Monthly Archives: aprile 2019

Crasi pássada Sant’Efis

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- Antonio Corriga, la processione di Sant’Efisio del 1° maggio. Dipinto proprietà Banco di Sardegna, nella sede di Cagliari.

Oggi martedì 30 aprile 2019

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Avvenimenti&Dibattiti&Commenti&Appuntamenti————————-
img_9429Le ombre dell’Europa
30 Aprile 2019
I problemi dell’Unione Europea e l’eredità della “parte cattiva” della storia degli Stati membri
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Spesso si discute sui valori che hanno dato origine all’Europa; da questo punto di vita, il Vecchio Continente potrebbe essere pensato come costituito da Stati e da popoli antichi; invece, per molti apetti, afferma Mark Mazower (docente di Storia alla Columbia University di New York e autore di “Le ombre dell’Europa”)[…]
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cammino-nuxis-5-5-19Il 5 maggio a Nuxis nei luoghi della latitanza dell’Avv. Cadeddu, capo di Palabanda. Partecipate!
Nell’ambito delle iniziative su “Sa die de Sa Sardinia” ci rechiamo, accompagnati dalla locale Associazione Le Sorgenti, in pellegrinaggio laico nelle campagne di Nuxis nella Grotta di Conch’è Cerbu, dove l’Avv. Salvatore Cadeddu, capo della rivolta di Palabanda, trascorse alcuni mesi della sua latitanza fra la fine del 1812 e i primi mesi del 1813, […]
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Guido Viale 15 aprile 2019, sul blog di Guido Viale.
Dall’assemblea dei giovani è emersa una completa piattaforma politica e culturale per una radicale trasformazione di una società in fase di avanzata decomposizione in una società nuova e pienamente umana, all’altezza delle sfide che il pianeta deve affrontare. (e.s. su eddyburg online)
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Verso il voto per Cagliari. Le primarie del centrosinistra

scheda-primarie1[NOTA STAMPA] Primarie del centrosinistra a Cagliari: si vota il 5 maggio dalle 8 alle 20.
Gli elettori del centrosinistra decideranno il candidato Sindaco di Cagliari il 5 maggio attraverso le primarie scegliendo tra Matteo Lecis Cocco Ortu, Francesca Ghirra, Marzia Cilloccu che in quest’ordine compariranno nella scheda.
[segue]

Da Sa die 2019 verso Sa die 2020

Sa die de sa Sardigna. La traversata del deserto. b9234bbb-2741-42e0-a494-84dd2b844707
2613821c-b5f2-4c8c-baf3-19529f2f4fd028 Aprile 2019,
di Gianni Loy, su Aladinews.
SA DIE 2019. Breve illustrazione del significato dell’inno “Procurade ’e moderare”, di Luciano Carta, su Fondazione Sardinia.
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Firma anche tu!

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LE ATTIVITA’ E LE PROPOSTE DEL COMITATO RODOTA’
La legge di iniziativa popolare sui beni comuni e la Società Cooperativa di mutuo soccorso

Dopo oltre 10 anni dal disegno di legge delega, frutto del lavoro della Commissione Rodotà e dopo oltre 7 anni dal referendum del 2011, meglio conosciuto come “referendum per l’acqua pubblica”, la situazione che viviamo è quella di un Paese che continua ad essere sempre di più esposto al rischio che il neoliberismo, con i suoi strumenti di privatizzazione selvaggia di ogni bene e servizio pubblico, affondi il colpo finale.
Possiamo quindi dirci consapevoli che l’azione popolare, quella che in attuazione della Costituzione ci chiama ad esercitare la nostra sovranità, sia quanto mai urgente; e che si è accumulato certamente un ritardo che va recuperato. In questo contesto si inquadra l’iniziativa promossa dai componenti della Commissione Rodotà che viene portata avanti da un Comitato popolare per la difesa dei beni pubblici e comuni.
Un’iniziativa che si prefigge tre importanti obiettivi, il raggiungimento dei quali è unicamente nelle mani di ogni persona ed organizzazione che riterrà, condividendoli, di farli propri:
1) Riportare al centro del dibattito nazionale l’intera questione dei “Beni Comuni”, riprendendo il testo originale del disegno di legge Rodotà e trasformandolo in un’iniziativa di legge popolare: un testo storico cui la società civile e la giurisprudenza stessa devono molto.
2) Raccogliere perlomeno un milione di firme, e non solo le 50.000 necessarie per legge, perché il messaggio popolare sia coraggioso e forte aprendo una nuova stagione in cui al centro non vi siano solo numeri e contabilità, ma la persona, l’ambiente, il lavoro, in una sola parola l’attuazione del disegno costituzionale, di tutto ciò che sta nei suoi valori fondamentali e nell’indispensabile esigenza ecologista.
3) Costruire una rete permanente ad azionariato diffuso, una Società Cooperativa di Mutuo Soccorso fra generazioni presenti e future: per l’esercizio della sovranità popolare, per unire lotte e comunità, con strumenti di democrazia diretta (Referendum, Legge di Iniziativa Popolare, Petizione), di azione giudiziaria, d’informazione e di formazione ecologica e in difesa dei beni comuni. Azioni da 1 Euro, acquisibili una tantum da ogni persona fisica o giuridica durante e dopo la raccolta firme. Una rete solida e duratura pensata per rafforzare i legami e rendere più efficace l’azione comune. Un obiettivo di grande respiro, sfida per il presente e promessa responsabile per il futuro, da perseguire a partire dalla seconda metà del mese di febbraio.
Il successo di questa iniziativa non sarà decretato solamente dagli esperti e dagli attivisti dei “beni comuni”, ma anche dalla nostra capacità di far sentire l’importanza del coinvolgimento di ogni cittadino e cittadina, in Italia e non solo, nella costruzione di un ponte solido e duraturo verso il futuro.
Chi desidera fare propria questa sfida non avrà che da impegnarsi, come molti stanno facendo, sul proprio territorio e ovunque ne abbia la possibilità. Tutte e tutti potranno mettere a disposizione di questa causa la loro competenza, facendo valere le proprie ragioni e contribuendo concretamente, durante e dopo i sei mesi della raccolta firme, affinché il disegno di legge Rodotà diventi la migliore legge possibile.
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Comitato Popolare di Difesa dei Beni Pubblici e Comuni “Stefano Rodotà”
Via Giuseppe Avezzana, 51 – 00195 ROMA / C.F. 97996090581 comitatorodota@gmail.com
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www.benipubbliciecomuni.it

c3dem_banner_04“TENIAMOCI STRETTA L’UNIONE EUROPEA”
29 Aprile 2019 by Forcesi | su C3dem.
Nando Pagnoncelli, “Stare nella Ue è positivo? Il sì del 45% degli italiani batte gli scettici (24%)” (Corriere). Ma è anche vero che siamo i meno europeisti dell’Unione, precisa Andrea Bonanni (“Euroscettici italiani dalla memoria troppo corta”, Repubblica). Epperò crescono gli europeisti tra i grillini: Roberto D’Alimonte, “Svolta M5S, pro Euro il 53% degli elettori” (Sole 24 ore). Ma su Il Fatto un notevole esempio di scetticismo sulla Ue: Filippo Maria Pontani, “Caro Pd, ma davvero siamo europei?”. Gianfranco Pasquino, “Abbasso il sovranismo, teniamoci stretta l’Ue” (Corriere/la lettura). Maurizio Ferrera, “Da Macron all’Italia: gli spazi da coprire in Europa” (Corriere). Ian Bremmer, “Sono Africa, Russia e Cina i nuovi crucci per l’Unione” (Corriere). Massimo Cacciari, “Finis Europae se l’Unione fallisce” (Espresso). Sergio Fabbrini, “Il ritorno della questione tedesca” (Sole 24 ore). Timoty Garton Ash, “Regno Unito ed Europeista” (Repubblica). Maurizio Molinari, “L’Europa nella morsa dei rivali” (La Stampa). Stefano Passigli, “L’Europa delle patrie e i suoi paradossi storici” (Corriere). Mario Ricciardi, “Un appello al realismo per rilanciare l’Unione” (Sole 24 ore). Mauro Campus, “Europa convalescente” (Sole 24 ore).

