Comitato d’iniziativa Costituzionale&Statutaria

DIBATTITO sul LAVORO OGGI. Sindacato in trasformazione

quarto_statoQuestioni aperte
per il sindacato italiano

di Lorenzo Caselli
Professore emerito di Economia e gestione delle imprese e docente a contratto di Etica economica e responsabilità sociale delle imprese, Università di Genova,

as-loghettoFra le realtà più in crisi nel mondo del lavoro c’è quella del sindacato, che sembra accerchiato, spiazzato, incapace di cogliere le trasformazioni in atto nella domanda di lavoro e nelle modalità di impiego. Ha ancora senso oggi un sindacato forte e organizzato? Quali sono i suoi punti di forza e gli am- biti di azione? È possibile ipotizzare una partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese? Quali sono i passi da compiere per una riforma condivisa e realistica dei sindacati?
Traendolo da Aggiornamenti Sociali, pubblichiamo un contributo che affronta queste domande.

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Di fronte alla gravità dei problemi che sono sul tappeto, l’economia richiede di essere profondamente ripensata. Cresce la consapevolezza che efficienza, giustizia e partecipazione non possono più essere separate e che si pongono sempre più come condizioni per la sostenibilità dello sviluppo. Il coinvolgimento dei lavoratori, dei consumatori e dei cittadini è essenziale per il successo delle stesse iniziative economiche. La solidarietà e la sussidiarietà creano le premesse perché abbiano a dispiegarsi le potenzialità di ciascuna persona, perché sia possibile l’accesso più largo ai beni e ai sevizi di base nell’interesse del maggior numero di soggetti e nel rispetto delle generazioni future.
L’economia sociale di mercato, inserita nei principi del Trattato di Lisbona (art. 2, c. 3), si colloca in questa prospettiva. Essa però non è qualcosa di definitivo e di consolidato. I suoi elementi costitutivi – centralità dell’economia reale rispetto alla finanza, occhio di riguardo per il medio-lungo termine, ruolo regolatore dello Stato, equità fiscale, efficienza, competitività ma anche welfare, imprese e sindacati responsabili e partecipativi –, riscontrabili, ad esempio, nell’esperienza tedesca, possono essere variamente declinati e combinati.
Tali elementi sono tutti necessari, ma non sufficienti. Come hanno osservato i vescovi europei, l’economia sociale di mercato è infatti un grande obiettivo ancora da completare ed europeizzare. Il collegamento tra libero mercato e competitività da un lato e principio di solidarietà e giustizia sociale dall’altro non è affatto scontato.
Il mercato non soddisfa tutti i bisogni delle persone, deve essere integrato con la politica sociale e non può fare a meno di gratuità, sostenibilità, inclusività (COMECE 2011).
Tutto ciò vale per l’Europa e per il nostro Paese. In questa prospettiva, il sindacato italiano con la sua storia e il suo radicamento sociale, con le sue contraddizioni ma anche con i suoi punti di forza, può dare un grande contributo. Tra economia sociale di mercato e sindacato è infatti possibile attivare una circolarità virtuosa. Affinché ciò avvenga, occorre un sindacato sempre attento alle condizioni di vita dei lavoratori, sia di quelli che rappresenta sia di quelli che non riesce a rappresentare adeguatamente, che ne difenda gli interessi collettivi specifici e che consideri un ponte tra lavoro e welfare la fornitura di servizi, dalla tutela previdenziale alle problematiche fiscali e abitative, alla difesa dei consumatori, alla cultura e al tempo libero, alla formazione professionale; un sindacato, insomma, che cerchi di promuovere le condizioni favorevoli per l’assunzione di responsabilità partecipative a livello decisionale, finanziario e operativo da parte dei suoi rappresentati nelle diverse realtà della vita economica e sociale 1).

Anche nel nostro Paese può essere sostenuto un progetto di economia sociale di mercato, qualificandone e arricchendone strutture e processi con il concorso di sindacato, imprese, istituzioni e aggregazioni sociali. In questo ambito il sindacato può farsi promotore di un discorso in tema di democrazia economica e più in generale di allargamento delle frontiere della democrazia tout court. Si tratta di aumentare sia il numero dei soggetti che possono prendere la parola sulla scena politica, sociale ed economica (il mercato non appartiene soltanto alle imprese capitalistiche), sia le dimensioni da porre a fondamento delle scelte, definite non solo dal profitto ma anche da valori sociali, ambientali e culturali in vista del bene comune.
Può il sindacato assolvere al ruolo appena descritto? Non ci nascondiamo certamente le difficoltà di tale disegno. I margini di manovra – in Italia ma anche in molti Paesi europei – sono, nell’immediato, oggettivamente modesti. Ma non è soltanto il quadro economico che limita gli spazi di azione dei sindacati. Essi infatti devono fare i conti con un clima sociale, culturale e politico non favorevole alla presenza e all’azione di un soggetto collettivo del loro genere. Ci troviamo in una situazione di “destrutturazione sociale”, che da un lato frammenta la convivenza e dall’altro agevola l’emergere e il consolidarsi di nuovi centri di potere non facilmente controllabili.
Stando così le cose, gli assetti pluralistici, propri della modernità – fatti di istituzioni, associazioni, movimenti, aggregazioni e rappresentanze di interessi molteplici – rischiano di degenerare in differenziazioni fini a se stesse, in chiusure corporative, in una miriade di interessi particolaristici. Si moltiplicano le appartenenze tra loro non comunicanti, mentre l’affievolirsi dell’ethos collettivo rende difficile l’elaborazione di regole condivise con le quali governare le relazioni sociali, economiche, di lavoro. Di fronte a questo scenario, quale ruolo per le associazioni di categoria nel mondo del lavoro?

I punti di forza del sindacato
I rischi che i sindacati hanno di fronte non vanno taciuti. Non sono però tali – questa è la nostra opinione – da cancellare o nascondere le opportunità che il sindacato potrebbe cogliere attraverso l’intelligente valorizzazione e gestione dei suoi punti di forza spendibili nella prospettiva dell’economia sociale di mercato. Si pensi soltanto allo spostamento progressivo della tutela dal singolo posto lavorativo, strettamente inteso, alla gestione del mercato del lavoro, nel suo insieme e nelle sue articolazioni locali, attraverso l’armoniz- zazione dei flussi di domanda e offerta e il loro collegamento con i processi produttivi e formativi. Tutto è collegato, ma in modo nuovo e creativo. «Soltanto vincendo la sfida a diventare plurale il sindacato potrà ritrovare la propria funzione all’interno di un mutato scenario, che peraltro ne mostra un impellente bisogno» (Costa 2017, 9). Quattro punti di forza ci sembrano particolarmente significativi e giocabili dal sindacato.
Il primo è la possibilità di collegare aspetti macro e aspetti micro: da un lato le grandi politiche economiche e sociali, dall’altro le scelte delle imprese e delle istituzioni. Il tutto con particolare attenzione alla dimensione settoriale e territoriale dei problemi che attengono al mercato del lavoro, alla base industriale, alla promozione dei fattori di produttività, innovazione, competitività, alla flessibilità congiunta alla sicurezza.
Il secondo punto di forza è la possibilità per il sindacato di far interagire pubblico, privato e privato sociale nell’ambito di un gioco che non è necessariamente a somma zero, ma a somma potenzialmente positiva. Si pensi in particolare agli assetti di welfare, ove si tratta da un lato di creare le condizioni affinché la domanda di servizi da potenziare diventi effettiva e dall’altro di promuovere la pluralità dei soggetti di offerta, evitando posizioni di monopolio e di rendita tanto pubblica quanto privata, favorendo forme di collaborazione con il coinvolgimento effettivo della società civile. Nel quadro dell’economia sociale di mercato il sistema produttivo e quello amministrativo devono misurarsi con indicatori di efficienza e di efficacia. In particolare, la pubblica amministrazione – e qui il sindacato ha grandi responsabilità, a motivo del suo radicamento associativo – si trova a fare i conti con profonde trasformazioni, nuove esigenze e priorità, nuove domande e competenze professionali, per uscire dal rischio dell’autoreferenzialità, contribuendo attraverso il miglior utilizzo delle risorse disponibili all’innalzamento del livello di competitività e attrattiva del sistema Paese.
Terzo punto di forza è la possibilità di mettere in comunicazione produzione, lavoro, consumo e risparmio superando, nell’ambito di una responsabilità condivisa, separatezze e contraddizioni. A ciò si collega altresì la possibilità di essere presente in spazi vitali della società, come ad esempio i servizi all’impiego e la riforma dello Stato sociale, attraverso la valorizzazione del Terzo settore.
Infine, e questo è il quarto punto di forza, in raccordo con i sindacati degli altri Paesi della UE, esso potrebbe contribuire in misura notevole al rafforzamento dei poteri di intervento della CES (Conferenza europea dei sindacati), indispensabile per affrontare problemi che travalicano i confini dei singoli Stati, come quello occupazionale. Solo nel più ampio contesto comunitario possono infatti individuarsi soluzioni precluse su scala locale, perseguendo altresì, attraverso un dialogo sociale rafforzato, le tre grandi priorità a fondamento della strategia Europa 2020 (crescita intelligente, crescita sostenibile, crescita inclusiva).

