Castigat ridendo mores

L’ alato paradigma

Ministero TrastevereFiammate di futurismo al palazzaccio di Trastevere. Desse per caso ebbrezza aver finestre sopra cupole romane?
di Gigi Monello

Il fatto: lo scorso Dicembre, finite le spossanti nottate della 107, il capo-segreteria tecnica della ministra, emette seguente cogitativo, “Stiamo facendo una follia, una lucida follia (…). Il momento per fare il cambio di paradigma è questo: ora o mai più. Non si parte mai quando si è pronti al 100%, perché altrimenti non si fa mai nulla”. Pare D’Annunzio in partenza per Vienna. È invece Luccisano, 33 anni, laurea in Scienze internazionali e diplomatiche, specialista in “innovazione”, esperienze al Ministero degli esteri, ENEL e Confindustria. Insomma, un predestinato. Sta parlando di uno dei pilastri della “buona scuola”, la cosiddetta alternanza scuola-lavoro. La macchina è pronta, indietro non si torna; i risultati arriveranno; in Campania, ad esempio, dove 13 istituti superiori – mille alunni – si apposteranno attorno all’area archeologica di Pompei: quelli dell’Agrario cureranno il verde; i liceali compileranno cataloghi digitali e assisteranno turisti.
Chissà a cosa mai potrà servire ad un futuro ingegnere, avvocato o urologo, aver catalogato antichità e accompagnato turisti. Mistero. Ma son dubbi da semplicioni. Ciò che importa è innovare.
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angolo dell’umorismo

fp e ppDialogo immaginario. Protagonisti Francesco Pigliaru presidente della Regione e Paola Piras commissaria straordinaria della Camera di Commercio di Cagliari. Il presidente incrocia la commissaria nei corridoi della Regione e visibilmente alterato le dice: “Paola, ma che cazzo stai combinando in Camera di commercio?” La commissaria intimidita e contrariata: “Perché Francesco, cosa ho fatto di male?”. Francesco: “Hai chiuso il Laboratorio chimico-merceologico della Sardegna! E ora vorresti addiritura chiudere la Fiera di Cagliari!”. “Ma Francesco ho dovuto farlo per il Laboratorio e sarò costretta a farlo anche per la Fiera per almeno due motivi: 1) perché la gestione politica di vertice era o è fatta da incompetenti e 2) costano veramente troppo rispetto ai rispettivi risultati”. “Ma, allora” – chiosa il presidente, nel mentre calmatosi: “Con questo ragionamento dovremmo chiudere anche la Regione!”.
Il dialogo è davvero immaginario. Ogni commento purché non sia troppo serio è autorizzato!

Della città di Cagliari. Notizie compendiose sacre e profane

AladinDibattito-CA_2_2Cagliari ha bisogno di una Ricostruzione, di sgomberare le macerie di un’epoca finita… Il Comune può fare molto, se chi lo governa avrà il coraggio di ridefinire lo spazio cittadino, renderlo accogliente superando l’apparenza dell’asfalto e dei giardinetti. Spostando risorse e competenze, cambiando il modo di stare nei consigli di amministrazione, trasformando la burocrazia da ostacolo a motore. Per farlo non occorrono trentacinque liste civiche, o accordi politici pasticciati come quello tra un sindaco espresso da un partito morto ma sponsorizzato di mala voglia da un altro agonizzante, né rivoluzionari dell’ultimo minuto, banderuole complici del disastro. Occorrono i Cagliaritani e la loro voglia.
Della città di Cagliari
Mani morte sulla città

