Risultato della ricerca: Rodotà

I Cattolici: “È il momento di utilizzare i beni comuni per lo sviluppo della Sardegna”. I beni comuni nelle encicliche di Papa Francesco

a30d3383-59dc-44f0-947a-978d135743dd
Fratelli tutti e Laudato si’: strumenti per la costruzione di un mondo migliore.
Riflessioni su alcune tematiche “laiche” così come trattate dalle due encicliche: IL LAVORO, POLITICA ed ECONOMIA, BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA
*
di Franco Meloni
(Omissis)
BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA
[segue]

Aladi(n)battiti. Reddito e Lavoro. Sul reddito di cittadinanza e altro ancora.

fa3971cb-bea9-4225-b32e-5d211e6ba194
RIMBALZI
Il reddito di base oltre il tempo della pandemia
25-02-2021 – di: Giuseppe Allegri su Volerelaluna.

Con queste note si vorrebbe invitare a una chiamata collettiva sui possibili spazi di miglioramento di politiche pubbliche di promozione sociale, dinanzi al dibattito europeo e globale sul reddito di base al tempo della pandemia. Considerando anche che nei giorni in cui si ultimano questi appunti il nascente Governo Draghi rimane interlocutorio sulle possibili condizioni di miglioramento della legislazione intorno al reddito di cittadinanza, mentre Oltralpe Libération, celebre quotidiano della nuova sinistra francese, richiama, nella prima pagina di martedì 9 febbraio, la proposta di revenu universel sostenuta da Benoît Hamon, ex candidato socialista alle presidenziali 2017 e ora vicino ai movimenti giovanili e verdi, e quindi dedica un intero dossier online al tema del reddito di base / revenu universel / basic income.

Ottant’anni di modello sociale europeo e due anni di parodistico dibattito italiano

Come oramai sappiamo, dalla primavera 2019 anche il nostro ordinamento repubblicano ha finalmente previsto una forma di “reddito minimo” (minimum income, da noi chiamato reddito di cittadinanza), a circa ottant’anni dalle prime previsioni in questo senso proposte dal Beveridge Report (1942), successivamente introdotte dal governo laburista di Clement Attlee (1945-1948), per liberare le persone dal bisogno, e a oltre trenta dall’introduzione del revenu minimum d’insertion (RMI) nella Francia del governo socialista di Michel Rocard, cioè dalla previsione del diritto di ottenere dalla collettività sufficienti mezzi di sussistenza («droit d’obtenire de la collectivité des moyens convenables d’existence», art. 1 della legge del 1° dicembre 1988). Per ricordare il primo e l’ultimo Paese della vecchia Europa che nei decenni passati introdussero misure di questo tipo. È stato il cuore del modello sociale europeo, pensato negli Stati costituzionali pluralistici e sociali del secondo dopoguerra a partire da misure universalistiche di protezione sociale, che – accanto all’accesso all’istruzione e alla sanità di qualità – prevedeva una lotta alla povertà finalizzata alla tutela effettiva della dignità umana e alla promozione di migliori condizioni di vita e di lavoro per tutta la cittadinanza. Con sussidi diretti alle persone in particolari condizioni di rischio, vulnerabilità e/o fragilità (anziani, malati, inabili al lavoro, famiglie con figli minori, donne in gravidanza, disoccupati cronici etc.), quindi con un’assicurazione sociale di integrazione al reddito per rifiutare i ricatti del lavoro povero, perciò in favore di tutti i salariati, per i lavoratori indipendenti e autonomi con le loro libere attività in proprio, per i disoccupati, sottoccupati o giovani in cerca di prima occupazione.

Nonostante questa arcinota storia oramai quasi secolare, il dibattito politico e culturale intorno al reddito di cittadinanza (RdC introdotto ai tempi del Governo giallo-nero-verde Conte I, con decreto legge n. 4/2019 e successiva legge di conversione n. 26/2019) rimane ancora sospeso in una urticante e indegna parodia, tra sussidio di ultima istanza e di disoccupazione. Da una parte il sempre più timido sostegno da parte dei promotori di questa misura, quel Movimento 5 Stelle dell’allora Ministro del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio che neanche due anni fa festeggiava con il retorico e sguaiato grido «abbiamo abolito la povertà». Dall’altra ci sono quegli eterni nemici di qualsiasi forma di sostegno al reddito, da loro pregiudizialmente ritenuta come un’elemosina per gli scansafatiche, propensi a prendere il reddito restando sdraiati sul divano, oppure seduti a mangiare pasta al pomodoro, come sostenne oramai quasi un decennio fa Elsa Fornero, allora Ministra del lavoro e delle politiche sociali del Governo presieduto da Mario Monti e quindi tra le principali responsabili del ritardo con cui si è arrivati a una misura del genere.

Così la legge di conversione ha incluso da subito le fantomatiche norme anti-divano con il vizio di origine, immediatamente evidenziato da Chiara Saraceno, di considerare il RdC come una politica del lavoro, confondendo politiche di sostegno al reddito con politiche attive del lavoro, generando solo confusione, false aspettative, inducendo abusi e prevedendo poi un’assai «discutibile impostazione meritocratica» della stringente condizionalità all’ottenimento del reddito, con una incredibilmente «fitta disciplina sanzionatoria, che occupa uno spazio davvero inusitato nel corpo della legge n. 26/2019 (in particolare con gli artt. 7, 7 bis, 7 ter», come osserva il giuslavorista Stefano Giubboni e come ricostruito anche nei diversi saggi contenuti nel volume collettivo di cui è curatore, Reddito di cittadinanza e pensioni: il riordino del welfare italiano, cui si rinvia per ulteriori approfondimenti.

