Risultato della ricerca: Marino de Medici

America, America

united_states_wikdisperazione
IL DISPERATO ASSALTO DI TRUMP ALL’INTEGRITA’ DEMOCRATICA
di Marino de Medici*.

Fino all’ultimo, Donald Trump non smetterà di tentare di distruggere l’integrità della democrazia americana. Sono molti, certamente la maggioranza degli americani, a temere che l’integrità di quella costruzione umana e politica che il mondo ammirava negli Stati Uniti d’America sia oggi gravemente minacciata da un individuo che non porta rispetto alcuno alle istituzioni ed ai canoni di un governo democratico. La sconvolgente prova di quel che è avvenuto è nel fatto che oggi l’integrità della America manca un senso di responsabilità sociale, e che la nazione sia spaccata dal rigetto di norme sanitarie che dovrebbero essere rispettate, e magari imposte, per tutelare la salute pubblica e l’esistenza dei cittadini poveri e compromessi dall’età e dalle malattie.
L’ultimo sviluppo in ordine di tempo che conferma la dissennata offensiva della presidenza Trump all’integrità democratica è il tweet che lancia la proposta di rinviare l’elezione presidenziale del 3 novembre, facendo scempio del dettato costituzionale secondo cui tale elezione avviene nel primo martedì di Novembre successivo al primo lunedì. Persino un portavoce della catena Fox, che ha abilitato Trump sin dal primo giorno, ha espresso il parere che la sparata del presidente sia “una flagrante espressione della sua presente debolezza”. Non a caso, il tweet del presidente è giunto subito dopo l’annuncio che l’economia nazionale aveva registrato il peggiore trimestre nella storia americana. Lungi dall’avere alla Casa Bianca un leader sensibile alle conseguenze del disastro economico, che proprio alla fine di luglio ha privato i disoccupati del sussidi decretati dal Congresso, gli americani sono i destinatari di un’arringa presidenziale contro il voto espresso per posta, che Trump definisce “il più impreciso e fraudolento nella storia”.
[segue]

America, America

3fa4a51e-e665-46fb-8031-6afdfed6bc69 LAW AND ORDER AD OGNI COSTO
di Marino de Medici*

Ormai non c’è più dubbio. La disperata campagna per la rielezione del presidente Trump poggia sempre più su una strategia del passato, quella del “law and order”, e su messaggi volti ad incutere paura nell’elettorato. Il messaggio dominante è che i democratici permetteranno un’ondata di crimini nelle grandi città e con essa un conflitto razziale. “Il valore della vostra casa crollerà e gli indici dei crimini aumenteranno rapidamente”, ha affermato il presidente in un recente messaggio.
Ed ha aggiunto: “La gente ha lavorato per tutta una vita per entrare a far parte di una comunità ed ora teme che tutto andrà in rovina. Ma non succederà, finchè io sono qui (alla Casa Bianca)”.

Quel che Donald Trump non riesce ad afferrare è che l’America non vive più negli Anni Sessanta. Da allora è intervenuto un gigantesco ribaltamento delle problematiche razziali e della volontà di reazione da parte dei diversi strati sociali ed economici. Il tentativo di aizzare le animosità razziali fino allo scontro tra bianchi e americani di colore, afro-americani, asiatici ed hispanici, non può che fallire dinanzi alla crescente prospettiva di una nazione più diversa. Lo proverà a Novembre la contesa elettorale in quel settore socio-economico che fa capo alle grandi zone suburbane, sulle quali Trump fa conto in quanto contengono una massa di bianchi associata al partito repubblicano e al “culto” di Donald Trump, la cosiddetta base che nel disegno trumpiano dovrebbe garantirgli la rielezione. Le elezioni congressuali del 2018 hanno già dimostrato quanto un tale calcolo sia sballato.

I democratici hanno riconquistato la Camera dei Rappresentanti proprio in forza del voto delle aree suburbane ed in particolare dell’apporto femminile. I rilevamenti demoscopici presentano uno squarcio che è fortemente caratterizzato dall’opposizione anti-Trump delle donne suburbane. Il 66 per cento di esse ha condannato la presidenza Trump, con una percentuale in aumento a seguito della rescrudescenza dell’incontrollabile flagello del Covid-19. Il punto centrale, come segnalano gli analisti di sondaggi, è che le aree suburbane cambiano molto rapidamente con l’afflusso multirazziale e di elementi con maggiore educazione e crescenti redditi.

Altra storia invece è quella delle aree metropolitane dove grosse sacche sono afflitte dalla povertà, dai deficit educativi e da gravi deficienze della salute pubblica. Le inequità economiche segnano un profondo vallo tra la popolazione bianca e quella di colore. E’ innegabile che le proteste che sconvolgono un gran numero di centri urbani hanno radici non soltanto nella discriminazione razziale ma nella difficoltà di elevare le condizioni economiche, sociali e sanitarie delle classi più povere. Uno studio appena pubblicato dal National Equity Atlas, un compendio di dati relativi a centri metropolitani, mette l’accento su un riconoscimento fondamentale, che la crescita economica, da sola, non può eliminare le disparità razziali. Uno degli autori del compendio, il prof. Manuel Pastor della USC, insiste sulla necessità di promuovere l’equità razziale nelle politiche economiche nazionali. La trasformazione dell’economia nazionale riflette la crescita della diseguaglianza con l’ascesa dei redditi dei ricchi e il ristagno dei bassi salari che definiscono il settore dei servizi dove sono concentrati i lavoratori di colore. Le tensioni nelle grandi città sono fatalmente il risultato della nuova fase di recessione che vanifica gli sforzi volti a produrre una ripresa inclusiva. A farne le spese purtroppo sono prevalentemente gli afro-americani e i latinos. Le disparità che hanno alimentato le proteste in atto sono destinate ad ampliarsi anzichè a ridursi nei prossimi mesi.

I disordini in varie città, prima fra tutte Portland sulla costa dell’est, alimentano le continue minacce del presidente di “combattere i crescenti crimini” che egli attribuisce alla “sinistra radicale”. Da otto settimane, a Portland si registrano scontri tra dimostranti e un nucleo di agenti federali che secondo i portavoce dell’amministrazione sono incaricati di proteggere gli edifici federali. A Portland c’è soltanto un edificio federale al centro della città che non è stato preso di mira dai dimostranti. E c’e anche da tener conto che i dimostranti sono in gran parte bianchi. Il sindaco Ted Wheeler ha protestato contro la presenza di personale para-militare che ha arrestato parecchi giovani che chiedevano riforme per le forze di polizia. Wheeler è intervenuto in una dimostrazione di protesta ed è stato preso di mira da un fitto lancio di gas lacrimogeni dinanzi all’edificio della corte municipale.

Il presidente lo ha accusato insieme ad altri sindaci di aver “abdicato al suo dovere” di mantenere l’ordine in città. Trump ha continuato a gettare olio sul fuoco annunciando l’intenzione di schierare le forze dell’ordine in altre città, tra cui Chicago. Per tutta risposta, il sindaco di Chicago, la democratica Lori Lightfoot, ha dichiarato: “Il presidente cerca di sviare l’attenzione dalla sua disastrosa leadership per il Covid-19”. Wheeler e la Lightfoot non sono soli nel condannare lo spiegamento di agenti federali senza il coordinamento e l’autorizzazione dei dirigenti preposti all’ordine pubblico. La lettera inviata alla Casa Bianca da quindici sindaci di grandi città chiede che le unità federali vengano immediatamente ritirate. Gli agenti in questione appartengono al dipartimento di Homeland Security, un enorme apparato di sicurezza costituito dopo il 9/11. Da notare che negli Stati Uniti non esiste una forza di polizia federale ed è molto raro che agenti federali intervengano a dispetto delle autorità locali.

Tutto lascia pensare che il presidente continuerà a giocare la carta dell’emergenza come risposta al caos dovuto, a suo dire, alla debolezza dei sindaci democratici e peggio ancora alla presunta collusione con gli estremisti di sinistra. La prospettiva di scontri ancor più violenti va associata alla fermezza di sindaci come Lori Lightfoot che ha dichiarato: “In nessuna circostanza permetterò alle truppe di Trump di venire a Chicago per terrorizzare i nostri residenti”. La strategia presidenziale di incitare divisioni su basi razziali è parte integrante del pericoloso appello alla “law and order” e risponde anche, secondo vari osservatori, al disegno di seminare confusione attorno al risultato elettorale, in specie se Biden dovesse prevalere per pochi voti nel Collegio Elettorale. Occorre aggiungere che le città nel mirino delle misure anti-sommossa di Trump sono quelle con una forte presenza di afro-americani e quindi maggiormente predisposte a duri scontri. L’escalation che incombe sulla presente situazione di instabilità politica ed economica innescata dalla pandemia continuerà ad essere sospinta da un presidente che ha deciso di instaurare un precedente in materia di difesa federale dell’ordine pubblico, una mossa completamente in contrasto con la costituzione. In ultima analisi, l’imperativo che si pone all’America sana è di impedire ad un presidente spregiudicato ed autoritario di piegare la costituzione al suo volere, in questo ed altri casi.
———————
marino-de-medici-f*Marino de Medici

Che succede?

liberty-statue-from-below L’AMERICA SULL’ORLO DELLA PARANOIA disperazione L’AMERICA SULL’ORLO DELLA PARANOIA
di Marino de Medici, su Aladinpensiero online.
——————————————————————
c3dem_banner_04
MEDIARE A BRUXELLES. GOVERNO E STATALISMO. IL PD E LA LIBIA
17 Luglio 2020 by c3dem_admin | Su C3dem.
[segue]

America, America

liberty-statue-from-below L’AMERICA SULL’ORLO DELLA PARANOIA disperazione
L’AMERICA SULL’ORLO DELLA PARANOIA
di Marino de Medici*

Non passa giorno che il Presidente Trump non dice o fa qualcosa con lo scoperto intento di sabotare l’eventuale esito elettorale a lui sfavorevole.
Questo intenso lavorìo mirato a denunciare il risultato elettorale poggia su un’operazione complementare che mette sotto accusa quegli esperti che affrontano la crisi sulla base dei terrificanti dati di un’epidemia che appare inarrestabile a motivo dell’incompetenza e dell’insulsa retorica del presidente. In un Paese in cui stati come la Florida, l’Arizona, la California, il Mississippi e il Texas hanno battuto il record di decessi nella scorsa settimana, la Casa Bianca non sembra aver meglio da fare che attaccare il dottor Anthony Fauci con una dichiarazione anonima che lo accusa di “aver sbagliato su alcune cose”. Il 79enne direttore dell’Istituto per le Malattie Infettive non è più chiamato a fornire consulenze sul corso dell’epidemia, dal 2 giugno non ha più visto il presidente, ed è ammonito a non rilasciare interviste ufficiali e ad apparire in certi programmi televisivi.

