Monthly Archives: dicembre 2017

Il coraggio di diventare oceano. Auguri di Buon Anno!

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“Dicono che un fiume prima di gettarsi in mare provi un tremito di paura.

Si volta indietro e vede, in un colpo d’occhio, tutto il suo cammino:

i picchi, le montagne, il lungo percorso sinuoso attraverso la foresta,

i villaggi, le case, la gente

…e davanti a sè vede un oceano tanto grande che entrarvi non rappresenta altro che scomparire per sempre.

Ma non c’è alternativa.

Il fiume non può più tornare indietro.

Deve rischiare ed entrare nell’oceano.

Ed è solo quando entra nell’oceano che la paura scompare, solo allora si rende conto che non si tratta di scomparire nell’oceano ma di DIVENTARE oceano.

Da un lato è scomparire, dall’altro è rinascere.

Così è la vita: non si può più tornare indietro, ma solamente andare avanti ed avere il coraggio di diventare oceano.“

(H.Ibsen)

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Lavoro innanzitutto! Come?

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Dati ISTAT. L’occupazione cresce e…diminuisce!
democraziaoggi31 Dicembre 2017
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Ecco la seonda parte dell’interessante intervento del prof. Gianfranco Sabattini, pubblicato ieri su Democraziaoggi a commento del saggio di Francesco Saraceno (economista senior presso l’Osservatoire Français des Conjonctures Économiques/Science-Po di Parigi) inserito in “Che cosa ci dicono i dati sul lavoro”, “Il Mulino” n. 5/2017.
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(…) In conclusione, secondo Saraceno, per uscire dalla crisi l’Italia deve migliorare la produttività del lavoro, dando il là al rilancio della crescita attraverso l’aumento degli investimenti nell’istruzione; ciò dovrebbe avvenire in un contesto in cui le risorse, essendo limitate, dovrebbero essere reperite attraverso l’abbandono della politica di austerità, con la quale sinora si è inteso fronteggiare gli esiti negativi della crisi.
La cessazione dell’austerità, tuttavia, non sembra una misura sufficiente a consentire il ricupero delle risorse per fare fronte al male antico del sistema-Paese italiano, cioè a promuovere il miglioramento del lavoro, strumentale alla ripresa degli investimenti. L’unica via percorribile, per il ricupero delle risorse necessarie a rilanciare la crescita, sembra perciò ridursi a quella, da alcuni prospettata, ma sempre respinta sul piano politico, di un’imposta patrimoniale una tantum sui maggiori patrimoni, da destinare alla riduzione del debito pubblico; ciò, al fine di realizzare un aumento dell’avanzo primario del bilancio pubblico, ricuperando le risorse per finanziare le politiche pubbliche orientate a rendere possibile l’auspicato miglioramento della produttività del lavoro.
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Raniero La Valle: discorso per la celebrazione del 70° anniversario della Costituzione

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I MIEI 70 ANNI CON LA COSTITUZIONE.

Un discorso per la celebrazione del 70° anniversario della Carta. Le tre stagioni costituenti: il progetto e le speranze delle origini, il rilancio del ’76 finito nel sangue, la nuova risposta da dare al fallimento dell’economia mondiale

Raniero La Valle

Discorso tenuto alla Biblioteca del Senato il 27 dicembre 2017 per la celebrazione del 70° anniversario della firma della Costituzione promossa dal Coordinamento per la democrazia costituzionale

