Risultato della ricerca: Gianfranco Sabattini

28 febbraio 2020: è venerdì

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2aladin-loghetto-nitidodemocraziaoggi-loghetto55aed52a-36f9-4c94-9310-f83709079d6dasvis-oghettoscpfc-cagliari
————————————–Opinioni,Commenti e Riflessioni,Appuntamenti————————-
41e3d41b-3e77-4e06-9b4b-a0f692013f43Quali rimedi contro le spinte antidemocratiche dei populisti?
28 Febbraio 2020
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Sino alla metà del decennio scorso, il problema del populismo italiano non era oggetto di molta attenzione, mentre oggi, secondo Nadia Urbinati (“Il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia”), il tema del populismo in generale è divenuto il centro dei dibattito sulla capacità di tenuta della democrazia costituzionale. Nei Paesi occidentali – afferma […]
———————————Oggi: “A su Connotu!”————— [segue]

Oltre l’attuale RdC: ripensare il Welfare State

rdc
I limiti del reddito di cittadinanza introdotto in Italia nel 2019

di Gianfranco Sabattini

Nei decenni anteriori alla Grande Recessione il dibattito politico denunciava il fatto che l’Italia fosse l’unico Paese europeo (assieme alla Grecia) a disporre di un sistema di sicurezza sociale che non includeva la possibilità di erogare un “reddito minimo”, inteso come una forma di reddito da corrispondere solo a chi, in età lavorativa, disponesse di un reddito inferiore ad una determinata soglia ritenuta di povertà.
Massimo Baldini e Cristiano Gori, in “Il reddito di cittadinanza” (Il Mulino, n. 2/2019) affermano che, dal 2017, alla lacuna del sistema si sicurezza sociale vigente è stato posto rimedio con l’introduzione del “reddito di inclusione” (REI); tale forma di reddito ha però avuto vita breve, perché nel 2019 è stata sostituita dal “reddito di cittadinanza” (RDC), il quale – affermano gli autori – ha consentito di aumentare in modo considerevole “i fondi per il contrasto della povertà di circa 6 miliardi di euro annui addizionali”, che hanno permesso di passare dai 2 miliardi del REI agli 8 del RDC. Si è trattato, secondo Baldini e Gori, del più ampio trasferimento di risorse pubbliche a favore dei poveri mai effettuato in Italia, contribuendo a risolvere il “difficile” rapporto che è sempre esistito nel nostro Paese tra politica e povertà.
Per lungo tempo, le forze politiche italiane di ogni colore hanno ignorato il problema della povertà, tranne che in quelle parti di tali forze (cattoliche e di sinistra) più sensibili ai problemi sociali. Al centro dell’attenzione di cattolici è sempre stata la tutela della famiglia, ma con l’avvento di Papa Francesco al soglio pontificio – sottolineano Baldini e Gori – per i cattolici impegnati nella politica nazionale si è sostenuta anche la necessità “di un intervento pubblico che contrastasse l’esclusione sociale”, considerata sino ad allora non rientrante tra gli obiettivi primari dell’impegno sociale cattolico. Dal canto suo anche la sinistra ha sempre “trascurato” il problema della povertà, in quanto ancorata a una “concezione della cittadinanza di tipo lavoristico, che vedeva i diritti sociali derivare principalmente dalla posizione degli individui nel mercato del lavoro”; per le forze di sinistra, pertanto, promuovere il welfare “significava tutelare non tutti i cittadini, bensì i lavoratori di oggi e di ieri, cioè chi il lavoro l’ha già oppure chi l’ha avuto e ora è a riposo”.
Nella legislatura 2013-2018 è cambiato l’atteggiamento della politica verso la povertà con l’introduzione del REI, per la pressione su di essa esercitata dalla crescita dei tassi di povertà e dal diffondersi della protesta sociale, a seguito all’affermarsi dei movimenti populisti. La limitatezza dei fondi stanziati con l’introduzione del REI ha però continuato a segnalare l’importanza ancora contenuta che veniva assegnata alla lotta contro la povertà, per cui – a parere di Baldini e Gori – l’introduzione del RDC ha rappresentato “un passo in avanti storico”; esso, non solo ha comportato un aumento delle risorse dedicate al problema specifico della povertà, ma ha anche istituito una forma di reddito corrisposto indipendentemente da altri redditi percepiti e da eventuali patrimoni dei quali fossero stati titolari i riceventi, non contemplando nessun altro requisito oltre la cittadinanza. Quale giudizio complessivo, si chiedono Baldini e Gori, può essere espresso sull’introduzione di questa forma di reddito?
L’istituzione del RDC, pur subordinando il fruitore alla necessità di reinserirsi nel lavoro, per via del fatto che la povertà viene assunta come conseguenza della mancanza di occupazione, ha riconosciuto che spesso lo stato di povertà risulta legato “ad aspetti diversi da quello lavorativo”, siano essi familiari, di salute, di istruzione, psicologici, abitativi, relazionali e di altra natura; ciò comporta l’attribuzione di “un ruolo importante ai percorsi di inclusione sociale”, affiancati “a politiche di rilievo per l’inserimento lavorativo”.
La scelta di enfatizzare le finalità occupazionali del RDC, rilevano Baldini e Gori, ne ha depotenziato il ruolo e la funzione. Ciò perché, se l’erogazione del RDC viene subordinata alla necessità che il fruitore debba reinserirsi nel lavoro in un contesto economico come quello italiano, caratterizzato dalla crescita delle disoccupazione strutturale, è quasi certo il suo insuccesso; per cui tenderà ad allargarsi il novero di coloro di quanti sostengono “che sono le stesse politiche di contrasto alla povertà” ad essere la causa prima di quest’ultima. In questo modo, concludono gli autori andrà persa l’occasione di consolidare l’evento storico, che con l’introduzione del RDC si pensava di aver raggiunto nella lotta contro la povertà.
In realtà, il discredito cui andrà incontro il RDC, per il suo improprio impiego, pregiudicherà la possibilità che ad esso si faccia ricorso per la cura della principale disfunzione cui sono esposti i sistemi economici capitalisticamente avanzati. Di fronte al dilagare della disoccupazione strutturale irreversibile, è maturata l’idea che occorresse creare, all’interno dei sistemi sociali economicamente avanzati, condizioni tali da consentire, non tanto la lotta contro la povertà, quanto il finanziamento di una domanda sufficiente a garantire lo stabile funzionamento del sistema economico.
L’esperienza riguardo al modo di funzionare dei moderni sistemi industriali ha da tempo evidenziato che, quando la gestione del sistema economico è lasciata all’azione discrezionale della politica, il perseguimento dei livelli occupativi, in assenza di un qualche automatismo autoregolatore, rende possibile una manipolazione dei flussi di reddito, tale da creare dei disavanzi nei conti pubblici a danno dei cittadini; è questa la ragione per cui sarebbe stata giustificata, l’introduzione nel sistema economico nazionale, che da tempo ha subito gli esiti negatuvi del deteriorarsi dei propri “fondamentali” economici, la necessità di una riforma radicale del welfare esistente.
Il sistema di sicurezza sociale, basato sul modello elaborato nel Regno Unito nel 1942 da William Henry Beveridge, aveva tre funzioni: fornire alla forza lavoro disoccupata la garanzia di un reddito, corrisposto sotto forma di sussidi a fronte di contribuzioni assicurative; garantire un reddito alle categorie sociali che, per qualsiasi motivo, avessero avuto bisogno di un’assistenza, nel caso in cui esse non godessero di alcun sussidio; assicurare al sistema economico servizi regolativi e di supporto all’occupazione, attraverso la realizzazione delle condizioni che davano titolo a ricevere i sussidi.
L’obiettivo fondamentale del welfare State è stato, sin dal suo inizio, univocamente determinato; il sistema però, a causa delle perdita della flessibilità del mercato del lavoro, ha scontato una crisi progressiva. Ciò perché la sua ragion d’essere era basata sulla premessa che l’economia operasse in corrispondenza del pieno impiego, o ad un livello molto prossimo ad esso, cosicché le contribuzioni della forza lavoro bilanciassero le erogazioni previste in suo favore. Pertanto, il sistema, così come era stato concepito all’origine, è divenuto largamente insufficiente rispetto all’evoluzione successiva della realtà economica e sociale, essendo stato progressivamente chiamato a coprire le emergenze conseguenti all’aumentata complessità dei sistemi economici; in tal modo, esso è divenuto costoso ed inefficiente, a seguito dell’espandersi delle varie forme di sussidio che è stato necessario corrispondere e dei costi burocratici per le “prove dei mezzi” (le prove, cioè, di trovarsi realmente in stato di bisogno) alle quali i beneficiari dei sussidi devono sottoporsi.
Le insufficienze del welfare State hanno orientato l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale dovesse avere principalmente lo scopo di assicurare una costante flessibilità del mercato del lavoro e non quello di compensare la crescente insicurezza reddituale della forza lavoro. Il modo per rendere tra loro compatibili, in regime di libertà, da un lato, la flessibilità del mercato del lavoro e la sicurezza reddituale individuale, e dall’altro, l’efficienza del sistema economico, è stato individuato nell’istituzionalizzazione del RDC, da erogarsi incondizionatamente a favore di tutti e finanziato con le medesime risorse impegnate nel funzionamento del sistema di sicurezza sociale (l’attuale welfare); oppure mediante la distribuzione di un “dividendo sociale”, finanziato con le risorse derivanti dalla vendita dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva, gestiti dallo Stato, mediante la costituzione di un “Fondo-capitale nazionale”, per conto e nell’interesse di tutti i cittadini. E’ stata questa l’idea originaria con cui James Edward Meade, insignito nel 1977 del premio Nobel per l’economia, parlando di dividendo sociale, ha introdotto nell’analisi economica il problema dell’istituzionalizzazione del RDC.
Il dividendo sociale, doveva essere corrisposto di diritto a ciascun cittadino sotto forma di trasferimento, indipendentemente da ogni considerazione riguardo ad età, sesso, stato lavorativo, stato coniugale, prova dei mezzi e funzionamento stabile del sistema economico. Il suo fine ultimo doveva essere quello di realizzare un sistema di sicurezza sociale che avesse riconosciuto ad ogni singolo soggetto, in quanto cittadino, il diritto ad uno standard minimo di vita, in presenza di una giustizia sociale più condivisa; un sistema di sicurezza, cioè, che avesse consentito di raggiungere, sia pure indirettamente, tale fine, in termini più efficienti ed ugualitari di quanto non fosse possibile con qualsiasi altro sistema alternativo.
Un problema assai dibattuto riguardo all’istituzionalizzazione del Reddito di Cittadinanza è stato quello di stabilire le modalità del suo finanziamento. Esso poteva essere assicurato con il ricupero delle risorse utilizzate per il funzionamento del sistema di sicurezza sociale esistente; in alternativa, Meade ipotizzava la distribuzione di un dividendo sociale finanziato con le rimunerazioni derivanti dalla vendita sul mercato dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva, gestiti dallo Stato mediante la costituzione di un “Fondo Capitale Nazionale”, per conto e nell’interesse di tutti i cittadini.
In Paesi come l’Italia, dove è problematico pensare di poter realizzare in tempi brevi una riforma radicale del welfare esistente, o di reperire le risorse necessarie per finanziare il RDC mediante la costituzione di un “Fondo Capitale Nazionale”, la soluzione del problema può essere inserita nella prospettiva di un riordino dei diritti di proprietà, senza eccessivi stravolgimento degli istituti giuridici esistenti. I cambiamenti della vita sociale, imputabili alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici, valgono infatti a giustificare una migliore ridefinizione dei diritti di proprietà; su questa nuova base, sarebbe possibile costituire un patrimonio collettivo per il finanziamento del “Fondo” da utilizzare per finanziare il RDC, concepito come reddito sul quale fondare la costruzione di un sistema di sicurezza sociale più efficiente di quello realizzato da William Henry Beveridge.
All’interno del nuovo sistema di sicurezza sociale, il RDC (o dividendo sociale, o reddito di base), oltre che garantire lo stabile funzionamento del sistema economico, svolgerebbe anche la funzione di risolvere sul piano sociale i problemi inevasi con l’attuale welfare State; in particolare, quella di assicurare una maggiore flessibilità al mercato del lavoro e un costante contrasto della povertà. Tali obiettivi diventerebbero perseguibili attraverso una responsabile politica riformista, idonea a riproporre su basi nuove l’organizzazione dello stato di sicurezza sociale vigente, ponendo definitivamente fine all’uso di provvedimenti-tampone, per rimediare alle situazioni sociali negative causate dalla crescente disoccupazione strutturale e dall’insorgenza di possibili crisi economiche inaspettate. Inoltre, sarebbero create le condizioni per la promozione, da parte dei percettori del RDC, di possibili gratificanti attività produttive autonome, i cui benefici effetti risulterebbero affrancati dalla natura di “prestazione caritatevole” dei sussidi di sopravvivenza corrisposti dall’assistenza statale.
———————————————
orto-capuccini-ca
Il governo razionale dei beni comuni e il problema della scarsità
di Gianfranco Sabattini*

