Monthly Archives: ottobre 2019

Che succede?

c3dem_banner_04IL SINODO DELL’AMAZZONIA CAMBIA LA CHIESA? DOCUMENTI, CRONACHE E COMMENTI
30 Ottobre 2019 by Forcesi | su C3dem.
Il testo (in spagnolo) del Documento finale. L’ampia sintesi di Vatican News. Il discorso di Francesco alla conclusione del Sinodo. Il discorso all’Angelus del 29 ottobre. “Il Papa chiude il Sinodo: il grido dei poveri è grido di speranza della Chiesa” (Vaticannews). Card. Hummes, “Dal Sinodo un richiamo all’umanità per salvare il pianeta” (intervista a Vaticannews). Stefania Falasca, “Il testo indica e chiede quattro conversioni” (Avvenire). Stefania Falasca e Lucia Capuzzi, “Primo sì all’ordinazione sacerdotale dei diaconi permanenti” (Avvenire). Domenico Agasso jr, “L’apertura dei vescovi: sì ai preti sposati. Ora deciderà il papa” (La Stampa). Card. Christopher Schonborn, “I sacerdoti sposati avvicineranno la Chiesa a tutti” (intervista a La Stampa). Enzo Bianchi, “Sinodo dell’altro mondo” (Repubblica). Gian Enrico Rusconi, “L’Amazzonia cambia la Chiesa” (La Stampa). Alberto Melloni, “Preti sposati. Una scelta che costringe la Chiesa a interrogarsi sulla sua identità” (Repubblica). Raniero La Valle, “Due cose buone e una cattiva” (chiesa di tutti chiesa dei poveri). Marinella Perroni, “Un passo avanti, ma le discriminazioni non sono debellate” (intervista a La Stampa). Noi Siamo Chiesa, “Un Sinodo diverso e migliore degli altri”. Andrea Grillo, “L’Amazzonia e la dottrina ecclesiale”. Sandro Magister, “Dalle parole ai fatti. I sei punti su cui l’esortazione post-sinodale è già scritta” (blog dell’Espresso). Matteo Matzuzzi, “Finito il Sinodo, e già molti vescovi vogliono allargare le novità al mondo intero” (Foglio). INOLTRE: Adolfo Perez Esquivel, “Fermiamo i nemici di Francesco” (Repubblica). Paolo Rodari, “La grande crisi del clero” (Repubblica).
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asvis-italia-logoDisuguaglianze
Nel mondo esplode l’insostenibilità sociale
La popolazione di molti Paesi è in fermento per l’impoverimento della classe media e la mancata partecipazione alle scelte collettive. Le diseguaglianze, soprattutto intergenerazionali, sono gravi e trascurate anche in Italia. 31/10/2019
di Donato Speroni su ASviS
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Da Su Mortu Mortu a Su Prugatòriu, da Pro sas ànimas a Is Animeddas, da Sos Chi Tocant a Su Peti Cocone

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Halloween? No, grazie!
di Carla Maria Casula

