Lavoro per il Lavoro

Messaggio dei Vescovi sardi per un impegno corale per risollevare le sorti della Sardegna. Un pressante appello ai cattolici perché si impegnino in politica

ces-carta-geoLavoro: vescovi sardi, “si creino tutte le condizioni per favorire la piena occupazione” soprattutto dei giovani. Molti i temi affrontanti, tra i quali il Reis, del quale viene richiesto un miglioramento per contrastare la crescente povertà e un impegno più deciso per i migranti. Infine un passaggio chiave del messaggio: un pressante appello ai cattolici perché si impegnino in politica. 29 ottobre 2018 – MESSAGGIO
Politica: vescovi sardi, “cattolici siano disponibili a candidarsi. Dottrina sociale patrimonio per una fattiva costruzione del bene comune”
“Come vescovi siamo chiamati a ribadire la necessità di un impegno incessante delle istituzioni politiche affinché si creino tutte le condizioni atte a favorire la piena occupazione”. Lo scrivono i vescovi delle diocesi sarde in un messaggio diffuso ad un anno dallo svolgimento a Cagliari della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani. “Nella nostra responsabilità di vescovi – affermano – riteniamo opportuno e doveroso intervenire per richiamare le nostre Chiese, ma anche le Istituzioni politiche e sociali, nonché tutte le persone di buona volontà, a non lasciar cadere nel vuoto le sollecitazioni e le proposte emerse in quell’occasione”. Tra le preoccupazioni individuate, c’è “anzitutto il persistere della crisi occupazionale, sia con riferimento al lavoro che si sta perdendo – resta importante la ricorrente verifica sulla utilità e la valorizzazione delle industrie – e a quello esistente, quando precario, insalubre, non adeguatamente retribuito, sia per quanto attiene il non semplice ingresso dei giovani nel mercato del lavoro”. E se “il lavoro è necessario non solo come mezzo di sussistenza ma anche come condizione imprescindibile per conferire dignità alla persona umana”, i vescovi sottolineano che “il mercato del lavoro in Sardegna continua ad essere caratterizzato da minori opportunità lavorative per gli individui più qualificati”. “Il lavoro – ammoniscono – va assicurato a tutti come via di piena realizzazione personale e integrazione sociale”. In particolare, i vescovi chiedono che “si agisca per favorire l’occupazione dei giovani sardi”. [segue]

Incontro-dibattito sul Lavoro del 5 ottobre 2018: gli interventi

costat-logo-stef-p-c_2demasi-renato-da-foto-varie
I contributi già pubblicati (in forma sintetica):
pubusa-al-conv- Andrea Pubusa;
5603ef31-8680-4df7-ba4a-cf00e8ab07eb- Luisa Sassu;
767845de-453f-4c68-be83-1aad0b71f8ac- Gabriella Lanero;
silvano-tagliagambe-1- Silvano Tagliagambe;
gianfranco-sabattini-conv-5-ott18
- Gianfranco Sabattini; – Gianna Lai. c98ccea8-615e-4836-9067-a7e9dde7613f
————————————————-———–

Domani

La diocesi di Cagliari chiama a raccolta per “Animare i territori, alimentare la speranza”. Incontro-confronto a Cagliari, sabato 20 ottobre ore 9:15, Aula Magna Seminario Arcivescovile.
upsl-cagliari-20-ottobre-2018

Per prepararci al Laboratorio su Lavoro & Reddito di Cittadinanza

redditocittadinanza
william_gropper_-_construction_of_a_dam_1939
rooselvetfdr_1944_color_portrait-tif- Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt: https://it.wikipedia.org/wiki/New_Deal – Il riferimento al New Deal fatto dal ministro Paolo Savona nella seduta della Camera dei deputati sul DEF dell’11 ottobre scordo (Youtube del 12 ottobre 2018).
——————————————–
giuseppe_di_vittorio- Il piano del lavoro della Cgil di Giuseppe Di Vittorio: http://www.casadivittorio.it/cdv/wp-content/uploads/2012/10/34p14-15.pdf
——————————–

Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Gianfranco Sabattini.

costat-logo-stef-p-c_2demasi-renato-da-foto-variegianfranco-sabattini-conv-5-ott18
lampadadialadmicromicro Con il contributo di Gianfranco Sabattini proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì 5 del corrente mese, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
————————————-
Reddito di cittadinanza o riduzione del tempo di lavoro?

