Osservatorio Beni Comuni Sardegna

Oggi giovedì 27 aprile 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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eddyburglabsusCITTÀ E TERRITORIO »CITTÀ OGGI» ALTRE CITTÀ
La città plurale che cresce a Barcellona
di NORA INWINKL su eddybureg e su LabSus
«Un rapporto sullo stato dell’economia sociale e solidale porta alla luce cifre ed esperienze che fanno della capitale catalana un interessantissimo esempio di come al giorno d’oggi proposte di modelli alternativi al neoliberismo non solo siano possibili, ma già in atto».comune-info, 24 aprile 2017 (c.m.c.)
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labsusIL PUNTO DI LABSUS
Dalla Resistenza ai cittadini attivi, un discorso che prosegue
Gregorio Arena – 25 aprile 2017, su LabSus.
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logo-comitato-dics-23-4-17lavoroxlavoroComunicazioni di servizio. Da oggi online la pagina fb del Gruppo di Lavoro x il Lavoro [Lavoro al Quadrato] del Comitato di Iniziativa Sociale Costituzionale e Statutaria di Cagliari. Ecco il link.

Oggi mercoledì 26 aprile 2017

su-connotu26 aprile 1868. “Sa die de su connottu”.
di Tonino Dessì, su fb.
La rivolta de “Su Connottu” fu un episodio di ribellione verificatosi a Nuoro nel XIX secolo come reazione a una serie di provvedimenti legislativi emanati dal 1820 al 1858.
Il provvedimento-madre, denominato “Editto delle chiudende” ed emanato dall’allora re di Sardegna Vittorio Emanuele I, autorizzava la chiusura, da parte di chi ne ottenesse titolo per averne i mezzi, dei terreni che erano fino ad allora di proprietà comunitaria, estendendo in tal modo la proprietà privata di tipo “capitalistico”.
In Barbagia e in Ogliastra l’abolizione degli usi comunitari aveva provocato dei gravissimi scompensi economici e sociali.
Nei primi decenni di attuazione dell’editto la popolazione locale iniziò a opporsi con determinazione, con azioni frammentarie anche se spesso molto violente.
La situazione precipitò allorché nel 1858 furono alienati anche i terreni demaniali su cui gli abitanti dei villaggi avevano diritto di pascolo e di legnatico, in virtù del sistema dell’ademprivio. Le popolazioni cominciarono a ribellarsi in molti paesi della Sardegna.
A Nuoro il 26 aprile del 1868 scoppiò una grande rivolta nota con il nome di “Su Connottu” (“Il Conosciuto”). I rivoltosi, guidati secondo molte fonti da una popolana, Paschedda Zau, chiedevano il ritorno a ciò che avevano sempre conosciuto, ossia il ripristino dell’antico sistema di gestione dei terreni.
Nei giorni della rivolta fu assalito il Municipio e furono bruciati i documenti di compravendita delle terre comunali ex ademprivili.
Giorgio Asproni, uno dei politici più in vista di quel territorio, deputato in Parlamento, era favorevole alla vendita dei terreni comunali e nel contempo accusava il clero di avere un ruolo di responsabilità nella rivolta.
Tuttavia, a seguito di questi gravi fatti, insieme ad altri deputati sardi, sollecitò il governo italiano per l’avvio di una indagine sulle condizioni sociali ed economiche della Sardegna.
Nel novembre dello stesso anno fu istituita una Commissione Parlamentare di indagine sulla condizione della Sardegna, presieduta da Agostino Depretis.
La Commissione si recò nell’isola nel 1869. Solo Quintino Sella, tuttavia, produsse un’eccellente relazione, che però si limitò alla realtà mineraria isolana.
L’operato della commissione non sortì alcun atto concreto.
Quel che rimase dei beni comuni ha continuato ad essere oggetto di ulteriori chiudende, abusive, legali e abusive-legalizzate.
Vicenda che perdura a tutt’oggi.
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logo-comitato-dics-23-4-17Comunicazioni di servizio. Riprendono oggi le riunioni del Comitato d’Iniziativa Sociale Costituzionale e Statutaria, alle 19 nella sede della Confederazione Sindacale Sarda (CSS) in via Roma,72. Riprenderanno a breve anche le riunioni del Coordinamento regionale e dei Gruppi di Lavoro (Per il Lavoro – Beni Comuni).
Prossima iniziativa il 28 aprile in occasione de Sa die de Sa Sardigna su “Sardegna: Costituzione, Statuto Speciale, Sovranità popolare”.

Terra

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OPINIONI »OPINIONISTI»
Il nemico siamo noi
di Giorgio Nebbia su eddyburg
eddyburg
Quasi ogni giorno, nel mondo, si celebra una qualche “giornata” di qualche cosa: dell’ambiente, degli oceani, dell’alimentazione, della biodiversità, per non citare le giornate dei nonni, delle mamme… (segue)

Quasi ogni giorno, nel mondo, si celebra una qualche “giornata” di qualche cosa: dell’ambiente, degli oceani, dell’alimentazione, della biodiversità, per non citare le giornate dei nonni, delle mamme, eccetera. Ogni volta è una occasione per qualche manifestazione o congresso o festa, spesso di natura esibizionistica e consumistica: spese e regali.

Quella che si ricorda il 22 aprile è una giornata particolare, dedicata “alla Terra”, al nostro pianeta, lanciata quasi mezzo secolo fa, nel 1970. Il decennio precedente, i favolosi anni sessanta del Novecento, erano stati pieni di speranze e di contraddizioni: gli anni del Concilio Vaticano II e della crisi dei missili a Cuba, gli anni delle lotte dei “negri” americani per la integrazione e quelli degli assassinii di John Kennedy nel 1963 e di Martin Luther King e Robert Kennedy nel 1968, gli anni delle lotte operaie e studentesche per nuovi diritti, gli anni della guerra del Vietnam e dei devastanti esperimenti con bombe nucleari sempre più potenti, e gli anni della conquista dello spazio.
La Terra, fotografata per la prima volta dagli astronauti dallo spazio, era apparsa nella sua bellezza e fragilità, una palla di rocce e foreste e acque, nostra unica casa nell’Universo conosciuto.

In quella primavera il mondo “scoprì” l’ecologia: questa austera disciplina, definita dal biologo tedesco Haeckel, nel 1866, come l’economia della natura, si era sviluppata nel silenzio dei laboratori come scienza capace di spiegare che la vita vegetale e animale dipende dalle sostanze chimiche tratte dall’aria, acqua, e suolo, cioè dall’ambiente; negli anni trenta del Novecento un gruppo di studiosi italiani, russi, americani, avevano spiegato che in un ambente di dimensioni limitate, come appunto la Terra, la limitata disponibilità di risorse naturali rallenta la crescita delle popolazioni e può portare al loro declino.
Vincoli alla crescita che si manifestavano anche per gli affari umani a causa dell’impoverimento delle riserve di minerali e della fertilità dei suoli in seguito all’eccessivo sfruttamento imposto dalla società dei consumi.
L’ecologia apparve come lo strumento per comprendere che, nel nome del profitto, pochi paesi si appropriavano, per trarne materie prime e per scaricarvi i rifiuti, di risorse naturali che non erano “loro”, ma che erano beni comuni. Considerazioni che mettevano in discussione il sacro principio della proprietà privata, introducevano parole maledette come limiti alla crescita.
L’ecologia, in quel 1970, divenne così la bandiera di una nuova contestazione del potere economico e militare, della violenza della società dei rifiuti, degli sprechi e delle armi, le merci oscene, con la richiesta di nuovi diritti, di nuovi modi e processi di produzione in grado di inquinare e alterare di meno l’ambiente, che tenessero conto anche della domanda delle classi e dei popoli poveri ed esclusi.

