DIBATTITO sul LAVORO. Lavoro di Cittadinanza o Reddito di Cittadinanza?

ed-rocca-21-1-nov-18
LAVORO E NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
per chi cosa come produrre

di Laura Pennacchi su Rocca*

La natura delle intense trasformazioni tecnologiche e innovative in atto non è chiara e non aiuta a chiarirla il confronto tra «pessimisti» e «ottimisti», tra quanti, cioè, ritengono che le implicazioni sul lavoro saranno molto più negative di quelle manifestatesi con le passate rivoluzioni tecnologiche – e che siamo irrimediabilmente destinati alla jobless society – e quanti, invece, credono che si genereranno ancora una volta dalle attività innovatrici significativi effetti compensativi della «distruzione» di lavoro nelle attività tradizionali. Di fronte allo scenario del lavoro 4.0, quando il «padrone è un algoritmo e i colleghi sono robot» sorge perfino la domanda se sia meglio parlare, piuttosto che di «fine del lavoro», di «ritorno della schiavitù» (1). In questo quadro ha perfino ripreso piede il dibattito sulla secular stagnation, un’espressione ripresa da Alvin Hansen il quale, già alla fine degli anni Trenta del Novecento, aveva argomentato come la «grande depressione» non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo, un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Oggi Romano Prodi (2) riconosce che gli studiosi che parlano di «stagnazione secolare» non sono più «voci isolate, ma descrivono in modo scientifico le conseguenze più probabili del crescente squilibrio che si verifica nelle no- stre economie», di cui l’intensificazione delle diseguaglianze a seguito della svalu- tazione del lavoro è una componente rile- vanissima.

riforma del capitalismo

Se gli investimenti appaiono destinati inesorabilmente a cadere, Larry Summers e Paul Krugman vedono in grado di sopperire a tale drammatica prospettiva soltanto un operatore pubblico animato dalla volontà di procedere a massicci investimenti propri, a partire dalle infrastrutture, tanto più che i capitali necessari, dati i bassi tassi di interessi, possono essere presi a prestito a costi assai poco elevati. Si tratta di una drastica svalutazione di tutte le soluzioni supply-side, come benefici fiscali, elevamento dell’occupabilità dei lavoratori, indistinto stimolo all’innovazione (quali sono anche i bonus monetari e gli incentivi indiretti a cui ha fatto abbondante ricorso il governo Renzi). Summers arriva a invocare, in queste condizioni, la necessità di una «politicizzazione» dell’investimento, apertamente riecheggiando la «socializzazione dell’investimento» di cui parlarono Keynes e Minsky. Così i postumi della crisi del 2007/2008 e le tendenze alla secular stagnation si saldano nello spingere a sollevare interrogativi basilari sul capitalismo in quanto tale, in particolare sulla problematicità del suo motore fondamentale di crescita e di sviluppo, il processo di investimento. E proprio qui si colloca la vera sfida odierna: puntare o meno su una «riforma» in grande del capitalismo, una riforma profonda, come quella che si delineò ai tempi di Keynes, quando una radicalità inusitata di progettazione teorica e di critica ideologica congiunse il pensiero innovativo keynesiano alle rivoluzionarie iniziative di Roosevelt e al riformismo radicale europeo – il laborismo inglese ispirato da Beveridge e la socialdemocrazia scandinava – che si opponevano, anche idealmente, ai totalitarismi. Non a caso un gruppo di intellettuali italiani legato alla Cgil, al Libro Bianco Tra crisi e grande trasformazione di accompagnamento al Piano del Lavoro presentato nel 2013, ha fatto seguire il Libro Rosso Riforma del capitalismo e democrazia economica.
In questa prospettiva gli interrogativi fondamentali diventano i seguenti: quali sono le politiche veramente adeguate a rilanciare le economie globali e nazionali? Possiamo tornare a ragionare dei «fini» per un nuovo umanesimo? Di quali beni abbiamo bisogno per realizzarli? Attraverso quali strade possiamo uscire dall’incertezza che grava sul nostro futuro? Quali sono gli equivalenti del New Deal, degli accordi di Bretton Woods, del pensiero di Keynes, del welfare state, idonei a provocare uno slittamento del potere dalla finanza alla produzione, a trasferire il focus dagli indici azionari all’espansione dell’economia reale, ad accrescere il benessere sociale? Ritorna martellante il tema degli investimenti e, con esso, quello del «nuovo modello di sviluppo»: mentre è importante investire nelle infrastrutture fisiche tradizionali (benché rinnovate e modernizzate), è vitale espandere i settori nuovi, perché investimenti in beni sociali, beni ambientali e altro hanno anche lo straordinario vantaggio di essere creatori di lavoro e proiettati verso il futuro. Al centro debbono tornare le domande sul ruolo del «lavoro» e sui «fini» di un «nuovo modello di sviluppo», gli interrogativi sui meccanismi di acquisizione dei guadagni di produttività, sui modelli contrattuali, sulla regolazione del mercato del lavoro, sulla possibilità di fare ricorso a «minimi» e «massimi» retributivi.

