Risultato della ricerca: DIBATTITO – VALUTAZIONI e DIBATTITO

Oggi lunedì 27 aprile 2020

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2senza-titolo1lampadadialadmicromicro13democraziaoggi-loghetto55aed52a-36f9-4c94-9310-f83709079d6dasvis-oghetto
—————————Opinioni, Commenti e “Riflessioni, Appuntamenti——————————————————
lutto
chiesa-690x362-1Addio Giulietto Chiesa.
Loris Campetti su il manifesto sardo
————————————–
Il 25 aprile è fondamentale per l’Italia democratica, anche per il futuro prossimo venturo
Alfiero Grandi su Democraziaoggi.
Il 25 aprile è una data fondamentale dell’Italia democratica e repubblicana. La sconfitta del nazifascismo dovuta agli alleati e alla Resistenza italiana, che ha riscattato la vergogna del regime fascista, che aveva portato il nostro paese in guerra a fianco dei nazisti, è una data da ricordare oggi più che mai. L’orgoglio della vittoria […]
—————————————————
La nostra classe dirigente
27 Aprile 2020 Luca Sofri su Wittgenstein
[segue]

Coronavirus. Pensare, analizzare, agire.

riccoepulone-jacopo-bassano
Proponiamo alle nostre lettrici e ai nostri lettori il sesto contributo, un intervento di Gianfranco Sabattini, economista, condiviso dalle redazioni de il manifesto sardo, Democraziaoggi e aladinpensiero, nell’ambito dell’impegno comune che qui si richiama.
———-
Il reddito di cittadinanza non è un provvedimento-tampone contro la povertà o contro gli esiti distruttivi di eventi eccezionali

di Gianfranco Sabattini

Lo scoppio della pandemia da Covid-19 sta rilanciando l’idea dell’introduzione nel sistema di sicurezza nazionale del reddito di cittadinanza, con le finalità che hanno inteso assegnargli coloro che per primi l’hanno proposto, non già in contrapposizione, ma ad integrazione (per il maggior rispetto della dignità umana e la maggiore efficacia sul piano della valorizzazione dell’attività lavorativa), del sistema di welfare State, introdotto dopo la fine del secondo conflitto mondiale nella seconda metà del secolo scorso.
La cosiddetta “prova dei mezzi” e le molte “condizionalità” alle quali devono sottostare i fruitori della “difesa sociale” garantita dal sistema welfarista sono la conseguenza dei molti pregiudizi che caratterizzano una malintesa tutela della “dignità del lavoro”, che hanno giustificato, sino ai nostri giorni, le critiche portate da un arco di forze sociali (tra loro molto distanti sul piano ideologico) contro la possibile introduzione del reddito di cittadinanza, riproposte di continuo da quando sono iniziate ad emergere gli irreversibili motivi di crisi del sistema del welfare State sinora realizzato. Tali forze sociali hanno sempre considerato “offensive” della dignità personale l’erogazione di un reddito cui non corrispondesse una “prestazione lavorativa” da parte del fruitore.
Ciò che ha accomunato l’intero arco di tali forze ideologicamente eterogenee è stato il convincimento che la tutela del lavoro come valore in sé fosse irrinunciabile, perché il lavoro è “vita”, “partecipazione”, “autonomia” ed altro ancora. Sulla base di questo radicato assunto, sia le forze politiche e sindacali di sinistra, sia quelle che si rifanno ai principi della dottrina sociale della Chiesa cattolica, hanno sempre sostenuto che la tutela del lavoro dovesse essere garantita attraverso la creazione di posti di lavoro, malgrado tale obiettivo divenisse sempre più difficile da perseguire nei moderni sistemi economici.
In tal modo, le “buone intenzioni” dell’ampio arco di forze sociali critiche del reddito di cittadinanza ha finito col subire gli esiti di un’eterogenesi dei fini, che ha condotto le loro intenzioni ad essere sostituite dalle “conseguenze inintenzionali” di un convincimento volto a tutelare il lavoro; in tal modo, la loro posizione è servita, non già a difendere la dignità del lavoro, bensì a tutelare gli interessi delle forze conservatrici, motivate a conservare gli esiti spontanei connessi al libero svolgersi delle forze di mercato.
Tra le voci contrarie al reddito di cittadinanza, una delle più autorevoli è stata quella espressa tempo addietro da Papa Francesco in un discorso tenuto a Genova davanti ad un’assemblea dei lavoratori dell’Ilva; ora, però, a fronte dello scoppio della pandemia da Covid-19, anche il Papa sembra essersi convinto dell’urgenza, come di recente ha dichiarato, di una “retribuzione universale di base”, cioè di una forma di reddito in grado di garantire e realizzare un tipo di società che rispetti i suoi stessi membri. L’apertura del Papa all’introduzione di un reddito di cittadinanza incondizionato ha suscitato un coro di consensi anche tra quelle forze politiche di sinistra e sindacali (forse anch’esse indotte a cambiare parere di fronte agli effetti distruttivi della pandemia da Covid-19) tradizionalmente contrarie all’introduzione di ogni forma di reddito universale e incondizionato.
La rapida conversione ad accettare di istituzionalizzare una proposta sempre avversata sotto l’incalzare dello stato dell’urgenza e della necessità non può che essere apprezzata da quanti, da tempo, nell’ambito del dibattito politico-culturale in corso in Sardegna, sottolineano la positività dell’introduzione del reddito di cittadinanza nel sistema di sicurezza sociale, a motivo della crisi irreversibile del welfare State; ne è prova l’attività del Comitato Regionale d’Iniziativa Costituzionale e Statutaria, i cui promotori ed organizzatori hanno ospitato nei loro “Blog” (Democraziaoggi, Aladinpensiero e Il Manifesto sardo), scritti e riflessioni sull’opportunità di introdurre il sempre criticato reddito di cittadinanza incondizionato nel sistemi sociali democratici ad economia di mercato; del dibattito, protrattosi negli anni non senza contrasti, fa fede la
costat-convegnocelebrazione, ad iniziativa del suaccennato “Comitato” e dell’“Europe Direct Regione Sardegna”, di un Convegno sul lavoro (svoltosi a Cagliari il 4-5 ottobre 2017, i cui atti sono stati raccolti nel volume “Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti”), nel corso del quale sono stati esposti gli aspetti positivi del reddito di cittadinanza, rispetto alla tutela di chi involontariamente è privato della disponibilità di un reddito di base necessario alla sua sopravvivenza. Qui di seguito vengono riassunte le motivazioni che hanno caratterizzato la proposta dell’introduzione di tale reddito di base, intorno al quale sembra essersi finalmente realizzato un generale consenso.
Il welfare State, il sistema di protezione sociale oggi esistente, è stato formulato sul piano teorico tra le due guerre mondiali del secolo scorso, per tradursi in strutture pubbliche operative nei Paesi ad economia di mercato e retti da regimi democratici, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale, legittimando sul piano sociale che l’intervento dello Stato nell’economia costituisse la base portante del benessere dei cittadini, da conseguirsi attraverso la conservazione dello stabile funzionamento del sistema economico; ciò ha prodotto la trasformazione dello Stato di diritto liberale in Stato sociale di diritto, legittimando in tal modo un intervento pubblico costante di natura strutturale nel governo dell’economia. Le riforme istituzionali introdotte hanno dato luogo alla costruzione del sistema di sicurezza sociale, la cui funzione è stata quella di rendere operante la stipula di un patto politico tra capitale e lavoro, fondato sull’apporto teorico di John Maynard Keynes al pensiero economico dominante.
Il welfare State è divenuto così, sul piano dell’azione politica dei Paesi che l’hanno adottato, il presidio della realizzazione delle condizioni volte a garantire lo stabile funzionamento del sistema economico, con una crescente creazione e conservazione di opportunità lavorative. In particolare, il sistema welfarista ha assunto anche la funzione di assicurare alla forza lavoro, nel caso fosse risultata temporaneamente e involontariamente disoccupata, la garanzia di un reddito da corrispondere sotto forma di sussidio, a fronte di contribuzioni previdenziali a carico di imprese e lavoratori.
Negli anni successivi alla sua introduzione, il welfare State ha perso gran parte della sua funzionalità, a causa del formarsi di una diffusa disoccupazione sempre più difficile da “governare”; fatto, quest’ultimo, che ha messo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale realizzato, a causa delle profonde trasformazioni delle modalità di produzione del prodotto sociale e della crescente partecipazione dei cittadini alle procedure decisionali dell’attività politica.
E’ però opportuno ricordare che il welfare State fondato sulle idee di William Beveridge, si contrapponeva una proposta alternativa, avanzata da James Edward Meade (premio Nobel per l’economia 1977 e già docente alla London School of Economics e alla Cambridge University). Meade proponeva che la sicurezza sociale fosse garantita in termini radicalmente diversi da quelli previsti dal sistema suggerito da Beveridge; la sicurezza sociale, a suo parere, poteva essere meglio assicurata, invece che con la corresponsione ai soli disoccupati di sussidi condizionati (vincolando, ad esempio, il disoccupato a reinserirsi nel mondo del lavoro e a sottoporsi a un insieme di controlli non sempre rispettosi della dignità della persona), attraverso l’erogazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, da corrispondere a tutti i cittadini senza alcun vincolo. Meade chiamava tale forme di reddito “dividendo sociale”, da finanziarsi senza alcun inasprimento del sistema fiscale ad integrazione del welfare State. Il dividendo sociale, doveva essere corrisposto a ciascun cittadino sotto forma di trasferimento pubblico, indipendentemente da ogni considerazione riguardo ad età, sesso, salute, stato lavorativo, stato coniugale, prova dei mezzi e funzionamento stabile del sistema economico.
Il fine ultimo della proposta di Meade era quello di realizzare un sistema di sicurezza sociale che riconoscesse ad ogni singolo soggetto, in quanto cittadino, il diritto ad un reddito di base, erogato in termini assolutamente ugualitari. Tuttavia, tale proposta non è stata accolta, non solo per il maggior accreditamento sociale delle idee keynesiane sulle quali era stato formulato il sistema di welfare, ma anche perché i “Gloriosi Trent’Anni” (1945-1975), nell’arco dei quali i sistemi sociali democratici ad economia di mercato hanno vissuto un periodo di crescita sostenuta, sono valsi a giustificare il consenso in pro dei welfare State nazionali, aperti ad allargare sempre di più le loro funzioni.
Se il processo di allargamento delle finalità dei sistemi di welfare, ha avuto l’effetto di promuovere l’espansione e la sicurezza economica dei cittadini, esso ha anche portato ad una continua crescita della spesa pubblica, la cui copertura, per via dell’aumentata frequenza dei periodi di instabilità dei sistemi economici, è stata la causa del rallentamento del processo di crescita e sviluppo delle economie, con la formazione di crescenti livelli di disoccupazione strutturale irreversibile. Tali fenomeni, oltre ad incrinare l’antico patto tra capitale e lavoro, hanno anche determinato una crisi più generale del welfare State, progressivamente trasformatosi in struttura caritatevole nei confronti di una crescente massa di disoccupati, contribuendo ad allargare l’area della povertà, a causa delle sempre più limitate prestazioni sociali nei confronti di chi perdeva la stabilità del posto di lavoro.
Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, il rallentamento della crescita e dello sviluppo, nonché la conseguente crisi del welfare, hanno comportato il “ricupero” di antiche ideologie economiche e politiche conservatrici, dando vita al neoliberismo; imputando la causa della stagnazione del sistema economico al crescente livello della spesa pubblica, questa nuova ideologia ha individuato la soluzione del problema del rilancio della crescita e dello sviluppo nella riduzione delle prestazioni sociali (considerate un disincentivo al lavoro) e del carico fiscale (col quale veniva finanziato il sistema di sicurezza sociale).
Quali siano stati gli esiti di questo nuovo orientamento politico è ormai nell’esperienza di tutti. Ma se il connotato principale degli attuali sistemi produttivi ad economia di mercato è stato quello di causare crescenti livelli di disoccupazione strutturale (complici, da un lato, l’internazionalizzazione senza regole delle economie nazionali e, da un altro lato, l’elevata velocità dei processi di miglioramento delle tecnologie produttive), quale prospettiva può essere offerta ai disoccupati irreversibili (e, in generale, a tutti coloro che risultano privi di reddito) di partecipare alla distribuzione del prodotto sociale, perché sia loro reso possibile di perseguire dignitosamente il proprio progetto di vita?
La risposta a questo interrogativo può essere data solo prendendo in considerazione una riforma delle modalità di distribuzione del prodotto sociale, erogando a tutti i cittadini un dividendo sociale (come originariamente lo ha denominato Meade), indipendentemente dalla loro età e dal fatto di essere occupati, disoccupati o poveri; una soluzione però ignorata dai Paesi sempre più frequentemente colpiti da crisi economiche, le cui forze politiche hanno preferito, al contrario, continuare a “rabberciare” il vecchio sistema welfarista.
Da tempo, a livello internazionale, si propone di ricuperare l’originaria proposta di Meade, per istituzionalizzare un reddito di inclusione, una forma di trasferimento pubblico (a favore di chi è privo di reddito) diversa da quella prevista dal sistema welfarista; tale è, ad esempio, il trasferimento che, con la denominazione impropria di reddito di cittadinanza, viene corrisposto sulla base dei provvedimenti adottati di recente in Italia. In realtà, questa forma di erogazione fondata su un’impropria identificazione tra povero e disoccupato ed un approccio caritatevole, che vede nel percettore del reddito un potenziale approfittatore da tenere sotto sorveglianza ed al quale prescrivere persino i consumi, è tutto fuorché un dividendo sociale (o reddito di cittadinanza) universale e incondizionato.
Una riforma delle regole di distribuzione del prodotto sociale fondata sull’introduzione di un reddito di cittadinanza à la Meade renderebbe inutile, quasi totalmente, l’intero apparato del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, qualora essa fosse associata ad una riqualificazione dell’attuale sistema di welfare, indirizzandolo a curare prevalentemente, se non esclusivamente, la formazione professionale e lo stato di salute dei cittadini. Tale riforma renderebbe plausibile il rilancio di uno stabile processo di crescita e sviluppo, evitando ogni possibile spreco della risorsa più preziosa (cioè la capacita lavorativa e creativa dei cittadini) della quale ogni sistema dispone anche nelle fasi di crisi.
Con l’introduzione di un reddito di cittadinanza (universale e incondizionato) e la riqualificazione del sistema di welfare diventerebbe realistico pensare che il settore pubblico, liberato dall’incombenza di risolvere i problemi distributivi di momento in momento insorgenti, possa essere orientato prevalentemente ad allargare e diversificare l’offerta di beni collettivi, utili a massimizzare la valorizzazione delle capacità lavorative di tutti i cittadini; i quali, attraverso la loro creatività, potranno concorrere a plasmare, non solo l’economia, ma anche la società alla quale appartengono.
Che senso può avere la costituzione di un’organizzazione della società fondata su un’attività d’investimento pubblico volto a rendere massima la valorizzazione delle capacità lavorative individuali? Se si riflette sulle difficoltà delle moderne economie industriali a creare nuovi posti di lavoro, l’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato risponderebbe all’urgenza che le politiche pubbliche tradizionali divengano conformi alla soluzione dei problemi del nostro tempo, quali – tra i molti – la povertà, la disoccupazione, la salute pubblica e la bassa produttività dell’attività politica, ora perennemente “schiacciata” sul presente e poco orientata a progettare il futuro.
Questi problemi possono essere adeguatamente affrontati da una riorganizzazione del sistema sociale che, eliminando le disuguaglianze, la disoccupazione, la povertà e le minacce allo stato di salute della collettività, crei sempre più spazio ad attività d’investimento pubblico volte a massimizzare il prodotto sociale, attraverso la promozione di attività produttive autodirette, come fonte di reddito alternativo al lavoro eterodiretto (o dipendente), del quale il processo di accumulazione capitalistica contemporanea tende ad avere sempre meno bisogno.
————————————
8e886b6a-23d0-43f3-be42-1d1420881892
Rammentiamo che è in corso una Campagna per l’istituzione del Reddito di cittadinanza incondizionato e universale in Italia e in tutti gli altri paesi dell’Unione Europea, promossa da Unconditional Basic Income Europe e da BIN Italia. Aladinpensiero, il manifesto sardo, Democraziaoggi e Giornalia appoggiano detta Campagna e invitano a firmare l’apposito appello.

—————————————————-
Materiali per il Dibattito su Lavoro e Reddito di Cittadinanza
[segue]

Che succede nel pianeta?