Il continuo dibattito sulla natura e l’uso dei beni comuni è condizionato dall’incertezza che pesa sulla loro definizione; da esso tuttavia sembra “emergere” una definizione che considera beni comuni tutte quelle risorse che risultano necessarie alla vita (perché preordinate a soddisfare stati di bisogno di particolare rilevanza per gli individui) e che, investendo i diritti fondamentali delle persone, si caratterizzano per la non esclusione dall’uso generale, con conseguente non assoggettabilità ad un prezzo, quale corrispettivo per il loro uso.
In tempi di crisi economica persistente, il dibattito pubblico in corso in Italia tende a porre la gestione dei beni comuni in controtendenza rispetto all’assoggettamento delle risorse alle logiche del mercato. Tuttavia, le incertezze persistenti sulla definizione di bene comune impediscono che dal dibattito emergano le linee di una politica di riforma istituzionale utile a prefigurare una loro razionale gestione; ciò, al fine di sottrarre i beni comuni alla cosiddetta “tragedia dei commons” che, in considerazione della loro non esclusione dall’uso generale, potrebbe condurre alla loro totale “distruzione”.
Il governo razionale dei beni comuni può essere infatti prefigurato solo tenendo conto, al pari di tutte le risorse economiche, della loro scarsità. Ciò perché, il fatto d’essere di proprietà comune comporta che all’intera platea dei proprietari sia assegnato a titolo individuale il diritto d’uso, mentre a nessuno di essi è concessa la facoltà di escludere gli altri. Se i proprietari che dispongono del diritto d’uso sono troppi, le risorse di proprietà comune potrebbero essere esposte al rischio della sovrautilizzazione; le stesse risorse, potrebbero essere esposte anche al rischio della sottoutilizzazione, a causa, ad esempio, di una definizione del diritto di proprietà dei beni comuni che potrebbe “margini” di interferenza nelle modalità del loro uso (come accade, per esempio, in Italia, nell’uso di ciò che resta dei cosiddetti “usi civici”, la cui utilizzazione da parte dell’operatore pubblico – di solito i comuni – è spesso contestata dall’intera comunità municipale, titolare del diritto di proprietà). In entrambi i casi, i proprietari dei beni comuni sarebbero “condannati” a subire gli esiti negativi della “tragedia dei commons”.
La “tragedia” è connessa al rischio che i beni comuni possano essere gestiti, come sostengono i “benecomunisti”, da operatori diversi dai loro legittimi proprietari, in quanto fruitori; i titolari della proprietà indivisa di beni devono infatti sostituirsi direttamente a qualsiasi forma di potere, privato o pubblico, nel determinare come gestire la conservazione e le forme di fruizione di tali beni. Tuttavia, perdurando lo stato di scarsità, la loro gestione di questi beni non può prescindere dalle leggi economiche tradizionali che indicano le modalità ottimali, sia per la loro conservazione, che per il loro uso.
La proprietà comune, in quanto riferita all’insieme dei soggetti che compongono una determinata comunità, è diversa dalla proprietà pubblica. A differenza dei beni comuni, quelli di proprietà pubblica possono essere gestiti direttamente dagli enti pubblici proprietari, sulla base di processi decisionali maggioritari (cioè sulla base delle maggioranze politiche pro-tempore esistenti). Poiché l’insieme dei proprietari-fruitori dei beni comuni non dispone di autonomi meccanismi decisionali, l’esercizio del diritto di proprietà comune e la gestione dei beni cui tale forma di proprietà si riferisce devono essere delegati alla responsabilità di un “soggetto operante” (quale, ad esempio, una cooperativa) che deve esercitarli in nome e per conto del delegante, la comunità, in funzione della volontà collettiva che essa esprime.
Con riferimento al governo e all’uso dei beni comuni, sorgono perciò gli stessi problemi presenti ancora oggi in Italia in molte realtà territoriali, con riferimento agli antichi “usi civici”, dove gli enti locali, sulla base di decisioni maggioritarie, amministrano risorse che, in quanto beni comuni, possono essere gestite solo dalla comunità olisticamente intesa come “un tutto”.
Il suggerimento di Elinor Ostrom, l’economista premio Nobel per l’economia 2009, che ha approfondito il tema dei beni comuni, si presta poco ad essere utilizzato per realizzare in termini efficienti il governo della proprietà di tali beni, secondo forme cooperative. L’intento del suo contributo è stato quello di pervenire ad una teoria adeguatamente specificata delle azioni collettive, mediante le quali un gruppo di operatori può organizzarsi volontariamente per utilizzare il frutto del suo stesso lavoro, o dei suoi beni di proprietà indivisa.
La Ostrom non crede nei risultati delle analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale, ma solo nelle spiegazioni empiricamente confermate del funzionamento delle organizzazioni umane relative a specifiche e particolari realtà. Ciò perché, secondo la Ostrom, le analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale comportano l’astrazione dalla complessità dei contesti concreti, per cui diventa probabile il rischio di rimanere “intrappolati” in una “rete concettuale” che astrae dalle realtà particolari.
Molte analisi condotte a livello di intero sistema sociale sarebbero perciò niente di più che metafore; ma affidarsi a metafore per gestire specifiche realtà può portare a risultati sostanzialmente diversi da quelli attesi. Un conto è spiegare come possono essere gestite in modo efficiente le risorse scarse di proprietà comune di una comunità di pescatori, oppure quelle di una comunità di allevatori; altro conto è spiegare come può essere realizzato, in condizioni di equità e di giustizia distributiva, il governo di tutte le risorse di proprietà comune di una determinata comunità nazionale.
In Italia il dibattito su come affrontare i problemi connessi alla realizzazione di uno stato del mondo più confacente alla gestione dei beni comuni si è svolto sinora prevalentemente con riferimento alla struttura istituzionale esistente. Questa, a causa dell’egemonia della logica capitalistica, secondo i “benecomunisti” avrebbe subito trasformazioni tali da determinare la crescente privatizzazione delle risorse disponibili. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, infatti, all’insegna del “terribile diritto” della proprietà privata e del misconoscimento di alcuni dettati costituzionali che ne salvaguardavano la funzione sociale, è stata realizzata la distruzione dell’economia pubblica e la privatizzazione di buona parte del patrimonio pubblico; processo, questo, che, non essendo ancora ultimato, è giusto motivo di preoccupazione per i “benecomunisti”.
Il movimento “benecomunista”, dotato prevalentemente di un’anima giuridica, considera i beni comuni, non già come beni economici aventi caratteri peculiari, ma come dei diritti universali, la cui definizione non può essere “appiattita” su considerazioni esclusivamente derivanti dalla teoria economica. Per dirla con le parole di Stefano Rodotà, il giurista che è stato tra i primi ad introdurre la questione dei beni comuni in Italia, “se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, [...] allora può ben accadere che si perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità ‘comune’ di un bene può sprigionare tutta la sua forza», in funzione della soddisfazione dei diritti universali corrispondenti ai bisogni esistenziali incomprimibili degli esseri umani.
I “benecomunisti” sostengono che, per evitare lo smarrimento della loro vera qualità comune, i beni comuni devono essere tolti dal mercato e salvaguardati giuridicamente per garantire a tutti la loro fruibilità. Ma come? Rodotà manca di dirlo; mentre è ineludibile, considerata la loro natura di risorse scarse, la necessità che siano stabilite le procedure da istituzionalizzate per governare la proprietà e la gestione dei beni comuni. Ciò al fine di evitare che la sola definizione dal lato del consumo di tali beni (intesi come fonte di soddisfazione di diritti universali) li esponga al rischio di un loro possibile spreco.
Tra l’altro, è necessario pervenire a una precisa definizione dei beni comuni, anche per stabilire quali dovrebbero essere realmente, tra le risorse disponibili, quelle da sottrarre alle leggi di mercato; se ci si riferisce, ad esempio, al trasporto pubblico locale, la mobilità delle persone nel territorio è un bene comune o è solo, tra gli altri, un bene il cui governo deve essere lasciato alle leggi di mercato? L’interrogativo potrebbe essere esteso ad una molteplicità di situazioni, sino ad includere nella classe dei beni comuni la maggior parte di tutto ciò che di momento in momento viene prodotto ed utilizzato all’interno del sistema sociale.
L’incertezza nella definizione dei beni comuni causa l’impossibilità di fare appropriati passi in avanti nella riflessione sulla riorganizzazione del quadro istituzionale che sarebbe necessario per una loro razionale gestione. I “benecomunisti”, mancando perciò di uscire dalla vaghezza definitoria su cosa sia un bene pubblico e quali siano le condizioni che valgono a trasformare una data risorsa in bene comune, “soffrono” dell’atteggiamento di chi è sempre propenso a valutare ex ante le proposte destinate a fare fronte a specifiche emergenze, senza il conforto di una valutazione sia pure potenziale ex post della loro desiderabilità ed attuabilità. Essi, infatti, trascurano che le proposte formulate in sede preventiva, senza un confronto con la modalità necessarie alla loro attuazione, corrono il rischio di rivelarsi fallimentari a posteriori.
Inoltre, le critiche che i “benecomunisti” rivolgono alla situazione istituzionale esistente mancano di prefigurare una struttura istituzionale alternativa, idonea ad esprimere “una progettualità di lungo periodo”. Tali critiche, infatti, si limitano ad affermare, in astratto, gli ostacoli che si oppongono al rispetto del mandato costituzionale che coniuga l’equità distributiva con l’efficienza economica e gestionale delle risorse delle quali dispone il Paese, mancando di considerare i problemi connessi con la forte territorializzazione che caratterizza di solito i beni comuni; nessun cenno viene fatto, inoltre, alle “politiche di infrastrutturazione” necessarie per garantire, a livello nazionale, l’accesso all’uso dei beni comuni localizzati solo in un dato territorio.
Per queste ragioni, le critiche dei “benecomunisti” tendono a risultare, dal punto di vista economico, quasi delle “scatole vuote”, utili solo a mobilitare sul piano ideologico l’opinione pubblica contro gli esiti della logica capitalistica; si tratta di critiche del tutto prive di ogni riferimento alla struttura istituzionale che dovrebbe essere realizzata, per garantire, a livello di intero sistema sociale ed economico, un razionale soddisfacimento dei diritti universali cui si fa riferimento. In altri termini, i “benecomunisti” mettono il carro davanti ai buoi, nel senso che la loro progettualità risulta finalizzata, non a prefigurare un possibile riformismo istituzionale, utile a consentire una gestione razionale dei beni comuni di proprietà collettiva, ma solo a correggere e contenere gli esiti indesiderati del funzionamento dei sistemi sociali capitalistici attuali; tutto ciò senza preoccuparsi di evitare gli esiti negativi dell’eccessiva propensione a rifiutare quanto dell’economia standard può risultare ancora idoneo a governare e salvaguardare i beni comuni.
Ciò sarebbe invece necessario, al fine di evitare che il rischio connesso al rifiuto ideologico delle leggi dell’economia standard possa causare anche inintenzionalmente la formulazione di strategie riformiste di lungo periodo svincolate dalla realtà. Uno dei peggiori sbagli che si possa commettere, nelle condizioni in cui versa attualmente l’Italia sul piano sociale ed economico, è pensare che una proposta astratta possa essere realmente attuata; sarebbe il peggior servizio reso al Paese, per via del fatto che esso finirebbe con l’essere ulteriormente penalizzato sovrastato dal funzionamento del proprio sistema economico in assenza di regole certe e concrete.
* Già pubblicato su Aladinpensiero online il 10 settembre 2019.

