Lavoro per il Lavoro

DIBATTITO. Restituire il territorio alla proprietà del Popolo sovrano e laborioso. E come? Il pensiero di Paolo Maddalena.

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniContro l’ideologia neoliberale l’impegno diretto dei popoli

Gianfranco Sabattini*

Paolo Maddalena, già giudice costituzionale, in “Contro il liberismo la Costituzione!” (MicroMega, n. 5/2017), sostiene che per capire le condizioni in cui versano le società democratiche ad economia di mercato, al fine di uscire dalla situazione di crisi sul piano “ordinamentale ed economico”, occorre volgere “lo sguardo al passato e riflettere, sia pur fugacemente, sulle origini della ‘comunità politica’ o ‘Stato’, che dir si voglia”.

Ai tempi in cui l’uomo viveva di caccia e di raccolta non si poteva parlare di civiltà; questa nasce “circa diecimila anni fa con l’insediamento di aggregati umani su territori delimitati da confini, entro i quali si cominciarono a rispettare delle regole comuni e a dar vita così alle prime ‘città Stato’”, con cui sono nati tre “concetti giuridici fondamentali che tuttora sono gli elementi costitutivi degli Stati costituzionali: il “popolo”, il “territorio” e la “sovranità”.

Didatticamente, Maddalena ricorda che il “popolo” è costituito dall’insieme degli individui che si riconoscono come “aggregato unitario e permanente nel tempo”, sulla base dell’dea che ciascun individuo “possa agire – secondo le parole di Maddalena – in giudizio”, per difendere le condizioni della propria esistenzialità e di quelle della comunità di appartenenza, senza “fare ricorso al concetto di rappresentanza”. Il “territorio” è costituito dal suolo compreso entro i confini della comunità costituitasi come organizzazione politica permanente; esso è proprietà collettiva del popolo, implicante, a parere di Maddalena, sensibile ai problemi di salvaguardia dell’ambiente, un “rapporto di cura e di tutela, poiché […] è dal territorio che provengono i mezzi di sussistenza” per l’intero popolo. La “sovranità”, infine, è l’insieme di poteri esercitati dallo Stato per “dettare le regole del vivere civile […], e cioè l’’ordinamento giuridico’”. All’interno delle antiche comunità, quando la proprietà collettiva del territorio apparteneva al popolo, per la cessione di una parte di essa ai privati (in linea di principio, incluso tra questi lo stesso Stato) occorreva un’”esplicita dichiarazione del popolo stesso”.

I tre elementi, osserva Maddalena, che compongono le basi dell’organizzazione politica della comunità sono tra loro strettamente interconnessi; la considerazione dell’interconnessione è indispensabile per considerare la natura fondativa dei tre elementi costitutivi dello Stato. Di ciò si può avere immediata contezza, sol che si consideri il fatto che la proprietà collettiva del territorio è parte della sovranità, “per cui il popolo che è sovrano, è anche ‘proprietario collettivo’ del territorio”.

Il collegamento tra la titolarità della sovranità e il territorio è stato conservato nei secoli, finanche nel Medioevo, se si considera che quando la sovranità si è “spostata dal popolo al sovrano”, anche il territorio è diventato bene patrimoniale del sovrano. Il rapporto tra sovranità e territorio è stato scisso al tempo di Napoleone dopo la Rivoluzione francese, una rivoluzione borghese che ha assegnato la sovranità allo Stato e la proprietà del territorio, incluse le risorse in esso presenti, ai privati.

La scissione – afferma Maddalena – è stata un “gravissimo errore, poiché il territorio fu distolto dal fine fondamentale di giovare a tutti e finì per essere soggetto al volere dei singoli proprietari privati, mentre lo stesso diritto di proprietà privata ebbe il sopravvento sulla proprietà collettiva del popolo, come dimostra la cultura giuridica borghese ancora oggi persistente”. In linea di principio, la scissione è stata superata dalle Costituzioni moderne, soprattutto da quelle che sono state scritte all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale.

La Costituzione repubblicana italiana, ad esempio, ricorda Maddalena, ha riportato il territorio e le risorse in esso presenti nel “dominio del popolo”, statuendo che la proprietà può essere pubblica e privata, distinguendo perciò una forma di proprietà che appartiene solo al popolo (la cosiddetta proprietà collettiva demaniale) ed un’altra che può appartenere, a titolo privato, allo Stato, ad altri enti pubblici o a singoli cittadini. La Costituzione repubblicana ha anche sottolineato che “l’utilità pubblica deve essere perseguita anche dal proprietario privato, la cui tutela viene meno qualora […] egli si comporti in modo tale che il ‘bene’ oggetto del suo dominio non persegua la funzione sociale che gli è propria”, cioè la cura degli intessi dei singoli componenti del popolo e di quelli dell’intera comunità. La nostra vigente Costituzione, perciò, “pone il principio fondamentale – afferma Maddalena – secondo il quale i beni, e in primis il territorio, devono giovare a tutti”.

La narrazione della storia sulla nascita dell’organizzazione politica delle comunità serve, a parere dell’ex giudice costituzionale, ad evidenziare come, da un lato, l’economia sia sorta con la formazione delle prime comunità politiche e, da un altro lato, che le convenzioni universalmente accettate [il diritto, come sottolinea Maddalena] abbiano sempre prevalso sull’economia, fino al punto di stabilire quali beni potevano essere oggetto di compravendita e quali altri non potevano esserlo, come, ad esempio, i beni demaniali, o beni comuni; i beni, cioè, in grado di assicurare per la loro stessa natura il “soddisfacimento dei bisogni primari dell’essere umano”. Anche per i beni che possono costituire oggetto di atti di scambio, il loro uso è sempre subordinato al soddisfacimento del benessere dei cittadini; essi sono il territorio, le risorse in esso dislocate e i servizi della forza lavoro dell’uomo. Nell’insieme, tali beni costituiscono i “fattori produttivi”, sui quali è fondata l’”economia reale e, quindi, il progresso della società”.

Per attivare i rapporti economici e favorire la circolazione dei fattori produttivi è stato necessario introdurre la moneta, originariamente strumento di mediazione degli scambi e che, successivamente, è divenuta anche strumento di misura del valore delle risorse e dei beni scambiati, nonché riserva di valore. Essa, nel tempo, è sempre stata una convenzione accettata da tutti e sino a quando ha svolto le tre funzioni indicate (di intermediazione, di misura del valore e di riserva di valore) è sempre stata lo “specchio” della ricchezza reale del sistema economico; in altre parole, come sottolinea Maddalena, ha sempre costituito “il corrispettivo della reale ricchezza nazionale a essa sottostante”.

Perché la moneta potesse svolgere correttamente le funzioni indicate, è stato necessario assicurare, attraverso un’autorità specifica (la Banca centrale), un suo razionale governo, affinché ne circolasse una quantità sufficiente ad assicurare un equilibrio “tra il valore dei beni in commercio e la quantità della moneta necessaria alla loro circolazione”, in condizione di stabilità dei prezzi, al fine di evitare sue indesiderate variazioni di valore e i conseguenti fenomeni dell’inflazione o della deflazione.

In un sistema economico perfettamente funzionante – afferma Maddalena – la moneta emessa e regolata dalla Banca centrale per conto dello Stato, “in quanto corrispondente alla reale ricchezza nazionale sottostante, è proprietà collettiva del popolo e va distribuita in modo che possa circolare tra i cittadini secondo il fondamentale principio di uguaglianza, sancito dal secondo comma dell’art. 3 della Costituzione”. Questo sistema, che l’ex giudice costituzionale definisce “naturale”, implica perciò uno “stretto legame tra beni reali e moneta”. Negli ultimi decenni, a seguito del prevalere dell’ideologia neoliberista, il sistema è stato alterato, facendo venir meno l’”equilibrio tra merci e danaro circolante”.

Con il venir meno di questo equilibrio, si è assistito alla crescente finanziarizzazione dei mercati, che ha determinato la “trasformazione del sistema economico”, nel quale gli aspetti produttivi sono stati sacrificati in pro di quelli finanziari; in corrispondenza di questi, il capitale a disposizione della comunità ha cessato d’essere considerato come “un insieme di beni reali”, per divenire un “accumulo di danaro” per lo più fittizio. In tal modo, la trasformazione del sistema economico ha comportato che l’attività produttiva fosse trasformata in attività speculativa; così, la moneta ha smarrito la sua originaria essenza di strumento di intermediazione negli scambi, per divenire un “diritto di prelievo” dalla ricchezza nazionale, determinando il “passaggio da un sistema economico produttivo a un sistema economico predatorio”, che ha cessato di produrre benessere per tutti, promuovendo, al contrario, un disagio esistenziale per molti e una crescente concentrazione della ricchezza prodotta a vantaggio di pochi.

Al fine di promuovere la crescente finanziarizzazione dell’economia, l’ideologia neoliberista ha sostenuto la validità del ricorso alla “creazione del danaro dal nulla”, da parte di soggetti privati, sino ad esporre la collettività al rischio di subire gli esiti negativi dell’instabilità del sistema economico, fuori da ogni possibilità di controllo. Alla creazione di nuova moneta dal nulla si è anche aggiunta la cartolarizzazione dei diritti di credito, nel senso che è stato consentito che i diritti della banca potessero circolare come titoli monetari; così, è accaduto che il valore della quantità dei mezzi monetari in circolazione sia divenuto un multiplo del valore del prodotto interno lordo globale, cioè del valore della ricchezza prodotta ogni d’anno nel mondo. Il punto di arrivo del processo di finanziarizzazione dei mercati è stata una crisi generalizzata che ha colpito tutti Paesi democratici ad economia di mercato.

Nel caso dell’Italia, gli effetti dalla crisi sono stati appesantiti dalle condizioni restrittive poste alla possibilità di attuare politiche pubbliche anti-crisi da parte dei Paesi partner europei economicamente forti, interessati questi ultimi, solo alle prospettive di arricchimento che la globalizzazione, sulla base della finanziarizzazione, offriva loro, nonostante l’approfondirsi e l’allargarsi della crisi. Malgrado il perdurare delle difficoltà, afferma Maddalena, i nostri governi hanno continuato “ad affermare di voler seguire le prescrizioni europee”, trascurando il possibile rischio finale. Sono state, infatti messe in ballo – afferma Maddalena, forse esagerando – “l’appartenenza agli italiani del territorio italiano e la stessa probabilità di sopravvivenza dell’intero popolo”. Come sventare questo Pericolo?

Maddalena avanza una proposta, in parte condivisibile e in parte molto “piena di desiderio”, sebbene possa toccare la sensibilità di chi ha a cuore un forte senso di giustizia e una forte aspirazione alla stabilità e alla pace sociale. Intanto, malgrado le critiche e le riserve che Maddalena non manca di formulare nei confronti dell’Europa, egli è del parere che non si debba rinunciare al “disegno europeo”, ma si debbano rivedere i Trattati, almeno da Maastricht in poi; in secondo luogo, e principalmente, si tratta di “stabilire se e come è possibile dare attuazione alla nostra Costituzione”; in particolare, a quella parte dedicata ai “Rapporti economici”, nei quali sarebbe descritto un “vero e proprio programma di governo, che, per essere fondato su principi keynesiani, è certamente in grado di fare riemergere il nostro Paese dalla grave recessione nella quale è stato spinto dagli opposti principi neoliberisti”.

Ciò sarebbe tanto più necessario, in quanto l’invadenza della finanza internazionale, “in ossequio al pensiero neoliberista”, ha connotato di sé l’intero spazio comunitario, per cui, nell’attesa che i Trattati europei siano riformati, occorre riflettere come attuare i principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, con l’obiettivo di “rispondere agli errori del pensiero neoliberista globalizzato”, riportando nel pubblico ciò che, con la distruzione dell’economia pubblica, è stato privatizzato.

Nella prospettiva di un ricupero degli obiettivi fissati nella Costituzione occorre che i cittadini s’impegnino concretamente a “fermare una volta per tutte la creazione del danaro dal nulla, e cioè la finanziarizzazione dei mercati, le privatizzazioni, le liberalizzazioni […], al fine di ricostruire quel patrimonio, che è stato così selvaggiamente depauperato”. In altre parole, occorre che il popolo italiano – afferma Maddalena – reagisca, assumendo “come principio inderogabile la nazionalizzazione delle banche e delle imprese salvate dal fallimento con danaro pubblico”, a tutte le sopraffazioni delle quali è stato sinora vittima; con ciò, mirando a costituire delle cooperative per prendere “nelle loro mani le sorti dell’economia nazionale”, per il ricupero del lavoro, uno dei fattori produttivi dei quali il popolo italiano è stato spogliato.

Se del discorso complessivo di Maddalena si può essere coinvolti dalla semplicità e spigliatezza con cui egli ha descritto la situazione di crisi economica ed istituzionale nella quale versa da anni il Paese, ben al di là di quelli che sono ormai trascorsi dall’inizio della Grande Recessione, poco convincente risulta in sostanza il nucleo centrale della sua proposta. E’ vero che i Trattati europei sono in netto contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione; ma non è meno vero che, se si pretendesse di contrastare le modalità di funzionamento dell’economia moderna con “cooperative di lavoro”, per consentire agli operai, oltre che prendere nelle loro mani le sorti dell’economia nazionale, di ricuperare le opportunità di lavoro che con la finanziarizzazione dei mercati sono state distrutte, presumibilmente il Paese andrebbe incontro a un numero di problemi di gran lunga maggiore rispetto a quello che Maddalena, con la sua proposta, pensa possano essere risolti. Il lavoro è stato, sì, perso; esistono però seri dubbi che ora la promessa costituzionale del lavoro per tutti possa essere “onorata” attraverso la trasformazione del sistema economico in un prevalente sistema di cooperative.
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* [Gianfranco Sabattini su il manifesto sardo]

DIBATTITO sul LAVORO. Lavoro di Cittadinanza o Reddito di Cittadinanza?

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LAVORO E NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
per chi cosa come produrre

di Laura Pennacchi su Rocca*

La natura delle intense trasformazioni tecnologiche e innovative in atto non è chiara e non aiuta a chiarirla il confronto tra «pessimisti» e «ottimisti», tra quanti, cioè, ritengono che le implicazioni sul lavoro saranno molto più negative di quelle manifestatesi con le passate rivoluzioni tecnologiche – e che siamo irrimediabilmente destinati alla jobless society – e quanti, invece, credono che si genereranno ancora una volta dalle attività innovatrici significativi effetti compensativi della «distruzione» di lavoro nelle attività tradizionali. Di fronte allo scenario del lavoro 4.0, quando il «padrone è un algoritmo e i colleghi sono robot» sorge perfino la domanda se sia meglio parlare, piuttosto che di «fine del lavoro», di «ritorno della schiavitù» (1). In questo quadro ha perfino ripreso piede il dibattito sulla secular stagnation, un’espressione ripresa da Alvin Hansen il quale, già alla fine degli anni Trenta del Novecento, aveva argomentato come la «grande depressione» non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo, un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Oggi Romano Prodi (2) riconosce che gli studiosi che parlano di «stagnazione secolare» non sono più «voci isolate, ma descrivono in modo scientifico le conseguenze più probabili del crescente squilibrio che si verifica nelle no- stre economie», di cui l’intensificazione delle diseguaglianze a seguito della svalu- tazione del lavoro è una componente rile- vanissima.