Aladinpensiero sostiene la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare “Disegno legge delega commissione Rodotà beni comuni, sociali e sovrani” promossa dal Comitato Popolare di Difesa dei Beni Pubblici e Comuni “Stefano Rodotà”

lampada aladin micromicroAbbiamo invitato i Sindaci dei Comuni sardi a pubblicizzare la raccolta di firme presso i rispettivi Municipi. Ecco il testo della lettera inviata al Commissario straordinario del Comune di Cagliari, identica nel testo a quella inviata a tutti i Sindaci e per conoscenza all’ANCI Sardegna. comitato-bc-rodota-a-romaEgr. Signor Commissario straordinario del Comune di Cagliari, dott. Bruno Carcangiu.
In qualità di direttore responsabile della News online Aladinpensiero, che sostiene la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare “Disegno legge delega commissione Rodotà beni comuni, sociali e sovrani” promossa dal Comitato Popolare di Difesa dei Beni Pubblici e Comuni “Stefano Rodotà”, richiedo cortesemente che il Comune di Cagliari pubblicizzi la disponibilità dei moduli per la raccolta firme presso i propri uffici, così come stanno facendo molti Comuni italiani. Al riguardo mi permetto di segnalare, come esempio, quanto hanno fatto altri Comuni italiani, inviando a parte copie dei relativi comunicati stampa.
La ringrazio per l’attenzione e Le porgo i miei più cordiali saluti. Franco Meloni, direttore Aladinpensiero News.
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Oggi lunedì 29 aprile 2019

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211pensatoreSardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633serpi-2Anpi logo nazsdgs-make-europe-sustainable-for-all-300x208ape-innovativalogo76costat-logo-stef-p-c_2-2universita_cultura_e_sapere2d1c145e5-3738-4a1e-86a4-7155513d1effimg_9429
Avvenimenti&Dibattiti&Commenti&Appuntamenti————————-

cammino-nuxis-5-5-19Il 5 maggio a Nuxis nei luoghi della latitanza dell’Avv. Cadeddu, capo di Palabanda. Partecipate!
Nell’ambito delle iniziative su “Sa die de Sa Sardinia” ci rechiamo, accompagnati dalla locale Associazione Le Sorgenti, in pellegrinaggio laico nelle campagne di Nuxis nella Grotta di Conch’è Cerbu, dove l’Avv. Salvatore Cadeddu, capo della rivolta di Palabanda, trascorse alcuni mesi della sua latitanza fra la fine del 1812 e i primi mesi del 1813, […]
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25 aprile. Grande successo popolare. Che fare ora?
29 Aprile 2019
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Del successo di questo 25 aprile sono prova le grandi manifestazioni in tutta Italia. E’ stata anche sottolineata la scornata di Salvini e della Lega, che pensavano ad una mossa intelligente con la storia del derby fra rossi e neri e invece hanno fatto un clamoroso autogol. Chi va contro la Resistena […]
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Sa die de sa Sardigna. La traversata del deserto

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2613821c-b5f2-4c8c-baf3-19529f2f4fd028 Aprile 2019
di Gianni Loy*

Introduzione.
Sa Die e sa Sardigna, la Giornata del popolo sardo, istituita nel 1993 con la legge regionale n. 44, non è conseguenza della rivolta dei cagliaritani che, il 28 aprile del 1794, costrinsero alla fuga il viceré ed i funzionari sabaudi, né del successivo biennio rivoluzionario. Questa giornata è, piuttosto, la conclusione di un complesso percorso, avviatosi negli anni 70 del secolo scorso, sfociato prima nella aspirazione, e poi nella decisione di istituire una giornata di riflessione, diciamo pure di festa del popolo sardo. Un processo che si inserisce nella lungo dibattito sull’autonomismo della Sardegna che, in quegli anni, ha visto una forte ripresa del sentimento identitario. Sentimento che veniva nei fatti represso da un processo di centralizzazione politica e culturale. Processo che impediva l’espressione delle culture del popolo sardo, non di rado vietandole o ostacolandole, spesso confinandole all’esteriorità dello stereotipo o del folklore.

Nella nostra storia recente, a partire da quegli anni si osserva una evidente inversione di tendenza, testimoniata da alcuni fatti, significativi, a mio avviso, per comprendere l’attualità di questa festa e suggerire alcune riflessioni per il futuro. Si tratta di tre momenti, scelti tra tanti altri, perché dal loro concatenamento emerge la complessità di un processo democratico al quale hanno preso parte diverse componenti della società sarda fornendo un indirizzo alle istituzioni che, in ultima analisi, hanno poi approvato la legge istitutiva de Sa Die de Sa Sardigna.

2. a) Il movimento sindacale e dei lavoratori della seconda metà degli anni 70. La Federatzione sarda metalmeccanicos.

In primo luogo, occorre far riferimento all’azione del movimento sindacale e dei lavoratori della Sardegna. Le loro lotte per la difesa del lavoro, a partire dalla categoria dei metalmeccanici nella seconda metà degli anni 70, sono state caratterizzate dalla ricerca dell’unità (per andare oltre le tradizionali differenze ideologiche delle sigle sindacali) e dalla centralità della Sardegna. Quei lavoratori hanno incominciato a manifestare ed a dibattere recuperando la lingua sarda. Nel 1979, in occasione della grande “Marcia po su tribagliu”, hanno marciato all’insegna dell’Inno Procurare e Moderare, ereditato dal passato e destinato, quarant’anni più tardi, ad essere riconosciuto quale Inno Ufficiale del Popolo Sardo. Non certo per rinnegare il canto dell’Internazionale, che pure hanno coltivato e tradotto in lingua sarda, ma per riconoscere l’identità sarda quale fattore di dignità e di opportunità per il loro e per il nostro futuro. Quell’idea risultava essenziale per il programma economico che intendevano contrapporre al modello di sviluppo neo-coloniale sino ad allora imposto alla Sardegna. Truncare sas cadenas era uno degli slogan delle manifestazioni, in Sardegna e a Roma. Quell’idea spinse la Federazione Sarda Metalmeccanicos, (tra i suoi leader Salvatore Cubeddu ed Antonello Giuntini) a recuperare l’autonomia, anche organizzativa, dalle centralistiche, organizzazioni sindacali dell’epoca ed a proporre quel modello, che sarebbe stato solo parzialmente accolto, alle confederazioni sindacali della Sardegna ed ai partiti sardi, per lo più concepiti, al pari dei sindacati, come terminali di un’organizzazione verticistica che, come ricordava all’epoca Umberto Allegretti, costituiva uno dei più potenti strumenti di etero direzione e ostacolavano lo sviluppo di ogni autonomia.

2. b) L’esperienza della rivista “Nazione sarda”.

In secondo luogo, è da ricordare l’importanza dell’esperienza di un gruppo di intellettuali di diversa origine politica, democristiani, comunisti, socialisti, sardisti, che nel 1978, quando la caduta del muro di Berlino non era neppure all’ordine del giorno, hanno creato un luogo di incontro attorno ad una rivista, Nazione Sarda, per riflettere sui temi dell’autonomia della Sardegna e sul suo rilancio dopo la fallimentare esperienza dei primi 30 anni, caratterizzati dal “succursalismo”1.

Questi intellettuali, l’anno seguente, avrebbero lanciato l’idea di un’eccezionale mobilitazione popolare “che porti alla convocazione di un’assemblea costituente con il duplice compito di definire un programma di immediata risposta autonomistica e di formulare uno statuto di autonomia che consenta ai Sardi di liberarsi dalla dipendenza, di esprimere compiutamente la loro identità nazionale e di esercitare, finalmente, l’autogoverno”.2

E’ doveroso ricordare l’importanza di quel movimento che, superando gli angusti schemi della politica tradizionale, ha profondamente inciso sulle tematiche dell’identità, del concetto di nazione, dell’autonomia, idee che hanno costituito la base sia per una ripresa del dibattito intellettuale, sia per ispirare movimenti ed orientamenti culturali e politici che hanno accompagnato gli ultimi 40 anni di storia della Sardegna.

E’ doveroso ricordare almeno i principali intellettuali di quella esperienza, almeno quelli che ci hanno lasciato ma che non possiamo dimenticare. Essi, infatti, sono entrati a far parte, definitivamente, della storia del popolo sardo, della nostra storia. Antonello Satta. Eliseo Spiga, Giovanni Lilliu, Elisa Spanu Nivola, Gianfranco Contu.

2. c) Il dibattito della prima metà degli anni 80.