La Costituzione ed io siamo cresciuti insieme. Siamo fratelli, se non proprio coetanei. Lei è un po’ più giovane di me, perché quando è nata io avevo 16 anni; non molti, ma abbastanza per aver conosciuto, pur da bambino, il fascismo, il re, il duce, la guerra, le bombe in via Nomentana, i rastrellamenti tedeschi a Porta Pia, la fame e la liberazione. Tutto questo mi aveva fatto diventare adulto prima del tempo, sicché quando la Costituzione nacque stavo già all’università, studiavo diritto, e potevo capire cos’era. Però non sapevo nulla di Dossetti, di Fanfani, di Moro, di Lelio Basso, di Nenni, di Togliatti che sarebbero poi stati così importanti per la mia vita. In ogni caso avevo vissuto abbastanza per rendermi conto, e non per sentito dire, quale cambiamento essa rappresentasse, non solo rispetto alla mia vita precedente, ma rispetto a tutta la storia da cui venivamo. Per chi aveva vissuto, anche di sfuggita, il fascismo, la Costituzione si presentava come una novità, come la notizia che un altro tipo di regime, di Stato, un’altra politica erano possibili. Solo più tardi, tuttavia, mi resi conto che la Costituzione non rappresentava solo una novità, ma un’alternativa. E potei capire il significato più profondo dell’affermazione di Moro, che la Costituzione doveva essere non afascista, ma antifascista; essa non era infatti solo una regola del gioco, per qualunque gioco, ma doveva essere la scelta di una strada invece di un’altra, che non era solo la scelta tra due ordinamenti politici, ma tra due visioni dell’uomo e del mondo.
Aveva detto Moro alla Costituente, rispondendo al monarchico on. Lucifero che voleva una Costituzione afascista: “Non possiamo fare una Costituzione afascista, cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico d’importanza grandissima il quale nella sua negatività ha travolto per anni la coscienza e le istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale. .. Non avremmo ancora detto nulla se ci limitassimo ad affermare che l’Italia è una repubblica, o una repubblica democratica”.
Aveva ragione Moro: bisognava dire che venivamo da una storia, ed ora si trattava di scegliere un’alternativa, un’altra storia possibile.
Noi venivamo da una lunga storia, ben precedente al fascismo, in cui il lavoro era stato considerato spregevole, più animale che umano, tanto che all’inizio era addossato ai servi, e i signori ne erano esenti; poi, anche dopo la fine della società signorile, il lavoro era giunto fino a noi come lavoro schiavo, come lavoro merce, come lavoro alienato e sfruttato; ed ecco che la Costituzione lo metteva a fondamento della Repubblica democratica.
Noi venivamo da una storia in cui l’idea della diseguaglianza tra gli uomini era di dominio comune, e perfino Hegel e Croce avevano filosofato di differenze ontologiche tra mondi umani diversi, tra popoli della natura e popoli della storia, popoli senza Spirito e popoli invece capaci di storia; venivamo da un mondo in cui le leggi, non solo quelle razziali, avevano assunto la diseguaglianza come un presupposto e tuttora discriminavano classi, caste, poveri e donne, ed ecco che la Costituzione metteva come prima pietra l’eguaglianza senza distinzione alcuna, e faceva delle discriminazioni, anche di fatto, il male da rimuovere.
Noi venivamo da una storia in cui la guerra era considerata, fin dall’inizio, il padre e il reggente di tutte le cose, poi era stata presa come prerogativa assoluta della sovranità, come variabile sempre pronta all’uso della politica, e infine come criterio stesso del politico, inteso come contrasto tra amico e nemico, ed ecco che la Costituzione consegnava alla guerra il libello di ripudio, e non considerava più nessuno come nemico.
Noi venivamo da una storia in cui gli Stati sovrani rivendicavano di essere legge a se stessi e non riconoscevano che ci fosse alcuna cosa o alcun potere al disopra di sé, ed ecco che la Costituzione metteva la sovranità nazionale dentro la comunità degli Stati, riconosceva il diritto internazionale come potere esterno e accettava lo scambio tra la sovranità dello Stato e un ordinamento di pace e di giustizia tra le Nazioni.
Da tutto questo discendeva un progetto di società; certo era solo un progetto, e solo dopo dovevamo capire quanto quel progetto fosse difficile a realizzarsi. Ma quando venivano i momenti più difficili, le contraddizioni e le smentite più crudeli a quel disegno e a quelle speranze, il solo fatto che quel progetto, pur contraddetto, ci fosse, fosse scritto sulla carta, non fosse un vago ideale ma diritto positivo, patto e non contratto, opera e non visione, bastava ad attivare la resistenza, a ravvivare le forze, a salvare la Repubblica.
Lo si è visto con i colpi di coda del fascismo, i falliti golpe, il terrorismo, la notte della Repubblica. Ma anche in momenti meno drammatici, quando si trattava di uscire dalla stanchezza, di aprire una nuova fase, di riprendere un cammino, la linfa, il movente, la forza stava nel rievocare quel progetto, nel rifarsi a quel momento fondativo della Repubblica, per ricordarsi com’era, per chiedersi dove si era sbagliato, per riprendere a tesserne l’ordito.
Voglio portare un solo esempio. Nel 1976, quando la Democrazia Cristiana è stremata, il quadro politico sta mutando e si avverte che c’è da cambiare strada, il segretario della DC Zaccagnini scrive a un costituente, Giorgio La Pira, che già era stato quel sindaco di Firenze che sappiamo, chiedendogli di tornare in Parlamento. Si trattava non solo di riprendere in mano quel disegno delle origini, ma di tornare allo spirito e alla metodologia che lo avevano fatto concepire, cioè, dice Zaccagnini, la metodologia del “dialogo tra tutte le componenti che” avevano concorso “ad abbattere il fascismo” ed il suo istinto di guerra.
E La Pira accetta e gli risponde: “Caro Zaccagnini, tu mi inviti a riprendere il progetto della casa comune che noi costituenti concepimmo con una architettura armonica e, in certo senso, unica ed originale, progetto che è rimasto incompiuto”. E ne ricorda i parametri essenziali: i diritti della persona ma, essenziali come questi, i diritti sociali, senza i quali la libertà stessa della persona non sarebbe garantita; e ciò comportava un mutamento: “L’accettazione strutturale dell’ordinamento giuridico-economico non solo in totale opposizione a quello fascista, ma anche come superamento della concezione liberale borghese perché in uno Stato di capitalismo avanzato affidarsi alle sole leggi della libera concorrenza e del mercato avrebbe significato la creazione di monopoli e discriminato l’uguaglianza e la libertà. Libertà per tutti, quindi. Sì, ma anche lavoro per tutti, ospedali, case, scuole, ecc. “. Però La Pira constatava che le ‘attese della povera gente’ – (e qui si autocita) – non erano state adempiute; dunque c’era più che mai “un obbligo politico e morale” a far sì che quei valori non fossero disattesi. Per quanto riguardava la comunità internazionale bisognava passare dalla contrapposizione dei blocchi al superamento dell’equilibrio del terrore, per giungere “al disarmo generale e completo, alla liberazione e al progresso fondato sulla giustizia”.
E quanto al modo di giungervi, diceva La Pira, “nei due ordini, quello nazionale e quello internazionale, la metodologia è quella della ‘costruzione di ponti’, è quella del dialogo, che tu hai tanto giustamente indicato”.
La Pira non poté poi riprendere alla Camera, dove fu eletto, l’attuazione di quel progetto, perché il 5 novembre 1977 morì. Ma quella VII legislatura fu quella in cui veramente la Costituzione fu messa alla prova. Era stato per riprendere il dialogo tra le forze popolari che avevano fatto la Costituzione, comunisti, socialisti, cattolici, che Zaccagnini aveva chiesto a La Pira di tornare in Parlamento; e fu per far cadere i muri che erano stati rialzati tra di loro, che in quella stessa legislatura noi rompemmo l’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana e restaurammo quel dialogo dall’interno come indipendenti nelle liste del PCI; e fu per soffocare nel sangue quel nuovo processo costituente da cui il vecchio potere sarebbe uscito politicamente sconfitto, che vennero le Brigate Rosse, con il sequestro e l’uccisione di Moro.
Eppure, proprio nel momento del massimo attacco contro di essa, la Costituzione vinse, perché quelle che furono chiamate Brigate Rosse furono sconfitte senza leggi eccezionali, senza stati d’assedio e senza che venissero rimesse in gioco le libertà dei cittadini.
Però non c’è dubbio che in quella legislatura, dal 1976 al 1979, il progetto disegnato dalla Carta Costituzionale fu intercettato, sfigurato e impedito dallo scatenarsi di una reazione inaudita, interna e internazionale, e da lì cominciò la decadenza italiana, che non è ancora giunta alla fine. Poi ci ha pensato la globalizzazione economica, a cominciare da quella europea di Maastricht, a mettere fuori gioco, se non addirittura fuori legge, i capisaldi egualitari e solidaristici della Costituzione italiana e a espropriare la Repubblica del compito che l’art. 3 le aveva assegnato di rimuovere gli ostacoli che impediscono la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e la loro partecipazione alla determinazione della politica nazionale.
Sicché oggi celebrare i 70 anni della Costituzione, fuori di una vuota retorica, non può che voler dire riprendere quel progetto, e difendere l’edificio costituzionale contro i poteri antagonistici che ancora non si sono rassegnati alle sconfitte subite nel tentativo di abbatterlo, e certamente torneranno alla carica. Il 4 dicembre non abbiamo vinto per sempre.
Tuttavia questo non basta più, perché oggi siamo di fronte a una nuova sfida altrettanto epocale di quella che affrontammo nel 900. A metà del Novecento ci si trovò di fronte al fallimento della politica e delle sue dottrine che avevano portato il mondo alla catastrofe.
Oggi siamo di fronte al fallimento dell’economia e delle sue dottrine che non sono più in grado di reggere la vita del mondo.
L’economia fallisce perché quando aveva sacralizzato la legge della domanda e dell’offerta, aveva proclamato la sovranità e l’efficienza della mano invisibile del Mercato e aveva messo la concorrenza, la competizione e il profitto a governare i processi, o quando per altro verso aveva basato tutto sul valore-lavoro, aveva dinnanzi a sé un Mercato fatto da persone umane, merci prodotte da lavoro umano, transazioni fatte da operatori umani e padroni fatti di capitalisti umani. Ma oggi enormi volumi di domanda e offerta sono scambiati non tra uomini, ma tra circuiti informatici automatizzati, spesso alla velocità di un milionesimo di secondo, il mercato è gestito dalle macchine, le merci sono prodotte da macchine che dialogano con altre macchine, e i capitalisti sono essi stessi figure alienate di sistemi impersonali altrimenti che umani. Per questa ragione come ha detto qualche giorno fa il prof. Dogliani a un’assemblea dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra, non c’è più solo il problema caro alla sinistra del lavoro sfruttato, precario, alienato, ma c’è il problema che il lavoro è soppresso; in quanto costo di produzione da ridurre o da abbattere, il lavoro umano è soppresso. Ciò è avvenuto non gradualmente, in tempi fisiologici, come all’inizio della rivoluzione industriale, quando il luddismo non era giustificato, ma è avvenuto con enorme rapidità, anche perché sono stati fatti massicci investimenti nell’innovazione tecnologica proprio allo scopo di distruggere lavoro umano; oppure per delocalizzarlo in zone meno protette, dove non costa nulla, o addirittura c’è di nuovo il lavoro schiavo; come ha spiegato l’altro giorno Luigi Ferrajoli a Napoli, ci sono 45,8 milioni di schiavi oggi nel mondo, di cui 18,35 solo in India; ma ciò devasta il lavoro salariato dappertutto.
La perdita del lavoro fa sì che oggi negli Stati Uniti l’unico lavoro che aumenta è quello della cura alle persone, ed è lì che si realizza la tanto lodata mobilità e il magnificato abbandono del mito del posto fisso; solo che perché di questo lavoro ce ne sia abbastanza per tutti, bisognerebbe augurarsi che tutto il mondo si trasformi in un immenso cronicario.
E il fallimento dell’economia sta in ciò: che produce sempre più merci e altre utilità, a basso costo e con alti profitti, ma scarta i lavoratori, li rende esuberi e superflui, e così li esclude dalla vita; ma in tal modo scarta anche i consumatori, e così non si può più né comprare né vendere, ciò che non a caso nell’Apocalisse di Giovanni è considerato un segno della fine; e perciò l’economia che uccide, come dice papa Francesco, uccide anche se stessa; e per questo l’altro ieri, nel messaggio di Natale, egli ha messo insieme i venti di guerra e “il modello di sviluppo ormai superato che continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale”. Superato, cioè finito.
Questo vuol dire però oggi, settant’anni dopo, tenendo ben ferma la Costituzione che abbiamo, aprire una nuova stagione costituente, ma ormai per un costituzionalismo non solo italiano, ma globale, tanto quanto lo è la globalizzazione. Una stagione costituente che, mettendo in sicurezza le conquiste già raggiunte, cambi il disegno dell’ordine economico del mondo, così come nel Novecento cambiammo il disegno del suo ordine politico.
Io credo che questa sfida, questo compito, siano alla nostra portata, siano alla portata delle giovani generazioni.
Raniero La Valle
I MIEI 70 ANNI CON LA COSTITUZIONE

Oggi domenica 31 dicembre 2017

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aladin-lampada-di-aladinews312Gli editoriali di aladinews. codonesu_2
di Fernando Codonesu
Nei giorni scorsi i quotidiani e gli organi di comunicazione della nostra regione hanno dato grande spazio all’accordo sulle servitù militari appena firmato, così come ai presunti mirabolanti risultati della Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito presieduta dal deputato del PD Giampiero Scanu.
Per fortuna sono apparsi anche alcuni spunti critici, prese di posizione più che condivisibili e spunti polemici su siti come www.democraziaoggi.it, www.vitobiolchini.it, su questo blog e su pochi altri, ma nei quotidiani e nei telegiornali locali si sono riportate soprattutto trionfanti dichiarazioni tipo “accordo storico” per l’accordo sulle servitù e “niente sarà più come prima” per i risultati della citata Commissione parlamentare.
Ma è veramente così?
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Dati ISTAT. L’occupazione cresce e…diminuisce!
democraziaoggi31 Dicembre 2017
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Ecco la seonda parte dell’interessante intervento del prof. Gianfranco Sabattini, pubblicato ieri su Democraziaoggi a commento del saggio di Francesco Saraceno (economista senior presso l’Osservatoire Français des Conjonctures Économiques/Science-Po di Parigi) inserito in “Che cosa ci dicono i dati sul lavoro”, “Il Mulino” n. 5/2017.
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Raniero La Valle: discorso per la celebrazione del 70° anniversario della Carta Costituzionale.

