Comitato d’iniziativa Costituzionale&Statutaria

Oggi lunedì 15 gennaio 2018

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democraziaoggi
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La Costituzione, tanti modi per violarla, un solo modo per difenderla: attuarla.
15 Gennaio 2018

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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lampada aladin micromicroGli editoriali di Aladinews.
img_4609Scegliete oggi chi volete servire (Gs 24,15)
logo76Notizie da Chiesa di tutti Chiesa dei poveri
Newsletter n. 60 del 12 gennaio 2018
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Oggi domenica 14 gennaio 2018

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70 anni della Costituzione
14 Gennaio 2018
Sandra Bonsanti
[Democraziaoggi] Domani lunedì ricorderemo il 70° della Costituzione lunedi a Cagliari (ore 17 Sala Fondazione di Sardegna via S, Salvatore d’Horta 2). In vista di questo incontro pubblichiamo l’intervento Sandra Bonsanti al Convegno in ricordo della promulgazione Costituzione che il Comitato nazionale per la democorazia costituzionale ha tenuto a Roma al Palazzo della Minerva il 27 dicembre scorso.
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La Rivoluzione d’ottobre e le eresie interne
democraziaoggi10 Gennaio 2018

Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
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img_4614La corsa solitaria del Polo dell’Autodeterminatzione: un progetto nuovo che nasce con un metodo vecchio.
Vito Biolchini su vitobiolchini.it.
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Approfondimenti (dalla pagina fb del Progetto)
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Oggi sabato 13 gennaio 2018

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La Costituzione, patto d’amicizia e di speranza
13 Gennaio 2018

Domenico Gallo

[Democraziaoggi] Mentre ci avviciniamo alla Celebrazione del 70° della Costituzione lunedi a Cagliari (ore 17 Sala Fondazione di Sardegna via S, Salvatore d’Horta 2), pubblichiamo le conclusioni di Domenico Gallo al Convegno in ricordo della promulgazione Costituzione che il Comitato nazionale per la democorazia costituzionale ha tenuto a Roma al Palazzo della Minerva il 27 dicembre scorso.
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lampadadialadmicromicroGli editoriali di Aladinews. amazon7amazon-2 Lavoro: nuove schiavitù. di Giannino Piana su Rocca.
Lo sciopero dei lavoratori di Amazon, che si è verificato alla filiale di Castel San Giovanni, vicino a Piacenza, lo scorso 24 novembre, il giorno di Black Friday simbolo degli affari, ha messo a nudo l’avanzare anche nel nostro Paese di una situazione che, concernendo un settore dell’attività commerciale destinato costantemente ad espandersi, non può che suscitare giustificato allarme [...].
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logo76Le statistiche e la vita reale

UN PAESE CHE SOFFRE (dal sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it.

I dati dell’ISTAT in termini percentuali fanno cantare vittoria; ma i disoccupati sono 2.855.000, aumentano gli ultracinquantenni che lavorano per effetto della riforma Fornero, e cresce il precariato.

DIRITTI nuove schiavitù nel mondo del lavoro

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di Giannino Piana su Rocca

Lo sciopero dei lavoratori di Amazon, che si è verificato alla filiale di Castel San Giovanni, vicino a Piacenza, lo scorso 24 novembre, il giorno di Black Friday simbolo degli affari, ha messo a nudo l’avanzare anche nel nostro Paese di una situazione che, concernendo un settore dell’attività commerciale destinato costantemente ad espandersi, non può che suscitare giustificato allarme. Le ragioni dello sciopero nei confronti del colosso di Seattle non sono soltanto rivendicazioni di carattere economico, ma chiamano anche (e soprattutto) in causa la richiesta di tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori. L’aspetto peggiore della situazione è infatti costituito dalle condizioni di lavoro, che sembrano rappresentare un ritorno agli anni cinquanta del secolo scorso.

torna la catena di montaggio?
Ma, entrando più direttamente nel merito della questione, è importante prendere anzitutto in considerazione alcuni dati, che forniscono un quadro puntuale di quanto è avvenuto e sta avvenendo. La filiale della Amazon di Castel San Giovanni è una grande azienda, che conta attualmente circa quattromila lavoratori, metà a tempo indeterminato col badge blu e l’altra metà interinali, cioè precari. Si tratta di un’azienda in costante crescita del fatturato, con straordinari balzi in avanti – in cinque anni l’aumento è stato del 500% – che pratica a livello salariale condizioni anacronistiche, applicando soltanto il contratto nazionale senza un contratto di secondo livello e senza l’assegnazione del premio di produzione.
Al di là del trattamento economico, non in linea con i parametri oggi vigenti, a destare particolare preoccupazione sono soprattutto le modalità di esecuzione del lavoro, il cui ritmo si presenta ripetitivo e pesante. Lavorare in Amazon è una corsa quotidiana contro il tempo: l’attività lavorativa, che consiste essenzialmente nell’imballare gli articoli in vendita, nel sistemarli e nel prelevarli dagli scaffali del magazzino per inviarli ai clienti con una maratona quotidiana anche di venti chilometri, prevede che ogni dipendente segua un target, la cui media produttiva è stabilita sulla base del personale con maggiore anzianità di servizio. A ciò si aggiunge l’abolizione della pausa per il caffè e la fissazione di tempi contati per andare in mensa e in bagno: fattori questi ultimi che aggravano ulteriormente il disagio.
Si tratta, in definitiva, di una condizione psicologicamente stressante e fisicamente logorante – frequenti sono tra i lavoratori le patologie della schiena e della colonna cerebrale – la quale presenta somiglianze indubbie con la vecchia catena di montaggio, con un apparato tuttavia assai più sofisticato che consente un controllo immediato della rendita produttiva di ciascun lavoratore. Esiste infatti un sistema elettronico che permette di registrare, di volta in volta, ciò che si verifica, mettendo in grado il manager di conoscere quanto ciascuno produce e in quanto tempo, con la possibilità perciò di penalizzare chi non riesce a tenere il ritmo previsto.

la deriva dei diritti
Il caso Amazon non è, d’altra parte, unico. Si moltiplicano anche nel nostro Paese situazioni analoghe di società di distribuzione di prodotti on line (e non solo), dove i trattamenti stile anni cinquanta del secolo scorso, con turni di lavoro massacran- ti, con mansioni ripetitive e un clima pesante, nonché con condizioni salariali tutt’altro che ottimali, sono all’ordine del giorno. La crisi economica tuttora non superata, che ha provocato un forte incremento della disoccupazione e dell’inoccupazione giovanile con livelli assolutamente patologici, favorisce il perpetuarsi di questa condizione: sono molti i giovani e gli stranieri – questi ultimi sempre più numerosi grazie all’avanzare del fenomeno migratorio – che accettano passivamente questo status, pur di non perdere il posto, indebolendo in tal modo (e talora persino vanificando) la funzione del sindacato.
A farne le spese è dunque la questione dei diritti, che vengono tranquillamente conculcati da aziende multinazionali, che concentrano nelle proprie mani una parte consistente dell’attività commerciale (e lo fa- ranno sempre più nei prossimi anni) – vi è chi ha previsto la fine entro dieci anni dei centri commerciali e dei supermercati – e che, grazie alla loro trasversalità geografi- ca riescono ad evadere con facilità il fisco – è il caso della Amazon che ha tuttora un contenzioso per evasione dal 2009 al 2015 con l’Agenzia delle entrate italiana di circa 110 milioni di euro – violando, in questo caso, i diritti dell’intera popolazione.

quali possibili rimedi?
Di fronte a questo pesante stato di cose, che ha introdotto anche nei paesi sviluppati dell’Occidente, forme di schiavitù che si ri- tenevano del tutto superate, la denuncia, per quanto importante, non basta. Diviene necessaria un’ampia riflessione sul modello di civiltà che si è venuti costruendo, sui parametri in base ai quali si sono verificate (e tuttora si verificano) le scelte sia in campo economico che politico. Le previsioni sul futuro, infatti, se si lasciano le cose come sono, risultano tutt’altro che ottimistiche. Mentre l’economia finanziaria ha tuttora il primato su quella produttiva, accrescendo in modo esponenziale le diseguaglianze, si assiste nel mondo del lavoro all’introduzione di macchine autonome nello svolgimento predittivo delle loro funzioni che, oltre a sottrarre all’uomo larghi spazi lavorativi con il rischio di un livello sempre più alto di disoccupazione, sono in grado di espropriarne anche l’intelligenza.
La rimessa al centro del lavoro, o meglio – come indicava la Laborem exercens di Giovanni Paolo II – dell’uomo lavoratore, con la sua dignità e i suoi diritti inalienabili, suppone anzitutto un’inversione di rotta nell’ambito del mondo economico, con la creazione di un sistema che si proponga come obiettivi fondamentali il rispetto dell’ambiente, l’uso parsimonioso delle risorse e l’equa distribuzione dei beni prodotti, con la preoccupazione pertanto non solo di quanto si produce, ma di che cosa, per chi e come lo si produce. Ma esige anche la restituzione del primato (che è anche frutto di riacquisita autorevolezza morale) alla politica, alla quale compete il ruolo di elaborazione degli indirizzi e delle regole, che devono guidare i processi collettivi (quello economico in primis) contribuendo alla realizzazione di una ordinata convivenza civile.
Tutto questo senza dimenticare l’importanza del ruolo della cultura, alla quale è richiesto, da un lato, di promuovere con urgenza nuove modalità di rapporto tra la- voro e conoscenza – solo in questo modo è possibile combattere l’alienazione derivante dal tipo di sapere inglobato in larga misura dalla macchina –; e, dall’altro, di rimodulare – come suggerisce Remo Bodei (Macchine per moltiplicare i desideri, Il Sole 24 ore, 10 settembre 2017, p. 27) – il desiderio umano, proiettandolo verso beni – quelli relazionali in primo luogo – che hanno a che fare con un’autentica umanizzazione e limitandone l’espansione, facendo cioè seriamente i conti con l’effettiva possibilità di crescita dell’intera famiglia umana e attribuendo un’importanza privilegiata alla qualità della vita.

