Comitato d’iniziativa Costituzionale&Statutaria

CONTRO LA PRECARIETÀ. UNA POLITICA GLOBALE DEL LAVORO

quarto_statoUN’INTERVISTA DI GRANDE ATTUALITA’ AL GRANDE SOCIOLOGO LUCIANO GALLINO, SCOMPARSO DELL’OTTOBRE DEL 2015.584ae0e494601572598f4b5e9bbcb419
Sul sito www.benecomune.net, a cura di Fabio Cucculelli – 11/11/2015, viene ripubblicata un’intervista a Luciano Gallino, scomparso l’8 novembre 2015, apparsa su Formazione & Lavoro nel 2008. Nella circostanza vogliamo anche noi ricordare così uno dei più grandi sociologi italiani a cui spesso abbiamo fatto riferimento.

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1) Nel suo libro Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità lei afferma che ad un periodo di de-mercificazione del lavoro è seguito, e prosegue tuttora, un periodo di accentuata ri-mercificazione del medesimo. Ma tra la concezione del lavoro come merce e quella che ad essa si oppone ci sono delle differenze sostanziali. Ce le può illustrare? Come mai oggi sembra prevalere una concezione del lavoro come merce e non come dimensione integrante della vita?

9788842083221Concepire il lavoro come una merce significa concepirlo come una attività separata dalla persona come avviene con qualunque oggetto. Se ci si avvicina invece all’altra concezione il lavoro è da considerare come una parte intima e connaturata alla persona, tale da non potere essere separata da questa. Nel primo caso quindi la forza lavoro viene concepita come una qualsiasi altro oggetto; nel secondo invece il lavoro è elemento integrale ed integrante della persona che lo presta, della sua identità, del senso di autostima, della sua vita familiare, della sua presenza nella comunità locale. Questo processo di mercificazione interessa anche la terra, cioè la natura e non solo il denaro o il lavoro. Si è venuta affermando a partire dagli anni ’30 una concezione del mercato, presente già nell’800, secondo cui la società deve servire al mercato e non viceversa, come sarebbe ragionevole.

Questa concezione che potremmo chiamare del “tutto mercato” ha avuto la meglio sia nelle imprese che nella politica di molti governi, così come nell’ambito delle teorie economiche. Si tratta di una idea che sta producendo disastri in molti ambiti della vita sociale. In particolare vorrei richiamare la crisi finanziaria e soprattutto quella alimentare che dilaga rapida come una pandemia all’aumentare del costo del cibo. In questi ultimi dodici mesi agli 850-900 milioni di affamati già presenti nel mondo, se ne sono aggiunti altri 100 milioni. E secondo le previsioni del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo per ogni punto percentuale in più sul costo del cibo, il numero degli affamati nel mondo salirà di 16 milioni. Di fronte a questa crisi, come ho osservato in un mio articolo apparso di recente su “La Repubblica”, i Paesi occidentali hanno la grossa responsabilità di aver distrutto, con le loro politiche agricole e i sussidi ai propri coltivatori, i sistemi agricoli regionali dei Paesi emergenti.

2) Come ben sa, le Acli qualche anno fa proposero alle forze sociali, politiche e sindacali un Manifesto sulla flessibilità sostenibile per aprire un dibattito nel Paese sulla possibilità di minimizzare i costi della flessibilità, di evitare cioè che diventi precarietà a vita cogliendo le opportunità da essa aperte. Oggi è ancora possibile perseguire questa strada?

Innanzitutto è necessario distinguere tra flessibilità dell’occupazione e flessibilità della prestazione. La prima consiste nella possibilità, da parte dell’impresa, di far variare la quantità di forza lavoro utilizzata, ossia il numero di lavoratori a cui si paga in un dato momento un salario. Questo tipo di flessibilità si traduce prevalentemente in una variegata tipologia di contratti lavorativi, detti atipici, per distinguerli da quelli normali o tipici che hanno una durata indeterminata. In questa accezione di flessibilità rientrano dunque i contratti a temine, quelli a progetto, le collaborazioni coordinate, i contratti di lavoro in affitto, che possono variare dai due mesi fino a due-tre anni. Si tratta spesso di lavori che sono autonomi nella forma ma che poi di fatto sono dei veri e propri lavori alle dipendenze con una data di scadenza.

Il secondo tipo di flessibilità, quella della prestazione, si riferisce alla modulazione da parte delle imprese delle attività e dei tempi di lavoro. In questa accezione di flessibilità rientrano i lavori a turni, quelli distribuiti su 4-5 giorni, i lavori a chiamata. Le persone coinvolte in queste forme di flessibilità sono parecchi milioni e si tratta sia di lavoratori a tempo pieno che di atipici. Bisogna notare inoltre che la flessibilità della prestazione si cumula sovente con quella dell’occupazione e che tra queste due forme di flessibilità vi siano rapporti di scambio. Se si accetta la prima si rischia maggiormente di cadere sotto la seconda.

Entrambe queste due accezioni di flessibilità, ma soprattutto la prima, non sono sostenibili. Quella dell’occupazione non è sostenibile sia per il numero di persone coinvolte (oltre 5 milioni) sia per le condizioni di lavoro, che costringono molte persone a orari eccessivi, sia perché spesso riguarda l’economia sommersa, dominata dalla totale mancanza di sicurezza. La flessibilità della prestazione non è sostenibile, nel nostro paese, prima di tutto perché in genere viene imposta, compromettendo così la vita familiare e la vita di relazione in genere. Andrebbe sostituita con forme avanzate di flexitime, nelle quali le persone scelgono liberamente, secondo le loro esigenze, in quali ore del giorno, e in quali giorni, entrare o uscire dall’azienda, sulla base di un contratto a tempo indeterminato. In alcuni paesi scandinavi il flexitime ha dato risultati positivi per ambedue le parti.

Invece per molte persone il lavoro precario vuol dire 10-15 anni di contratti a termine che non diventano mai un’occupazione stabile. Gli effetti di questa precarietà sono evidenti. Comportano costi elevati per le famiglie, le comunità e le stesse imprese. Alcuni uomini politici e opinion leaders dipingono il mercato italiano come il più flessibile d’Europa tralasciando di notare che abbiamo i salari più bassi d’Europa e la più bassa produttività del continente. Credo che, con tutta evidenza, ci sia una correlazione tra questi tre fattori. Come diceva un grande imprenditore italiano come Adriano Olivetti, la produttività è legata anche alla capacità di investire nella formazione, alla professionalità presente in azienda. Chi, imprenditore o lavoratore che sia, ha un orizzonte di breve raggio non ha interesse né a formare né a formarsi.

3) Affrontare le cause della flessibilità piuttosto che curare gli effetti richiede, a suo avviso, un’azione decisa, quella che lei chiama “una politica del lavoro globale”. Quali misure il governo italiano e l’Unione europea possono adottare per rendere il lavoro più stabile, decente e dignitoso?

La richiesta di lavoro flessibile da parte delle imprese, che significa in buona sostanza maggior facilità di assumere e di licenziare, è un fenomeno globale che non esclude nessun Paese. Le grandi imprese occidentali oggi producono all’estero perché trovano costi del lavoro molto più bassi, vincoli ambientali minori o inesistenti e assenza di attività sindacale. I singoli governi non possono limitarsi a curare gli effetti della flessibilità adottando misure che la rendano sostenibile attraverso l’offerta di maggiore sicurezza sociale (flessicurezza). E’ necessaria un’azione decisa che contrasti la flessibilità intervenendo sulle sue cause. Si tratta di un impegno di lungo periodo, di un compito storico a cui tutti i Paesi occidentali sono chiamati. Siamo di fronte ad una vera e propria sfida da cui dipenderà il futuro di molti lavoratori: quella relativa a come avverrà il pareggiamento, a lungo termine inevitabile, tra i redditi e i diritti delle forze di lavoro oggi più agiate e quelli delle forze di lavoro più povere del mondo. Ad oggi i segnali che abbiamo sono indirizzati ad un pareggiamento spostato verso il basso piuttosto che verso l’alto. Nell’ultimo quarto di secolo abbiamo infatti assistito ad una pressione volta ad abbassare i salari e le condizioni di lavoro, che certo non si può ricondurre al declino americano o a mercati del lavoro troppo ingolfati da lato dell’offerta, quanto piuttosto ad una strategia concertata del capitale, dei governi e della destra politica volta a tagliare i guadagni ottenuti dal movimento dei lavoratori a metà del XX secolo.

La sfida a cui facevo riferimento prima può essere vinta solo attraverso l’adozione di una politica del lavoro globale che da un lato riconosca maggiori diritti ai lavoratori del Sud del mondo, e dall’altro imponga regole ed accordi sindacali che migliorino le condizioni di questi lavoratori. La strada della contrattazione territoriale a livello globale non è un utopia ma una via già sperimentata. L’OIL ha reso noti diversi contratti e accordi che hanno permesso di modificare la situazione lavorativa di parecchi milioni di lavoratori. Per quanto riguarda l’Europa, si potrebbero mettere in campo strategie finanziarie innovative tese a promuovere forme di investimento socialmente responsabili, tese cioè a risolvere il conflitto intorno alle condizioni di lavoro determinatosi tra i lavoratori dei paesi sviluppati e quelli dei Paesi più poveri. Anche accordi bilaterali estesi all’insieme di settori produttivi potrebbe giovare. Purtroppo dobbiamo constatare come oggi la Commissione europea sia integralmente neoliberista e quindi poco sensibile a politiche di questo tipo. Venendo al contesto italiano, ritengo che occorra sfuggire dalla trappola dell’adattamento alla globalizzazione e pensare invece a normative e leggi in grado di recepire i principi ispiratori della nostra carta costituzionale.

4) Nel suo libro, citato precedentemente, lei afferma che “i lavori flessibili sono visti con favore dalle imprese anche perché contribuiscono alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative”. Quali sono le implicazioni sociali e sindacali di questo processo?

La rappresentanza sindacale è stata resa molto più problematica dalla frammentazione presente oggi nel mercato del lavoro, quale conseguenza diretta della frammentazione produttiva. Molte componenti di prodotti e servizi provengono da Paesi diversi e lontani, per cui per il sindacato diventa difficile svolgere un’azione di tutela adeguata. Anche se è possibile parlare di rappresentanza di filiera produttiva, tuttavia a fronte della frammentazione intercontinentale del processo produttivo la tutela diventa un questione molto complessa e non facile da realizzare. La legislazione ha fatto la sua parte spingendo verso una accentuata individualizzazione dei contratti di lavoro. Questo apre grosse incognite sull’azione sindacale e sulla sua possibilità presente e futura di promuovere le condizioni di lavoro e tutelare i lavoratori

5) A suo avviso i lavori flessibili sono una forma di erosione di una serie di diritti e di legislazioni sul lavoro che dal 1945 ad oggi hanno tutelato i lavoratori. Quali sono state le tappe di questa erosione? La legge Biagi rappresenta il risultato estremo di questo processo?

La legge 30, come andrebbe chiamata, rappresenta semplicemente una ulteriore tappa di un lungo percorso iniziato negli anni ’80 e che ha avuto uno snodo importante nel protocollo del luglio ’93 e nella legge del 97 (pacchetto Treu), per poi proseguire con le leggi del 2001 e del 2002 sull’orario e il lavoro a termine, introdotte, si è detto, per adeguarsi alle direttive europee, fino ad arrivare al 2003, anno a cui risale la legge 30 e il suo decreto attuativo. Se leggiamo quest’ultimo (composto da oltre 80 articoli) si vede che si tratta di un prolungamento di tutto un corso di leggi che si sono susseguite nel corso di 15-20 anni. La legge 30 è una legge minuscola. Per cui la questione non è se modificarla o meno ma piuttosto come superarla. A mio avviso andrebbe superata da una legge alta che guardi anche alla situazione internazionale e all’Europa. Serve una nuova legge complessiva sul lavoro che riveda l’intera materia e che si richiami ai principi fondamentali della Costituzione, a quell’immagine di persona il cui maggiore scopo è il suo pieno sviluppo umano e che vede la società impegnata a rimuovere gli ostacoli al conseguimento di questo fine (art. 3).

Gran parte della legislazione italiana sul lavoro degli ultimi decenni ha invece, in buona sostanza, ignorato se non violato alcuni articoli fondamentali della nostra Costituzione relativi al lavoro; basti pensare all’articolo 36 e agli articoli 41 e 46. La nuova legge dovrebbe essere fondata in modo chiaro sul recupero dell’assunto che il lavoro non è una merce, ma una dimensione che coinvolge intrinsecamente la persona che lo presta. Un altro cardine della legge dovrebbe consistere nel ristabilire il principio per cui il contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato e a tempo pieno è il tipo di contratto in assoluto predominate e non una possibilità tra tante, come traspare ad esempio dalla legge 30. Altre forme di contratto utili alle aziende e ai lavoratori, come in certi casi il tempo parziale, dovrebbero essere considerate come deroghe a fronte di specifiche necessità.