Gli ambiti di azione del sindacato
Europa 2020 è la strategia decennale per la crescita definita dalla UE nel 2010. Oltre a uscire dalla crisi, essa mira a colmare le lacune del modello di crescita europeo e creare le condizioni per un tipo di sviluppo economico più intelligente, sostenibile e solidale. Per questo la UE si è data cinque obiettivi da realizzare entro il 2020, che riguardano l’occupazione, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, l’integrazione sociale e la riduzione della povertà, il clima e l’energia. La strategia indica anche sette settori di intervento su cui concentrare gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi: l’innovazione, l’economia digitale, l’occupazione, i giovani, la politica industriale, la povertà e l’uso efficiente delle risorse (cfr <http://ec.europa.eu/europe2020/europe- 2020-in-a-nutshell/index_it.htm>).
I punti di forza sopra evidenziati possono essere pienamente colti da un sindacato propositivo, non necessariamente “antagonista”, che non rinnega il conflitto ma lo sa usare saggiamente in vista dell’accordo, capace di attivare relazioni contrattuali, concertative, partecipative, che se necessario può essere anche imprenditore sociale; un sindacato cioè che oltre alla tutela diretta dei lavoratori vuole creare le condizioni per il loro benessere e per quello del Paese favorendone lo sviluppo, evitando il rischio tanto di chiusure corporative quanto di pratiche meramente assistenziali e difensive.
Un’azione strategica sindacale – nel quadro dell’economia sociale di mercato – si concretizza in tre passaggi fondamentali, tra loro strettamente collegati e interdipendenti: concertazione, contrattazione, partecipazione. Esaminiamoli distintamente.
La concertazione tra istituzioni e parti sociali, ovvero tra i grandi decisori politici, economici, sociali è condizione indispensabile per il governo di una società sempre più complessa. Ciò è tanto più urgente in una situazione di emergenza, ove occorre da un lato farsi carico di vincoli macroeconomici ai quali non è possibile sottrarsi (il rapporto tra debito e PIL per esempio) e dall’altro rilanciare sviluppo e occupazione.
Con la concertazione tutte le parti in gioco sono chiamate a costruire fiducia in vista di obiettivi condivisi. In quest’ottica, essa può essere l’antidoto sia alle politiche liberiste sia a quelle dirigiste, poiché amplia gli ambiti della democrazia sostanziale, valorizza il pluralismo sociale, impegna i diversi attori a comportamenti coerenti nella reciproca legittimazione. La concertazione può essere strumento sia per governare più efficacemente le relazioni industriali, sia per attivare un percorso riformatore, capace di incidere concretamente sui principali problemi del lavoro e del sistema economico e produttivo.
La questione della produttività si colloca in questa ottica. Essa è sempre più il frutto di un’azione combinata dei diversi fattori che agiscono sull’impresa, ma non soltanto di quelli della produzione tradizionalmente intesi, bensì anche di quelli istituzionali e di contesto (formazione, ricerca, servizi reali, organizzazione territoriale, stato sociale, efficienza della pubblica amministrazione). Il concorso coerente e integrato delle parti sociali e delle istituzioni si rivela condizione sempre più indispensabile per la crescita della produttività, specie nella prospettiva dell’industria 4.0. In altri termini, la capacità propositiva del sindacato in tema di dinamiche salariali e flessibilità organizzativa, connessa all’introduzione massiccia delle nuove tecnologie, si combina con gli investimenti delle imprese, finalizzati sia all’aumento dei livelli di competitività sia alla promozione quantitativa e qualitativa dell’occupazione, mentre il Governo si impegna per una politica economica e fiscale in linea con tali obiettivi. Il passaggio dalla concertazione alla contrattazione sindacale è evidente. Con la prima si creano le condizioni per aggredire gli squilibri più pesanti, con la contrattazione si valorizzano le differenze e le potenzialità esistenti nel tessuto produttivo. Ferma restando la necessità del contratto nazionale, opportunamente riqualificato affinché sia centro regolatore e di governance dei sistemi contrattuali settoriali, modellandolo sulle normative e tutele di carattere generale, a partire dalla difesa del potere di acquisto dei salari, occorre puntare sulla contrattazione di secondo livello (aziendale e territoriale) attraverso un trasferimento organico di competenze, in particolare sulle materie che si generano e si gestiscono in azienda e sul territorio, innalzando nel contempo il tasso di partecipazione dei lavoratori alla vita e alle decisioni dell’impresa.
L’efficacia del legame tra democrazia economica ed economia sociale di mercato presuppone un’ipotesi forte di partecipazione, di coinvolgimento di risorse individuali e collettive, come modo per cogliere e valorizzare le interdipendenze tra le molteplici dimensioni della vita sociale, promuovendo comportamenti più solidali. Tutto ciò, nel contempo, si rivela essenziale anche per il successo e le performance delle stesse iniziative economiche. Pur con tutti i limiti e contraddizioni, non si può sottovalutare il potenziale partecipativo oggi esistente nelle organizzazioni economiche e sociali, che si lega a istanze profonde di giustizia, di sussidiarietà, di democrazia in grado di esprimersi in tutti gli ambiti della vita associata. Tale potenziale partecipativo chiede però di essere, in qualche modo, interpretato, rappresentato, promosso e trasformato, per così dire, in “merce politica” da porre sul piatto della bilancia in vista di trasformazioni più generali, evitando il riflusso nel particolare, nel settoriale, nell’egoistico (cfr Grazzini 2014).
Nell’orizzonte strategico del sindacato, la partecipazione può giocare un ruolo di fondamentale importanza. Com’è noto, in rapporto al sistema delle imprese esistono una versione leggera della partecipazione (informazione, consultazione, quote di salario legate ai risultati, ecc.) e una forte, che può esprimersi tanto nella partecipazione dei lavoratori al governo, alle decisioni e al funzionamento organizzativo dell’impresa quanto nella partecipazione collettiva degli stessi al capitale con la presenza di propri rappresentanti negli organi societari. Questa versione forte può essere assunta come scelta qualificante del sindacato italiano e trovare ambito di sperimentazione nella realtà del nostro Paese, come avviene da tempo altrove 2)?

La partecipazione dei lavoratori all’impresa
Il ragionamento merita un minimo di approfondimento. I dipendenti possono partecipare agli organi societari – e quindi concorrere alla definizione delle scelte strategiche dell’impresa – sia in quanto lavoratori, sulla scorta del modello tedesco sostanzialmente recepito nello statuto della società per azioni europea, sia in quanto azionisti attraverso l’azionariato dei lavoratori. Nell’uno e nell’altro caso la presenza negli organi societari costituisce il punto di innesco per discorsi più puntuali che, muovendo dagli assetti di corporate governance, investono la tematica della democrazia economica a livello di sistema.
Assumendo realisticamente le trasformazioni in atto, la presenza dei rappresentanti dei lavoratori negli organi societari – a prescindere dal possesso di quote azionarie – si caratterizza di grande positività: essa può costituire sia un “collante” rispetto alle altre forme e momenti partecipativi, sia un ponte capace di collegare aspetti micro e macro, interessi individuali e collettivi. Per quanto riguarda il possesso azionario dei lavoratori, questo per poter contare deve essere collettivamente gestito attraverso associazioni che si configurano come investitori pronti a stabilire alleanze con alcuni e ad opporsi ad altri.
Richiamiamo sinteticamente alcune potenzialità connesse al coinvolgimento del lavoro nella governance delle imprese, che per dispiegare pienamente la loro efficacia richiedono alcune condizioni favorevoli: aspettative di crescita, quadro normativo, istituzionale e contrattuale sostanzialmente omogeneo a livello europeo, misure giuridiche e fiscali incentivanti, investimenti formativi e informativi per garantire affidabilità e trasparenza nei comportamenti dei diversi attori, ecc. Tali condizioni – specie nel nostro Paese, che nelle diverse graduatorie internazionali occupa posizioni di retroguardia – non sono di facile realizzazione. Esistono però ambiti di eccellenza su cui far leva a livello territoriale e settoriale ove imprese, istituzioni e sindacati stanno sperimentando modelli di comportamento innovativi, ad esempio in tema di welfare aziendale e di lavoro agile, in un’ottica di responsabilità condivisa. In non pochi casi è proprio il sindacato ad esercitare una funzione di stimolo.
In primo luogo, la partecipazione del lavoro al capitale d’impresa e la sua presenza negli organi societari conferiscono, in qualche misura, stabilità e radicamento all’impresa stessa, evitando le degenerazioni di un capitalismo invisibile e imprendibile, totalmente svincolato dalle esigenze ma anche dagli apporti in termini di cultura, valori, professionalità, relazionalità che possono provenire dalle comunità territoriali di riferimento, produttrici di quel “capitale fisso sociale” che si rivela sempre più fattore di competitività e di successo. Secondariamente, i lavoratori direttamente coinvolti nello sviluppo dell’impresa, attenti a qualità e quantità dell’occupazione, possono rappresentare un antidoto salutare contro la divaricazione tra dinamica reale e finanziaria, ponendo quest’ultima al servizio di un disegno di crescita che, nel creare benessere per tutti gli stakeholder dell’impresa, concorre altresì alla valorizzazione del suo stesso capitale. Il destino delle aziende come istituzioni produttrici di ricchezza e di benessere non può essere abbandonato agli esiti di giochi meramente finanziari, espropriando i luoghi dell’intelligenza e della progettualità reale. La partecipazione dei lavoratori concorre poi a creare un clima di consenso e di fiducia che, contribuendo ad accrescere (nel medio periodo) la redditività dell’impresa, crea risorse addizionali, spendibili anche – secondo una circolarità virtuosa – nella tradizionale attività negoziale e contrattuale. Infine, la presenza del lavoro nel capitale e negli organismi sociali si inserisce a pieno titolo nella prospettiva dell’economia sociale di mercato. Da un lato infatti essa può essere garanzia di stabilità contro il rischio di pressioni speculative di breve termine che nulla hanno a che vedere con lo stato di salute dell’impresa; dall’altro lato non si esclude la contendibilità dell’impresa medesima, nel senso che il management si trova a doversi confrontare con la capacità di iniziativa dei rappresentanti dei lavoratori negli organi societari, specie se i lavoratori sono anche azionisti. In definitiva, per quanto riguarda il nostro Paese, un ruolo attivo dei dipendenti nella governance e nel capitale dell’impresa può concorrere alla riforma e al consolidamento del capitalismo italiano in prospettiva europea. Al riguardo appare necessario un massiccio investimento culturale da parte del sindacato e delle imprese. Lavoratori disinformati, disincentivati, non supportati tecnicamente e culturalmente rischiano l’ininfluenza rispetto alle sorti dell’impresa e del lavoro stesso. Occorre pertanto costruire una strategia forte per la partecipazione e per l’azionariato dei lavoratori, che può diventare un elemento connettivo dell’impresa. Ciò attraverso l’attivazione di una circolarità virtuosa tra proprietà (non totalmente anonima o indistinta, ma facente capo a soggettività – quali i lavoratori – interessate allo sviluppo dell’impresa nel tempo come modo per salvaguardare occupazione e reddito sia in conto salario sia in conto capitale), governo (responsabile nei confronti delle diverse istanze interne ed esterne, di cui i lavoratori e il sindacato sono interpreti di fondamentale importanza), controllo (che il lavoro attraverso i propri rappresentanti negli organi societari può esercitare in maniera vigile, informata e propositiva) e gestione (cui lavoratori motivati e fidelizzati apportano secondo modalità partecipative competenze, professionalità, saperi).

Un patto per il lavoro e la crescita
La modernizzazione del nostro Paese, assunta nel quadro più ampio della costruzione dell’Europa in senso federale, non può essere interpretata né al ribasso né tantomeno in chiave autoreferenziale. Deve accompagnarsi a un disegno di trasformazione reale, traguardato sull’economia sociale di mercato e su assetti generalizzati di democrazia economica. Un disegno nel quale far convergere le politiche di breve, medio e lungo termine, nel quale far interagire il pubblico, il privato e il privato sociale, armonizzando l’insieme e le parti, il mercato e lo Stato, la libertà e la regolazione, la flessibilità e la sicurezza. Un disegno nel quale il sociale e il civile non sono confiscati, ma valorizzati per quanto di originale possono esprimere (cfr Caselli 2012). Un grande patto per il lavoro e per la produttività riveste un’importanza strategica non solo per il nostro Paese ma per tutta l’Unione Europea, che sembra talvolta dimenticare che la crescita costituisce un suo obiettivo prioritario, in quanto senza di essa rischiano di incrinarsi l’economia, il mercato comunitario e la coesione sociale ovvero i fondamenti stessi della democrazia economica. Il passaggio dall’ottica del singolo Stato nazionale a quella europea dovrebbe significare il passaggio da una politica di controllo rigido della domanda a una politica espansiva finalizzata al lavoro e a una migliore qualità della vita. Ciò attraverso un massiccio investimento nelle intelligenze, nella conoscenza e quindi nelle giovani generazioni. Occorre nel contempo la costruzione di reti con le quali diffondere le innovazioni, facendole fruttificare nel territorio. È indispensabile altresì investire in una migliore qualità di vita per tutti. Vi sono bisogni ed esigenze che non possono più essere sacrificati a livello di cultura, salute, lotta all’esclusione, protezione dell’ambiente. Essi costituiscono importanti “giacimenti” dai quali attingere per alimentare la crescita su basi nuove. In questa prospettiva le organizzazioni sindacali potranno assolvere a un ruolo di fondamentale importanza nella misura in cui riusciranno a integrare dimensioni nazionali e dimensione comunitaria anche attraverso – come già osservato – il rafforzamento dei poteri della CES. In definitiva il sindacato, in Europa e in Italia, ha di fronte una grande scommessa: farsi soggetto di modernizzazione e di trasformazione, accettando le sfide dell’innovazione, della flessibilità, dell’allargamento degli orizzonti di riferimento, della crescente complessità del sociale. Per confrontarsi con tali sfide, il sindacato non può stare al di fuori e neppure limitarsi a contrattare con le diverse controparti senza una visione strategica. Occorre viceversa un’assunzione di responsabilità nell’indirizzo, nel controllo e anche, talvolta, nella gestione delle scelte economiche e sociali. È giocoforza per il sindacato passare da una “cultura delle conseguenze” a una “cultura di progetto”, mettendo in comunicazione interessi differenziati, esplicitando e costruendo comuni valori condivisi, dandosi un programma e una speranza di vita buona, o per lo meno dignitosa, per tutti.
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NOTE
1 Nell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009) si legge: «Riflettendo sul tema del lavoro, è opportuno anche un richiamo all’urgente esigenza che le or- ganizzazioni sindacali dei lavoratori si aprano alle nuove prospettive che emergono nell’ambito lavorativo. Superando le limitazioni proprie dei sindacati di categoria, le organizzazioni sindacali sono chiamate a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società: mi riferisco, ad esempio, a quell’insieme di questioni che gli studiosi di scienze sociali identificano nel conflitto tra persona lavoratrice e persona consumatrice» (n. 64).