Anche l’Italia scoprì l’ecologia. Proprio il 22 aprile si tenne a Milano un congresso internazionale col titolo “L’uomo e l’ambiente”, lo stesso che sarebbe stato adottato, due anni dopo, dalla Conferenza delle Nazioni Unite che si tenne a Stoccolma.
Gli italiani cominciarono a guardarsi intorno e a riconoscere la violenza ecologica nelle valli disastrate, esposte al diboscamento e origine delle frane e alluvioni che si stavano verificando dai tempi del Polesine, in Calabria, a Firenze nel 1966. Hanno imparato a riconoscere i segni degli inquinamenti dovuti alle centrali a carbone e a olio combustibile, alla corrosione dei monumenti, ai rifiuti sparsi dovunque. Gli agricoltori hanno imparato a fare i conti con i pesticidi tossici e con la perdita di fertilità a causa dell’eccessivo sfruttamento dei suoli.
Anche in Italia comparvero le parole maledette: limite nei consumi, decrescita; i mondo imprenditoriale e benpensante reagì subito con energia contro questi ecologisti che, secondo loro, volevano far tornare il mondo ai tempi delle candele; erano loro, gli imprenditori, capaci di eliminare gli inquinamenti con depuratori e filtri, purché non si mettesse in discussione la divinità dell’economia, il dovere di far crescere il Prodotto Interno Lordo; Beckerman, un celebre economista inglese, affermò con fermezza che solo la crescita economica avrebbe potuto rendere l’ambiente migliore.
La consapevolezza dei limiti delle risorse naturali contagiò anche i popoli del terzo mondo le cui ricchezze minerarie, agricole e forestali erano sfruttate selvaggiamente dalle multinazionali straniere; nacquero così le prime rivendicazioni dei popoli per il controllo delle “proprie” materie prime, il petrolio in Libia e in Persia, il rame nel Cile, i metalli nel Congo, i fosfati nell’Africa occidentale.
La carica sovversiva di quella primavera dell’ecologia fu ben presto stemperata dagli eventi successivi: le crisi economiche, il breve boom economico degli anni Ottanta, la fine dell’Unione Sovietica, la nascita delle nuove potenze economiche Cina e India, infine la crisi degli inizi del XXI secolo. La promessa di un magico “sviluppo sostenibile” nel frattempo assicurava che con soluzioni tecniche sarebbe stato possibile avere un ambiente decente “purché” continuasse la crescita dei soldi e degli affari, cioè delle vere fonti delle crisi ecologiche.
Oggi esistono quasi dovunque ministri dell’ambiente di governi che hanno come imperativo la crescita economica, la moltiplicazione delle armi, l’allentamento dei vincoli ecologici. Le conseguenze si vedono; in Italia la crescita (quella si) della concentrazione di polveri nell’aria urbana, le fabbriche che chiudono per la concorrenza di paesi che possono esportare merci a basso prezzo ottenute con produzioni inquinanti, montagne di rifiuti, frane e alluvioni e, soprattutto, a livello planetario, inarrestabili peggioramenti climatici derivanti all’immissione nell’atmosfera dei gas liberati dalle crescenti produzioni e dai consumi.
In occasione della giornata della Terra del 1970 nelle strade di New York comparvero dei manifesti in cui uno sconsolato Pogo, un personaggio dei fumetti sotto forma di opossum antropizzato, raccoglieva i rifiuti lasciati da una manifestazione ecologica ed esclamava: “Ho scoperto il nemico e siamo noi”.

Adesso sapete con chi prendervela se dovete fare in conti con i danni delle siccità e alluvioni, della congestione urbana e dell’erosione delle coste, con prezzi in aumento e con la disoccupazione.
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- Sito dedicato.

Questo articolo è inviato contemporaneamente a il manifesto

Info iniziative su Beni Comuni e dintorni

cittabene-comune-milano-2-5-17labsusGLI APPUNTAMENTI NOTIZIE
Urbanistica contemporanea: a Milano “Città bene comune”, un ciclo di incontri per riflettere sul tema.
di Federica Gogosi su LabSus
Si parte martedì 2 maggio 2017 alle ore 18:00 con il primo incontro dove al tavolo dei relatori siederanno Ivan Blečić e Arnaldo Cecchini – rispettivamente professore associato di Estimo e valutazione dell’Università degli Studi di Cagliari e professore ordinario di Tecnica e pianificazione urbanistica dell’Università degli Studi di Sassari – che nel 2016 hanno pubblicato, per i tipi di FrancoAngeli, Verso una pianificazione antifragile. Come pensare al futuro senza prevederlo, un libro che a partire dalla nozione di “antifragilità” immagina un’urbanistica non solo realmente efficace nel governare le trasformazioni urbane e territoriali, ma anche capace di «costruire le condizioni per evitare iniquità e bruttezza e favorire il diritto alla città». Animeranno la discussione: Corinna Morandi, professore ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano, Maurizio Tira, professore ordinario di Tecnica e pianificazione urbanistica nonché Rettore dell’Università degli Studi di Brescia, e Andrea Villani, direttore del Centro Studi Piano Intercomunale Milanese e docente di Economia urbana all’Università Cattolica di Milano. IL PROGRAMMA.

Oggi venerdì 21 aprile 2017

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labsusRoma, la Corte dei Conti dalla parte della società civile: non c’è danno erariale.
Redazione Labsus – 20 aprile 2017, su LabSus.
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democraziaoggi25 Aprile: il PD e la sua astiosa azione contro l’ANPI
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.

LavoroCheFare? Documentiamoci

codonesu-dueL’OCCUPAZIONE CREATIVA COME RISPOSTA ALL’AUTOMAZIONE: IL PIANO D’AZIONE DI NESTA
Pubblicato il 17/04/2017 su Il Giornale delle Fondazioni

di Valentina Montalto *
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Un nuovo studio della fondazione inglese Nesta www.nesta.org.uk sul rapporto tra l’economica creativa e il futuro dell’occupazione nell’era dello sviluppo tecnologico, oltre alla diagnosi e alle prospettive, propone cinque concrete linee di azione per il paese, molto con l’obiettivo di creare un milione di nuovi posti di lavoro creativi entro il 2030, che vanno dallo sviluppo di un sistema educativo multidisciplinare (STEAM), alla creazione di nuovi fondi per sviluppare cluster creativi e per sviluppare di contenuti e servizi digitali innovativi, a nuovi strumenti di finanziamento come il venture capital da parte di organizzazioni come l’Arts Council England, Creative Scotland e il British Film Institute (BFI) al fine di investire in progetti altamente innovativi e attirare ulteriori fondi per l’arte, alla creazione di una lotteria nazionale a sostegno dell’industria dei video giochi.

