Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Gabriella Lanero.

costat-logo-stef-p-c_2767845de-453f-4c68-be83-1aad0b71f8ac
lampadadialadmicromicro Con il contributo di Gabriella Lanero proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì scorso, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.

LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI, LAVORARE MEGLIO NELLA SCUOLA
La scuola, pietra di volta
di Gabriella Lanero
La Scuola, terzo tema del convegno, ricorrente in più interventi, è definita nell’introduzione di Fernando Codonesu “pietra di volta”.
Alla scuola è stato dedicato un incontro successivo al Convegno “Prima di tutto il lavoro e la scuola”, nel quale, a partire dalla considerazione che la riforma neoliberista della scuola, impostata dalla fine degli anni 90, ha portato alla negazione del modello costituzionale dell’istruzione che emancipa, ci si è interrogati sulla realtà, sui problemi e sulle prospettive in una Sardegna impoverita da emigrazione e disoccupazione giovanile e caratterizzata dal più alto tasso di abbandono scolastico.
Quando si parla di lavoro, di futuro dei giovani, di cittadinanza, di Costituzione, si chiama in causa la scuola, sia per demandarle sempre nuovi compiti, sia per denunciarne l’incapacità di farvi fronte.
I dati sui NEET, giovani non occupati, né in formazione, diplomati e laureati in alcune discipline, ma soprattutto senza un titolo di studio, richiamano l’allineamento delle competenze rispetto alle nuove richieste del mondo del lavoro, l’ orientamento alle scelte, ma si ricollegano soprattutto ai dati sulla dispersione.
I recenti dati OCSE di comparazione dei sistemi scolastici, nel rapporto Education at a glance, pubblicato nel giugno 2018, fanno parlare in Italia di “ascensore sociale bloccato”, perché è evidente quanto i risultati scolastici, i livelli di studio raggiunti e il conseguente inserimento lavorativo siano determinati dalla condizione socioculturale e familiare.
Il rapporto Tuttoscuola, (settembre 2018) sull’istruzione in Italia, curato dall’omonima rivista, è intitolato “La scuola colabrodo”. Il dato del quinquennio 2013-16/2017-18 conferma le differenze socio-economiche e culturali di famiglie e territori: ancora il 25% degli iscritti dal I al V anno della scuola secondaria di II° non ce la fa. La percentuale in Sardegna sale al 33%; negli istituti professionali al 32%.
Ai costi elevati di queste perdite si aggiungono le conseguenze sociali ed economiche.
Investire sulla scuola, è necessario, è opportuno, in che direzione ?
«L’output che va perso a causa di strategie o pratiche scarse nell’istruzione lascia molti Paesi in quello che equivale a uno stato permanente di recessione, che può essere più grave e profonda di quella che ha avuto origine dalla crisi finanziaria», sottolineava Andreas Schleicher, direttore del dipartimento Istruzione dell’Ocse, nel rapporto 2016.
Investire sulla scuola è necessario per non ipotecare la crescita futura, per fronteggiare le trasformazioni economiche e culturali, per rispondere al dettato costituzionale dell’art. 3 e perché lo stato ha il dovere di promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro.

Investire sugli insegnanti, pietra di volta nella scuola
Il 5 ottobre è la giornata internazionale dell’insegnante, proclamata dall’Unesco dal 1993 con l’ obiettivo di suscitare riflessioni sul ruolo dei professionisti della formazione, sulle sfide che affrontano quotidianamente, sulle difficili condizioni di lavoro a cui sono spesso sottoposti.
Il tema del 2018 è “Diritto all’educazione significa diritto a un insegnante qualificato.”
Lo studio Ocse sottolinea che gli studenti resilienti (quelli che ce la fanno nonostante i condizionamenti dell’ambiente socio-economico) si trovano più spesso in scuole caratterizzate da un positivo clima relazionale, un solido sostegno da parte dei professori, un forte focus sull’apprendimento.
Il ruolo delle attività extra-curriculari offerte dagli istituti, delle dotazioni tecnologiche (oggetto dei finanziamenti dei PON) è minore di quanto si creda.
Quindi, per dare una vera chance a scuola anche ai ragazzi che partono meno fortunati, per “migliorare la qualità” della scuola, sarebbe opportuno investire sugli insegnanti.
Si parla di definire la formazione iniziale, di formazione continua e obbligatoria, di valorizzazione della funzione docente, di bonus premiale per il merito.
Meno si parla di intervenire sulle retribuzioni e sull’organizzazione del lavoro.

L’organizzazione del lavoro dei docenti
Nonostante le riforme realizzate a partire dagli anni 60, l’organizzazione del lavoro dei docenti nella scuola secondaria rimane ancorata al modello gentiliano dell’orario di cattedra (18 ore settimanali) cui si aggiungono per contratto le riunioni degli organi collegiali (80 ore annuali) e le attività funzionali o aggiuntive per tutti gli aspetti della progettazione didattica e curricolare, dell’inclusione, dell’innovazione (ore non quantificate e talvolta remunerate in modo irrisorio con fondi aggiuntivi). E’ invece su questa prestazione non quantificabile in un orario d’obbligo che si innesta la differenza di “qualità” e il cosiddetto “miglioramento” dell’istituzione scolastica.

