estende a tutta la città. Il governo della città non è più solo dei padroni dei mezzi di produzione: cresce la dialettica tra lavoro e capitale, nasce il welfare state. I luoghi del consumo comune si arricchiscono di nuove componenti: le scuole, gli ambulatori e gli ospedali, gli asili nido, gli impianti sportivi, i mercati di quartiere sono il frutto di lotte accanite, tenaci, nelle quali le organizzazioni della classe operaia gettano il loro peso.

L’emancipazione femminile accresce ancora il ruolo degli spazi pubblici destinati ad alleggerire il lavoro casalingo delle donne. In Italia è negli anno 60 del secolo scorso che, parallelamente al superamento al consistente ingresso delle donne nel mondo del lavoro della fabbrica e dell’ufficio, nasce una forte e vittoriosa tensione per ottenere, nei piani attraverso cui si organizza la città, spazi in quantità adeguate per le esigenze sociali dei cittadini

Non solo gli spazi pubblici, anche la residenza: la casa come servizio sociale

Nella città moderna anche l’abitazione diventa un problema che non può essere abbandonata alle soluzioni individuali. C’è (c’è sempre stata) l’esigenza di assicurare all’insieme degli interventi individuali e privati un disegno complessivo, delle regole certe, che contribuiscano a rendere la città qualcosa di diverso da un’accozzaglia di elementi dissonanti: a questo serve la regolamentazione urbanistica ed edilizia.

Ma questo non basta. Il prezzo dei terreni edificabili cresce senza tregua man mano che la città si estende, che aumentano le sue dotazioni di infrastrutture e servizi. L’aumento del valore dei suoli dipende dalle decisioni e dagli investimenti della collettività, ma in quasi tutti gli stati capitalisti esso (la rendita) va nelle tasche dei proprietari. Questo incide pesantemente sui prezzi delle costruzioni, in particolare delle abitazioni.

Nasce la necessità di governare il mercato delle abitazioni con interventi dello stato: case ad affitti moderati per i ceti meno ricchi, regolamentazione anche del mercato privato. Nascono vertenze nelle quali risuona lo slogan “la casa come servizio sociale”. Con questa parola d’ordine non si chiede che l’abitazione venga offerta gratuitamente a tutti i cittadini, ma che la questione delle abitazioni sia regolata da attori diversi dal mercato, incidendo sulla rendita e garantendo un equilibrio tra prezzo dell’alloggio e redditi delle famiglie.

LA CITTÀ COME BENE COMUNE
NELLA FASE ATTUALE DEL CAPITALISMO

Il primato dell’individuo sulla società

Oggi le cose stanno cambiando. Nei secoli appena passati sono accaduti eventi che hanno profondamente indebolito il carattere comune, collettivo della città. Si discute sulle cause del cambiamento. Ci si domanda perché hanno prevalso concezioni dell’uomo, dell’economia, della società che hanno condotto al primato dell’individuo sulla comunità, che hanno schiacciato l’uomo sulla sua dimensione economica (di strumento della produzione di merci), che hanno reso la politica serva dell’economia.

Le due componenti dell’uomo che ne caratterizzano l’individualità (quella privata, intima, e quella sociale, pubblica) avevano forse trovato un equilibrio, che si rifletteva nell’organizzazione della città: la vita si svolgeva nell’abitazione e nella piazza, nello spazio privato e in quello pubblico, senza barriere tra l’uno e l’altro. Oggi, con Richard Sennett, constatiamo con angoscia “il declino dell’uomo pubblico”. E nella città lo vediamo pienamente rappresntato.

E non trascuriamo le ragioni strutturali, a partire dal suolo urbano. Il suolo su cui la città era fondata era considerato patrimonio della collettività in molte regioni europee: il libro di Hans Bermpulli, La città e il suolo urbano, lo racconta in modo molto efficace. Nel XIX secolo, con il trionfo della borghesia capitalistica, in molti paesi dell’Europa è stato privatizzato. La speculazione sui terreni urbani ha portato a costruire sempre più edifici da vendere come abitazioni o come uffici, invece che servizi per tutta la cittadinanza, e a destinare sempre meno spazi agli usi collettivi.

Devastante è stata l’espansione della motorizzazione privata nelle aree densamente popolate, dove sarebbe stato preferibile adoperare mezzi di trasporto collettivi. Le automobili hanno cacciato i cittadini dalle piazze e dai marciapiedi.