È online il manifesto sardo trecento

pintor il manifesto sardoIl numero 300
Il sommario
Il giorno del ricordo (Marco Ligas), Come privatizzare le spiagge in Sardegna (Stefano Deliperi), CPR di Macomer: usciamo dalla nebbia e dall’egoismo (Michele Salis), Concentrazione della ricchezza e crescita della disuguaglianza economica (Gianfranco Sabattini), White Savior, il colonialista buono (Fiammetta Cani), Fanno il deserto e lo chiamano Conad (Cristiano Sabino), Turchia e dintorni. L’ossessione politica turca (Emanuela Locci), I virus dell’economia alimentano quelli della politica (Alfonso Gianni), Sulla mancata manifestazione di interesse per il progetto SPRAR di Sassari (red), Senza partecipazione nessun riscatto per la Sardegna dei paesi (Danilo Lampis e Salvatore Lai), Il successo dello Sinn Fein tra questione nazionale e questione sociale (Andrìa Pili).

Per un possibile nuovo umanesimo

cab01a1b-4108-4210-9bd8-04b4004ba635
Eguaglianza e democrazia

di Gianfranco Sabattini

Mai, come in questi ultimi anni, la democrazia ha dovuto affrontare l’aggravarsi del mai risolto problema della disuguaglianza; a questo tema Aldo Schiavone, dedica un ponderoso volume dal titolo: “Eguaglianza. Una nuova visione sul filo della storia”. L’autore inizia l’analisi partendo dai tempi dell’antica civiltà greca, dove tra il VI e il V secolo a.C. hanno incominciato a delinearsi i caratteri dell’uguaglianza, un concetto che, con la sua evoluzione, avrebbe improntato di sé gran parte della storia dell’intero Occidente, antico e moderno.
La prima riflessione intorno al concetto di uguaglianza è iniziata con la nascita della “polis”, ovvero con il costituirsi della prima forma di organizzazione politica che ha portato i cittadini “a stringere tra loro vincoli molto stretti, reciproci e paritari”, sino a sviluppare una socialità divenuta il “contesto di una peculiare gestione del potere”: la democrazia; ciò è valso ad affermare una generalizzata simmetria tra tutti i cittadini racchiusi nella polis, ma anche ad aprire un dibattito su quali fossero i limiti di questa condizione.
Il discorso sulla delimitazione del campo di applicazione dell’uguaglianza, sviluppatosi all’interno dell’organizzazione dell’antica città greca, ha preso una piega radicale, che ha assegnato all’uguaglianza un “carattere ‘naturale’” della condizione del cittadino; ma il fatto che tale carattere implicasse l’estensione dell’uguaglianza oltre i confini della polis ha impedito che il discorso fosse ulteriormente approfondito. Comunque, si è trattato di una problematica, quella insorta con il discorso intorno al concetto di uguaglianza e dei confini della sua applicazione, arrivata – sia pure in modo decontestualizzato – sino a noi, ma che, secondo Schiavone, “per l’essenzialità del suo contenuto, avrebbe finito col non abbandonare mai più la storia d’Europa e dell’Occidente”. La forza oggettiva del dibattito antico, che estendeva la condizione di uguaglianza a tutti gli esseri umani, è giunta infatti sino ai tempi moderni, inclusa la possibile estensione della cittadinanza oltre i confini della polis sino a ricomprendere l’intera specie umana.
Il discorso sulla condizione dell’uguaglianza e sulla sua estensione è stato ripreso, ma in tutt’altro modo indirizzato, sulle rive del Tevere, per via del fatto che la storia sociale e culturale di Roma – osserva Schiavone – si è sviluppata “in una direzione completamente diversa rispetto a quella greca”, a causa delle specificità connesse alla formazione e al consolidarsi di una differente struttura politica, al cui consolidamento ha avuto un peso decisivo l’azione di aristocrazie opulente e aggressive, che è valsa a fissare “un modello culturale e organizzativo centrato sulla figura solitaria del capostipite maschio, intorno al quale ruotava un intero sistema di subordinazioni e di scambi – economici e matrimoniali”.
La città ha così preso forma sulla base di un compromesso tra due distinte forme di potere: il primo, espresso, come presupposto, dalla situazione di preminenza dei singoli capi-gentes; il secondo, di natura politica, nascente dalla formazione di istituzioni incardinate prevalentemente su alcune forme assembleari. A tale compromesso tra le due forme di potere ha corrisposto una tipo di cittadinanza politica che garantiva – sostiene l’autore – “un suo fondo egualitario, nonostante l’evidente sbilanciamento oligarchico”. Si è trattato di una situazione che, a causa dei tale sbilanciamento, era successivamente destinata a mutare.
Il mutamento è stato reso possibile dalla profonda trasformazione culturale iniziata in Europa con l’Umanesimo e proseguita con il Rinascimento, i cui tratti esenziali hanno concorso a definire la cosiddetta modernità. Nel nuovo quadro mentale umanistico-rinascimentale, radicalmente diverso da quello della tradizione antica, è cambiata sostanzialmente, all’interno delle organizzazioni politiche, la “posizione dell’uomo”, la cui condizione ha cessato d’essere dettata “da un organico radicamento all’interno di reti familiari o di corpi civici agglutinati e vischiosi a causa delle gerarchie di status, dei legami (anche politici) comunitari, e della forza delle relazioni di parentela”; ciò ha reso possibile la formazione di un nuovo ambiente culturale e sociale all’interno del quale ha avuto inizio lo sviluppo di un nuovo discorso sull’uguaglianza, anche se ancora molto lontano da quello che prevarrà tra il XIX e il XX secolo.
Dal tardo Cinquecento e per tutto il Seicento, il concetto di uguaglianza ha continuato ad essere liberato dai residui feudali, sino a diventare, grazie al pensiero dell’Illuminismo francese del Settecento, l’idea centrale del discorso pubblico, dopo l’iniziale esperienza greca. Il ricupero della dimensione politica dell’uguaglianza è stato l’esito finale di molte convergenze, soprattutto di lungo periodo, culminate nell’impatto della Rivoluzione francese, prima, e della Rivoluzione Industriale, poi; ques’ultima, in particolare, ha contribuito ad affermare la connessione che, nella nascente organizzazione capitalistica della società, si è consolidata tra individuo e lavoro. E’ stato infatti il costituirsi del nuovo ambiente culturale e sociale formatosi dopo le due rivoluzioni (quella francese e quella industriale) che è stato possibile definire una nuova condizione umana dei singoli individui.
Si è trattato di una definizione che ha considerato l’uomo – afferma Schiavone – “come soggetto che innazitutto lavora, e lavorando definisce sé stesso, e insieme produce e acquisisce ricchezza (diventandone proprietario)”. E’ stata questa una specificità divenuta propria dell’individuo operante all’interno delle società industriali, formatesi tra il XIX e il XX secolo, “interamente costruite sulla base di rapporti di cooperazione conflittuale fra capitale e lavoro – e dunque segnate dalla lotta di classe che si sviluppava all’interno di contesti particolarmente complessi”. In questi contesti, l’idea di uguaglianza è venuta a configurarsi come una “grande questione sociale, in grado di coinvolgere interi popoli”; in altri termini, essa è diventata una questione legata alla centralità del lavoro, esenziale per il riconoscimento della dignità e dei diritti di ogni singolo soggetto. In questo senso, perciò, l’idea di uguaglianza è diventata, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, “l’icona ideologica dei contrasti, ma anche della capacità di emancipazione, di liberazione e di lotta sociale di un’intera epoca”.