In terzo luogo, occorre ricordare una successiva esperienza, tra il 1983 ed il 1986. Si tratta di una serie di incontri che misero assieme il contributo di quel movimento sindacale e popolare di cui abbiamo parlato, di alcuni di quegli intellettuali provenienti dall’esperienza di Nazione Sarda, e di altri ancora. Una serie di incontri che avevano all’ordine del giorno la possibilità di dare uno sbocco alla ripresa del tensioni autonomistiche che si manifestavano in Sardegna con una iniziativa comune.

A quegli incontri, a conferma della trasversalità del tema, parteciparono intellettuali e dirigenti politici diversa estrazione, comunisti, democristiani, sardisti, socialisti di democrazia proletaria sarda. Questi i loro nomi, come compaiono nel verbale della riunione plenaria svoltasi a Cagliari il 4 dicembre 1985: Cardia Umberto, Carrus Nino, Cocco Camillo, Columbu Michele, Contu Gianfranco, Cossu Antonio, Cubeddu Salvatore, Dessanay Sebastiano Francioni Federico, Ganadu Antonio, Lilliu Giovanni, Loy Gianni, Masala Francesco, Oppo Augusto, Pili Domenico, Satta Antonello, Selis Giammario, Spanu Nivola Elisa , Spiga Eliseo, Usai Giuseppe,

E’ stato in occasione di quegli incontri che ho sentito avanzare formalmente sia l’idea della istituzione di una Festa del Popolo sardo che la proposta della data del 28 aprile. Data che apre un lungo arco storico che si concluderà con la condanna dei martiri di Palabanda. E’ probabile che tale idea possa essere stata avanzata anche precedentemente. Di certo, è documentata, proprio in quegli anni, in un articolo sulla rivista Ichnusa, del 1985, a firma Salvatore Cubeddu3.

Quegli incontri furono vivaci, anche perché si mettevano a confronto culture tradizionalmente antagoniste; vanno richiamati perché dimostrano la capacità aggregativa delle idee di identità, di nazione, di popolo

Ho richiamato questi riferimenti, tra tanti altri possibili, perché sono straordinariamente attinenti alla Giornata, a Sa Die de Sa Sardigna, perché dimostrano, a mio avviso, che nessuno, se non il Popolo Sardo, può rivendicare alcuna primazia sulla giornata. Essa, in definitiva, è espressione esclusiva di un sentimento collettivo, della aspirazione di un popolo, che vuol testimoniare con orgoglio la propria identità, a riconoscersi, anche simbolicamente, in un giorno di festa. Sa Die, in ultima analisi, è del tutto estranea ad ogni possibile strumentalizzazione ed al di sopra di ogni dinamica politica.

2. d) – Il ruolo delle istituzioni.

E’ doveroso ricordare anche un ultimo dettaglio, che dettaglio non è. Cioè il fatto che oggi celebriamo questa giornata grazie ad una decisone delle istituzioni che, recependo le tensioni, le aspirazioni e le proposte di quei movimenti, diversi anni più tardi, persino quando i segnali provenienti dalla società erano meno forti che nel passato, di istituire, per legge, sa Die de sa Sardigna. Si è trattato di una espressione di democrazia, in senso sostanziale, da apprezzare anche perché, come dirò, il ruolo delle istituzioni è e dovrà essere centrale.

Agli storici il compito di studiare quest’ultimo scorcio di storia. Noi abbiamo dinanzi una giornata, che è celebrazione ma che dovrà assumere, sempre di più, il carattere di grande e partecipata festa popolare. Festa che evoca, prima di tutto, le idee di nazione e di popolo. Alcune osservazioni al proposito:

Un sostantivo ed un aggettivo qualificativo.

Nel far riferimento al popolo sardo, utilizziamo un sostantivo ed un aggettivo. Ciò che qualifica, tuttavia, è sempre l’aggettivo. Non un popolo qualunque, quindi, ma un popolo che fa riferimento ad un territorio, la Sardegna, alla sua storia ed alla sua cultura. Un popolo potrebbe non abitare la propria terra. I nostri conterranei emigrati non smettono di appartenere al popolo sardo, alcuni popoli non possiedono alcun territorio e neppure ambiscono a possederlo (come il popolo rom); altri hanno a lungo vissuto, o vivono, lontani dalla propria terra. Forse per aver male interpretato la Bibbia, laddove il Signore, dopo aver creato l’uomo, (“maschio e femmina li creo”), disse loro di riempire la terra e di sottometterla4, ci consideriamo padroni del territorio. Invece, siamo piccola cosa, non siamo noi a dominare la nostra terra, intesa come territorio, come storia, come cultura, bensì siamo da essa dominati, siamo tra i tanti che appartengono al popolo sardo per poi lasciare quel posto ad altri. Come avviene per la “nostra” casa, che invece è casa che ci ospita, come ha ospitato altri prima di noi ed altri ospiterà dopo di noi. Niente ci appartiene, siamo noi ad appartenere alla nostra terra, alla nazione sarda, al popolo sardo. La stragrande maggioranza di noi sarà dimenticata, altri verranno a prendere il nostro posto. Tuttavia, per tutto il tempo in cui apparteniamo alla Sardegna, abbiamo l’opportunità di operare, nel bene e nel male, conservando ed arricchendo il suo territorio, oppure devastandolo; abbiamo l’opportunità di arricchire la sua storia e la sua cultura, oppure di immiserirla. Abbiamo l’opportunità di contribuire alla crescita economica ed al benessere della collettività, oppure di sottrarre risorse per il nostro egoismo. In ogni caso la Sardegna sopravvivrà.

La nozione di “nazione”.

Non spenderò neppure una parola sull’annoso dibattito relativo alla nozione di “nazione”. Mi limito ad indicare quale sia, a mio avviso l’accezione da accogliere e quale invece, quella da respingere5.

Da accogliere, sicuramente quella formulata da Ernest Renan6, secondo il quale la nazione altro non sarebbe che “un plebiscito di tutti i giorni“, il “desiderio di vivere insieme” basato sul “comune possesso di una ricca eredità di ricordi” e sulla “volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa“. Si tratta di una nozione appartenente ad una visione di carattere soggettivistico, volontaristico, che per taluni aspetti si trova anche in Rousseau, nello stesso Mazzini e, oggi, in Habermas7. Trovo che la formulazione di Renan rimanga la più chiara ed apprezzabile. A me è chiaro che la nazione sarda, indipendentemente dai profili politici, che non hanno alcuna conseguenzialità con l’idea di nazione, (nel senso che una nazione potrebbe, ma non deve necessariamente ambire a trasformarsi in Stato) richiede che quel plebiscito venga ripetuto ogni giorno.

Altrettanto è chiaro che la lingua, ad esempio, pur non costituendo elemento costitutivo, sia quasi indispensabile, e quindi da coltivare quale espressione del “voler continuare a far valere l’eredità ricevuta”. Certamene da respingere, invece, il riferimento alle concezioni naturalistiche di nazione che, nelle espressioni più estreme, hanno portato alle aberrazioni del nazismo ed ai genocidi, anche recenti, nel cuore dell’Europa ed in tutto il mondo.

Il popolo sardo di oggi.

Il popolo sardo, il popolo sardo di oggi, è costituito dalle persone che, in riferimento ideale alla terra ed alla storia della Sardegna, condividono la fatica di vivere, condividono la speranza nel futuro, condividono la solidarietà, hanno coscienza di appartenere ad una collettività ed operano, collaborando, per il suo progresso.

Del popolo sardo, pertanto, fanno parte anche i miei amici rom e sinti, slavi e di ogni parte del mondo, Vasjia, Jasmina, Cheng, tutti quelli che hanno eletto la Sardegna quale loro terra e contribuiscono con il loro lavoro, con le loro opere, la loro cultura, al progresso della terra che li accoglie. Così, del resto, è sempre stato nella storia della Sardegna, sin dal tempo dei suoi primi abitatori. Crogiolo di persone, di gruppi, di comunità, non di rado essi stessi invasori, inizialmente, che hanno aderito al patto costitutivo, non scritto, del nostro popolo. Si tratta di Comunità, sarde, che a volte conservano ancora tratti distintivi della loro cultura e della loro lingua d’origine (questa mattina, nella Messa celebrata in Cattedrale, alcuni hanno pregato con la loro lingua, o con la loro variante) sino a divenire parte integrante del popolo sardo. Così avverrà per i nuovi arrivati che incominciano a conoscere, nei banchi delle nostre scuole, la loro nuova patria.

