Risultato della ricerca: Azuni

Ricordando Peppino Ledda

peppino-leddaIl 9 luglio scorso è morto Peppino Ledda, l’amico nostro di sempre. Ci saranno molte occasioni per ricordarlo e ulteriormente onorarne la memoria. Oggi, a due mesi dalla sua dipartita, lo facciamo pubblicando il ricordo affettuoso e commovente che del nostro amico fece Gianni Loy nella messa del trigesimo, nella chiesa parrocchiale di Sant’Anna. Ci concediamo questo ricordo, nonostante Peppino non amasse nostalgie e rimpianti, ritenendo giusto abbandonarci per un attimo alla sua funzione bella e consolatoria.
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Peppino
L’ho incontrato per la prima volta proprio qui accanto, in via Sant’Efisio, nello spiazzo antistante l’ingresso secondario della chiesa. Avremmo avuto 7 o 8 anni. Era pallido, bianco, lungo. Diverso da noi, che il sole di generazioni ci aveva reso scuri di pelle e, d’estate, color nero-tunisino. Ci siamo incrociati per via delle fiamme, verdi o rosse che fossero. La prima volta, mi sembra di ricordare, proprio in attesa che incominciasse la riunione delle Fiamme, mi pare affidati alla sig.na Trincas. E poi, la sua carta d’identità recitava che veniva da Orbetello, che, per noi, non solo era più lontana di Pirri e di Pauli, ma addirittura si trovava oltre il mare, esotica, lontana.

Allora, ancora non sapevo che sarebbe diventato il mio primo e migliore amico, almeno per tutto l’arco più esaltante della vita, quello che attraversa tutta l’adolescenza e si inoltra nella giovinezza.
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Contus de Stampaxi. Sa conca tostada de Mussolini

b1725a53-668b-431a-a58a-1f97af7152b5ape-innovativaNome e cognome non li ho mai saputi, in quartiere lo chiamavamo tutti Mussolini per l’impressionante somiglianza al duce, ma solo per il faccione, piantato sul collo taurino di un sottodimensionato corpo tozzo e nerboruto. Contrariamente al defunto originale che gli stampacini non amavano più da quando era finito male*, il nostro era rispettato e ben voluto, perché persona seria e servizievole più che un gran lavoratore. Il suo mestiere all’epoca del nostro racconto? Fattorino fac totum e soprattutto distributore di bombole di gas a domicilio presso un negozio di via Santa Margherita (parleremo dopo della proprietaria) che vendeva anche cucine, mobili e materassi in gomma. Di questi ultimi, a dire il vero, ben pochi, perché gli stampacini si ostinavano a preferire quelli di crine, che un abile “mantalaferi” rifaceva come nuovi dietro modesto compenso. Ma torniamo a Mussolini e al suo lavoro di consegna delle bombole che trasportava su un apposito triciclo. (segue)

Festa Patronale Stampacina di Sant’Anna 2018

sant'anna oggi 26 7 16Dal 17 luglio 2018 ore 19:00 al 26 luglio 2018 ore 23:30
Festa Patronale Stampacina di Sant’Anna

Festa Patronale di Sant’Anna 2018.

Dal 17 al 26 luglio 2018 si terrà la Festa Patronale Stampacina di Sant’Anna. Una bella iniziativa resa possibile dalla collegiata di Sant’Anna in coabitazione con l’Arciconfraternita del Gonfalone, l’Associazione BalluTundu Karalis, l’Associazione Religiosa Miliziani di Sant’Efisio, la Congregazione degli Artieri, la Società Sant’Anna e Sardegna Sotterranea.

Di seguito il calendario e il programma completo:

Addio al nostro amico Peppino Ledda

img_6956lutto E’ morto questo pomeriggio il nostro carissimo e fraterno amico, di sempre, Peppino Ledda. Alla moglie Giovanna, alla figlia Luciana, al fratello mons. Mario e a tutti i suoi cari e agli amici dovunque si trovino, le nostre sentite condoglianze e l’affettuosa vicinanza nel momento di infinita tristezza perché Peppino non è più con noi.
I funerali domani martedì 10 luglio alle ore 16 nella Chiesa parrocchiale di Sant’Anna, Stampace, in via Azuni.
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Materiali per il Convegno CoStat-Anpi-Cidi “Prima di tutto il Lavoro e la Scuola” di oggi martedì 13 marzo 2018

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La scuola fabbrica di disoccupati di Fiorella Farinelli, su Rocca.
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Prima di tutto il Lavoro e la Scuola

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La scuola fabbrica di disoccupati
di Fiorella Farinelli, su Rocca