6) Quale ruolo può giocare la formazione scolastica, universitaria e professionale per evitare che molti lavoratori cadano nella trappola della flessibilità a vita? Quali misure è necessario adottare per rendere i nostri lavoratori più “competitivi” in termini di conoscenza e competenze professionali?

Esiste un ritardo strutturale del nostro Paese che non si recupera certo con leggi che spesso hanno un orizzonte limitato ad uno-due anni. La nostra forza lavoro ha una percentuale elevata di persone con un livello di istruzione medio-basso rispetto a quella della Germania e della Francia. Solo il 40% della forza lavoro compresa tra i 15-16 anni e i 39 anni, arriva alla media inferiore. Il Paese ha bisogno di un grande piano per portare la scolarizzazione, dai 15 ai 18 anni, a riguardare tutti quelli che entrano nei circuiti della formazione tecnica e professionale. Per quanto riguarda la formazione professionale credo che le aziende debbano farne di più. Oggi la formazione realizzata nelle imprese si misura in poche ore per pochi lavoratori dipendenti; si fanno mediamente sei-otto ore di formazione all’anno che riguardano il 20% dei lavoratori. Siamo a livelli assolutamente trascurabili. Le imprese italiane devono assumersi le loro responsabilità e non scaricare le colpe sul mondo della scuola. La Confindustria quando parla di competitività dovrebbe dare l’esempio e stanziare qualche centinaia di milioni di euro per la formazione in azienda, al fine di recuperare in termini di competitività e non perdere le professionalità presenti nelle nostre imprese. In Italia quando si parla di competitività si finisce solo con l’affermare che è necessario lavorare di più. La proposta del governo di detassare gli straordinari si muove in questa logica miope e limitata a chi già lavora. Una logica che non aiuta certo i giovani ad entrare nel mercato del lavoro.

7) Lei osserva come “la correlazione tra innalzamento della flessibilità del lavoro e tasso netto e stabile di creazione di nuovi posti di lavoro, o di riduzione della disoccupazione, spesso richiamata da esponenti politici, accademici e media”, non trovi alcun riscontro. Per uscire da questa narrazione neo-liberista quali strade è possibile percorrere? Quali forme e modalità di lavoro e quali nuove occupazioni possono consentire al nostro Paese di uscire dalla situazione attuale?

Tra il 2001 e il 2006 sono stati apparentemente creati, secondo le rilevazioni campionarie dell’Istat, 1 milione di nuovi occupati. Ma questo milione di occupati in più è derivato in gran parte dalla loro emersione dall’economia sommersa, ossia dalla trasformazione dell’80% di questi lavoratori da irregolari a regolari. Le precedenti rilevazioni trimestrali dell’Istat non li registravano perché, essendo per lo più immigrati, non erano ancora iscritti alle anagrafi comunali.
In due-tre anni quindi un cospicuo numero di lavoratori immigrati è stato iscritto nelle anagrafi e quindi ricompreso nella rilevazioni trimestrali. Inoltre è aumentato il numero di lavori a termine e delle donne tra i 16 e i 18 anni impiegate a part-time, che quindi sono stati registrati dall’Istat. Da questi dati emerge chiaramente come l’aumento degli occupati dichiarati avvenuto in Italia non sia stato il risultato di un aumento delle forme di lavoro flessibile, quanto piuttosto della regolarizzazione di lavoratori immigrati e dell’aumento dei tempi parziali.

Venendo alla questione della creazione di nuove occupazioni credo sia necessario fare un ragionamento complessivo che chiama in causa il ruolo delle imprese e del sistema economico-produttivo italiano. Come dicevo le aziende dovrebbero investire maggiormente in formazione modificando radicalmente l’attuale orientamento di indifferenza al problema. Si dovrebbero realizzare, per dire, almeno 8 ore di formazione al mese per l’80% dei lavoratori, coinvolgendo anche gli atipici. La Confindustria dovrebbe farsi promotrice di questa grande azione, di questo grande investimento formativo necessario per rendere le nostre imprese più competitive.

Il nostro Paese ha urgente bisogno di una seria politica industriale. I tedeschi oggi sono diventati i primi esportatori al mondo di macchine laser, di software e hardware per le automobili. E i francesi vanno molto meglio di noi. Stesso discorso si può far per la Svezia e la Norvegia. Il rilancio di una seria politica industriale italiana, che dovrebbe inserirsi in una politica industriale europea, deve proporre un’idea chiara di ciò che si può produrre, individuando un indirizzo chiaro e autonomo. L’Italia è ferma agli anni 70; da allora in poi è mancata una politica industriale degna di tale nome. Il caso Alitalia, o quello delle Ferrovie, ma ce ne sono molti altri, mostrano come la mancanza di una politica industriale stia costando moltissimo al Paese.

8) Il lavoro flessibile in Italia ed in Europa è una questione che riguarda soprattutto le donne, spesso quelle più giovani. Cosa si può fare per rendere i loro percorsi lavorativi più stabili? Come favorire l’ingresso e il permanere delle donne italiane nel mercato del lavoro?

Siamo di fronte a schemi culturali e politici complessi, difficili da superare. Non è una questione di quote. Certi oneri dovrebbero essere accettati dalle imprese. Invece siamo nella situazione in cui le aziende pagano di meno le donne perché ogni tanto si permettono di andare in maternità. Invece di considerare questa fase della vita come una ricchezza per tutta la società, viene considerata una situazione di inabilità. I responsabili delle risorse umane delle nostre imprese considerano ancora la maternità in questo modo e quindi marginalizzano le donne.
Se guardiamo alla politica il discorso è analogo. In Italia ci sono forse due rettori universitari donna su 77; 4 ministri al femminile su 26; solo un 8% se non meno di donne elette nel Parlamento. Se ci confortiamo con altri Paesi europei ci accorgiamo come in Italia ci sia una fortissima disuguaglianza in termini di acceso al mondo del lavoro, della politica, della cultura. In Svezia ad esempio, il 40-50% dei rettori universitari e dei deputati sono donne.

9) Quali strategie adottare per rilanciare l’occupazione nel Meridione?
La prima cosa è, come già ho detto, adottare una seria politica industriale magari guardando a Paesi come la Germania e la Francia. In questo Paese, ad esempio, esiste una potente agenzia territoriale, la Datar, che ha il compito di razionalizzare gli investimenti sul territorio transalpino. La Datar nel corso di vari decenni – è stata istituita negli anni 60 – ha avuto un ruolo importante per lo sviluppo produttivo francese. L’agenzia è riuscita a facilitare l’insediamento di certe produzioni in alcuni luoghi piuttosto che in altri, favorendo così lo sviluppo di veri e propri poli di competitività. Se in un certo territorio ci sono le migliori fabbriche specializzate, reti informatiche specializzate ed efficienti, terreni attrezzati a prezzo conveniente, e facilitazioni fiscali, è chiaro che gli imprenditori saranno attratti ad investire qui piuttosto che altrove.

Discorso analogo dovrebbe essere fatto per quel che riguarda il nostro Mezzogiorno, valorizzando e sviluppando alcune specificità produttive territoriali in modo da attrarre investimenti. Ma per favorire questi processi è necessario potenziare la rete di infrastrutture di cui oggi dispone il Sud, a partire dalla ferrovie e dalle autostrade. Il settore turistico e quello ambientale hanno sicuramente grandi potenzialità che vanno sfruttate maggiormente, ma senza una politica industriale adeguata il Meridione e il Paese nel suo complesso non riuscirà a uscire dalla sua crisi, ad adeguarsi agli standard degli altri Paesi europei.

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Libro Luciano Gallino

ElettorandoSardegna

Legge elettorale regionale: usciamo da su connottu?
democraziaoggi27 Maggio 2017
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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PETIZIONE POPOLARE PER UNA LEGGE ELETTORALE PER LA SARDEGNA

Il Partito sociale e il diritto alla città

umberto_boccioni_1911_the_street_enters_the_house_oil_on_canvas_100_x_100-6_cm_sprengel_museumIl Partito sociale e il diritto alla città
di Sandro De Toni, su sbilanciamoci.

23 maggio 2017 | Sezione: Alter, Italie, Società
Note a margine del volume recentemente pubblicato dalle edizioni dell’Asino, “Il partito sociale”, una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani

La lettura dell’introduzione di Giulio Marcon a “Il partito sociale” (edizioni dell’asino), una raccolta di scritti di Osvaldo Gnocchi-Viani, mi ha sollecitato alcune annotazioni (laterali) ispirate dai teorici della “rivoluzione urbana”. Tra gli altri: Henri Lefebvre (Il Diritto alla città ed altre opere) e David Harley (vedi, ad esempio, Città ribelli).

Le tesi di Osvaldo Gnocchi Viani (1837-1917), fondatore del Partito Operaio Italiano (POI), sul socialismo, sulle camere del lavoro, le organizzazioni operaie, sul mutualismo e la cooperazione sociale, sono ancora di grande attualità. In particolare, la sua critica alla separatezza tra politica e questione sociale e la sua rivendicazione della centralità dell’autogestione e della democrazia dal basso.

Nell’organizzazione delle classi subalterne sono state due le strade perseguite storicamente dal movimento operaio.
Da un lato, una lunga storia di ricerca politica che mira al controllo operaio, all’autogestione, alla cooperazione e cosi via. La maggior parte dei tentativi di questo tipo, nel lungo periodo si sono però dimostrati irrealizzabili o assorbili dal sistema capitalista, malgrado gli sforzi e i nobili sacrifici che li hanno tenuti in vita. Il controllo dei lavoratori in unità produttive relativamente isolate raramente riesce a sopravvivere. Ogni spazio alternativo spontaneo, pur importante, è destinato a svanire; alla fine esso è riassorbito dalla prassi dominante.

Di fronte a questa difficoltà, gran parte della sinistra è giunta alla conclusione che la lotta per il commando dell’apparato statale sia l’unica. Lo Stato dovrebbe essere l’agente che controlla i circuiti del capitale e controlla le istituzioni, i poteri e i soggetti che gestiscono i flussi responsabili del perpetuarsi dei rapporti di classe nella produzione. Ma l’esperienza storica ha visto il fallimento dei paesi del socialismo reale e la debolezza delle socialdemocrazie nei confronti del neo-liberismo, nonché la perdita di potere degli stati-nazione di fronte ai fenomeni della globalizzazione.

È possibile trovare una via di mezzo tra le strade dell’autogestione e quella del controllo centralizzato statale, se nessuno delle due funziona come antidoto efficace al potere del capitale? Lefebvre e Harvey sostengono che la sinistra dovrebbe promuovere un movimento sociale urbano che rivendichi il diritto alla città per tracciare una via per la costruzione di un alternativa anticapitalista.

Vediamo perché e come.

Perché il diritto alla città? L’uso capitalistico dei fenomeni di urbanizzazione è funzionale al ciclo del capitale . Come conseguenza, viviamo in città sempre più divise, frammentate e conflittuali. L’urbanizzazione ha svolto e svolge un ruolo cruciale nell’assorbimento delle eccedenze di capitale, agendo su scala geografica sempre più ampia, ma al prezzo di processi di distruzione creativa che hanno espropriato le masse urbane di qualunque diritto alla città. L’intero programma neoliberista dell’ultimo trentennio è stato orientato alla privatizzazione del controllo dell’eccedenza. L’urbanizzazione è diventata globale anche tramite l’integrazione dei mercati finanziari mondiali.

Il rapido degrado della qualità della vita urbana ci indica che oggi la crisi ha tutte le caratteristiche per essere definita una crisi urbana. Il nostro principale compito politico – suggeriscono Lefebvre e Harvey – consiste allora nell’immaginare e ricostituire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente. Ma tutto ciò non può accadere senza la creazione di un forte movimento anticapitalista il cui principale obiettivo consista nella trasformazione della vita quotidiana nella città. Insomma, dal diritto alla città alla rivoluzione urbana.

Dobbiamo affermare il diritto alla città da parte degli espropriati, il diritto di cambiare il mondo e la vita, e di reinventare la città in modo più conforme ai nostri desideri. Questo diritto collettivo alla città (anche se la distinzione tra la città e il rurale è saltata per via dell’urbanizzazione dilagante della stessa campagna; ma ne rimane il forte valore simbolico che smuove un potente immaginario) è un diritto collettivo che può essere una parola d’ordine programmatica e un ideale politico. I produttori urbani devono sollevarsi e rivendicare il loro diritto alla città che collettivamente producono.