di Gianfranco Sabattini*

Nel recente “Incontro dibattito” sui problemi del lavoro svoltosi a Cagliari il 5 ottobre scorso, il Professor Domenico De Masi, autorevole docente di Sociologia del Lavoro, ha tenuto una dotta relazione sull’evoluzione che ha subito nel tempo il concetto e la funzione del lavoro, giungendo sino ai nostri giorni. Con riferimento al nostro tempo, De Masi ha posto in risalto come oggi la “questione del lavoro” si ponga in termini radicalmente diversi rispetto al passato, in quanto mai, prima di oggi, si era presentato il fenomeno della crescita e dello sviluppo senza lavoro.
Il fenomeno, com’è noto, e De Masi lo ha evidenziato a chiare lettere, è originato dal fatto che il mondo contemporaneo è caratterizzato, a causa del progresso scientifico e delle continue innovazioni tecnologiche, da una crescita continua della produzione materiale e immateriale, cui corrisponde una “distruzione” di posti di lavoro, con il conseguente dilagare di una disoccupazione strutturale irreversibile.
Data questa tendenza, secondo De Masi, sul piano della politica del lavoro, occorrerà contrastare la distruzione” dei posti di lavoro, innanzitutto attraverso la riduzione dell’orario di lavoro che dovrà verificarsi parallelamente all’aumentare della produttività; in secondo luogo, ai lavoratori che perderanno il lavoro dovrà essere corrisposto un sussidio di sopravvivenza, che potrà assumere la natura di un “reddito di cittadinanza”, limitato ai soli disoccupati e condizionato per il tempo necessario ad essere reinseriti nel lavoro (se lo troveranno), previo un corso di riqualificazione professionale (in pratica, un reddito di cittadinanza ridotto a semplice “reddito di inclusione di stampo welfarista.
Ciò che della relazione di De Masi stupisce maggiormente è il fatto che la situazione attuale del mercato del lavoro sia presentata quale esito naturale immodificabile del modo di funzionare capitalistico delle moderne economie industriali. La sua proposta circa il modo di governare le problematiche attuali di tale mercato attraverso la riduzione del tempo di lavoro, prescindendo dalla prefigurazione di un possibile progetto di futuro volto a conformare la distribuzione del prodotto sociale a un processo produttivo in continua espansione associata ad una crescente disoccupazione strutturale, ricade totalmente e contraddittoriamente all’interno della logica capitalistica, che rende il contrasto alla crescente disoccupazione pressoché inefficace.
Più efficace, in quanto reale alternativa alle forme tradizionali di governo del mercato del lavoro, è la proposta fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato (irriducibile a qualsivoglia forma di reddito di inclusione o di sussidio alla disoccupazione). Il reddito di cittadinanza correttamente inteso, tra i sociologi del lavoro e molti economisti, non gode (almeno nel nostro Paese) di buona fama; non perché non sia uno strumento che, prima o poi, certo non fra molto tempo, sarà gioco forza accettare come rimedio alle procedure tradizionali obsolete con cui, all’interno delle società industriali contemporanee, si procede alla distribuzione dl prodotto sociale.
Attualmente, il reddito di cittadinanza, così com’è stato introdotto in Italia, privo del ruolo e delle finalità per cui è stato pensato e formalizzato, non è altro che una “misura” di politica economica inquadrabile all’interno del modello di welfare State, nella forma oggi vigente, ridotta a strumento erogante prevalentemente servizi caritatevoli di beneficenza, con l’unico scopo di contenere e “gestire” il crescente fenomeno della povertà.
Su tutti gli aspetti del reddito di cittadinanza correttamente inteso e della sua possibile e necessaria istituzionalizzazione in funzione della lotta contro il fenomeno alla disoccupazione strutturale irreversibile e di quello della povertà (propri dei sistemi sociali economicamente avanzati), ci si può informare consultando la ricca letteratura esistente. E’ importante, invece, svolgere qualche considerazione (a margine della relazione di De Masi) sulla possibilità di contrastare la disoccupazione strutturale attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, che è stato poi il tema sul quale si è svolto il convegno sul problema del lavoro nell’ottobre dello scorso anno e anche quello dell’incontro dibattito del 5 ottobre di quest’anno.
Il titolo (lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) del convegno dello scorso anno (riproposto anche nella locandina dell’incontro dibattito di quest’anno) è sicuramente coinvolgente e accattivante, ma le difficoltà delle moderne economie industriali avanzate di creare nuovi posti di lavoro, di sconfiggere la disoccupazione e la povertà sono per loro natura troppo prosaiche, per lasciare spazio all’emotività che può essere tratta dal riferimento a slogan estetizzanti.
Da una robusta schiera di studiosi, che hanno poi ispirato lo slogan, tutti di orientamento di sinistra, quali, in particolare, Guy Aznar, Claus Offe e André Gorz, la lotta alla disoccupazione è stata ritenuta possibile solo attraverso una “riduzione dell’orario di lavoro”. Secondo questi autori, un reddito sociale, quale sarebbe il reddito di cittadinanza universale e incondizionato, svincolato dall’”unità indissolubile” che, secondo loro, deve sempre esistere tra diritto al lavoro e diritto al reddito, rientrerebbe nel novero dei palliativi di qualsiasi politica pubblica che fosse intenzionalmente diretta a proteggere i lavoratori (e i poveri) dalla decomposizione della “società del lavoro”, senza però promuovere una dinamica sociale in grado di aprire loro prospettive di emancipazione.
La contrazione continua dell’occupazione e il continuo aumento della povertà imporrebbero, perciò, la necessità di distinguere le “misure”, per loro natura temporanee, di qualsiasi politica pubblica finalizzate a lenire il disagio della disoccupazione e della povertà, dalla politica di riduzione continua dell’orario di lavoro, fondata sul tempo liberato dalla produttività crescente e sulla continua crescita del prodotto sociale.