Il bisogno dei cittadini di disporre di spazi comuni è stato strumentalmente utilizzato per aumentare artificiosamente il consumo di merci. Le aziende produttrici di merci sempre più opulente e meno utili hanno costruito degli spazi comuni artificiali: dei Mall o degli Outlet centers o altre forme di creazione di spazi chiusi: piazze e mercati finti, privatamente gestiti, frequentati da moltitudini di persone che, più che cittadini (quindi persone consapevoli della loro dignità e dei loro diritti) sono considerati clienti (quindi persone dotate di un buon portafoglio).

In Italia si è abbandonato ogni tentativo di ridurre il peso della rendita immobiliare. Si sono stretti legami forti tra rendita finanziaria e rendita immobiliare. Le grandi industrie (come la FIAT e la Pirelli) hanno dirottato i loro investimenti dall’industria alla speculazione immobiliare. Da oltre un decennio si è interrotto qualsiasi impegno dello Stato nel campo dell’edilizia sociale. Una proposta di legge presentata dai partiti che attualmente governato prevede addirittura di lasciare ai promotori immobiliari la realizzazione e gestione delle attrezzature pubbliche, e la stessa pianificazione urbanistica, che dovrebbe limitarsi ad accettare i progetti urbanistici presentati dalla proprietà immobiliare.

Tutto questo avviene nel quadro di una fortissima spinta verso le soluzioni individuali. Non solo si riduce il welfare state, ma si convincono i cittadini (attraverso il monopolio dell’informazione televisiva e l’onnipresenza della pubblicità) che raggiunge il benessere chi si arrangia per conto suo, calpestando le regole ed evitando di pacare le tasse. In Italia, negli ultimi venti anni, il declino dell’uomo pubblico è avvenuto in modo crescente.

Il modello della città del neoliberalismo

Come ha scritto Jean-François Tribillon, nel modello neoliberale
“- lo spazio urbano è costituito da mercati sovrapposti (i mercati dei suoli, degli alloggi, del lavoro, dei capitali, dei servizi …),scandito dai servizi collettivi (trasporti, polizia, sicurezza, amministrazione generale…) e dalla regolamentazione urbana;
- i gruppi sociali si collocano nello spazio urbano nei luoghi assegnati loro dalle dinamiche economico-sociali o dai processi di sfruttamento/oppressione di cui sono oggetto;
- lo spazio urbano è disseminato da attrezzature dell’economia globale: sedi delle grandi imprese, complessi alberghieri, centri congressi, banche internazionali…: questi feudi dell’economia globale costituiscono una città nella città, autonoma e dominatrice”.

Un potere sempre più concentrato e globalizzato risiede nei luoghi selezionati nelle città globali. I cittadini sono tendenzialmente ridotti a sudditi: il padrone è il Mercato, dove i forti schiacciano sistematicamente i deboli.

Il Mercato non deve essere disturbato: le regole sono un impaccio, devono essere ridotte al minimo: solo a far funzionare la città così come serve a chi comanda. La politica si riduce alla tecnicità disincarnata della gestione dell’esistente.

L’emarginazione, la segregazione, la rimozione diventano pratiche di pianificazione. I servizi collettivi sono finalizzati a garantire contro ogni tentativo di ribellione.

La distribuzione dell’informazione o organizzata per accrescere il consenso per il potere e per impedire che voci alternative possano farsi sentire.

Le conseguenze sociali

La realizzazione del modello neoliberalista, se arricchisce i ricchi, colpisce tutti quelli che ricchi non sono.

È colpito il lavoro dipendente, nelle fabbriche e negli uffici, dove il postfordismo ha dato luogo (come ha raccontato nella sua relazione Oscar Mancini) a un mercato del lavoro dove non solo i diritti, ma anche la condizione materiali dei lavoratori si sono fortemente indeboliti. Si riduce la sicurezza del lavoro, si riducono i salari, si riduce la solidarietà nel luogo del lavoro.

E’ colpita la condizione delle donne, cui le attrezzature e i servizi promossi dal welfare state urbano fornivano strumenti essenziali per ridurre il peso del lavoro casalingo: dagli asili nido alla scuola, dall’assistenza ai malati e agli anziani alla ricreazione e allo sport.

È colpita la condizione dei giovani, che in un mondo dominato dall’individualismo, dall’assenza di motivazioni ideali e di solidarietà, in una società che non dà alcuna certezza di futuro, in una città privata della presenza di spazi pubblici adeguati, sono abbandonati alle tentazioni della fuga da se stessi mediante la droga e l’alcool, la trasformazione dello stress e della depressione nel vandalismo e nella violenza.

