Monthly Archives: maggio 2018

Lunedì 28 maggio 2018

locandina-dibattito-28-maggio-2018_001Approfondimenti -
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Sulle decisioni del Presidente della Repubblica: commenti su Democraziaoggi.
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Il gran rifiuto di Mattarella e la crisi delle democrazie
pressenza-png-pagespeed-ic-ybtsb1pofy28.05.2018 – Francesco Gesualdi, su pressenza
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La vita di ciascun essere umano e dell’umanità nel suo complesso deve potersi svolgere in totale equilibrio con le risorse naturali che riceviamo alla nostra nascita e che abbiamo il dovere di trasmettere senza degrado alle generazioni che verranno dopo di noi

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L’enciclica Laudato Sì’
Un punto di vista laico alla luce della natura intesa come casa comune.

di Fernando Codonesu

La lettura dell’enciclica “Laudato Sì’”, per un laico costituisce un banco di prova e un grande stimolo al confronto. Intanto va salutata innegabilmente come un approdo felice all’ecologia e alla tutela dell’ambiente e più in generale della Terra considerata come la nostra casa comune che, oggi più che mai, sta attraversando una fase di pericolo che rischia di mettere definitivamente fine alla maggior parte degli ecosistemi presenti nelle diverse latitudini del pianeta.
E’ un pericolo, quello che si sta vivendo, che è il portato dell’antropocentrismo esasperato e delle modalità in cui l’homo sapiens ha caratterizzato le varie fasi della sua conquista e di espansione su tutto il pianeta con la distruzione di intere specie, a partire dai progenitori neanderthaliani, e di interi ecosistemi. Si stima che degli ecosistemi creati sulla terra a partire dagli albori della comparsa delle prime forme di vita, oggi il 50% non esista più, il 47% risulta fortemente compromesso ed appena il 3% viene ancora ritenuto integro.
Ora, se i dati sono questi, si potrebbe obiettare che la traiettoria dell’autodistruzione di gran parte dell’umanità sia tracciata e su questa constatazione si può sicuramente convenire. Ciò nonostante non va ritenuta irreversibile, purché ci sia una grande alleanza tra gli esseri umani volta alla “custodia e coltivazione” del bene comune e su questo un contributo importante può essere dato oltre che dai vari attori laici, organizzazioni locali, nazionali e sovranazionali, anche dalle grandi religioni, tra queste sicuramente la religione cattolica proprio a partire dalla recente enciclica Laudato Sì’ di Papa Francesco.
Il presupposto nel considerare qualunque pensiero umano da qualunque fonte provenga, compreso un pensiero alto come quello rappresentato da un’enciclica papale, è quello di considerarlo un “punto di vista” e come tale può essere discusso e criticato in qualche punto e talvolta anche nel suo impianto generale. Nel caso specifico, va detto che salvo i riferimenti alla fede e a Dio che necessariamente devono essere presenti nel magistero della Chiesa e a maggior ragione in quello del Papa, elementi questi che vanno rispettati in quanto tali, in tutti i contenuti esposti nell’enciclica che trattano dell’ambiente e della necessità di un’ecologia integrale, è ben tracciato ed evidente un terreno di lavoro e di azione comuni tra credenti e non credenti per i prossimi anni a venire.
Certo, l’enciclica dimentica di dire che la stessa Chiesa cattolica e altre grandi religioni monoteiste hanno avuto un ruolo storico più che dimostrato nella centralità dell’uomo come “dominatore” della natura, con grave nocumento e danno delle altre specie presenti sulla terra e di quanto successo nella storia dell’uomo e del suo sviluppo economico e sociale, con il dominio interspecie, oltre che infraspecie, attraverso i noti conflitti e varie dominazioni documentati dalla storia, per intenderci tutti gli eventi storici che hanno portato al dominio di uomini su altri uomini, spesso realizzati con la croce in una mano e la spada nell’altra.
D’altronde, così come accade per i tre verbi dominare, custodire, coltivare, riportati nella Genesi di cui spesso si dimentica il primo, va detto che anche le tre grandi parole della rivoluzione francese libertà, uguaglianza, fraternità, che da oltre due secoli guidano l’agire di molta parte dell’umanità, a partire dagli Stati occidentali, la terza, la fraternità più che trascurata, spesso viene dimenticata, se non cancellata del tutto.
Sono convinto che sia caratteristica dell’uomo, in tutti i ruoli ricoperti durante la propria esistenza, utilizzare solo una parte delle cose e dei riferimenti ideali tramandati, in genere il più vicino al proprio agire, il più utile come giustificazione di ciò che si pensa, di ciò che si è, di ciò che si fa.
Poiché ognuno di noi si rapporta al mondo con il proprio punto di vista, va detto che il punto di vista di un laico riguarda il ruolo della scienza nella comprensione della natura, della struttura intima della materia, dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, con la consapevolezza che la scienza è il faro che oggi illumina il buio e l’ignoranza di ieri e ci può permettere domani di illuminare il buio e l’ignoranza di oggi. In poche parole, ciò che oggi non comprendiamo o non comprendiamo del tutto, grazie al metodologia della scienza e all’evidenza sperimentale, può essere compreso domani.
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Allora, anziché prendere in considerazione i vari aspetti dell’enciclica che, qui si ripete, deve essere considerata come una pietra miliare della consapevolezza umana sulla responsabilità che ciascuno di noi deve sentire nella cura dell’ambiente in cui viviamo, alla pari se non di più dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile deliberata dalla Nazioni Unite, qui mi interessa fare una semplice considerazione sul ruolo degli uomini sulla terra, prendendo spunto innanzitutto da due citazioni.