riforma del capitalismo

Se gli investimenti appaiono destinati inesorabilmente a cadere, Larry Summers e Paul Krugman vedono in grado di sopperire a tale drammatica prospettiva soltanto un operatore pubblico animato dalla volontà di procedere a massicci investimenti propri, a partire dalle infrastrutture, tanto più che i capitali necessari, dati i bassi tassi di interessi, possono essere presi a prestito a costi assai poco elevati. Si tratta di una drastica svalutazione di tutte le soluzioni supply-side, come benefici fiscali, elevamento dell’occupabilità dei lavoratori, indistinto stimolo all’innovazione (quali sono anche i bonus monetari e gli incentivi indiretti a cui ha fatto abbondante ricorso il governo Renzi). Summers arriva a invocare, in queste condizioni, la necessità di una «politicizzazione» dell’investimento, apertamente riecheggiando la «socializzazione dell’investimento» di cui parlarono Keynes e Minsky. Così i postumi della crisi del 2007/2008 e le tendenze alla secular stagnation si saldano nello spingere a sollevare interrogativi basilari sul capitalismo in quanto tale, in particolare sulla problematicità del suo motore fondamentale di crescita e di sviluppo, il processo di investimento. E proprio qui si colloca la vera sfida odierna: puntare o meno su una «riforma» in grande del capitalismo, una riforma profonda, come quella che si delineò ai tempi di Keynes, quando una radicalità inusitata di progettazione teorica e di critica ideologica congiunse il pensiero innovativo keynesiano alle rivoluzionarie iniziative di Roosevelt e al riformismo radicale europeo – il laborismo inglese ispirato da Beveridge e la socialdemocrazia scandinava – che si opponevano, anche idealmente, ai totalitarismi. Non a caso un gruppo di intellettuali italiani legato alla Cgil, al Libro Bianco Tra crisi e grande trasformazione di accompagnamento al Piano del Lavoro presentato nel 2013, ha fatto seguire il Libro Rosso Riforma del capitalismo e democrazia economica.
In questa prospettiva gli interrogativi fondamentali diventano i seguenti: quali sono le politiche veramente adeguate a rilanciare le economie globali e nazionali? Possiamo tornare a ragionare dei «fini» per un nuovo umanesimo? Di quali beni abbiamo bisogno per realizzarli? Attraverso quali strade possiamo uscire dall’incertezza che grava sul nostro futuro? Quali sono gli equivalenti del New Deal, degli accordi di Bretton Woods, del pensiero di Keynes, del welfare state, idonei a provocare uno slittamento del potere dalla finanza alla produzione, a trasferire il focus dagli indici azionari all’espansione dell’economia reale, ad accrescere il benessere sociale? Ritorna martellante il tema degli investimenti e, con esso, quello del «nuovo modello di sviluppo»: mentre è importante investire nelle infrastrutture fisiche tradizionali (benché rinnovate e modernizzate), è vitale espandere i settori nuovi, perché investimenti in beni sociali, beni ambientali e altro hanno anche lo straordinario vantaggio di essere creatori di lavoro e proiettati verso il futuro. Al centro debbono tornare le domande sul ruolo del «lavoro» e sui «fini» di un «nuovo modello di sviluppo», gli interrogativi sui meccanismi di acquisizione dei guadagni di produttività, sui modelli contrattuali, sulla regolazione del mercato del lavoro, sulla possibilità di fare ricorso a «minimi» e «massimi» retributivi.

una nuova concezione del lavoro

Per avanzare lungo questa strada, occorre una nuova riflessione sulla stessa concezione del lavoro. C’è un’esagerazione pessimistica e infondata in autori prestigiosi che, titolando le loro tesi sul presente La grande regressione (3), hanno voluto rovesciare in negativo il messaggio positivo di Karl Polanyi contenuto ne La grande trasformazione. E tuttavia non possiamo non chiederci cosa direbbe Karl Polanyi oggi di fronte alla dequalificazione, la segmentazione e l’individualizzazione del lavoro, la riduzione del ricorso all’azione collettiva, la delegittimazione dei corpi intermedi, il diffondersi di una sorta di «pornografia emotiva» nell’estensione della logica prestazionale, l’affermarsi dell’autocontrollo e dell’auto-profilazione inconsapevole e pertanto della partecipazione gratuita all’accumulazione di profitti e di potere altrui (4).
Con le nuove tecnologie e il lavoro 4.0, la connessione perenne e l’accessibilità estesa non significano automaticamente maggiore libertà, possono anzi generare una rarefazione della sfera pubblica a sua volta incrementante la desoggettivazione e la depoliticizzazione (5) già in atto. Se l’individualizzazione passa attraverso una «esposizione costante del sé» e una «gamificazione» in cui l’offerta ininterrotta di stimoli si traduce in «forme di gioco» (espresse dal clic «mi piace») che alla fine si risolvono in esasperazione della prestazione e della competizione, vediamo all’opera da una parte la trasformazione di ogni elemento di conoscenza in informazione alla rincorsa della singolarità, dall’altra l’ambizione a modificare gli stessi comportamenti manipolando e suggerendo desideri che non si sa di avere e alimentando il delirio di onnipotenza.

il trinomio innovazione lavoro persona

Stupisce, piuttosto, che, di fronte a questo scenario che presenta tante criticità ma anche tante opportunità, oggi solo soggetti religiosi – come Papa Francesco, il papa che ha definito il neoliberismo «l’economia che uccide» e che grida «non reddito ma lavoro per tutti» – mostrino una persistente forte sensibilità al trinomio innovazione/lavoro/persona, tornando a ribadire con veemenza che il diritto al lavoro è primario, superiore alla stesso diritto di proprietà, e che il rapporto che ha per oggetto una prestazione di lavoro non tocca solo l’avere ma l’«essere» del lavoratore, chiedendo di «non ridurre la persona umana a puro elemento dei fenomeni economici» e riaffermando la natura di relazione tra soggetti del rapporto lavorativo, «titolari di una ‘dignità’ e non solo di un ‘prezzo’» (come è, invece, nella concezione mercificata del lavoro).
C’è veramente da chiedersi perché la stessa riscoperta di Marx e della sua critica al capitalismo, indotta dalla crisi economico-finanziaria, non si sia spinta – nemmeno a sinistra – fino al recupero del Marx che, con Hegel, vede nel lavoro il processo attraverso il quale l’uomo non si limita a metabolizzare ma media anche simbolicamente il rapporto fra se stesso e la natura, cambia se stesso dandosi una funzione autotrasformativa, esplora sistematicamente dimensioni intellettuali di consapevolezza e di progettualità. Si sottace così l’enorme significato, anche antropologico, della vitale «inquietudine creatrice» sempre soggettivamente racchiusa nel lavoro. Si trascura che il lavoro è fattore vitale dell’identità del soggetto e attribuzione di significato all’esperienza esistenziale, esprime un’intrinseca dimensione di apertura verso il mondo e verso gli altri, contiene relazioni plurime (con il contesto in cui l’attività lavorativa si svolge, con il sapere e l’esperire di chi ha operato precedentemente, con gli altri che lavorano), il suo senso è impregnato di desiderio, quel desiderio che è un moto verso una destinazione mancante, un orizzonte nel quale non si è e al quale si aspira. Per tutto questo, per disinnescare una mina che rischia di compromettere le fondamenta sulle quali costruire il futuro della nostra società, bisogna mettere al primo posto dell’azione politica la lotta alla disoccupazione giovanile.

reddito o lavoro di cittadinanza?

Quelle che precedono sono, peraltro, le ragioni per cui è bene preferire, a mio parere, la proposta del «lavoro di cittadinanza» a quella del «reddito di cittadinanza». Non si tratta ovviamente di negare né che alcuni trasferimenti monetari – per esempio per il contrasto alla povertà o per gli ammortizzatori sociali universalizzati – siano necessari, né che politiche di riduzione dell’orario di lavoro possano essere opportune. Ma la proposta del «reddito di cittadinanza» si configura come compensazione e risarcimento di un lavoro che non c’è, per costruire un «welfare per la non piena occupazione», accettando e sanzionando le tendenze spontanee del capitalismo che naturalmente va verso l’opposto della piena occupazione e cioè la disoccupazione di massa. I rischi del «reddito di cittadinanza» sono seri: – che i veri problemi odierni (in particolare l’incapacità del sistema economico di generare «piena e buona occupazione») rimangano oscurati e che, in ogni caso, rispetto ad essi si sia spinti ad assumere un atteggiamento rinunciatario; – che attraverso compensazione, riparazione, risarcimento, molto diversi dalla promozione vera, lo status quo risulti confermato e sanzionato; – che l’operatore pubblico sia indotto alla accentuazione di una deresponsabilizzazione già in atto, perché per qualunque amministratore è più facile dare un trasferimento monetario che cimentarsi fino in fondo con la manutenzione, la ricostruzione, l’alimentazione di un tessuto sociale vasto, articolato, strutturato, ma questa deresponsabilizzazione equivale all’eutanasia della politica.

razionalità politica e scientifica dell’innovazione

Dunque, ciò che ci si ripropone come cruciale è la profondità della trasformazione a cui dobbiamo aspirare e, di conseguenza, la possibilità di una direzione dell’innovazione verso una simile trasformazione e la qualità delle istituzioni pubbliche in grado di operare in tal senso. Abbiamo bisogno, infatti, di sottoporre a critica sia la «razionalità politica» dell’innovazione, sia la sua «razionalità scientifica», in particolare la «razionalità dell’algoritmo» con la sua pretesa di corrispondere a una naturalizzazione oggettiva volta a trasformare tutti i fenomeni in stati di necessità chiusi allo spazio dell’alternativa. Queste problematiche non sono nuove. Oggi la retorica dell’esogenità e della naturalità dei fenomeni è utilizzata per sostenere la causa della neutralità degli stessi e anche il piano Industria 4.0 dell’italiano ministro Calenda si apre con una dichiarazione di «neutralità» del governo rispetto all’andamento e ai fini dell’innovazione, da cui consegue la volontà di non praticare cosiddette «velleità dirigistiche».

proposte radicali

Nell’ultimo, bellissimo libro (Inequality) scritto prima di morire, Tony Atkinson, invocando «proposte più radicali» (more radical proposals) e denunciando l’insufficienza quando non la fallacia delle misure standard (quali tagli delle tasse, intensificazione della concorrenza, maggiore flessibilità del lavoro, privatizzazioni), suggeriva che «la direzione del cambiamento tecnologico» sia identificata come impegno intenzionale ed esplicito da parte delle istituzioni collettive, finalizzato ad aumentare l’occupazione. Qui peraltro – sosteneva Atkinson – si colloca la possibilità di smascherare l’inganno che si cela dietro le fantasmagoriche proposte (istituire privatamente e localmente forme di «reddito di cittadinanza») di alcuni imprenditori della Silycon Valley, interessati a ribadire che l’innovazione è guidata dall’offerta (cioè, traduceva Atkinson, dalle corporations) e non dalla domanda e dai bisogni dei cittadini, ai quali bisogna dare solo capacità di spesa e potere d’acquisto, cioè reddito magari sotto forma di «reddito di cittadinanza».
L’attualizzazione delle immagini di Blade Runner evoca un nuovo Medioevo in cui il potere privato spadroneggia. E in effetti la diffusione delle nuove tecnologie – specie di quelle digitali – coincide con una polarizzazione del potere senza precedenti. Senza una forte mobilitazione alternativa da parte dei poteri pubblici, dell’azione collettiva, dei corpi intermedi, nell’arena globale in cui Google, Uber, Amazon, e i loro contraltari finanziari, trascinano le decisioni di accumulazione e pertanto le traiettorie tecnologiche, l’individuo rischia di trovarsi solo e inerme di fronte ai nuovi poteri che lo sovrastano. Per questo Atkinson escogita tutta una serie di proposte «radicali», tra cui tornare a prendere nuovamente molto sul serio l’obiettivo della piena occupazione – eluso dalla maggior parte dei paesi Ocse dagli anni ’70 – facendo sì che i governi offrano anche «lavoro pubblico garantito» agendo come employer of last resort. E proprio collegata al rilancio della piena e buona occupazione è la proposta che «la direzione del cambiamento tecnologico» sia identificata come impegno intenzionale ed esplicito da parte dell’operatore pubblico, volto ad accrescere l’occupazione, e non a ridurla come avviene con l’automazione.

innovazioni più socialmente utili

L’innovazione può e deve essere guidata, nei suoi indirizzi di fondo, dalla collettività. Se lo Stato sa nutrire obiettivi e motivazioni strategiche, si pone alla base del- l’emergenza di interi nuovi settori, come è avvenuto con internet, le biotecnologie, le nanotecnologie, l’economia «verde». C’è un’aperta intenzionalità pubblica che sottostà a molte innovazioni, come nel caso del premio da un milione di dollari offerto dalla americana Darpa per un’automobile senza guidatore. Una «direzione» intenzionale dell’innovazione, dunque, è possibile e pertanto si può immaginare per la generazione di altre innovazioni, più socialmente utili, volte al soddisfacimento di grandi bisogni insoddisfatti. Le alternative sono strette: o si rilancia come se niente fosse accaduto la crescita neoliberistica, drogata dall’invenzione ininterrotta di esigenze fittizie, o si dà vita a un nuovo modello di sviluppo, in cui gli interrogativi sul «per chi», «cosa», «come» produrre trovano risposte anche in un’innovazione piegata a soddisfare «domande sociali». Ed è qui che lo Stato «strategico» entra in gioco in modo decisivo.

iniziative innovative sui diritti di proprietà

Tutto ciò spiega perché bisogna collocare molto in alto le ambizioni riformatrici, al livello appunto della «riforma del capitalismo», e perché l’urgenza maggiore, per le forze progressiste, risieda nella necessità di uscire da un silenzio, un’inerzia, una cura di spiccioli affari di bottega che durano ormai da troppo tempo e le condannano alla scomparsa, attivando, al contrario, un cantiere culturale alternativo di vastissima portata, in grado di generare pensiero, analisi, linguaggi di altissimo profilo. Si tratta, infatti, anche di cogliere le straordinarie opportunità che, tra tante difficoltà, la fase presenta, ma che, lasciate a se stesse, non potranno manifestarsi. In questo ambito ricadono le problematiche del- la democrazia economica e di iniziative innovative sui «diritti di proprietà».
Le nuove tecnologie racchiudono forti istanze cooperative, nella direzione della creazione di sistemi produttivi in grado di autoprogettarsi e autoregolarsi, aprenti eccezionali «finestre di opportunità» che, anziché lasciate al solo capitalismo animato dalla volontà di consolidare i tradizionali rapporti di potere, possono essere utilizzati da lavoratori intenzionati alla «coprogettazione» in disegni alternativi. La dose massiccia di «interconnettività» dell’innovazione odierna è intrecciata a una dose maggiore di «cognitività» e tale intreccio, poiché dà un ruolo potente al lavoro mentre genera una maggiore diffusione e circolazione delle informazioni, entra in contraddizione con una gestione accentrata delle aziende.
La prima cosa da fare è comprendere che la creazione di valore è il frutto di processi assai più complessi della sola competizione economica, ragion per cui «abbiamo bisogno di una forma più sofistificata di capitalismo, impregnata di finalità più sociali» (6).
La seconda cosa da fare è prendere atto che le dinamiche di finanziarizzazione sono strettamente intrecciate con lo shift dell’ottica imprenditoriale verso profitti di breve periodo e verso l’enfasi sulla teoria della shareholder value e lo schortermismo, trasformando il ruolo del manager da attore contemperante i vari interessi in gioco – quale è nello stakeholder value approach – in agente di se stesso e del capitale finanziario. In questo ambito dovrebbero anche essere recuperate le ispirazioni «non proprietarie» del piano Meidner del 1975-76 (che aveva al proprio cuore la preoccupazione per la caduta dell’interesse dei capitalisti agli investimenti, quando ancora sarebbe stato possibile uscire dalla crisi innescata dal primo shock petrolifero in modo diverso dalla sola compressione dei salari).

verso una piena e buona occupazione

Per «chi», «cosa» e «come» produrre: ecco i crinali che, come per il grande riformismo del New Deal, tornano a rivelarsi decisivi in questa fase di grandi trasformazioni tecnologiche, se vogliamo coglierne tutte le potenzialità anche in termini di neoumanesimo. Un «nuovo modello di sviluppo» deve privilegiare la domanda interna sulle esportazioni, intervenire tanto sulle questioni di domanda che su quelle di offerta, premiare i consumi collettivi su quelli individuali cambiando profondamente gli stili di vita, puntare sulla «piena e buona occupazione». Questo obiettivo va rilanciato proprio quando così tanta incertezza grava sulle conseguenze di una rivoluzione tecnologica in atto. Un «nuovo modello di sviluppo» deve «piegare» l’innovazione verso la «piena e buona occupazione» non in termini irenici, ma nella acuta consapevolezza che la sua intrusività – si potrebbe dire la sua «rivoluzionarietà» – rispetto al funzionamento spontaneo del capitalismo è massima proprio quando il sistema economico non crea naturalmente occupazione e si predispone alla jobless society, lasciare libero spazio alla quale, però, equivarrebbe a non frapporre alcun argine alla catastrofe, anche e soprattutto in termini disegualitari.
Laura Pennacchi
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Note
(1) D. Guarascio, M. E. Virgillito, Se il padrone è un algoritmo e i colleghi sono robot: fine del lavoro o ritorno della schavitù?, Relazione al seminario del Forum Economia della Cgil nazionale, Roma, 14 dicembre 2016.
(2) R. Prodi, Il piano inclinato, Il Mulino, Bologna 2017.
(3) H. Geiselberger, La Grande Regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Feltrinelli, Milano 2017. (4) E. Morozov, Silicon Valley: i Signori del silicio, Codice Edizioni, Torino 2016.
(5) Per maggiori dettagli si veda L. Pennacchi, Il soggetto dell’economia. Dalla crisi a un nuovo modello di sviluppo, Ediesse, Roma 2015.
(6) M. E. Porter, M. R. Kramer, Creating Shared Value in «Harvard Business Review», january-february 2011.
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* Laura Pennacchi, economista, su Rocca

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Riforma del Terzo Settore: molte iniziative di dibattito e approfondimenti in tutta Italia (ancora poche in Sardegna)

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Capire la riforma per riflettere sul futuro
Udine, Centro Paolino d’Aquileia
mercoledì 15 novembre 2017, ore 9.00. Il programma.
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Riforma del Terzo Settore: molte iniziative di dibattito e approfondimenti in tutta Italia (ancora poche in Sardegna)
lampada aladin micromicroAl riguardo chiediamo che la Regione Autonoma della Sardegna, l’Università della Sardegna, l’Anci, la Fondazione di Sardegna, le Associazioni del Volontariato e quante altre organizzazioni interessate si attivino per colmare l’attuale deficit di iniziative.
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copia-di-eu_direct_loc_4-5_ottobre_ok_001-2_2_2Convegno sul Lavoro 4 – 5 ottobre 2017  - Tavolo tematico Economia sociale e solidale ( 4 ottobre 2017 )
Proposte impegnative
Impegno a sviluppare in Sardegna l’Economia Sociale e Solidale, favorendo l’associazionismo e la partecipazione dei cittadini (Enti del Terzo Settore e ulteriori modalità di organizzazione dei cittadini attivi), attraverso le sinergie tra pubblico e privato.
Individuazione e utilizzo sociale dei “beni comuni”, con il coinvolgimento della finanza etica e partecipata e in particolare delle Fondazioni ex bancarie.
In materia di ESS massimo sostegno soprattutto pubblico alla ricerca scientifica e alla formazione in tutte le sue possibili articolazioni.