una nuova concezione del lavoro

Per avanzare lungo questa strada, occorre una nuova riflessione sulla stessa concezione del lavoro. C’è un’esagerazione pessimistica e infondata in autori prestigiosi che, titolando le loro tesi sul presente La grande regressione (3), hanno voluto rovesciare in negativo il messaggio positivo di Karl Polanyi contenuto ne La grande trasformazione. E tuttavia non possiamo non chiederci cosa direbbe Karl Polanyi oggi di fronte alla dequalificazione, la segmentazione e l’individualizzazione del lavoro, la riduzione del ricorso all’azione collettiva, la delegittimazione dei corpi intermedi, il diffondersi di una sorta di «pornografia emotiva» nell’estensione della logica prestazionale, l’affermarsi dell’autocontrollo e dell’auto-profilazione inconsapevole e pertanto della partecipazione gratuita all’accumulazione di profitti e di potere altrui (4).
Con le nuove tecnologie e il lavoro 4.0, la connessione perenne e l’accessibilità estesa non significano automaticamente maggiore libertà, possono anzi generare una rarefazione della sfera pubblica a sua volta incrementante la desoggettivazione e la depoliticizzazione (5) già in atto. Se l’individualizzazione passa attraverso una «esposizione costante del sé» e una «gamificazione» in cui l’offerta ininterrotta di stimoli si traduce in «forme di gioco» (espresse dal clic «mi piace») che alla fine si risolvono in esasperazione della prestazione e della competizione, vediamo all’opera da una parte la trasformazione di ogni elemento di conoscenza in informazione alla rincorsa della singolarità, dall’altra l’ambizione a modificare gli stessi comportamenti manipolando e suggerendo desideri che non si sa di avere e alimentando il delirio di onnipotenza.

il trinomio innovazione lavoro persona

Stupisce, piuttosto, che, di fronte a questo scenario che presenta tante criticità ma anche tante opportunità, oggi solo soggetti religiosi – come Papa Francesco, il papa che ha definito il neoliberismo «l’economia che uccide» e che grida «non reddito ma lavoro per tutti» – mostrino una persistente forte sensibilità al trinomio innovazione/lavoro/persona, tornando a ribadire con veemenza che il diritto al lavoro è primario, superiore alla stesso diritto di proprietà, e che il rapporto che ha per oggetto una prestazione di lavoro non tocca solo l’avere ma l’«essere» del lavoratore, chiedendo di «non ridurre la persona umana a puro elemento dei fenomeni economici» e riaffermando la natura di relazione tra soggetti del rapporto lavorativo, «titolari di una ‘dignità’ e non solo di un ‘prezzo’» (come è, invece, nella concezione mercificata del lavoro).
C’è veramente da chiedersi perché la stessa riscoperta di Marx e della sua critica al capitalismo, indotta dalla crisi economico-finanziaria, non si sia spinta – nemmeno a sinistra – fino al recupero del Marx che, con Hegel, vede nel lavoro il processo attraverso il quale l’uomo non si limita a metabolizzare ma media anche simbolicamente il rapporto fra se stesso e la natura, cambia se stesso dandosi una funzione autotrasformativa, esplora sistematicamente dimensioni intellettuali di consapevolezza e di progettualità. Si sottace così l’enorme significato, anche antropologico, della vitale «inquietudine creatrice» sempre soggettivamente racchiusa nel lavoro. Si trascura che il lavoro è fattore vitale dell’identità del soggetto e attribuzione di significato all’esperienza esistenziale, esprime un’intrinseca dimensione di apertura verso il mondo e verso gli altri, contiene relazioni plurime (con il contesto in cui l’attività lavorativa si svolge, con il sapere e l’esperire di chi ha operato precedentemente, con gli altri che lavorano), il suo senso è impregnato di desiderio, quel desiderio che è un moto verso una destinazione mancante, un orizzonte nel quale non si è e al quale si aspira. Per tutto questo, per disinnescare una mina che rischia di compromettere le fondamenta sulle quali costruire il futuro della nostra società, bisogna mettere al primo posto dell’azione politica la lotta alla disoccupazione giovanile.