Giannino Piana

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Fabbriche e Grandi Magazzini
MACCHINE PER MOLTIPLICARE I DESIDERI
I dilemmi tra lavoro e spinte al consumo della rivoluzione industriale alla robotizzazione dei nostri giorni.
di Remo Bodei
La civiltà delle macchine, con il conseguente avvento della civiltà industriale, ha radicalmente modificato non solo la struttura dei nostri desideri e della nostra vita, ma anche la natura del consumo e, ovviamente, del lavoro. In tutte le culture umane e per millenni il desiderio è stato, infatti, frenato o inibito dalla scarsità delle risorse disponibili. Nella Regola Celeste Lao-Tse diceva: “Non c’è colpa maggiore / che indulgere alle voglie! Non c’è male maggiore / Che quel di non sapersi contentare. / Non c’è danno maggiore / Che nutrire bramosia d’acquisto”. Nella nostra tradizione occidentale sono stati soprattutto gli Stoici, in forme meno radicali dei Cinici, a invitare alla rinuncia ai desideri di possesso. Cleante ha così potuto affermare: ‹‹Se vuoi essere ricco, sii povero di desideri››, seguito da Seneca nel ripetere che: ‹‹è povero non chi possiede poco, ma chi brama avere di più››. La tecnica messa in atto per combattere la pleonexia, il desiderio insaziabile di avere sempre di più, consisteva nell’abbassare la soglia delle pretese degli individui piuttosto che alzare quella delle loro attese.
Alla base di tutte queste prescrizioni cautelative vi è non solo la consapevolezza che i desideri umani, abbandonati a se stessi, sono inesauribili, ma anche la constatazione che il desiderio è in sé, per definizione, una passione legata al futuro e segnata, di conseguenza, dall’incertezza sul conseguimento dei suoi obiettivi. Per questo motivo, seppure per finalità differenti, già nel mondo antico, pagani e cristiani avevano cercato di mettere argini all’insaziabilità dei desideri proponendo, rispettivamente, la saggezza in questa vita e l’attesa della beatitudine nell’altra. L’età moderna si caratterizza invece per la caduta di tale divieto e, spesso, per l’esplicito riconoscimento della legittimità di soddisfare i desideri nella vita terrena.
Sono, soprattutto, le macchine a provocare questa mutazione antropologica. Già con Galilei – allorché la meccanica passa da pratica disprezzata a scienza, adornandosi dell’aggettivo “razionale” -, la costruzione di macchine esattamente programmabili rende i suoi prodotti a buon mercato rispetto a quelli prima ottenuti dal lavoro servile artigianale. Nel corso della rivoluzione industriale, l’accentuata divisione del lavoro grazie alle macchine, tuttavia innesca una grave crisi. Infatti, come dimostrerà nel 1817 l’economista svizzero Sismondi, l’allargamento della forbice tra sovrapproduzione e sottoconsumo – nel senso che la industriale produce troppo rispetto alle possibilità di acquisto da parte della maggior parte dei possibili consumatori – provoca la disoccupazione di massa e la conseguente distruzione delle macchine da parte dei luddisti inglesi che davano loro la colpa della perdita di lavoro.
Una soluzione che tamponerà a lungo questa crisi verrà trovata da alcuni altri economisti francesi negli anni Quaranta dell’Ottocento grazie alla proposta di aumentare i consumi per far fronte all’enorme produttività di macchine sempre più efficienti. Dalle loro teorie, ben presto messe in pratica, discende sia la nascita dei grandi magazzini, sia la parallela, vertiginosa crescita della pubblicità, tesa a orientare e far crescere i consumi. Il primo grande magazzino al mondo è l’Au Bon Marché, aperto nel 1852 da Aristide Boucicault, che esiste ancora a Parigi. Diverse le novità qui introdotte. In primo luogo, vi si stabiliscono prezzi fissi, cosa non ovvia (anche in Europa si procedeva allora a mercanteggiare come ancora oggi nei suk arabi). L’acquisto di enormi stock di merci portava, in secondo luogo, all’abbassamento del prezzo unitario dei prodotti. Veniva poi, concessa la possibilità di restituire la merce che non piaceva e si accettavano, infine, acquisti rateizzati. Si aprì così la strada alla “democratizzazione del lusso” e all’attrazione fatale per le merci. Lo avrebbe mostrato ben presto, nel 1883. Émile Zola nel romanzo Au bonheur des dames, dove si descrive l’espandersi dei supermercati a detrimento del piccolo commercio.
Un altro momento simbolicamente importante è costituito dalla scoperta delle vetrine, nel 1902, da parte di un certo Foucault (che non è né quello del pendolo, né il filosofo, ma un bravo artigiano). Prima era impossibile fabbricare grandi superfici di vetro senza che si rompessero per gli sbalzi di temperatura.
Rispetto al grande magazzino, in cui per essere indotti a comprare occorre prima entrarvi, la vetrina attira e seduce già dalla strada esibendo, si potrebbe dire, il trasparente oggetto del desiderio. Nuovi strumenti (il carrello negli anni Trenta del secolo scorso, la carta di credito nel 1949 da parte di Frank X. McNamara, fondatore del Diners Club) incrementano ulteriormente le brame acquisitive.
I discorsi moralistici sul consumismo, sulla “abbondanza frugale”, possono avere una loro intrinseca giustificazione solo se non si dimentica che il consumo è legato alla produzione, che nel nostro attuale sistema economico, se non si consuma, non si produce, e, se non si produce, ne risulta la catastrofe di questa società. Il consumismo ha, infatti, finora salvato la società industriale, ma mostra oramai la sua inadeguatezza perché non è in grado di soddisfare le esigenze di una popolazione mondiale in continua crescita in società che continuano a sprecare risorse non rinnovabili.
È in corso un’altra mutazione che trasformerà, assieme alla dinamica dei nostri desideri e dei nostri stili di vita, anche il lavoro come fino a pochi decenni fa lo abbiamo concepito. A differenza dell’artigianato, in cui conoscenza e lavoro convergono nell’apprendimento e nella pratica di un mestiere, il tipo di sapere che s’impone nell’epoca del fordismo-taylorismo, impersonato dalla catena di montaggio, quello inglobato nella macchina, che richiede al lavoratore l’esecuzione di pochi, semplici e ripetitivi movimenti fisici e si concentra invece in un numero ristretto di addetti negli alti livelli della progettazione e del management.
Si è, quindi avvertita l’urgenza di riunire nuovamente lavoro e conoscenza. Oggi è, tuttavia, facile accorgersi del fatto che il trionfale affermarsi delle tecnologie informatiche, della robotica e dell’intelligenza artificiale rischia, almeno per una fase di transizione di indefinibile durata, di portati a una situazione analoga a quella della prima industrializzazione.
Si ridurrà cioè inesorabilmente il numero degli occupati, sostituiti da macchine non più assistite dall’uomo in processi che espropriano solo il corpo del lavoratore (come, appunto, accade nella catena di montaggio), ma macchine autonome nello svolgimento predittivo delle loro funzioni e capaci di espropriarne anche l’intelligenza. La sostituzione di posti di lavoro umano sarà accentuata dalla nuova generazione di robot dotati di maggiore destrezza fisica, di riconoscimento visivo tridimensionale e, presto, della capacità di collegarsi a “potenti hub computazionali centralizzati”, ossia al cloud da cui attingeranno sia una messe di dati dalle risorse della rete, sia l’aggiornamento continuo del loro software.
Ecco alcuni esempi: l’automazione nella raccolta del cotone o del grano è negli Stati Uniti ormai quasi completa; la preparazione del cibo nelle catene di fast food sta anch’essa cancellando un gran numero di occupati, grazie a una macchina che “riesce a preparare circa 360 hamburgers all’ora, tosta anche il pane e affetta gli ingredienti freschi come i pomodori, le cipolle e i cetrioli sott’aceto, inserendoli nel panino una volta ricevuto l’ordine”, la raccolta delle arance sta per essere compiuta da robot a forma di polipo in grado di riconoscere, localizzare i frutti e coglierli con i loro otto tentacoli.
Se il lavoro umano non manterrà un margine insostituibile di intelligenza e di creatività rispetto all’automazione e se la società non sarà capace di auto-sovvertirsi per far fronte alle nuove tecnologie, le conseguenze saranno molteplici e, certo, non piacevoli. In primo luogo, come aveva già immaginato nel 1949, Norbert Wiener, il padre della cibernetica, a causa dell’avvento di una “rivoluzione industriale di una crudeltà assoluta”, vi saranno macchine capaci di “ridurre il valore economico del comune operaio al punto che non varrà più la pena di assumerlo. A qualunque prezzo”. In secondo luogo, la disoccupazione e la sottocupazione ridurranno drasticamente i consumi, di modo che il consumismo, che ha salvato la rivoluzione industriale, non sarà più utilizzabile. In terzo e ultimo luogo, in che modo gestiremo e organizzeremo i nostri desideri e la nostra vita nella prospettiva dell’enorme quantità di tempo lasciato libero dal lavoro delle macchine?
Remo Bodei dal Sole 24 Ore DOMENICA – 10 Settembre 2017
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- La foto della manifestazione sindacale è tratta da Piacenza 24.