Frammentazione e insicurezza al tempo della pandemia

La normativa adottata nella lotta alla pandemia ha allentato questi vincoli e ha poi introdotto una serie di indennità, trattamenti di integrazione salariale, bonus, reddito di emergenza, ristori etc. polverizzando le misure di sostegno al reddito in una ventina di interventi categoriali e settoriali (dall’istanza per l’emersione di lavoro subordinato irregolare, alle indennità di 600 e 1000 euro, alle indennità Covid-19 per i lavoratori domestici, al REM, ai Congedi Covid-19 retribuiti, al bonus baby sitting, bonus indennità collaboratori e istruttori sportivi etc.), generando un coacervo di strumenti sempre più parziali e occasionali, perché ogni volta una porzione della società rimaneva comunque fuori dalle tutele e garanzie previste in precedenza. Una sorta di rincorsa a tappare i buchi di un Welfare rimasto vittima della sua tradizionale impostazione categoriale, frammentata e fondamentalmente affidata all’intervento sussidiario della famiglia, anche in tempi di pandemia e conseguente sospensione di molte attività lavorative e imprenditoriali e per giunta spesso lacerati da rapporti familiari coatti, a causa dei diversi vincoli di isolamento.

Come nota il recente Rapporto DisuguItalia 2021 di Oxfam Italia, «in questo contesto, le misure di sostegno pubblico al reddito, al lavoro e alle famiglie emanate nel corso del 2020 dal Governo hanno contribuito ad attenuare gli impatti della crisi e a ridurre moderatamente i divari retributivi e reddituali. [… Ma] vecchie vulnerabilità si sono acuite e sommate a nuove fragilità, con conseguenze allarmanti per il benessere dei cittadini, l’inclusione e la coesione sociale». Tanto che altrove, anche come Basic Income Network Italia, abbiamo espressamente parlato di urgenza del reddito di base nella pandemia. Tutto ciò da un lato produce insicurezza, incertezza e risentimento nei confronti delle istituzioni pubbliche in quella porzione più debole della società, che si aspetta strumenti di protezione e tutela dai meccanismi di Welfare. Dall’altro innesca stigma e sfiducia in «quel 40% degli italiani in condizioni di povertà finanziaria, ovvero senza risparmi accumulati sufficienti per vivere, in assenza di reddito o altre entrate, sopra la soglia di povertà relativa per oltre tre mesi» (per citare sempre il Rapporto DisuguItalia 2021), circa 25 milioni di persone che in realtà costituiscono una parte impoverita di quel ceto medio già precarizzato, sottoccupato, sfiduciato, ora piombato nell’assenza di lavoro, se non sommerso, grigio, occasionale etc. e da sempre tradizionalmente poco avvezzo a entrare nei meccanismi burocratici della sicurezza sociale.

Per questo è necessario indagare gli spazi pubblici di confronto per migliorare il RdC esistente, pensare tutele e garanzie che diano risposte all’altezza della situazione e immaginare il welfare del presente e del futuro.

Per un possibile cantiere comune, a partire dal reddito di base

Quelle che seguono sono solo suggestioni, quasi slogan di un primo possibile ragionare in comune, nel senso di condividere analisi, riflessioni, proposte, progetti per migliorare le istituzioni di sicurezza sociale nella prospettiva di pensare un vero e proprio ius existentiae (per riprendere, nel dibattito italiano, tra i molti e le molte, le proposte di Luigi Ferrajoli, Principia Iuris. Teoria del diritto e della democrazia, Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti e quindi Elena Granaglia e Magda Bolzoni, Il reddito di base). Un reddito di base inteso come erogazione monetaria individuale, una nuova istituzione, diritto sociale fondamentale a condurre una vita quanto più libera possibile dai ricatti, un vero e proprio investimento pubblico in favore delle persone, per farle uscire da uno stato di ricatto e minorità, per una Democrazia del reddito universale come titolava il volume manifestolibri che nel 1997 raccoglieva testi dei maggiori studiosi europei del Basic Income, come Philippe Van Parijs, Alain Caillé, Claus Offe, che si stavano confrontando con l’avvento della società digitale e della precarietà diffusa.

1. Per un dibattito sul reddito di base in Italia

Proprio il riferimento agli anni Novanta del Novecento della rivoluzione informatica e dei primi movimenti di lotta alla disoccupazione/sottoccupazione e alla precarietà oramai strutturale, ci ricorda che in quegli stessi anni in Francia si aprì un fervido dibattito culturale, sociale, politico, sindacale e accademico intorno all’urgenza di estendere e ampliare le garanzie del revenu minimum d’insertion (RMI), ricordato in precedenza e introdotto nel 1988. L’intero decennio dei Novanta fu infatti attraversato da un ricchissimo dibattito, che coinvolse forze culturali e politiche, intellettuali e studiosi, sociologi ed economisti, sindacalisti e giuristi, come Thomas Piketty e Philippe Van Parijs, lo stesso Michel Rocard con Jean-Michel Belorgey, padri dell’allora esistente misura di RMI, quindi Jean-Marc Ferry e Alain Caillé, André Gorz e Daniel Cohen. Dibattito fatto di proposte e riflessioni che provarono a utilizzare lo stesso acronimo RMI per proporre un revenu minimum inconditionnel, cioè svincolato da particolari limitazioni e condizioni di accesso e di eventuale controprestazione lavorativa, fino alla previsione di una allocation universelle, un vero e proprio reddito di base, revenu de base, universale e incondizionato, nel quadro di un necessario aggiornamento universalistico del modello sociale statuale francese, nel contesto di quello europeo. È possibile immaginare che, magari anche a partire dallo spazio e dalle reti raccolte intorno al Centro per la Riforma dello Stato, si inneschi questo plurale dibattito e confronto per contribuire a elaborare elementi di modifica del RdC nel senso di un vero e proprio diritto sociale fondamentale individuale – e non familiare – verso una prospettiva sempre più universale e meno condizionata? Il tutto proprio a partire dalle ipotesi di sperimentazione che permette la stessa legislazione esistente, magari in favore di alcuni soggetti, come i giovani nella proposta di perequazione intergenerazionale di un’eredità universale, di cittadinanza, da erogare al compimento del 18esimo anno di età, proposta dal Forum Diseguaglianze e Diversità. O anche nel senso di quel reddito di autodeterminazione, rivendicato da tempo dal movimento Non una di meno, e inteso come «garanzia di indipendenza economica e dunque concreta forma di sostegno per le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da relazioni violente (intrafamiliari e lavorative) […] strumento di prevenzione rispetto alla violenza di genere, di autonomia e liberazione dai ricatti dello sfruttamento, del lavoro purché sia, della precarietà, delle molestie».