Creare più occupazione creativa per contrastare il calo di produttività dell’economia tradizionale, favorire così la crescita di un’economia ad alto valore aggiunto e a basso rischio di automazione: è quanto il centro inglese di ricerca e innovazione Nesta propone nel documento “The Creative Economy and the Future of Employment”[1].
Con la lucidità e la chiarezza che lo contraddistingue, Nesta tratta una delle questioni cruciali dell’economia contemporanea, ossia il dilemma di conciliare innovazione e occupazione facendo fronte ai rischi della robotizzazione, cogliendone le opportunità abiltanti.
Di questo tema se ne parla incessantemente negli ultimi anni. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), per esempio, ha avviato il progetto di ricerca Future of Work[2] per studiare le implicazioni della digitalizzazione; McKinsey lo scorso luglio ha pubblicato uno studio sulle occupazioni a più alto rischio di computerizzazione[3], mentre la Commissione Europea lavora a diversi studi e strategie per formare la forza lavoro del futuro[4].
Nesta ha il merito di focalizzare l’attenzione sulle potenzialità dei settori creativi come risposta a un mercato del lavoro in trasformazione, con numerosi dati alla mano, frutto di anni di ricerche.
Nel Regno Unito l’economia creativa genera più di 2,8 milioni di posti di lavoro. 2 milioni di questi lavori sono in occupazioni creative – dai professionisti della pubblicità ai programmatori, dagli attori agli sviluppatori di video giochi – che sono altamente qualificate, competenti e promotrici di innovazione[5].
Si tratta di professioni che non solo contribuiscono allo sviluppo di un’economia nazionale ad alto valore aggiunto e innovativa, ma che possono evitare la perdita di posti di lavoro sostituiti dalle macchine. Nello studio “Creativity vs. Robots”, Nesta mostra infatti che la creatività è inversamente proporzionale all’innovazione tecncologica: l’87 per cento dei lavori altamente creativi sono a basso o zero rischio di automazione, rispetto al 40 per cento di lavori nell’economia nazionale.
Questi risultati non dovrebbero sorprendere: è evidente che le macchine possono emulare gli esseri umani solo nel caso di azioni ripetitive, il cui risultato finale è chiaro e programmabile fin dall’inizio. Diverso è il caso di compiti che richiedono capacità di comprensione, adattamento e innovazione – elemento che contraddistingue la maggior parte delle occupazioni creative.
Ma c’è di più. Investire in occupazione creativa non solo potrebbe contribuire alla ripresa economica, ma potrebbe favorire lo sviluppo di una società – almeno in parte – più appagata. Un altro studio svolto per conto di Nesta[6] spiega infatti che le occupazioni creative si caratterizzano per un più alto livello di soddisfazione, di senso di utilità e di felicità rispetto alla media. Si tratta però anche di occupazioni con più elevati livelli di ansia. I maggiori livelli di benessere sono associati ai lavori artistici, di artigianato e design mentre i lavori nei settori della pubblicità, film, TV e radio, editoria e IT sono associati a più bassi livelli di benessere.
Nesta propone cinque azioni, molto concrete, con l’obiettivo di creare un milione di nuovi posti di lavoro creativi entro il 2030, che vanno dallo sviluppo di un (1) sistema educativo multidisciplinare che combini discipline scientifiche e artistiche la cui necessità è stata recentemente ribadita dal Ministro inglese al Digitale e alla Cultura[7], alla creazione di (2 e 3) due nuovi fondi (uno per sviluppare cluster creativi al di fuori di Londra secondo una logica “redistributiva”, e un secondo per supportare lo sviluppo di contenuti e servizi digitali innovativi), all’utilizzo di (4) nuovi schemi di finanziamento come il venture capital da parte di organizzazioni come l’Arts Council England, Creative Scotland e il British Film Institute (BFI) al fine di investire in progetti altamente innovativi e attirare ulteriori fondi per l’arte, alla creazione di una (5) lotteria nazionale a sostegno dell’industria dei video giochi.

* Valentina Montalto è una ricercatrice specializzata in economia della cultura e sviluppo locale. Attualmente lavora allo sviluppo del “Cultural and Creative Cities Monitor” (C3 Monitor) – uno strumento di valutazione che permette di monitorare e comparare la performance di circa 170 città culturali e creative in 30 paesi europei – presso il Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea. In precedenza, ha lavorato come project manager/ricercatrice senior con KEA, società di ricerca e consulenza nel settore della cultura e delle industrie creative con sede a Bruxelles.

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[1] Bahkshi and Windsor (2015) ‘The Creative Economy and the Future of Employment.’ London: Nesta. Link: https://www.nesta.org.uk/sites/default/files/the_creative_economy_and_th…
[2] http://www.oecd.org/employment/future-of-work.htm
[3] McKinsey (2016) ‘Where machines could replace humans—and where they can’t (yet).’ Link: http://www.mckinsey.com/business-functions/digital-mckinsey/our-insights…
[4] Strategia su competenze e lavoro: https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/skills-jobs; EPSC (2016) ‘The Future of Work – Skills and Resilience for a World of Change. Link: http://ec.europa.eu/epsc/publications/strategic-notes/future-work_en
[5] DCMS (2016)‚ Creative Industries: Focus on Employment.’ Link: https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/fil…
[6] Fujiwara, Dolan and Lawton (2015) ‘Creative Occupations and Subjective Wellbeing.’ London: Nesta. Link: https://www.nesta.org.uk/sites/default/files/creative_employment_and_sub…
[7] https://www.gov.uk/government/speeches/matt-hancocks-speech-at-the-launc…
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https-cdn-evbuc-com-images-25903897-148724387878-1-original_2Salviamo il Pianeta
di MARCO TEDESCO su eddyburg

«Domani si celebra la Giornata della Terra “E noi scienziati saremo in piazza contro Trump” spiega Marco Tedesco, glaciologo a New York», intervistato da Federico Rampini. la Repubblica, 21 aprile 2017
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RA noi c’è chi reagisce mobilitandosi. Chi cerca nuovi canali di comunicazione con l’opinione pubblica. E chi rimane paralizzato». Così lo scienziato italiano Marco Tedesco riassume i tanti impatti di Donald Trump sui ricercatori che si occupano di cambiamento climatico. Esperto della Nasa, docente alla Columbia University di New York nello Earth Institute (uno dei più importanti poli mondiali di scienze ambientali), Tedesco ha acquisito la sua fama negli Stati Uniti per esplorazioni e ricerche che spaziano dalla Groenlandia all’Antartide all’Himalaya. Tutte hanno in comune lo stesso tema: il cambiamento climatico. Sabato sfilerà nella manifestazione di New York, con partenza a Central Park.