Gli Stati Uniti, un tempo considerati il Paese all’avanguardia scientifica, con fior di Nobel in medicina, sono oggi la nazione più retrograda nella lotta contro l’infezione del coronavirus. L’amministrazione Trump si distingue nel minimizzare il disastro infettivo che sconvolge quasi tutti gli stati ripetendo ad nauseam un panegirico di presunti successi nel campo della prevenzione e dei controlli attraverso testing quando è chiaro a tutti che il ricorso ai test e il ricorso all’isolamento dei contagi sono completamente insufficienti e di gran lunga inferiori a quello che hanno conseguito Paesi avanzati in Europa ed Asia. I responsabili di questo sfacelo, Trump ed il suo vice Pence, hanno usato
l’irrisorio diversivo di pubblicizzare uno studio secondo cui la luce del sole e l’alta umidità possono uccidere il virus sulle superfici non porose. La ridicola attestazione pseudo-scientifica di Trump e del suo vice è smentita dal fatto che l’epidemia si è diffusa con virulenza inarrestabile in stati come la Florida, Arizona, Texas e Louisiana che sono caratterizzati da temperature alte e notevole umidità.

Tra i tanti sviluppi che quotidianamente depongono sull’incoerenza e incompetenza dell’amministrazione Trump, il più singolare è quello che segnala il suo stato confusionale quando la Casa Bianca scava il terreno sotto i piedi delle sue autorità sanitarie. Il presidente si distingue per un tweet che ripete il messaggio incoerente di un personaggio trumpista, un presentatore di giochi televisivi dal nome di Chuck Woolery, che ha accusato i CDC (Centers for Disease Control) di aver “mentito” agli americani circa il virus. La decisione di scagliare strali contro il dott. Fauci,
il rispettato esperto in materia di strategia anti-virus, con accuse tanto vaghe quanto senza fondamento, dimostra che l’amministrazione combatte il virus come se si trattasse di un problema di pubbliche relazioni. Il mago di questa iniziativa è il genero del presidente, Jared Kushner, asceso alla ribalta di senior advisor con varie fallimentari operazioni, ultima delle quali il parto di un piano per il regolamento del conflitto israelo-palestinese, raffazzonato nel corso di tre anni e finito fatalmente nel dimenticatoio mediorientale.

Il capofila della manovra volta a screditare il dottor Fauci è il consigliere presidenziale per gli affari commerciali Peter Navarro, che ha accusato l’esperto di presentare un quadro catastrofico dell’epidemia in atto. L’uscita di Navarro in un campo dove non ha competenza alcuna rispecchia il comportamento di una legione di funzionari che non ardiscono contraddire o minimizzare le fanfaronate del presidente, pena l’immediato licenziamento. Di fatto, Navarro ha esagerato nella sua sfuriata anti-Fauci al punto che la Casa Bianca ha avvertito la necessità di precisare che le sue dichiarazioni non erano passate al vaglio della Casa Bianca. Resta il fatto che Trump applica a Fauci la stessa tecnica di sotterranea denigrazione impiegata nei confronti del procuratore speciale Robert Mueller che fu incaricato di indagare sui rapporti dell’organizzazione elettorale di Trump con i russi. Con Fauci, però, la campagna di denigrazione non funziona non solo perchè Fauci gode dell’appoggio di due terzi dell’opinione pubblica americana, ma anche di personaggi repubblicani che non se la sentono di presentarsi ai loro elettori come critici dello scienziato. Tra costoro è lo stesso leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, che rischia di perdere la rielezione. Fauci verrà ricordato come l’esperto che non si stancava di ripetere che si sarebbero prodotte “gravi conseguenze” nel caso di frettolosa riapertura degli stati. La sua profezia certamente non fu errata.

L’aspetto più ironico è comunque questo: mentre Trump e i suoi fedelissimi si sforzano di proiettare un’immagine di fiducia e di determinazione incoraggiando gli stati a riaprire le loro economie, la Casa Bianca è assalita dal virus al punto che due membri dello staff sono stati costretti ad osservare una quarantena. Il governatore dell’Oklahoma Kevin Stitt, che partecipò all’infausto comizio di Trump a Tulsa, è risultato positivo al test del Covid-19 ma si è ostinatamente rifiutato di decretare l’uso delle mascherine. Non basta: il capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows ha dovuto correre ai ripari per neutralizzare le conseguenze della solita affermazione stralunata di Trump secondo cui il 99 per cento dei casi di coronavirus sono “totalmente innocui”. Questa definizione di Trump si scontra con la realtà di un’epidemia che infuria con frequenza crescente, con 2.900.000 casi negli Stati Uniti, la punta più alta al mondo, il doppio della statistica nel Brasile che è il secondo Paese più colpito. Se la presidenza Trump verrà ricordata per un aspetto sconvolgente sarà quello della mancanza di una strategia nazionale ancorata all’imposizione di mascherine, una decisione relegata invece agli stati.

Dulcis in fundo per i democratici è la prospettiva che il Congresso approvi il cosiddetto Heroes Act – uno stanziamento straordinario di tre trilioni di dollari – che la maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti ha approvato a favore di università e colleges anche allo scopo di finanziare l’assistenza di emergenza a studenti. In aggiunta, lo Heroes Act prevede un fondo di 500 miliardi per gli stati per sollevarli dai debiti contratti per far fronte all’epidemia. I repubblicani hanno risposto picche obiettando che lo stanziamento previsto è eccessivo ma ora sembra che il loro leader al Senato sia disposto a negoziare. Quel che pesa è che una larga maggioranza di americani vuole i soldi. I senatori repubblicani hanno visto da che parte tira il vento e devono adeguarsi per salvare i loro seggi. Un nuovo pacchetto finanziario di stimolo è quindi in vista alla ripresa dei lavori al Congresso la prossima settimana. McConnell e i senatori repubblicani, che avevano condannato il programma democratico come “teatro politico”, devono far buon viso a cattico gioco. Per contro, lo Speaker Pelosi mantiene alta la pressione accusando McConnell e i senatori repubblicani di aver perso tempo con le votazioni di conferma di giudici conservatori e indagini su “sfrenate teorie
di complotti” imbastite dal Presidente Trump.

Ed infine, qualcos’altro va affiorando sempre più nell’interminabile sequela di dichiarazioni sconnesse del presidente, l’ultima delle quali è l’accusa rivolta a Biden che “la sua intera carriera è stata un dono al partito comunista cinese”. Da notare il fatto senza precedenti che il presidente repubblicano ha usato la Casa Bianca come palcoscenico elettorale per l’attacco a Biden con il pretesto di tenere una conferenza stampa in cui sono mancate le domande dei giornalisti. E’ lecita la conclusione che Trump si appresta a fare spettacolo ma sono molti coloro che avvertono l’evidente deterioramento delle facoltà mentali del presidente. E’ altrettanto drammaticamente certo che gli Stati Uniti attraversano uno stadio di paranoia in cui gli americani si scontrano, si insultano e si feriscono in dispute scatenate dal ricorso o meno alle mascherine nelle strade e nei pubblici esercizi.
Una massa di americani è profondamente turbata dall’incontenibile pandemia; poco meno di metà insiste invece per la riapertura dell’economia e delle scuole in base al principio, decisamente fuori luogo, di libertà di espressione. Nel mezzo di questa crisi che va aggravandosi, il presidente è latitante.
—————————————————–
marino-de-medici-f*Marino de Medici

America, America

56cb6188-a985-4c23-9b65-5319a2cc62db
QUANDO L’ECCEZIONALISMO AMERICANO E’ UN BOOMERANG
di Marino de Medici*

La commedia dell’assurdo impersonata da Donald Trump ha raggiunto un nuovo apice con la campagna di pressioni esercitate daL presidente per ottenere che le scuole pubbliche e private riaprano ad Agosto nel bel mezzo dell’epidemia che sta tuttora falcidiando vari stati e grossi centri urbani. La frenesia di Trump di riaprire le scuole ha poco a che fare con l’educazione dei giovani e molto di più con l’economia e la disperata campagna di rielezione. Il calcolo di Trump e dei suoi tirapiedi è presto detto: con i ragazzi fuori casa nei banchi di scuola, i genitori potranno tornare al lavoro e ridare fiato all’economia. Un altro filo di speranza per Trump è che le donne e gli elettori suburbani accoglieranno con favore il ritorno imposto alla scuola e voteranno per il rinnovo della presidenza Trump. Tra il dire e il fare ci sono peraltro vari ostacoli, il più alto dei quali è la resistenza di una maggioranza di genitori, dei sindacati degli insegnanti e di numerosi esperti del settore educativo che temono per la salute degli scolari e dei loro insegnanti. “Qualcuno evidentemente conta su una migliore statistica della forza lavorativa”, ha commentato con sarcasmo il presidente dell’associazione degli insegnanti. Un altro educatore ha osservato che rischio a parte, non è realistico attendersi che un bambino di sei anni accetti di portare
costantemente una mascherina.

Ancora una volta, il presidente è ricorso alle minacce per ottenere il risultato voluto. Ha infatti minacciato di tagliare i finanziamenti federali alle scuole se queste non riapriranno nei tempi voluti dall’amministrazione.
Il fatto è però che i fondi per le scuole provengono dagli stati e dalle municipalità e non dal governo federale. Per sopperire a questa irrilevanza l’amministrazione minaccia di collegare l’esborso dei finanziamenti straordinari per la crisi economica alla riapertura delle scuole. Non vi è limite insomma all’impudenza del ricatto trumpiano. A questa sconcia operazione partecipa anche il vice presidente Pence quando dichiara: “Non vogliamo che la guida della CDC sia troppo severa”. La CDC (Centers for Disease Control) emaneraà nuove istruzioni nei prossimi giorni, ha annunciato Pence, ma la risposta dei governatori non si è fatta attendere. Il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha sparato a zero sull’amministrazione: “Le decisioni per le scuole spettano agli stati. Fine del discorso. Il presidente non c’entra”.
Da parte sua, la Federazione Americana degli Insegnanti ha messo a fuoco il problema di fondo: “Non possiamo riaprire l’economia senza riaprire le scuole, e non possiamo riaprire le scuole senza le risorse per poterlo fare in sicurezza”. In California, il governatore Newsom ha fatto sapere che la riapertura delle scuole sarà dettata da criteri di sicurezza e non dal presidente.
Lo stato fornirà gratuitamente mascherine, guanti ed altri supporti sanitari e permetterà ai distretti scolastici di decidere la riapertura in base alla situazione locale.