reddito o lavoro di cittadinanza?

Quelle che precedono sono, peraltro, le ragioni per cui è bene preferire, a mio parere, la proposta del «lavoro di cittadinanza» a quella del «reddito di cittadinanza». Non si tratta ovviamente di negare né che alcuni trasferimenti monetari – per esempio per il contrasto alla povertà o per gli ammortizzatori sociali universalizzati – siano necessari, né che politiche di riduzione dell’orario di lavoro possano essere opportune. Ma la proposta del «reddito di cittadinanza» si configura come compensazione e risarcimento di un lavoro che non c’è, per costruire un «welfare per la non piena occupazione», accettando e sanzionando le tendenze spontanee del capitalismo che naturalmente va verso l’opposto della piena occupazione e cioè la disoccupazione di massa. I rischi del «reddito di cittadinanza» sono seri: – che i veri problemi odierni (in particolare l’incapacità del sistema economico di generare «piena e buona occupazione») rimangano oscurati e che, in ogni caso, rispetto ad essi si sia spinti ad assumere un atteggiamento rinunciatario; – che attraverso compensazione, riparazione, risarcimento, molto diversi dalla promozione vera, lo status quo risulti confermato e sanzionato; – che l’operatore pubblico sia indotto alla accentuazione di una deresponsabilizzazione già in atto, perché per qualunque amministratore è più facile dare un trasferimento monetario che cimentarsi fino in fondo con la manutenzione, la ricostruzione, l’alimentazione di un tessuto sociale vasto, articolato, strutturato, ma questa deresponsabilizzazione equivale all’eutanasia della politica.

razionalità politica e scientifica dell’innovazione

Dunque, ciò che ci si ripropone come cruciale è la profondità della trasformazione a cui dobbiamo aspirare e, di conseguenza, la possibilità di una direzione dell’innovazione verso una simile trasformazione e la qualità delle istituzioni pubbliche in grado di operare in tal senso. Abbiamo bisogno, infatti, di sottoporre a critica sia la «razionalità politica» dell’innovazione, sia la sua «razionalità scientifica», in particolare la «razionalità dell’algoritmo» con la sua pretesa di corrispondere a una naturalizzazione oggettiva volta a trasformare tutti i fenomeni in stati di necessità chiusi allo spazio dell’alternativa. Queste problematiche non sono nuove. Oggi la retorica dell’esogenità e della naturalità dei fenomeni è utilizzata per sostenere la causa della neutralità degli stessi e anche il piano Industria 4.0 dell’italiano ministro Calenda si apre con una dichiarazione di «neutralità» del governo rispetto all’andamento e ai fini dell’innovazione, da cui consegue la volontà di non praticare cosiddette «velleità dirigistiche».