È colpita la condizione degli anziani, ai quali da una parte è tolto lo spazio per comunicare ai giovani le proprie esperienze e il proprio sapere, e dall’altra parte patiscono di diventare un peso per la faiglia, alla cui assistenza sono costretti a ricorrere.

È colpita la condizione delle giovani coppie e di chi, per ragioni di lavoro, deve abbandonare la residenza originaria, ed è costretto dal mercato inmnmobiliare ad abitare in luoghi lontani dal posto di lavoro e a impiegare parte consistente del suo tempo in mezzi di trasporto spesso inadeguati.

Sono colpiti, il generale, tutti i cittadini, ai quali la società neoliberale toglie via via gli spazi di partecipazione consapevole al governo, privilegiando la governabilità sulla democrazia, l’accordo discreto con i potenti alla trasparenza delle procedure,

COME RESISTERE, COME REAGIRE

Tre direttrici d’azione

Per resistere, per reagire, per iniziare a preparare una città diversa da quella che il capitalismo dei nostri tempi ci prepara, dobbiamo orientare l’azione lungo tre direttrici:

1. dobbiamo lavorare sulle idee, sulla conoscenza, sulla consapevolezza delle persone: informazione e formazione del maggior numero possibile di cittadini;

2. dobbiamo sostenere, incoraggiare e promuovere azioni dal basso per difendere i beni comuni là dove sono minacciati e per conquistarne di nuovi;

3. dobbiamo individuare e proporre esempi positivi, che dimostrino che una città diversa è possibile, che il potere e la partecipazione dei cittadini ad esso possono essere adoperati per rendere migliore e più giusto l’ambiente della vita dell’uomo.

La città come bene comune è la concezione
che permette di soddisfare il diritto alla città

Il tema della “città come bene comune” deve essere proposto come il centro di una concezione giusta e positiva di una nuova urbanistica e di una nuova coesione sociale, e come obiettivo dei conflitti urbani. La “città come bene comune” è una città che si fa carico delle esigenze e dei bisogni di tutti i cittadini, a partire dai più deboli. È una città che assicura a tutti i cittadini un alloggio a un prezzo commisurato alla capacità di spesa di ciascuno. È una città che garantisce a tutti l’accessibilità facile e piacevole ai luoghi di lavoro e ai servizi collettivi.

È una città nella quale i servizi necessari (l’asilo nido e la scuola, l’ambulatorio e la biblioteca, gli impianti per lo sport e il verde pubblico, il mercato comunale e il luogo di culto) sono previsti in quantità e in localizzazione adeguate, sono aperti a tutti i cittadini indipendente dal loro reddito, etnia, cultura, età, condizione sociale, religione, appartenenza politica, e nella quale le piazze siano luogo d’incontro aperto a tutti i cittadini e i forestieri, libere dal traffico e vive in tutte le ore del giorno, sicure per i bambini, gli anziani, i malati, i deboli.

Ed è una città nella quale le scelte di governo sono condivise dai cittadini, in cui essi partecipano alla gestione del potere non solo nel momento dell’elezione ma in ogni momento significativo delle scelte. Devono essere garantiti la trasparenza del processo delle decisioni sulla città e sul suo funzionamento, e la possibilità dei cittadini a esprimersi e ad avere risposte alle loro proposte. Tutto ciò richiede ai cittadini di imparare a conoscere gli obiettivi, gli strumenti, le procedure, le risorse mediante cui si agisce nella città: quelli che sanno (i tecnici, i sapienti) devono impegnarsi a fornire le loro conoscenze liberamente.

Realizzare e far funzionare una simile città è l’unico modo per realizzare, per tutti, il diritto alla città, nei due aspetti dell’appropriazione dell’uso della città (valore d’uso e non valore di scambio), e di partecipazione piena al suo governo.

Regole chiare, trasparenti, condivise
Controllo dell’uso del suolo e delle urbanizzazioni

La prima condizione perché ciò possa avvenire è che le trasformazioni della città (sia quelle che comportano opere sia quelle che si verificano solo con cambi d’uso e di proprietà) avvengano sulla base di regole chiare, definite in modo trasparente, applicate senza deroghe e favoritismi. Esse devono essere definite con la condivisione della maggioranza degli abitanti, i quali devono intervenire in quanto cittadini e non in quanto proprietari di terreno o di edifici.