Dove e in quale modo si possono riunire per dare voce alle loro proteste e alle loro richieste collettive? In questi anni sono venuti alla ribalta movimenti urbani di ogni tipo che cercano di superare l’isolamento e di dare una nuova forma alla città.

Vanno costruiti meccanismi democratici alternativi per decidere come rivitalizzare la vita urbana al di fuori dei rapporti di classe dominanti. La conclusione strategica è che l’organizzazione dovrebbe pensare in termini di intervento nelle città invece di limitarsi ai luoghi di lavoro. Può sorgere una coalizione sociale e politica con una forma di organizzazione territoriale.

Dunque un “Partito sociale”, ma di quale parte della società? Gnocchi-Viani a cavallo del ‘900 faceva riferimento al proletariato. Ed oggi, quale deve essere il blocco sociale di riferimento per un partito di sinistra? Sul soggetto del cambiamento c’è un dibattito in corso tra post-operaisti e populisti democratici (vedi per le loro tesi, rispettivamente, le elaborazioni di Antonio Negri e di Carlo Formenti).

Senza sposare le tesi populiste, ritengo comunque che il blocco sociale sul quale deve poggiarsi la rinascita di un partito di sinistra a base popolare debba superare sia la vecchia centralità della fabbrica che quella dei lavoratori della conoscenza informatica mediante una presunta autonomizzazione del loro lavoro vivo dal capitale.

La classe operaia rivoluzionaria in occidente è sempre stata costituita da lavoratori urbani, piuttosto che esclusivamente da operai. Il lavoro, importante e in costante espansione, di creazione e sostegno della vita urbana è sempre più affidato a una forza lavoro non garantita e sottopagata, spesso impiegata a tempo parziale e disorganizzata. Il così detto “precariato” ha sostituito il tradizionale “proletariato”. Come affrontare la questione dei lavoratori impoveriti, precari ed emarginati, che ora costituiscono il blocco maggioritario e probabilmente più rappresentativo della forza lavoro in molte città capitaliste diventa un problema politico cruciale (in parte sovrapposto al problema delle periferie). Esiste oggi una maggioranza sociale spuria unificata dalla proletarizzazione e dalla precarietà: i lavoratori dei trasporti e della logistica, badanti e insegnanti, idraulici ed elettricisti, lavoratori ospedalieri, impiegati di banca, impiegati pubblici, ambulanti, nuovi lavoratori servili nell’economia dei servizi e del capitalismo delle reti, gli sfrattati e i senza casa, i migranti, i lavoratori autonomi di terza generazione uberizzati e messi al lavoro da qualche algoritmo.

Si deve superare a sinistra una specie di feticismo rispetto alla forma organizzativa: il centralismo democratico nei partiti comunisti e socialdemocratici. Il partito sociale va costruito dal basso in un ottica federativa. Vengono citate le esperienze delle “città ribelli”, come Barcelona en comu’, Madrid, Atene, Napoli, e si propone di tessere reti di comunità, di città-comunità. Ma occorre anche riflettere sulla dialettica tra orizzontale e verticale.

Le forme organizzative orizzontali possono funzionare per alcuni problemi di una certa portata ma presto esauriscono le proprie possibilità. Secondo David Harvey dipende dalla connessione dei sistemi. Ad esempio, l’università non è un sistema strettamente connesso. Nei sistemi strettamente connessi bisogna prendere decisioni rapide: il controllo del traffico aereo; il guasto in una centrale nucleare, l’attività in campo militare degli zapatisti,…

Pertanto non basta sostenere che le organizzazioni devono essere orizzontali. Si potrebbe utilizzare la distinzione di Saint-Simon secondo cui i livelli superiori dovrebbero riguardare la gestione delle cose e non delle persone. Una linea di demarcazione difficile rispetto alle politiche reali, ma che può tornare utile.

Altro problema: ci sono municipi ricchi e municipi quasi privi di risorse. Come si organizza la solidarietà? Solo con accordi orizzontali? Insomma, serve uno Stato. E serve anche una sorta di governo globale: basti pensare al problema del cambiamento climatico. Oppure al fenomeno epocale delle migrazioni.
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IL PUNTO DI LABSUS
labsus
Che cosa è il diritto delle città
Fabio Giglioni – 23 maggio 2017 su LabSus

Ricorre sempre più frequentemente l’uso dell’espressione “diritto delle città”. Si tratta di una locuzione davvero difficile da afferrare in prima battuta, perché verrebbe quasi spontaneo associare questo tema al diritto degli enti locali o al diritto urbanistico, ma in entrambi i casi sfuggirebbero i motivi di questa nuova espressione. E, in effetti, la sua coniazione prescinde da questi riferimenti.

Città come creature di comunità
Riprendendo la dicotomia utilizzata da uno studioso americano molti anni fa (G.E. Frug, The city as a legal concept, in Harvard Law Review, 1980, 93, 6, 1059 ss.) ridurre le città agli enti locali o al diritto urbanistico significa ricondurre le città a “creature degli stati”, entità cioè che svolgono funzioni in quanto conferite, delegate o attribuite dallo stato mediante atti puntuali di carattere normativo. In questo senso le città verrebbero assunte come organismi – certo complessi – chiamati ad assolvere funzioni pubbliche che collimano con gli interessi dello stato.
Quando si parla, però, di diritto delle città si intende altro e, secondo la bipartizione di Frug, le città dovrebbero essere considerate come libere associazioni di soggetti che si consociano nell’uso comune di un territorio conurbato che presenta una complessità di interessi. Le città, insomma, come “creature di comunità”. In questo senso le città sono viste sempre all’interno di ordinamenti più ampi che le comprendono, ma capaci anche di esprimere potenzialità che la prima accezione manifesta solo in modo parziale. In questo senso le città eserciterebbero un’autonomia che è innanzitutto normativa, la cui fonte è direttamente data dalla politicità degli interessi rappresentati sul territorio (Giannini).
Possiamo così dire che per diritto delle città si deve intendere quel complesso di regole che governano spazi urbanizzati la cui origine trova fonte nella rappresentanza della comunità che le istituzioni cittadine interpretano e nel diretto coinvolgimento delle organizzazioni o delle individualità della società civile.

Diritto creativo delle città
In questo modo le città non vengono evidenziate tanto come soggetti chiamati ad applicare la legge, quanto come soggetti capaci di creare diritto innovativo insieme alle realtà sociali che le animano. È un diritto che dipende poco dalle leggi e che invece è alimentato dall’incontro delle esperienze sociali autoprodotte con gli interessi generali che le istituzioni cittadine sono chiamate a preservare. A svolgere questa funzione di incontro è il principio di sussidiarietà orizzontale, come affermato dall’art. 118, c. 4, cost., che obbliga infatti le autorità pubbliche a favorire le autonome iniziative di cittadini, singoli e associati, rivolte a curare le attività di interesse generale. Il diritto delle città, così, risponde anche a un disegno costituzionale ben preciso che vuole disegnare gli ordinamenti giuridici non come esperienze chiuse o impermeabili a quelle sociali, ma aperte ad esse e capaci di delineare le condizioni che ne consentano l’emancipazione da meri fatti a elementi del diritto.
Dentro questa cornice vanno collocate quelle esperienze sociali che, pur originando al di fuori di un quadro di legalità, assumono rilievo perché agenti su spazi e beni che sono andati in disuso o si trovano in stato di abbandono al fine di riattivarne l’uso per finalità sociali: ne sono un esempio gli interventi per il decoro urbano, la gestione di spazi verdi lasciati in degrado, la rigenerazione di spazi ed edifici che hanno perso la loro destinazione originaria e altro ancora.

Tre modelli di diritto creativo
Rispetto a tutto questo si delineano tre modelli di reazione delle città.
Il primo è fondato sulla tolleranza, in cui cioè le istituzioni non si prefiggono l’obiettivo specifico di “recuperare” al diritto esperienze che originano al di fuori ma allo stesso tempo ne ammettono l’esistenza e ci convivono. Naturalmente nel momento in cui questo implicito riconoscimento si stabilisce è difficile che tale condizione di tolleranza resti a lungo tale: è probabile che prima o poi questa esperienza venga riassunta nell’ambito di una condizione di sostenibilità piena giuridica e a questo esito sono interessati tanto le istituzioni quanto le realtà sociali. Il caso recente di Roma con la sentenza della Corte di conti, commentata su questa Rivista, ne è un caso esemplare.
Il secondo modello è quello che si è affermato in modo particolare a Napoli, in cui le istituzioni cittadine hanno assunto delibere puntuali attraverso cui qualificare specifici beni, come beni a uso civico urbano. Con questa definizione originale è stata ammessa la possibilità a specifiche organizzazioni collettive di gestire certi beni per assicurarne una fruizione collettiva il cui contenuto e le cui modalità sono autodeterminate secondo metodi decisionali democratici. In questo senso l’intervento del comune è essenziale sia per qualificare in modo originale certi beni, sia per svolgere quella funzione di garanzia nei confronti della cittadinanza nel suo insieme sull’uso appropriato a fini pubblici dei beni oggetto delle delibere.
Il terzo modello, infine, è quello che ha avuto origine nel comune di Bologna nel 2014 e che fa uso dei patti di collaborazione stipulati dai comuni con i cittadini in esecuzione di appositi regolamenti comunali volti a disciplinare – per l’appunto – la collaborazione tra autorità locali e cittadini. Al centro di questi patti sono sempre beni e spazi urbani verso cui vi è l’impegno alla rigenerazione a fini generali, ma in questo caso lo strumento di raccordo con le istituzioni è realizzato con un accordo negoziale. La flessibilità dello strumento negoziale consente alle parti di produrre quel diritto creativo già citato, idoneo ad assolvere specifiche funzioni e non standardizzato.
In tutti questi casi siamo in presenza di reazioni delle istituzioni pubbliche che, di fronte al manifestarsi delle “zone franche” del diritto (A. Nieto, Critica della ragion giuridica, Milano, Giuffré, 2012, 223-224), non reagiscono applicando il comando legislativo, ma producendo nuovo diritto che coesiste con quello strettamente positivo. Si tratta di tre modelli molto diversi tra loro, che esprimono un grado di formalità che non cancella del tutto l’informalità ma con diversa però capacità anche di resistere alle esigenze di legalità che potrebbero essere sempre manifestate. Il primo modello è senz’altro il più precario, il secondo è puntiforme nel senso che richiede sempre una delibera del comune per la qualificazione specifica di certi beni, mentre il terzo ha l’ambizione di delineare una soluzione più strutturale. Sono modelli diversi, non necessariamente alternativi tra loro.

Le città come ecosistema
Tutti, però, permettono di individuare interessanti analogie a raffronto con i modelli biologici prevalenti. Si dà così origine a una sorta di organizzazione complessa di poteri e interessi che riflette più da vicino il mondo vegetale rispetto a quello animale: mentre, infatti, il secondo è fondato sulla centralità di alcuni organi vitali che permettono di assegnare una sorta di priorità gerarchica ai suoi componenti, il primo è fondato su moduli coesistenti e autoorganizzati in cui si trova una pluralità di centri autonomi e reciprocamente condizionati allo stesso tempo. In altre parole, il diritto delle città appare configurare un modello ecosistemico di centri auto-organizzati coesistenti ma tenuti insieme da una regia che ne permette di sfruttare al massimo i vantaggi per le collettività.
Dietro, tuttavia, queste potenzialità esistono anche alcune insidie che è bene tener presenti al fine di contenere alcuni rischi. Il rischio maggiore di questi sistemi è ovviamente produrre nuove esclusioni che possono essere date dalla disponibilità dei patrimoni, dalla cultura e dalla differente distribuzione delle conoscenze. Anche per questo il diritto delle città deve trovare forme di convivenza con il diritto più tradizionale, affinché le potenzialità di entrambi vengano messe a frutto pienamente.