STATO SOCIALE. Tracce per un’economia verso il bene comune

img_4603Tracce per un’economia verso il bene comune
L’azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto (John Maynard Keynes, da La fine del laissez-faire, del 1926)
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di Luca Benedini, su Rocca

Come ricordava Joseph E. Stiglitz in In un mondo imperfetto (Donzelli, 2001), messi di fronte all’eclatante questione dei «fallimenti del mercato» (1) i sostenitori del liberismo tipicamente mettono in evidenza i «fallimenti dello Stato» ed «esprimono [...] scarsissima fiducia nella possibilità di sanare le carenze del settore pubblico». In questo, tuttavia, essi ogni volta fingono di non saper nulla dei diversi paesi in cui da tempo vi è un efficace «Stato sociale» e trascurano cruciali considerazioni come quella in premessa, il cui autore può essere considerato la levatrice stessa dello «Stato sociale». In tal senso, l’attività fondamentale di uno Stato moderno dovrebbe essere evidentemente indirizzata – oltre che ad una regolamentazione equa, imparziale e trasparente degli organismi pubblici stessi e dei vari settori del mercato (nella quale si dovrebbe evitare accuratamente di cadere nell’estremo opposto del liberismo, cioè in una burocratizzazione esasperante, piena di inutili lungaggini e costosa per i cittadini che interpellano le istituzioni) (2) – agli interventi miranti ad ovviare adeguatamente a ciascuno dei «fallimenti del mercato», i quali non solo danneggiano direttamente la qualità della vita di molti, ma generalmente favoriscono anche le stagnazioni e recessioni economiche.

far fronte alla globalizzazione
In questi interventi, il punto più debole oggi è tutto ciò che ha a che fare con la globalizzazione, gestita sinora secondo la logica liberista che produce società deregolamentate dove abbondano il caos e crisi di vario genere e dove vincono sistematicamente i pochi più ricchi, più forti e più furbi (che si espandono sempre più in privilegi, potere e ricchezze a danno degli altri, i molti «perdenti» sempre più emarginati ed esclusi).
A patto di cominciare ad occuparsene, nel medio-lungo termine sarà possibile mettere a punto gli strumenti per riuscire a gestire in maniera umana l globalizzazione, che come figlia dell’evoluzione tecnologica in se inevitabile: strumenti internazionali (oggi inesistenti) e nazionali (finora attuati ampiamente solo in pochissimi paesi).
Su scala nazionale vi possono essere metodologie combinate che diano sostegno alla concorrenzialità in ambito internazionale e che incoraggino le imprese innovative: p. es., sostegni alla ricerca, all’innovazione e al credito per le imprese; collegamenti tra università e attività produttive; contributi concreti a progettare e realizzare efficienti «reti produttive integrate» in cui varie aziende locali si completino vicendevolmente; corsi di formazione professionale attenti anche alle tecniche produttive più recenti; forme di assicurazione sociale che facilitino il passaggio da un tipo di lavoro ad un altro; efficaci ammortizzatori sociali. Inoltre – sulla base di norme adeguate che tra l’altro dovrebbero addebitare gli eventuali costi operativi agli importatori e non ai contribuenti – si possono compiere rigorosi controlli per garantire che la qualità delle merci importate non sia inferiore alla qualità richiesta ai prodotti locali.
Su scala internazionale, è soprattutto questione di inserire delle clausole sociali e ambientali negli accordi commerciali e una serie di diritti umani e di prescrizioni ecologiche in specifici trattati, in modo da tutelare la qualità della vita dei lavoratori, l’ambiente e il clima (3): qualora un produttore che intendesse esportare merci in un paese non rispettasse tali clausole oppure qualcuno di questi trattati vigenti in quel paese, ciò dovrebbe implicare per le merci in questione un bando commerciale o per lo meno delle sanzioni equiparabili a dei marcati dazi doganali.
In attesa di strumenti complessi come questi, appare però indispensabile riuscire a difendersi anche nell’immediato da scelte aziendali drammatiche e contestate come la decisione di delocalizzare o chiudere impianti economicamente funzionali. Come extrema ratio e come fattore-chiave, alla fin fine occorrerebbe la disponibilità degli Stati a nazionalizzare tali impianti – di solito in via provvisoria, in attesa di trovare imprese cooperative o private interessate a gestirli – indennizzando la proprietà solamente all’osso (4). Questa disponibilità permetterebbe anche di sottrarre alle multinazionali il loro attuale potere di giocare con l’apparato produttivo mondiale in maniera ricattatoria e speculativa come se si trattasse di un gioco da tavolo, tipo Risiko o Monòpoli. Inoltre, qualora un’impresa intenda delocalizzare o chiudere degli impianti si potrebbe obbligarla a restituire tutte le eventuali forme di aiuto pubblico collegate ad essi e stanziate durante i precedenti 15-20 anni.

altri aspetti-chiave
Dallo specifico punto di vista delle dinamiche macroeconomiche e delle prospettive di evoluzione della società, appaiono nodali anche ulteriori interventi pubblici attualmente quanto mai insufficienti nel mondo:
– una redistribuzione e regolamentazione dei redditi e del lavoro, indirizzata a tutti, che ponga rimedio alla possibilità di sperequazioni economiche molto intense nella popolazione, che tuteli il diritto dei lavoratori di non essere licenziati senza una «giusta causa» e che faciliti il part-time (come basilare forma di personalizzazione del lavoro), le cooperative e l’economia comunitaria (5);
– efficaci forme di fiscalità inerenti alla tassazione delle transazioni finanziarie, alla carbon tax sulle emissioni dei gas-serra, alla web tax sui guadagni realizzati tramite Internet e – nei periodi di recessione economica – a specifiche imposte sui grandi patrimoni (mediante le quali è possibile tutelare dalla crisi i bilanci pubblici senza deprimere ulteriormente i redditi bassi e medi, che costituiscono il fulcro della domanda interna di beni e servizi) (6);
– l’effettiva messa al bando dei paradisi fiscali (che fanno enormemente comodo alla criminalità organizzata, agli evasori fiscali e alle speculazioni finanziarie);
– possibilità pubbliche di credito e microcredito per famiglie e piccole e medie imprese (spesso sfavorite dagli istituti creditizi privati), evitando parallelamente nel settore bancario e finanziario un ritorno alla deregolamentazione neoliberista che negli anni scorsi ha consentito la «crisi dei mutui»;
– iniziative concrete per la ricerca, l’innovazione e l’informazione nelle varie aree tecnico-scientifiche che, pur potendo es- sere di grande utilità generale, difficilmente otterrebbero sufficienti finanziamenti e realizzazioni attraverso il mercato (7);
– stringenti normative per un’economia sostenibile, p.es. accelerando quanto possibile la sostituzione dei combustibili fossili (principali cause dell’effetto serra e dello smog) con forme di energia solare ambientalmente corrette, prevedendo l’obbligo di ciascuna industria di programmare in un prossimo futuro tanto il completo riciclo di ciascuno dei suoi prodotti una volta che ne sia terminato l’uso (così da porre tendenzialmente termine a inceneritori e discariche) quanto la fine dell’uso commerciale di prodotti chimici gravemente tossici, prevedendo parallelamente il rifiuto degli organismi geneticamente modificati (ogm) e la prossima abolizione dei pesticidi ed erbicidi sintetici in agricoltura, impegnandosi per bloccare la distruzione di ecosistemi fragili come le foreste pluviali e boreali e – ovviamente – accompagnando tutto ciò con una congrua evoluzione dei programmi scolastici e universitari e dei corsi di formazione e aggiornamento professionale;
– la cancellazione del potere che le varie istituzioni nazionali e internazionali riconoscono ufficialmente alle agenzie private di rating.
Per il Terzo mondo appaiono altrettanto cruciali anche altri interventi, che avrebbero comunque ricadute molto positive anche sulle dinamiche sociali ed economiche dei paesi «sviluppati». La questione forse più fondamentale si impernia sull’attribuzione degli «aiuti allo sviluppo» molto più alle comunità locali che ai governi (i quali molto spesso operano contro le esigenze e gli interessi della loro «popolazione comune»), sull’inserimento di tali aiuti e degli «aiuti umanitari» in più ampie prospettive sociali, ecologiche e produttive che la comunità internazionale dovrebbe tutelare in ogni realtà locale e, soprattutto, sull’incontro con investitori internazionali che sappiano essere dei veri partner economici – consapevoli della valenza civile ed umana dell’attività produttiva (come avviene con particolare attenzione nel «commercio equo e solidale») – anziché dei cinici sfruttatori e dei corruttori come è solitamente avvenuto p.es. con i tanti speculatori che popolano il mondo della finanza mondiale e con lo stesso Fondo monetario internazionale (8). L’attività produttiva dovrebbe mirare anche a rendere ciascuna area subcontinentale relativamente autonoma dal punto di vista economico, senza una sua pesante dipendenza da importazioni da paesi lontani. Particolarmente urgente appare anche l’elaborazione di accordi internazionali che blocchino ovunque il più possibile sia le colture energetiche in agricoltura (di fatto responsabili di aumenti di prezzo delle derrate alimentari per i quali, negli ultimi anni, milioni di persone in più si sono ritrovate alla fame) sia la possibilità di giocare in borsa e speculare sui prezzi correnti e futuri di tali derrate e dei terreni agricoli mettendo artificiosamente a repentaglio la sopravvivenza stessa di ampie fasce di popolazione. Parallelamente – in base a ineludibili ragioni specificamente giuridiche (9), oltre che sociali e umane – andrebbe riavviato un effettivo impegno internazionale per l’abbattimento di un’ampia parte del debito estero attribuito ai paesi del Terzo mondo.

