Risultato della ricerca: Gianfranco Sabattini

Oggi sabato 21 settembre 2019

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L’Italia che non c’è ovvero la “dissonanza cognitiva” degli italiani sullo stato del Paese
21 Settembre 2019
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Nei sistemi democratici i cittadini sono chiamati a concorrere, con il loro consenso, alla soluzione dei problemi che caratterizzano lo Stato del quale fanno parte. Per svolgere efficacemente questa funzione, è necessaria una corretta conoscenza di tali problemi; l’informazione statistica consente di rilevare le condizioni politiche, sociali ed economiche di un dato Paese, risultando, […]
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E’ online il manifesto sardo duecentonovanta

pintor il manifesto sardoIl numero 290
Il sommario
Ricostruire la politica contro odio, paure, indifferenza (Ottavio Olita), Il marchio del bandito di Annino Mele. Una storia da riconsiderare (Claudia Zuncheddu), La Sardegna non ha il metano (Antonio Muscas), Abusi edilizi in quel gioiello naturalistico di Tavolara? (Stefano Deliperi), Sul taglio di 160 posti di lavoro alla RWM (Arnaldo Scarpa e Giulia Guaita), Accademia di Belle Arti a Cagliari: forse ci siamo (Paolo Carta), Il ruolo della questione sociale nell’attuazione del disegno europeo (Gianfranco Sabattini), Turchia e dintorni. I 17 anni del potere di Erdoğan (Emanuela Locci), Come superare il malessere della Sardegna (Sandro Roggio), Proporzionale sì, ma senza sbarramento (Alfonso Gianni), Nasce l’Anonima Metano (red), LIBE.R.U propone una nuova legge elettorale per le regionali (Francesco Casula), Dalla marginalità alla centralità. Cosa facciamo da grandi? (Cristiano Sabino), Riforme istituzionali: quali priorità? (Massimo Villone), Perché non pensare ad una Cittadella della salute? (Massimo Dadea).
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Economia Civile

Terenzio mercatino pop Is Mirrionis
La responsabilità dei mercati nei confronti della
società civile

di Gianfranco Sabattini

In “Responsabili. Come civilizzare il mercato”, Stefano Zamagni intende mostrare come nella prospettiva dell’economia civile (intesa come teoria economica di mercato alternativa al capitalismo e fondata sui principi solidaristici di reciprocità e fraternità) sia possibile avanzare un concetto di responsabilità dell’agire in grado di integrare sia l’etica della responsabilità che quella delle conseguenze. In una stagione come quella attuale – egli afferma – “nella quale le forze del mercato controllano ormai il pianeta, è urgente muovere passi decisivi verso l’elaborazione di un concetto di responsabilità che vada oltre la familiare imputabilità”; ciò, al fine di tener conto delle conseguenze dell’azione economica, non solo sul soggetto che l’ha posta in essere, ma anche sull’intera collettività (non necessariamente racchiusa all’interno di un determinato Stato-nazione).
L’urgenza di elaborare un concetto di responsabilità più comprensivo rispetto a quello implicito nella logica del comportamenti economico è resa palese dalla considerazione che, “se pensare l’atto senza ascriverlo a chi lo compie” significa cadere in un inaccettabile oggettivismo (come se l’azione potesse esistere indipendentemente da chi agisce), del pari inaccoglibile è “la posizione del soggettivismo, secondo cui basterebbe l’intenzione buona a rendere tale l’azione”.
Tradizionalmente, il concetto di responsabilità, per l’agente che deve rendere ragione del suo agire, veniva inteso – secondi Zamagni – nel senso di una chiamata dell’agente a rispondere solo delle conseguenze delle proprie azioni; tale concetto aveva a suo supporto l’autorità della filosofia del libero arbitrio, secondo la quale ogni agente è dotato della capacità di essere causa dei propri atti e, di conseguenza di essere responsabile degli esiti negativi che da essi (gli atti) possono derivare. Da un cinquantennio a questa parte – continua Zamagni – ha preso forma un’accezione di responsabilità che è valsa a collocarla “al di là del principio del libero arbitrio e della sola sfera della soggettività, per porla in funzione della vita”; una collocazione che ha comportato un obbligo morale vincolante l’agente ne confronti del mondo.
In questo contesto, il focus della responsabilità è divenuto la vulnerabilità “degli esseri investiti dagli effetti di azioni, individuali e collettive”. Mentre nel passato il problema della responsabilità si poneva nei confronti di agenti nettamente individuabili, oggi, “di fronte alla portata cosmica del mercato e della nuova tecno-scienza”, le azioni individuali e collettive “possono turbare le stesse prospettive di sopravvivenza nonché le stesse basi biologiche della vita”. In queste condizioni – sottolinea Zamagni – il non danneggiare gli altri (che per l’etica liberale tradizionale è l’unico limite alla libertà d’agire a livello personale) non è più sufficiente, in quanto occorre fuoriuscire dall’indeterminatezza e stabilire chi siano “quelli” che non devono essere danneggiati.
Zamagni ritiene che, per uscire dall’incertezza si debba adottare la prospettiva di analisi della responsabilità fondata sull’”etica del futuro”, formulata dal filosofo tedesco Hans Jonas, in “Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”. L’interpretazione del concetto di responsabilità offerta dal filosofo tedesco presuppone la liberazione dell’uomo dai problemi posti dal “dominio sconfinato della tecnoscienza” e della possibilità che le azioni ad essa informate “possano trasformare o alterare le strutture originarie della vita umana”. A tal fine, secondo Jonas, occorre che la responsabilità sia definita sulla base di un “imperativo non eludibile”, ovvero sulla base di un dovere, per l’essere umano, di non danneggiare se stesso con le proprie azioni e di difendere la specie umana, per garantirne la sopravvivenza. Da ciò consegue che l’uomo contemporaneo debba sempre comportarsi senza mai fare dell’esistenza una “posta in gioco nelle scommesse dell’agire”.
Secondo Jonas, le possibilità aperte dal potere conferito dai progressi della tecnoscienza hanno messo in crisi i presupposti impliciti all’etica della responsabilità tradizionale; in particolare è stato messo in crisi quello secondo cui l’azione dell’uomo non sarebbe mai stata in grado di violare la natura. Proprio per questo, in passato, la riflessione sulla responsabilità non aveva bisogno di porsi il problema della sopravvivenza della specie umana.
Tuttavia, secondo Zamagni, la prospettiva di analisi del concetto di responsabilità di Jonas presenta il limite di ridurre il fine “dell’uomo alla pura sopravvivenza, intesa in senso basicamente biologico”. Per l’economia civile, invece, il fine dell’uomo, e della società alla quale egli appartiene, non è il semplice sopravvivere, ma il “vivere bene”; ciò, per rendere possibile la “piena realizzazione di tutte le capacitazioni [nel senso di Amartya Sen] della persona”. Sul piano del vivere insieme, ciò implica – sostiene Zamagni – “una disponibilità da parte della politica alla trasformazione dell’assetto istituzionale esistente, non tanto alla sua conservazione con interventi meramente riformisti”, quanto al suo continuo adattamento alle aspirazioni dell’uomo alla realizzazione piena del proprio progetto di vita.
Dopo la lunga premessa sull’evoluzione del concetto di responsabilità e sulla più comprensiva definizione dello stesso formulata all’interno della prospettiva di analisi di Jonas, Zamagni si chiede: “Se il fondamento di un comportamento responsabile non può essere il solo calcolo economico, né il rispetto formale della norma legale, né la libertà di fare ciò che si vuole, dove lo si può cercare? [...] Se il fine ultimo è il compimento della persona [...], come un tale fine può essere perseguito in un ambito come quello economico”, dove la massimizzazione del risultato dell’azione individuale è “considerata condizione di successo nel mondo degli affari?”. Se è impossibile vivere senza un’economia di mercato – risponde Zamagni -, non è detto che questa sia l’unica via del progresso. Se il mercato è necessario, in esso possono essere oggetto di scambio solo le cose, non anche le persone e l’insieme delle loro reciproche relazioni, che stanno a fondamento del loro “vivere bene”. Esistono valori, asserisce Zamagni, che possono essere realizzati attraverso il mercato, solo se, secondo la prospettiva dell’economia civile, lo si considera come luogo in cui sia possibile perseguire la “virtù” e non solo la ricerca di “rendite”.