di Gian Franco Bitti

L’Onorevole Giorgio Oppi, ricoverato d’urgenza, si sincerava angosciato del Primario chiamato ad operarlo: in quel posto poteva averlo messo lui.
Giravano, allora come oggi, storielle come questa a marcare il rapporto tra i sardi ed i loro politici, simili a quelle in voga nell’Unione Sovietica di Breznev.
L’amara rassegnazione per una terra dove i Primari ospedalieri sono raramente i migliori nella loro specialità, i Docenti universitari quasi mai i più preparati, notabili che hanno poca frequentazione sia con le Muse che con i libri contabili governano l’Ente Lirico o il consorzio industriale. Enti chiamati a gestire servizi pubblici essenziali sono in mano a persone scelte in base a criteri non misteriosi, ma certamente inefficaci, visti i conti fallimentari ripianati dall’Erario o dai cittadini.
Ecco che il principale esperto di sanità in Sardegna che ho citato all’inizio, e che venne efficacemente curato (lo cito con molto rispetto: è stato per lustri l’unico che capiva di politica applicata al carattere dei sardi) proviene dalla Geologia, alla Fondazione del Banco dispone un Ingegnere, mentre il nostro porto, erede di vari millenni di storia di traffici, commerci, logistica e dazi, camalli e bastimenti, dovrebbe aver giovato delle amorevoli cure di un apprezzato Pediatra e, più recentemente, di un eminente Radiologo.
In qualsiasi professione redditizia (compreso il giornalismo, ma nella forma stipendiata) i cognomi che risuonano in città sono sempre gli stessi a danno della qualità del servizio: si può ereditare la clientela, il ruolo, il nome, ma non sempre le capacità, il talento. Ci sono naturalmente le eccezioni: un ambiente familiare colto, benestante e di buone frequentazioni, se hai delle doti, aiuta. Ma sono, appunto, eccezioni, in una città invecchiata precocemente dove l’ascensore sociale si è fermato.
Un tempo la Sinistra era egualitaria, e la Destra meritocratica. Oggi sono diventate entrambi ecumenicamente elitarie.
Un nuovo, vecchissimo Partito Unico dove le capacità professionali seguono a grande distanza la fedeltà al Sultano locale, unico sponsor capace di promuovere una carriera nella pubblica amministrazione e nelle sue ramificazioni, di trovare finanziamenti e una burocrazia che collabora e ti accompagna nella tua impresa, che sia umana, professionale, commerciale o intellettuale. A casa mia si chiama corruzione.
Questo avveniva anche in passato, ma credevamo di potercelo permettere.
Corruzione e nepotismo bloccano la mobilità sociale.
Un meccanismo naturale che seleziona i talenti in un contesto competitivo, li attrae, mette in moto la voglia di imporre idee nuove, di dargli gambe per correre. E poi i conti: la spesa pubblica si contrae, e un sistema inefficiente chiede ai Cagliaritani più soldi per avere in cambio servizi peggiori (se non bastano gli esempi della gestione dei rifiuti e della sanità ne ho in serbo un elenco lungo).
Ecco perchè gli studenti, i giovani imprenditori o professionisti di talento, appena possono, scappano. La prospettiva di un precariato a vita, della perdita della dignità, del ricorso continuo alla famiglia li spinge ad abbandonare affetti e territorio, entrambi amati.
E sono tanti, magari provenienti a Cagliari dal resto della Sardegna per studiare e tentare la sorte tra mille difficoltà. Una città che si rivela matrigna e poco interessata a fornirgli opportunità già da subito.
Ecco alcune delle ragioni del declino di una città che soffoca l’innovazione, frustra il talento e fiacca la voglia.
Cagliari Città Capitale vuole cominciare a mettere mano a questo disastro partendo da un cambio radicale di registro: un codice etico rigoroso, un ricambio generazionale, un disegno politico chiaro e una prospettiva di autogoverno vero, che punta oggi alla Città e domani alla Regione.
La attuale amministrazione comunale avrebbe potuto, almeno nelle nomine che spettano al Comune, stabilire un criterio nuovo anche sbattendo porte, magari denunciando abusi e sprechi. Invece, se si esclude la pessima figura rimediata nel caso dell’Ente lirico, si è adagiato alla logica spartitoria di sempre, aggiungendo un commensale in più.
Il Comune può fare molto, se chi lo governa avrà il coraggio di ridefinire lo spazio cittadino, renderlo accogliente superando l’apparenza dell’asfalto e dei giardinetti. Spostando risorse e competenze, cambiando il modo di stare nei consigli di amministrazione, trasformando la burocrazia da ostacolo a motore.
Per farlo non occorrono trentacinque liste civiche, o accordi politici pasticciati come quello tra un sindaco espresso da un partito morto ma sponsorizzato di mala voglia da un altro agonizzante, né rivoluzionari dell’ultimo minuto, banderuole complici del disastro.
Occorrono i Cagliaritani e la loro voglia
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L’amministrazione della “Razza Mandrona”