Luca Benedini

Note
(1) Come ha ampiamente notato per es. lo stesso Stiglitz in Economia del settore pubblico (Hoepli, 1989), da tempo è nota una serie di indiscutibili «cause di insufficienza del mercato» lasciato a se stesso, dalle quali hanno origine i molti ed evidenti «fallimenti del mercato» sul piano sociale, ambientale, umano e anche economico. Cfr. anche Oltre Keynes (Rocca, n.13/ 2017).
(2) In molti paesi, peraltro, le leggi elettorali e referendarie e le norme operative delle pubbliche istituzioni appaiono ispirate molto più alla formazione di una vera e propria casta politica – posta su una sorta di piedistallo rispetto ai «cittadini comuni» – che all’equità e alla trasparenza. La supposizione che la conquista del suffragio universale basti a dar corpo a una democrazia funzionante ed effettiva è uno degli equivoci più colossali e controproducenti in cui pare caduta gran parte dell’umanità moderna. (3) Per concretizzare questo approccio, un punto di partenza già pronto potrebbe essere costituito da norme, regolamentazioni o impegni internazionali già esistenti. Per es., al primo aspetto potrebbe essere associata una serie di diritti inclusi nella «Dichiarazione universale» del 1948 (in particolare – essendoci un’ovvia enfasi sul lavoro – nei suoi artt. 23 e 24), nel «Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali» entrato in vigore nel 1976 (con uno speciale riferimento ai suoi artt. 6, 7, 8, 9 e 10) o in qualcuna delle convenzioni dell’Ilo. Malgrado la loro piena normatività giuridica basata in molti paesi sui princìpi costituzionali stessi (che danno valore di legge a vari atti internazionali), si tratta di diritti che sono spesso disapplicati da politici e imprenditori e che, tra l’altro, sanciscono inequivocabilmente l’obiettivo pubblico di una pressoché piena occupazione.
(4) Cfr. per es. gli artt. 1, 2, 3, 4, 35, 41, 42, 45 e 46 della Costituzione italiana.
(5) Una tale redistribuzione consentirebbe anche di avviare una progressiva riduzione del peso abnorme e socialmente «patologico» che hanno oggi il capitale finanziario e la finanza speculativa. Cfr. per es. Dietro le quinte dell’economia internazionale (Rocca, n. 12/2016).
(6) Cfr. per es. Imposta patrimoniale per chi ha di più, di Pietro Modiano (Corriere della Sera, 8/ 7/2011), dove si suggerisce anche un eccellente modo di ovviare a vari aspetti dell’evasione fiscale.
(7) Un passo estremamente significativo sarebbe anche l’approvazione di norme – il più possibile internazionali – che riescano ad impedire efficacemente ai proprietari di brevetti non pericolosi di tenere segrete e/o deliberatamente inutilizzate le tecnologie brevettate. La questione potrebbe essere risolta attraverso il passaggio dall’attuale impostazione normativa ad una simile a quella impiegata per i diritti d’autore in ambito musicale.
(8) Cfr. per es. Una pietra al collo, di Roberto Bosio (Emi, 1998); L’illusione umanitaria, di M. Deriu e al. (Emi, 2001); La carità che uccide, di Dambisa Moyo (Rizzoli, 2010); Da Seattle alla crisi dei mutui (Rocca, n. 8/2009); Aiuti ai paesi poveri: solo parole (La Civetta, dicembre 2010). Cfr. anche le attività concrete di Emergency, di Survival International, della Leonardo Di Caprio Foundation e di varie altre associazioni di volontariato nel Terzo mondo.
(9) Cfr. per es. Debito estero: le ragioni per non pagarlo (Rocca, n. 22/2002) e gli articoli di David C. Gray (Devilry, Complicity, and Greed: Transitional Justice and Odious Debt) e di Kunibert Raffer (Odious, Illegitimate, Illegal, or Legal Debts – What Difference Does It Make for International Chapter 9 Debt Arbitration?) apparsi su Law and Contemporary Problems rispettivamente in estate e autunno 2007.
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Oggi giovedì 11 gennaio 2018

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democraziaoggiOccupazione, il trucco c’è e si vede
11 Gennaio 2018

Alfonso Gianni – Il Manifesto del 10.1.2018, ripreso da Democraziaoggi.

Alla TV e alla Radio tambureggia la propaganda governativa sulla ripresa dell’occupazione… che nessuno vede. Alfonso Gianni ci svela il trucco.
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vauro
Roberta Carlini su Rocca
lampada aladin micromicroGli editoriali di Aladinews.
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Oggi mercoledì 10 gennaio 2018

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La Rivoluzione d’ottobre e le eresie interne
democraziaoggi10 Gennaio 2018

Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
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Oggi martedì 9 gennaio 2018

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lampada aladin micromicroGli editoriali di Aladinews. angioy-a-ssDecadenza delle classi dirigenti e “dipendentismo”, ecco la nuova Questione sarda. 4 gennaio 2018: Pronto intervento di Paolo Fadda su SardiniaPost.
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democraziaoggiPaolo, Franciscu, Christian, Piero, Giuseppe Luigi, Renato, Gigi e gli altri… ovvero l’opera buffa del centrosinistra nostrano
9 Gennaio 2018

Amsicora Su DemocraziaoggiI
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Lunedì 15 gennaio – Punta de billete – Prendi nota – Save the date

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70° della Costituzione Dalla Resistenza alla Costituente. La Costituzione fra passato e futuro

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. Introduce Andrea Pubusa – giuspubblicista
Università di Cagliari

Ricordo di Francesco Cocco e Vincenzo Pillai
dell’ANPI e del Comitato d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria di Cagliari

. Gianni Fresu – storico
Universidade de Uberlandia (Brazil)

. Silvia Niccolai – costituzionalista
Università di Cagliari

Massimo Villone
Costituzionalista
Presidente Naz. Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Interventi programmati
Luisa Sassu, sulle “Madri costituenti”;
Tonino Dessì, sulle “Autonomie nella Costituzione”.

Lunedì 15 gennaio 2018 ore 17
Fondazione di Sardegna
via S. Salvatore da Horta, 2 – Cagliari

Lavoro innanzitutto! Come?

