Amici sardi della Cittadella

Online il quindicinale Rocca

rocca-22-2017Rocca è
la rivista della Pro Civitate Christiana di Assisi

SI IMPEGNA
per la pace, i diritti umani, la democrazia,
la nonviolenza, la giustizia.
Non super partes ma dalla parte degli emarginati
dei poveri e degli oppressi, sempre tenendo ferma
la barra dei valori.
Non con sterili polemiche ma con una critica seria e
motivata, ricercando possibili soluzioni e soprattutto
nuovi progetti e ed esperienze già in atto.
Con i piedi ben piantati a terra ma con il Vangelo come stella polare.
Alla base ricerca teologica, biblica, etica, scientifica e un particolare riferimento alla vita ecclesiale.

QUINDICINALMENTE
Rocca propone chiavi di lettura
per mettere ciascuno in grado di interpretare e
giudicare in proprio ciò che sta accadendo.
Invitando a compararla con le altre fonti perché Rocca non pretende di avere ragione ma di avere ragioni.
Assicura tutto questo una rosa di Autori che via via si sta allargando, di sicura serietà
e competenza, ciascuno nel proprio settore.
Lo garantisce una Redazione i cui membri lavorano gratuitamente liberi da interessi economici o di carriera
e tantomeno da legami partitici o pubblicitari.
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IL LAVORO CHE VOGLIAMO: LIBERO, CREATIVO, PARTECIPATIVO E SOLIDALE

LAVORO
lampada aladin micromicroCome Aladinews siamo da sempre impegnati sulla tematica del lavoro. Nella contingenza abbiamo due scadenze a cui ci riferiamo per contribuire a dare un nostro specifico contributo: la prima riguarda il Convegno “Lavorare meno Lavorare tutti” (per ora è questo il titolo), organizzato dal Comitato d’Iniziativa Sociale Costituzionale Statutaria, attraverso un apposito Gruppo di Lavoro, che si terrà nei giorni di venerdì 22 (sera) e sabato 23 (mattina e sera) settembre; la seconda riguarda la 48a Settimana dei Cattolici italiani, che si terrà a Cagliari nei giorni dal 27 al 29 ottobre p.v., con un titolo altrettanto suggestivo, suggerito dalla stesso papa Francesco “Il lavoro che vogliano libero, creativo, partecipativo e solidale”. Il nostro impegno si concretizza nel fornire documentazione di supporto alle tematiche del lavoro, prodotta direttamente dai nostri redattori/collaboratori o ripresa da riviste (cartacee e online) che riteniamo utile a chiarificare i termini del dibattito e diffondere buone pratiche che aiutino a farci percorrere nuove (o anche vecchie purché buone) strade per rafforzare il lavoro esistente e crearne di nuovo. Ancora, sarà nostra cura segnalare tutte le occasioni di incontro sulle tematiche del lavoro che possono essere considerate tappe di un “percorso di avvicinamento” ai due citati appuntamenti di rilievo. Periodicamente riassumeremo il dibattito in atto ripubblicando i diversi contributi, magari accompagnati da ulteriori riflessioni e commenti. Di seguito pubblichiamo i contributi di Roberta Carlini e Stefano Zamagni, apparsi nell’ultimo numero della pregevole rivista Rocca, della Pro Civitate Christiana, ringraziando il comitato redazionale della stessa per averci concesso tale opportunità.
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e non assistenza

di Roberta Carlini su LAVORO, ROCCA 15 GIUGNO 2017

Bisogna guardare senza paura, ma con responsabilità, alle trasformazioni tecnologiche dell’economia e della vita e non rassegnarsi all’ideologia che sta prendendo piede ovunque, che immagina un mondo dove solo metà o forse due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. Dev’essere chiaro che l’obiettivo vero da raggiungere non è il ‘reddito per tutti’, ma il ‘lavoro per tutti’! Perché senza lavoro, senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti. Il lavoro di oggi e di domani sarà diverso, forse molto diverso – pensiamo alla rivoluzione industriale, c’è stato un cambio; anche qui ci sarà una rivoluzione – sarà diverso dal lavoro di ieri, ma dovrà essere lavoro, non pensione, non pensionati: lavoro».

reddito di cittadinanza
Nella sua visita pastorale a Genova, rispondendo all’intervento di Micaela, una rappresentante sindacale, papa Bergoglio ha avuto parole chiarissime sulla questione lavoro/reddito, che hanno portato a titoli altrettanti chiari sui giornali, il cui senso era: Francesco si schiera contro il reddito di cittadinanza, bisogna dare lavoro non assistenza.
Per una volta, i titolisti dei giornali avevano ragione, il messaggio del testo, a leggerlo tutto, è proprio quello anche se non solo quello: altrettanto peso ha la condanna degli imprenditori-speculatori – i prenditori, diceva qualcuno – e l’imposizione di lavoro a qualsiasi condizione e con qualsiasi paga (quando il lavoro, dice il papa con felice espressione, da riscatto morale diventa ricatto morale).
Ma ha avuto torto chi ha ridotto questa questione a un intervento diretto nel dibattito politico italiano – in particolare, contro il Movimento Cinque Stelle che solo pochi giorni prima aveva fatto la sua marcia per propugnare il reddito di cittadinanza. Il riferimento di certo c’è, se non altro perché la marcia è stata fatta simbolicamente da Assisi a Perugia; ma di certo non esaurisce la questione, ben più ampia e discussa in tutto il mondo, da San Francisco a New Delhi; né aiuta a capirla bene, considerando la grande confusione che lo stesso M5S fa sui termini e sui simboli che propone.
Partiamo da questi ultimi. La proposta di legge che il movimento di Grillo ha presentato in parlamento, anche se è intitolata alla «istituzione di un salario di cittadinanza», non istituirebbe, se approvata, un reddito di cittadinanza. È un assegno mensile, che sarebbe dato dal governo a famiglie in condizioni di povertà, a condizione che accetti un «percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo», cioè accetti il lavoro che gli propongono i Centri per l’impiego o gli obblighi di formazione, qualificazione, o altri che nello stesso percorso siano individuati.