La seconda condizione è che il governo cittadino abbia il pieno controllo sull’uso del suolo, delle urbanizzazioni, del loro uso, e che possa impiegare gli incrementi di valore degli immobili, derivanti dalle decisioni e dagli investimenti della collettività, alla realizzazione e al funzionamento delle opere che servono a tutti i cittadini.

Il governo pubblico delle trasformazioni del territorio, la pianificazione urbanistica, è il momento di sintesi della lotta per il diritto alla città e per la costruzione della città come bene comune.

Un punto di partenza

Per iniziare la costruzione di una città più giusta occorre combattere a partire dalle esigenze più sentite dalla popolazione: la difesa degli spazi pubblici minacciati dalla privatizzazione e dall’abbandono del welfare, la conquista o la difesa di un alloggio a prezzi compatibili con il reddito, la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale sono già l’argomento di molte lotte nella città e nel territorio. Occorre appoggiare, incoraggiare e promuovere le iniziative, aiutarle a mettersi in rete, a condividere obiettivi e strumenti.

In tutte le città d’Europa sono nati movimenti, associazioni, comitati che rivendicano una maggiore quantità e qualità di spazi comuni per rendere la città vivibile. Anche negli stessi Stati Uniti d’America si sono manifestate tendenze culturali e sociali per contrastare le conseguenze degli eccessi dell’individualismo. In molte città europee i fenomeni di degrado degli spazi comuni sono stati contrastati realizzando ampie zone pedonali, limitando il traffico automobilistico nelle città, sviluppando il trasporto collettivo, le piste ciclabili, i percorsi pedonali. Dove ciò non è accaduto la vita è diventata molto difficile soprattutto per le persone più deboli: i bambini, gli anziani, le donne.

Da questo insieme di esperienze nascono proposte interessanti sui requisiti che devono caratterizzate spazi pubblici vivibili: per il loro disegno e la loro forma, la loro connessione con la città e con il quartiere, le funzioni in essa ospitate (le più molteplici e varie, e prevalentemente finalizzate all’uso comune), sulle comodità e sugli arredi.

Le iniziative e le vertenze devono essere utilizzate non solo in vista dei loro obiettivi concreti e immediati. Esse devono aiutare a far crescere la consapevolezza del diritto alla città e della necessità e possibilità di concepire e realizzare la città come un bene comune.
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Cagliari domenica di Carnevale

Discuss cagliari SPIGOLATURE DOMENICALI
“Fortitudo totius insulae”(Coraggio di tutta l’isola)
“Cagliari insulae decor” (Cagliari bellezza dell’isola)
“Insulae clavis et portus” (Chiave e porto dell’isola)*.

Fonte: Ufficio Stampa del Comune di Cagliari http://www.ufficiostampacagliari.it/reportage.php?pagina=36&sottopagina=160
Queste scritte celebrative sui frontoni del palazzo civico di Cagliari sono molto belle, a prescindere dai momenti nella storia dell’isola che vogliono rievocare. Sono motti che ben esprimono la nostra Cagliari Città Capitale per il suo ruolo in Sardegna e per la Sardegna.

Clavis et Robur Cagliari*Per la precisione: l’ultimo motto è CLAVIS et ROBUR (chiave e fortezza). Abbiamo segnalato da tempo l’errore nelle pubblicazioni del Comune, per una opportuna correzione, ma fino ad ora senza esito.
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Ca 26 feb 17

Segnaliamo un antico libro dove sono riportate tutte le felici definizione di Cagliari:
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https://books.google.it/books?id=0qBXAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false

S’avolotu

savolutu Piero Mar- La pagina fb dell’evento.

Impegnati per il NO

Renzi come l’avv. Marche?
democraziaoggiFrancesco Cocco su Democraziaoggi.

NO NO NOOOForse qualche anziano ricorda l’avvocato Marche. I suoi esilaranti comizi in Piazza Yenne, a Cagliari, non possono essere facilmente dimenticati anche se sono passati 70 anni, quanti appunto ne ha la Costituzione repubblicana che si vuol rottamare. Era la seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso. Nel 46 si discuteva di “repubblica o monarchia”, poi nel ‘48 “del pericolo dei cosacchi in Piazza San Pietro”. Nelle mia memoria sono ancora nitide le immagini di una folla oggi impensabile presente ai comizi di De Gasperi, Togliatti, Nenni. Ma nella mia mente di fanciullo più che la partecipazione ai discorsi di quei grandi leaders politici si è impresso il ricordo del comizio dell’avvocato Marche. - segue -