2. Reddito di base incondizionato, tra iniziativa dei cittadini europei e futuro dell’Europa sociale

In questa prospettiva è utile ricordare che fino al 25 dicembre 2021 si potrà sostenere e firmare (direttamente online, presso il sito istituzionale dedicato alla raccolta del milione di firme) l’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), istituto previsto dall’art. 11 TUE per la partecipazione della società civile nei rapporti con la Commissione europea, in questo caso per favorire l’introduzione di forme di reddito di base incondizionato (RBI o Unconditional Basic Income – UBI) nei 27 Stati UE. Si aggiunga che in questi primi sei mesi dell’anno la presidenza portoghese del Consiglio dell’UE ha come obiettivo anche quello di lavorare intorno al tema dell’Europa sociale, a partire dal Pilastro europeo dei diritti sociali (2017), dalla recente Risoluzione dell’Europarlamento su Un’Europa sociale forte per transizioni giuste (A strong Social Europe for just transitions, 17 dicembre 2020, al cui punto 36 si sottolinea che «ogni persona in Europa dovrebbe essere coperta da un regime di reddito minimo e che le pensioni dovrebbero assicurare un reddito superiore alla soglia di povertà») e dal programmato Vertice sociale europeo – Social Summit di Operto del prossimo 7 maggio. Il tema del futuro dell’Europa sociale – e delle connesse transizioni ecologiche, digitali, energetiche etc. – è quindi strettamente connesso a quello del reddito minimo e di base, nell’auspicabile prospettiva che proprio la garanzia di un Basic Income possa far parte del Recovery Programme. Considerando anche che otto membri dell’Europarlamento riuniti nel gruppo Positive Money, tra i quali Guy Verhofstadt e Sandro Gozi, si sono pronunciati in favore di qualcosa di simile a un QE for the people, sulla falsariga del bazooka monetario – Quantitative Easing – attivato da Mario Draghi allora alla BCE, un helicopter money distribuito direttamente dalla BCE, che una parte dell’opinione pubblica ritenga debba erogare un vero e proprio reddito di base. Mentre nel mondo il dibattito su helicopter money e basic income va avanti oramai da tempo, ripensando a quando anche l’Economist notò come le istanze del reddito di base cominciavano a trovare sempre maggiore consenso tra sperimentazioni locali e progetti istituzionali. Del resto, nelle settimane della primavera scorsa, del primo periodo di lotta alla pandemia globale da Sars-CoV-2 e dalla connessa Covid-19, il 71% di circa 12mila cittadini europei, consultati all’interno di un’ampia ricerca accademica, si dichiarò favorevole all’introduzione di un reddito di base per tutti i cittadini europei.

3. Sperimentazioni di reddito di base: il caso finlandese in chiave post-pandemica

Negli ultimi anni si è molto discusso della sperimentazione finlandese del reddito di base, portata avanti nel 2017-2018. Promossa dal governo, coinvolse duemila persone disoccupate, estratte a sorte nelle liste dei fruitori di sussidi, che ricevettero un reddito mensile di 560 €. L’Istituto finlandese per la protezione sociale, Kela, pubblica risultati e analisi della sperimentazione, sulla spinta di Olli Kangas, padre putativo di questo progetto e direttore di ricerca al Kela stesso. Dai primi report la gran parte degli analisti nota come da questa sperimentazione potrebbero uscire risposte utili e necessarie per pensare in modo più equo e inclusivo le nostre società nell’epoca (post-)pandemica, a partire da tre punti emersi dalle condizioni vissute dai fruitori finlandesi del reddito di base: diminuzione di stress causato da insicurezza economico-finanziaria; maggiore fiducia nelle proprie aspettative future; crescita di condizioni di autodeterminazione e autonomia individuale. Tre coordinate fondamentali per pensare benessere psichico individuale, investimento sul futuro, promozione di maggiore indipendenza, tanto più nella necessaria connessione tra pandemia, lockdown e reddito di base: da una grande crisi derivano grandi cambiamenti?