«Il rapporto “Verso un’economia trasformativa” analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo. Una rassegna di buone pratiche che creano lavoro e partecipazione»

suzy-1-3SOCIETÀ E POLITICA »CAPITALISMO OGGI» PROPOSTA
L’economia che trasforma
eddyburgdi Giacomo Pellini, su Sbilanciamoci, ripreso da eddyburg.
«Il rapporto “Verso un’economia trasformativa” analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo. Una rassegna di buone pratiche che creano lavoro e partecipazione». Sbilanciamoci.info, 23 maggio 2017 (c.m.c)

55 territori coinvolti (46 in Europa e 9 nel resto del mondo), in 32 Paesi di cui 23 membri dell’Unione europea. Circa 30 organizzazioni della società civile attivate con oltre 80 ricercatori al lavoro che hanno mappato oltre 1100 pratiche rilevanti di Economia sociale e solidale intervistando oltre 550 stakeholder rilevanti tra i quali oltre 100 rappresentanti di autorità locali, nazionali e istituzioni internazionali. Il rapporto “Verso un’economia trasformativa”, realizzato nell’ambito del progetto europeo “Social and Solidarity Economy as Development Approach for Sustainability in Eyd 2015 and beyond” (Essdas) analizza lo stato dell’arte dell’economia sociale e solidale in tutto il mondo.

Ma cosa intendiamo esattamente per Economia Sociale e Solidale (Ess)? Una sua definizione è stata data nel 2015 nel documento “Visione globale dell’economia sociale solidale” della rete Ripess (Rete Intercontinentale di Promozione dell’Economia Sociale Solidale): secondo questa l’ESS è «un movimento che si propone di cambiare l’intero sistema economico e sociale, promuovendo un nuovo paradigma di sviluppo che sostiene i principi dell’economia solidale. L’economia sociale solidale riguarda una dinamica di reciprocità e solidarietà che collega gli interessi individuali a quelli collettivi».

L’Ess è una pratica che si è sviluppata in America Latina agli inizi dello scorso decennio, e che in diversi Paesi ha avuto un riconoscimento sia formale che sostanziale: nel 2003 in Brasile è stata istituita la carica di Segretario dell’Economia Solidale, mentre, tra il 2011 e il 2012 anche il Messico e l’Equador hanno riconosciuto le nuove pratiche sociali attraverso leggi apposite. Si è poi diffusa successivamente in Europa, anche in Italia, dove esistono attualmente 10 leggi regionali sull’Economia sociale, ed una normativa nazionale sul diritto del commercio equo e solidale è in cantiere da tempo: entro la fine della legislatura potrebbe avvenire la sua approvazione.

Il primo documento ad analizzare lo stato dell’arte dell’Ess è un rapporto dell’Ilo del 2011: un settore, secondo il report, che conta il 6% dell’occupazione in tutta Europa, con due milioni di organizzazioni che rappresentano il 10% di tutte le aziende. Nel mondo, invece, il suo fatturato globale è del valore di 7,5 milioni di euro, e conta di oltre 2 milioni di lavoratori e agricoltori. Esperienze simili, conclude il rapporto, esistono anche nei Paesi emergenti, come l’India, dove 30 milioni di persone sono organizzate in 2 milioni di gruppi di auto aiuto.

Grazie al rapporto Essdas è ora possibile mappare la presenza di tutte queste esperienze alternative sul suolo non solo europeo, ma di tutto il mondo. Anche il nostro Paese è denso di esperienze simili: le regioni più “sensibili” sono Marche, Puglia, Emilia Romagna e Toscana.

I settori produttivi più attivi, secondo lo studio, sono soprattutto quelli legati alla produzione e distribuzione di prodotti agricoli: ben 34 realtà su 55 operano nel campo della sicurezza alimentare e agricola. Spiccano poi altri campi, quali il commercio equo e solidale (16), il consumo critico (15), la promozione di stili di vita sostenibili (14), le pratiche di riuso e riciclo (11).

Per quanto riguarda le funzioni economiche svolte all’interno di tali attività il documento segnala una prevalenza delle attività commerciali di beni e servizi (42%), seguite da quelle di lavorazione e trasformazione (29%), consumo (17%) e distribuzione (12%).

Il report sottolinea poi anche l’alto numero di partecipazione delle persone ai progetti Ess: secondo Essdas gli individui direttamente coinvolti sono circa 13.000, mentre altri 1.500 sono direttamente o indirettamente occupati. Tra le realtà più “virtuose” spicca la cooperativa Manchester Home Care, che conta in tutto 800 persone, mentre la Central Cooperative Marketing delle Isole Andaman e Nicobar dà lavoro a circa 160 persone. Altro esempio da segnalare è l’organizzazione di microcredito solidale inglese Shared Interest, con oltre 9000 soci sostenitori.

E dal punto di vista del reddito? Secondo il rapporto l’impatto economico di tutte queste attività è complessivamente di 90 milioni di euro: al primo posto c’è la già citata Shared Interest, con un giro d’affari di oltre 42 milioni di euro, mentre la Home Care di Manchester registra un “fatturato” annuo di 14 milioni. Secondo le stime, il reddito medio generato da ciascuna realtà attiva nell’ambito Ess è di circa 300 mila euro. E un’altra buona notizia è che non solo gli impatti sociali e ambientali di queste realtà siano positivi, ma anche come queste contribuiscano a creare network e partecipazione sul territorio.

Cattive notizie sul fronte istituzionale: oltre alle scarse performance in termini di comunicazione e advocacy da parte del settore Ess, viene sottolineato che molti Paesi non hanno ancora leggi nazionali quadro sull’economia solidale, e che oltre il 50% di queste realtà non hanno né fondi né sponsor istituzionali, né intrattengono rapporto alcuno con le istituzioni. Di conseguenza, conclude il rapporto, l’impatto sulla politica e sulla vita pubblica è basso o addirittura nullo.

Il rapporto è stato anche presentato alla Camera dei Deputati lo scorso 26 aprile, alla presenza delle diverse forze politiche. L’obiettivo è quello di arrivare ad una legge condivisa che promuova e inquadri a livello legislativo le attività legate all’economia sociale e solidale: nello specifico lo studio, si propone di «contribuire ad aumentare le competenze delle realtà/reti che si occupano economia locale, in particolare rispetto al ruolo che può svolgere nella lotta globale alla povertà e nella promozione di uno stile di vita equo e sostenibile».

Il tutto in linea con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile 2015 – 2030 approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2014, dove nello specifico si sottolinea come tutti i partecipanti «richiedono trasformazioni significative delle nostre economie. Invitano a rendere i nostri modelli di crescita più inclusivi e sostenibili. La gente vuole un lavoro dignitoso, una protezione sociale, robusti sistemi agricoli e la prosperità rurale, città sostenibili, un’industrializzazione inclusiva e compatibile, infrastrutture resilienti e energia verde per tutti», e con gli obiettivi Europa 2020, che sostengono la necessità di creare un futuro più tecnologico, sostenibile e inclusivo. Un futuro in cui ci sia posto per tutti, una necessità per non lasciare indietro più nessuno.

La crescita della disuguaglianza. Brutalità e complessità nell’economia globale. Che cosa si può fare?

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Gravi fratture nelle società disuguali
di Remo Siza*

1.Una società disuguale
In questi ultimi anni, numerose ricerche hanno evidenziato la crescita delle disuguaglianze e la crescente concentrazione delle ricchezze e dei redditi. Tre economisti, in particolare, sono riusciti a rappresentare organicamente le varie dimensioni della diseguaglianza presente nelle società contemporanee, il consolidarsi di una società diseguale e i suoi effetti sulla vita delle persone. Stiglitz (2015; 2012) ha rilevato la “grave frattura” che separa l’1 per cento dei ricchi dal restante 99 per cento della popolazione e l’esigenza di individuare modi alternativi di gestire la globalizzazione al fine di costruire una società più equa. Piketty (2014) ha documentato con precisione altri aspetti, in particolare il progressivo consolidarsi di una società dei patrimoni, nella quale il patrimonio ereditato dal passato una volta costituito, si riproduce da solo e cresce molto più in fretta di quanto cresca il prodotto e il reddito da lavoro, alimentando ulteriormente la disuguaglianza. Atkinson (2015) ha rivolto principalmente la sua attenzione alle azioni che è possibile promuovere per contrastare la disuguaglianza con la consapevolezza che la diseguaglianza è una scelta politica, non è inevitabile, non è il prodotto di forze che stanno al di fuori del nostro controllo. Nel suo ultimo libro sostiene che è necessario contrastare non solo le disuguaglianza delle opportunità ma anche le modalità e i processi attraverso i quali si costruiscono, pur garantendo in alcuni ambiti uguaglianza delle opportunità, le disuguaglianze degli esiti e come queste si trasmettono da una generazione ad un’altra.
La rilevanza di queste analisi non può essere messa in dubbio, in quanto hanno evidenziato con chiarezza le rilevanti trasformazioni che segnano le società contemporanee, gli effetti della attuale disuguaglianza sulla vita delle persone, sulla loro salute e speranza di vita, sull’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione, sui livelli di povertà. Le analisi della disuguaglianza ci aiutano a comprendere molte tendenze presenti nelle società contemporanee, ma, allo stesso tempo, rischiano di non rendere visibili altre condizioni di vita: la deriva sociale di alcuni gruppi sociali, la fuoriuscita radicale dal sistema del lavoro e del welfare che una parte molto rilevante della popolazione vive come minaccia incombente e un’altra parte sperimenta da tempo nella sua vita quotidiana, i crescenti rischi di una esistenza individualizzata.

2. Are we the “99 percent”?
La crescente disuguaglianza nel reddito e nella ricchezza è considerata come la più grande minaccia dei nostri tempi. L’1% dei più ricchi contribuisce ad una crescita della disuguaglianza guadagnando sempre di più, ma anche utilizzando la sua infinita ricchezza per convincere l’opinione pubblica e i decisori che questa avidità è giustificata dal merito e dalla sua capacità e porterà comunque vantaggi alla società nel suo complesso (Dorling 2015). Sul sito web “wearethe99percent” sono descritte le esperienze personali del restante 99%: sono quelli che hanno perso la loro casa, che non possono accedere ad una assistenza medica di qualità, che lavorano molte ore per una paga molto bassa e sono privi di diritti nel loro lavoro.
Ma la realtà di molte società avanzate è quasi sempre più articolata e meno polarizzata. È difficile considerare una percentuale così alta della popolazione come un gruppo omogeneo nelle sue condizioni di vita: nel 99 per cento è possibile distinguere gruppi sociali che condividono condizioni – in termini di reddito, lavoro, patrimonio, partecipazione alla vita sociale – molto differenziate. Ad un estremo superiore si colloca la parte delle classi medie che vive condizioni di vita soddisfacenti e posizioni lavorative solide: dirigenti pubblici e privati, liberi professionisti e altri lavoratori autonomi con un discreto giro di affari. All’estremo inferiore le povertà persistenti, persone e famiglie che vivono da lungo tempo condizioni di povertà con limitati livelli di formazione e generiche capacità professionali. In mezzo, fra queste due posizioni sociali, si consolida un’area sociale molto estesa che comprende le classi medie con redditi più bassi e le classi operaie, caratterizzate da redditi insufficienti, una crescente precarietà lavorativa, risorse di welfare decrescenti e una scarsa mobilità sociale verso posizioni sociali più elevate. La distanza fra questa parte della classe media e una parte considerevole delle classi operaie sta diminuendo e le distinzioni fra questi due strati sociali stanno diventando più fluide. Cresce, invece, la distanza (principalmente in termini di reddito e di rischio di povertà) tra questo strato sociale e la classe media con redditi elevati e più stabili e, all’estremo opposto, con le famiglie in condizione di povertà persistente. La condizione diffusa di disagio economico in una parte consistente delle società avanzate e il crescente divario tra famiglie a basso reddito e il resto della popolazione è rilevata da un recente studio dell’OCSE (2015). Il disagio economico non coinvolge soltanto i percettori di reddito molto più bassi – il 10% della popolazione più povera – ma una fascia molto più ampia di basso reddito – il 40% della popolazione che si colloca all’estremità inferiore della distribuzione dei redditi. Nella sua analisi l’OCSE osserva che gli stili di vita e i redditi del top 1% sono evidenti e visibili a tutti i ricercatori, ma concentrarsi solo su questo segmento rischia di oscurare la situazione di severo declino economico che vivono le famiglie a basso reddito.
La condizione di vita delle famiglie che si collocano nel mezzo della stratifi-cazione sociale è cambiata profondamente soprattutto in quest’ultimo decen-nio. Sono famiglie che condividono un insieme di incertezze economiche, di timori, di interessi comuni che orientano buona parte delle loro relazioni di vita. Queste aree sociali sono maggiormente esposte a rischi di povertà con oscillazioni di reddito frequenti, vivono una fragilità delle condizioni di vita per il diffondersi di instabilità nel mercato del lavoro e nelle relazioni fami-liari. Persone che vivono situazioni particolarmente fluide, dai contorni non ben definiti, in cui tutti i soggetti sono consapevoli che le cose possono mutare, in un senso o in un altro, non sono stabilmente acquisite o stabilmente perse. La disuguaglianza che è cresciuta in questi decenni ha sottratto loro notevoli risorse in termini di reddito e di ricchezza patrimoniale posseduta e ha invertito la fase di crescita che avevano avuto fino agli anni Ottanta. Ma in molte società non ha creato una condizione polarizzata, ma una pluralità di condizioni di vita, di segmenti sociali che si differenziano e prendono le distanze l’uno dall’altro.
Alla “grave frattura” che separa l’1 per cento dei ricchi dal restante 99 per cento della popolazione che Stiglitz (2015; 2012) descrive nelle sue ricerche, si accompagnano altre “fratture sociali” meno visibili, ma che in realtà stanno cambiando profondamente molti aspetti delle società avanzate.