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I MIEI 70 ANNI CON LA COSTITUZIONE.

Un discorso per la celebrazione del 70° anniversario della Carta. Le tre stagioni costituenti: il progetto e le speranze delle origini, il rilancio del ’76 finito nel sangue, la nuova risposta da dare al fallimento dell’economia mondiale

Raniero La Valle

Discorso tenuto alla Biblioteca del Senato il 27 dicembre 2017 per la celebrazione del 70° anniversario della firma della Costituzione promossa dal Coordinamento per la democrazia costituzionale

Oggi sabato 30 dicembre 2017

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lampada aladin micromicroGli editoriali di Aladinews. Riflessioni: occorre un cambio di paradigma
Ritenendo di fare cosa utile riproponiamo le riflessioni di Mauro Magatti, contenute nel suo intervento alla Settimana dei cattolici italiani sul Lavoro, tenutasi a Cagliari dal 26 al 29 ottobre u.s. Le stesse riflessioni sono sviluppate da Magatti in un suo libro, che anche noi di recente abbiamo segnalato.
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“Dopo l’inverno viene la primavera. Lavoro degno e futuro dell’Italia”
Cagliari, 28 ottobre 2017
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democraziaoggi-loghetto“Boom dell’occupazione”: quel che l’ISTAT non dice
30 Dicembre 2017

Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
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Punta de billete. Prendi nota. Save the date

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“Dalla Resistenza alla Costituente. La Costituzione è sempre giovane”
In ricordo di Francesco Cocco e Vincenzo Pillai
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Relatori Gianni Fesu storico, docente universitario e Massimo Villone, costituzionaista, presidente del Comitato nazionale per la Costituzione.
Lunedì 15 gennaio 2018, dalle ore 17, sala Fondazione di Sardegna, via San Salvatore d’Horta, Cagliari.
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Accordo sulle servitù militari e XVII legislatura: peggio di una Caporetto