4. Per un nuovo Welfare, a partire dal sostegno al reddito

«Questa situazione impone un ripensamento del welfare, in cui fare proposte innovative – e non pensare solo a dispositivi protettivi – come nuove forme universalistiche di sostegno al reddito, non come politica di emergenza, ma come nuovo approccio al welfare. In salute mentale vediamo chiaramente l’insufficienza di modelli di welfare fondati sull’asse “produttività/improduttività”». Sono parole che prendo in prestito da un importante intervento, titolato Un nuovo Welfare Comunitario per la Salute Mentale (in Welfare Oggi, n. 3/2020, 9-22), di Roberto Mezzina, già autorevole Direttore dei Servizi di Salute Mentale di Trieste, il quale, in una precedente intervista con Luca Negrogno per l’Istituzione Gian Franco Minguzzi, sottolineò l’urgenza di una presa di posizione del mondo attivo intorno alla salute mentale in favore di misure di sostegno al reddito: «è una questione sul tavolo, è necessario un dibattito pubblico innovativo». E qui il CRS potrebbe impegnarsi a favorire questo dibattito, a partire dal confronto sugli insegnamenti basagliani con il loro vero e proprio movimento di “pazienti”, psichiatri, operatori, tecnici, ricercatori, intellettuali etc., cui partecipò anche Mezzina, con l’obiettivo di tenere insieme corpo organico e corpo sociale, condizione individuale e contesto materiale. Penso in primissima battuta nella connessione con gli studi e le pratiche di Robert Castel, che è forse stato il più prezioso analista del rapporto tra questione sociale, salute mentale e benessere psico-fisico, nella prospettiva attuale dibattuta in tutto il mondo che il reddito di base possa migliorare la salute mentale di un Paese. Questo approccio diventa fondamentale dinanzi agli effetti psicologici intergenerazionali – dai giovanissimi agli anziani – prodotti dalla reclusione e dall’isolamento in tempi di pandemia, con la connessa necessità di pensare, al presente e al futuro, strumenti di inclusione, partecipazione, protagonismo delle persone oltre la dimensione “produttiva” della cittadinanza sociale.

5. Reddito di base tra società automatica, città in trasformazione e officine municipali

In quest’ottica sistemica, il reddito di base è inteso come strumento di sicurezza sociale universale per proteggere gli individui dai duraturi effetti economico-sociali della crisi sanitaria, ma anche dai cambiamenti dei sistemi di produzione e lavoro, nell’economia di piattaforma, digitale e automatizzata e nelle città in trasformazione. Questo è forse il cantiere dove il CRS è maggiormente sensibile, con la sua Scuola critica del digitale oramai attiva da tempo nella sua disamina del capitalismo digitale e di piattaforma, e i suoi progetti intorno alle Officine Municipali, intese anche come nuove istituzioni dove sperimentare e favorire incontri virtuosi tra soggetti, spesso dispersi, frammentati, sottoccupati e precari, delle diverse forme dei lavori – da remoto e in presenza – di innovatori sociali, coworking di vecchia e nuova generazione, quindi affaticata informalità dell’autorganizzazione e della cooperazione sociale e istituzioni locali più tradizionali, come Municipi, Comune, Regione, ma anche quelle scolastiche, universitarie, sportive, del tempo libero e della socialità.

Tutto questo non deve però avere il sentore di un’ennesima utopia, se non da intendersi come “indispensabile”, per dirla con le parole del sempre provocatoriamente concreto Philippe Van Parijs (Il reddito di base: un’utopia indispensabile, in Il Mulino, n. 1/2018), il quale ci ricorda con spietata lucidità, fuori da retoriche paternalistiche, caritatevoli, marginalizzanti, che «oggi è giunto il momento di elaborare e proporre un’alternativa all’utopia neoliberale della sottomissione totale delle nostre vite individuali e collettive al mercato, e un’alternativa all’utopia paleosocialista della sottomissione totale delle nostre vite allo Stato. Di questa utopia il reddito di base è un elemento centrale». Perché ci permette di pensare una vera, concreta, libertà per tutte e tutti, ora che anche all’interno delle diverse classi dirigenti comincia a balenare l’insostenibilità esistenziale, ecologica, sistemica dell’attuale modello economico capitalistico.

L’articolo è tratto dal sito del CRS (Centro per la Riforma dello Stato) – 15 febbraio 2021 .

* Giuseppe Allegri è socio fondatore del Basic Income Network Italia, autore del volume Il reddito di base nell’era digitale. Alcuni di questi profili sono stati approfonditi in G. Allegri, Dal reddito di cittadinanza italiano al dibattito europeo sul reddito di base. Per un nuovo Welfare nella pandemia, in Rivista Critica del Diritto Privato, n. 3/2020, 401-431, cui si rinvia, anche per i riferimenti bibliografici ivi contenuti.

Lettere di speranza. Invito a sostenere Costituente Terra

schermata-2021-01-20-alle-21-23-48
costituente-terra-logouna Terra
un popolo
una Costituzione
una scuola

————–
Newsletter n.29 del 20 gennaio 2021

INVITO AL FUTURO

Care amiche ed amici,

mentre i più lungimiranti sperano che l’uscita dal Covid sia l’occasione di un grande cambiamento delle vigenti politiche e culture che sono causa di gravi danni e pericoli per i singoli e l’umanità, un segnale positivo giunge dagli Stati Uniti dopo lo scempio della presidenza Trump e dei modi della sua conclusione. La prima decisione del presidente Biden è stata infatti quella di giungere a vaccinare 100 milioni di persone nei prossimi cento giorni, il che vuol dire una mobilitazione di energie e di risorse quale finora si è verificata solo in ragione di una guerra. Infatti il presidente americano intende fare ricorso al Defence Production Act che è una legge emanata nel settembre 1950 all’inizio della guerra di Corea e richiamata in servizio nelle guerre successive ed è volta a stabilire una tavola di priorità subordinando tutto il privatissimo sistema dei servizi e delle industrie americane alla produzione delle forniture e all’erogazione delle risorse necessarie per lo sforzo bellico. A questa priorità della guerra si sostituisce ora la priorità della cura. Naturalmente è una cosa di tutta ragione, se si pensa che la pandemia ha già causato 400.000 morti americani come solo la II guerra mondiale era stata capace di fare; ma è una cosa straordinaria che la guerra esca dalla ragione (“alienum a ratione!) e vi entri la cura.