Obbiettivo: portare la Sardegna a raggiungere i risultati delle migliori regioni italiane, in un tempo massimo di tre anni
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DIBATTITO. Lavoro, Reddito di Cittadinanza, Reddito di inclusione sociale

lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. DIBATTITO. Proposta di istituzione di un “servizio civico” che garantisca un reddito minimo alle famiglie in difficoltà.
Il servizio civico. Una proposta per garantire un reddito minimo alle famiglie in difficoltà generando dignità e coesione sociale.
di Vittorio Rinaldi, su LabSus
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Legge elettorale e attività del Comitato d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria

democraziaoggi-loghettoLegge elettorale regionale: in Sardegna si vuole allargare alle donne il concorso alla truffa. Quali spunti dalla Sicilia per una vera riforma?
10 Novembre 2017

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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Riflessioni e iniziative nella riunione Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria di Cagliari dell’8.11.2017
(segue)

Impegnati per il Lavoro e per il Reddito dignitosi per tutti

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioni
lampadadialadmicromicroSu segnalazione del prof. Gianfranco Sabattini pubblichiamo un articolo di Riccardo Sorrentino, giornalista esperto di economia del Sole24ore – traendolo dal suo blog - e ascrivendolo alla documentazione utile per il nostro lavoro preparatorio al Convegno su Lavoro e Reddito di Cittadinanza, programmato (seppur non ancora definito) dal Comitato d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria. L’articolo di Sorrentino non è certo di facile lettura per quanti non appartengono alla categoria degli economisti o comunque di quanti praticano/studiano la scienza economica, tuttavia dà conto anche per i non esperti del quadro teorico generale in cui si situa il dibattito sull’argomento di nostro specifico interesse, quello del Lavoro/Reddito di Cittadinanza. Al riguardo citiamo un passo dello stesso articolo: ” …La rivoluzione di Marx non si è però verificata, neanche nei paesi che al marxismo hanno voluto richiamarsi, e la profezia di Keynes non si è verificata; mentre la disoccupazione tecnologica è un problema serio e non risolvibile in tempi rapidi. Oggi si punta piuttosto al reddito di cittadinanza. Buona lettura!
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I 150 anni del «Capitale» e l’equilibrio economico generale
di Riccardo Sorrentino, blog Sole24ore

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(nella foto, dedica di Karl Marx a Johann Eccarius, segretario generale della prima Internazionale: da una copia del 1867 del Capitale attualmente in vendita a Vienna, presso Antiquariat Inlibris Gilhofer Nfg, a 1.500.000 euro)

Quell’odore di zolfo

Era il 14 settembre 1867. Un editore di Amburgo, in Germania, pubblica un ponderoso testo di economia: Das Kapital, il Capitale, scritto da Karl Marx. Era il primo volume, l’unico completato dall’autore: gli altri due – o tre se si comprende anche la parte storica, le Teorie del plusvalore – sono l’elaborazione dei manoscritti postumi compiuta da diversi curatori: Friedrich Engels, Karl Kautsky alla fine dell’800 e, più recentemente, Maximilien Rubel. Non fu un successo editoriale, con gran delusione dell’autore; ma il libro è notissimo, a volte famigerato. Da esso emana ancora un diabolico odor di zolfo. È paradossale, ma a differenza del Manifesto del partito comunista – che davvero agitò le masse ma che con il suo elogio del capitalismo permette un suo recupero culturale selettivo – un articolato apprezzamento del Capitale fa correre il rischio ancora oggi di apparire come un rivoluzionario sostenitore di alcuni tra i peggiori regimi politici degli ultimi 100 anni.

Marx è morto e neanche il socialismo si sente troppo bene…

Sono passati 150 anni dal giorno della pubblicazione. Da allora la scienza economica ha compiuto enormi passi avanti (e ha cambiato paradigma). Così la statistica, e quindi l’econometria, che si occupano della verifica empirica delle teorie e dei modelli. Il socialismo centralizzato auspicato dai seguaci di Marx conosce inoltre proprio in questi giorni l’ultima grande sconfitta, e la peggiore: il Venezuela, con le più grandi riserve petrolifere al mondo, perde tragicamente il confronto economico – superficiale quanto si vuole, ma non del tutto peregrino – con l’autocratica e teocratica Arabia Saudita, che ha una popolazione di analoghe dimensioni.

Un testo da leggere

Eppure, come avvertiva l’economista austriaco Joseph Schumpeter – non certo sospettabile di simpatie per il comunismo – il Capitale non va dimenticato. A maggior ragione oggi che non è più la Bibbia per nessuno: se si legge ancora Platone e la sua Repubblica non si vede perché non si possa studiare Marx. Il Capitale è infatti un testo filosofico, prima che economico: ha come sottotitolo “Critica dell’economia politica” e ‘critica’, in questo caso, ha un significato kantiano ed hegeliano. Come la Critica della ragion pura è una critica interna della ragione, di cui vengono individuati i limiti, come la filosofia hegeliana procede attraverso una critica interna, che ne individui le contraddizioni, di ogni forma dello spirito, così quella di Marx è una critica interna all’economia politica del suo tempo. L’idea di fondo è quella di mostrare che l’economia politica è contraddittoria, e lo è perché contraddittoria – e non semplicemente conflittuale – è l’economia capitalista: un modo decisamente hegeliano di procedere. Quella del Capitale è allora una critica diversa quindi da quella proposta da Piero Sraffa nel suo Produzione di merci a mezzo di merci: un’introduzione alla critica dell’economia politica, che è invece una critica esterna, non è filosofica ma economica, e punta a stabilire un paradigma diverso da quello marginalista e marshalliano.

Filosofia e capitalismo

Il testo di Marx è stato uno dei primi – ma non si dimentichi il precedente di Hegel – ad affrontare filosoficamente il tema dell’economia. Alcuni tra gli economisti classici – Adam Smith, ma anche John Stuart Mill – erano anche filosofi; da altri – compresi John Maynard Keynes o Amartya Sen – è possibile “estrarre” un pensiero che vada oltre il discorso scientifico; tanti altri filosofi (e scienziati sociali) si sono occupati in qualche modo di economia, ma è stato Marx per primo che ha posto al centro del suo pensiero il capitalismo come l’orizzonte nel quale agivano e pensavano gli uomini e le donne del suo tempo (e quelle di oggi). Adottando peraltro un’idea conflittuale – ma anch’essa filosofica, hegeliana: è la dialettica del padrone e dello schiavo (salariato, in questo caso…) – della società: l’idea dello scontro tra proletari e borghesi che non è solo decisamente superata – la borghesia non esiste più, e i proletari sono quantomeno cambiati – ma ha anche creato molti danni al movimento socialista, proprio perché interpretata sociologicamente e non filosoficamente. Un approccio basato sul conflitto sociale – in un contesto sociologico e non certo filosofico – è stato peraltro adottato da studiosi liberali di alto livello, si pensi a Raymond Aron e a Ralf Dahrendorf.

I fraintendimenti sul Capitale

Da una lettura oggi, superato il gergo hegeliano – ma Marx era in fondo un hegeliano, molto più vicino all’idealismo di quanto si voglia immaginare – emergeranno così, tra l’altro, i mille fraintendimenti che le opposte ideologie in guerra hanno diffuso sul Capitale. Per esempio, a Marx non interessa l’eguaglianza dei redditi o delle ricchezze (non ne parla, infatti). Per Marx non è vero che i beni sono scambiati in base al valore-lavoro: anche per lui, come per tutti gli economisti, i prezzi sono definiti da domanda e offerta. Né è presente nell’opera una previsione del crollo del capitalismo. La logica interna del trattato è, piuttosto, quello di mostrare che anche un’economia in cui i prezzi sono per così dire “giusti” – cioè corrispondenti al valore-lavoro – è destinata a cadere periodicamente in crisi. Nulla di particolarmente rivoluzionario: per capire che il capitalismo è soggetto alle crisi, in fondo basta leggere il Sole 24 Ore. O guardare fuori dalla finestra…

Marx e la disoccupazione tecnologica

Quella che è rivoluzionaria è la spiegazione della crisi offerta dal Capitale che, a prescindere dalle opinioni politiche di ciascuno di noi, non può che suonare attuale, anche dopo aver fatto i conti con il progresso della scienza economica (che occorrerebbe peraltro conoscere bene…). Secondo Marx – semplificando, e molto – ciascun imprenditore, in un sistema economico decentrato, ha l’incentivo ad adottare tecnologie che riducano l’apporto del lavoro. Così facendo, però, la disoccupazione aumenta e la domanda si riduce: i prodotti offerti non sono venduti, il tasso di profitto crolla, e l’economia va in crisi. Esistono, secondo il filosofo di Treviri, molte forze che si oppongono a questa tendenza, che però non scompare perché legata al desiderio di massimizzare il profitto. Anche in questo caso, al di là dell’effettiva validità della teoria marxiana nella sua totalità, non c’è nulla che sia troppo lontano dall’attualità: l’idea che la tecnologia – intesa però come variabile esogena – sia la causa delle recessioni è ancora oggi discussa (è la teoria dei real business cycles), mentre i timori che la tecnologia crei disoccupati cronici e irrecuperabili sono oggi molto forti.

Lavorare meno…

La soluzione, per Marx, è la creazione consapevole di un sistema – da lui chiamato comunista perché privo dell’incentivo del profitto e quindi della proprietà privata, e al tempo stesso coordinato politicamente e non più decentrato e ‘anarchico’ come il mercato – che usi la tecnologia e gli aumenti di produttività per ridurre il tempo destinato al lavoro, rendendo uomini e donne liberi di… pescare, cacciare o fare i critici. Un’idea, quella della liberazione dal lavoro, non diversa dalla profezia – una previsione, in questo caso – di John Maynard Keynes (le Possibilità economiche per i nostri nipoti) che il capitalismo, invece, apprezzava molto e voleva salvare (si veda Capitalist Revolutionary: John Maynard Keynes, di Roger E. Backhouse e Bradley W. Bateman). La rivoluzione di Marx non si è però verificata, neanche nei paesi che al marxismo hanno voluto richiamarsi, e la profezia di Keynes non si è verificata; mentre la disoccupazione tecnologica è un problema serio e non risolvibile in tempi rapidi. Oggi si punta piuttosto al reddito di cittadinanza.

Il Capitale come testo di economia

Il Capitale è stato a lungo letto anche come un testo di scienza economica. Dai socialisti come dai critici del marxismo. In un’ottica hegeliana non è del tutto sbagliato che una critica all’economia politica sia direttamente anche una critica e quindi un’analisi critica dell’economia, anche se questo approccio ha creato qualche perversione: di fronte a un fenomeno economico – notava Joan Robinson – un economista valuta dati e teorie, un marxista la loro interpretazione alla luce del “sacro testo”. Marx si muove inoltre all’interno dell’economia classica – Adam Smith, David Ricardo, John Stuart Mill – al punto da poter essere considerato un esponente di quella scuola, ormai totalmente superata: la scienza economica non si è semplicemente evoluta, ma ha cambiato paradigma, e i suoi strumenti teorici sono completamente cambiati. Alla fine dell’Ottocento non sono però mancati economisti marxiani non comunisti né socialisti.

Marxisti contro Marx

La storia della recezione del Capitale da parte degli economisti è curiosa: dopo le critiche di Ladislaus von Bortkiewicz, e successivamente in base al teorema di Okishio, tutti i marxisti hanno abbandonato la “legge tendenziale” – un concetto che Marx ha mutuato da John Stuart Mill e che lui stesso riteneva frenata da mille altre forze e iniziative politiche – della caduta del tasso di profitto, che era il vero cuore del trattato. Al punto da rifiutare in toto il recente lavoro di alcuni economisti americani che, nel tentativo di rendere il Capitale un testo coerente, sono in grando di salvare proprio questa legge. Tra questi c’è Andrew Kliman (Reclaiming Marx’s ‘Capital’: A Refutation of the Myth of Inconsistency, e The Failure of Capitalist Production: Underlying Causes of the Great Recession) pronto peraltro ad ammettere, correttamente, che la coerenza interna dell’opera non ci dice nulla sulla verità e della validità delle teorie che presenta.

Alla ricerca di un’alternativa

Marx criticava la moderna teoria economica per superarla. Le moderne scuole eterodosse puntano così a creare un paradigma diverso. Una scelta del tutto legittima, ovviamente, i cui esiti non sono scontati. Marxisti – ormai da più di un secolo – neo-ricardiani, postkeynesiani (che spesso sono in realtà seguaci dell’economista marxiano Michał Kalecki) cercano di aprirsi un’altra strada rispetto all’economia mainstream. Al di là di ogni valutazione della validità dei loro risultati, questi studiosi si muovono però spesso in polemica anche aspra tra loro e con una limitata capacità – come aveva notato Luigi Pasinetti (Keynes and the Cambridge Keynesians: A ‘Revolution in Economics’ to be Accomplished, tradotto in italiano come Keynes e i keynesiani di Cambridge) – di collaborare e fare crescere un approccio organico e scientifico all’economia. Un nuovo paradigma, del resto, non viene creato e non si impone con un atto di volontà, ma deve rispondere a serie considerazioni scientifiche e, soprattutto, essere un lavoro in un certo senso collettivo, come avviene in qualunque settore scientifico.

La lezione di Marx

Cosa farebbe invece un Marx di oggi? Ammesso che la domanda abbia davvero senso, lavorerebbe all’interno del paradigma dominante e quindi, inevitabilmente, della teoria dell’equilibrio economico generale. La teoria è uno dei massimi risultati della scienza economica moderna – sono stati necessari 70 anni per completarla, e continua a essere sviluppata – e si può tranquillamente affermare che non è possibile comprendere davvero l’economia senza capire quella teoria, nella sua formulazione a n mercati (e non in quella, semplificata, a due mercati dei testi introduttivi di microeconomia). Nella sua formulazione più “pura”, la teoria mostra che, in presenza di alcune condizioni, esiste davvero un sistema unico dei prezzi che faccia coincidere domanda e offerta, e che questo sistema – indipendente dalla distribuzione iniziale del reddito – è anche il più efficiente. Non è questo però il punto – le condizioni sono piuttosto astratte – ma la potenzialità che offre di capire come si muove l’intero sistema economico.

La teoria dell’equilibrio economico generale

Per molti economisti radicali, questa teoria è il cavallo di Troia del liberismo, un risultato di pura ideologia, ma non è così: non si fraintenda il concetto di “equilibrio”. Kenneth Arrow, che con Gérard Debreu – e, in via indipendente, Lionel McKenzie – ha completato la dimostrazione della teoria nel 1954, ha ben spiegato che è piuttosto il paradosso di Condorcet – sulla possibile incoerenza delle decisioni politiche democratiche – l’argomento a favore del liberismo. Lui stesso, del resto, in uno studio ancora fondamentale, ha mostrato che non è opportuno affidare la sanità al libero mercato per la particolare struttura della domanda e dell’offerta in quel settore.

Marx prima di Walras

Marx è molto lontano da questo approccio? Non nel tutto. In General Competitive Analysis, scritto con Frank Hahn, lo stesso Arrow richiama l’attenzione sull’opera del rivoluzionario tedesco: “in un certo senso – scrive – Marx si è avvicinato più di ogni altro economista classico alla moderna teoria nel suo schema di riproduzione semplice (Il capitale, vol. II) studiato in combinazione con il suo sviluppo della teoria dei prezzi relativi (vol. I e III)”; anche se poi – aggiunge – “confonde tutto” perché vuole conservare insieme la teoria del valore lavoro e la tendenza al livellamento del profitto.

Una teoria ‘di sinistra’

La teoria dell’equilibrio economico generale, del resto, fu introdotta da Léon Walras, che era un socialista – non marxista – favorevole per esempio alla completa nazionalizzazione della terra. Il completamento della teoria dell’equilibrio economico generale fu invece il frutto di uno sforzo congiunto di economisti attivi sui due versanti della cortina di ferro. L’obiettivo comune era quello di trovare un sistema che permettesse – gli uni a favore delle forze armate, gli altri a favore dell’intera economia socialista – di simulare amministrativamente i vantaggi del mercato, senza i suoi difetti. La teoria dell’equilibrio economico generale, spiega Johanna Bockman nel suo Markets in the Name of Socialism: The Left-Wing Origins of Neoliberalism, ha quindi un’origine anche “a sinistra”.