Qualsiasi governo avremo dopo il 4 marzo, dovrà occuparsi delle persistenti difficoltà di inserimento lavorativo dei neodiplomati – una parte molto grande della coorte annuale dei 19-20enni che non proseguono gli studi – e delle misure da adottare. Di sicuro misure tampone, come nelle politiche più recenti, ma augurabilmente anche strategiche, che sappiano guardare più in là della punta del naso.
Il lavoro, il futuro dei figli è tra le maggiori preoccupazioni delle famiglie italiane. È un problema che pressa da vicino anche le scuole e parte delle imprese. Che condiziona molto del presente e del futuro economico e sociale del Paese. Ma con la campagna elettorale, la più confusa ed insulsa che sia dato ricordare, non si sono fatti passi avanti. Nessuna analisi nuova, dopo la modestia di risultati delle politiche degli ultimi anni, nessun indirizzo programmatico convincente, nessuna convergenza interessante.
Come si uscirà dal disastro di una disoccupazione/sottoccupazione giovanile che costringe per anni in panchina anche chi consegue titoli professionali? Che tanto spesso obbliga a lavori non solo intermittenti ma per nulla coerenti con gli studi fatti? Che alimenta incessantemente il bacino di quelli che non studiano, non hanno un lavoro e neppure lo cercano?

le proposte LeU e Calenda
Tra gli attori in campo qualcuno in verità il tema l’ha toccato, ma senza bucare lo schermo. L’ha fatto, per esempio, Liberi e uguali, proponendo di azzerare le tariffe di iscrizione all’università per incoraggiare a studi post-diploma anche i figli dei ceti più deboli che, dall’inizio della crisi, hanno maturato un maggiore disinteresse a investire sull’istruzione di livello alto, provando invece a entrare da subito nel mondo del lavoro.
Un approccio diverso – più orientato a mettere al centro le sfide dell’evoluzione tecnologica – ha avuto invece il ministro allo sviluppo Calenda che non ha perso occasioni per sostenere la necessità di aggredire le difficoltà di inserimento dei diplomati poco propensi ai lunghi anni di formazione accademica con l’offerta di un’alta formazione tecnologica, più breve e più ancorata al lavoro, fuori dell’università. Cioè nei percorsi biennali di «istruzione tecnica superiore» che, pur istituiti già nel 2008 dal governo Prodi, sono stati poi così poco finanziati da contare oggi solo la miserabile cifra di 8.000 iscritti (contro gli 800.000 dei percorsi analoghi che ci sono da tempo in Germania), e che – particolare non banale – assicurano il lavoro, un buon lavoro, e in tempi rapidi, a più dell’80% dei superdiplomati.
Se Pietro Grasso, insomma, in sintonia con il leader dei laburisti inglesi Corbyn, punta a un paese con più laureati (in Italia siamo largamente sotto la media europea) e a un sistema di istruzione più equo e meno classista, Calenda, che nell’ultima legge di bilancio ha piazzato un surplus di finanziamento per gli Istituti Tecnici Superiori (10 milioni per il 2018,20 per il 2019, 35 a partire dal 2020), punta sì anche lui a un più diffuso proseguimento degli studi dopo il diploma, ma strettamente mirato allo sviluppo delle competenze necessarie per sostenere «Industria4.0», il piano di sviluppo dell’impresa ad altissimo contenuto tecnologico. Scommessa decisiva per un paese manifatturiero come il nostro, e orientato in una sua parte importante all’esportazione.

Ma le due proposte, che pure hanno punti di contatto, non si sono incrociate in confronti costruttivi. Ovvio, si dirà, considerata la distanza politica, e la competizione elettorale, tra Liberi e Uguali e un ministro del governo Gentiloni. Assai meno ovvio, invece, se si guarda al merito e all’importanza delle questioni. Ma ancora più grave è che entrambe le posizioni sono state inesorabilmente oscurate dal polverone provocato da un lato dal proclama tutto ideologico di un impraticabile reddito universalistico di cittadinanza che dà per scontata l’impossibilità di contrastare la «distruzione tecnologica del lavoro», dall’altro dalla replica delle solite ricettine congiunturali, quelle degli incentivi a termine alle imprese per l’assunzione dei più giovani. Per non parlare dell’idea geniale di affidare l’incremento dell’occupazione giovanile soprattutto all’abolizione dell’allungamento dell’età dei pensionamenti voluto dalla legge Fornero, come se non fosse sotto gli occhi di tutti che non sono più tempi di turn over lineari e automatici, neppure in una pubblica amministrazione pigra, conservativa, attenta al «consenso» come la nostra.