Questo passaggio, che potrebbe essere banalizzato e ridotto a un caso di emergenza, contiene invece in se stesso un grande potenziale di cambiamento per l’identità stessa degli Stati Uniti. Basta pensare che in un Paese che fin qui aveva rifiutato la sanità pubblica non solo alla generalità dei cittadini ma anche ai poveri più poveri, diviene ora una priorità conservare in vita ogni singola persona senza distinzioni. Per quanto infatti possano sopravvivere le nefaste pulsioni al razzismo, alle discriminazioni e agli scarti, saranno infatti vaccinati neri, bianchi, portoricani, ispano-americani, cittadini e stranieri. Insieme a questa misura è stato annunciato che sarà arrestata la costruzione del muro ai confini col Messico, saranno ricongiunte le famiglie, integrati gli immigrati, abolito il divieto di ingresso in America dai Paesi a maggioranza musulmana.

Naturalmente è solo un segnale, una promessa. Vedremo come si attuerà e come sarà l’America dopo questa conversione. Ma certo è anche un auspicio e una indicazione di ciò che deve avvenire in tutto il mondo; se un indizio di cambiamento viene dall’America, vuol dire che il cambiamento è possibile ovunque, e non deve trattarsi di un piccolo aggiustamento ma di un grande rovesciamento; i 100 milioni di vaccini americani devono essere tra le prime pietre (si stanno mettendo anche in Italia e in Europa) di un sistema sanitario mondiale, e la lotta per realizzarlo è il primo passo nella lotta per un sistema di diritti umani universali e di garanzie planetarie per renderli effettivi. Insomma, una Costituzione della Terra.
———————————————–
Noi siamo a questo, a questo siamo interessati e chiamati, e questo invito rivolgiamo a tutti quelli che vorranno associarsi all’impresa, un invito al futuro. Costituente Terra inaugura il proprio secondo anno di vita e apre la campagna di iscrizioni per chi voglia partecipare alle attività dell’Associazione, sostenerne gli sforzi, usufruire del materiale pubblicato nei siti, ivi compresa la “Biblioteca di Alessandria”, e soprattutto coinvolgersi in questa impresa collettiva volta a realizzare un costituzionalismo mondiale. L’invito è rivolto sia ai già iscritti del 2019 e 2020, sia a quanti altri, soprattutto tra i destinatari di questa newsletter, vorranno unirsi a noi. Per la quota di iscrizione dobbiamo ripetere quanto abbiamo scritto nell’appello-proposta per la creazione dell’Associazione e della Scuola, “Perché la storia continui”: “La quota annua di iscrizione, all’Associazione e alla Scuola, è libera, e sarà comunque gradita. Per i meno poveri, per quanti vogliano e possano contribuire a finanziare la Scuola, eventuali borse di studio e il processo costituente, la quota è stata fissata nella misura significativa di 100 euro, con l’intenzione di sottolineare che la politica, sia a pensarla che a farla, è cosa tanto degna da meritare da chi vi si impegna che ne sostenga i costi, contro ogni tornaconto e corruzione, ciò che per molti del resto è giunto fino all’offerta della vita. Naturalmente però è inteso che ognuno, a cominciare dai giovani, sia libero di pagare la quota che crede, minore o maggiore che sia, con modalità diverse, secondo le possibilità e le decisioni di ciascuno”. Le domande di iscrizione possono essere inviate rispondendo a questo indirizzo; per i versamenti occorre fare attenzione che rispetto all’anno scorso abbiamo cambiato nome e ragione sociale, per cui mentre l’IBAN è rimasto lo stesso: IT94X0100503206000000002788 (dall’estero BIC BNLIITRR), il nome a cui corrisponde non è più “Comitato promotore partito della Terra”, ma semplicemente “Costituente Terra”, a cui pertanto va intestato il bonifico, ciò di cui vi ringraziamo fin d’ora.
———————————————-
Confermiamo il Seminario del 27 gennaio alle ore 16 su “Geopolitica della conoscenza digitale” in video-conferenza. Quanti vogliano parteciparvi e non ne abbiano ancora dato notizia, devono chiedere il relativo link rispondendo a questa newsletter o scrivendo a paolosordi@pm.me. In preparazione pubblichiamo una nota di Luigi Narducci su un premonitore monito di Stefano Rodotà.

Nel sito pubblichiamo anche l’ultima parte delle storie di ordinario sfruttamento dei lavoratori agricoli immigrati vittime del caporalato e delle mafie, e un prezioso appello lanciato dall’ANPI insieme a molti partiti associazioni e sindacati per un’alleanza democratica e antifascista per la salvezza dell’Italia.
Unendoci a questo augurio, per l’Italia appena uscita da una difficile crisi di governo, e per il mondo, vi inviamo i più cordiali saluti

www.costituenteterra.it
—————————————–
logo76
TRUMP E FRANCESCO
di Raniero La Valle.

