Reddito di cittadinanza? Nessuna innovazione rispetto al vigente Reddito di Inclusione senza efficienti centri per l’impiego

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Nuovi centri per l’impiego
di Fiorella Farinelli, su Rocca

Ancora non è chiaro se il reddito di cittadinanza sarà efficace. Se riuscirà soltanto – e allora per quanti e per quanto tempo – ad alleviare la povertà, o anche a far entrare in un lavoro regolare chi
l’ha perso o non l’ha mai avuto. Tra cui i troppi «scoraggiati» che il lavoro neanche lo cercano, dopo tante porte chiuse in faccia, e neppure sanno come imparare quello che potrebbe servire. Solo i giovani tra i 18 e i 29 anni fuori dal lavoro, dalla formazione, dalla ricerca attiva di un’occupazione (i cosiddetti Neet) sono oltre 2 milioni, il 24,1% a fronte del 13,4% della media europea. Più femmine che maschi, tanti senza diplomi o qualifiche, la quota più imponente addensata nel Mezzogiorno dove il lavoro è più scarso e più acuta la dispersione scolastica. Non è detto che i Neet siano sempre i più poveri, perché vale più per loro che per altri il cosiddetto «welfare familiare», ma questo numero, che stenta a diminuire nonostante la considerevole quantità di programmi ed incentivi varati negli anni, scotta in modo particolare.
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i cinquantenni
Ci sono poi gli oltre 4 milioni di più anziani che campano di lavoro nero, cassa integrazione, assegni di ricollocamento, indennità ed espedienti vari – molti hanno perso il lavoro negli anni più duri della crisi, molti hanno mestieri o competenze obsolete e poche possibilità di uscirne da soli. Difficile pensare che la somma tra il sostegno economico e un insieme di servizi di inserimento possa in questa situazione fare miracoli. Prima di tutto perché per contrastarla sarebbero indispensabili nuovi e strategici investimenti produttivi e tecnologici. Che invece in questa manovra di bilancio non ci sono, perché in un paese oppresso dal debito le risorse sono poche, e anche perché in chi ci governa non c’è un’adeguata cultura dello sviluppo e ci sono, invece, forti contrarietà perfino ai grandi lavori infrastrutturali più necessari.
E però è vero che a pesare, in moltissimi casi, ci sono anche condizioni soggettive che impediscono di cogliere anche il lavoro che c’è, o che si potrebbe inventare. Alcune hanno a che fare con la cattiva salute propria o dei familiari o con circostanze che limitano la possibilità di lavorare. Tra queste c’è, scandalosamente, perfino la maternità, visto che a lasciare il lavoro al secondo e talora perfino al primo figlio, col rischio altissimo di non poterci più rientrare, è una donna su tre, soprattutto se con titoli di studio bassi e con lavori di scarsa qualificazione.
Ma ci sono fragilità, in teoria più facili da superare, che sono fatte di altro. Di poca informazione sulle opportunità che ci sono, di non sapere come fare per acquisire le competenze e le esperienze professionali che potrebbero fare la differenza, di sfiducia che si possa migliorare. È questo il campo su cui dovrebbero intervenire i Centri per l’Impiego, in verità anche indipendentemente dal ruolo cruciale che dovrebbero avere per evitare che il reddito di cittadinanza si traduca in una misura solo assistenziale.

i centri per l’impiego
Dovrebbero essere infatti questi Centri, che hanno sostituito da un paio di decenni i vecchi Uffici di Collocamente, a prendere in carico i beneficiari del nuovo sostegno al reddito e ad avviarli al lavoro: offrendo loro, nel giro di pochi mesi, fino a tre successive possibilità di inserimento lavorativo (e a sanzionare, con la cessazione della concessione del reddito di cittadinanza, chi dovesse rifiutarle tutte). La loro funzione fondamentale, del resto, è quella di avvicinare, anzi «incrociare», la domanda e l’offerta, la richiesta di lavoratori con specifici profili professionali da parte del- le imprese e il bisogno di lavoro da parte di chi non ce l’ha. Non solo, perché con servizi appositi dovrebbero anche riconoscere e valorizzare le capacità, e sviluppare l’iniziativa personale e la ricerca «attiva» del lavoro.