nuovi paradigmi educativi
E intanto incombe, con lo sviluppo della robotizzazione, una drastica diminuzione dei lavori esecutivi a bassa qualificazione. E la certezza, comunque, che molte delle professionalità cui sono indirizzati i curricoli attuali della scuola e anche dell’università, di qui a qualche anno non ci saranno più, o saranno profondamente trasformate. Che fare? Comincia ad essere evidente che l’elemento di forza, per le persone e per le imprese, sarà sempre di più nella capacità di creare nuove macchine, di ideare nuovi prodotti e servizi per i mercati dei paesi emergenti, quindi di disporre dei livelli culturali e delle competenze in grado di contaminare diversi saperi, e della possibilità di saper apprendere anche dopo la scuola, autonomamente e continuamente. Si chiama lifelonglearning/apprendimento permanente lungo tutto il corso della vita, e anche su questo siamo terribilmente indietro. Per tutto ciò, e per molti altri motivi, un’istruzione che si fermi al conseguimento del diploma non può bastare.
Ma oggi, a mostrare la corda, sono anche i tradizionali paradigmi educativi. C’è, certo, nella scuola italiana la nuova scommessa dell’alternanza scuola-lavoro. Ma tamponare, anche lì, non basta. Ed è addirittura sconcertante che, a fronte di una licealizzazione crescente della secondaria superiore (i liceali sono ormai il 54% degli iscritti) e di un corrispondente calo di attrattiva dei professionali e dei tecnici, il Miur non sia capace che di omeopatici ritocchi che non cambiano la sostanza delle cose.

diplomati e inserimento lavorativo
Non è un dettaglio, insomma, l’elaborazione di politiche strategiche per risolvere le difficoltà di inserimento lavorativo di tanti dei nostri diplomati. I numeri ci dicono che si tratta principalmente dei diplomati del comparto tecnico-professionale, visto che a proseguire all’università è solo il 30% di loro, contro l’80% e oltre dei diplomati liceali.
Delle correlazioni tra liceali e ceti sociali più forti – e, viceversa, tra tecnici/professionali e ceti sociali più deboli – sappiamo tutto da tempo, così come del profilo sempre più classista del nostro sistema di istruzione secondaria superiore, ma cosa succede quando il 70% di questi ultimi si presenta nel mercato del lavoro?
I dati più aggiornati vengono da una recente indagine, la prima di tipo censuario, svolta dalla Fondazione Agnelli con l’Università Bocconi di Milano e presentata qualche giorno fa al Miur (1), ma anch’essa del tutto oscurata dal turbinoso magma della campagna elettorale.
Che cosa ci dicono questi dati? Che nei primi due anni post-diploma non più del 28% dei neodiplomati non iscritti all’università ha lavorato per più di 6 mesi, mentre il 14,7% ha svolto solo lavori saltuari e frammentati. Nel 27,4% dei casi, poi, la situazione è quella, disperante, dei Neet, né lavoro né studio. Non solo, a due anni di distanza da queste prime inquietanti performances, solo 1 su 3 degli occupati svolge un lavoro coerente con gli studi fatti, la metà abbondante (51,3%) deve accontentarsi di un lavoro qualsiasi, accessibile anche con maturità di tipo diverso, o con studi di livello inferiore. Un quadro che resta preoccupante – anche se una parte tutt’altro che insignificante prima o poi ce la fa a entrare in un’occupazione stabile – in cui si riscontrano anche svantaggi relativi delle ragazze, dei neodiplomati più «vecchi» per bocciature e ritardi scolastici, dei nati in paesi diversi dall’Italia. E le solite differenze tra Nord e Sud. Poco o niente, invece, conta il voto di maturità, a cui invece guardano con immutata passione le scuole e le famiglie. Evidentemente le differenze di valutazione scolastica tra territori e scuole sono troppo grandi, e troppo note, perché i datori di lavoro di oggi ne facciano gran conto.

cecità imprenditoriale
A sembrare indifferenti a questi dati, a una scuola «fabbrica di disoccupati», non sono comunque solo le forze politiche impegnate in tutt’altri duelli. Anche all’interno delle associazioni imprenditoriali c’è ancora chi, invece che puntare – anche in proprio – a costruire opportunità di alta formazione professionale per i giovani, a partire dalla formazione continua per i propri addetti, entra nell’arena incoraggiando i giovani a fermarsi in livelli di studio medio-bassi. Lo ha fatto, recentemente e con una lettera aperta alle famiglie in occasione della scadenza delle iscrizioni scolastiche, la Confindustria di Cuneo, un’area produttiva in cui l’anno scorso ci sono state effettivamente molte nuove assunzioni di giovani operai e tecnici specializzati. E in cui c’è stata anche qualche difficoltà di reperimento di forza lavoro, o per preparazione professionale inadeguata o per indisponibilità dei giovani a lavori pesanti e mal retribuiti.
Ci sono anche queste contraddizioni, ovviamente, nell’inefficiente sistema di incrocio domanda-offerta di lavoro che c’è in Italia, e nella nostra scadente offerta di formazione professionale regionale, contraddizioni che pendono da anni e che si dovrebbero prima o poi risolvere.