Un popolo, ogni popolo è sempre in cammino. Anche il popolo sardo attraversa il deserto, alla ricerca della terra promessa. L’obiettivo è un mondo di pace, di benessere, dove regnino l’armonia, la solidarietà. Ma perché ciò avvenga, lungo il cammino dovrà superare ancora tante prove, smascherare i falsi idoli, vincere le tentazioni di tutti gli egoismi. Dovrà riuscire a comporre i conflitti che dividono lo stesso popolo, lasciandolo esposto ai predatori che arrivano dal cielo e dal mare, a volte, con la complicità dell’autonomia.8 Il nostro popolo, a sua volta, è sparso per il mondo, e potrà continuare ad esserlo sinché le persone che lo compongono sapranno rinnovare i legami di appartenenza con la terra d’origine.

La “appartenenza”, una categoria peculiare e distinta da altre categorie della vita e della politica.

Non possiamo neppure ignorare che l’appartenenza ad un popolo, ad una nazione, è soltanto una delle categorie di appartenenza delle persone. All’interno del nostro popolo sussistono distinzioni per sesso, religione, etnia, esistono ricchi e poveri, conflitti interpersonali, divisioni politiche, anche profonde, che suggeriscono sentieri diversi e che, a volte, propongono differenti e contrapposte vie d’uscita.

Ebbene, il nostro patto di appartenenza, la nostra identità, non può essere confusa con i programmi politici, è categoria che sta al di fuori, al di sopra di essi, che ci consente di celebrare una comune ricorrenza, di vivere assieme la Festa, che ci aiuta a ricordare che, al di la delle divisioni contingenti, ci riconosciamo come popolo che condivide una comune aspirazione. La consapevolezza dell’appartenenza alla nazione sarda, anche nel rito della festa, potrebbe farci prendere coscienza, spogliandoci dei nostri stessi pregiudizi, di essere in molti, avveduti e coesi. Medas, abbistos e unidos. Muchos, cuerdos e unidos.

I sardi. Un popolo ospitale.

La storia ci racconta di invasioni, di conquiste, ci ha costretti, per lunghi secoli, a temere il mare perché porta d’accesso dei predatori. Eppure, anche in costanza di quei pericoli, mai abbiamo perduto il senso dell’ospitalità. L’ospitalità dovrà continuare ad essere una delle peculiarità fondamentali della nostra appartenenza alla nazione sarda. Una nazione che coltiva l’amicizia con gli altri popoli, che ripudia la guerra, che invoca il dialogo, che accoglie i perseguitati. Un popolo solidale e consapevole di appartenere ad un’unica razza umana composta da tanti popoli che, come il nostro, vagano nel deserto e che, collaborando, potranno più facilmente individuare il sentiero che conduce alla terra promessa.

Il senso della festa. Un’occasione per rinnovare il patto di convivenza.

Il giorno della Festa del popolo sardo è, e dovrà continuare ad essere, occasione per rinnovare il patto di convivenza del popolo sardo, l’impegno a trasmettere l’eredità ricevuta. La cultura e la lingua sono parti inseparabili dell’ambiente naturale che abbiamo il dovere di tramettere intatto, e se possibile migliorato, alle future generazioni. Ciò richiede un impegno da parte di tutti ed in special modo da parte delle istituzioni:

Da parte di tutti: l’impegno, solenne, a trasmettere ai nostri figli, assieme ai beni ambientali e materiali, anche i tratti culturali, positivi, ereditati dai nostri padri e dalle nostre madri, a partire dalla lingua, dalle conoscenze, dalla storia nostra familiare e collettiva.

Da parte delle istituzioni: l’impegno a garantire a tutti coloro che liberamente lo desiderino, il diritto di poter apprendere la lingua del popolo sardo sin dalla tenera età, dalla scuola materna, a potersi esprimere anche pubblicamente con la propria lingua, il diritto a conoscere a fondo, sin dalla scuola, la propria storia e la propria cultura e a poter riflettere sul loro valore.

Il ruolo delle istituzioni, nel tempo di una globalizzazione che tende ad omologare ogni cosa, che impone stili di vita funzionali al profitto, che facilmente, rapidamente ed impietosamente cancella anche i tratti culturali dei popoli e delle nazioni e le loro tradizioni, è essenziale. Le nazionalità infra-statuali che meglio son riuscite a conservare il proprio patrimonio culturale ed a farne strumento di progresso e di benessere, sono quelle le cui istituzioni hanno investito massicciamente anche nella protezione e promozione della lingua e della cultura, intrecciando tali interventi con le politiche di sviluppo economico del territorio. In definitiva, per un verso, il ruolo delle istituzioni, a partire dalla Regione, è essenziale per la promozione dell’identità e, per altro verso, il senso di appartenenza e di coesione del popolo sardo può costituire elemento fondamentale per il raggiungimento del comune benessere materiale spirituale.

Siamo in molti, avveduti e capaci di trovare un accordo.

L’istituzione de Sa Die de sa Sardegna è la conclusione di un processo intellettuale e popolare di riappropriazione della propria identità, di un movimento recente ma radicato nella storia millenaria dei sardi. Di un movimento che ha simbolicamente individuato un momento della storia la cui rievocazione sarà occasione, ogni anno ed ogni giorno, per rinnovare il patto democratico del popolo sardo. La proclamazione, da parte della massima istituzione democratica del popolo sardo, de Sa Die de Sa Sardigna, e la scelta di un Inno che affonda le proprie radici nella storia e nella tradizione popolare, apre la strada ad un percorso che auspichiamo possa essere comune e condiviso da quanti, indipendentemente dalla razza, dalla lingua, dalla religione, si riconoscono, oggi, nel popolo sardo. L’autonomia, ricordava ancora Dessanay, “verrà soltanto quando i sardi, con la piena coscienza della propria identità, si daranno poteri coerenti con i contenuti originali della nostra autonomia, quelli di ordine economico, quelli di ordine sociale e quelli di ordine culturale”9.

Confesso che mi è costato, contro la mia abitudine, leggere questa relazione in lingua italiana. Spero che, almeno in occasioni come questa, non accada mai più. La lingua, pur non costituendo elemento fondante dell’appartenenza al popolo sardo, è elemento di straordinaria importanza. Auspico che le istituzioni se ne facciano interpreti, che la utilizzino nelle occasioni ufficiali, che siano d’esempio, che abbiano l’orgoglio di accogliere i visitatori con le parole, ospitali, della lingua nostra. Che comprendano quanto sia urgente ed importante far si che si riprenda a parlare, a parlare tutti, la nostra lingua.

Bona festa.
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1 Vindice Gaetano Ribichesu, in “Nazione Sarda”, 1978, novembre – dicembre)

2 Lo si veda in Salvatore Cubeddu, Quando è finita la prima autonomia della Sardegna?, in Fondazione Sardinia, http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=14224

3 Salvatore Cubeddu, Quale sindacato per il futuro della Sardegna? in Ichnusa, n. 9, 1985.

4 Gen. 1, 26-28.

5 Per una rassegna teorica si veda “Francesco Tuccari, Idea di Nazione, in “Enciclopedia delle scienze sociali”, 1996, ora anche in: www.ddddd.com. Per quanto riguarda la Sardegna si veda: Francesco Casula, La nazione sarda nella storia, in Fondazione Sardinia, http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=15316

6 Ernest Renan, Che cos’è una nazione?, Donzelli, 2004.

7 Gli Stati post-moderni, secondo Habermas, non possono avere fondamenti etnici o morali o religiosi, perché questi sarebbero non inclusivi, e ciò non consentirebbe loro di dare cittadinanza a quella «costellazione post-nazionale» che invece l’Unione europea deve essere, specie se aperta alla immigrazione.

8 “L’autonomia realizzata a partire dal secondo dopoguerra … non è riuscita a bloccare il centralismo statale italiano e, conseguentemente, la politica di tipo coloniale … con l’aggravante che ora queste operazioni venivano fatte con la complicità dell’autonomia”. Sebastiano Dessanay, Intervento, Seduta del Consiglio Regionale della Sardegna in occasione delle celebrazioni del trentennale dello Statuto, 1978.