La lingua gaelica, pregna di risonanze suggestive, il pantheon, le usanze e le leggende irlandesi emanano un fascino particolare, ma il tanto gettonato quanto stereotipato Halloween non irradia certamente altrettanta malia.
Snaturata dell’essenza celtica, ossia la parte più autentica, la tradizione offre in eredità una vacua americanata, un apparato asettico di marketing, consacrato sull’altare della globalizzazione. Consumismo elevato all’ennesima potenza. Maschere e travestimenti standardizzati di streghe, scheletri, teschi e zucche frammiste a raccapriccianti aracnidi di gomma che troneggiano sugli scaffali dei negozi. Falci nere, ossa e lugubri simboli di morte, mescidati con prodotti dolciari industriali (rigorosamente “griffati” Kinder), in bella mostra nelle vetrine allestite ad hoc. Un carnevale anticipato, scevro del sapore etnoculturale originario, che si barcamena goffamente tra squarci di film di Hitchcock e spezzoni dei Cartoons della Disney. Nessun retaggio di Samhain. Che fine ha fatto l’antica festa pagana di origine gaelica, che celebra la fine dell’estate, il passaggio alla stagione buia e fredda, la ciclicità della natura, con i suoi ritmi inviolabili? È arduo ravvisarne le tracce. Il cosiddetto “Capodanno celtico”, munifico di suggestioni del plurimillenario ambiente agropastorale, capitola miseramente ai piedi dell’imperante e consumistico Halloween, creando un irriverente sincretismo con esso.
Questa macabra arlecchinata autunnale, particolarmente gradita ai più piccoli, non rappresenta soltanto una fatua creazione artificiale, depauperata della più autentica memoria celtica, ma si rivela un vero e proprio oltraggio nei confronti delle tradizioni sarde. Come può la nostra Terra, traboccante di leggende, usi e rituali, che si perdono nella notte dei tempi, scimmiottare ciò che oramai è diventato una mera usanza americana, adottata dai popoli sottomessi al diktat culturale statunitense? Inaudito. Eppure rappresenta una triste realtà che ci sovrasta e dalla quale, nonostante il tormento ideologico provocato, non riusciamo svincolarci (ben si attaglia, in questo frangente, la citazione tratta dal carme 85 del poeta latino Catullo /sed fieri sentio et excrucior/).
La Sardegna è uno tra i Paesi al mondo più fecondi di tradizioni, nelle quali il filone pagano interseca quello cristiano, per fondersi in un unicum di rara bellezza, che manifesta delle varianti nelle diverse aree dell’isola, accomunate dalla peculiarità e dalla vividezza del folklore. Dunque, un crogiolo, ossimoricamente ben assemblato, di tradizioni ataviche conferisce esclusività all’apparato di rituali che si ripetono la notte precedente alla celebrazione dei defunti. Dalla tavola imbandita con le pietanze predilette dei cari estinti, rigorosamente apparecchiata senza posate, affinché l’anima dei morti non possa ferirsi, alla preparazione dei dolci tipici di questa occasione, realizzati artigianalmente dalle massaie più ligie alle consuetudini, tra i quali spiccano “sos papassinos” e “su pistiddu”. Ma la sequenza più emblematica è rappresentata dalla processione dei giovanissimi, che condensa accenti profani e impronte religiose, volta a fare tappa nelle abitazioni (generalmente dei piccoli centri), per avere in dono dolci, caramelle e frutta secca, dopo aver pronunciato l’espressione di rito, doverosamente in lingua sarda. La formula, che si colora secondo le multiformi varianti dialettali della regione, rappresenta un vero e proprio “passepartout” che consente di ricevere in cambio le ghiottonerie e, nel contempo, è volta a celebrare la memoria dei defunti e onorare le tradizioni autoctone. Da Su Mortu Mortu a Su Prugatòriu, da Pro sas ànimas a Is Animeddas, da Sos Chi Tocant a Su Peti Cocone, in un’atmosfera sospesa tra realtà terrena e ultraterrena, in cui il tempo sembra fermarsi, la Sardegna mostra la propria eredità ancestrale, che si dipana tra suggestioni di substrato profano e credenze ascrivibili al cristianesimo. Ma l’attrattiva globalizzante di Halloween si rivela un acerrimo nemico che, nel corso degli anni, trascina tra le sue fila un numero sempre maggiore di fanciulli, adescati con larvate o palesi imposizioni esterofile, attraverso l’imponente macchina pubblicitaria. Attualmente, sono pochi i paesi dell’isola nei quali l’amministrazione locale si attiva per avvicinare i più piccoli al folklore sardo e per mantenere vivo questo prezioso connubio culturale in cui si compenetrano l’umano e il trascendente.
Un appello accorato alle alte sfere regionali, affinché il diktat statunitense non soppianti totalmente le nostre tradizioni: le istituzioni politiche e le scuole di ogni ordine e grado dovrebbero restare coese nell’istanza di salvaguardare il patrimonio atavico, ahinoi sempre più eroso dalle mode filoamericane, e rendersi fautrici di progetti mirati alla sua diffusione e valorizzazione. Solo in questo modo potremo tramandare ai posteri quello scrigno di inestimabile valore che racchiude il cuore pulsante della nostra isola.
Ritengo oltremodo oltraggioso che la Sardegna si uniformi alle celebrazioni di Halloween e alle sue manifestazioni collaterali, quali feste a tema stereotipate, ispirate alle tendenze d’oltreoceano, pertanto chi regge i fili del potere ha il dovere di preservare questa Terra da un’incombente capitolazione culturale. Non lasciamo che il folklore sardo giaccia sotto il peso delle tradizioni aliene che, con malcelata prepotenza, soffocano le nostre gloriose radici!