oltre alle convenienze immediate
Ma non è solo dalla specificità dell’uno o dell’altro distretto industriale che si deve partire per affrontare il problema. E, tan- to meno, per sostenere che di laureati ne abbiamo fin troppi, e che l’istruzione e la formazione secondaria devono essere declinate, per assicurare un lavoro, solo sulle specifiche prestazioni professionali che servono in questo preciso momento. Chi oggi si è iscritto a un istituto tecnico o professionale, si troverà, da neodiplomato, di fronte a un mondo del lavoro diverso da quello di oggi, ad applicazioni tecnologiche oggi largamente impensabili, alla richiesta di competenze non previste dai curricoli attuali. In questione, ci sono le scuole (e in altri comparti le università), ma ci sono evidentemente anche le imprese. Non tutte orientate al futuro, non tutte lungimiranti, non tutte capaci di guardare oltre alle convenienze immediate. Cosa saranno, da qui a 10 o 15 anni, quelle che oggi preferiscono lavoratori con competenze modeste e che si augurano giovani non «troppo» formati, retribuibili con salari a dir poco modesti? O meglio, cosa pensano di voler diventare da qui ad allora? Se vogliono stare al passo con le tecnologie, espandersi in mercati nuovi, sviluppare prodotti innovativi, dovranno investire in manodopera molto qualificata, di alto livello formativo, che ne sa di più e che può imparare di più di quello che serve oggi per specifiche prestazioni. La partita, insomma, è più grande di quanto possa a prima vista sembrare. E le scorciatoie non ci sono per nessuno, governi, forze politiche, imprese, famiglie.
Fiorella Farinelli
Nota
(1) La transizione dei diplomati tecnici e professionali al mondo del lavoro, www.fga.it
rocca-6-2018
ROCCA
ISTRUZIONE E LAVORO
la scuola fabbrica di disoccupati
ROCCA n. 6, 15 MARZO 2018
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- La foto del giovane al telescopio, in testa all’articolo, è tratta dal sito web della Fondazione Agnelli.

Oggi mercoledì 7 dicembre 2016

Logo_Aladin_Pensieroaladin-lampada-di-aladinews312sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413
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No 7 dic 16OGGI HOSTEL MARINA, scalette San Sepolcro, dalle ore 17.30. Il Comitato per il NO di Cagliari invita tutti alla festa organizzata per condividere un momento molto positivo per il Paese che, a distanza di 10 anni da un analogo referendum, ha mostrato consapevolezza e attaccamento alla Costituzione e ai suoi valori e ha respinto in modo chiaro l’avventurismo oligarchico e accentratore. Ci ritroviamo senza tante formalità: ci saranno letture, musica, qualche brevissimo intervento di valutazione del voto di domenica, ma soprattutto la voglia di non perderci di vista e di dirci cosa possiamo e vogliamo fare per evitare che fra 10 anni si ripresenti qualcuno che voglia scaricare sulla Costituzione il peso della sua incapacità o dei suoi fini differenti da quelli dichiarati, producendo tra l’altro dolorose lacerazioni nel Paese, intralci all’attività del parlamento e del Governo e anche sperpero di risorse che potrebbero essere destinate a fini ben più urgenti e nobili. La pagina fb dell’evento.
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locandina-kollegium 7 dic 2016Oggi, mercoledì 7 dicembre alle 20, presso la Chiesa di Sant’Anna a Cagliari si terrà un concerto di beneficenza, i cui proventi andranno a favore delle popolazioni terremotate. Il programma.
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Associazione Culturale Stampaxi . Attività anno sociale 2016 (dalla fondazione)

Stampace Pano1
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Costituzione e dati amministrativi
Codice fiscale dell’Associazione Culturale STAMPAXI 92234900923 (data formale costituzione 17 marzo 2016 – sede via Azuni, 46, 09124 Cagliari)
Organi
Franco Meloni (presidente), Gianni Loy (vice presidente), Gianni Ruggeri (segretario-tesoriere), Salvatore Cubeddu, Aldo Lino, Roberto Paracchini, Emanuele Pes, Oreste Pili (consiglieri)