E’ stato dunque all’interno delle società industriali che l’idea di uguaglianza si è legata alla “lotta di classe” teorizzata da Karl Marx, divenuta uno dei motori della storia di quelle società; una storia che ha avuto – nota Schiavone – un preludio nelle rivoluzioni del 1848, per raggiungere il “suo culmine con la Rivoluzione russa dell’ottobre 1917 e con la successiva instaurazione del comunismo in Russia”; un evento, quest’ultimo, che ha avuto come epilogo, circa settant’anni dopo la morte di Lenin, il crollo dell’URSS, determinato sostanzialmente dall’eccessivo autoritarismo della società sovietica, che era valso a restringere la libertà individuale e a negare i principi economici liberistici sui quali si erano affermate le società industriali.
Nel lungo periodo, al crollo del comunismo sovietico non è stato estraneo, tra gli anni Trenta e Cinquanta del secolo scorso, l’affermarsi di un paradigma organizzativo della socialità, alternativo a quello adottato dall’Unione Sovietica. Il nuovo paradigma ha implicato un’idea di uguaglianza diversa da quella che si era affermata con il pensiero marxista; si è trattato di una diversità che ha implicato – rileva Schiavone – una “sperimentazione politica e sociale di un modo flessibile ed espansivo di essere uguali [...], senza tuttavia immettere nella società dosi eccessive di coazione [...], e senza sovvertirne i fondamenti economici [liberistici]”.
Il nuovo contesto organizzativo della società è stato caratterizzato da un nesso stretto, formatosi dopo l’avvento del pensiero teorico di John Maynard Keynes e l’azione politica del socialismo democratico, tra “politica, democrazia e lavoro, fondato su un’idea di quest’ultimo come esperienza antropologica unificante e intrinsecamente ugualitaria, come carattere distintivo dell’umano”. Questo nuovo contesto sociale ha attribuito al soggetto-lavoratore la garanzia di “un miglior rapporto distributivo fra redditi di lavoro e redditi di capitale” ed ha anche consentito di realizzare un’identificazione del lavoratore con il cittadino: una garanzia che ha ampliato il significato del concetto di uguaglianza, “al di là del solo riconoscimento dei diritti politici, e della parità di fronte alla legge”; si è trattato di una garanzia che, non mettendo in dubbio la struttura capitalistica della società, ha assicurato la compensazione degli “squilibri, dal lato della distribuzione – attraverso la fiscalità e la spesa pubblica – sia sotto forma di aumenti salariali, sia di servizi collettivi, sia infine di ammortizzatori sociali e di sostegni economici individualizzati”. La forma istituzionalizzata di questa garanzia, però, racchiudeva in sé un limite, costituito dal fatto che tutte le società industriali democratiche correlassero le politiche di riequilibrio sociale a una forma di lavoro “storicamente determinato”.
Gli Stati sociali costruiti in Occidente dopo il secondo conflitto mondiale hanno subito, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, gli effetti destabilizzanti delle trasformazioni sociali seguite ai progressi tecnologici che hanno investito il mondo produttivo e distrutto i “presupposti materiali e ideali” sui quali erano stati costruiti “i paradigmi moderni di uguaglianza”; ciò ha aperto “la strada a nuove dismisure”, che hanno eroso “in modo irreversibile il retroterra sociale e culturale sul quale era stata costruita la moderna idea di uguaglianza”. La fine della società del lavoro ha dato origine – per Schiavone – a “un tremendo vuoto di identità al centro della tradizione occidentale”, che sta incrinando, dopo l’affievolimento del ruolo positivo svolto dal socialismo democratico, “la forza democratica dell’Occidente” e la sua capacità di rispondere alle sfide poste dall’insorgenza dei nuovi problemi.
A parere di Schiavone, rispetto alla nuova situazione venutasi a creare con la crisi della società del lavoro, la prospettiva che sembra delinearsi per il futuro “porta a superare l’idea di uguaglianza dalla forma storica e antropologica dell’individuale, con cui ha problematicamente convissuto per l’intera modernità”; un superamento, cioè, che porta a considerare l’uguaglianza non più come dimensione sociale insopprimibile dell’uomo in quanto singolo, né a tentare di superarla con una modello (dimostratosi fallimentare) di società collettiva, ma a una sua ridefinizione in funzione dell’individuo inteso come risultato del “dispiegarsi intrinsecamente oggettivo e intra-individuale del vivere umano nell’interezza della sua complessità”. Scegliere questa prospettiva – sottolinea Schiavone – non significa “immaginare di cancellare l’individualità dal nostro futuro”, significa solo, nella fase di crisi che sta attraversando l’Occidente, definire sul piano etico politico e giuridico la forma intra-individuale del soggetto, inteso “come prodotto storico” che può essere “messo in prospettiva, relativizzato, consapevolmente integrato in un processo più ampio”.
Ricondurre l’uguaglianza al carattere impersonale del soggetto intra-individuale può diventare, secondo Schiavone, l’obiettivo di una nuova epoca che, se governato in modo opportuno, può consentire di porre rimedio “alla dissoluzione delle strutture di classe delle vecchie società capitalistiche” e mettere in moto “ricomposizioni solidali dell’umano prima inconcepibili”, da cui possono “emergere elementi espansivi di oggettiva, impersonale uguaglianza, rispetto a ogni tipo di differenza individuale”.
Sarebbe questa, conclude Schiavone, una rivoluzione dell’impersonale, che darebbe luogo a un nuovo umanesimo, sulla base del quale cominciare a pensare a un nuovo “patto di uguaglianza, per salvare il futuro della democrazia; [...]. Un patto che sappia farsi programma politico [...], e parta non dalla parità degli individui, ma dall’illimitata eguale divisibilità della cose [...], da condividersi equamente fra tutti i viventi. Un patto stretto, non nel nome di una classe, o di un qualunque soggetto che per indicare sé stesso debba escludere altri dalla definizione [...], ma del comune umano come soggetto e come valore includente e globale”.
Quella che propone Schiavone è una proiezione condivisibile della struttura della società futura, all’interno della quale conciliare l’idea di uguaglianza con i caratteri dei moderni sistemi industriali; la edificazione di una tale società, però, come lo stesso Schiavone ricorda, richiederà “molta fatica e molto studio”, ma anche – va aggiunto – un forte impegno collettivo; un impegno che le democrazie attuali non sembrano disposte a volersi assumere, nonostante dispongano delle conoscenze necessarie per realizzare un nuovo umanesimo e ridefinire l’idea di uguaglianza sulla base del carattere impersonale del soggetto intra-individuale della società del futuro.

Uscire dall’ideologia neo-capitalista dominante

elettra-stimilli-debito-e-colpa
Grande Recessione e “colpevolizzazione” dei Paesi indebitati