E’ scontro aperto tra il presidente repubblicano e gli stati a conduzione democratica. Si deve giungere insomma alla conclusione che dopo le mascherine e le divergenze sul “testing” Trump abbia deliberatamente politicizzato la riapertura delle scuole, con la sperimentata strategia di aprire una nuova spaccatura nella massa degli americani. La mossa di Trump per la riapertura ad ogni costo delle scuole è tanto più sintomo di disperazione alla Casa Bianca in una fase di forte recrudescenza della pandemia e di modelli epidemiologici che pronosticano 200.000 morti entro il giorno dell’elezione presidenziale. I dati inducono al pessimismo: nell’arco di quattro settimane, le infezioni sono passate da due a tre milioni di casi. Non ci vorrà molto per arrivare a quattro milioni. Quello che è successo a Tulsa, nell’Oklahoma, dovrebbe servire come drammatico monito ai fanatici repubblicani che sfidano il virus per ascoltare la voce del padrone. Le autorità sanitarie della contea di Tulsa, dove Trump tenne un comizio, hanno registrato un picco di infezioni con più di 500 casi in due giorni, a due settimane dall’assembramento. Nelle convulsioni politiche della pandemia negli Stati Uniti (è superfluo notare che nulla del genere è avvenuto nelle democrazie europee ed in altri Paesi avanzati) si registrano episodi sconcertanti, come l’improvvisa conversione del leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, all’imperativo uso della mascherina. Mentre Trump si vanta di non portare la mascherina, il suo procuratore senatoriale l’indossa e si esibisce con essa davanti ai fotografi. McConnell dimostra di aver capito che la resistenza alla mascherina à una scommessa perdente per i repubblicani e che il messaggio ardentemente propagato dal dottor Fauci (“mettetevi la mascherina!”) è condiviso da una maggioranza degli americani. Di fatto, la prestazione del leader mascherato dinanzi ai fotografi ha un chiaro intento politico, quello di sorreggere la ripresa economica con misure di sicurezza sanitaria.
Il sen. McConnell pensa di introdurre una nuova legge di sovvenzioni straordinarie anti-virus dal valore di un trilione (mille miliardi) di dollari per far fronte alle impellenti necessità sanitarie ed alla crisi economica. I democratici insistono che lo stanziamento straordinario dovrebbe essere di tre trilioni e propongono cento miliardi di sovvenzioni agli affitti e 75 miliardi di contributi alle ipoteche. Ma da questo orecchio i repubblicani non ci sentono. Al posto della estensione del programma di assegni per la disoccupazione, che è al centro delle richieste dei democratici, McConnell vuole un programma quinquennale di assicurazione contro i rischi di responsabilità di aziende, scuole ed ospedali danneggiati dalle riaperture.

Aldila’ degli stanziamenti stratosferici del Congresso, resta il quesito fondamentale: come è possibile che il Paese più ricco del mondo, sede di istituzioni di fama internazionale come i CDC e gli Istituti Nazionali di Sanità abbia prodotto l’epidemia più micidiale al mondo? Nazioni di livello economico inferiore, come la Corea Del Sud, hanno raggiunto un livello ben più alto di contenimento del virus ed hanno sofferto un minor danno economico. La risposta che molti politologi danno è che gli Stati Uniti hanno chiuso gli occhi dinanzi alle lezioni ed esperienze di altri Paesi. In poche parole, il tanto vantato “exceptionalism” dell’America si è rivelato in fin dei conti un boomerang. Lo storico Eric Foner ha osservato a tale proposito: “Visto che gli Stati Uniti sono eccezionali, non c’è bisogno di apprendere alcunchè da altre società”. Questa è la mentalità che è costata tante vite nella pandemia del coronavirus. Questo spiega perchè a Gennaio e Febbraio i responsabili dell’amministrazione Trump ripetevano da beati incoscienti che il virus presentava un “basso rischio” per gli Stati Uniti. Purtroppo, la “insularità” della politica e cultura americane è un fenomeno storicamente complesso che non si limita alla retorica nazionalista di Donald Trump ma abbraccia il Congresso e la stessa struttura giudiziaria.
C’è bisogno di un cambio strutturale e intellettuale in America. Con un nuovo presidente portato alla fede nella scienza, allo spirito di compromesso e anche all’umiltà c’è da sperare che l’America acquisti un ruolo di leader equilibrato più confacente ad un mondo che è profondamente cambiato. Agli americani l’ardua sentenza.

Quanto all’economia, i numeri non parlano a favore del presidente. Alla fine di Luglio scadranno I termini per la concessione degli assegni di disoccupazione che si aggirano sui 600 dollari per lavoratore. La Pennsylvania, la Florida ed il Michigan, tre stati in cui Trump conquistò per il rotto della cuffia il quoziente di voti del Collegio Elettorale, accusano il maggior numero di disoccupati nella nazione. I disoccupati accuseranno in media un calo del 50 per cento nei loro assegni di disoccupazione ma in alcuni stati perderanno una quota maggiore, dal 64 al 72 per cento. Di fatto, gli stati con i più alti indici di disoccupazione sono quelli che decideranno la consultazione presidenziale.

—————————————————–
marino-de-medici-f*Marino de Medici

America, America

383f6250-b919-4b5b-835d-43030a98b101
DONALD TRUMP E IL CAOS
di Marino de Medici*

La carta che Donald Trump ha deciso di giocare per impedire la vittoria democratica a Novembre è una sola: il caos. E’ ormai chiaro infatti che l’intento del presidente repubblicano è di rendere impossibile una pacifica transizione del potere, generando un’incontrollabile agitazione civile e per l’appunto il caos politico, qualora dovesse perdere le elezioni. In tal caso, vale il suo grido di battaglia: “facciamola finita con la democrazia!”. Il preludio della guerra di Trump contro le istituzioni democratiche è ormai strettamente associato al costante messaggio che egli emana: “le elezioni sono una frode”. Lo va ripetendo con crescente intensità. Il messaggio più recente giunge a questo estremo: “In conseguenza delle schede inviate per posta, l’elezione del 2020 sarà la più truccata nella storia della nazione – a meno che non venga arrestato
un corso così stupido. Abbiamo votato durante la prima guerra mondiale e la seconda guerra mondiale senza problema, ma ora stanno servendosi del Covid al fine di truffare con il voto postale”. Senza il minimo ritegno, il presidente si è spinto fino a sostenere che le schede per il voto postale “già vengono stampate in Paesi stranieri”.
Più chiaro di così il presidente non potrebbe essere: se non dovesse vincere, sarà una frode, perpretata con il voto postale.

I fatti dimostrano che il voto postale non è un’invenzione recente dei democratici ma un metodo di voto che gli stessi repubblicani hanno usato in precedenti elezioni con risultati a loro favorevoli in certi casi. L’accanimento di Trump contro il voto postale è legato ad un altro fatto, che entrambi i partiti hanno investito ingenti risorse
nello sforzo diretto a far votare per posta il maggior numero possibile di cittadini per una giustificabile salvaguardia contro il flagello della pandemia. La strategia di Trump è un’altra: quella di preparare il terreno ad una serie di denunce e ricorsi alla magistratura come base del suo rifiuto di accettare una sconfitta elettorale.
Trump spera in uno o più eventi in cui il conteggio a lui favorevole dei suffragi espressi alle urne dovesse essere rovesciato al termine dello spoglio dei voti pervenuti per posta.

Si può purtroppo immaginare un film dell’orrore, quello di un’interminabile notte elettorale in cui i cittadini americani apprendono dalla televisione l’esito della consultazione in uno stato per poi essere trascinati nel dubbio dalla rimonta dei voti postali.
La democrazia impone che il conteggio dei voti sia scrupoloso ma anche che sia rapido.
E’ un fatto comunque che in diverse occasioni le autorità elettorali hanno dovuto sospendere l’annuncio dei risultati in attesa che venissero conteggiati i voti espressi per corrispondenza. In pratica, la democrazia ammette la possibilità di un ritardo nell’annuncio dell’esito elettorale ma è prevedibile che Trump sfrutterà il ritardo come prova di una frode, o addirittura di una congiura in atto. Il caos è l’obiettivo del presidente nel caso in cui gli exit polls dovessero segnalare la vittoria di Joe Biden.

Un altro aspetto strumentale della strategia del caos è quello della “suppression” del voto democratico, attraverso una serie di maligni artifizi che vanno dalle “purghe” dei registri elettorali all’imposizione di condizioni perverse come quelle degli stati
repubblicani che obbligano l’elettore a presentare un documento di identità con fotografia, approvato dall’autorita’ del luogo. Questi ed altri impedimenti alla democrazia rappresentativa non salveranno la presidenza Trump ma dovranno fornire lo spunto alla prossima aministrazione ed al Congresso per regolamentare un processo elettorale moderno ma tale da assicurare il pieno esercizio del diritto di voto per classi come quelle degli afro-americani e di gente di colore che da tempo immemorabile si sono trovate escluse in forza di norme come l’odiosa “poll tax” negli stati del sud o i documenti con foto e la prova di residenza dei giorni nostri.

In una panorama catastrofico come quello del mancato riconoscimento della potenza distruttiva del coronavirus prima e della sciagurata riapertura dopo (basti segnalare che i casi di infezione sono aumentati in misura pari a quelli registrati a Marzo), la sensazione dominante in una massa di americani è che l’America ha perso completamente il ruolo di leader mondiale. Non solo gli Stati Uniti hanno fallito nel compito di portare sotto controllo la pandemia al momento del suo insorgere, ma dopo aver registrato una crisi di pubblica sanità incomprensibile in un Paese scientificamente avanzato, hanno ripetuto ed aggravato il fallimento delle misure sanitarie. Il “genio stabile” che Trump si è pubblicamente vantato di essere ha ignorato le raccomandazioni degli esperti, pur avendo accesso a straordinarie risorse mediche e finanziarie, tali da far fronte alla pandemia. Il coronavirus che ha prostrato l’America non è il prodotto di una congiura democratica per cacciare Trump dalla Casa Bianca ma della sua assoluta incompetenza e del rifiuto della scienza.