rischio di assistenzialismo vecchia maniera
Si può fare? In Germania, Francia, Olanda ed altri paesi, i Centri funzionano. Nel senso che una parte consistente degli avvii al lavoro passa effettivamente da lì, e che sono numerose le «prese in carico» delle persone più deboli nel mercato del lavoro che approdano a soluzioni positive. Sono le politiche del lavoro cosidette «attive» che utilizzano le misure di sostegno economico non per assistere ma per promuovere. Per rimettere in pista, informando, orientando, formando, restituen- do fiducia in sé e nelle proprie capacità, accompagnando al lavoro fin dalla stesura dei curricoli e dai colloqui, le persone che ne hanno bisogno.
Ma da noi, si sa, i Centri non godono affatto di buona salute perché ad essere storicamente privilegiate sono state invece le politiche «passive», le indennità, gli assegni speciali, la cassa integrazione. I tamponi, non i rimedi. I risarcimenti, non gli strumenti per andare avanti. Diventa tutto più chiaro se solo si guarda a come è distribuita la spesa pubblica per le politiche del lavoro. Negli ultimi anni, fatto 100 il totale, il 23,8% è andato agli incentivi alle imprese che assumono, il 73,9% a politiche «passive» cioè ad assegni di sostegno al reddito, solo il 2,3% ai servizi per l’occupazione. Impietoso il confronto con altri paesi. Se nel 2015 in Italia sono stati 750 i milioni di Euro stanziati per i Centri per l’Impiego, la Germania ha speso 11 miliardi e la Francia 5,5. Se da noi il personale dei Centri non raggiunge gli 8.000 (un migliaio i precari, spesso i più professionalizzati), in Germania sono dieci volte di più.
Si può invertire la tendenza? È in questa direzione che ci si vuole muovere anche in Italia o quello che sembra all’ordine del giorno – i 9 o forse più miliardi per il reddito di cittadinanza e i 2 su due anni per i Centri per l’impiego – segnalano che la direzione è ancora una volta un’altra? E quanto tempo ci vuole, comunque, per riformarli? Con una disinvoltura pari a quel- la con cui dai balconi si annuncia ora la fine del precariato e il giorno dopo quella della povertà, il governo assicura che saranno sufficienti 4-5 mesi. Quanto basta, insomma, per far partire insieme il reddito di cittadinanza, che dovrebbe decollare nell’aprile 2019, e Centri capaci di proporre opportunità di lavoro, formazione, le 8 ore settimanali di lavori socialmente utili e quant’altro. È evidente il rischio, molto concreto, di un assistenzialismo vecchia maniera, e di elargizioni utili soprattutto al consenso elettorale.
vecchi e irrisolti problemi
I Centri per l’impiego, in Italia, sono 501. Già oggi gestiscono il diritto ad assegni, indennità, reddito di inclusione, e «prese in carico» che dovrebbero sfociare in tirocini ed assunzioni. Già oggi hanno come primo compito l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro e la formazione per l’«occupabilità». Ma il problema sta nel fatto che gran parte del lavoro non passa da qui (solo il 3-4% del totale assunzioni). A mancare sono soprattutto le richieste da parte delle imprese che spesso preferisco- no affidare la ricerca dei profili professionali di cui hanno bisogno ad altri canali. Il tam tam delle raccomandazioni, intanto, sempre utile allo scambio di favori, ma soprattutto le agenzie dell’interinale, i centri privati, i «cacciatori di teste» che, a pagamento, sono o sembrano più in grado di fornire proprio chi si sta cercando. Di chi è la responsabilità di quest’andazzo? In parte delle imprese stesse, specie delle piccole, che hanno quasi sempre culture organizzative e pratiche gestionali conservative, poco in linea con le trasfor- mazioni di questi anni. Ma un peso importante ce l’hanno anche la diffusa incapacità dei Centri di fornire alle imprese qualcosa di diverso da elenchi generici di persone che cercano lavoro; le procedure burocratiche che allungano i tempi; le inefficienze dovute all’impossibilità di scam- bio delle informazioni sulla domanda e sull’offerta di lavoro perché troppo spesso sono diversi i criteri di catalogazione di ciò che si richiede e di ciò che si offre. Vecchi e irrisolti problemi che hanno a che fare anche con la confusione di competenze tra Stato e Regioni – quella confusione che si doveva superare con il referendum costituzionale, se non fosse finita come sappiamo – nonché con il fatto che i Centri per l’Impiego, inizialmente di competenza delle Province, con la loro cancellazione sono dovuti transitare sotto l’ombrello delle Regioni. Tutto ciò complica, rallenta, appesantisce. E le imprese non ci stanno. Così a passare per i Centri per l’Impiego sono soprattutto richieste che vengono dalle cooperative del Terzo settore, da Enti pubblici, dalle famiglie. Poca cosa, purtroppo.