Lo schema è lo stesso che ispira il «reddito di inserimento» nel programma anti-povertà del governo, che entrerà in vigore quest’anno, e che ispira tutte le politiche europee dalla Thatcher in poi, nonché le raccomandazioni di Bruxelles: nessun red- dito a chi non mostri e dimostri di voler lavorare, se può farlo. L’unica differenza, nel piano dei Cinque Stelle, è nell’entità: un reddito e una copertura un po’ più alte di quelle previste dal piano governativo, che – dati i fondi limitati – coprirà solo 400mila famiglie (mentre quelle in povertà assoluta sono circa 1 milione e 600mila). Lo schema di reddito di cittadinanza, invece, ha varie formule proposte ma tutte si basano su alcuni principi che non ci sono in nessuna delle proposte sul tappe- to in Italia: che il reddito sia universale – dato a tutti –, e che non sia condizionato né dal trovarsi sotto una certa soglia di povertà né dalla disponibilità ad accettare un lavoro. Se ne è parlato in altri numeri di Rocca (n. 6 e n. 10): può piacere o non piacere, ma il reddito di cittadinanza va anche al «surfista di Malibu», che passa la sua giornata ad aspettare le onde buone; e serve come un pavimento, uguale per tutti, dal quale ciascuno può decidere, in base alle proprie volontà e possibilità, di quanto alzarsi.

lavoro e fatto sociale
Questa precisazione va tenuta presente, non solo per demistificare la solita propaganda che c’è in tutte le vicende politiche italiane, ma anche per entrare nel merito della discussione, ed evidenziare gli ostacoli, le trappole e le nuove mistificazioni che vengono fuori quando si passa a elencare, praticamente, i metodi per incentivare, sostenere, «creare» lavoro anziché limitarsi a distribuire reddito. Alla base dell’alternativa tra chi mette al centro della sua politica il lavoro e chi sceglie il reddito c’è infatti una diversa filosofia, concezione del mondo, etica; ma nell’attuazione pratica delle politiche per perseguire l’obiettivo, poi, le posizioni possono essere meno lontane di quanto non appaiano in partenza.
La visione da cui parte il discorso di papa Bergoglio è chiarissima e, come lui stesso ha detto, scritta nella dottrina sociale della Chiesa, che «ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori». Il papa ha continuato così: «Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che si sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro può fare molto male perché può fare molto bene. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro, e per questo non è facile riconoscerlo come nemico, perché si presenta come una persona di casa, anche quando ci colpisce e ci ferisce. Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono «unti di dignità». Per questa ragione, attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale».

il lavoro creato e non redistribuito
Ma se attorno al lavoro si edifica «l’intero patto sociale» – lo stesso principio posto alla base della nostra Repubblica, con l’articolo 1 della Costituzione – che fare se la quantità di lavoro che il nostro sistema economico richiede non è sufficiente perché tutti ne abbiano? Non stiamo qui parlando della disoccupazione creata dalle oscillazioni del mercato e della produzione, dall’instabilità del capitalismo e dalle sue ricorrenti crisi; ma della disoccupazione tecnologica, delle innovazioni portate dalle macchine che innescano giganteschi processi di cambiamento, rendendo possibile la stessa produzione con quantità di lavoro molto minore. Questo è il tema, affrontato da almeno un secolo (testo base in proposito, Possibilità economiche per i nostri nipoti nel quale Keynes auspicava e ottimisticamente prevedeva la liberazione dell’umanità dalla necessità del lavoro) e non taciuto dal discorso del papa, che però dice: la rivoluzione tecnologica non può cambiare la nostra concezione del lavoro come elemento fondante del patto di cittadinanza. Non può costringerci ad accettare una società in cui due terzi, o anche solo la metà, della popolazione lavorino, gli altri siano «pensionati» già da giovani. Né – attenzione – ad accettare il fatto che dobbiamo limitarci a redistribuire il poco lavoro che c’è: il lavoro va creato, non redistribuito.

riscatto e non ricatto
La critica che la dottrina di questo papa, ribadita a Genova, fa al reddito di cittadinanza, è la stessa che viene dalla parte «laburista» della sinistra e dal sindacato: da chi vede il reddito di cittadinanza come una «toppa», o una stampella a un sistema che non funziona più. I fautori del reddito di cittadinanza – quello puro, non la versione sloganistica del nostro Grillo pseudofrancescano – ribattono dicendo che se il lavoro nobilita l’uomo, non è sottoponendolo al ricatto «o lavori o muori di fame» che questo principio si omaggia; e che dando a tutti un sostegno di base per poter vivere, si sottraggono i più marginali dal ricatto di un mercato del lavoro che li impiega a qualsiasi prezzo e a qualsiasi condizione (dunque rimettendoli in condizione di vivere il lavoro come riscatto e non come ricatto); oltre a onorare un altro principio che potrebbe essere caro anche alla dottrina sociale della Chiesa, quello della eguaglianza, tra chi ha di più e chi ha di meno: su quest’ultimo obiettivo insiste il grande economista Tony Atkinson, nel suo ultimo libro Disuguaglianza, nel quale propone un «reddito di partecipazione», laddove la partecipazione in varie forme alla vita civile sostituisce l’obbligo del «lavoro» sul mercato.
Nell’attuazione pratica, il reddito di cittadinanza ha immensi problemi, a partire dalla grande redistribuzione di risorse che bisognerebbe mettere in campo. Ma ne ha anche la politica per cui si dà reddito – e aiuto ai più poveri, che spesso sono anche persone che lavorano ma a salari molto bassi – solo a chi è disponibile a lavorare: la macchina burocratica necessaria per verificare questa disponibilità e attuare l’inserimento nel mondo del lavoro è gigantesca e spesso inutile, tanto più se, fuori, il lavoro non c’è. Di qui la necessità di non limitarsi a guardare solo alle politiche per i lavoratori (effettivi e potenziali) ma anche a quelle per il lavoro, non consegnando a un’impersonale «tecnologia» le chiavi del futuro. Il cammino di questa discussione è appena cominciato.