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Dati ISTAT. L’occupazione cresce e…diminuisce!
democraziaoggi31 Dicembre 2017
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Ecco la seonda parte dell’interessante intervento del prof. Gianfranco Sabattini, pubblicato ieri su Democraziaoggi a commento del saggio di Francesco Saraceno (economista senior presso l’Osservatoire Français des Conjonctures Économiques/Science-Po di Parigi) inserito in “Che cosa ci dicono i dati sul lavoro”, “Il Mulino” n. 5/2017.
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(…) In conclusione, secondo Saraceno, per uscire dalla crisi l’Italia deve migliorare la produttività del lavoro, dando il là al rilancio della crescita attraverso l’aumento degli investimenti nell’istruzione; ciò dovrebbe avvenire in un contesto in cui le risorse, essendo limitate, dovrebbero essere reperite attraverso l’abbandono della politica di austerità, con la quale sinora si è inteso fronteggiare gli esiti negativi della crisi.
La cessazione dell’austerità, tuttavia, non sembra una misura sufficiente a consentire il ricupero delle risorse per fare fronte al male antico del sistema-Paese italiano, cioè a promuovere il miglioramento del lavoro, strumentale alla ripresa degli investimenti. L’unica via percorribile, per il ricupero delle risorse necessarie a rilanciare la crescita, sembra perciò ridursi a quella, da alcuni prospettata, ma sempre respinta sul piano politico, di un’imposta patrimoniale una tantum sui maggiori patrimoni, da destinare alla riduzione del debito pubblico; ciò, al fine di realizzare un aumento dell’avanzo primario del bilancio pubblico, ricuperando le risorse per finanziare le politiche pubbliche orientate a rendere possibile l’auspicato miglioramento della produttività del lavoro.
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Oggi domenica 31 dicembre 2017

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aladin-lampada-di-aladinews312Gli editoriali di aladinews. codonesu_2
di Fernando Codonesu
Nei giorni scorsi i quotidiani e gli organi di comunicazione della nostra regione hanno dato grande spazio all’accordo sulle servitù militari appena firmato, così come ai presunti mirabolanti risultati della Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito presieduta dal deputato del PD Giampiero Scanu.
Per fortuna sono apparsi anche alcuni spunti critici, prese di posizione più che condivisibili e spunti polemici su siti come www.democraziaoggi.it, www.vitobiolchini.it, su questo blog e su pochi altri, ma nei quotidiani e nei telegiornali locali si sono riportate soprattutto trionfanti dichiarazioni tipo “accordo storico” per l’accordo sulle servitù e “niente sarà più come prima” per i risultati della citata Commissione parlamentare.
Ma è veramente così?
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Dati ISTAT. L’occupazione cresce e…diminuisce!
democraziaoggi31 Dicembre 2017
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Ecco la seonda parte dell’interessante intervento del prof. Gianfranco Sabattini, pubblicato ieri su Democraziaoggi a commento del saggio di Francesco Saraceno (economista senior presso l’Osservatoire Français des Conjonctures Économiques/Science-Po di Parigi) inserito in “Che cosa ci dicono i dati sul lavoro”, “Il Mulino” n. 5/2017.
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Punta de billete. Prendi nota. Save the date

costat-logo-stef-p-c_270° della Costituzione
“Dalla Resistenza alla Costituente. La Costituzione è sempre giovane”
In ricordo di Francesco Cocco e Vincenzo Pillai
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Relatori Gianni Fesu storico, docente universitario e Massimo Villone, costituzionaista, presidente del Comitato nazionale per la Costituzione.
Lunedì 15 gennaio 2018, dalle ore 17, sala Fondazione di Sardegna, via San Salvatore d’Horta, Cagliari.
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La caduta delle tutele dei lavoratori è inarrestabile? Qualche segnale di inversione, come in un glorioso passato “dal silenzio alla parola”

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Il baraccone

di Gianni Loy
Sembra cronaca. Ma potrebbe essere storia. Una storia che, ripetendosi, riporta alla mente i corsi ed i ricorsi di vichiana memoria.
La cronaca di questi giorni ci informa che la potente Ryanair, dopo l’ultima offensiva dei suoi piloti ed assistenti di volo, ha capitolato. Almeno nel senso che, dopo le ripetute minacce nei confronti dei dipendenti che avessero osato scioperare, ha riconosciuto il sindacato: siederà al tavolo delle trattative.
Amazon, al contrario, continua a rifiutarsi di trattare con i lavoratori che, però, hanno deciso di incrociare le braccia e di organizzarsi sindacalmente.
Sono soltanto i fatti più recenti, e più eclatanti, delle ultime settimane che lasciano intravedere qualche elemento di rottura rispetto al progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro e del trattamento retributivo cui si assiste, a volte persino con rassegnazione, ormai da anni.
E’ accaduto che nella gerarchia dei valori degli Stati e delle organizzazioni sovranazionali (per fortuna non tutte poiché l’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ed il Consiglio d’Europa, (da non confondersi con l’Unione europea) remano in altra direzione, ai diritti dell’impresa viene riconosciuta sempre maggiore importanza nella gerarchia dei valori. Allo stesso tempo, i diritti fondamentali della persona, soprattutto quelli legati allo status di lavoratore, e quelli connessi con l’attività sindacale (organizzazione collettiva, sciopero) vengono retrocessi ad un ruolo subalterno rispetto alla libertà d’impresa ed alla libertà di circolazione di merci e lavoratori, orami collocati sullo stesso piano.
Dal punto di vista sociale, siamo in presenza di un conclamato fenomeno di pauperizzazione che esalta l’acuirsi dei divari, concentra il potere nelle mani di pochi, all’interno di uno scenario ormai privo di confini, e vede ridursi il potere della politica ad amministratrice degli interessi di quanti detengono il potere.
Le organizzazioni che, tradizionalmente, avevano favorito l’affermarsi dei diritti di quella composita associazione di movimenti, che si ispiravano alla classe operaria, sono state ridotte al silenzio, eppure hanno contato, e come, nella storica affermazione dei diritti dei lavoratori, penetrati nel cuore della legislazione degli Stati civilmente più evoluti. Diritti che, laddove incardinati nel sistema giuridico, sono stati gradualmente depotenziati, se non abrogati, in nome della nuova religione iperliberista cresciuta tra le macerie del muro di Berlino.
Il silenzio, in questi ultimi anni, non è stato assoluto. Tuttavia, ciò che prima era rappresentato da partiti di massa, oggi è nelle mani di formazioni assai più limitate, (che, in ogni caso, della storia del movimento operaio mantengono pervicacemente, la vocazione alla frammentazione). Organizzazioni, in definitiva, paragonabili piuttosto alle avanguardie che alle organizzazione di massa.
L’organizzazione capitalista, facendo tesoro delle nuove tecnologie, sia in senso materiale che organizzativo, ha resuscitato la plebe, le masse sfruttate ed incapaci di reazione, oggi costituite soprattutto dallo sterminato esercito di precari. Si tratta di lavoratori nuovamente esposti al rischio di perdere in qualunque momento la fonte di sussistenza ed esposti perciò al ricatto che, allo stesso tempo, costituiscono il nerbo di un novello esercito di riserva.
Hanno ripreso ad espandersi gli spazi dell’assistenza e della beneficienza, sia quelli organizzati dallo Stato, sia quelli, spontanei, che fioriscono dai buoni intenti di chi ancora pensa che tutti, indipendentemente dalla proprie condizioni, abbiano diritto ad una vita dignitosa.
E poiché lo Stato non è più in grado, non può o non vuole, farsi carico delle nuove povertà, ecco che fioriscono, soprattutto sotto l’egida delle organizzazioni religiose, le iniziative di contrasto contro le povertà estreme.
Tornano alla mente i tempi nei quali l’assistenza non era ancora entrata a far parte dei doveri istituzionali dello Stato, dei tempi nei quali, prima che incominciasse la storia del movimento operaio, solo la carità provvedeva a alleviare le pene di un proletariato sfruttato senza ritegno.
Sono molti, in definitiva, gli elementi di similitudine tra il clima della prima rivoluzione industriale e quello che ci introduce alla quarta rivoluzione industriale, quella delle intelligenze artificiali e della robotica.
In comune la distribuzione del rischio che, allora come, oggi, ricade prevalentemente sul lavoratore. E’ il lavoratore, infatti, che poteva, e può, esser facilmente espulso dal processo produttivo tutte le volte che la sua prestazione non risulti conveniente per il datore di lavoro. In comune la subordinazione personale, oggi paludata sotto forma di evanescenti tipologie contrattuali che, equivocamene intitolate all’autonomia, annullano, di fatto, ogni libertà individuale.
In comune l’avversione per le forme associative: allora, costituire un sindacato o scioperare poteva persino costituire un reato. Oggi non si arriva a ciò, ma i lavoratori, e non soltanto quelli precari, sono sempre più esposti al rischio, o al ricatto, di perdere qualche beneficio, o persino il posto di lavoro, par l’affiliazione ad un sindacato o per il solo fatto di aderire ad uno sciopero.
Oggi, come allora, è ancora una volta la Chiesa, un Papa, che leva la propria voce a difesa della dignità del lavoro e dei lavoratori, ed ancor più delle lavoratrici.
Oggi come allora, quando gli Stati proclamavano la loro estraneità rispetto al fenomeno e pretendevano che fosse regolato soltanto dal diritto civile: laissez faire, lasciate passare, gli Stati si ritraggono progressivamente dall’impegno (talvolta esplicitamente assunto in sede costituzionale) di “immischiarsi” nelle vicende del lavoro per limitare il potere eccessivo della parte forte del rapporto di lavoro.
Certo, si diceva, e si ripete, l’importante è che il rapporto sia regolato da un contratto. Mi vengono alla mente le parole di un dipendente di Amazon: come potrei realmente contrattare, da solo, le condizioni del mio contratto di lavoro, avendo di fronte a me, come controparte, l’uomo più ricco del mondo?
Queste contraddizioni, queste difficoltà, i lavoratori del secolo scorso le hanno affrontate e superate, grazie alla capacità di auto organizzarsi, riunirsi in sindacato, intraprendere forme di lotta che, gradatamente, sono state capaci di controbilanciare lo strapotere padronale.
Nella cronaca di questi giorni trova anche qualche similitudine positiva. Quelle masse di lavoratori precari che sembravano destinati a chinare la testa per sempre a costituire la nuova plebe del XXI secolo, danno segni di ribellione, incominciano ad organizzarsi. Non importa se sotto l’egida dei sindacati storici o di altre organizzazioni, incominciano ad organizzarsi ed a porre in essere forme di lotta, riscoprono la tradizionale arma dello sciopero che, piaccia o non piaccia, continua a costituire, in molti casi, uno dei pochi strumenti di lotta efficaci.
Proprio come nel passato, incominciano ad individuare i punti deboli della controparte. Riprendono a sollecitare l’attenzione di una opinione pubblica distratta, cioè dei consumatori. Chiedono la parola. Aspirano a ripetere quel processo di affrancamento che la classe operaia ha posto in essere proprio passando “dal silenzio alla parola”, secondo l’efficace sintesi di un acuto osservatore della storia operaia e sindacale (Le Goff).
La decisione di Ryanair di accettare il confronto con i sindacati, o meglio la capacità dei piloti ed assistenti di volo di riuscire ad imporglielo, ha un grande valore simbolico. Potrebbe trattarsi (unitamente ad analoghi segnali provenienti da una nuova classe di sfruttati che sembrava incapace di ribellione) dell’avvio di un nuovo processo di affrancamento, di un “ricorso storico”.
Non tragga in inganno il fatto che gli artefici siano i piloti, categoria un tempo costituita da previlegiati in possesso grande forza contrattuale. Oggi non lo sono più. In ogni caso, anche caso gli inizi della storia, le categorie più professionalizzate, quelle dotate di forza contrattuale, hanno dato un fondamentale contributo alle conquiste della classe operaia.
Una piccola, grande conquista, che ci fa credere, e ci fa sperare, che un popolo che da sempre sta sulla breccia, calpestato e diviso, fottuto e deriso, sia capace di buttarsi, non a testa bassa ma a testa alta, per mandare all’aria il baraccone, più moderno, tecnologicamente più avanzato, ma sempre baraccone.