E’ noto come il mercato sia stato originariamente definito come il luogo all’interno del quale l’uomo è capace di dare vita, con le proprie azioni, a conseguenze buone o cattive a seconda delle circostanze, del tutto imprevedibili e non intenzionali; quindi del tutto indipendenti da ogni considerazione sulla moralità dell’agente. Con l’inizio della modernità e la progressiva affermazione del mercato, si è dovuto affrontare il problema di trovare il modo di “assicurare un ordine sociale senza ricorrere al principio d’autorità o a presupposti teologici”; se, con l’istituzionalizzazione del mercato, non si poteva prescindere che in esso potesse prevalere il “vizio” della ricerca di rendite da parte di agenti egoisti, occorreva trovare le particolari condizioni che in qualche modo valessero a “giustificare” il loro comportamento. La soluzione della “mano invisibile” di Adam Smith è servita allo scopo; secondo il filosofo-economista morale scozzese non era necessario assumere la moralità delle azioni degli agenti di mercato, a condizione che fossero stati “predisposti (e fatti correttamente funzionare) ben definiti meccanismi di mercato”. La genialità della metafora di Smith, a parere gi Zamagni, è consistita proprio nel fatto d’aver consentito di dimostrare che “gli individui servono l’interesse collettivo proprio quando sono guidati nelle loro azioni dall’interesse proprio”.
Nel mercato guidato dalla mano invisibile smithiana, gli esiti finali del processo economico “non conseguono dalla volontà di un qualche ente sovrastante [...], ma dalla libera interazione di una pluralità di soggetti, ognuno dei quali persegue razionalmente il proprio obiettivo, sotto un ben definito insieme di regole”. Per Zamagni, l’elegante dimostrazione di Smith, che il libero mercato, quando razionalmente governato, produce risultati ottimali, sia per gli agenti che in esso operano che per l’intera collettività, nasconde in realtà “elementi di fragilità”. Ciò perché, il ragionamento alla base del convincimento che il mercato possa consentire con libere scelte individuali, il perseguimento di risultati ottimali per tutti, “non è quasi mai vero”; sarebbe vero “se il soggetto che sceglie avesse preso parte alla definizione del menù di scelta”.
Infatti, la scelta sarebbe libera solo se gli agenti avessero preso parte alla definizione dell’insieme delle alternative tra le quali essi possono scegliere; se l’insieme delle alternative è gia dato, perché fissato da altri, la condizione di libertà di scelta non è soddisfatta. Si deve allora concludere – sottolinea Zamagni – “che l’inganno e la manipolazione delle preferenze degli agenti, essendo endemici al meccanismo di mercato”, determinino il venir meno della responsabilità degli agenti. Così stando le cose, accettare il libero mercato alla base dell’ordine sociale non implica necessariamente una sua organizzazione deresponsabilizzante; ciò perché esso (il mercato) può essere organizzato in maniera tale da fare sempre risaltare la responsabilità delle azioni degli agenti che in esso operano.
Quanto ciò sia necessario è reso evidente dal fatto che nella produzione di beni e servizi nelle condizioni storiche attuali (caratterizzate dalla presenza del fenomeno della globalizzazione), è “l’anonimato” dei suoi protagonisti (in particolare delle organizzazioni d’impresa) e gli effetti di lunga gittata delle loro operazioni che “tendono a scoraggiare o addirittura a dispensare gli individui dal sentirsi responsabili di quel che fanno”.
Negli ultimi due secoli, la scienza economica è stata in grado di far valere il senso di superiorità che le derivava dal fatto d’essere considerata la più scientifica delle scienze sociali; una presunzione fondata sul nucleo duro espresso “dal celebrato modello della scelta razionale”, posto a fondamento dell’agire dell’homo oeconomicus. Da qualche tempo – sostiene Zamagni – si è affermato “un interesse crescente degli economisti nei confronti del problema riguardante i presupposti antropologici del discorso economico”, ancora dominato da una concezione limitata del benessere personale e dall’incapacità di riconoscere la rilevanza dell’esistenza nell’uomo di “disposizioni che vanno oltre il calcolo dell’interesse personale”.
Tali insufficienze del discorso economico hanno motivato molti economisti a interiorizzare la necessità di un cambiamento del “raggio d’azione della ricerca economica”. Da questo allargamento è emerso con chiarezza – secondo Zamagni – “il segnale del disagio di continuare a muoversi entro una camicia di Nesso che impone di credere alla presunta neutralità del discorso economico”. I limiti del discorso economico tradizionale sono emersi con “conseguenze devastanti” in ambiti specifici della teoria economica, quali ad esempio quello della giustizia distributiva e quello della qualità dell’impatto sull’ambiente naturale delle moderne attività industriali.
I limiti che la teoria economica tradizionale ha sempre presentato riguardo al problema della giustizia distributiva sono riconducibili, a parere di Zamagni, innanzitutto al permanere del convincimento tra gli economisti della validità dei dogmi dell’ingiustizia, considerata l’esito di “una sorta di legge ferrea cui il genere umano mai si sarebbe potuto sottrarre”; oppure, l’esito della credenza che l’”elitarismo” dovesse essere sempre incoraggiato, nel convincimento che il “benessere dei più” potesse crescere “maggiormente con la promozione delle abilità dei pochi”. Riguardo al problema ecologico, l’insufficienza della teoria economica tradizionale è invece riconducibile alla persistenza di un altro dogma, quello secondo il quale il sistema economico, “attraverso i suoi stessi meccanismi”, sarebbe sempre riuscito a superare, con un continuo flusso di innovazioni tecnologiche, qualsiasi impatto negativo del processo produttivo sull’ambiate. Si tratta di un dogma smentito dalle modalità di funzionamento delle attuali economie industriali, i cui effetti esterni sull’ambiente, se nel passato potevano essere considerati trascurabili, oggi causano invece danni irreversibili sulle risorse naturali indispensabili per la vita dell’uomo.
Gli effetti delle ineguaglianze distributive e dei danni ambientali irreversibili sulla stabilità dell’attività produttiva e della tenuta della coesione sociale impongono oggi, conclude Zamagni, non solo una completa ristrutturazione degli attuali metodi produttivi, ma anche e soprattutto “nuove categorie di pensiero per una disciplina – l’economia appunto –troppo a lungo rimasta estranea” alle problematiche che agitano il mondo contemporaneo e all’urgenza di una più puntuale definizione di bene comune.
Non si può che condividere l’analisi critica che Stefano Zamagni formula nei confronti delle categorie proprie della teoria economica tradizionale; ugualmente va condiviso il suo convincimento che la ristrutturazione degli attuali metodi produttivi e l’introduzione, nel corpus teorico della teoria economica, di nuove categorie di pensiero dipendano dalla necessità che gli economisti, nello svolgimento della loro professione (per stabilire quali “regole e quali strumenti” rispondono a una più comprensiva definizione dei bene comune), si aprano più alla ragione sapienziale che a quella strumentale; il problema di fondo, però, sta nel fatto che, nell’esercizio della loro professione, la maggior parte degli economisti tende, oggi come ieri, ad aprirsi molto più alla ragione strumentale che a quella sapienziale.