proposte radicali

Nell’ultimo, bellissimo libro (Inequality) scritto prima di morire, Tony Atkinson, invocando «proposte più radicali» (more radical proposals) e denunciando l’insufficienza quando non la fallacia delle misure standard (quali tagli delle tasse, intensificazione della concorrenza, maggiore flessibilità del lavoro, privatizzazioni), suggeriva che «la direzione del cambiamento tecnologico» sia identificata come impegno intenzionale ed esplicito da parte delle istituzioni collettive, finalizzato ad aumentare l’occupazione. Qui peraltro – sosteneva Atkinson – si colloca la possibilità di smascherare l’inganno che si cela dietro le fantasmagoriche proposte (istituire privatamente e localmente forme di «reddito di cittadinanza») di alcuni imprenditori della Silycon Valley, interessati a ribadire che l’innovazione è guidata dall’offerta (cioè, traduceva Atkinson, dalle corporations) e non dalla domanda e dai bisogni dei cittadini, ai quali bisogna dare solo capacità di spesa e potere d’acquisto, cioè reddito magari sotto forma di «reddito di cittadinanza».
L’attualizzazione delle immagini di Blade Runner evoca un nuovo Medioevo in cui il potere privato spadroneggia. E in effetti la diffusione delle nuove tecnologie – specie di quelle digitali – coincide con una polarizzazione del potere senza precedenti. Senza una forte mobilitazione alternativa da parte dei poteri pubblici, dell’azione collettiva, dei corpi intermedi, nell’arena globale in cui Google, Uber, Amazon, e i loro contraltari finanziari, trascinano le decisioni di accumulazione e pertanto le traiettorie tecnologiche, l’individuo rischia di trovarsi solo e inerme di fronte ai nuovi poteri che lo sovrastano. Per questo Atkinson escogita tutta una serie di proposte «radicali», tra cui tornare a prendere nuovamente molto sul serio l’obiettivo della piena occupazione – eluso dalla maggior parte dei paesi Ocse dagli anni ’70 – facendo sì che i governi offrano anche «lavoro pubblico garantito» agendo come employer of last resort. E proprio collegata al rilancio della piena e buona occupazione è la proposta che «la direzione del cambiamento tecnologico» sia identificata come impegno intenzionale ed esplicito da parte dell’operatore pubblico, volto ad accrescere l’occupazione, e non a ridurla come avviene con l’automazione.

innovazioni più socialmente utili

L’innovazione può e deve essere guidata, nei suoi indirizzi di fondo, dalla collettività. Se lo Stato sa nutrire obiettivi e motivazioni strategiche, si pone alla base del- l’emergenza di interi nuovi settori, come è avvenuto con internet, le biotecnologie, le nanotecnologie, l’economia «verde». C’è un’aperta intenzionalità pubblica che sottostà a molte innovazioni, come nel caso del premio da un milione di dollari offerto dalla americana Darpa per un’automobile senza guidatore. Una «direzione» intenzionale dell’innovazione, dunque, è possibile e pertanto si può immaginare per la generazione di altre innovazioni, più socialmente utili, volte al soddisfacimento di grandi bisogni insoddisfatti. Le alternative sono strette: o si rilancia come se niente fosse accaduto la crescita neoliberistica, drogata dall’invenzione ininterrotta di esigenze fittizie, o si dà vita a un nuovo modello di sviluppo, in cui gli interrogativi sul «per chi», «cosa», «come» produrre trovano risposte anche in un’innovazione piegata a soddisfare «domande sociali». Ed è qui che lo Stato «strategico» entra in gioco in modo decisivo.