Nel secondo libro dei madrigali a cinque voci di Claudio Monteverdi, Venezia 1590, su testo di Torquato Tasso, in un verso di Dolcemente dormiva la mia Clori, si fa riferimento al tempo come segue: “tempo perduto non s’acquista mai”. Nell’enciclica Laudato Sì’ di Papa Francesco, dedicata all’ambiente come casa comune di tutti gli uomini e non solo, nel punto 178, afferente a “Il dialogo verso nuove politiche nazionali e locali”, a proposito del tempo, riprendendo una citazione dell’Evangelii gaudium si legge “Si dimentica così che il tempo è superiore allo spazio”, un concetto, questo, che alla luce della fisica moderna appare come una contraddizione in termini in quanto lo si mette in relazione al concetto di spazio come entità a sé stante, in quanto entità differenti tra loro. Oltre un secolo fa, Albert Einstein ci ha fatto capire che spazio e tempo non esistono separatamente, ma sono un tutt’uno che chiamiamo “spazio-tempo”, per cui possiamo dire che la limitatezza del tempo, anche se rapportato alle sensazioni, pensieri e azioni dell’uomo, è sempre accompagnata dalla proporzionale limitatezza dello spazio. Ciò è tanto più vero se si ragiona alla luce delle ultime teorie che indagano sugli spazi infinitamente grandi e sulla struttura infinitesimale della materia, l’astrofisica da un lato e la fisica delle particelle dall’altra, con particolare riferimento alla meccanica quantistica e alla gravità quantistica, con le ultime evidenze sperimentali che, ancorché parziali, sono molto incoraggianti nei confronti delle ultime conquiste della scienza nella comprensione della materia. Lo spazio-tempo è creato e definito punto per punto dalle masse che vi gravitano dentro, si tratti di particelle, pianeti, stelle, galassie o quanto altro.
Il fisico Carlo Revelli nel libro “La realtà non è come ci appare” (ed. Cortina, 2014) ci ricorda che alla scala della lunghezza di Planck, cioè per numeri estremamente piccoli, lo spazio e il tempo cambiano natura e diventano “spazio e tempo quantistici” per i quali non è mai possibile che li si possa determinare separatamente, come ci insegna il principio di indeterminazione di Heisenberg. In poche parole più si è precisi nel misurare la posizione di una particella, più tale particella si allontana dall’osservatore e ciò accade perché è dotata di una grande energia. Tale energia, per la teoria della relatività di Einstein, fa incurvare lo spazio. Lo spazio senza tempo, perciò, non esiste e se si concentra troppa energia in uno spazio piccolo, il risultato è che tale spazio si può curvare così tanto da diventare un buco nero e la particella che vi sprofonda diventa invisibile. Se la particella non c’è più, non ne individuiamo la posizione e ciò ci impedisce anche di vedere il “suo spazio”. Il “molto tempo” riportato nell’enciclica o il “tempo perduto” del Tasso, perciò, di fatto non esistono senza lo spazio che, a sua volta è tanto o poco perché fa parte della stessa trama spazio temporale determinata dalle masse che vi gravitano.
Ma torniamo al nostro vivere nel mondo percepito dai nostri sensi. Intanto noi esseri umani pensiamo e viviamo sempre il presente. Per l’essere umano il futuro che siamo capaci di pensare viene sempre vissuto al presente. Un presente che si sostanzia di ricordi (passato) e di attese (futuro), ma sempre vissuto al presente. Il nostro tempo, perciò, è per noi la nostra eternità. Qui torna utile ricordare il pensiero filosofico o il grande poeta e scrittore lusitano Fernando Pessoa: “Siamo quel che siamo grazie a ciò che siamo stati” e ciò è ulteriormente provato dalla consapevolezza che viviamo l’istante presente in un continuum di ricordi e di attese, cioè di proiezioni, rispettivamente, verso il passato e il futuro, per cui ogni istante della nostra vita è parte della nostra eternità.
Allo stesso tempo, però, come uomini consideriamo il tempo e lo spazio attraverso la limitatezza dei nostri sistemi biologici neurosensoriali e questi ci fanno comunque misurare il tempo, con il suo passare inesorabile dal primo istante del mondo (ad oggi noto come Big bang), allo scorrere delle unità di misura da noi scelte e individuate negli apparati di misurazione più o meno precisa, dai secondi, alle ore, ai giorni, ai mesi e anni delle fasi della nostra vita, perché è ben noto che su questa terra si nasce, si vive, si muore.
Nelle fasi della nostra esistenza lo scorrere del tempo è inesorabile e per ciascuno di noi, almeno con la nostra realtà sensoriale, siamo coscienti che il tempo è la nostra risorsa individuale più limitata: è il vivere il nostro poco tempo che ci procura gioia e dolore, soprattutto nel constatare il tempo che passa e che ci porta via la nostra vita, il nostro essere “eterni” per avere avuto il privilegio di aver calpestato questa Terra. E allora, in questo nostro passaggio sulla Terra, ricordiamoci di non ferire ciò che ci fa vivere, l’ambiente in cui viviamo e che per tutti gli esseri viventi è rappresentato dalla biosfera che è l’unico spazio costituito dal suolo calpestabile, dalle profondità dei mari e da uno strato di atmosfera per noi vitale, ovvero i primi 10 km di altitudine. Insomma uno spazio tutto sommato sì grande, ma fin troppo piccolo e fragile perché costituito da appena una porzione di circa 20 km comprensivo di profondità marine, suolo terrestre e appunto il primissimo strato dell’atmosfera, e così interconnesso nelle sue componenti acqua, aria, terra, che dobbiamo preoccuparci del nostro incedere sul pianeta, un incedere che non deve lasciare ferite, un incedere che deve essere “leggero” e che faccia del nostro essere parte della natura la consapevolezza prima che la vita di ciascun essere umano e dell’umanità nel suo complesso deve potersi svolgere in totale equilibrio con le risorse naturali che riceviamo alla nostra nascita e che abbiamo il dovere di trasmettere senza degrado alle generazioni che verranno dopo di noi.
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- Iniziativa sulla Laudato si’ del 16 maggio 2018.
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Siamo senza (nuovo) Governo. Domani Cottarelli al Quirinale per un probabile incarico. La notte porta consiglio (non sempre). Comunque a domani per i commenti