– Malgrado la sua Grande Bellezza, Cagliari è una città incapace di attrarre talenti.

Dal dopoguerra in poi, grazie alla nascita della Regione Autonoma, del boom economico, della industrializzazione, dell’Università, dei commerci, ha richiamato ed accolto a braccia aperte talenti da tutta l’Isola.

Alla fine degli anni 70’ era ancora una città in crescita, ricca di opportunità per chi aveva voglia di impegnarsi nelle arti, nelle professioni, nel commercio.

Poi la città si è persa, preda di una classe politica provinciale, gretta ed incapace di iniziativa, più divisa e sempre meno autorevole: la fine della stagione autonomista, del sogno industriale, la lentezza nel trasformarsi in una città dedita al terziario, hanno schiacciato gli slanci degli innovatori in un angolo.

Vent’anni di governo della destra hanno fatto il resto, distruggendo il tessuto sociale con la pratica caritatevole e clientelare nei quartieri popolari, il sostanziale blocco nell’accesso alle professioni, l’eccessiva apertura ai centri commerciali (occasione di speculazione edilizia piuttosto che di innovazione distributiva). I figli della buona borghesia cagliaritana si sono rammolliti, e gli emergenti si sono accontentati e chiusi a riccio, in una cultura clientelare egoista e miope.

Infine la novità e le speranze suscitate dal Sindaco Zedda.

Zedda vinse contro un competitore fighetto e incolore, è stato votato dai Cagliaritani disperati per il sacco indecente della città, spinta al declino dalle politiche di rapina e manomorta della destra.

Ma il cambiamento promesso dagli slogan elettorali, e sognato dalla buona e ingenua sinistra dei Cagliaritani non c’è stato.

Rifiuti e Abbanoa, Ente lirico, Capitale Europea della Cultura, crisi economica ed abitativa, spopolamento, ecco i buchi neri in cui si è persa l’amministrazione Zedda. Abbiamo le piazze ed il lungomare del Poetto rifatti a nuovo, grazie a un Sindaco che ha scimmiottato Mariano Delogu e le sue politiche pilatesche e asfaltatrici, senza però averne il carisma.

La giunta del Mojito, degli hipsters e dei lounge bar, di una cagliaritanità autocompiacente e provinciale, dei festival letterari in una città che non legge, ha sostituito quelle degli oreris da Tennis Club, dei circoli imprenditoriali nati dai soldi facili della regione e delle banche amiche, ma non è stata capace di una vera svolta: hanno vinto ancora le prassi municipali di una burocrazia soffocante e matrigna, l’indolenza davanti ai drammi della crisi economica, che ha svuotato le vetrine dei negozi del centro e immiserito le periferie, di una Cagliari che allontana le competenze e le energie giovanili, che si svuota inesorabilmente di abitanti e di senso.

Siamo di fronte all’assenza di un disegno politico e, in fondo, del desiderio di averlo. Intanto la città si è spaccata: un centro nel quale le professioni languono per mancanza di ricambio, una borghesia del commercio e delle arti impoverita dalla crisi, i quartieri popolari assediati dalla miseria, una università che perde iscritti e prestigio e non è in grado di promettere più nulla.