3. Verso i margini sistemici
Queste fratture e queste articolazione delle posizioni sociali non emergono con nettezza se ci limitiamo a descrivere le società contemporanee come società diseguali e se, soprattutto, non osserviamo come le società avanzate non solo creano disuguaglianze, ma tendano a ridurre i loro ambiti di integrazione e le loro intenzioni inclusive. In alcuni ambiti, in alcune nazioni del mondo, le attuali economie si sviluppano secondo una logica che un autore come Harvey (2005) ha definito il ritorno ad una “accumulazione per spoliazione”, inteso come ritorno ad una logica di accumulazione primitiva fondata su un potere arbitrario e in alcuni casi sulla violenza e la guerra: la spoliazione dei contadini in molte parti del mondo, la sottrazione di risorse naturali con la complicità di governi locali corrotti, l’accaparramento delle terre nei paesi poveri, fino all’arbitrarietà che presiede la spoliazione dei diritti alla salute, alla pensione, la confisca delle abitazioni, la riduzione degli indennizzi ai risparmiatori truffati dalle banche, le politiche di austerità che hanno distrutto l’economia greca.
Sassen rileva (2014; 2016) che la nozione di disuguaglianza rischia di nascondere più di quanto riveli. Gli strumenti che utilizziamo per interpretare le attuali trasformazioni non ci aiutano a cogliere una realtà più estesa e meno visibile. È vero che le economie di mercato avanzate sono sempre state contraddistinte da una certa disuguaglianza e che l’ordine di grandezza della disuguaglianza di oggi distingue l’attuale fase del capitalismo da quella dei decenni post-bellici. Ma è ancora più vero che interpretare questa differenza come un semplice salto di scala, come un semplice incremento della disuguaglianza o della povertà significa precludersi la possibilità di cogliere la tendenza di fondo di una disuguaglianza che procede rapidamente, supera i confini del sistema e diventa una forma di espulsione (Sassen 2014). La crescita economica non è mai stata molto delicata, ma le accelerazioni degli ultimi tre decenni segnano un’epoca nuova, in quanto minacciano una quantità crescente di esseri umani e spingono famiglie e persone verso i margini del sistema. Ci sono delle rotture in corso. Non si tratta soltanto di un “di più” della stessa cosa (Sassen 2014). Le condizioni di vita dei gruppi sociali che superano questi margini sistemici assumono connotazioni nuove, estreme. Per chi è arrivato al vertice della piramide sociale dopo aver accumulato tutte le risorse possibili, superare i margini del sistema significa liberazione dalle responsabilità, liberazione dai legami di appartenenza alla società, assumere un altro sistema valoriale. Verso il fondo della scala sociale, per le masse di poveri e indigenti, superare i margini del sistema significa espulsione dallo spazio vitale, dall’accesso ai mezzi di sussistenza, dal contratto sociale.
In molte società avanzate, le povertà persistenti escono completamente dal sistema, da quello del lavoro e del welfare di qualità, diventano meno visibili, si separano dalle povertà provvisorie (Siza 2009), i luoghi dove abitano diventano periferie urbane profondamente segregate, periferie che, a differenza delle periferie degli anni Sessanta descritte da Wilson (1987), non hanno, se non in modo estremamente limitato, interessi e legami economici con la parte centrale della città.
Il conflitto si sposta tra chi è dentro i margini del sistema e chi vive e si sente, per un motivo o per un altro, per ricchezza o per povertà, fuori dalle opportunità e dalle risorse che il sistema stesso offre nella normalità del suo funzionamento (le scuole pubbliche, la sanità pubblica, i luoghi di relazione della maggioranza delle persone), ma anche dai suoi vincoli, dai suoi limiti valoriali, dalle sue regole, dalle sue norme, fuori dalla socialità della maggioranza delle persone e dai criteri e dalle regole che distinguono i comportamenti leciti dai comportamenti riprovevoli. Fuori dal sistema vive una parte significativa dell’alto, del basso e del mezzo della scala sociale. Non è più l’esclusione sociale dal sistema che abbiamo osservato nel passato e che coinvolgeva soltanto la parte più povera della società. È un fenomeno nuovo che riguarda la struttura delle società avanzate i modi nei quali esse funzionano e si riproducono.

Quella che emerge è sicuramente una società diseguale, ma anche una società che consente o costruisce attivamente, ai suoi margini esterni, spazi di vita, di socialità, separati, divisi, non più regolati, abitati dai ricchi da una parte, dai poveri dall’altra. In uno spazio sociale intermedio, quello più esteso, si costruiscono le condizioni di vita di una buona parte delle classi medie e delle classi operaie che hanno perso molte delle loro sicurezze e vivono condizione economiche insoddisfacenti e temono di perdita ulteriori posizioni.
Anche qui emerge l’esigenza di distinzione, di separatezza. La loro vita sociale costeggia i luoghi dell’esclusione sociale, è esposta a continui rischi di coinvolgimento nei processi che l’hanno determinata, è vissuta con la preoccupazione costante di evitare punti di contatto con la povertà stabile. La sopravvivenza di queste famiglie è legata alla loro capacità di distinguersi dalle persone stabilmente povere, di riaffermare stili di vita ben distinti, di non essere confuse con esse e con il comportamento lavorativo e sociale che frequentemente adottano. Il vivere quotidiano è segnato da una delimitazione di territori relazionali e dal contemporaneo abbandono dei luoghi sociali in cui non si riesce ad affermare un adeguato controllo. Allo stesso tempo, in questo strato sociale emerge un’intenzione opposta, quella di costruire modi di vita, capacità e relazioni che consentono di migliorare la propria condizione e di superare crescenti divari e differenze. Per questo motivo, principalmente cercano di costruire un legame con la parte delle classi medie che vive condizioni di vita più sicure, con i suoi luoghi di lavoro, di abitazione, di incontro, con i suoi stili di vita.
In una società disuguale tutti guardano in alto: i ricercatori che analizzano le condizioni di vita dell’1 per cento della popolazione, i decisori politici perché dall’alto e dai rapporti di potere che si costruiscono in quei luoghi di-pende la loro sopravvivenza; la gente comune perché gli stili di vita e le ten-denze si producono nei gruppi più privilegiati.

4. La crisi di una fase inclusiva
Atkinson nel suo libro Disuguaglianza (2015) propone 15 misure per ridurne l’estensione. L’autore, prevedendo le critiche, afferma che non tutte le pro-poste potrebbero essere fattibili oppure auspicabili. Alcune di queste – quali il salario minimo, il reddito di partecipazione, il child benefit, più efficaci schemi di protezione dalla disoccupazione – sembrano rispondere efficace-mente alle esigenze di una società frammentata, di una società che consolida condizioni di vita molto differenziate, che non contrasta la precarietà dei redditi e il peggioramento della qualità del lavoro.
Le società avanzate che hanno enfatizzato in questi ultimi decenni il valore positivo della disuguaglianza per la crescita economica e per l’arricchimento individuale si poggiano sul principio dell’individuo libero che rappresenta i suoi interessi. L’individualismo funzionale, disciplinato, orientato dai valori condivisi è ritenuto un principio fondante la società moderna perché ne assi-cura la crescita e il dinamismo complessivo. Parsons (1978) pensava a que-sta forma di società e con il termine “individualismo istituzionalizzato” in-tendeva riconciliare l’esigenza di un ordine sociale con l’auspicata capacità di iniziativa dell’individuo. Beck ha ripreso questa definizione riferendosi alla esigenza degli individui di condurre un’esistenza autonoma, di realizzare i propri progetti di vita nell’ambito, comunque, di regole poste, principal-mente, dalle istituzioni e dal mercato. Beck (2009) ha definito individualiz-zazione le dinamiche di affrancamento dalle tradizioni e dai legami collettivi e ha affermato che questi processi insieme alla globalizzazione hanno tra-sformato radicalmente i fondamenti della vita comune, i modi di costruire la propria identità e il proprio futuro (Beck and Beck-Gernsheim 2009). Con il termine individualizzazione Beck non intende indicare soltanto una scelta del singolo, ma soprattutto un carattere centrale di una società moderna e al-tamente differenziata, la necessità di autorealizzarsi perseguendo autono-mamente interessi economici, ma anche progetti affettivi costruiti però auto-nomamente e con un proprio spazio, nell’ambito comunque di valori comuni ed esigenze funzionali chiaramente delimitate (Siza 2014).
Ciò che non è sufficientemente enfatizzato da quanti osservano la disugua-glianza è che il crescere di questa condizione sta diventando sempre meno compatibile con il principio dell’uomo libero valorizzato dal neoliberismo e con la radicalizzazione dei processi di individualizzazione. Le dinamiche che hanno determinato in questi anni la crescita della disuguaglianza – il consoli-darsi di una società dei patrimoni, le elevate disuguaglianze nella distribu-zione dei redditi, la disuguaglianza nelle opportunità e negli esiti, una limita-ta mobilità sociale ascendente, un mercato del lavoro flessibile – incidono severamente sui singoli individui. L’esistenza individualizzata di chi non si avvantaggia più dall’appartenenza a soggetti collettivi, di chi vive in una so-cietà che non offre opportunità di affermazione, con scarsa mobilità sociale, con una distribuzione dei redditi che premia solo alcuni gruppi sociali, di-venta troppo esposta a rischi sociali. Gli individui che si affrancano dai vin-coli familiari e dalle appartenenze collettive, e acquistano autonomia rispetto alle condizioni ed ai legami primari, diventano sempre più dipendenti dal mercato del lavoro e dalle congiunture economiche. L’individuo moderno e dinamico che intende sottrarsi ai vincoli tradizionali della famiglia e della rete parentale, si affida in questo modo ad una nuova dipendenza: quello del mercato del lavoro, flessibile, precario, del lavoro sottopagato. Si vengono a creare così situazioni individuali fragili, totalmente dipendenti dal mercato del lavoro, con appigli nelle relazioni primarie sempre più incerti e precari (Beck 2009). L’individualizzazione da tutti rivendicata si scontra con l’esperienza della disoccupazione di massa, con bassi salari, con la crescita della precarietà e del lavoro informale, si configura come atomizzazione. La povertà entra così nella vita con il passo leggero della transitorietà (Beck 2009).
Nei confronti di questi gruppi sociali non si sviluppa più un progetto di inclusione, una politica espansiva che possa reintegrarli nel mercato del lavoro e nella vita sociale. Sassen ci ricorda che si è esaurito il ciclo di crescente inclusione sociale ed economica caratteristico del keynesismo. Negli anni Ottanta c’è stata una rottura radicale, una frattura rispetto al capitalismo keynesiano, la cui logica dominante – nonostante tutti i limiti – era l’inclusione, la riduzione delle tendenze sistemiche alla disuguaglianza, perché il sistema si reggeva sulla produzione e sul consumo di massa. La manifattura di massa, il consumo di massa, la costruzione di case e strade anche per i meno abbienti: tutto ciò è stato ottenuto espandendo lo spazio dell’economia e incorporando le persone nel sistema (Sassen 2014). Ora sulle macerie del keynesismo emergono nuove logiche fondate sulle espulsioni, espulsioni di individui, comunità, imprese e luoghi dagli ambiti della società, dagli ambiti dell’economia.
La possibilità di realizzare il progetto di vita individuale si affievolisce notevolmente. In una società che garantisce sempre meno sicurezze di base e meno opportunità di costruirle autonomamente con il proprio impegno, in una società divisa, ogni scelta di vita sembra presentare crescenti rischi sociali. Betz (1994), Inglehart and Welzel (2005) hanno rilevato una significativa correlazione fra l’insicurezza e il peggioramento delle condizioni di vita delle classi medie e operaie a causa della modernizzazione e la crescita di un “estremismo di centro”, una radicale diminuzione della fiducia nelle istituzioni e un degrado del senso civico. In termini più generali, possiamo rappresentare questo deterioramento delle fiducia e del senso civico come crisi dell’“individualismo istituzionalizzato”, una crisi che lascia emergere l’individualismo di chi teme di superare i margini sistemici, essere fuori definitamente dal mondo del lavoro, dalla rete di socialità e di sostegno, subire la sottrazione di diritti e di beni. Questa condizione coinvolge persone che non hanno più un progetto di vita, ma un insieme confuso di aspirazioni e rancori, di insofferenze per le regole e per le istituzioni e di chi si limita a costruire una strategia di sopravvivenza componendo valori e modi di vita molto differenti, oscillanti tra posizioni contrastanti, lontano da ogni forma di appartenenza, privo di fiducia nelle istituzioni e sulla possibilità di costruire beni comuni (Siza 2014). Nel passato questo individualismo privo di regole riguardava l’esercito degli esclusi che abitavano le periferie urbane, persone ritenute non affidabili né come lavoratori né come consumatori. Ora coinvolge un insieme molto esteso di persone, quelle che sono ai margini del sistema e quelle che temono di essere coinvolti in questa deriva.