fotoIl Presidente Mattarella ha ricevuto il Presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte
Il Presidente della Repubblica ha ricevuto questo pomeriggio al Palazzo del Quirinale il professor Giuseppe Conte, il quale, sciogliendo la riserva formulata, gli ha rimesso l’incarico di formare il Governo, conferitogli il 23 maggio scorso. Il Presidente della Repubblica ha ringraziato il professor Conte per l’impegno posto nell’adempimento del suo mandato.
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fotoDichiarazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al termine del colloquio con il professor Giuseppe Conte

Palazzo del Quirinale 27/05/2018

Dopo aver sperimentato, nei primi due mesi, senza esito, tutte le possibili soluzioni, si è manifestata – com’è noto – una maggioranza parlamentare tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega che, pur contrapposti alle elezioni, hanno raggiunto un’intesa, dopo un ampio lavoro programmatico.
Ne ho agevolato, in ogni modo, il tentativo di dar vita a un governo.
Ho atteso i tempi da loro richiesti per giungere a un accordo di programma e per farlo approvare dalle rispettive basi di militanti, pur consapevole che questo mi avrebbe attirato osservazioni critiche.
Ho accolto la proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio, superando ogni perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento. E ne ho accompagnato, con piena attenzione, il lavoro per formare il governo.
Nessuno può, dunque, sostenere che io abbia ostacolato la formazione del governo che viene definito del cambiamento. Al contrario, ho accompagnato, con grande collaborazione, questo tentativo; com’ è del resto mio dovere in presenza di una maggioranza parlamentare; nel rispetto delle regole della Costituzione.
Avevo fatto presente, sia ai rappresentanti dei due partiti, sia al presidente incaricato, senza ricevere obiezioni, che, per alcuni ministeri, avrei esercitato un’attenzione particolarmente alta sulle scelte da compiere.
Questo pomeriggio il professor Conte – che apprezzo e che ringrazio – mi ha presentato le sue proposte per i decreti di nomina dei ministri che, come dispone la Costituzione, io devo firmare, assumendomene la responsabilità istituzionale.
In questo caso il Presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, che non ha mai subito, né può subire, imposizioni.
Ho condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell’Economia.
La designazione del ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari.
Ho chiesto, per quel ministero, l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l’accordo di programma. Un esponente che – al di là della stima e della considerazione per la persona – non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro. Cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso, nell’ambito dell’Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano.
A fronte di questa mia sollecitazione, ho registrato – con rammarico – indisponibilità a ogni altra soluzione, e il Presidente del Consiglio incaricato ha rimesso il mandato.
L’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali.
Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito. E configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane.
Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi per i mutui, e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo quando – prima dell’Unione Monetaria Europea – gli interessi bancari sfioravano il 20 per cento.
È mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri – che mi affida la Costituzione – essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani.
In questo modo, si riafferma, concretamente, la sovranità italiana. Mentre vanno respinte al mittente inaccettabili e grotteschi giudizi sull’Italia, apparsi su organi di stampa di un paese europeo.
L’Italia è un Paese fondatore dell’Unione europea, e ne è protagonista.
Non faccio le affermazioni di questa sera a cuor leggero. Anche perché ho fatto tutto il possibile per far nascere un governo politico.
Nel fare queste affermazioni antepongo, a qualunque altro aspetto, la difesa della Costituzione e dell’interesse della nostra comunità nazionale.
Quella dell’adesione all’Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani: se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale.
Sono stato informato di richieste di forze politiche di andare a elezioni ravvicinate. Si tratta di una decisione che mi riservo di prendere, doverosamente, sulla base di quanto avverrà in Parlamento.
Nelle prossime ore assumerò un’iniziativa.
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Presidenza della Repubblica
carlo_cottarelli_-_festival_economia_2015- E domani probabile incarico a Carlo Cottarelli.

Domenica 27 maggio 2018

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Luciano Canfora a Huffpost: “Salvini-Di Maio alleanza mostruosa”
27 Maggio 2018 su Democraziaoggi.
Come si fa a non pubblicare un’intervista a Luciano Canfora sulla formazione del governo Conte? E’ una persona di sinistra così colta, intelligente e libera, che rende le sue opinioni interessanti anche quando, in ipotesi, non si condividano. Si può fare semmai un rilievo al titolo dell’intervista, che non è di Canfora: il titolo non mette in luce che la mostruosità lamentata dal filologo è conseguenza della mostruosa azione di Renzi e del PD. Ergo, se di mostruosità si tratta, essa è derivata da quella di Renzi, ossia è al trombettiere di Rignano e a Napolitano che bisogna risalire per trovare la causa della stranezza della situazione attuale. Su questo – credo – possiamo essere tutti d’accordo. Anche le contraddittorietà del contratto rilevate da Canfora sono difficilmente contestabili: riduzione del prelievo fiscale e aumento della spesa sociale. Ma qui speriamo nel superamento in corso d’opera, senza intaccare la spesa per i ceti più deboli. Un atto di fede?
Non è invece un mistero ormai l’interferenza dei poteri forti della finanza e della burocrazia iperliberista europea sulla politica nostrana. Ed è, se non mostruoso, certo preoccupante vedere che essa investe i vertici del nostro Paese, fino a pretendere di determinare la composizione dei nostri governi in luogo del Parlamento (a.p.)