Care Amiche ed Amici,
ora che Trump se n’è andato e Francesco invece è rimasto, si può valutare la portata della simultanea presenza di questi due grandi leader sulla scena mondiale. Sotto il velo di un rapporto politicamente corretto (non tanto però se Bannon è venuto a insidiare la Chiesa fin sotto il soglio di Pietro) si è trattato di un grande conflitto tra un potere temporale e un potere spirituale, come ai bei tempi delle Investiture. La differenza rispetto a quel precedente era che l’uno non era capo dell’Impero e l’altro non aveva una “Cristianità” di cui pretendesse di essere il capo.
Ci sono stati dei momenti e delle partite in cui il conflitto si è manifestato con particolare potenza. Uno è stato il conflitto sul Medio Oriente e sulla Siria, che il papa ha difeso con particolare calore (fin dal momento, nel settembre 2013, in cui impedì con la forza della grande veglia in piazza san Pietro la guerra alla Siria) e che Trump voleva invece assoggettare e insanguinare fino a ordinare, come lui stesso ha rivelato nel settembre scorso, di uccidere Assad.
Un’altra contrapposizione frontale c’è stata sulla cura della Terra e del clima, quando Trump ha scelto il business e l’abuso di risorse ed ha ritirato la firma dagli accordi di Parigi, e Francesco con la Laudato Sì ha fatto appello a tutti gli abitanti del pianeta perché si facessero responsabili della Terra e non la facessero depredare.
L’altra epocale rappresentazione del contrasto si è avuta con la reazione alla pandemia, quando Trump ha preso la guida dei negazionisti, causando 400.000 morti solo in America, tanti quanti sono stati gli americani morti nella II guerra mondiale, mentre papa Francesco ha preso su di sé tutto il dolore del mondo nella solitudine di piazza san Pietro, e ha legittimato le restrizioni anche più severe e i comandi delle autorità civili, obbedendo ad essi per primo, e con lui tutta la Chiesa.
Ancora il conflitto si è manifestato sull’immigrazione, quando papa Francesco è salito a predicare fin sul muro che separa gli Stati Uniti dal Sud dell’America e del mondo, prima che Trump lo alzasse fino al cielo.
Su tutti i fronti le cause di Trump sono state sconfitte. Il Medio Oriente martoriato è ancora in cerca d’autore, e ora il papa va in Iraq fino a Ninive, la proverbiale città che Dio salvò dalla distruzione annunciata, per consegnare al mondo un messaggio antiapocalittico. Gli Stati Uniti rientrano nell’accordo sul clima. La costruzione del muro al confine col Messico è bloccata, è avviato il ricongiungimento delle famiglie, promessa l’integrazione degli immigrati, abolito il divieto di ingresso in America dai Paesi a maggioranza musulmana.
Ma soprattutto ha vinto la grande parola d’ordine della cura, la cura del creato, la cura del prossimo come fratello, che papa Francesco ha messo nel cuore delle sue due encicliche e del suo ministero, e che ha rilanciato al sorgere di questo nuovo anno: “tutto comincia da qui, dal prendersi cura degli altri, del mondo, del creato. Oltre al vaccino del corpo serve il vaccino per il cuore: e questo vaccino è la cura. Sarà un buon anno se ci prenderemo cura degli altri…” Ed ecco che negli Stati Uniti, il Paese in cui la sanità pubblica era osteggiata dai ricchi e scartava i poveri, vengono ora pianificati entro i prossimi 100 giorni 100 milioni di vaccini, il che vuol dire che conservare in vita ogni singola persona diventa una priorità della politica; ci vorrà una mobilitazione e una pianificazione della produzione pari a quelle richieste da una guerra, tanto che si farà ricorso al Defence Production Act, la legge varata per la guerra di Corea; si scambia la guerra con la cura. E per quanto possano sopravvivere le nefaste pulsioni al razzismo, alle discriminazioni e agli scarti è chiaro che saranno vaccinati i neri come i bianchi, nonché portoricani, ispano-americani, immigrati, stranieri e cittadini, senza distinzioni.
Sarebbe sciocco attribuire a papa Francesco ogni merito di tutto ciò, e di ciò che di positivo si va affacciando nel mondo. Ma quanti, anche tra i cattolici scontenti e desiderosi di riforme, hanno raggiunto Ernesto Galli della Loggia nel giudizio sulla irrilevanza cui sarebbe pervenuta la Chiesa e sul diversivo che sarebbe rappresentato dall’impegno universalistico del papa per il mondo, dovrebbero guardare a quello che sta succedendo, interrogare i segni dei tempi e vedere come invece proprio questa parola inerme che giudica il mondo, sta vincendo il mondo. Anzi proprio qui sta la vera riforma della Chiesa. E dovremmo prepararci a resistere; perché di sicuro è in agguato la controriforma, c’è chi non sopporta la Chiesa che annunzia il Vangelo ed esorcizza l’apocalisse, la Chiesa ripartita da Bangui, invisa ai signori del centro del mondo. La vera partita per impedire che la Chiesa cada nell’irrilevanza sarà giocata su questa capacità di resistenza, sulla forza di questo “katékon” opposto ai dottori della legge che ne vogliono la restaurazione. E perché non ci faccia difetto la memoria, pubblichiamo un documento delle organizzazioni cattoliche americane di base in cui si deplora l’appoggio che una parte della Chiesa cattolica americana, “controriformista”, appunto, ha dato alle politiche di Trump.
Nel nostro sito www.chiesaditittichiesadeipoveri.it pubblichiamo anche la seconda parte delle storie di ordinario sfruttamento dei lavoratori agricoli immigrati vittime del caporalato e delle mafie, registrate questa volta in Toscana e in Campania e una nota sul calvario dei profughi sulla rotta balcanica.

Con i più cordiali saluti.