Qual è il senso della proposta di Gorz, Offe e Aznar? Se tutti lavorassero sempre meno per effetto dell’aumentata produttività – essi affermano – significherebbe che tutti, oltre a lavorare, vedrebbero aumentare la quantità di tempo libero a disposizione che, opportunamente utilizzato, consentirebbe di porre fine all’esistente “società duale” (caratterizzata dalla compresenza di occupati, da un lato, e di disoccupati e poveri, dall’altro lato) e di creare una società caratterizzata dalla compresenza del lavoro determinato dalle esigenze funzionali del sistema economico e dal lavoro orientato allo svolgimento di attività autodeterminate, suggerite dalla condivisione di valori non riconducibili a quelli propri del mercato.
In questo modo, secondo Gorz, Offe e Azar, sarebbe possibile realizzare un’organizzazione del sistema sociale in cui tutti potrebbero lavorare sempre meno, sempre meglio (per via dell’aumento delle attività autodeterminate), pur continuando a conservare (e possibilmente a migliorare) il proprio tenore di vita. A differenza dei sistemi sociali che scegliessero di istituzionalizzare un reddito di cittadinanza universale e incondizionato per contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà, i sistemi sociali che scegliessero, invece, la riduzione dell’orario di lavoro verrebbero a dotarsi di automatismi di controllo e di gestione preventivi della disoccupazione e, indirettamente, della povertà.
Secondo gli autori che sostengono questa tesi, la realizzazione di un sistema sociale “rivitalizato” sulla base della riduzione dell’orario di lavoro, non porrebbe problemi particolari sul piano macroeconomico; la difficoltà, secondo loro, consisterebbe nel trasportare sul piano microeconomico ciò che, dal punto di vista dell’economia nel suo insieme, non presenta contraddizioni. Se la riduzione della durata del tempo di lavoro è concepita non come “misura” di una politica pubblica a sostegno della disoccupazione, ma come una “politica di rivitalizzazione” del sistema sociale, essi affermano, la lotta contro la mancata disponibilità di un reddito non sarebbe tanto condotta attraverso una riduzione meccanica del tempo di lavoro, ma attraverso l’inserimento nel governo della dinamica del mercato del lavoro, di un processo che richiede, si, sempre meno lavoro, ma che crea ricchezza sempre in condizioni di equilibrio del sistema economico.
Dal punto di vista microeconomica, secondo Gorz, Offe e Aznar, le economie di tempo di lavoro si tradurrebbero, per le imprese che le realizzano, in economie sui salari; e sebbene si possa pensare che, dal punto di vista macroeconomico, un’economia che, utilizzando sempre meno lavoro e distribuendo sempre meno salari, debba cadere inesorabilmente nel baratro della disoccupazione e della pauperizzazione, per evitare che ciò accada, essi concludono, occorre che il potere d’acquisto del settore delle famiglie cessi di dipendere dalla quantità di lavoro che il sistema economico utilizza sulla base degli indici espressi dagli automatismi di mercato; occorre, invece, pur in presenza di un minor numero di ore lavorative prestate, che il settore delle famiglie continui a percepire, attraverso la riduzione del tempo di lavoro e l’aumento delle attività autodeterminate (rese possibili dall’aumento della produttività) un reddito complessivo (in parte, erogato dalle imprese e, in parte, erogato sotto forma di sussidio pubblico ai disoccupati e ai poveri) sufficiente a finanziare una domanda aggregata in grado di uguagliare il consumo dell’intero volume di beni e servizi prodotti.
La proposta di Gorz, Offe e Azar non può sottrarsi, però, alle considerazioni critiche che possono essere formulate riguardo a tutte le proposte fondate sull’ipotesi che il contrasto alla disoccupazione e alla povertà risulti sempre vincolato all’erogazione di un reddito condizionato all’esercizio di specifiche attività lavorative eterodirette, determinate dalle esigenze funzionali del mercato; in altri termini, la proposta di Gorz, Offe e Aznar (per lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti) non rimuove la necessità di sottrarre l’organizzazione complessiva del sistema produttivo alla logica propria di ogni modello organizzativo del sistema economico fondato sulla centralità della produzione.
Prescindendo dall’osservazione che lo slogan “lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti” manca di essere sorretto dalla dimostrazione che la contrazione del tempo di lavoro per effetto dell’aumentata produttività sia sempre sufficiente a garantire un efficace contrasto alla disoccupazione, ciò che lo slogan stesso sottende (e non potrebbe essere diversamente) è che, dopo una riduzione del tempo di lavoro, quest’ultimo continui a contrarsi; in conseguenza di ciò, tutti indistintamente godrebbero di una provvigione di tempo libero destinato a crescere, le cui forme d’impiego dovrebbero essere autodeterminate.
Ma come è possibile pensare che la crescita continua del tempo libero a disposizione possa essere “goduto” in termini autodeterminati, se la parte del prodotto sociale necessario per finanziare le attività autodeterminate deriva dalla necessità che essa risulti condizionata dalla logica di mercato che deve sottendere la razionalità economica all’interno delle imprese che devono accettare la contrazione del tempo di lavoro e contribuire attraverso la fiscalità a finanziare i sussidi da corrispondere a chi non riuscisse a reinserirsi nel mercato del lavoro e ai poveri, senza vedere compromessi i loro obiettivi di produzione e la loro permanenza sul mercato?
E’ evidente che la riduzione del tempo di lavoro, volta a rimuovere la disoccupazione e la povertà, non riuscendo a sottrarsi alle implicazioni di una rigida conservazione dell’”etica del lavoro”, vada incontro ai limiti di ogni politica finalizzata a finanziare una spesa per il funzionamento di un welfare State come quello oggi esistente, non più in grado di contrastare la disoccupazione strutturale e la povertà.
In conclusione, occorrerà riflettere in termini molto più approfonditi sulle funzioni che il reddito di cittadinanza correttamente inteso sarà chiamato a svolgere nel mondo globale di oggi, caratterizzato dal suo lento, ma continuo, passaggio dall’”età della scarsità” all’”età dell’abbondanza”. Il governo dei problemi connessi all’allargamento continuo dell’abbondanza, della quale godono, sia pure potenzialmente i moderni sistemi economici industriali avanzati, imporrà necessariamente che i nuovi meccanismi di distribuzione del prodotto sociale siano sempre più affrancati dalla logica tradizionale della produzione, pena la mancata possibilità di risolvere i mali del mondo attuale: disoccupazione e povertà.