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Addio a Paolo Pillonca

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Un grande uomo sardo.
Condoglianze alla famiglia, agli amici, a tutti i sardi che ha saputo onorare nella sua vita familiare, professionale, culturale, politica.
Paolo Zedda ha scritto un affettuoso e significativo omaggio a Paolo Pillonca, nel quale ci riconosciamo:
Oi Paulu si nd’est andau. Serbint pagu is fueddus a nai cantu balit s’opera sua, ma custu sciu de siguru: su chi s’at lassau, in totu is formas de sa produtzioni literaria, artistica e comunicativa, at cambiau sa storia de sa Sardinnia e de is sardus. Paulu at biu unu tesoru aundi po is aterus fiat scuriu, at tentu sa sabidorìa e sa passientzia de ddu alluxentai a bogai a su mundu e de ddu fai prus mannu e prus pretziosu. Personis aici ndi nascit una in unu séculu. Candu nascit. M’est statiu grandu onori su ti tenni acanta. No t’at a scaresci custa terra, mia tua. A ti connosci in su celu.
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Sabato 26 maggio 2018

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“Veti? Il Quirinale non può imporre indirizzi politici”
26 Maggio 2018
Pare che Mattarella voglia porre veti. Ma non può farlo. L’art. 92 Cost. gli dà il potere di nominare il Presidente del Consiglio e i ministri, ma sempre ancorando le nomine alla fiducia ch’essi devono ottenere dalle Camere, quindi all’indirizzo politico della maggioranza. Per informare sui reali poteri del Presidente della Repubblica nella formazione del governmo contro la disinformazione imperante, ecco un’intervista al costituzionalista Massimo Villone, cooordinatore del Comitato per la dermocrazia costituzionale (già Comitato per il NO). Su Democraziaoggi.
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donne-anni70-26-mag18I movimenti degli anni Settanta fra Sardegna e Continente. Presentazione del libro a Cagliari, oggi sabato 26 maggio 2018.

DIBATTITO. Quale Governo sostenibile? E noi, quanto contiamo? Certo è che non possiamo stare alla finestra come spettatori. Abbiamo un ruolo come cittadini singoli e organizzati che vogliamo giocare, eccome! Lo spirito giusto è quello indicato da Raniero La Valle nella riflessione che noi riprendiamo e proponiamo