Carla Maria Casula
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Oggi giovedì 31 ottobre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————
Umbria. E’ la questione morale a travolgere Pd & dintorni
31 Ottobre 2019
A.P. su Democraziaoggi.
Si fanno tante analisi sul voto in Umbria ed è giusto approfondire e capire. Io resto convinto che la chiave (dico la chiave) del tonfo dell’Umbria rossa stia nella questione morale. La c.d. concorsopoli […]
———————-oggi a Cagliari———
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Oggi mercoledì 30 ottobre 2019 San Saturnino Patrono di Cagliari

San-Saturnino-del-LonisOggi SAN SATURNINO. E’ il patrono di Cagliari, oggi celebrato. Nato a Cagliari in data imprecisata, a Cagliari muore il 23 novembre del 304 (o del 303, anno di martirio di altri santi), decapitato perchè rifiuta di adorare gli dei pagani. In sardo è detto Sadurru (Saturno), ma anche Saturninu (vedi il dizionario del Porru). Le sue spoglie furono ritrovate nell’ottobre del 1621, dopo imponenti scavi archeologici ordinati da Francisco d’Esquivel, arcivescovo di Cagliari dal 1604 al 1624. L’arcivescovo fece trasferire i resti del santo nell’apposita cripta della cattedrale di Cagliari: il santuario dei Martiri, dove oltre a quelli di Saturnino, si trovano i resti di altri martiri. In tale occasione si stabilì la data del 30 ottobre per celebrare il santo. La venerazione per Saturnino dei cagliaritani data da allora. Significativo che i patrioti di Palabanda nel 1812 scelsero questa data per la loro mancata rivolta, quasi a metterla sotto la protezione del santo. ******Programma manifestazioni a Cagliari e non solo******

Oggi mercoledì 30 ottobre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————
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La stabilizzazione del Medio Oriente e di altre aree è un sogno. In questi giorni Siria, Afghanistan, Iraq, Libia, Libano lo ricordano.
30 Ottobre 2019
Alfiero Grandi su Democraziaoggi.
Papa Francesco ha denunciato nel mondo una guerra frammentata, ma non per questo meno grave, per numero di morti, di profughi, di sofferenze umane e sociali, per devastazioni. Ha ragione. Non basta che la guerra non riguardi direttamente l’Europa in cui viviamo (anche se non lontano dall’Italia ci sono tuttora focolai non risolti) e […]
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Elezioni umbre. Poteva andar meglio. E come?

umbria
di Gianni Pisanu
serieta-signoriAnche le elezioni regionali dell’Umbria sono… andate
Posto che l’esito del voto benché riguardante un campione limitato è particolarmente severo per la coalizione P.D. – M5s e LeU, si possono individuare molti elementi che meritano attente riflessioni.
A destra la conferma della Lega, l’ulteriore flessione di Forza Italia e il forte aumento di Fratelli d’Italia. Si può dire che tutto era prevedibile o quasi se si esclude la doppia cifra a Fratelli d’Italia.
Nella coalizione cosiddetta Giallorossa il discorso si allarga a molti fattori che hanno concorso. La scissione di Renzi, la “perplessità” di Di Maio che tranquillamente dichiara “teniamo il movimento lontano dalla sinistra”, e per quanto riguarda il P.D. e LeU la responsabilità di una gestione lunga 50 anni e solo per questo difficile da difendere in tempi che impongono il cambiamento come valore positivo a priori. Inoltre i recenti scandali nella sanità in regione hanno pesato eccome, nonostante le dimissioni imposte dal Segretario Zingaretti al vecchio gruppo dirigente. [segue]

Newsletter

logo76Newsletter 167 del 29 ottobre 2019

DUE BUONE UNA CATTIVA

Care Amiche ed Amici, [segue]

Che succede?

c3dem_banner_04“VOGLIAMO TUTTO”. VORREMMO DRAGHI…
29 Ottobre 2019 by Forcesi | su C3dem.
Mario Draghi, “Ci vuole più Europa” (Repubblica). Romano Prodi, “Le incognite del dopo-Draghi”. Stefano Cingolani, “I nuovi Draghi d’Italia” (Foglio). Sabino Cassese, “Vogliamo tutto. Sui diritti e i doveri”(Foglio) e “Il declino ignorato dei partiti” (Corriere). Bartolomeo Sorge sj, “Attenti a chi semina odio e poi si nasconde dietro i crocifissi” (intervista a La Stampa). Luciano Violante, “Rifondare la democrazia nella società digitale” (Corriere della sera). Michael Walzer, “Senza la lotta di classe la socialdemocrazia è destinata al declino” (intervista a La Stampa).
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Save the date. Punta de billete.