*Anche su Democraziaoggi.
—————-

Oggi giovedì 11 ottobre 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
———-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti———————————–
lampada aladin micromicroGli Editoriali di AladinewAladinAladinpensiero
drago-cinaINTERNAZIONALE. La Cina investe in (si prende l’?) Africa.
—————————————————–Emergenza ———–
c12aca43-1cd3-4fc8-8324-333587944314ALLARME MALTEMPO – Esprimiamo solidarietà e vicinanza alle popolazioni cosi gravemente colpite da condizioni meteo avverse. Dopo la grande sete delle passate stagioni, quando si invocava la pioggia perfino con le processioni religiose, è arrivata la grande abbondanza di pioggia con effetti catastrofici. Al momento non si registrano vittime, e questa è già una grande fortuna. I danni sono ancora da valutare ma saranno certamente di grande entità. In questi giorni non servono analisi e valutazioni sulla scarsa attenzione alle strutture viarie e al governo del territorio, ci sarà tempo per parlarne. Ora è il tempo della solidarietà e dell’aiuto materiale e morale. Dovremo sentirci uniti nel richiedere a politici e funzionari da fare quanto in loro potere per tutelare la sicurezza della gente e il ripristino di condizioni di vita migliori, appena possibile. Si comincia ad avere notizia di episodi spontanei di grande solidarietà attivate da privati (locali aperti per ospitare i viaggiatori, offerte di aiuto e servizi). I Sardi sapranno fare la loro parte. Un abbraccio a tutti.(Lettori/vt).

—————————————————————Rdc-ReI-Reis——–—-
Canea reazionaria per 780 euro agli indigenti ed altro. Che fare?.
11 Ottobre 2018

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
—————————-
005516c4-01cc-4073-80cf-0aca121f2b67lampadadialadmicromicroIn argomento un intervento del direttore di Aladinews*.
Suvvia! Il reddito di cittadinanza bollato come la rovina dell’Italia!
Intervengo limitatamente alla questione del “Reddito di cittadinanza”, associandomi allo stupore (si fa per dire) e alla stigmatizzazione di Andrea Pubusa (su Democraziaoggi) per la reazione a questa misura da parte di “istituzioni europee e internazionali, grandi gruppi editoriali e destra”, uniti in una “canea reazionaria per 780 euro agli indigenti”. Purtroppo a questi si aggiungono anche intellettuali progressisti di area cattolica, cito per tutti il prof. Leonardo Becchetti (http://www.aladinpensiero.it/?p=87954), che arriva addirittura a dare ragione a Renato Brunetta (intervistato dal quotidiano cattolico Avvenire del 28 settembre 2018.), che della manovra governativa boccia, guarda caso, soprattutto e in modo puntiglioso il “reddito di cittadinanza”, additato come sicuro responsabile della imminente rovina dell’Italia. In questo dimostrando ignoranza e malafede. [segue]

E’ online il manifesto sardo duecentosessantanove

pintor il manifesto sardoIl numero 269
Il sommario
Le bambine del ‘68 (M. Tiziana Putzolu), Turchia e dintorni. Origini del nazionalismo turco (Emanuela Locci), Stop alla proposta di legge regionale sarda sul governo del territorio, la legislatura finisce qui (Stefano Deliperi), Curare le ferite della sinistra e ripartire senza bandierine (Marco Revelli), L’epilogo malinconico della legge urbanistica (Alan Batzella e Sandro Roggio), La “dignità del lavoro” non può essere garantita dalla flessibilità occupazionale (Gianfranco Sabattini), Una brutta manovra da non sottovalutare (Alfonso Gianni), Manifesto per la 17° marcia della pace Gesturi Laconi (red), Festa dei popoli 2018 (red), La paura ha sempre un biscotto in tasca (Rita Sedda).

Il Lavoro nel XXI secolo

de-masi-jpgIl sociologo Domenico De Masi sarà a Cagliari venerdì 5 ottobre, invitato dal Comitato CoStat e da altre Entità culturali per la presentazione del suo ultimo libro “Il lavoro nel XXI secolo”. Nell’occasione sarà anche presentato il libro che raccoglie gli interventi al Convegno sul Lavoro, organizzato da CoStat e da Sardegna Europa Direct, tenutosi a Cagliari nei giorni 4-5 ottobre 2017, a cui partecipò lo stesso prof. De Masi.
0ab0b305-3b24-4d92-9327-f416ec881071
abc6769c-0101-4c80-9d88-3058f26235b7
- Approfondimenti nei prossimi giorni.