Oggi sabato 14 settembre 2019

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Larry Summers: verso una stagnazione secolare?
14 Settembre 2019
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Nel 2013, in occasione dell’annuale “Conferenza di Ricerca” del Fondo Monetario Internazionale sul tema “Crises: Yesterday and Todat”, Larry Summers (affermato economista di Harvard, già ex consulente della Banca Mondiale e delle amministrazioni Clinton e Obama, ex Segretario al Tesoro ed ex Direttore del National Economic Council degli Stati Uniti) ha svolto un intervento […]
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RWM DOMUSNOVAS
Crisi Rwm, il vescovo Zedda accusa i politici: “Decisioni affrettate”
“Non vince nessuno, ma perdono gli operai”, le parole del monsignore.
Su L’Unione Sarda online, 14 settembre 2019.
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AladinpensieroEditoriali

img_1174Gli aspetti negativi degli squilibri tra i territori subregionali di Gianfranco Sabattini, Editoriale su Aladinpensiero online.
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E’ la “partecipazione” la chiave per combattere gli squilibri territoriali, soprattutto per superare o almeno attenuare le disuguaglianze sociali

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Gli aspetti negativi degli squilibri tra i territori subregionali

di Gianfranco Sabattini

Aurelio Bruzzo, docente di Politica economica presso l’Università degli studi di Ferrara, ha pubblicato di recente, a cura del Dipartimento di Economia e management della stessa Università, il “Quaderno DEM, n. 6/2019”, dal titolo “Situazione socio-economica e politica di coesione in Emilia-Romagna a fine 2018”. L’autore, utilizzando documenti ufficiali sugli esiti delle misure adottate dall’Amministrazione regionale dell’Emilia-Romagna, nell’ambito della politica di coesione sociale dell’Unione Europea, analizza i valori assunti dalle principali variabili socio-economiche nel contesto dell’area (in anticipo di due anni rispetto alla fine del periodo di programmazione 2014-2020 della succitata politica di coesione).
A parte i risultati, di per sé importanti (sui quali vale la pena di riflettere), che Bruzzo ha ottenuto con la sua analisi, il lavoro è rilevante anche perché può essere assunto a “metro e misura” dei ritardi che non permettono alla Sardegna, da settant’anni impegnata a promuovere un processo omogeneo di crescita e di sviluppo di tutta l’area regionale, di fare altrettanto; ovvero, di non condurre un’analisi socio-economica come quella compiuta da Bruzzo, per la mancanza della documentazione tecnica della quale la Regione Sardegna avrebbe dovuto e potuto da tempo dotarsi.
Avvalendosi dello stato di attuazione del Programma Operativo Regionale FEST dell’Emilia-Romagna alla fine del 2018, Bruzzo compie una valutazione dei risultati che si stanno profilando a seguito della politica di coesione, con l’obiettivo di “sollecitare l’attenzione da parte sia degli studiosi, che dei policy maker” sugli effetti di tale politica a livello locale; obiettivo, questo, solitamente “trascurato e sottovalutato”, nonostante che dalla maggior coesione sociale realizzata a livello locale, attraverso gli investimenti infrastrutturali e produttivi previsti dall’attuazione dei POR regionali, dipenda “il conseguimento di un più elevato livello di sviluppo socio-economico”, non solo delle singole regioni, ma anche dell’intera area economica nazionale alla quale esse appartengono.
Al riguardo è bene ricordare che il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) è uno dei principali strumenti finanziari della politica regionale dell’Unione europea, il cui scopo è quello di rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale, per ridurre il divario fra le regioni più avanzate e quelle in ritardo sulla via dello sviluppo. L’impiego del fondo si inserisce quindi all’interno della politica di coesione comunitaria, con l’obiettivo fondamentale di supportare e promuovere il processo di integrazione economica del Vecchio Continente. A tal fine, la politica di coesione europea, col concorso nel finanziamento delle misure adottate di ogni Stato membro, si propone di perseguire la creazione di posti di lavoro, il miglioramento della competitività tra le imprese, la crescita economica, lo sviluppo sostenibile e il “miglioramento della qualità della vita dei cittadini in tutte le regioni e le città dell’Unione europea”. Il miglioramento-sviluppo delle qualità della vita è dunque stabilito a livello regionale, e solo indirettamente a livello locale.
Bruzzo ha condotto la sua analisi, non a livello regionale, ma locale, considerando in particolare la Provincia di Ferrara, in quanto rappresentante “la porzione del territorio regionale notoriamente meno sviluppata”; in quanto tale, sarebbe stato logico attendersi una particolare attenzione verso di essa da parte dell’Amministrazione regionale, mediante una più consistente destinazione di risorse, in considerazione della specifica finalità assegnata alla politica di coesione dal Trattato sul funzionamento dell’UE, “di perseguire un più ‘armonioso’ livello di sviluppo economico all’interno del territorio europeo”.
Sulla base dell’analisi dei dati risultanti dalla documentazione disponibile, Bruzzo ha accertato che l’attuazione della politica di coesione in Emilia-Romagna è stata “del tutto ottimale” e che il periodo di programmazione 2014-2020 potrà concludersi, per la Regione, “entro la scadenza prevista, senza imbattersi nelle difficoltà sofferte da buona parte delle altre Amministrazioni regionali”. Stando infatti alle informazioni diffuse dall’Agenzia per la Coesione Territoriale (un ente pubblico, vigilato direttamente dal Presidente del Consiglio dei Ministri, che ha l’obiettivo di sostenere, promuovere ed accompagnare programmi e progetti per lo sviluppo e la coesione territoriale), le altre Amministrazioni regionali alla fine del 2018 apparivano in ritardo rispetto all’Emilia-Romagna, al punto che alcune di esse risultavano impossibilitate “ad assumere in tempo utile tutti gli impegni previsti dai rispettivi Programmi”.
Però, la valutazione dell’azione della Regione Emilia-Romagna può essere considerata positiva solo per quanto riguarda l’attuazione della politica di coesione sociale dallo stretto punto di vista degli obblighi operativi; non altrettanto può dirsi nei confronti dell’impatto socio-economico manifestatosi concretamente sull’intero territorio regionale, considerato questo nella sue articolazioni territoriali. A livello territoriale, i dati disponibili, hanno consentito di rilevare come, dal punto di vista di molte grandezze socio-economiche, la provincia di Ferrara sia stata penalizzata sul piano demografico e, più specificatamente, su quello della popolazione residente: a partire dal 2010, tale provincia ha invertito il suo precedente trend crescente, facendo presumere che esso, in assenza di adeguate contromisure di medio e lungo periodo, sia destinato a proseguire; dal 2013, l’occupazione è stata caratterizzata da un andamento tendenzialmente negativo, mentre ancora più preoccupante sono risultati il livello e l’andamento della disoccupazione, mantenutasi su posizioni più elevate rispetto a quelli regionali; infine, se si considera l’aggregato maggiormente rappresentativo circa il livello di sviluppo economico di un’area territoriale, il valore aggiunto pro-capite nella Provincia di Ferrara ha assunto, alla fine del periodo 2014-2020, valori inferiori rispetto alla media nazionale e ancor più rispetto a quella regionale
Le cause di tutti questi aspetti, a parere di Bruzzo, sono sicuramente situate in buona parte all’interno del territorio ferrarese, che risulta tradizionalmente arretrato da molti punti di vista, non solo da quello economico; esse, però, ricadono anche all’esterno, in considerazione del fatto che la crescita e lo sviluppo della provincia di Ferrara, dipendono, oltre che dalle sue relazioni economiche con le altre regioni italiane, anche da quelle con le restanti province emiliano-romagnole. Sulla posizione economico-sociale di maggior debolezza della Provincia di Ferrara, rispetto alle altre province della regione di appartenenza, avrebbe dovuto intervenie con maggiore oculatezza la politica di coesione sociale co-finanziata dall’Unione Europea, che ha come obiettivo “il conseguimento di uno sviluppo equilibrato e bilanciato sia tra le varie regioni ed aree urbane europee sia al loro interno, al fine di evitare in tal modo il permanere nel lungo periodo di porzioni di territorio in condizioni di arretratezza socio-economica”.
La conoscenza del modo in cui sono avvenute le erogazioni effettuate a livello territoriale, quale quella offerta dall’accesso al “portale web”, coordinato dal “Dipartimento per le Politiche di Coesione” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha consentito di accertare come le risorse stanziate, distinte per ambiti tematici, sono state distribuite a livello locale; nel caso della Regione Emilia-Romagna, le erogazioni in attuazione della politica di coesione della Comunità Europea, secondo il programma 2014-2020, sono state caratterizzate da una loro maggiore concentrazione nell’area del capoluogo (quelle godute dalla Provincia di Bologna sono risultate maggiori del 40% rispetto a quelle destinate alla Provincia di Ferrara).
Appare evidente, secondo Bruzzo, che la politica di coesione sociale attuata in Emilia-Romagna (e, generalizzando, in tutte le regioni caratterizzate da diffusa arretratezza economica), invece di favorire “il riequilibrio intra-regionale che dovrebbe essere uno dei primari obiettivi di tale politica”, ha incrementato la forza attrattiva dei centri regionali privilegiati, a causa della concentrazione territoriale delle erogazioni. Le risultanze empiriche evidenziano infatti che la distribuzione territoriale degli investimenti effettuati nella Regione Emilia-Romagna è avvenuta a scapito delle aree periferiche, dando luogo ad un processo di sviluppo regionale squilibrato, sorretto da una logica di “causazione circolare cumulativa” negativa.
La conseguenza di ciò sarà che, a causa di questa logica, le iniziali differenze territoriali, in termini di crescita economica e di sviluppo sociale, saranno destinate ad accentuarsi, con il pericolo (spesso reale come, ad esempio, sta a dimostrare l’esperienza della Sardegna, afflitta dal fenomeno dello spopolamento dei comuni delle zone periferiche) che, lasciando le disuguaglianze territoriali incontrastate, si finisca – afferma Bruzzo – per modificare la struttura produttiva, demografica ed urbanistico-territoriale delle regioni; da aree regionali “tendenzialmente policentriche” (in cui i vari centri urbani possono stabilire tra loro un valido rapporto di complementarietà per la promozione di un processo di crescita e sviluppo condiviso) si passerà ad aree regionali dove prevarranno solo alcuni centri dominanti (o, al limite, solo uno), lasciando a quelli periferici, nel migliore dei casi, un ruolo marginale, e nel peggiore, una sicura estinzione.
Per evitare il consolidarsi degli esiti della logica di causazione circolare cumulativa negativa, sarebbe importante, sottolinea Bruzzo, cercare di approfondire, attraverso un approccio interdisciplinare, quali sono le cause che danno luogo agli esiti produttivi, demografici ed urbanistico-territoriale indesiderati a livello locale. E’ questo un tema da sempre dibattuto, ma mai affrontato razionalmente; l’approccio interdisciplinare evocato da Bruzzo, implicherebbe che le regioni arretrate (ma, in generale, tutte, indipendentemente dal loro livello di sviluppo) si dotassero di una “matrice di contabilità sociale”. Ciò al fine di acquisire informazioni utili per la predisposizione di “modelli” di politica di sviluppo regionale che tengano conto del modo in cui si distribuisce il prodotto sociale a livello locale, a seguito dell’attuazione degli interventi attuativi della politica di coesione, considerando tale distribuzione come causa ed effetto dei processi di formazione del prodotto sociale.
Il successo riscosso dal sistema di contabilità sociale nelle sue applicazioni ai Paesi sottosviluppati è da attribuirsi principalmente alla sua caratteristica di utilizzare, nelle decisioni assunte, i dati puramente economici in combinazione con informazioni di carattere sociale. Ma non basta, per contrastare le disuguaglianze sub-regionali, occorrerebbe anche che le regioni decentrassero il processo decisionale, realizzando le condizioni compatibili con la partecipazione delle popolazioni locali alla determinazione degli investimenti destinati alle infrastrutture e ai comparti produttivi che maggiormente possono contribuire alla valorizzazione della risorse locali.
Solo in questo modo la crescita e lo sviluppo territoriale possono diventare la condizione necessaria e sufficiente per assicurare una coesione sociale diffusa nell’intero territorio delle singole regioni; quindi, permettere che gli esiti della maggior coesione sociale siano distribuiti in modo da evitare il permanere e l’approfondimento delle disuguaglianze territoriali e di quelle sociali esistenti.
Tra l’altro, una più larga partecipazione dal basso nella determinazione degli interventi servirebbe, come sottolinea Bruzzo, a recidere la correlazione spesso esistente tra le decisioni di distribuzione territoriale degli investimenti e i “processi socio-politici”, che nell’esperienza delle politiche regionali di sviluppo risultano spesso connessi alla formazione delle disuguaglianze; è noto come i processi socio-politici nelle regioni arretrate siano all’origine dell’”affievolimento” del ruolo e della funzione degli imprenditori, i quali, partecipando all’attuazione della politica di sviluppo delle regioni, hanno spesso privilegiato di svolgere il ruolo di “imprenditore da trasferimento di risorse pubbliche”, piuttosto che quello di “imprenditore da re-investimento”. Anche per la rimozione di queste collusioni improprie, la partecipazione dal basso nella determinazione della politica regionale di crescita e di sviluppo può risultare strumentale rispetto al contenimento delle disuguaglianze territoriali.