L’ultima definitiva prova della insensibilità di Donald Trump dinanzi alla scandalosa deficienza della “public health” negli Stati Uniti è fornita dal ricorso della sua amministrazione alla Corte Suprema con la richiesta di annullamento della legge sanitaria conosciuta come Obamacare, che un giudice trumpista del Texas ha definito “anti-costituzionale”. La perdita dei benefici di Obamacare colpirebbe non meno di 23 milioni di americani che hanno perso il lavoro, e quindi la copertura assicurativa. In termini umani, la crociata anti-Obama
– una perdurante ossessione del presidente – nel bel mezzo di una pandemia che finora ha ucciso 130.000 americani – è “un atto di impenetrabile crudeltà”, come l’ha definito lo Speaker della Camera Nancy Pelosi. Ma il vero scandalo, che presumibilmente i democratici sfrutteranno a fondo nelle battute finali del dibattito elettorale, è l’ipocrisia di Trump nell’assicurare che Obamacare sarà rimpiazzata da “un’alternativa altamente migliore e molto meno costosa”. Di fatto, in tre anni di governo, l’Amministrazione Trump non ha introdotto ne’ proposto una simile “alternativa”. Nel quadro elettorale, torneranno certamente a farsi sentire le preoccupazioni per l’assistenza sanitaria di gran parte dell’elettorato che contribuirono in misura sostanziale alla vittoria dei democratici nelle elezioni per la Camera del 2018.

Molto lascia pensare che la contesa elettorale verrà decisa dal danno economico che l’America ha patito e continua a patire in conseguenza della pessima gestione sanitaria e dell’incapacità del presidente di dare fiducia ad una nazione sconvolta da una crisi mostruosa. Per tutta risposta, il presidente repubblicano ha tagliato i fondi per il “testing” ed ha propagato accuse di “complotti” che rispondono alla sua strategia di “guerra culturale” volta a dividere gli americani e a promuovere il “culto” di Donald Trump. Se verrà il caos, secondo Trump ed il suo vice Mike Pence sarà colpa della stampa che mira ad “infondere paura” tra gli americani. Da notare infine che lo stesso
Pence, come del resto il presidente, ha evitato di consigliare l’uso delle mascherine ma ha suggerito che gli americani seguano le istruzioni degli stati in merito alle “coperture facciali”. Il mediocre evangelico vice di Trump ha concluso con un appello: “continuate a pregare”. All’America insomma non resta che pregare perché non venga il caos predisposto da Donald Trump.
———————————————————
usa-e-getta
LE DONNE E I GIOVANI ARBITRI DEL VOTO

Le donne e i giovani sono le due ruote del lotto elettorale americano dal quale uscirà il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti. Le previsioni sono sempre una scommessa che riposa su una gamma di sondaggi che in realtà rappresentano uno “snap shot”, una foto del momento. Al momento, se si considera lo “snap shot” di questa fase elettorale, Donald Trump è avviato ad una sonora sconfitta e il partito repubblicano alla perdita della maggioranza al Senato.

Cominciamo dalle donne e dalla previsione che voteranno a favore del candidato democratico Biden in misura maggiore rispetto al loro voto per Hillary Clinton nel 2016.
La forte condanna della stravolgente presidenza Trump è ormai associata al doloroso impatto del coronavirus, aggravato dagli errori dell’amministrazione all’insorgere della pandemia. Il “gender gap”, ossia il divario di genere che ha proiettato le donne verso le posizioni democratiche è risultato decisivo nelle elezioni congressuali del 2018 che hanno portato alla Camera dei Rappresentanti un numero record di donne, 117 contro le 89 della precedente legislatura. Nelle elezioni presidenziali del 2016 Hillary conquistò la maggioranza del voto femminile ma non nella proporzione necessaria per strappare il voto del Collegio Elettorale negli stati chiave, dove Trump prevalse grazie al voto degli uomini bianchi. Questa volta la musica è cambiata. Ad esempio, nel Wisconsin, la più inaspettata vittoria di Trump nel 2016, le donne votarono per Hillary con un margine di dieci punti (53 contro 43 per cento). Il rilevamento demoscopico di questi giorni nel Wisconsin conferisce a Biden un vantaggio di 20 punti tra le donne (55 contro 33 per cento) che in presenza di un voto costante per Trump tra gli uomini (55 per cento) dovrebbe conferire a Biden un margine di vantaggio del 3 per cento nello stato. Analoghi sondaggi registrano un netto vantaggio di Biden in taluni stati chiave per il Collegio Elettorale, tra cui la Pennsylvania, il Michigan e la Florida. In quest’ultimo stato Biden è appoggiato dal 51 per cento delle donne rispetto al 38 per cento a favore di Trump.

Nel quadro del voto femminile va fatta una distinzione, che di fatto Trump raccolse la maggioranza dei suffragi delle cosidette “working women” bianche, con un margine del 27 per cento. Le donne che lavorano non hanno un titolo di studio superiore. Il vantaggio in quella categoria si è ridotto ora, stando ai sondaggi, a 6 punti. Se questo dato dovesse essere confermato a Novembre, si tradurrebbe per Trump in una perdita di 2 punti del voto popolare suggellando la sua sconfitta elettorale.
Nel 2016 infatti Trump strappò la maggioranza del Collegio Elettorale con il 46 per cento del voto popolare. Con il 44 per cento non sarà possibile.

La macchina elettorale di Trump sta lavorando intensamente per recuperare il voto delle cosiddette “downshifters”, le donne che avevano votato per lui nel 2016 ma avevano poi abbandonato i candidati repubblicani nel 2018. Ma anche questa è una missione impossibile perchè le donne che lavorano sono quelle che hanno più sofferto dalla pandemia e dalla drammatica contrazione economica che tra l’altro ha sottratto loro i mezzi per pagare gli asili nido. Un’altra importante differenza emersa è che mentre il 59 per cento degli uomini bianchi senza laurea si pronunciano a favore del rilancio dell’economia rispetto allo sforzo di contenimento del virus, il 57 per cento delle donne che lavorano invocano la neutralizzazione del virus anche al costo di una sofferenza economica. I demografi confermano che sarà pressocchè impossibile per Trump far leva sul voto femminile in quanto le donne sono “stanche” della sua presidenza. Con Trump – osservano – le donne avevano provato “qualcosa di nuovo” ma ora sanno che il presidente repubblicano è “uno che non unisce ma divide”. In conclusione, le donne non rappresentano un blocco monolitico ne’ votano necessariamente in base alle priorità feminili, ma negli ultimi tre anni hanno preso parte attiva alla vita politica, in ragione del 29 per cento in più rispetto al passato, dovuto soprattutto al concorso della generazione dei “millennials” e delle donne appartenenti a minoranze. Un ultimo fattore che sospinge il voto femminile per i democratici è l’impegno assunto da Biden di scegliere una donna per la candidatura vicepresidenziale. L’effetto sarà tanto più rilevante se dovesse trattarsi di una donna di colore, un ulteriore forte incentivo al voto degli afro-americani.

Negli Stati Uniti, i giovani votano in misura nettamente inferiore rispetto alle maggiori età e sono meno propensi ad affiliarsi ad un partito politico. Ma le cose vanno cambiando anche per la generazione dei “millennials” e per la cosidetta “generazione Z”, quella dei nati tra il 1995 ed il 2015. Sono noti come “zoomers”, in pratica i nipoti dei famosi “boomers”. La peculiarità distintiva di queste nuove categorie di elettori è che sono nella maggior parte indipendenti, ne’ democratici ne’ repubblicani, portati a votare in base alle loro preferenze politiche oppure ai valori dei candidati in lizza. Un’indagine demoscopica tra gli elettori di età compresa tra i 17 e i 35 anni ha accertato
che il 35 per cento si classifica democratico, il 24 per cento repubblicano e il 37 per cento indipendente. Tra coloro che ancora non si sono iscritti nelle liste elettorali, la grande maggioranza – il 72 per cento – si definisce indipendente.
In generale, i giovani elettori appaiono bene informati ma alieni da una identificazione partitica. Di fatto, molti di loro professano una forte dose di scetticismo nei confronti del partito democratico e dei suoi leader. Quelli che si definiscono conservatori rifuggono da una identificazione con il partito repubblicano, e dissentono in particolare dai capisaldi della piattaforma repubblicana in materia di politiche sociali e del clima. Un altro aspetto che li contraddistingue è il fardello di debiti che li opprime in confronto al minor debito personale delle precedenti generazioni. La recessione economica generata dalla crisi del coronavirus ha accentuato la protesta dei giovani contro la diseguaglianza economica e le politiche sociali dell’amministrazione Trump, che per quanto abbia lievitato il mercato azionario, non ha accresciuto il reddito e la ricchezza della classe media.

Altrettanto cruciale ai termini delle preferenze dei giovani è il fatto che nella recrudescenza della pandemia sono i giovani a farne maggiormente le spese. I casi di coronavirus sono drammaticamente aumentati in 40 dei 50 stati americani e quattro stati in particolare – Arizona, Florida, California e Texas – hanno registrato un alto numero di infezioni tra le giovani generazioni. In ultima analisi, il comportamento dei giovani elettori non può che essere ricondotto all’impatto che su di essi ha avuto e sta avendo il “trumpismo”, un cocktail incendiario di populismo economico, nazionalismo anti-immigrazione ed isolazionismo alla fasulla insegna del MAGA (Make America Great Again). Nell’elezione midterm del 2018 ha votato il 22 per cento degli aventi diritto al voto tra i 18 e i 24 anni e il 30 per cento tra i 25 e i 29. L’affluenza sarà certamente più alta a Novembre anche perchè i giovani sono più portati a votare in una consultazione presidenziale. Non meno importante è il dato che gli elettori tra i 18 e i 29 anni appartengono all’unico gruppo demografico che ha accresciuto la sua
affluenza alle urne nell’arco di tempo tra il 2012 e il 2016. Tutti i rilevamenti demoscopici recentemente condotti pronosticano un’affluenza alle urne ancor maggiore, accompagnata ad un crescente livello di entusiasmo. Altrettanto interessante è la scoperta che il 54 per cento di coloro che seguono la campana elettorale sui “social media” ed offline si dichiara “estremamente propenso” a votare. E’ quindi prevedibile che il voto dei giovani in questo rilevante segmento di elettori che si affidano al telefono e al laptop anzichè alla televisione via cavo, peserà a favore dei candidati democratici alla Casa Bianca e Senato.