Oggi a La Collina

la-collina-14-giu-18

Lunedì 28 maggio 2018

locandina-dibattito-28-maggio-2018_001Approfondimenti -
lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazimg_4939costat-logo-stef-p-c_2-2————Avvenimenti&Dibattiti&Commenti————–
Sulle decisioni del Presidente della Repubblica: commenti su Democraziaoggi.
———–
Il gran rifiuto di Mattarella e la crisi delle democrazie
pressenza-png-pagespeed-ic-ybtsb1pofy28.05.2018 – Francesco Gesualdi, su pressenza
[segue]

Ambiente e Lavoro. Leggi anche l’Ambiente è Lavoro

img_4750
locandina-dibattito-28-maggio-2018_001
di Fernando Codonesu

Lunedì 28 maggio, alle 17.30, il Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria promuove un incontro dibattito sul tema “Ambiente e Lavoro”.
Si tratta di un tema già affrontato dal Comitato nel convegno sul lavoro del mese di ottobre 2017 che intendiamo approfondire in alcuni aspetti specifici della nostra terra, con uno sguardo sicuramente attento a ciò che si muove intorno a noi, ma anche con lo sguardo largo che viene da considerazioni più profonde sullo stato dell’ambiente del pianeta e più specificatamente delle biosfera, quello strato sottile e delicato in cui si svolgono le vicende di tutti gli esseri viventi: uomini, animali, piante.
E’ in questo strato sottile, appena 20 km di spessore intorno al pianeta, comprendendo il suolo, le profondità marine e i primi 10 km dell’atmosfera, che si nasce, si vive e si muore.
E’ questo strato delicato indispensabile alla vita sulla terra che si è formato nel corso di alcuni miliardi anni e che, soprattutto negli ultimi 300 anni, abbiamo gravemente compromesso. E’ per tale motivo che da circa 50 anni sono nati in tutto il mondo grandi movimenti, associazioni, partiti e istituzioni locali, nazionali e sovranazionali che agiscono localmente e globalmente per combattere le variazioni climatiche indotte dall’uomo e si battono per uno sviluppo sostenibile.
Al riguardo, corre d’obbligo ricordare che nel mese di settembre del 2015, presso le Nazioni Unite, è stata approvata l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. [segue]

Building trust in a changing world of work

global-dealshutterstock_66860575Il Global Deal rilancia il dialogo sociale, per un lavoro giusto, equo e dignitoso

Il rapporto “Building trust in a changing world of work”, a doppia firma Ocse-Ilo, propone impegni delle parti sociali, attività di ricerca e piattaforme di condivisione per affrontare le sfide imposte dalla globalizzazione.

Negli ultimi decenni la globalizzazione ha stimolato una crescita economica senza precedenti. Un fenomeno che, però, oltre a produrre benefici (ad esempio le milioni di persone tirate fuori dalla soglia di povertà) ha generato anche diversi effetti indesiderati. Primo tra tutti l’aumento della disuguaglianza, ostacolo per la coesione sociale e la valorizzazione del capitale umano, capace di influenzare in modo negativo la crescita stessa.
[segue]

News da CoStat

costat-logo-stef-p-c_2-2Nella riunione di ieri 9 maggio si è tra l’altro deciso quanto segue:
- formalizzazione adesione al Comitato per la riconversione della fabbrica RWM di Domusnovas;
- formalizzazione adesione al Comitato Sa die de Sa Sardinia;
- adesione all’istituzione di una giornata annuale in memoria dei martiri di Palabanda a Nuxis, nell’ambito delle celebrazioni de Sa die de Sa Sardigna (referente l’Associazione culturale Le Sorgenti di Nuxis);
locandina-dibattito-25-maggio-2018- Convegno su Lavoro e Ambiente: definizione programma e calendario (venerdì 25 maggio 2018, ore 17,30, scalette San Sepolcro, Cagliari), referente Fernando Codonesu; percorso di avvicinamento al Convegno con diffusione di documentazione pertinente, per il tramite soprattutto delle News Democraziaoggi e AladinPensiero;
- rafforzamento campagna di sostegno all’acquisto della nuova sede dalla CSS, aperta all’associazionismo democratico di base.

DIBATTITO. Jeremy Rifkin: È necessario costruire e estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale

img_5463È necessario costruire una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale. Se su questo si creasse consenso trasversale, avremmo una nuova visione capace di ispirare le prossime tre generazioni in Italia. L’opinione dell’economista americano

220px-jeremy_rifkin_2009_by_stephan_rohldi JEREMY RIFKIN
19 aprile 2018 su L’Espresso

Le elezioni del 4 marzo hanno scosso la politica italiana e l’onda sismica si è fatta sentire in tutta Europa. La maggioranza degli elettori italiani si è espressa contro la vecchia casta politica più vicina agli interessi delle lobby che a quelli dei cittadini. Il disincanto populista ormai accomuna elettori di destra e di sinistra in un acceso dibattito che riguarda non solo l’Italia, ma l’Unione europea e il mondo intero, e si aggiunge a problemi come stagnazione economica, produttività declinante, disoccupazione, diseguaglianze crescenti, e perdita di speranza per i giovani. Mentre il cambiamento climatico continua a minacciare la sopravvivenza della vita sulla Terra.

Queste elezioni impongono dunque un radicale cambiamento, ma in che senso?
———-
In un mio recente articolo su L’Espresso, osservavo che il rallentamento del Pil e l’aumento di disoccupazione e disuguaglianza sono il risultato del declino della seconda rivoluzione industriale, basata su telecomunicazioni ed energia centralizzate e sul motore a scoppio. Questa infrastruttura antiquata è ormai entrata in fase terminale in tutto il mondo. È necessario costruire e estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale (Tri) ad alto tasso di integrazione digitale, che dovrà comprendere anche una rete Internet 5G, un’Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, un’Internet della mobilità automatizzata basata su veicoli elettrici e a idrogeno, circolanti in tessuti urbani intelligenti collegati interattivamente nell’Internet delle cose (IdC). Se su questo si creasse consenso trasversale, avremmo una nuova visione capace di ispirare le prossime tre generazioni in Italia per affrontare efficacemente i problemi posti da disoccupazione, immigrazione e deficit di protagonismo delle comunità locali nei processi decisionali. Serve una radicale transizione dell’Italia verso un’economia Tri digitalizzata, intelligente.