Memorie

CIs 21 9 16
- Tutte le informazioni sul sito AserviceStudio.
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Il patrimonio documentario del Credito Industriale Sardo, con il recente conferimento all’Archivio di Stato di Cagliari, è ora a disposizione della comunità per fini di studio, di ricerca, di conoscenza e di comunicazione a supporto di progetti di sviluppo locale.
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Riparliamo di Santa Igia

Santa Igia Libro 3-5 nov 1983Nell’incontro su San Giorgio Vescovo, tenutosi lunedì scorso nel contesto della Festa patronale di Sant’Anna del quartiere Stampace, il prof. Marco Cadinu ha parlato della Cagliari medievale e, in particolare, della relazione tra l’antica città giudicale di Santa Igia e la città pisana con i suoi quartieri, primo tra tutti Stampace. All’epoca in cui visse San Giorgio (anno 1000 e succ.) Stampace non esisteva come quartiere ben definito (i pisani si stabiliscono dal 1200 in poi) anche se dovevano esistere abitazioni probabilmente in continuità con la vicina città giudicale. Tanto è che Marco proponeva San Giorgio di Santa Igia, come nativo e in qualche modo precursore di quello che sarebbe più tardi diventato il quartiere di Stampace. Che i primi abitanti di quella parte di territorio che poi sarebbe diventata “Stampace” provenissero proprio da Santa Igia o comunque fossero in rapporto diretto con essa è un’ipotesi suggestiva, da approfondire in tutti i diversi aspetti con l’aiuto degli esperti (Università in primis). Ovviamente queste argomentazioni richiamano la necessità di approfondire tutta la vicenda della città giudicale e del suo periodo, allo stato poco studiato o perlomeno approfondito in studi sconosciuti ai più. Bisogna riprendere in mano la questione, sicuramente con la complessità che in poche parole delineò il compianto Ferruccio Barreca, come più avanti raccontiamo.
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Una legge speciale della Regione Autonoma della Sardegna per finanziare le ricerche sulla città giudicale di Santa Igia.
Dal 3 al 5 novembre 1983 si tenne a Cagliari un convegno di studi su “Santa Igia, Capitale giudicale”, promosso dall’Università di Cagliari (Istituto di Storia Mediolevale) e sponsorizzato dal CIS e dalla SIACA (gli atti furono raccolti in un volume, curato da Barbara Fois, del quale riproduciamo la copertina). Tra i molti studiosi e personaggi politici, partecipò Ferruccio Barreca (per vent’anni fu Soprintendente ai Beni Archeologici per le Province di Cagliari e Oristano, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e docente di archeologia fenicio-punica nell’Università di Cagliari), con un breve intervento di cui pubblichiamo la conclusione, con un’interessante proposta, che vale la pena rilanciare oggi.
santa Igia F Barraca

Su sindigu

su sindigu Bacaredda 1
- i moti del maggio 1906.
- L’edizione 2015 dell’Atlante demografico di Cagliari.

Caro Sindaco ti scrivo

Cagliari da colle san michele 7 7 16(…) La Cagliari d’oggi (…) Soprattutto richiede l’elaborazione di una nuova cultura. Che contenga in sé dei concetti assai più vasti di quelli fisico-spaziali assai cari a certi urbanisti o di quelli tecnico-funzionali di taluni ingegneri fanatici della mobilità lenta. Perché la Città di questo nuovo secolo è ben altra cosa che un insieme ben ordinato di metri-cubi o di invitanti rotonde: ha soprattutto bisogno d’essere sempre più civitas che solo urbs, come ha sostenuto autorevolmente Bernardo Secchi; è prima di tutto una comunità di famiglie, di uomini e donne che la vivono o la usano. A cui occorre saper dare un ordinamento urbano, fisico e virtuale, che sia rispettoso delle esigenze d’una modalità di vita che non è più quella di mezzo secolo or sono. (…)
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Sindaco Zedda, auguri. Ma ora dovete progettare la Città Nuova
di Paolo Fadda, su SardiniaPost, 10 luglio 2016 (Pronto intervento)

Paolo Fadda sulla cittàCredo sia molto giusto che tutti i cagliaritani accolgano la seconda amministrazione cagliaritana guidata dal riconfermato Sindaco Massimo Zedda. con un cordiale e sentito augurio di buon lavoro. Perché riesca a ridare alla città quella dignità di ruolo e quelle capacità di guida che indubbiamente dovrebbe possedere, come città capoluogo dell’isola dei sardi. Perché di problemi aperti, anche assai importanti, si stima che in città ce ne siano parecchi.