5. La subordinazione del welfare alle logiche prevalenti
Il welfare state molto parzialmente riesce a far fronte a questi effetti sociali della disuguaglianza né sembra in grado di affrontare con azioni di politica sociale adeguate le logiche sistemiche alle quali si riferiscono Sassen e Harvey. In molte società avanzate, il welfare per troppi aspetti sembra subordinato alle logiche prevalenti dello sviluppo economico, si adatta ai nuovi as-setti sociali, senza provare a contrapporre con sufficiente insistenza i valori e i principi di una società differente.
Nelle società caratterizzate da elevata disuguaglianza, il modello emergente, dopo un decennio di politiche di riduzione della spesa, è un welfare dualizzato (Emmenegger et all. 2012) inteso come una organizzazione dei servizi che prevede una differenziazione del diritto a ricevere una prestazione sulla base della posizione sociale del beneficiario. In questo modello la maggioranza delle famiglie può contare su un sistema pubblico universalistico sempre meno efficiente e che garantisce una copertura dei rischi sempre meno este-sa. Le famiglie con redditi e condizioni lavorative soddisfacenti possono integrare le prestazioni pubbliche con assicurazioni private e con ulteriori benefici, quali il welfare aziendale, derivanti dalla loro posizione lavorativa. Le altre famiglie, invece, inevitabilmente possono accedere in termini molto limitati alle prestazioni private. Il modello di riferimento delle trasformazioni auspicate è quello adottato da anni da molte nazioni europee in cui il sistema pubblico convive con un sistema privato molto dinamico e finanziato prevalentemente da fondi assicurativi. Ora la dualizzazione è diventata un principio sulla base del quale si riorganizzano tutti gli ambiti di vita (una differenziazione nel sistema dei trasporti dall’alta velocità ai treni dei pendolari, nell’organizzazione degli spazi urbani, nello sviluppo economico di aree territoriali differenti) e si costruisce una società dinamica e moderna, senza alcuna preoccupazione sulle troppo estese disuguaglianze e separazioni che inevitabilmente contribuisce a consolidare.
Le politiche di welfare possono proporre e sostenere un’altra rappresentazione dei bisogni e dei destini delle persone, rendere visibili margini sistemici, criticità e aree di abbandono, possono essere ragionevolmente fondate su principi e modalità d’intervento innovativi. Le società avanzate sono società dinamiche, individualizzate nella quale ognuno cerca di realizzare il proprio progetto di vita. Le attuali politiche sociali e le politiche dell’istruzione, in particolare, troppe volte non sanno cosa farne del dinamismo e di questa crescente capacità autonoma delle persone, rischiano di essere la sfera di vita dei comportamenti passivi, in cui operatori e beneficiari delle prestazioni si adattano ad una cultura assistenzialistica, di attese e di reciproche dipendenze, senza costruire un futuro differente. Queste politiche possono diventare, invece, l’ambito, dove si realizzano i progetti di vita più innovativi, l’ambito delle passioni gioiose, dei giochi dei bambini e degli adulti, possono essere capaci di promuovere nuove forme di socialità, nuove forme di collaborazione e nuove modalità di stare insieme che contrastino realmente disuguaglianze e logiche sistemiche.

remo-siza-fto-micro*Remo Siza svolge attività di ricerca, formazione e consulenza in Italia e nel Regno Unito.
remo.siza@gmail.com

Riferimenti bibliografici
Atkinson, A., Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, Milano: Raffaello Cortina Edi-tore 2015.
Beck, U. e Beck-Gernsheim, E, Individualization, 2nd edn, London: Sage 2009.
Beck, U., La libertà che cambia, Bologna: il Mulino 2000.
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Wilson, W.J., The Truly Disadvantaged. The Inner City, the Underclass, and Public Policy, Chicago: The University of Chicago Press 1987.

Oggi lunedì 22 maggio 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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lampada aladin micromicroGli editoriali di Aladinews. CheFare? Come contrastare la crescente povertà? Il quadro inedito. Ragioniamoci, aiutati dal sociologo Remo Siza.
Nei margini estremi della società italiana
di Remo Siza
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loc-19-mag17democraziaoggiCos’è proporzionale – cos’è presidenziale?
22 Maggio 2017
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
L’altro giorno si à svolto a Cagliari uno strano convegno sulla legge elettorale regionale. Strano perché era organizzato dai Rossomori, ma è stato un confronto fra le varie anime dei comitati per il no, che hanno vinto il 4 didembre. Anche perché stranamente erano presenti tutti gli esponenti più rappresentativi anche di Sassari e […]
Oggi ————————————————————————————–
scroccu-22-5-17
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Oggi domenica 21 maggio 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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democraziaoggiCorruzione, siamo ai saldi. Basta un rolex
21 Maggio 2017
Amsicora su Democraziaoggi.
Ormai siamo ai saldi! Un tempo, quando la corruzione era più rara ma …seria, si trovava qualcuno col divano del salotto buono imbottito di lingotti d’oro. Oggi, basta un orologio. E così il sottosegretario alle Infrastrutture Simona Vicari (Ap) si è dimessa perché indagata per corruzione. In cambio di un Rolex datole dall’imprenditore Morace, avrebbe […]
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img_9306Il caso Fluorsid e il ricatto ultradecennale sul diritto al lavoro e alla salute
di Massimo Dadea sul blog di Anthony Muroni.
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bio-21-5-17- L’evento in fb.
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“Una legge elettorale per il parlamento dei sardi“
loc-19-mag17Il manifesto sardo ha registrato l’incontro pubblico sulla legge elettorale per l’elezione del Presidente della Regione e del Consiglio Regionale organizzato dai RossoMori Cagliari dal titolo: “Una legge elettorale per il parlamento dei sardi“ che si è svolto venerdì 18 maggio all’hotel Panorama a Cagliari. Ha coordinato Gesuino Muledda e sono intervenuti: Lucia Chessa​ dei ROSSOMORI; Omar Chessa, Ordinario di Diritto Costituzionale Università di Sassari e Andrea Pubusa, Ordinario di Diritto Amministrativo, Università di Cagliari. Di seguito.
- L’audio è disponibile sulla pagina fb de il manifesto sardo.

Il dibattito sulla legge elettorale in Sardegna.

aula-consiliare-caIl dibattito sulla legge elettorale in Sardegna. Note a margine.
di Tonino Dessì, su fb.

Il tema di una nuova legge elettorale per le prossime elezioni regionali non figura al momento tra le priorità dell’agenda istituzionale nella sede che ne custodisce la più gelosa prerogativa.
Ad onta delle sollecitazioni della Presidenza del Consiglio regionale e con l’eccezione della pressione esercitata da una parte del mondo politico femminile per ottenere da subito la sanzione del principio della doppia preferenza di genere, è prevedibile che un confronto concludente sulla questione non si aprirà se non dopo le elezioni politiche italiane.
A quel punto la problematica non sarà più determinata dai dati elettorali della precedente tornata regionale, fondamentalmente caratterizzati dall’esclusione di due raggruppamenti elettorali della consistenza di oltre 100.000 voti, dall’alterazione abnorme dei rapporti di proporzionalità tra consensi e assegnazione dei seggi, conseguente all’appartenenza dei singoli partiti, rispettivamente, alla coalizione raccolta intorno al presidente vincente e a quella perdente in un contesto forzosamente bipolare, dalla risibile rappresentanza femminile.
La questione sarà, piuttosto, condizionata dall’evoluzione dei rapporti tra le forze politiche nel nuovo scenario italiano e regionale.
Le rappresentanze che costituirono l’attuale maggioranza di centro-sinistra-sovranista alla Regione faranno in questo nuovo contesto i conti con se stesse e tra loro.
Già oggi, per esempio, non sono più corrispondenti a quelle originarie.
Il PD ha subito una scissione, come peraltro SEL in contrasto con la confluenza nazionale in SI; i Rossomori sono usciti, con perdite, dalla maggioranza e così pure, con perdite ancora maggiori, la piccola coalizione PRC-PCd’I.
A sinistra del PD vi sarà una competizione oppure il coagularsi di una strategia unitaria fra il Campo Progressista di Pisapia, la formazione dei d’alemiani-bersaniani, quella, al momento più residuale, di SI.
- segue -

Come contrastare la crescente povertà? Il quadro inedito. Ragioniamoci, aiutati dal sociologo Remo Siza.

quadro-di-anna-cNei margini estremi della società italiana
di Remo Siza su Aladinews

Oggi venerdì 19 maggio 2017

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democraziaoggiRestituire la fiducia ai mercati batte la crisi? Falso.
19 Maggio 2017
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Per capire perché le istituzioni che compongono la “Troika” sono arrivate a pretendere l’esercizio di un controllo esterno sui bilanci e sulle decisioni di politica economica degli Stati membri dell’Unione Europea, in particolare di quelli meridionali, occorre considerare le cause che hanno determinato le difficoltà nella gestione dei loro conti pubblici […].
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loc-19-mag17Stasera, venerdì 19 maggio 2017, dalle ore 17.
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Stasera, venerdì 19 maggio 2017, dalle ore 18,30.
Il Percorso umano del Cardinal Martini
Evento organizzato da CVX LMS Cagliari, in via Enrico Sanjust (Facoltà Teologica), Cagliari martini———————————————————————————–
Domani sabato 20 maggio 2017, a Milano
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Lavoriamo per il Lavoro

quarto_statoLAVORO
Un nuovo modello di sviluppo che si adatti alle persone e non viceversa

di Fiorella Farinelli su Rocca 11/2017

Nelle riflessioni di De Masi sul lavoro (1) ci sono aspetti che convincono – sollecitando il sempre ottimo esercizio dell’approfondimento – e altri che sembrano invece precipitare nella scorciatoia del poco meditato e argomentato. «Provocazione, visione, possibilità?», è l’appropriata domanda che Roberta Carlini ci pone su Rocca n. 10. Val la pena, comunque, di continuare a discuterne, se non altro per la prossimità di De Masi ai Cinquestelle, un movimento politico che ci potrebbe capitare di avere al governo del paese. Il quale movimento, come si sa, punta parecchie delle sue carte proprio sull’ansia di idee nuove di un’opinione pubblica spaventata dal crescere delle diseguaglianze sociali e dal persistere di una disoccupazione soprattutto giovanile di cui non si viene a capo. Il sociologo, del resto, non è né un economista né un politico, e il suo successo mediatico si è costruito negli anni proprio sull’indubbia capacità di offrire «visioni di futuro». Chi non ricorda i seminari degli anni Novanta, spesso nella cornice delle nostre più affascinanti e perle turistiche, per imprenditori di successo, opinion leaders, politici sulla cresta dell’onda?