Statuto
- Le finalità.
Articolo 1
E’ costituita l’Associazione culturale “STAMPAXI”
Articolo 2
L’Associazione ha sede in Cagliari, alla Via Azuni civico 46.
Articolo 3
L’Associazione non ha fini di lucro.
L’associazione è costituita con lo scopo di valorizzare la storia, la cultura, le tradizioni, le persone, dello storico quartiere di Stampace, quale parte della città di Cagliari e della Sardegna tutta, anche con la finalità di tramettere alle nuove generazioni le conoscenze ed i valori di quella storia che siano suscettibili di arricchire la comunità e contribuire al suo progresso.
Per la stessa finalità, l’Associazione promuove la valorizzazione delle comunità locali, della loro cultura identitaria e del confronto tra esse, con particolare riferimento agli altri quartieri cagliaritani, ai paesi della Sardegna e alle nazionalità ivi immigrate.
Al fine del raggiungimento dello scopo sociale, l’Associazione potrà svolgere attività culturali, anche in collaborazione con enti pubblici e privati ed in particolare:
- la promozione di eventi culturali, come l’allestimento di mostre, conferenze, visite guidate, dibattiti, seminari, convegni, proiezioni di film e documentari, rappresentazioni teatrali concerti;
- la promozione e la partecipazione progetti e partnership, anche a livello internazionale, nel campo della musica, dello spettacolo, dello sport;
- la gestione di centri di documentazione, archivi, banche dati;
- lo svolgimento di attività di formazione e di aggiornamento:
- lo svolgimento di attività di fund raising finalizzate alla realizzazione di iniziative rientranti nello scopo sociale;
- la pubblicazione di collane editoriali ed altre opere audiovisive;
- la promozione e la realizzazione di studi e ricerche i tutti i campi attinenti agli scopi statutari;
- realizzare iniziative finalizzate alla integrazione dei soggetti svantaggiati per provenienza geografica, handicap, emarginazione sociale, emarginazione economica e sociale.
- L’Associazione promuove la lettura e gestisce la Biblioteca identitaria “Raimondo Carta Raspi” presso la propria sede.
Per lo svolgimento delle proprie attività, l’associazione può ricevere contributi da enti pubblici e privati, nonché partecipare a tutti i bandi e selezioni pubbliche e private aventi ad oggetto attività rientranti nelle finalità sociale. (…)
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L’Opera Lirica è solo per i ricchi… ed altre sciocchezze del genere

Stemma Stampace libro Toniolologo Amigos Opera Santiago CompostelaGianni Loy
presenta
José María Miranda Boto
professore nell’Università di Santiago de Compostela
Segretario dell’Associazione “Amici dell’Opera di Santiago de Compostela”
che intratterrà l’uditorio sul tema:
L’Opera Lirica è solo per i ricchi…
ed altre sciocchezze del genere.

L’evento è programmato per oggi sabato 23 aprile 2016, alle ore 18.30, nei locali della neo costituita Associazione culturale “STAMPAXI”, in via Azuni n. 46.
L’ingresso è libero. Si consiglia di segnalare la partecipazione sulla pagina fb dell’evento.

L’Opera Lirica è solo per i ricchi?

Stemma Stampace libro Toniolologo Amigos Opera Santiago CompostelaGianni Loy
presenta
José María Miranda Boto
professore nell’Università di Santiago de Compostela
Segretario dell’Associazione “Amici dell’Opera di Santiago de Compostela”
che intratterrà l’uditorio sul tema:
L’Opera Lirica è solo per i ricchi…
ed altre sciocchezze del genere.

L’evento è programmato per il giorno sabato 23 aprile 2016, alle ore 18.30, nei locali della neo costituita Associazione culturale “STAMPAXI”, in via Azuni n. 46.
L’ingresso è libero. Si consiglia di segnalare la partecipazione sulla pagina fb dell’evento.

Con “Racconti di fabbriche” si avvia l’attività dell’associazione culturale Stampaxi

Stemma Stampace libro TonioloAssociazione Culturale Stampaxi Via Azuni, 46 – Cagliari
“Racconti di fabbriche” è il titolo della presentazione-incontro dell’associazione culturale “Stampaxi”, costituita nei giorni scorsi a Cagliari nel quartiere di Stampace. L’evento si svolgerà sabato 16 aprile alle ore 18 in via Fara 19. Quattro studiosi illustreranno brevemente la storia di altrettanti edifici che hanno segnato spartiacque importanti nella vita di Cagliari e di Stampace: Antioco Piseddu racconterà Sant’Anna (costruita nel 1817), Aldo Lino San Giovanni di Dio (1848), Franco Masala il Palazzo Comunale (1907) e Paolo Sanjust il Palazzo del Banco di Roma (1955).
“Racconti di fabbriche” in quanto la storia di una città e di un quartiere è “fabbricata” giorno dopo giorno e anno dopo anno soprattutto dal vivere sociale dei suoi abitanti all’interno dei luoghi che declinano il suo essere comunità e che di questa rappresentano momenti importanti; e che oggi parlano sia del passato, che del presente e del futuro. Da qui la scelta dei quattro edifici citati per la presentazione di Stampaxi, un’associazione culturale nata da un gruppo di persone (da operatori nel sociale a docenti universitari, da architetti a imprenditori, da giornalisti a commercianti) con la volontà di promuovere la valorizzazione storico culturale di Stampace e delle altre comunità locali e della loro cultura identitaria e del confronto tra esse, con particolare riferimento agli altri quartieri cagliaritani, ai paesi della Sardegna e alle nazionalità ivi immigrate. Il tutto nella convinzione che la valorizzazione delle diverse identità culturali (Stampace in primo luogo) sia possibile solo attraverso il confronto, la conoscenza e la coltivazione delle differenze. Introduzioni di Franco Meloni, Salvatore Cubeddu, Gianni Ruggeri.
Per la comunicazione Roberto Paracchini
Il presidente Franco Meloni