Si è infatti dell’avviso che Cagliari stia attraversando un periodo “grigio”, decisamente anodino, ed abbia quindi bisogno di ritrovare vigore, di riprendersi il suo ruolo di capitale a cui spetta il compito istituzionale di dover tracciare ed aprire la strada dell’isola verso il progresso.

Infatti, specie in questi ultimi tempi, è parsa una città demotivata, rimasta impaurita, smarrita e disarmata di fronte alle tante invidiose accuse che le sono state via via addebitate da ogni dove e per ogni pur minima causa (il cagliaricentrismo è divenuto, infatti, quasi un mantra da Palau a Calasetta). Di fronte a questi addebiti è parsa disorientata ed avvilita, incapace d’ogni reazione di fronte all’accusa d’essere il colpevole “untore” delle tante infezioni pestifere (nell’economia come nel sociale) di cui l’isola ne soffriva le pene. Non capendo, o non sapendo capire, che quelle accuse erano rivolte al suo mostrarsi più capitale parassitaria che autrice e propugnatrice di progresso.
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Oggi 29 giugno: il giorno dei Santi Pietro e Paolo, giusto per ricordare che occorre restaurare un’antica chiesa cagliaritana (Sancti Petri de Piscatori)

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- La chiesa di San Pietro dei pescatori, a Cagliari, in viale Trieste.SS Pietro e Paolo 2016
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lampada aladin micromicroAPPELLO AL COMUNE e al GREMIO DEI PESCATORI:
lo riproponiamo perché la situazione rispetto a un anno fa si è aggravata, tanto che la chiesa è allo stato inagibile. Nel mentre il supermercato ha chiuso…
SAN PIETRO DEI PESCATORI: APPELLO AL COMUNE del 2015
di Alessandro Zorco -agosto 11, 2015
Il Comune di Cagliari acquisti l’area davanti alla Chiesa di San Pietro dei Pescatori in viale Trieste e vincoli quell’area destinandola ad una piazza con giardino fruibile dai cagliaritani. La proposta è stata lanciata al sindaco di Cagliari Massimo Zedda dal segretario della Confederazione sindacale sarda Giacomo Meloni che sul suo profilo facebook ha reso noto che il supermercato che attualmente sta in viale Trieste 98 starebbe per chiudere. “Probabilmente, scavando attorno all’abside della Chiesa, si potrebbero trovare antiche tombe – afferma Meloni -. Ma soprattutto Cagliari avrebbe un nuovo spazio da ammirare e godere”.

LA CHIESA DI SAN PIETRO DEI PESCATORI
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Perché bisogna tutelare il nucleo residenziale di Is Mirrionis (con l’edificio ex Scuola Popolare) progettato da Maurizio Sacripanti

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lampadadialadmicromicro1di Franco Meloni