OLTRE IL REDDITO MINIMO
Altro tema caldo è il reddito minimo condizionato all’accettazione di almeno una su tre proposte di lavoro dei Centri per l’impiego. Ma dove le si va a prendere le tre proposte di lavoro se non si creano nuove dinamiche occupazionali e professionali? Nella costruzione di un’infrastruttura Tri, che richiede decine di migliaia di posti di lavoro semi-qualificati, qualificati, e altamente qualificati per le prossime due generazioni, che non potranno essere coperti né da robot né dall’Intelligenza artificiale. Sono figure professionali nuove per settori quali l’ammodernamento della rete di comunicazione e la cablatura della banda larga universale 5G e del Wi-Fi gratuito; l’efficienza energetica di milioni di edifici pubblici e privati con l’installazione di infissi ad alta tenuta termica; una nuova infrastruttura energetica basata non più su fossili o nucleare ma sulle fonti rinnovabili (sole, vento etc) con installazione delle tecnologie di accumulo energetico; la riconfigurazione di tutta la rete elettrica in una vera e propria Internet dell’energia con contatori di nuova generazione e altre tecnologie digitali per collegare fra di loro milioni di microcentrali; la realizzazione di un’Internet della logistica e della mobilità senza conducente a guida satellitare, con milioni di sensori su “smart roads” che forniranno informazioni in tempo reale su flussi di traffico e movimenti di merci, la sostituzione del parco veicoli tradizionali con quelli elettrici e a idrogeno su strada, ferrovia e mare, con decine di migliaia di stazioni di ricarica e rifornimento di idrogeno. La creazione di questa infrastruttura dell’Internet delle Cose per una “Smart Italy” darà lavoro a centinaia di migliaia di lavoratori per i prossimi trent’anni e la riqualificazione delle figure professionali necessarie non dovrebbe richiedere più di 6-9 mesi, secondo esperienze già in corso in altre regioni d’Europa. Altrettanto bisognerebbe fare per i programmi delle scuole superiori e delle università.

QUALE LAVORO DOPO IL LAVORO
Per i prossimi trent’anni vi sarà dunque un’ultima ondata di occupazione di massa prima che la nuova infrastruttura economica digitale intelligente riduca il lavoro al lumicino perché sarà governata da algoritmi e robot. Cosa faranno allora gli esseri umani? L’occupazione migrerà verso l’economia sociale e della condivisione, e il settore “No profit” (che non significa necessariamente “No jobs”). Nell’economia no profit e della condivisione il lavoro dell’uomo rimarrà importante perché l’impegno sociale e la creazione di capitale sociale sono un’impresa intrinsecamente umana. Neanche i più ardenti tecnofili osano sostenere l’idea che le macchine possano creare capitale sociale. La gestione di ambiente, educazione, salute, attività culturali e una moltitudine di altre attività sociali, richiede l’intervento umano e non quello delle macchine. Un robot potrà portare il pranzo al bambino, ma non potrà mai insegnargli a diventare un essere umano. La sfera del no profit è già il settore a più rapida crescita in tutto il mondo. Non è solo volontariato. Uno studio su 42 paesi della Johns Hopkins University rivela che 56 milioni di persone lavorano a tempo pieno nel settore no profit. Il 15,9 per cento del lavoro retribuito nei Paesi Bassi è no profit. Il 13,1 per cento in Belgio, l’11 per cento nel Regno Unito, il 10,9 per cento in Irlanda, il 10 per cento negli Stati Uniti, il 12,3 per cento in Canada. Queste percentuali sono in costante aumento. È prevedibile che entro il 2050 la maggioranza degli occupati nel mondo sarà in comunità senza scopo di lucro, impegnate nell’economia sociale e della condivisione. Il saggio di John Maynard Keynes “Economic possibilities for our grand-children” scritto più di 80 anni fa, immaginava un mondo in cui le macchine liberano l’uomo dalla fatica del lavoro, permettendogli di impegnarsi nella ricerca del senso più profondo della vita. Questa potrebbe rivelarsi la previsione economica più azzeccata di Keynes. Ma per cogliere questa opportunità dobbiamo riqualificare la forza lavoro esistente verso il mercato dell’Internet delle Cose, e formare le persone alle nuove figure professionali che si aprono nel no profit.

MODERNIZZAZIONE, DEMOGRAFIA E IMMIGRAZIONE
È vero, serve uno sforzo erculeo, ma l’umanità ha già affrontato sfide simili in passato, come nel passaggio da uno stile di vita agricolo a uno industriale tra il 1890 e il 1940. Per affrontare questa sfida l’Italia dovrà però risolvere un problema supplementare: secondo la Banca Mondiale infatti, l’Italia è 187ma su 200 paesi come tasso di natalità. Dove reperirà le centinaia di migliaia di lavoratori per realizzare l’infrastruttura intelligente Tri nei prossimi quarant’anni se c’è questo impressionante declino demografico? Qui tocchiamo il tema caldo dell’immigrazione: per far fronte alle sue esigenze di modernizzazione, l’Italia dovrà dunque fronteggiare il declino demografico con politiche intelligenti e impedire lo spopolamento del paese. C’è poi il tema della crisi di fiducia verso la classe politica tradizionale, troppo condizionata dagli interessi di ben precise lobby economiche. Il rapporto fra l’economia e la politica deve ispirarsi a logiche nuove, sviluppate intorno alla riorganizzazione del Sogno europeo verso un’economia sostenibile e una società ecologica. Si comincia a discutere su come mettere in pratica il “principio di sussidiarietà”, punto centrale del Trattato di Lisbona, che presuppone che rimangano a livello regionale o nazionale, tutte le decisioni che non siano state devolute all’Ue.