9 In Salvatore Cubeddu, loc. ult. cit.
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*Relazione di Gianni Loy in Consiglio regionale in occasione de Sa die de Sa Sardigna il 28 aprile 2019 (testo fornito dall’autore).

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In dialogo nel Mediterraneo: alle radici della nostra storia cristiana

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Martedì 30 aprile alle 16 nell’aula magna della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna il seminario “In dialogo nel Mediterraneo: alle radici della nostra storia cristiana” organizzato da Caritas Cagliari, Diocesi di Tunisi, Pontificia Facoltà Teologica, Il Portico Radio Kalaritana Diocesi di Cagliari
https://bit.ly/2L1SghF
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Oggi domenica 28 aprile 2019

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Avvenimenti&Dibattiti&Commenti&Appuntamenti————————-

cammino-nuxis-5-5-19Il 5 maggio a Nuxis nei luoghi della latitanza dell’Avv. Cadeddu, capo di Palabanda. Partecipate!
Nell’ambito delle iniziative su “Sa die de Sa Sardinia” ci rechiamo, accompagnati dalla locale Associazione Le Sorgenti, in pellegrinaggio laico nelle campagne di Nuxis nella Grotta di Conch’è Cerbu, dove l’Avv. Salvatore Cadeddu, capo della rivolta di Palabanda, trascorse alcuni mesi della sua latitanza fra la fine del 1812 e i primi mesi del 1813, […]
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Pais & C., ma chi vi vuole, lontani da noi!
28 Aprile 2019
Amsicora su Democraziaoggi.
Ohe’ bella gente! Dico a voi che il 25 avete sfilato con me a Cagliari e idealmente in tutta Italia! Avete visto come i media nazionali e l’Unione sarda hanno trattato il grande e gioioso sommovimento antifascista della festa più bella, quella della nostra Liberazione, la festa d’aprile? A fronte di milioni di persone mobilitate […]
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Sa die de sa Sardinia, fatti e finalità della cacciata dei piemontesi in quel 28 aprile 1974
28 Aprile 2019
Red su Democraziaoggi.
Oggi si festeggia Sa die. Ricordiamo che a Nuxis nei luoghi della latitanza di Salvatore Cadeddu, il capo di Palabanda, domenica prossima (5 mggio) faremo un “pellegrinaggio laico” fino alla grotta-rifugio, ripercorrendo fra i boschi il “Cammino della Libertà” del 1812 (vedi locandina) […]
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Oggi domenica 28 aprile 2019 Sa die de Sa Sardigna

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Sa die de Sa Sardigna
Domenica 28 aprile 2019 – Edizione 2019
Programma delle manifestazioni a Cagliari

Sa die de Sa Sardigna – Domenica 28 aprile 2019

pablo-e-amiche-sa-die-de-sa-sardigna_3Programma delle manifestazioni a Cagliari
EDIZIONE 2019

Programma delle manifestazioni a Cagliari – Domenica 28 aprile 2019

Che cosa ci succede?

2e62d8bb-28f7-4dc8-a637-ce9808dbce22Deformato il volto del Paese
COSA STA SUCCEDENDO ALLA NOSTRA DEMOCRAZIA?
di Mariarosaria Guglielmi*

Attraverso riforme legislative e atti di governo si sta sovvertendo il quadro di diritti e di valori consacrati nel patto costituzionale. Una concezione regressiva del diritto penale e un tentativo di comprimere il ruolo della magistratura negando il suo ruolo di garanzia e di terzietà. Il lavoro come fattore di nuove diseguaglianze

logo76*Pubblichiamo la relazione tenuta da Mariarosaria Guglielmi, Sostituto Procuratore della Repubblica e segretaria generale di Magistratura Democratica, all’assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” il 6 aprile a Roma.

1. Cosa sta succedendo alla nostra comunità, al nostro Paese, alla nostra democrazia?
Le domande, come le parole, come il grido delle voci che oggi chiamano al cambiamento, scuotono, portano consapevolezza, rompono il silenzio e l’indifferenza.
Questo è il tempo, per tutti noi, di una nuova consapevolezza e di un nuovo impegno. E’ il tempo della parola perché, ha scritto Luciano Manicardi, la difesa dell’umanità passa anche attraverso la difesa della parola. E anche la difesa della democrazia passa attraverso la salvaguardia dello statuto etico della parola.
I cambiamenti irreversibili dell’identità democratica di un Paese si avviano nell’offuscamento della coscienza collettiva prodotto da nuove parole d’ordine; si consolidano nell’assuefazione inconsapevole e silenziosa ai gesti di rottura con i valori della sua comunità e con il vincolo sociale che nasce dalla loro condivisione; giungono a compimento con il loro sovvertimento che nel linguaggio della propaganda trova la chiave di semplificazione e di banalizzazione dei suoi effetti, che lo rende accettabile e perciò possibile.
Abbiamo visto in pochi mesi il volto del nostro Paese deformarsi.
Si è interrotto un percorso che, attraverso pagine buie e momenti drammatici, ci aveva condotto sin qui: è stato il percorso della nostra democrazia e della sua storia, che mai si era discostato dalla traccia segnata dal nuovo patto fondativo rappresentato dalla Costituzione sorta dalla Resistenza e dalla sconfitta del fascismo, che ci ha consegnato un progetto di società basato su una promessa di eguaglianza e di solidarietà e sul riconoscimento della pari dignità di tutti gli individui.
Nella cornice dei valori disegnata dalla Costituzione, la nostra democrazia ha vissuto le sue difficili stagioni, le sue contraddizioni e le sue inquietudini senza mai tradire se stessa ed è cresciuto il nostro senso di appartenenza ad una collettività, alla sua storia, alla sua identità.
Sentimenti che abbiamo riscoperto durante il lacerante confronto che ha preceduto la consultazione referendaria del 2016. Non molto tempo fa, in un’ epoca di grandi incertezze, l’esito di quel voto ci restituiva la sicurezza di una Costituzione forte e viva, offrendo alla politica e ad una sinistra in cerca di identità nuove opportunità: voltare pagina rispetto ad una lunga stagione di pensiero debole, di resa alla legge dei mercati e di arretramento nella tutela dello Stato sociale e dei diritti dei lavoratori; invertire la rotta rispetto ad un percorso di dismissione del suo patrimonio di valori, e ai tentativi di prendere pericolose scorciatoie sulla scia del populismo dilagante che si sarebbe rivelato da lì a poco il suo peggior nemico; riappropriarsi del punto di vista di vecchi e nuovi perdenti.
La politica ha perso queste opportunità. E con il voto di marzo, si sono imposti due radicalismi simmetrici.
Spesso, qualcuno ha detto, la storia entra in scena con la maschera sul viso e noi dobbiamo essere in grado di riconoscerlo. La storia del nostro presente sta mostrando il volto a più facce del radicalismo vincente: quello del nuovo sovranismo, che ha intercettato il risentimento offrendo al popolo il suo nemico rappresentato dallo straniero che minaccia la nostra sicurezza, usurpa i nostri diritti e contamina la nostra identità; il volto del radicalismo egualitario e camaleontico dell’antipolitica che, senza il vincolo di ideologie, e il peso di una sua storia di riferimento, può inseguire gli umori del momento. E’ il radicalismo che ha sconfitto la sinistra, ha occupato il vuoto lasciato dalla sua capitolazione identitaria, e ha conquistato il suo popolo e che oggi, nel suo inesauribile trasformismo, nella neutralità delle sue visioni, può scendere a compromessi persino sulla pelle dei migranti abbandonati al loro destino in mare.
Nell’esito del voto abbiamo colto il grande rifiuto verso la politica, intesa come strumento di elaborazione di un progetto collettivo di cambiamento. E la richiesta non di un cambio di passo, di un rinnovamento, ma di rimozione di tutto quello che sino ad oggi è stato.
Il radicalismo vincente che l’ha intercettata alimenta una nuova emotività: quella che oggi accomuna le periferie delle nostre città, interi e vasti strati sociali non unisce, non genera solidarietà, si nutre della contrapposizione alle élites e al sistema, e dei conflitti sociali generati dalla perdita dei diritti e delle tutele; raccoglie ma non è in grado di elaborare le istanze di maggiore equità e di farne la base di un’azione collettiva; crea i luoghi dove si libera la parola ma non si dialoga; cerca nuove agorà dove non si organizza un pensiero critico ma si fomenta il ribellismo e si diffondono le sue parole d’ordine.
Questa leva emotiva è la più potente arma politica nelle mani di nuovi demagoghi ed “avvocati del popolo” che acquisiscono il consenso dando voce al risentimento cresciuto nella paura e nella disaffezione verso una politica non all’altezza delle sfide del presente.