Roberta Carlini

Bibliografia
Il discorso del santo Padre, Genova, stabilimento Ilva. J. M. Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti (1931, trad. it. Adelphi 2009).
Elena Granaglia – Magda Bolzoni, Il reddito di base (Ediesse, 2016).
Stefano Massini, Lavoro (Il Mulino, 2016). Stefano Toso, Reddito di cittadinanza (o reddito minimo?) (Il Mulino, 2016).
Philippe Van Parijs – Yannick Vanderborght,
Basic Income. A radical proposal for a free society and a sane economy (Harvard University Press, 2017).
Rutger Bregman, Utopia for realists (Bloom- sburt, 2017).
Anthony Atkinson, Disuguaglianza. Cosa si può fare (Cortina 2015)
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Lavoro è dignità e libertà

di Stefano Zamagni, su LAVORO, ROCCA 15 GIUGNO 2017

I limiti dell’attuale cultura del lavoro sono ormai divenuti evidenti ai più, anche se non c’è convergenza di vedute sulla via da percorrere per giungere al loro superamento. La via che l’economia civile – un paradigma economico che si afferma nel 18° secolo durante l’Illuminismo Napoletano (A. Genovesi e altri) e Milanese (P. Verri e altri) – suggerisce inizia dalla presa d’atto che il lavoro, prima ancora che un diritto, è un bisogno insopprimibile della persona. È il bisogno che l’uomo avverte di trasformare la realtà di cui è parte e, così agendo, di edificare se stesso. Riconoscere che quello del lavoro è un bisogno fondamentale è un’affermazione assai più forte che dire che esso è un diritto. E ciò per la semplice ragione che, come la storia insegna, i diritti possono essere sospesi o addirittura negati; i bisogni, se fondamentali, no. È noto, infatti, che non sempre i bisogni possono essere espressi direttamente in forma di diritti politici o sociali. Bisogni come fraternità, amore, dignità, senso di appartenenza, non possono essere rivendicati come diritti. Piuttosto, essi sono espressi come pre-requisiti di ogni ordine sociale.

la cifra morale del lavoro
Per cogliere il significato del lavoro come bisogno umano fondamentale ci si può riferire alla riflessione classica, da Aristotele a Tommaso d’Aquino, sull’agire umano. Due le forme di attività umana che tale pensiero distingue: l’azione transitiva e l’azione immanente. Mentre la prima connota un agire che produce qualcosa al di fuori di chi agisce, la seconda fa riferimento ad un agire che ha il suo termine ultimo nel soggetto stesso che agisce. In altro modo, il primo cambia la realtà in cui l’agente vive; il secondo cambia l’agente stesso. Ora, poiché nell’uomo non esiste un’attività talmente transitiva da non essere anche sempre immanente, ne deriva che la persona ha la priorità nei confronti del suo agire e quindi del suo lavoro. Duplice la conseguenza che discende dall’accoglimento del principio-persona.
La prima conseguenza è bene resa dall’affermazione degli Scolastici «operari sequitur esse»: è la persona a decidere circa il suo operare; quanto a dire che l’au- togenerazione è frutto dell’auto-determinazione della persona. Quando l’agire non è più sperimentato da chi lo compie come propria autodeterminazione e quindi propria autorealizzazione, esso cessa di essere umano. Quando il lavoro non è più espressivo della persona, perché non comprende più il senso di ciò che sta facendo, il lavoro diventa schiavitù. L’agire diventa sempre più transitivo e la persona può essere sostituita con una macchina quando ciò risultasse più vantaggioso. Ma in ogni opera umana non si può separare ciò che essa significa e ciò che essa produce.
La seconda conseguenza cui sopra accennavo chiama in causa la nozione di giustizia del lavoro. Il lavoro giusto non è solamente quello che assicura una remunerazione equa a chi lo ha svolto, ma anche quello che corrisponde al bisogno di autorealizzazione della persona che agisce e perciò che è in grado di dare pieno sviluppo alle sue capacità. In quanto attività basicamente trasformativa, il lavoro interviene sia sulla persona sia sulla società; cioè sia sul soggetto sia sul suo oggetto. Questi due esiti, che scaturiscono in modo congiunto dall’attività lavorativa, definiscono la cifra morale del lavoro. Proprio perché il lavoro è trasformativo della persona, il processo attraverso il quale vengono prodotti beni e servizi acquista valenza morale, non è qualcosa di assiologicamente neutrale. In altri termini, il luogo di lavoro non è semplicemente il luogo in cui certi input vengono trasformati, secondo certe regole, in output; ma è anche il luogo in cui si forma (o si trasforma) il carattere del lavoratore.

la deriva «escludente»
Da quanto precede si trae che un primo grande fronte di impegno è quello di battersi per arrestare la deriva «escludente» dell’attuale assetto economico e sociale. Si deve ricordare che il mercato da istituzione economica tendenzialmente inclusiva si è andato trasformando, nel corso dell’ultimo quarantennio, sull’onda della globalizzazione e della terza e quarta rivoluzione industriale, in istituzione che tende a escludere tutti coloro che non sono in grado di assicurare livelli elevati di produttività. È così che si è andata formando una nuova classe sociale, quella delle per- sone in eccesso che Papa Francesco op- portunamente chiama «scarti umani». Ieri, all’epoca della Rerum novarum, si reclamava «la giusta mercede all’operaio». Oggi, ci si deve piuttosto chiedere perché non si è dato ascolto a quanto si legge in Gaudium et spes 67: «Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita».
Infatti, il lavoro non è un mero fattore della produzione che deve adattarsi, anzi adeguarsi alle esigenze del processo produttivo per accrescere l’efficienza del sistema. Al contrario, è il processo produttivo che deve essere modellato in modo da consentire alle persone la loro fioritura umana e, in particolare, in modo da rendere possibile l’armonizzazione dei tempi di vita familiare e del lavoro. Dicevano i Francescani, già nel XVI secolo: «L’elemosina aiuta a sopravvivere, ma non a vivere, perché vivere è produrre e l’elemosina non aiuta a produrre». Come a dire che tutti devono poter lavorare, anche i meno dotati. Ebbene, sapere che, nelle condizioni odierne, sarebbe tecnicamente possibile attuare il comando di San Francesco («Voglio che tutti lavorino») e non farlo ci carica di una grave responsabilità. Non possiamo tenere tra loro disgiunti il codice dell’efficienza e il codice della fraternità, come tanti cattivi maestri vanno insegnando. (Si rammenti che la fraternità comprende la solidarietà; mentre il viceversa non è vero).

fraternità solidarietà diversità
Infatti, mentre quello di solidarietà è il principio di organizzazione sociale che tende a rendere eguali i diversi, il principio di fraternità consente a persone che sono già eguali sul fronte dei diritti di esprimere la propria diversità, di affermare così la propria identità. (È per questo che la vita fraterna è la vita che rende felici).
Quel che precede ci consente ora di afferrare la portata della grande sfida che è di fronte a noi: come realizzare le con- dizioni per una autentica libertà del lavoro, intesa come possibilità concreta che il lavoratore ha di realizzare non solo la dimensione acquisitiva del lavoro – la dimensione che consente di entrare in possesso del potere d’acquisto con cui soddisfare i bisogni materiali – ma anche la sua dimensione espressiva. Dove risiede la difficoltà di una tale sfida? Nella circostanza che le nostre democrazie liberali mentre sono riuscite a realizzare (tanto o poco) le condizioni per la libertà nel lavoro – grazie alle lunghe lotte del movimento operaio e sindacale – paiono impotenti quando devono muovere passi verso la libertà del lavoro. La ragione è presto detta. Si tratta della tensione fondamentale tra la libertà dell’individuo di definire la propria concezione della vita buona e l’impossibilità per le democrazie liberali di dichiararsi neutrali tra modi di vita che contribuiscono a produrre e quelli che non vi contribuiscono. In altri termini, una democrazia liberale non può accettare che qualcuno, per vedere affermata la propria visione del mondo, possa vivere sul lavoro di altri. La tensione origina dalla circostanza che non tutti i tipi di lavoro sono accessibili a tutti e pertanto non c’è modo di garantire la congruità tra un lavoro che genera valore sociale e un lavoro che interpreti la concezione di vita buona delle persone.