la scorciatoia
Ma cosa ci dice oggi De Masi? Il punto centrale della sua riflessione sul lavoro è nella previsione di un rovinoso impatto sulla quantità di lavoro disponibile (quello necessario nell’attuale modello di sviluppo) della cosiddetta rivoluzione robotica. E quindi di un’ormai prossima realtà – tra venti, trent’anni? – strutturalmente connotata dal lavoro di pochi (qualificato, specialistico) e dal non-lavoro di molti. Una riduzione che, secondo alcuni analisti, potrebbe arrivare al 50% del lavoro per il mercato che c’è attualmente, mentre nessuno al momento azzarda ipotesi attendibili su quanto lavoro nuovo e di che tipo (quali nuove figure professionali, quali nuove competenze, quali nuovi percorsi formativi: perché questi sono stati sempre gli effetti delle passate rivoluzioni tecnologiche) potrebbe venire generato dalle caratteristiche tecnologiche dell’organizzazione produttiva e di alcuni servizi.
Di qui, come noto, la scorciatoia. La redistribuzione del lavoro retribuito, supportata (perché 20 ore lavorative settimanali invece che 40 significa anche dimezzare il reddito da lavoro) da un reddito di cittadinanza. Universalistico e incondizionato. Il «lavorare meno lavorare tutti», va detto, non è un tema inedito. È stato dibattuto fin dagli ultimi decenni del secolo scorso con un piede già dentro la rivoluzione informatica, e ne sono state anche fatte sperimentazioni concrete, la più nota quella francese della riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore che, per vari motivi, non sembra avere avuto un effetto positivo sull’occupazione ed ha anzi determinato effetti collaterali ritenuti negativi. Ma su questi aspetti, importantissimi da analizzare quando si torni a proporre qualcosa di analogo, De Masi non si sofferma. È un fatto però che oggi sono anche altre, e di diverso segno, le proposte che girano. Tra cui quella all’ordine del giorno anche della Commissione e del Parlamento europeo di una tassazione speciale da imporre ai robot, in parte per rallentarne la produzione e l’impatto, ma soprattutto perché gli Stati possano disporre di risorse economiche aggiuntive con cui retribuire il non lavoro e sviluppare la ricerca. Problematica, anch’essa – va detto – perché sembra assai indigesto oltre che improbabile frenare o vincolare lo sviluppo della ricerca scientifica.

la persona e il lavoro
Uno scenario inquietante, ma anche intessuto di un insieme complesso di cause, visto che in un paese come l’Italia e in altri paesi europei una parte molto consistente della perdita di posti di lavoro più che all’uso delle nuove tecnologie è dovuto al massiccio dislocarsi della produzione in altre aree del mondo, da quella asiatica a quella sudamericana. Alla ricerca di un minor costo del lavoro, si dice, o meglio di maggiori profitti: nel quadro, comunque, di una globalizzazione, e di una corsa all’arricchimento di pochi, che sembra essere irrefrenabile. E che pure deve essere considerato, e magari anche contrastato e corretto, salvo pensare che oggi possa essere un singolo paese a determinare da solo il suo tipo di sviluppo, e i dispositivi per preservarlo dal contesto globale (è qui, si sa, una delle radici del «sovranismo» che tenta non pochi movimenti e organizzazioni politiche in Europa, 5Stelle compreso).
Ma lo scenario è inquietante, per non dire apocalittico, anche da altri punti di vista. Prima fra tutti quello esistenziale ed etico, considerata l’importanza del lavoro come fattore decisivo per l’identità sociale e individuale delle persone. Perché lavorare in cambio di un salario o di un reddito non è solo necessità di sopravvivenza ma, nella storia dell’umanità che conosciamo, è stato ed è anche costruzione di sé, il modo con cui ciascuno guarda se stesso ed è guardato dagli altri, vocazione, talento, un posto nel mondo. Con che cosa si potrebbe sostituire tutto ciò in un mondo in cui una grande quantità del lavoro retribuito – che già oggi non basta al «lavorare tutti» – dovesse davvero diventare superfluo?
Ma le questioni sono anche altre. Su queste pagine (Rocca n. 9) Pietro Greco ne ha richiamate alcune, relative alla sostenibilità economica e a quella ambientale di una diffusa presenza dei robot nell’assetto produttivo, evocando quindi, se si vogliono evitare i rischi di un luddismo da fantascienza – gli uomini contro i robot, o viceversa – anche una nuova politica, capace di trasformare l’attuale modello di sviluppo. Un’aspirazione antica, almeno quanto il capitalismo e la sua dittatura del profitto che hanno prodotto crescita, sviluppo, riduzione della povertà, ma anche contraddizioni ed esclusioni, e che ha quindi sempre avuto sia sostenitori appassionati che appassionati detrattori. Si tratta, in sintesi, di inventare un modello di sviluppo –e di stili di vita – che si adatti alle persone e non viceversa. Si può farlo, chi può farlo?

In termini analitici, c’è comunque anche da allargare lo sguardo, in primo luogo alle tipologie di lavoro di cui si parla quando si propone la sua redistribuzione.

lavoro produttivo e lavoro riproduttivo
Perché il lavoro su cui si basa da secoli il nostro assetto economico-sociale non è solo quello, retribuito, che produce beni e servizi per il mercato, ma anche quello che non è retribuito né riconosciuto e che tuttavia è condizione essenziale perché il primo ci sia, e nelle forme e nei tempi che conosciamo. Di solito non ci si pensa, ma è invece proprio su una grandissima quantità di lavoro «ri-produttivo» – come lo chiamava una parte importante del femminismo del secolo scorso – che si basa la possibilità stessa per una parte della popolazione di dedicarsi a tempo pieno al lavoro «produttivo», quello che oggi si vorrebbe redistribuire, e retribuire con un reddito di cittadinanza.
Si tratta di lavoro in gran parte femminile, di donne occupate, non occupate, pensionate, fare e allevare i figli, gestire casa e famiglia, occuparsi dei soggetti più deboli, integrare i servizi. Ri-produrre, appunto. Un lavoro così impegnativo da impedire frequentemente alle donne di partecipare all’altro lavoro, o da stritolare le loro vite nel doppio/triplo lavoro, produttivo e riproduttivo insieme. Un lavoro che proprio perché considerato intrinseco a uno dei due generi, quindi vocazionale e non retribuito, non genera nei servizi – sanità, scuola, assistenza – i posti di lavoro che potrebbe.
A cui deve aggiungersi il lavoro «volontario», anch’esso «di cura» delle persone, dei beni comuni, del territorio, in ambiti che si stanno facendo sempre più numerosi. Non si tratta, si direbbe, di attività destinate ad essere compresse dall’avvento dei robot come quelle appartenenti al lavoro cosiddetto produttivo, ma di lavoro pur sempre si tratta. Qual è il loro posto, significato, valore nella visione di De Masi? La sua provocazione sul «lavorare gratis lavorare tutti» contempla anche il lavoro ri-produttivo o no? E comunque, si può ipotizzare un nuovo modello di sviluppo economico e sociale, sottratto almeno in parte alla logica del profitto e del mercato, senza farne cenno?

politiche per produrre lavoro
Non basta. In un programma che mette al centro il reddito universalistico di cittadinanza, sembrano non trovare posto tutte le politiche – e sono tante, e urgenti – che potrebbero produrre una gran quantità di lavoro. Perché la questione centrale, in un paese come l’Italia, non si può ridurre solo agli effetti della digitalizzazione e della robotizzazione. Se abbiamo tassi di disoccupazione più alti di altri paesi Ue, è perché la finanziarizzazione dell’economia distoglie grandi quantità di capitali dagli investimenti nelle opere strutturali di cui ha bisogno estremo il nostro territorio, perché uno Stato indebitato non ha risorse per impegnare quello che si dovrebbe nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica finalizzata allo sviluppo di nuove produzioni di successo, perché si lesina su servizi essenziali come la sanità, e persino sul welfare che potrebbe alleggerire il lavoro riproduttivo che si scarica in gran parte sulle donne. Perché ci sono vincoli di ogni genere allo sviluppo di un’economia sana e produttiva, capace di utilizzare nel rispetto dell’ambiente le risorse disponibili, e perché spesso mancano anche le competenze e le professionalità per supportare nuove iniziative economico-produttive. Anche De Masi accenna al fatto che la grande disoccupazione non viene prodotta solo dall’impatto delle nuove tecnologie. Ma sono solo accenni che non illuminano la strada delle svolte programmatiche. Eppure è prima di tutto qui, intanto, che bisognerebbe insistere. Non si impara a misurarsi con le rivoluzioni epocali di cui ancora non si sanno le dinamiche e gli effetti, se si soccombe o si declina senza idee e senza iniziative sulle crisi e le difficoltà di cui conosciamo già sia le cause che i rimedi. Se i robot arriveranno davvero, il loro impatto sul lavoro sarà più devastante – c’è da scommetterci – sui paesi che già oggi hanno le economie più deboli.

Fiorella Farinelli
Nota
(1) Lavorare gratis lavorare tutti, Rizzoli, Milano 2017.
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OCCUPAZIONE FEMMINILE
Tutti i rischi del «meno tasse per tutti»

di Roberta Carlini su Rocca 11/2017

Nel suo discorso di reinvestitura alla carica di segretario del Pd, Matteo Renzi ha introdotto tre parole chiave per il prossimo futuro: mamme, lavoro, casa. Al di là delle facili battute sulla politica degli slogan, è il caso di cominciare a guardare alla politica concreta che si intende attuare, visto che un governo, sostenuto dal partito del «ri-segretario», c’è ed è destinato, secondo le parole dello stesso leader, a durare ancora un po’.
Per le prime due parole della triade, in realtà, qualcosa di più approfondito nel Piano nazionale di riforma presentato dal governo Gentiloni c’è, ed è nel fissare un obiettivo, l’aumento dell’occupazione femminile, e dedicare a questo uno strumento specifico: la riduzione delle tasse sul lavoro, in particolare sulle donne e sui giovani.
Si dà per scontato, negli ultimi tempi, che la riduzione delle tasse – che certo piace a tutti – sia uno strumento passpartout, e dunque non si mette in discussione: semmai ci si concentra sulla sua sostenibilità, ossia sui problemi di copertura o di aumento del deficit pubblico che comporterebbe.
Ma il fatto che una politica sia finanziabile, e che sia popolare, non vuol dire che di per sé sia utile all’obiettivo specifico. Il quale, ovviamente, è condivisibile e anzi troppo trascurato finora: con il suo 51% di occupazione femminile, l’Italia è al penultimo posto in Europa, piazzandosi solo davanti alla Grecia. Anche Malta fa meglio dell’Italia, quanto a tasso di occupazione femminile. E la mancata partecipazione delle donne al mercato del lavoro contribuisce a tenere la media italiana dell’occupazione assai lontana dall’obiettivo generale, che è quello di raggiungere il 75% di tasso di occupazione nel 2020. Dunque, ottimo obiettivo; ma lo strumento è quello giusto?

ma la realtà è un’altra
Se lo è chiesto l’Ufficio parlamentare di bilancio, nel suo Rapporto sulla programmazione di bilancio 2017. In tale Rapporto, si ricorda che «c’è un diffuso consenso in letteratura sulla possibilità che modifiche alla tassazione possano influenzare la partecipazione femminile al mercato del lavoro». E si nota che, a questo proposito, possono essere efficaci soprattutto gli strumenti che incidono sul reddito individuale e non su quello familiare: vale a dire, che se si commisura l’intervento al reddito del nucleo familiare – come succede per gli assegni familiari e per le detrazioni per i figli a carico – si ha un impatto minore che non intervenendo direttamente sulla retribuzione netta del singolo individuo, donna o uomo, in particolare con detrazioni di imposta sui redditi da lavoro, soprattutto quelli più bassi. Ma tra la letteratura economica e la realtà spesso c’è una grande distanza, e questa viene misurata dal Rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio quando si va a vedere la situazione complessiva dei Paesi europei. La distanza tra il nostro tasso di occupazione femminile e quello degli altri Paesi non sembra giustificabile solo con la differenza nel regime di tassazione. È vero che da noi il nucleo fiscale – ossia la somma di tasse e contributi che pesano sul lavoro, e fanno sì che la retribuzione che giunge in tasca a chi lavora sia molto distante da quel che costa alle imprese – è molto pesante. Ma nel confronto internazionale, se si guarda ai redditi più bassi, l’Italia non risulta particolarmente penalizzata. Prendiamo un reddito da 10.220 euro l’anno (pari a un terzo della retribuzione media) per un lavoratore dipendente single senza carichi familiari: il relativo cuneo fiscale, in Italia, è al decimo posto su 22 Paesi europei presi in esame; per redditi più alti (20.530 euro l’anno) il cuneo sale, e l’Italia si porta al quindicesimo posto. Ma anche in questo caso è superata da Paesi che hanno un’occupazione femminile molto più alta: per esempio Francia, Germania e Spagna, nei quali il tasso di occupazione femminile è, rispettivamente, del 66,3, del 74,5 e del 58,1%.
Dunque, la prima conclusione dello studio è che il cuneo fiscale di per sé non pare correlato alla maggiore o minore occupazione femminile. Andando ancora più a fondo, si analizza la struttura dell’imposizione per vedere se ci sono fattori specifici che influenzano la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Ne viene fuori che, per un nucleo familiare con due figli e due percettori di reddito, nel quale il primo percettore ha un reddito pari a quello medio e il secondo un reddito pari al 33% della media, il cuneo fiscale addirittura scende un po’, per il «secondo percettore» (di solito la donna). Facendo una classifica sull’effetto di disincentivo operato dal cuneo fiscale, l’Italia si posiziona al settimo posto nella classifica dei Paesi con minori disincentivi al secondo lavoro in famiglia.