28df51c0-f404-4f8f-bc1e-8692b3f35506
lampada aladin micromicroDa tempo su Aladinpensiero e in altre pubblicazioni insistiamo sulla pertinente/felice convergenza tra l’analisi e le indicazioni dell’enciclica di Papa Francesco, Laudato sì’, e quelle dell’Agenda Onu 2030. Siamo stati anche tra gli organizzatori di importanti convegni in argomento. Al riguardo prendiamo atto con soddisfazione delle rilevanti iniziative di approfondimento che vedono impegnate importanti organizzazioni, tra le quali – come risulta dagli articoli che sotto riportiamo – la Pontificia Accademia per le scienze sociali e l’AsVis – Associazione per lo Sviluppo sostenibile (della quale ultima come Associazione aladinpensiero siamo soci). Ci piacerebbe vedere su queste tematiche uno spiccato impegno anche dell’Università della Sardegna (il singolare è voluto) e di tutto l’associazionismo economico, politico, sociale e culturale degli ambiti territoriali di nostro primo riferimento, (la Sardegna) e oltre. È questione vitale. Stiamo infatti parlando della nostra sopravvivenza come umanità, al di là della stessa persistenza del nostro pianeta. In tutto questo discorso troviamo pertinente il nostro recente impegno nella Scuola per la Costituente della Terra, della quale non a caso riportiamo in testa al presente articolo il logo che la rappresenta con felice grafica.
solidarity
“È la fine del mondo, bellezza, e tu non puoi farci niente”
di Rachele Gonnelli
sbilanciamoci-20Sbilanciamoci, 9 Febbraio 2020 | Sezione: Ambiente, Apertura.
Due convegni, in Vaticano e alla Farnesina, hanno approfondito il dibattito su come uscire dalla crisi del capitalismo con politiche di sviluppo sostenibile e attento al benessere delle popolazioni, sull’agenda Onu 2030. Hanno partecipato esperti tra cui Stiglitz e Georgieva, persino il papa. La stampa italiana era distratta.

Due importanti conferenze sull’economia della transizione e su come impostare un diverso modello di sviluppo, di livello internazionale, si sono svolti a Roma nella prima settimana di febbraio; la stampa nazionale non ha dato pressoché notizia.

Il 5 febbraio in una splendida palazzina cinquecentesca a ridosso della Basilica di San Pietro, la Casina Pio IV o Casa delle scienze della Città del Vaticano, la Pontificia accademia delle scienze sociali ha chiamato a convegno, per una discussione che è durata l’intera giornata, bei nomi degli studi economici e protagonisti istituzionali di primo piano (il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz e la nuova direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva, nominata lo scorso ottobre, ma anche ministri come l’argentino Martin Guzman, il paraguaiano Benigno Lopez, la salvadoregna Maria Luisa Hayem, il francese Bruno Le Maire, la spagnola Nadia Calvino, il messicano Arturo Herrera, il presidente della Banca europea degli investimenti Werner Hoyer e il presidente del Banco centroamericano de intergracion economica Date Mossi e altri) sul tema “Nuove forme di solidarietà”. E già nel sottotitolo della conferenza – “inclusione, integrazione, innovazione” – c’era un evidente riferimento agli obiettivi dell’agenda delle Nazioni Unite per i prossimi dieci anni. (l’evento è interamente visibile su https://www.youtube.com/watch?v=mNoraYBzbtE)
agenda2030
L’altro appuntamento, che si è svolto alla Farnesina solo due giorni più tardi, era la presentazione del rapporto dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (AsVis), rete di associazioni, imprese, ong, università, rappresentare delle organizzazioni internazionali in Italia ed enti territoriali per promuovere politiche economiche, sociali e ambientali coerenti con il raggiungimento dei 17 “goals” o obiettivi fissati dalle Nazioni Unite per il 2030, in grado cioè di far fronte al cambiamento climatico con politiche che contengano le emissioni inquinanti e aiutino le popolazioni a resistere agli sconvolgimenti ambientali e agli altri disequilibri del mondo che minano la pace e il benessere, tra cui le migrazioni.

L’AsVis (qui il report sulla legge di bilancio https://asvis.it/presentazione-analisi-legge-di-bilancio/), – nata quattro anni fa su impulso dello statistico Enrico Giovannini, che oggi ne è portavoce, e dall’università di Tor Vergata a Roma – con la collaborazione di oltre 600 esperti ha messo a punto indicatori specifici per monitorare lo stato di avanzamento delle politiche italiane ed europee per l’avvicinamento ai target 2030. “Solo dieci anni di tempo per salvare il mondo, non il pianeta che continuerà forse anche meglio di così, ma l’uomo, l’umanità”, ha detto Giovannini nel suo intervento iniziale per spiegare il senso del condensato di obiettivi, riconosciuti come esiziali a livello internazionale, nel cronoprogramma messo a punto dall’Onu.

I due eventi non hanno fatto che parlarsi, anche senza espliciti rimandi l’uno all’altro. In entrambi la parola che è risuonata più spesso è stata “diseguaglianze”, con la specificazione – sottolineata da Alicia Barcena Ibarra in Vaticano, segretaria della Cepal, organizzazione economica dei paesi dell’America latina e Caribe legata all’Onu – che quando si parla di diseguaglianze non si parla di povertà, ma ad esempio dei movimenti di studenti che in Cile rivendicano, anche attraverso azioni di disobbedienza civile, un più ampio e gratuito accesso a servizi essenziali che vengono loro sempre più negati, dalla sanità a una formazione di qualità, a servizi di trasporto locali. Un’altra parola che è risuonata in entrambi gli eventi è stata “bene comune”, un obiettivo che secondo Stiglitz è andato disperso dopo quarant’anni di ricette neoliberiste che hanno mandato in crisi “il capitalismo”.

Quindi è di tentativi di riforma del sistema, che non sembra più in grado di assicurare anche solo la speranza di un progresso sociale e di benessere, che si è parlato in ambedue le assise. Esiste un enorme problema macroeconomico, è stato riconosciuto da più oratori, tra cui Jeffrey Sachs, della Columbia. Un enorme deficit di capacità della politica di affermare un’agenda diversa da quella ormai fallita dell’austerity e del neoliberismo che sta portando l’umanità alla distruzione di risorse essenziali, libertà, diritti e speranze di miglioramento.

I due convegni hanno avuto anche espliciti riconoscimenti reciproci del medesimo cammino. Riferimenti all’enciclica “Laudato Sì’” da parte di Giovannini, dal presidente AsVis Pierluigi Stefanini e da altri alla Farnesina, riferimenti continui agli impegni per il Millennio delle Nazioni Unite in Vaticano, oltre che al primo testo economico della Dottrina della Fede: “Oeconomicae et pecuniaria quaestiones”, che toglie dal campo qualsiasi possibilità di doppia morale per l’imprenditore, il banchiere, il politico cattolico.

Nella Casa della scienza della Santa Sede, Jorge Bergoglio, a sorpresa, si è appalesato nel pomeriggio, pronunciando un accorato discorso a braccio, in spagnolo, a proposito soprattutto della necessità di garantire uno sviluppo sostenibile anche consentendo la ristrutturazione del debito dei paesi più poveri – evidente il riferimento alla sua Argentina e gli sforzi dello stesso pontefice per evitare un altro disastroso default a causa del prestito più oneroso della storia del Fondo monetario internazionale contratto dal governo neoliberista di Macri e lasciato in eredità al nuovo corso kirchnerista.

Nessuno ha usato la parola “populismo” né qui né là, Oltretevere, neanche quando sono state incidentalmente evocate le speranze tradite da Peron negli anni Trenta dell’altro secolo. Ed è sembrata prevalere una analisi, implicita negli interventi, che vede casomai il popilusimo come un epifenomeno del più vasto problema di scollamento della democrazia e di cronicizzazione delle enormi diseguaglianze.

Di tutto ciò la stampa italiana non si è interessata, evidentemente convinta che questi argomenti siano scarsamente interessanti per i politici di riferimento, meno degli starnuti dell’ex ministro dell’Interno. O delle psicosi alimentate dalla cattiva informazione sul coronavirus, cioè di una infezione che, in effetti, riguarda le diseguaglianze, l’accesso a servizi essenziali, la dissipazione delle risorse attraverso la guerra e la nuova guerra fredda tra Pechino e Washington. Senza che parlare della paura del coronavirus possa però aiutarci a uscire da questo gorgo distruttivo. Non sembra così incomprensibile che la scelta di privilegiare solo notizie che creino ansia, paura, senso di ineluttabilità, comporti poi l’abbandono di tanti lettori: da sei milioni i lettori di giornali sono passati, in meno di dieci anni, a quasi due. Le testate mainstream – ma anche quelle che si dichiarano controcorrente – sembrano affette dallo stesso morbo che colpisce la politica: l’incapacità ad abbandonare il quarantennale palinsesto neoliberista, fatto di valutazioni che derivano dalle analisi delle agenzie rating, piuttosto che dall’attenzione a cosa succede alle persone fisiche e ai loro contesti. Giornali e telegiornali risultano sordi alla scienza, ai richiami che vengono dalle Nazioni Unite o dal papa, come se questi fossero discorsi marginali, da riservare al secondo sfoglio, insieme alle cure per l’invecchiamento della pelle e al vegetarianismo.
——————————–
Disuguaglianze
occorrono più crescita e sicurezza

Francesca Cicoria, su Rocca.
Una delle sfide più importanti che andrebbero affrontate nell’epoca contemporanea è certamente la riduzione delle disuguaglianze. Esse inevitabilmente generano instabilità politica, proteste di massa, conflitti che possono evolvere in guerre. L’allarme è stato lanciato dall’Onu, nel World Social Report, che registra dal 1990 una crescita della disuguaglianza per più di due terzi della popolazione mondiale. L’1% della popolazione di 18 Paesi, tra cui Stati Uniti, Russia, India e Brasile, detiene oltre il 20% della ricchezza mondiale. La quota di reddito che va all’1% più ricco della popolazione mondiale è aumentata in 46 Paesi sui 57 per i quali sono disponibili i dati 1990-2015, mentre il 40% con i redditi più bassi ha guadagnato il 25% in meno in 92 Paesi. Del problema se n’è parlato in Vaticano alla Casina Pio IV nel giorno di apertura del workshop «Nuove forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione» promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Per il Presidente Stefano Zamagni «La novità dell’ultimo trentennio è che sono le regole, cioè la struttura delle relazioni economiche, a generare le disuguaglianze indipendentemente dalla volontà delle persone. Oggi le disuguaglianze sono provocate dal modo in cui funziona la finanza speculativa Internazionale». Oggi la finanza è autoreferenziale, non persegue più il suo vero fine che è quello di favorire l’economia reale e lo sviluppo. L’economista Zamagni ritiene che sia necessario «un patto globale per modificare le regole del gioco economico, a livello soprattutto internazionale». Non meno importante è la «solidarietà» tra i popoli, i governi e le organizzazioni internazionali, uno dei «tre pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa, assieme alla sussidiarietà e al bene comune».
rocca-04-febb-2020-mini_01

Trasformare il mondo per salvarlo. Il comune campo di impegno per l’umanità tracciato dalla Laudato si’ e dall’Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile.

papa-francesco-laudato-siagenda2030
di Franco Meloni
[segue]

Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale

logo-laudato_sii_home
Per salvare la nostra Casa, la Terra! Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale
coordinamento-democraziaPubblichiamo il documento Laudato Si’, risultato di un lavoro a molte voci, su iniziativa della Casa della carità di Milano. Un lavoro aperto perché è possibile tuttora avanzare suggerimenti, proposte e perché le varie posizioni non sono giustapposte, ma convivono l’una a fianco dell’altra e come ricorda Maria Agostina Cabiddu non c’è un prendere o lasciare di tutto il documento.
- Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale [che ce lo ha inviato] sottolinea di essere interessato a questo lavoro, in cui tanti si sono impegnati come singoli e come associazioni.
- Questo documento è presentato da brevi scritti [che riportiamo in premessa] di Raniero La Valle e di Maria Agostina Cabiddu, entrambi componenti del direttivo nazionale del Cdc, che hanno partecipato al lavoro di costruzione del documento.
- La Valle in particolare pone un problema politico fondamentale: trovare le modalità per attuare politiche che non sono realizzabili senza un salto di qualità di strumenti e di iniziative.
- Può sembrare un’utopia. In realtà le utopie sono necessarie per individuare percorsi nuovi, per avere una nuova stella polare istituzionale e politica. Basta ricordare che per regolare I rapporti tra i mercati nazionali è stata costruita una struttura sovranazionale come il WTO, come del resto ne sono state costruite altre.
- Oppure sono stati ipotizzati trattati tra grandi aree del mondo per regolare i commerci, come quello tra Europa e Canada.
- Perché mai i mercati debbono potere proporre e attuare discutibili proposte di regolazione, che arrivano a mettere sullo stesso piano gli Stati e le multinazionali, mentre se si tratta di cambiare in profondità il sistema economico, le sue relazioni, i suoi obiettivi tutto questo viene liquidato come una utopia?
- In fondo il milione di giovani e ragazze che ha manifestato per il clima e l’ambiente in tutto il mondo, proseguendo l’impegno e il protagonismo proposto da Greta Thumberg pone esattamente il problema della svolta politica ed istituzionale di cui c’è bisogno.
- La Valle con la consueta lucidità pone il problema, ipotizza delle soluzioni. La soluzione concreta dipenderà da tutti noi e quindi è bene che se ne discuta.
[Alfiero Grandi, Presidenza di CdC, 28/5/2019]
——————————
DOCUMENTI
Guida alla lettura del documento programmatico
di Maria Agostina Cabiddu
Il documento che qui si presenta, con l’intento di aprire una larga discussione su temi che interessano il presente e il futuro delle nostre società, supera di gran lunga i 144 caratteri dei comuni cinguettii: non è dunque di breve né facile lettura e neanche si presta ad essere facilmente condiviso punto per punto. Al contrario: essendo il frutto di un lavoro che ha visto il contributo di singoli, associazioni, gruppi, riuniti attorno al tavolo milanese organizzato dalla Casa della carità di don Virginio Colmegna, esso sconta in partenza le differenze di approccio, di sensibilità, di linguaggi e, forse anche per questo, sembra avere la forza e la freschezza di una lucida utopia, di un programma politico che non si ferma agli slogan o alla miope gestione del potere in vista della prossima scadenza elettorale ma, come si diceva una volta, sembra volere tutto, guardando – alla stregua dell’Enciclica da cui prende le mosse – al mondo, cioè all’insieme del Creato, ai molti problemi che lo affliggono, ai conflitti e alle paure che lo attanagliano, alle speranze che ne illuminano il cammino.
Si tratta, dunque, di un documento programmaticamente aperto al confronto, all’integrazione, alla critica, che non pretende cioè di chiudere il cerchio rispetto ai temi affrontati, che, al contrario, vorrebbe fossero messi al centro del dibattito pubblico, perché ne va della sopravvivenza e della vita delle persone, delle comunità, dell’umanità nel suo insieme.
Non è un caso, allora, che esso parta dai temi del cambiamento climatico e della depredazione ambientale, nel contempo causa ed effetto di stili di vita e di modelli economici orientati esclusivamente al consumo, alla crescita e al potere.
Che le “politiche” (locali, regionali e globali) si siano dimostrate inadeguate, quando non direttamente responsabili, dell’attuale situazione – giunta, come giustamente si legge, a un punto di non ritorno – è affermazione ormai largamente condivisa e condivisibile. Meno ovvio constatare, come il documento non teme di fare, che molto dipende anche dai comportamenti e dalle scelte individuali, spesso improntati, non diversamente dalle prime, all’egoismo di chi ritiene di essere l’alfa e l’omega della Storia, ignorante del proprio passato e incapace di guardare al futuro. Il che è quanto dire che si tratta di lavorare, certamente, per cambiare le politiche e gli strumenti di intervento giuridici – agendo sulla leva fiscale e sugli incentivi, oltre che sui classici meccanismi di comando e controllo – ma anche e, innanzitutto, sul piano culturale, affinché cresca la consapevolezza circa l’impatto dell’azione (nel senso arendtiano del termine ma anche in quello più comune del quotidiano essere al mondo) di ciascuno e affinché si educhino, soprattutto i giovani, alla responsabilità nei confronti del prossimo, dell’ambiente, del vivente e, insomma, del mondo.
L’assunzione di responsabilità sembra essere, d’altra parte, la chiave per la realizzazione della “sostenibile” pesantezza dell’utopia. Nella prospettiva della responsabilità, si chiariscono e si comprendono, infatti, le cause del cambiamento climatico, della possibile indifferenza della tecnologia agli obiettivi umani, del crescente disagio economico e sociale a fronte dell’accumulo esorbitante di ricchezze e potere nella mani di pochi.
Solo in questa prospettiva si riesce a ricondurre alle “vere” cause il fenomeno migratorio, ascrivendo il sentimento di insicurezza alimentato nei confronti di chi fugge dalla guerra e dalla miseria alla finanziarizzazione dell’economia, al progressivo svilimento del lavoro e allo sfaldamento dei sistemi di welfare, che avevano caratterizzato le democrazie occidentali del secondo dopoguerra… queste sono le ragioni delle preoccupazioni e della paura dei giovani disoccupati, dei precari, dei pensionati che non arrivano alla fine del mese e se è certo più facile governare non la paura ma con la paura, occorre – a maggior ragione – impegnarsi affinché le vere cause del disagio e dell’insicurezza (prima di tutto economica) siano combattute, rispettando i diritti e le libertà, specie dei più deboli.
Tutto ciò – si badi – è perfettamente coerente con “la rivoluzione promessa” dalla nostra Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro, sui diritti inviolabili dell’uomo, sulla solidarietà politica, economica e sociale, sull’uguaglianza e sulla pari dignità dei cittadini. Di più, la nostra Costituzione – in gran parte inattuata e persino tradita – fa emergere una nozione di cittadinanza, che possiamo definire costituzionale – per distinguerla da quella “legale”, attribuita e regolata secondo quanto previsto dalla legge sulla cittadinanza – che coincide con l’esercizio pieno ed effettivo dei diritti e delle libertà democratiche consacrate nella Costituzione, sicché cittadino non è tanto chi è definito tale da una legge dello stato ma chi di fatto partecipa attivamente alla vita politica, economica e sociale della comunità in cui vive.
Questo documento, muovendosi nell’orbita dell’enciclica e insieme in quella della Costituzione, costituisce un potente antidoto contro le semplificazioni demagogiche, contro la pochezza dei proclami violenti, contro i riduzionismi incapaci di cogliere la complessità e la ricchezza del mondo. Indica una strada: quella della consapevolezza, della razionalità, della responsabilità, della solidarietà… faticosa, probabilmente lunga, ma l’unica possibile!
———————
Presentazione del documento Un’alleanza per il clima
di Raniero La Valle
Vi trasmettiamo un documento di indubbio interesse che cerca di farsi carico del problema stesso della salvaguardia dell’ambiente umano e della continuazione della storia. Il suo presupposto è che senza un cambiamento globale, in tempi abbastanza rapidi, la crisi del sistema potrebbe giungere a esiti catastrofici politicamente irreversibili. Il documento è il frutto di un lungo processo di elaborazione che ha coinvolto molteplici soggetti sotto l’impulso di Mario Agostinelli, storico leader sindacale, e di don Virginio Colmegna, leader della famosa Casa della Carità di Milano, allo scopo di dare un seguito su un terreno non religioso ma politico all’enciclica “Laudato Sì’” di papa Francesco.
E se la proposta dell’enciclica era quella di un’ecologia integrale e globale, la risposta sul terreno politico è stata individuata in “un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale”. L’analisi e il vaglio delle azioni da intraprendere sono cominciati in un “Forum” tenutosi a Milano al Palazzo Reale il 19 gennaio scorso, ed ora viene presentato questo documento di sintesi in cui non tutti gli enunciati sono della stessa portata e devono essere necessariamente condivisi, ma il cui senso è di far partire subito un movimento alternativo già attrezzato di motivazioni e proposte operative.
Nella sua parte analitica il documento (ancora aperto a integrazioni e modifiche) denuncia il vizio di fondo dell’attuale sistema economico-finanziario fondato sulla cultura della diseguaglianza, dell’esclusione e dello scarto. Nella sua parte programmatica abbozza un progetto politico che include la giustizia sociale, ambientale e climatica, la cura del vivente, il diritto alla bellezza, la mitezza dei linguaggi, con un significativo corredo di obiettivi anche circoscritti e in una strategia di contrasto alle politiche alle leggi e alle pratiche di attacco al lavoro, all’ambiente, ai diritti umani, all’accoglienza, al pluralismo, alla libertà di movimento e al diritto di migrare.
È un documento generoso, una specie di “libretto di istruzioni” per uscire dal labirinto; ma naturalmente il problema che apre è quello della politica mediante la quale tutto questo può essere attuato. Né è un problema che può concedere tempi lunghi perché lo stesso documento segnala delle scadenze drammatiche e ravvicinate; basta pensare alla previsione secondo cui nel 2050 l’esodo dei migranti costretti ad abbandonare le loro terre per motivi ambientali e climatici sarà di 145 milioni di persone, o all’indicazione secondo cui fin da ora l’aumento della temperatura terrestre deve essere contenuto al di sotto di 1,5”C, cosa per ottenere la quale occorre introdurre un meccanismo sanzionatorio a livello mondiale contro le emissioni eccedenti il limite stabilito. Sono poi indicati termini precisi: entro il 2025 dovrebbero essere chiuse le centrali a carbone; entro il 2050 dovrebbero essere azzerate le emissioni di CO 2 per produrre elettricità, ed entro la stessa data occorrerebbe ridurre le emissioni complessive di carbonio dall’80 al 95 per cento; entro il 2030 occorre passare dai veicoli a benzina e diesel ai veicoli elettrici; occorre subito istituire una norma universale che neghi al possesso delle armi nucleari il rango di fattore strategico irrinunciabile, e mettere al bando l’arsenale nucleare per salvaguardare il diritto alla sopravvivenza dell’umanità; le lancette del simbolico orologio che segna il tempo che manca alla probabilità di una catastrofe globale causata dall’uomo già segna 2 minuti alla mezzanotte.
Chi farà tutto questo, ed in tempo?
Come dice il documento, tutte queste cose potranno e dovranno essere attuate da una molteplicità di soggetti, pubblici e privati, spinti dalla stessa necessità e urgenza della causa, nel quadro di un salutare conflitto per la difesa dei beni comuni e nelle forme della democrazia rappresentativa arricchita da modalità sempre più incisive di democrazia partecipata e di coinvolgimento popolare.
Di molte cose di questa agenda dovrebbe farsi carico e artefice l’Unione Europea. Ma per molte, se non per tutte, i soggetti politici implicati saranno i governi, compresi quelli dei Paesi che sono oggi tra i maggiori responsabili della crisi o ne sono inerti osservatori; e, data la globalità dell’impresa, a concorrere per fare queste cose dovrebbero essere “tutti” i governi.
Quanti si riconoscono nel Coordinamento per la Democrazia costituzionale, nel condividere queste prospettive potrebbero, come loro apporto specifico, introdurre l’obiettivo della creazione di un nuovo soggetto politico-istituzionale cui ricondurre in ultima istanza la responsabilità e il compito di attivare questo cambiamento della governance globale. Tale strumento non può essere che l’intera collettività umana, nella dignità di tutti i suoi membri, assunta come soggetto politico e giuridico planetario, comunità internazionale di diritto, potere costituente di un nuovo ordine mondiale fondato sull’eguaglianza effettiva di tutti gli esseri umani e finalizzato alla giustizia e alla pace, da realizzare ed accrescere nel quadro di un costituzionalismo di natura e dimensioni globali.
——–
Di seguito riportiamo anche una sintesi dei punti fondamentali del documento, tratto dal sito web Solidarietà e Cooperazione CIPSI
——————————————
Documento programmatico Laudato si’ (sintesi)
[Fonte: https://cipsi.it/unalleanza-per-il-clima-la-terra-e-la-giustizia-sociale/]
Milano, 13 maggio 2019
———————————
Nella sua parte analitica, il documento articola le valutazioni condivise sulle implicazioni catastrofiche dell’attuale sistema economico-finanziario, antropocentrico e predatorio, fondato sulla cultura dello scarto e sulla diseguaglianza. Nella sua parte programmatica, si concentra sulla necessità di assumere come progetto politico la giustizia sociale, ambientale e climatica, la cura del vivente, il diritto alla bellezza, la mitezza dei linguaggi, con una concreta traduzione in obiettivi circoscritti, iniziative e campagne locali, nazionali e internazionali.
Il documento sostanzia in particolare la domanda espressa nel Forum di un’ampia risposta democratica all’attacco al lavoro, all’ambiente, alla legalità, all’accoglienza, alla diversità, alla libertà di movimento entro cui si consuma, come una svolta imprevista, la crisi dell’Unione europea.
Dal lavoro comune che ha preso avvio a gennaio sono emerse cinque macro-aree di emergenze da affrontare tutti assieme – associazioni, attivisti, intellettuali, società civile, partiti, sindacati, istituzioni – nella consapevolezza della necessità e urgenza di un ripensamento e di una resistenza culturale, umana e politica.
Ø Devastazione del pianeta, del clima, della biodiversità.
Decisivo è il recupero della dimensione locale e del concetto di “terrestre”, cui far seguire un’impronta ecologica “sufficiente” e “sobria” delle comunità locali, la decarbonizzazione e lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, un radicale mutamento degli stili di vita e di consumo, la tutela delle specie con cui condividiamo la casa comune.
Ø Rottura della cultura di umanità.
Dobbiamo affrontare lo smantellamento del soccorso in mare e dell’accoglienza, la criminalizzazione di chi fugge, il progressivo attacco alla solidarietà, all’istituto dell’asilo e allo stesso impianto dei diritti umani, la rinascita di ideologie e politiche razziste, la produzione e abbandono di figure “scartate” nell’interiorizzazione di disparità economiche e sociali inaccettabili.
Ø Crisi di democrazia
Vediamo giorno dopo giorno esautorare le istituzioni della democrazia rappresentativa, la Costituzione, la Carta europea dei diritti fondamentali, il diritto internazionale; vediamo asservire i corpi dello Stato portandoli a non ottemperare ai propri compiti costituzionali; vediamo il costante ricorso a linguaggi d’odio tollerati quando non fomentati da rappresentanti delle istituzioni e dai media, e un progressivo controllo informatico e dei Big Data.
Ø Decadimento della cittadinanza
É intaccata la garanzia per tutti – nativi e non – di quel godimento dei diritti fondamentali riguardanti dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà e giustizia, che si esplica – in Italia e nell’Unione europea –nel diritto a lavoro degno, abitazione, salute, istruzione, libertà di movimento, partecipazione sociale, libertà femminile.
Ø Perdita del futuro
Il naturale e vitale sguardo rivolto al futuro che è diritto dei giovani è reso problematico e financo precluso a causa dell’accelerazione brusca del cambiamento climatico indotto dall’attuale modello di sviluppo, tanto da suscitare le proteste dei ragazzi e delle ragazze di tutto il mondo.
Ø Perdita dell’utopia
Vediamo una chiusura d’orizzonte, di pensiero e speranza, che si consuma nella progressiva riduzione alle regole del “qui e ora, nell’autocensura riguardo alla possibilità di dare forma e realizzazione a desideri tanto più necessari: un tempo di vita liberato, la bellezza come bene comune, la mitezza come cifra politica, l’uguaglianza nel rispetto delle differenze, un orizzonte di pace e progressivo disarmo.
Gli argomenti delle sessioni e le cinque macro-aree emerse dal Forum sono stati intesi nel documento come una tessitura fatta di trama e ordito che ha orientato la scrittura del documento. Il testo, sottoposto a verifica e integrazione da parte di numerose persone che figurano tra i firmatari, è tutt’altro che un testo chiuso: abbiamo deciso di renderlo pubblico ora, perché la nostra proposta di un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale possa iniziare a prendere corpo orientando le scelte della politica già a partire dalle imminenti elezioni europee, ma continueremo in una messa a punto di contenuti, adesioni e forma. Entro l’estate procederemo alla pubblicazione di un librino meglio editato e rivisto, che ci auguriamo possa divenire un utile strumento di lavoro e divulgazione.
Le adesioni possono essere inviate a associazionelaudatosii@gmail.com
Il direttivo dell’associazione Laudato si’

———–
Documento integrale (fonte CdC): http://coordinamentodemocraziacostituzionale.img.musvc2.net/static/108160/assets/1/20190529/Un_alleanza%20per%20il%20clima,%20la%20Terra%20e%20la%20giustizia%20sociale%2013%20maggio%202019.pdf

Europa, Europa

Italia und Germania di Friedrich Overbeck
La Germania e l’Europa: intervista a Achim Truger
di Alessandro Bramucci
sbilanciamoci
Sbilanciamoci. 2 Maggio 2019 | Sezione: Apertura, Europa
Ue al bivio/ Gli errori dell’Europa, una Germania con l’economia che rallenta e fatica a cambiare modello, il ritardo dell’Italia. L’analisi di Achim Truger.

Achim Truger è dall’aprile 2019 professore di finanza pubblica presso l’istituto di socio-economia dell’università di Duisburg-Essen ed è membro del consiglio di esperti economici del governo tedesco. Si occupa di politiche fiscali ed è stato un critico dell’austerità in Europa e dei limiti alla spesa pubblica in Germania. Visita spesso l’Italia e legge molto bene l’italiano.

A breve ci saranno le elezioni europee. In Italia, in Germania, come in altri molti paesi dell’Unione è cresciuto sensibilmente il malcontento nei confronti delle istituzioni europee ma anche dell’idea stesse di Europa unita. Ha ancora senso parlare oggi di Europa?

Assolutamente sì e occorrono buone idee per rafforzarla. Il problema e che negli ultimi dieci anni dall’Europa sono arrivate proposte spesso sgradite. L’Europa ha proposto politiche economiche di stampo fortemente neoliberale come una politica monetaria indipendente, rigidi trattati fiscali, deregolamentazione dei mercati, insieme a quelle che amichevolmente vengono definite riforme strutturali ma che in realtà significano tagli alla spesa pubblica e al welfare. Questo tipo di politiche hanno chiaramente dimostrato il loro fallimento con la crisi dell’euro colpendo duro nelle cosiddette “periferie” dell’Europa, specialmente in Italia. Non c’è quindi da sorprendersi se l’atteggiamento verso l’Europa non sia poi così benevolo. Questo non significa che l’idea stessa di Europa o che l’amicizia tra popoli sia responsabile di politiche sbagliate e irrazionali. Occorre riflettere seriamente su che cosa fare e proporre riforme istituzionali serie sia a breve che a lungo termine. Tuttavia dato il contesto politico attuale diventa sempre più difficile trovare punti di accordo e se continua così bisogna preoccuparsi davvero per la tenuta dell’Europa. Trovo triste che non sia più la diplomazia e la politica estera a mantenere le relazioni tra i Paesi europei quanto piuttosto i ministri delle Finanze che cercano di darsi ordini a vicenda ognuno facendo i conti in tasca all’altro. Certo, per le persone nei Paesi colpiti non è un buon segnale.

In Germania crescono le diseguaglianze. In base a dati Eurostat, la quota dei disoccupati che sono a rischio povertà è del 70 per cento, il più alto nell’Unione europea. Quali sono, secondo lei, le cause delle crescenti diseguaglianze? Quali sono i suoi suggerimenti a riguardo?

La crescita delle diseguaglianze in Germania è un argomento controverso. Molti economisti si occupano di questo tema mostrando ad esempio come dal 1995 le disuguaglianze siano aumentate enormemente. C’è bisogno di un’analisi seria a riguardo. Il coefficiente di Gini è senza dubbio uno strumento, ma non il solo. Il tasso di povertà come anche il tasso di concentrazione della ricchezza sono altri importanti indicatori. Ma occorre molto di più. Credo che nel complesso sia importante monitorare il contesto socio-istituzionale nel quale le persone vivono e lavorano. Penso ad esempio all’aumento della precarietà, al rincaro del costo degli affitti, alla paura della povertà in età avanzata. Tutti questi fattori hanno contribuito al crescente senso d’insoddisfazione e ingiustizia sentito da molti in Germania. Occorre prendere sul serio questi segnali. Non basta dire come fanno alcuni che il coefficiente di Gini dal 2005 non ha subito grossi cambiamenti per liquidare il problema. Il problema c’è, eccome, e occorre fare qualcosa al più presto. Certamente ci sono tante ragioni che contribuiscono a spiegare l’aumento delle diseguaglianze, come ad esempio il cambiamento tecnologico. Anche se personalmente credo che ci siano delle chiare cause politiche. Negli ultimi 30-40 anni abbiamo assistito alla progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro, le cosiddette riforme strutturali. Mentre le imposte sulle imprese sono diminuite, lo Stato sociale è stato gradualmente smantellato. Questo tipo di deregolamentazione ha portato all’indebolimento della contrattazione salariale, all’indebolimento dei sindacati e quindi a una ad una bassa crescita dei salari nel Paese. Si è voluto creare inoltre un settore a bassi salari, i cosiddetti “mini-jobs”. Queste sono tutte ragioni che contribuiscono a spiegare l’evoluzione del reddito primario insieme a tassazione e trasferimenti operati dallo Stato sociale nella distribuzione secondaria del reddito. Spesso il dibattito si è limitato alle tasse. Credo che sia importante che i ricchi paghino più tasse, rafforzando così lo Stato sociale, ma penso che si debba tornare molto più indietro nel senso di regolamentare di nuovo il mercato del lavoro. Solo così si possono rafforzare le posizioni dei lavoratori e dei sindacati contribuendo alla crescita dei salari. Anche l’introduzione del salario minimo ha avuto un ruolo importante e trovo positivo che sia cresciuto, anche si può fare ancora di più.

Il Consiglio Economico – di cui lei fa parte – ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita della Germania anche in base ai segnali negativi che arrivano dall’economia mondiale sottolineando la forte dipendenza dell’economia tedesca dall’export. Prevede nei prossimi anni un cambiamento nel modello di crescita tedesco?