“POWER TO THE PEOPLE”
La piattaforma digitale Tri mira a valorizzare le comunità locali in tutta Europa e a dare loro maggiore potere, perché le collega in uno spazio digitale continentale intelligente distribuito, aperto, trasparente e crea economie di scala laterali e non centralizzate, in un”effetto rete” più produttivo e creativo per l’Italia e per l’Europa, e quindi è in perfetta sinergia col principio di sussidiarietà. Questo è “power to the people”, letteralmente nel senso di energia per tutti, e anche figurativamente nel senso di potere alle persone.

Come finanziamo il passaggio all’infrastruttura digitale Tri? Le rigidità dovute ai parametri di stabilità finanziaria (rapporto debito-Pil, etc) sconsigliano l’uso di fondi pubblici ma nulla vieta di utilizzare capitali privati attraverso il nuovo strumento dei contratti Esco, che permettono alla P.A. di pagare gradualmente il finanziamento delle infrastrutture pubbliche con i risparmi di spesa determinati dalla maggiore efficienza energetica e dalle maggiori economie di scala, mantenendo il possesso delle infrastrutture in mani pubbliche anche se pagate con fondi privati.

Le recenti elezioni politiche offrono l’occasione di ripensare il futuro dell’Italia in quest’Europa rivitalizzata. L’Italia è stata a lungo la fucina delle idee per la politica europea e l’innovazione economica. Negli ultimi anni, questo ruolo guida si è un po’ offuscato. È venuto il momento del risveglio.

Traduzione di Angelo Consoli

Articoli correlati
OPINIONE
«L’Italia non sta facendo abbastanza per innovare»: parla Jeremy Rifkin
———————————————-
«È necessario costruire ed estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione industriale, come stanno facendo in Olanda, Lussemburgo e in alcune regioni della Francia». L’opinione dell’economista e saggista americano

di JEREMY RIFKIN
29 gennaio 2018
Il governo italiano ha intrapreso una serie di iniziative per stimolare innovazioni con l’obiettivo di accelerare la produttività e la crescita economica, agevolando la creazione di occupazione nell’economia.

Sebbene queste iniziative siano essenziali, esse non sono sufficienti finché la piattaforma dominante per la gestione, l’alimentazione, e la movimentazione dell’attività economica italiana rimarrà basata sulla infrastruttura della Seconda rivoluzione industriale, con le sue telecomunicazioni centralizzate, le sue energie fossili e fissili e trasporti stradali, marittimi e aerei basati sul motore a scoppio.

È vero, l’infrastruttura della Seconda rivoluzione industriale ha fornito la base per uno straordinario aumento della crescita nel XX secolo, ma quel modello ha ormai raggiunto il limite massimo della sua produttività in tutte le nazioni industriali negli ultimi 15-20 anni, e oggi determina il costante calo del Pil e un corrispondente aumento della disoccupazione.

Anche se dovessimo rimodernare l’infrastruttura della Seconda rivoluzione industriale, l’effetto sull’efficienza aggregata sarebbe estremamente limitato, e così anche sulla produttività, sulle nuove opportunità di business, sull’occupazione e sulla crescita. I combustibili fossili e l’energia nucleare sono ormai superati. E le tecnologie progettate e realizzate per funzionare con queste energie, come le reti di telecomunicazione, la rete elettrica centralizzata e le forme di trasporto basate sul motore a scoppio hanno esaurito quasi del tutto la loro produttività.

Quindi è adesso necessario costruire ed estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale, ad alto tasso di integrazione digitale, che dovrà comprendere anche una rete, Internet 5G, un’Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, un’Internet della mobilità automatizzata e digitalizzata basata su veicoli elettrici e a idrogeno, circolanti fra gruppi di edifici intelligenti collegati individualmente nell’Internet delle cose (Idc).

A tutt’oggi però l’Italia rimane fanalino di coda al 25° posto sui 28 Paesi dell’Ue nel Rapporto Desi (Digital Economy and Society Index) della Commissione Europea, che misura lo stato di avanzamento nell’economia e società digitali di ciascuno Stato membro dell’Ue. Eppure questa nuova infrastruttura intelligente diventa una priorità fondamentale nel riposizionamento dell’Italia per la transizione verso la nuova dimensione di spazio commerciale, sociale e politico pienamente integrato.

Se l’Italia riuscirà a allestire ed estendere al massimo questa nuova infrastruttura digitale verde e intelligente, riuscirà a scatenare una nuova ondata di produttività che, questa sì, continuerà a crescere nella prima metà di questo secolo.