2 Isabelle Férreras, docente all’Università Cattolica di Lovanio, rilancia il dibattito sulla governance di impresa sulla base di un’idea forte: il “bicameralismo economico”. In quest’ottica viene immaginata una “direzione bicefala”, composta da una camera dei portatori di capitale e da una degli investitori in lavoro. Nessuna decisione potrà essere presa senza l’accordo di almeno il 50% + 1 dei salariati (cfr FérrerAs 2012).
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Caselli L. (2012), La vita buona nell’economia e nella società, Edizioni Lavoro, Roma.
CoMece (coMMission Des ePiscoPATs De lA coMMunAuTé euroPéenne) (2011), Une Communauté Européenne de solidarité et de responsabilité. Déclaration des Évêques de la COMECE sur l’objectif d’une économie sociale de marché compétitive dans le Traité de l’UE, Bruxelles, .
CosTA G. (2017), «Trasformare l’esistente: che lavoro vogliamo?», in Aggiornamenti Sociali, 1, 5-12 [ripreso da Aladinews].
FérrerAs I. (2012), Gouverner le capitalisme?,
Presses Universitaires de France, Parigi. GrAZZini E. (2014), Manifesto per la democrazia economica, Castelvecchi, Roma.
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PICCOLO GLOSSARIO
L’economia sociale di mercato integra in sé la concorrenza di mercato e l’equità sociale. Nata in Germania durante il periodo della Repubblica di Weimar, è una risposta soddisfacente contro le storture del liberalismo puro, in quanto cerca di garantire i singoli individui anche dal lato della giustizia sociale, della solidarietà, delle pari opportunità. L’autorità statale, considerata con un ruolo regolatore, individua alcune “condizioni quadro” da far rispettare: un severo ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza e una regolamentazione per scongiurare monopoli; una politica tributaria e fiscale che non sia elemento di disturbo alla libera concorrenza e che eviti sovvenzioni che la possano alterare; la protezione dell’ambiente; la tutela dei consumatori finalizzata a minimizzare i comportamenti opportunistici.

Europa 2020 è la strategia decennale per la crescita definita dalla UE nel 2010. Ol- tre a uscire dalla crisi, essa mira a colmare le lacune del modello di crescita europeo e creare le condizioni per un tipo di sviluppo economico più intelligente, sostenibile e solidale. Per questo la UE si è data cinque obiettivi da realizzare entro il 2020, che riguardano l’occupazione, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, l’integrazione so- ciale e la riduzione della povertà, il clima e l’energia. La strategia indica anche sette settori di intervento su cui concentrare gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi: l’innovazione, l’economia digitale, l’occu- pazione, i giovani, la politica industriale, la povertà e l’uso efficiente delle risorse (cfr ).

L’industria 4.0 scaturisce dalla quarta rivoluzione industriale. In estrema sintesi, la si può intendere come un processo che porterà alla produzione industriale del tutto automatizzata e interconnessa.
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Oggi domenica 23 luglio 2017

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22-23-24-luglio- La pagina fb dell’evento.
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mani2lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. Trasformare l’esistente: che lavoro vogliamo?
di Giacomo COSTA, Aggiornamenti Sociali.
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democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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logo76lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. I piromani, di Raniero La Valle.
- Dietrich Bonhoeffer e la verità. VITO MANCUSO parla di DIETRICH BONHOEFFER.
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downloadSOCIETÀ E POLITICA » CAPITALISMO OGGI » CRITICA
Non basta pensare al prodotto
eddyburgdi PAOLO CACCIARI
«Non basta pensare al prodotto e nemmeno al processo, serve un’etica dell’impresa che sia capace di introiettare stabilmente nei suoi comportamenti i principi morali del bene comune». comune.info.net, ripreso da eddyburg, 22 luglio 2017 (p.d.)
———————————Dibattito sul sistema elettorale————————
Weimar, il sistema proporzionale e la sfiducia costruttiva
23 Luglio 2017
democraziaoggiPer favorire la riflessione sulla legge elettorale pubblichiamo un articolo di Daniele Granara sul sistema proporzionale e lo stralcio di uno scritto di Alessandro Pace sulla sfiducia costruttiva.
Daniele Granara (*), ripreso da Democraziaoggi.
L’ opinione delle libertà, 16 marzo 2017
Il dibattito apparentemente sopito sulla legge elettorale di Camera e Senato sembra aver comportato l’accettazione, quantomeno, del principio […]

Trasformare l’esistente: che lavoro vogliamo?

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di Giacomo COSTA, Aggiornamenti Sociali,
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Il tema del lavoro attraverserà l’annata 2017 della Rivista “Aggiornamenti Sociali”, per arricchire la riflessione in vista della Settimana sociale dei Cattolici italiani che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre p.v. A partire da un’analisi del contesto attuale, la Rivista con il presente Editoriale e con altri articoli correlati inizia a presentare alcuni spunti per rimettere a fuoco il senso del lavoro stesso. Come Aladinews ci permettiamo riprendere queste importanti riflessioni che costituiscono preziosa documentazione anche per il Convegno sul Lavoro promosso dal Comitato d’Iniziativa Sociale Costituzionale Statutaria di Cagliari, che si terrà nei giorni 4 e 5 ottobre 2017 (tra i relatori: Domenico De Masi e Silvano Tagliagambe).
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Trasformare l’esistente: che lavoro vogliamo?
Il lavoro, e ancora di più la sua mancanza, sono al centro dell’attenzione collettiva del nostro Paese, dalle preoccupazioni e sofferenze di tante persone e famiglie, al dibattito sulle politiche nazionali ed europee, passando per la rappresentazione mediatica di questi fenomeni. L’interesse si concentra in larga parte sull’andamento del tasso di disoccupazione (generale e giovanile), con l’onnipresente interrogativo se sia o meno effetto del Jobs Act, sulle modifiche delle tutele normative, sulle crisi aziendali e i relativi esuberi, sugli ammortizzatori sociali per chi perde il lavoro (ad esempio gli “esodati”), sul ruolo del sindacato, la dialettica al suo interno e con le controparti datoriali e governative.

In tutto ciò, il lavoro viene più o meno consapevolmente assunto come sinonimo di occupazione e, conseguentemente, di remunerazione, condizione peraltro essenziale per condurre un’esistenza dignitosa e progettare il proprio futuro. In questo modo però finisce col prevalere un approccio soprattutto economico al lavoro, e si lasciano nell’ombra altri aspetti non meno importanti.

Ad esempio, meno frequentato è il tema dei mutamenti radicali che il mondo del lavoro sta attraversando e che lo allontanano dall’impianto logico e ideologico novecentesco, ancora ben presente nell’immaginario collettivo: il posto fisso, la focalizzazione sul lavoro dipendente, le relazioni industriali e la concertazione. Serve dunque uno sforzo per mettere nuovamente a fuoco le coordinate del mondo del lavoro e capire come declinare al loro interno preoccupazioni antiche, ma non per questo obsolete: tutela dei diritti e della sicurezza di chi lavora, inclusione e protezione di chi un lavoro l’ha perso o non riesce a trovarlo, con un atteggiamento di rispetto per il dramma della disoccupazione che attraversa la vita di molte persone e la società nel suo insieme, in particolare al Sud, ma non solo.

8goals-buona-occupazione-crescita-economicaLa traiettoria evolutiva del lavoro è al centro dell’attenzione internazionale. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) si sta preparando a festeggiare il centenario della propria fondazione nel 2019 con una articolata iniziativa sul futuro del lavoro, che mette a tema i fattori che lo stanno cambiando, a partire da nuove tecnologie e cambiamenti climatici. Inoltre esso è uno dei temi centrali dell’intera Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, approvata dalle Nazioni Unite nel 2015, e non soltanto dell’Obiettivo n. 8, dedicato esplicitamente a lavoro dignitoso e crescita economica.

In ambito nazionale si sta preparando la 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, prevista a Cagliari dal 26 al 29 ottobre 2017, intitolata «Il lavoro che vogliamo: “libero, creativo, partecipativo e solidale” (EG 192)» (cfr ). Nell’invito rivolto a tutte le diocesi italiane, il presidente del Comitato organizzatore, l’arcivescovo di Taranto mons. Filippo Santoro, oltre a dettagliare le tappe di preparazione, indica come obiettivo un confronto sul lavoro inteso come vocazione, opportunità, valore, fondamento di comunità e strumento di promozione della legalità, capace di articolare una pluralità di registri comunicativi (denuncia, racconto e condivisione dell’esperienza diretta, raccolta e rilettura delle buone pratiche, elaborazione di proposte innovative).

Aggiornamenti Sociali ha deciso di partecipare a questo processo di riflessione con le modalità proprie di una rivista di approfondimento, accompagnando con un dossier il percorso verso la Settimana sociale di Cagliari. Gli articoli che appariranno via via sulle nostre pagine saranno raccolti in una sezione dedicata del sito [Dossier di Aggiornamenti Sociali], a partire da questo editoriale e dai contributi di questo numero sull’alternanza scuola-lavoro (Daniela Robasto, pp. 14-23), sull’enciclica Laborem exercens che nel 1981 Giovanni Paolo II dedicò al tema del lavoro (Philippe Laurent SJ, pp. 73-77) e sui green jobs (l’infografica alle pp. 64-65). All’interno di questa prospettiva, l’obiettivo di questo editoriale è provare a evidenziare quattro tra gli snodi più significativi per una riflessione sul lavoro: l’impatto dell’innovazione tecnologica, la dimensione sociale del lavoro, le contraddizioni del settore informale, la questione del senso del lavoro. In forma più analitica, questa riflessione si arricchirà dei contributi che andranno man mano a comporre il dossier.

Governare la quarta rivoluzione industriale
Senza dubbio il primo fattore di cambiamento del mondo del lavoro resta il progresso tecnologico. Si parla ormai abbastanza comunemente di quarta rivoluzione industriale o di industria 4.0: dopo quella del carbone e della macchina a vapore (XIX secolo), quella del petrolio, dell’energia elettrica e della produzione di massa (secondo dopoguerra), quella di Internet, delle tecnologie dell’informazione e dell’automazione, questa nuova tappa, di cui non siamo ancora in grado di precisare l’inizio, appare legata agli sviluppi nel campo dell’intelligenza artificiale (macchine in grado di apprendere), della stampa 3D, delle nanotecnologie e delle biotecnologie, con la possibilità di creare interfacce di interazione uomo-macchina fino a pochi anni fa considerate fantascienza. Quali cambiamenti provocherà nel lavoro, nella società e nella vita quotidiana?
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Macchine sempre più sofisticate, capaci di apprendere dalla propria esperienza e da quella delle persone, e in grado di analizzare in un batter d’occhio masse di dati che una persona impiegherebbe anni a raccogliere, rivoluzioneranno il rapporto con coloro che le utilizzano, che potrebbero ritrovarsi a diventare semplici “terminali umani” di sistemi interconnessi sempre più sofisticati. Se anche non fosse così, si amplierà lo spazio dell’impiego di macchine al posto dei lavoratori, investendo non solo le mansioni di routine o di fatica, ma anche quelle più sofisticate: i progressi nel campo della traduzione automatica, della guida senza conducente e addirittura delle diagnosi mediche automatizzate e a distanza ne sono un esempio. Anche settori normalmente considerati tradizionali, come quello del commercio e della distribuzione, stanno sperimentando cambiamenti rapidissimi, con effetti occupazionali già piuttosto evidenti [in argomento si segnala il saggio-breve di Fernando Codonesu su Aladinews].

Un altro effetto delle nuove tecnologie è ridurre la necessità della standardizzazione a favore della personalizzazione dei prodotti in base alle esigenze del cliente e della possibilità di produrre on demand. Crescono dunque le pressioni perché anche i lavoratori accettino questa logica, uscendo da un modello basato su prestazioni lavorative continuative, per offrire invece la propria opera quando un’applicazione tecnologica ne trasmette la richiesta. A qualche possibilità di conciliazione tra vita personale e lavorativa, questi scenari accoppiano inquietudini radicali dal punto di vista delle tutele dei lavoratori. Bloccare innovazioni che portano benefici al consumatore è praticamente impossibile nel medio-lungo periodo: quali politiche e quali strutture potrebbero aiutare a gestire il cambiamento e a rendere la transizione sostenibile per tutte le persone coinvolte?