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Umanità della geopolitica

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L’Italia ai margini della sfera d’interessi altrui

di Gianfranco Sabattini

Nel mondo globalizzato di oggi, secondo Lucio Caracciolio (direttore della rivista “Limes”) la geopolitica è una forma di analisi dei conflitti di potere intrinseci alle relazioni internazionali. Essa non è scienza, non possiede leggi, non dispone di facoltà predittive; è solo lo studio, sulla base dell’ausilio di discipline diverse (che vanno dalla storia alla geografia, dall’antropologia all’economia, ed altre ancora) degli elementi umani qualitativi e degli aggregati quantitativi, disposti in “chiara gerarchia” (nel senso che la valutazione dei primi precede rigidamente quella dei secondi), che uno Stato deve effettuare per soddisfare al meglio le aspirazioni della propria comunità.
Uno Stato che persegua questo obiettivo deve, perciò, investire sulla formazione dei propri cittadini, per evitare di perdere, in parte o per intero, la propria sovranità, cadendo, come è successo all’Italia dopo la seconda guerra mondiale, nella sfera d’influenza altrui. E’ questo il tema al quale è quasi interamente dedicato il numero 8/2019 della rivista, nel cui Editoriale si afferma che, per praticare con successo la geopolitica, devono essere valutate prioritariamente dallo Stato le capacità intellettuali della comunità e, solo successivamente, deve essere effettuata la valutazione della “disponibilità di strumenti tecnologici, economici e militari”, necessari per “fare geopolitica”.
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Proprio per la prioritaria considerazione della dimensione qualitativa dei componenti la comunità e per la natura fortemente soggettiva che assume il discorso sulla geopolitica, quest’ultima, secondo l’Editoriale, può essere ritenuta una forma di umanesimo, inteso come insieme di segmenti del sapere per lo studio delle contese internazionali su specifici progetti legittimi; segmenti ancorati a cinque “precetti d’indagine”, cui i singoli Stati devono attenersi.
Innanzitutto, la propensione a guardare il mondo dal punto di vista degli interessi della propria comunità; in secondo luogo, la pratica dell’”analisi contrastiva”, ossia dello studio dei progetti di tutti gli attori presenti sulla scena internazionale, per capire e valutare nel modo più obiettivo possibile le poste in gioco; in terzo luogo, l’opportunità di evitare, per quanto possibile, il “pregiudizio di valore”, con l’ascolto, nella valutazione delle poste in gioco, dei ragionamenti degli analisti al di là delle ideologie e degli orientamenti di parte; inoltre, l’orientamento della propria azione all’empatia, per capire e valutare quanto è presente “nelle menti e nei sentimenti altrui, provando a comprenderne e illustrarne i punti di vista”, tanto più approfonditamente, quanto più questi punti di vista, in sede di elaborazione della propria geopolitica, sono percepiti radicalmente alieni dallo Stato; infine, la determinazione di approfondire continuamente la formazione pedagogica della nazione, per contribuire a una sempre più accurata formazione collettiva dei propri cittadini.
Per “fare geopolitica” ispirata ai “precetti d’indagine” appena descritti, occorre che ogni Stato definisca anche la propria strategia; un passo, questo, cruciale e ineludibile. La strategia rappresenta ciò che lo Stato deve necessariamente realizzare di momento in momento per soddisfare le attese della propria comunità. In ogni caso, si deve avere sempre precisa contezza degli obiettivi da perseguire, delle risorse qualitative e quantitative su cui si può contare, in relazione alle quali stabilire le priorità cui subordinare la conduzione della propria azione, tenendo conto della relazione mezzi/obiettivi finali; tutto ciò per evitare che l’azione nel corso del suo svolgimento possa essere esposta al rischio di collassare sotto il peso delle incongruenze e sotto le spinte del confronto con gli altri Stati.
La strategia non si inventa, in quanto è gia presente nel “DNA” di ogni Stato, nel senso che essa “è legata alle caratteristiche fisiche, storiche, culturali, antropologiche, demografiche ed economiche di una comunità”. Quindi, la strategia esiste di per sé, per cui uno Stato che intenda “fare geopolitica” deve solo riconoscerla, non stabilirla arbitrariamente; se lo Stato tentasse di pensarla in modo slegato dalle caratteristiche oggettive delle propria comunità correrebbe il rischio di fallire nella conduzione delle propria azione, finendo per essere ridotto ai margini della scena internazionale. La strategia è diversa – sottolinea Dario Fabbri – dalla tattica; quest’ultima è l’espressione dell’azione dello Stato caratterizzata da una maggiore arbitrarietà, imposta dalle particolari condizioni contingenti che di momento in momento caratterizzano l’azione geostrategica
Secondo Gorge Friedman (fondatore e presidente di “Geopolitical Futures”, una pubblicazione on line che analizza gli eventi globali per scopi revisionali), il fatto che la strategia sia legata alle caratteristiche oggettive di ogni comunità fa sì che lo Stato e il sistema politico che lo esprime siano prigionieri “di quelle caratteristiche oggettive”, che “plasmano” le decisioni dei leader politici, sino ad indurre il convincimento che essi non “contino nulla”. Ciò però non significa la loro irrilevanza; al contrario, a parere di Friedman, i leader politici sono “indispensabili alle loro nazioni”, a patto che essi comprendano i limiti entro i quali possono operare, il cui mancato rispetto comporterebbe il rischio di “tradire” le attese delle loro comunità. Ciò implica che per diventare dei geostrateghi di uno Stato, occorre che i leader, oltre a godere della fiducia della comunità che li esprime, “passino attraverso un processo di addestramento” che li porti, non solo alla conoscenza della struttura del sistema politico del quale sono parte, ma anche alla conoscenza della realtà della propria comunità.