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di Fernando Codonesu

Nei giorni scorsi i quotidiani e gli organi di comunicazione della nostra regione hanno dato grande spazio all’accordo sulle servitù militari appena firmato, così come ai presunti mirabolanti risultati della Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito presieduta dal deputato del PD Giampiero Scanu.
Per fortuna sono apparsi anche alcuni spunti critici, prese di posizione più che condivisibili e spunti polemici su siti come www.democraziaoggi.it, www.vitobiolchini.it, su questo blog e su pochi altri, ma nei quotidiani e nei telegiornali locali si sono riportate soprattutto trionfanti dichiarazioni tipo “accordo storico” per l’accordo sulle servitù e “niente sarà più come prima” per i risultati della citata Commissione parlamentare.
Ma è veramente così?
No, quel che è successo con questa legislatura appena conclusa è un grave danno e una vera e propria beffa per la Sardegna.
Intanto si osserva una singolare coincidenza tra la fine della XVII legislatura nazionale, con la certificata fine ingloriosa della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito che non ha portato a casa nessun risultato significativo e il recente accordo firmato dal presidente della Giunta regionale Pigliaru con il Ministero della Difesa sulle servitù militari che, ugualmente, rappresenta il nulla in termini di risultati acquisiti.
A partire dalla XIV legislatura abbiamo avuto la successione di quattro Commissioni parlamentari sull’uranio impoverito. Della prima non si ricorda nulla e si stenta a credere che sia mai esistita. Della seconda, con la quindicesima legislatura, nonostante la brevità, si ricorda tra le altre cose il grande rigore morale e la sapiente presidenza di Lidia Menapace: si deve a quella commissione l’introduzione del “principio di precauzione” quale linea guida nelle prove e sperimentazioni di qualunque armamento o munizionamento da parte dei militari, sia in missioni di guerra (pardon, di pace: notoriamente l’Italia fa solo missioni di pace!) che nei poligoni militari sardi e non. In estrema sintesi, se non è dimostrata l’innocuità ambientale nell’uso di un determinato munizionamento, anche in attività militari sperimentali, per il principio di precauzione non dovrebbe essere usato da parte di nessuno e in nessun caso.
Con la XVI legislatura, la Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito presieduta da Rosario Costa (PDL), di cui era componente l’allora senatore Giampiero Scanu, sono stati compiuti passi da gigante. Per la prima volta nella storia della Repubblica, è stato messo nero su bianco l’obiettivo del “superamento” delle servitù militari in Sardegna, con la prevista dismissione di due poligoni, Capo Frasca e Teulada, e il ridimensionamento e la riqualificazione del terzo, il Poligono Interforze del Salto di Quirra. Questi obiettivi riportati nella relazione intermedia del maggio 2012 e nella relazione finale del 2013 della citata Commissione, erano ampiamente supportati da due fatti rilevanti sotto il profilo ambientale e politico. Il primo fatto era che un’indagine ambientale promossa dallo stesso Ministero della Difesa nel 2008, certificava inequivocabilmente nel 2011 lo stato di inquinamento di circa un migliaio di ettari del PISQ, con l’individuazione di una numerosa serie di punti di prelievo dove venivano riscontrati significativi superamenti delle soglie di contaminazione secondo la normativa ambientale vigente e di conseguenza ne veniva richiesta la bonifica e il ripristino al fine del riuso di tutte le aree da parte delle popolazioni, secondo le vocazioni locali.
Il secondo fatto rilevante riguardava il processo di Lanusei ai vari comandanti e ufficiali succedutisi negli anni nella direzione del PISQ, ai quali veniva inizialmente contestato il grave reato di “disastro ambientale”. Grazie al lavoro di un magistrato coraggioso non sardo, Domenico Fiordalisi, venivano portati alla sbarra alti ufficiali delle forze armate italiane dimostrando che in Italia non vi erano (non dovrebbero esserci) aree extraterritoriali nelle quali non valgono le leggi della Repubblica.
Il processo è ancora in corso, ma come ampiamente previsto da alcuni, è stato assai ridimensionato e rischia di finire in un nulla di fatto, soprattutto per una modificazione sostanziale della situazione avvenuta nel mese di giugno del 2014 che viene riportato nelle righe successive.
Nel mese di febbraio 2013 è incominciata la XVII legislatura che ha visto la composizione di una nuova Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito, questa volta presieduta dal già citato Giampiero Scanu.
Considerato che da componente della commissione precedente e in qualità di coordinatore del gruppo sui poligoni militari si era particolarmente distinto nell’elaborazione della relazione intermedia dedicata al superamento delle servitù militari sarde, era più che lecito aspettarsi che in questa legislatura si sarebbe finalmente messo mano al calendario di dismissioni dei due poligoni di Capo Frasca e Teulada, con l’individuazione delle risorse economiche da dedicare alle bonifiche, ai ripristini e al riuso delle aree dismesse da parte delle popolazioni locali.
Purtroppo non è avvenuto niente di tutto questo.
Il 24 giugno del 2014, tutti i parlamentari del PD (e non solo) hanno votato la fiducia al Decreto legislativo n. 91 che ha innalzato le soglie di contaminazione con l’equiparazione di tutti i poligoni militari alle zone industriali. Di fatto, le soglie di contaminazione nel caso dei contaminanti da metalli pesanti e altro, come tallio, cadmio, tungsteno, alluminio, cobalto, cromo, zinco, piombo, antimonio, rame, ferro, nichel, zirconio, tritolo e torio, a suo tempo evidenziati nella relazioni dell’ARPAS e non solo, certificati nel caso di suoli agricoli secondo la normativa di riferimento, con la trasformazione legale in aree industriali venivano per decreto innalzate fino a 100 volte in valore assoluto per cui l’inquinamento è sparito per legge. La conseguenza è che con tale decreto è sparito l’inquinamento portandosi via ogni possibilità di fare le bonifiche come richiesto da almeno 20 anni dai vari movimenti in Sardegna.
Nello specifico della Commissione uranio poi, si può dire che non sono stati difesi neanche i “minimi interessi sindacali” dei militari. Al riguardo, si è detto che con il passaggio delle cause di servizio all’INAIL e, comunque, con l’equiparazione dei militari a tutti i lavoratori italiani prevista nelle due proposte di legge predisposte dalla citata Commissione finalmente nulla sarebbe stato più come prima, invece, anche qui va detto che tutto è rimasto come prima.
Il perché è presto detto. L’ultimo atto della legislatura è stato l’approvazione della legge di bilancio. In questa legge di bilancio doveva essere approvato un emendamento che prevedeva la copertura finanziaria dei citati disegni di legge, senonché il testo dell’emendamento è stato sì regolarmente scritto e presentato, solo che mancava la relazione tecnica di accompagnamento per cui non solo non è stato approvato, ma non è stato neanche discusso.
Quindi nessuna approvazione, per cui i militari con le loro cause di servizio e quanto altro continueranno ad avere l’onere della prova nelle aule dei tribunali e sottostare alle esclusive norme del ministero della difesa e non del ministero del lavoro.
Perché è stato presentato un emendamento senza relazione?
Anche in questo caso è lecito chiedersi se si tratta di incapacità, di semplice ingenuità o di altro. Certo è alquanto imbarazzante sapere che parlamentari di lungo corso non sappiano che un emendamento va presentato con la relativa relazione tecnica di accompagnamento. Se non lo sapevano significa che sono incapaci, se lo sapevano e non l’hanno fatto vedano i lettori come la devono pensare.
Di fatto, quindi, con l’approvazione della legge di bilancio è bene anche prendere atto dell’inutilità della Commissione uranio che in questa tornata non ha raggiunto alcun risultato pratico, specialmente sul fronte della dismissione dei poligoni, argomento che non è nemmeno stato preso in considerazione.
E veniamo all’ineffabile presidente Pigliaru e al suo accordo storico, ahinoi, sulle servitù militari. Intanto una precisazione. Trattandosi di un docente universitario si deve obbligatoriamente supporre che abbia dimestichezza con la lingua italiana, ma quando si leggono comunicati ufficiali riportati nel sito istituzionale vengono seri dubbi al riguardo. Per esempio questo professore confonde il significato di “indennizzo” con quello di “contributo”: qualcuno gli spieghi che non sono sinonimi, per favore. Per lui, gli indennizzi relativi alle servitù militari diventano sempre e comunque contributi, poco ci manca che li metta a bando! Infatti nel sito istituzionale della Regione si leggono notizie come queste:
“09.05.17 – Servitù militari, Pigliaru scrive ai sindaci: Padoan ha firmato il decreto per i contributi ai Comuni”
“23.11.2017 Servitù militari, Pigliaru incontra a Villa Devoto i sindaci. Nota comune al Ministro della Difesa sui contributi”
Se fosse solo una questione di lessico potremmo dire “cavoli suoi”, ma così non è perché di fatto questa confusione nasconde una patologia politica cronica, riscontrata a più riprese anche in altri casi, che si chiama servilismo.
Infatti nel frattempo, sempre con questa XVII legislatura a guida PD e Regione a guida centrosinistra, cosa è successo?
Gli indennizzi previsti per il quinquennio 2010-2014 sono andati in perenzione come è stato ribadito dal ministro della Difesa nell’audizione del 6 dicembre perché in tutti questi anni la Regione non li ha chiesti.
Nel protocollo firmato di recente non si cita neanche per sbaglio la parola dismissione di poligoni militari, non viene restituito alle comunità locali neanche un metro quadrato dei 35 mila ettari di territorio soggetto a servitù e gli indennizzi prossimi venturi, ammesso e non concesso che si recuperino i fondi in perenzione, vengono decurtati del 10% su base annua.
Si dice che ci sarà l’impegno per pagare gli indennizzi annualmente, ma questa era una rivendicazione dei comuni da almeno 15 anni e si chiedeva anche che i fondi venissero depositati direttamente nelle tesorerie comunali per evitare i pasticci di ulteriori lungaggini, come l’attuale perenzione, a causa dell’inefficienza degli uffici regionali.
E in ogni caso, al riguardo, si parla di impegno ma non di obbligo, ovvero si tratta di aria fritta!
E quale sarebbe poi il succo dell’accordo?
Si potrà andare liberamente per quattro mesi nelle spiagge di Porto Tramatzu a Teulada, Quirra a Villaputzu e S’Ena e S’Arca nell’area del Poligono di Capo Frasca. Ma guarda che risultato storico, ma storico per chi?
Non a caso, nel Consiglio regionale, c’è chi all’interno della maggioranza si è defilato da questo accordo sciagurato definito “al ribasso” perché insostenibile politicamente, ovvero il PdS di Maninchedda e Sedda.
Anche in questo caso ricordiamo a Pigliaru e ai componenti della maggioranza in Consiglio regionale che la competenza sulle spiagge non è del demanio militare ma è sempre stata di competenza del demanio marittimo. Da quando non esiste più il Ministero della Marina Mercantile, il demanio marittimo è diventato di competenza delle Regioni e da queste è passato ai Comuni.
Per cui di cosa si sta parlando?
Quel che sappiamo è che lo spazio del demanio marittimo è sempre stato aperto alla fruizione delle comunità locali, fatti salvi i periodi delle esercitazioni militari e non il contrario, come normalmente si tende a far credere.
Le spiagge sono disponibili 12 mesi all’anno e durante i periodi di esercitazioni militari, solo limitatamente al loro effettivo svolgimento, non sono fruibili dalla popolazione per questioni di sicurezza. Non si capisce allora perché essere contenti di poterci andare, questa volta a causa della sciagurata firma dell’inquilino di Viale Trento, solo quattro mesi all’anno.
A riprova di quanto si dice, riportiamo una classica dicitura delle ordinanze annuali che vengono emesse dalle Capitanerie di Porto interessate: “All’interno delle zone di cui al precedente comma 1 (cioè spiagge e relativi tratti di mare, ndr) è consentita la navigazione finalizzata al transito (nel rispetto dei vincoli generali di cui alla presente ordinanza), nonché la balneazione ed ogni altra attività, esclusivamente nei periodi in cui non sono in corso esercitazioni militari” .
Le ordinanze che regolarmente vengono emesse stabiliscono inequivocabilmente che, al di fuori del periodo delle esercitazioni, da regolare tramite ordinanza, il litorale e le acque di balneazione sono sempre fruibili, non solo quattro mesi all’anno.
Queste ordinanze sono regolarmente emesse per litorali dei comuni afferenti ai poligoni di Capo Frasca, di Teulada e del PISQ.
Il problema è il solito: si confonde il demanio militare con il demanio marittimo. Sul demanio militare, la competenza è del Ministero della Difesa, sul demanio marittimo, le competenze che un tempo erano in capo al Ministero della Marina Mercantile, a seguito del suo scioglimento, sono passate in capo alla Regione e da questa ai Comuni (Legge N.42 del 5 maggio 2009, art.19, D. Lgs 85/2010).
I fatti qui descritti rappresentano una pagina triste, ingloriosa, senza onore e dignità, peggio della nota Caporetto. Là i generali condannarono alla sconfitta certa le nostre truppe, qua i nostri generali di stanza a Roma hanno usato le loro armi contro la Sardegna e gli alti ufficiali di stanza nell’isola, nei distaccamenti di Via Roma e Viale Trento, hanno consegnato le armi senza combattere: una resa incondizionata, peraltro non richiesta dalla controparte, peggio appunto della disfatta di Caporetto di un secolo fa.
Tra meno di tre mesi si andrà a votare per il rinnovo del parlamento italiano e tra poco più di un anno saremo chiamati a rinnovare il consiglio regionale: è auspicabile che ci si ricordi di tutto questo nel segreto dell’urna.
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Ecce puer

Ecce Puer.
La Madonna cosiddetta “Dell’ Eucarestia”
Sandro Botticelli, 1470.
(per la presenza del cesto con le spighe e l’ uva offerte dall’ Angelo).
Si noti la mancanza delle tradizionali aureole intorno al capo dei personaggi: uno degli indizi più evidenti della nuova fase dell’ Umanesimo maturo dell’ artista. (Boston).
Tratto dalla pagina fb di Licia Lisei.
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Oggi venerdì 29 dicembre 2017

democraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2
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lampadadialadmicromicroGli editoriali di Aladinews. Mauro Magatti: occorre un nuovo paradigma.
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SOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PRINCIPI » JORGE MARIO BERGOGLIO
Messaggio Urbi ed Orbi, Natale 2017
di JORGE MARIA BERGOGLIO

La Santa Sede, 24 dicembre 2017 Dal massimo della tensione religiosa di questo Grande si sprigiona il massimo della passione civile e umana che questa triste stagione riesca a darci, «mentre sul mondo soffiano venti di guerra e un modello di sviluppo ormai superato continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale». Su eddyburg.
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Faccia a faccia Maninchedda-Fassino. Cosa si son detti davvero
29 Dicembre 2017

Su Democraziaoggi Amsicora.
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Riflessioni: occorre un cambio di paradigma

lampadadialadmicromicroRitenendo di fare cosa utile riproponiamo le riflessioni di Mauro Magatti, contenute nel suo intervento alla Settimana dei cattolici italiani sul Lavoro, tenutasi a Cagliari dal 26 al 29 ottobre u.s. Le stesse riflessioni sono sviluppate da Magatti in un suo libro, che anche noi di recente abbiamo segnalato.
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“Dopo l’inverno viene la primavera. Lavoro degno e futuro dell’Italia”
magatti-475x300di Mauro Magatti
Cagliari, 28 ottobre 2017

Oggi è il giorno dell’ascolto e della proposta.
Già ieri nei tavoli si è cominciato a discutere. E più tardi incontreremo le forze sociali e poi il governo e l’Europa.
In questo percorso, il mio compito è quello di provare a raccogliere in un orizzonte comune i tanti spunti e rinvigorire, se possibile, il passo di tutti così da procedere nel cammino.