Certamente il massiccio ingresso delle tecnologie digitali nei processi produttivi rende imprescindibile affrontare la questione dell’alfabetizzazione digitale, dato che non padroneggiarle è un fattore potenziale di esclusione. Immaginare però le trasformazioni del rapporto uomo-macchina come un flusso che, senza attriti, conduce all’automazione totale è una rappresentazione con pochi appigli nella realtà. Si tratta piuttosto di chiedersi come orientare e governare questo processo che resta ancora aperto a esiti diversi (papa Francesco ci ricorda che in definitiva «i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani» [enciclica Laudato si’, 2015, n. 105] e che «rinunciare a investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società» (LS, n. 128]).

Pur con significative differenze, nasce dall’innovazione tecnologica anche la sharing economy (economia della condivisione). Anch’essa tende a rendere flessibile la frontiera netta tra tempo di lavoro e di non lavoro (ad esempio quando si trasforma un viaggio in auto in una opportunità di guadagno, offrendo un passaggio a pagamento), ma promuove anche modelli di interazione che possono favorire nuove forme di legame sociale. In questo senso, ancora maggiori sono le potenzialità dell’applicazione delle nuove tecnologie a contesti quali il consumo critico: le piattaforme digitali aumentano la possibilità di interazione a distanza tra produttori e consumatori, offrendo una tutela della stabilità lavorativa per i primi e della qualità per i secondi.

Riscoprire la dimensione sociale del lavoro
La fabbrica come luogo simbolo del XX secolo metteva in risalto la dimensione collettiva, immediatamente sociale del lavoro, recepita con chiarezza anche dalla nostra Carta costituzionale. In quell’epoca, il lavoro costituiva la base dell’identità sociale, veicolata dal mestiere esercitato, ma per certi versi ancora di più dalla posizione occupata nelle gerarchie del mondo del lavoro; al suo interno si formava quel tessuto di legami in cui potevano affondare le proprie radici le esperienze di solidarietà da cui traggono origine i sindacati o le mutue cooperative.

La progressiva parcellizzazione della produzione, unita al prevalere di una cultura individualista, spiegano l’indebolimento della percezione del carattere sociale del lavoro. Certo esso non è più la base principale dell’identità sociale, affiancato e talvolta rimpiazzato dal consumo, mentre la crisi delle solidarietà di tipo sindacale risulta evidente nella maggior parte dei Paesi del mondo. Anche il lavoro sembra spinto sempre più nella sfera del privato e alcune tendenze della quarta rivoluzione industriale possono accentuare questo processo.

È in questo scenario che va collocato il ripensamento di alcuni istituti e pratiche della nostra società. Un primo fronte è quello del welfare, il cui modello universalista novecentesco sembra entrato in una crisi irreversibile per ragioni economiche, di fronte alla quale emergono risposte innovative anche interessanti, come il welfare di comunità, proposto da alcuni soggetti del terzo settore, o il welfare aziendale, oggetto di crescente attenzione da parte delle imprese, anche a causa di forme di incentivazione pubblica. Il rischio è di perdere in uguaglianza e inclusione, frammentando la platea dei beneficiari tra ipergarantiti (ad esempio quanti lavorano in grandi imprese o in settori ad alta produttività), poco garantiti (gli occupati di settori più marginali) e per nulla garantiti (gli esclusi dal mercato del lavoro), sulla base di una condizione individuale che non è rappresentativa del contributo che ciascuno reca al bene comune e al benessere collettivo. Perplessità suscitano anche quegli strumenti che sembrano ridurre il welfare a erogazione di sussidi monetari: possono dare risposta a bisogni immediati, ma difficilmente da soli riescono a innescare dinamiche di partecipazione e di attivazione delle capacità personali, in vista di una definitiva uscita dalla condizione di marginalità. Anche nel caso del welfare risulta cruciale trovare forme adeguate di governo delle sperimentazioni e dei processi di innovazione, puntando a identificare attraverso l’ascolto e il dialogo le soluzioni più promettenti nel lungo periodo, e a valorizzarle in quanto generatrici di capitale sociale.

Un secondo cantiere riguarda la costruzione creativa di forme di solidarietà fondate sulla partecipazione alla produzione di ricchezza come sforzo collettivo, a prescindere dalla forma contrattuale con cui ciascuno è ingaggiato: è lo spazio in cui possono rinnovare la propria vitalità il mondo cooperativo e quello associativo, e mettere radici le nuove reti di cittadinanza attiva. Questo interpella anche il sindacato: soltanto vincendo la sfida a diventare plurale esso potrà ritrovare la propria funzione all’interno di un mutato scenario, che peraltro ne mostra un impellente bisogno. Occorre abbandonare una concezione del sindacato come strumento di tutela del lavoro salariato (per di più magari ormai a riposo), per assumere una responsabilità nei confronti della partecipazione ai processi decisionali di tutti coloro che sono coinvolti, nell’ottica di una contrattazione sociale territoriale.

Un terzo ambito, in cui con piacere registriamo un certo fermento innovativo, è quello della promozione di luoghi di lavoro accoglienti e inclusivi, che permettano di dare spazio e valorizzare la ricchezza delle peculiarità e differenze delle persone che vi operano. Ci riferiamo al percorso che, partendo dalla lotta ai divari di genere e passando per la conciliazione tra vita lavorativa e personale, approda via via al diversity management e alla Human Cooperation, su cui già abbiamo avuto occasione di riflettere (cfr Costa G., «Oltre le pari opportunità: valorizzare generi e generazioni», in Aggiornamenti Sociali, 3 [2016] 181-188). Almeno alcune aziende, che svolgono un ruolo di pioniere o di minoranza profetica, hanno ormai scoperto che, quando si investe in questo campo, andando oltre quanto richiesto dalla normativa vigente, diventa possibile stabilire nuove alleanze con i propri lavoratori, a vantaggio del loro benessere e della loro produttività, in una logica di mutuo guadagno. Anche questo è uno dei modi in cui si sperimenta oggi la dimensione originariamente sociale del lavoro.

Ai margini del mercato del lavoro
I mutamenti sociali, economici e tecnologici stanno riconfigurando la tradizionale bipartizione tra lavoro formale e informale, che torna in evidenza anche nei Paesi normalmente considerati sviluppati. Secondo la definizione dell’OIL, appartengono all’economia informale le attività realizzate da lavoratori e unità produttive totalmente o in larga parte prive di coperture formali, perché si situano al di fuori di quanto previsto dalle disposizioni legislative, o perché queste non sono di fatto applicate o ancora perché il rispetto della normativa è disincentivato dalla sua complessità o dagli eccessivi costi che impone. Come è noto, l’informalità lavorativa rappresenta una sfida per la tutela della dignità e dei diritti dei lavoratori, oltre che una minaccia per la solidità delle istituzioni e la sostenibilità economica, sociale e ambientale del sistema produttivo, e un danno per le finanze pubbliche.

La frequente coincidenza tra informalità, precarietà e un certo grado di esclusione non significa però che si tratti di un fenomeno marginale: si stima che operino nel settore informale circa 3 dei 7 miliardi di abitanti del pianeta, non solo nei Paesi in via di sviluppo (dove il lavoro informale rappresenta oltre la metà dell’occupazione non agricola). Proprio quest’ampia diffusione richiede attenzione alla complessità del fenomeno, accompagnando una transizione graduale verso l’economia formale che preservi e sviluppi il potenziale imprenditoriale, la creatività, il dinamismo e la capacità innovativa che sono spesso una cifra del settore informale.

Probabilmente si può andare oltre, valorizzando il settore informale non come strumento di compensazione delle crisi, una sorta di ammortizzatore sociale a basso costo, ma come punto di osservazione per una rilettura critica del sistema in vista di una sua riprogettazione [in argomento le riflessioni di Gianfranco Sabattini, su Democraziaoggi, riprese da Aladinews]. Il settore informale ha la potenzialità per diventare il laboratorio di una economia morale, solidale e radicata nei diversi contesti territoriali, al cui interno emerge con più facilità l’innovazione sociale, purché non sia circondato da barriere invalicabili verso il settore formale, che lo trasformano invece in una sorta di ghetto per cittadini di seconda categoria (lavoratori poveri e poco qualificati, specie se di sesso femminile, migranti, giovani che non riescono a ottenere un impiego formale, ecc.). Sia gli studi sociologici sul settore informale, sia l’esperienza diretta di chi lo pratica – a cui spesso si richiama anche papa Francesco, ad esempio in occasione degli Incontri con i movimenti popolari – evidenziano come esso costituisca una riserva di valori, capacità e opportunità che risultano invece più scarsi in altri segmenti della compagine sociale. Ne citiamo alcuni a titolo di esempio: la resilienza, come capacità di abitare il limite in modo creativo, aperto al cambiamento attraverso la costruzione di legami; la cura, come atteggiamento di responsabilità verso il mondo che può prendere diverse forme, dal lavoro in ambito domestico al rispetto della natura tipico di molti popoli indigeni, che sempre di più la globalizzazione spinge ai margini e dunque nell’informalità; la solidarietà e la cooperazione, come capacità di generare relazioni che superano l’anonimato dell’individualismo consumista attraverso pratiche di riconoscimento che si traducono in empowerment di tutte le persone coinvolte.

Senza attingere a queste risorse è difficile che il settore formale e gli ordinari strumenti politici e normativi possano dare risposte efficaci alla situazione di coloro che oggi non riescono a trovare un impiego formale e talvolta neppure informale: disoccupati di lunga durata, inattivi per scoraggiamento (persone che hanno perso la speranza di trovare lavoro e quindi nemmeno più lo cercano), NEET (giovani che non hanno un lavoro né frequentano la scuola o corsi di formazione).

Per un lavoro «libero, creativo, partecipativo e solidale»
L’indispensabile attenzione alle forme concrete del lavoro, alle contraddizioni che vi si possono nascondere e alle forme di tutela che richiedono, non deve però occultare la domanda più profonda sul senso del lavoro: a che scopo lavoriamo? A quali criteri e valori si ispira il nostro lavoro e il modo in cui lo svolgiamo? Sono domande rivolte a ciascuno individualmente, alle diverse istanze sociali (impresa, reparto, équipe) al cui interno si opera e alla società nel suo insieme (su scala locale, nazionale, ecc.), che devono trovare risposta su tutti i livelli.

Diamo spesso per scontato che la remunerazione economica rappresenti un elemento costitutivo del lavoro, accettando così di definirlo e misurarlo con un metro monetario e perdendo di vista che merita di essere definita lavoro «qualsiasi attività che implichi qualche trasformazione dell’esistente» (LS, n. 125). Fin dalle prime pagine, la Bibbia non teme di presentare la creazione come un lavoro e Dio come un lavoratore, in evidente assenza di qualunque remunerazione. Senza trascurare il dramma di coloro per i quali mancanza di lavoro equivale ad assenza di reddito e povertà, rimettere a tema il senso del lavoro richiede di tornare a interrogare anche il rapporto tra lavoro, remunerazione e gratuità, per riscoprire sia la dignità di tutti quegli impegni che trasformano la realtà (spesso in meglio) escludendo deliberatamente una retribuzione economica, sia la necessità che la logica della gratuità trovi spazio anche all’interno dei rapporti economici (lavoro compreso), che altrimenti diventano rapidamente inabitabili, secondo la lezione della Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Nel corso della storia, in particolare all’interno della cultura occidentale, il lavoro come trasformazione dell’esistente è diventato strumento di un paradigma di dominio e sfruttamento della natura che oggi mostra tutta la sua inadeguatezza nella complessa e profonda crisi socioambientale che stiamo attraversando. Ne vediamo tutta la necessità, ma la costruzione di un paradigma in cui il lavoro sia invece inserito nella logica della cura della casa comune ha ancora bisogno di avanzare per affermarsi definitivamente. È questo un secondo ambito estremamente fecondo per una ripresa degli interrogativi sul senso del lavoro.