Associazione Culturale Stampaxi. Pagina fb: https://www.facebook.com/stampaxi/

Mercoledì 13 aprile 2016

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Racconti di fabbriche a Stampace

santanna-oggi-26-7-16Associazione Culturale Stampaxi
Via Azuni, 46
Cagliari

“Racconti di fabbriche” è il titolo della presentazione-incontro dell’associazione culturale “Stampaxi”, costituita nei giorni scorsi a Cagliari nel quartiere di Stampace. L’evento si svolgerà sabato 16 aprile alle ore 18 in via Fara 19. Quattro studiosi illustreranno brevemente la storia di altrettanti edifici che hanno segnato spartiacque importanti nella vita di Cagliari e di Stampace: Antioco Piseddu racconterà Sant’Anna (costruita nel 1817), Aldo Lino San Giovanni di Dio (1848), Franco Masala il Palazzo Comunale (1907) e Paolo Sanjust il Palazzo del Banco di Roma (1955).
“Racconti di fabbriche” in quanto la storia di una città e di un quartiere è “fabbricata” giorno dopo giorno e anno dopo anno soprattutto dal vivere sociale dei suoi abitanti all’interno dei luoghi che declinano il suo essere comunità e che di questa rappresentano momenti importanti; e che oggi parlano sia del passato, che del presente e del futuro. Da qui la scelta dei quattro edifici citati per la presentazione di Stampaxi, un’associazione culturale nata da un gruppo di persone (da operatori nel sociale a docenti universitari, da architetti a imprenditori, da giornalisti a commercianti) con la volontà di promuovere la valorizzazione storico culturale di Stampace e delle altre comunità locali e della loro cultura identitaria e del confronto tra esse, con particolare riferimento agli altri quartieri cagliaritani, ai paesi della Sardegna e alle nazionalità ivi immigrate. Il tutto nella convinzione che la valorizzazione delle diverse identità culturali (Stampace in primo luogo) sia possibile solo attraverso il confronto, la conoscenza e la coltivazione delle differenze.
Per la comunicazione Roberto Paracchini
Il presidente Franco Meloni

Associazione Culturale Stampaxi. Pagina fb: https://www.facebook.com/stampaxi/

I SARDI e la SHOAH

shoah e i sardi
di Francesco Casula
Il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz. Per ricordare tale evento e per commemorare le vittime dell’Olocausto, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1º novembre 2005, ha istituito, il Giorno della Memoria, da celebrarsi, a livello internazionale ogni anno, proprio il 27 gennaio. Per la verità, il Parlamento italiano, dopo ben quattro anni di discussioni, aveva già istituito nel 2000 e per la stessa data, il Giorno della memoria.
E’ stata una decisione quanto mai opportuna: quel genocidio di milioni di esseri umani non può infatti finire nel dimenticatoio. Come fosse roba vecchia, da consegnare, sic et simpliciter, al passato. Occorre infatti sorvegliare attentamente la nostra memoria e non dimenticare. Anche perché quel passato orribile, non è del tutto passato. Proprio in questi ultimi anni infatti inquietanti e cupe nubi si addensano nei cieli europei con l’affermarsi di movimenti e Partiti intolleranti e xenofobi. Perché questi vengano sconfitti e liquidati, soprattutto i giovani devono studiare e conoscere la tragedia immane dell’Olocausto . Hanno perciò fatto bene molte scuole sarde ma anche alcune Amministrazioni locali a utilizzare il 27 gennaio scorso, al di fuori della ritualità, per discutere e approfondire quella tragedia. Io personalmente ho partecipato alla bella iniziativa intrapresa dalla Biblioteca del Comune di Bauladu, grazie anche alla lungimiranza e sensibilità del giovane sindaco, Delio Corriga, secondo il quale “non ci può essere crescita sociale senza conoscenza, per questo come amministrazione comunale sosteniamo fortemente le attività di carattere culturale come quella proposta dalla Biblioteca per la Giornata della Memoria”.
Ad essere internati nei lager e poi sterminati furono in particolare gli Ebrei: 6 milioni, dicono le cifre ufficiali, ma secondo altre fonti come il Museo dell’Olocausto di Washington, i morti sarebbero molti di più: dai 15 ai 20 milioni, uccisi nelle oltre 42mila strutture tra campi tedeschi e quelli creati dai regimi fantoccio europei, dalla Francia alla Romania: questo dato mi sembra spropositato, lo scrivo semplicemente come dato informativo.. A questi occorre aggiungere almeno altri 6 milioni costituiti da oppositori e dissidenti politici, omosessuali, disabili, Rom, Slavi. E persino da minoranze religiose come i testimoni di Geova, Pentecostali ecc. Di mezza Europa.
La Sardegna è una delle regioni che ha pagato un altissimo tributo di deportati, politici e militari:furono circa 12.000 mila i soldati sardi IMI (Internati militari italiani) rinchiusi nei lager, fra i 750-800 mila militari e civili fatti prigionieri dai nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’armistizio dell’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.
Sappiamo di questi militari come degli altri sardi internati solo grazie all’opera di volontariato di alcuni studiosi e storici che collaborano con l’ISSRA ( Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell’Autonomia) come Marina Moncelsi, presidente dell’Istasac (Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’età contemporanea della Sardegna Centrale) e di Aldo Borghesi che ha scritto vari saggi sui deportati sardi in Germania durante la seconda Guerra mondiale*.
Questi studiosi continuano la ricerca soprattutto attraverso lo spoglio dell’Archivio militare, dove i soldati hanno depositato i loro documenti, per ricostruire l’identità dei soldati sardi deportati nei campi di concentramento nazisti sparsi tra Germania, Austria e Polonia e scomparsi. A migliaia furono sepolti nelle fosse comuni o nella nuda terra dei lager. Nell’immediato dopoguerra, a causa delle enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, non fu possibile conoscerne la sorte e informare i familiari.