1. È solo il racconto della vicenda delle ultime tre generazioni vissute nel nostro paese che ci permette di inquadrare adeguatamente la situazione nella quale ci troviamo.
La generazione del dopoguerra, quella di mio padre, ha lavorato con speranza e passione, creando una grande ricchezza diffusa per sè e i propri figli.
Poi è arrivata la generazione del baby boom, quella di cui io faccio parte: nata insieme all’individualismo e al consumerismo, è cresciuta col benessere, venendo poi investita dal vento forte della globalizzazione neoliberista. A conti fatti, questa generazione lascia in eredità molti debiti e pochi figli.
E così si arriva alla terza generazione, quella dei miei figli – i Millennials – che oggi hanno l’età per affacciarsi alla vita adulta, ma che sono spesso costretti alla scelta tra emigrare o stare in panchina.
È nel quadro di questo percorso storico – nel quale è cambiato anche il modo di essere presenti nella società e nella politica dei Cattolici – che la questione del lavoro in Italia oggi deve essere posta.

2. Una tale situazione non si è creata per caso. Nella storia recente del nostro paese, c’è infatti un punto di svolta: sono gli anni 80, quando il debito pubblico raddoppiò – passando dal 60 al 120% del Pil – e come una idrovora si divorò la ricchezza accumulata nei decenni passati, compromettendo il futuro delle generazioni successive. In quel decennio, esaurita la spinta creativa del dopoguerra, invece di aprire una nuova stagione di sviluppo, l’Italia si è ripiegata su se stessa, adottando un modello antigenerativo – tutto schiacciato sull’io, il breve termine, il binomio consumo-rendita (sostenuto dal debito) – vera causa delle difficoltà di oggi. Un’idea sbagliata – che ha prodotto una cultura – da cui derivano molti dei mali che ben conosciamo: disuguaglianze e povertà; blocco della natalità e del ricambio generazionale; elites estrattive e corruzione endemica; perdita di peso del lavoro sulla ricchezza prodotta.
Se vogliamo essere onesti, dobbiamo ammettere che da lì il paese non si è più ripreso. Come ha confermato la mostra che ha aperto le Settimane: l’Italia viene da una lunga stagione di declino (su cui ha poi inciso la grave crisi internazionale del 2008) il cui costo ricade soprattutto sulle spalle dei giovani, delle famiglie e delle donne.
In una parola, potremmo dire che l’Italia è invecchiata. Ed è invecchiata male.

3. 4. Da qualche tempo, finalmente, i dati parlano di ripresa. E questo è un bene perché respiriamo un pochino meglio
Ma è bene non fraintendere: i benefici della ripresa raggiungono troppo lentamente e parzialmente la quotidianità di molte persone. Nel frattempo sono passati 10anni!
La ragione è che la relazione tra aumento del PIL e condizioni di vita (mediata proprio dal lavoro) è oggi più labile che in passato: crescono i profitti, la produttività, le quotazioni di borsa, ma solo in misura modesta l’occupazione. La ricchezza rimane troppo concentrata e la crescita geograficamente troppo difforme: i salari sono stagnanti e buona parte del lavoro è precarizzata e sottopagata.
Per molte famiglie, le cose non sono migliorate e le aspettative per il futuro rimangono fiacche.
La verità è che la crisi del 2008 ha cambiato le condizioni dello sviluppo: che ce ne rendiamo conto o no, siamo entrati in una nuova fase storica, con la quale dobbiamo ancora imparare a fare i conti.

5. Siamo sulla soglia di una trasformazione profonda. Negli ultimi vent’anni sono state poste solo le premesse della “società digitale”. Sappiamo già che una buona parte del ‘lavoro umano’ sarà sostituito dal ‘lavoro delle macchine”.
Senza cedere al pessimismo, si può ragionevolmente ritenere che, mentre si distruggeranno, nasceranno nuovi lavori. Ma non dimentichiamo che, per le persone in carne e ossa, a contare saranno i modi e i tempi del processo di aggiustamento.
Il rapporto tra vita e lavoro è destinato a essere rimodulato. Il lavoro del futuro, infatti, sarà meno vincolato a luoghi e tempi specifici: in un mondo in cui saremo connessi sempre e ovunque, cosa vorrà dire “lavorare”? Che cosa ne limiterà il tempo? E come si determinerà il salario”? Cosa vorranno dire libertà e creatività?
Già oggi, col cosiddetto lavoro agile, si vanno diffondendo contratti che contemplano la possibilità di lavorare a casa. Una soluzione che può permettere una migliore compatibilità con la vita personale e famigliare, ma che – senza adeguate tutele – può al contrario favorire nuove forme di controllo e sfruttamento.
Sinteticamente, il compito che ci aspetta è di navigare tra la Scilla della società senza lavoro (jobless society) e la Cariddi di una società del tutto lavoro (total job society) – quella in cui ogni nostra attività – di produzione, consumo, cura – potrà venire assoggettata a controllo e misurazione.
Per evitare entrambi questi scogli è necessario impegnarsi per rendere la digitalizzazione una benedizione e non una maledizione.
Ma non sarà un compito facile.

6. Per muoversi nella giusta direzione senza dimenticare chi soffre la prima cosa da fare è mettersi in ascolto per scorgere i germogli di una nuova primavera.
Lo abbiamo fatto in questi mesi con Cercatori di lavoro e dobbiamo continuare a farlo, tornando a casa, nei mesi che verranno.
Ma quali sono questi germogli?
Che il tema della sostenibilità – nella sua accezione ampia: cioè ambientale e sociale – sia oggi imprescindibile lo hanno capito prima di tutto alcune imprese, quelle più dinamiche. La sostenibilità promuo-ve un modello di sviluppo in cui valore economico e sociale sono ricongiunti in un’ottica di medio-lungo periodo. Numerose ricerche dicono che le imprese di successo sono quelle che adottano una strategia centrata su qualità integrale della produzione; relazioni basate sulla fiducia e il reciproco riconoscimento con i dipendenti e la filiera dei fornitori; attenzione al territorio e all’ambiente. La logica dello sfruttamento invece (del lavoro, dei fornitori, dell’ambiente e del territorio, in una eterna lotta quotidiana su quantità e prezzo) non porta molto lontano.

Considerazioni analoghe valgono per i territori. A fiorire sono quelli capaci di mettersi insieme per fare squadra e creare sinergia, superando divisioni e lotte intestine. Le infrastrutture, la formazione, l’integrazione sociale, l’identità locale non sono costi ma investimenti. La stessa BCE ha di recente ammesso che le spese per sanità, educazione e infrastrutture “hanno effetti positivi sulla crescita a lungo termine, riducendo al tempo stesso la spesa improduttiva”.

In terzo luogo, oggi si riconosce che la motivazione è decisiva per armonizzare soddisfazione personale e successo d’impresa. Non solo, tra artigiani, professionisti, tecnici, manager, imprenditori – specie se donne – cresce la domanda di un lavoro associato a un senso. C’è voglia di qualche cosa di più: non solamente far funzionare macchine, servire un sistema efficiente, ma dare il proprio contributo, essere artefici del cambiamento di sè e della società, rispondere ai bisogni e risolvere i problemi mettendo in campo la propria intelligenza.
Una domanda da ascoltare e sostenere. Perché questo è il desiderio umano che è mediato dal lavoro: poter esprimere la propria creatività personale prendendo parte al movimento generativo della vita.

Anche tra i consumatori cresce la consapevolezza del voto col portafoglio. Come un sasso nello stagno, ogni atto di acquisto produce conseguenze che arrivano molto lontano all’interno del sistema economico. Una consapevolezza che cresce orientando nuovi stili di vita e nuovi modi di produzione.

Tutto ciò è particolarmente vero per i giovani. Le ricerche dicono che le nuove generazioni giudicano positivamente l’economia di mercato ma chiedono che sia regolata e messa al riparo dai suoi eccessi. Molto sensibili nei confronti della questione ambientale, i ragazzi sanno che sarà la loro generazione a sopportare i costi di una colpevole inazione. Inoltre, le nuove generazioni ambiscono a costruire un equilibrio migliore tra vita e lavoro, dove la remunerazione economica non costituisce l’unico criterio di scelta. Per lo più aperti e tolleranti verso i migranti, i giovani pensano che l’affermazione personale non debba andare a discapito delle relazioni. Il loro sogno è che il riconoscimento delle loro capacita dal desiderio non sia dissociato dal vantaggio per la comunità circostante.