Gianni Loy

Per una critica in profondità alle attuali politiche sociali sulla base di un possibile diverso modello di riferimento

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vauro
Dal welfare attivo al welfare condizionale*

di Remo Siza**

1. Verso un modello unico di welfare
La cultura e l’operatività delle politiche di welfare stanno cambiando. I cambiamenti che sono avvenuti in questi anni oramai coinvolgono il sistema dei servizi alla persona nella sua interezza e buona parte dei servizi di welfare, coinvolgono quelle differenti sfere di azione e di vita che abbiamo imparato a valorizzare o a porre in discussione sin dalle prime ricerche e studi sul welfare mix: è cambiato il ruolo delle famiglia ed è cresciuta a dismisura la sua capacità di compensazione, è cambiato il ruolo e la consistenza della rete locale dei servizi, gli effetti delle prestazioni monetarie erogate direttamente dallo Stato, il ruolo del terzo settore, i processi di legittimazione e di riconoscimento del privato. Le politiche di welfare sono cambiate anche nelle rappresentazioni e nella percezione collettiva e ora il senso di quello che fanno le persone che operano nel sociale è sempre meno riconosciuto e valorizzato. Il welfare emergente riattualizza distinzioni che operatori e cittadini avevano reso obsoleti, quella tra poveri ritenuti meritevoli (deserving poor), vittime incolpevoli di circostanze e di crisi di carattere collettivo; e poveri i cui valori e comportamenti moralmente riprovevoli (undeserving poor) sono ritenuti la causa primaria del loro stato. Su questa base si differenzia la qualità delle prestazioni di welfare e si valuta il senso degli interventi e degli operatori sociali che li erogano. Il neoliberismo orienta per molti aspetti le possibili scelte e i valori sociali: ora non è più soltanto una concezione politica ed economica da condividere o a cui contrapporsi, ma è diventata una parte non secondaria del nostro senso comune, del nostro modo di osservare e di valutare le azioni e i comportamenti degli altri, delle persone in difficoltà
Le politiche di welfare sono tradizionalmente finalizzate a proteggere le persone dai rischi sociali della società industriale (prima modernità), come la disoccupazione, la malattia, la vecchiaia, la disabilità, e dai nuovi rischi delle società della seconda modernità quali la precarietà, la non autosufficienza, la fragilità delle reti primarie, le difficoltà crescenti che le persone incontrano nel conciliare la vita lavorativa con la vita familiare. Allo stesso tempo, le politiche di welfare intendono operare anche in una secondo versante, con una logica di investimento sociale che sposta l’asse delle politiche sociali dal presente al futuro (Morel et all. 2012), con politiche di attivazione finalizzate alla crescita delle persone e delle famiglie, della loro capacità di creare relazioni di benessere e di cura, alla prevenzione dei rischi connessi ai cambiamenti occupazionali; all’acquisizione di capacità di lavorare insieme per scopi comuni, di associarsi e di partecipare alle scelte collettive.
Per quanto riguarda il primo obiettivo le assenze sono numerose: troppi rischi sociali accompagnano le scelte individuali di vita che riguardano il lavoro, il reddito, la malattia, la maternità e in questo ultimo decennio molte tutele di welfare si sono ulteriormente indebolite. Sul versante dei processi di attivazione e di investimento sociale, l’arretramento è per certi versi ancora più significativo: la capacità delle politiche di welfare di operare nelle comunità, di valorizzare le competenze delle persone, di investire sull’infanzia e su politiche familiari, di creare valori comuni e nuove forme associative, si sono ridotte ulteriormente. Il riferimento del welfare italiano è diventato il modello adottato da molte nazioni europee in cui il sistema pubblico convive con un sistema privato molto dinamico e finanziato prevalentemente da fondi sanitari, fondi pensionistici, welfare aziendale, un modello che rafforza il ruolo dei soggetti privati che storicamente hanno avuto in Italia un ruolo marginale.
I welfare europei stanno andando in questa direzione attenuando sensibilmente le differenze tra i vari sistemi nazionali. Ciò che sta emergendo in Europa, sostanzialmente, è una sorta di modello unico di welfare, una configurazione che possiamo definire “ibrida” o “mista” che combina, in termini ritenuti finanziariamente più sostenibili, modalità d’intervento storicamente privilegiate dai sistemi di welfare liberale con modalità dei sistemi di welfare socialdemocratico, limitate risorse pubbliche e crescenti risorse private. Le risposte ai nuovi rischi sociali sono cercate nel proporre nuove soluzioni economiche di mercato o nuovi interventi pubblici. Tutto quello che è al di fuori di questa combinazione è ritenuto insignificante.

2. La crescente dualizzazione
Il sistema di welfare che si sta consolidando in Europa, tende a non riconoscere la rilevanza di risorse e relazioni di cura che si sviluppano nella famiglia, con minor frequenza promuove azioni per valorizzare le relazioni informali. Per rispondere ad una crescente domanda di servizi e prestazioni in una epoca in cui le risorse pubbliche diminuiscono, la soluzione diventa un utilizzo massic-cio di risorse private. Le relazioni intersoggettive non si ritiene che possano integrare, modificare le combinazioni tra stato mercato, ciò che accade in que-sta sfera di vita è sostanzialmente irrilevante per l’organizzazione dei servizi di welfare: si dà per scontato che la famiglia e le relazioni di aiuto informali si stiano indebolendo e che nulla possa essere fatto per invertire questa deriva. Si ragiona con una logica sostitutiva: nuovi modi di creare sostegno reciproco, di socialità, le innovative forme di domiciliarità e di abitare leggero che si stanno rapidamente diffondendo, non sono riconosciute nella loro rilevanza, non si avviano azioni per valorizzarle e sostenerle, ma per sostituirle con più consistenti e stabili risorse di mercato.
Il risultato complessivo di queste concezioni del welfare è il rafforzamento di alcuni principi, modi di intendere, valori, che chi opera nel sociale contrasta e stenta a riconoscere come propri, ma che nel loro insieme rischiano di diventare il nuovo quadro di riferimento delle politiche sociali.
Il modello emergente è un welfare dualizzato, in cui la maggioranza delle famiglie potrà contare su un sistema pubblico universalistico sempre meno efficiente e che garantisce una copertura dei rischi sempre meno estesa. Le famiglie con redditi e condizioni lavorative soddisfacenti potranno integrare le prestazioni pubbliche con assicurazioni private e con ulteriori benefici, quali il welfare aziendale, derivanti dalla loro posizione lavorativa. Le altre famiglie, invece, inevitabilmente potranno accedere in termini molto limitati alle prestazioni private. Il modello di riferimento delle trasformazioni auspicate da molte forze politiche e sociali è quello adottato da anni da molte nazioni europee in cui il sistema pubblico convive con un sistema privato molto più dinamico di quello italiano e finanziato prevalentemente da fondi assicurativi.
In Italia storicamente la dualizzazione del welfare ha riguardato essenzialmente soltanto due ambiti d’intervento: la protezione dalla perdita del lavoro e il sistema pensionistico. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, le protezioni sono state sempre molto differenziate tra gli insiders – i dipendenti pubblici, i lavoratori delle grandi imprese ed alcuni settori dell’industria – e gli outsiders – gli occupati in piccole imprese, nel settore edile, nel commercio, una parte considerevole dei lavoratori autonomi – che ricevono misure di sostegno molto basse in caso di disoccupazione. Il sistema pensionistico non ha svolto storicamente una funzione redistributiva e si è limitato a riproporre queste distinzioni differenziando significativamente le prestazioni economiche garantite e avvantaggiando le categorie occupazionali più protette dai rischi di disoccupazione.
Ora la dualizzazione è diventata un principio sulla base del quale si riorganizzano tutti gli ambiti di vita (una differenziazione nel sistema dei trasporti dall’alta velocità ai treni dei pendolari, nell’organizzazione degli spazi urbani, nello sviluppo economico di aree territoriali differenti) e si costruisce una società dinamica e moderna, senza alcuna preoccupazione sulle troppo estese disuguaglianze e separazioni che inevitabilmente contribuisce a creare.