Un obiettivo possibile?

È immaginabile un approccio “radicale” sulla base della teoria dell’equilibrio economico generale? In astratto sì. Nulla impedisce, in quell’approccio, di utilizzare come moneta (numerario) il salario medio di un lavoro semplice, come fece Marx: hanno seguito questa strada anche Keynes negli anni 30, o Roger Farmer dell’Università della California, in un contesto del tutto ortodosso, oggi. Non va dimenticato che l’obiettivo di Walras, nell’elaborare la sua teoria, era quello di mostrare che un mercato perfetto realizza la giustizia commutativa preservando la giustizia distributiva realizzata con altri mezzi. Dal momento che nessun mercato è perfetto – le stesse aziende possono essere considerate come un fallimento del mercato, e ancor di più le società a responsabilità limitata – c’è ampio spazio per criticare l’attuale sistema economico o almeno alcuni suoi aspetti (ed è questo l’uso che ne fanno gli economisti più seri).

Serve davvero un nuovo Marx?

Che senso ha, però, invocare un nuovo Marx oggi? Ce n’è bisogno? La domanda è mal posta: un nuovo Marx non arriverà. La vera questione è che molti economisti e commentatori nel mondo – per esempio gli anti-euro, alcuni “anti-austerità”, gli anti-globalizzazione, ma non solo – leggono l’economia con le lenti di teorie economiche eterodosse, radicali, che al momento appaiono di dubbia validità, di scarso rigore, con limitate verifiche empiriche. I risultati sono disastrosi, soprattutto perché queste analisi sono molto ascoltate: il capitalismo non ha certo conquistato i cuori delle persone – a maggior ragione dopo la crisi, tutta finanziaria – e la cultura frettolosamente definita “neoliberista”, per quanto applicata in modo piuttosto limitato e distorto, ha ulteriormente alimentato un humus elitario, già ben nutrito – tra l’altro – dal socialismo autoritario e tendenzialmente sfavorevole alla dimensione democratica dei nostri sistemi politici “misti”, al quale reagiscono in modo scomposto e irrazionale i vari populismi nel mondo. In una situazione come questa, una sfida culturale e scientifica di alto livello sarebbe invece un motore di progresso…

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Segnalazione Convegni di interesse
9-10 novembre 2017, Milano
Convegno “Per un nuovo welfare: da costo a risorsa per lo sviluppo”
Confartigianato Imprese – INAPA – ANAP http://www.secondowelfare.it/edt/file/Per%20un%20Nuovo%20Welfare%20-%20Programma.pdf

INNOVAZIONE in RETE. La fabbrica digitale – nuove tecnologie, robotica, reddito di base

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La fabbrica digitale
nuove tecnologie, robotica, reddito di base
Siamo di fronte alla 4° rivoluzione industriale, il ruolo delle nuove tecnologie, del general intellect, la sharing economy e l’avvento della robotica hanno già trasformato il nostro presente e avviandoci al XXI secolo con nuove domande. Molte sono le opzioni e le visioni del futuro che già oggi si presentano ai nostri occhi: il reddito di base incondizionato è sicuramente una delle proposte che emerge con più forza.
bin_italia_logo_20158In questo spazio BIN italia segnala e raccoglie articoli, news, informazioni in merito a questo dibattito per comprendere meglio le trasformazioni in atto e come la proposta del reddito di base può farci entrare nel nuovo millennio attraverso la porta di un nuovo diritto per tutti.
BIN Italia aggiornerà questa pagina nel tempo per poter realizzare una raccolta di link utili a conoscere meglio il tema. Se volete proporre articoli, notizie, news, appuntamenti inviate una mail a: info@bin-italia.org
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Impegnati per il Lavoro e per il Reddito dignitosi per tutti

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioni
lampadadialadmicromicro1Con il documento che segue (intervista del politologo Maurizio Ferrera con il filosofo e economista Philippe Van Parijs), proseguiamo nella diffusione di documentazione sulla ricerca Lavoro e Reddito di Cittadinanza avviata per quanto ci riguarda nella fase preparatoria e nel Convegno sul Lavoro del 4-5 ottobre u.s. promosso dal Comitato d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria, sulla base dei contributi scientifici e di divulgazione del prof. Gianfranco Sabattini. Sulla questione il Comitato organizzerà momenti di approfondimento e, tra questi, un prossimo Convegno.
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Reddito incondizionato a tutti i cittadini
Maurizio Ferrera dialoga con il filosofo e economista Philippe Van Parijs sulla sua proposta del reddito di base incondizionato come proposta radicale di riforma dei sistemi di protezione sociale.
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Philippe Van Parijs sarà con il BIN Italia il 10 novembre 2017 a Roma per una lectio magistralis dal titolo “Reddito di base una proposta per il XXI Secolo”

Il vecchio Stato sociale, pensato per il tradizionale lavoro dipendente, non funziona più. Non riesce a combattere la povertà né a ridurre le disuguaglianze, priorità per le quali si stanno studiando nuove proposte. L’idea più radicale, che prevede un reddito di base da erogare a tutti i cittadini, è sostenuta dal filosofo ed economista Philippe Van Parijs (Bruxelles, 1951), professore emerito dell’Università cattolica di Lovanio (in Belgio), che in queste pagine si confronta sul tema con Maurizio Ferrera, politologo esperto di welfare e firma del «Corriere». Van Parijs sarà a Bologna sabato 28 ottobre per tenere l’annuale lettura del Mulino: l’appuntamento è alle 11.30 presso l’Aula Magna di Santa Lucia, dove lo studioso belga interverrà sul tema «Il reddito di base. Tramonto della società del lavoro?». Una illustrazione organica della sua proposta, con varie risposte alle possibili obiezioni, si trova nel libro scritto da Van Parijs con Yannick Vanderborght (docente dell’Università Saint-Louis di Bruxelles) «Il reddito di base», in uscita per il Mulino giovedì 26 ottobre.

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Maurizio Ferrera: La prima formulazione completa della tua teoria sul reddito di base è contenuta nel volume Real Freedom for All, uscito nel 1995. Sulla copertina c’è l’immagine di un giovane surfista. Mi hai raccontato che lo spunto ti venne da John Rawls. Qualche anno prima, lui ti aveva chiesto: perché i surfisti di Malibu dovrebbero ricevere un sussidio dallo stato? Inizierei questa conversazione rivolgendoti, a trent’anni di distanza, quella stessa domanda.

Philippe Van Parijs: Il reddito di base è un trasferimento monetario periodico erogato ad ogni membro della comunità politica su base individuale, senza verifica della situazione economica o della disponibilità al lavoro. Non si tratta, in altre parole, di una prestazione riservata a chi è inabile o in cerca di lavoro. Dopo avere letto Una Teoria della Giustizia di John Rawls, io pensavo in effetti che suoi capisaldi potessero giustificare l’idea di un reddito di base incondizionato. Il “principio di differenza” richiede infatti che vengano massimizzate non solo il reddito ma anche la ricchezza e i “poteri” dei più sfavoriti, assicurando a tutti “le basi sociale del rispetto di sé”. A me sembrava che ciò fornisse una base robusta in favore di un reddito di base incondizionato.

Maurizio Ferrera: Ma Rawls non era d’accordo con te….

Philippe Van Parijs: No, e ne fui molto sorpreso e anche deluso. Gliene parlai durante una prima colazione a Parigi nel 1987. Rawls mi obiettò: chi passa tutto il giorno a fare surf sulla spiaggia di Malibu non dovrebbe avere diritto a ricevere un trasferimento incondizionato.

Maurizio Ferrera: Così è il dibattito con Rawls ha dato al tuo editore lo spunto per la copertina del tuo libro…

Philippe Van Parijs: Già. Poi però, in scritti successivi, Rawls cercò di neutralizzare il mio ragionamento in questo modo: il tempo libero e la gratificazione dei surfisti equivale al salario minimo di un operaio a tempo pieno. Introducendo questo elemento nella teoria, il surfista non può più rivendicare di appartenere ai meno sfavoriti.

Maurizio Ferrera: Partita chiusa, allora?

Philippe Van Parijs: No, in una conferenza che feci a Harvard (Perché dar da mangiare ai surfisti?) e poi nel libro che hai citato sopra, Real Freedom for All, ho sostenuto che il punto di vista “liberale” adottato da Rawls consente di giustificare il reddito incondizionato. Per capirlo, bisogna passare attraverso la seguente considerazione. Gran parte del reddito di cui ciascuno di noi dispone non è in realtà il frutto del nostro sforzo, ma dal capitale e dalle conoscenze complessive “incorporate”, per così dire, nella società, quelle che rendono possibile il suo funzionamento efficiente. Il reddito di base non estorce risorse da chi lavora duramente per darle a chi è pigro. Si limita a redistribuire in maniera più equa una colossale “rendita” che la società ci mette a disposizione e che nessuno di noi, individualmente ha contribuito nel passato ad accumulare.

Maurizio Ferrera: Nella tua teoria, il reddito di base andrebbe a tutti, anche ai ricchi. Eppure tu sostieni che ad esserne avvantaggiati sarebbero soprattutto i poveri. Potresti chiarire meglio il punto?

Philippe Van Parijs: A meno che non siano disponibili trasferimenti esogeni (per esempio aiuti internazionali) oppure risorse naturali abbondanti e pregiate, il reddito di base deve essere finanziato da una qualche forma di tassazione. Di norma, le imposte sono progressive, dunque i ricchi contribuiranno al finanziamento più dei poveri. Praticamente, chi ha di più pagherà per il proprio reddito di base e per almeno una parte dei redditi di base che vanno ai poveri. Il reddito di base quindi non renderà i ricchi ancora più ricchi. Al contrario, porterà i poveri più vicino alla soglia di povertà o al di sopra di essa, a seconda del tipo e dell’importo delle prestazioni assistenziali pre-esistenti. Ancora più importante: esso aumenterà la sicurezza dei poveri. Un reddito che si riceve senza nulla in cambio è meglio di una rete di sussidi con dei buchi attraverso i quali si può cadere. Oppure che genera delle trappole.

Maurizio Ferrera: Vediamole meglio queste trappole. Qui il tuo argomento è che i trasferimenti condizionati alla verifica della situazione economica e alla disponibilità al lavoro sono molto spesso intrusivi e repressivi. La ricerca empirica ha effettivamente documentato questi effetti. Mi viene in mente il titolo un bel libro a cura di Ivar Lodemel e Heather Trickey: An Offer you Can’t Refuse: Workfare in International Perspective. In molti paesi, sostengono gli autori, i disoccupati devono accettare lavori che vengono loro offerti con una specie di pistola alla tempia (come faceva Il Padrino): se non accetti, ti tolgo il sussidio. E’ anche la storia raccontata da Ken Loach nel bel film Daniel Blake. Ma il reddito di base è davvero l’unica soluzione? Dopo tutto, i paesi scandinavi sono riusciti a costruire un welfare “attivo”, insieme equo ed efficace: ai giovani e ai disoccupati non si offre un lavoro qualsiasi, prima li si aiuta a migliorare il proprio capitale umano. Il principio non è work first, ma piuttosto learn first. Rimane un po’ di paternalismo, è vero, ma attento alla dignità e ai bisogni delle persone. …

Philippe Van Parijs: Io credo che i soggetti più adatti a giudicare quanto un lavoro sia buono o cattivo – e per molti questo include quanto sia utile o dannoso per gli altri – siano i lavoratori stessi. Essendo senza condizioni, il reddito di base rende più facile abbandonare o non accettare posti di lavoro poco promettenti, a cominciare da quelli che non prevedono una formazione utile. Poiché può essere combinato con guadagni bassi o irregolari, il reddito di base rende più facile accettare stage, o posti di lavoro che si pensa possano migliorare il proprio capitale umano o anche, e più semplicemente, posti di lavoro corrispondenti a ciò che le persone realmente desiderano e pensano di poter fare bene. Si amplia così la gamma di attività accessibili, retribuite e non. Si dà alle persone più potere di scegliere. Il reddito di base attrae chi si fida delle persone più che dello stato come migliori giudici dei loro interessi.

Maurizio Ferrera: Restiamo sul tema del lavoro. Nell’apertura del tuo nuovo libro, tu sei molto pessimista circa gli effetti delle nuove tecnologie e della globalizzazione sui posti di lavoro, sembri rassegnato alla prospettiva della cosiddetta “stagnazione secolare”. E giustifichi la proposta del redito di base anche come risposta nei confronti di questo scenario. Ci sono però studiosi che la pensano diversamente. Il lavoro non scomparirà. L’invecchiamento della popolazione e l’espansione di famiglie in cui entrambi i partner lavorano amplierà notevolmente la richiesta di servizi sociali “di prossimità” (assistenza personale, cura dei bambini, e in generale servizi di “facilitazione della vita quotidiana”) i quali non potranno essere svolti dalle macchine né delocalizzati. Sanità, istruzione, ricerca, formazione, intrattenimento, turismo: anche in questi settori l’occupazione potrà crescere. E la cosiddetta “internet delle cose” sposterà in avanti la frontiera dei rapporti fra umani e macchine o robot, senza però annullare (e forse nemmeno comprimere in modo drastico) il ruolo, e dunque l’impiego attivo degli umani, appunto. Citando una profezia di Keynes, tu dici che l’innovazione tecnologica consente oggi di risparmiare forza lavoro ad un ritmo tale che diventa impossibile ricollocare i disoccupati altrove. Siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Ci sono paesi in Europa che si situano alla frontiera dello sviluppo tecnologico e pure mantengono altissimi livelli di occupazione, anche giovanile e femminile. Si tratta, di nuovo, dei paesi Nordici, che hanno riorientato il proprio welfare nella direzione dell’investimento sociale, senza aver (ancora?) introdotto il reddito di base…

Philippe Van Parijs: In realtà non credo in una rarefazione irreversibile di posti di lavoro. Ma ritengo che il cambiamento tecnologico labour saving, in congiunzione con la mobilità globale del capitale, delle merci, dei servizi e delle persone, generi una polarizzazione del potere di guadagno. I proprietari di capitali, dei diritti di proprietà intellettuale, coloro che hanno competenze altamente richieste dal mercato saranno in grado di appropriarsi di una quota crescente di valore aggiunto. Allo stesso tempo, per molti lavoratori il potere di guadagno si riduce (o rischia di ridursi) al di sotto di quello ritenuto necessario per una vita dignitosa. Se si vuole impedire che un numero sempre maggiore di persone restino bloccate all’interno delle tradizionali reti di assistenza sociale, si possono immaginare due strategie, due versioni della stessa nozione di welfare attivo. La strategia “lavorista” consiste nel sovvenzionare i posti di lavoro, esplicitamente o implicitamente; la strategia “emancipatrice” consiste nel capacitare le persone. Chi crede che il ruolo centrale del sistema economico non sia quello di creare occupazione, ma di liberare le persone, si orienterà, – come faccio io – verso la seconda strategia, che ha come nucleo centrale il reddito di base. Ma la prima strategia ha a sua volta molte varianti, non tutte ugualmente repressive o ossessionate dal lavoro, né quindi ugualmente lontane dalla seconda.

Maurizio Ferrera: Veniamo alla vexata quaestio dei costi. Innanzitutto, nella tua concezione, quale dovrebbe essere l’importo del reddito di base? Nella ambigua proposta del Movimento Cinque Stelle per un reddito di cittadinanza si parlava di 700 euro al mese. All’inizio si pensava che si trattasse di un reddito universale, molti italiani ancora credono che sia così. In realtà i Cinque Stelle propongono un reddito minimo garantito, anche se molto generoso e costoso (più di venti miliardi di euro l’anno). In base a quali criteri dovrebbe essere definito l’importo del reddito di base?

Philippe Van Parijs: I promotori del referendum svizzero del giugno 2016 sul reddito di base hanno proposto un importo mensile di CHF 2300, pari al 39% del PIL pro capite della Confederazione. Il loro argomento era che tale livello fosse necessario per portare ogni famiglia al di sopra della linea di povertà, compresi i single residenti in aree urbane. Nel prossimo futuro, ogni proposta ragionevole per un reddito di base incondizionato, e quindi strettamente individuale, dovrà rimanere molto più modesta, ad esempio tra il 12% e il 25% del PIL pro capite (mf: per l’Italia, la forbice si situerebbe fra 270 e 560 euro al mese). Dovranno essere quindi mantenuti alcuni sussidi aggiuntivi di tipo condizionato per far sì che nessuna famiglia povera ci perda.

Maurizio Ferrera: Tu stesso ammetti come auto-evidente il fatto che l’universalità comporta un alto livello di spesa pubblica. Come si finanzierebbe il reddito di base?