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OLTRE IL GOVERNO

sfera di Raniero La Valle

aprendo martedì 22 maggio i lavori dell’Assemblea generale della CEI, il cardinale Bassetti aveva espresso la stima dei vescovi al presidente Mattarella per la “guida saggia e paziente” con cui stava “facendo di tutto per dare un governo all’Italia”. Non è passato un giorno, e Mattarella mercoledì ha dato questo governo all’Italia chiamando al Quirinale, come presidente incaricato, il prof. Giuseppe Conte. In tal modo i milioni di voti delle elezioni di marzo non sono andati al macero, prima ancora di cominciare, e si è visto con gioia che la democrazia, almeno nelle sue forme essenziali, ancora funziona.
I governi sono, come si sa, una delle massime istituzioni politiche del Paese, e quindi sono oggetto di valutazione politica. Tuttavia non è tale valutazione che ora vogliamo suggerire – controversissima com’è – sia perché ognuno faccia la sua, sia perché il governo ancora non si è formato, e nemmeno si ha certezza del suo programma. Infatti, anche se esso è frutto di un “contratto”, ossia di un patto propedeutico e fondativo, il vero programma del governo, sul quale dovrà essere giudicato, sarà quello proposto al Parlamento all’atto di chiederne la fiducia; ed è evidente ad esempio che su temi delicatissimi in cui tutta la nostra cultura e la nostra etica sono in gioco, come i temi dei migranti, dell’ordine pubblico, della difesa personale, della giustizia, delle carceri, dei diritti civili, della libertà di religione e simili, è molto diverso che a indicare propositi e traguardi siano Conte o Salvini; tanto più in Italia quando al presidente del Consiglio l’art. 95 della Costituzione attribuisce ruolo e responsabilità di guida e di sintesi delle politiche di governo nell’unità dell’indirizzo politico, e ancor più quando sappiamo che sull’osservanza dell’art. 95 come degli altri principi costituzionali, c’è qualcuno, lassù (sul colle) che con la stima di tutti, ed anche dei vescovi, vigila.
Questa osservazione preliminare che riguarda la sostanza della futura azione di governo, ci riconcilia anche un po’ con la caduta di stile che si è avuta nel metodo della sua formazione, perché ci mostra che il braccio di ferro tra i due leaders delle forze contraenti del Patto su chi dovesse averne la guida, con la conclusione salomonica che non l’avesse nessuno dei due, non era una questione di poltrone, di ambizioni infantili o di libidine del potere, per cui meritassero di essere svillaneggiati, ma era una grande questione politica.
Ciò premesso, pur non entrando ora nel merito del giudizio politico, si possono dire alcune cose che attengono al sistema. Anzitutto bisogna riconoscere che quella che sta nascendo è una cosa nuova, e perciò saremmo ben poco attrezzati a capirla se insistessimo a giudicarla con le categorie vecchie, con i formulari d’uso, con i nostri criteri di sempre, le nostre sentenze già date, senza vedere nulla, anche se c’è, al di là delle cose già giudicate e già note.
Come dice il cardinale Bassetti è venuto invece “il momento di cogliere la sfida del nuovo che avanza nella politica italiana”, per riesaminare noi stessi e rinnovare la nostra pedagogia e il nostro discorso politico.
Per esempio è chiaro che non si può giudicare questa nuova compagine di governo dentro lo schema destra-sinistra. E ciò perché siamo in una fase in cui i codici identificativi della sinistra si sono perduti, e ancora non ne sono stati elaborati di nuovi. La sinistra, pur nelle sue diverse forme, è stata nel Novecento indissolubilmente legata al grande fenomeno storico del marxismo e del movimento operaio: perfino la teologia della liberazione è stata accusata di questo. Di fatto quel canone di lettura della storia introdotto dal marxismo è stato per tutti ineludibile, anche nella forma della sua negazione, anche nell’atteggiarsi dei suoi avversari: altrimenti Craxi non avrebbe sentito il bisogno di tirar fuori Proudhon per liberarsi di Marx, ed anche Keynes non ne era così immune. Venuto ora meno il marxismo, anche i pensieri forti si sono eclissati e perciò oggi non c’è niente di più generico e liquido della sinistra. Ciò non vuol dire che allora non ci rimane che la destra, ma vuol dire che per la sinistra e il suo indispensabile ruolo per mettere in discussione il mondo com’è, quello che ora ci vuole è un pensiero, un libro, un manifesto, e ancora non c’è; o forse c’è ma non ce ne siamo accorti, forse sta nella Laudato sì, ma “l’avranno letta?” si chiede Mario Agostinelli e il gruppo di Milano.
Perciò se in tale situazione volessimo giudicare il nascente governo nella griglia della giustapposizione destra-sinistra, non ne verremmo a capo, come mostrano i giornalisti allibiti e spiazzati che si aggirano nelle vociferazioni televisive. A voler usare quel criterio c’è la sorpresa di scoprire che questo governo nasce con tutta la destra rudemente contro, da Forza Italia alla Meloni alla Confindustria, e invece è senza opposizione a sinistra, se si esclude il piccolo drappello di Liberi ed Eguali, mentre il PD è fuori scrutinio, non tracciabile, fermo com’è, per infortunio sul lavoro, a Rignano. Tutto questo dipende forse dal fatto che l’origine di quanto ora accade più che nelle elezioni del 4 marzo sta nella vittoria del referendum costituzionale del 4 dicembre: e questa è una bella rassicurazione contro il timore che questo inusuale governo, ultimo arrivato e oggetto sconosciuto, metta a rischio la democrazia.
Del resto gli eventi del passato ci insegnano che la democrazia non è a rischio per un singolo atto o un singolo evento; in Italia tra l’accesso del fascismo al potere e le leggi razziali non ci fu alcuna immediatezza, di mezzo ci fu la legge Acerbo e milioni di atti e di scelte, personali e collettive, ivi compreso il Concordato e la deriva cattolica, che lastricarono la strada dall’incarico a Mussolini alle leggi razziali ed oltre.
Perciò, per restare a considerazioni di sistema, bisogna dire che il futuro non sta solo nelle mani del governo e dei suoi ministri, sta anche nelle nostre mani, e noi lo dobbiamo prendere in carico, lo dobbiamo costruire. La ricreazione è finita, la politica non è l’eterno spettacolo a cui assistiamo “da casa” nei talk-show televisivi che ai padroni dell’etere costano meno delle soubrettes (che almeno si fanno pagare) e che nella distrazione generale danno ai veri poteri licenza di fare quello che veramente conta, costruire una portaerei o firmare un Trattato, precostituendo come eretici coloro che domani, accorgendosi di pagarne il prezzo, oseranno criticarlo.
Per questo ci sembra molto bello il richiamo fatto dal cardinale Bassetti secondo cui non basta avere un governo, ci vuole l’impegno pubblico, come quello di migliaia di persone disinteressate che nei comuni “reggono le sorti della nostra democrazia”; perché, come ha detto, la partita non è persa, le radici sono buone e il Paese è più sano di come lo si dipinge, non siamo allo sbando o alla deriva, ma c’è ancora molta disponibilità al bene comune.
Richiamo rivolto anche ai cattolici italiani che, nella dimensione politica, vengono dall’appello ai Liberi e Forti di Luigi Sturzo, e oggi appaiono inerti: Dove sono le nostre intelligenze, dove sono le nostre passioni? chiede il cardinale. Il papa Francesco ha aperto “spazi enormi”, “ma sono spazi vuoti se non li abitiamo”, mentre traboccano le tragedie di questa umanità nella quale siamo chiamati a vivere. “Finalmente – scrive Valerio Onida di questo intervento del presidente dei vescovi – una parola pacata e serena, di speranza e di incoraggiamento, pur nella piena consapevolezza di tutte le degenerazioni e i rischi”.
Perciò anche noi siamo invitati alla speranza, e ad operare senza prepotenze e sciatteria, “a voce bassa”. Con in più questo annuncio importante che ha dato il cardinale: si sta preparando un incontro tra i vescovi del Mediterraneo perché emerga, tra i soggetti che stanno facendo la storia, un soggetto che oggi non c’è ed è il più sofferente di tutti, il soggetto che è il Mediterraneo, che sono i popoli del Mediterraneo, la cui voce e il cui spirito vengono da lontano, e da cui può venire ora una potente ed universale proposta di pace.
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Ambiente e Lavoro. Leggi anche l’Ambiente è Lavoro