quando mancano le competenze giuste
La verità è che ad eccezione di realtà particolarmente curate da Regioni e Province Autonome i rapporti tra i Centri per l’Impiego e le imprese sono difficili. Se le piccole aziende pur appartenenti agli stessi distretti produttivi sono scarsamente disponibili ad esprimere una domanda di lavoro aggregata e trasparente per competenze e profili professionali cui indirizzare la ricerca di lavoro e, prima ancora, la formazione, anche dentro i Centri mancano spesso le competenze giuste. Sia per analizzare i fabbisogni professionali delle imprese che per «profilare» in modo adeguato le competenze di chi cerca lavoro. Non è facile rappresentare in modo com- piuto ed adeguato quello che sa e sa fare una persona, tenendo conto non solo dei titoli di studio e delle esperienze di lavoro continuative e strutturate ma anche di quello che ha imparato nel passaggio da un lavoro all’altro, nel secondo lavoro, nel tempo libero, nel volontariato, nel servi- zio civile, nel lavoro familiare e domestico. Gli interessi, le attitudini, il senso di responsabilità, l’affidabilità, il potenziale di sviluppo dei singoli. Ancora meno facile, anche in termini deontologici, è scegliere da un elenco chi, per competenze, esperienze, attitudini è il più adatto a quella particolare azienda, a quel posto di lavoro, a quelle prestazioni. La discrezionalità sapiente, che è tutt’altra cosa dal favoritismo o dal clientelismo, è difficile da praticare quando si tratti di un bene vitale come il lavoro, e tanto più in un ente pubblico regolato da norme che obbligano al rispetto delle pari opportunità, e dei diritti uguali per tutti. Ma è invece proprio la capacità di restringere al massimo la rosa dei can- didati, e quindi di alleggerire il lavoro di selezione delle direzioni del personale, che può rendere attrattivo per le imprese il ricorso a un Centro per l’Impiego. Quante norme e regolamenti vanno cambiati, e in quanto tempo, per avvicinare il funzionamento dei Centri a ciò che sarebbe più utile per convincere le imprese a ricorrere ai loro servizi?
Non basta. C’è bisogno di colmare le insufficienze dei sistemi informatici, di innalzare la qualità degli ambienti in cui si svolgono i colloqui o si fa ricerca attiva delle opportunità, di sviluppare il rapporto con i sistemi di istruzione e formazione. E, più in generale, di attrezzare la formazione professionale regionale per offrire percorsi di qualificazione e riqualificazione brevi, flessibili, diffusi sul territorio, accessibili. Al centro, un forte incremento degli organici, con l’ingresso di orientatori e di figure specialistiche assolutamente necessarie. Ma è di sicuro un programma troppo complesso e troppo lungo per chi abbia in mente di passare il prima possibile all’incasso del consenso politico ed elettorale.
Fiorella Farinelli

ROCCA 15 NOVEMBRE 2018

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