La forza politica dei leader dipende perciò dal grado con cui essi introiettano, sia la conoscenza del proprio sistema politico, che quella delle caratteristiche oggettive della propria comunità. Un leader diventa tale – afferma Friedman – solo perché “conosce a fondo la sua nazione e rimane tale solo se persegue gli interessi della nazione”; se si comporta in modo ossessivamente autoreferenziale, il sistema che lo ha espresso (sia esso democratico o autoritaria) lo rimuove “mediante le forze che egli stesso ha scatenato”.
Spesso prevale l’idea, sbagliata, che la formazione dei leader sia la risultante del determinismo geografico, ovvero che la sua preparazione politica dipenda dall’influenza determinante dell’ambiente fisico. Questa linea di pensiero, secondo Caroline Rose (analista presso “Geopolitical Futures”, presieduta da Friedman), sostiene “che la geografia sia l’incubatrice delle cultura, della consapevolezza storica” di uno Stato e che “il luogo, l’ambiente e il clima destinano una collettività ad un a determinata traiettoria”. Per Rose non vi è dubbio che la consapevolezza dello spazio possa contribuire al comportamento di uno Stato nella cura degli interessi della propria comunità, ma il determinismo geografico non può plasmare da solo i comportamenti geopolitici. Quando si delineano le forme di questi ultimi, è importante pensare e analizzare le caratteristiche oggettive delle comunità al di là della sola geografia, distanziandosi dal determinismo geografico, per porre invece “altrettanta enfasi sugli elementi storici, culturali, antropologico-demografici che giocano un ruolo identico nel plasmare il modo in cui gli Stati si comportano”.
Determinismo e volontarismo, quindi, concorrono entrambi a prefigurare la geopolitica più conveniente che uno Stato può praticare nell’interesse della propria comunità. A tal fine, l’elemento geografico conta, ma conta anche l’elemento umano; il primo può prevalere solo quando, secondo Germano Dottori, uno Stato manca di leader “in grado di interpretarlo e una cultura che lo incorpori e lo trasformi in precetti operativi e in una linea di condotta”. Ciò è quanto avviene oggi in Italia, la cui debolezza sul piano geostrategico la espone alla marginalità sul piano internazionale, mettendola nella condizione di soddisfare in maniera sub-ottimale gli interessi nazionali. Per il superamento di questo handicap, occorre comprendere e interiorizzare – afferma Dottori – “la logica conflittuale che domina nelle relazioni internazionali”; logica che è il cuore degli studi strategici, che in Italia restano negletti.
Quest’ultimo fatto è assai sorprendente, se si considera, come sottolinea l’Editoriale di “Limes”, che a noi italiani “dovrebbe venir spontaneo insistere sulla profondità del tempo. Le nostre antiche leve, bimillenarie specialità della casa che fu Roma, paradigma d’impero. Non ci riesce. Forse perché quando abbiamo provato, ci siamo resi ridicoli al mondo e tragici a noi stessi. Risultato: abbiamo a lungo atrofizzato il pensiero geopolitico, condannato a morte nel dopoguerra da un molto strategico tribunale internazionale e interiore, senza quasi ce ne rendessimo conto”. Un parziale recupero di quel pensiero atrofizzato potrebbe essere realizzato, se in Italia fosse possibile avviare un’analisi obiettiva dell’attuale stato in cui versa la comunità nazionale sul piano della coesione, quindi inaugurare una politica della scuola, e della cultura in generale, in grado di esprimere un più alto livello della qualità dei suoi componenti.
Se ciò accadesse, potrebbe diventare realistico pensare che la comunità nazionale italiana, resa più coesa sul piano della propria identità attraverso il miglioramento culturale di tutti coloro che la compongono, possa anche esprimere sul piano politico dei leader in grado di cogliere in termini più compiuti i veri interessi nazionali.
Allo stato attuale, ciò che sembra stia maggiormente a cuore agli italiani è la loro propensione a sottrarsi ad ogni impegno per l’approfondimento della loro identità in un corpo sociale coeso, rinunciando in tal modo a cercare la via attraverso la quale esprimere dei leader politici in grado, attraverso la predisposizione di una geopolitica condivisa, di interpretare realisticamente le loro aspirazioni e la tutela dei loro interessi sul piano internazionale.
Non è casuale che l’eccessiva conflittualità esistente nel Paese, aggravata da un personale politico che non riesce ad esprimere autentici leader capaci di attenuarla, se non di rimuoverla, condanni l’Italia a risultare del tutto ininfluente sul piano internazionale, esponendola, come ora sta accadendo, al rischio di peggiorare la perdita, subita dopo la seconda guerra mondiale, della propria sovranità, e di continuare ad essere relegata ai margini della sfera d’influenza altrui.
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Oggi martedì 29 ottobre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————
Sui mafiosi fermezza politica e rigore costituzionale
29 Ottobre 2019
Tonino Dessì su Democraziaoggi.
Caro Andrea, mi pare opportuno un chiarimento che riterrei utile, se non a noi, a chi leggesse la nostra discussione per trarre spunti di riflessione. Ai tempi del terrorismo fummo molto critici verso la filosofia della “legislazione speciale”, perché ritenevamo che al terrorismo occorresse rispondere con la difesa della democrazia, la cui involuzione era […]
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logo76Flussi elettorali
ALLARME UMBRO
I risultati delle consultazioni regionali in Umbria mostrano la ormai acquisita mobilità e volatilità dell’elettorato: un monito, un segnale di pericolo, ma anche una ragione di impegno politico e di speranza sulle possibilità di cambiamento contro la deriva antidemocratica
di Diodato Pirone, su chiesadituttichiesadeipoveri.
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Agenda Onu 2030. Che si fa in Sardegna?