Philippe Van Parijs: Partire dal costo lordo – reddito di base moltiplicato per ibeneficiari – è fuorviante. Se gli importi sono modesti, la maggior parte dei costi si “autofinanziano” da due fonti. In primo luogo, tutte le prestazioni monetarie inferiori all’importo del reddito di base vengono eliminate e tutte le prestazioni più elevate verrebbero ridotte dello stesso importo.

Maurizio Ferrera: Fammi capire bene. Poniamo che il reddito di base sia fissato a 400 euro mensili. Per qualcuno che avesse un sussidio permanente pari a questo importo cambierebbe solo il nome. Per chi ce lo avesse più basso, il sussidio verrebbe sostituito dal reddito di base: dunque un guadagno netto. Per chi gode invece di una prestazione più alta (poniamo una pensione minima di 800 euro), il trasferimento scenderebbe a 400, si aggiungerebbe però il reddito di base e il reddito totale non cambierebbe (800 euro in totale).

Philippe Van Parijs: Esattamente. La seconda fonte sarebbe questa: tutti i redditi sono tassati dal primo euro all’aliquota attualmente applicabile ai redditi marginali di un lavoratore dipendente a tempo pieno con bassa retribuzione.

Maurizio Ferrera: Tutti i redditi, dunque anche quelli su patrimonio e investimenti finanziari, senza distinzioni o franchigie? E questo basterebbe per auto-finanziare il reddito di base?

Philippe Van Parijs: Le due fonti congiunte assicurerebbero l’auto-finanziamento di gran parte del costo lordo. Naturalmente, ogni paese ha il suo mix regolativo di imposte e trasferimenti, e da questo dipenderebbe l’ammontare complessivo del gettito che si renderebbe disponibile.

Maurizio Ferrera: Nel tuo libro sottolinei l’importanza di concepire il reddito di base come trasferimento monetario, ma chiarisci che esso non sostituirebbe tutti i servizi erogati o finanziati dallo stato. Supponiamo che un immaginario stato dei nostri tempi, privo di qualsiasi politica di protezione sociale, ti desse carta bianca per progettargli un sistema pubblico di welfare. Oltre al reddito di base, che cosa ci metteresti?

Philippe Van Parijs: Dovrebbero esserci prestazioni per i figli, esse stesse congegnate come reddito di base pagato ai genitori, ad un livello che può variare con l’età ma non con il numero di figli. Dovrebbero restare sistemi pubblici educativi e sanitari efficienti, obbligatori e poco costosi e dovrebbero esserci schemi di assicurazione integrativa di tipo contributivo per malattia, disoccupazione e vecchiaia. Va da sé che lo stato continuerebbe a fornire beni pubblici come la sicurezza fisica, la mobilità sostenibile e, mettiamola così, una “piacevole immobilità” negli spazi pubblici.

Maurizio Ferrera: I paesi europei hanno oggi estesi welfare state, che assorbono fra il 25 e il 30% del PIL. Come vedresti la transizione verso il reddito di base? Immagino che si dovrebbero prevedere dei tagli alle prestazioni esistenti. Come affrontare il problema di “diritti acquisiti”, che in molti paesi (primo fra tutti l’Italia) vengono considerati inviolabili anche dalle Corti Costituzionali?

Philippe Van Parijs: La proposta di un reddito di base non presuppone che si parta da zero, da una tabula rasa. Al di sopra di importi estremamente modesti, è chiaro che vi dovrà essere una ridistribuzione a spese dei redditi più elevati, forse anche a spese delle pensioni più generose. Senza dubbio, alcune categorie si sentiranno minacciate, chiederanno forme di compensazione implicita o esplicita. Quanto ai diritti acquisiti: se la transizione avviene facendo leva sul sistema fiscale, non vedo perché essa debba incontrare ostacoli costituzionali insormontabili.

Maurizio Ferrera: Non oso pensare alle difficoltà politiche che si incontrerebbero per attuare riforme così ambiziose dal punto di vista istituzionale e redistributivo….

Philippe Van Parijs: Si, ma fortunatamente il calcolo fra vantaggi e perdite finanziari immediati non è l’unico fattore da prendere in considerazione per valutare la fattibilità di riforme. Se fosse così, dubito che avrei passato gran parte della mia vita ad occuparmi di filosofia politica.

Maurizio Ferrera: In effetti, noi scienziati politici siamo a volte troppo realisti. Ma siamo anche convinti che le idee e i valori contino nel plasmare il cambiamento. E che la politica non sia solo gestione dell’esistente, ma anche “visione”, elaborazione di utopie realizzabili (anche se suona come un ossimoro).

Philippe Van Parijs: Il reddito di base incondizionato è in qualche modo un’utopia. Ma lo erano, fino a non moltissimo tempo fa, anche l’abolizione della schiavitù o il suffragio universale. “Il possibile non verrebbe mai raggiunto nel mondo se non si ritentasse, ancora e poi ancora, l’impossibile” Così scrisse Max Weber nel suo famoso testo La politica come professione. Un’esortazione da condividere in pieno. Avanti!
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Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 23 ottobre e pubblicato da BIN Italia previo consenso dell’autore.
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Oggi sabato 4 novembre 2017

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lampada aladin micromicroGli Editoriali di Aladinews. Impegnati per il Lavoro e per il Reddito dignitosi per tutti.
Reddito di cittadinanza: quale finanziamento?. Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi e su Aladinews.
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tqnjqq_0Reddito incondizionato a tutti i cittadini: dialogo di Maurizio Ferrera con l’economista Van Parijs.
Dialogo con il filosofo e economista Philippe Van Parijs sulla sua proposta del reddito di base incondizionato come proposta radicale di riforma dei sistemi di protezione sociale.
Philippe Van Parijs sarà con il BIN Italia il 10 novembre 2017 a Roma per una lectio magistralis dal titolo “Reddito di base una proposta per il XXI Secolo”.
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democraziaoggiPuigdemont, un avventurista; Rajoy, un provocatore
4 Novembre 2017

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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Commento di Tonino Dessì (su fb)
Il punto di vista di Andrea Pubusa, che come suo solito non lesina realismo e parole forti.
Il fatto è che la vicenda catalana ha destato e desta fortissime perplessità in una vasta area di democratici sardi, analoghe credo a quelle di gran parte dell’opinione pubblica democratica italiana ed europea.
Personalmente non avrei molto di approfondito da aggiungere a quello che ho scritto nei giorni scorsi seguendo passo passo gli eventi e a quello che ho scritto nel post di ieri.
Si tratta di eventi dai quali possiamo già trarre insegnamenti importanti. Fra questi il più evidente è che il contesto costituzionale di grandi realtà statuali non è fatto solo di norme astratte, ma rispecchia e compone una molteplicità di forze e di interessi materiali.
Non si può pensare che un tentativo di romperlo unilateralmente, da parte di qualsiasi componente, anche afferente a un intero territorio, non attivi forze e interessi contrapposti.
Perciò una strategia e una tattica che non prevedano queste reazioni e non si domandino se il gioco valga la candela sono da considerare altamente rischiose, se non velleitarie.
Tuttavia non si possono chiudere gli occhi di fronte al fatto che la vicenda catalana ha provocato il coinvolgimento di masse di cittadini animati da una pulsione convintamente identitaria.
La reazione delle autorità centrali a un moto che ha origini risalenti e radicamento cospicuo è stata ottusa e inadeguata.
Ho anche già avuto modo di scrivere che una questione come questa non dovrebbe essere lasciata nelle mani dei magistrati penali.
Il punto di crisi va affrontato con alto senso di responsabilità.
Anche per questo ho fatto cenno alle responsabilità del Parlamento spagnolo e dei partiti politici spagnoli.
Spetterebbe a loro prendere atto che l’esperienza della maggioranza e del Governo a guida Rajoy andrebbe terminata e che la via di pacificazione passa per una depenalizzazione dei comportamenti finora messi in atto dalle istituzioni catalane, mediante una tempestiva legge di amnistia ad hoc, e per la successiva chiamata di tutto il corpo elettorale a elezioni generali e territoriali, nelle quali si confrontino piattaforme nuove per un assetto costituzionale più avanzato.
Io resto per una soluzione federalista, in Spagna come nella prospettiva in Italia.
Al momento non avrei altri spunti di riflessione da suggerire.
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eddyburgSOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PRINCIPI » SCANDURRA
Il giorno delle elezioni
di ENZO SCANDURRA su eddyburg, ripreso da aladinews.

So di dire un’ingenuità. Ma è la sola cosa che resta a chi legge ogni giorno le estenuanti prove di dare vita, a sinistra, ad una coalizione diversa dal PD. I temi non mancano: le disuguaglianze… la povertà… la minaccia ambientale… le sorti della scuola e della università… la precarietà…
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Impegnati per il Lavoro e per il Reddito dignitosi per tutti

unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccioniReddito di cittadinanza: quale finanziamento?
di Gianfranco Sabattini
Il problema del finanziamento del “Reddito di Cittadinanza” (“RdC”) è una delle questioni da sempre oggetto di discussione, anche all’interno della linea del pensiero economico che ha elaborato il modello di stato sociale alternativo a quello fondato sul welfare, adottato nel 1945.
Per amore della memoria storica, vale la pena ricordare che l’espressione Reddito di Cittadinanza è “nata” nel 1986, a seguito della First International Conference on Basic Income, tenutasi per iniziativa del Basic Income European Network (BIEN), costituito l’anno precedente. La conferenza, svoltasi presso l’Università cattolica di Lovanio, ha inaugurato la prima fase di riflessione sul Reddito di Cittadinanza, ma è servita anche a legittimare l’inquadramento del problema della sua traduzione in termini di politica sociale nell’ambito dell’analisi economica.
La letteratura sull’argomento evidenzia che, nell’anno in cui si è svolta la conferenza, molti economisti inglesi erano ancora propensi ad usare, in luogo dell’espressione Reddito di Cittadinanza, quella di Dividendo Sociale, introdotta dall’economista James Edward Meade, che per primo aveva formulato un modello organizzativo dello stato di sicurezza sociale alternativo al welfare.
Alla fine della conferenza del 1986, i suggerimenti per stabilire definitivamente il nome del BIEN è stato, tra i molti avanzati, quello che, in considerazione della natura bilingue del Paese che ospitava la conferenza, proponeva di associare all’acronimo “BIEN” (che in lingua francese significa anche “bene”) la sua traduzione fiammingo-olandese in “GOED”, che oltre a significare ugualmente “bene”, corrispondente all’espressione inglese “Great Order for European Dividend”. Trovato l’accordo sul nome del BIEN, tutti hanno convenuto di denominare “RdC” lo strumento di politica economica attraverso il quale realizzare un sistema di sicurezza sociale alternativo a quello universalmente adottato.
I partecipanti alla conferenza di Lovanio, riprendendo la proposta di James Meade, formulata nel 1948 in “Planning and the Price Mechanism”, hanno messo in risalto i limiti dello stato di sicurezza sociale d’ispirazione keynesiana, imputandoli al fatto che il principio della sovranità popolare, che avrebbe dovuto rappresentare il contrappeso alla arbitrarietà degli automatismi politici nella distribuzione fiscale del costo della sicurezza sociale, fosse stato distorto dalla logica di funzionamento del welfare State, sotto molti punti di vista: mancata estensione della sicurezza sociale a tutti indistintamente, insorgenza di continue emergenze come conseguenza della dinamica del sistema economico, incapacità di contribuire alla stabilizzazione dei livelli occupazionali, ed altri ancora.
Inoltre, i lavori della conferenza sono valsi a sottolineare, come l’esperienza in molti Paesi consentisse di evidenziare che, quando la gestione del welfare State è lasciato all’azione discrezionale della politica, in assenza di un qualche automatismo autoregolatore, è resa possibile una tale manipolazione dei flussi di reddito da originare un crescente indebitamento del settore pubblico, a danno di tutti i cittadini. Infine, la conclusione della conferenza rilevava che la logica di funzionamento dei moderni sistemi produttivi capitalistici non era più in grado di “creare” posti di lavoro, come nel passato; né essa consentiva di “conservare” i livelli occupazionali acquisiti, producendo crescenti livelli di disoccupazione strutturale irreversibile. Per contrastare qust’ultima, i partecipanti alla conferenza hanno prospettato la necessità di creare, all’interno dei sistemi sociali, condizioni tali da consentire, oltre che il sostentamento del nuovo “esercito di forza-lavoro di riserva senza lavoro”, anche l’”autoproduzione”; ciò che poteva ottenersi attraverso l’erogazione di un “RdC” che, secondo la proposta di Meade, doveva essere corrisposto in moneta, sotto forma di Dividendo Sociale, ad ogni singolo cittadino (uomo, donna o bambino), da utilizzare anche come fonte alternativa di nuove opportunità di lavoro.
Nell’approfondimento delle modalità attraverso cui arrivare all’introduzione di un “RdC”, gli aderenti al BIEN si sono anche orientati ad accogliere i suggerimenti di Meade riguardo al finanziamento della nuova forma di reddito, attraverso due vie: una prevedeva il ricupero delle risorse impegnate nel funzionamento del sistema di sicurezza sociale fondato sul welfare State; l’altra via era fondata sulle rimunerazioni derivanti dalla vendita sul mercato dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva (non pubblica), i cui proventi avrebbero alimentato un “Fondo Capitale Nazionale”, dal quale trarre le risorse per l’erogazione del Dividendo Sociale a tutti i cittadini.
La seconda forma di finanziamento proposta da Meade è stata oggetto di approfondimento e perfezionamento da parte di un suo allievo, Edwin Morley-Fletcher (per molti anni presente come docente in alcune Università italiane, ricoprendo, negli anni Ottanta, anche il ruolo di capo dello staff della presidenza della Lega nazionale delle cooperative e mutue). Morley-Fletcher ha proposto un modello di finanziamento del “RdC” basato sulla costituzione di un “Fondo Capitale” dal quale trarre le necessarie risorse finanziarie; ciò, al fine di evitare, per questa via, il problema della discrezionalità politica nel decidere la quota del reddito nazionale corrente da destinare a finalità ridistributive. Secondo Morley-Fletcher, il “Fondo” poteva essere alimentato dai surplus della bilancia internazionale dei pagamenti dei singoli Paesi, oppure attraverso un’imposta sui grandi patrimoni.
Sulla base di questa proposta, sarebbe stato possibile assegnare a ciascun cittadino, “dalla culla alla bara”, uno stock nominale di capitale, sufficiente a garantirgli l’erogazione di un Dividendo Sociale pari al “RdC”, proposta da realizzare in una prospettiva temporale adeguata, al fine di consentire la costituzione del “Fondo Capitale” necessario perché l’attuale welfare State potesse essere sostituito completamente. Naturalmente, al “punto omega” di ciascun soggetto, lo stock di capitale nominale assegnatogli alla nascita non sarebbe passato ai suoi eredi, ma sarebbe stato avocato dal “Gestore del Fondo Capitale”, per essere assegnato ad un nuovo soggetto o, nel caso di una dinamica demografica stabile, per essere ridistribuito a vantaggio di tutti i superstiti, od ancora per essere utilizzato con altre finalità sociali.
In Paesi come l’Italia, le condizioni economiche attuali (e quelle di un prevedibile futuro sufficientemente lontano) non consentirebbero la costituzione del “Fondo Capitale” per il finanziamento del Reddito di cittadinanza (RdC): innanzitutto, per gli “ostacoli politici” che impedirebbero l”assorbimento” dei surplus della bilancia dei pagamenti di parte corrente; ma anche per le difficoltà cui andrebbe incontro la soppressione di molte voci di spesa necessarie per il finanziamento del sistema di sicurezza sociale esistente, o per quelle che impedirebbero di poter disporre delle risorse provenienti da una possibile imposta patrimoniale. Per tutti questi motivi, più “percorribile” potrebbe essere l’inserimento del problema del finanziamento del “Fondo Capitale” nella prospettiva delle finalità del cosiddetto “movimento benecomunista”, ovvero di quel movimento che si prefigge di riordinare i diritti di proprietà all’interno dei moderni sistemi industriali, al fine di sottrarre al mercato tutti quei beni di proprietà pubblica destinabili alla soddisfazione dei bisogni esistenziali incomprimibili degli esseri umani; ciò però non potrebbe prescindere da una profonda revisione dei diritti di proprietà, per trasformare la proprietà pubblica di beni non esitabili sul mercato in proprietà comune o collettiva.
Il riordino dei diritti di proprietà può trovare la sua logica giustificazione, considerando che da sempre a loro fondamento è stato posto il lavoro, inteso come condizione perché chi ne fosse titolare potesse godere e disporre, in modo pieno ed esclusivo, entro certi limiti, dei beni acquisiti con le proprie capacità lavorative. Tale condizione è sempre stata ricondotta all’ esistenza di un ordine naturale; poiché, però, fin dall’epoca della rivoluzione agricola (8-12 mila anni or sono) nessun individuo ha mai “lavorato” in una condizione di isolamento, così da produrre beni utili con il suo solo lavoro indipendente, ma ha potuto produrli nella misura desiderata solo all’interno della comunità, attraverso la cooperazione dei soggetti che di essa facevano parte, la “dimensione sociale” della loro produzione costituisce motivo sufficiente a “fare premio” sull’esistenza di ogni presunto ordine naturale e, quindi, a giustificare l’introduzione di limiti al loro godimento esclusivo.
Gli stravolgimenti verificatisi nell’età moderna, soprattutto quelli imputabili alla rivoluzione industriale, i cui effetti sono stati inaspriti dalle ricorrenti crisi sociali ed economiche, giustificano l’impegno di quanti sono interessati ora a migliorare la definizione dei diritti di proprietà; l’impegno, però, dovrebbe essere orientato con particolare riferimento a tutto ciò che è esprimibile in termini di risorse “regalate dal cielo”. Solo su questa base si potrebbe costruire una teoria dei diritti di proprietà che ponga rimedio a tutte le conseguenze negative originate da una loro “cattiva definizione”; è questa la condizione che dovrebbe essere soddisfatta allo scopo di migliorare la definizione delle modalità con cui le popolazioni possono relazionarsi ai beni dei quali dispongono, senza trascurare, come ricorrentemente avviene, le forme di una loro razionale gestione. Così diverrebbe plausibile pensare alla costituzione di un “patrimonio/capitale collettivo”, dal quale trarre, con la vendita dei servizi ai prezzi di mercato, i proventi da fare affluire al “Fondo Capitale” proposto da Morley-Fletcher.
Pertanto, l’introduzione del “RdC”, non potrà essere disgiunta da un riordino dei diritti di proprietà, nelle diverse forme in cui questa si manifesta (comune o collettiva, pubblica e privata) che dovranno rappresentare un “continuum di regimi proprietari”, definiti tenendo conto della realizzabilità del sistema di sicurezza sociale fondato sul “RdC”.
In Italia, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, all’insegna del “terribile diritto” della proprietà privata e del misconoscimento di alcuni dettati costituzionali che ne salvaguardavano la funzione sociale, è stata realizzata la distruzione dell’”economia mista” e la privatizzazione di buona parte del patrimonio pubblico; processo, questo, che continua ad essere alimentato, da parte delle maggioranze politiche che si susseguono al governo del Paese, unicamente per “ragioni di cassa”.
Il movimento benecomunista considera giustamente i beni comuni oggetto di diritti universali, la cui definizione e fruizione non possono essere “appiattite” su quelle connesse alle argomentazioni della prevalente teoria giuridico-economica. Per dirla con le parole di Stefano Rodotà, il giurista che è stato tra i primi ad introdurre la questione dei beni comuni in Italia, “se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, […] allora può ben accadere che si perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità ‘comune’ di un bene può sprigionare tutta la sua forza” (S.Rodotà, Il valore dei beni comuni, Fondazione Teatro Valle Bene Comune, 2012), in funzione della soddisfazione dei diritti universali corrispondenti ai bisogni esistenziali incomprimibili degli esseri umani. Può dirsi che il diritto a un reddito incondizionato, qual è il “RdC”, non possa rientrare nel novero di tali diritti?
Per evitare lo smarrimento della loro preminente qualità, i beni comuni devono essere sottratti al mercato e salvaguardati giuridicamente, garantendo a tutti la fruibilità dei servizi che essi, direttamente o indirettamente, possono rendere. Ma come? Rodotà manca di dirlo, mentre è ineludibile, considerata la loro natura di risorse scarse, la necessità che siano stabilite le procedure finalizzate a governarne la conservazione e la gestione; ciò, al fine di evitare che la sola definizione dal lato del consumo esponga i beni comuni al rischio di un loro possibile spreco. Tra l’altro, oltre che pervenire a una precisa definizione dello status giuridico dei beni comuni, sarà anche necessario stabilire quali dovranno essere, per quanto riguarda specificamente i beni pubblici, quelli da sottrarre alle leggi di mercato, da gestire attraverso un’”Autorità” pubblica, dotata dei poteri idonei a sottrarla ad ogni condizionamento politico, al pari di quanto avviene, ad esempio, per la massima istituzione bancaria del Paese.

