Il punto

valutazione microdi Tonino Dessì, su fb.
La morte dei quattordici braccianti agricoli impiegati nella raccolta di pomodori (stavolta immigrati: ma è uno stillicidio quotidiano, che non riguarda solo loro e che costituisce una delle realtà di un mondo del lavoro salariato sempre più precario non solo per forme contrattuali, ma anche per condizioni di sicurezza) ha destato scalpore, ma riflessioni e reazioni a mio avviso inadeguate.
Ieri il Ministro dell’Interno ha fatto per qualche ora a Foggia il Ministro dell’Interno e ha assicurato un impegno straordinario nella lotta contro il caporalato (poi ha ripreso nella sua attività lavorativa principale, quella di instancabile autore di post e di tweet contro profughi e migranti di colore).
Il suo pari grado Ministro del Lavoro ha assicurato a tal fine un incremento degli organici degli Ispettorati del lavoro (ma intanto nella conversione in legge del “decreto dignità” tornano i voucher in agricoltura). (Segue)
Frasi già sentite: suonano di circostanza, ma nutriamo fiducia.
Nel web una discussione che risente delle nostre frustrazioni.
Ci sono le posizioni di chi auspica una campagna come consumatori per boicottare la grande distribuzione colpevole di alimentare il degrado del comparto con le strategie di acquisizione del prodotto al prezzo più basso.
Ci sono le dense analisi che risalgono alla forma assunta dal neocapitalismo globale e alla sua versione introiettata dalle istituzioni comunitarie per sostenere che senza il loro (del capitalismo globale e della UE) rovesciamento ogni altra azione è pateticamente destinata all’inutilità. Campa, nel frattempo, cavallo.
Piedi per terra e indicazioni concrete poche.
Il punto è che siamo di fronte all’evoluzione-involuzione di un problema strutturale dell’economia meridionale italiana.
Solo una particolare contingenza storica fa si che da una ventina d’anni, nel Mezzogiorno, moltissimi braccianti siano stranieri. In un passato non lontano erano meridionali nella quasi totalità e ancor oggi lo sono forse in maggioranza (moltissime le donne).
Anche loro comprano pelati da Eurospin o da Lidl, immagino, non potendosi permettere due euro a barattolo di altre marche.
Una campagna organizzata di protesta dei consumatori, anche nella forma dell’invito a cercare alternative commerciali (locali, per esempio: in Sardegna, Antonella, Casar, qualcun altro, sostengono di utilizzare solo pomodoro sardo), o comunque a sollecitare modalità più “etiche” di produrre e di commercializzare, si può giudicare ingenua, forse, ma non ne andrebbero svalutati a priori valore ed effetti.
Quanto al resto, si, più ispezioni, più ispettori del lavoro, più rigore nell’applicazione della legge contro il caporalato. Ma non saranno misure risolutive.
Il punto è che si è creato un equivoco quando si è ritenuto che l’intervento normativo e amministrativo nazionale in agricoltura non fosse più necessario in quanto la materia è divenuta di assorbente competenza comunitaria.
A parte che proprio alcuni indirizzi comunitari calibrati sulle economie agricole di grande scala (compresa quella del Nord Italia) andrebbero ripensati, c’è tutto un campo strutturale che è stato abbandonato, soprattutto al Sud.
Su certe realtà un tempo si promuovevano persino indagini parlamentari straordinarie.
E credo si dovrebbe riprendere in mano una politica specifica per l’agricoltura italiana, soprattutto meridionale.
L’intervento sulla struttura attuale della proprietà fondiaria, il controllo della forma assunta dalle imprese private di intermediazione del lavoro e del commercio dei prodotti, la politica salariale, la promozione della piccola impresa agricola, anche innovativa, il mantenimento di filiere tipiche e differenziate, l’infrastrutturazione rurale, anche tecnologica.
Tutto questo riequilibrerebbe l’intero comparto e i territori coinvolti e sicuramente contribuirebbe a modificare il rapporto tra impresa e lavoro e fra produzione e commercializzazione, forse senza precludere una moderazione dei prezzi dei prodotti venduti.
Altrimenti resterà tutto com’è.

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