Il regime dei tagli, in atto dal 2008 prevede riduzione del personale e maggiori carichi di lavoro
Riduzione orario settimanale scolastico e di alcune discipline, congelamento del tempo pieno e prolungato; aumento del numero di alunni per classe, assegnazione di un maggior numero di classi, saturazione delle cattedre: queste le misure perla spending review, con poco riguardo se un docente dovesse curare l’apprendimento di più di duecento alunni facendo lezione in nove classi per due ore alla settimana.
I tagli hanno comportato blocco delle assunzioni, improvvisa perdita di sbocco lavorativo per molti laureati, aumento del numero dei precari e ricorso ripetuto ai contratti a tempo determinato.
Gli interventi degli ultimi quattro anni non hanno modificato questa situazione. Una sentenza della Corte di Giustizia europea, che comminò una multa per abuso del precariato nella scuola, ha reso obbligatoria l’assunzione dei docenti precari che sono entrati a costituire l’organico dell’autonomia, disponibile per progetti di potenziamento, sostituzione di assenti o di colleghi impegnati in compiti organizzativi e supporto al DS, senza che si trasformasse il modello di organizzazione.
In Sardegna il POR FSE Tutti a Iscol@ interviene contro la dispersione: nelle scuole sono stati costituiti laboratori di competenze digitali, laboratori artistici, laboratori di recupero di italiano e matematica, per i quali è possibile assumere a contratto esperti esterni e docenti. C’è forte risposta quando una scuola fa i bandi, il che dimostra la necessità di occupazione, ma è un reddito limitato e soprattutto non vi è reale ed efficace inserimento di queste “risorse umane” nella struttura e nell’ambiente della scuola.

Lavorare meno, lavorare tutti, lavorare meglio nella scuola
Negli anni dal 1985 al 1990 fu realizzata nella scuola elementare una sperimentazione che portò alla legge 148 /1990, “Introduzione dei moduli nella scuola elementare”.
Il rischio di riduzione dei posti di lavoro, per la diminuzione degli alunni e delle classi in seguito al decremento delle nascite, fu fronteggiato allora con un cambiamento del modello organizzativo: in luogo di un docente unico nella classe per tutto l’orario di 24 ore, si inserivano tre docenti su due classi, con aumento del tempo-scuola per gli alunni, possibilità di compresenza in classe e un orario comprensivo di due ore da impegnare in attività di programmazione didattica con i colleghi.
Questo provvedimento faceva seguito all’introduzione del tempo pieno nel 1971, della collegialità e del rinnovamento previsti nei decreti delegati del ’74, dei nuovi programmi per la scuola dell’obbligo adottati nel ‘79 e nell’85. Si andava nel segno di una riforma complessiva della scuola, dopo l’istituzione della scuola media unica, dopo Don Milani, quando ci si rese conto che non bastava attuare l’art. 34 della Costituzione, aprendo l’accesso a tutti e rendendo obbligatoria la scuola per otto anni.
La scuola media ancora basata sul modello trasmissivo e autoritario dell’insegnamento disciplinare, respingente e fortemente selettiva, non si prendeva cura dei più deboli, non dava attuazione all’art. 3 , non rimuoveva gli ostacoli.
La trasformazione organizzativa dei moduli, il pluralismo e la pratica del confronto, della condivisione nelle due ore settimanali hanno consentito un’ importante crescita professionale dei docenti. La collaborazione ha dato vita a una scuola rinnovata, di forte impegno e passione. La scuola elementare ha prodotto notevoli risultati e si differenzia ancora oggi rispetto agli ordini successivi.
L’intento era di sviluppare il modello collaborativo anche nella scuola secondaria media e superiore, ma, a parte le compresenze previste nel tempo prolungato della scuola media e la sperimentazione in alcune scuole superiori, dove erano previste due ore settimanali da impegnare in attività comuni di ricerca metodologico-didattica, negli altri ordini di scuola , il modello dell’orario di lezione frontale non è mai stato superato.
La collegialità è ancora prevista in tutte le leggi, ma è puramente formale, si esplica nelle delibere dei consigli di classe e dei collegi, ma non è sostanziata da una reale condivisione e dalla collaborazione possibile solo se si prevedono momenti di lavoro comune.
Il confronto avviene soprattutto per libera iniziativa di pochi gruppi, in maniera informale privo di sistematicità, negli spazi liberi tra una lezione e l’altra, oppure a distanza nelle chat e nei network.
“L’attuale modello organizzativo scolastico non tiene conto del fondamentale ruolo dell’insegnante e dei grandi vantaggi che una reale cooperazione all’interno della comunità scolastica può apportare al miglioramento della società”.
Questo punto era ben colto nel Programma elettorale del Movimento 5 Stelle.
“Il Movimento 5 Stelle intende lavorare affinché la scuola primaria italiana torni ad essere un’eccellenza nel mondo. Le compresenze di docenti in classe e la programmazione in team andrebbero poi estese anche agli altri gradi scolastici, in modo da ampliare le opportunità formative e applicare modalità didattiche innovative, diverse dalla lezione frontale.
Un’offerta formativa di qualità deve promuovere anche l’interdisciplinarietà̀ e le lezioni in compresenza con più di un docente in classe, potenziando le esperienze nel reale da svolgere fuori la scuola, con progetti annuali e pluriennali di ricerca-azione che mirino a realizzare un miglioramento della realtà circostante. In questo modo, l’apprendimento sarà sempre più cooperativo e sinergico”
.