3. La rilevanza delle politiche di controllo
Nelle strategie emergenti nei welfare europei, il welfare attivo si trasforma in un welfare condizionale in cui le relazioni di cura perdono rilevanza e prevalgono politiche di controllo nelle prestazioni di welfare, l’accesso ai servizi dipende dal comportamento responsabile del beneficiario. I beneficiari che non si comportano in modo responsabile (hanno comportamenti moralmente riprovevoli, non rispettano le prescrizioni, non si impegnano a cercare un lavoro, non accettano il lavoro offerto, non frequentano corsi di aggiornamento) subiscono la riduzione o la sospensione dei benefici previsti.
I beneficiari di prestazioni di welfare (dalle persone che abitano case popolari ai senza dimora) sono soggetti al rispetto di numerose condizioni, in termini di stringenti requisiti di accesso (reddito, condizioni occupazionali, disabilità), ma soprattutto devono assumere determinati comportamenti, in caso contrario si procede alla revoca parziale o totale del beneficio. Chi opera nel sociale esprime preoccupazione nei confronti del destino di coloro che perdono il lavoro e perdono, a causa di sanzioni, anche i benefici di welfare. Ma adottare questo modello di intervento è diventata una prassi scontata e indipendente dalla collocazione politica dei governi in carica, come se ci fossero delle consistenti e indiscutibili evidenze scientifiche che supportano queste scelte.
In Italia, le disposizioni del decreto istitutivo del Reddito di inclusione (REI) introducono una condizionalità significativa, prevedono sanzioni molto severe, sospensioni e decadenze dai benefici previsti per chi non rispetta accordi e prescrizioni. Eppure molte ricerche empiriche hanno evidenziato che questo sistema di sanzioni rischia di promuovere piuttosto che la crescita delle persone, distacchi e allontanamenti dalle relazioni di cura delle persone che presentano maggiori difficoltà e che persistono nell’assumere comportamenti riprovevoli. La scarsità delle risorse destinate al finanziamento del REI produce effetti sulle relazioni sociali non secondari: sono stati introdotti requisiti di accesso e priorità nella scelta dei beneficiari che non rappresentano indiscutibilmente condizioni di maggiore deprivazione, rischiando in questo modo di creare competizioni tra gruppi sociali che vivono condizioni simili e che temono scelte discrezionali, conflitti tra le persone che temono di essere escluse dal lavoro e anche dagli interventi di sostegno economico. In un welfare che marginalizza la qualità sociale delle relazioni di aiuto, i progetti personalizzati di attivazione previsti dal REI rischiano di subire una attuazione molto riduttiva, una loro riduzione a beneficio economico accompagnato da progetti personalizzati molto deboli, sbrigativi, che prevedono sanzioni più che articolate relazioni di sostegno. Il timore che emerga una sorta di “accanimento selettivo”, un’applicazione severa e punitiva delle norme e dei criteri di accesso alle prestazioni sociali che esclude le persone non affidabili né come lavoratori né come cittadini, mentre le persone con maggiori strumenti culturali e maggiori relazioni riescono comunque ad ottenere un’applicazione delle norme e dei criteri di accesso più favorevoli.

4. Lo sviluppo unidimensionale del welfare attivo
Il welfare condizionale è il punto di arrivo di una lunga evoluzione del welfare attivo, per certi versi ne risolve le ambiguità che storicamente lo hanno caratterizzato privilegiando decisamente una direzione. Un welfare attivo nasce da quadri di riferimento di politica sociale molto differenti – liberisti, socialdemocratici, comunitari – e può condurre a delineare prospettive di azione e, soprattutto, responsabilità sociali e impegni di cura per le famiglie e le persone molto differenti. L’attivazione del beneficiario è stata adottata come obiettivo prioritario dai sistemi di welfare europei sin dai primi anni Novanta, sollecitata da varie raccomandazioni e rapporti dell’OCSE, soprattutto in riferimento al mercato del lavoro. I welfare europei adottando questo approccio hanno enfatizzato, di volta in volta, differenti relazioni e sfere di vita: un’attivazione strettamente connessa alla partecipazione al mercato del lavoro; un’attivazione dei cittadini come clienti e consumatori di prestazioni di welfare, attraverso la loro libertà di scelta, la capacità di muoversi autonomamente nei servizi di welfare; oppure il riconoscimento del diritto dei familiari di svolgere una funzione attiva in termini di cure informali e di conciliare esigenze di vita ed esigenze di lavoro.
In questo ultimo decennio, gli orientamenti “attivanti” delle politiche sociali sono sempre più frequentemente esposti a sviluppi applicativi riduttivi, non sono intesi nelle pluralità delle dimensioni e nell’equilibrio delle sfere di vita che possono comprendere. Gli attuali sviluppi rischiano una standardizzazione su politiche di attivazione fondate sul lavoro, che adottano mezzi e tempi che non tutti riescono a condividere; frequentemente sono finalizzate ad attivare le abilità professionali, mentre le altre risorse di cui le persone dispongono in differente misura – affettive, relazionali, valoriali – diventano secondarie, almeno fin quando non interferiscono con la vita lavorativa e restano nell’ambito delle relazioni private.
Molti programmi di welfare, definiti “work first”, hanno come unico obiettivo quello di incoraggiare le persone disoccupate, soprattutto attraverso sanzioni, ad entrare nel mercato del lavoro il più velocemente possibile anche accettando un lavoro non appropriato rispetto alla qualifica posseduta. Spesso, però, le persone che sono quasi pronte ad entrare nel mercato del lavoro e possono essere inseriti in programmi come questi, costituiscono una piccola quota della popolazione disoccupata, mentre una crescente percentuale di essi presenta svantaggi e problematiche multidimensionali e il loro inserimento lavorativo, pertanto, richiede più intensivi programmi sociali di intervento (Dean 2003).