Ai 12.000 deportati sardi IMI occorre aggiungere circa 290 sardi, internati perché ebrei o dissidenti politici: fra i primi ricordo Elisa Fargion (nata a Cagliari nel 1981, arrestata a Ferrara nel 1944, deportata ad Auschwitz e uccisa nelle camere a gas); Vittoria Mariani (nata a Portotorres nel 1904, arrestata nel 1944 alla frontiera svizzera, liberata a Bergen Belsen); Zaira Coen-Righi (Nata a Mantova nel 1879, sposata con un ingegnere sardo, insegnante al Liceo “Azuni” di Sassari, estromessa dalla cattedra in seguito alle leggi razziali, trasferitasi a Firenze fu arrestata e portata a Fassoli e ad Auschwitz dove finì in camera a gas nel maggio 1944).
Per motivi politici un solo sardo risulta arrestato sul territorio isolano, gli altri cadono in mano tedesca in continente o all’estero.
Luogo di arresto:, la quota maggiore (circa 50) è costituita da detenuti del carcere militare di Peschiera, inviati in massa a Dachau il 22 settembre 1943, provenienze rilevanti anche da Milano, Genova e Trieste.
Luogo di nascita: per oltre il 50% dei casi sono delle province di Cagliari e Sassari .
Destinazione: non è univoca: ma soprattutto vengono portati a Mauthausen e Dora. A Bergen Belsen muoiono due sardi nel giugno 1944. Ad Auschwitz finiscono 5 sardi non ebrei.
Il triangolo rosso: designa gli oppositori del nazismo, i resistenti e in genere “i pericolosi per il Reich”.
Condizione professionale:circa la metà è composta da militari, fra i civili la maggior parte è composta da lavoratori dell’industria ma c’è manche un sacerdote, Don Mario Crovetti, nato a Sassari e arrestato in un paese emiliano dov’è parroco. E’ scomparso nel 2003, era il decano dei sacerdoti italiani reduci dai lager.
La ripartizione per età: vede un ovvio prevalere delle classi giovani (1910-1924) coinvolte nella guerra e nella resistenza, ma non mancano anziani e adolescenti (il più vecchio è del 1874 e il più giovane del 1928).
Il motivo della deportazione: ha una matrice comune e tutti vengono considerati “pericolosi per la sicurezza del reich” da eliminare con il lavoro forzato: partigiani, loro congiunti, collaboratori, soldati che si sono rifiutati di combattere per la Germania, civili presi nei rastrellamenti.
La sorte: fra i sardi, i sopravissuti sono oltre il 60%.
Luogo principale di morte: Mauthausen (tra i sottocampi 30 deceduti su oltre 60 deportati), forte la mortalità anche a Dora, Natzweiler e Neuengamme

*In modo particolare rimando
1. alla Grande Enciclopedia della Sardegna – Voce Deportazione, pagine. 386-389 (Edizioni La Biblioteca della Nuova Sardegna)
2. a L’antifascismo in Sardegna a cura di M.Brigaglia e altri, II volume, seconda edizione,(Consiglio Regionale della Sardegna-Edizioni della Torre, Cagliari 2008).
3. al Il libro dei deportati, vol. II, Mursia, 2010: contiene una serie di saggi sulla deportazione dall’Italia regione per regione: la parte sulla Sardegna è di Aldo Borghesi.