di Gianfranco Sabattini

Dopo la Grande Recessione del 2007-2008, il debito, soprattutto in Europa, è diventato un problema all’ordine del giorno, soprattutto dopo l’”imposizione” delle politiche di austerità da parte delle autorità internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea) preposte al governo della stabilità dei mercati finanziari; ciò al fine di evitare il rischio di “default” di quei Paesi, tra i quali l’Italia che, nel momento in cui la crisi si è espansa oltre il suo epicentro (gli Stati Uniti) sono risultati maggiormente indebitati.
I Paesi comunitari più esposti al rischio di default hanno dovuto infatti “subire”, per iniziativa del Paese economicamente dominante (la Germania) gli esiti delle politiche fiscali restrittive, suggerite – come sostenuto da più parti – da una “visione ‘colpevolizzante’ dei Paesi indebitati”. Elettra Stimilli, ricercatrice in Filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, nel suo libro intitolato “Debito e colpa”, pubblicato negli anni immediatamente successivi all’inaugurazione delle politiche di austerità, ha inteso “mettere a fuoco i nodi teorici contenuti nella “relazione semantica [intercorrente tra debito e colpa], attraverso un confronto con i più importanti studi usciti sul debito negli ultimi anni”.
Alla luce degli esiti seguiti all’applicazione delle politiche restrittive, volte a rilanciare la ripresa dell’economia dei Paesi comunitari, l’autrice, attraverso la riflessione sulle regole adottate negli anni più critici della crisi per la regolazione del debito, ha inteso dare una risposta alla domanda se l’essere in debito implichi effettivamente “una condizione da emendare”, come l’ingiunzione autoritaria dei sacrifici imposti dal rigorismo monetario tedesco sembra suggerire. A differenza dei molti lavori recenti sul debito e degli antichi giudizi sul capitalismo come “culto indebitante”, Stimilli ha cercato di formulare la risposta alla domanda, collocando “il problema del debito in un contesto più articolato rispetto a quello strettamente tecnico della scienza economica, usufruendo di risorse provenienti da punti di vista diversi, nel tentativo di condurre un’indagine in cui l’economia non sia più collocata entro confini troppo angusti, ma riacquisti il confine più ampio che le spetta”.
Muovendo da questi presupposti, Stimilli ha potuto affermare che, se l’”essere in debito” è oggi l’esperienza prevalente, che la crisi della Grande Recessione ha portato in evidenza come fenomeno di grandi proporzioni, occorre tuttavia riconoscere che su di esso grava ancora una “certa opacità” che occorre rimuovere. Dall’inizio del nuovo millennio, l’abbondante disponibilità di risorse finanziarie ha spinto gli operatori economici, soprattutto negli Stati Uniti, ad effettuare operazioni di credito secondo modalità mai sperimentate prima di allora; sono state così create le premesse che hanno alimentato la formazione di una bolla speculativa sul mercato immobiliare, per via del fatto che l’unica garanzia richiesta ai beneficiari del credito era espressa da una ipoteca sulla casa acquistata con la linea del credito ricevuto.
La facilitazione dell’accesso al credito ha introdotto una cesura tra il tenore di vita delle persone dotate di redditi medio-bassi e l’andamento del reddito percepito sulla base del lavoro svolto; le nuove operazioni di credito inaugurate hanno così dato origine a mutui altamente aleatori, per l’elevato rischio di insolvenza che comportavano. L’indebitamento, anche se privo di adeguate forme di garanzia, è diventato per questa via il motore principale dell’economia americana; motore, che però si è “inceppato” nel 2006, a seguito dello scoppio della bolla alimentata dall’eccessiva espansione del credito immobiliare (ma anche di quello al consumo) senza la copertura delle garanzie necessarie.
Quando gli effetti della crisi del mercato immobiliare americano hanno “contaminato” l’economia globale, i problemi inizialmente legati al ricorso all’indebitamento privato (oltre ogni limite economicamente giustificabile) si sono estesi nel 2009 al debito pubblico di molti Paesi economicamente avanzati, come quelli dell’Unione Europea, creando le premesse per l’inasprirsi della crisi; ciò a causa dei consistenti stock di titoli del debito pubblico detenuti dalle banche, i cui livelli patrimoniali minimi sono stati ripristinati con l’erogazione a loro favore di denaro pubblico, acquisito attraverso operazioni di indebitamento dello Stato sul mercato finanziario internazionale.
Se una forma di indebitamento planetario “risulta alla base degli ingranaggi dell’economia mondiale – afferma Stimilli -, vale allora la pena chiedersi cosa in essa è in gioco e perché [...] la figura centrale che emerge ai nostri giorni è diventata quella del debito”. Secondo l’autrice, per rispondere è necessario collocare le questioni del debito “in un contesto più vasto” di quello strettamente economico; questioni che, nelle analisi politiche prevalenti (oltre che economiche), sono considerate “modalità correlate al sistema produttivo”: l’appropriazione e lo scambio. Poiché l’appropriazione, in un contesto politico “bene ordinato”, è un processo economico regolato da un corrispondente processo politico, occorre stabilire che tipo di istituzioni chiami in causa l’atto appropriativo fatto valere su tutto ciò che è il risultato della collaborazione sociale.
A parere di Stimilli, lo studioso che ha illustrato “in maniera netta” la natura dell’atto appropriativo dal punto di vista istituzionale è stato il giurista realista tedesco Carl Schmitt; per spiegare la natura politica dell’atto, egli risale ai significati originari del termine greco “nómos”, che significa, oltre che regola, in primo luogo, “prendere/conquistare”, in secondo luogo, “spartire/dividere” e, in terzo luogo, “coltivare/produrre”. Per Schmitt – sottolinea Stimilli – i tre significati esprimono altrettanti processi (del prendere, dividere e produrre) che, secondo le parole del giurista tedesco, riassumono la regolazione, cioè l’“essenza di ciò che finora, nella storia umana, è apparso come ordinamento giuridico e sociale”. L’atto appropriativo, quindi nella prospettiva schmittiana, appare – afferma Stimilli – “originariamente connesso al processo di formazione di norme giuridiche e all’azione politica alla base dell’istituzione dello Stato nazionale moderno”; in questo senso, i tre momenti del prendere, dividere e produrre sono gli atti fondativi presupposti alla formazione dello Stato attraverso cui sono definiti i meccanismi di appropriazione del prodotto sociale, o quanto meno le modalità della sua divisione tra tutti i componenti della popolazione dello Stato.
Com’è noto, ricorda ancora Stimilli, il primo studioso ad evidenziare l’importanza politica del problema dell’appropriazione in ambito economico è stato Karl Marx, attraverso la teoria del plusvalore, secondo cui il capitalista, con lo sfruttamento del lavoratore nel processo di produzione, si appropria, non pagandola, di una determinata quantità del lavoro reso. E’ interessante notare – continua Stimilli – come “tanto per Schmitt, quanto per Marx, l’’appropriazione’ sia all’origine di una tensione specificatamente politica, che si rende visibile fra fronti contrapposti”, espressi dai partecipanti alla distribuzione del prodotto sociale.
Nelle due prospettive di analisi del processo appropriativo (quella schmittiana e quella marxiana), lo Stato assolve però ad una funzione diversa: per Schmitt, lo Stato nazionale moderno, a differenza dello Stato liberale di diritto (che, vittima di una deriva economicista, ha perso gran parte delle sua energia costitutiva) si fa carico del governo del processo distributivo del prodotto sociale; per Marx, invece (che si muove all’interno della teoria economica classica, impostando il suo discorso sullo sfruttamento sul piano materiale dell’economia) le istituzioni politiche fanno parte delle sovra-strutture, negando alla natura giuridica dello Stato il ruolo di regolatore del processo distributivo.
Stimilli ritiene che la prospettiva schmittiana di analisi del processo di appropriazione sia più interessante di quella marxiana; ciò perché, con essa, già dai primi anni Cinquanta del secolo scorso, Schmitt ha saputo prevedere come, nell’età della globalizzazione, quando il mercato mondiale fosse diventato dominante sulle strutture politiche degli Stati, il problema della appropriazione sarebbe stato regolato fuori dalla sfera del politico. I fatti più recenti hanno dimostrato la fondatezza della previsione schmittiana, per via del fatto che il processo di appropriazione fuori da ogni forma di regolazione politica ha causato livelli di disuguaglianza distributiva, tali da divenire, dal punto di vista economico, gli aspetti più rilevati dell’attuale stato del mondo e da giustificare la comparsa di un nuova struttura istituzionale, né giuridica, né economica, ma di tipo amministrativo. Questa nuova struttura, coinvolgendo lo Stato e il mercato, ha “trasformato la configurazione che questi hanno assunto in età moderna”, facendo emergere una “forma di indebitamento planetario”, che ha rimesso in discussione le modalità del processo di appropriazione e la validità delle politiche economiche tradizionali.
Infatti, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, lo Stato nazionale moderno si è trasformato, con l’avvento dell’ideologia neoliberista, in “Stato manageriale”; quest’ultimo – sostiene Stimilli -, oltre “ad implicare un’enorme trasformazione dei modi di produzione, ha anche coinvolto l’istituzione di Stati più flessibili, reattivi, fondati sul mercato e orientati verso il consumatore”. Ma tutto ciò si deve anche alla trasformazione della politica in economia, avvenuta non tanto per l’”invasione e la conquista, per così dire dall’esterno, da parte del mercato divenuto globale”, quanto attraverso l’assunzione, da parte degli Stati della logica del mercato a fondamento dei loro processi decisionali. Per questa via, prosegue Stimilli, l’”espansione del mercato finanziario e il finanziamento del debito pubblico sui mercati delle obbligazioni [sono divenuti] il risultato di un processo che ha visto gli Stati in primo piano nella gestione di un potere manageriale”; un mutamento che ha investito “nel profondo lo statuto della politica e il processo di istituzione delle norme” che nello Stato nazionale moderno erano valse a disciplinare il processo distributivo del prodotto sociale.
Muovendo da questi presupposti occorre allora cercare di comprendere, non solo i possibili sviluppi del fenomeno dell’indebitamento, che ha investito tanto i singoli individui quanto gli Stati nazionali, ma anche le possibili implicazioni esistenziali negative a livello individuale; tutto ciò per chiedersi, infine, se alla dissoluzione del politico esiste un qualche rimedio.
Alla base del primo punto (riguardante i possibili sviluppi del fenomeno dell’indebitamento) vi è l’idea, propria dell’ideologia neoliberista, che il livello del prodotto sociale dipenda dalle modalità del suo consumo, strettamente connesse a forme di indebitamento, per alimentare una domanda finale finanziata dal debito privato, grazie ad una crescente fiducia nei mercati finanziari, nel presupposto che gli esiti delle continue crisi possano essere rimosse da ricorrenti politiche di austerità. In questo contesto, il debito deve trovare sempre nuove forme di investimento, mentre la necessità che venga di continuo espanso evidenzia la sua implicita inestinguibilità; un indebitamento crescente e inestinguibile è divenuto, così, il motore della crescita economica.
Proprio da quest’ultima considerazione sul crescente indebitamento (considerato come motore della crescita economica) deriva l’aspetto problematico delle implicazioni esistenziali negative originate dall’inestinguibilità del debito; quest’ultimo diventa così una “colpa”, che cambia al mutare delle condizioni che l’hanno generata. In questo contesto, il debito non è più uno stato personale da emendare secondo la sfera del diritto, ma una condizione esistenziale negativa, implicante la presenza nell’individuo di un senso di colpa, che lo motiva ad effettuare “forme ossessive di consumo volte a compensare la convinzione a non essere adeguati” a quanto richiesto per assicurare la crescita continua della produzione.
La necessità di uscire dalla morsa degli effetti negativi causati dalla dissoluzione del politico impone l’urgenza di una riflessione sul come liberarsi da una condizione esistenziale che sembra non offrire alcuna via di fuga. Al riguardo, Stimilli conclude la sua analisi critica su “debito e colpa” affermando che, “se è vero che ogni società è in grado di produrre un tipo d’uomo di cui ha bisogno” per liberarsi dalle pastoie che impediscono ai suoi componenti di vivere una “vita buona, allora diventa necessario individuare i meccanismi che sono all’origine del sensi di colpa”, dei quali l’uomo è vittima nelle società neoliberiste.
Tra questi meccanismi, quelli che sono alla base della crescita delle disuguaglianze distributive rappresentano, sicuramente, il principale punto di attacco all’ideologia dominante, cui si deve un funzionamento del sistema economico che, anziché essere fonte di liberazione dal bisogno, origina invece un senso di colpa che rende sgradevole la condizione esistenziale dell’uomo.
—————
28df51c0-f404-4f8f-bc1e-8692b3f35506
Beato il mite, perché sua è la democrazia
di Giovanni De Luna
in “La Stampa” del 13 febbraio 2020
[segue]

Oggi mercoledì 12 febbraio 2020

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2senza-titolo1lampadadialadmicromicro13democraziaoggi-loghetto55aed52a-36f9-4c94-9310-f83709079d6d
————————————–Opinioni,Commenti e Riflessioni,Appuntamenti———————————————
Crisi dell’economia italiana e come uscirne
12 Febbraio 2020
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Cesaratto, “rimproverato” di esprimere una critica eterodossa alle politiche economiche adottate dall’Europa negli anni successivi alla Grande Depressione del 2007-2008, al termine delle “sei lezioni” non manca, tuttavia, di indicare la possibilità di uscire dalla crisi (che coinvolge ormai tutti i Paesi della UM) con politiche correttive degli squilibri che da sempre hanno caratterizzato […]
——————————————-———-
Chiara Saraceno: «Meno vincoli e più servizi, la voglia di fare figli torna se cala la paura»
Intervista. «Il Family Act? Spero che si faccia qualcosa, invece di continuare ad evocare la famiglia come il toccasana di tutti i mali o cercare di aumentare la fecondità per far risalire la natalità».
Su il manifesto. [segue]
—————————————————-