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L’articolo di Gianfranco Sabattini è stato pubblicato in due parti anche da Democraziaoggi: il primo e il tre novembre 2017.
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Oggi mercoledì 1° novembre 2017

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Reddito di cittadinanza: quale finanziamento? (1)
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Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
unique-forms-of-continuity-in-space-umberto-boccionilampadadialadmicromicroDemocraziaoggi pubblica la prima parte di un articolo del Prof. Gianfranco Sabattini sul reddito di cittadinanza. L’argomento è ormai entrato nel dibattito pubblico ed ha costituito oggetto del recente Convegno sul Lavoro organizzato ai primi del mese scorso dal Comitato d’Iniziativa costituzionale e statutaria. La riflessione si incentra sul punto critico e centrale della problematica: come finanziarlo?
La seconda parte, dedicata al finanziamento in Italia, verrà pubblicata da Democraziaoggi il 3 p.v. Il giorno successivo Aladinews riprenderà l’intero contributo di Sabattini nella sezione Editoriali
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Archivio. Elena Granaglia, le tesi e le presunte “ombre” del reddito di cittadinanza. Un intervento di approfondimento di Gianfranco Sabattini, su l’Avanti!.
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SardiniaPost loghettpLatte, i pastori sardi rilanciano: “L’assessore Caria si dimetta”
Su SardiniaPost.
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Impegnati per il Lavoro. Dibattito

LAVORO E NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
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Industry 4.0 la sfida del lavoro ad umanità aumentata

di Marco Bentivogli su Rocca

Industry 4.0 è ormai molto più che un logo, è la formula, di paternità tedesca, che evoca l’avvento della quarta rivoluzione industriale, successiva alle tre precedenti (avvento della macchina a vapore, del motore elettrico, dell’automazione). Protagonista di Industry 4.0 è la diffusione sempre più accelerata di Internet, infrastruttura portante di una profonda riorganizzazione delle attività sociali ed economiche. Non si tratta di introdurre nel tessuto produttivo robot e automazione, che sono tra di noi da 30 anni; si tratta piuttosto di 9 tecnologie abilitanti che cambieranno tutto, dentro la fabbrica e soprattutto attorno ad essa, in quello che speriamo sia un ecosistema intelligente e sostenibile. In questo contesto anche la manifattura si trasforma radicalmente: cambiano l’organizzazione, le modalità, i tempi e l’idea stessa di lavoro. Tutto ciò provoca spesso reazioni polarizzate nei confronti della tecnologia: da un lato gli iperpessimisti, ossessionati soprattutto dagli effetti distruttivi sull’occupazione; dall’altro gli iper-ottimisti acritici. Entrambi affrontano una questione così complessa attraverso semplificazioni arbitrarie, che trovano facile eco nei media, con l’effetto di traghettare il dibattito pubblico su sponde ideologiche.
La guerra di cifre tra chi pensa che finirà il lavoro e chi pensa che con la tecnologia finirà il lavoro è veramente assurda. Se analizziamo senza preconcetti ciò che è avvenuto negli ultimi anni in Italia, ci accorgiamo che non sono stati i troppi investimenti in tecnologia a distruggere lavoro e occupazione, ma i troppo pochi. Molte delocalizzazioni e chiusure sono avvenute per questo, certo non a causa della «globalizzazione».

un sindacato nuovo per il lavoro che cambia
La sfida che abbiamo di fronte ci interpella nel profondo e richiede una seria elaborazione etica e culturale, volta a governare tali processi in una prospettiva di sostenibilità. Se davvero ci preme «umanizzare» il lavoro nella rivoluzione digitale, l’ultima cosa da fare è mettersi ideologicamente sulla difensiva. La tecnologia contiene i valori di chi la progetta, pertanto non ci resta che entrare in gioco con proposte. Molti lavori non consentono lo sviluppo, la fioritura dell’umano, come la Laudato si’ ci insegna; ma la tecnologia può aiutarci ad estendere le attività in cui l’uomo non solo cresce ma è imbattibile. Certo, è una grande sfida.
Ciò chiama in causa innanzitutto il sindacato, chiamato a svolgere una forte azione educativa, culturale e contrattuale. Serve allora un «sindacato nuovo», sintonizzato con la realtà in mutamento e rappresentativo del lavoro che cambia, in grado di valorizzare le dimensioni umane e professionali che rendono il lavoro un’esperienza significativa e di senso. Temi contrattuali come la formazione continua, la conciliazione vita-lavoro, il welfare integrativo acquistano un valore sempre più importante per dare cen- tralità alla persona nell’economia, fattore determinante peraltro per la crescita della produttività delle imprese. Nella quarta rivoluzione industriale, il capitale più importante per l’impresa è la persona!
La Fim Cisl ha scelto di misurarsi su questo terreno, essendo abituata fin dall’origine a confrontarsi positivamente con l’innovazione per aprire varchi nuovi nella contrattazione. L’immobilismo di fronte alle innovazioni è atteggiamento perdente, tipico di sindacalisti conservatori e fatalisti. Ad esempio, quando negli anni ’90 nacque lo stabilimento Fiat a Melfi, di fronte all’applicazione di una nuova organizzazione del lavoro – la lean production – il ritardo nello studiarla, nel comprenderne pregi e limiti, relegò il sindacato ad un ruolo marginale in azienda.
Ma dagli errori bisogna imparare. Per questo la Fim, quando recentemente la Fca (Fiat-Chrysler) ha introdotto un nuovo modello organizzativo, il Wcm (World Class Manufacturing), ha aperto, in collaborazione con i Politecnici di Milano e di Torino e con il coinvolgimento di oltre 5.000 persone, un «cantiere» di studio e di ricerca da cui trarre analisi e proposte utili a comprendere i bisogni delle persone, anticipando e governando i cambiamenti del lavoro. Siamo convinti che questo sia l’approccio giusto.

Il medesimo metodo l’abbiamo utilizzato quando è cominciata ad emergere la questione Industry 4.0, su cui la Fim è stata tra i primi in Italia ad aprire il dibattito, nel 2015, con un’iniziativa tenutasi presso l’Expo di Milano dal titolo «#SindacatoFuturo in Industry 4.0».
In quell’occasione i sindacalisti dei metalmeccanici si sono confrontati con i massimi esperti in materia, in uno scambio assai fruttuoso. Successivamente è nata una collaborazione con Adapt, con cui la Fim ha aperto un cantiere permanente di ricerca e monitoraggio nel settore metalmeccanico, che ha generato il Libro verde sui cosiddetti Competence Center, ossia quei centri di eccellenza nella ricerca applicata che, secondo quanto previsto dal piano Calenda, dovrebbero accompagnare le imprese nello sviluppo di Industry 4.0.
Una delle conseguenze più rilevanti di Industria 4.0 è senza dubbio l’aver richiamato il ruolo fondamentale della formazione. Che, dopo la salute, è il diritto più importante per i lavoratori: dà maggiori opportunità di salari alti, occupazione stabile e migliore qualità del lavoro; inoltre rappresenta il fattore abilitante di questa nuova rivoluzione dell’industria, che non potrà avere come obiettivo solo quello di ridurre lo skill gap tra le professioni attuali (compito cui peraltro intende rispondere l’introduzione del diritto soggettivo alla formazione nel contratto nazionale dei metalmeccanici) e arricchire le competenze dei giovani in uscita dalla scuola, ma dovrà anche fornire le competenze necessarie per affrontare la complessità del lavoro del futuro, facendo propri i paradigmi dell’economia digitale.
Con molta probabilità, anche l’idea di settore industriale non sarà più indicativa di singole filiere produttive. In questo senso, la nuova manifattura 4.0 richiede un ripensamento completo della nostra idea di produrre e del rapporto tra uomo e tecnologia e, ancor più, una valorizzazione degli elementi che insieme alla tecnologia contribuiscono a rendere rivoluzionaria Industry 4.0: la sostenibilità sociale, economica e ambientale dell’impresa, la valorizzazione della partecipazione e del talento, nonché delle relazioni.
In questa nuova realtà manifatturiera l’uomo sarà ancor più centrale, smentendo le ricorrenti profezie – da Jeremy Rifkin all’ultimo arrivato, il sociologo Domenico De Masi – su un’epoca di «fine del lavoro», nella quale l’operosità umana verrebbe sostituita dal lavoro dei robot e «indennizzata» dal reddito di cittadinanza.

il nuovo mondo di Industry 4.0
Industry 4.0 coinvolge nove tecnologie fondamentali, dette anche tecnologie abilitanti: robot autonomi, realtà aumentata, cloud computing, big data e analitica, sicurezza informatica, internet delle cose industriali, integrazione dei sistemi orizzontali e verticali, simulazione e produzione additiva. Queste tecnologie sono state già implementate singolarmente da tempo; ora però Industry 4.0 le riunisce in una sorta di ecosistema 4.0.
L’Italia è forte nella maggior parte di esse, ma molto debole nella loro integrazione industriale, in particolare nelle piccole e medie imprese. Quando operano nell’ambito di un sistema coeso, queste tecnologie hanno il potere di trasformare la produzione e modificare la natura dei rapporti tra fornitori, produttori e clienti. Al tempo stesso mutano i rapporti tra uomo e macchina, che saranno sempre più integrati attraverso la bioingegneria. Grazie all’Internet delle cose (Iot), le macchine sono in grado di comunicare tra loro mentre apprendono lavorando assieme agli esseri umani. Non basta installare qualche robot per dire che abbiamo realizzato Industry 4.0. I robot fecero il loro ingresso in fabbrica, almeno in Italia, già nella seconda metà degli anni Ottanta (ricordiamo i robot della Comau installati dalla Fiat). Non si tratta della semplice digitalizzazione, né della pura applicazione dell’informatica alla produzione e neppure dell’Iot, ovvero di internet applicato alla manifattura. Industry 4.0 cambia integralmente l’idea, la struttura e l’organizzazione dell’impresa, ma – cosa più importante – induce un contestuale cambiamento di ciò che è dentro e ciò che è fuori le mura dell’impianto: la fabbrica diventa cyber physical system, un sistema interattivo che integra e connette elementi computazionali, esseri umani ed entità fisiche.
Senza un ecosistema 4.0 e senza la persona, la fabbrica intelligente non funziona. Il sindacato non può rassegnarsi a un atteggiamento passivo. Deve perciò avviare progetti di ricerca per produrre analisi e proposte che anticipino il cambiamento anziché subirlo. Non c’è alternativa al giocare d’anticipo.

avanguardie e innovatori «moderati» nella sfida di Industry 4.0
Il piano di rilancio dell’industria promosso dall’Europa da qui al 2020 prevede 100 miliardi di euro per portare al 20% il Pil prodotto dalla manifattura. Uno dei principi alla base della strategia proposta dalla Commis- sione Europea riguarda proprio l’impegno che i paesi devono garantire a favore dell’in- novazione della base industriale.
Come in altri campi, anche in Industry 4.0 all’avanguardia c’è la Germania. Il governo tedesco sta investendo milioni di euro in questo settore, anche per la formazione dei rappresentanti sindacali di fabbrica: l’obiettivo è prepararli al cambiamento. La Germania si candida così non solo a produrre con il metodo smart factory, ma anche a vendere le tecnologie con cui realizzarlo altrove. Anche la Cina sta investendo miliardi di dollari su questo versante. E la Germania, tutt’altro che chiusa in se stessa, sta cooperando con i cinesi nell’ambito di un programma specifico, che si chiama «Made in China 2025».
Il rischio per l’Italia è di rimanere tagliata fuori, specie se non si lavora a fare poche cose ma fatte bene e insieme. In una recente classifica l’Italia, malgrado resti la seconda manifattura del continente e tra le prime 10 al mondo, è collocata tra gli innovatori «moderati». I dati dell’Ocse ci dicono inoltre che nel 2014 la spesa totale del nostro Paese per ricerca e sviluppo è stata dell’1.3% del Pil, contro quella della Germania (2.8%), la media dei paesi Ocse (2.3%) e la media Ue (1.9 %). La partita di Industry 4.0 si gioca anche e soprattutto sul terreno della politica industriale. Ciò richiede una classe politica lungimirante, in grado di varare politiche sociali, formative e industriali tra loro coordinate. Quella che si dice capacità di «fare sistema».
Il piano Calenda, con cui il governo sta provando ad accompagnare le nostre imprese verso Industry 4.0, va nella giusta direzione, operando in una logica di neutralità tecnologica, grazie alla scelta di fiscalizzare gli incentivi. Sarebbe necessario anche riorganizzare il sistema di incentivi già disponibili, per evitare che vengano dispersi, ed effettuare una selezione per assicurarsi che quelle risorse vadano effettivamente ad innovare

la manifattura 4.0.
Nel guidare il sistema verso l’approdo alla fabbrica digitale la contrattazione può fare molto, specie per le piccole e medie imprese. Il nuovo contratto dei metalmeccanici, da questo punto di vista, ha aperto la strada superando la sovrapposizione tra i due li- velli della contrattazione, nazionale e azien- dale, e avvicinandola così all’impresa, vale a dire al luogo in cui si produce la ricchezza e si distribuiscono ai salari gli incrementi di produttività. Ma perché questa svolta possa definirsi completa c’è bisogno che sia accompagnata da una contrattazione territoriale in grado di coinvolgere le piccole e medie imprese.