Che in mezzo a tante difficoltà, a tanto dolore, ci sia ragione di sperare lo mostrerà efficacemente il docufilm che vedremo nel pomeriggio. Un documento prezioso che ci permetterà di intuire quale può essere il nostro futuro.
Prima di tutto rinnoviamo dunque i nostri occhi e il nostro cuore: di fronte ai guasti lasciati dallo sviluppo disordinato degli ultimi decenni, sono tanti coloro che stanno già cercando un nuovo modo di pensare e di vivere il legame con l’altro (visto come costitutivo e non minaccia della propria libertà) e la realtà che li circonda (da rispettare, non semplicemente da sfruttare e manipolare).
Secondo la cornice di uno sviluppo umano integrale tracciato dalla Laudato si’.
Si tratta di non disperdere questo fermento, ma di convogliarlo in una visione unitaria che un po’ per volta occorre far emergere.

Forzando un po’ (ma non troppo!) i termini della questione, si può dire che l’Italia si trova davanti a un bivio: o cadere ancora di più nella spirale di sfruttamento e disuguaglianza resa possibile da una digita-lizzazione che pretenda di organizzare l’intera società come una grande fabbrica; oppure incamminarsi verso un nuovo sentiero di sviluppo che, rilegando economia e società, metta al centro la creatività umana arrivando a delineare una transizione migliore tra vita e lavoro.

7. La primavera, però, non è l’estate – tempo del caldo e dell’attesa – e tanto meno l’autunno – tempo del raccolto. È piuttosto il tempo della semina, cioè della speranza, dell’audacia, dell’impegno. Di chi sa credere senza vedere ancora i frutti.
È questa la stagione che stiamo vivendo!
Ma che cosa possiamo o dobbiamo seminare?

8. Il tempo che viviamo ci sollecita a mettere in discussione l’idea semplice secondo la quale attraverso il consumo – sostenuto dalla finanza – sia possibile sostenere la crescita.
L’ordine dei fattori va invertito: solo quelle imprese, quelle organizzazioni, quei territori, quelle comuni-tà che sapranno mettersi insieme per “produrre valore” potranno prosperare.
Prima occorre produrre valore e poi, solo poi, si può consumare. Non più viceversa.
Si tratta di un vero e proprio Cambio di paradigma. Abbandonata la strada fasulla dell’illusionismo finanziario, siamo chiamati a tornare a “lavorare tutti insieme nella creazione di un valore comune”, in-sieme economico e sociale, materiale e spirituale, secondo un nuovo mix di efficienza e senso, imprenditività e solidarietà, immanenza e trascendenza.

9. Lo provo a dire con una metafora: nel nuovo “mare della tecnica” che avvolge l’intero pianeta, si ripropone la questione della terra.
Etimologicamente, il termine “terra” significa secco, non umido, in contrapposizione al mare, ambiente liquido e infido e come tale impossibile da dominare. Dante usa l’espressione “gran secca” per dire che, per esistere, la terra deve emergere dal mare.
La terra dà dunque il senso di una solidità, di una permanenza, cioè di una storia, di una cultura, di un futuro. Di un servizio.
In una parola, di un nomos, una legge. Parola che ha una triplice valenza etimologica: Nehmen significa presa, conquista; Teilen divisione, sparti-zione; Weiden coltivazione, valorizzazione.
Che la “terra” (cioè la politica) rischi di ripresentarsi oggi come conquista (guerra) o divisione (muri) è evidente.
Ma la verità è che, al di là di ogni pretesa di autosufficienza, la terra umana oggi si può costituire solo in rapporto al mare della tecnica e alle altre terre emerse.
Certo, la terra presuppone un limite, una cultura (cioè una coltivazione). Ma questo non implica né muri né contrapposizioni.
La via ce la suggeriscono piuttosto i biologi quando, a proposito delle cellule, distinguono tra parete e membrana: la prima trattiene tutto per quanto può e da via quanto meno possibile; la seconda, porosa e resistente, permette il fluire delle diverse sostanze senza per questo perdere la propria struttura.
In effetti, se è vero che nessuna terra può fiorire oggi indipendentemente dal mare tecnico planetario (con i suoi codici, i suoi linguaggi, i suoi standard) è altrettanto vero che la terra – e il suo nomos – oggi può “emergere” più che mediante il richiamo alla separatezza e, con essa, al sangue, attraverso l’azione del custodire e del coltivare – che mette la tecnica al servizio della vita dei suoi abitanti.

10. Ecco dunque il “nomos della terra” nell’era del mare tecnico: per diventare umana, la terra va lavo-rata, insieme, con impegno e generosità. Perché così solo così può fruttare.
In tale contesto, il lavoro non solo può, ma deve tornare a essere al centro del nostro modello di sviluppo.
E non a parole ma nei fatti. Nelle scelte concrete delle imprese, della pubblica amministrazione, delle famiglie. Il che significa nelle forme contrattuali, nella imposizione fiscale, nelle regole degli appalti, nella organizzazione scolastica e educativa.

11. Invero, non c’è nulla di scontato nel dire che occorre rimettere al centro del nostro modello di sviluppo il lavoro nella sua accezione antropologicamente più ampia.
Semplicemente perché veniamo da una lunga stagione in cui ciò non è stato vero.
Ma cosa vuol dire mettere al centro il lavoro?

12. Primo: prendersi cura dell’umano in tutte le sue dimensioni. Si discute di formazione e competenze. Ma una cosa va riaffermata con forza: occorre for-mare, cioè capacitare, la persona, superando le false dicotomie che separano invece di tenere insieme. Non va bene un’idea di cultura astratta, distaccata, rispetto alla quale la realtà non pare mai all’altezza; ma nemmeno un tecnicismo asfittico, schiacciato sul fare per il fare. Occorre ribadire che la persona intera è fatta di tante dimensioni (cognitiva, emotiva, manuale, sociale) che vanno tutte stimolate e curate, coltivando il sapere teorico che quello pratico, la conoscenza formale e quella informale. La possibilità di realizzarsi anche lavorativamente (senza produrre scarti) dipende dalla crescita armoniosa di tante dimensioni diverse.
Un processo delicato che deve vedere tanti soggetti e istituzioni agire di concerto. Perché una formazione integrale non è mai solo un affare privato. Dice bene un proverbio africano: per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Tradotto nel linguaggio contemporaneo: L’educazione è un bene comune.
Il che significa anche che, alla lunga, non c’è nemmeno crescita se la comunità non si cura dei propri giovani, soprattutto di quelli più fragili. In una prospettiva di sviluppo sostenibile, l’inclusione è un principio economico.

13. Secondo: Mettere al centro il lavoro significa creare un ecosistema favorevole a chi lo crea e a chi lo pratica.
Obiettivo che in Italia appare rimane lontano.
Andare in questa direzione significa:
detassare quanto più possibile il lavoro e poi in generale le attività che lo creano;
fare arrivare a chi crea lavoro (non a chi specula o vive di rendita) le risorse disponibili.
Combattere il castello kafkiano della burocrazia.
Gli avversari dunque sono chiari: finanza predatrice, stato distruttore, speculazione edilizia, sovranità del consumatore.
Ma non si tratta solo di “liberare” il lavoro.
Si tratta anche di creare nuovo valore. Cioè nuova economia. Obiettivo che richiede una rinnovata capacità di stipulare “alleanze” per creare quel “valore condiviso” tra le cui pieghe è nascosta buona parte dell’economia del futuro.
Gli esempi sono tanti. Dal welfare all’edilizia, dall’ambiente ai beni culturali, dall’educazione alla ricerca, dall’energia alle infrastrutture: il lavoro può nascere solo la dove si saprà mettersi insieme per produrre nuovi tipi di beni.
Quello che viviamo è un tempo di innovazione non di conservazione.

14. Terzo: Non basta parlare del lavoro purchessia. Il lavoro va sempre e di nuovo Umanizzato. Nell’epoca dei robot e della intelligenza artificiale, il lavoro si salverà solo capendo meglio e valoriz-zando la specificità del lavoro umano.
Per reggere l’impatto della digitalizzazione c’è bisogno di una conversione culturale: passare da un’economia della sussistenza a un’economia dell’esistenza; produttrice, cioè, di saper-vivere e di saper-fare, dove il lavoro non sia mera fabbricazione, ma contribuzione. Come ha detto Papa Francesco, “Oggi la creazione di nuovo lavoro ha bisogno di persone aperte e intraprendenti, di relazioni fraterne, di ricerca e investimenti per risolvere le sfide del cambiamento climatico”.
Per umanizzare occorre avere ben chiara la distinzione tra estrazione e creazione di valore. Nel primo caso si tratta di spremere il limone dell’efficienza andando a scovare tutti i frammenti di realtà a cui si può applicare un prezzo. Nel secondo caso, si tratta di cogliere i bisogni che non hanno ancora risposta, di mettere insieme ciò che è frammentato o disperso, di favorire la collaborazione tra le parti, di scommettere sulla capacità di iniziativa delle persone e delle comunità.
Due strade in apparenza sovrapposte, ma che portano a esiti molto diversi.