Verso l’implementazione di un modello collaborativo nella scuola secondaria.
Si potrebbe ripensare a una riduzione dell’orario di lezione frontale che lasci alcune ore a disposizione e da impegnare con gruppi di colleghi della stessa disciplina o della classe nella ricerca metodologico-didattica, nella progettazione di attività per l’apprendimento, per lo sviluppo e la valutazione delle competenze. Oltre l’ingresso di docenti più giovani in un organico stabile e realmente funzionale alle esigenze della scuola, più flessibile nell’articolazione del tempo e delle classi, consentirebbe la compresenza per la formazione dei nuovi docenti, la programmazione di interventi condivisi con i docenti di sostegno, così come previsto nella normativa.
Numerosi studi sull’organizzazione scolastica mostrano i vantaggi di questo modello per l’organizzazione e la qualità della scuola. Relazioni positive e sostegno dei colleghi aiutano a prevenire e contrastare il disagio lavorativo; il grado di collaborazione fra gli insegnanti migliora i risultati degli allievi, il clima relazionale positivo risulta più motivante e inclusivo. La comunità di pratiche, la collaborazione fra pari è considerata la formula più produttiva di formazione in servizio: per un docente entrare in un gruppo collaborativo significa diventare competente in termini di esperienza e nelle relazioni con gli altri.

Un lavoro collaborativo e creativo nella scuola del XXI secolo
L’approccio collaborativo nella scuola appare importantissimo se si pensa alla “conoscenza non più come apprendimento individuale fondato su regole e concetti che descrivono il mondo, ma risultato di un processo di costruzione collettivo, sociale”; a un’intelligenza connettiva basata sulle differenze di opinione, sulla connessione di reti di nodi specializzati e di fonti di informazione; allo sviluppo di competenze iperspecialistiche e trasversali per affrontare problemi complessi.
Massimo Lumini, nel suo intervento al convegno parla di “metodi per attrezzare le giovani generazioni a un possibile futuro”, team working e co-working sperimentati nei laboratori digitali del progetto “Tutti a Iscol@” condividendo “idee e soluzioni per imparare a superare conflitti e prevaricazioni e unire le forze per un progetto e un fine comune: predisposizione alla cooperazione e all’imprenditorialità, alla visione del lavoro come espressione di sé, di occasione di spendersi nel mondo, di fare la differenza”.
Si legge nel documento MIUR “Indicazioni nazionali e nuovi scenari” redatto nel 2018 dal Comitato scientifico nazionale per l’attuazione delle Indicazioni nazionali e il miglioramento continuo dell’insegnamento
“Un ambiente di apprendimento centrato sulla discussione, la comunicazione, il lavoro cooperativo, la contestualizzazione dei saperi nella realtà, al fine di migliorarla, l’empatia, la responsabilità offrono modelli virtuosi di convivenza e di esercizio della prosocialità.
Individuare e risolvere problemi, prendere decisioni, stabilire priorità, assumere iniziative, pianificare e progettare, agire in modo flessibile e creativo, fanno parte dello spirito di iniziativa e imprenditorialità. È evidente che tali competenze non possono essere sviluppate che in un contesto in cui si collabora, si ricerca, si sperimenta, si progetta e si lavora”
.
————-

4 Responses to Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Gabriella Lanero.

  1. […] I contributi già pubblicati: – Andrea Pubusa; – Luisa Sassu; – Gabriella Lanero; – Silvano […]

  2. […] contributi già pubblicati (in forma sintetica): – Andrea Pubusa; – Luisa Sassu; – Gabriella Lanero; – Silvano […]

  3. […] contributi già pubblicati (in forma sintetica): – Andrea Pubusa; – Luisa Sassu; – Gabriella Lanero; – Silvano Tagliagambe. – Gianfranco Sabattini. […]

  4. […] I contributi già pubblicati: – Andrea Pubusa; – Luisa Sassu; – Gabriella Lanero; – Silvano […]

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>