Questo è il primo Earth Day nell’èra Trump, il presidente che nega la scienza dell’ambiente. Come reagisce la comunità scientifica?
«Molti fra noi si danno da fare per proteggere dati preziosi che sono minacciati, per difendere la ricerca, e i diritti civili degli scienziati. C’è una corrente che esplora anche nuove strategie di comunicazione con l’opinione pubblica: per far capire che facciamo davvero scienza, e su questa base vogliamo dialogare anche con chi ha posizioni politiche o culturali ostili. Tra i più impauriti ci sono tanti giovani, per esempio dottorandi: nell’attesa di ciò che può succedere temono di vedersi chiudere le prospettive, i progetti su cui volevano costruire una vita di ricerche».

Quanto pesa l’aspetto economico, il taglio dei fondi?
«Il problema maggiore è l’incertezza. E non mi riferisco all’incertezza nei modelli matematici sul cambiamento climatico: con quella siamo attrezzati a misurarci… Di fronte alla mannaia dei tagli alla ricerca è come se fossimo su una spiaggia dove sta arrivando lo tsunami, ma senza vie di fuga e senza conoscere l’altezza dell’onda. È bloccata la National Science Foundation, la più grossa agenzia federale che finanzia la ricerca pura, non può selezionare progetti perché non sa quali risorse avrà. Dalla Nasa all’Ente oceanografico e atmosferico, si tagliano anche i satelliti del meteo. Vuol dire creare dei buchi di conoscenza, generare lacune, interrompere la copertura satellitare del pianeta da cui dipendono le serie temporali sul clima. Possono essere rovinati 40 anni di dati sulle emissioni carboniche ».

In America c’è una robusta tradizione di mecenatismo privato, non potrebbero intervenire gli imprenditori ambientalisti, rimediare di tasca loro?
«Possibile ma poco probabile. Il pubblico e il privato hanno ruoli diversi: è lo Stato che sostiene la ricerca di base, mentre le imprese preferiscono quella applicata che ha ricadute commerciali. E la comunità scientifica che seleziona i progetti a cui dare finanziamenti federali, ha i criteri più rigorosi».

Quanto danno può fare l’Amministrazione Trump all’ambiente in cui viviamo?
«Tanto, troppo. Anche l’aggiunta di una quantità relativamente limitata di CO2 rispetto agli scenari precedenti, può scatenare reazioni del clima i cui effetti si sentiranno molto a lungo. I processi di cambiamento climatico oltre una certa soglia raggiungono il punto di non ritorno, diventano incontrollabili. E lui sta accumulando decisioni dannose: dal via libera agli oleodotti, alla deregulation che elimina restrizioni sulle emissioni di centrali elettriche o automobili. Tutto questo aumenterà il fattore di stress sul pianeta. Va ricordato che con Barack Obama eravamo sulla buona strada, sì, ma non sulla strada ottimale. Vedo anche un altro attacco alla scienza: il tentativo di creare delle task-force cosiddette indipendenti, per mettere sotto controllo la comunità dei ricercatori. È un progetto che vuole spostare i finanziamenti verso think tank legate alle lobby del petrolio. Un’altra minaccia: la fuga in avanti verso la geo-ingegneria, il tentativo di manipolare il clima, con progetti controversi come il lancio di solfati che raffreddino l’atmosfera. Esperimenti pieni d’incognite, di pericoli, di conseguenze inattese».

Le sue ricerche sul campo la portano a vivere per mesi ogni anno alle latitudini più estreme, le zone ghiacciate del pianeta dove spesso gli effetti del cambiamento climatico sono allo stadio più esacerbato. Che conclusioni ne trae?
«È un susseguirsi di campanelli d’allarme, dall’Artico alla Groenlandia continuano ad esserci record battuti. Il permafrost, lo scioglimento delle nevi, i ghiacciai marini, le correnti nei fiordi, è tutto un sistema che ci sta dicendo quanto è avanzato l’impatto del cambiamento climatico »

Oggi mercoledì 19 aprile 2017

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democraziaoggiIl PD prepara l’alleanza con FI in chiave anti Grillo e spiana la strada al M5S.
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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simbolo_unsc-624x312DOCUMENTAZIONE. COSTITUZIONE E LEGGI STATALI DIRITTO NORME
labsusDecreto Legislativo per l’istituzione del Servizio Civile Universale
a cura di Giangiorgio MacDonald, su LabSus
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eddyburgSOCIETÀ E POLITICA »TEMI E PRINCIPI» SINISTRA
«El Salto» di qualità
«Gladys Martínez López del collettivo Diagonal racconta la piattaforma d’informazione che unisce 20 media indipendenti spagnoli contro il monopolio delle grandi corporation». il manifesto, 18 aprile 2017 (c.m.c.)

Oggi martedì (vi ricordate quel)18 aprile 2017

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413
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logo_il-giornale-delle-fondazioniLA CITTÀ COME BENE COMUNE. COLLABORAZIONE, INNOVAZIONE E SPERIMENTAZIONE.
Pubblicato il: 15/11/2015 su Il Giornale delle Fondazioni.
L’ITALIA RIPARTE DAI BENI COMUNI E DALLA COLLABORAZIONE CIVICA
Pubblicato il: 15/04/2015 su Il Giornale delle Fondazioni.
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labsusCASI BENI COMUNI PATTI E BENI COMUNI
GeoAttivati, l’app per il Regolamento sui beni comuni e i patti di collaborazione
Angela Gallo su LabSus
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democraziaoggiAntonello Cabras, il filantropo
Amsicora su Democraziaoggi.
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eddyburgSOCIETÀ E POLITICA »CAPITALISMO OGGI» CRITICA
Neoliberalismo, l’ideologia alla radice di tutti i nostri problemi
di George Monbiot su eddyburg .
«Un articolo di George Monbiot sul Guardian rintraccia le origini e lo sviluppo di quella teoria neoliberale che dagli anni ’80 ha pervaso le nostre società. Il trionfo del neoliberalismo riflette anche il fallimento della sinistra ». vocidall’estero, 15 aprile 2017 (c.m.c.)
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Globalizzazione, robot e donne: perché cresce la disoccupazione
di Nicola Costantino* su FabbricaFuturo.
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welfare culturale