I giovani sono influenzati da preoccupazioni sociali ed economiche che vanno dal pesante debito contratto per gli studi universitari alle scarse opportunità di avanzamento socio-economico. Le adunate di giovani, bianchi e di razza mista, che sono scesi nelle piazze per le dimostrazioni del “Black Lives Matter” rappresentano un importante indicatore di sostegno delle candidature democratiche. I giovani tra i 18 e i 35 anni costituivano un settore non sfruttato dell’elettorato americano. Oggi, una percentuale in deciso aumento di giovani elettori è avviata a far valere le sue ragioni nella consultazione presidenziale e senatoriale. Sono infatti in palio 35 seggi senatoriali su 100 e i democratici puntano a guadagnarne quattro (senza perderne alcuno) per conquistare una maggioranza che cambierebbe il corso della politica americana dopo la rovinosa parentesi della presidenza Trump. In conclusione, donne e giovani forniranno il margine di successo di Joe Biden per il ritorno ad una amministrazione “normale”.

Gli americani di età superiore ai 65 anni sono di gran lunga i votanti più affidabili, con un’affluenza alle urne del 58 per cento nel 2014 e del 73 per cento nel 2016.

—————————————————–
marino-de-medici-f*Marino de Medici

USA. Trump: una presidenza che sta scivolando verso la disperazione

acdf3030-809b-4f1f-935c-968a589b465a

usa-sanita-marino-e-giovanni La battaglia delle mascherine .
marino-de-medici-fdi Marino de Medici.
L’America è spaccata a metà su una molteplicità di fronti che riconducono alla battaglia elettorale, che sarà decisa – convengono praticamente tutti gli osservatori – dal decorso della pandemia e dell’economia. Il contrasto più sconcertante è quello sulle mascherine di protezione. Una massa di americani si è sollevata contro le disposizioni statali e cittadine che impongono l’uso delle mascherine come se queste fossero un’imposizione tirannica invece che misure di controllo consigliate dalla scienza contro il coronavirus. Sono molti gli esercizi commerciali che violano deliberatamente le restrizioni precauzionali mentre vaste ammucchiate di festaioli di molti stati, dall’Arizona alla Florida, ignorano completamente le regole che impongono il distanziamento. Altri ancora, e non sono pochi, si sono semplicemente stancati di osservare le precauzioni prescritte da amministratori e autorità sanitarie.

L’America assiste allo sconcertante confronto tra stati sulle due coste, dove la Florida non impone l’impiego delle mascherine mentre nella California sono obbligatorie. In pratica, la pandemia è un altro campo in cui gli americani
sono divisi a motivo delle loro ideologie e simpatie politiche. Per alcuni la mascherina è sinonimo di accettazione di un dovere pubblico e della disponibilità ad accettare il sacrificio individuale per il bene pubblico. Per altri,le mascherine rappresentano l’ennesimo tentativo di espansione del potere federale ed una violazione delle libertà personali. Il presidente Trump ha incoraggiato la politicizzazione del confronto, con il chiaro intento di fomentare accesi contrasti e divisioni che egli spera possano ricreare il clima che lo portò sorprendentemente alla Casa Bianca.

Entro un paio di settimane, intanto, sapremo se il comizio all’aperto a Tulsa, cui sono intervenute poche migliaia di sostenitori invece dell’adunata che il presidente si aspettava, sia stato un disastro per la pubblica sanità oppure uno stimolo per la rielezione. In parole povere, Trump ha fatto una scommessa usando come posta le vite dei suoi fedelissimi. Gli osservatori possono scommettere a loro volta che Trump punterà ancora su oceanici comizi alla barba dei dati che registrano una crescente percentuale di contagi. Il comizio di Tulsa è stato un grosso errore anche perchè la macchina elettorale di Trump aveva pompato le aspettative in termini di partecipazione e di impatto sulla platea generale dell’elettorato. Lo stesso discorso del presidente ha confermato il sospetto di molti osservatori che il presidente abbia problemi psicologici che lo rendono incoerente. E’ questa un’altra importante ragione perchè il candidato democratico Biden osservi un basso profilo, lasciando che Donald Trump si autodistrugga.
[segue]

America, America.

usa-sanita-marinoIl paradiso americano
LA CATASTROFE SANITARIA NEGLI STATI UNITI

Per non rischiare “il socialismo”, che ognuno si arrangi e le Assicurazioni prosperino. Una spesa sanitaria pubblica e privata che non produce salute, seleziona i pazienti ed è la più improduttiva nel mondo, raggiungendo il 18 per cento del PIL

Francesco Domenico Capizzi* su Costituente Terra.
[segue]

Gli Stati Uniti d’America in balia di tre sciagure

incendioroma-64-nerone LA LEGITTIMITA’ DELLA LEADERSHIP, LA VERA CRISI DELL’AMERICA di Marino de Medicilampadadialadmicromicro132Editoriale di Aladinpensiero online.

Gli Stati Uniti d’America in balia di tre sciagure

incendioroma-64-nerone

LA LEGITTIMITA’ DELLA LEADERSHIP, LA VERA CRISI DELL’AMERICA

di Marino de Medici

La storia romanzata racconta che mentre Roma bruciava, l’imperatore Nerone suonava la lira. Nel tempo reale dei nostri giorni, mentre l’America si spacca dinanzi agli occhi
del mondo attonito, travolta da una insurrezione scatenata dall’ennesimo crimine razzista, sconvolta da un virus che non perdona e logorata da una crisi economica che ha prodotto quaranta milioni di disoccupati, la sua controfigura di imperatore, Donald Trump, incurante degli obblighi morali oltre che politici di un capo di governo, cerca solo
accanite zuffe con la Cina, con l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, con la rete sociale di Twitter (che ironicamente gli permise a suo tempo di emergere come candidato) e con il suo predecessore Obama accusato di misfatti generici. Le principali città americane sono consumate da vere e proprie sommosse, che in realtà non sono nuove nella storia americana, ma che nelle circostanze attuali accelerano un
disfacimento nazionale. Lo sfacelo minaccia di avere tremende ripercussioni nella salute pubblica di una nazione che fino a tempi recenti ricopriva un ruolo dominante nello scenario
mondiale. La colossale sventura degli americani nell’avere un Trump alla Casa Bianca viene compatita dal resto del mondo, sopraffatto anch’esso dalla pandemia e ansioso che venga trovato al più presto un vaccino. Ma se uscirà finalmente un vaccino per debellare il virus, non ci sarà una cura per il flagello che da sempre travaglia l’America, il razzismo. Associato ad un’altra radice dell’esperienza americana, la
violenza, assicura la combustione che ancora una volta infiamma gli animi di una vasta parte dei suoi cittadini, quelli di colore, dai neri ai “brown”, dai poveri ai diseredati in una nazione che secondo le statistiche dovrebbe essere la più ricca del mondo.

Lungi dall’esercitare la suasione morale che spetta al cosiddetto “pulpito” presidenziale, Trump non ha perso l’occasione per aizzare le parti in causa bollando i partecipanti alla protesta di Minneapolis come “teppisti” e ripetendo uno slogan razzista pronunciato nel 1967 in Florida: “quando comincia il saccheggio, comincia la sparatoria”. Ma non basta. L’ultimo affronto di Trump è stato quello di diffondere su twitter il video di un suo sostenitore in cui si afferma: “l’unico buon democratico è un democratico morto”, un detto che nei secoli scorsi veniva riservato alla popolazione indigena dei nascenti Stati Uniti d’America sterminata all’insegna della Nuova Frontiera.

La profonda rottura razziale e culturale dell’America è emersa in misura drammatica nello stato del Minnesota a seguito dell’impressionante misfatto dell’agente di polizia che ha soffocato George Floyd. La comunità afro-americana è scesa in piazza e la protesta è ben presto degenerata in una vera e propria sommossa. Ma gli americani hanno dovuto prendere atto di un aspetto altrettanto inquietante, che fra i protagonisti più esagitati della dirompente violenza di piazza erano molti i bianchi. Ancora una volta, il presidente Trump ha infiammato ancor più gli animi accusando gli Antifa – sinonimo di anti-fascista – e la “sinistra radicale” di aver incoraggiato e intensificato la violenza e la distruzione di
auto della polizia ed edifici, oltre che molteplici saccheggi.

Il razzismo strutturale che infetta il sistema sociale e politico dell’America impone oggi un energico intervento politico ma certamente senza la retorica della paura che nasce dallo scoperto confronto su scala nazionale. Che l’America sia spaccata è ormai un fatto arcinoto. Lo spartiacque tra centri urbani e zone rurali è particolarmente visibile nel Minnesota dove ai due centri di St Paul e Minneapolis si oppongono le zone “rosse” (il colore repubblicano) delle aree agricole e dell’Iron Range, i distretti estrattivi del ferro attorno al Lago Superior. Gli ultra repubblicani sono scesi nelle due città con i risultati che tutti hanno visto ed il Presidente Trump li ha giustificati puntando il dito accusatorio sul “sindaco della sinistra radicale”. Trump spera fortemente di conquistare i voti elettorali del Minnesota, dove nel 2016 perse per soli 45.000 voti, pur prevalendo in 78 delle 87 contee che compongono lo stato. Resta il fatto comunque che l’ottanta per cento degli individui arrestati durante le tragiche nottate di Minneapolis proveniva da altri stati. E’ parimenti certo che tra i saccheggiatori di Minneapolis figuravano, insieme ad afro -americani, i “suprematisti” bianchi. Non pochi messaggi apparsi sui social media incitavano i “suprematisti” ad andare sulla scena delle proteste.