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
————————-

Luci di carità in tempi di pandemia

32e6293a-4537-40f8-b07b-70a7a82ac756
lampadadialadmicromicro133Lunedì 21 dicembre, puntuale ed efficiente come sempre, la Caritas della Diocesi di Cagliari ha presentato il X Dossier 2020 “Luci di carità in tempi di pandemia”. Il volume è stato presentato da don Marco Lai, direttore Caritas, Franco Manca, economista, mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari. Contiamo nel corso delle prossime settimane di pubblicare alcuni contributi presenti nel
libro, in versioni integrali o riassuntive. Per praticità, già disponendo della versione digitale, iniziamo con il contributo del direttore di Aladinpensiero
.

ft-e-ls-logo-aladin
Fratelli tutti e Laudato si’: strumenti per la costruzione di un mondo migliore.
Riflessioni su alcune tematiche “laiche” così come trattate dalle due encicliche: IL LAVORO, POLITICA ed ECONOMIA, BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA
*

di Franco Meloni

PREMESSA
L’enciclica “Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale” ci fa sentire partecipi della grande famiglia umana, abitanti della Terra, casa comune, che Papa Francesco ha ben descritto nella precedente enciclica Laudato si’. I due documenti si integrano e si completano, fornendoci strumenti per la costruzione di un mondo migliore. Ma non cerchiamo in essi ricette preconfezionate: le scelte in definitiva competono a noi, come singoli, come membri di aggregazioni comunitarie, e, per quanti lo sono, come rappresentanti istituzionali.
Veniamo al tema, la fraternità: è un valore assoluto, di cui disponiamo tutti, almeno in teoria, senza averla in nessun modo conquistata e meritata. Per i credenti “la nostra volontà non c’entra: siamo fratelli non perché lo vogliamo, ma perché siamo figli di Dio che è, di tutti noi, padre” (1). Anche i non credenti, almeno molti tra loro, pur senza coinvolgere Dio, ci credono! (2) Tanto è che la fraternità costituisce il terzo grande valore della triade della Rivoluzione francese «Libertà, uguaglianza e fraternità», bandiera del pensiero laico (3).
Se siamo fratelli e sorelle, come siamo, spetta a ciascuno di noi comportarci di conseguenza, per godere effettivamente di questo status naturale. Ma il mondo non va esattamente in tale giusta direzione. A moltissime persone su questa Terra non è riconosciuto il diritto alla fraternità. Un virtuoso programma mondiale dovrebbe tendere a renderlo effettivo, rimuovendo tutte le cause che lo impediscono.
E, invece… Addirittura nel tempo, soprattutto nel nostro tempo, la fraternità è stata quasi dimenticata. Perché? “Forse la causa sarà stata una confusione – errata confusione – tra fraternità e uguaglianza sociale. E dunque, fallite le forme di realizzazione storicamente date di tale uguaglianza (fallito cioè il cosiddetto socialismo reale), si è preferito non pensarci più. Qualunque sia la causa, resta il fatto che si è trattato – e si tratta – di una disattenzione imperdonabile” (1bis).
In sostanza così pensa anche il Papa che nella sua enciclica esalta la fraternità, sostenendone l’importanza fino a capovolgere la gerarchia tra i tre valori, dando alla fraternità la funzione di dare senso agli altri due (4): “La fraternità non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità. (…) ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza. Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori? Succede che la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine, di pura autonomia per appartenere a qualcuno o a qualcosa, o solo per possedere e godere. Questo non esaurisce affatto la ricchezza della libertà, che è orientata soprattutto all’amore. Neppure l’uguaglianza si ottiene definendo in astratto che «tutti gli esseri umani sono uguali», bensì è il risultato della coltivazione consapevole e pedagogica della fraternità” [FT 103, 104]. La fraternità dimenticata da tutti? Sì, ma per fortuna non dai poeti – ricordate la poesia Fratelli di Giuseppe Ungaretti? (5) – e dagli artisti in generale. Un esempio lo fornisce lo stesso Papa quando nell’enciclica cita un verso della canzone Samba delle Benedizioni di Vinicius de Moraes [FT 215], che rende magnificamente l’invito a far crescere una cultura dell’incontro, laddove si pratica la fraternità: «La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». E prosegue il Papa nella proposizione di un “modello di riferimento di società aperta ed inclusiva” ben rappresentato dalla figura geometrica del poliedro “che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature, perché «il tutto è superiore alla parte». Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda (…). Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo” [FT 215 e LS 237] (6).
Tornando alla fraternità: dunque è un dono e personalmente ne sento l’afflato consolatorio nella sua pratica negli ambienti comunitari, ma ho la consapevolezza che si tratti di un privilegio, considerato che molta parte dell’umanità non ne può godere i benefici, in tutta la loro possibile estensione, a causa della difficile, per tanti drammatica, situazione in cui versa il nostro Pianeta, sia sul versante ambientale, sia su quello sociale ad esso strettamente connesso. Non esiste benessere della Terra senza che sussista contemporaneamente quello dei suoi abitanti, nell’accezione di “ecologia integrale”, concetto profondo dell’enciclica Laudato si’, che, come mi piace rimarcare, trova una “corrispondenza laica” nell’Agenda Onu 2030 (7).
Rifletto sul quadro che l’enciclica Laudato si’ mostra con crudo realismo: 1) il Pianeta è in pericolo, ma comunque sopravvivrà; chi rischia l’estinzione è l’umanità intera con gli altri esseri viventi, travolta da sconvolgimenti ambientali che non si vogliono adeguatamente contrastare; 2) nonostante la pandemia, purtroppo ancora in atto, continuano le guerre in tutto il mondo, una «terza guerra mondiale a pezzi», mentre crescono dappertutto le diseguaglianze e le povertà in un contesto mondiale “dominato dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllato dagli interessi economici miopi”.
E cerco allora possibili vie d’uscita, non solamente sul piano dell’impegno intellettuale, ma concretamente sulla modifica dei comportamenti (la “conversione ecologica”) perché mi sento pienamente coinvolto e perfino in qualche misura responsabile dell’attuale situazione, anche con riferimento alle realtà di impegno civile in cui sono inserito.
Nessuno deve tirarsi indietro per piccolo possa essere il contributo di ciascuno.
Ci aiutano in questa impresa proprio le due ultime encicliche di Papa Francesco.
Individuo alcune connessioni tra le stesse che mi aiutino a comprendere la situazione e che m’illuminino rispetto al “che fare?”. E’ un percorso che mi/ci impegna come cattolici, ma che può coinvolgere tutti. Proprio secondo gli intendimenti del Papa: [FT 6] “Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché (…) siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà”. Intendimenti ormai nella consuetudine dei Papi, da Giovanni XXIII (Pacem in terris, 1963) in poi.