Infine, nell’esperienza storica così come nell’immaginario collettivo, il lavoro è posto sotto il segno del dovere e della necessità, oltre a essere spesso il luogo di forme odiose di sfruttamento e oppressione (schiavitù, tratta, lavoro forzato, ecc.). Tuttavia di tanto in tanto questo telo scuro si squarcia e l’impegno per la trasformazione dell’esistente diventa l’occasione per sperimentare libertà, creatività, realizzazione e pienezza di sé: è quanto accade non solo agli artisti, ma a tutti coloro che portano a termine qualcosa di cui sentono di poter andare fieri. Riflettere sul senso del lavoro è dunque un modo di riattraversare anche il delicato rapporto tra dovere e scelta, tra necessità e libertà.

Prendere sul serio il lavoro, nella concretezza delle sue forme e nel senso umano che lo abita, è dunque un investimento che ci permette di guadagnare, come singoli e come società, in dignità e inclusione, in gratuità, cura e libertà. È questo − come ricorda il titolo della Settimana sociale di Cagliari − il lavoro che vogliamo e che dobbiamo imparare a promuovere in maniera concreta. Ne vale certamente la pena e per questo lungo il 2017 Aggiornamenti Sociali cercherà di accompagnare i suoi lettori in questo cammino.
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Oggi mercoledì 19 luglio 2017

democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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costat-logo-stef-p-c_2-2In autunno riparte la campagna per una nuova legge elettorale
19 Luglio 2017
democraziaoggiAlfiero Grandi vice presidente vicario Comitato per il No
Il 2 ottobre i Comitati referendari porranno di nuovo con tutta la forza di cui sono capaci la richiesta di una legge elettorale nuova, coerente per Camera e Senato che chiuda con la fase dei porcellum, degli italicum e consenta agli italiani di eleggere un parlamento credibile, […]
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SOCIETÀ E POLITICA » EVENTI » 2015-ESODOXXI
79ca02d00253c9e0fabed49790e3f91b117x83Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti: «Rompiamo il silenzio sull’Africa»
di ALEX ZANOTELLI
Una forte invettiva contro i mille silenzi dei mass media sulla giungle di delitti che giorno dopo giorno vengono compiuti in Africa. I nostri posteri ci ricorderanno come noi oggi ricordiamo i nazisti?. FNSI (Federazione italiana stampa italiana), ripreso da eddyburg e da Aladinews, 18 luglio 2017 (m.c.g.)

DIBATTITO: SardegnaCheFare?

sardegna-comuniunicaLa tessitura del nuovo
di STEFANO PUDDU CRESPELLANI

La difficoltà non consiste nel trovare idee nuove,
ma nel liberarsi dalle vecchie.
Albert Einstein

Il test elettorale delle comunali sarde lascia aperte quasi tutte le incognite sullo scenario politico futuro. I dati di tendenza sono da leggere con molta cautela. L’unico vincitore chiaro è l’astensione, che supera di media il 40%. Per il resto, nessuno convince. Nemmeno le proposte fuori dai poli. Ci sono, certo, alcune lodevoli eccezioni. Dove si è lavorato bene, l’astensione scende. L’elettore, come testimonia l’esempio di Bauladu, dà volentieri il voto a chi ha saputo meritarsi la sua fiducia con i fatti. Ma il resto non esprime tanto consenso quanto stanchezza e assuefazione.
Le forze bipolari, che si contendono il centro politico, a questo turno sono riuscite a “reggere”, come potrebbe farlo una pianta sull’orlo di un precipizio. Malgrado l’erosione implacabile del suolo, un esteso intrico di radici permette loro di tenersi ancora in piedi. In fondo è proprio a livello locale dove la trama delle conoscenze e dei favori funziona al meglio. Per riuscire a scalzare questo groviglio ci vuole tempo e molto lavoro serio.
Le forze “alternative”, sia le liste a 5stelle, sia soprattutto quelle sarde, più o meno indipendentiste, hanno intercettato solo debolmente il desiderio di cambiamento. La logica di andare da soli non ha dato frutto.
La classe politica sarda ha mostrato, finora, poca pratica di tessitura e di cucito. Sarà perché spesso si è rimasti a uno stadio precedente, legato alla preponderanza del maschio e ai suoi metodi di negoziazione “virili” (che sono più che altro metodi di negazione). Per fortuna il mondo cambia, e il beneficio di un approccio diverso alla diversità e ai conflitti sta arrivando anche da noi.
In ogni caso, il lavoro per una alternativa è ancora lì che attende. Per impegnarsi seriamente bisogna essere disposti a ragionare sul medio termine. Ci vorrà continuità e costanza, più di quanta non ce ne sia stata finora. Il che non significa rinunciare a un approccio intelligente e pratico alla sfida elettorale che si avvicina. Ci vuole un ordito di pazienza e di lavoro a medio termine, su cui però tessere una trama, cioè un disegno, colorato e ambizioso, a breve. Questo disegno non è altro che una proposta di governo alternativo, in stile sardo. Abbiamo pressoché la garanzia di non poter fare peggio di quel che è stato fatto nelle due ultime legislature, in cui le due forze principali hanno fatto a gara per stabilire record di inefficienza e asservimento alle logiche italiane. Tuttavia, bisogna prepararsi al compito con metodo, serietà e pazienza. E bisogna costruire il telaio, con perizia. Precisamente, questo è il punto in cui ci troviamo.
L’intelligenza politica oggi ci dice che nessuno, da solo, ce la può fare a spostare gli equilibri, forse neanche a entrare in forze nel Parlamento sardo (come sarebbe giusto chiamarlo). Nessuno, inoltre, a questo giro può fare da contenitore degli altri. Non abbiamo, insomma, una forza egemone. Questo può essere un inconveniente, o un vantaggio. In generale, dovrebbe ispirare a tutti una posizione di ascolto e di dialogo.
Un elemento a favore è che la legge elettorale mette ciascuna delle forze politiche davanti al rischio dell’irrilevanza, per non dire della figuraccia. Piuttosto che sparire, o ottenere risultati risibili, meglio trovare degli accordi sensati.
Il momento è propizio, perché l’insoddisfazione e il disagio della cittadinanza sarda non erano mai stati così acuti. I poli tradizionali reggono soltanto in virtù delle loro trame assistenziali, costruite in decenni di gestione del potere. Ma non convincono più, da tempo, non suscitano nessuna fiducia nell’elettore. Non regge più nemmeno il discorso del male minore. Sono troppo simili tra loro, cioè sono lo stesso male, due specchi che si fronteggiano e che moltiplicano all’infinito l’immagine di un unico modello di dipendenza distruttivo per la Sardegna. La loro egemonia è in disfacimento. Sono giunti al culmine di un processo di desertificazione accelerata. Hanno perso rappresentatività in ogni settore; perfino le clientele sono ormai senza fiducia. E tuttavia reggono, perché l’alternativa non c’è ancora.
È quindi tempo di prendere ago e filo, telaio e spola, e lavorarci. Cucire posizioni, anzitutto: per non andare alle elezioni in ordine sparso e sbrindellati.
Una proposta alternativa ha soprattutto un obbligo: quella di essere diversa. E di riuscire a comunicarlo. Diversa nelle proposte, nel linguaggio utilizzato, nei metodi, nei gesti.
Per sovvertire la situazione elettorale, l’unico fattore di variazione significativo sta in quel 40% di persone che scelgono di astenersi, perché del voto futile non ne vogliono più sapere. Nello spazio d’ombra dell’astensione ci sono molte elettrici e elettori orfani di una proposta credibile, che stanno aspettando appunto questo: una proposta credibile. Qualcosa che non assomigli a ciò che già esiste. Che non funzioni secondo le stesse logiche puerili. Una proposta che pensi più ai bisogni degli elettori che ai bisogni di chi si candida.
Per arrivare agli astensionisti non serve tirarsi i piatti in testa. Funzionano molto meglio le strategie di accordo. Soprattutto se si basano su militanze che conducono insieme lotte comuni, più che su segreterie che firmano patti. L’alternativa si tesse sul serio quando reti diverse si rendono reciprocamente compatibili. La chiave sta nel mettere in comune gli esperti di ogni gruppo, per sviluppare insieme proposte. Ciascuno continua a lavorare alla propria rete, com’è giusto fare; cambia solo un piccolo dettaglio: che si impara a interagire con reti diverse dalla propria. Ci si stimola, si scambiano le idee, si avanza nella stessa direzione. Il cambiamento dev’essere questo.
Negli anni ’80, di questo fenomeno se ne diceva “contaminazione”. È stata senza dubbio una stagione fertile. Tutto il contrario dell’idea sterile di coltivare solo il proprio orticello. Molte delle lezioni di quegli anni sono state dimenticate, ma restano vive come ipotesi latenti. Questo è il momento di recuperarle, se si vuole cambiare discorso, e governo.
L’alternativa ai conglomerati di potere gestiti da poche mani passa per le reti, cioè per includere le persone escluse dal potere, che sono oggi la grande maggioranza, e dare valore alle loro relazioni. L’obiettivo delle reti è quello di attivarsi. Il compito di chi vuole costruire una alternativa è quello di riuscire a stimolarle e integrarle. Renderle comunicanti, insomma.
C’è, qui, un gran lavoro da fare in termini di intelligenza e generosità. A ciascuno è richiesto il coraggio di mettere da parte l’abitudine alla diffidenza, e affinare invece le proprie capacità di costruire la fiducia. C’è da dire che è l’unica strada percorribile, oltre al fatto che è di gran lunga la più interessante.
Abbiamo il compito di costruire un polo alternativo, con programmi che propongano soluzioni fattibili, elaborati e sostenuti da gruppi di lavoro misti, ben organizzati, capaci di esprimere persone preparate, che godano della fiducia di tutte le parti. Può sembrare un percorso più lungo. In realtà, si procede con meno intoppi.
Il fatto che da molte parti si stiano attivando processi di aggregazione va visto come positivo. Avvicinamenti nell’area indipendentista; accostamenti tra settori sovranisti e indipendentisti; dialoghi con quelle forze che ancora meritano di essere chiamate di sinistra; aperture a chi, finora, ha manifestato il proprio bisogno di alternativa in area cinquestelle. Senza dimenticare, come si diceva prima, il mondo astensionista, che è sempre la cartina di tornasole di una proposta alternativa. Se questa non riesce a intercettare minimamente la zona d’ombra del non voto, vuol dire che di alternativo ha ben poco. È soltanto un terzo contendente a dare le stesse gomitate per spartirsi lo stesso piatto.
Oggi c’è bisogno di maggiore riconoscimento, maggiore comunicazione e maggiore generosità tra tutte le componenti che aspirano a proporre una alternativa ai sardi e alle sarde. L’invidia e il risentimento, sul piano politico, non pagano. Ci vuole semplicemente coraggio e senso pratico. Impariamo a parlare chiaramente tra noi dei problemi e delle proposte, senza offendersi. È anche vero che non andrebbe poi male lasciare la suscettibilità a casa. Ci sono cose più importanti dell’amor proprio su cui mettersi d’accordo.
In questo momento, l’invito da rivolgere a tutti è quello di cucire relazioni per il bene della Sardegna. Stimolare scambio e dibattito. Aprirsi all’idea del cambiamento. L’alternativa è possibile, ma solo se avremo il coraggio del nuovo. Gli equilibri della vecchia politica si possono superare, a patto di esplorare cammini diversi. L’oligarchia si può vincere solo con un coinvolgimento ampio, mettendo in campo la partecipazione. La pulsione di potere può essere superata solo dall’intelligenza delle reti. L’alternativa ai capibastone sta in quella dimensione comunitaria che vogliono a tutti i costi farci perdere. È proprio su questo che dobbiamo lavorare, insieme.
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STEFANO PUDDU CRESPELLANI·GIOVEDÌ 22 GIUGNO 2017
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unicacomunica_2L’illustrazione è (arbitrariamente) tratta da ComunicareUnica2017.

oggi lunedì 17 luglio 2017

138340-md120x80eddyburgSOCIETÀ E POLITICA » CAPITALISMO OGGI » PROPOSTA
Prendersi cura degli altri è la rivoluzione secondo Naomi Klein
di LAURIE PENNY
«Trump potrebbe essere l’onda d’urto che spingerà la sinistra globale a rimettersi in sesto». Internazionale online, ripreso da eddyburg, 16 luglio 2017 (c.m.c)
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democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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La migliore politica sociale? Nuovi posti di lavoro
di Pietro Casula]
By sardegnasoprattutto/ 15 luglio 2017/ Economia & Lavoro/
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Piena occupazione? Questo è il problema
democraziaoggi17 Luglio 2017

Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.