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lampadadialadmicromicroNell’intervento introduttivo all’incontro-dibattito su “Laudato si’ e Agenda Onu 2030″, tenutosi a Cagliari il 6 settembre u.s., davamo conto dell’iniziativa dell’uscente Giunta Pigliaru, che nel dicembre dello scorso anno, aveva licenziato una delibera di approvazione degli indirizzi per l’attuazione dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile in sede regionale [che sotto si riporta integrale], tesi a costruire un percorso con riferimento alle cinque aree strategiche della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile (SNSvS) in attuazione dell’Agenda Onu 2030, le cosiddette “5 P”: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace e Partnership, più un’area trasversale chiamata “Vettori di Sostenibilità”. In quella circostanza anticipavamo un giudizio positivo della delibera, seppure riscontrando un’eccessivo appesantimento burocratico dell’organizzazione gestionale delineata, tuttavia riservandoci di dare sul medesimo provvedimento un parere più meditato e di fare il punto sull’intera questione, non conoscendo se l’iniziativa della Giunta Pigliaru avesse avuto seguito, cioè fosse stata “presa in carico” dalla nuova Giunta Solinas. Al riguardo dubitavamo allora e continuiamo a dubitare oggi, considerato che a una nostra istanza in argomento la Regione non ha risposto. Precisamente in un messaggio inviato via mail all’Urp della RAS il 17 settembre scorso (dallo stesso “girato” nel medesimo giorno alla Presidenza della Regione) chiedevamo di sapere se la Regione Sardegna intendesse partecipare con propri rappresentanti alla presentazione del Rapporto ASviS sull’applicazione dell’Agenda Onu in Italia (a Roma il 4 ottobre 2019) e, inoltre, quali azioni concrete la Regione Sarda intendesse attuare per l’applicazione della stessa Agenda in Sardegna. Al riguardo nessun riscontro. Silenzio totale di via Trento (sede della presidenza della RAS) e di via Roma (sede dell’assessorato all’ambiente).Ovviamente non ci diamo per vinti. Insistiamo: signori presidenti (del Consiglio e della Giunta), signore/i consigliere/i regionali, signori assessori… Rispondete!
[segue documentazione]

Che succede?