Competence Center
Il rapporto redatto a dicembre 2016 da un gruppo di lavoro della «Digitising European Industry» all’interno della Commissione europea, indica chiaramente che i Digital Innovation Hub non sono solamente un luo- go fisico, ma un network di attori regionali che – offrendo a piccole e medie imprese i servizi di orientamento, formazione e nuo- ve strategie di business – concorrono alla realizzazione di un ecosistema volto a favorire l’innovazione connessa al digitale.
I Competence Center sono invece il «cervello» di questi hub, cioè il soggetto tecnico-organizzativo con il quale le Pmi devono interfacciarsi per essere supportate nella ricerca applicata, nella sperimentazione pra- tica di tecnologie 4.0 e nello sviluppo di progetti in termini di nuova competitività. I Competence Center non si dovrebbero dunque occupare solamente di attività di trasferimento tecnologico, ma operare con le aziende offrendo loro una gamma di servizi più ampia, anche nell’ambito dei nuovi modelli di implementazione delle tecnologie, di sviluppo organizzativo, business e marketing.
A confronto con tutto ciò, in Italia la situazione presenta margini di ambiguità. Il decreto ministeriale sui Competence Center parla infatti della costituzione di «centri di competenza ad alta specializzazione aventi lo scopo di promuovere e realizzare progetti di ricerca applicata, di trasferimento tecnologico e di formazione su tecnologie avanzate». Il principale limite del Piano Nazionale Industria 4.0 è dunque quello di non chiarire la natura complementare e la continuità funzionale tra Competence Center e Digital Innovation Hub. Il testo pare piuttosto evocare l’esperienza dei Research Cam- pus tedeschi, esperienza di per sé positiva ma circoscritta all’attività di ricerca che, da sola, non collegata con la realtà delle im- prese, rischia di rivelarsi insufficiente a portare il nostro Paese su buoni livelli di com- petitività industriale. Ancora, non si capisce se e come verranno coinvolti nel piano i parchi scientifici, i poli tecnologici, i distretti e i cluster. Non possiamo continuare a ripe- tere, magari con nomi suggestivi, esperien- ze del passato su cui sono state investite generose somme di denaro pubblico, spesso per finanziare attività i cui risultati hanno però tradito le aspettative.

Ecosistema 4.0: l’ultima occasione per riportare la manifattura al centro
Il vero anello debole è rappresentato dal sistema delle piccole e medie imprese italiane dell’industria, ancora lontane, salvo qualche eccezione, dal sintonizzarsi sulle frequenze della fabbrica intelligente. Questo per la Fim è un terreno di nuovo protagoni- smo, perché può aprire spazi alla crescita alle capacità innovative delle PMI attraver- so un forte impulso alla partecipazione, de- clinato anche nella nuova contrattazione aziendale. Occorre inoltre un sistema formativo, un sistema duale che renda davvero operativa ed efficace l’alternanza scuola-lavoro.
Un altro aspetto importante è la possibilità – concretizzata, ad esempio, con gli accordi con Fca a Pomigliano e con Whirlpool – di creare le condizioni per il back-reshoring (rimpatrio di attività produttive). La crescita di produttività consentita da Industry 4.0 può cioè permettere il rientro di produzioni che sono state delocalizzate negli anni scorsi.
È per questo che all’Europa servirebbe soprattutto un Industrial Compact, oltre al Fiscal Compact. Ma per raggiungere gli ambiziosi obiettivi del Piano Juncker non sono state stanziate le risorse necessarie. Entro il 2020, si dice, il settore manifatturiero do- vrebbe rappresentare il 20% delle economie dei Paesi europei (l’Italia è posizionata ab- bastanza bene, con un 18%, mentre la media europea è del 15%). Ma ciò che conta non è soltanto il dato quantitativo: sarà de- terminante capire se le quote di manifattu- riero conquistate entro il 2020 saranno ad alto tasso di innovazione, se cioè saranno ottenute attraverso un processo di selezio- ne. Se l’Italia non saprà inserirsi in questo filone di innovazione rischierà di perdere molto velocemente posizioni in classifica. Urgono perciò scelte e impegni di politica industriale all’altezza della sfida.
Molte sono le cose da fare a livello politico ed economico per difendere il lavoro. Occorre liberarsi dal dogma del pareggio di bilancio, che non ha nulla a che fare con l’equilibrio di bilancio, e superare la grande crisi di investimenti (pubblici e privati) nel nostro Paese, puntando anche su banche etiche e di territorio che abbiano la mission di sostenere gli investimenti produttivi e ad alto impatto socio-ambientale.
Servono poi riforme istituzionali che sostengano innovazioni dal basso, nate sul territorio, attraverso Competence Center, definendo però a livello centrale le linee guida, i tempi e l’obbligatorietà della convergenza dei territori in ritardo, per innescare circoli virtuosi.
Serve, infine, un sindacato smart, retto da personale competente e preparato ad ogni livello, a partire dai temi dell’organizzazione del lavoro e della formazione continua. Il paradigma 4.0, tra l’altro, offre una grande occasione per riqualificare il lavoro sindacale e rilanciare una forte politica dei quadri da trasformare in veri e propri «fattori abilitanti» per la costruzione di un nuovo sindacalismo confederale. Ancor più importante è che il sindacato riparta da dove è nato, dai luoghi di lavoro, recuperando la capacità di analizzarli, descriverli e cambiarli, per radicarsi con forza nel territorio.

Marco Bentivogli

Bibliografia
Adapt, Fim 2016 – Libro verde, Industria 4.0 Ruolo e funzioni Competence Center, Adapt University Press 2016.
Adapt, Fim 2017 – Libro Bianco su lavoro e competenze in impresa 4.0, Adapt University Press 2017. Barbetta 2007 – G.P. Barbetta, G. Turati, Organizzazione industriale dei sistemi di welfare. Terorie e verifiche empiriche dell’efficienza compara- ta di imprese con diverse strutture proprietarie, Vita e Pensiero 2007.
Baldoni 2015 – R. Baldoni, R. De Nicola, Il Futu- ro della Cyber Security in Italia. Un libro bianco per raccontare le principali sfide che il nostro Paese dovrà affrontare nei prossimi cinque anni, CINI 2015.
Bentivogli 2015 – M. Bentivogli, D. Di Vico, L. Pero, G. Viscardi, G. Barba navaretti, F. Mosconi, #SindacatoFuturo in Industry 4.0, ADAPT University Press 2015.
Bentivogli 2016 – M. Bentivogli, Abbiamo rovinato l’Italia L’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato, Castelvecchi 2016.
Pero 2012 – L. Pero, Processi di riaggiustamento industriale in Italia, Eddiesse 2012
Simone 2012 – R. Simone, Presi nella Rete, Garzanti 2012.
Seghezzi 2016 – F. Seghezzi, Lavoro e relazioni industriali in Industry 4.0, Adapt University Press 2016 – Bollettino n. 1/2016.

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rocca-22-2017

Si conclude la Settimana Sociale dei Cattolici Italiani. Le proposte per il Lavoro

logo-settimane-sociali-300x212-gkj8v228 ottobre 2017 – Le quattro proposte della Chiesa italiana al governo
Settimane Sociali Le quattro proposte della Chiesa al governo
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- Le tre proposte per l’Europa.
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Intervento conclusivo della Settimana del presidente mons. Filippo Santoro
Il mandato finale del Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI
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Video LE SETTE PROPOSTE per #illavorochevogliamo
Quattro per l’Italia, tre per l’Europa (a cura di Sergio Gatti, vicepresidente del Comitato per la Settimana Sociale di Cagliari).
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(segue)

Il presidente della Regione alla Settimana sociale

pigliaru-28-ott-2017 logo-settimane-sociali-300x212-gkj8v2L’intervento del presidente Pigliaru sul sito web della RAS.
“…stiamo lavorando con serietà e senza alzare i toni alle cose che avevamo promesso, portando a termine riforme importanti e urgenti senza le quali avremmo solo stagnazione costante e frustrazione crescente. E poco importa se a tagliare i nastri dell’inaugurazione un domani ci sarà qualcun altro. A noi basta la certezza di aver fatto le cose che crediamo giuste per dare un futuro migliore alla nostra gente”.
—————–Sito web RAS———————
Un breve commento
ape-innovativaPigliaru rendiconta ciò che ha fatto e sta facendo la sua giunta, secondo il programma elettorale: molti titoli e tuttora risultati inadeguati, ma – dice lui – aspettiamo perché i risultati verranno in tempi lunghi, quando qualcun altro “taglierà i nastri”. Nel lungo periodo diceva Keynes abbiamo la certezza che saremo tutti morti. Purtroppo le attuali politiche neo liberiste provocano molti morti anzi tempo e sofferenze e crescenti povertà nell’attualità. Occorrono allora politiche diverse, radicalmente diverse e il più delle volte opposte a quelle dominanti. E occorre la partecipazione e il protagonismo del popolo. Cosa diversa dal “populismo” dietro la cui critica si nasconde e si assolve Pigliaru (e il ceto politico governante e non solo) Il “basso profilo” che Pigliaru rivendica e per il quale chiede consenso è proprio il limite più grande della sua impostazione politica, che non ci dà prospettive e speranza. Occorre quanto prima un’alternativa che abbiamo l’obbligo di costruire insieme a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà.
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Contributi e riflessioni dalla Settimana cattolica per il Lavoro

logo-settimane-sociali-300x212-gkj8v2
gentili-475x300“Dopo l’inverno viene la primavera. Lavoro degno e futuro dell’Italia”
magatti-475x300di Mauro Magatti
Cagliari, 28 ottobre 2017

Oggi è il giorno dell’ascolto e della proposta.
Già ieri nei tavoli si è cominciato a discutere. E più tardi incontreremo le forze sociali e poi il governo e l’Europa.
In questo percorso, il mio compito è quello di provare a raccogliere in un orizzonte comune i tanti spunti e rinvigorire, se possibile, il passo di tutti così da procedere nel cammino.

1. È solo il racconto della vicenda delle ultime tre generazioni vissute nel nostro paese che ci permette di inquadrare adeguatamente la situazione nella quale ci troviamo.
La generazione del dopoguerra, quella di mio padre, ha lavorato con speranza e passione, creando una grande ricchezza diffusa per sè e i propri figli.
Poi è arrivata la generazione del baby boom, quella di cui io faccio parte: nata insieme all’individualismo e al consumerismo, è cresciuta col benessere, venendo poi investita dal vento forte della globalizzazione neoliberista. A conti fatti, questa generazione lascia in eredità molti debiti e pochi figli.
E così si arriva alla terza generazione, quella dei miei figli – i Millennials – che oggi hanno l’età per affacciarsi alla vita adulta, ma che sono spesso costretti alla scelta tra emigrare o stare in panchina.
È nel quadro di questo percorso storico – nel quale è cambiato anche il modo di essere presenti nella società e nella politica dei Cattolici – che la questione del lavoro in Italia oggi deve essere posta.

2. Una tale situazione non si è creata per caso. Nella storia recente del nostro paese, c’è infatti un punto di svolta: sono gli anni 80, quando il debito pubblico raddoppiò – passando dal 60 al 120% del Pil – e come una idrovora si divorò la ricchezza accumulata nei decenni passati, compromettendo il futuro delle generazioni successive. In quel decennio, esaurita la spinta creativa del dopoguerra, invece di aprire una nuova stagione di sviluppo, l’Italia si è ripiegata su se stessa, adottando un modello antigenerativo – tutto schiacciato sull’io, il breve termine, il binomio consumo-rendita (sostenuto dal debito) – vera causa delle difficoltà di oggi. Un’idea sbagliata – che ha prodotto una cultura – da cui derivano molti dei mali che ben conosciamo: disuguaglianze e povertà; blocco della natalità e del ricambio generazionale; elites estrattive e corruzione endemica; perdita di peso del lavoro sulla ricchezza prodotta.
Se vogliamo essere onesti, dobbiamo ammettere che da lì il paese non si è più ripreso. Come ha confermato la mostra che ha aperto le Settimane: l’Italia viene da una lunga stagione di declino (su cui ha poi inciso la grave crisi internazionale del 2008) il cui costo ricade soprattutto sulle spalle dei giovani, delle famiglie e delle donne.
In una parola, potremmo dire che l’Italia è invecchiata. Ed è invecchiata male.

3. 4. Da qualche tempo, finalmente, i dati parlano di ripresa. E questo è un bene perché respiriamo un pochino meglio
Ma è bene non fraintendere: i benefici della ripresa raggiungono troppo lentamente e parzialmente la quotidianità di molte persone. Nel frattempo sono passati 10anni!
La ragione è che la relazione tra aumento del PIL e condizioni di vita (mediata proprio dal lavoro) è oggi più labile che in passato: crescono i profitti, la produttività, le quotazioni di borsa, ma solo in misura modesta l’occupazione. La ricchezza rimane troppo concentrata e la crescita geograficamente troppo difforme: i salari sono stagnanti e buona parte del lavoro è precarizzata e sottopagata.
Per molte famiglie, le cose non sono migliorate e le aspettative per il futuro rimangono fiacche.
La verità è che la crisi del 2008 ha cambiato le condizioni dello sviluppo: che ce ne rendiamo conto o no, siamo entrati in una nuova fase storica, con la quale dobbiamo ancora imparare a fare i conti.

5. Siamo sulla soglia di una trasformazione profonda. Negli ultimi vent’anni sono state poste solo le premesse della “società digitale”. Sappiamo già che una buona parte del ‘lavoro umano’ sarà sostituito dal ‘lavoro delle macchine”.
Senza cedere al pessimismo, si può ragionevolmente ritenere che, mentre si distruggeranno, nasceranno nuovi lavori. Ma non dimentichiamo che, per le persone in carne e ossa, a contare saranno i modi e i tempi del processo di aggiustamento.
Il rapporto tra vita e lavoro è destinato a essere rimodulato. Il lavoro del futuro, infatti, sarà meno vincolato a luoghi e tempi specifici: in un mondo in cui saremo connessi sempre e ovunque, cosa vorrà dire “lavorare”? Che cosa ne limiterà il tempo? E come si determinerà il salario”? Cosa vorranno dire libertà e creatività?
Già oggi, col cosiddetto lavoro agile, si vanno diffondendo contratti che contemplano la possibilità di lavorare a casa. Una soluzione che può permettere una migliore compatibilità con la vita personale e famigliare, ma che – senza adeguate tutele – può al contrario favorire nuove forme di controllo e sfruttamento.
Sinteticamente, il compito che ci aspetta è di navigare tra la Scilla della società senza lavoro (jobless society) e la Cariddi di una società del tutto lavoro (total job society) – quella in cui ogni nostra attività – di produzione, consumo, cura – potrà venire assoggettata a controllo e misurazione.
Per evitare entrambi questi scogli è necessario impegnarsi per rendere la digitalizzazione una benedizione e non una maledizione.
Ma non sarà un compito facile.

6. Per muoversi nella giusta direzione senza dimenticare chi soffre la prima cosa da fare è mettersi in ascolto per scorgere i germogli di una nuova primavera.
Lo abbiamo fatto in questi mesi con Cercatori di lavoro e dobbiamo continuare a farlo, tornando a casa, nei mesi che verranno.
Ma quali sono questi germogli?
Che il tema della sostenibilità – nella sua accezione ampia: cioè ambientale e sociale – sia oggi imprescindibile lo hanno capito prima di tutto alcune imprese, quelle più dinamiche. La sostenibilità promuo-ve un modello di sviluppo in cui valore economico e sociale sono ricongiunti in un’ottica di medio-lungo periodo. Numerose ricerche dicono che le imprese di successo sono quelle che adottano una strategia centrata su qualità integrale della produzione; relazioni basate sulla fiducia e il reciproco riconoscimento con i dipendenti e la filiera dei fornitori; attenzione al territorio e all’ambiente. La logica dello sfruttamento invece (del lavoro, dei fornitori, dell’ambiente e del territorio, in una eterna lotta quotidiana su quantità e prezzo) non porta molto lontano.

Considerazioni analoghe valgono per i territori. A fiorire sono quelli capaci di mettersi insieme per fare squadra e creare sinergia, superando divisioni e lotte intestine. Le infrastrutture, la formazione, l’integrazione sociale, l’identità locale non sono costi ma investimenti. La stessa BCE ha di recente ammesso che le spese per sanità, educazione e infrastrutture “hanno effetti positivi sulla crescita a lungo termine, riducendo al tempo stesso la spesa improduttiva”.