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di Fernando Codonesu

Lunedì 28 maggio, alle 17.30, il Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria promuove un incontro dibattito sul tema “Ambiente e Lavoro”.
Si tratta di un tema già affrontato dal Comitato nel convegno sul lavoro del mese di ottobre 2017 che intendiamo approfondire in alcuni aspetti specifici della nostra terra, con uno sguardo sicuramente attento a ciò che si muove intorno a noi, ma anche con lo sguardo largo che viene da considerazioni più profonde sullo stato dell’ambiente del pianeta e più specificatamente delle biosfera, quello strato sottile e delicato in cui si svolgono le vicende di tutti gli esseri viventi: uomini, animali, piante.
E’ in questo strato sottile, appena 20 km di spessore intorno al pianeta, comprendendo il suolo, le profondità marine e i primi 10 km dell’atmosfera, che si nasce, si vive e si muore.
E’ questo strato delicato indispensabile alla vita sulla terra che si è formato nel corso di alcuni miliardi anni e che, soprattutto negli ultimi 300 anni, abbiamo gravemente compromesso. E’ per tale motivo che da circa 50 anni sono nati in tutto il mondo grandi movimenti, associazioni, partiti e istituzioni locali, nazionali e sovranazionali che agiscono localmente e globalmente per combattere le variazioni climatiche indotte dall’uomo e si battono per uno sviluppo sostenibile.
Al riguardo, corre d’obbligo ricordare che nel mese di settembre del 2015, presso le Nazioni Unite, è stata approvata l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. [segue]

NewsLetter

sferaNewsletter n. 93 del 25 maggio 2018

OLTRE IL GOVERNO

Cari Amici,

Ambiente e Lavoro

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di Fernando Codonesu

Lunedì 28 maggio, alle 17.30, il Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria promuove un incontro dibattito sul tema “Ambiente e Lavoro”.
Si tratta di un tema già affrontato dal Comitato nel convegno sul lavoro del mese di ottobre 2017 che intendiamo approfondire in alcuni aspetti specifici della nostra terra, con uno sguardo sicuramente attento a ciò che si muove intorno a noi, ma anche con lo sguardo largo che viene da considerazioni più profonde sullo stato dell’ambiente del pianeta e più specificatamente delle biosfera, quello strato sottile e delicato in cui si svolgono le vicende di tutti gli esseri viventi: uomini, animali, piante.
E’ in questo strato sottile, appena 20 km di spessore intorno al pianeta, comprendendo il suolo, le profondità marine e i primi 10 km dell’atmosfera, che si nasce, si vive e si muore.
E’ questo strato delicato indispensabile alla vita sulla terra che si è formato nel corso di alcuni miliardi anni e che, soprattutto negli ultimi 300 anni, abbiamo gravemente compromesso. E’ per tale motivo che da circa 50 anni sono nati in tutto il mondo grandi movimenti, associazioni, partiti e istituzioni locali, nazionali e sovranazionali che agiscono localmente e globalmente per combattere le variazioni climatiche indotte dall’uomo e si battono per uno sviluppo sostenibile.
Al riguardo, corre d’obbligo ricordare che nel mese di settembre del 2015, presso le Nazioni Unite, è stata approvata l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
In sintesi, come altri analoghi programmi delle Nazioni Unite, si tratta di un ambizioso programma di azione per le persone, il pianeta e la prosperità. Come tanti altri programmi analoghi, però, senza una partecipazione e vigilanza attive da parte delle società civili dei vari angoli del pianeta, si rischia che rimangano “buone intenzioni” messe per iscritto e controfirmate da capi di stato, di governo e alti rappresentanti, che poi vengono sistematicamente disattese con gravi ripercussioni per tutti gli esseri viventi a partire proprio dall’uomo.
Così è successo per altri lodevoli appuntamenti precedenti riguardanti il clima, l’ambiente o lo sviluppo, come Rio, Kyoto, Marrakesh e recentemente per Parigi, con la recente nota defezione dai solenni impegni sottoscritti da parte degli U.S.A. ora guidati da Trump.
A differenza di altre iniziative analoghe, nel caso dell’agenda 2030 è evidente una maggiore consapevolezza dello scarso tempo a disposizione per l’intera umanità per interrompere e invertire la tendenza allo sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali, a partire dal riconoscimento che lo sradicamento della povertà in tutte le sue forme e dimensioni è la più grande sfida globale ed un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile.
Nel preambolo dell’Agenda si sottolinea che “siamo decisi a liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e vogliamo curare e salvaguardare il nostro pianeta”.
In tale scenario a tendere, vengono descritti i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile che
mirano a realizzare pienamente i diritti umani di tutti e a raggiungere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Essi sono interconnessi e indivisibili e bilanciano le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: la dimensione economica, sociale ed ambientale.
Siamo convinti che quando si parla di ambiente e lavoro è necessario tener presente il quadro generale rappresentato dall’Agenda 2030 e nel contempo, per tornare alla dimensione locale in cui si svolge la nostra azione quotidiana, dobbiamo interrogarci sulle annose e gravi emergenze del nostro paese e della nostra isola: dissesto idrogeologico, messa in sicurezza, bonifica, rispristino e riuso delle aree inquinate di origine industriale, mineraria e militare, ristrutturazione energetica a tutto campo per la produzione e utilizzazione dell’energia nei luoghi di produzione, nei servizi, nei trasporti, negli immobili, nelle città e nella campagne, azioni necessarie e improcrastinabili per mitigare e invertire il trend del cambiamento climatico.
Così come già sperimentato nel convegno generale sul lavoro del 4-5 ottobre 2017, dove a fianco all’analisi dei problemi ci siamo confrontati con realtà imprenditoriali innovative presenti nel tessuto produttivo regionale, l’incontro dibattito del 28 maggio vuole parlare perciò di ambiente e di opportunità di lavoro perché siamo convinti che su questi temi l’analisi, ancorché necessaria, non sia più sufficiente.
Non è più sufficiente in termini di prospettiva generale perché l’analisi senza proposte progettuali e operative lascia sempre il tempo che trova, ma non è sufficiente neanche a partire da un semplice sguardo alla realtà che ci circonda. Una realtà che in Sardegna come nel resto del paese ci fa scoprire interessanti progetti imprenditoriali diventati già imprese di successo.
E’ per tale motivo che ascolteremo con attenzione i nostri relatori: Massimo Dadea che nel suo ruolo di medico e analista politico focalizzerà il suo intervento sui problemi della nostra isola indicando strade percorribili per il superamento dell’attuale situazione, Alessandro Murgia che ci parlerà della normativa e delle metodologie delle bonifiche realizzabili e Nicola Lamieri e Giovanni Lamieri, due imprenditori che partendo dalle problematiche ambientali hanno creato due importanti realtà lavorative.