forumpa il pensatore
APPUNTI PER UNA DEFINIZIONE DI WELFARE CULTURALE

di Pier Luigi Sacco, su Il Giornale delle Fondazioni

Il lavoro corale sul termine avviato dal Giornale delle Fondazioni si arricchisce con Pier Luigi Sacco, uno dei primi ad avere acceso nel nostro paese riflessioni sulla relazione tra economia civile ed economia della cultura. I suoi primi contributi in Italia sul tema risalgono al 2011, dal progetto di candidatura di Siena a Capitale Europea della Cultura, che tra i temi cardine aveva lo sviluppo della relazione virtuosa tra partecipazione culturale attiva e ben-essere. Cosa significa oggi parlare nel nostro paese di processi di cultural welfare based, tema che si riscontra in numerosi documenti programmatici di sviluppo locale?
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Il termine ‘welfare culturale’ sta acquistando una certa popolarità nel dibattito italiano sulle politiche culturali, che sembra avere sempre bisogno di parole chiave da utilizzare come passepartout comunicativi, ma che non sempre esprime una sufficiente attenzione verso il loro senso e soprattutto i loro presupposti concettuali.
Nel caso del welfare culturale, questo pericolo è particolarmente serio. L’accostamento tra welfare e cultura è sicuramente accattivante, ma un uso troppo disinvolto di questa terminologia può facilmente finire per svuotarla di senso, depotenziando così una sfera di azione che al contrario può acquistare grande significato nelle politiche future, culturali e non solo, a livello italiano, europeo e globale.
Parlare di welfare culturale vuol dire, in ultima analisi, inserire in modo appropriato ed efficace i processi di produzione e disseminazione culturale all’interno di un sistema di welfare e quindi farli diventare parte integrante dei servizi socio-assistenziali e sanitari che garantiscono ai cittadini le forme di cura e accompagnamento necessarie al superamento di criticità legate alla salute, all’invecchiamento, alle disabilità, all’integrazione sociale e a tutte le problematiche a cui si associa il riconoscimento di un dovere di tutela sociale.
In una prospettiva di welfare culturale, inoltre, acquista grande importanza il tema della prevenzione e dell’attenzione agli stili di vita, in linea con una concezione della salute intesa non come assenza di patologie, ma come piena capacità di espressione individuale basata su un’armonia eudaimonica tra mente e corpo che si traduce anche in una resilienza rispetto agli stressori ambientali. La ricerca recente mostra chiaramente come le situazioni di disagio sociale ed economico, già a partire dall’infanzia, abbiano una forte valenza patogena, ancora largamente sottovalutata, che richiede di essere affrontata anche attraverso approcci complementari particolarmente sensibili alla dimensione psico-somatica, come appunto quelli centrati sugli effetti neuro-endocrini delle esperienze culturali.

Per quanto semplice nella sua formulazione più immediata, la nozione di welfare culturale è piuttosto complessa nella sua declinazione sia concettuale che pratica, in quanto le condizioni di funzionamento e sostenibilità dei sistemi di welfare e i tanti dilemmi di policy ad esse associati, rappresentano uno dei temi più difficili, controversi e dibattuti delle scienze e delle politiche sociali contemporanee.
I temi del welfare culturale riguardano con uguale forza e rilevanza i professionisti che lavorano all’interno del sistema socio-sanitario Il tema del burnout del personale , tutte le delicate questioni relative alla costruzione della relazione medico-paziente e all’umanizzazione del rapporto di cura e quindi lo sviluppo delle competenze socio-psicologiche necessarie all’efficace esercizio delle professioni della cura sono campi elettivi nei quali un approccio a base culturale può dare risultati importanti, come testimonia il rapido, importante sviluppo delle medical humanities.

La ricchezza delle esperienze e delle sperimentazioni in corso nel nostro Paese crea in questo senso le condizioni per un salto di qualità che può posizionarci sulla frontiera delle esperienze europee, ma perché ciò accada si richiede uno sforzo preciso ed efficace soprattutto in termini di integrazione tra politiche culturali e socio-sanitarie che diano alle esperienze in corso le necessarie basi di solidità e continuità. E ciò implica anche che i temi dell’alta formazione e del lifelong learning, non limitato alla sfera tecnica ma centrato anche sulle competenze socio-relazionali, vadano di conseguenza considerati non come un aspetto complementare e fungibile, ma come un pilastro del percorso formativo e di aggiornamento dei professionisti della cura.

Alla base di una corretta impostazione del tema c’è quindi una precisa, seria riflessione sulle condizioni che permettono ai processi di produzione e disseminazione culturale di offrire soluzioni concrete alle problematiche tipiche del welfare. Un intervento appropriato non può quindi che prendere le mosse da una consapevolezza delle basi scientifiche e dei risultati della ricerca che studia le relazioni tra partecipazione culturale e salute, benessere psicologico, coesione sociale, empowerment individuale e sociale, e così via.
Promuovere semplicemente iniziative di animazione culturale in ambiti che coinvolgono soggetti vulnerabili, deboli o marginali non è quindi una condizione sufficiente per poter parlare di welfare culturale. Tali forme di animazione esistono da decenni se non da secoli, ma se non sono inserite all’interno di una precisa strategia di soluzione a problematiche specifiche di welfare, soprattutto ora che stanno sviluppando una progettualità e un respiro comunitario senza precedenti, rischiano di non esprimere pienamente il loro potenziale e di esaurire nel tempo la loro spinta innovativa senza riuscire a sedimentarsi profondamente nel tessuto sociale ed istituzionale del nostro Paese. Non possiamo quindi accontentarci di una collezione di esperienze meritorie per parlare ipso facto di welfare culturale come di una realtà già pienamente realizzata: l’effetto pratico sarebbe infatti quello di dare il messaggio che, di fatto, il welfare culturale esiste già ed è soltanto uno dei tanti modi in cui si possono definire delle forme tutto sommato note o addirittura convenzionali di iniziativa culturale ed artistica.
Per parlare di welfare culturale occorre quindi considerare progetti ed iniziative che arrivino a coinvolgere in modo esplicito e consapevole anche i soggetti istituzionali che fanno parte del sistema del welfare – aziende sanitarie, amministrazioni locali, centri e organizzazioni di assistenza e di cura, e così via. E nella misura in cui, come è possibile e prevedibile, tali soggetti non si mostrino sufficientemente sensibili e reattivi agli stimoli che arrivano dall’innovazione sociale dal basso, diventerà necessario dirigere almeno in parte la spinta trasformativa di quest’ultima proprio verso lo sviluppo di modalità di coinvolgimento efficace delle realtà istituzionali stesse.
Occorre anche che tali iniziative siano concepite e implementate con una logica di programmazione che sia integrata e interfacciabile con tutti i processi in cui si esplica il funzionamento dei sistemi di welfare e che assumano in modo sempre più chiaro ed esplicito lo status di terapie complementari, da inserire all’interno di una visione olistica della cura, con il supporto di una base di sperimentazione clinica e di best practices sempre più ampia e solida.
Si comprende quindi come il passaggio decisivo, da questo punto di vista, sia quello di legittimare le forme di progettualità culturale più efficaci allo scopo come parte integrante della missione di tali istituzioni, piuttosto che come iniziative marginali ed occasionali di carattere residuale, dal punto di vista delle risorse umane, finanziarie e materiali.
In questo momento sarebbe eccessivo immaginare che tutto possa avvenire nell’immediato, ma per quanto sia necessario procedere per gradi bisogna essere consapevoli del fatto che senza una progettualità ambiziosa e orientata da una visione di lungo termine non è possibile nemmeno uno sviluppo organico delle iniziative di breve termine (basta pensare a quanto influiscano oggi sulla nostra quotidianità sfide secolari e centrali per le tematiche del welfare culturale come le migrazioni, l’invecchiamento attivo o le trappole di povertà socio-educativa).