POLITICA
Elezioni Umbria, trionfa il centrodestra con 20 punti di vantaggio: Tesei presidente. Lega al 36,9%, il Pd tiene il 22,3%, M5s crolla al 7,4%
- Su Il fatto quotidiano 28 ottobre 2019.
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Elezioni regionali in Umbria: considerazioni a caldo
28 Ottobre 2019
Tonino Dessì su Democraziaoggi.
La sconfitta della coalizione CSX-M5S ha anche motivi locali che sarebbe stato illusorio pensare di mettere da parte (la legislatura regionale a guida PD è naufragata in uno scandalo nella gestione della sanità).
Ma per converso è il PD a tenere, sia pure in un trend di perdurante debolezza.
Invece si è […]

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logo76“Un Sinodo positivo, migliore degli altri”
COSA DICE IL DOCUMENTO FINALE DEL SINODO PER L’AMAZZONIA
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In media nell’Ocse il 44% degli studenti tra i 25 e i 34 anni consegue la laurea, un aumento di quasi il 10% rispetto a 10 anni fa, ma l’Italia raggiunge solo il 28% e ha sempre più giovani che non studiano e non lavorano. La Sardegna sta peggio.

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Education at glance 2019: più laureati, ma l’Italia resta indietro

In media nell’Ocse il 44% degli studenti tra i 25 e i 34 anni consegue la laurea, un aumento di quasi il 10% rispetto a 10 anni fa, ma l’Italia raggiunge solo il 28% e ha sempre più giovani che non studiano e non lavorano. 3/10/2019

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha pubblicato “Education at a glance”, il rapporto che fornisce ogni anno dati sulla struttura, i finanziamenti i e le performance dei sistemi educativi dei 36 Paesi dell’Ocse. L’edizione 2019 include un focus sull’istruzione terziaria.
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Secondo il Report, nel 2018 il 44% delle persone di un’età compresa tra i 25 e i 34 anni ha concluso percorsi di istruzione terziaria, contro il 35% del 2008.Da un punto di vista lavorativo, nell’ultima decade il vantaggio occupazionale di questi giovani adulti rispetto a coloro che possiedono il solo diploma è rimasto costante, con un tasso occupazionale di nove punti percentuali maggiore rispetto a chi interrompe la propria formazione alla scuola superiore.

Anche in ottica retributiva coloro che possiedono un titolo di istruzione superiore hanno dei vantaggi, che crescono anche in relazione all’età: i ragazzi e le ragazze tra i 25 e i 34 anni guadagnano il 38% in più rispetto ai loro coetanei non laureati, mentre gli adulti tra i 45 e i 54 anni il 70% rispetto ai loro coetanei senza laurea.

Bene rispetto alle agevolazioni economiche per studenti e studentesse: negli Stati Ocse che hanno provveduto all’implementazione di meccanismi di supporto finanziario, è stato facilitato l’accesso all’istruzione terziaria. Infatti, nei Paesi con le tasse universitarie più alte, il 70% degli studenti beneficia di sovvenzioni e prestiti.

La decisione di continuare con un master o un dottorato è rimasta invariata nel corso delle generazioni, nonostante i vantaggi in termini di retribuzione rispetto all’investimento iniziale; il costo annuale di questi programmi infatti è simile a quello per la laurea in più della metà dei Paesi Ocse, mentre i guadagni in media sono superiori del 32%.

Tuttavia alcuni settori hanno ancora difficoltà a trovare lavoratori qualificati. Anche se l’ingegneria e le tecnologie della comunicazione sono i campi già comunemente associati alla richiesta di lavoro, nel 2017 solo il 14% dei laureati ha ottenuto un titolo nel primo ambito e il 4% nel secondo. Le donne sono particolarmente sottorappresentate: meno del 25% delle iscrizioni sono effettuate da ragazze.

Ma qual è la situazione nel nostro Paese? In Italia solo il 19% dei 25-64enni possiede un’istruzione terziaria; i dati migliorano se si considera la fascia di età che va dai 24 ai 34 anni, dove la percentuale si alza al 28%. Il vantaggio in termini di reddito per chi è in possesso di un titolo di studio terziario è del 39% tra i 25-64enni rispetto agli adulti con livello di istruzione secondario superiore, mentre il gap è del 19% tra i 25-34enni. Per quanto riguarda la formazione post laurea, in Italia il dottorato è conseguito dallo 0,5% degli adulti, contro l’1,2% medio Ocse.