Jeremy Rifkin: un audace piano economico per salvare la Terra

jeremy
Salvare la terra dall’uso dei combustibili fossili

di Gianfranco Sabattini

Le catastrofi ambientali verificatesi negli ultimi anni stanno lentamente spingendo le classi politiche di molti Paesi a prendere in seria considerazione la denuncia con la quale, da tempo, gli scienziati dei fenomeni atmosferici stanno avvertendo che i cambiamenti climatici, indotti dall’uomo con l’impiego di combustibili fossili, stanno esponendo ogni forma di vita sulla terra al pericolo di un’estinzione di massa. Di tale pericolo si fa portavoce il recente saggio di Jeremy Rifkin: Un green New Deal globale.
A sostegno della gravità della situazione climatica che il mondo sta vivendo, Rifkin riporta l’ammonimento lanciato nel 2018 dall’”Intergovernemntal Panel on Climate Change” (organismo scientifico delle Nazioni Unite) per denunciare che “le emissioni di gas serra stanno accelerando e siamo sull’orlo di una serie di eventi climatici sempre più intensi, che metteranno in pericolo la vita sul pianeta”. Al riguardo, l’Istituto di ricerca ha stimato che, a causa dell’attività umana, la temperatura del globo è aumentata, rispetto ai livelli preindustriali, di un grado centigrado, predicendo “che il superamento della soglia di 1,5 gradi centigradi scatenerà un feedback loop [circolo vizioso] incontrollabile e una catena di mutamenti climatici che decimerà gli ecosistemi della Terra”. La conseguenza sarebbe l’impossibilità di conservare il tipo di vita che oggi l’umanità può ancora permettersi.
Lo stesso Istituto è giunto alla conclusione che, per evitare la catastrofe ambientale attesa, occorre ridurre drasticamente “le emissioni di gas serra del 45% rispetto ai livelli del 2010”, affrontando una drastica trasformazione dell’economia globale, della società e dello stile di vita; ciò significa che, per evitare il pericolo della catastrofe ambientale denunciata dall’Istituto di ricerca delle Nazioni Unite, la specie umana dovrà realizzare un “radicale riorientamento della sua civiltà da realizzare in un periodo di tempo brevissimo”. Ma per quale ragione le emissioni di gas serra sono diventate così pericolose?
Notoriamente, l’effetto serra è un fenomeno che incide sul processo di “Equilibrio termico” regolazione della temperatura del nostro pianeta (o di qualsiasi altro con le stesse caratteristiche fisiche); la terra subisce l’effetto serra quando accumula all’interno della sua atmosfera una parte dell’”Energia termica” energia termica proveniente dal sole, la stella attorno alla quale essa orbita, per effetto della presenza di gas, denominati “Gas serra”. Tali gas (vapore acqueo, anidride carbonica, ozono e altri) sono naturalmente presenti nell’atmosfera, garantendo una temperatura terrestre che, per quanto diversamente distribuita alle diverse latitudini, consente accettabili condizioni di vita. Senza l’effetto serra dei gas presenti nell’atmosfera, la temperatura della terra sarebbe notevolmente inferiore rispetto a quella che ha reso possibile alla vita animale e vegetale di evolvere e di colonizzare gran parte della sua superficie.
Il bilancio energetico sole-terra rappresenta l’equilibrio tra l’energia che la terra riceve dal sole, per irradiarla poi nello spazio esterno. Le radiazioni assorbite sono distribuite sul pianeta, come si è detto, in modo non uniforme, perché il sole riscalda le regioni equatoriali più delle regioni polari; l’atmosfera e gli oceani svolgono la funzione di compensare gli squilibri del riscaldamento solare, attraverso l’ evaporazione dell’acqua di superficie, la convezione (una forma di trasferimento del calore), le precipitazioni, i venti e la “Circolazione termoalina” circolazione oceanica. In queste condizioni, sino alla Rivoluzione industriale (1750), la terra è sempre stata molto vicina ad essere in “equilibrio radiativo” (la situazione in cui l’energia solare in ingresso è bilanciata da un uguale flusso di calore verso lo spazio).
In condizione di equilibrio radiativo, le temperature globali si sono mantenute in passato relativamente stabili; ciò perché tale equilibrio portava, da una parte, ad un aumento della temperatura della terra e, dall’altra parte, a escursioni termiche meno intense di quelle che si sarebbero avute in assenza dell’effetto serra, in quanto il calore assorbito veniva ceduto più lentamente verso l’esterno. L’aumento dell’effetto serra, causato dall’intervento dell’uomo sulla natura, ha alterato il normale equilibrio termico del pianeta, portando nel corso degli anni a mutamenti dal punto di vista climatico e ambientale, e generando un aumento del riscaldamento globale.
L’incremento delle concentrazioni di alcuni dei gas presenti nell’atmosfera terrestre, avvenuto come si è ricordato a partire dalla Rivoluzione industriale, ha causato un crescente riscaldamento del pianeta, per via della prevalente crescita dell’anidride carbonica; quest’ultima, sebbene indispensabile per la vita e per la fotosintesi delle piante, è divenuta nello stesso tempo la maggior responsabile dell’eccessivo aumento effetto serra e dei fenomeni atmosferici che stanno mettendo in serio pericolo la sopravvivenza della vita sulla Terra.
Per evitare gli effetti catastrofici del surriscaldamento climatico, da più parti – sottolinea Rifkin – viene invocato il lancio di un “Green New Deal Globale”, col quale provvedere alla copertura del fabbisogno energetico, traendolo da fonti pulite e rinnovabili; ciò richiede che si proceda, entro i prossimi dieci anni, alla modernizzazione delle rete energetica, degli edifici e delle infrastrutture di trasporto e all’aumento degli investimenti nella ricerca delle “tecnologie verdi” e della formazione di posti di lavoro nella nuova economia verde.
Malgrado i grandi vantaggi che potrebbero essere assicurati dal Green New Deal Globale, è diffuso il convincimento che nella fase attuale il mondo non disponga ancora di un “meccanismo efficace” per realizzarlo. Tuttavia, sebbene l’opinione prevalente in gran parte delle forze politiche affermi l’impossibilità di realizzare un accordo per una transizione globale a “zero emissioni di carbonio”, secondo Rifkin esiste “un percorso che potrebbe evitare l’ulteriore aumento di mezzo grado della temperatura, che condannerebbe la vita sulla terra, dandoci la possibilità di rimettere ordine nel nostro rapporto con il pianeta”.
Al riguardo, Rifkin ricorda che, per ridurre e incoraggiare le attività produttive e il settore pubblico ad adottare “tecnologie verdi” e a realizzare infrastrutture a zero emissioni di carbonio, ventisette premi Nobel hanno proposto l’adozione a livello globale di una “carbon tax”, ritenuta “l’unico strumento con cui inviare un potente segnale economico capace di imbrigliare la mano invisibile del mercato, in modo da indirizzare gli attori economici verso un futuro a basse emissioni di carbonio”, senza compromettere la crescita economica.
Ciò diverrebbe possibile, secondo Rifkin, se la carbon tax fosse aumentata “ogni anno fino a quando gli obiettivi di riduzione non saranno raggiunti”; onde evitare possibili ingerenze politiche, la tassa dovrebbe essere resa neutrale sul piano distributivo dal punto di vista dei cittadini. In questo modo, il costante aumento del prezzo dell’energia da combustibili inquinanti indurrebbe un crescente processo di innovazione tecnologica e infrastrutturale su larga scala, accelerando il passaggio alla produzione e al consumo di beni e servizi a zero emissioni di carbonio, rendendo così possibile “massimizzare l’equità e la praticabilità politica di una carbon tax crescente”. La realizzazione di un simile meccanismo sarebbe facilitata, se tutte le entrate generate dalla tassa fossero direttamente restituite ai cittadini con la riduzione del prezzo dell’energia e la concessione di altre facilitazioni; essi potrebbero così ricevere sotto forma di “dividendi del carbonio”, più di quanto sono chiamati a pagare con l’aumento del prezzo dell’energia, causato originariamente dall’introduzione della carbon tax.
Negli ultimi anni, studi e rapporti provenienti da molti governi nazionali e da molti altri enti pubblici e privati denunciano il possibile crollo della “civiltà industriale”, se le emissioni di carbonio nell’atmosfera non saranno bloccate entro il 2030. Per evitare questo possibile crollo, molti Paesi e settori produttivi importanti si stanno lentamente affrancando dall’uso delle energie da combustibili fossili, per affidarsi a quelle d’origine solare, eolica o di altre fonti rinnovabili e alle tecnologie a zero emissioni di carbonio. Tutto ciò, secondo Rifkin, potrà avvenire a condizione che i governi seguano le indicazioni del mercato emergenti dall’introduzione della carbon tax; i governi che riusciranno a gestire con successo la rivoluzione industriale a zero emissioni di carbonio potranno sicuramente evitare il pericolo del possibile crollo della civiltà industriale, mentre quelli che “non riusciranno a tenere il passo delle forze di mercato e rimarranno in una cultura dei combustibili fossili del XX secolo che va ormai collassando vacilleranno”.
Nella prospettiva di preparare un futuro più sostenibile, alcuni Paesi (quelli dell’Europa comunitaria e la Cina, ad esempio) hanno deciso di perseguire un futuro più sostenibile dal punto di vista ambientale. L’Europa in particolare, ha varato il “Piano 20-20-20”, un insieme di misure da adottare una volta concluso il Protocollo di Kyoto, il trattato stipulato per contrastare il cambiamento climatico che scadrà al termine del 2020. Le proposte comunitarie sono contenute nella Direttiva 2009/29/CE, entrata in vigore nel giugno 2009; essa prevede la riduzione del 20% delle emissioni di gas serra, l’aumento del 20% della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e il conseguimento di un risparmio energetico pari al 20%: il tutto entro il 2020. Il significato reale della direttiva è quello di trovare il modo di impegnare i Paesi ad attuare una politica energetica adeguata a fronteggiare l’attuale stato di pericolo cui si trova esposto il mondo senza attendere improbabili accordi globali. Nel 2018, l’Unione Europea ha anche annunciato quale sarà la prossima tappa del processo per la decarbonizzazione del Vecchio Continente; la Commissione europea “ha chiesto che l’Europa raggiunga entro il 2050 la neutralità climatica, dando vita a una società ecologica a zero emissioni estesa a tutta la superficie del Continente”. Anche la Cina ha negli ultimi anni adottato un piano di transizione verso un’era post carbonio; ma non è escluso, anzi è probabile, che all’Europa comunitaria e al grande Paese asiatico si aggiungano pure gli Stati Uniti.
La conclusione di Rifkin è che, senza il congiunto impegno di queste tre grandi entità politiche “a marciare in sincronia, condividendo le pratiche migliori, stabilendo codici, regolamento standard e incentivi comuni, e tendendo insieme le braccia per conquistare alla causa il resto dell’umanità, la corsa per giungere a una civiltà a zero emissioni di carbonio” sarà sicuramente perduta.
L’auspicio di Rifkin potrebbe essere vanificato dalle irragionevoli posizioni dell’attuale presidente degli USA (in quanto sensibile alle pressioni del “Competitive Enterprise Institute”, interessato all’utilizzo di combustibili inquinanti, quali carbone, petrolio e gas naturale); ma anche di altri protagonisti, come l’attuale presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, propenso a distruggere l’Amazzonia (il grande polmone verde del mondo) e a non osservare i vincoli a tutela dell’ambiente perché giudicati un ostacolo alla crescita economica del suo Paese; o come Vladimir Putin, che intende continuare a fare affidamento sullo sfruttamento dei combustibili inquinanti per sostenere il bilancio pubblico, il cui mancato equilibrio potrebbe produrre un problema di instabilità politica.
I veri nemici delle tutela ambientale per la realizzazione di una civiltà a zero emissioni di carbonio sono quindi gli egoismi nazionali, che rendono i governi insensibili alla percezione dei rischi comuni.
——————————
28df51c0-f404-4f8f-bc1e-8692b3f35506
DOCUMENTAZIONE
COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO E AL CONSIGLIO
DARE FORMA ALLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA
Bruxelles, 22.1.2020 COM(2020) 27 final
ursula
“Voglio che gli europei costruiscano il futuro della nostra Unione. Essi dovrebbero svolgere un ruolo guida e attivo nel definire le nostre priorità e il nostro livello di ambizione. Voglio che i cittadini possano dire la loro nell’ambito di una Conferenza sul futuro dell’Europa da avviare nel 2020 per una durata di due anni.” La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
—————————————————————————————-