Gran parte delle sperimentazioni e delle ricerche che danno fondamento a una visione matura e compiuta di welfare culturale sono molto recenti e tuttora in corso di svolgimento, e quindi, in un certo senso, possiamo dire che, per quanto riguarda il welfare culturale, il futuro si costruisce ora o semplicemente non si costruisce.
E’ quindi fondamentale che le esperienze pilota siano portate all’attenzione delle istituzioni, della società civile, e degli stessi professionisti dell’arte e della cultura che in questa fase possono giocare un ruolo fondamentale nel condure sperimentazioni che amplino significativamente il repertorio di pratiche ed esperienze da mettere a frutto con il progressivo aprirsi di spazi concreti di lavoro in questo ambito.
Sarebbe peraltro sbagliato pensare che, per quanto il percorso sia ancora in una fase embrionale, le esperienze finora condotte nel campo siano rare e frammentarie. Al contrario, si tratta come già osservato di un repertorio di esperienze ricco e consolidato in molti ambiti in continua crescita, ma ancora non abbastanza conosciuto. E in particolare l’Italia, rispetto ad altri paesi nei quali l’approccio si è diffuso più precocemente e con maggiore riconoscimento istituzionale come ad esempio la Finlandia, presenta in particolare una notevole vivacità di iniziativa dal basso e una forte carica di innovazione sociale, aspetti che invece nei paesi nordici, dove pure la prospettiva del welfare culturale è ormai abbastanza radicata, sono relativamente trascurati a vantaggio di un approccio top-down, tutto centrato sull’iniziativa pubblica, ma proprio per questo relativamente rigido e burocratico.
L’Italia potrebbe quindi configurarsi come un paese leader a livello europeo, e forse anche globale, proprio in quanto nodo di sperimentazione e di innovazione dal basso, alla luce di una ritrovata alleanza terapeutica tra chi cura e chi è curato, centrata sulla riscoperta della dimensione di senso insita in un approccio eudaimonico alla salute, che viene appunto esaltata dall’esperienza culturale.
Un ulteriore passaggio decisivo è poi quello della creazione di una reale piattaforma di dialogo, scambio e co-progettazione tra professionisti dell’arte e della cultura e professionisti ed esperti della sanità e dell’assistenza sociale. E’ un tema spinoso e denso di difficoltà, in quanto richiede il superamento di forti barriere linguistiche e concettuali da ambedue le parti.
Dal punto di vista della cultura, l’intervento in ambito socio-sanitario potrebbe essere visto da alcuni come un esito riduttivo rispetto alle forme tradizionali di sviluppo e legittimazione della propria professionalità creativa, come una sorta di soluzione di ripiego rispetto agli obiettivi e alle tappe canoniche del processo di legittimazione ‘interno’ alle istituzioni del rispettivo sistema culturale – anche se sarebbe sufficiente fare attenzione a quanto è accaduto negli ultimi anni nei migliori dipartimenti educativi delle istituzioni culturali italiane per rendersi conto di quanto tale punto di vista rifletta una sostanziale, grave miopia rispetto alla realtà dei fatti. Dal punto di vista della sanità e del servizio sociale, viceversa, la progettualità culturale potrebbe essere considerata come una attività palliativa, marginale, sganciata dal nucleo delle azioni e delle competenze realmente necessarie per la realizzazione efficace dei servizi di cura ed assistenza che sono al centro della missione dei sistemi di welfare.
Per superare queste reciproche riserve mentali, che possono facilmente produrre incomprensioni gravi e quindi compromettere anche l’efficacia delle azioni meglio progettate, occorre quindi in primo luogo un lavoro fondazionale che non si rivolga soltanto ai soggetti destinatari dei servizi, ma in primo luogo agli operatori stessi e fornisca questi ultimi delle nozioni e delle skill necessarie per un’integrazione piena delle nuove pratiche all’interno della propria sfera di competenza e responsabilità professionale.

Non commettiamo quindi l’errore tipico, e spesso fatale, di tante, troppe progettualità culturali, quello di anteporre le ragioni della comunicazione (in quanto forma ready made di legittimazione sociale ed istituzionale per il perseguimento di piccoli obiettivi tattici di breve termine) a quelle della progettualità e, ancora prima, della ricerca e della sperimentazione. Usiamo questa terminologia con consapevolezza e senso di responsabilità. Diamogli lo spazio e il tempo di cui ha bisogno per crescere, maturare il proprio apparato di concetti e competenze, e per trovare una sua collocazione opportuna dove può davvero fare la differenza, cioè nel cuore dei sistemi di welfare dei prossimi decenni. Per raggiungere questo scopo, occorre soprattutto lavorare, sperimentare con rigore, generosità e coraggio, e soprattutto persistere rispetto alle tante difficoltà che ci aspettano. Perché in questo caso ne vale sicuramente la pena, se crediamo in una società più inclusiva, più equa, e più capace di dare risposte di senso a qualcuna delle tante problematiche della vita umana.

Oggi giovedì 13 aprile 2017: giovedì santo

Ci vuole “spirito di servizio” a partire da chi sta più in alto.

di Franco Meloni, su Aladinews di giovedì santo del 4 aprile 2012.

Dal Vangelo secondo Giovanni 13, 4-54 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. 

La chiesa cattolica nella liturgia del giovedì santo, nella messa in coena Domini, rivive il gesto della lavanda dei piedi riportato nel testo dell’evangelista Giovanni. L’episodio è significativo di un atteggiamento di umiltà del Maestro nei confronti dei suoi discepoli e possiamo correttamente ricondurlo simbolicamente ad un atteggiamento “di servizio”, come si diceva un tempo. Ma il concetto è purtroppo in disuso, proprio nel momento in cui sarebbe salutare farvi ricorso. Riportando questo quadro nelle organizzazioni, il Maestro può correttamente simboleggiare il “superiore gerarchico” (il presidente, il rettore, il direttore, il dirigente, etc), mentre i discepoli possono rappresentare i suoi collaboratori o i cittadini-utenti tutti (qui però tralasciamo questa possibile ulteriore estensione). Perchè ci piace fare questa trasposizione, evidentemente apprezzando il gesto della lavanda dei piedi e di tutto quanto può rappresentare nel rapporto capo-collaboratori? Perchè crediamo che oggi vi sia necessità di recuperare un concetto fondamentale: chi per nomina, elezione o eredità si trovi ai vertici di un’organizzazione, sia essa un’impresa, una pubblica amministrazione, un’associazione, una famiglia o quant’altro, deve sentirsi e comportarsi non come un padrone al di sopra di tutto e di tutti, ma piuttosto come titolare di una funzione di servizio verso la stessa organizzazione e la società in generale. Al contrario, purtroppo, si verifica troppo spesso che chi si trova in posizioni di comando in un’organizzazione pensa di poterne disporre a suo piacimento, quasi come l’avesse “vinta al lotto” e si comporta nei confronti dei collaboratori adottando lo schema padrone-servo.  E invece oggi più che mai abbiamo bisogno di “spirito di servizio”, che si traduce in disponibilità all’ascolto, rispetto e valorizzazione delle persone, coinvolgimento di tutti nel perseguimento delle missioni e degli obbiettivi delle organizzazioni. Nella scala delle responsabilità in tutte le organizzazioni più si è in alto nelle posizioni gerarchiche più si ha il dovere di farsi carico dei problemi o, com’è pertinente dire nella settimana di Passione, di portare la croce.