Dalla ricerca di Antonella Sanna su “Il nucleo edilizio Is Mirrionis (1953-56)” riportata nel Itaca loghettovolume “L’architettura Ina Casa 1949-1963″ Cangemi Editore (fatta ripubblicare dal prof. Enrico Corti per i corsi del Progetto Itaca), risulta, tra l’altro: “Sacripanti [progettista dell'interno nucleo edilizio] colloca tipologie residenziali dimensionalmente molto differenziate… intorno ad uno spazio pubblico centrale… sul quale si affaccia il basso edificio del centro sociale, progettato dallo stesso architetto…” Ora è noto che Maurizio Sacripanti è stato un grande architetto italiano che ha progettato opere di grandissimo rilievo (a Cagliari, per esempio, oltre che il nucleo del quartiere di Is Mirrionis, poi realizzato, il Teatro Lirico, con un progetto di grandissimo interesse che però non vinse l’apposito concorso) e, seppure l’ex Centro sociale possa essere considerata “un’opera minore” – in verità all’interno di una più complessa e originale realizzazione – mi chiedo se potremmo richiederne la tutela come opera da salvaguardare, chiedendone il ripristino secondo il progetto originario di Sacripanti. E’ evidente che si potrebbe estendere la tutela a tutto il nucleo residenziale. Non abbiamo la competenza per approfondire gli aspetti giuridici della questione, altri nostri amici esperti lo faranno per e insieme a noi, ma deve essere chiaro che a noi interessa la sostanza, cioè il ricupero della memoria storica della vita di una comunità e, in questa vita, crediamo che la Scuola Popolare abbia avuto una sua parte significativa, posto che ancora se ne parla. Non sfugga che questa impostazione corrisponde a quanto propone e fa Renzo Piano con il suo Programma di ricucitura delle periferie. Praticamente (e riduttivamente e, se volete, strumentalmente) è un’idea che potrebbe contribuire positivamente alla nostra vertenza di ricupero del manufatto per scopi sociali, in primis scuola popolare per il quartiere e per la città.
- Di seguito un altro pezzo tratto dal saggio citato di Antonella Sanna.
SP A MONU APERTI 2016
Lo spazio pubblico attrezzato
La peculiarità del nucleo residenziale di Sacripanti consiste in misura rilevante dell’importanza attribuita agli spazi esterni, considerati una naturale prosecuzione dell’alloggio allo scopo di favorire la vita all’aperto e la socializzazione degli abitanti, con un rapporto tra superficie coperta ed area totale inferiore a 1/3. Pur nell’esigua estensione del quartiere, si prevedono ben quattro zone destinate al gioco dei bambini, un “giardino per sostare” ed addirittura un “bosco”. Se a quanto elencato si aggiunge il sistema centrale con la piccola piazza l’edificio del centro sociale, il portico, l’autorimessa ed il distributore di benzina, appare chiaro quanta importanza venisse attribuita ai servizi quale necessario completamento alla residenza. In realtà, non tutto il progetto fu realizzato, ma nonostante ciò le foto d’epoca mostrano chiaramente quale fosse la qualità della piazza centrale che il trascorrere del tempo e gli interventi recenti hanno in parte snaturato. Nell’ambito di un progetto di ristrutturazione è stato eliminato il portico in cemento armato e all’essenziale disegno geometrico originale se ne è sostituito un altro eccessivamente complesso e frammentato. L’abbandono del centro sociale, conseguente alla perdita delle sue funzioni di asilo infantile e di sede delle assistenti sociali, ne ha provocato poi il rapido degrado.

Tutela artistica e culturale sull’edificio che ospitò la Scuola Popolare dei Lavoratori di Is Mirrionis

SP A MONU APERTI 2016INA-CASADalla ricerca di Antonella Sanna su “Il nucleo edilizio Is Mirrionis (1953-56)” riportata nel Itaca loghettovolume “L’architettura Ina Casa 1949-1963″ Cangemi Editore (fatta ripubblicare dal prof. Enrico Corti per i corsi del Progetto Itaca), risulta, tra l’altro: “Sacripanti [progettista dell'interno nucleo edilizio] colloca tipologie residenziali dimensionalmente molto differenziate… intorno ad uno spazio pubblico centrale… sul quale si affaccia il basso edificio del centro sociale, progettato dallo stesso architetto…” Ora è noto che Maurizio Sacripanti è stato un grande architetto italiano che ha progettato opere di grandissimo rilievo (a Cagliari, per esempio, oltre che il nucleo del quartiere di Is Mirrionis, il Teatro Lirico) e, seppure l’ex Centro sociale possa essere considerata “un’opera minore” – in verità all’interno di una più complessa e originale realizzazione – mi chiedo se potremmo richiederne la tutela come opera da salvaguardare, rimpristinadola secondo il progetto originario di Sacripanti. E’ un’idea che potrebbe contribuire alla nostra vertenza di ricupero del manufatto per scopi sociali, in primis scuola popolare per il quartiere e per la città (Franco Meloni).