In terzo luogo, oggi si riconosce che la motivazione è decisiva per armonizzare soddisfazione personale e successo d’impresa. Non solo, tra artigiani, professionisti, tecnici, manager, imprenditori – specie se donne – cresce la domanda di un lavoro associato a un senso. C’è voglia di qualche cosa di più: non solamente far funzionare macchine, servire un sistema efficiente, ma dare il proprio contributo, essere artefici del cambiamento di sè e della società, rispondere ai bisogni e risolvere i problemi mettendo in campo la propria intelligenza.
Una domanda da ascoltare e sostenere. Perché questo è il desiderio umano che è mediato dal lavoro: poter esprimere la propria creatività personale prendendo parte al movimento generativo della vita.

Anche tra i consumatori cresce la consapevolezza del voto col portafoglio. Come un sasso nello stagno, ogni atto di acquisto produce conseguenze che arrivano molto lontano all’interno del sistema economico. Una consapevolezza che cresce orientando nuovi stili di vita e nuovi modi di produzione.

Tutto ciò è particolarmente vero per i giovani. Le ricerche dicono che le nuove generazioni giudicano positivamente l’economia di mercato ma chiedono che sia regolata e messa al riparo dai suoi eccessi. Molto sensibili nei confronti della questione ambientale, i ragazzi sanno che sarà la loro generazione a sopportare i costi di una colpevole inazione. Inoltre, le nuove generazioni ambiscono a costruire un equilibrio migliore tra vita e lavoro, dove la remunerazione economica non costituisce l’unico criterio di scelta. Per lo più aperti e tolleranti verso i migranti, i giovani pensano che l’affermazione personale non debba andare a discapito delle relazioni. Il loro sogno è che il riconoscimento delle loro capacita dal desiderio non sia dissociato dal vantaggio per la comunità circostante.

Che in mezzo a tante difficoltà, a tanto dolore, ci sia ragione di sperare lo mostrerà efficacemente il docufilm che vedremo nel pomeriggio. Un documento prezioso che ci permetterà di intuire quale può essere il nostro futuro.
Prima di tutto rinnoviamo dunque i nostri occhi e il nostro cuore: di fronte ai guasti lasciati dallo sviluppo disordinato degli ultimi decenni, sono tanti coloro che stanno già cercando un nuovo modo di pensare e di vivere il legame con l’altro (visto come costitutivo e non minaccia della propria libertà) e la realtà che li circonda (da rispettare, non semplicemente da sfruttare e manipolare).
Secondo la cornice di uno sviluppo umano integrale tracciato dalla Laudato si’.
Si tratta di non disperdere questo fermento, ma di convogliarlo in una visione unitaria che un po’ per volta occorre far emergere.

Forzando un po’ (ma non troppo!) i termini della questione, si può dire che l’Italia si trova davanti a un bivio: o cadere ancora di più nella spirale di sfruttamento e disuguaglianza resa possibile da una digita-lizzazione che pretenda di organizzare l’intera società come una grande fabbrica; oppure incamminarsi verso un nuovo sentiero di sviluppo che, rilegando economia e società, metta al centro la creatività umana arrivando a delineare una transizione migliore tra vita e lavoro.

7. La primavera, però, non è l’estate – tempo del caldo e dell’attesa – e tanto meno l’autunno – tempo del raccolto. È piuttosto il tempo della semina, cioè della speranza, dell’audacia, dell’impegno. Di chi sa credere senza vedere ancora i frutti.
È questa la stagione che stiamo vivendo!
Ma che cosa possiamo o dobbiamo seminare?

8. Il tempo che viviamo ci sollecita a mettere in discussione l’idea semplice secondo la quale attraverso il consumo – sostenuto dalla finanza – sia possibile sostenere la crescita.
L’ordine dei fattori va invertito: solo quelle imprese, quelle organizzazioni, quei territori, quelle comuni-tà che sapranno mettersi insieme per “produrre valore” potranno prosperare.
Prima occorre produrre valore e poi, solo poi, si può consumare. Non più viceversa.
Si tratta di un vero e proprio Cambio di paradigma. Abbandonata la strada fasulla dell’illusionismo finanziario, siamo chiamati a tornare a “lavorare tutti insieme nella creazione di un valore comune”, in-sieme economico e sociale, materiale e spirituale, secondo un nuovo mix di efficienza e senso, imprenditività e solidarietà, immanenza e trascendenza.

9. Lo provo a dire con una metafora: nel nuovo “mare della tecnica” che avvolge l’intero pianeta, si ripropone la questione della terra.
Etimologicamente, il termine “terra” significa secco, non umido, in contrapposizione al mare, ambiente liquido e infido e come tale impossibile da dominare. Dante usa l’espressione “gran secca” per dire che, per esistere, la terra deve emergere dal mare.
La terra dà dunque il senso di una solidità, di una permanenza, cioè di una storia, di una cultura, di un futuro. Di un servizio.
In una parola, di un nomos, una legge. Parola che ha una triplice valenza etimologica: Nehmen significa presa, conquista; Teilen divisione, sparti-zione; Weiden coltivazione, valorizzazione.
Che la “terra” (cioè la politica) rischi di ripresentarsi oggi come conquista (guerra) o divisione (muri) è evidente.
Ma la verità è che, al di là di ogni pretesa di autosufficienza, la terra umana oggi si può costituire solo in rapporto al mare della tecnica e alle altre terre emerse.
Certo, la terra presuppone un limite, una cultura (cioè una coltivazione). Ma questo non implica né muri né contrapposizioni.
La via ce la suggeriscono piuttosto i biologi quando, a proposito delle cellule, distinguono tra parete e membrana: la prima trattiene tutto per quanto può e da via quanto meno possibile; la seconda, porosa e resistente, permette il fluire delle diverse sostanze senza per questo perdere la propria struttura.
In effetti, se è vero che nessuna terra può fiorire oggi indipendentemente dal mare tecnico planetario (con i suoi codici, i suoi linguaggi, i suoi standard) è altrettanto vero che la terra – e il suo nomos – oggi può “emergere” più che mediante il richiamo alla separatezza e, con essa, al sangue, attraverso l’azione del custodire e del coltivare – che mette la tecnica al servizio della vita dei suoi abitanti.

10. Ecco dunque il “nomos della terra” nell’era del mare tecnico: per diventare umana, la terra va lavo-rata, insieme, con impegno e generosità. Perché così solo così può fruttare.
In tale contesto, il lavoro non solo può, ma deve tornare a essere al centro del nostro modello di sviluppo.
E non a parole ma nei fatti. Nelle scelte concrete delle imprese, della pubblica amministrazione, delle famiglie. Il che significa nelle forme contrattuali, nella imposizione fiscale, nelle regole degli appalti, nella organizzazione scolastica e educativa.

11. Invero, non c’è nulla di scontato nel dire che occorre rimettere al centro del nostro modello di sviluppo il lavoro nella sua accezione antropologicamente più ampia.
Semplicemente perché veniamo da una lunga stagione in cui ciò non è stato vero.
Ma cosa vuol dire mettere al centro il lavoro?

12. Primo: prendersi cura dell’umano in tutte le sue dimensioni. Si discute di formazione e competenze. Ma una cosa va riaffermata con forza: occorre for-mare, cioè capacitare, la persona, superando le false dicotomie che separano invece di tenere insieme. Non va bene un’idea di cultura astratta, distaccata, rispetto alla quale la realtà non pare mai all’altezza; ma nemmeno un tecnicismo asfittico, schiacciato sul fare per il fare. Occorre ribadire che la persona intera è fatta di tante dimensioni (cognitiva, emotiva, manuale, sociale) che vanno tutte stimolate e curate, coltivando il sapere teorico che quello pratico, la conoscenza formale e quella informale. La possibilità di realizzarsi anche lavorativamente (senza produrre scarti) dipende dalla crescita armoniosa di tante dimensioni diverse.
Un processo delicato che deve vedere tanti soggetti e istituzioni agire di concerto. Perché una formazione integrale non è mai solo un affare privato. Dice bene un proverbio africano: per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Tradotto nel linguaggio contemporaneo: L’educazione è un bene comune.
Il che significa anche che, alla lunga, non c’è nemmeno crescita se la comunità non si cura dei propri giovani, soprattutto di quelli più fragili. In una prospettiva di sviluppo sostenibile, l’inclusione è un principio economico.

13. Secondo: Mettere al centro il lavoro significa creare un ecosistema favorevole a chi lo crea e a chi lo pratica.
Obiettivo che in Italia appare rimane lontano.
Andare in questa direzione significa:
detassare quanto più possibile il lavoro e poi in generale le attività che lo creano;
fare arrivare a chi crea lavoro (non a chi specula o vive di rendita) le risorse disponibili.
Combattere il castello kafkiano della burocrazia.
Gli avversari dunque sono chiari: finanza predatrice, stato distruttore, speculazione edilizia, sovranità del consumatore.
Ma non si tratta solo di “liberare” il lavoro.
Si tratta anche di creare nuovo valore. Cioè nuova economia. Obiettivo che richiede una rinnovata capacità di stipulare “alleanze” per creare quel “valore condiviso” tra le cui pieghe è nascosta buona parte dell’economia del futuro.
Gli esempi sono tanti. Dal welfare all’edilizia, dall’ambiente ai beni culturali, dall’educazione alla ricerca, dall’energia alle infrastrutture: il lavoro può nascere solo la dove si saprà mettersi insieme per produrre nuovi tipi di beni.
Quello che viviamo è un tempo di innovazione non di conservazione.

14. Terzo: Non basta parlare del lavoro purchessia. Il lavoro va sempre e di nuovo Umanizzato. Nell’epoca dei robot e della intelligenza artificiale, il lavoro si salverà solo capendo meglio e valoriz-zando la specificità del lavoro umano.
Per reggere l’impatto della digitalizzazione c’è bisogno di una conversione culturale: passare da un’economia della sussistenza a un’economia dell’esistenza; produttrice, cioè, di saper-vivere e di saper-fare, dove il lavoro non sia mera fabbricazione, ma contribuzione. Come ha detto Papa Francesco, “Oggi la creazione di nuovo lavoro ha bisogno di persone aperte e intraprendenti, di relazioni fraterne, di ricerca e investimenti per risolvere le sfide del cambiamento climatico”.
Per umanizzare occorre avere ben chiara la distinzione tra estrazione e creazione di valore. Nel primo caso si tratta di spremere il limone dell’efficienza andando a scovare tutti i frammenti di realtà a cui si può applicare un prezzo. Nel secondo caso, si tratta di cogliere i bisogni che non hanno ancora risposta, di mettere insieme ciò che è frammentato o disperso, di favorire la collaborazione tra le parti, di scommettere sulla capacità di iniziativa delle persone e delle comunità.
Due strade in apparenza sovrapposte, ma che portano a esiti molto diversi.

15. Sono questi i 3 temi delle tre sessioni parallele dove proseguiremo il lavoro dei tavoli di ieri.

16. Di fronte alle gravissime difficoltà in cui si dibatte la generazione dei nostri figli non basta perciò evocare una generica ripresa, dubbia nella consistenza e ancora di più nei suoi effetti.
Né tanto meno si tratta di sollecitarli a correre non si sa verso dove né per fare che cosa.
Si tratta, piuttosto, di autorizzarli a diventare autori – col nostro pieno e convinto sostegno – della costruzione di un modello di sviluppo meno ossessionato dalla crescita quantitativa, dalle performatività, dall’efficienza e più interessato a una nuova sintesi tra materiale e spirituale, strumentalità e senso, efficienza e creatività.
È questo l’invito di Papa Francesco: “adoperatevi per andare oltre il modello di ordine sociale oggi prevalente. Dobbiamo chiedere al mercato non solo di essere efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale. Non possiamo sacrificare sull’altare dell’efficienza – “vitello d’oro” dei nostri tempi – valori fonda-mentali come la democrazia, la giustizia, la libertà, la famiglia, il creato. In sostanza, dobbiamo mirare a “civilizzare il mercato”, nella prospettiva di un’etica amica dell’uomo e del suo ambiente”
Questa dunque deve essere l’ambizione: lavorare con e per le nuove generazioni allo scopo di promuovere il lavoro degno, non sfruttato e degradato, ragionevolmente retribuito e stabile. Come pilastro di un nuovo modello di sviluppo.
Prima di tutto per ragioni di senso. Perché vogliamo la felicità delle persone. Di tutte le persone. E poi per ragioni di merito: perché nel tempo che viviamo solo la qualità del lavoro sarà capace di fare anche la sua quantità.

17. E tuttavia, nel caso Italiano, indicare la direzione non basta. Perché i nostri giovani ce la facciano, c’è bisogno di uno sforzo straordinario per trasformare in un’occasione l’allungamento della vita media.
Giovedì il card. Bassetti ha parlato di un grande patto per il lavoro. Un patto che deve essere prima di tutto intergenerazionale.
Se si vuole invertire il declino generazionale occorre realizzare un patto intergenerazionale che miri a sciogliere una contraddizione che rischia di essere micidiale: chi ha il patrimonio non investe perché vuole proteggersi (gli anziani) e chi vuole investire non può farlo perché non dispone delle risorse necessarie e anzi è gravato dal debito accumulato (i giovani).
In condizioni differenti, ci troviamo in un passaggio di fase paragonabile al 1945 (con la Costituzione) e al 1970 (con lo statuto dei lavoratori). Oggi si tratta di proporre all’Italia di stipulare un grande patto intergenerazionale basato sulla rinnovata centralità del lavoro degno così da far emergere il “bene comune” (vero e proprio Interesse) che lega anziani e giovani: l’avvio di una stagione qualitativamente diversa di sviluppo (basata sulla centralità del lavoro) a vantaggio delle giovani generazioni come condizione per la sostenibilità della protezione degli anziani (che vivono più a lungo).
Una opportunità che richiede la creazione di nuovi strumenti (finanziari, fiscali, contrattuali, etc.) per mettere in gioco Il patrimonio (cioè il dono-del-padre) mobiliare e immobiliare accumulato in favore della ripartenza delle giovani generazioni.
Una questione che deve riguardare le famiglie, ma anche le imprese, le associazioni, lo stato, la chiesa.

17bis. Ecco dunque cosa ci chiede l’arrivo di una nuova primavera: tornare a seminare con speranza e larghezza così da poter sperare di raccogliere, a suo tempo, frutti buoni.

18. Ci sostiene una convinzione profonda: l’Italia ha tutte le qualità per essere il luogo dove aprire il cantiere di questo nuovo paradigma.
La tradizione italiana si distingue infatti per non avere mai ridotto il lavoro alla astrazione, alla serialitá, alla banalizzazione, mantenendo piuttosto la capacità di incarnarlo nella concretezza della vita. Quando è stata fedele a questa sua vocazione, il lavoro italiano ha saputo tenere assieme ciò che altrove si è separato: il bello con la funzione, la mano con la testa, il singolo con la comunità, l’utilità con il dono, e soprattutto, il particolare con l’universale e l’immanenza con la trascendenza.
In tale modello, il lavoro – inteso come esperienza viva in cui la persona conosce se stessa e si forma nel suo rapporto con la realtà (come dice Guardini, “l’uomo diventa se stesso quando abbandona se stesso, non però nella forma della leggerezza del vuoto ma in direzione di qualcosa che giustifica il rischio di sacrificare se stessi” – è stato fondamento del ben vivere e del ben essere, fattore di incivilimento, mediatore tra politica, economia e cultura.
Ciò spiega perché il lavoro è sempre stato uno dei modi – forse il modo – mediante cui l’Italia ha saputo esprimere la propria anima.
Da questo genius loci, che valorizza l’unicità di ogni esistenza, talento, vocazione, terra origina anche quella creatività che tanto peso ha sulla prosperità economica.
Una originalità profondamente intrisa di quella matrice Cristiana che, secondo Guardini, fonda l’umanesimo della concretezza.
Al di là delle difficoltà, la transizione in corso è l’occasione per recuperare e valorizzare questa nostra matrice culturale e spirituale che nel secoli ha prodotto esperienze straordinarie, ancora oggi ammirate in tutto il mondo.
L’ultima in ordine di tempo è quella di Adriano Olivetti che già 50anni fa aveva intuito, e provato a mettere in pratica, l’opportunità di uno sviluppo sostenibile basato sulla valorizzazione del territorio e delle comunità di persone che lo abitano.
È ripartendo da qui, dalla riscoperta della sua più intima matrice cattolica, che oggi l’Italia può risollevarsi, cogliendo le opportunità del cambio di paradigma in corso.
Dobbiamo chiudere una pagina e aprirne una nuova.
La primavera si annuncia, come suggeriscono i segni dei tempi. Ma, come altre volte in passato, senza il contributo coraggioso della radice Cattolica il paese non ce la farà.
È questa la responsabilità da assumere: L’umanesimo della concretezza è, oggi come ieri, il codice più appropriato per ricomporre fede e storia.
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- Fonte articolo
- Il docufilm Il Lavoro che vogliamo.
- Per correlazione: intervento del direttore di Aladinews.
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28 ottobre 2017 – Le quattro proposte della Chiesa italiana al governo
Settimane Sociali Le quattro proposte della Chiesa al governo