Una democrazia acritica, tra paura e vergogna

2. Cosa ci sta succedendo?
Noi stiamo smarrendo il senso di appartenenza ad una comunità, ai suoi valori unificanti dell’eguaglianza emancipatrice e della pari dignità degli individui.
Noi non ci sentiamo più parte di un insieme né di un progetto collettivo: l’aspirazione ad una società di eguali ha lasciato il posto alle rivendicazioni dei singoli – individui non più cittadini associati – ad escludere gli altri; rotto ogni patto di solidarietà, nuovi e vecchi perdenti devono essere e devono sentirsi nemici di altri perdenti – oggetti deboli e senza diritti – siano essi i migranti, i poveri e gli emarginati.
Il radicalismo vincente, che dà voce a questo nuovo sentire, persegue ed è esso stesso già espressione di un progetto di mutazione genetica che vuole disfarsi dei vecchi arnesi della democrazia rappresentativa e sostituirli con le illusioni della democrazia diretta e del governo del popolo.
Oggi riconosciamo i tratti che- nel suo saggio sulla democrazia tradita dal Crucifige! del popolo sondato e sobillato – Gustavo Zagrebelsky indica come propri della democrazia acritica: al popolo non si riconosce il potere, supremo ma non illimitato, di orientare il governo della cosa pubblica ma l’apparenza e l’illusione di una sovranità infallibile; armata dell’idea che questa sia il suo massimo attributo democratico, la democrazia acritica non discute sui limiti e sulle imperfezioni del popolo, non lo sottrae alla passività e alla reattività per farne una forza attiva capace di progetti elaborati non da altri che da se stessi, ma lo trasforma nel popolo passivo dei sondaggi. Un popolo che è unitario quando è eccitato da suggestioni e parole d’ordine collettive, ma che non si sente unito perché è il risultato di tante solitudini individuali. Un popolo non soggetto di politica ma strumento di chi si propone come unico interprete della sua volontà.
Si è aperta la strada per uno stravolgimento nei fatti del nostro patto repubblicano attraverso nuove e incontrollabili forme di personalizzazione della leadership, di investitura dell’uomo solo al comando: il vendicatore delle donne e degli uomini dimenticati, unico legittimato dal consenso ricevuto a rappresentarne i bisogni e le istanze.
La crisi sociale si è saldata con la crisi della democrazia rappresentativa. Noi stiamo perdendo ogni consapevolezza del ruolo delle nostre istituzioni, delle regole e dei meccanismi che nell’assetto costituzionale esprimono la complessità, la dialettica e le dinamiche della democrazia. Stiamo dimenticando, cito ancora Zagrebelsky, che la moltiplicazione delle istituzioni, la loro differenziazione funzionale, la garanzia della loro durata e il loro bilanciamento sono un’esigenza della democrazia critica, anche dal punto di vista del mantenimento della sua condizione psicologica: la perenne tensione al meglio e l’insoddisfazione per l’esistente, che trasformano in virtù della democrazia i suoi limiti, la sua imperfezione, la sua incompiutezza.
Rischiamo di imboccare una strada senza ritorno che conduce al mutamento non solo delle forme e degli equilibri dell’assetto costituzionale della nostra convivenza ma di ciò che ne rappresenta la sostanza.
Si preannunciava una nuova difficile stagione, una prova di resilienza per la nostra democrazia. Oggi ha preso corpo quello che Luigi Ferrajoli ha definito un chiaro e consapevole disegno di alterazione del suo paradigma costituzionale che sostituisce le vecchie forme di soggettività politica collettiva – basate sull’eguaglianza e sulla solidarietà tra eguali – con soggettività politiche di tipo identitario.
Le identità che vogliono contrapporre il cittadino allo straniero sono parte essenziale della strategia di populismi e neonazionalismi. Una strategia che, alimentando strumentalmente la percezione dell’invasione, ha innescato anche nel nostro Paese una deriva xenofoba e razzista, e persegue ovunque un progetto politico eversivo: inoculare pericolosi e mortali veleni nell’anima e nel corpo delle nostre democrazie, fino a raggiungere il cuore di quel che resta del più ambizioso progetto di un’Europa unita, che ha posto al centro della sua azione la persona, e a suo fondamento i valori indivisibili e universali della dignità umana, dell’uguaglianza e della solidarietà.
Con la vicende delle navi Aquarius e Diciotti abbiamo scritto una pagina nuova per il nostro Paese e imboccato un percorso, sconosciuto ed inquietante, distante dalla traccia culturale e simbolica sino ad oggi mai abbandonata nella storia dell’Italia repubblicana. Con la chiusura dei nostri porti e la messa al bando delle ONG si è consumata una violazione senza precedenti di inderogabili obblighi di soccorso giuridici e morali; sulla sorte dei migranti abbiamo ingaggiato una sfida con l’Europa per la solidarietà che rappresenta un’inversione morale di questo principio e abbiamo simbolicamente impresso una forte accelerazione al progetto di chiudere il nostro Paese nelle frontiere emotive del rifiuto e della paura.
Abbiamo in pochi mesi e con pochi gesti annientato intere esperienze di integrazione e di inclusione e distrutto intere comunità cresciute intorno al valore dell’accoglienza e alle opportunità che la pacifica convivenza offre a tutta la collettività. Abbiamo privato persone di diritti, non per quello che fanno ma perché diverso dal nostro è il Paese dove sono nate e dal quale sono state costrette a fuggire.
Siamo di fronte, ha scritto Luciano Manicardi, ad un uso politico strumentale di due distinte emozioni: la paura certo, ma anche la vergogna. Il rifiuto, l’espulsione trasmettono al migrante come a tutti i marginali il senso del non diritto all’esistenza (clandestino è chi si nasconde e deve nascondersi), e del carattere vergognoso della loro presenza.
Ma oggi – come dice Manicardi – siamo noi a doverci vergognare. E’ un sentimento – quello della vergogna – che abbiamo il dovere di sentire e di vivere fino in fondo di fronte a quel che accade tutti i giorni nel nostro mare: vergogna per le nostre colpe collettive, e per la nostra assuefazione alle notizie, alle immagini e ai numeri che descrivono una tragedia senza fine; vergogna perché troppo poco ci fanno indignare i gesti, il linguaggio e le scelte di rifiuto e di esclusione.
Le parole e i toni rassicuranti del nostro Primo Ministro sul nostro impegno per un’Europa più solidale, scollegati da ogni effettiva correzione della linea politica, non cambiano la sostanza di quello che accade e di quello che rischiamo di diventare nello scenario sovranazionale: il principale laboratorio nel quale – sulla sorte dei popoli migranti – si sperimentano nuove alchimie per togliere linfa vitale al progetto dell’Europa unita.
Ci siamo avvicinando al sistema di valori del gruppo di Visegrad, con il rischio di moltiplicarne gli effetti diventando una delle forze trainanti nella riconfigurazione politica europea. Di questo dobbiamo essere consapevoli: la nostra storia può cambiare e noi potremmo essere responsabili di aver posto fine a quella dell’Europa unita.