L’America è un Paese con troppe tradizioni istituzionali e sociali e troppa diversità perché lo si possa considerare maturo per una rivoluzione. La rivoluzione americana
avvenne, e terminò, come sollevamento contro il dominio esterno. Da allora, una maggioranza bianca ha esercitato il dominio esercitando il pieno controllo sulla presenza e sulle vite dei non bianchi. Tale dominio sta cominciando a venir meno in un Paese sempre più diverso dove il razzismo è tecnicamente fuori legge ma troppo radicato perché la sua impronta venga cancellata dal dna nazionale. Questo assomma due elementi essenziali del carattere americano, ed in modo specifico della maggioranza bianca, per quanto possa essersi ridotta nei numeri del censo: la libertà da un dominio superiore e l’affermazione di autonomia. L’ultimo tratto è il motivo ispiratore della crociata trumpiana contro la “palude” del sistema governativo di Washington. In realtà, Trump ha reso quella palude ancor più profonda, favorendo la classe degli ultra ricchi (l’uno per cento contro cui inveiva l’ex candidato Bernie Sanders) e delle grandi imprese, alle spese del popolo americano.

Infine, in un quadro di caos, non poteva mancare il subdolo richiamo alla necessità di imporre “law and order”, accoppiato dal servile Attorney General William Barr all’accusa secondo cui i disordini su scala nazionale sono imputabili a “gruppi estremisti di estrema sinistra”. In pratica, Trump calcola di trarre il massimo vantaggio possibile dalla “culture war” – la guerra della cultura – che ha puntellato la sua candidatura sin dagli inizi. E’ una “cultura” che previlegia la base bianca – ormai nota come MAGA – e protegge le forze di polizia
refrattarie al rispetto delle leggi sui diritti civili, come dimostra il caso del poliziotto di Minneapolis che era stato ripetutamente citato per comportamenti violenti ed anti-sociali. Prima ancora che George Floyd venisse soffocato da quell’agente, Trump aveva incoraggiato le forze di polizia ad essere “rough” ossia ruvide nei confronti degli
individui arrestati. A seguito di quel crimine, lo stesso Attoney General del Minnesota ha dovuto ammettere pubblicamente che gli afro-americani dello stato erano
giustificati nel temere la polizia locale.

Per concludere, l’America è un Paese in balia di tre sciagure: la pandemia che ha già fatto più di 100.000 vittime; la depressione che ha privato del lavoro quaranta milioni di americani e chiuso migliaia di aziende commerciali (molte delle quali certamente non riapriranno); una conflittualità interna da guerra civile. Non pochi anzi temono che quest’ultima prospettiva possa risorgere a seguito delle forti divisioni territoriali negli Stati Uniti. Per contro, vale la pena di ripetere che le sommosse razziali rappresentano una sequela ininterrotta, e che il numero delle vittime a Minneapolis ed altre città non ha toccato gli estremi del 1992 a Los Angeles dove più di sessanta persone persero la vita in cinque giorni di rivolta per l’assoluzione degli agenti di polizia colpevoli di pesanti percosse sull’afro-americano Rodney King. In ultima analisi, l’America deve venire a capo di una fondamentale crisi di leadership, la sola ancora di salvezza di una nazione che è inesorabilmente spaccata quando un vasto settore della sua cittadinanza si rifiuta di attuare e rispettare le misure di previdenza sanitaria dell’apparato federale e degli stati, fino al dettaglio di rifiutare la mascherina.
Con Donald Trump, è in gioco la legittimità della leadership. Qualcuno ha osservato, realisticamente: in una congiuntura incendiaria, Donald Trump ha giocato con i fiammiferi.
————————————–
usa-e-getta
Non sarà Donald Trump a guidare l’America verso il recupero della pace sociale e della prosperità, una convinzione condivisa dalla parte sana del Paese, pienamente cosciente che Trump sta perdendo il controllo della macchina governativa. Attendersi un miracolo sotto forma di una conversione del partito repubblicano è futile. Ma la conversione di un numero sufficiente di elettori, nauseati dalla “law and order” di Donald Trump, sarà più che sufficiente a porre fine alla sua presidenza.

Il quesito dominante, alla vigilia ormai delle elezioni di Novembre, è questo: come reagirà il settore decisivo dell’elettorato, gli indipendenti e gli indecisi, alla
forzatura costituzionale di Donald Trump, presidente del “law and order”? Cosa può significare l’adozione del grido di battaglia del presidente republicano che ricalca la strategia di Richard Nixon, un presidente eletto con quella piattaforma ma poi costretto alle dimissioni per aver violato le norme costituzionali e le leggi civili?
E’ possibile che una maggioranza degli americani riconosca finalmente il vero senso del “law and order”, quello di sancire che le autorità della nazione, dalla presidenza agli organi federali, dalle amministrazioni degli stati alle autorità locali, riconoscano la legittimità dei diritti delle minoranze di colore e della loro protezione? Non imponevano certamente il rispetto della legge le forze di polizia che sgombravano ferocemente Lafayette Park, sparando pallottole di gomma, gas lacrimogeni e “pepper spray”, per permettere ad un presidente di farsi fotografare con la bibbia dinanzi alla storica chiesa episcopale di St.John.

Il “bullismo” di Donald Trump ha portato l’America dinanzi ad un abisso, il risultato di una politica distruttiva ed incompetente, come ampiamente dimostrato dal rapido diffondersi della pandemia del coronavirus, attribuibile alla stupefacente impreparazione del governo federale. La protesta di massa non è un fatto nuovo nella storia americana ma questa volta infiamma una vera e propria rivolta allo status quo che da sempre puntella il razzismo bianco e la brutalità delle forze di polizia. E’ un sorprendente sollevamento trasversale che abbraccia classi sociali, settori economici e la grande massa minoritaria afflitta dalle disparità di reddito e di opportunità. Non meno determinante nel quadro della protesta è la constatazione che l’epidemia ha fatto scempio di leggi e proclamazioni di eguaglianza mietendo una spropozionata percentuale di vittime tra i poveri, la gente di colore, dai neri ai brown, i più colpiti dall’ineguaglianza sociale ed economica che caratterizza sempre più gli Stati Uniti d’America.

Questa volta la protesta ha raggiunto le proporzioni di una sommossa nazionale che minaccia di sfociare nella proclamazione di uno stato di assedio, un corso di azione repressivo palesemente favorito da un presidente che agisce con l’unico intento di garantirsi l’appoggio della sua base. Sono molti quelli che sospingono questo timore ad una estremo inconcepibile per una democrazia liberale, quello di una decisione presidenziale di sospendere o posticipare il ricorso alle urne ai termini del mandato costituzionale. Donald Trump è capace di tutto, forte dell’appoggio di poco più di un terzo dell’elettorato americano, nel quale si distacca il movimento
degli evangelici ultra-conservatori – vale la pena di notarlo con l’ironia che si addice all’episodio – che non hanno mosso ciglio dinanzi alla mancanza di rispetto del presidente verso una chiesa ed il suo clero malmenato all’aperto. Tra tanti altri, Paul Krugman pone il quesito essenziale sul “come siamo attivati a questo punto?” E risponde che il “nucleo centrale” della politica americana degli ultimi quattro decenni è che “le elite ricche hanno usato il razzismo bianco come un’arma per conquistare il potere politico” e per attuare politiche hanno arricchito ancor più i ricchi a spese dei lavoratori.

La verità che va affermandosi in queste drammatiche giornate dell’America contemporanea è che una massa di americani ha finalmente reagito agli eccessi di una presidenza che ha fortemente indebolito le istituzioni nazionali e concentrato il potere nelle proprie mani. Questa grave deformazione del
mandato istituzionale è stata attuata da Trump sul modello di quanto predicava, e continua a predicare, un ideologo che ha cercato di infettare la stessa democrazia italiana, un certo Steve Bannon. La sua strategia è presto detta: è la “decostruzione dello stato amministrativo”, volta a smantellare le infrastrutture globali, a conquistare il potere e solidificare il controllo. Questa, per l’appunto, è stata sin dagli inizi la strategia di Donald Trump.

Il pericolo che income sugli Stati Uniti e sul mondo è che la rielezione di Trump porterebbe al rafforzamento del potere centrale nella branca esecutiva del sistema di governo degli Stati Uniti. Peggio ancora sarebbe se i democratici non
riuscissero a conquistare il Senato e il controllo del ramo legislativo. Per gli alleati dell’America ciò significherebbe vedere compromesse soluzioni globali per problemi globali. La politica estera americana è presentemente un feudo delle ambizioni politiche di Mike Pompeo, che passerà alla storia come il peggior segretario di stato americano, cortigiano del presidente ed incapace di esercitare alcuna leadership internazionale.

Una inquietante appendice della “law and order”, nell’interpretazione trumpiana di pugno di ferro contro i “teppisti”, è il ricorso alla militarizzazione, ossia
l’impiego di forze armate per contenere la marcia di proteste. E’ un terreno di controversia in rapido flusso, all’indomani della partecipazione di militari allo sgombero forzato di manifestanti dinanzi alla chiesa di Lafayette Park e della
dichiarazione del Segretario alla Difesa Esper che definiva quello scenario come “un campo di battaglia”. Non passavano ventiquattro ore che Mark Esper faceva marcia indietro rispetto all’impiego dello Insurrection Act del 1807 invocato da Trump come giustificazione per il dislocamento di forze armate in città americane, anche in mancanza di una esplicita richiesta delle autorità cittadine e dello stato di appartenenza. Esper dichiarava di non approvare il ricorso alle Insurrection Act se non in casi estremi (come “last resort” ossia ultima ratio), una valutazione che a suo dire non sussiste nelle attuali circostanze. Funzionari della
Casa Bianca non tardavano nel riferire l’irritazione del presidente, un chiaro prodromo della liquidazione del Segretario Esper.

In conclusione, non sarà Donald Trump a guidare l’America verso il recupero della pace sociale e della prosperità, una convinzione condivisa dalla parte sana del Paese, pienamente cosciente che Trump sta perdendo il controllo della macchina
governativa. Attendersi un miracolo sotto forma di una conversione del partito repubblicano è futile. Ma la conversione di un numero sufficiente di elettori, nauseati dalla “law and order” di Donald Trump, sarà più che sufficiente a porre fine alla sua presidenza.

———————————-
Fonte dell’illustrazione in testa

Gli Editoriali di Aladinpensiero: America, America.