A marzo il Consiglio ha rivisto allo 0,8 le previsioni per l’anno corrente basandosi in gran parte sul fatto che gli ultimi due trimestri del 2018 sono stati molto più deboli del previsto facendo di conseguenza abbassare il tasso di crescita medio per il 2019. Tuttavia se si guarda alle dinamiche della congiuntura economica prevista per il 2019 su base trimestrale, sembra che la crescita rimanga ancora relativamente sostenuta. Allo stesso tempo, le esportazioni sono diminuite insieme ad altri fattori negativi che nelle ultime settimane hanno fatto aumentare le preoccupazioni per l’economia tedesca. Se ci sia il pericolo di una vera e propria recessione o sia soltanto una breve fase negativa del ciclo è difficile da dire ma il rischio di recessione è senza dubbio aumentato. Ci sono inoltre i rischi legati alla Brexit, qualora si dovesse arrivare all’uscita non concordata del Regno Unito. Ci sono poi i rischi legati alla Cina e all’andamento dell’economia cinese anche in vista di una possibile escalation della guerra commerciale. Si potrebbe dire che la Germania ha già apportato un leggero cambiamento al suo modello economico. Mentre fino alla crisi finanziaria il settore estero ha contribuito in gran parte alla crescita del Paese, è adesso la domanda interna ad avere un ruolo trainante. Dopotutto è l’economia nazionale che al momento tira e che può quindi compensare nel caso di eventuali recessioni all’estero. Certo che se si dovesse registrare davvero una caduta delle esportazioni e degli investimenti allora ci sarebbe il pericolo reale di una recessione in Germania. In questo senso non si può ancora parlare di un definitivo cambiamento del modello economico. Personalmente credo che ci sia bisogno di un cambiamento nel modello di crescita per essere meno dipendenti dal commercio estero e far crescere di più la domanda domestica. Surplus elevati nella bilancia commerciale a lungo termine non funzionano e portano anche a reazioni di tipo politico come con Trump, rappresentando di fatto un rischio di instabilità per il Paese.

L’Italia è uno dei paesi dell’Europa “del Sud” che continua a soffrire maggiormente della crisi. Pensa che l’Italia sia stata svantaggiata dall’attuale assetto monetario ed istituzionale dell’Europa?

L’Italia è davvero un caso tragico. Trovo la questione molto importante e trovo che ciò che sta accadendo, inclusi i problemi che deve affrontare il governo nelle istituzioni europee, non sia dovuto alla crisi economica o alle attuali politiche, quanto piuttosto a problemi che risalgono in parte al passato. L’Italia ha avuto una pesante eredità e, considerato il contesto attuale, è estremamente difficile per il Paese uscire dalla crisi da solo. Molti sostengono che l’Italia ha bisogno di riforme strutturali. Non ne so molto della struttura economica italiana e temo che molti di quelli che fanno suggerimenti a riguardo ne sappiano altrettanto poco. Mi chiedo come queste riforme strutturali possano veramente favorire la crescita e l’occupazione e non piuttosto aggravare la crisi. L’Italia è stata tra i protagonisti del processo di unificazione europeo ma ha perso progressivamente capacità di negoziazione e spazi di manovra. Nel mercato interno ora l’Italia si trova a competere con i paesi dell’Est Europa. C’è poi stata la globalizzazione e l’entrata della Cina dell’economia globale. Tutti questi fattori hanno colpito duramente il ruolo politico ed economico dell’Italia. Allo stesso tempo le regole fiscali europee hanno ridotto il controllo della spesa pubblica come strumento di politica economica. La politica monetaria è ora in mano alla Banca centrale europea e l’Italia non ha più la capacità di svalutare, tantomeno quello di finanziare, la spesa pubblica. Questi sono gradi di libertà che il Paese ha perso e che rendono l’uscita dalla crisi molto difficile. Ritengo che sarebbe stato intelligente aiutare l’Italia prima. Credo inoltre che nell’attuale contesto istituzionale sia molto difficile per l’Italia tornare alla crescita senza maggiori possibilità di spesa o perfino senza l’aiuto di altri Paesi. Al momento è difficile cooperare con il governo italiano anche perché questo sta cercando lo scontro aperto. Dall’altro lato se l’Italia dovesse sprofondare di nuovo nella crisi sarebbe la fine dell’euro. Ci si sarebbe dovuti arrivare molto prima, prima della fase dei ricatti e dei contro-ricatti. Penso che a questo punto non si tratti più solo di economia. Dobbiamo ristabilire la fiducia tra i popoli. Come ho detto, una situazione molto brutta e deprimente.

Quale strategia si sente di suggerire all’Italia anche alla luce delle ultime riforme dell’attuale governo M5S-Lega?

Anche se al momento il governo sta cercando lo scontro e le riforme potrebbero risultare in qualche modo dubbiose (non conosco i dettagli di queste politiche), occorre dare all’Italia più margine di manovra. Se l’Italia dovesse concentrarsi esclusivamente sul consolidamento dei conti pubblici, c’è il rischio che la crisi si aggravi ancora di più. Credo che ciò di cui l’Italia ha bisogno nel medio e lungo termine sia una politica macroeconomica europea insieme ad una strategia di politica industriale europea, in cui l’Italia – ed in particolare il Sud del Paese – svolgano un ruolo centrale.

Lei è uno degli esponenti di spicco tra gli economisti eterodossi in Germania ed Europa. Qual è la sua visione della disciplina economica?

Occorre separare il pluralismo metodologico da quello che invece è il pluralismo in tema di politiche economiche. Si può essere metodologicamente “mainstream” o perfino neoclassici e tuttavia progressisti dal punto di vista delle politiche. I modelli saranno solo più complessi, ma funziona nel senso che si può arrivare a valutazioni e proposte sostanzialmente differenti da quelle ortodosse. Non bisogna essere per forza metodologicamente eterodossi. Certo che, se si è keynesiani, l’impostazione di base è già differente ed è quindi più facile supportare certe posizioni rispetto a un economista neoclassico. Per quanto riguarda il lavoro del Consiglio, per me è importante che le proposte di politica economica seguano un approccio ispirato dalla pluralità delle teorie economiche. Per quanto riguarda la disciplina economica in quanto tale, io mi considero pluralista anche in ambito metodologico e trovo che negli ultimi 10-15 anni si sia fatto molto. La scienza economica si è aperta a nuove metodologie, si lavora molto di più con i dati, si sono aperti nuovi orizzonti di ricerca come l’economia comportamentale e tanto altro. Penso inoltre che, per avere un vero approccio multi-paradigmatico in economia, sia importante imparare la storia economica, conoscere la storia del pensiero economico, nel senso della storia dei dogmi del pensiero economico, come anche la filosofia, la filosofia della scienza e la metodologia. L’insegnamento di queste tematiche dovrebbe essere rafforzato nei programmi di economia delle università. In questo modo si potranno formare degli economisti più aperti e con un ampio orizzonte culturale, che sappiano capire e interpretare un ampio spettro di dottrine economiche insieme ai loro risvolti politici. In ultima analisi, economisti che sappiano consigliare meglio la politica. Questo è possibile solo se si ha una formazione economico-culturale più ampia possibile. In fondo la visione di Keynes era simile.

Qual è il ruolo del Consiglio di esperti economici della Germania?

Il Consiglio di esperti economici è stato istituto per legge nel 1963. I cinque consiglieri vengono anche comunemente definiti i cinque saggi. È un organismo indipendente che ha il compito di monitorare l’andamento economico del Paese ed eventualmente di formulare proposte di politica economica nei cosiddetti “quattro punti magici”: crescita economica continua e sostenuta, alti livelli di occupazione, stabilità dei prezzi, equilibrio nei conti con l’estero. Il Consiglio ha iniziato la sua attività negli anni Sessanta influenzato da uno spirito keynesiano, si può dire. Quello era il tempo in cui la politica economica aveva un ruolo fondamentale nel guidare il ciclo economico. Negli anni Settanta e Ottanta è poi arrivata la svolta monetarista e da allora si può dire che il Consiglio è in gran parte d’ispirazione conservatrice e ordoliberale. I cinque saggi sono nominati dal Presidente federale su proposta del governo federale, ma di solito solo tre sono nominati dal governo, mentre uno è nominato dalle organizzazioni degli industriali e l’altro dai sindacati. Io sono stato nominato dai sindacati.

Prenderà il posto di Peter Bofinger, l’unico economista di tradizione keynesiana nel Consiglio, che ha spesso espresso il voto di minoranza. Come funziona e qual è il ruolo del voto di minoranza all’interno del Consiglio? Ha intenzione di seguire l’esempio del suo predecessore?

La possibilità di esprimere il voto di minoranza è sancita dalla legge. Se uno o più di uno dei membri non condivide le posizioni del Consiglio, questo o questi hanno la possibilità di esprimere posizioni alternative. Al Consiglio spetta l’obbligo di metterle agli atti. In passato sono stati espressi numerosi voti di minoranza e a Peter Bofinger, che è stato per quindici anni nel Consiglio, spetta il record di voti di minoranza. Certamente io ho opinioni simili a quelle di Bofinger ma non posso dire in anticipo se utilizzerò o meno questo strumento. Dipende dagli argomenti che si affronteranno di volta in volta e dalle proposte che vengono fatte e ovviamente se io possa accettarle o no. Credo che la migliore rappresentazione dell’attività del Consiglio sia proprio quella formulata nel testo di legge. Il Consiglio deve prendere in considerazione diverse ipotesi discutendone il loro impatto senza tuttavia formulare raccomandazioni specifiche per un determinato provvedimento. Questa è anche la mia visione dell’economia. In materia di politica economica c’è un ampio spettro di possibili raccomandazioni a disposizione e, a mio avviso, spetta al Consiglio presentare questo spettro chiarendone bene le condizioni e le conseguenze. Finché questo spettro viene appropriatamente rappresentato, non c’è motivo di esprimere voti di minoranza.

Quale sarà il suo ruolo all’interno del Consiglio? Prevede spazi di cambiamento nella politica economica del governo tedesco?

Non ci sono delle responsabilità specifiche anche se le previsioni economiche sono una delle attività principali. Per questo tipo di lavoro c’è anche un gruppo di 15 economisti che lavora a tempo pieno per il Consiglio e che svolge un ruolo fondamentale nella preparazione del materiale prima che gli stessi consiglieri se ne occupino personalmente. In passato mi sono occupato molto di conti pubblici, di politiche fiscali e di tassazione e continuerò con questo tipo di lavoro anche nel Consiglio. Al momento trovo interessante che il dibattito economico in Germania sia di nuovo ripreso. Per anni non c’è stato alcun dibattito serio ma negli ultimi mesi si è tornati a discutere del Patto di stabilità e crescita e del tetto al debito pubblico. Ci sono molti economisti che iniziano a dire come queste regole fiscali lascino troppo pochi spazi di manovra rendendo gli investimenti sempre più difficili. Si fanno anche proposte di riforma a riguardo, anche se a me sembra che sia la politica a non voler recepire il messaggio. All’interno del ministero delle Finanze ci sono già delle idee su come si potrebbe fare ad avviare, ad esempio, un fondo per gli investimenti. A mio avviso questo è già un segno positivo. Tuttavia per quanto riguarda il freno al debito pubblico occorrerebbe cambiare la Costituzione con una maggioranza di due terzi il che non è sicuramente facile. Tuttavia qualcosa sta cambiando. Il momento critico arriverà proprio nel caso dovesse realizzarsi una congiuntura economica negativa per il Paese. Il deficit aumenterà, aumentando di conseguenza la pressione sui conti pubblici. Sarà allora da vedere se la maggioranza degli economisti sarà per un consolidamento dei conti, per uno stimolo fiscale o per guidare un programma di stimolo economico. Staremo a vedere. Io spero in quest’ultimo.

Dibattito

divano-rossoCiò che la sinistra non ha fatto
LA VERA NATURA DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Il suo scopo non è di far sopravvivere una platea più o meno ristretta di persone che cercano e non trovano lavoro, ma di garantire il diritto all’esistenza di tutti, e la loro autodeterminazione, come prima responsabilità di uno Stato sociale, quando milioni di persone sono in povertà assoluta.
di Giuseppe Bronzini
(da “Volere la luna”)

Finalmente ha visto la luce il decreto legge istitutivo di un “reddito di cittadinanza” voluto dal Movimento 5Stelle come elemento “identitario” della sua partecipazione all’attuale governo.
[segue]

Il dibattito economico impegnato nella ricerca della “riforma chiave”

Il ragazzo con la lampada Ferdinand Georg WaldmullerUna “riforma chiave” del capitalismo per superare lo stato presente dell’Italia