Sergio Cesarotto, docente di Economia internazionale, in “L’imperativo della piena occupazione” (MicroMega, 4/2017) sostiene che l’Italia, nelle condizioni in cui attualmente si trova, non sia in grado di risolvere il problema della piena occupazione; ciò che sarebbe possibile se essa fosse integrata in un contesto internazione favorevole, quale potrebbe essere, ad esempio, quello Europeo […]
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Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi: (…) quel che più deve preoccupare, però, è che la sinistra riformista incominci a riflettere sul fatto che ormai sono maturi i tempi per prendere atto che con le modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici divengono improponibili le politiche economiche finalizzate a rendere compatibile il pieno impiego con il miglioramento delle produttività dei fattori produttivi e il miglioramento della competitività; occorrono sforzi per andare oltre il pieno impiego e privilegiare, in sua vece, la riflessione sul come distribuire più convenientemente il prodotto sociale.
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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. L’EREDITÀ SPIRITUALE DI GIOVANNI FRANZONI
All’incrocio tra società e Chiesa ha legittimato la libertà cristiana di scegliere

di Raniero La Valle
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Oggi giovedì 13 luglio 2017

democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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eddyburgSOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PRINCIPI » DEMOCRAZIA
“Pensiero di gruppo” e censure: assalto all’informazione
di BARBARA SPINELLI
Controllo, omologazione, appiattimento, rimbecillimento: se gli organi di informazione perdono la loro indipendenza. il Fatto Quotidiano, ripreso da eddyburg, 12 luglio 2017 (p.d.)
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SOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PRINCIPI » SINISTRA
A proposito di centro-sinistra, prima il conflitto poi le alleanze
di PIERO BEVILACQUA
«C’è vita a sinistra. Breve storia del «centro» e dei suoi compromessi più o meno storici (dal Pci al Pd). Ma oggi, nel tempo di papa Francesco, esiste ancora nel paese una questione cattolica?» il manifesto, ripreso da eddyburg, 12 luglio 2017 con postilla.
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democraziaoggiLegge elettorale regionale: continua il confronto
13 Luglio 2017
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Nasce in Sardegna un nuovo soggetto politico di base, il Comitato dei Comitati, che rappresenta alcuni Comitati per il No, specie del sassarese e del nuorese. Con una Conferenza stampa di Marco Ligas del Manifesto sardo, del costituzioanlista sassarese Omar Chessa, del giornalista Ottavio Olita e dell’ex sindaca di Austis Lucia Chessa ha presentato […]

«Una speranza per l’Europa. Un bene possibile per la città»

speranzaeuropa-cattoliciDiocesi di Cagliari
Ufficio stampa
(COMUNICATO STAMPA) Parteciperà anche il vescovo Nunzio Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana, all’annuale «Summer school» di dottrina sociale della Chiesa che si terrà a Cagliari dal 22 al 24 luglio.
glatino-ceiIl tema di questa edizione è «Una speranza per l’Europa. Un bene possibile per la città». I lavori del 22 (sabato) e del 24 (lunedì) si terranno presso il seminario diocesano di Cagliari, in via monsignor Cogoni. Domenica 23, giorno che vedrà protagonista Galantino, per la santa messa e per una relazione in fine mattinata, sede delle attività sarà la chiesa di sant’Agostino in via Bajlle.
- Particolarmente ricco il programma che vede coinvolti altri tre vescovi. Arrigo Miglio, infatti, aprirà i lavori con la presentazione della prossima Settimana sociale dei cattolici italiani che sarà celebrata in città a fine ottobre. Il vescovo di Faenza-Modigliana, già rettore dell’Università pontificia salesiana, Mario Toso, introdurrà il tema «Il lavoro fondamento della pace». Mauro Maria Morfino, vescovo di Alghero-Bosa, presiederà la santa messa nel pomeriggio del primo giorno.
- Inoltre sono previsti gli interventi padre Francesco Occhetta, scrittore de La Civiltà Cattolica, padre Paolo Benanti dell’Università gregoriana, Gigi De Palo, presidente del Forum delle famiglie, Maurizio Gentile, dell’Univeristà di Verona, Salvatore Martinez, presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito, e Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl nei primi anni 2000.
- Come le precedenti edizioni, l’evento è promosso dall’Opera salesiana «Teresa Gerini» e dalle diocesi di Cagliari e di Faenza-Modigliana.
- Per informazioni è possibile rivolgersi al coordinatore dell’iniziativa, il salesiano don Alessandro Fadda (sandrosdb64@virgilio.it – 3402280240)

Oggi martedì 11 luglio 2017. Connessioni

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Oggi.
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eddyburgSOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PRINCIPI » SINISTRA
Una visione del mondo chiusa nel recinto di «casa»
di TOMASO MONTANARI
biani9lug2017Una politica di destra, una cultura di destra, un vocabolario di destra, questo è Renzi. Allora, per qualsivoglia sinistra si voglia vedere o sperare in Ilalia, Renzi e la sua corte non sono utilizzabili neppure per una politica si “centrosinistra”. il manifesto, ripreso da eddyburg, 9 luglio 2017
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democraziaoggiIl Reddito di Cittadinanza non è un provvedimento-tampone contro la povertà
11 Luglio 2017
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Il Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria sta organizzando un convegno sul lavoro, da tenersi nella prima metà di ottobre. Questo scritto, un saggio breve, del Prof. Sabattini, autorevole economista dell’Ateneo cagliaritano, gia apparso sul n. 6/2017 di Mondoperaio, costituisce un valido contributo a questa problematica. […]
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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. Elogio del dubbio, di Vito Mancosu, teologo, dal suo blog.

Galantino (Segretario generale CEI) a Cagliari per la Summer school di dottrina sociale della Chiesa: «Una speranza per l’Europa. Un bene possibile per la città».

speranzaeuropa-cattoliciDiocesi di Cagliari
Ufficio stampa
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(COMUNICATO STAMPA) Parteciperà anche il vescovo Nunzio Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana, all’annuale «Summer school» di dottrina sociale della Chiesa che si terrà a Cagliari da sabato 22 a lunedì 24 luglio p.v.
glatino-cei- segue -

Lavoro. Giovani e welfare, ciò che manca al sindacato

LE RAPPRESENTANZE. IL FUTURO
Il sindacato conta meno. Dovrebbe essere un attore del welfare, presente nelle periferie e tra la gente, che chiede di avere una condizione generale di vita migliore.
37291 Intervista a BRUNO MANGHI sociologo / già direttore del Centro studi della Cisl, su Coscienza rivista del Meic, a cura di Andrea Michieli.
Giovani e welfare, ciò che manca al sindacato
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A vent’anni dalla riforma Treu, il lavoro è cambiato. La fabbrica, simbolo del lavoro nel Novecento, sembra essere sostituita dal computer, dal lavoro da casa, dalla tecnologia. Come sono cambiati il lavoro e il suo mercato con la “quarta rivoluzione industriale”?

«Abbiamo due tendenze contradditorie. La prima, massiccia, è quella secondo la quale i lavori si sono frammentati: specialmente nelle aree più sviluppate c’è stata una crescita straordinaria dei lavori autonomi di seconda generazione, legati al terziario ma anche all’industria. Questo ovviamente pone dei problemi notevoli di rappresentanza, nel senso che le esperienze associative – anche se all’inizio del sindacalismo tra Ottocento e Novecento avevano affrontato problemi simili – non erano più abituate a rappresentare lavoratori che popolavano densamente dei luoghi in maniera stabile: questo spiega come mai in Occidente il sindacalismo che tiene di più sotto il profilo numerico è il sindacalismo pubblico, perché nel comparto pubblico resta molto forte la densità del lavoro per categorie, per luoghi, per ministeri, per comuni, ecc. Invece, nel privato – sia quello terziario sia quello industriale – questo accorpamento del lavoro è più scarso. Tutto ciò pone ovunque problemi enormi sia di giustizia sia di rappresentanza: recentemente il governo polacco, pur non essendo noto per essere un governo particolarmente progressista, ha insediato una commissione per studiare come associare il lavoro autonomo e precario, perché in Polonia un terzo dei lavoratori sono autonomi o precari.
D’altra parte, in ciò che resta e si rinnova, nella manifattura e in alcuni settori del terziario, la tecnologia e la riorganizzazione del lavoro hanno consentito delle tappe forzate di “umanizzazione” del lavoro. L’industria 4.0, attraverso l’uso dei robot, delle tecnologie, dell’informatica e del lavoro in team, sta coinvolgendo i lavoratori in maniera molto più attiva che in passato. Questo nuovo lavoro ha superato o sta superando il paradigma taylorista: perciò noi abbiamo centinaia di aziende in Italia – per non parlare della Germania e della Francia – dove il lavoro in team, quello che si combina con l’utilizzo dei robot o con l’utilizzo dell’informatica, dà degli spazi di crescita professionale diffusi che erano impensabili quarant’anni fa. Ricapitolando, come dicevo, abbiamo due tendenze: una riguarda la zona del lavoro tradizionalmente rappresentabile, che si è ridotta e che il sindacalismo non sa come intercettare; l’altra non si è ridotta e in essa è in corso un miglioramento della qualità lavorativa».
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ROBOETICA. Uomo e robot una questione di responsabilità

rocca-14-2017di Pietro Greco, su Rocca

Le Forze armate della Corea del Sud, già tre anni fa, hanno dislocato uno squadrone di robot automatici in grado di individuare un nemico e colpirlo a due chilometri di distanza. Prima di sparare, per ora, i robot devono ricevere il permesso dagli uomini. Ma sarebbero già in grado di farlo da soli.
Il 5 maggio di un anno fa, l’agenzia Ansa annuncia che Smart, il primo robot chirurgo autonomo, ha debuttato con successo e ha operato sui tessuti molli senza rispondere ai comandi di un uomo.
Quello che viene vuoi dalla inquieta penisola coreana vuoi dal Children’s National Medical Centre di Washington rivela che i robot costituiscono una grande sfida per la scienza e per l’umanità. Forse la più grande. Perché ci obbligano a immaginare il futuro remoto, partendo dal presente tangibile. Perché ci invitano a pensare l’altro da noi. Perché, di conseguenza, ci impongono di guardarci allo specchio: per osservare noi stessi con più attenzione e capire come siamo fatti, fuori e, soprattutto, dentro. Perché ci costringono, semplicemente, a riflettere. Ma cosa sono, i robot?

l’era dei robot
Non è affatto semplice rispondere a questa domanda. Non a caso abbiamo chiamato a farlo, in questo libro, diverse persone, di riconosciuta competenza, di diversa estrazione culturale e con diversi interessi scientifici. Ingegneri, fisici, chimici, matematici, storici, filosofi, sociologi, antropologi, comunicatori. Tutti chiamati a descriverci le mille facce del robot. E i mille specchi in cui possiamo rifletterci. Tutti chiamati a costruire, insieme, l’era dei robot.
Un’era che è già iniziata.
E che già ci propone, a sua volta, mille domande concrete sul rapporto tra l’uomo e i robot.
E già questa voluta asimmetria (la parola uomo declinata al singolare; la parola robot declinata al plurale) è contenuta un’informazione o, almeno, una visione del mondo dei robot: qualsiasi cosa siano, i robot non sono una cosa sola. Ma una pluralità di cose. Che trova una prima espressione in una pluralità di forme.
C’è Asimo, il robot androide. E ci sono i robot industriali.
C’è il robot marziano. E il robot sottomarino.
C’è la macchina molecolare, il nanorobot. E ci sono i robot giganti.
C’è il robot chirurgo. Il robot giornalista. E c’è, anche, il robot soldato.