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LocandinaSettimanaSociale2017JENNIFER NEDELSKY: LAVORO “PART TIME” PER TUTTI
La provocazione della filosofa canadese: “Tutti gli adulti dovrebbero fare un lavoro retribuito per un tempo da 12 a 30 ore in una settimana e al contempo 12-30 ore di lavori di cura non retribuiti”. Nedelsky, invitata a Roma dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, ha incontrato il 3 aprile i dottorandi della Lumsa, mentre il giorno seguente è stata protagonista di un incontro ospitato dalla Pontificia università San Tommaso d’Aquino (Angelicum)
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democraziaoggiI limiti delle valutazioni microeconomiche dell’impatto delle innovazioni scientifiche e tecnologiche sui sistemi produttivi
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
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Salvare i comuni da spopolamento e estinzione – Alcuni esempi concreti.
su Propositivo.eu
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labsusIn memoria di Carlo Donolo, amico di Labsus e Maestro di riflessioni sui beni comuni
Gregorio Arena – 11 aprile 2017, su LabSus
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CULTURA E LAVORO IN EUROPA: TRA LUCI E OMBRE ECCO I NUMERI
Pubblicato il 15/03/2017
di Massimiliano Zane su Il Giornale delle Fondazioni.

Oggi martedì 11 aprile 2017

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labsusPATTI E BENI COMUNI, RAPPORTI SOCIALI
Pistoia, al via il patto di collaborazione con il Comitato di quartiere Bonelle
Simona D’Andrea, su LabSus del 10 aprile 2017
È stato firmato a Pistoia il primo patto di collaborazione nell’ambito del Regolamento sull’amministrazione condivisa: il patto stipulato tra il Comune e il Comitato di quartiere Bonelle prevede la fruizione di una stanza presso lo spazio incontri “L’Argine” al fine di poter destinare la stessa ad attività di interesse per la collettività. L’utilizzo dello spazio è a titolo gratuito.
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eddyburgSOCIETÀ E POLITICA »TEMI E PRINCIPI» SINISTRA
Cambio d’epoca
di Valentino Parlato, su il manifesto ripreso da eddyburg
«La crescita di peso della finanza contribuisce alla formazione di poteri del tutto indipendenti dal lavoro vivo e che condizionano il lavoro vivo, cioè la base sociale della sinistra storica». il manifesto, 9 aprile 2017 (c.m.c.)

Perché solo la partecipazione popolare salva le nostre città

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QUARTIERE È POTERE
di Franco La Cecla, su La Repubblica 15 luglio 2012.
Quando i gay di San Francisco tra il 1980 ed il 1985 hanno cominciato ad espandersi dal quartiere di Castro a quelli vicini, la Mission Discrict abitata dai latinos, la Fillmore tradizionalmente nera, si è sentito per la prima volta parlare di “gentrification”, un neologismo che vuol dire letteralmente “imborghesimento”, essendo la “gentry” la “gente per bene”, anzi per esattezza «gente con una buona posizione sociale vicina ma inferiore a quella della nobiltà». I gay, in piena ascesa sociale allora – poco dopo sarebbe scoppiata l’Aids decimandone e impoverendone la popolazione – volevano abitare in quartieri “chic”, col verde ben curato, una buona dose di sicurezza per strada, e negozi e boutique che riflettessero il loro gusto quello “slick” che in italiano significa un po’ “leccato”. I neri e i latini reagirono e a volte violentemente. L’Aids bloccò tutto, ma verso la fine del secolo apparvero nuovi ricchi, i “dot.com”, i giovani di Silicon Valley che avevano fatto un sacco di soldi con la rivoluzione informatica. Comprarono le case della Missione di Fillmore al primo prezzo richiesto loro e uccisero per sempre quelli che erano stati i quartieri della bohème vera di San Francisco. La bolla immobiliare creata da loro fece lievitare talmente i prezzi che buona parte dei ristoranti e dei negozi, delle gallerie d’arte e dei posti che facevano musica chiusero. E la città nel suo insieme divenne un dormitorio per annoiati pendolari tra la Silicon Valley e San Francisco. Questo è un processo tipico della gentrification, secondo la definizione che la sociologa Ruth Glass ne diede nel 1964, una invasione dei quartieri della working class da parte delle classi medie. Ne rimane fuori però la molla scatenante. Perché i “borghesi” vogliano trasferirsi in un quartiere un po’ malandato e popolare ci vuole l’effetto che solo recentemente – una decina di anni fa – è stato definito “creative city”. La borghesia è attirata dalla vitalità dei quartieri più poveri, ma creativi, quelli dove ci stanno ancora i posti in cui si mangia bene, l’atmosfera è informale e per le strade c’è gente, artisti, musicisti, giovani, nullafacenti, e gente che si inventa maniere di vivere un po’ diverse o le ha per tradizione. A Parigi può essere la zona di Menilmontant o di Barbes, a Roma la Trastevere di un tempo e il Pigneto di oggi, a Milano via Paolo Sarpi o il quartiere Isola. Ma la borghesia alla fine detesta proprio i motivi per cui è attirata da un quartiere: vuole i locali, ma poi non vuole essere disturbata nel sonno, vuole l’animazione, ma non vuole vederne troppa, vuole la multietnicità, ma ne ha paura. E allora l’effetto “creative city” si trasforma presto in città dormitorio. La gentrification finisce per uccidere ciò che ama. È quello che sta succedendo a Berlino, non solo nel quartiere molto vivo di Kreuzberg, tradizionalmente uno dei più poveri della ex Berlino Ovest, ma in tutti i quartieri della ex Berlino Est come Mitte che fino a poco tempo fa erano considerati “limite” dove affitti bassi, difficoltà di accesso ed una popolazione mista di immigrati e giovani anarchici e post-hippie avevano inventato una maniera di vivere piuttosto sperimentale. Il Guggenheim finanziato dalla BMW voleva installare a Kreuzberg una architettura provvisoria ideata dall’atelier Bow-Wow e i propri laboratori ma questo ha suscitato le proteste della popolazione che vi vedeva una mossa da “gentrification”. Alla fine le proteste hanno avuto successo – niente architettura provvisoria, ma un laboratorio fiume da oggi al 25 luglio su “Come fare le città”, con dentro tutte le tematiche scottanti, gentrification, smart cities, partecipazione, governance. A Berlino si sente che il successo della città delle gallerie d’arte e della mondanità ha ucciso la parte più dark, trasgressiva, underground della città. La città attira il turismo in cerca di posti trendy, ma si trasforma in un posto sempre più per bene. Se questo è un esempio del problema però è vero che le cose spesso sono più complicate. Uno dei casi tipici è Barcellona, la Barcellona di fino a sei anni fa, di quando tutti i giovani europei volevano andarci a stare, una zona franca di libertà, simpatia, convivialità e pazzia. L’origine era il modo con cui la città aveva affrontato il dopo-Franco, dandosi una configurazione pensata proprio in funzione di un rilancio internazionale. Un grande sindaco, un gruppo geniale di architetti avevano “risanato” il centro storico, luogo di una secolare miseria, ma anche di una intensissima vita popolare, avevano creato un lungomare ed una spiaggia, interrato le arterie di grande traffico, offerto alle imprese immobiliari l’occasione di costruire, se provvedevano anche al decoro degli spazi pubblici. Ovviamente si trattava di “gentrification” e una parte della gente – dei poveri – che abitavano nel centro storico se ne dovettero andare, non perché cacciati via, ma perché il costo della vita si era improvvisamente quintuplicato. L’effetto è stata una Barcellona bella, internazionale, ma che consumava ad un ritmo veloce proprio i valori che propagandava: la convivialità distrutta dall’arrivo di troppi turisti, la vita di quartiere devastata dai nuovi compratori, i tradizionali luoghi di ritrovo trasformati in “tiendas” chic e care. Chi ha sbagliato? Tutti e nessuno: la gentrification risponde all’esigenza di rendere le città più vivibili, meno degradate, ma è vero che questo processo di upgrading inevitabilmente elimina le opportunità che un quartiere povero e popolare offre a chi ci sta. La “bohème” o come la chiamano oggi i comunicatori “la creative city” ha sempre attirato quelli che pensano di poterla comprare, ma che non dormirebbero mai nella soffitta di Mimì. È la dialettica tra rinnovamento urbano e conservazione sociale, una dialettica difficile da gestire in modo che non si trasformi in un meccanismo distruttore. Josip Acebillo, l’architetto geniale che di Barcellona è l’inventore, sa di avere creato un po’ un mostro che alla fine è crollato con l’esplosione della bolla immobiliare. Eppure viene chiamato a ripetere l’esempio Barcellona a Singapore, in Russia, negli Emirati. E oggi come non mai il verbo delle “creative cities” e delle “smart cities” non fa altro che inventare altre definizioni per una questione che rimane aperta. “Smart city” sarebbe una città “eco-sostenibile”, “socialmente innovativa”, “partecipativa”, che ha risolto i problemi della mobilità e quelli della conflittualità e che ha un governo misto pubblico-privato. Tutto molto interessante, ma il verbo rimane sempre innovazione e questa spesso si scontra con i valori prodotti da chi già ha abitato la città, rendendola un posto bello e vivibile. Le città sono creative e furbe se mantengono quel condensato di vita sociale informale e autoprodotta che soltanto i quartieri ad alta densità – rapporti vis-à-vis, botteghe artigianali, bambini che giocano per strada, presenza di anziani fuori dalla porta, mercati e cibo all’aperto, panni stesi ad asciugare – possono assicurare. Shanghai e Pechino sono l’esempio di come il potere centrale e il nuovo vangelo dell’arricchimento condanna proprio gli “utong” e gli “shikumen”, i vicoli e le strade della Cina conviviale e popolare. E nello stesso tempo cancella quello che invece riconosce come un patrimonio, almeno dal punto di vista turistico. Che soluzioni ci sono? Probabilmente una ridefinizione di “rinnovamento urbano” che tenga conto della necessaria componente di compattezza e densità sociale. Anni fa mi ero battuto perché qualcuno calcolasse il valore aggiunto prodotto dall’abitare bene – socialmente, collettivamente – un posto. La gentrification è attirata proprio da quel valore, da quella che io chiamo “Mente Locale” la relazione di identità tra abitanti e luoghi dell’abitare. È questa la ricchezza prodotta da una città che non deve essere spazzata via dalla gentrification.
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FRANCO LA CECLA
15 luglio 2012 Archivio La Repubblica online.