Beni comuni

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Il governo razionale dei beni comuni e il problema della scarsità
di Gianfranco Sabattini

Il continuo dibattito sulla natura e l’uso dei beni comuni è condizionato dall’incertezza che pesa sulla loro definizione; da esso tuttavia sembra “emergere” una definizione che considera beni comuni tutte quelle risorse che risultano necessarie alla vita (perché preordinate a soddisfare stati di bisogno di particolare rilevanza per gli individui) e che, investendo i diritti fondamentali delle persone, si caratterizzano per la non esclusione dall’uso generale, con conseguente non assoggettabilità ad un prezzo, quale corrispettivo per il loro uso.
In tempi di crisi economica persistente, il dibattito pubblico in corso in Italia tende a porre la gestione dei beni comuni in controtendenza rispetto all’assoggettamento delle risorse alle logiche del mercato. Tuttavia, le incertezze persistenti sulla definizione di bene comune impediscono che dal dibattito emergano le linee di una politica di riforma istituzionale utile a prefigurare una loro razionale gestione; ciò, al fine di sottrarre i beni comuni alla cosiddetta “tragedia dei commons” che, in considerazione della loro non esclusione dall’uso generale, potrebbe condurre alla loro totale “distruzione”.
Il governo razionale dei beni comuni può essere infatti prefigurato solo tenendo conto, al pari di tutte le risorse economiche, della loro scarsità. Ciò perché, il fatto d’essere di proprietà comune comporta che all’intera platea dei proprietari sia assegnato a titolo individuale il diritto d’uso, mentre a nessuno di essi è concessa la facoltà di escludere gli altri. Se i proprietari che dispongono del diritto d’uso sono troppi, le risorse di proprietà comune potrebbero essere esposte al rischio della sovrautilizzazione; le stesse risorse, potrebbero essere esposte anche al rischio della sottoutilizzazione, a causa, ad esempio, di una definizione del diritto di proprietà dei beni comuni che potrebbe “margini” di interferenza nelle modalità del loro uso (come accade, per esempio, in Italia, nell’uso di ciò che resta dei cosiddetti “usi civici”, la cui utilizzazione da parte dell’operatore pubblico – di solito i comuni – è spesso contestata dall’intera comunità municipale, titolare del diritto di proprietà). In entrambi i casi, i proprietari dei beni comuni sarebbero “condannati” a subire gli esiti negativi della “tragedia dei commons”.
La “tragedia” è connessa al rischio che i beni comuni possano essere gestiti, come sostengono i “benecomunisti”, da operatori diversi dai loro legittimi proprietari, in quanto fruitori; i titolari della proprietà indivisa di beni devono infatti sostituirsi direttamente a qualsiasi forma di potere, privato o pubblico, nel determinare come gestire la conservazione e le forme di fruizione di tali beni. Tuttavia, perdurando lo stato di scarsità, la loro gestione di questi beni non può prescindere dalle leggi economiche tradizionali che indicano le modalità ottimali, sia per la loro conservazione, che per il loro uso.
La proprietà comune, in quanto riferita all’insieme dei soggetti che compongono una determinata comunità, è diversa dalla proprietà pubblica. A differenza dei beni comuni, quelli di proprietà pubblica possono essere gestiti direttamente dagli enti pubblici proprietari, sulla base di processi decisionali maggioritari (cioè sulla base delle maggioranze politiche pro-tempore esistenti). Poiché l’insieme dei proprietari-fruitori dei beni comuni non dispone di autonomi meccanismi decisionali, l’esercizio del diritto di proprietà comune e la gestione dei beni cui tale forma di proprietà si riferisce devono essere delegati alla responsabilità di un “soggetto operante” (quale, ad esempio, una cooperativa) che deve esercitarli in nome e per conto del delegante, la comunità, in funzione della volontà collettiva che essa esprime.
Con riferimento al governo e all’uso dei beni comuni, sorgono perciò gli stessi problemi presenti ancora oggi in Italia in molte realtà territoriali, con riferimento agli antichi “usi civici”, dove gli enti locali, sulla base di decisioni maggioritarie, amministrano risorse che, in quanto beni comuni, possono essere gestite solo dalla comunità olisticamente intesa come “un tutto”.
Il suggerimento di Elinor Ostrom, l’economista premio Nobel che ha approfondito il tema dei beni comuni, si presta poco ad essere utilizzato per realizzare in termini efficienti il governo della proprietà di tali beni, secondo forme cooperative. L’intento del suo contributo è stato quello di pervenire ad una teoria adeguatamente specificata delle azioni collettive, mediante le quali un gruppo di operatori può organizzarsi volontariamente per utilizzare il frutto del suo stesso lavoro, o dei suoi beni di proprietà indivisa.
La Ostrom non crede nei risultati delle analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale, ma solo nelle spiegazioni empiricamente confermate del funzionamento delle organizzazioni umane relative a specifiche e particolari realtà. Ciò perché, secondo la Ostrom, le analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale comportano l’astrazione dalla complessità dei contesti concreti, per cui diventa probabile il rischio di rimanere “intrappolati” in una “rete concettuale” che astrae dalle realtà particolari.
Molte analisi condotte a livello di intero sistema sociale sarebbero perciò niente di più che metafore; ma affidarsi a metafore per gestire specifiche realtà può portare a risultati sostanzialmente diversi da quelli attesi. Un conto è spiegare come possono essere gestite in modo efficiente le risorse scarse di proprietà comune di una comunità di pescatori, oppure quelle di una comunità di allevatori; altro conto è spiegare come può essere realizzato, in condizioni di equità e di giustizia distributiva, il governo di tutte le risorse di proprietà comune di una determinata comunità nazionale.
In Italia il dibattito su come affrontare i problemi connessi alla realizzazione di uno stato del mondo più confacente alla gestione dei beni comuni si è svolto sinora prevalentemente con riferimento alla struttura istituzionale esistente. Questa, a causa dell’egemonia della logica capitalistica, secondo i “benecomunisti” avrebbe subito trasformazioni tali da determinare la crescente privatizzazione delle risorse disponibili. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, infatti, all’insegna del “terribile diritto” della proprietà privata e del misconoscimento di alcuni dettati costituzionali che ne salvaguardavano la funzione sociale, è stata realizzata la distruzione dell’economia pubblica e la privatizzazione di buona parte del patrimonio pubblico; processo, questo, che, non essendo ancora ultimato, è giusto motivo di preoccupazione per i “benecomunisti”.
Il movimento “benecomunista”, dotato prevalentemente di un’anima giuridica, considera i beni comuni, non già come beni economici aventi caratteri peculiari, ma come dei diritti universali, la cui definizione non può essere “appiattita” su considerazioni esclusivamente derivanti dalla teoria economica. Per dirla con le parole di Stefano Rodotà, il giurista che è stato tra i primi ad introdurre la questione dei beni comuni in Italia, “se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, [...] allora può ben accadere che si perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità ‘comune’ di un bene può sprigionare tutta la sua forza», in funzione della soddisfazione dei diritti universali corrispondenti ai bisogni esistenziali incomprimibili degli esseri umani.
I “benecomunisti” sostengono che, per evitare lo smarrimento della loro vera qualità comune, i beni comuni devono essere tolti dal mercato e salvaguardati giuridicamente per garantire a tutti la loro fruibilità. Ma come? Rodotà manca di dirlo; mentre è ineludibile, considerata la loro natura di risorse scarse, la necessità che siano stabilite le procedure da istituzionalizzate per governare la proprietà e la gestione dei beni comuni. Ciò al fine di evitare che la sola definizione dal lato del consumo di tali beni (intesi come fonte di soddisfazione di diritti universali) li esponga al rischio di un loro possibile spreco.
Tra l’altro, è necessario pervenire a una precisa definizione dei beni comuni, anche per stabilire quali dovrebbero essere realmente, tra le risorse disponibili, quelle da sottrarre alle leggi di mercato; se ci si riferisce, ad esempio, al trasporto pubblico locale, la mobilità delle persone nel territorio è un bene comune o è solo, tra gli altri, un bene il cui governo deve essere lasciato alle leggi di mercato? L’interrogativo potrebbe essere esteso ad una molteplicità di situazioni, sino ad includere nella classe dei beni comuni la maggior parte di tutto ciò che di momento in momento viene prodotto ed utilizzato all’interno del sistema sociale.
L’incertezza nella definizione dei beni comuni causa l’impossibilità di fare appropriati passi in avanti nella riflessione sulla riorganizzazione del quadro istituzionale che sarebbe necessario per una loro razionale gestione. I “benecomunisti”, mancando perciò di uscire dalla vaghezza definitoria su cosa sia un bene pubblico e quali siano le condizioni che valgono a trasformare una data risorsa in bene comune, “soffrono” dell’atteggiamento di chi è sempre propenso a valutare ex ante le proposte destinate a fare fronte a specifiche emergenze, senza il conforto di una valutazione sia pure potenziale ex post della loro desiderabilità ed attuabilità. Essi, infatti, trascurano che le proposte formulate in sede preventiva, senza un confronto con la modalità necessarie alla loro attuazione, corrono il rischio di rivelarsi fallimentari a posteriori.
Inoltre, le critiche che i “benecomunisti” rivolgono alla situazione istituzionale esistente mancano di prefigurare una struttura istituzionale alternativa, idonea ad esprimere “una progettualità di lungo periodo”. Tali critiche, infatti, si limitano ad affermare, in astratto, gli ostacoli che si oppongono al rispetto del mandato costituzionale che coniuga l’equità distributiva con l’efficienza economica e gestionale delle risorse delle quali dispone il Paese, mancando di considerare i problemi connessi con la forte territorializzazione che caratterizza di solito i beni comuni; nessun cenno viene fatto, inoltre, alle “politiche di infrastrutturazione” necessarie per garantire, a livello nazionale, l’accesso all’uso dei beni comuni localizzati solo in un dato territorio.
Per queste ragioni, le critiche dei “benecomunisti” tendono a risultare, dal punto di vista economico, quasi delle “scatole vuote”, utili solo a mobilitare sul piano ideologico l’opinione pubblica contro gli esiti della logica capitalistica; si tratta di critiche del tutto prive di ogni riferimento alla struttura istituzionale che dovrebbe essere realizzata, per garantire, a livello di intero sistema sociale ed economico, un razionale soddisfacimento dei diritti universali cui si fa riferimento. In altri termini, i “benecomunisti” mettono il carro davanti ai buoi, nel senso che la loro progettualità risulta finalizzata, non a prefigurare un possibile riformismo istituzionale, utile a consentire una gestione razionale dei beni comuni di proprietà collettiva, ma solo a correggere e contenere gli esiti indesiderati del funzionamento dei sistemi sociali capitalistici attuali; tutto ciò senza preoccuparsi di evitare gli esiti negativi dell’eccessiva propensione a rifiutare quanto dell’economia standard può risultare ancora idoneo a governare e salvaguardare i beni comuni.
Ciò sarebbe invece necessario, al fine di evitare che il rischio connesso al rifiuto ideologico delle leggi dell’economia standard possa causare anche inintenzionalmente la formulazione di strategie riformiste di lungo periodo svincolate dalla realtà. Uno dei peggiori sbagli che si possa commettere, nelle condizioni in cui versa attualmente l’Italia sul piano sociale ed economico, è pensare che una proposta astratta possa essere realmente attuata; sarebbe il peggior servizio reso al Paese, per via del fatto che esso finirebbe con l’essere ulteriormente penalizzato sovrastato dal funzionamento del proprio sistema economico in assenza di regole certe e concrete.