Venerdì 25 maggio 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazimg_4939costat-logo-stef-p-c_2-2————Avvenimenti&Dibattiti&Commenti————–
Conte, chi è costui? Vediamo le pubblicazioniconte
25 Maggio 2018

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
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Il Vaticano su economia e finanza: “Il denaro deve servire e non governare”

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asvis-italia-logodi Flavio Natale

L’industria finanziaria, tra speculazione e sistemi offshore, mette a repentaglio il benessere umano, “promuovendo egoismi e sopraffazioni”. Una nuova riflessione etica è necessaria, ponendo al centro il principio di gratuità.

“Le tematiche economiche e finanziarie, mai come oggi, attirano la nostra attenzione, per il crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell’umanità”. Così si apre il documento “Oeconomicae et Pecuniariae Quaestiones, Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario”. Con questo testo, infatti, la Congregazione per la Dottrina della Fede, in collaborazione con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, “intende offrire alcune considerazioni di fondo e puntualizzazioni a sostegno del progresso e dignità umana”, elaborando chiare basi etiche in grado di dotare il benessere economico di peculiarità umane che i meccanismi economici, da soli, non sono in grado di produrre.

Angelo Becciu, cardinale

Intervista ad Angelo Becciu: “Chiesa baluardo contro la fuga dall’isola”
Il nuovo cardinale racconta in esclusiva il suo rapporto con la Sardegna: “Con lo Stato che va via dai piccoli comuni, i parroci restano l’unico presidio”
di Luca Rojch

Riprendiamoci la città

coord-cdq-cagliari-manifestazione-300x20020pietreSOCIETÀ E POLITICA » TEMI E PROBLEMI » SPAZIO PUBBLICO
Spazi nella città: Vuoti a prendere
di PAOLO CACCIARI su eddyburg

Analisi di esperienze in atto e percorsi da intraprendere per l’uso socialmente corretto degli spazi abbandonati per trasformare le città in luoghi in cui i valori dell’uguaglianza e della democrazia siano la regola e non l’eccezione.

«Vuoti a prendere. Esperienze autogestite e organizzate dal basso per la costruzione di pratiche comuni. Giornata di autoformazione promossa da 20 pietre, ESA (Esperienze Sociali Autogestite) e Fuorimercato».

Le città sono implose, fatte a brandelli. In parte gentrificate sotto l’assalto dei fondi speculativi, in parte degradate, abbandonate a sé stesse. Non potrebbe essere altrimenti: le città sono le fedeli concretazioni delle crescenti disuguaglianze sociali e dell’abdicazione dei poteri pubblici. Sull’utilizzo degli spazi urbani si gioca una partita fondamentale dell’assetto dei poteri economici e politici. Protagonisti sono i movimenti urbani di riappropriazione dei luoghi della socialità, a partire dalla residenza e di resistenza alla “messa a reddito” delle aree di pregio (turistiche, residenziali di lusso, commerciali, direzionali di rappresentanza… dove maggiore é la possibilità di estrarre rendite).

I nodi pulsanti di questi movimenti urbani sono i centri autogestiti dalle comunità degli abitanti. “Arche di autonomia”, le definirebbe Raul Zibechi. Aree verdi e immobili liberati e riattivati per dare vita a servizi interculturali, welfare mutualistico, piccole attività economiche cooperatistiche ed ecosolidali, coworking…, insomma, autentica “rigenerazione urbana”. Ogni città è punteggiata da lotte per la conquista di questi spazi pubblici, uniche alternative alla individualizzazione solipsistica delle relazioni umane nell’età dell’iperliberismo. Nelle crepe del lacerato tessuto urbano sono nate esperienze di tutti i tipi: dai centri sociali occupati alle case del popolo, dalle banche del tempo ai comitati di quartiere, fino ai “beni comuni” riconosciuti tramite percorsi partecipativi.

A Bologna è stato creato un Comitato per la promozione e la tutela delle esperienze sociali autogestite (ESA) che nei giorni scorsi ha organizzato assieme alla rete dei produttori Fuorimercato un incontro di “autoformazione” presso la casa del popolo “Venti pietre allo scopo di consolidare i legami di solidarietà tra le varie realtà autogestite cittadine, aumentare il loro peso contrattuale con le varie controparti proprietarie e studiare gli strumenti giuridici-normativi più idonei per poter resistere e gemmare. Anche a Bologna ogni esperienza di autogestione ha storie e contesti diversi. Alcune tengono tenacemente il punto della occupazione: CSOA, come Crash ed XM24. Altre sono riuscite a strappare convenzioni con gli enti pubblici proprietari (è il caso del centro sociale Làbas dopo le imponenti manifestazioni popolari del settembre scorso a seguito dello sgombro forzato dall’ex caserma Masini) o comodati d’uso gratuiti temporanei con i proprietari privati di immobili dismessi (è il caso del “Venti pietre” nell’ex concessionaria automobilistica di via Marzabotto e dell’associazione Pianificazioni urbane). Altri usano il regolamento dell’Amministrazione condivisa, che prevede la stipula di “patti di collaborazione e sussidiarietà” (art 118 riformato della Costituzione) tra i cittadini e le pubbliche amministrazioni, promosso da Labsus in molte città italiane. Per tutti, i modelli culturali generali di riferimento sono le Giunte del buon governo zapatiste in Chiapas e le esperienze di autogoverno federaliste, ecologiste e femministe nella regione curda del Rojava (vedi il volume di Guido Candela e Antonio Senta, La pratica dell’autogestione, elèuthera, 2017, presentato all’incontro). Ma esistono molte altre esperienze più vicine a noi come quelle intraprese a Barcellona, che sono state raccontate da Lucas Ferro Solè di Podemos Catalugna.