Il pianeta di tutti. Come il capitalismo ha colonizzato la Terra

vandana1
I limiti del “modello estrattivo” di crescita economica

di Gianfranco Sabattini

Il libro “Il pianeta di tutti. Come il capitalismo ha colonizzato la Terra”, scritto da Vandana Shiva con la collaborazione di Kartikey Shiva (fisica ed economista indiana, considerata tra i massimi esperti di ecologia sociale, la prima, e reporter, il secondo), al di là del fideismo induista dell’autrice, è una sorta di Manifesto rivolto a tutti gli uomini di buona volontà, perché si impegnino, prima che sia troppo tardi, a contrastare le idee oggi dominanti che, “in fatto di sapere, di creazione di ‘ricchezza’ e di democrazia ‘rappresentativa’ violano i limiti del pianeta, i diritti delle tante specie che lo abitano, così come i diritti umani e la libertà di gran parte delle persone”.
Si tratta di idee, afferma Vandana Shiva (sulla base di un rapporto del “Comitato Oxfam”, una confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà nel mondo), professate da un’esigua minoranza di persone in grado di condizionare le decisioni politiche, attraverso il potere del quale dispongono per essere i controllori di una parte considerevole della ricchezza esistente nel mondo.
Nel 2016, il “Comitato” ha presentato infatti un rapporto, intitolato “Un economia per l’1%”, rivelando che i patrimoni accumulati dall’1% più ricco delle popolazione mondiale uguagliano quelli della metà più povera dell’umanità (stimata pari a 3,6 miliardi di persone). Il potere unico del denaro – afferma Vandana Shiva – consente che questa estrema minoranza di persone che abitano la Terra esponga a un rischio irreversibile di distruzione il nostro pianeta e la vita degli esseri umani, senza dover rendere conto delle proprie azioni.
Aspirare al benessere è un fenomeno atemporale e la “ricchezza” non è che il suo supporto materiale; ma l’intromissione del mercato tra l’umanità e il suo benessere, oltre ad avere assicurato una produzione di ricchezza come mai era accaduto in passato, ha anche contribuito, quando non è stata politicamente regolata, a creare disuguaglianze distributive che hanno originato situazioni sociali insostenibili. Soprattutto con l’avvento della globalizzazione, la disgregazione sociale seguita alla crescente polarizzazione economica è diventata un tratto comune a tutte le comunità del mondo. Per questo motivo, non esiste società – sostiene Vandana Shiva – che allo stato attuale, soprattutto dopo la Grande Recessione del 2007-2008, non sia alle prese con la crisi della democrazia; ciò è accaduto “perché il denaro [ha sequestrato] il sistema delle democrazia rappresentativa, e le elezioni [sono state utilizzate] per dividere la gente con l’odio e la paura”. Si tratta di una situazione che ha condotto l’umanità sull’orlo del baratro, poiché “ogni aspetto del modo di pensare e di vivere dominante sta distruggendo la capacità della Terra di garantire il nostro sostentamento”.
Si tratta di una previsione apocalittica, che però consente di evidenziare alcuni tratti reali delle non desiderabili condizioni di vita che l’umanità è costretta a subire per effetto dell’inarrestabile processo di polarizzazione della ricchezza prodotta. Ciò perché l’1%, continuando a consolidarsi, alimenta una coercizione antidemocratica con cui riesce ad imporre al “mondo i suoi parametri e le sue narrazioni”, per assumere “il controllo di ogni ambito delle nostra vita”, attraverso un’architettura materiale e intellettuale che separa artificialmente l’umanità dalla Terra e gli uni dagli altri. Il potere dell’1% non solo sta separando l’umanità dalla Terra, ma concorre ad affermare l’idea che la natura sia “materia morta e inerte, mera materia grezza da sfruttare” al servizio di un capitalismo che, grazie al modello estrattivo di crescita economica continua, ha elevato a scienza un paradigma di utilizzazione delle risorse naturali “inadeguato, riduzionistico, meccanicistico”; mentre “il riconoscimento della Terra come natura vivente” è stato politicamente relegato ad argomento del tutto irrilevante e marginale. In tal modo – continua Vandana Shiva – l’ignoranza ecologica e quella delle sue ricadute negative sulla vita sociale delle comunità ha consentito al dominio dell’1% di “spadroneggiare sul mondo”.
E’ da irresponsabili consentire al potere di un ristretto numero di persone di disporre, a propria discrezione e nel loro esclusivo interesse, delle risorse naturali e dei processi ecologici dell’intero pianeta; ciò significa non riconoscere che quando i sistemi economici del mondo funzionano in conflitto con l’ecologia si arriva ad accettare come fatto normale il consolidarsi di una contraddizione anche dal punto di vista delle logica comportamentale propria della scienza economica, alla quale dovrebbe attenersi l’ideologia del capitalismo neoliberista globalizzato, ispiratrice delle pretese totalizzante dell’1%. La compromissione delle opportunità offerte dal sistema Terra sono sono confermate dalle continue crisi (climatiche, geologiche, idriche, alimentari ed altre ancora) che affliggono l’intera umanità; esse, infatti, sono il sintomo della distruzione dei processi ecologici che presiedono alla conservazione della natura, che costituisce il vero capitale sul quale è fondata la conservazione delle varie forme di vita esistenti sulla Terra.
In questo modo, la fruizione delle risorse della Terra promossa dalla propensione illimitata ad accumulare sta trasformando l’abbondanza in scarsità, con la compromissione dei più elementari diritti del restante 99% dell’umanità, quali quelli che presiedono alla sostenibilità della crescita economica.
La maggior contraddizione che caratterizza il potere dell’1% è la pretesa – sottolinea Vandana Shiva – di separare l’umanità dalla Terra, senza rilevare che ciò costituisce “una visione del mondo, un paradigma, un’ideologia, un modo di vedere e plasmare il pianeta [...] con mezzi violenti”, attraverso i quali sono state modellate “le nostre idee sul sapere, la scienza e la tecnologia, sull’economia, la produzione e il consumo, sulla democrazia e la libertà, su ciò che noi siamo, sulla nostra identità e i nostri fini, sulle ragioni per cui siamo al mondo”. Si tratta di una separazione che caratterizza tre aspetti della vita dell’uomo: rispetto alla natura, rispetto ai suoi simili (secondo criteri di classe, religione, razza e genere) e rispetto all’Io di ogni singolo uomo dal suo essere integrale e interconnesso.
Il primo aspetto, quello che si riferisce alla separazione dalla natura ha originato ciò che Vandana Shiva chiama eco-apartheid. Si tratta di una disgiunzione che dissocia “il suolo e la Terra dai nostri corpi e dalle nostre menti”, separando “gli aspetti interconnessi della natura, frammentandola in tante parti da sfruttare, possedere, commerciare, distruggere e gettare via”. L’eco-apartheid, inoltre, separa “i potenti dalle conseguenze delle loro azioni, creando la possibilità di una totale impunità e irresponsabilità”. In tal modo, il potere dell’1% può estrarre ricchezza dalla natura, senza rendere conto ad alcuno dei danni che arreca al restante 99% dell’umanità, definendo il suo estrattivismo come “’progresso’ scientifico, economico e umano”.
Il secondo aspetto della separazione, quello che isola gli uomini gli uni dagli altri, crea all’interno delle singole comunità delle disuguaglianze di varia natura, con cui le diversità degli uomini, da fonte di ricchezza, vengono trasformate nella base dei loro conflitti.
Infine, la separazione dell’Io dal suo essere integrale vale, per i potenti, a configurare la loro natura in termini di “un’avidità senza freni e nella ricerca di un potere illimitato”; mentre, agli oppressi viene riservato un senso di insicurezza, paura e odio nei confronti degli altri, cioè una natura che trasforma questi sentimenti in violenza che “diventa onnipervasiva e strutturale, riprodotta ogni giorno nei nostri modi di pensare e nel sistema economico-politico”.
In sostanza, secondo Vandana Shiva, il potere unico dell’1% sfrutta le varie forme di separazione per estrarre ricchezza e poi realizzare nuove forme specifiche di integrazione dei settori produttivi per aumentare sempre più il suo potere di estrazione, plasmando i sistemi economici in modo da giustificare l’accumulazione continua di ricchezza come una virtù, invece che come conseguenza di “aberrazioni da correggere attraverso i processi sociali e democratici”.
Molti critici del mancato governo della globalizzazione si chiedono come sia stato possibile che il mondo cadesse vittima del potere assoluto dell’1%; sono molti coloro che affermano che il consolidarsi dello stato attuale del mondo sarebbe da ricondursi all’affermazione dell’ideologia neoliberista, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso. A parere di Vandana Shiva, il neoliberismo sarebbe solo il paradigma economico “che ‘naturalizza’ la violenta imposizione delle multinazionali e dell’1 per cento”; se è vero che la globalizzazione ha consentito che l’1% accumulasse in sé l’enorme potere del quale dispone, è altrettanto vero però che tale potere non è sempre esistito.
Esso, infatti ha potuto affermarsi grazie a contesti sociali che hanno consentito l’eccessiva polarizzazione della ricchezza e il progressivo affievolimento del funzionamento della democrazia. Ciò ha consentito che l’1% potesse legittimare la tesi secondo cui solo l’accumulazione continua di ricchezza può garantire crescenti livelli di benessere e solo chi riesce ad accumulare ha titolo per stabilire il modo in cui può funzionare, in termini ottimali, l’economia e quali siano le regole più convenienti di distribuzione del prodotto sociale. La crescita continua della polarizzazione della ricchezza concentrata nelle mani di un piccolo gruppo di soggetti, “che nessuno ha eletto e che non sono tenuti a rendere conto del loro operato”, consente a questi ultimi di influenzare i governi, di attenuare l’efficacia del controllo democratico sul loro operato e di plasmare a loro discrezione il futuro del pianeta.
L’umanità si trova ora a dover fare una scelta: o consentire al dominio assoluto dell’1% di condurla alla probabile estinzione; oppure decidere – afferma Vandana Shiva – di spargere “i semi del futuro [...], con la consapevolezza e la convinzione che l’estinzione non è inevitabile”, in quanto dispone del “potenziale per seguire un altro cammino, sul sentiero aperto dal nostro impegno per una co-evoluzione pacifica” dell’ecologia e dell’economia. La consapevolezza dell’umanità di poter realizzare un cambiamento compatibile con questa seconda alternativa è la base per fugare e respingere la proposta di chi è del parere che l’umanità, per evitare l’alto rischio di estinzione cui è esposta, debba entro un secolo prepararsi ad abbandonare il pianeta per colonizzarne altri.
Si tratta di un’idea, a parere di Vandana Shiva, che non fa altro che alimentare l’illusione che i limiti del pianeta possano essere ulteriormente violati dall’1% e che il progresso umano possa continuare ad essere realizzato “avulso dalla sua unione indissolubile con la Terra”. Ciò significherebbe accettare il riconoscimento che la Terra è l’unica dimora che l’umanità ha a disposizione, ma anche riconoscere che il rischio cui è esposta deriva, in realtà, dalla colonizzazione arbitraria della Terra da parte dell’1% e dal fatto che lo sparuto gruppo di soggetti che lo compongono non sia chiamato a rendere conto delle distruzioni causate col loro operato.
L’idea di fuga, conclude Vandana Shiva, ha alimentato nel passato la logica di conquista e di possesso di alcuni popoli a danno di altri; la stessa logica, a titolo di riconoscimento della presunta virtù dell’azione dell’1%, la si vorrebbe ora applicare alla colonizzazione di altri pianeti.
Cha dire della critica dell’economista indiana formulata contro i limiti di una globalizzazione alimentata e sorretta dal modello estrattivo di crescita economica globale? Al di là della natura fideistica della critica e di quella idealistica degli auspici, non si può certo dire che Vandana Shiva non colga nel segno quando individua la causa dei mali e dei rischi cui è esposta l’umanità nell’eccessiva concentrazione del potere economico nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di individui che, grazie al loro eccessivo potere economico, hanno affievolito, se non annullato, ogni possibile forma di controllo sociale del loro operato.