iniziative innovative sui diritti di proprietà

Tutto ciò spiega perché bisogna collocare molto in alto le ambizioni riformatrici, al livello appunto della «riforma del capitalismo», e perché l’urgenza maggiore, per le forze progressiste, risieda nella necessità di uscire da un silenzio, un’inerzia, una cura di spiccioli affari di bottega che durano ormai da troppo tempo e le condannano alla scomparsa, attivando, al contrario, un cantiere culturale alternativo di vastissima portata, in grado di generare pensiero, analisi, linguaggi di altissimo profilo. Si tratta, infatti, anche di cogliere le straordinarie opportunità che, tra tante difficoltà, la fase presenta, ma che, lasciate a se stesse, non potranno manifestarsi. In questo ambito ricadono le problematiche del- la democrazia economica e di iniziative innovative sui «diritti di proprietà».
Le nuove tecnologie racchiudono forti istanze cooperative, nella direzione della creazione di sistemi produttivi in grado di autoprogettarsi e autoregolarsi, aprenti eccezionali «finestre di opportunità» che, anziché lasciate al solo capitalismo animato dalla volontà di consolidare i tradizionali rapporti di potere, possono essere utilizzati da lavoratori intenzionati alla «coprogettazione» in disegni alternativi. La dose massiccia di «interconnettività» dell’innovazione odierna è intrecciata a una dose maggiore di «cognitività» e tale intreccio, poiché dà un ruolo potente al lavoro mentre genera una maggiore diffusione e circolazione delle informazioni, entra in contraddizione con una gestione accentrata delle aziende.
La prima cosa da fare è comprendere che la creazione di valore è il frutto di processi assai più complessi della sola competizione economica, ragion per cui «abbiamo bisogno di una forma più sofistificata di capitalismo, impregnata di finalità più sociali» (6).
La seconda cosa da fare è prendere atto che le dinamiche di finanziarizzazione sono strettamente intrecciate con lo shift dell’ottica imprenditoriale verso profitti di breve periodo e verso l’enfasi sulla teoria della shareholder value e lo schortermismo, trasformando il ruolo del manager da attore contemperante i vari interessi in gioco – quale è nello stakeholder value approach – in agente di se stesso e del capitale finanziario. In questo ambito dovrebbero anche essere recuperate le ispirazioni «non proprietarie» del piano Meidner del 1975-76 (che aveva al proprio cuore la preoccupazione per la caduta dell’interesse dei capitalisti agli investimenti, quando ancora sarebbe stato possibile uscire dalla crisi innescata dal primo shock petrolifero in modo diverso dalla sola compressione dei salari).

verso una piena e buona occupazione

Per «chi», «cosa» e «come» produrre: ecco i crinali che, come per il grande riformismo del New Deal, tornano a rivelarsi decisivi in questa fase di grandi trasformazioni tecnologiche, se vogliamo coglierne tutte le potenzialità anche in termini di neoumanesimo. Un «nuovo modello di sviluppo» deve privilegiare la domanda interna sulle esportazioni, intervenire tanto sulle questioni di domanda che su quelle di offerta, premiare i consumi collettivi su quelli individuali cambiando profondamente gli stili di vita, puntare sulla «piena e buona occupazione». Questo obiettivo va rilanciato proprio quando così tanta incertezza grava sulle conseguenze di una rivoluzione tecnologica in atto. Un «nuovo modello di sviluppo» deve «piegare» l’innovazione verso la «piena e buona occupazione» non in termini irenici, ma nella acuta consapevolezza che la sua intrusività – si potrebbe dire la sua «rivoluzionarietà» – rispetto al funzionamento spontaneo del capitalismo è massima proprio quando il sistema economico non crea naturalmente occupazione e si predispone alla jobless society, lasciare libero spazio alla quale, però, equivarrebbe a non frapporre alcun argine alla catastrofe, anche e soprattutto in termini disegualitari.
Laura Pennacchi
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Note
(1) D. Guarascio, M. E. Virgillito, Se il padrone è un algoritmo e i colleghi sono robot: fine del lavoro o ritorno della schavitù?, Relazione al seminario del Forum Economia della Cgil nazionale, Roma, 14 dicembre 2016.
(2) R. Prodi, Il piano inclinato, Il Mulino, Bologna 2017.
(3) H. Geiselberger, La Grande Regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Feltrinelli, Milano 2017. (4) E. Morozov, Silicon Valley: i Signori del silicio, Codice Edizioni, Torino 2016.
(5) Per maggiori dettagli si veda L. Pennacchi, Il soggetto dell’economia. Dalla crisi a un nuovo modello di sviluppo, Ediesse, Roma 2015.
(6) M. E. Porter, M. R. Kramer, Creating Shared Value in «Harvard Business Review», january-february 2011.
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* Laura Pennacchi, economista, su Rocca

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2 Responses to DIBATTITO sul LAVORO. Lavoro di Cittadinanza o Reddito di Cittadinanza?

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