America, America

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Trump. L’ultima parola, chissà.
di Marino de Medici
c3ec4e92-03ef-42a7-9354-5811bfbdbce5In un giorno che è stato giustamente definito “di infamia”, il senato americano non raggiunto la maggioranza necessaria a giudicare l’ex presidente Trump colpevole di aver istigato una “insurrezione” contro lo stato. Il voto è stato di con 57 voti a favore e 43 contrari. Per condannare il presidente alla estromissione dal mandato ne occorrevano 67. Dinanzi alla storia, 43 senatori repubblicani si sono macchiati di codardia assolvendo Donald Trump e il suo criminoso incitamento ad una marmaglia di estremisti che ha invaso il Campidoglio americano nell’intento di arrestare l’omologazione dell’esito delle elezioni presidenziali. La sessione finale di impeachment ha comunque riservato due sorprese che passeranno alla storia. [segue] Primo, sette senatori repubblicani hanno giudicato Trump “guilty” (colpevole), conferendo un carattere bipartitico all’imputazione presentata dalla Camera dei Rappresentanti al Senato. Secondo, il leader del Senato, Mitch McConnell, pur avendo votato “not guilty”, ha pronunciato una vera e propria requisitoria in cui ha ferocemente accusato Trump, echeggiando una per una tutte le accuse rivolte a Trump dai Manager democratici del processo di impeachment. L’ex presidente – ha detto McConnell – è “praticamente e moralmente responsabile” dell’attacco al Congresso. In una stupefacente contraddizione, McConnell ha però giustificato il suo voto favorevole all’assoluzione con un argomento giuridico quanto mai contorto, quello che il senato non avrebbe avuto comunque modo di far valere il suo giudizio di condanna in quanto Trump non è più presidente.
Altrettanto rilevante, dal punto di vista politico, è il fatto che il leader repubblicano ha detto chiaro e tondo quel che va emergendo sul piano nazionale: pur avendo schivato la condanna senatoriale, Donald Trump è esposto ad un altro giudizio di carattere criminale, da parte della magistratura ordinaria. McConnell non ha lasciato dubbi: Trump sarà chiamato a rispondere dei suoi misfatti dinanzi ai giudici. Non vi è dubbio che le istruttorie già avviate ed ora immancabili nei confronti di un ex politico privo di protezione federale minacciano la persona di Trump ed i suoi beni su cui gravano enormi debiti.

Donald Trump, con la millanteria che lo contraddistingue, ha applaudito il verdetto di “non colpevole” affermando che il suo “movimento politico è appena cominciato”. Ma i sette senatori repubblicani che hanno votato per la condanna dimostrano che la presa di Trump sul partito si sta allentando e che le impressionanti immagini della violenza scatenata al Campidoglio dal suo incitamento non mancheranno di esercitare uun certa influenza su una parte dei 74 milioni di americani che votarono per lui a Novembre. Dopo il voto senatoriale senza conseguenze per Trump, la parola spetta ora all’elettorato nelle prossime elezioni congressuali del 2022. I senatori repubblicani che hanno votato per l’assoluzione si troveranno sulla linea del fuoco sotto un diluvio di accuse da parte dei candidati democratici. I senatori repubblicani anti-Trump – tra i quali l’ex candidato presidenziale del GOP Mitt Romney – sono stati concordi nel definire l’assalto al Campidoglio una “macchia nell’eredità” di Donald Trump.
Quel che conta nel bilancio storico del secondo impeachment di Trump è che il quindici per cento dei senatori repubblicani ha riconosciuto la veridicità dell’accusa secondo cui Trump era quanto meno a conoscenza del piano di assaltare i palazzi del Congresso ma nulla ha fatto per arrestarlo.