Oggi domenica 8 settembre 2019

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img-1129La quarta rivoluzione industriale è già qui. Resistenza alla “tecnofobia” e riscatto del lavoro.
Gianfranco Sabattini su Aladinpensiero online.
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Sorge Carbonia, la città costruita in 300 giorni, ‘capitale nazionale del carbone autarchico’
8 Settembre 2019
Gianna Lai su Democraziaoggi.
Continuiamo la pubblicazione sulla nascita di Carbonia, dopo il primo articolo di domenica scorsa.
E bisogna fare in fretta se è vero che, come dice Pietro Grifone ne Il capitale finanziario in Italia, ‘la congiuntura mondiale nel triennio 1936-39 è completamente dominata dall’incombente fato della guerra’. L’economia dei principali Paesi finalizzata al riarmo integrale, […]

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Oggi sabato 7 settembre 2019

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Roncaglia: l’età della disgregazione
7 Settembre 2019
di Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Alessandro Roncaglia ha pubblicato di recente un ponderoso volume sulla storia del pensiero economico contemporaneo (“L’età della disgregazione”, Laterza, 2019): “di fronte alla frammentazione che caratterizza oggi la ricerca in campo economico”, egli ne ricostruisce le linee di sviluppo, evidenziando i nessi che le legano e le filosofie sottostanti, e spiegando le contrapposizioni e le diverse interpretazioni “di cui è ricca la ricerca teorica in campo economico, nonostante la pretesa tante volte richiamata di obiettività scientifica”.[...]

La quarta rivoluzione industriale è già qui

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Resistenza alla “tecnofobia” e riscatto del lavoro

di Gianfranco Sabattini

Marco Bentivogli, segretario nazionale della Federazione Italiana dei Metalmeccanici della CISL, nel libro “Contrordine compagni. Manuale di resistenza alla tecnofobia per la riscossa del lavoro e dell’Italia”, contrordine-compagnipassa in rassegna le grandi tendenze dell’innovazione (quella già in atto e quelle che si prospettano nel medio-lungo periodo). Egli si propone, da un lato, di diffondere una maggior conoscenza circa i contenuti della quarta rivoluzione industriale (della quale dovrebbe essere portatore il progetto “Industria 4.0”) e delle tecnologie che la renderebbero possibile; dall’altro lato, intende però dimostrare quanto sia necessario vincere la ritrosia della politica e del sindacato ad accettare l’inevitabilità dell’innovazione nell’ambito del mondo del lavoro.
Bentivogli è certo che la conoscenza anticipata delle implicazioni dell’innovazione possa costituire, se ben governata, uno straordinario mezzo per la soluzione dei principali problemi economici attuali e per il miglioramento della condizione umana. Il “Manuale” ha infatti l’obiettivo di spiegare, nel modo più chiaro possibile, che “il futuro è un formidabile terreno di sfida in cui nulla è predeterminato”, per cui è importante “cogliere alcune tendenze già in atto, e soprattutto decidere cosa e come fare perché la persona resti il fine di ogni progetto umano, che sia economico, industriale, tecnologico o sociale”.
Dalla prima grande rivoluzione nella storia dell’umanità, quella neolitica, sono stati necessari diversi millenni – afferma Bentivogli – “per fare il successivo passo in avanti di portata paragonabile: l’introduzione di tecnologie industriali mai sperimentate precedentemente, alle quali è dato convenzionalmente il nome di Rivoluzione Industriale”. La rivoluzione neolitica, nel X millennio A.C., attuatasi in periodi diversi in varie aree del mondo, ha portato alla transizione da una economia di sussistenza (basata su caccia e raccolta) all’addomesticamento di animali e alla coltivazione di piante. Essa ha avuto profonde conseguenze, non solo sul piano strettamente esistenziale, ma anche sulla struttura sociale delle comunità preistoriche; mentre la pratica dell’attività della vita nomade giustificava l’esistenza di piccole comunità di limitate dimensioni e poco strutturate da un punto di vista sociale, l’”invenzione” dell’agricoltura stanziale ha dato inizio alla formazione di comunità sedentarie di sempre maggiori dimensioni e complessità.
L’incremento della popolazione verificatosi con il consolidarsi della sedentarietà delle comunità ha dato luogo, a sua volta, ad una strutturazione della società fondata sulla divisione del lavoro, nonché allo sviluppo degli scambi e del commercio. Inoltre, con la rivoluzione agricola, l’uomo ha iniziato lo sfruttamento dell’ambiente naturale, reso possibile da un continuo miglioramento degli strumenti di lavoro, inaugurando in tal modo un’attitudine che ne ha caratterizzato, nel bene e nel male, la sua successiva storia come essere sociale.
Oggi, col termine “Industria 4.0” viene indicata la moderna tendenza all’automazione nell’attività industriale, con l’adozione di nuove tecnologie produttive fondate sull’”Intelligenza Artificiale”, che consentono di migliorare anche le condizioni di lavoro. In termini tecnici, l’intelligenza artificiale è un ramo dell’informatica che permette la programmazione e la progettazione di tecnologie in grado di dotare le macchine di determinate caratteristiche considerate proprie dell’uomo. Un sistema intelligente è infatti realizzato cercando di ricreare una o più di queste caratteristiche che, sebbene siano definite umane, in realtà sono il risultato di particolari comportamenti riproducibili meccanicamente.
Sull’impatto dell’introduzione dell’intelligenza artificiale nell’organizzazione della produzione non vi è accordo tra gli esperti, sia riguardo alla conservazione dei livelli occupazionali, sia riguardo alle condizioni alle quali sono costretti ad attenersi i lavoratori nell’espletamento delle proprie mansioni. Per alcuni, il miglioramento dei livelli occupazionali e delle condizioni del lavoratore sarebbero solo promesse, simili a quelle che ogni trasformazione tecno-organizzativa sinora verificatasi ha di solito portato con sé; per altri, invece, la complessa riorganizzazione del mondo della produzione, realizzata con gli investimenti in infrastrutture, scuole, sistemi energetici, enti di ricerca ed altro ancora, oltre che aumentare i livelli produttivi, consentirebbe di migliorare anche le condizioni del lavoratore.
La disparità di questo può essere compresa solo considerando in una prospettiva storica intesa solo giudicando i continui miglioramenti tecnologici verificatisi dopo l’”invenzione” dell’agricoltura stanziale, rilevandone le diverse fasi che si sono succedute nel tempo; ciò rende possibile valutarne l’impatto sul mondo del lavoro in relazione alle condizioni esistenziali prevalenti in ognuna della fasi considerate.
Dalla rivoluzione neolitica sino alla fine del XVIII secolo, il progresso tecnologico ha proceduto molto lentamente, tanto da caratterizzare l’intero intervallo temporale come l’era della “scarsità” e di un’esistenza dell’umanità caratterizzata da condizioni di prevalente povertà. Alla fine del XVIII secolo, sulla scorta delle idee dell’Illuminismo e del progresso scientifico e tecnologico verificatosi con la Rivoluzione Industriale ha avuto inizio il riscatto dell’umanità dalla povertà.
Questa “Rivoluzione” ha avuto cadenze temporali diverse: una prima fase ha interessato i settori produttivi che hanno potuto avvalersi dell’introduzione della macchina a vapore. Una secondo stadio, sviluppatosi intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento, è stato contrassegnato dall’introduzione dell’energia elettrica nei processi produttivi e dall’aumento della rete commerciale internazionale, reso possibile dalla diminuzione del costo del trasporto. Una terza fase, il cui inizio è collocato convenzionalmente nella seconda metà del secolo scorso, ha determinato una stretta connessione dell’informatica coi processi produttivi; con questa connessione viene anche identificato l’insieme dei processi di trasformazione della struttura produttiva, caratterizzati da una forte propensione all’innovazione tecnologica e dal conseguente sviluppo economico dei sistemi sociali, resi sempre più integrati tra loro dal processo di globalizzazione delle economie nazionali.
Infine, un’ulteriore rivoluzione industriale, tutt’ora in corso, è destinata a caratterizzare il futuro delle moderne economie industriali; il sup obiettivo è quello di introdurre il tele-lavoro, le cui caratteristiche sono espresse dal progetto “Industria 4.0”. Con il lento materializzarsi degli esiti di questa nuova rivoluzione industriale, saranno i sistemi produttivi strettamente connessi con i sistemi informatici a determinare le trasformazioni del mondo del lavoro. Queste ultime provocheranno il decentramento dei processi produttivi, che si svolgeranno, non più all’interno dei ristretti confini degli Stati-nazionali, ma all’interno del mercato globale nato dalla integrazione delle economie nazionali.
E’ diffusa l’opinione di molti esperti secondo i quali l’avvento della quarta rivoluzione industriale influenzerà profondamente l’evoluzione delle modalità produttive e lavorative; esso avrà l’effetto di creare molti milioni di nuovi posti di lavoro, ma contemporaneamente anche quello di distruggerne molti di più. Oltre ai benefici, soprattutto in termini di efficienza, la realizzazione del progetto ”Industria 4.0” provocherà un radicale cambiamento delle relazioni tra il mondo della produzione e lo svolgimento delle attività lavorative; ciò perché diventerà possibile organizzare il “lavoro in remoto”, dando luogo ad una generalizzata sostituzione dell’uomo nella gestione della produzione.
Alcuni centri di ricerca prevedono che entro il 2025 circa un quarto dei lavori che oggi si conoscono saranno sostituiti da robot intelligenti. La nuova rivoluzione industriale è sicuramente ancora all’inizio, ma è certo che con l’avvento del tele-lavoro non sarà più possibile, come avveniva nel passato, avvalersi delle tradizionali politiche attive del lavoro per assicurare un ruolo lavorativo a quanti saranno coinvolti nella crescente disoccupazione strutturale irreversibile.
Le società del futuro avranno a loro disposizione minori strumenti con cui opporsi alle conseguenze delle innovazioni tecnologiche, in quanto la rivoluzione digitale sarà caratterizzata da dinamiche diverse da quelle proprie delle precedenti rivoluzioni. Ai tempi della meccanizzazione dei processi produttivi, i mutamenti originavano sconvolgimenti nelle combinazioni produttive solo in settori specifici dell’economia, mentre gli esiti della rivoluzione digitale avranno carattere generale e investiranno indistintamente tutti i settori produttivi. La domanda alla quale occorre allora dare una risposta è: sino a che punto il sistema sociale potrà sopportare la formazione al suo interno di una crescente massa di disoccupati strutturali, senza correre il rischio di collassare?
Il vero problema della condivisione della quarta rivoluzione industriale è la mancata previsione delle procedure da attuare per tutelare chi non potrà più disporre di un reddito attraverso la partecipazione al lavoro. Coloro che condividono con entusiasmo acritico l’attuazione del progetto “Industria 4.0” solitamente non indicano il rimedio a questo problema, limitandosi ad osservare che la riorganizzazione del mondo della produzione comporterà la necessità di una nuova politica sociale. Il silenzio su questa carenza viene meno solo per iniziativa di chi è propenso ad esaltare la digitalizzazione dell’economia senza una razionale valutazione del come risolvere i problemi sociali conseguenti, qualificando le proposte volte a garantire in ogni caso un reddito a chi suo malgrado resta senza lavoro dotate di un “fascino sinistro”; ciò perché, a parere di chi è acriticamente affascinato dalla progetto “Industria 4.0”, queste proposte varrebbero solo a “’spezzare’ il legame tra sforzo e ricompensa”. Conseguenza, questa, considerata negativa ai fini della crescita e del progresso dell’umanità, perché avrebbe l’effetto di impedire alla forza lavoro disoccupata involontariamente (ma senza la possibilità di un reinserimento in un nuovo rapporto di lavoro) di essere valorizzata.
Ma come può essere valorizzata la forza lavoro espulsa involontariamente dalla stabilità occupazionale e destinata solo ad aumentare l’”esercito della disoccupazione strutturale ed irreversibile”? Su questo punto Bentivogli non ha dubbi: occorre accompagnare la nuova rivoluzione industriale con una rivoluzione culturale. E’ questa una condizione che non ha alternative, perché per le società, tra le quali l’Italia, i cui componenti si sono trovati soli di fronte agli esiti negativi della crisi del 2007-2008, non “esistono scorciatoie”; per le società in crisi non esistono, “né le facili ricette della ‘rottamazione’ [...], né la spinta verso il sogno perpetuo [...] di un cambiamento radicale”. A parere del sindacalista Bentivogli, entrambi gli approcci sfocerebbero “nella fragile personalizzazione della politica e nel populismo”.
Che fare allora? Nel breve periodo, occorrerebbe dare “contenuto e forma alla rabbia e alla disperazione delle persone”, assolvendo a quella che da sempre è la tipica funzione dei sindacati; per cui questi ultimi dovrebbero abbandonare il ruolo di presidio degli insostenibili livelli occupazionali. In particolare, i sindacati, secondo Bentivogli, farebbero meglio a “ridurre” il dibattito sugli aspetti tecnologici ed economici della fase attuale di ristrutturazione del mondo della produzione e del lavoro, spostando il focus della discussione circa gli effetti della rivoluzione digitale in atto “su un terreno culturale, etico e di senso”. I sindacati, infine, dovrebbero soprattutto tenere conto che, per “effetto delle rivoluzione digitale, la cultura si deterritorializza”, in quanto la “condivisione di credenze, valori, esperienze, tradizioni, non avviene più all’interno del ghetto della comunità organica chiusa, ma si apre all’influenza e alla contaminazione dello spazio aperto dalla comunicazione globale”.
Per quanto possa sembrare condivisibile, l’approccio di Bentivogli ai problemi attuali delle moderne società industriali, è privo però della messa a punto di una pre-condizione ineludibile, espressa dalla necessità di indicare preventivamente come rendere possibile lo spostamento della discussione circa gli effetti della rivoluzione digitale “su un terreno culturale, etico e di senso”, risolvendo senza pregiudizi il problema della riforma delle modalità di distribuzione del prodotto sociale e prescindendo dal legame, sinora considerato insopprimibile, tra “sforzo e ricompensa”.
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E’ online il manifesto sardo duecentottantanove