1. bis I Sardi deportati e internati per motivi razziali e politici1
Ai 12.000 deportati sardi IMI occorre aggiungere circa 290 sardi, tra politici ed ebrei. Qualche nome.

- Per motivi razziali
Studi recenti hanno accertato che la Sardegna – soprattutto alla fine del secolo XIX – ha ospitato funzionari, commercianti e imprenditori ebrei, oltre a intellettuali e docenti poi colpiti dai provvedimenti razziali del 1938. Si trovano dunque nominativi di deportati razziali nati nell’Isola o che con essa hanno avuto rapporti di elezione. I casi fin’ora noti sono:
ELISA FARGION
Nata a Cagliari nel 1981, arrestata a Ferrara nel 1944, deportata ad Auschwitz e uccisa nelle camere a gas.
VITTORIA MARIANI
Nata a Portotorres nel 1904, arrestata nel 1944 alla frontiera svizzera, liberata a Bergen Belsen. (Il campo di Bergen-Belsen era un campo di concentramento nazista situato nella bassa Sassonia, a sud-est della città di Bergen, vicino a Celle).
ZAIRA COEN RIGHI
Nata a Mantova nel 1879, sposata con un ingegnere sardo, insegnante al Liceo “Azuni” di Sassari, estromessa dalla cattedra in seguito alle leggi razziali, trasferitasi a Firenze fu arrestata e portata a Fassoli e ad Auschwitz dove finì in camera a gas nel maggio 1944.

- Per motivi politici
Un solo sardo risulta arrestato sul territorio isolano, gli altri cadono in mano tedesca in continente o all’estero.
Luogo di arresto:la quota maggiore (circa 50) è costituita da detenuti del carcere militare di Peschiera, inviati in massa a Dachau il 22 settembre 1943: provenienze rilevanti anche da Milano, Genova e Trieste.
Luogo di nascita: per oltre il 50% dei casi le province di Cagliari e Sassari (secondo la nuova ripartizione) con preponderanza della seconda: i nati fuori dall’Isola sono meno del 10%.
Destinazione: non è univoca: verso Mauthausen, Dora ecc:. Un terzo dei deportati sardi passa per dacia, un altro per i campi di Fossoli e Bolzano. I deportati vengono spostati secondo le esigenze produttive in base alle quali sono impiegati e prima della liberazione, mentre il fronte procede, si succedono brutali trasferimenti, verso i campi all’interno del Reich.
A Bergen Belsen muoiono due sardi nel giugno 1944. Ad Auschwitz finiscono 5 sardi non ebrei.
Il triangolo rosso: designa gli oppositori del nazismo, i resistenti e in genere “i pericolosi per il Reich”.
Esemplare la vicenda di LUIGI RIZZI, sassarese e allievo sottoufficiale.
Condizione professionale:circa la metà è composta da militari, fra i civili la maggior parte è composta da lavoratori dell’industria ma c’è manche un sacerdote,
DON MARIO CROVETTI, nato a Sassari e arrestato in un paese emiliano dov’è parroco. E’ scomparso nel 2003, era il decano dei sacerdoti italiani reduci dai lager.
La ripartizione per età: vede un ovvio prevalere delle classi giovani (1910-1924) coinvolte nella guerra e nella resistenza ma non mancano anziani e adolescenti (il più vecchio è del 1874 e il più giovane del 1928.

Il motivo della deportazione: ha una matrice comune e tutti vengono considerati “pericolosi per la sicurezza del reich” da eliminare con il lavoro forzato: partigiani, loro congiunti, collaboratori, soldati che si sono rifiutati di combattere per la Germania, civili presi nei rastrellamenti. Da Genova vanno a Dachao gli operai
GIOVANNINO e NATALE BIDDAU, padre e figlio originari di Ardara, l’uno muore nei lager l’altro è stato fino alla recente scomparsa un animatore della sezione genovese dell’ANED (Associazione nazionale degli ex deportati politici nei campi nazisti).
GAVINO GAVINI, sassarese, muore a Gusen nell’ aprile del 1945. BARTOLOMEO MELONI, cagliaritano, ispettore delle ferrovie, compie atti di sabotaggio, scoperto e arrestato muore a dacia nel luglio del 1944. L’antifascista BACHISIO ALTANA, membro della resistenza francese
La sorte: Fra i sardi i sopravissuti sono oltre il 60%.
Luogo principale di morte: Mauthausen (tra i sottocampi 30 deceduti su oltre 60 deportati), forte la mortalità anche a Dora, Natzweiler e Neuengamme.

Altri Personaggi da ricordare
1. MODESTO MELIS, di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. Oggi ha 93 anni e la sua esperienza sarà raccontata in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”.
2. SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici.
3. COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto.

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