L’Europa a rischio, i demoni dormivano

3.L’Europa unita è, per noi contemporanei e per le generazioni future, una necessità.
Ed oggi è una necessità riaffermare il dovere della memoria e della testimonianza: questa nostra comunità di destino è nata dalla sconfitta dei totalitarismi e, come la storia ci ha dimostrato, in ogni momento i veleni del nazionalismo possono riportare sanguinosi conflitti anche nel cuore dell’Europa.
I demoni non se sono mai andati: stavano solo dormendo. Oggi siamo testimoni del loro risveglio.
Su tutti noi grava una responsabilità storica: ereditiamo un’Europa indebolita dagli effetti della crisi economica e sociale, dal senso di distanza dei cittadini dalle sue istituzioni che non hanno saputo raccogliere le istanze di maggiore equità sociale dei singoli e di solidarietà di interi Paesi provati duramente dalla crisi economica.
Cosa ci sta succedendo? Abbiamo assistito in questi anni, senza consapevolezza delle loro implicazioni, a scelte di rottura con l’identità europea e tollerato la loro ostentazione (i respingimenti dei migranti ai confini, in Ungheria come in Francia, la costruzione di muri e di fili spinati); abbiamo riscoperto l’importanza dei confini e, con la fine della coraggiosa operazione Mare Nostrum, abbiamo accettato di arretrare fisicamente ed eticamente su questa linea di confine (Asgi). Oggi ci sfidiamo, da nazioni sovrane, sul dovere condiviso della solidarietà chiudendo i porti alle ultime navi impegnate nel soccorso umanitario – quelle dei volontari – presenti nel Mediterraneo. Abbiamo venduto l’anima dell’Europa delegando alla Turchia il controllo delle frontiere esterne, non esitando a considerarla acriticamente «Paese di primo asilo» e «Paese terzo sicuro», ed ipotecando la possibilità di prendere posizioni ferme contro la tragica deriva che quel Paese ha subito verso l’instaurazione di un regime autoritario e la soppressione delle libertà fondamentali per i suoi cittadini. Abbiamo voltato le spalle al Mediterraneo, “affidando” la sorte dei migranti alla casualità delle operazioni di cosiddetto salvataggio della Guardia costiera libica, di fatto rinviandoli ai centri di detenzione e abbandonandoli ad un contesto disumano e degradante, ripetutamente e inutilmente denunciato da tutte le organizzazioni internazionali.
Con l’inerzia, l’indifferenza e l’incapacità di superare i veti incrociati e gli egoismi nazionali abbiamo tradito l’impegno assunto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea di garantirne il godimento nei confronti dell’intera comunità umana e delle generazioni future.
Il futuro di un’Europa che noi vogliamo fondata su questi valori deve oggi confrontarsi con un progetto di disgregazione, che è l’altra faccia del processo di regressione democratica e di affermazione delle democrazie “illiberali” in Paesi membri dell’Unione. Prima l’Ungheria, ora la Polonia, la Romania. È un processo contagioso e insidioso che non ha bisogno di infrangere le leggi, né di frodi elettorali: è un processo che manipola, svuota le regole della democrazia e le sue istituzioni, accresce il potere dell’esecutivo, limita la libertà dell’informazione, acquisisce il controllo sulla magistratura. È un processo di avvelenamento dell’intero funzionamento del sistema costituzionale che si salda al rifiuto dei valori dell’Unione europea e alla riscoperta del primato della sovranità nazionale.
E’ un processo che svuota di contenuti la democrazia con scelte regressive per i diritti civili e sociali, per la libertà di espressione e per quella accademica, per i diritti dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati, per la libertà di riunione e di associazione e per i diritti delle persone appartenenti alle minoranze.
A pochi giorni da elezioni decisive per il futuro della democrazia europea, è questo il momento per riaffermare, senza incertezze, la nostra aspirazione ad una piena integrazione politica e sociale dell’Unione, ad un’Europa capace di dare un’anima alle sue politiche monetarie anteponendo alle esigenze del mercato scelte di valore in nome della coesione e solidarietà, dotata delle forza politica necessaria per affrontare le grandi sfide che la storia le pone davanti ed essere protagonista sulla scena mondiale nella difesa degli ideali dell’uomo, che sono i suoi ideali.

Il lavoro fattore di produzione di nuove diseguaglianze

4.L’esplosione delle nuove diseguaglianze, che anche le cifre e l’analisi dell’ultimo rapporto Oxfam descrivono in maniera spietata, confermando la loro crescente estensione e una concentrazione delle ricchezze a livello mondiale eticamente inaccettabile, ha disarticolato il nostro quadro culturale di riferimento. Nell’epoca delle nuove diseguaglianze, i perdenti e i soggetti deboli sono disseminati in luoghi inattesi e la tutela dei diritti richiede anzitutto la comprensione piena del fenomeno rispetto a nuove forme di esclusione sociale, prodotte dalla mancanza di accesso alla conoscenza e all’informazione, ai servizi fondamentali come la tutela della salute e l’istruzione, e in ambiti già esplorati, come quello del lavoro, sia dipendente che autonomo. Il lavoro, strumento di emancipazione per tutti e principale condizione di accesso ad un’esistenza libera e dignitosa, è diventato un fattore di produzione di nuove diseguaglianze, generate dal lavoro atipico e precario, dagli effetti di esclusione della diseguaglianza di genere e della frammentazione del lavoro, dalla concentrazione del lavoro atipico sulle nuove generazioni. Questa realtà non è l’inevitabile risultato delle trasformazioni tecnologiche o della competitività giocata sul mercato globale ma il frutto di una costruzione sociale in cui il ruolo decisivo è svolto dallo Stato, è il prodotto di una politica, una cultura, di leggi approvate negli ultimi venti anni che hanno scardinato il sistema di tutele costruito intorno al lavoro come priorità del sistema democratico e ridotto il ruolo di garanzia del giudice del lavoro.
Al giudice si chiede di abbandonare un controllo sostanziale interno, per porne in essere uno meramente formale ed esterno, e di non intromettersi in scelte dettate dalla situazione economica contingente, posta a giustificazione di scelte imprenditoriali che incidono pesantemente sulle tutele, non solo economiche, dei lavoratori.
Ma in questo contesto compito dei giudici è continuare a prendere sul serio il principio di eguaglianza.
Nel suo ruolo di dare prospettive allo sviluppo della democrazia progressiva delineata dal cpv. dell’articolo 3 della Costituzione, la magistratura continua ad essere l’avamposto istituzionale nella società, direttamente investita da tutta una serie di situazioni nuove, difficili, che trovano il loro primo interlocutore nella giustizia.

Una giustizia a portata di mano?

Una giustizia che, nella visione del radicalismo vincente si avvicina sempre più all’idea di vendetta per i torti subiti. Una giustizia che deve essere , cito ancora Zagrebelsky, a portata di mano, capace di operare in tempo reale rispetto alla soluzione dei problemi, assecondando le attese e gli umori cangianti del popolo. Sostenuto dal consenso di un popolo ammaliato dalle nuove parole d’ordine, il governo procede a tappe forzate nell’attuazione del programma sulla giustizia.
La giustizia a portata di mano risponde ad una priorità politica assoluta poiché sul terreno della giurisdizione si gioca una partita decisiva per i nuovi assetti della nostra democrazia. E la diffidenza verso la giurisdizione è il filo rosso che lega tutti i recenti interventi di riforma: si marginalizza la giurisdizione che attua i diritti e, attraverso la riduzione dei suoi ambiti di intervento, si rimettono in discussione il fondamento egualitario e solidaristico del nostro Stato costituzionale, l’universalismo dei diritti fondamentali, la centralità della persona e della pari dignità, la libertà di autodeterminazione, la laicità dello Stato; si vuole espropriare la giurisdizione del suo ruolo di garanzia e di terzietà, alterando in maniera permanente il rapporto fra autorità e libertà e il quadro di valori che dà legittimazione al sistema penale ponendo limiti all’arbitrio del potere punitivo. In nome della volontà popolare si chiede ai giudici di farsi carico delle esigenze di prevenzione e di neutralizzazione del nemico sociale, di entrare nella logica di conflitto che contrappone lo Stato al suo nemico.
I giudici, che devono restare dalla parte dei diritti e della garanzie, ce lo ha ricordato il Ministro Salvini, oggi devono temere l’ira dei giusti.