pintor il manifesto sardoIl numero 289
Il sommario
“Assemblea”: cooperazione e organizzazione della “Moltitudine” (Gianfranco Sabattini), Capitalismo e depressione collettiva (Amedeo Spagnuolo), Un’altra cafonissima estate lungo i litorali sardi. Magari fosse l’ultima (Stefano Deliperi), Le 5 ASL (Massimo Dadea), Turchia e dintorni: La Turchia e gli altri attori internazionali in Libia (Emanuela Locci), Vivere l’emergenza sanitaria: come l’ “ottimizzazione” può oscurare il rapporto umano (Aldo Lotta), Crisi Porto Canale di Cagliari e licenziamenti: quando la Regione potrebbe fare ma non fa (Luana Farina), Una conferenza sarda per la salute mentale (Gisella Trincas), Road Map per l’emergenza climatica (Guido Viale), Il nodo irrisolto della leadership del M5 Stelle (Alfonso Gianni), Il mondo in basso cresce in silenzio (Raúl Zibechi e Juan Wahren).

Europa, Europa

Il ratto di Europa Mosaico  III sec. d.C Beirut
L’Europa del futuro secondo Giuliano Amato

di Gianfranco Sabattini

La “Treccani” ha pubblicato in un libro snello il testo della voce “Europeismo”, di Altiero Spinelli scritto per l’”Enciclopedia del Novecento”, opera dedicata dalla celebre Casa Editrice al pensiero del secolo discorso. Il testo è seguito da un saggio di Giuliano Amato, che dell’Istituto di gestione della Casa Editrice è stato Presidente; questo saggio è una “robusta” chiosa ai “temi” e ai “fili rossi” che hanno caratterizzato, secondo Spinelli, le diverse fasi in cui si è articolata l’evoluzione dell’europeismo: “i precedenti storici, con la centralità nel primo Novecento degli Stati sovrani e del nazionalismo; gli europeisti e l’europeismo, con i due percorsi del federalismo e del funzionalismo; quindi, i protagonisti che hanno occupato la scena durante e dopo la seconda guerra mondiale, prima i leader, poi le grandi potenze e i singoli Paesi europei, ultime le orze politiche; e infine ciò che ne è uscito e ciò che dovrà ancora uscire sul terreno dell’integrazione europea”.
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I “temi” sono esposti tenendo conto dei diversi “fili rossi” (simboleggianti i valori che in momenti diversi hanno ostacolato gli ideali dell’europeismo), con riferimento ai quali Spinelli narra degli attori e delle vicende cui essi hanno dato vita. A parere di Amato, di tali “fili”, tre sembrano “sovrastare” tutti gli altri: la forza che l’idea di Stato-nazione ha di continuo esercitato sulla costruzione dell’Europa unita, il federalismo, pensato “come antidoto per neutralizzarne gli eccessi devastanti”, e infine il funzionalismo, che è risultato “l’alternativa preferita dagli Stati al federalismo”.
Lo Stato-nazione – afferma Amato – è stato per Spinelli “la matrice delle immani tragedie del secolo”; lo è stato non “in ragion della statualità, ma del pernicioso nutrimento che questa ha avuto, da un lato dal nazionalismo aggressivo e dall’altro dalla concezione della sovranità come fonte di poteri assoluti, esclusivi, sempre legittimati a farsi valere anche con le armi”. Il federalismo era inteso dall’estensore del famoso Manifesto di Ventotene (“Per un’Europa libera e unita”), non come strumento per smantellare gli Stati-nazione, ma “come messa in comune delle sole, grandi politiche trasversali: politica militare, politica estera, politica economica e monetaria”. Sarà questo uno degli obiettivi il cui perseguimento solleverà le maggiori resistenze da parte dei singoli Stati; resistenze delle quali lo stesso Spinelli era consapevole, al punto da indurlo – secondo Amato – a desistere dall’impostare “i concreti svolgimenti dell’integrazione europea” sulla realizzazione di un impianto federalista, optando per un metodo di azione politica, quello del funzionalismo, che pur non corrispondendo al suo disegno, consentisse di “influire sulla direzione e sui risultati degli indirizzi maggiormente sostenuti”.
Il funzionalismo – ricorda Amato – era stato già sperimentato dagli Stati che con esso, soprattutto durante lo svolgersi del secondo conflitto mondiale, avevano messo insieme diverse funzioni, affidandone l’esercizio ad “una gestione tecnica unica”. Questo genere di funzionalismo non metteva in discussione la sovranità degli Stati, ma offriva un metodo più facile da seguire sulla via dell’integrazione europea. Così è stato con la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, poi con l’Euratom e con la Comunità Europea; e via via che il funzionalismo avesse consentito un approfondimento della solidarietà tra gli Stati aderenti al disegno europeo, sarebbe stato possibile realizzare ulteriori avanzamenti nel processo dell’integrazione.
Tuttavia Spinelli, per quanto accettasse il metodo del funzionalismo, era consapevole – sostiene Amato – che ad esso non ci si dovesse affidare, “poiché senza la politica si sarebbe esaurito nella gestione del presente”; ma, ob torto collo, lo ha accettato, accomunandolo “al federalismo nella condivisa ripulsa dell’intergovernativismo”, in cui Spinelli vedeva “il contrario dell’integrazione”. Un’integrazione che, invece, il funzionalismo, anche se non condiviso, contribuiva a creare, perché fungeva da “trampolino” per il lancio di iniziative politiche inserite nella prospettiva della realizzazione del federalismo.
L’intreccio dei tre “fili rossi” descritti (Stato-nazione, federalismo e funzionalismo) ha caratterizzato e condizionato, durante i primi decenni postbellici, la formazione e la vita della Comunità Europea, che secondo Spinelli non era una comunità “reale e istituzionalizzata”, ma solo un’unione di Stati impegnati ad assolvere funzioni comuni; ciononostante, il processo di integrazione ha potuto avviarsi, grazie al funzionalismo, contando su “una larga anche se passiva simpatia popolare” e sull’azione di forze politiche che, da un lato, sono sempre state condizionate dall’”avversario permeante”, costituito dalla non rimossa abitudine di pensare entro le categorie dello Stato-nazione, e dall’altro lato, non hanno mai potuto muoversi tra “istituzioni consolidate”, in quanto non ancora scoperte.
E’ stata, questa, una situazione che, negli anni Settanta, ha spinto Spinelli a sostenere la necessità di passare dall’unione doganale all’unione economica e monetaria, al fine di arrivare alla tanto agognata “voce unica” per la soluzione dei problemi economici e monetari di tutti i Paesi facenti parte della Comunità. Questo passo in avanti sulla via dell’integrazione è parso possibile a Spinelli, che negli ultimi anni della sua vita, alla fine degli anni Ottanta – ricorda Amato – è giunto ad affermare che “senza ‘visionari’ come lui gli ‘statisti’ non avrebbero saputo dove andare, ma gli stessi visionari, senza il realismo degli statisti, non sarebbero andati da nessuna parte”. Nel commentare questa riflessione finale di Spinelli alla vigilia della trasformazione della Comunità in Unione Europea e nel prevedere la probabile forma futura dell’integrazione, Amato si limita ad illustrare solo ciò che è andato storto, mancando di rilevare gli errori del realismo degli statisti che, se per un verso, hanno saputo portare i “visionari” da qualche parte, per un altro verso, li hanno spinti, non sempre inintenzionalmente, verso una strada cosparsa di trabocchetti che sarebbero valsi sicuramente a deludere Spinelli, se fosse sopravvissuto.
All’inizio degli anni Settanta, c’è stata la prima elezione del Parlamento europeo, giudicato da Spinelli – secondo Amato – decisivo per l’avvento dell’Europa federale, ma che si è risolto “in quella che era e rimane un’unione di Stati”. Tuttavia, l’elezione del primo Parlamento europeo è stata un primo passo verso una maggiore integrazione; tutto sembrava muovere nella direzione giusta, al punto che l’elezione del Parlamento è stata seguita negli anni successivi da una serie di trattati che hanno trasformato la Comunità Europea in Unione Europea; essi hanno disciplinato, con la firma dell’Atto Unico Europeo, il completamento del mercato interno e, con quella del Trattato di Maastricht, l’introduzione dei famosi parametri che hanno fissato i requisiti economici e finanziari cui gli Stati dell’Unione avrebbero dovuto attenersi per consentire l’attuazione di una stabile politica monetaria comune e la costituzione di un’area valutaria per l’introduzione di una moneta unica governata da una Banca Centrale Europea. Sul piano istituzionale – continua Amato – si è trattato di manifestazioni di maggiore integrazione, che tuttavia esprimevano anche qualcosa di più, ovvero il rafforzamento di quella identità comune che, all’inizio del processo era molto più debole delle identità nazionali.
Eppure – secondo Amatao – è stato proprio il Trattato di Maastricht “ad aprire gli spazi più larghi a quell’Europa non comunitaria, ma intergovernativa, nei cui moduli operativi gli Stati avrebbero giustapposto i rispettivi interessi nazionali”; è ciò che accaduto affidando il governo della moneta a una politica monetaria unificata nella Banca Centrale Europea, ma confidando nel coordinamento delle politiche nazionali, rimaste di competenza dei singoli Stati membri. Le vicende connesse all’introduzione dell’euro e alla costituzione dell’eurozona saranno poi le cause delle corrosione di quello “strato di identità comune che lo stesso euro aveva contribuito a creare”.
Tutti gli effetti negativi connessi a tali vicende, congiuntamente ai disagi creati dal dilagare del fenomeno incontrollato dell’immigrazione, sono stati, a loro volta, la causa del sopraggiungere della crisi economico-finanziaria culminata nella Grande Depressione del 2007-2008 e del prevalere della difesa degli interessi nazionali manifestatasi nella “forma di autodifesa e di chiusura verso l’esterno”; crisi strumentalizzata da movimenti politici che ne hanno fatto motivo di attacco alla stessa Europa, considerata colpevole di non aver saputo offrire adeguate difese degli interessi dei singoli Stato membri.
Quale la causa della crescente disaffezione dall’Europa originata dai movimenti politici che hanno “cavalcato” il malcontento? Strana e poco convincente la risposta di Amato; egli, infatti, sostiene che solo nei primi decenni della costruzione dell’Europa unita sono prevalse considerazioni connesse alla profonda motivazione suscitata dagli orrori della guerra e dai crescenti benefici assicurati dalla creazione del mercato interno; successivamente, però, attenuandosi la memoria degli effetti disastrosi della guerra e dei benefici riscossi, i crescenti sintomi del sopraggiungere della Grande Depressione hanno divaricato gli interessi dei singoli Stati rispetto al disegno dell’integrazione economico-politica dell’Europa.
In queste condizioni – afferma Amato – i vantaggi “dell’essere europei hanno perso nitore e quello che era stato vissuto come un valore aggiunto [il processo di integrazione] è sembrato a molti un valore sottratto [...], ove non si fosse tornati a far leva sulla differenze nazionali”. Senza più la forza del messaggio messianico iniziale e senza il ricorso dei vantaggi derivanti dallo stare insieme, “l’azione politica europea ha perso vigore e è sempre più arretrata davanti ai nazionalismi, sino al punto che questi hanno dettato l’agenda alle stesse forze politiche fedeli all’europeismo”.
Cosa si può fare per contrastare i nazionalismi? A parere di Amato occorre prioritariamente ripristinare la fiducia degli Stati nei confronti dell’Europa, combattendo i nazionalismi, migliorando la governance dell’eurozona, rendendo più flessibile l’uso delle istituzioni europee per lasciare maggior spazio alle diversità nazionali, aumentando l’autorità dell’Europa, attenuando l’intergovernativismo e individuando un insieme di settori e di materie nei quali “sia possibile dotarsi di più Europa”. Solo in questo modo sarebbe possibile, per Amato, ristabilire un positivo rapporto di fiducia fra tutti i cittadini e le istituzioni europee, nella certezza che, sebbene il clima non sia più quello dei primi decenni, non per questo esso è diventato “così desolante come può sembrare attualmente”.
Per una reale ripresa del processo di integrazione – continua l’ex Presidente dell’Istituto Treccani – occorre essere consapevoli che ad alimentare il processo degenerativo dell’europeismo hanno molto contribuito le crisi che si sono succedute negli ultimi decenni e che hanno portato ad “irrigidirsi le identità e le difese nazionali”; non si tratta – secondo Amato – di atteggiamenti anti-europei, ma piuttosto di “una predisposizione a-europea”. Stando così le cose, diventa allora necessario tener conto dei mutamenti che sono avvenuti nella cultura europeista durante il succedersi delle generazioni post-belliche; poiché tali cambiamenti ci sono stati (non foss’altro che per l’affievolimento della forza che ha connotato l’ideale dell’Europa unita subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale), è inevitabile che si accetti la conseguenza che essi (i cambiamenti) portino con sé “un nuovo vento a favore dell’Europa, anche se, certo, non possiamo sapere cosa ne uscirà”, ovvero se sarà un “Europa Federale”, quale quella che era nei sogni di Spinelli, oppure un’”Europa Diversificata” nei suoi livelli di integrazione.
In conclusione, accedendo all’idea che siano cambiati nelle nuove generazioni i canoni della cultura europeista, Amato conclude affermando che i futuri modelli di Europa possono essere solo due: quello di un’”Europa a due velocità” e quello di un’”Europa ‘Multicluster’”: il primo modello si rifarebbe ad un’Europa suddivisa in gruppi di Stati propensi ad adottare politiche comuni differenziate; l’altro a un modello di un’Europa caratterizzata dalla condivisione differenziata delle politiche comuni per ciascun gruppo (cluster) di Paesi. A parere dello stesso Amato è difficile, perdurando lo stallo attuale, prevedere quale sarà il modello finale di Europa; due fatti è però possibile prevedere: il primo è che, anche nel perdurare delle critiche anti-europee, l’Unione sarà in grado di “sopravvivere in attesa di tempi migliori”; il secondo è che, dopo la difficile esperienza della Brexit, il pericolo di una fuoriuscita dall’euro è destinato a rientrare. Si tratta di due previsioni che spingono Amato a nutrire l’ottimistica fiducia nella circostanza che l’Unione Europea non sia “avviata a perdere pezzi”, in quanto sembra piuttosto probabile che “ne acquisti”.
Sbrigativa conclusione questa di Amato; egli continua a nutrire fiducia nell’efficacia delle tradizionali iniziative consistenti nel trovare nuove ragioni per la conservazione dell’inossidabile intergovernativismo come fonte di “più Europa”; per quanto rinvenga nel miglioramento della governance dell’euro una delle condizioni per promuovere il rilancio del processo di integrazione dei Paesi europei, stranamente egli sorvola sul fatto che sono proprio le regole convenute per il governo della moneta unica la causa prima di tutti i mali del processo d’integrazione; perciò, sin tanto che non saranno cambiate tali regole, nessun modello alternativo d’Europa potrà evitare lo stato di crisi perenne dell’originario progetto europeo.
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Ritorno al fascismo?

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Il “male oscuro” della democrazia