PASSEGGIATA CAGLIARITANA

Cagliari Canelles 1972
di Piero Marcialis
Vado al Poetto. A passeggiare. Coi disoccupati e i pensionati.
Che bella passeggiata, da Marina Piccola verso Quartu.
Tutto ben asfaltato e ordinato il percorso, coi bar tutti uguali.
A destra una volta c’era la spiaggia colle alte dune, adesso, dopo solo due giorni di pioggia, la spiaggia sembra una laguna.
Dicono che con le canne le dune riappariranno.
Di canne non me ne intendo, ma penso “chissà quante canne ci vogliono per vedere apparire tante belle alte dune…”
Vado avanti e arrivo all’ex-Ospedale Marino, un rudere ormai, monumento perenne dell’insipienza politica nostrana.
Di fronte, a sinistra, l’ippodromo. E’ chiuso. Strano per una città che vuol essere di richiamo turistico…
Più oltre immagino le saline, sono chiuse, e Molentargius coi suoi fenicotteri rosa, sa genti arrubia… Penso a tante cose, a progetti che richiedono coraggio e immaginazione politica. Mah…!
Sono stanco e prendo l’autobus. Nel centro tanti cantieri aperti per migliorare l’aspetto della città, alcuni hanno finito. Che bellezza! Poi arrivo alle periferie trascurate, senza bei marciapiedi, senza strade lisce asfaltate, senza giardinetti ben curati, senza lavoro, senza niente. Gente che non ha neppure casa, dorme in macchina.
Che desolazione! Vado via e vedo tante belle zone verdi, viale Buoncammino, c’era il carcere… Tante chiacchiere su cosa se ne doveva fare di questa grande struttura che non è più prigione, sarebbe tornata al popolo, alla cultura, invece no, chissà perchè!
Tanti bei spazi verdi, vanto dei sindaci che si sono succeduti negli anni del dopoguerra. C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole?
Forse nella selva dell’orto dei cappuccini…
Cinque anni fa ho sfilato per le strade di Cagliari, si gridava “Ora tocca a noi!”, “Meglio di prima non ci basta!”
Ora c’è silenzio, lo scontro è finito, siamo silenziosi, dietro a una sinistra evanescente, poco ambientalista, poco libertaria.
Passeggiamo. Più o meno come prima è bastato? Non a me.

Avviata con successo l’attività della nuova associazione culturale Stampaxi

Sabato 16 aprile 2016, nel saloncino parrocchiale di Sant’Anna un pubblico attento di cento persone.
Stampaxi 16 4 2016 fabbriche1 foto GRuggeriLa pagina fb dell’associazione. La prossima iniziativa sabato 23 aprile 2016 alle 18.30.

Il presente ha un cuore antico. Vale anche per Cagliari

panorama-castello-da-bonariaUna rivoluzione urbana per Cagliari*
di Francesco Cocco
Ca 18 3 16 compendioCredo siano maturi i tempi per pensare realisticamente ad un programma che miri a rendere il capoluogo sardo una città più efficiente, ordinata e civile. E’ questo un obiettivo al quale pensare in una prospettiva non campanilistica perché riguarda tutta l’Isola.
Per comprendere su quali linee occorre muoversi, bisogna risalire alla città a cavallo tra ottocento e novecento, quando si attua una vera rivoluzione antropologica. Nasce una borghesia mercantile ed industriale. E’ la Cagliari di Salvatore Rossi, impegnato negli interventi edilizi, in un embrionale industria tessile e nella fondazione di istituti di credito. E’ la Cagliari dove s’impiantano le prime aziende metallurgiche: le fonderie dei Chicca-Savolini, dei Doglio che consentono di soddisfare ampiamente il mercato sardo. In questo periodo nasce l’industria molitoria con la filiera dei pastifici che Luigi Merello ftproducono sia per il mercato isolano che per l’esportazione. Sono le industrie molitorie dei Merello, dei Costa, dei Fagioli.
La borghesia a cavallo tra Ottocento e Novecento si era posta il problema del ruolo della città proiettata verso l’Africa con una forte presenza sarda in Tunisia ed Algeria. E’ significativo che a Cagliari, agli inizi del Novecento, si pubblichi un periodico in lingua araba. Anche la forma urbana della città è nelle preoccupazioni della borghesia cagliaritana. Ottone Bacaredda, al di là di certa vulgata che schematicamente lo pone su posizioni antipopolari, proietta la città verso il mare (nuovo municipio), le dà decoro urbano (la Cagliari monumentale del centro storico), pensa a soluzioni allora avveniristiche (il tunnel sotto Castello).
I moti del maggio 1906 sono il fatto storico che, accanto al conquistato ruolo mercantile ed industriale, sanziona la funzione-guida della città agli inizi del Novecento. Essa è diventata un centro urbano con una significativa presenza operaia, soprattutto nel settore metalmeccanico con oltre 500 addetti. Al censimento del 1911, oltre il 25% della popolazione attiva risulta addetto ad attività industriali. Stiamo parlando di una popolazione complessiva di 40.000 abitanti.
Nel Secondo dopoguerra muta profondamente lo spirito della borghesia cagliaritana. Sbaglieremmo a pensare semplicisticamente che il degrado della classe economica e politica cagliaritana cambi per un fatto meramente di ordine politico e culturale. Certo c’è anche questo, ma soprattutto agisce il nascere della grande industria che azzera lentamente i possibili e talvolta floridi mercati regionali. - segue -