La costruzione di questa infrastruttura coinvolgerà praticamente ogni settore per i prossimi 40 anni: le società di distribuzione di energia e elettricità, il settore delle telecomunicazioni tradizionali e via cavo, il settore dell’informazione e della comunicazione, il settore dell’elettronica, l’edilizia e l’industria immobiliare, i trasporti e la logistica, il settore manifatturiero, l’agricoltura, etc. E impiegherà milioni di lavoratori specializzati, semi specializzati e di professionisti. La nuova infrastruttura digitale italiana, a sua volta, renderebbe possibili nuovi modelli di business e nuovi tipi di figure professionali proprie del paradigma economico intelligente della nuova economia a basse emissioni di carbonio e rispettosa del clima. Il governo italiano si è impegnato a investire nella distribuzione di infrastrutture pubbliche per stimolare nuove innovazioni di business e opportunità di lavoro. Questi fondi infrastrutturali dovrebbero essere utilizzati, in parte, per erigere l’infrastruttura digitale del XXI secolo e accompagnare la transizione verso le energie rinnovabili e la mobilità verde per un’Italia intelligente.
Tre poteri pubblici nell’Unione Europea hanno sviluppato piani di Terza Rivoluzione Industriale completamente integrati e iniziative di sviluppo per accompagnare la transizione delle loro economie: la regione Hauts-de-France, il Lussemburgo e soprattutto la regione metropolitana di Rotterdam e L’Aia.

Queste tre regioni hanno stabilito una nuova pietra miliare nella governance dello sviluppo economico e sociale che riflette la natura della nuova infrastruttura della Terza Rivoluzione Industriale in corso di preparazione.
Mentre la Prima e la Seconda rivoluzione industriale sono state progettate per essere centralizzate, verticistiche, proprietarie e verticalmente integrate, la Terza rivoluzione industriale è tendenzialmente distribuita, collaborativa, aperta e crea economie di scala in modo laterale, e questo richiede una governance di tipo nuovo.

In considerazione delle nuove opportunità e delle nuove sfide lanciate da questa nuova rivoluzione tecnologica, i governi di Hauts-de-France, il Granducato di Lussemburgo e la regione metropolitana di Rotterdam e L’Aia hanno adottato strategie che hanno cambiato il ruolo tradizionale di sorvegliante e pianificatore centralizzato di un potere pubblico, facendolo evolvere in quello di un facilitatore laterale per una rete regionale di centinaia di parti interessate e impegnate in questa nuova governance, parti che vanno dai poteri pubblici alla comunità imprenditoriale, al mondo accademico e alla società civile che hanno partecipato attivamente alla preparazione di ciascuno dei progetti di sviluppo e relative tabelle di marcia.

Mentre la Prima e la Seconda Rivoluzione Industriale hanno generalmente creato una forma di globalizzazione verticalmente integrata, la Terza Rivoluzione Industriale porta la famiglia umana in un ambito più “glocal” di reti laterali distribuite – con città, regioni, stati nazionali e unioni continentali che collaborano fianco a fianco in più vaste reti globali digitali dove condividono comunicazioni a banda larga, energie rinnovabili e autonomi veicoli elettrici e a idrogeno creando una qualità di vita più ecologicamente sostenibile ed equa.

Il primo passo verso la progettazione di questa Smart Italy di Terza Rivoluzione Industriale consiste nella elaborazione di una apposita tabella di marcia per la sincronizzazione e integrazione della nuova infrastruttura digitale a livello di governo nazionale. Questo documento, a sua volta, può fornire ispirazione, incentivi, e il riferimento normativo-quadro per dare impulso alle regioni italiane affinché procedano con appositi piani locali per creare un’infrastruttura regionale smart di Terza Rivoluzione Industriale.

Lo scorso anno la Commissione Europea ha annunciato l’iniziativa “Smart Europe” progettata per creare un’infrastruttura digitale trasparente nonché la relativa transizione energetica rinnovabili in tutta l’Unione europea per aumentare la produttività, creare nuove imprese e occupazione e far progredire l’economia a basse emissioni di carbonio. La Commissione Europea ha creato un fondo di sviluppo economico di 630 miliardi di euro – il cosiddetto fondo Juncker – che sarà in parte dedicato alla costruzione e alla massima estensione possibile della nuova infrastruttura Smart Europe di Terza Rivoluzione I ndustriale.

L’Italia ha adesso l’opportunità di assumere un ruolo di guida nell’Unione europea verso la prossima tappa del suo percorso per creare una Smart Europe e un unico spazio economico integrato nei 28 Paesi membri.

Traduzione di Angelo Consoli
——————————-

Articoli correlati
L’INTERVISTA
Jeremy Rifkin commenta l’enciclica Laudato si’
“Com’è sharing questo Papa Francesco”

INTERVISTA
Jeremy Rifkin: “La sharing economy è la terza rivoluzione industriale”

Oggi mercoledì 28 marzo 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazimg_4939costat-logo-stef-p-c_2-2
——————–Dibattiti&Commenti—————
img_4944Prima di tutto il lavoro e la scuola
28 Marzo 2018
Gianna Lai su Democraziaoggi.
Ad iniziativa dell’ANPI e del Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria si è tenuto il 13 scorso a Cagliari un incontro dal titolo “Prima di tutto il Lavoro e la Scuola”. Ecco l’introduzione.
Perché un Convegno su Lavoro e Scuola
Convegno sul lavoro, organizzato in ottobre dal Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria, abbiamo visto la nuova impresa e la […]
—————————————————————-
Il PD è pervaso da un solo desiderio: la dissoluzione
28 Marzo 2018
A.P. su Democraziaoggi.
—————————————————————————
SOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PRINCIPI » LE IDEE
italia-morfologiaL’immigrazione da minaccia a progetto sociale
di PIERO BEVILACQUA
Osservatorio del Sud, 24 marzo 2018, ripreso da eddyburg e da aladinews. Una visione, un progetto politico, un piano di riconversione demografica, economica e ambientale, che parte dal territorio e dal suo uso agricolo. (m.p.r.)
————————————————————————–