aprendo asili nido
In altre parole: non sono le tasse a tenere le donne fuori dall’occupazione. E questo è vero soprattutto per i redditi più bassi. Questo dato va sottolineato: infatti in gran parte la bassa occupazione femminile italiana è dovuta al fatto che le donne con minori qualifiche e titolo di studio restano casalinghe, dunque sono proprio loro che «mancano» dal mercato del lavoro. Naturalmente, può essere il basso livello del reddito in sé a spiegare perché spesso le donne preferiscono stare a casa – e farsi carico della cura familiare – piuttosto che accettare lavori pagati pochissimo: ma c’è da chiedersi se questo dato strutturale possa essere cambiato, o almeno mitigato, da un bonus fiscale. Mentre, se si vanno a guardare altri indicatori, emergono correlazioni molto più forti: come quella tra la presa in carico dei bambini negli asili nido e l’occupazione femminile. Attualmente la copertura nazionale è dell’11,9% (ossia, 11,9 bambini su 100 tra quelli tra zero e due anni vanno al nido), ma molte regioni sono lontanissime dalla media: la Sicilia è al 4,9%, la Puglia al 4,3%, la Campania al 2,2%, la Calabria all’1,4%. Adesso il governo conta di portare la copertura media al 13%, ma la realtà in molte zone d’Italia è che l’adesione al nido addirittura scende, complici non solo la denatalità ma anche l’aumento dei costi delle rette.

il lavoro pubblico alleato delle donne
Studi come quello dell’Ufficio parlamentare di bilancio sono molto utili per demitizzare alcune politiche, e cercare di utilizzare al meglio le scarse risorse che ci sono nella finanza pubblica. E confermano un sospetto che poteva venire in mente anche in base al semplice buon senso: se le donne non lavorano è perché non c’è lavoro, non perché non hanno sufficienti «incentivi» a lavorare. Se le retribuzioni che vengono loro proposte sono basse è perché le imprese pagano poco, a loro volta perché hanno un problema di produttività e/o di domanda dei loro beni e servizi. Se la doppia presenza sul mercato del lavoro retribuito e su quello familiare è sempre più insostenibile è perché il primo dà poco e il secondo chiede molto, anche per la parallela riduzione dell’offerta pubblica e la mancata perequazione dei carichi in famiglia.
Affrontare questi nodi richiederebbe una dose di innovazione e anche di rottamazione non convenzionale – per esempio, incidendo sul lavoro pubblico come principale alleato del lavoro femminile, e dunque pretendendo da questo una radicale svolta in termini di efficienza –, mentre inseguire parole d’ordine vecchie orami trent’anni, come il «meno tasse per tutti», rischia di essere improduttivo oltre che molto costoso.

Roberta Carlini
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rocca-11-2017

Partecipazione popolare. Oggi più agevole in Spagna (e in Catalogna) che in Italia (e in Sardegna)

oriol1
unica-10-5-17Università. Inizia la conferenza del prof. Oriol Nel.lo sull’esperienza di “trasformazione della città con la partecipazione dei cittadini”, progetto di rigenerazione dei quartieri di Barcellona. Buone pratiche che speriamo siano intelligentemente applicate anche nella nostra città.
Per l’Osservatorio Beni Comuni della Sardegna presenti Paolo Erasmo e Franco Meloni.
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oriol2 Bravo il prof. Nel.lo Oriol, coordinatore del piano di rigenerazione dei quartieri di Barcellona, che ha saputo in poco tempo rappresentare un progetto complesso. Equità, Diritto alla città, Partecipazione dei cittadini, sono i capisaldo del progetto. Per i cittadini con i cittadini, che vengono dotati di strumenti concreti di gestione della cosa pubblica. Si tratta della pratica della “sussidiarietà orizzontale” che trova nei “beni comuni urbani” uno dei “luoghi” più favorevoli di intervento. Dobbiamo però prendere atto che la “politica” oggi contrasta la partecipazione popolare vedendola come “disturbo”.
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oriol3 Tra gli intervenuti nel dibattito [Manuela Abis, Ester Cois, Anna maria Colavitti, Franco Meloni, Francesca Ghirra e altri, con gli organizzatori Bibo Cecchini e Ivan Blečić] il prof. Francesco Indovina: il progetto che ci ha presentato Oriol è politico. Non riduciamolo a tecnicalità.
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Chi vuole sentire ancora il prof. Oriol può partecipare stasera alla presentazione di un suo libro sulla partecipazione urbana, alle 17.30 al Centro Sociale Ex-Me via Antonio Sanna 17 a Pirri. Attenzione Ex-me non Ex-ma.
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Il volume “Transformar la ciutata amb la ciutadania”, punto di partenza della conferenza, è disponibile qui:
http://media-edg.barcelona.cat/wp-content/uploads/2017/03/20140501/Transformar-la-ciutat-low.pdf

Democrazia partecipativa – Partecipazione popolare – Sussidiarietà orizzontale – Beni comuni – Beni comuni urbani

unica-10-5-17Transformar la ciutata amb la ciutadania. Transformar la ciudades con la ciudadanía – Trasformare la città con i cittadini- Importante iniziativa all’Università.
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labsusLa cura dei beni comuni dai classici ai servizi ecosistemici
Marco Frey – 8 maggio 2017, su LabSus.
Il tema dei beni comuni è da alcuni anni molto à la page, in quanto associato alla garanzia dell’accesso a diritti fondamentali e a nuove forme di partecipazione attiva dei cittadini in una logica di sussidiarietà orizzontale. Si tratta di una questione intrinsecamente interdisciplinare, avendo una chiara matrice giuridica, ma chiamando in causa al [...]
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Arregordarì – Punta de billete – Ricordati – Save the date.
beni-comuniLunedì 29 maggio, dalle ore 17.30, in un’aula della Facoltà economico-giuridica-sociale dell’Università di Cagliari: Giornata di approfondimento su Sussidiarietà orizzontale e Beni Comuni. A cura dell’Osservatorio dei Beni Comuni – Cagliari.

PETIZIONE POPOLARE per una NUOVA LEGGE ELETTORALE per la SARDEGNA

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Al Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna
Ai Presidenti dei Gruppi consiliari

In Consiglio regionale sono state depositate numerose proposte di Legge elettorale statutaria presentate da gruppi di consiglieri e forze politiche e, ultimamente, lo stesso Presidente del Consiglio ha presentato una sua proposta con per correggere evidenti storture presenti nella legge attuale e sollecitare uno specifico dibattito sia interno al Consiglio che tra la popolazione sarda.
Tra gli evidenti stravolgimenti e gravi anomalie della democrazia presenti nella legge elettorale con la quale si è votato nel 2014 si segnalano l’esclusione dalla rappresentanza nel Consiglio regionale di oltre 120 mila elettori, la presenza di appena 4 donne su 60 Consiglieri e l’astensione prossima alla metà dell’elettorato. Il tutto senza avere garantito né la governabilità né la stabilità dell’esecutivo, considerato che sì è incominciato a sentire l’esigenza di un rimpasto dopo appena un anno dalle elezioni e ci si è arrivati a meno di due anni dal termine del mandato, per esigenze di potere delle consorterie dei vari partiti e non per le esigenze della società sarda.

Come Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria riteniamo che

A partire dal grande risultato del NO al referendum quale fonte di nuova speranza e di concreta espressione di partecipazione della cittadinanza alle decisioni che riguardano l’intera Sardegna, è ora che si proponga, eventualmente dal basso anche mediante una iniziativa popolare come previsto dallo Statuto sardo, una nuova Legge elettorale statutaria di tipo proporzionale.
Una legge da scrivere avendo come riferimenti costanti la Costituzione e lo Statuto sardo, che sia in grado di garantire la
sovranità del popolo, che è tanto più reale quanto più si ha una larga partecipazione popolare al voto;
uguaglianza nel voto, sia che si voti per la maggioranza che per un partito o movimento di opposizione, senza gli stravolgimenti generati da qualunque premio di maggioranza e soglie di sbarramento differenziate che sono sempre elementi di “distorsione” del principio di uguaglianza del voto sancita dalla Costituzione;
rappresentanza, perché ad una supposta governabilità che non può mai essere garantita da una legge elettorale, si preferisce la rappresentanza, questa sì possibile attraverso una buona legge, anche di partiti e movimenti minori perché la democrazia è fatta di pluralità di opinioni che devono trovare sintesi nel parlamento come nei consigli regionali, ovvero negli organi elettivi di governo;
parità di rappresentanza di uomini e donne, perché la società è composta di uomini e donne, e non vi può essere discriminazione di genere nell’accesso agli organi elettivi: sarà l’elettorato a scegliere chi eleggere senza discriminazioni in partenza;

CHIEDIAMO

che il Presidente del Consiglio regionale e i Presidenti dei Gruppi consiliari destinatari di questa petizione popolare si impegnino nella scrittura di una nuova Legge elettorale statutaria che rispetti i principi su elencati al fine di permettere al popolo sardo di esercitare il proprio voto tornando convintamente alle urne per scegliere i propri rappresentanti fin dalle prossime elezioni del 2019.

PETIZIONE POPOLARE per una NUOVA LEGGE ELETTORALE per la SARDEGNA

costat-logo-stef-p-c_2-2

Al Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna
Ai Presidenti dei Gruppi consiliari

In Consiglio regionale sono state depositate numerose proposte di Legge elettorale statutaria presentate da gruppi di consiglieri e forze politiche e, ultimamente, lo stesso Presidente del Consiglio ha presentato una sua proposta con per correggere evidenti storture presenti nella legge attuale e sollecitare uno specifico dibattito sia interno al Consiglio che tra la popolazione sarda.
Tra gli evidenti stravolgimenti e gravi anomalie della democrazia presenti nella legge elettorale con la quale si è votato nel 2014 si segnalano l’esclusione dalla rappresentanza nel Consiglio regionale di oltre 120 mila elettori, la presenza di appena 4 donne su 60 Consiglieri e l’astensione prossima alla metà dell’elettorato. Il tutto senza avere garantito né la governabilità né la stabilità dell’esecutivo, considerato che sì è incominciato a sentire l’esigenza di un rimpasto dopo appena un anno dalle elezioni e ci si è arrivati a meno di due anni dal termine del mandato, per esigenze di potere delle consorterie dei vari partiti e non per le esigenze della società sarda.

Come Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria riteniamo che

A partire dal grande risultato del NO al referendum quale fonte di nuova speranza e di concreta espressione di partecipazione della cittadinanza alle decisioni che riguardano l’intera Sardegna, è ora che si proponga, eventualmente dal basso anche mediante una iniziativa popolare come previsto dallo Statuto sardo, una nuova Legge elettorale statutaria di tipo proporzionale.
Una legge da scrivere avendo come riferimenti costanti la Costituzione e lo Statuto sardo, che sia in grado di garantire la
sovranità del popolo, che è tanto più reale quanto più si ha una larga partecipazione popolare al voto;
uguaglianza nel voto, sia che si voti per la maggioranza che per un partito o movimento di opposizione, senza gli stravolgimenti generati da qualunque premio di maggioranza e soglie di sbarramento differenziate che sono sempre elementi di “distorsione” del principio di uguaglianza del voto sancita dalla Costituzione;
rappresentanza, perché ad una supposta governabilità che non può mai essere garantita da una legge elettorale, si preferisce la rappresentanza, questa sì possibile attraverso una buona legge, anche di partiti e movimenti minori perché la democrazia è fatta di pluralità di opinioni che devono trovare sintesi nel parlamento come nei consigli regionali, ovvero negli organi elettivi di governo;
parità di rappresentanza di uomini e donne, perché la società è composta di uomini e donne, e non vi può essere discriminazione di genere nell’accesso agli organi elettivi: sarà l’elettorato a scegliere chi eleggere senza discriminazioni in partenza;

CHIEDIAMO

che il Presidente del Consiglio regionale e i Presidenti dei Gruppi consiliari destinatari di questa petizione popolare si impegnino nella scrittura di una nuova Legge elettorale statutaria che rispetti i principi su elencati al fine di permettere al popolo sardo di esercitare il proprio voto tornando convintamente alle urne per scegliere i propri rappresentanti fin dalle prossime elezioni del 2019.