al posto dell’uomo
Ma procediamo con ordine. Iniziando col definire, in prima approssimazione, cosa possiamo intendere per robot. La parola deriva da robota, che in lingua ceca significa lavoro duro, pesante, forzato. L’attuale significato gli è stato attribuito da un giornalista e scrittore ceco, appunto: Karel Èapek. Nella sua opera più famosa, R.U.R (Rossum’s Universal Robots), scritta nel 1920, il giornalista e scrittore narra di un gran filosofo, il vecchio Rossum, che vuole ricostruire l’uomo, tal quale. Impiega dieci anni, usa materiale biologico e infine ci riesce. L’uomo, ricopiato tal quale dal vecchio Rossum vive solo tre giorni.
Giunge infine sulla scena il giovane Rossum, un geniale ingegnere. E chiede al vecchio zio: a che serve un uomo tal quale ricostruito in dieci anni, quando la natura ci riesce in nove mesi? A noi non serve l’uomo. A noi serve qualcuno, da costruire in tempi rapidi e a basso costo, che svolge le funzioni indesiderabili al posto dell’uomo. Uno schiavo che libera definitivamente l’uomo dalla fatica.
Ma lasciamo la parola a Karel Èapek: «Il giovane Rossum inventò l’operaio con il minor numero di bisogni. Dovette semplificarlo. Eliminò tutto quello che non serviva direttamente al lavoro. Insomma, eliminò l’uomo e fabbricò il Robot».
La parola robot, dunque, nasce nel 1920 per indicare una macchina che, come un nuovo schiavo, compie i lavori più duri e pesanti al posto dell’uomo.

la macchina evolve in robot
Già, ma qual è la differenza tra i robot del giovane Rossum e una qualsiasi macchina? Banalizzando, possiamo dire che una macchina qualsiasi aiuta l’uomo a compiere un lavoro. Un coltello aiuta l’uomo a tagliare il pane. Un’automobile aiuta l’uomo a muoversi velocemente. Un coltello se ne sta lì fermo se un uomo non lo utilizza. Un’automobile se ne sta lì ferma senza un uomo che la guida e si fa trasportare? Né il coltello né la macchina hanno senso se non c’è l’uomo. Né il coltello né la macchina agiscono «al posto dell’uomo».
Sia pure semplificato e ridotto all’essenziale, secondo la ricetta del giovane Rossum, il robot è una macchina che opera «al posto» dell’uomo e, dunque, si muove nell’ambiente con molta flessibilità e soprattutto in autonomia. Il robot è, almeno tendenzialmente, una macchina autonoma, capace di agire in maniera intelligente nell’ambiente nel quale opera.
Riassumendo. Il tagliaerba che abbiamo in giardino è una macchina che assolve la sua funzione, tagliare l’erba, se noi l’azioniamo e la guidiamo. Il robot tagliaerba è una macchina che assolve la sua funzione, tagliare l’erba del giardino, in maniera autonoma, senza che noi l’azioniamo e senza che noi la guidiamo.

Le macchine possono evolvere in robot. Basta che un coltello tagli il pane da solo, al momento giusto. O che un’automobile si muova nel traffico da sola, senza andare a sbattere e portando il passeggero (o la merce) a destinazione. Ed ecco che una macchina o comunque un artefatto è diventato un «operaio di Rossum», un robot.

da una libertà condizionata a una libertà totale
Naturalmente i gradi di libertà concessi all’operaio di Rossum possono essere molto diversi. Da una libertà molto condizionata a una libertà totale. Diciamo subito che, al momento, scienziati e ingegneri – talvolta con l’aiuto dei logici e dei filosofi – sono riusciti a costruire macchine dotate di diversi gradi di libertà. Ma non sono riusciti ancora a costruire robot con una «libertà totale». Di più: ancora non sappiamo – la possibilità, in linea di principio, è prevista da alcuni, ma negata da altri – se mai esisterà un robot dotato di «libertà totale».
Saltiamo tutti gli intermedi – peraltro già operativi – e veniamo ai robot di fine corsa: i sistemi completamente autonomi. Si tratta di macchine capaci di imparare dall’ambiente, adattarsi, evolvere e assumere decisioni. Diciamo subito che questi tipi di robot ancora non sono tra noi. Non a livello commerciale, almeno. Ma è molto probabile che lo saranno tra poco. Qualcuno avrà una forma umana (i robot androidi), altri no (per esempio i sistemi intelligenti per la gestione della casa). Molti ci aiuteranno nella nostra vita quotidiana: come camerieri tutto fare, come infermieri o anche medici, come manager della casa. Altri avranno una funzione sociale: come i sistemi di gestione del traffico o come i robot per così dire destinati alla protezione civile, in grado di intervenire in condizioni pericolose: l’incendio di una casa; la ricerca di persone sotto le rovine di un terremoto; l’intervento in un ambiente saturo di gas nocivi e così via lasciando briglia sciolta alla fantasia. Altri, occorre ricordarlo, potranno trovare impiego in guerra: diventando veri e propri soldati (e generali) dotati di autonomia di decisione. Alcuni già immaginano che la sicurezza nucleare del futuro sarà completamente in mano a questi robot, gli unici in grado di prendere decisioni in frazioni di secondo.
Questi robot del futuro ci pongono già due tipologie di domande cui bisogna rispondere. La prima riguarda la capacità tecnica di mettere a punto robot dotati di autonomia. La scienza sarà davvero in grado di crearle? Non abbiamo spazio per analizzare il problema. Ammettiamo che la risposta sia positiva. E che presto li avremo davvero i robot completamente autonomi.

domande di natura sociale ed etica
Eccoci, dunque, alla seconda tipologia di domande, che hanno una natura sociale ed etica. Possiamo lasciare che i robot ci rubino il lavoro? È consigliabile produrre macchine autonome il cui comportamento non può essere controllato e, all’occorrenza, interrotto dall’intervento dell’uomo? Potremo credere a queste macchine come o addirittura più di quanto crediamo a noi stessi? Chi ci assicura, per esempio, che in guerra un soldato robot si comporti in maniera eticamente più accettabile di un soldato in carne e ossa? Chi è responsabile per il loro comportamento? Se un robot ucciderà un uomo, chi metteremo in prigione: la macchina o il suo progettista? Chi ci assicura che riusciremo a impedire che l’evoluzione di robot in possesso di quella particolare autonomia che è l’autonomia di evolvere non si risolva in una minaccia per l’uomo? Vi sentireste sicuri se la gestione dell’enorme arsenale nucleare degli Stati Uniti o della Russia fosse affidato alle decisioni completamente autonome di un robot? Quando e come dovremo intervenire per limitare l’autonomia di questi robot autonomi?

etica del robot
Sono domande per ora premature. Ma è bene cercare una risposta, perché è bene non farci trovare impreparati quando e se il giorno dei robot completamente autonomi verrà. Può aiutarci nelle scelte che dovremo affrontare la riaffermazione di un valore fondante della scienza, compresa la scienza robotica: i robot autonomi non dovranno essere a vantaggio di questo o di quello, ma – come voleva Francis Bacon a proposito, appunto, dell’intera scienza – dovranno essere a vantaggio dell’intera umanità.
È in questa prospettiva che Isaac Asimov, il grande scrittore di fantascienza, ha elaborato le tre famose «leggi» cui immagina risponderanno i robot nel 2058:
1) un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno;
2) un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge;
3) un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e con la Seconda Legge. La concertata applicazione di queste leggi generali ha già portato a elaborare una vera e propria «etica dei robot» o «roboetica»: un pensiero di «filosofia applicata» piuttosto complesso, solido, ben argomentato. Un pensiero che, tuttavia, è ancora in fase di forte evoluzione, perché il suo oggetto, i robot e il rapporto dei robot con l’uomo, è in fase di rapida evoluzione anch’esso. E ancor più lo sarà in prospettiva, se e quando i robot raggiungeranno il massimo grado di libertà possibile: la coscienza. E il libero arbitrio (ammesso che esista qualcosa che possiamo chiamare libero arbitrio).
Alcuni punti fermi esistono. Un vasto movimento di scienziati esperti, per esempio, chiede che vengano messe al bando le armi (robotiche) completamente autonome. O che almeno ci sia una moratoria sul loro sviluppo.
Il discorso sui robot soldati (e generali) è una chiara indicazione che possiamo (dobbiamo) iniziare a immaginare tutti gli scenari di possibilità. E simulare quali effetti ciascu- no di essi avrà sull’uomo e sulla sua società. L’esercizio ci aiuterà a costruire un futuro desiderabile.

chi siamo noi?
Intanto ci aiuta a capire noi stessi. Se, infatti, vogliamo costruire un robot simile a noi, dobbiamo capire in dettaglio chi siamo noi: come sono fatti il nostro corpo, il nostro cervello, la nostra mente. Come sono fatte le società dei nostri corpi, dei nostri cervelli, delle nostre menti.
E poi ci aiuta a interrogarci su chi è l’altro. In un mondo in cui esisteranno nuovi esseri, artificiali, con capacità cognitive analoghe o omologhe alle nostre, esseri dotati di intelligenza, di coscienza, di capacità etiche, di emozionarsi e quindi di gioire e di soffrire, ebbene non potremo limitarci a dare corpo alle «leggi di Asimov» perché tutelino la nostra sicurezza e il nostro benessere; dovremo elaborare leggi simmetriche che tutelino la sicurezza e il benessere anche dei robot senzienti. Dovremo imparare a riconoscere e a rispettare l’«altro» da noi. E questo, a ben vedere, è un esercizio necessario non solo per il futuro remoto, ma anche per quello più prossimo. Per il presente.

Pietro Greco, su Rocca
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rocca-14-2017
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Per correlazione: http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/07/05/news/_salvo_i_miei_passeggeri_o_i_pedoni_un_codice_etico_per_i_robot_al_volante-169994736/

Oggi domenica 2 luglio 2017 Estate con noi

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unknownLa nostra news non prende ferie. Tuttavia vi accompagnerà fino a metà settembre con ritmi più lenti, senza obblighi di scadenze quotidiane. Godetevi e godiamoci un periodo di rallentamento, di tempi lenti, per quanto ci è possibile. Buona estate a tutti noi e non perdiamoci di vista!
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linkiesta logoLa maledizione del lavoro per i giovani: sempre più colti, sempre meno occupati
In Italia il numero dei laureati di primo e secondo livello in materie scientifiche aumenta, specie per le donne. La percentuale di occupati in questo settore, però, stenta a decollare. Risultato? Un totale spreco di capitale umano
di Gianni Balduzzi su LinKiesta.
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La sberla e il rifiuto di votare
2 Luglio 2017
Da Democraziaoggi.
Pubblicato su Il Manifesto del 26.6.2017
Un tempo i segretari del Partito democratico che perdevano le elezioni si dimettevano. Oggi invece di sconfitta in sconfitta Renzi avanza, apparentemente fiducioso, verso le prossime elezioni politiche. Forse le ultime che gli restano da perdere. Senza ammettere la sonora batosta scritta in questo 16 a 6 per il […]

Oggi martedì 27 giugno 2017 Estate con noi

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unknownLa nostra news non prende ferie. Tuttavia vi accompagnerà fino a metà settembre con ritmi più lenti, senza obblighi di scadenze quotidiane. Godetevi e godiamoci un periodo di rallentamento, di tempi lenti, per quanto ci è possibile. Buona estate a tutti noi e non perdiamoci di vista!
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SOCIETÀ E POLITICA » GIORNALI DEL GIORNO » ARTICOLI DEL 2017
Portogallo, c’è sinistra ad ovest di Bruxelles
di ELENA MARISOL BRANDOLINI
«Il Paese devastato dagli incendi e reduce da una pesantissima crisi economica è da un anno e mezzo un laboratorio di ricette opposte al neoliberismo». il Fatto Quotidiano, ripreso da eddyburg, 26 giugno 2017 (p.d.)
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democraziaoggiNoi del NO ripartiamo col Comitato per la democrazia costituzionale
Alfiero Grandi su Democraziaoggi.
Si è tenuta il 24 a Roma un’assemblea dei comitati per il NO che ha deciso di proseguire l’attività col nome originario di Comitato per la democrazia costituzionale (CDC). Ecco una sintesi estrema della lungra relazione di Alfiero Grandi.
La vittoria del No il 4 dicembre non ci mette al riparo per sempre […]

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casa-quartiere-is-mirrionis-caGiovedì 29 settembre, con inizio alle ore 16.30 sala ex Circoscrizione, via Montevecchio: Assemblea del Quartiere di Is Mirrionis, promossa dall’Associazione Casa del Quartiere – Is Mirrionis, Cagliari. scuola-popolare-ism-oggi
———————————Domani a Is Mirrionis————————————–
28-6-17-ism

Quale lavoro?

costat-logo-stef-p-c_2lampadadialadmicromicro133Il 5 e 6 ottobre si terrà a Cagliari un Convegno dal titolo “Lavorare meno, Lavorare meglio, Lavorare tutti: il Lavoro fondamento della nostra democrazia”, promosso dal Comitato d’Iniziativa Sociale, Costituzionale e Statutaria. Aladinews in accordo con il Comitato è impegnato a sostenere l’organizzazione del Convegno, soprattutto attraverso la diffusione di materiali prodotti dagli stessi esponenti del Comitato o comunque da esperti o protagonisti delle iniziative di lavoro o, infine, ripreso con opportuna selezione dalla rete. Quello che segue è un articolo pertinente di Rosella De Leonibus, tratto dalla rivista Rocca della Pro Civitate Christiana di Assisi, che ringraziamo per la consueta disponibilità collaborativa.
charlot_logoRosella De Leonibus, su Rocca.