All’indomani del dramma nell’aula del senato, alcune riflessioni si impongono.
Prima fra tutte, gli enti investigativi americani hanno avuto miglior fortuna nel neutralizzare la minaccia del terrorismo esterno che non quello interno.
Le carenze di una strategia interna vanno imputate a diverse situazioni, dai limiti legali che complicano le indagini sui movimenti politici americani alla natura sfuggente della minaccia. Su tutte, però, spicca la condiscendenza del presidente Trump nei confronti dei gruppi di estrema destra. Ed ancora, va tenuto conto che non esiste alcuno statuto federale che definisce il terrorismo interno, il che limita la capacità dello FBI e di altri enti investigativi di infiltrare e neutralizzare organizzazioni terroristiche. Pochi ricordano che nel 1975 un’inchiesta condotta dal comitato senatoriale Church documentò gli abusi dello FBI, prevalentemente nei casi di spionaggio ai danni di gruppi sospettati di eversione come i Black Panthers. Ai nostri giorni, le indagini prendono di mira individui piuttosto che gruppi ed azioni violente piuttosto che ideologie. Resta il fatto, purtroppo, che le autorità di ordine pubblico erano ben coscienti del pericolo di violenza che accompagnava le attività politiche di movimenti estremisti come i Proud Boys, i Three Percenters, i Boogaloo Boys, il Patriot Prayer e il Patriot Front. La presenza delle milizie e di altri gruppi armati nelle città teatro del movimento di protesta Black Lives Matter provocava una escalation degli scontri tra protestanti e contro-protestanti.
Paradossalmente, l’amministrazione Trump decideva di militarizzare la risposta federale ai sollevamenti di piazza, identificando i cosiddetti “antifa”, un gruppo di protesta difficilmente classificabile, come un’organizzazione terroristica. Altrettanto insensato era il messaggio del 6 Gennaio con cui Trump sosteneva che erano proprio gli “antifa” a portare l’attacco al Congresso. Le immagini televisive bastano da sole a smantellare l’ennesima menzogna del presidente.

Tutto lascia pensare che il Congresso non tarderà a mettere a punto leggi contro il terrorismo interno. E’ opinione condivisa da molti esperti che una legge in tal senso avrebbe scongiurato l’assalto al Campidoglio. Alcuni di essi hanno posto l’accento sul fatto che nell’arco di varie settimane gruppi di trumpisti avevano annunciato sui social media la loro intenzione di scendere sulla capitale per protestare fortemente contro l’omologazione di un risultato elettorale che a loro dire era un “furto”. I funzionari dei servizi di intelligence monitoravano gli sviluppi ma non prevedevano un assalto diretto al Campidoglio.
Ci pensava Trump a mettere in moto il corteo di manifestanti armati con intenzioni violente. A giudizio degli esperti, è indiscutibile che si trattava di “terrorismo interno” che per definizione comporta la minaccia dell’uso della forza o della violenza per influenzare la politica di un governo.

In conclusione, occorre prendere atto che gli ultimi anni hanno visto l’intensificarsi dell’estremismo e della violenza negli Stati Uniti. Il Congresso ha un compito difficile dinanzi a se, quello di salvaguardare le attività politiche legittime e di ridurre al massimo le ambiguità che intralciano le indagini e i procedimenti giudiziari. Donald Trump aveva fortemente aggravato la situazione definendo le autorità federali di investigazione come parte del “deep state”, il perverso “stato profondo”.
Ciò facendo, aveva permesso alla teppaglia di svolgere attività ai margini della legge con la pretesa di godere della protezione del Primo Emendamento.
Non a caso i difensori di Trump sono ricorsi al Primo Emendamento nel tentativo di giustificare il discorso con il quale Trump incitava di fatto i suoi seguaci a conquistare il Campidoglio. Di fatto, in base alla costituzione, l’emendamento non si applica nel caso della procedura di impeachment e quindi non potrebbe essere invocato dalla difesa di Trump. Dal momento che non occorre un’azione criminale per mettere in stato di accusa il presidente, le parole di Trump che incitavano i suoi seguaci a violare la legge non costituivano elemento di giudizio. Resta in piedi insomma una sola conclusione: l’assoluzione da parte di una minoranza dei senatori non è una rivendicazione.
Molto probabilmente, segna la fine del “culto Trump”.

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