di Gianfranco Sabattini

Di fronte ai postumi della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008, Laura Pennacchi, economista e politica di sinistra, già sottosegretario al Tesoro nel primo governo Prodi, nell’articolo “Il Piano del lavoro, una riforma per trasformare il capitalismo”, apparso in “Italianieuropei” nn. 5/6 del 2018, si chiede quale potrebbe essere, per l’Italia, una “riforma chiave” in grado “di trasformare radicalmente lo stato di cose presenti”. A parere dell’autrice, l’urgenza maggiore per le forze progressiste e di sinistra risiederebbe nella necessità di uscire da “un silenzio, un’inerzia, una cura di spiccioli affari di bottega che durano ormai da troppo tempo e le condannano alla scomparsa, attivando, al contrario, un cantiere culturale alternativo di vastissima portata, in grado di generare pensiero, analisi, linguaggi di altissimo profilo”. Quale sarebbe la “riforma chiave” che dovrebbe essere concepita e formalizzata da tale cantiere culturale?
Il dilagare dei movimenti populisti e l’emergere di tante somiglianze della situazione attuale dell’Italia (e di quella di tanti altri Paesi), formatasi in conseguenza dello scoppio della crisi del 2007/2008, con quella della fine degli anni Venti, causata dalla Grande Depressione del 1929-1932, devono rappresentare, secondo la Pennacchi, la sfida odierna che le forze di sinistra devono affrontare, puntando su “una riforma in grande del capitalismo, una riforma profonda, come quella che si delineò ai tempi di Keynes, quando una radicalità inusitata di progettazione teorica e di critica ideologica congiunse il pensiero innovativo keynesiano alle rivoluzionarie iniziative di Roosevelt e al riformismo radicale europeo [...], che si opponevano anche idealmente ai totalitarismi”.
Per capire la necessità della riforma del capitalismo attuale, con cui porre rimedio allo status quo dell’Italia, occorre tener presente, secondo la Pennacchi, che il capitalismo, come da molti suoi critici è stato sottolineato, ha avuto successo lungo la sua storia, proprio perché si è sempre presentato nella veste di un sistema che poteva “prendere molte forme”, nel senso che esso non ha mai dato vita necessariamente a “un modello unico”, potendo, al contrario, assumere forme organizzative alternative.
La riflessione sulle diverse forme organizzative che hanno caratterizzato l’evoluzione del capitalismo consentirebbe – afferma la Pennacchi – di “mettere a monte e al centro” dell’analisi economica la “problematica dei fini”, orientandola alla ricerca di possibili forme organizzative alternative a quella del capitalismo attuale, affermatasi con l’avvento dell’egemonia dell’ideologia neoliberista. Ciò permetterebbe, da un lato, di individuare tra queste, quelle conformi al perseguimento di fini diversi da quelli suggeriti dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione delle economie, promosse dall’ideologia neoliberista; dall’altro lato, di evidenziare il ruolo centrale che possoo tornare a svolgere lo Stato e le istituzioni pubbliche, le cui funzioni sono state “oscurate dal parassitismo” delle attività predatrici che i mercati finanziari internazionali senza regole hanno promosso e specializzato “nell’estrazione delle rendite piuttosto che nella produzione di autentico valore”.
L’approfondimento della riflessione sulla riformabilità del capitalismo consentirebbe anche, secondo la Pennacchi, di rendersi conto della improponibilità di tesi, come ad esempio quella sostenuta da Wolgang Streeck, secondo il quale l’idea di riformare il capitalismo contemporaneo sarebbe priva di prospettiva, in quanto qualsiasi politica riformatrice avrebbe solo l’effetto di conservarlo stretto all’interno dell’organizzazione raggiunta, valendo tutt’al più a fargli “guadagnare tempo” riguardo al momento della crisi finale. In alternativa alle tesi che ricalcano quella di Streeck, la Pennacchi sostiene che proprio l’approfondimento del dibattito sulle varie forme organizzative possibili del capitalismo potrebbe offrire all’economia italiana la “via di fuga” dalle secche nelle quali essa è ora incagliato.
Al contrario di Streeck, la Pennacchi ritiene che una riforma del capitalismo, condotta nella prospettiva della “variety of capitalism”. possa essere destinata ad avere sicuro successo, se formulata tenendo conto dei termini che hanno connotato la discussione svoltasi nel passato sulla “secular stagnation”; discussione, questa, che avrebbe consentito di “mettere a fuoco un aspetto del funzionamento del capitalismo”, che si ripresenta anche nelle attuali modalità di funzionamento delle moderne economie industriali in crisi, nella forma di una disconnessione degli investimenti rispetto al “destino del lavoro”.
Questa disfunzione, rispetto ad uno stabile funzionamento delle economie di mercato avanzate, era stata messa in evidenza – ricorda la Pennacchi – dall’economista keynesinao Alvin Hansen, già alla fine degli anni Trenta, dopo che le economie avanzate erano state investite dagli effetti negativi della Grande Depressione; Hansen aveva sostenuto che la grande crisi, iniziata nel 1929, “non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo” e dell’inizio di una “stagnazione secolare”, divenuta la rappresentazione della nascita del problema della continuità dell’occupazione, trasformatosi nella causa principale dell’allargamento e dell’approfondimento delle disuguaglianze distributive. Le argomentazioni di Hansen sono riproposte oggi da diversi economisti, in particolare da Larry Summers, accademico e politico statunitense che, nell’articolo, pubblicato nel 2013, “Why stagnation might pove to be the new normal”, ha imputato la “secular stagnation” alla carenza di domanda aggregata, “attribuita ad un eccesso di risparmio desiderato rispetto all’investimento desiderato”.
Per rimediare alla insufficienza della domanda aggregata, Lammers rinviene – ricorda la Pennacchi – la via da percorrere nel ricorso allo Stato, inteso come “operatore pubblico animato dalla volontà di procedere ad investimenti propri”, individuando nella “politicizzazione” di tale volontà il motore fondamentale col quale attuare la riforma del capitalismo, al fine di orientarlo alla crescita e allo sviluppo delle società in crisi.
Secondo la Pennacchi, con riferimento alle argomentazioni di Hansen, pur essendo state successivamente smentite dai risultati conseguiti nell’arco dei “gloriosi trent’anni” del secondo dopoguetta (1945-1975), occorre riconoscere che in esse “c’era qualcosa di ‘profetico’” [...] che oggi si rivela fecondo”, cioè che il problema dell’esaurimento della dinamica di lungo periodo del capitalismo e quello dell’occupazione possono essere risolti non con interventi di politica economica che si collochino dal lato dell’offerta (ovvero con misure volte ad erogare incentivi indiretti alle imprese, attraverso tagli fiscali o trasferimenti monetari diretti alle famiglie come sta facendo l’attuale governo italiano), ma con “investimenti pubblici per imprimere impulsi dinamici all’economia e realizzare la piena occupazione”, attraverso il conseguimento di nuove invenzioni, la scoperta di nuovi prodotti e l’incremento della popolazione.
Non è possibile, quindi, a parere della Pennacchi, affidare il rilancio della crescita e dello sviluppo dell’Italia (e in generale di quello degli altri Paesi dell’Unione Europea) ad una “supplay side economics”; né si può pensare che possano essere efficaci, sempre per il rilancio della crescita e dello sviluppo, provvedimenti di natura ordoliberale, quali il “Patto di stabilità” e il “Fiscal compact” stipulati a livello europeo; né, infine, il rilancio della crescita e dello sviluppo può essere atteso dal progresso tecnologico guidato unicamente dalle forze del libero mercato, per cui, anziché essere “indirizzato politicamente”, sia lasciato all’andamento spontaneo determinato dall’evoluzione incontrollata delle forze economiche.
In alternativa a queste iniziative occorre invece, a parere della Pennacchi (tenendo conto delle riflessioni teoriche di Hansen e riproposte oggi da Summers), elaborare e mettere a punto su scala europea una “riforma chiave” dell’attuale modo di funzionare del capitalismo, sulla quale fondare l’attuazione di un “Piano del lavoro” per risolvere “la questione della disoccupazione, non come un ‘fallimento di mercato’ tra gli altri, ma come la contraddizione fondamentale ricorrente del capitalismo”; un “Piano del lavoro”, così finalizzato, rappresenterebbe, per l’intera Europa e per l’Italia, la fonte di una rivitalizzazione della domanda aggregata interna, la quale potrebbe così trasformare i bisogni dei cittadini dell’intera area europea nel volano del rilancio della crescita e dello sviluppo.
Il “Piano del lavoro” dovrebbe essere caratterizzato da un mix di investimenti pubblici e privati, nella prospettiva però che lo Stato sia considerato “occupatore di ultima istanza”, attraverso l’offerta “di lavori pubblici utili socialmente, anche temporanei, al salario minimo legale ai disoccupati che cerchino e non trovino lavoro o per integrare l’occupazione di coloro che abbiano un lavoro parziale involontario”. Solo così, secondo la Pennacchi, sarebbe possibile “tornare a prendere nuovamente sul serio l’obiettivo della piena occupazione”, non in termini pietistici o caritatevoli, ma nella consapevolezza che, così operando, l’efficacia dell’intervento dello Stato sul piano economico e sociale (rispetto al funzionamento spontaneo del capitalismo), risulterebbe ottimale proprio quando il sistema economico, non creando naturalmente occupazione, prefigurasse la formazione di una “società senza lavoro”, predisponendola a sicura catastrofe.
Lasciare che il capitalismo neoliberista conduca il sistema economico e sociale verso la catastrofe è – afferma la Pennacchi – “il rischio contenuto nelle proposte di generalizzazione dei trasferimenti monetari, qual è il reddito di cittadinanza che sarà erogato in Italia, a compensazione e a risarcimento di un lavoro che non c’è, costruendo un ‘welfare per la non piena occupazione’”. Con questa affermazione, la Pennacchi non intende negare che l’erogazione di un reddito di cittadinanza possa servire, ad esempio, a contrastare la povertà; sottolinea però che la sua pratica è gravata da “fondamentali problemi culturali e morali”, che darebbero al reddito di cittadinanza “un sapore di resa, di rinuncia, di abdicazione [...] a far valere la responsabilità collettiva nella trasformazione profonda e strutturale dei meccanismi economici contemporanei, ritenuta impossibile”. Per tutte queste ragioni, occorre prendere atto che una “riforma chiave” del capitalismo neoliberista non può che essere fondata su un intervento pubblico finalizzato a finanziare, col concorso dei privati, un volume di investimenti adeguato ad assicurare la piena occupazione della forza lavoro.
Verso quali fini – si chiede la Pennacchi – deve essere finalizzato l’intervento pubblico? L’ex sottosegretario al Tesoro non ha dubbi: occorre salvare l’economia reale, investendo nella creazione di comparti produttivi nuovi, in protezione ambientale, in disinquinamento, in risparmio di materiali e, naturalmente, in infrastrutture, per accrescere la domanda da parte dei governi, dei consumatori, delle imprese, premiando i consumi collettivi su quelli individuali.
In questa prospettiva di intervento dello Stato, conclude la Pennacchi, l’attuazione del “Piano del lavoro” varrebbe a ricuperare “dignità antiche” (sacrificate o disperse a spese del lavoro dall’imperante ideologia neoliberista) e a prefigurare un nuovo modello di crescita e sviluppo, oltre che dell’economia, dell’intero sistema società.
L’articolo della Pennacchi è di difficile valutazione, perché in esso si intrecciano, sia “desideri” d’ispirazione ideologica, sia valutazioni critiche sulle modalità di funzionamento del capitalismo contemporaneo, che da tempo l’esperienza è valsa a comprovare. Inoltre, l’idea di concepire una “riforma chiave” del capitalismo attuale attraverso l’effettuazione di un alto volume di investimenti (di natura prevalentemente pubblica) evoca una sorta di “Big push” (grande spinta), al quale un tempo si faceva riferimento per promuovere la crescita e lo sviluppo dei Paesi arretrati; così, come tra i molti problemi che l’idea del “Big push” sollevava, vi era quello del “reperimento delle risorse finanziarie con cui attuarlo”; ugualmente, l’ipotesi della Pennacchi di realizzare la “riforma chiave” per il superamento della situazione attuale dell’economia italiana attraverso un “forte investimento pubblico”, rende inevitabile chiedersi dove possano essere reperite le risorse necessarie per la sua attuazione.
Al riguardo, vale la pena ricordare che, se per l’attuazione del “Big push” nei Paesi arretrati, si poteva supporre che le risorse necessarie potevano essere fornite dagli aiuti internazionali, nel caso dell’Italia, lo Stato può rivolgersi all’Europa? E’ plausibile nutrire molti dubbi sulla possibilità che l’Unione Europea, come sta a dimostrate il suo “severo” atteggiamento nei confronti dell’Italia e degli altri Paesi coi conti pubblici non in regola, il “wishful thinking” della Pennacchi possa essere soddisfatto.
A parte queste considerazioni, nella narrazione complessiva dell’ex sottosegretario di Stato vi è, implicito, un altro problema, ben più importante di quello concernente il possibile finanziamento dell’auspicata “riforma chiave”; problema che deve essere attentamente valutato. Non è privo di sorpresa il fatto che la Pennacchi, da economista qual ella è, confonda il reddito di cittadinanza, così com’è inteso dall’attuale governo italiano (e, ahi noi, dall’intera classe politica italiana) con quello proposto, ad esempio, da James Mead, per contrastare, non la disoccupazione temporanea e congiunturale, ma quella strutturale e irreversibile, qual è quella che il capitalismo moderno, anche se riformato nel senso indicato dalla Pennacchi, tenderebbe a determinare (come la profezia di John Maynard Keynes vuole e i moderni processi produttivi impongono).
A fronte della disoccupazione strutturale irreversibile non sono proponibili lavori pubblici socialmente rimunerati a un “salario minimo legale”; molte sono le controindicazioni connesse a tale tipo di lavori; questi, infatti, non solo mancano di far ricuperare alla forza lavoro (disoccupata, sottoccupata o “precarizzata” involontariamente) la dignità perduta, ma possono anche determinare frustrazioni psichiche nei lavoratori stessi, se i lavori socialmente utili loro assegnati fossero percepiti (come l’esperienza e le ricerche sul campo convalidano), stando alla terminologia di David Graeber, come “lavori del cavolo”.
In conclusione, la vera “riforma chiave” da apportare al capitalismo, se si vuole salvare l’economia reale, fermi restando il ruolo e la funzione dello Stato riguardo all’offerta di tutti quei beni pubblici che l’economia privata non può produrre, è la riforma “ab imis” dell’attuale welfare State, realizzata sulla base di un cambiamento delle regole distributive tradizionali del prodotto sociale e dell’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza universale e incondizionato correttamente inteso.
Con questa forma di reddito è plausibile ipotizzare realisticamente, non solo un ridimensionamento del problema della povertà e della disoccupazione, ma anche la riduzione delle burocrazie di qualunque forma (che “bruciano” risorse, sottraendole ad altre finalità molto più convenienti sul piano economico e su quello sociale) e, quel che più conta, la garanzia della libertà assicurata ad ogni cittadino di perseguire il proprio progetto di vita mediante forme di ”occupazione autodiretta”.
———–
Il dipinto in testa: http://www.aladinpensiero.it/?tag=autoritratto-del-pittore-austriaco-ferdinand-georg-waldmuller

Materiali dell’Incontro “Lavorare meno Lavorare meglio Lavorare tutti”. Intervento di Silvano Tagliagambe.

costat-logo-stef-p-c_2demasi-renato-da-foto-variesilvano-tagliagambe-1
lampadadialadmicromicro Con il contributo di Silvano Tagliagambe proseguiamo nella pubblicazione degli interventi all’Incontro-dibattito sul Lavoro, che si è tenuto venerdì scorso, con la partecipazione del sociologo del lavoro Domenico De Masi. Abbiamo chiesto a ciascun relatore di inviarci il proprio contributo per iscritto, anche con eventuale rielaborazione rispetto a quello effettivamente svolto, pur rispettando contenuti e sintesi. Procederemo a pubblicare le relazioni nell’ordine in cui ci perverranno. Questa occasione potrà essere colta anche da quanti non abbiano avuto spazio nel convegno e vogliano intervenire nelle pagine della nostra News, che volentieri mettiamo a disposizione.
——
Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti
di Silvano Tagliagambe

Il 5 ottobre è stato presentato il volume Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti, curato da Fernando Codonesu, a un anno esatto dal Convegno tenutosi a Cagliari, di cui contiene gli Atti.
La discussione, avviata da un corposo intervento di Domenico De Masi, ha affrontato sotto traccia, grazie soprattutto alle stimolanti riflessioni di Antonio Dessì, il tema del destino del lavoro dell’uomo nell’era della crescente (e inarrestabile) digitalizzazione e globalizzazione. Le ragioni delle inquietudini suscitate da questo quadro generale sono ben note: sulla base di una ricognizione analitica, settore per settore, C.B. Frey e M.A. Osborne nel loro documentato articolo “The future of employment: How susceptible are jobs to computerisation?”, comparso l’anno scorso nel numero 114 della rivista Technological Forecasting and Social Change (pp. 254-280) stimano che circa il 47% dei compiti lavorativi in essere siano automatizzabili nel corso dei prossimi dieci o venti anni.
L’Indagine MGI-McKinsey Global Institute, del gennaio dello scorso anno, valuta il tempo-lavoro che le macchine intelligenti si prevede possano sostituire nell’economia degli Stati Uniti in condizioni di fattibilità tecnica “a tecnologie esistenti”. Il tasso medio di sostituzione del tempo-lavoro viene previsto, per l’intera economia, con un valore piuttosto elevato (49%). Ma, soprattutto, emergono forti differenze tra i diversi settori: la sostituzione prevista arriva fino all’81% del tempo lavoro nelle lavorazioni materiali codificate (in pratica nei lavori di fabbrica che si svolgono in modo programmato e in condizioni prevedibili), tra il 60 e il 70% nel campo dell’elaborazione e raccolta dati (una gran parte dei lavori di ufficio regolati da procedure burocratiche e amministrative). Una quota assai minore di sostituzione (26%) si ha invece per il lavoro di fabbrica poco programmato o che si svolge in condizioni poco prevedibili, e una quota ancora minore (intorno al 20%) per i lavori di relazione, creativi o dal forte contenuto decisionale. Minima (9%) è la sostituzione prevista per le attività di gestione delle persone.
In ogni caso il dato che emerge è che il lavoro delle macchine tende a sostituire sempre più il lavoro dell’uomo, con effetti ormai visibili a occhio nudo sulla possibilità di trovare un’occupazione, stabile o occasionale che sia, soprattutto (ma non solo) da parte dei giovani.
Le prospettive che emergono da questa situazione sono diverse a seconda delle lenti con le quali le si valuta. Gli ottimisti ritengono che le innovazioni digital driven, quelle che nascono dal saper cogliere in pieno le potenzialità della rivoluzione digitale in essere, in termini di riduzione dei costi e di aumento delle prestazioni direttamente connesse alla tecnologia applicata, non potranno subentrare in toto alle innovazioni human driven, frutto di proposte e azioni derivanti dalla creatività e dall’intraprendenza umana, che genera valore immaginando nuovi usi (innovazioni d’uso), proponendo esperienze coinvolgenti o realizzando significativi processi di creazione di nuovo significato. A loro giudizio le esperienze riguardanti le relazioni, i legami, le emozioni, la bellezza, il gusto, la contemplazione, il desiderio, l’autenticità, la genuinità, la salubrità, la tradizione, il sogno, la libertà, la fiducia la ricerca della felicità sono di pertinenza esclusiva della creatività umano e disegnano un ampio territorio di produzione di beni materiali e immateriali in cui la macchina non potrà mai sostituirsi all’uomo.
Per questi apologeti della rivoluzione digitale, pertanto, il futuro, prossimo e remoto ci proporrà soluzioni di crescente interazione e collaborazione tra l’innovazione human driven, la quale crea soluzioni di valore unitario più elevato, incorporando nei prodotti e nei servizi elementi intangibili quali design, unicità, emozione ecc., e la tecnologia digital driven, che svolge il suo ruolo di “moltiplicatore”, perché consente la circolazione e il confronto delle buone idee e delle informazioni utili ad alimentare i processi di creazione del nuovo e di sperimentazione del possibile, utilizzando le conoscenze di un vasto circuito sociale ed economico, messo in rete dalla comunicazione digitale. In questa funzione, il digitale rende conveniente la scelta della open innovation, rivolta ad utilizzare al massimo le conoscenze in possesso di altri, riducendo i costi e aumentando il valore della creazione e sperimentazione dei nuovi prodotti e dei nuovi processi. Da questa interazione scaturiranno una fusione di “menti” e “strumenti” e l’incremento di interconnessioni tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale destinato non solo a retroagire – tramite un ciclo virtuoso di auto-rinforzo – sulla creazione stessa del valore, ma anche e soprattutto a fungere da amplificatore delle stesse capacità umane, con conseguente aumento (e non decremento) dei processi di innovazione human driven.
Se le cose stessero effettivamente così ciò che si può ragionevolmente ipotizzare è il crescente spostamento del lavoro umano dai mestieri puramente esecutivi, che abbiamo in gran numero ereditato dalla stagione della meccanizzazione rigida, durante la prima modernità, a forme di occupazione sempre più creative, che saranno protagoniste del futuro nel mondo del lavoro e richiederanno nuove forme di apprendimento, che consentano alle persone di usare in modo creativo i linguaggi formali della scienza e delle macchine per generare valore nel mondo reale e siano ancorate ad una visione convinta e condivisa del porto di arrivo verso il quale indirizzare la navigazione. Infatti, come osserva Enzo Rullani nel suo contributo introduttivo a un libro che considero di fondamentale importanza per comprendere i processi in corso e quelli a venire, curato in collaborazione con Alberto F. De Toni (Uomini 4.0: Ritorno al futuro. Creare valore esplorando la complessità), pubblicato quest’anno da Franco Angeli, nel mare della complessità e dell’innovazione, contrariamente a quello che a volte si crede, non si può navigare a vista. Se manca la mappa, per tracciare la rotta serve almeno avere un porto di arrivo ideale, una meta che consenta di distinguere, in ogni momento del presente, i venti favorevoli da quelli contrari, in modo da alzare le vele quando le contingenze ci mettono di fronte ai primi, e da fermarsi e resistere quando, invece, arrivano i secondi. Andando così avanti, passo per passo, e con tutti gli adattamenti tattici del caso, lungo un percorso dotato di senso, che punta verso il porto prescelto. Lo scriveva già Seneca: “Non c’è mai vento a favore per il marinaio che non sa qual è il suo porto”.
De Masi invece, sia nel Convegno dell’anno scorso, rispondendo alle acute domande di Fernando Codonesu, sia nella presentazione degli Atti di quest’anno, è molto meno ottimista riguardo a questa possibile coesistenza di innovazione human driven e digital driven. A suo modo di vedere quest’ultima finirà col subentrare totalmente alla prima, per cui l’umanità è fatalmente destinata ad avviarsi verso una condizione di non-lavoro, che secondo lui va però vista non come una minaccia, bensì come una opportunità che lascia all’uomo uno spazio crescente, da impiegare sia per attività di formazione (che, specialmente in Italia, hanno bisogno di essere accresciute e qualificate), sia per sviluppare condizioni di vita e di cultura sociale che riservino uno spazio sempre maggiore all’«ozio creativo». Come del resto avveniva, a suo giudizio, nella Grecia antica, che ci ha lasciato un patrimonio di cultura sul quale l’umanità sta tuttora prosperando. Un concetto, questo, su cui De Masi insiste da tempo, prefigurando una liberazione (positiva) dallo stato di necessità a cui l’uomo lavoratore è sempre stato vincolato nella storia passata, che va ovviamente accompagnato da misure di equa distribuzione della ricchezza prodotta dall’automazione digitale, nel presente e soprattutto in prospettiva, usando in modo appropriato il surplus che ne deriva.
Ne scaturiscono due opposte valutazioni del lavoro, che per De Masi è un fardello dal quale possiamo liberarci senza troppi rimpianti, anzi con prospettive sicuramente allettanti per il futuro dell’umanità, che ci ricollegano ai momenti più felici della sua storia, come quello dell’antica Grecia appunto, mentre per i fautori della valorizzazione dell’innovazione human driven si tratta di un processo che, a patto di sapersi trasformare in modo da fornire una gestione efficace della maggiore complessità e di trarne positivamente le enormi potenzialità, non va considerato un semplice fattore di costo, da ridurre al minimo, ma diventa al contrario una risorsa trainante, che accresce non solo la quantità, ma soprattutto la qualità delle prestazioni richieste, innalzando il livello dell’intelligenza umana, individuale e collettiva. Il lavoro come valore, quindi, che nel futuro, prossimo e remoto, se ben indirizzato potrà rendere le persone sempre più capaci non solo di rispondere in modo flessibile alle domande e alle sfide che si presentano loro di volta in volta, ma anche di immaginare e identificare nuove soluzioni, di elaborare progetti innovativi, di alimentare significati e relazioni coinvolgenti, di organizzare esperienze emotivamente ricche, di creare identità partecipate e comunità di senso corrispondenti. Il lavoro, dunque, come strumento per creare valore, esplorando livelli di complessità (varietà, variabilità, interdipendenza, indeterminazione) sempre maggiori.
Ciascuno è libero, ovviamente, di optare per l’una o l’altra soluzione. Ci sono però una constatazione e una domanda, quella che appunto affiorava dal citato intervento di Antonio Dessì, che è impossibile evitare di porsi. Un futuro come quello prospettato da De Masi presuppone una rivoluzione che non è solo economica e sociologica, ma antropologica. La domanda che ne consegue è la seguente: l’uomo è predisposto per una vita puramente contemplativa, fatta di ozio creativo e null’altro? Che nel passato si sia effettivamente data una condizione di questo genere è opinabile (l’interpretazione della vita dell’antica Atene, interamente concentrata nell’agorà, il luogo delle adunanze, il centro politico, religioso, amministrativo e commerciale della città, in cui tutti gli uomini liberi si ritrovavano per prendere decisioni politiche importanti e concludere affari, e totalmente assorbita da essa, è suggestiva ma controversa e messa fortemente in discussione). Il problema però è un altro: le neuroscienze ci stanno dicendo, in maniera difficilmente contestabile, che il motore principale del nostro cervello, ciò che è alla base del suo mirabile funzionamento, non è costituito dalla percezione, come si credeva fino a poco tempo fa, né dal semplice movimento, ma dall’azione, caratterizzata dalla presenza di un progetto e di uno scopo. I processi cerebrali non appaiono, pertanto, semplici artefici di sensazioni e controllori di movimenti: alla base della loro organizzazione funzionale c’è la nozione teleologica di scopo.
Questi risultati hanno condotto a una riformulazione della risposta alla domanda: «a cosa serve il sistema motorio?» Per molti anni la risposta è stata: per produrre movimenti. Oggi sappiamo che questa risposta è errata, o quantomeno parziale. Il sistema motorio non produce solo movimenti ma atti motori e azioni, cioè movimenti dotati di uno scopo, come afferrare un oggetto, o sequenze di movimenti atte a conseguire uno scopo più distale, come afferrare un bicchiere e portarlo alla bocca per bere. Un movimento è una semplice dislocazione di parti corporee, come flettere o estendere le dita di una mano. Un atto motorio consiste invece nell’utilizzare quegli stessi movimenti per conseguire uno scopo motorio, per esempio afferrare un oggetto, manipolarlo, romperlo, posizionarlo, tenerlo ecc.
L’uomo, dunque, sembra fatto per progettare e agire. Quale sarà allora il suo destino se lo si costringe esclusivamente a contemplare e a oziare? Non c’è il rischio che l’ozio prolungato e forzato, anziché sfociare in opere creative e formative edificanti, conduca ad agitazioni insensate, che proprio perché non più progettate e indirizzate verso uno scopo, non più controllate razionalmente e frutto invece della prevalenza del puro istinto e delle passioni, rischiano di avere conseguenze opposte rispetto a quelle desiderabili che ci vengono prospettate? Questo sì è già successo e continua purtroppo a succedere nella storia dell’umanità. E non è davvero desiderabile.
—————————-