5. Le tre zone della coesione sociale
Il modello di welfare che si sta consolidando in Italia si basa su un’analisi semplificata della società italiana e delle condizioni economiche della famiglie italiane. Si immagina che maggior parte della popolazione possa essere progressivamente esclusa da una parte consistente delle prestazioni pubbliche di welfare in quanto, superati questi anni di crisi, potrà disporre di una parte del suo reddito per assicurarsi prestazioni sociali e sanitarie private di qualità, realmente protettive rispetto ai rischi della non autosufficienza, di una malattia prolungata.
La realtà è molto più articolata: la società italiana non riesce a rendere compatibile le esigenze dello sviluppo con la qualità del lavoro, i livelli retributivi e la qualità delle relazioni umane, a governare le dinamiche, gli squilibri e i nuovi raggruppamenti sociali che continuamente produce.
I risultati dell’indagine annuale Eu-Silc (ISTAT 2017) mostrano che nel 2016 il 30,0% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale, registrando un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%. Il 20,6% (in aumento rispetto al 19,9% del 2015) delle per-sone risulta a rischio di povertà. Oltre la metà (53%) dei redditi individuali è compresa tra 10.001 e 30.000 euro lordi annui, circa un quarto (il 24,4%) è al di sotto dei 10.000 euro e il 18,5% è tra 30.001 e 70.000; solo nel 2,8% dei casi si superano i 70.000 euro.
Le tre zone di coesione sociale individuate da Robert Castel (2003) in suo saggio molto noto, possono essere utilizzate per rappresentare i cambiamenti intervenuti in Italia in questi ultimi decenni e i rischi sociali emergenti. Castel individua una “zona di integrazione” caratterizzata da contratti di lavoro a tempo pieno, possibilità di partecipazione alla vita sociale e benefici di welfare adeguati, una “zona di vulnerabilità”, la zona della precarietà, del lavoro temporaneo, dei lavori mal retribuiti, di insufficienti risorse di welfare e fragilità delle relazioni primarie. Secondo Castel, la zona di integrazione si sta riducendo, la zona di vulnerabilità e precarietà si sta espandendo e alimenta continuamente una terza zona, la “zona della disaffiliazione” o dell’esclusione (esclusi dal mercato del lavoro e spesso perdita di buona parte delle tutele sociali).
In Italia, fino alla prima metà degli anni Novanta, la zona dell’integrazione era molto estesa, comprendeva le persone con redditi elevati, le classi medie e buona parte della classe operaia. Se ci riferiamo agli studi più accreditati sulla stratificazione sociale, possiamo stimare che un 70 per cento della popolazione condivideva questa condizione di integrazione (Sylos Labini 1975). La stabilità lavorativa e le retribuzioni medie consentivano di soddisfare le tradizionali aspettative di queste famiglie: la proprietà della casa, l’accesso agevole alle cure sanitarie, l’istruzione per i componenti più giovani, opportunità di mobilità sociale, la sicurezza di una pensione adeguata, la possibilità di vacanze anche brevi. Le disuguaglianze nei redditi e nelle ricchezze ricominciava a risalire, ma ancora comunque non determinava una frammentazione elevata del tessuto sociale. Le prestazioni di welfare erano sostanzialmente stabili o crescenti. La seconda zona, quella della vulnerabilità si presentava sostanzialmente circoscritta (stimabile nel 20 per cento della popolazione) e riguardava i lavoratori con limitate tutele contrattuali, precarietà, condizioni di lavoro e retribuzioni molto inferiori da quelle condivise dai lavoratori protetti. Anche la zona dell’esclusione riguardava gruppi sociali ben individuabili (il restante 10 per cento), che vivevano condizioni di povertà per lungo tempo, esclusi dal mercato del lavoro, ma con qualche possibilità di rientro in lavori a bassa retribuzione e scarsamente qualificati.
In anni più recenti, e soprattutto dopo la crisi economica e finanziaria, la situazione è cambiata radicalmente, incidendo profondamente nella solidità delle tre sfere di vita (famiglia, lavoro, welfare) nelle quali si costruisce l’integrazione sociale. La zona dell’integrazione è diventata molto ridotta (può essere stimata nel 30 per cento della popolazione) e comprende le persone con redditi alti e una parte limitata della classe media (ISTAT 2017a; ISTAT 2017b; Siza 2017). In questa zona, la precarietà delle relazioni primarie non è vissuta mediamente come rischio incombente, talvolta è una scelta, i suoi effetti, nella maggioranza dei casi, rimangono nell’ambito della sfera affettiva. La zona della vulnerabilità è diventata, invece, molto estesa (attorno al 50 per cento della popolazione) comprende una parte rilevante delle classe media e quasi tutta la classe operaia. Processi di dualizzazione e la riduzione delle prestazioni di welfare hanno indebolito fortemente la capacità operativa del welfare. Questa parte della popolazione utilizza crescentemente prestazioni private nell’ambito della sanità, dell’istruzione: in molte regioni una applicazione dell’ISEE rigorosa ha escluso una parte significativa di queste famiglie dall’accesso agevolato a molti servizi comunali (asili nido, sostegno domiciliare, servizi residenziali). Precarietà e rottura delle relazioni diventano un rischio che coinvolge profondamente il vissuto delle persone, il reddito, l’abitazione e tutte le sfere di vita.
Infine la zona della esclusione e della povertà (il restante 20 per cento) composta dai gruppi sociali stabilmente esclusi dal mercato del lavoro, con possibilità di rientro molto basse, che hanno subito in questi anni una riduzione significativa di tutte le prestazioni welfare. Accanto alle povertà persistenti si consolida la presenza di famiglie e persone che vivono condizioni di povertà transitorie – di breve durata, occasionale oppure oscillante – con oscillazioni di reddito frequenti fra povertà e severe ristrettezze finanziarie, che vivono una fragilità delle condizioni di vita per il diffondersi di instabilità nel mercato del lavoro e nelle relazioni familiari, di isolamento dalle rete informali di aiuto. Persone che vivono situazioni particolarmente fluide, dai contorni non ben definiti, in cui tutti i soggetti sono consapevoli che le cose possono mutare, in un senso o in un altro, non sono stabilmente acquisite o stabilmente perse.
Le società italiana non ci appare a questo punto caratterizzata soltanto da una elevata povertà e disuguaglianza, polarizzata tra poveri e ricchi, ma anche una società caratterizzata dalla presenza di molte posizioni intermedie fortemente impoverite, con condizioni di vita instabili, che non costituiscono più un tessuto connettivo di relazioni e di valori su cui poggia il vivere sociale e il legame tra differenti gruppi sociali (come storicamente sono state la classe operaia e le classi medie). A queste esigenze il welfare risponde molto parzialmente, sebbene queste condizioni di vita costituiscano una delle criticità più rilevanti per la coesione sociale.

6. Conclusioni
Il benessere delle persone e la promozione delle responsabilità collettive non dipende soltanto dalle combinazioni fra stato e mercato, tra pubblico e privato, coinvolge i cittadini, la capacità di mobilitare le risorse di cura di cui dispongono. Relazioni informali, lavoro, welfare sono le tre sfere di vita nelle quali si costruisce l’integrazione sociale. Le politiche sociali non sono riducibili alle politiche del lavoro e il termine attivazione non significa soltanto formazione e inserimento nel mercato del lavoro. Il welfare to work può diventare l’accettazione obbligatoria di qualsiasi lavoro, pena l’interruzione di ogni forma di sostegno economico, un avvio forzoso a lavori scadenti, e la contestuale riduzione di tutte le altre spese di welfare. Oppure una politica sociale di accompagnamento e di responsabilizzazione che tenga conto delle differenze, l’avvio di un percorso di recupero alla vita sociale e lavorativa, che sostiene la persona e la sua famiglia nella pluralità delle sue esigenze. In questa seconda prospettiva, alle persone povere può essere richiesto di essere più responsabili, ma questo può essere l’obiettivo dell’intervento, nella prima prospettiva, invece, è il requisito per un primo accesso ai programmi di welfare.
L’esigenza è quella di contrastare la povertà e l’impoverimento con azioni realmente attivanti le capacità delle persone, con progetti di inserimento personalizzati, promuovere relazioni collaborative fra i cittadini, riaffermare interventi più ampi che riguardano i valori e le regole della convivenza. Per la maggioranza delle famiglie italiana si pone l’esigenza di difendere il principio universalistico che regola i più significativi settori del welfare italiano nella consapevolezza che un ulteriore indebolimento del welfare pubblico aggraverebbe le condizioni di vita della maggioranza delle famiglie italiane: sono famiglie che rischiano di non poter disporre di sufficienti servizi pubblici, che avranno scarse possibilità di accesso ad un welfare integrativo, non hanno lavoro o hanno inserimenti in aziende di piccole dimensioni che non assicurano ai loro dipendenti prestazioni di welfare, hanno condizioni lavorative difficilmente conciliabili con la vita familiare anche in presenza di un programma di sostegno.
Un welfare civile consistente e consapevole delle sue ragioni, può proporre e sostenere un’altra rappresentazione delle esigenze delle persone, può mettere in discussione la logica delle attuali combinazioni tra pubblico e privato, operando concretamente e proponendo in molto ambiti di welfare modalità di intervento che coinvolgono relazioni umane e le risorse di cura che esprimono. La crisi finanziaria ed economica che stiamo vivendo ha creato un disorientamento profondo, ma nel medio e nel lungo periodo potrebbe consentire il consolidamento di nuove relazioni collaborative e rappresentare nuove opportunità di crescita sociale e un nuovo modo di vedere il mondo.
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* Rielaborazione dell’intervento effettuato nel Convegno sul lavoro del 4-5 ottobre 2017, organizzato dal Comitato d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria in collaborazione con Europe Direct Sardegna-

**Remo Siza svolge attività di ricerca e formazione in Italia e nel Regno Unito.
remo.siza@gmail.com

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Riferimenti bibliografici

Castel, R. (2007) La metamorfosi della questione sociale, Avellino: Sellino Editore.
Dean, H. (2003) Reconceptualising welfare to work for people with multiple problems and needs, Journal of Social Policy, n. 32, pp. 441-59.
Istat (2017a) Rapporto annuale 2017, Roma.
Istat (2017b) Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie nel 2016, Roma.
R. Siza e C. Deeming (a cura di) Il Declino della classe media: i limiti delle politiche sociali, numero speciale di Sociologia e politiche sociali, n. 2.
Sylos Labini, P. (1975) Saggio sulle classi sociali, Bari: Laterza.