libertà del lavoro
La riforma protestante per prima ha sollevato la questione della libertà del lavoro. Nella teologia luterana, la cacciata dall’Eden non coincide tanto con la condanna dell’uomo alla fatica e alla pena del lavoro, quanto piuttosto con la perdita della libertà del lavoro. Prima della caduta, infatti, Adamo ed Eva lavoravano, ma le loro attività erano svolte in assoluta libertà, con l’unico scopo di piacere a Dio. Che le condizioni storiche attuali siano ancora alquanto lontane dal poter consentire di rendere fruibile il diritto alla libertà del lavoro è cosa a tutti nota. Tuttavia ciò non può dispensarci dalla ricerca di strategie credibili di avvicinamento a quell’obiettivo. Ebbene, la proposta di A. Macintyre di concettualizzare il lavoro come opera è quella che appare come la più realisticamente praticabile. Un’attività lavorativa si qualifica come opera quando riesce a far emergere la motivazione intrinseca della persona che la compie. Estrinseca è la motivazione che induce ad agire per il risultato finale che l’agente ne trae (ad esempio, per la remunerazione ottenuta). Intrinseca, invece, è la motivazione che spinge all’azione per la soddisfazione diretta che essa arreca al soggetto quando questi percepisce che essa è orientata al bene. A questo deve mirare, fra le altre cose, una etica civile condivisa, quale è quella cui il cooperativismo ha sempre mirato fin dai suoi albori.

la disoccupazione e i suoi risvolti
Il «Global Employment Trend» dell’Ilo (International Labour Office delle Nazioni Unite) ci informa che il divario occupazionale – la perdita cumulata di posti di lavoro – rispetto alla situazione prevalente prima della crisi del 2007-8 è destinato a crescere: da 62 milioni nel 2013 a 81 milioni nel 2018. Anche il tasso di disoccupazione non si ridurrà, ciò che provocherà un ulteriore aumento del numero assoluto di disoccupati. Sono quelli europei i paesi che più stanno risentendo della transizione tecnologica oggi in atto. La disoccupazione ha già superato in Europa la soglia dei 27 milioni di persone e di queste il 40 per cento circa è rappresentato da disoccupati di lungo termine (oltre i 12 mesi). La situazione è ulteriormente aggravata dalla comparsa della nuova figura dei Neet («not in education, employment or training»), dei giovani cioè di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono in apprendistato. Come indica A. Rosina (Neet, Vita e Pensiero, Milano 2015), i giovani italiani che vivono tale condizione esistenziale sono oltre 2,4 milioni, pari a circa il 26% della popolazione giovanile in questa fascia di età. (Nel Mezzogiorno, la medesima percentuale arriva al 54%!). Il dato dei Neet è di speciale interesse perché, a differenza del tasso di disoccupazione giovanile esso prende in considerazione anche i giovani che non cercano più lavoro, in quanto scoraggiati. Il tasso dei Neet è, pertanto, l’indicatore che meglio di altri dà conto dello spreco umano, del sottoutilizzo del potenziale giovanile e, in conseguenza di ciò, della vasta diffusione tra la popolazione giovanile della diffidenza, oltre che della paura, nei riguardi del futuro.

diversi modelli di sviluppo
Sappiamo, infatti, che l’estromissione dall’attività lavorativa per lunghi periodi di tempo non solamente è causa di una perdita di produzione, ma costituisce un vero e proprio razionamento della libertà. Il disoccupato di lungo termine patisce una sofferenza che nulla ha a che vedere con il minor potere d’acquisto, ma con la perdita della stima di sé e soprattutto con l’autonomia personale. Ecco perché non è lecito porre sullo stesso piano la disponibilità di un reddito da lavoro e l’acquisizione di un reddito da trasferimenti, sia pure di eguale ammontare: è la dignità della persona a fare la differenza. Non solo, ma la fuoriuscita dal lavoro tende a generare gravi perdite di abilità cognitive nella persona, dato che, se è vero che «facendo si impara», ancor più vero è che «si disimpara non facendo». (Per una puntuale e aggiornata indagine empirica si veda J. Sachs et Al., Robots: curse or blessing? A basic framework, Nber, 21091, April, 2015). In un’epoca come l’attuale, caratterizzata dal fenomeno della terza rivoluzione industriale, la relazione tra capacità tecnologiche e attività lavorative è biunivoca: nel processo di lavoro non solo si applicano le conoscenze già acquisite, ma si materializza la possibilità di creare ulteriori capacità tecnologiche. Ecco perché tenere a lungo fuori dell’attività lavorativa una persona significa negarle – come ha scritto Amartya Sen – la sua fecondità. Poiché è attraverso il lavoro che l’essere umano impara a conoscere se stesso e a realizzare il proprio piano di vita, la buona società in cui vivere è allora quella che non umilia i suoi componenti, distribuendo loro assegni o provvidenze varie e, negando al tempo stesso l’accesso all’attività lavorativa. (Cfr. E. Olivieri, «Il cambiamento delle opportunità lavorative», Banca d’Italia, 117, 2012).
Bastano questi brevi cenni a farci comprendere perché, quando si parla di lavoro, si tende oggi a porre l’accento, su quello che occorre fare per porre rimedio alla situazione. La letteratura sulle politiche occupazionali è ormai schierata: si va dalle proposte volte a migliorare la qualità dei posti di lavoro, con interventi sul lato della domanda di lavoro, a proposte che incidono sul lato dell’offerta di lavoro allo scopo di ridurre lo «skills gap» con misure che chiamano in causa il comparto scuola-università-addestramento professionale. E ancora, vi sono coloro che propongono di favorire l’occupazione rispetto all’assistenza (make work pay) e coloro che invece suggeriscono di facilitare la transizione dalla disoccupazione assistita all’occupabilità (welfare to work) mediante l’aumento della flessibilità della prestazione, da non confondersi con la flessibilità dell’occupazione. (Per una rassegna, rinvio a I. Fellini, «Una via bassa alla decrescita dell’occupazione», Stato e Mercato, 105, 2015).