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- Gentrification a Cagliari, nel quartiere di Villanova.
MAURIZIO MEMOLI – ALBERTO PISANO – MATTEO PUTTILLI. GENTRIFICATION E COSMOPOLITISMO A CAGLIARI: IL QUARTIERE DI VILLANOVA
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Gentrification: se ne parlò anche a Cagliari.

Oggi domenica 9 aprile 2017

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democraziaoggiLe primarie della risacca
Norma Rangeri – Il Manifesto 4.4.2017, ripreso da Democraziaoggi.
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gentrify-thisL’INCHIESTA
Movimenti europei contro la «gentrificazione»
Diritto alla città. Un numero crescente di cittadini di diversa estrazione sociale subisce un’espulsione fisica e simbolica dalle città. I quartieri sono investiti dalla speculazione immobiliare e finanziaria. In tutta Europa nascono movimenti che si ibridano con quelli per il diritto all’abitare. Un’agenda per rigenerare il patrimonio immobiliare, per la decrescita del turismo di massa, moratorie anti-sfratto, politiche anti-austerity.
Sandra Annunziata su il manifesto del 28 ottobre 2016. - segue –

L’Osservatorio Beni Comuni incontra il Comune di Cagliari

img_5696Resoconto dell’incontro del 5 aprile 2017
In data 5 aprile (dalle 12 alle 13.30) presso gli uffici dell’assessorato comunale all’Urbanistica e Pianificazione strategica, l’assessora Francesca Ghirra e il presidente della commissione Urbanistica Matteo Lecis Cocco Ortu hanno ricevuto una delegazione dell’Osservatorio Beni Comuni della Sardegna (sezione di Cagliari) composta da Maria Teresa Arba, Paolo Erasmo, Franco Meloni, Stefano Meloni, Gianni Pisanu. L’incontro verteva principalmente sul “Regolamento amministrazione condivisa beni comuni urbani” di cui la nostra città è allo stato priva. Come era ovvio l’incontro si è esteso a una serie di altre problematiche connesse.
Di tutto diamo conto nel presente comunicato stampa.
Preliminarmente segnaliamo il clima di cordialità dell’incontro e la disponibilità da parte dell’assessora Ghirra e del presidente Lecis Cocco Ortu, i quali, impegnandosi per la loro parte istituzionale, hanno sottolineato come l’argomento ricade per competenza sull’intero Consiglio comunale e anche su altri assessorati (Patrimonio, Cultura, Servizi sociali…). E’ pertanto necessario che a questo primo incontro ne seguano altri con i soggetti titolari ai diversi livelli e specificità della problematica che sinteticamente riconduciamo alla “partecipazione popolare, in applicazione dell’art. 118 della Costituzione della Repubblica”. Il primo appuntamento sarà con la Commissione consiliare per lo Statuto e i regolamenti che sta discutendo della redazione del “Regolamento quadro degli istituti di partecipazione” che dovrà essere sottoposto all’approvazione del Consiglio comunale.
Di seguito ulteriori dettagli delle questioni affrontate nell’incontro. - segue -

Maurizio Sacripanti a Cagliari… della scuola popolare e del centro sociale

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Maurizio Sacripanti, architetto, a Cagliari, venerdì 24 marzo 2017
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ape-innovativa Intervento di Franco Meloni.
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