Non esistono modelli unici – è stato detto -, ma il punto sicuramente più avanzato conquistato dai movimenti urbani in Italia è quello di Napoli [Je so’ pazzo – n.d.r]. Descritti da Maria Francesca Di Tulio e Giuseppe Micciarelli dell’ex Asilo Filangieri, sono oramai una decina gli immobili di proprietà del Comune partenopeo cui è stato conferito lo status di “bene comune” in uso collettivo, autonormato dalle assemblee di gestione e riconosciuti da una serie di delibere comunali.

Da qualche tempo – su proposta del giurista Ugo Mattei, intervenuto in videoconferenza – è stata proposta la stesura di una Carta d’uso civico dei beni comuni urbani e una proposta di legge popolare nazionale che possa favorire le forme di riuso degli immobili abbandonati o mal utilizzati. Anche il Diritto deve diventare un campo di battaglia sociale per la conquista di nuovi strumenti giuridici (per produrre nuova legalità dal basso) per il “diritto alla città”, all’abitare e al vivere degnamente. I temi cruciali in discussione sono l’accesso e la gestione. É necessario liberare le amministrazioni pubbliche dal cappio del “pareggio di bilancio”.

La scelta sugli usi del patrimonio immobiliare – ad iniziare da quello pubblico, ma non solo – deve tornare ad essere una decisione discrezionale politica, cioè urbanisticamente, socialmente ed eticamente orientata, non condizionata dai “benefici economici” immediati realizzabili. Al “danno erariale” e ai “mancati introiti”, che la Corte dei Conti, ultimo anello della catena tesa dalla Troika, puntualmente contesta alle amministrazioni pubbliche che si rifiutano di “fare cassa” con la svendita dei beni pubblici, va contrapposto il concetto di “redditività sociale” dei beni comuni. Vanno, cioè, calcolati e misurati gli “impatti positivi” non monetari, extra-finanziari, quali la crescita del “capitale” umano e sociale, la reputazione e la bellezza dei luoghi. Concetti che vanno presi sul serio e fatti uscire dalla retorica corrente. Non serve scomodare premi Nobel (come la economista Elinor Ostrom) per capire che una comunità locale ricca di relazioni sociali solidali e di sistemi di auto-mutuo-aiuto crea più benessere duraturo per la popolazione che non una città privatizzata, attraversata da conflitti classisti, ostile nei confronti delle donne e degli stranieri, produttrice di disagi sociali e psicologici, inaffettività e violenza.

Certo, la condizione preliminare per consolidare e allargare le esperienze di autogestione è la mobilitazione popolare che denuncia lo scandalo dello spreco anche economico degli immobili in disuso (8 milioni di edifici abbandonati in Italia, hanno riportato Isabella Inti e Verther Albertazzi di Temporiuso e Planimetrie culturali). Va poi dimostrato attraverso azioni concrete (creazione di centri polivalenti, sportelli legali e servizi di welfare di prossimità, empori e mercati contadini, sistemi di scambio non monetari e piattaforme tecnologiche collaborative…) quali possono essere i benefici realizzabili se a gestirli sono le comunità locali. “Domini collettivi” (come recita la nuova legge che finalmente riconosce gli usi civici consuetudinari delle antiche comunaze), “Comunità patrimoniali “ (come recita la Convenzione di Faro sui beni colturali, mai ratificata dall’Italia) che adottano, curano e fanno propri luoghi e immobili percepiti come beni utili alla collettività, necessari a rendere effettivi i diritti fondamentali individuali all’abitare dignitosamente. I beni comuni sono quindi una forma di possesso che tutela i beni e socializza i benefici.

Non si tratta di sgravare gli enti proprietari (pubblici o privati) dalle loro responsabilità anche costituzionali (l’Articolo 41 sull’utilità sociale dell’iniziativa economica, privata e pubblica, è l’emblema della “Costituzione inattuata e tradita”), ma al contrario di farli uscire da uno stato di colpevole passività. In concreto: manutenzioni straordinarie, allacciamenti, guardiania e altri servizi onerosi vanno mantenuti in capo all’ente proprietario. Le autogestioni non devono nemmeno essere cavalli di Troia per l’esternalizzazione di servizi al “terzo settore”. Le assegnazioni tramite bandi, gare e concessioni (procedure apparentemente trasparenti e neutrali, che piacciono tanto ai tutori della legalità astratta e dell’equilibrio contabile del bilancio dello stato) in realtà sono trappole ideologiche che mettono in competizione i gruppi socialmente attivi, li obbligano ad aziendalizzarsi e li assoggettano alla logica del clientelismo. Per fare comunità capaci di autogoverno (dotate di capatibilities, direbbe Martha Nussbaum ) è necessario – al contrario – facilitare forme di gestione aperte, dirette, libere, responsabilizzanti. Il modello è quello delle assemblee di gestione ben organizzate in tavoli tematici e gruppi operativi, aperte a tutte e a tutti coloro che hanno qualche progetto da realizzare, la volontà di relazionarsi con l’altro da sé e il desiderio di non smettere di imparare dagli altri.

Casa del popolo Venti Pietre, Bologna, 12 maggio 2018

L’articolo è stato inviato contemporaneamente a Comune-info

Giovedì 24 maggio 2018

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