15. Sono questi i 3 temi delle tre sessioni parallele dove proseguiremo il lavoro dei tavoli di ieri.

16. Di fronte alle gravissime difficoltà in cui si dibatte la generazione dei nostri figli non basta perciò evocare una generica ripresa, dubbia nella consistenza e ancora di più nei suoi effetti.
Né tanto meno si tratta di sollecitarli a correre non si sa verso dove né per fare che cosa.
Si tratta, piuttosto, di autorizzarli a diventare autori – col nostro pieno e convinto sostegno – della costruzione di un modello di sviluppo meno ossessionato dalla crescita quantitativa, dalle performatività, dall’efficienza e più interessato a una nuova sintesi tra materiale e spirituale, strumentalità e senso, efficienza e creatività.
È questo l’invito di Papa Francesco: “adoperatevi per andare oltre il modello di ordine sociale oggi prevalente. Dobbiamo chiedere al mercato non solo di essere efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale. Non possiamo sacrificare sull’altare dell’efficienza – “vitello d’oro” dei nostri tempi – valori fonda-mentali come la democrazia, la giustizia, la libertà, la famiglia, il creato. In sostanza, dobbiamo mirare a “civilizzare il mercato”, nella prospettiva di un’etica amica dell’uomo e del suo ambiente”
Questa dunque deve essere l’ambizione: lavorare con e per le nuove generazioni allo scopo di promuovere il lavoro degno, non sfruttato e degradato, ragionevolmente retribuito e stabile. Come pilastro di un nuovo modello di sviluppo.
Prima di tutto per ragioni di senso. Perché vogliamo la felicità delle persone. Di tutte le persone. E poi per ragioni di merito: perché nel tempo che viviamo solo la qualità del lavoro sarà capace di fare anche la sua quantità.

17. E tuttavia, nel caso Italiano, indicare la direzione non basta. Perché i nostri giovani ce la facciano, c’è bisogno di uno sforzo straordinario per trasformare in un’occasione l’allungamento della vita media.
Giovedì il card. Bassetti ha parlato di un grande patto per il lavoro. Un patto che deve essere prima di tutto intergenerazionale.
Se si vuole invertire il declino generazionale occorre realizzare un patto intergenerazionale che miri a sciogliere una contraddizione che rischia di essere micidiale: chi ha il patrimonio non investe perché vuole proteggersi (gli anziani) e chi vuole investire non può farlo perché non dispone delle risorse necessarie e anzi è gravato dal debito accumulato (i giovani).
In condizioni differenti, ci troviamo in un passaggio di fase paragonabile al 1945 (con la Costituzione) e al 1970 (con lo statuto dei lavoratori). Oggi si tratta di proporre all’Italia di stipulare un grande patto intergenerazionale basato sulla rinnovata centralità del lavoro degno così da far emergere il “bene comune” (vero e proprio Interesse) che lega anziani e giovani: l’avvio di una stagione qualitativamente diversa di sviluppo (basata sulla centralità del lavoro) a vantaggio delle giovani generazioni come condizione per la sostenibilità della protezione degli anziani (che vivono più a lungo).
Una opportunità che richiede la creazione di nuovi strumenti (finanziari, fiscali, contrattuali, etc.) per mettere in gioco Il patrimonio (cioè il dono-del-padre) mobiliare e immobiliare accumulato in favore della ripartenza delle giovani generazioni.
Una questione che deve riguardare le famiglie, ma anche le imprese, le associazioni, lo stato, la chiesa.

17bis. Ecco dunque cosa ci chiede l’arrivo di una nuova primavera: tornare a seminare con speranza e larghezza così da poter sperare di raccogliere, a suo tempo, frutti buoni.

18. Ci sostiene una convinzione profonda: l’Italia ha tutte le qualità per essere il luogo dove aprire il cantiere di questo nuovo paradigma.
La tradizione italiana si distingue infatti per non avere mai ridotto il lavoro alla astrazione, alla serialitá, alla banalizzazione, mantenendo piuttosto la capacità di incarnarlo nella concretezza della vita. Quando è stata fedele a questa sua vocazione, il lavoro italiano ha saputo tenere assieme ciò che altrove si è separato: il bello con la funzione, la mano con la testa, il singolo con la comunità, l’utilità con il dono, e soprattutto, il particolare con l’universale e l’immanenza con la trascendenza.
In tale modello, il lavoro – inteso come esperienza viva in cui la persona conosce se stessa e si forma nel suo rapporto con la realtà (come dice Guardini, “l’uomo diventa se stesso quando abbandona se stesso, non però nella forma della leggerezza del vuoto ma in direzione di qualcosa che giustifica il rischio di sacrificare se stessi” – è stato fondamento del ben vivere e del ben essere, fattore di incivilimento, mediatore tra politica, economia e cultura.
Ciò spiega perché il lavoro è sempre stato uno dei modi – forse il modo – mediante cui l’Italia ha saputo esprimere la propria anima.
Da questo genius loci, che valorizza l’unicità di ogni esistenza, talento, vocazione, terra origina anche quella creatività che tanto peso ha sulla prosperità economica.
Una originalità profondamente intrisa di quella matrice Cristiana che, secondo Guardini, fonda l’umanesimo della concretezza.
Al di là delle difficoltà, la transizione in corso è l’occasione per recuperare e valorizzare questa nostra matrice culturale e spirituale che nel secoli ha prodotto esperienze straordinarie, ancora oggi ammirate in tutto il mondo.
L’ultima in ordine di tempo è quella di Adriano Olivetti che già 50anni fa aveva intuito, e provato a mettere in pratica, l’opportunità di uno sviluppo sostenibile basato sulla valorizzazione del territorio e delle comunità di persone che lo abitano.
È ripartendo da qui, dalla riscoperta della sua più intima matrice cattolica, che oggi l’Italia può risollevarsi, cogliendo le opportunità del cambio di paradigma in corso.
Dobbiamo chiudere una pagina e aprirne una nuova.
La primavera si annuncia, come suggeriscono i segni dei tempi. Ma, come altre volte in passato, senza il contributo coraggioso della radice Cattolica il paese non ce la farà.
È questa la responsabilità da assumere: L’umanesimo della concretezza è, oggi come ieri, il codice più appropriato per ricomporre fede e storia.
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- Fonte articolo
- Il docufilm Il Lavoro che vogliamo.
- Per correlazione: intervento del direttore di Aladinews.
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28 ottobre 2017 – Le quattro proposte della Chiesa italiana al governo
Settimane Sociali Le quattro proposte della Chiesa al governo

Oggi giovedì 28 dicembre 2017

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lampadadialadmicromicro Gli editoriali di Aladinews. Diamo un senso al Natale che verrà.
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https://www.google.it/amp/m.huffingtonpost.it/amp/2017/12/25/i-cristiani-sono-i-primi-ad-aver-dimenticato-il-natale_a_23316262/
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Istat: 6,4 mln sperano in un lavoro
E’ l’ultimo dato, del 2016. Segna riduzione del 3,5% in un anno.

Su AnsaNews
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img_4542Cagliari, 6mila firme non bastano per scongiurare la chiusura di Area 3.
Su SardiniaPost.
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Che belle le telefonate con Francesco!
28 Dicembre 2017
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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“I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale”

img_4541[L’HuffPost 25/12/2017 Intervista a cura di Nicola Mirenzi] La parola del Vangelo l’ha ascoltata fuori dal tempio: “Le Chiese sono diventate delle grandi scuole di ateismo. Nella gran parte di esse, la forza paradossale del verbo di Cristo viene trasformata in un discorso catechistico e ripetitivo, un piccolo feticcio consolatorio e rassicurante, un idoletto. È l’opposto di ciò che insegnava Gesù domandando ai suoi discepoli: ‘Chi credete che io sia?’”.

Massimo Cacciari era ancora uno studente al secondo anno di liceo quando, tra lo Zarathustra di Nietzsche e le prime letture di Hegel, aprì le pagine del Nuovo Testamento: “Fu entusiasmante sentire la straordinarietà di quel testo, la bellezza di una storia che induce ad andare alla ricerca, senza certezze, rischiando. Al novanta per cento, i preti sono incapaci di rendere la potenza di quel racconto. Le loro omelie, spesso, sono delle lezioni di anti religione”.