di Gianfranco Sabattini

L’avvento al governo (ora dimissionario) di una coalizione inclusiva di forze che si ispirano a valori propri delle ideologie di destra è valso in Italia a diffondere il convincimento che fosse in atto un “ritorno del fascismo”. Secondo Emilio Gentile, autorevole storico studioso del fascismo, autore di “Chi è fascista”, il convincimento è privo di senso sul piano politico-culturale e su quello storico.
Sul piano politico-culturale, egli afferma, se oggi in Italia fossimo convinti di trovarci “di fronte al ritorno del fascismo, [dovremmo] allora riconoscere che l’antifascismo non ha veramente debellato il fascismo nel 1945. Se così fosse, la celebrazione della festa della Liberazione sarebbe la celebrazione di un falso storico, o comunque sarebbe un abuso celebrativo, perché l’antifascismo avrebbe vinto solo una battaglia contro il fascismo e non la guerra”.
Sul piano storico, il convincimento che in Italia sia in atto un ritorno del fascismo è ancor più privo di senso; ciò perché l’azione delle forze oggi al governo in Italia non è sorretta dalle “dimensioni” esprimenti gli aspetti originali e specifici del fenomeno rappresentato dal fascismo, sia dal punto di vista organizzativo, che da quelli culturale ed istituzionale.
Dal punto di vista organizzativo, quando le forze che si ispirano all’ideologia fascista accedono al governo per vie parlamentari e legali (come, ad esempio, è avvenuto in Italia e in altri Paesi) e non attraverso colpi di stato o rivoluzioni, esse si ritengono investite “di una missione di rigenerazione nazionale”. Quelle forze, perciò, si considerano in perenne stato di guerra contro gli avversari politici e, usando il terrore e il compromesso con i gruppi parlamentari più arrendevoli, creano “un nuovo regime, distruggendo la democrazia parlamentare”.
Dal punto di vista culturale, le forze fasciste sono portatrici di una cultura fondata “sul pensiero mitico, sul senso tragico e attivistico della vita, concepita come manifestazione della volontà di potenza”; antidemocratica, anti-individualista, tendenzialmente, anticapitalista e populista, la cultura fascista è espressa “attraverso i miti, i riti e i simboli di una religione laica”, recitata per l’attivazione ed il supporto di un “processo di acculturazione, di socializzazione e d’integrazione fideistica della masse per la creazione di un ‘uomo nuovo’”. Dal punto di vista istituzionale, infine, le forze fasciste, una volta consolidato il loro potere, si avvalgono di un apparato di polizia per reprimere il dissenso e l’opposizione, realizzano una “simbiosi fra regime e Stato” e, organizzando l’economia su basi corporative, sopprimono la libertà sindacale, ampliando l’intervento pubblico e imponendo la collaborazione del lavoro col capitale, per il conseguimento dei fini di potenza della nazione, attraverso una politica estera imperialistica, “in vista della creazione di una nuova civiltà”.
Sulla base delle “dimensioni” che Gentile ha individuato come i parametri esprimenti gli aspetti originali e specifici del fascismo, tutto si può dire, tranne che l’azione di governo posta in essere a seguito dall’”alleanza contrattuale” stretta tra la Lega Nord e il Movimento 5 Stelle sia stata sorretta e connotata da quei parametri; per quanto lo stile politico comportamentale dei leader dei due movimenti (in particolare di quelli della Lega) sia stato tale da indurre a pensare che fosse in atto un ritorno del fascismo, un simile giudizio è stato quanto meno fuori luogo. Ciò non significa, tuttavia, che nei Paesi occidentali più industrializzati la democrazia sia esposta alle insidie di una nuova ideologia che, combinando populismo e nazionalismo, esprime la base valoriale di forze politiche illiberali e propense ad utilizzare la loro legittimazione elettorale per mettere in discussione lo Stato di diritto al fine di instaurare nuove forme di governo antidemocratico.
Le cause e le modalità di svolgimento di questo processo di indebolimento della democrazia liberale è oggetto dell’analisi che Steven Levitsky e Daniel Ziblatt (due docenti di Scienza politica presso la Harvard Kennedy School of Government) compiono nel libro “Come muoiono le democrazie”; il lavoro dei due docenti americani è preceduto da un saggio di Sergio Fabbrini (professore di Scienze politiche e relazioni internazionali presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli di Roma) che illustra come sia stata possibile, all’interno dei Paesi industrializzati dell’Occidente di più antica democrazia, la formazione di forze politiche che, combinando populismo e nazionalismo, esprimono ora un’”insidia legale” per il regime democratico.
Da sempre, secondo Fabbrini, il populismo ha rappresentato una ”alternativa al liberalismo”, concorrendo a creare i presupposti per l’avvento dei totalitarismi tra le due guerre mondiali. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, i principi dello Stato di diritto e della legittimazione elettorale del potere di governo avevano consentito l’assestamento di un ordine liberale delle relazioni interne dei Paesi occidentali e delle relazioni internazionali; ma “da diversi anni questo ordine è stato messo radicalmente in discussione”: il pluralismo delle istituzioni interne e di quelle internazionali è stato sottoposto “ad una critica feroce da parte di leader e gruppi politici che rivendicano di parlare a nome di popoli nazionali che (si ritiene) siano stati imprigionati da quelle istituzioni”.
Così, i leader populisti mobilitano il popolo contro i tradizionali establishment (politici, economici e culturali) accusati di aver gestito la democrazia liberale, divenendo corrotti e autoreferenziali. In tale processo, i leader populisti hanno ricuperato il concetto di nazione (caro a tutte le forme di fascismo), intendendolo come “il luogo naturale di esistenza del popolo, rilanciando così il nazionalismo come una sorta di nuova ideologia politica”, rifiutando il multilateralismo internazionale “basato sul mutuo riconoscimento di interessi nazionali diversi, con la relativa disponibilità ad accettare compromessi tra loro”.
Le ragioni sulle origini del riproporsi del populismo nelle forme attuali sono oggetto di un dibattito ancora aperto. Secondo gli economisti, il populismo è la conseguenza degli esiti negativi del modo non regolato col quale si è realizzata l’integrazione internazionale delle economie nazionali; la crisi finanziaria occorsa dopo il 2007-2008 ha approfondito le disuguaglianze sociali all’interno dei Paesi occidentali ed ha alimentato la protesta sociale; il populismo sarebbe quindi la reazione all’impatto negativo della globalizzazione sugli strati più deboli della popolazione, per cui i nuovi movimenti hanno potuto proporsi come strumenti politici per arrestare il declino della loro condizione economica e sociale, mediante l’attuazione di politiche isolazioniste e redistributive.
Per molti cultori di scienze politiche, il populismo riflette una crisi di identità dei gruppi sociali “danneggiati” dalla globlizzazione; le disuguaglianze distributive sul piano economico hanno accentuato il grado di marginalizzazione sociale che, congiuntamente ai disagi dovuti ai crescenti flussi di immigrati, è stata la causa dell’”esplosione” dei movimenti populisti. Per i sociologi, infine, il populismo è la conseguenza della rivoluzione epocale provocata dalla ricerca tecnologica nel campo della comunicazione politica, che ha consentito di superare i tradizionali canali di informazione tra i cittadini e la dirigenza politica, con l’accentuazione del processo di disintermediazione tra gli stessi cittadini e le rappresentanze politiche.
A parere di Fabbrini, è stata forse una combinazione di ragioni di natura, sia economica che identitaria e tecnologica, a fare del populismo un soggetto dotato di una forza politica competitiva e del potere elettorale necessario a scardinare “i tradizionali sistemi politici ed economici che si erano consolidati nel lungo secondo dopoguerra” e ad esprimere “una sfida esistenziale, piuttosto che politica, alla democrazia liberale”. I leader populisti, infatti, non vogliono sostituire i partiti tradizionali o una coalizione di governo da essi espressa, ma tendono “a mettere in discussione un sistema rappresentativo che ha funzionati [...] a sostegno degli interessi esclusivi e privilegiati delle élite dominanti (di destra e di sinistra)”.
Con questa pretesa, i populisti hanno rivolto in particolare la loro critica “velenosa” contro i cosiddetti “corpi intermedi”, in quanto detentori di posizioni di potere non elettive, e quindi non legittimate dal popolo, ignorando che questi corpi intermedi (strutture associative di ogni genere: culturali, politiche, imprenditoriali, sindacali, ecc.) sono il “sale” della democrazia liberale, in considerazione del fatto che la loro funzione è sempre stata quella di “bilanciare la spinta proveniente dalle maggioranze elettorali, così da impedire [...] la loro trasformazione in tirannie democratiche”. Per i populisti, perciò – afferma Fabbrini – il popolo “non deve avere limiti, perché limiti non deve avere il regime che vuole creare, la ‘popolocrazia’”.
Con la presenza di forti movimenti populisti nei sistemi politici democratici è divenuta alta la possibilità che i loro leader diventino autoritari, influenzando di sé il funzionamento delle istituzioni democratiche. A questo proposito, Levitsky e Ziblatt introducono quattro indicatori, per valutare se i leader populisti, una volta giunti al potere, possano con la loro azione esprimere un’autentica minaccia legale per la democrazia: il primo indicatore riguarda l’osservanza delle regole democratiche; il secondo, il rispetti degli avversari politici; il terzo, la propensione a praticare o tollerare la violenza politica nei confronti del dissenso; il quarto, la disponibilità a riconoscere e tutelare la libertà d’informazione.
Sulla base dei quattro indicatori possono essere registrati gradi diversi di predisposizione autoritaria dei leader populisti, a seconda del numero di indicatori che ne confermano l’orientamento. Fabbrini ritiene tuttavia che la predisposizione autoritaria non vada commisurata solo rispetto all’obiettivo di rovesciare la democrazia, ma debba essere valutata anche in funzione della propensione dei leader populisti ad “indebolire la democrazia senza necessariamente trasformarla in un sistema autoritario”. Su questo punto il libro di Levitsky e Ziblatt offre indicazioni pregnanti sul come le democrazie possono perire per lente trasformazioni interne, pur in assenza di colpi di stato o di altri fatti eccezionali; ciò accade, secondo i due autori americani, quando i principali leader populisti con responsabilità di governo non sono disposti a difendere, disinteressatamente e con determinazione, le regole democratiche, la legittimità dei loro oppositori, la logica del confronto politico e la libertà dell’informazione.
Finora, nessun Paese occidentale economicamente avanzato e di antica civiltà democratica si è trasformato in un regime autoritario; cionondimeno, tendenze autoritarie sono riscontrabili, secondo gradi diversi, in molti di essi. Di conseguenza, le democrazie liberali fanno fatica a conservarsi e tendono, perché indebolite al loro interno, a trasformarsi in democrazie illiberali. Come è possibile contrastare questa deriva? Levitsky e Ziblatt ripondono che le tutele costituzionali, da sole, non sono sufficienti; ciò perché, a loro parere, anche le prescrizioni di Costituzioni ben formulate e radicate nella coscienza dei cittadini possono fallire nel loro intento, in quanto le loro parole “possono essere seguite alla lettera, ma in un modo che mina alla base lo spirito della legge”.
A causa delle lacune e delle ambiguità inevitabili in tutti i sistemi legali – continuano Levitsky e Ziblatt – “è impossibile fare affidamento solo sulla Costituzione per preservare la democrazia dagli aspiranti autocrati”, poiché le regole costituzionali sono sempre soggette a interpretazioni concorrenti; per conservarsi la democrazia ha bisogno, non solo di regole scritte, ma anche di regole non-scritte, consuetudinarie, che svolgano “la funzione di barriere di sicurezza della democrazia, impedendo che la competizione politica quotidiana degeneri in un conflitto senza esclusione di colpi”. Le norme non-scritte sono necessarie, perché quelle scritte non possono fare affidamento solo “sulla benevolenza dei leader politici”. Quando le norme scritte, supportate da quelle non-scritte, esprimono solidità, la loro violazione, in una società autenticamente democratica, scatena manifestazioni di disapprovazione che costringono chi le viola ad aspettarsi d’essere chiamato a “pagare un prezzo”.
In particolare – secondo Levitsky e Ziblatt – due sono le norme non-scritte che presiedono al buon funzionamento della democrazia: la tolleranza reciproca e le “temperanza istituzionale”. La prima si riferisce all’idea che, fin tanto che i populisti “giocheranno” secondo le regole scritte, essi accettino il fatto che i loro avversari politici abbiano il loro stesso diritto di esistere; la seconda norma, cioè la “temperanza istituzionale”, è quella che Levitsky e Ziblatt evocano per indicare la necessità che le forze che sono al governo siano dotate di un “paziente autocontrollo” nell’esercizio del loro potere istituzionale, nel senso che essi devono evitare di prendere decisioni che “pur rispettando la lettera della legge, ne violano palesemente lo spirito” (come, ad esempio, quando, nelle democrazia parlamentari, le crisi di governo avvengano fuori dalla sede del Parlamento, a seguito di decisioni prese dalle segreterie dei partiti).
Il rispetto delle norme scritte, supportato da quello delle norme non-scritte e corroborato dalla tolleranza e dalla “temperanza istituzionale” costituisce l’essenza della democrazia; oggi, concludono Levitsky e Ziblatt, questa essenza è sotto attacco in tutto l’Occidente industrializzato. I nostri padri hanno fatto sacrifici immani, prima per conquistare e poi per difendere (anche quando, a volte, sono stati sconfitti) le istituzioni democratiche dalle minacce provenienti dall’interno e dall’esterno; le generazioni attuali, cresciute considerando la democrazia come qualcosa di dato per sempre, non hanno un compito diverso: esse devono impegnarsi per impedire che la democrazia muoia a causa delle minacce provenienti ora solo dal suo interno.
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di Gianfranco Sabattini