Il decreto Salvini rovescia l’idea di società

Il cosiddetto decreto Salvini è il manifesto di questo nuovo corso e, anzitutto, un’operazione di marketing ben riuscita, che ha voluto imprimere una forte accelerazione al cambiamento culturale in atto nel Paese, togliendo consapevolezza dei valori in gioco e portando consenso alle scelte di criminalizzazione ad alta valenza simbolica: l’immigrazione è rappresentata e deve essere vissuta come una questione di ordine pubblico; il cambiamento che si vuole ottenere è anzitutto emotivo e tutto l’impianto normativo del decreto si sviluppa in maniera coerente intorno all’identità negativa del migrante e alla percezione di rifiuto che deve generare perché da qui può nascere il consenso ad una riforma che mistifica la realtà e le reali dimensioni del fenomeno.
Sul piano della concreta incidenza sul diritto di migranti ad essere accolti e ad una esistenza libera e dignitosa, la riforma ha effetti dirompenti: la sostanziale abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari compromette la piena attuazione del principio sancito dall’articolo 10, comma 3, della Costituzione; si introducono ostacoli nel procedimento per il riconoscimento del diritto d’asilo, e all’accesso alla tutela giurisdizionale, e misure palesemente discriminatorie; al pesante ridimensionamento del sistema di accoglienza rappresentato dagli SPRAR, corrisponde il potenziamento dei Centri governativi con un nuovo ampliamento dell’area della detenzione amministrativa che pone gravissimi problemi di compatibilità con il nostro sistema di garanzie previste per la limitazione della libertà personale. Dietro questa riforma appena varata si intravede un progetto alternativo di società: un nuovo ordine fondato sul superamento dichiarato e rivendicato, del carattere universale dei diritti fondamentali, del principio di eguaglianza fra gli individui e della solidarietà quale valore che appartiene alla nostra storia e alla nostra comunità. A chi fortemente ha voluto la riforma e oggi fortemente la sostiene dobbiamo ricordare che, come ha scritto Paolo Rumiz, profughi si diventa e profughi tutti noi possiamo diventare in un solo attimo. Basta una guerra.
Le direttrici lungo le quali si muove la politica criminale del governo non sono certamente inedite. Le continue torsioni e deformazioni subite dal diritto penale in questi anni, sotto la spinta delle pulsioni ed emergenze del momento, hanno prodotto una dilatazione irrazionale dello strumento repressivo e l’abbandono del modello garantista rappresentato dal diritto penale minimo: si moltiplicano le leggi d’eccezione e di occasione come le definiva Francesco Carrara; si ricorre all’uso demagogico della norma penale che alimenta l’illusione repressiva aumentando la paura e, criminalizzando le persone in luogo delle condotte, individua il nemico contro cui dirigerla. Il decreto sicurezza segna un salto di qualità anche in questa direzione: l’aumento abnorme di pene (per il reato di invasione o occupazione di terreni o edifici ), il ripristino di fattispecie già ridotte a illeciti amministrativi (l’esercizio abusivo dell’attività di “parcheggiatore o guardamacchine”) o addirittura abrogate tout court (l’“esercizio molesto dell’accattonaggio” che recupera la mendicità invasiva depenalizzata nel 1999) che selezionano le condotte da criminalizzare o aggravare sul “tipo d’autore” (poveri, migranti) e fenomeni oggi spesso riconducibili a contesti di marginalità, sono espressione di una nuova politica penale autoritaria che enfatizza le esigenze di ordine e di sicurezza, senza alcun aggancio alle dimensioni reali e all’effettiva offensività dei fenomeni da contrastare, e torna ad investire sulla repressione massima come strumento di governo della società (Livio Pepino) e di esclusione dalla società di soggetti marginali all’insegna di un’antropologia razzista della disuguaglianza (Luigi Ferrajoli).

La concezione arcaica della pena come afflizione

Torniamo ad una visione arcaica e primitiva della pena: è l’afflizione che merita chi ha sbagliato, e che per questo deve tornare a pagare; ed è l’afflizione massima, che non ammette la prospettiva di recupero né di reinserimento. La certezza della pena diventa certezza del carcere. Il contratto di governo ha annunciato la riforma di «tutti i provvedimenti emanati … tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari, a totale discapito della collettività»: si abbandona ogni prospettiva di una giustizia riparativa, di strumenti di riconciliazione, di forme ripristinatorie o riparatorie perché contrarie alle esigenze di tutela della collettività. La risposta al reato è e può essere solo una ritorsione, e una sanzione che ne riproduce in senso analogico la negatività, il suo essere male (Luciano Eusebi).
Senza ripensamenti, con un tratto di penna, abbiamo rinnegato tutto il lavoro degli Stati generali sull’esecuzione della pena e l’ispirazione di fondo che aveva aggregato sinergie culturali intorno ad un nuovo progetto di esecuzione penale, il più organico e costituzionalmente orientato mai posto in essere dopo la riforma Gozzini, per una piena attuazione della sua finalità rieducativa e un sistema delle pene che guardi al carcere come extrema ratio.
Il percorso intrapreso porta al definitivo abbandono della prospettiva di un sistema penitenziario e di esecuzione penale pienamente conforme al dettato della Costituzione e ci allontana dall’idea di pena che è patrimonio della nostra cultura giuridica, coerente con i principi di necessità, personalità, finalismo rieducativo: principi che fanno parte del suo contenuto ontologico, come ci ha ricordato la Corte costituzionale, che devono evitare «il rischio di strumentalizzare l’individuo per fini generali di politica criminale» o di «privilegiare la soddisfazione di bisogni collettivi di stabilità e sicurezza (difesa sociale), sacrificando il singolo attraverso l’esemplarità della sanzione»; qualità essenziali per la «legittimazione e funzione» della pena, che «l’accompagnano da quando nasce, nell’astratta previsione normativa, fino a quando in concreto si estingue».

La caccia vale più della preda

Il processo penale si allontana dal suo paradigma garantista: quello per cui, come ha scritto Cordero, «la caccia vale più della preda». Se i termini si invertono, la caccia non ha bisogno di regole e anzi delle regole che la ostacolano deve liberarsi. E la preda catturata deve essere esibita: la messa in scena organizzata dalla propaganda di Stato per celebrare la fine della latitanza di Cesare Battisti ha trasformato la chiusura di una vicenda dolorosa della nostra storia in una pagina umiliante, che rappresenta un’idea arcaica di giustizia, estranea alla cultura del nostro Paese.
E un’idea arcaica di giustizia come vendetta privata ispira la nuova disciplina della legittima difesa. Messa al primo punto degli interventi nell’area penale previsti dal contratto di governo, questa riforma – che con presunzioni di proporzionalità e di legittimità introdotte dalla riforma ha il dichiarato intento di sottrarre alla magistratura il giudizio di bilanciamento tra difesa e offesa e tra beni, valori e interessi in conflitto, persegue in modo evidente la costruzione di un’ emergenza e di una retorica che corrisponde ad opzioni viscerali ed estreme. Una riforma “manifesto”, con gravissime implicazioni sul piano culturale come su quello giuridico: anteporre l’inviolabilità del domicilio alla tutela incondizionata della vita umana significa consumare un ulteriore strappo con il sistema dei valori della nostra Costituzione, sovvertendo la collocazione che da questo sistema ricevono e la graduazione della loro tutela conforme ad elementari principi di civiltà giuridica. Di pari passo alle nuove disposizioni sulla legittima difesa, è stato approvato il decreto legislativo 10 agosto 2018 n. 104, che ha recepito con particolare rapidità una direttiva sulla quale altri Paesi europei si sono mostrati più prudenti, ampliando la platea dei detentori delle armi demilitarizzate e aumentando il numero delle armi e delle munizioni detenibili.
Dal diritto ad avere paura al diritto di vendicarsi il passo è breve. E quando un Ministro della Repubblica arriva a sovvertire con le parole e con i gesti simbolici l’esito definitivo di un giudizio di condanna, chiamando il Tribunale del popolo ad assolvere chi ha cercato di farsi giustizia da sé per vendicarsi del torto subito, dinanzi a noi si apre un abisso, dove si perdono tutti i valori della convivenza civile e le regole dello stato di diritto che devono garantirli.

L’argine che resiste

5.Cosa ci sta succedendo? Il nostro Paese sta rinnegando se stesso, la sua storia, i suoi valori.
Nel buio fitto che sta avvolgendo la nostra democrazia, dobbiamo essere in grado di riconoscerci.
Noi non dobbiamo sottrarci al confronto con la realtà ma dobbiamo al tempo stesso avvertire il dovere della speranza e ritrovare la prospettiva comune di un progetto alternativo di cambiamento, affrontando tutte le sfide del presente, operando per la costruzione di un fronte ampio nel Paese e nell’opinione pubblica a difesa della nostra identità democratica e di tutti i valori della nostra Costituzione.
Dobbiamo essere parte dell’argine che dovrà proteggerli, dando forza al progetto di un’Europa Unita basata sulla solidarietà, sull’eguaglianza, sulla pari dignità delle persone, sul primato dei diritti e dello stato di diritto.
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Deformato il volto del Paese
COSA STA SUCCEDENDO ALLA NOSTRA DEMOCRAZIA?

27 APRILE 2019 / EDITORE / DICONO I FATTI / su chiesadituttichiesadeipoveri

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