per non rassegnarsi
Questi e tanti altri contributi contengono tutti grumi di verità e suggerimenti preziosi per l’azione. Tuttavia, non pare emergere da questa vasta letteratura la consapevolezza che quella del lavoro è questione che, in quanto ha a che vedere con la libertà sostanziale dell’uomo, non può essere affrontata restando entro l’orizzonte del solo mercato del lavoro. Quel che occorre mettere in discussione è l’intero modello di ordine sociale, vale a dire l’assetto istituzionale della società, per verificare se non è per caso a tale livello che è urgente intervenire. Invero, pur non costituendo un fenomeno nuovo nella storia delle economie di mercato, l’insufficienza di lavoro ha assunto oggi forme e caratteri affatto nuovi. La dimensione quantitativa del problema occupazionale, oltre che la sua persistenza nel tempo, fanno piuttosto pensare a cause di natura strutturale, cioè non congiunturale, connesse all’attuale passaggio d’epoca, quello dalla società fordista alla società post-fordista. Sessant’anni fa, J.M. Keynes giudicava la disoccupazione di massa in una società ricca una vergognosa assurdità, che era possibile eliminare. Oggi, le nostre economie sono oltre tre volte più ricche rispetto ad allora. Keynes avrebbe dunque ragione di giudicare la disoccupazione attuale tre volte più assurda e pericolosa, perché in società tre volte più ricche, l’ineguaglianza e l’esclusione sociale che la disoccupazio- ne provoca è almeno tre volte più devastante. C’è allora da chiedersi se invece di affrontare la questione a spizzichi, accumulando suggerimenti e misure di vario tipo, tutte in sé valide ma ben al di sotto della necessità, non sia giunto il momento di riflettere su taluni tratti salienti dell’attuale modello di sviluppo per ricavarne linee di intervento meno rassegnate e incerte.
Un punto deve, in ogni caso, essere tenuto fermo: il lavoro si crea, non si redistribuisce. Occorre andare oltre la obsoleta concezione «petrolifera» del lavoro, secondo cui il lavoro è pensato alla maniera di un giacimento da cui estrarre posti di lavoro. La creazione di nuovo lavoro ha bisogno di persone, di relazioni tra le stesse, di significati. Ciò è oggi concretamente possibile a condizione che lo si voglia e che ci si liberi dalle tante forme di pigrizia intellettuale e di irresponsabilità politica.

Stefano Zamagni
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Ulteriori approfondimenti.

Domani Enzo Bianchi

bianchi-a-ca-2305017 Enzo Bianchi, monaco di Bose, a Cagliari.
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Diretta video della conferenza di Enzo Bianchi sulla pagina Facebook di Radio Kalaritana
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Disponibile la registrazione audio sulla pagina fb di Dino Biggio.
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Anche con video sul sito della Diocesi di Cagliari.

Lavoro. A colloquio con Domenico De Masi su Rocca

de-masi-jpgLavoro: il coraggio di pensare un nuovo modello
a colloquio con Domenico De Masi
a cura di Mariano Borgognoni, su Rocca
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Domenico De Masi non è un intellettuale di quelli che si nascondono dietro il politacally correct. Scrive e parla con grande chiarezza, esponendo e sostenendo analisi e tesi esplicite, magari con una punta di provocazione. Il suo ultimo libro Lavorare gratis, lavorare tutti (Rizzoli 2017) tiene insieme lucidità di analisi e indignazione civile. Non c’è nei suoi scritti quel pessimismo plumbeo di cui spesso vengono accusati coloro che si sottraggono alla retorica delle «magnifiche sorti e progressive», e anche le inquietanti prospettive del lavoro, della sua carenza, delle sue rapide e vorticose trasformazioni, siamo invitati a leggerle come una grande opportunità di liberare tempi di vita ricchi e fecondi. Certo a condizione che la cultura, la politica e la forza potenziale degli esclusi riescano a costruire e battersi per un nuovo modello sociale. Per questo abbiamo voluto iniziare con lui un confronto sul tema del lavoro, cruciale per l’avvenire, soprattutto delle generazioni nuove.
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Impegnati per il lavoro in nome di Giuseppe Toniolo

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Anticipazione resoconti dell’evento.
- Noi, ragazzi della Toniolo. Editoriale di Franco Meloni su Aladinews.
- La Toniolo. Schema dell’intervento di Paolo Matta

Punta de billete per martedì 4 aprile 2017: Giuseppe Toniolo

LocandinaSettimanaSociale2017Stampace-di-Renato-dAscanio-TiccaImpegnati per il lavoro nel nome di Giuseppe Toniolo
Martedì 4 aprile 2017, Chiesa Santa Restituta, piazzetta Santa Restituta, Cagliari. Approfondimenti.
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vita di Giuseppe Toniolo- Giuseppe Toniolo (1845-1918), un economista fuori dagli schemi.

La comunicazione di Papa Francesco

Papa francesco comunicaz27 ot 16L’evento in fb.
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Logo_Aladin_Pensieroaladin-lampada-di-aladinews312sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413
No comitato sardoNO sardo
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Oggi
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Concentrazioni pericolose

GRANDI CONCENTRAZIONI
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non bastano tre musicisti per sfamare il mondo.