“Ora tocca a noi”, recitava lo slogan di Zedda, e infatti è toccato a loro, che si sono dimenticati di una città che aveva bisogno di una nuova direzione politica.

L’amministrazione comunale si è persa nella rude lotta di sottogoverno scambiandola per Politica, ha evitato il confronto con le associazioni, i quartieri, i comitati, le categorie, i sindacati, chiudendosi in una prassi burocratica/amministrativa che elimina il rischio, la fatica, il lavoro: una nuova Razza Mandrona, appunto.

Cagliari ha bisogno di una Ricostruzione, di sgomberare le macerie di un’epoca finita, quella del sogno industriale, della crescita e dello spreco, dei soldi facili dalla politica, e di gettarsi come nel dopoguerra, proiettandosi in avanti condividendo scopi e speranze con i suoi abitanti: per farlo ha bisogno di ricostruire il legame solidale tra i quartieri, il rapporto tra la Città, il mare e gli stagni che la circondano, tra la Città e la Sardegna, che tante intelligenze, culture e risorse le ha dato, tra la Città e il suo hinterland, che si riversa quotidianamente al suo interno. E in questo destino riscoprire i valori di solidarietà e condivisione per ricreare una città accogliente e vivace.

Non è certo la Sardegna degli speculatori edilizi e sanitari di Cappellacci e Floris, o dei soliti finti imprenditori-sponsor di Pigliaru, che ci tirerà fuori dal pantano, ma lo sarà la capacità dei Sardi e dei Cagliaritani di essere prima di tutto coscienti del disastro, delle macerie, e poi di rimboccarsi le maniche.

Tutte le ricostruzioni sono faticose, e piene di insidie ed errori, ma non si affidano ai mandroni.

Quelli hanno fallito, trascinandoci verso il declino e la smemoratezza.
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*Gianfranco Bitti, esponente di Cagliari Città Capitale

stemma cagliari

La “buona scuola”: se questo è il nuovo buono che avanza (!)

L’oro di Trastevere
di Gigi Monello, docente
oro di T di Gigi MonelloPare che in certe stanze, per settimane poco si sia smorzato il lume. Si riformava. Trastevere Boys, li hanno chiamati. Onde evitar angustie e timidezze, li han voluti giovani, “digitali”, creativi, non specialisti. Tra brochure, foto-ricordo, eccitazione e tramezzini, hanno rifatto il mondo. Riempie, rifare il mondo a 40 anni. A Luglio, missione compiuta. “È stato bello…ragazzi”. Non possiamo non immaginare meritate spiagge, relax e ombrelloni…
“La vedo stressata…lei di che si occupa?”.
“Sistemi educativi…sa…riforma della scuola”.
“Nun me dica…”.