Gli Inglesi, cioè gli abitanti dell’Inghilterra (uno degli Stati che compongono il Regno Unito), costituiscono un popolo per vocazione imperiale; a sostenerlo è Krishan Kumar, un docente inglese di sociologia presso l’Università della Virginia, in “Lo strano caso dell’imperialismo britannico e del nazionalismo inglese” (Limes, n. 5/2019). Nell’articolo, il sociologo sostiene che, nella visione dei Brexiteers, l’abbandono dell’UE dovrebbe consentire “al Regno Unito – ormai libero dagli intrighi europei e dalla ‘dittatura’ di Bruxelles – di riappropriarsi della propria storia”; secondo questa visione, la Brexit, con la sua dimensione nazionalista e le sue implicazioni imperiali, sarebbe un trionfo del nazionalismo inglese.
Ciò sarebbe provato dal fatto che, a parere di Kumar, molti commentatori e analisti dell’esito del referendum del 2016 associano il risultato della consultazione referendaria con quello della Battaglia d’Inghilterra del 1040, quando, sotto la leadership di Winston Churchill, il Regno Unito è riuscito da solo a sconfiggere l’aggressione aerea tedesca. Secondo questi commentatori ed analisti, buona parte dell’atteggiamento britannico verso i Paesi dell’UE originerebbe proprio dal lascito della seconda guerra mondiale, soprattutto in considerazione del fatto che gli inglesi non sopporterebbero che il loro “vecchio nemico”, la Germania, sia diventato il pivot dell’Unione, mal tollerando perciò di “aver vinto la guerra per permettere ai tedeschi di aver vinto la pace”.
Altri commentatori e analisti rinvengono nella Brexit la nostalgia dei britannici per il potente impero perduto; non casualmente, molti intellettuali e potenti operatori economici stanno supportando – afferma Kumar – “una strategia volta a riesumare l’unione e l’interdipendenza imperiale dei Paesi anglofoni” (Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti), nella convinzione che, se l’impero è perduto, i legami imperiali sono rimasti tanto forti da “costituire la base per sviluppare una nuova Anglosfera, una comunità di popoli anglofoni, analoga a quella immaginata da Winston Churchill” negli anni Quaranta per sconfiggere il nazismo e ristrutturare l’ordine mondiale postbellico sotto la leadership britannica.
L’idea che il futuro del Regno Unito non fosse l’Unione Europea, ma l’Anglosfera, era diventata centrale nel dibattito che si è svolto nella fase precedente il referendum del 2016; nell’area elettorale euroscettica si era, infatti, rafforzata la convinzione che esistessero profonde affinità geopolitiche tra i Paesi dell’alleanza “Five Eyes”. Il concetto di Anglosfera, non è tuttavia, come alcuni ritengono, solo “uno spasmo di nostalgia imperiale”; esso origina – come sostiene Nick Pearce, ricercatore presso l’università inglese di Bath, nell’articolo “L’Anglosfera è un’illusione geopolitica” (Limes n. 5/2019) da “una tradizione geopolitica consolidata”, le cui radici risalgono ai “modelli commerciali e geopolitci sviluppati all’apogeo dell’imperialismo vittoriano”.
A spiegare il revival dell’idea di ricostituire l’Anglosfera perduta e il convincimento che il destino della Gran Bretagna sia strettamente legato alle “economie di mercato liberali del mondo anglofono” e non all’Unione Europea, concorrono l’ascesa della Cina sul tetto del mondo e le “innovazioni tecnologiche che hanno alimentato la crescita americana negli anni Novanta e Duemila”. Questi due eventi, a parere di Pearce, avrebbero “alterato in modo strutturale la percezione dell’Unione Europea da parte dei britannici, rendendo sempre più concreta e allettante la prospettiva di separarsi dai Paesi europei in evidente declino economico”, per abbandonare lo sclerotico modello di regolazione continentale.
Dall’epoca immediatamente precedente il referendum del 2016, la ripresa del controllo della politica commerciale internazionale è divenuta l’istanza principale con la quale i Brexiteer hanno sostenuto la necessità di abbandonare l’UE; istanza supportata dall’”influente European Research Group, che raccoglie i deputati conservatori euroscettici, secondo i quali i Paesi dell’Anglosfera sarebbero i partner ideali coi quali sottoscrivere accordi di libero scambio e intese con cui rimuovere le barriere tariffarie e non tariffarie al commercio e la pastoie dell’economia sociale di mercato dell’Unione Europea.
Fuori dall’UE, secondo i Brexiteers, il Regno Unito avrebbe acquisito un maggior margine di manovra nel governo dei propri traffici commerciali, sebbene con una minore influenza globale rispetto al periodi imperiale vittoriano; essi erano anche convinti che “la geografia [potesse] essere trascesa mediante l’avvento delle nuove tecnologie [dell’informazione]” e che il governo dei nuovi equilibri commerciali potesse prescindere dal peso che la “prossimità spaziale” esercita sulla strutturazione dei traffici commerciali mondiali.
Le aspettative dei laeavers dall’UE e le chance che questi riponevano nel ricupero di una rinnovata Anglosfera sono state per lo più “congelate” dalle reazioni dei Paesi anglofoni altri dal Regno Unito; essi, infatti, hanno tutti teso a guardare alla Brexit e all’instabilità politica che ne è seguita con molto disorientamento e poco entusiasmo, tanto che l’idea di abbandonare la UE, per il ricupero di una più profonda cooperazione economica del Regno Unito con i restanti Paesi anglofoni, al fine di riproporre una nuova Anglosfera, è stata confinata ai margini delle aspirazioni dei circoli nazionalistici dei conservatori inglesi.
Secondo gli analisti critici della Brexit, la fuoriuscita del Regno Unito dall’UE sarebbe stata voluta dal nazionalismo inglese; al riguardo, gli analisti come Kumar, ad esempio, osservano che lo stesso termine Brexit è “improprio e fuorviante”, perché lascia intendere che siano stati la Gran Bretagna e i britannici a volere l’uscita dall’Unione Europea, mentre in realtà sono stati “soprattutto l’Inghilterra e gli inglesi” a mobilitare l’opinione pubblica britannica per esprimersi a favore del Leave. Chi avesse dubbi sul fatto che la “corsa” al referendum del 2016 sia stata prevalentemente organizzata dai nazionalisti inglesi, può facilmente attenuarli, considerando che il risultato referendario ha riscosso, tra le nazioni costitutive del Regno Unito, la più alta percentuale di voti a favore del Leave (53,38%) proprio in Inghilterra.
Anche il Galles ha votato a favore della Brexit (52,53%), ma gli analisti critici sono del parere che ciò sia da ricondursi al fatto che i gallesi siano molto più integrati sul piano identitario con gli inglesi di quanto non lo siano gli scozzesi e gli irlandesi del Nord; ciò a causa delle forti migrazioni di inglesi, avvenute nel corso del XIX secolo, verso il Galles meridionale, attratti dalle opportunità di lavoro offerte dalle attività estrattive di carbone e da quelle delle acciaierie. Al contrario dei gallesi, gli scozzesi e i nordirlandesi hanno votato per rimanere nell’Unione Europea (con il 62% gli scozzesi e con il 55,78% gli irlandesi del Nord).
Si tratta di risultati che, a parere di Kumar, potrebbero avere conseguenze rilevanti sull’unità del Regno Unito; ipotesi resa ancora più probabile dal fatto che il referendum sull’indipendenza della Scozia del 2014 è stato bocciato dal 55,30% degli elettori, a causa del timore, nutrito allora dagli scozzesi, di esser separati dall’UE, nel caso in cui il referendum si fosse concluso con la vittoria del “si”. Ora che è stato l’intero Regno Unito ad aver votato per il Leave dall’Europa, gli scozzesi, osserva Kumar, sono determinati a chiedere un secondo referendum indipendentista; il Parlamento scozzese, infatti, non ha tardato, dopo il voto britannico a favore del Leave, ad inoltrare una richiesta in tal senso a Westminster.
Inoltre, la disunione del Regno Unito potrebbe essere causata anche da una possibile scissione dell’Irlanda del Nord; per quanto il distacco sia improbabile, occorre tener presente – ricorda Kumar – che, rispetto al passato, oggi le cose sono profondamente cambiate. Dopo il Venerdì Santo del 1998, le relazioni tra le due Irlande sono migliorate, e il confine che le separa, per via degli intensi scambi e del libero transito delle persone, si è fortemente allentato; l’uscita del Regno Unito dall’UE causerebbe irrimediabilmente la reimposizione del vecchio confine, con la riproposizione della crisi delle relazioni tra Dublino e Belfast. La Brexit, dunque, per tutte le ragioni indicate, sta esponendo il Regno Unito al pericolo di una irreversibile implosione. Per gli inglesi, quali sarebbero le conseguenze?
Se il Regno Unito implodesse, l’Inghilterra – afferma Kumar – “resterebbe isolata per la prima volta nella sua storia”; ciò perché il Regno Unito è sorto all’inizio del XVIII secolo come “impero inglese”, ai danni delle altre nazionalità britanniche ed è sempre stato chiaro, dopo la costituzione dell’impero d’oltremare, che “il territorio metropolitano era l’Inghilterra e che la capitale imperiale era Londra”. Tuttavia, se gli inglesi si sono sempre identificati in un “popolo imperiale”, non hanno però mai percepito se stessi come nazione; in Inghilterra – continua Kumar – al contrario di altre nazioni (come Francia, Germania e Italia) non esiste “traccia di una tradizione indigena orientata alla riflessione sull’identità nazionale”. Ciò rende palese la profonda contraddizione espressa dal fatto che gli inglesi, pur essendosi “aperti al mondo, fino al punto di occupare e governare un quarto delle terre emerse e della popolazione mondiale”, non hanno mai avuto contezza di sé stessi come nazione.
Gli inglesi, dopo aver perso l’impero d’oltremare (tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso) e corso il rischio di perdere anche il loro primo impero, hanno maturato la necessità di dover iniziare a percepirsi come nazione; un’eventualità, quella di perdere il loro primo impero, riproposta dopo la vittoria del referendum sulla Brexit. Oggi, perciò, essendo divenuti un popolo senza impero, gli inglesi sono costretti a “cercare capri espiatori”, il più importante dei quali viene individuato nell’Unione Europea, “percepita come un mostro dispotico dominato dagli burocrati di Bruxelles”.
Inoltre, gli inglesi giustificano la loro avversione all’Unione, affermando d’essere sempre stati inclini a distinguersi dall’Europa più di quanto non lo siano mai stati gli altri popoli del regno Unito; non casualmente essi tendono a differenziarsi dagli altri popoli britannici, come starebbe a dimostrare il fatto che, mentre negli anni Novanta e Duemila (secondo un sondaggio demoscopico) gli inglesi si consideravano prevalentemente “inglesi e britannici” e non “più inglesi che britannici”, a partire dall’inizio dell’ultimo decennio, invece, “circa il 60% degli inglesi ha iniziato a considerare sé stesso “solo inglese”, mentre appena il 16% si percepisce “più britannico che inglese”. Si tratta di una metamorfosi storica che – secondo Kumar – rivelerebbe il probabile “corso” che seguirà la Brexit, nel senso che, per la prima volta, gli inglesi si stanno separando, non solo dall’Europa, ma anche dalla Gran Bretagna, cioè dalla loro stessa creazione.
Se ciò dovesse accadere, per la prima volta nella storia gli inglesi si troverebbero nella condizione singolare d’essere costretti a “cavarsela da soli”; condizione alla quale essi sono sempre risultati estranei, in quanto hanno sempre fatto parte di “sistemi più vasti”: il regno Unito, prima, e l’impero britannico, successivamente. Ora tutto questo, conclude Kumar, per loro scelta, gli si ritorce contro, e per questo motivo essi “sono alla disperata ricerca di alternative”; sennonché l’idea della ricostituzione di un’Anglosfera basata sui vecchi legami imperiali è del tutto illusoria, in quanto Canada, Australia e Nuova Zelanda perseguono altri obiettivi, come del resto fanno palesemente da tempo gli Stati Uniti.
Quale conclusione è possibile trarre dalle vicende politiche che hanno investito il Regno Unito dopo l’esito del referendum del 2016 e dei difficili problemi interni che esso, da posizioni isolate, dovrà affrontare? Se il Regno Unito fosse rimasto nell’Unione Europea, forse gli inglesi avrebbero potuto più facilmente trovare un modo – come sostiene Kumar – “di forgiare una comunità nazionale sostenibile in grado di appianare le diversità interne”; l’abbandono dell’UE renderà il perseguimento di questo obiettivo molto irto di ostacoli. Ironia della sorte, per evitare la possibile implosione interna, l’unico aiuto che il Regno Unito potrà ricevere sarà solo quello degli ex partner europei; infatti, se si esclude che alcuni di essi possano “trarre piacere” delle disgrazie che si stanno abbattendo sull’antico partner, è noto che i Paesi dell’UE sono avversi al disfacimento degli Stati nazionali per iniziative di minoranze ad essi interne.

Oggi domenica 25 agosto 2019

Estate 2019. La nostra news non va in ferie. Tuttavia vi accompagnerà fino a metà settembre con ritmi più lenti, senza obblighi di scadenze quotidiane. Godetevi e godiamoci un periodo di rallentamento, di tempi lenti, per quanto ci è possibile. Buona estate a tutti noi e non perdiamoci di vista!
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terzo-pilastroIgnorare le comunità locali è fonte di scompensi
25 Agosto 2019
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Il libro “Il terzo pilastro. La comunità dimenticata da Stato e mercati” dell’economista indiano Raghuram Rajan, docente di Finanza presso l’Università di Chicago, si occupa dei tre pilastri che reggono la società e spiega perché il rapporto tra essi deve essere sempre in equilibrio; è la condizione perché, secondo l’autore, la società possa prosperare, […]
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COMMENTI
Un governo per difendere la Costituzione
M5S-Lega. Il dovere delle forze democratiche è quello di dar vita a un governo che ripari i guasti prodotti proprio da chi quelle politiche velenose contro la vita e la dignità delle persone ha praticato e intende riproporre con più forza ove vincesse le elezioni
Luigi Ferrajoli, su il manifesto (riferimento su Aladinpensiero online)
(EDIZIONE DEL 25.08.2019, PUBBLICATO 24.8.2019, 23:59)