Oggi giovedì 11 ottobre 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
———-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti———————————–
lampada aladin micromicroGli Editoriali di AladinewAladinAladinpensiero
drago-cinaINTERNAZIONALE. La Cina investe in (si prende l’?) Africa.
—————————————————–Emergenza ———–
c12aca43-1cd3-4fc8-8324-333587944314ALLARME MALTEMPO – Esprimiamo solidarietà e vicinanza alle popolazioni cosi gravemente colpite da condizioni meteo avverse. Dopo la grande sete delle passate stagioni, quando si invocava la pioggia perfino con le processioni religiose, è arrivata la grande abbondanza di pioggia con effetti catastrofici. Al momento non si registrano vittime, e questa è già una grande fortuna. I danni sono ancora da valutare ma saranno certamente di grande entità. In questi giorni non servono analisi e valutazioni sulla scarsa attenzione alle strutture viarie e al governo del territorio, ci sarà tempo per parlarne. Ora è il tempo della solidarietà e dell’aiuto materiale e morale. Dovremo sentirci uniti nel richiedere a politici e funzionari da fare quanto in loro potere per tutelare la sicurezza della gente e il ripristino di condizioni di vita migliori, appena possibile. Si comincia ad avere notizia di episodi spontanei di grande solidarietà attivate da privati (locali aperti per ospitare i viaggiatori, offerte di aiuto e servizi). I Sardi sapranno fare la loro parte. Un abbraccio a tutti.(Lettori/vt).

—————————————————————Rdc-ReI-Reis——–—-
Canea reazionaria per 780 euro agli indigenti ed altro. Che fare?.
11 Ottobre 2018

Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
—————————-
005516c4-01cc-4073-80cf-0aca121f2b67lampadadialadmicromicroIn argomento un intervento del direttore di Aladinews*.
Suvvia! Il reddito di cittadinanza bollato come la rovina dell’Italia!
Intervengo limitatamente alla questione del “Reddito di cittadinanza”, associandomi allo stupore (si fa per dire) e alla stigmatizzazione di Andrea Pubusa (su Democraziaoggi) per la reazione a questa misura da parte di “istituzioni europee e internazionali, grandi gruppi editoriali e destra”, uniti in una “canea reazionaria per 780 euro agli indigenti”. Purtroppo a questi si aggiungono anche intellettuali progressisti di area cattolica, cito per tutti il prof. Leonardo Becchetti (http://www.aladinpensiero.it/?p=87954), che arriva addirittura a dare ragione a Renato Brunetta (intervistato dal quotidiano cattolico Avvenire del 28 settembre 2018.), che della manovra governativa boccia, guarda caso, soprattutto e in modo puntiglioso il “reddito di cittadinanza”, additato come sicuro responsabile della imminente rovina dell’Italia. In questo dimostrando ignoranza e malafede. [segue]

Europa, Europa!

europa di fedrica
La “spada di Damocle” della crisi dell’euro sospesa sulla “testa” dell’Europa

di Gianfranco Sabattini*

Nell’imminenza delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo si susseguono gli appelli perché le forze progressiste si organizzino, con la presentazione di liste comuni, al fine di evitare che le forze populiste e sovraniste possano diventare maggioritarie, portando l’Europa al caos e a un suo possibile punto di non ritorno. Le iniziative in sé sono certamente condivisibili; esse, però, al di là degli appelli lanciati per una mobilitazione generale contro il pericolo cui è esposta l’Europa, mancano, come si suole dire, di indicare a chiare lettere gli obiettivi da perseguire; obiettivi che, a livello di Europa, non possono che riguardare la rimozione dei “deficit” istituzionali. che, per un verso, hanno da tempo bloccato il processo di unificazione, concorrendo, per un altro verso, a favorire la diffusione di un generalizzato euroscetticismo in tutti i Pesi membri dell’Europa comunitaria, a causa delle conseguenze negative patite dalle popolazioni di tali Paesi, per via del permanere di quei “deficit”.
Le iniziative e la mobilitazione pre-elettorali si limitano infatti a formulare appelli per sconfiggere il pericolo populista e sovranista, ma mancano di valutare criticamente che la diffusione di tale pericolo è la diretta conseguenza del fatto che si sia voluto realizzare l’unificazione politica dell’Europa attraverso l’adozione di una moneta unica da parte di Paesi tanto diversi, sul piano della struttura economica, e con filosofie sociali spesso tra loro inconciliabili.
Ciò ha comportato che si vanificasse il “capitale politico” “accumulato” nel dopoguerra intorno all’idea di un’Europa politicamente unita; idea, questa, perseguita nella prospettiva che l’unificazione fosse lo strumento con cui assicurare, in condizioni di benessere, “una pace perpetua” ai popoli dei Paesi dell’Europa occidentale, anziché considerare l’unificazione politica come il risultato finale del processo di perseguimento della pace. Molti osservatori, non solo economisti, concordano ormai sulla “storia tragica” degli intenti politici pacifisti perseguiti, subito dopo la fine delle Seconda Guerra Mondiale, dai Paesi dell’Europa occidentale: intenti sacrificati, per avere voluto realizzare l’unificazione politica, partendo da ciò che avrebbe dovuto essere il “risultato finale”.
Nella speranza di poter accelerare l’unificazione politica, è stata adottata, da parte dei Paesi membri più avanzati sul piano economico, una moneta unica, il cui governo si è rivelato presto, non strumento di unificazione e di pace, ma causa di divisioni e conflitti. La causa principale dell’affievolimento dell’idea di un’Europa unita viene appunto individuata nella decisione di adottare una moneta unica, l’euro, senza la quale, si sostiene, la Comunità Europea avrebbe funzionato molto meglio.; si ritiene infatti che i più grandi successi sulla via dell’unificazione politica dell’Europa siano stati conseguiti prima che si affermasse una classe di leader europei sorretti dal proposito di portare avanti il progetto di una moneta unica, senza la preoccupazione di considerane, prima, tutte le implicazioni, sul piano economico e su quello politico.
Questi leader hanno ignorato le valutazioni formulate da molti economisti a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: valutazione che evidenziavano innanzitutto il rischio che i vantaggi attesi dall’integrazione delle singole economie nazionali potessero trasformarsi in svantaggi, se tali economie avessero presentato, originariamente, strutture produttive completamente differenti; in secondo luogo, le valutazioni critiche prospettavano il pericolo che, in assenza di un’unità politico-istituzionale, la distribuzione dei vantaggi attesi tra i singoli Paesi venisse realizzata attraverso automatismi monetari, fuori dall’attuazione di una politica monetaria comune.
I leader politici europei, succeduti ai “padri fondatori” del progetto di unificazione dei Paesi dell’Europa occidentale, oltre che ignorare le valutazioni disinteressate degli economisti, hanno mancato di considerare anche i risultati del rapporto della Commissione Werner (1970), da loro stessi sollecitato. Tale rapporto metteva in evidenza che il governo di un’unione monetaria, conseguente all’adozione di una moneta unica da parte di un certo numero di Paesi, avrebbe richiesto che all’interno dell’area comune si accettasse una generalizzata mobilità dei fattori produttivi (in particolare della forza lavoro), quindi l’adozione di un bilancio e di una politica fiscale e monetaria comuni, con cui realizzare preventivamente l’omogeneità e la complementarità delle strutture produttive dei Paesi coinvolti nell’adozione di un’unica moneta.
Inizialmente, non sono mancate riserve sulla possibilità e opportunità che all’interno dell’area comunitaria si adottasse una moneta comune, prima che fossero rimosse le differenze strutturali; ma il sopraggiungere del crollo del Muro di Berlino ha posto improvvisamente il problema dell’unificazione tedesca, la cui soluzione col placet della Francia, veniva condizionata al fatto che il marco tedesco fosse legato alle sorti, oltre che del franco francese, anche delle altre valute europee. Le ragioni per cui è stato adottato l’euro, perciò, sono state di natura meramente politica, e non hanno tenuto in nessun conto le implicazioni economiche e monetarie negative che sarebbero inevitabilmente insorte nella regolazione delle relazioni economiche tra i Paesi aderenti all’area monetaria comune (eurozona), profondamente diversi tra loro.
Non appena insorgevano squilibri nelle bilance commerciali dei Paesi che avevano adottato la moneta comune, ci si appellava alla necessità che ciascuno di essi si attenesse ai famosi parametri di Maastricht, che stabilivano limiti all’indebitamento pubblico e al deficit corrente della pubblica amministrazione; oppure si procedeva all’approvazione di provvedimenti restrittivi, come è accaduto, ad esempio, con l’introduzione delle regole previste dal Patto di Stabilità e Crescita (un accordo, stipulato e sottoscritto nel 1997 dai Paesi membri dell’Unione Europea, per il controllo delle rispettive politiche di bilancio).
L’introduzione dell’euro, malgrado la natura politica delle ragioni che l’avevano giustificata, ha avuto inizialmente successo; ma ciò è servito solo a coprire l’insieme dei difetti che impedivano la correzione degli squilibri delle bilance commerciali dei Paesi, che avevano adottato la moneta unica, attraverso politiche monetarie attive dei governi dei singoli Stati. Ciò perché la Banca Centrale Europea, nominalmente indipendente, operava secondo una politica monetaria restrittiva, compatibile solo con il “buon funzionamento” delle più forti economie europee (in particolare di quella tedesca), che non consentivano che il riequilibrio delle posizioni di debito e credito dei Paesi aderenti all’eurozona avvenisse attraverso aggiustamenti del sistema dei prezzi interni.
Con i primi due presidenti, Wim Duisenberg e Jean-Claude Trichet, la Banca Centrale europea si è attenuta rigidamente ai canoni di una politica monetaria comune restrittiva, anche quando è sopraggiunta la crisi finanziaria della Grande Recessione del 2007/2008. E’ stato solo quando è divenuto governatore Mario Draghi, nel 2011, che la politica monetaria dell’istituto di credito centrale europeo ha iniziato a flessibilizzare la rigida condotta dei suoi predecessori.
A partire dal 2012, infatti, per affrontare le criticità dell’eurozona, Draghi ha assunto l’impegno di fare tutto il possibile (whatever it takes) per salvare l’euro; a tal fine, com’è noto, ha proceduto, prima, all’attuazione di programmi di intervento sul mercato dei titoli di Stato (denominati OMT: Outright Monetary Transactions), al fine di favorire l’omogeneo funzionamento del processo di trasmissione della politica monetaria comune in tutti i Paesi dell’eurozona; successivamente, egli ha fatto ricorso a operazioni di credito “non convenzionale” (quantitative easing), per aumentare la quantità di moneta in circolazione all’interno dell’area comune.
La politica inaugurata da Draghi è servita ad “ammorbidire” il peso della Germania (e degli altri Paesi ad economia integrata con quella tedesca) sull’azione della Banca Centrale Europea; ma le cause della crisi dell’euro non sono state rimosse, continuando ad essere motivi di scontro tra Draghi e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il prossimo anno Draghi potrebbe essere sostituito da qualcuno meno propenso ad attuare “whatever it takes”, per tenere ancora in vita l’euro; se dovesse accadere, per l’euro potrebbe essere realmente “l’inizio della fine”. Ciò è tanto più probabile, se si tiene conto del fatto, come osserva Danilo Taino su “La Lettura” del Corriere del 26 agosto, che le elezioni europee del 2019 “vedranno crescere nazionalismi e populisti in tutta la UE”, in grado di trasformare le istituzioni politiche e decisionali comunitarie in un condominio urbano litigioso; infatti, da anni in tali istituzioni siedono i rappresentanti dei vari Paesi aderenti all’eurozona, sempre propensi, quando si tratta di assumere obblighi comuni a sottrarsi agli impegni conseguenti, limitandosi a mostrarsi unanimi solo nel formulare dichiarazioni roboanti sul ruolo e sul futuro dell’Europa; dichiarazioni che hanno spinto qualche osservatore a definire l’Europa comunitaria attuale una sorta di “repubblica degli annunci”.
La fine dell’euro, afferma Taino, sarebbe certamente per tutti i Paesi membri, Italia in testa, un “disastro”, dovuto al fatto che “la moneta unica ha fallito nella missione di unire l’Europa”, perché l’Unione Europea, a causa degli egoismi nazionali, è stata “rinchiusa in una gabbia”, che ha ridotto l’europeismo, dalla caduta del Muro di Berlino, in un “flop storico le cui conseguenze non sono facili da immaginare”. Negli ultimi decenni, infatti, dalla caduta del “Muro” – continua Taino – gran parte delle energie mentali e politiche dell’Europa “sono state dedicate all’euro, alla sua costruzione prima e a preservarlo dalla sua crisi poi”.
Nel profondere tutti gli sforzi verso la conservazione dell’euro, così come originariamente è stato concepito, senza la preoccupazione di rimuoverne i limiti dai quali risultava affetto, è stato commesso, secondo Taino, “un peccato di presunzione che ha sostenuto l’ideologia della UE di oggi (a differenza di quella pragmatica delle origini): l’idea di essere non solo un esperimento unico nella storia, cosa che effettivamente è, ma di essere centrale nel mondo, un modello che avrebbe potuto essere replicato altrove. Fondato sulla tendenziale estinzione degli Stati [...]; sull’idea che sia stata solo la volontà degli europei a garantire decenni di pace in un continente in passato violento [...]; sul ritenere i valori usciti dal Sessantotto l’essenza dello spirito europeo; sull’illusione di essere ancora il centro del pianeta quando la globalizzazione stava rovesciando i tavoli: in sostanza sulla presunzione di poter vivere contando solo sul proprio brillate soft power, sulla convinzione che il resto del mondo avrebbe copiato il modello europeo”.
La vera resa dei conti per l’euro si verificherà, presumibilmente, con la fine del mandato di Draghi ed il venir meno della copertura politica dalla quale sinora la moneta unica è stata “assistita”. Ciò esporrà le economie deboli dell’Europa a una nuova crisi finanziaria; a questo punto sarà difficile contrastare in Germania la tesi dell’IFO (Institute for Economic Research di Monaco), da anni impegnato a sostenere che sarebbe un bene per l’eurozona se la Germania tornasse al marco. Se il successore di Mario Draghi sarà, come si prevede, il tedesco Jens Weidmann, attuale governatore della Bundesbank e oppositore di qualsiasi politica monetaria accomodante, è fondata la preoccupazioni che egli possa dar vita a una “stretta” alla politica monetaria permissiva del suo predecessore.
Se ciò accadrà, la conseguenza sarà, verosimilmente, la fine, non solo dell’euro, ma anche dello stesso progetto di unificazione politica dell’Europa. Con Weidmann, infatti, se succederà a Draghi, sarà azzerata la possibilità che si arrivi alla modificazione delle attuali regole che governano la moneta unica, in funzione del riequilibrio (attraverso la variabilità dei prezzi interni ai singoli Stati) delle posizioni delle bilance commerciali dei Paesi membri.
A questo punto, l’Europa, tornerebbe ad essere un amalgama di Stati tra loro litigiosi, esposti, come denuncia Taino, in presenza del “caos globale” oggi esistente, al rischio di diventare il “trofeo prezioso nella lotta tra un’America confusa e sempre più lontana dalla dimensione atlantica e una Cina che immagina una ‘sua’ Eurasia, cuore dell’ordine mondiale futuro, nella quale l’Europa sarebbe la penisola occidentale di un super-continente dominato da Pechino”.
Di fronte a questi scenari, decisamente poco entusiasmanti, sorprendono le reazioni al fatto che l’attuale Ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, abbia sostenuto la necessità di una modifica dello Statuto della Banca Centrale Europea, al fine di conferire ad essa maggiori poteri per contrastare la speculazione che le istituzioni finanziarie globali hanno sinora effettuato ai danni delle economie dei Paesi europei maggiormente esposti. Le dichiarazioni di Savona sono state commentate in vario modo: come una difficoltà del governo attuale nel realizzare “molte delle sue promesse” (Ferdinando Giugliano, su Repubblica del 15 luglio scorso); oppure, in difesa dello status quo, ritenendo la Banca Centrale Europea sia già dotata dei poteri necessari per contrastare la speculazione (Lorenzo Bini Smaghi su Repubblica del 18 luglio).
Di fronte ai pericoli che si prospettano per l’Italia, i commenti come quelli sopra riportati hanno dell’inverosimile: più che esprimere valutazioni responsabili sulla necessità che lo Statuto della Banca Centrale Europea venga modificato, essi sembrano riflettere la preoccupazione che la situazione attuale possa essere cambiata e che possano essere annullati i vantaggi che dalla debolezza della moneta unica possono trarre gli speculatori finanziari.
In conclusione, chi sta lanciando appelli per avviare utili iniziative pre-elettorali, in vista del rinnovo del Parlamento europeo, dovrebbe anche promuovere il dibattito sui motivi reali per cui è necessario sconfiggere i movimenti che, a causa del malcontento sociale originato dal “cattivo” funzionamento dell’euro, possono portare al fallimento del progetto europeo, costituendo anche una minaccia di involuzione politica, sia delle istituzioni europee, che di quelle nazionali.
—————
* anche su Avanti! online