Assodato che i discorsi difficili su temi complicati sono la prosecuzione dell’onanismo con altri mezzi, senza dubbio riformare a parole la scuola italiana è stato per decenni notevolissimo caso di specie. Ovviamente nei fastosi apparati non tutto è stato onanismo; c’era pure il direttamentedannoso. Ma è il primo che affascina. Son vent’anni che una casta di “esperti” ci ammannisce teoremi e comandamenti; un immenso universo di norme e feticci verbali vive senza più rapporto con la realtà: supponente, labirintico, contraddittorio; scritto in un gergo sciatto e asfissiante.
Prendiamo un pezzetto di questa “buona scuola”, il comma 14, quello che cambia il POF. Volendo spiegare il POF ai profani, diremmo che esso è tutt’ ‘e cose che si fanno in una scuola; che, siccome non faceva fino chiamarle tutt’ ‘e cose, allora le si chiamò POF. Naturalmente, chi dentro la scuola ci vive, sa benissimo che il ritrovato, sbilanciando la faccenda verso “l’emporio”, più danni che altro ha prodotto. Ma era la grande stagione dell’Autonomia e, come si suole dire in certi corridoi, “Che svorta fai, si la botta de novo nuncellai ?”.
Sennonchè, siccome il nuovo ha da avanzà e la scuola ha da esse scien…scien…scien…tifica (Gassman, I soliti ignoti, 1958), voilà le PTOF (piano triennale offerta formativa). Non ridete, perché farne uno non è affatto robetta da niente: servono quattro finissime mosse: 1) Predisporre; 2) Indirizzare; 3) Elaborare; 4) Approvare. Tralasciando l’aspetto esoterico, cioè il fatto che ogni scuola debba avere, per legge, una fantomatica, condivisa “identità culturale e progettuale” (“rivedibile annualmente” – non si sa mai –), vediamo nei fatti come si fabbrica un PTOF: 1) “Ogni Istituzione scolastica predispone con la partecipazione di tutte le sue componenti (dunque, docenti, dirigente, segretario, applicati, tecnici, bidelli, studenti e congiunti) il piano triennale dell’offerta formativa” (comma 14, 1). “Ai fini della predisposizione del piano, il DS promuove i necessari rapporti con gli enti locali e con le diverse realtà istituzionali, culturali, sociali ed economiche operanti sul territorio” (comma 14, 5) (lo facesse davvero, passerebbe settimane a girar per contrade). 2) Visti e sentiti Presidente del Circolo degli scacchi, Amministratori di Municipalizzata, Itticoltori, Rotary, Ordine dei medici, Confartigianato, Sindaco, Avis e Pro-loco, debordante di idee, a questo punto il Dirigente indirizza, cioè promana concetti ispiratori. 3) Ispirati quanto basta, tre o quattro tizi elaborano il documento da votare in Collegio. Sorge un busillis: e se l’elaborato venisse respinto o cospicuamente modificato rispetto agli indirizzi del demiurgo? Si riprende daccapo? Si va comunque avanti? Si fa finta di niente? Non si sa. 4) Il Consiglio di Istituto approva (un tempo, misticamente, “adottava”). Qualora rigettasse? Silenzio. Processo finito: la scuola può funzionare.

Si potrebbe a lungo continuare: i ghirigori, nella 107, non mancano: dagli “stili di apprendimento”, alla “didattica laboratoriale”, dal “metodo cooperativo” all’ “apertura al territorio”, dall’ “apprezzamento sociale del DS”, alle declamazioni oniriche su CLIL, inclusività, individualizzazioni e personalizzazioni; per finire –inarrivabile genialata – con le 200 ore di alternanza Scuola/Lavoro nel triennio liceale. Sfoglino, i riformanti, volumi di Fisica, Scienze, Storia e Filosofia del 5° anno; e ci dicano poi dove si trova il tempo (misericordia voglia che resti un ghirigoro).

Tra qualche giorno (pardòn, mese) ogni scuola si darà la sua immaginaria “identità culturale”; con la solita brava sfilza di chiesastici obiettivi cognitivi e socio-affettivi; tutti al posto giusto, recitabili come preghiere. Come sempre il cruciale fascicolo conterrà tutt’ ‘e cose.
Poi verranno i danni seri: gli staff, l’intimidazione, gli affarucci, i servilismi, i comitati di valutazione, le chiamate dirette, gli incarichi triennali, la distribuzione di mance, la pressione perché si standardizzi, si punti al “pratico”, all’ “utilizzabile”. Pensare uguale, pensare piccolo, pensare al sodo.

Di riforme se ne eran viste tante, ma questa è assolutamente speciale. Torna in mente la lezione sul pernacchio del grande Eduardo, ne “L’oro di Napoli”; e cosa dovesse significare la mirabile emissione: “Tu si ‘a schifezza ra schifezza ra schifezza ra schifezza ‘e rifforme!”.

Gigi Monello su Picciokkumalu
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LEGGE 13 luglio 2015, n. 107 Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti. (15G00122) (GU Serie Generale n.162 del 15-7-2015) note: Entrata in vigore del provvedimento: 16/07/2015
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