E’ on line il manifesto sardo duecentonovantanove

pintor il manifesto sardoIl numero 299
Il sommario
I pericoli del sovranismo (Gianfranco Sabattini), Cagliari, ovvero come perdersi in un bicchiere di rifiuti (Stefano Deliperi), La lezione politica del 26 gennaio (Ottavio Olita), Chi nega il diritto alla salute in Sardegna (Francesco Carta), Turchia e dintorni. Turchia campione dei non diritti umani (Emanuela Locci), Disabilità e filosofia (Amedeo Spagnuolo), Disobbedire civilmente per far valere i diritti di tutti: intervista a Marco Cappato (Alessandra Liscia), Elezioni in Emilia Romagna: una vittoria per due vincitori (Sergio Caserta), Il sorriso (Marinella Lőrinczi), Dominio dei tiranni sabaudi e colonialismo culturale e linguistico (Stevini Cherchi), La possibile decarbonizzazione della Sardegna, senza spendere miliardi di euro per il metano (red), Nuovi impianti a Salto di Quirra per le Star War made in Italy (Antonio Mazzeo), L’ultima provocazione (Roberto Mirasola).

Oggi giovedì 30 gennaio 2020

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2senza-titolo1lampadadialadmicromicro1308a4e07f-332a-4423-9db7-283903fc0249democraziaoggi-loghetto55aed52a-36f9-4c94-9310-f83709079d6d
————————————–Opinioni,Commenti e Riflessioni,Appuntamenti—————————————
Severino e la crisi del nostro tempo
30 Gennaio 2020
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Uno dei più rilevanti fenomeni del nostro è quello delle disuguaglianze distributive, non solo tra le diverse aree del mondo, ma anche tra i diversi gruppi sociali all’interno di singoli Paesi; il fenomeno è fortemente aumentato rispetto al passato, per il diverso grado di sviluppo delle singole aree mondiali e per il diverso ritmo […]
——————————————————————————Altre——–
logo-bari-2020-19-22-feb-2020È online www.mediterraneodipace.it/, il sito dell’evento “Mediterraneo, frontiera di pace” in programma a Bari dal 19 al 23 febbraio; organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana, si concluderà, domenica 23, con l’incontro e la S. Messa presieduti da Papa Francesco.
————————————————————-

Oggi martedì 21 gennaio 2020

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2senza-titolo1lampadadialadmicromicro1308a4e07f-332a-4423-9db7-283903fc0249democraziaoggi-loghetto
————————————–Opinioni,Commenti e Riflessioni,Appuntamenti—————————————
Russia e Cina, la “strana coppia”
21 Gennaio 2020
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Il viaggio di Putin in Cina nel 2014 ha avuto un doppio scopo: da un lato, quello di “smarcare” la Russia dai Paesi europei, tuttora fortemente dipendenti dal gas russo, ma ostili per la vicenda ucraina; dall’altro, quello di concordare con la Cina una strategia comune di contenimento delle pretese egemoniche degli Stati Uniti. […]
——————————————

E’ online il manifesto sardo duecentonovantotto

pintor il manifesto sardoIl numero 298
Il sommario
La disumana condizione della sanità sarda (Massimo Dadea), Una lista di sinistra a Nuoro (Graziano Pintori), Il linguaggio dell’economia ha perso contatto con la realtà (Gianfranco Sabattini), Appello per la salvaguardia delle coste della Sardegna (Stefano Deliperi), Sorry We missed You: Ken Loach e le giuste domande (Francesca Pili), Fragile. Anatomie di un amore (red), Una telefonata interrotta (Gianni Loy), Antifascismo a Terralba (red), Alghe (Marinella Lörinczi), Il referendum elettorale leghista davanti alla Corte costituzionale (Francesco Pallante), Quando gli atti di guerra partono da un campo da golf (Ottavio Olita).

Oggi martedì 14 gennaio 2020

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2senza-titolo1lampadadialadmicromicro1308a4e07f-332a-4423-9db7-283903fc0249democraziaoggi-loghetto
————————————–Opinioni,Commenti e Riflessioni,Appuntamenti—————————————
Il femminismo ancella del capitalismo?
14 Gennaio 2020
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Un emendamento alla legge di bilancio 2020, approvato dalla Commissione Bilancio del Senato, prevede che la quota di genere (riferita alle donne) minima dei componenti gli organi delle società quotate in borsa sia portata al 40%, visto il successo della legge Golfo-Mosca del 2011 che, definendo una quota minima del 33%, ha però […]
————-

Oggi giovedì 9 gennaio 2020

sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2senza-titolo1lampadadialadmicromicro1308a4e07f-332a-4423-9db7-283903fc0249democraziaoggi-loghetto
————————————–Opinioni,Commenti e Riflessioni,Appuntamenti—————————————
Precari: la nuova classe esplosiva
9 Gennaio 2020
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
Guy Standing, già docente di “Economic security” all’Università inglese di Bath e cofondatore del Basic Income Earth Network (BIEN), è autore di numerosi libri sul problema delle trasformazioni delle moderne società industriali causate dal processo di globalizzazione delle economie nazionali; il più noto di tali libri al pubblico italiano è quello dal titolo “Precari. […]

Che succede?

c3dem_banner_04
LA LEZIONE DI CIVISMO DI MATTARELLA
2 Gennaio 2020 by Forcesi | su C3dem.
Il testo del messaggio di Mattarella per il Capodanno. Tra i commenti: Paolo Pombeni, “L’Italia del civismo e della speranza. Mattarella parla alla sua gente” (Il Quotidiano); Ugo Magri, “Il messaggio di Mattarella premia l’Italia solidale” (La Stampa); Paolo Armaroli, “La lezione di civismo del capo dello Stato” (Il Dubbio); Ezio Mauro, “Un’altra idea del paese” (Repubblica); Marcello Sorgi, “Ricostruire il tessuto nazionale. Colle e Vaticano, sensibilità comune” (La Stampa); Marco Travaglio, “Il Banal Grande” (Il Fatto); Piero Sansonetti, “Delusione Mattarella. Che gran silenzio sulla giustizia!” (Il Riformista); Massimo Villone, “Mattarella sollecita, ma la politica è molto divisa” (Manifesto).
——————————————————————————————————-———-
E’ online il manifesto sardo duecentonovantasette
pintor il manifesto sardoIl numero 297
Il sommario
Buon 2020 (Marco Ligas), Rimbocchiamoci le maniche per difendere le coste della Sardegna (Stefano Deliperi), Gli effetti destabilizzanti del crollo del “Muro” sulle relazioni tra gli Stati dell’Europa (Gianfranco Sabattini), Le sardine e il futuro della sinistra (Graziano Pintori), La paraffina della Saras (Antonio Muscas), Turchia e dintorni. L’anno che verrà (Emanuela Locci), Una campagna per la grazia a Nicoletta Dosio (Livio Pepino), L’inquinamento nel poligono di Teulada (Stefano Deliperi), Gli anarchici sono l’eterno capro espiatorio (Massimo Novelli), Esiste un “fiuto” culturale? A proposito di una “profezia” di Dante (Marinella Lőrinczi), 2020 pensando a Gaza (Aldo Lotta).