Verso l’Incontro-dibattito sul Lavoro del 5 ottobre con Domenico De Masi. Materiali su Reddito di cittadinanza e dintorni

eebb67c5-52fa-43c9-adc8-b7c2edc5b6faMovimenti intorno al Reddito di cittadinanza
di Emanuele Ranci Ortigosa | 20 settembre 2018
welforum-it
Che il tema del contrasto alla povertà occupi ora uno spazio senza precedenti nell’agenda politica è molto importante e va ascritto a merito del Movimento 5 Stelle che lo ha inserito nel Contratto di governo e anche a Di Maio che se ne è assunto la responsabilità politica come Ministro del Lavoro. Merita quindi attenzione la mozione approvata dalla maggioranza di Governo alla Camera che traccia linee per futuri interventi e in particolare per l’introduzione del Reddito di cittadinanza. Il testo della mozione richiama in apertura il Reddito di Inclusione (Rei), la misura introdotta dal governo Renzi e ampliata poi dal governo Gentiloni, riconosciuta come “misura unica nazionale di contrasto alla povertà” e come “livello essenziale delle prestazioni da garantire uniformemente su tutto il territorio nazionale”, ma sviluppa poi su di essa interessanti valutazioni.
“Dal punto di vista teorico, afferma la mozione, la scelta tra selettività e universalismo riflette una diversa concezione circa il ruolo dello stato. Nel caso del cosiddetto Rei, il modello di riferimento è quello di uno stato sociale con compiti residuali, in cui la fornitura delle prestazioni non può che essere subordinata alla prova dei mezzi e il livello dei benefici deve essere appena sufficiente a garantire un livello minimo di risorse; i presentatori del presente atto di indirizzo ritengono invece che uno stato sociale debba avere compiti redistributivi, erogando, in moneta o in natura, prestazioni sociali volte a garantire alla generalità dei propri cittadini un tenore di vita adeguato, comunque commisurato anche a uno standard di povertà relativa”.
Secondo loro “una delle principali motivazioni addotte a favore del ricorso a criteri selettivi, ovvero al cosiddetto Rei, è da ricercarsi nella presunta minore onerosità per il bilancio statale unita ad una maggiore efficacia in termini di equità”. Ma così “la misura del Rei avvantaggia esclusivamente coloro che si collocano nelle posizioni reddituali inferiori della distribuzione, mentre l’erogazione di un beneficio universale comporta benefici anche per le classi medie”. Il Rei insomma “attua misure tradizionali allo scopo di garantire un livello minimo di sussistenza nel caso i singoli individui non dispongano di fonti alternative di reddito: tale misura agisce come una sorta di protezione contro il rischio di non lavorare e si configura sostanzialmente come misura redistributiva per combattere esclusivamente la povertà di reddito”.

Selettività e universalismo
Il testo vuole marcare una differenza concettuale fra ReI, selettivo, assistenzialistico e rivolto ai più poveri, e il Reddito di cittadinanza più universalistico e meno selettivo, più ispirato quindi alla teoria originaria del reddito di cittadinanza, il “reddito di base universale”. Questo prevede infatti l’erogazione di un contributo a ogni cittadino come tale, senza alcuna indagine sul beneficiario e senza alcuna selettività sulla sua condizione economica, per consentirgli di fare libere scelte sull’uso del suo tempo, e anche sul tempo di lavoro o di non lavoro.
La mozione taccia quindi il ReI di selettività eccessiva, dato che assume come selettore dei beneficiari una modesta frazione della povertà assoluta, pari a 180 euro netti al mese per un singolo, “tale da avvantaggiare esclusivamente coloro che si collocano nelle posizioni reddituali inferiori della distribuzione. L’erogazione di un beneficio universale comporta invece benefici anche per le classi medie”, e per questo la proposta del M5Stelle assume una soglia di riferimento ben più elevata, quella del rischio di povertà definito dalle statistiche europee, pari a 780 euro netti al mese per un singolo. E potrebbe anche con passi ulteriori aprire verso le classi medie: “erogando un importo più elevato rispetto al sussidio economico, gli 80 euro, che il governo Renzi ha introdotto, si potrà determinare persino, nel prossimo futuro, una riduzione degli ammortizzatori sociali presenti nel sistema, andando così a sgravare il bilancio dell’Inps da una serie di costi e, in aggiunta, verrebbe garantita una riduzione dei contributi sociali a vantaggio sia dei salari, sia dei redditi da lavoro”.

Le risorse, dove trovarle?
Queste affermazioni potrebbero preludere a un riutilizzo, prossimo o futuro, per il finanziamento del Reddito di cittadinanza, delle risorse oggi assorbite dagli 80 euro di Renzi (9 miliardi), più quelle destinate agli ammortizzatori sociali contro la disoccupazione temporanea (951 milioni), al ReI (2.750 milioni), cui si potrebbero aggiungere l’assegno personale di ricollocazione e la garanzia giovani (2 miliardi), il bonus per l’acquisto dai giovani di beni culturali (290 milioni), per un totale di ben 14.951 milioni. Una tale riconversione della spesa è stata proposta da una rivista vicina al Movimento, Politica ed economia, ed è stata riportata da Di Vico sul Corriere della sera. Forse non entrerà nella prossima legge di bilancio, ma indica una prospettiva che viene considerata, e che risulterebbe anche coerente con la teoria del Reddito di cittadinanza, che prevede appunto il riassorbimento in tale misura di altri interventi sociali e dei relativi costi.

Il ReI ha rappresentato un’importante svolta, da tempo attesa, nelle nostre politiche contro la povertà, ma l’attuale sua consistenza e diffusione è assolutamente inadeguata. L’eccessiva lentezza con cui i passati Governi hanno implementato la misura a fronte di un disagio sociale diffuso e crescente, ha avuto del resto puntuale riscontro nell’esito delle recenti elezioni, con il ridimensionamento del PD e la crescita del consenso del Movimento 5 Stelle.

Quanto alla profonda revisione dell’attuale imputazione e distribuzione della spesa assistenziale a sostegno dei redditi, anch’io da tempo ne condivido la necessità, ma l’ipotesi ora prospettata non è per ora inserita in una prospettiva più generale di riforma del sistema e non è accompagnata da una attenta verifica sugli effetti di tale operazione, e in particolare sulle aree e le situazioni di scopertura rispetto a bisogni seri e concreti che probabilmente aprirebbe. In attesa di maggiori approfondimenti appare quindi per ora azzardata.
I quasi 15 miliardi che la riconversione indicata libererebbe dalle attuali destinazioni renderebbero praticabile finanziariamente la proposta di Reddito di cittadinanza assunta nel contratto di governo: soglia della povertà relativa di 780 euro mensili, 500 euro di importo medio mensile per famiglia, 8 milioni di individui beneficiari, 17 miliardi di costo. Di Maio su questa insiste, e anche in tv a Cartabianca ha escluso di poter accettare soluzioni riduttive come l’assunzione dell’attuale soglia del ReI (per un singolo 180 euro al mese, importo mensile medio per famiglia stimato a 300 euro), sia pur associata a un raddoppio degli attuali beneficiari del ReI, da 2 a 4 milioni di persone (con passaggio da 2,5 a 5 miliardi di costo), o a una sua estensione a tutti i poveri assoluti, 5 milioni di individui, con 6,3 miliardi di costo.

Alcuni commentatori ipotizzano che se i vincoli di bilancio risultassero insuperabili, una mediazione accettabile come primo passo di un processo che dovrà andare oltre potrebbe configurarsi con l’assunzione di una o più soglie nel range di quelle della povertà assoluta Istat, per un target di 5 milioni di beneficiari e un costo di 10 miliardi. La definizione della soglia selettiva dei beneficiari e di integrazione del reddito sarebbe politica, e non certo l’assunzione delle soglie territoriali Istat già molto discusse, in particolare perché, basate sul costo della vita, avvantaggerebbero il nord, non considerando adeguatamente le carenze di infrastrutturazione e servizi del Mezzogiorno. Anche tale ipotesi risulta ad oggi finanziariamente poco praticabile se non si intendesse procedere a revisione delle misre in atto ad integrazione di redditi carenti, quelle sopra indicate o altre, ad esempio quelle da noi proposte con analisi approfondite nel 2016.

Lavoro e anche pensione di cittadinanza?
Tornando alla mozione, il testo si concentra poi sul lavoro: “in un mercato del lavoro sempre più flessibile, dove diventa sempre più facile perdere e trovare un nuovo lavoro, il reddito di cittadinanza consentirebbe di avere una continuità economica per i periodi in cui non c’è occupazione, e ciò è positivo innanzitutto per i lavoratori, ma anche per il mercato stesso in un’ottica di flexsecurity connotata dalla flessibilità per chi assume da una parte e da uno stato in grado di formare, riqualificare e reinserire il lavoratore, incrociando la domanda con l’offerta di lavoro dall’altra; (…) attraverso una misura, qual è il reddito di cittadinanza, è sicuramente possibile prevenire l’esclusione sociale degli individui con un reddito non continuo ed esiguo”.
La mozione conclude impegnando il Governo in primo luogo “ad assumere iniziative per istituire il reddito di cittadinanza, quale misura per il contrasto alla povertà, alla diseguaglianza e all’esclusione sociale nonché a favorire la promozione delle condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro e alla formazione, attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale di tutti i cittadini italiani in pericolo di marginalità, nella società e nel mondo del lavoro”; e a tal fine “a valutare l’opportunità di assumere iniziative per fissare un ammontare, parametrato alla soglia di rischio di povertà, calcolata sia per il reddito che per il patrimonio, alla base della scala Ocse per nuclei familiari italiani più numerosi”. Viene così finalmente chiarito che, come per il ReI, la situazione economica dei potenziali beneficiari verrà ricostruita considerando sia la componente reddituale che quella patrimoniale.
Da ultimo la mozione impegna il Governo “a valutare l’opportunità di assumere iniziative per assegnare una pensione di cittadinanza ai cittadini italiani che vivono sotto la soglia minima di povertà, attraverso l’integrazione dell’assegno pensionistico, inferiore a 780 euro mensili, secondo i medesimi parametri previsti per il reddito di cittadinanza”. Indicazione questa vaga (si riferisce solo alle pensioni minime integrate? O anche ad altri assegni?, che suscita non poche perplessità. Perché o è inutile, nel senso che i detentori di pensione minima debbono poter usufruire del reddito di cittadinanza come tutti gli altri cittadini, o mira invece a privilegiare l’aumento dei minimi pensionistici, con i relativi rilevanti costi, rinviando al futuro la ben più impegnativa realizzazione del reddito di cittadinanza. Sarebbe una scelta analoga a quella che già all’inizio del secondo millennio ha affossato il tentativo della ministra Turco di introdurre una misura specifica di contrasto alla povertà, il RMI, che se avesse avuto successo avrebbe contribuito a contrastare il drammatico aumento della povertà avvenuto negli anni della crisi, dal 2007 ad oggi, anche per la mancanza di uno strumento specifico di protezione. Anche allora si preferì integrare i minimi pensionistici piuttosto che finanziare l’avvio del Rmi. Si rischia allora di ripetere la passata scelta elettoralistica assicurando la pensione di cittadinanza alla soglia dei 780 euro ai titolari di pensione minima, in piena contraddizione con l’evoluzione della povertà che vede penalizzati soprattutto minori, giovani, famiglie con più figli, mentre lascia largamente indenni le persone anziane e con qualche percorso lavorativo formalizzato, meglio protette dai tradizionali interventi assistenziali. E ancora una volta si privilegerebbe la facile erogazione di un sussidio, scisso da strumenti di inclusione e promozione sociale, che richiedono impegno pazienza fatica, ma danno ritorni certo meno immediati ma ben più qualificati e efficaci.