di Pietro Greco su Rocca

Con 66 miliardi di dollari, la tedesca Bayer ha comprato l’americana Monsanto. Con 45 miliardi di dollari la cinese ChemChina ha comprato la svizzera Sygenta. Con un’operazione da 130 miliardi di dollari, le statunitensi Dow Chemical e DuPont si fondano. E così tre sole grandi aziende controlleranno non solo il 63% dei semi e il 75% dei pesticidi di tutto il mondo, ma anche la gran parte dei fertilizzanti, degli strumenti usati in agricoltura, delle reti di distribuzione e persino delle attività commerciali interamente on-line. Questa concentrazione rappresenta una novità assoluta nella storia dell’agricoltura, perché trasforma definitivamente i semi da bene comune a bene appropriabile.
la rivoluzione verde
Il processo di concentrazione è legato allo sviluppo di un’agricoltura che, con la «rivoluzione verde» tra gli anni ’40 e gli anni ’70 del XX secolo, da pratica a carattere essenzialmente artigianale è divenuta pratica con un marcato carattere industriale. Ma ancora nel 1980 le aziende che producevano semi in tutto il mondo erano 7.000. E ancora pochi anni fa le prime 10 aziende del settore controllavano poco più di un terzo del mercato mondiale dei semi. Ora tre sole aziende controlleranno i due terzi di quel mercato.
Come ricordano Ioannis Lianos, Dmitry Katalevsky e Alexey Ivanov, del Dipartimento di Giurisprudenza del Centre for Law, Economics and Society (Cles) di Londra, in un rapporto pubblicato di recente, The Global Seed Market, Competition Law and Intellectual Property Rights: Untying the Gordian Knot, per secoli e, anzi, millenni gli agricoltori di tutto il mondo sono stati incentivati a conservare, riprodurre e rivendere ad altri agricoltori i loro semi. È stata questa libera circolazione che ha consentito all’agricoltura di moltiplicare la propria diversità.
Ora i diritti di proprietà intellettuale rischiano di limitare questa libera circolazione restringendo il flusso degli scambi di semi in un sottilissimo collo di bottiglia. I brevetti non sono una novità nei campi. I diritti di proprietà intellettuale sono stati esercitati già nell’Ottocento, quando è iniziato il processo di meccanizzazione e i primi trattori sono stati chiamati ad aiutare gli agricoltori nel loro duro lavoro. Il peso dei brevetti in agricoltura è aumentato a partire dal 1992, quando sono stati riconosciuti i diritti di proprietà intellettuale su una pianta modificata geneticamente. Ma, secondo i tre ricercatori inglesi di chiara origine russa, finora la proprietà intellettuale è stato un fattore di stimolo per la ricerca e l’innovazione anche in agricoltura. Ed è stato proprio questo riconoscimento di proprietà su idee applicate alle piante che ha determinato il cambiamento. Se all’inizio la «rivoluzione verde» si fondava essenzialmente sul settore pubblico, la possibilità di brevettare ha determinato il rapido emergere di un’industria privata dei semi. È vero che anche nel nuovo regime la produttività dei campi ha continuato ad aumentare, ma facendo pagare un costo sempre più alto sia i termini di indipendenza degli agricoltori sia in termini di riduzione della biodiversità nei campi.
Prima gli agricoltori innovavano sperimentando in proprio la creazione di piante più produttive. Poi un numero sempre più ristretto di aziende private ha avocato a sé il processo di innovazione, grazie a forti investimenti in ricerca, sottraendolo agli agricoltori. Questi ultimi sono diventati così dipendenti dai semi prodotti da altri. L’attenzione dei media in questi ultimi decenni si è concentrata sugli ogm (le piante geneticamente modificate) e sui presunti rischi sanitari e/o ecologici a essi associati. Facendo perdere di vista il processo più importante: la formazione di un oligopolio sempre più ristretto che controlla i semi. Tutti i semi, ogm e no.

rischio sociale ed economico dell’oligopolio

Oggi sappiamo che la tecnologia del Dna ricombinante non è un pericolo in sé. Il rischio associato alle piante geneticamente modificate non è diverso da quello associato a ogni altro tipo di nuove piante (e anche di vecchie). Per cui il rischio sanitario ed ecologico va valutato caso per caso, pianta per pianta. Mentre del tutto generale è il rischio – sociale, economico ed ecologico – dell’oligopolio ristretto che controlla tutti i tipi di semi.
Il rischio di natura sociale ed economico è chiaro: i contadini che dipendono dai semi di poche aziende vedono ridursi non solo la libertà di riprodurre i semi, di sperimentare e di farli circolare, ma anche il loro reddito. L’oligopolio può imporre, infatti, sia forti restrizioni all’uso dei semi sia prezzi dei semi stessi, dei pesticidi, dei fertilizzanti e di ogni altro strumento necessario, riducendo fortemente i margini di guadagno dei contadini. Col risultato che l’economia dei campi potrebbe produrre un numero sempre più ristretto di manager ricchi e un numero sempre più esteso di contadini poveri.
Quando poi l’oligopolio si riduce a un insieme di appena tre grandi società, non solo i contadini ma anche i governi diventano più deboli. E, infatti, cresce il movimento di gruppi e associazioni che anche in Europa chiedono «no patent on seeds!», nessun brevetto sui semi. Insomma si chiede di invertire il processo e di tornare a considerare i semi un bene comune e non più un bene appropriabile.
Le aziende multinazionali sostengono che, se si vuole aumentare la produttività dei campi e sfamare i 9 miliardi di persone che saranno presenti sulla Terra nel 2050, occorrono forti investimenti in ricerca che solo poche, grandissime aziende possono assicurare. In realtà si potrebbe dimostrare – come ha dimostrato Marianna Mazucato – che la gran parte delle idee innovative, anche in agricoltura, viene dai laboratori pubblici e che su quella fonte si potrebbe ricreare un’economia agricola fondata sull’innovazione bene comune.
il rischio ecologico
Ma il rischio degli oligopoli non è solo sociale ed economico (e non sarebbe davvero poco, visto che riguarda direttamente centinaia di milioni di contadini in tutto il mondo e, indirettamente, tutti noi). C’è anche un rischio ecologico: la drastica riduzione di biodiversità nei campi.
Come sostiene la Fao, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di agricoltura, l’umanità oggi trae la metà dell’energia vegetale da sole quattro specie di piante: grano, mais, riso e patate. È un rischio. Occorrerebbe diversificare. Ma la minaccia maggiore è associata alla rapida diminuzione dalla diversità genetica (le differenze genetiche di piante appartenenti alla stessa specie). L’agricoltura moderna – sostiene la Fao – ha incoraggiato gli agricoltori a utilizzare un numero sempre più ristretto di varianti genetiche di piante (e di animali) ad alto rendimento. L’oligopolio dei semi gioco forza porterà a procedere sulla strada della riduzione. Il rischio di avere pochissime varietà genetiche di grano, mais, riso, patate e di altre piante per inseguire un altro rendimento è altissimo.
Con la conseguenza di… Il pensiero corre alla metà dell’Ottocento, quando i contadini irlandesi coltivavano nei loro campi un’unica specie, la patata, con una ridotta varietà genetica. Bastò un’epidemia di peronospora per distruggere, tra il 1845 e il 1846, tutti i raccolti e causare una carestia senza precedenti. Due milioni di Irlandesi morirono di fame e altri due milioni emigrarono (soprattutto in America). La popolazione irlandese si ridusse della metà. E c’è voluto un secolo e mezzo per recuperare la medesima densità demografica.
La riduzione di biodiversità espone l’umanità a rischi simili. Rischi che possono essere facilmente evitati favorendo sia l’incremento delle specie coltivate sia la loro variabilità genetica. Ancora una volta, solo l’intervento pubblico può garantire un simile processo.
Né vale il discorso sulla necessità di aumentare la produttività agricola per un mondo sempre più popolato. L’attuale produzione di derrate alimentari sarebbe sufficiente a sfamare anche 10 miliardi di persone, se solo le perdite in agricoltura e gli scarti dei consumatori venissero azzerati.
Insomma, la sicurezza alimentare globale richiede una polifonia con una grande orchestra e un grande coro e non il suono di un solo violino, fosse anche uno Stradivari, da parte di soli tre musicisti.