Negli anni sessanta e settanta, mentre erano di moda i capelloni, Marx, i pantaloni a zampa d’elefante, Marcuse, l’eros e la civiltà, Kerouac, la Cina e Janis Joplin, Cacciari leggeva i testi della teologia cristiana: “Nelle riviste della sinistra non organiche al partito comunista – “Quaderni Rossi”, “Contropiano” – discutevamo della Santa Romana Chiesa insieme a Giorgio Agamben, Mario Tronti, Giacomo Marramao. Avevamo idee diverse, ma condividevamo le stesse letture: tutte abbastanza eretiche”.

Il Natale degli alberi in pivvuccì, degli acquisti online e i centri commerciali aperti tutto il giorno; il Natale della neve luccicante incollata sulle vetrine, delle barbe bianche, delle renne e delle slitte, non lo scandalizza: “Basta sapere che la nascita di Cristo non ha niente a che vedere con quello che vediamo intorno a noi. Il Natale è diventato un festa per bambini e adulti un po’ scemi.

Non c’è da levare alti lai contro il consumismo. C’è solo da riflettere, meditando con sobrietà e disincanto”. Nel suo libro, “Generare Dio” (Mulino), mostra – da laico – che nel mistero dell’incarnazione di Dio c’è un personaggio che abbiamo avuto sempre sotto gli occhi, eppure non siamo stati ancora in grado di vedere nella sua interezza: Maria.

Perché, professore?

Maria è stata pressoché ignorata anche dai filosofi che hanno interpretato l’Europa e la Cristianità, come Hegel e Schelling. Il discorso ha privilegiato il rapporto del padre con il figlio. Maria è stata ridotta a una figura di banale umiltà, un grembo remissivo e ubbidiente che si è fatto fecondare dallo spirito santo senza alcun turbamento.

Invece?

Quando l’Arcangelo Gabriele le annuncia che concepirà e partorirà un figlio e che egli sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, Maria ha paura. Si ritrae, dubita, è assalita dall’angoscia, medita. Il suo sì non è affatto scontato. Nel momento in cui lo pronuncia, è un sì libero e potente, fondato sull’ascolto della parola. Perché Maria giunge a volere la volontà divina.

Nessuno se n’era accorto prima?

Nel pensiero, solo pochi autori – penso a Baltasar – hanno riflettuto sulla figura di Maria. È nella pittura – nella grande pittura occidentale – che Maria si innalza al ruolo di protagonista assoluta. Siamo di fronte a uno di quei casi in cui l’espressione figurativa è andata molto più in profondità del linguaggio.

Cosa riesce a mostrare?

Che se si toglie alla nascita di Cristo la scelta di questa donna che accoglie nel suo ventre il figlio di Dio e il suo Logos,l’incarnazione diventa una commedia. Maria è libera. Anzi, di più: il suo libero donarsi all’ascolto è in realtà un’iper libertà.

Perché iper?

Quando – nel giardino dell’Eden – Adamo mangia il frutto dell’albero della conoscenza obbedisce al proprio desiderio. La sua libertà è la libertà di soddisfare i propri impulsi. Maria, invece, riflette, s’interroga, soffre. Poi, fa la volontà dell’altro. La sua libertà è quella di far dono di sé. È come suo figlio: fa la volontà del padre.

E qual è la libertà maggiore: quella che ti incatena a te stesso; oppure quella che ti libera dall’amor proprio?

Ma la libertà può essere slegata da ciò che si desidera?Ma perché non si dovrebbe desiderare di donare se stessi agli altri? Perché non può essere questo l’oggetto del desiderio, anziché quello di soddisfare le proprie pulsioni?

Possiamo riuscirci?

Gesù, Maria, Francesco ci hanno dato degli esempi della libertà intesa come dono. È oltre umano seguirli? Può darsi. E può anche darsi che proprio qui s’incontrino la radicalità del messaggio cristiano e il super uomo di cui parlava l’anti cristiano Nietzsche: nell’impossibile.

Ma se è impossibile, perché provarci?

Perché l’impossibile non è una fantasia, un gioco inutile e vano. L’impossibile è l’estrema misura del possibile. E, se non orienti la tua vita in quella direzione, rimarrai prigioniero del tuo tempo. È questo il messaggio di Gesù: per essere libero, abbi come misura la mia impossibilità.

Se non possiamo essere come lui, perché Cristo si è fatto uomo?

Perché è necessario avere come misura qualcosa che ci oltrepassa per riuscire a spingerci altrove. Cristo non predicava nei templi: predicava fuori, nelle strade. I suoi discepoli dicevano: “È fuori”. Nel senso: “È fuori di testa, è pazzo”. Eppure, Gesù ha segnato un prima e un dopo nella storia dell’uomo, ha creato il mondo culturale e antropologico in cui viviamo. C’è qualcosa di più realistico di questo? Senza quell’impossibilità niente ci spingerebbe a uscire da noi, a ri-orientare diversamente le nostre vite.

Perché dovremmo farlo?

Per liberare il nostro tempo dalle sue miserie. Più la nostra epoca ci rinserra dentro di essa, più servono grandi idee, pensieri limite, parole ultime. Sono le uniche cose che ci possono sradicare dal tempo in cui ci viviamo.

Come lo definirebbe?

Osceno, nel senso letterale del termine: un tempo in cui tutto deve essere posto sulla scena: i nostri pensieri, le nostre fotografie, i nostro segreti. Niente deve stare in una zona scura. Invece, è proprio dal buio che proviene la luce che illumina e rivela. Pensi alla pittura d’Europa, la terra del tramonto: cosa raffigurerebbe senza il gioco dell’ombra?

È tutto davvero così esposto?

Al contrario. Quella della trasparenza è solo un’ideologia. Mai come oggi le potenze che governano il mondo sono state così nascoste. Al di là dell’apparenza, la nostra è l’epoca dell’occulto, dei poteri anonimi, di ciò che non si vede. Mentre, nel caso di Maria, la luce divina si copre d’ombra per manifestarsi nella realtà, nel nostro tempo l’oscuro si nasconde dietro la luminosità. Lucifero è negli inferi, però finge di essere portatore di chiarore. La nostra epoca è attraversata dallo spirito dell’anti-Cristo. Ci sono stati momenti in cui esso si è manifestato nella sua forma pura. Oggi, invece, circola mascherato.

Anche la politica avrebbe qualcosa da imparare da Maria?

Maria è una figura della libertà, non è il santino che raccontano i preti. La sua humilitas è meditazione e ascolto. Se leggessero ancora, i politici potrebbero imparare anche da lei. Se non altro, per essere più consapevoli della storia in cui si collocano. Il dramma, però, è che c’è stata una completa divaricazione tra il sapere e il potere.

Per quel che riguarda le figure religiose, i cristiani non potrebbero aiutarli?

I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale, smettendo di predicare la paradossalità del verbo.

Anche il Papa?

Il discorso è più complesso. Francesco si inscrive nella tradizione ignaziana, dove l’etica della fede si coniuga alla volontà di potenza e l’assoluta dirittura morale ed etica si combina a una grande capacità di catturare il mondo nelle proprie reti.

Perché neanche le femministe hanno riflettuto su Maria?

Perché anche loro – benché protagoniste dell’ultima vera rivoluzione degli ultimi decenni – sono rimaste vittime della lettura maschilista dell’incarnazione. Hanno guardato Maria come un figura servile, totalmente oscurata dal rapporto tra padre e figlio, non riuscendo a scorgere quello che c’è oltre.

Saluto a Francesco Cocco

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27 Dicembre 2017
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.

Nel cimitero di S. Michele una folla commossa di cittadini e cittadine, di compagni e compagne, si sono stretti attorno ad Anna Maria e ai familiari, per salutare Francesco. Un segno di affetto e di rispetto per un uomo tanto modesto quanto valoroso. Molti amici e compagni ne hanno ricordato la figura con parole semplici, senza enfasi, come a lui sarebbe certamente piaciuto. Giuseppe Caboni, Tonino Dessì, Giorgio Macciotta e altri ne hanno disegnato la personalità pubblica e di intellettuale “organico” e hanno messo in luce la grande umanità dell’uomo e la simpatia dell’amico. Margi Chessa ha tratteggiato, con pennellate leggere, la sua bella e (apparentemente) burbera figura familiare. Il sindaco di Cagliari gli ha reso omaggio a nome della città e ha preannunciato un ricordo solenne in Consiglio comunale. Chi scrive lo ha salutato, senza nascondere la commozione.

Caro Francesco,

Oggi salutiamo Francesco Cocco

Francesco, oggi ti salutiamo, ma non ti lasciamo
27 Dicembre 2017

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.

Oggi alle 15,20 il saluto di compagni ed amici a S. Michele.
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L’ANPI ricorda Francesco
27 Dicembre 2017

Gianna Lai – ANPI Cagliari su Democraziaoggi.
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Addio a Francesco Cocco, l’intellettuale organico che sapeva sorridere.
Vito Biolchini su vitobiolchini.it
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Addio a Francesco Cocco, il mondo della cultura e della politica sarda in lutto.
Su L’Unione Sarda 27 dicembre 2027I
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