081829bc-ff0e-40b4-8ee0-e21f36b45257GLI STATI UNITI, UN PAESE DA NON INVIDIARE
marino-de-medici-fMarino de Medici su Aladinpensiero online.
———————————————————–

Gli Stati Uniti d’America: da “nazione indispensabile” alla “nazione superflua” dell’era Trump. Perché è probabile che anche a causa del coronavirus Trump perda le elezioni.

081829bc-ff0e-40b4-8ee0-e21f36b45257GLI STATI UNITI, UN PAESE DA NON INVIDIARE
marino-de-medici-fdi Marino de Medici*
Non sono molti coloro che ricordano una definizione dell’America pronunciata dall’ex segretario di stato Madeleine Albright: “la nazione indispensabile”. Occorre ricordare che questa definizione fu proclamata nel Febbraio 1998 a sostegno delle pressioni americane sull’Irak e che con essa l’allora segretario di stato intendeva avanzare il concetto degli Stati Uniti come “garante della stabilità come unica superpotenza nel contesto delle istituzioni multilaterali”. Anni più tardi, dopo che il presidente George W. Bush aveva spinto quel concetto a catastrofiche conseguenze con l’invasione dell’Irak, il presidente Obama modificava la portata dell’appellativo affermando che l’America non è solo una grande nazione nel senso che è una potenza, ma per il fatto che “i suoi valori e le sue idee hanno vasta influenza”. A partire dal 2017 un altro presidente, Donald Trump, non perdeva tempo nello scardinare il concetto propugnato dalla Albright con una politica isolazionista che negli ultimi tempi ha reso l’America una “nazione superflua”.
Gli alleati dell’America, pur avendo goduto a lungo della protezione offerta dalla potenza americana, osservano oggi con incredulità le interminabili file di americani che ritirano pacchi viveri preparati da migliaia di organizzazioni sociali e caritatevoli. E’ uno spettacolo che lascia attoniti gli europei. Al tempo stesso, gli europei ormai conosconole cause di un fenomeno che non si presenta nei loro Paesi: la mancanza di una rete sociale e di risorse, a cominciare da quelle ospedaliere, dedicate alle classi meno abbienti.
Il “socialismo” che molti leader americani denunciano come il peggiore dei mali per un
Paese e’ quello che permette agli europei di affrontare la crisi senza cadere nel baratro di una disoccupazione che probabilmente lascerà il segno per anni negli Stati Uniti. In Germania, esiste un sistema, chiamato Kurzarbeit, che permette di regolare e proteggere il mercato del lavoro durante una crisi economica, attraverso la riduzione degli orari di lavoro e la loro distribuzione nella stessa forza lavorativa. Nulla di simile è possibile o previsto negli Stati Uniti. Risultato: i disoccupati e sottoccupati in America sono oggi 44 milioni.
Un gran numero di economisti ritiene che quasi metà delle occupazioni perse a causa del coronavirus diverrà permanente. Le minoranze soffrono gli effetti della crisi in misura sproporzionata: la disoccupazione tra gli hispanici si è quadruplicata mentre tra gli asiatici è aumentata sei volte. Il tasso di disoccupazione tra gli afro-americani ha raggiunto il 16,7 per cento. I settori più colpiti dalla crisi sono quelli definiti “non essenziali”: vendite al dettaglio, ospitalità e alimentazione. Trentatre milioni di americani hanno richiesto gli assegni di disoccupazione che vengono elargiti dagli stati. Questi sono sopraffatti dalle richieste al punto che nove stati hanno chiesto un prestito di 38 miliardi al Federal Unemployment Account per soddisfare le domande dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro.
Il nodo scorsoio della sanità americana è rappresentato da una statistica che sbalordisce gli europei: prima che arrivasse il flagello del coronavirus, 160 milioni di americani ricevevano la loro assicurazione medica attraverso il datore di lavoro. Secondo uno studio dello Urban Institute, da 25 a 43 milioni di lavoratori rischiano di perdere l’assicurazione medica qualora la crisi dovesse perdurare. E’ una prospettiva sconvolgente che dimostra quanto l’America sia vulnerabile a motivo delle differenti regolamentazioni degli stati, in modo speciali quelli retti da repubblicani, che impongono restrizioni ai programmi di assistenza, come Medicaid, a beneficio dei cittadini a basso reddito. Tra questi figurano trenta milioni di americani privi di assicurazione medica ancor prima della pandemia.
Un fatto saliente dell’economia degli Stati Uniti è che decine di milioni di americani non dispongono di risparmi tali da far fronte ad una emergenza ma vivono “da paycheck a paycheck” ossia da una busta paga all’altra. E’ una situazione che perdura da molto tempo a questa parte ma l’attuale crisi ha portato le economie familiari ad un punto in cui non possono autosostenersi. La conseguenza più grave è quella di causare forti restrizioni nella condotta di vita, e addirittura la ricerca di viveri alla quale si assiste in tutto il Paese, con una forte contrazione della domanda. Va tenuto presente che il PIL americano dipende per il 70 per cento dalla spesa dei consumatori in negozi, acquisti online, ristoranti e sedi di sport ed intrattenimento. La previsione di una maggioranza degli economisti è che non ci sarà un rapido recupero dell’economia americana in termini della cosiddetta “curva a forma di V”. E’ sulla V che fa conto il presidente Trump, in tempi relativamente brevi, per assicurarsi la rielezione. Ora però gli stessi consulenti economici del presidente, tra i quali il Segretario al Tesoro Mnuchin, ammettono a denti stretti che il protrarsi della crisi potrà produrre “un danno economico permanente”.
Tutto ruota attorno ad un interrogativo, se l’andamento nella rimozione delle misure restrittive porterà ad una recrudescenza dei contagi e lamentabilmente ad una media ancor alta di decessi. A solo sei mesi dalla consultazione presidenziale, Donald Trump gioca una carta disperata, quella di convincere una massa di elettori che il ritorno alla normalità può avvenire in piena sicurezza. Le morti causate dal perdurare del virus sono in pratica il prezzo da pagare per la normalità, una congiuntura che per Donald Trump significa esclusivamente piena ripresa finanziaria – economica. Trump ignora un fatto drammatico, che la pandemia sta alterando le condizioni di vita in tutto il Paese, ma in modo speciale negli ambienti urbani più popolati. Tra l’altro, è probabile che molti abitanti di città infestate dal virus decidano di trasferirsi in zone rurali. A New York ed altre grandi città questo fenomeno non mancherebbe di modificare a fondo la natura del mercato residenziale.
Economisti, epidemiologi e studiosi della sanità sono tutti d’accordo che in America la rete di sicurezza sociale non funziona. Joseph Stiglitz in particolare attribuisce questa situazione alla diseguaglianza che colpisce soprattutto coloro che non godono di buona salute. Ed aggiunge, con un pessimo presagio, che una massa di americani spenderà esclusivamente per procurarsi da mangiare, “la definizione di una Grande Depressione”. Sul piano globale, le catene di approvvigionamenti si accorceranno, ed i Paesi daranno la priorità all’autosufficienza per il cibo ed energia.
Ed infine, va tenuto conto delle ripercussioni sul tessuto connettivo dell’America in termini di accesi contrasti tra il potere federale e gli stati. Basti pensare alle acerbe polemiche sulla disponibilità di test diagnostici e sulla ripartizione di attrezzature medicali. Il discorso purtroppo riguarda anche i singoli stati. Quando un gruppo di facinorosi armati di fucili d’assalto penetra nel governatorato del Michigan urlando “tirannia” e invocando la libertà di fare la spesa, consumare ed agire senza restrizioni, non è ingiustificato parlare di “guerra civile” con la maggioranza che si attiene alle norme anti-epidemiche. Invocare la liberazione dal “lockdown”, la chiusura su scala nazionale, è un simbolo di libertà stravolto in quanto comporta la libertà di morire di coronavirus e di minacciare di malattia e morte coloro che non hanno la possibilità di sfuggire al contagio. Altrettanto “incredibile” – per usare un aggettivo prediletto da Trump – è che il presidente sottoscriva questo concetto di “libertà”. Tale constatazione indubbiamente spiega perché la crisi globale in atto non trovi alcun Paese incline a seguire la leadership della nazione “indispensabile”.
—————————