Pietro Greco

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Sviluppo sostenibile- presentazione del 1° rapporto ASviS

Migranti. Buone pratiche tedesche

migranti vila buoncammico caGERMANIA IMMIGRATI
strategie d’integrazione

di Fiorella Farinelli, su Rocca

Bisogna che entrino nel lavoro il prima possibile. Che comincino a consumare, a pagare le tasse, a far girare l’economia. In Germania – dal gennaio 2015 sono state 965mila le richieste di asilo – l’integrazione dei profughi è un programma operativo, e una strategia politica, che non ammette indugi. Sicuramente costoso, difficile, per tanti aspetti controverso, ma perdere tempo sarebbe fatale. Per loro, e per il paese che li ha accolti. Alla disperata determinazione del viaggio, all’adrenalina che ha consentito di superarne rischi e fatiche, non deve seguire un periodo troppo lungo di dipendenza dall’assistenza, di attese passive di un nuovo futuro. Una convinzione che non è solo di Angela Merkel.
un progetto coraggioso ed efficiente
Ci sono resistenze e contrarietà incendiarie in Germania, soprattutto dopo i fatti di Colonia, ma anche una straordinaria efficienza delle istituzioni e una diffusa mobilitazione della società civile. Lo scorso settembre è stata per prima la prestigiosa Università Humboldt ad aprire i suoi corsi agli immigrati, è bene che chi ha gli strumenti prenda immediatamente familiarità con il modello tedesco dell’alta formazione, partecipi alla comunità studentesca, possa da subito guardare oltre le emergenze dell’oggi. Informarsi, orientarsi, imparare, progettare, mettere a frutto titoli di studio e competenze professionali. Ankommen, che in tedesco vuol dire «arrivare», è l’App scaricabile gratuitamente sviluppata in poche settimane da Ministero degli interni, Ufficio immigrazione, Agenzia per il lavoro, Goethe Institut e Tv pubblica. Quattro lingue – arabo, farsi, francese, inglese – per l’essenziale sulle procedure di regolarizzazione, la formazione per il lavoro, le norme e i valori necessari alla convivenza, e poi anche per un corso di base di lingua tedesca. A partire dalla sesta settimana dall’arrivo, anche se la pratica di riconoscimento dello status di rifugiato non è stata ancora con- clusa e neppure processata, si può accedere a una formazione linguistica. E si può anche chiedere di far parte della Protezione civile volontaria, come ogni buon cittadino che al suo paese ci tiene.

Come in Svezia, bisogna fare in modo che l’accesso a qualche forma di lavoro sia possibile in tempi rapidi, quasi immediatamente (tutto il contrario che da noi dove ai richiedenti asilo è impedita ogni attività finché le procedure non siano completate, col risultato che nelle strutture di accoglienza capita che si consumino nell’ozio e nella depressione anche un paio d’anni). E come in ogni democrazia evoluta, le strategie per l’integrazione sono supportate, oltre che dalle istituzioni statali e decentrate, anche dalle reti dell’associazionismo civile, laico e di ispirazione religiosa. Circa 100mila sono i volontari in azione, con le chiese protestante e cattolica in ruoli organizzativi e gestionali di spicco, e con investimenti economici importanti (90 milioni, per esempio, solo da parte della chiesa cattolica).
promuovere e pretendere
Ma l’efficienza tedesca non si spiega solo con la storia di un paese che, dopo essersi misurato nei primi anni Novanta con gli sconquassi della riunificazione e con gli imponenti flussi migratori seguiti alla dissoluzione dell’impero sovietico, ha poi saputo far fronte anche alle migrazioni determinate dalla guerra nei Balcani. Questa volta, del resto, i numeri del flusso sono non solo molto alti, ma anche concentrati in un tempo relativamente breve, così non solo è difficile riuscire a sviluppare immediatamente tutti i servizi necessari (per fare un solo esempio, solo 200mila dei 325mila minori neoarrivati sono stati inseriti nel sistema scolastico perché mancano gli insegnanti, ed è stato necessario ricorrere anche a scuole improvvisate con insegnanti siriani), ma l’attuazione del programma di integrazione sta richiedendo anche iniziative di modifica normativa. Riforme, insomma, e non di poco conto. Prima di tutto la definizione di una nuova legge sull’immigrazione, con proposte assai controverse di modifica delle regole del mercato del lavoro, che dovrebbe essere approvata e diventare attuativa nei prossimi mesi.
«Promuovere e pretendere», ha sintetizzato così Angela Merkel. Promuovere significa farli andare avanti questi giovani che arrivano da noi in fuga da guerre, povertà, disastri ambientali, ma anche determinati a costruirsi una nuova vita. Pretendere è imporre regole di comportamento e impegni scambi difficilmente aggirabili. Il programma previsto per i prossimi cinque anni (93,6 miliardi di Euro l’investimento complessivo, tra alloggi, sussidi, formazione linguistica e professionale, creazione di nuovi posti di lavoro), prevede corsi obbligatori di lingua, di orientamento/integrazione, di formazione professionale (con perdita dei sussidi e della regolarizzazione per chi si sottrae, e viceversa regolarizzazione accelerata per chi eccelle). Ma soprattutto 100mila posti di lavoro per il primo anno – con la prospettiva di moltiplicarli in seguito. Ma come?