Se da una parte aumentano i giovani laureati, dall’altra cresce anche il numero dei Neet, soprattutto nell’età compresa tra i 18 e i 24 anni, una categoria che in Italia raggiunge il 26% contro il 14% della media Ocse.

Durante la presentazione del Rapporto Ángel Gurría, segretario generale dell’Ocse, ha affermato: “È più importante che mai che i giovani apprendano le conoscenze e le competenze necessarie per esplorare il nostro mondo imprevedibile e in evoluzione. Dobbiamo espandere le opportunità e costruire ponti più forti con esigenze di competenze future in modo che ogni studente possa trovare il proprio posto nella società e raggiungere il loro pieno potenziale.”

Scarica il Rapporto

di Eleonora Angeloni su ASviS

giovedì 03 ottobre 2019
Foto e articolo tratto dal sito web di ASviS.
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Ocse, in dieci anni la scuola italiana perde un milione di studenti [di Ilaria Venturi]
By sardegnasoprattutto / 10 settembre 2019/ Conoscenza /
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SARDEGNA
Dal Rapporto Crenos 2019
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Capitale umano e Ricerca e Sviluppo: luci e ombre per la Sardegna
La Sardegna negli ultimi anni ha evidenziato una forte crescita dei laureati di 30-34 anni (dal 17% del 2013 al 23,6% nel 2017): nonostante questo, é da rimarcare il ritardo rispetto agli obiettivi programmati nel documento Strategia Europa 2020 (nel 2020 almeno il 40% dei giovani deve essere laureato) e la distanza rispetto alla media dei paesi dell’UE (39,9% nel 2017). Appaiono inoltre elevati i divari nelle conoscenze e competenze scientifiche che rivestono un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’innovazione: nel 2017 solo il 3,9% della forza lavoro fa parte della categoria “scienziati ed ingegneri”, rispetto al 7,2% della media UE.
Elementi di preoccupazione sono evidenziati anche dal tasso di abbandono scolastico (21,2% in Sardegna nel 2017, rispetto al 10,6% della media UE) e dalla percentuale di NEET, ovvero giovani scoraggiati, fuori dal mondo del lavoro e da attività di istruzione o formazione, che risulta ancora troppo alta (24,1% in Sardegna nel 2017, rispetto al 10,9% della media UE).
Sul fronte degli investimenti in ricerca e sviluppo, la Sardegna investe meno di un terzo rispetto alla media dei paesi UE (il 28%), con una quota di investimenti privata esigua (appena il 15% del totale rispetto al 61% dell’Italia e al 65% della media UE). Nonostante i bassi livelli di investimento in ricerca e sviluppo, le imprese isolane sembrano adattarsi alle nuove tecnologie in maniera strategica: il 37,5% di esse ha infatti intrapreso attività innovative nel 2016, dato inferiore alla media UE (52%) ma incoraggiante se rapportato ai bassi tassi di investimento in ricerca e sviluppo. Esiste quindi una componente privata che, nonostante la congiuntura negativa, si impegna per competere in mercati globali, scegliendo nuove tecnologie e sfruttando le opportunità che arrivano dallo sviluppo digitale.
Per quanto riguarda le startup innovative emerge il ruolo fondamentale di Cagliari (18,7 startup ogni 100.000 abitanti), superiore alla media nazionale (16,1) e al resto delle province isolane (13,5 per Sassari, 5,7 per Nuoro e 2,5 per Oristano). L’attività più diffusa si conferma la produzione di software e la consulenza informatica, sicuramente il settore meno dipendente dalla condizione di insularità.
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Oggi lunedì 28 ottobre 2019

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———————Opinioni,Commenti e Riflessioni———————
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Chile. Despertò, No Hay Guerra – Il Cile si è svegliato. Non c’è guerra
28 Ottobre 2019 su Democraziaoggi.
Octavio Abarca Castelli in diretta dal Cile ci dice…
Raggiungo Octavio per telefono. La linea è chiara sembra una chiamata urbana, anche se lui è al di là dell’oceano, in Cile. Ci siamo visti – come tutti gli anni – d’estate, e abbiamo anche fatto una veloce analisi della situazione là e qua. Preoccupati, entrambi, ma […]
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MONDO
«Un altro Cile è possibile, noi siamo stanchi, ci uniamo»
28/10/2019 – di Fulvio Perini su VolerelaLuna.
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