Solo per gli italiani?
Con un grave cedimento al “dagli all’immigrato!” la mozione afferma ripetutamente che beneficiari del reddito e della pensione di cittadinanza saranno solo gli italiani. Il criterio generalmente assunto della residenza, nel caso di una certa durata, teso a impedire incursioni occasionali e opportunistiche che l’introduzione di un beneficio consistente a integrazione di redditi inadeguati potrebbe stimolare, per riservare il beneficio solo a chi abbia scelto di stare con continuità sul nostro territorio, assumendo oneri e vantaggi, verrebbe così sostituito da quello della nazionalità. Certo così si risparmierebbero anche non poche risorse, dato che le famiglie di soli stranieri, o miste, registrano una percentuale di povertà, sia assoluta che relativa, di molto superiore a quelle delle famiglie di soli italiani. Ma a scapito di una grave regressione sul piano dei valori e dei conseguenti diritti: dovremo sperare ancora una volta nella magistratura, ordinaria o costituzionale, o europea, per la loro riaffermazione?

Per concludere non posso che ribadire quanto ho affermato nel mio recente libro e più volte qui su welforum: l’impegno dei 5 stelle sul tema povertà è salutare, le critiche all’insufficienza e tardività del ReI sono giustificate e condivisibili ma non devono condurre a ignorare ciò che con esso finalmente si è avviato, come affermazione di un livello essenziale con un corrispondente diritto e come processo di sviluppo di interventi di inclusione sul territorio. Si cambi pure il nome, ma non si azzeri il lavoro finora svolto perché ReI e Reddito di cittadinanza presentano rilevanti differenze ma, malgrado le osservazioni della mozione che prima riportate, non risultano alternativi. Quanto fatto per il ReI è funzionale e utile anche ad uno sviluppo del Reddito di cittadinanza. Va quindi salvaguardato, e però integrato e implementato per superarne i forti limiti e per introdurre nuovi orientamenti e sviluppi, in particolare sul fronte dell’inserimento lavorativo, più corrispondenti alla visione della attuale maggioranza di governo.
——
Fonte: https://welforum.it/movimenti-intorno-al-reddito-di-cittadinanza/
———————————————————–
0ab0b305-3b24-4d92-9327-f416ec881071 abc6769c-0101-4c80-9d88-3058f26235b7Incontro – Dibattito
Cagliari, venerdì 5 ottobre 2018, ore 16.30. Sala conferenze del Banco di Sardegna, in viale Bonaria, 33, Cagliari.
Presentazione Atti del Convegno Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti, Edizioni Aracne.
Ore 16.30: Introduce Andrea Pubusa. Intervengono: Luisa Sassu, Antonio Dessì, Gianna Lai, Gianfranco Sabattini, Gabriella Lanero, Silvano Tagliagambe.
———————————————————————————————–
de-masi-jpgOre 18.00 – Il lavoro nel XXI secolo
Domenico De MASI.
intervistato da Fernando Codonesu.
Segue dibattito.
——————————————————–
costat-logo-stef-p-c_2-2
——————————————————–
coordinamento-610x350
PER UNA NUOVA STAGIONE DI LOTTA PER LA COSTITUZIONE

«La Costituzione italiana, da molti anni al centro dell’attenzione demolitrice delle diverse maggioranze parlamentari e di governo, sempre uscite sconfitte dal tentativo di modificarne la struttura e gli strumenti posti a garanzia per i cittadini, è nuovamente oggetto di aggressione». E’ una situazione «mai sopita di pericolo per la democrazia». Per questo il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale invita ad «una nuova stagione di lotta per la Costituzione», nella consapevolezza che difendere uniti la democrazia costituzionale costituisce «il principale ostacolo ai disegni reazionari e autoritari di mutamento delle nostre istituzioni».

E’ questo il cuore dell’appello che il Coordinamento per la Democrazia costituzionale rivolge a tutte «le culture, i cittadini, i soggetti sociali e le formazioni associative che si riconoscono nei valori della democrazia costituzionale», dando anche la propria disponibilità a sostenere tutte le iniziative che vadano in questo senso (dalla Marcia Perugia-Assisi alla manifestazione promossa dal quotidiano Il Manifesto).

«Mai come ora – si legge nel documento del Cdc – si assiste ad un’azione politica diretta ad insinuare e coltivare nella vita civile la discriminazione tra le persone». L’aggressione alla Costituzione italiana, infatti, è contrassegnata «da un’unica matrice di fondo: la negazione dei diritti fondamentali e universali delle persone, dei principi di solidarietà ed eguaglianza, che dal 1948 accompagnano e rafforzano la democrazia costituzionale in cui viviamo».

«Si vive quotidianamente in questo Paese – continua l’appello – la privazione effettiva dei diritti al lavoro, ad una efficiente sanità pubblica, all’istruzione, alla casa», mentre contemporaneamente vengono messi in campo «propagande e comportamenti» che spingono alla «logica del capro espiatorio che negli anni 30 del secolo scorso portò all’abiezione estrema delle leggi razziali».

Appare chiaro, sostiene ancora il documento del Cdc, «che l’attuazione concreta della Costituzione non sia, come dovrebbe, il riferimento fondamentale dell’agire politico. (…) Nuove forme di attacco alla Costituzione sono in atto, con fatti compiuti, e non possono escludersi, perché già annunciati, rinnovati tentativi formali di modifica della Carta. Siamo in presenza di una deriva autoritaria e presidenzialista, destinata anche a ridurre drasticamente il ruolo del Parlamento, la cui centralità come sede rappresentativa della sovranità popolare viene apertamente messa in discussione. Ciò richiede una reazione e un rinnovato impegno per ricostruire le energie democratiche per impedire tentativi di annullamento dei diritti e di esasperazione delle disuguaglianze». Occorre anche «avviare una campagna politica a lungo termine che sappia vigilare e incidere sulle scelte legislative ed esecutive, affinché siano ripristinati i valori costituzionali su cui si fonda la convivenza civile». E «occorre l’impegno concreto perché i diritti e i doveri dettati dalla Costituzione trovino realizzazione pratica nella vita democratica del Paese».

«La vittoria del NO nel referendum costituzionale del dicembre 2016 – ricorda infine il Cdc – ha tracciato la strada per la rinascita di una coscienza collettiva democratica; la mobilitazione e l’impegno di tanti cittadini sono riusciti a fermare chi voleva stravolgere la Costituzione per modificarne soprattutto la forma di governo».

Roma, 18 settembre 2018
—————————————————-

Santa Igia

img_7035Il territorio di Santa Igia e il progetto di fondazione del Castello di Cagliari, città nuova pisana del 1215
Riassunto
Il nucleo della città nuova fu progettato dai pisani nel 1215 nei territori di Santa Igia, capitale del Giudicato di Cagliari. L’analisi di alcune parti pervenute del contesto originario permette una più ampia valutazione di vari aspetti della fondazione pisana, quali la strategia adottata per disconnettere l’assetto territoriale precedente e l’introduzione di innovazioni sul piano della costruzione urbanistica ed edilizia.
La caratura culturale della città nuova è quella di una “grande opera” in un panorama europeo nel quale le fondazioni sono una pratica diffusa. Il progetto di Cagliari interpreta istanze politiche e mercantili, eseguite secondo i più avanzati dispositivi militari, estetici, simbolici e culturali.
[segue]

La natura dei beni comuni

img_5696img_5699
a cura di Gianfranco Sabattini
.

1. Posizione del problema

Un inquadramento dei problemi concernenti il governo dei beni comuni non è possibile realizzarlo sulla base dei soli assiomi analitici della teoria economica tradizionale; occorre un approccio che integri gli assiomi della teoria economica tradizionale dei cosiddetti beni pubblici con quelli propri di altri approcci all’analisi di specifici aspetti della realtà sociale, quali quelli della teoria giuridica dei diritti, della teoria sociologica, della teoria istituzionale.
Punto centrale dell’inquadramento unitario dei problemi riguardanti i beni comuni e la loro definizione; a tal fine, conviene partire da una loro considerazione come beni sociali, nel senso di beni il cui consumo arreca un beneficio indistintamente a tutti i membri del sistema sociale (A.Nicita, 2003; S.Civitarese Matteucci, 2008). Il maggiore problema concernente tali beni riguarda il fatto d’essere stati sinora governati attraverso procedure che la teoria economica tradizionale ha elaborato con riferimento alla classe onnicomprensiva dei cosiddetti beni pubblici. Conviene, perciò, partire preliminarmente dalla sistematizzazione teorica di questi ultimi, fornita dai contributi di P.A.Samuelson (1993), J.M.Buchanan (1969), R.A.Musgrave (1995) e J.Head (1974).
Secondo questa sistematizzazione, i beni pubblici sono quei beni il cui consumo a livello individuale si riferisce al totale consumato da un’intera comunità di individui secondo una condizione di parità e non di somma, come avverrebbe nel caso di beni di consumo privati.
Un noto teorema di economia del benessere, recita che quando in un sistema economico a decisioni decentrate coesistono beni di consumo privati e beni di consumo pubblici, è possibile una configurazione di equilibrio ottimale del mercato in senso paretiano solo se tutti i soggetti economici, dal lato del consumo, rivelano le loro preferenze (le loro funzioni di domanda individuali e quindi le disponibilità a pagare per le diverse quantità possibili dei beni stessi) e quando, dal lato dell’offerta, i produttori, in funzione delle preferenze rivelate, producono ed offrono i beni pubblici domandati.
[segue]

TRUMP togliere ai poveri per dare ai ricchi

usa-e-gettadi Roberta Carlini su Rocca

Premia e unisci i più ricchi, divide et impera sui più poveri. In pochi giorni, la presidenza Trump ha mostrato nel modo più plastico e chiaro possibile il suo contenuto. Con l’approvazione della riforma fiscale al Senato americano – adesso manca il passaggio al Congresso, ma appare scontato – e la denuncia dei trattati internazionali in materia di immigrazione, il tycoon-presidente ha cancellato l’impatto sull’opinione pubblica del grande scandalo del Russiagate. Questo andrà avanti e potrà ancora morderlo, ma intanto Trump incassa il consenso su due nodi di fondo del suo mandato. La mossa sugli immigrati è solo di immagine: non cambierà molto, per ora, ma fa credere all’elettorato americano, soprattutto quello impoverito e incattivito, che la presidenza vigila e protegge contro l’invasione di altri poveri che potrebbero concorrere su lavori e salari sempre più bassi. Il piano fiscale invece è la vera sostanza. E, come ci si poteva aspettare, va in direzione opposta a quella della protezione del ceto medio, quello che doveva tornare a far grande l’America. È il più grande taglio alle tasse della storia statunitense, e andrà tutto a beneficio di chi ha di più. Quel club di finanzieri, proprie- tari d’industria, affaristi che magari all’ini- zio non aveva puntato compattamente sul cavallo Trump, ma che ora si trova a in- cassare il premio di una scommessa an- che senza aver giocato.

da Ronald a Donald
L’entità del pacchetto fiscale di Donald Trump è impressionante: 1400 miliardi di dollari in dieci anni. La sua filosofia rical- ca quasi alla lettera quella di Ronald Rea- gan degli anni Ottanta: la riduzione delle tasse, diceva la Reaganomics, serve ad «af- famare la bestia» dello Stato, liberare in- dividui e imprese dalle sue grinfie, e l’eco- nomia così sarà libera di esprimere tutto il suo potenziale. Ne deriverà una crescita che finirà per «coprire» i buchi nel bilancio aperti dallo stesso taglio alle tasse. Quando i conservatori attuali dicono che almeno un terzo della misura si ripagherà da sé attraverso la maggiore crescita economica, sposano la stessa filosofia. Con Reagan, non funzionò. Il deficit pubblico americano salì e restò alto, dando poi l’avvio ad altre instabilità e altri pericoli. Ma soprattutto, oltre agli effetti sulle casse pubbliche, il dibattito sulla crescita che segue a un taglio delle tasse è importante perché è solo per questo tramite che sarebbe beneficiata la gente comune, quella che non ha in mano società e patrimoni e che dunque potrebbe essere premiata dalla misura di Trump solo se questa davvero portasse più posti di lavoro, e migliori, cioè pagati meglio.
Come potrebbe accadere questo? Come potrebbe, negli Stati Uniti usciti dalla crisi con una ripresa dell’occupazione ma con impoverimento della popolazione e aumento delle diseguaglianze sociali, funzionare quel meccanismo del «trickle down» (effetto sgocciolamento) che non funzionò all’epoca di Reagan? I due assi portanti del pacchetto fiscale sono la riduzione dell’aliquota sui profitti delle società, da 35 al 20%, e il condono per chi riporta in patria i capitali dall’estero. Liberando i capitali dalle tasse, oppure riportandoli indietro, si avrà una ripresa degli investimenti negli Stati Uniti, e per questo tramite di posti di lavoro: questa la tesi dei fautori della riforma. Alla quale però si controbatte che il problema principale dell’economia oggi non è la carenza di capitali: anzi, ha scritto sul New York Times Kimberley Clausing, economista del Reed College, «viviamo già in un mondo inondato di capitali». Il basso costo del denaro ha reso possibile questa «inondazione», ma non ha spinto le società a investire abbastanza. Allo stesso tempo, i profitti negli Stati Uniti sono tornati a un livello molto alto, vicino a quello della bolla pre-crisi. Dunque: il denaro costa poco e i profitti sono alti, questo dovrebbe creare già di per sé un clima favorevole agli investimenti. Ma, aggiunge Clausing, «perché le società facciano investimenti, serve una classe media benestante». Cioè gente che presumibilmente comprerà i loro prodotti.

chi paga per Trump
Qui la questione distributiva si intreccia inevitabilmente – com’è stato dall’inizio della crisi – con quella della stabilità e della crescita del sistema economico. E non sarà mitigata, né tantomeno risolta, dal piano fiscale, dato che – secondo i calcoli del Joint Committee on Taxation del Congressional Budget Office – a regime, nel 2027, chi guadagna tra i 40 e i 50.000 dollari l’anno avrà ottenuto un aggravio fiscale complessivo di 5,4 miliardi di dollari, mentre coloro che guadagnano più di 1 milione di dollari l’anno avranno un taglio di 5,8 miliardi. La classe medio-bassa sarà penalizzata anche da altre misure contenute nel pacchetto: la controfirma sanitaria, che toglierà la copertura assicurativa sulla salute a 13 milioni di persone; e il blocco delle tasse locali, che vorrà dire l’interruzione di programmi di welfare in Stati che hanno una sicurezza sociale maggiore (sono quasi tutti governati dai democratici, tra l’altro). A queste valutazioni va aggiunta anche quella più generale: chi pagherà per l’enorme aumento del debito pubblico? Per finanziarlo, in futuro si dovrà ricorrere a nuove tasse – dunque si sta spostando il peso da una generazione a un’altra – oppure all’aumento degli interessi sul debito: e in questo caso l’effetto positivo della riduzione fiscale sulle imprese sarà controbilanciato dal peso del costo del denaro.

un consenso miope
Dunque è discutibile, e molto discussa, la tesi per cui la riduzione delle imposte sulle società fa bene a tutti e non solo ai portafogli dei loro azionisti. Per incentivare gli investimenti, si potevano introdurre sgravi fiscali a questo mirati, non premiare i profitti che già si sono prodotti. Non c’è dubbio che, per chi ha in tasca azioni delle società, quello di Trump sia un bel regalo: ma anche i megamiliardari a un certo punto cominceranno a chiedersi se questa nuova era dell’economia, oltre a dar loro grandi premi nel breve periodo, potrà portare a possibilità di nuovi affari nel futuro: mentre la classe media è sempre più impoverita, la società polarizzata, e le infrastrutture pubbliche – quelle che servono anche a fare utili, dalle comunicazioni alla formazione all’istruzione – in condizioni pietose. Il consenso per Trump dei suoi pari, cioè della fascia più ricca della popolazione, rischia di essere molto miope. Ma che dire del consenso di chi è molto lontano nella scala sociale, e che pure, a stare ad alcune analisi del voto, ci aveva creduto? Qui subentra la seconda parte della strategia di Trump, quella dei messaggi d’odio e chiusura nei confronti dei più poveri tra i poveri, dei più marginali tra i marginali: gli immigrati, i loro figli, i nuovi entranti. Anche in questo caso, il «pensiero» economico che sta dietro alla strategia dei muri e dei respingimenti guarda solo a un pezzo del fenomeno; ignora il contributo che gli immigrati hanno da sempre dato a quel Paese, sin dalla sua costituzione, e anche in tempi recenti, con interi pezzi di economia che si reggono grazie alle braccia e alle menti venute da fuori, e anche grazie alla domanda aggiuntiva che questi portano. Ma anche in questo caso, uno sguardo più lungo, e un discorso appena più complesso, è per ora travolto dalla brutale semplicità delle promesse di Trump e della nuova destra autoritaria. I cui effetti redistributivi – togliere ai poveri per dare ai ricchi – si stanno però mostrando con altrettanta chiarezza. E forse potranno portare a una contro-reazione, al di là e al di qua dell’Atlantico.
Roberta Carlini su Rocca
————————————–
rocca-1-2018