passaggi che scottano
La prima decisione è di far saltare provvisoriamente, per i prossimi tre anni, la priorità finora assegnata alle assunzioni di lavoratori tedeschi e di provenienza comunitaria. La seconda è di aggirare il salario minimo vigente – 8,50 Euro l’ora – con retribuzioni orarie di 1 solo Euro l’ora. Passaggi che scottano, che interrogano sulla fattibilità politica e sulle conseguenze sociali. Anche se oggi in Germania la disoccupazione è pressoché fisiologica (6,2%) e per di più in calo rispetto al 2014, non è affatto scontato che interventi di questo tipo non spalanchino pericolose concorrenze nel mercato del lavoro (se non tra tedeschi e profughi almeno tra immigrati stabilizzati e immigrati nuovi), e non abbassino per tutti tutele, diritti e retribuzioni medie.
Ma l’ipotesi, confortata da autorevoli studi economici anche internazionali, è che l’ingresso rapido nel mercato di una parte molto consistente dei nuovi arrivi, anche se con retribuzioni sotto soglia, dovrebbe produrre uno choc positivo sul piano economico e sociale: l’incremento della domanda di consumi, e quindi della produzione interna; l’avvio di numerosi processi virtuosi di miglioramento professionale e della produttività delle aziende; una nuova imprenditorialità; un nuovo gettito fiscale capace di cominciare a compensare il surplus di spesa sociale dovuto all’accoglienza e all’erogazione dei sussidi iniziali. Si tratta di giovani, comunque, che almeno inizialmente utilizzano di meno le strutture sanitarie e che per lunghi anni non peseranno sulla spesa pensionistica. E già oggi la loro presenza in Germania sta trascinando un incremento dell’occupazione nei servizi, a partire da quelli educativi per la prima infanzia e da quelli per lo sviluppo delle competenze professionali. La scommessa, dunque, è quella di un aumento del Pil.

può funzionare?
Possibile che oggi sia l’immigrazione il fattore scatenante di una svolta rispetto alle politiche europee – e tedesche – di austerità? Possibile che lo stesso fenomeno che in altri paesi fa costruire i muri di respingimento (o che, come in Italia, dà luogo a un’accoglienza generosa ma nuda di strategie di integrazione), in Germania sia vista come una risorsa primaria di sviluppo economico?
A sostenerlo non è solo Angela Merkel, perfino dal Fondo Monetario Internazionale arrivano analisi e indicazioni in questo senso. Argomentate da previsioni nerissime sugli effetti dell’invecchiamento progressivo della popolazione tedesca ed europea, quindi su una prossima carenza di forza lavoro, su precipitosi decrementi della domanda interna, su inedite scarsità di risorse professionali giovani e qualificate. Insomma, di un ormai vicinissimo inaridirsi delle potenzialità di crescita economica persino in quella Germania che è tuttora il primo motore economico europeo. Un ribaltamento secco, in sintesi, delle idee prevalenti su un’immigrazione foriera solo di impoverimento, di ulteriore debito pubblico, di pesi insostenibili di spesa sociale. Lo si osserva, fra l’altro, in quello che può sembrare un dettaglio, e invece non lo è, cioè l’attenzione tedesca al riconoscimento dei titoli di studio e delle competenze professionali dei rifugiati. Da noi non se ne parla affatto, e proprio perché si teme un’integrazione degli immigrati capace di scalzare, a colpi di lauree e diplomi, le rendite di posizione degli autoctoni, in Germania ci si aspetta invece che i giovani medici, agronomi, informatici, ingegneri siriani e di altri paesi del mondo portino nuova linfa all’economia. Vedremo presto i risultati o i contraccolpi di queste strategie innovative. È un fatto, comunque, che nel cuore dell’Europa si stanno facendo strada posizioni diverse da quelle che all’immigrazione guardano solo con paura. O che, come in Italia, coltivano un’accoglienza che non dà luogo a politiche intenzionali ed efficaci di integrazione. Ci sarebbe anche questo tema, tra i tanti cui la politica dovrebbe riconoscere assoluta priorità.

fiorella_farinelliFiorella Farinelli

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Rocca 14 15 lug 16


NESSUN UOMO E’ ILLEGALE

Giornata- Rifugiato -2016Giornata Del Rifugiato 2016
DOMANI VENERDI’ 24 GIUGNO ORE 9.00 – Seminario Arcivescovile, Via Cogoni – Cagliari

Bonas noas: ripristinato il collegamento aereo diretto Cagliari – Perugia

MISTRAL AIR ATTERRA A PERUGIA CON 3 NUOVE ROTTE

Dal 1 Luglio al via i nuovi collegamenti aerei con Cagliari, Bari e Tirana

(Il comunicato congiunto Sase/Mistral). SASE SpA – società di gestione dell’aeroporto dell’Umbria – e Mistral Air – compagnia aerea del gruppo Poste Italiane – sono liete di annunciare l’avvio di 3 nuove rotte da/per l’aeroporto internazionale dell’Umbria – Perugia “San Francesco d’Assisi” a partire dal prossimo luglio.
- SEGUE –

CARAVAGGIO. Arregordarì Save The date Prendi Nota

Giuditta e Oloferne CaravaggioLicia Lisei parla di Caravaggio
La donna nella pittura (e non solo) di Caravaggio. – La pagina fb dell’evento, promosso da Stampaxi Associazione Culturale in collaborazione con Amici Sardi della Cittadella di Assisi e Aladinews.

E’ uscito Rocca 08

- E’ uscito Rocca n. 8 del 15 aprile 2016.

Il Vangelo secondo Matteo alla Cineteca Sarda


Martedì 22 marzo, dalle ore 16.30 alle 19.30 presso la Cineteca Sarda di viale Trieste 118, Cagliari:
Proiezione del film “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini. Segue dibattito.
Iniziativa promossa e organizzata dall’Associazione “Amici sardi della Cittadella” in collaborazione con la Cineteca Sarda.

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DOCUMENTAZIONE
- La recensione del film di Alberto Moravia, L’Espresso 4 ottobre 1964
- segue -

L’impegno sociale dei cristiani, oggi. Dibattito allo Studium francescano

Assao AsdCPromosso dall’Associazione “Amici sardi della Cittadella”, oggi mercoledì 2 marzo (orario 16.30-19) presso lo Studium francescano di via Principe Amedeo, 20a, proiezione del documentario sui 75 anni della Pro Civitate Christiana (45′), a cui seguirà un dibattito. Ecco una breve nota informativa sul documentario (regista Pierluigi Vito): “Un avvenire di libertà. Don Giovanni Rossi e la Pro Civitate Christiana”. Il racconto dei primi 75 anni di vita della Pro Civitate Christiana di Assisi, nata dall’intuizione di Don Giovanni Rossi con due vocazioni di fondo: l’annuncio missionario del Vangelo e l’incontro fecondo tra culture diverse. Con le testimonianze di Enzo Bianchi, Mons. Matteo Zuppi, Raniero La Valle, Gino Bulla, Francesco Guccini e altri. Partecipate e diffondete!
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Rocca 05 1 marzo 2016
- Rocca n.5 del 1 marzo 2016