JOSEPH BIDEN E LE SUE IPOTECHE

Bernie Sanders ha detto addio alle sue aspirazioni presidenziali, ma cosa faranno adesso i suoi sostenitori, per la maggior parte giovani? Questo è l’interrogativo che domina tra gli osservatori politici americani, molti dei quali – ma non tutti – non sono ignari che tra i tanti indici della popolarità di un candidato, e quindi della possibilità di elezione, ve ne è uno che è difficile quantificare ma che alla fine può decretare l’esito del voto. E’ il cosiddetto “entusiasmo dell’elettore”, ossia il rilevamento demoscopico che confronta la propensione di un elettore di rimanere a casa contro la decisione di andare alle urne per esprimere il proprio appoggio ad un
candidato. Questo è il problema di Joseph Biden come lo fu quattro anni fa per Hillary Clinton che per colpa di quel fattore finì per perdere l’elezione presidenziale. Un’inchiesta demoscopica della ABC ha portato alla luce un dato interessante: gli elettori repubblicani sono molto più entusiasti di votare per Trump rispetto ai democratici chiamati a votare per Biden. Soltanto il 24 per cento degli elettori democratici hanno fatto sapere di essere “entusiasti” della candidatura Biden, uno dei livelli piu’ bassi di popolarità di un candidato tra i suoi potenziali elettori.
Vi è adesso un certo numero di esperti – ma non tra la stampa che ha sempre disdegnato la candidatura Sanders – che scorge nell’indice di “entusiasmo dell’elettore” un importante segnale di debolezza del candidato che ha già in tasca la nomination del partito democratico. Per contro, gli stessi esperti riconoscono che Bernie Sanders aveva dietro di se una massa di potenziali elettori entusiasti ed intensamente impegnati a favore della sua candidatura. Purtroppo per Sanders, non era una massa critica, come del resto veniva dimostrato dal risultato delle elezioni primarie a partire dal famoso “supermartedì”.
Vi è stato comunque un momento, all’indomani delle primarie del New Hampshire e del Nevada, in cui è sembrato che Bernie potesse farcela a conquistare la nomination. In quei frangenti, è prepotentemente entrato in gioco un altro indice, quello della “eliggibilità”, che ha coagulato il fronte dei “never Bernie” (mai Bernie), dei democratici che non condividono le idee progressiste del senatore del Vermont. Dalla sera alla mattina, Joe Biden è divenuto il portabandiera di questo blocco di elettori democratici. Ma quanti di loro sono così “entusiasti” di Joe Biden da andare a votarlo? E’ una “big question”, dalla quale dipende il risultato del 3 Novembre. Una cosa è certa, ed è che i sostenitori di Trump voteranno in blocco e con forte affluenza. Le indagini demoscopiche calcolano costantemente una percentuale a favore di Trump del 45 per cento dell’elettorato. Tutto lascia pensare insomma che l’elezione presidenziale verrà decisa sul filo di lana in tre stati (Michigan, Pennsylvania e Wisconsin), che nel 2016 diedero a Trump la vittoria con un margine totale di appena 80.000 voti. Quei tre stati avevano votato per Obama nel 2012.
Bernie Sanders si è ritirato dalla corsa presidenziale e ha promesso a Biden di appoggiare la sua candidatura. Ma non gli ha concesso un vero e proprio “endorsement” ossia un’incondizionata approvazione. Le condizioni, anzi, ci sono eccome. Sanders
vuole che Biden abbracci elementi fondamentali della sua politica sociale ed economica, ben sapendo che Biden non appoggia il piano di “Medicare for All”, che a suo tempo non incontrò favore alcuno tra gli altri aspiranti alla candidatura presidenziale, con la sola possibile eccezione della senatrice Elizabeth Warren. Sanders ha citato la pandemia del covid-19 come prova della necessità di adottare “Medicare for All” al fine di garantire l’assistenza medica a tutti gli americani. La maggioranza dei media ha accusato Sanders di essersi servito dell’epidemia per sollecitare l’adozione dei suoi programmi, come se l’appello alla protezione sanitaria fosse in fondo una
manovra opportunistica. Da tempo, la stampa in America ha acquisito una fisionomia corporativa al servizio dei poteri forti, che si esprimono attraverso gli ingenti contributi dei “grandi donatori”, oltre agli stretti legami dell’Establishment con i dirigenti del partito deocratico. Per contro, Donald Trump ha pochi giornali al suo fianco ma ha una alleato formidabile nella catena televisiva Fox. Non solo, perché i mezzi busti trumpisti della Fox sono per molti versi gli ispiratori della sua politica. Il presidente dedica ore della sua giornata ad ascoltare la versione degli eventi ed i commentari della Fox.
L’insistenza di Sander nel sollecitare una politica sanitaria finanziata dal governo è strettamente legata alla sua campagna contro l’ineguaglianza sociale ed economica.
Questa a sua volta è drammaticamente denunciata dai dati relativi alla pandemia secondo i quali gli afro-americani muoiono in misura molto più elevata rispetto ai bianchi. A Chicago, dove la popolazione nera è del 30 per cento, i decessi tra gli afro-americani toccano il 70 per cento. Lo stesso squilibrio si registra nella contea di Milwaukee (27 per cento di colore, con decessi fino all’81 per cento della popolazione locale).
L’ex vicepresidente Biden non ha fiatato nel merito limitandosi ad affermare che il programma “single payer”, ossia l’assistenza sanitaria con un solo finanziatore, lo stato – “non risolverà la crisi della pandemia”. Lo stesso Biden, in un dibattito con gli altri candidati, aveva citato l’Italia come un Paese in cui il sistema “single payer” era incapace di risolvere la crisi del coronavirus con l’esistente sistema sanitario. A parte l’ignoranza dimostrata nei confronti di un sistema che fornisce assistenza medica a tutti i cittadini su base praticamente gratuita (tutto il contrario degli Stati Uniti dove la medicina è a pagamento), Biden ha ignorato lo sforzo sovrumano di un sistema sanitario sopraffatto da una micidiale epidemia. L’ex vicepresidente propone un’imprecisata estensione di Obamacare ed una altrettanto poco chiara “opzione pubblica”, sottovalutando un importante fatto, che da quando si è diffuso il coronavirus il sostegno dei democratici per “Medicare for All” è salito di nove punti, attestandosi sul 55 per cento degli elettori intervistati dall’organizzazione demoscopica Morning Consult. Ed ancora, anche gli indipendenti sono a favore di “Medicare for All” in ragione del 52 per cento. In generale, l’appoggio a “Medicare For All” è cresciuto di dieci punti tra gli elettori di colore e quelli di età tra i 45 e 54 anni. Di fatto, il picco della pandemia e la conseguente crisi senza precedenti dell’occupazione impongono un approfondito studio delle deficienze del sistema sanitario americano che fa affidamento sul legame tra assicurazioni e impieghi lavorativi. Gli stati governati da repubblicani che non hanno abbracciato il programma Medicaid con le clausole previste dall’Affordable Care Act (Obamacare) corrono il rischio di lasciare ventotto milioni di americani senza assicurazione medica.
La crisi della salute pubblica in America non ha purtroppo assistito il superamento della frattura partigiana che divide gli americani in tema della legislazione sanitaria. Il 44 per cento dei repubbicani si dichiara contrario ad accettare Obamacare, ed ancor meno un programma “single payer”. E’ su questo scivoloso terreno di confronto politico che Biden si accinge a tracciare le line definitive della sua agenda elettorale, che non può non fare a meno di proposte innovative che assicurino la protezione dei lavoratori americani.
Soprattutto, Biden non può fare a meno dell’appoggio di Bernie Sanders. Bernie è riuscito ad imporre il dibattito su temi da tempo cari alla sinistra americana, respinti o disattesi dal grosso del partito fino a tempi recenti. Non sono temi risolutivi in termini di politica nazionale, ma sono rilevanti in funzione dell’afflusso alle urne di nuove leve del partito democratico. Senza un tale afflusso, le possibilità di Joseph Biden di prevalere su un avversario attestato in un fortino di fedelissimi sono limitate.
Gli ultimi sondaggi sono espliciti: la contesa Biden-Trump è data al 50-50 per cento.
Ma le cose possono cambiare rapidamente. Due mesi fa, Sanders era in testa e Biden e Bloomberg erano secondi. In ultima analisi, molto dipende dalla persona che Biden sceglierà come candidato alla vicepresidenza. Sarà una donna, stando a quanto annunciato dallo stesso Biden. Tutti gli occhi però sono puntati sulla Governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, che è all’avanguardia nella lotta contro il virus e la condotta incompetente del presidente Trump. Biden ha bisogno della Whitmer che
può garantirgli i sedici voti elettorali del Michigan. Resta il fatto comunque che l’aiuto decisivo è quello della legione di giovani e indipendenti solidali con Sanders. Da solo, Joseph Biden non ce la farà.
———————–
drago-cinausa-e-getta
Marino de Medici: China, a useful target for the candidates.
[segue]

Te la do io L’America

usa-sanita-marinoLa sanità pubblica in America: una chimera
marino-de-medici-fdi Marino de Medici*

Se la crisi covid-19 ha provato qualcosa aldilà di ogni dubbio è che gli Stati Uniti non hanno un reale sistema di sanità pubblica. Diversamente dai maggiori Paesi, gli Stati Uniti associano la copertura medica dei suoi cittadini ai loro impieghi di lavoro, facendo della stessa un “business” che non ha niente a che vedere con i bisogni dei comuni cittadini. Tutto questo purtroppo non cambierà nell’immediato futuro, per una semplice ragione, che l’industria della sanità non lo permetterà, decisa a proteggere i cento miliardi di dollari di profitto incamerati lo scorso anno, comprensivi di astronomici compensi per i suoi manager ed investitori. Il normale processo politico permette allo schieramento sanitario americano di spendere centinaia di milioni di dollari per reclutare legioni di lobbisti al Congresso con il risultato che la legge sanitaria approvata con grande fatica dall’amministrazione Obama è costantemente minacciata mentre le proposte di Medicare for All sospinte da Bernie Sanders ed altri esponenti democratici – appoggiate, stando agli ultimi rilevamenti, dal 67 per cento degli americani – languiscono ad opera dell’ostruzionismo finanziato dall’industria della sanità.
Altrettanto grave quanto l’incompetenza del presidente Trump, responsabile di un vergognoso ritardo della reazione al propagarsi della pandemia, la crisi ha evidenziato la mancanza di un apparato di sicurezza sanitaria nel Paese considerato il più ricco al mondo. [segue]

L’America che vorremo: liberata dal coronavirus e dai danni provocati da Trump

Ho il piacere di condividere questo articolo di un mio carissimo amico (ultraottantenne), Marino de Medici*, americano di origine italiana, col quale intrattengo un rapporto epistolare.
Giancarlo Morgante

————————————
Cari amici, in risposta ad alcune domande ricevute se i miei articoli del blog possano essere distribuiti ad altri, vi comunico che vi autorizzo a farlo. E’ bene che gli italiani sappiano dei danni che Trump ha arrecato all’America, che tutti noi conoscevamo come una democrazia illuminata. Qui speriamo di sopravvivere al disegno di fare dell’America un paese autoritario ed insensibile alle cause umane. Con i miei sinceri auguri di superare il virus e tornare alla normalità, in America e in Italia.
Il vostro Marino
———————————————————–
44ccb4bb-54e1-45e1-a593-7232f26ab785LA PRESIDENZA TRUMP E LE SUE FALSE ILLUSIONI
Tra più o meno trent’anni, quando gli storici passeranno al setaccio il secolo scorso e i decenni successivi al 2000, non vi è dubbio alcuno che assegneranno a Donald Trump il primato di peggior presidente della storia americana. I suoi concorrenti in questa sciagurata classifica sono James Buchanan, quindicesimo presidente, che non seppe o volle affrontare la questione della schiavitù e impedire la secessione degli stati del Sud. L’altro è Warren Harding, il ventinovesimo presidente, la cui amministrazione fu pervasa dagli scandali, tra cui il Teapot Dome e quello legato al direttore del Veterans Bureau che vendette illegalmente le scorte mediche del governo a imprenditori privati. Ironicamente, Harding era stato eletto con una valanga di voti. La coincidenza tra lo scandalo di quel Veterans Bureau e il presente tracollo della politica assistenziale di fornitura di equipaggiamenti medicali per la lotta contro il coronavirus hanno la stessa radice, l’inettitudine del capo dell’esecutivo. [segue] 

Che fare?

c3dem_banner_04
CERCANDO LA VIA D’USCITA
[segue]