Labor, in latino fatica, pena, sforzo, è la radice. Viene dal verbo labare, vacillare sotto un peso. Così dovevano apparire gli schiavi, schiacciati dai pesi che trasportavano, agli uomini liberi che intanto discettavano di politica e filosofia nel foro. Dal latino deriva direttamente, oltre che l’italiano «lavoro», anche l’inglese labour, mentre in Francia il lavoro si chiama travail e, così come in Spagna il trabajo, sembrerebbe connettersi ad una area di significato più creativa, attraverso il richiamo al travaglio di parto. Altre fonti invece collegano più crudamente il travail e il trabajo al tripalium, che invece era un antico strumento di tortura composto da tre pali. Travagghiari ancora oggi in Sicilia connota il lavoro faticoso e duro delle braccia e della schiena piegata. Quindi (F. Avallone, Psicologia del lavoro, Carocci, Roma 1998) il significato primitivo e arcaico del lavoro evidenzia fatica, sforzo, peso, fino al limite della costrizione (la corvée) e della tortura (i lavori forzati). Gli uomini «liberi» non lavoravano, era questione riservata a servi e schiavi, il lavoro.
Le altre, quelle che oggi chiamiamo professioni (libere), erano considerate appunto arti, liberali, contrapposte ai mestieri, più plebei.

da pena a diritto
Da allora, con l’avvento della società borghese e dell’industrializzazione, la pena del dover lavorare è diventata un diritto, e da elemento di disagio necessario per le classi subalterne il lavoro è diventato desiderio, investimento, creatività, fino all’affermazione di Sigmund Freud, che lega amore e lavoro nell’attribuire loro un ruolo centrale nella vita umana, e poi li utilizza come indicatori di benessere psichico e segnali di una avvenuta evoluzione verso l’adultità. Si arriva anche ad una idea di lavoro come nobilitante per l’umano, come attività capace di sacralizzare la vita, connessa all’idea di sacrificio e di slancio ideale, come dovere e come virtù, come contributo al progresso della nazione o al benessere delle generazioni future.
Oppure come merce, forza-lavoro generica e astratta da offrire sul mercato, in cambio di un salario. Tuttora, in molte parti del pianeta, è anche alienazione, pratica deumanizzante, riedizione in forma nascosta di antiche schiavitù. Essenza fondamentale dell’essere umano, il lavoro è anche, in senso ampio, l’attività attraverso la quale si diventa coscienti di sé e della propria intenzionalità, capace di creare il mondo e soddisfare anche bisogni di ordine superiore. È campo di esercizio dei diritti e del riconoscimento della soggettività civile. Qualcuno ne ha decretato l’imminente fine, e preconizza l’indebolimento dell’ideologia del lavoro come valore in sé. Altri, come il sociologo Domenico De Masi, ipotizzano una rivoluzione silenziosa dove il lavoro sia sganciato dal salario e venga offerto gratuitamente, al massimo in cambio di altri servizi o beni, con l’ipotesi di scalzare alla radice quell’economia mercantile che ha mercificato il lavoro e con esso gli umani che lo svolgono.
Oggi è l’aspirazione di tanti, più o meno raggiungile, è il sogno di una autonomia a lungo rinviata, la promessa di una soggettività piena, il completamento di una identità sociale che potrà finalmente non essere più monca e svolgersi finalmente anche sotto il profilo dell’integrazione sociale. È una sintesi dinamica, il significato connesso al lavoro, e lascia vedere in filigrana i modelli culturali, i valori, le norme sociali del contesto in cui si colloca. Perché condensa dentro il suo campo semantico sia le determinanti storiche e culturali che quelle bio-psico-sociali. Si definisce in rapporto alla natura, che ne viene trasformata (dall’homo sapiens che scheggia la prima pietra per farne un utensile, all’homo faber che determina il proprio destino), e agisce come struttura portante delle relazioni sociali.
Nello stesso tempo il lavoro è una attivazione, un movimento che ha un esito nella produzione di un bene o di un servizio, ed è un modo per esprimere le risorse personali di chi lo svolge, sia sul piano concreto del corpo che su quello immateriale dell’intelletto e delle emozioni. Attiva cambiamento, nell’ambiente e nella materia che dal lavoro viene trasformata, ma anche nella persona di chi lo compie, che affina le sue capacità, ed infine è un campo specifico di esperienza relazionale e sociale, caratterizzato da dinamiche tipiche. Si svolge con gli altri e per gli altri, entra nel quadro degli scopi collettivi e ne riceve l’impronta organizzativa. Luogo di conflitti e di alleanze, di confronti e tensioni, diventa esperienza quotidiana di mediazione tra aspirazioni personali e realtà esterna, tra progetto e realizzazione, banco di prova della capacità di risolvere problemi, superare ostacoli, prendere decisioni, cooperare.

teatro di vita
Nel teatro del lavoro, si incrociano sulla scena la persona, con il suo mondo psichico e valoriale; gli altri, con le emozioni, le motivazioni, i ruoli e le dinamiche che si attivano; la realtà esterna, fatta di contesti, organizzazioni, strutture sociali ed economiche.
Campo di esperienza del limite e delle possibilità, la pratica quotidiana di una attività lavorativa allena la responsabilità e la capacità di perseguire obiettivi e tollerare frustrazioni, riparare ad errori, ritentare dopo gli insuccessi. Sviluppa il sentimento di autoefficacia e la competenza a gestire una specifica gamma di relazioni non fondate su una base affettiva. Permette di imparare ad adattarsi ad un ordine dato, ma crea di tanto in tanto anche l’occasione per allenare la capacità di mettere in discussione questo ordine.
Nei contesti di lavoro si genera uno spazio privilegiato per costruire la propria identità, attraverso il movimento parallelo dei processi di identificazione e di individuazione. Chi sono io come persona specifica? Come posso essere riconosciuta/o e valorizzata/o per il mio apporto specifico al progetto comune? In quali azioni, persone, gruppi, contesti, mi posso identificare? Cosa posso investire di me stessa/o in questo spazio sociale creato dal lavoro? Come partecipo allo scambio sociale, al ciclo del dare e del ricevere?
In che modo posso rapportarmi alle rappresentazioni comuni della realtà con le quali mi trovo ad interagire? Sono parte di un gruppo? Mi posso identificare col mio gruppo di appartenenza lavorativa? Come mi riconosce il contesto sociale in quanto persona che svolge questo specifico lavoro? Quanto e come sento di appartenere ad una comunità sociale? In che modo sono capace di entrare in sintonia e in sinergia con gli altri per un fare coordinato comune?

Gratificazione narcisistica e nello stesso tempo limitazione del narcisismo, lavorare vuol dire sentirsi efficaci e presenti al mondo, ma anche separarsi da se stessi, dalle preoccupazioni personali, per impegnarsi in una storia più grande, diversa dalla propria (J. Barus-Michel, E. Enriquez, A. Levy (a cura di), Dizionario di Psicosociologia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003).
Se la flessibilità diventa un imperativo esasperato, e da stimolo al cambiamento e al reinventarsi degenera in una corsa cieca sull’otto volante dell’incertezza e in uno scivolo infinito verso la palude dello sfruttamento.
Se il frammentarsi delle esperienze professionali in micro eventi estemporanei polverizza e decostruisce le competenze di chi lavora.
Se, a fronte di questa progressiva dequalificazione e svalutazione di fatto delle abilità e delle capacità di svolgere certi compiti, si gioca a carte truccate sul culto dell’eccellenza, si alimentano i desideri narcisistici e le illusioni delle persone, e nello stesso tempo si esaspera la competitività interna, trasformando in un inferno le relazioni nel gruppo di lavoro.
Se tutto ciò avviene in un contesto sociale che ha già allentato da un pezzo i propri legami, ha smarrito le proprie costruzioni simboliche, e si è già spinto molto avanti nel nascondere e travisare la realtà.
Se il confine di spazi e di tempi tra lavoro e vita privata sfuma sempre di più.
Se le comunicazioni nei contesti di lavoro diventano sempre più manipolative e sbandierano il mito di una unione fraterna e di una coesione familiare che servono solo a far ingoiare meglio realtà inaccettabili come il rinvio sine die del pagamento dello stipendio o la progressiva erosione di diritti tuttora formalmente garantiti dalla legge.
Se il ricatto, aperto o sottile, sostituisce la chiarezza, se una profonda competenza e una salda motivazione non sono più garanzia di nulla, non certo di sicurezza del posto di lavoro, ma neppure di una valorizzazione morale.
Se le formule con cui vengono definiti i compensi sono stabilite su base personale e lo stesso vale per i passaggi di mansioni e di carriera, e si cancella la dimensione collettiva e organizzativa dell’esperienza professionale.

senza più mediatori
Se la relazione tra persona che lavora e organizzazione non è più mediata da sog- getti collettivi o istituzionali «terzi», ma è diretta e totalmente asimmetrica, e so vrasta chi lavora già, o vorrebbe farlo, con il peso schiacciante dell’insignificanza del singolo, quando quest’ultimo è privo di mediatori sociali (la legge, le associazioni di categoria, le istituzioni pubbliche).
Se tutto questo assomiglia al quadro attuale, come farà Anna, che ha appena avuto un bambino, a reinserirsi nel lavoro, visto che il suo precariato è ormai cronico?
Se tutto questo è verosimile, a cosa si appellerà Giovanni che ha avuto la diagnosi di un tumore e dovrà assentarsi per mesi dal suo contratto a termine?
Che spazio troverà Luana, qualificatissima, che cerca una occupazione a quarantacinque anni, dopo quindici anni di lavoro autonomo che lei stessa ha creato e gestito, ma che negli ultimi tempi le ha mangiato tutti i risparmi?
Cosa troverà sul suo cammino Franco, che ha un problema psichiatrico ben compensato, e da due anni è alla ricerca di una borsa di lavoro che darebbe senso e valore alle sue giornate e alla sua vita?
Come si potrà difendere Valerio che, a più di cinquant’anni, verrà messo in cassa integrazione come anticamera del licenziamento per fare spazio agli apprendisti?
E Francesca, che ha studiato ed era motivatissima, che si sta spegnendo a forza di inviare curricula senza risposte e a forza di richieste vane di appuntamenti per colloqui, dove vorrebbe solo presentarsi per cinque minuti? Ora sta creando un piccolo video di autopresentazione con una animazione iniziale per essere vista e notata tra migliaia di altri. Ha imparato da sola a farlo, ed è venuto molto bene. Ma lei si sta avvilendo, non è nessuno senza un lavoro, e ogni altra scelta per la sua vita è in stand by.
Gianluca invece ha fatto la valigia. Lavora in Svezia, in una azienda d’avanguardia che produce protesi dentarie. Vive là da due anni, ha avuto un buon riscontro professionale, non mollerà, anche se è ancora molto solo.
Rosella De Leonibus

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