L’enciclica “Fratelli tutti” richiama esplicitamente la “Laudato si’” in 23 note, sulle quali opero un’arbitraria selezione, riconducendo i contenuti a tre grandi tematiche, che schematizzo nei titoli seguenti: IL LAVORO, POLITICA ed ECONOMIA, BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA.

IL LAVORO
Alla questione il Papa dà molta enfasi, situandola nel solco tradizionale della Dottrina sociale della Chiesa, evitando di portarsi avanti nel dibattito sul rapporto tra lavoro e reddito, che pur aveva trattato in un precedente sorprendente intervento (8)
Dice il Papa [FT 162]: “Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze. Questo è il miglior aiuto per un povero, la via migliore verso un’esistenza dignitosa. Perciò insisto sul fatto che «aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze”. Ecco il passaggio in cui il Papa non insiste sulle teorie del «reddito universale di base» se non nel proporlo per le fasi emergenziali. Sostiene infatti che “Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro. Per quanto cambino i sistemi di produzione, la politica non può rinunciare all’obiettivo di ottenere che l’organizzazione di una società assicuri ad ogni persona un modo di contribuire con le proprie capacità e il proprio impegno. Infatti, non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità del lavoro». In una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo“. Riprende pertanto quanto scritto nella LS [128]: “Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale.(…) Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro”. Il Papa ha ben presente le radicali trasformazioni del lavoro e mette in guardia da pericolose derive, nel momento in cui “l’orientamento dell’economia ha favorito un tipo di progresso tecnologico finalizzato a ridurre i costi di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine. È un ulteriore modo in cui l’azione dell’essere umano può volgersi contro sé stesso. La riduzione dei posti di lavoro «ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del «capitale sociale», ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile. In definitiva «i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani». Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società”.
Ancora sulla FT [168]: “ Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti. Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del «traboccamento» o del «gocciolamento» – senza nominarla – come unica via per risolvere i problemi sociali (9). Non ci si accorge che il presunto traboccamento non risolve l’inequità, la quale è fonte di nuove forme di violenza che minacciano il tessuto sociale. Da una parte è indispensabile una politica economica attiva, orientata a «promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale», perché sia possibile aumentare i posti di lavoro invece di ridurli. La speculazione finanziaria con il guadagno facile come scopo fondamentale continua a fare strage. D’altra parte, «senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare». La fine della storia non è stata tale, e le ricette dogmatiche della teoria economica imperante hanno dimostrato di non essere infallibili. La fragilità dei sistemi mondiali di fronte alla pandemia ha evidenziato che non tutto si risolve con la libertà di mercato e che, oltre a riabilitare una politica sana non sottomessa al dettato della finanza, «dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno»“.
Riprendendo la LS [129]: “ Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Per esempio, vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale. Le economie di scala, specialmente nel settore agricolo, finiscono per costringere i piccoli agricoltori a vendere le loro terre o ad abbandonare le loro coltivazioni tradizionali. I tentativi di alcuni di essi di sviluppare altre forme di produzione, più diversificate, risultano inutili a causa della difficoltà di accedere ai mercati regionali e globali o perché l’infrastruttura di vendita e di trasporto è al servizio delle grandi imprese. Le autorità hanno il diritto e la responsabilità di adottare misure di chiaro e fermo appoggio ai piccoli produttori e alla diversificazione della produzione. Perché vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino, a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica. L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune”.
Da quanto messo in evidenza, risulta esplicita la critica del Papa (ripetuta in molte occasioni) alle teorie economiche dominanti, quelle di stampo neoliberista, che mettono al centro la realizzazione del profitto, piuttosto che del benessere delle persone, generando privilegi e ricchezze per pochi, forti diseguaglianze e povertà per molti. Per converso il Papa incoraggia lo studio e la pratica di economie diverse, quali quelle cosiddette circolari o che si rifanno ai principi dell’economia civile. Afferma Papa Francesco in altra circostanza (10): “l’economia, nel suo senso umanistico di “legge della casa del mondo”, è un campo privilegiato per il suo stretto legame con le situazioni reali e concrete di ogni uomo e di ogni donna. Essa può diventare espressione di “cura”, che non esclude ma include, non mortifica ma vivifica, non sacrifica la dignità dell’uomo agli idoli della finanza, non genera violenza e disuguaglianza, non usa il denaro per dominare ma per servire (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53-60)”.
[segue]

Cambiare si può, cambiare si deve

800px-giotto_di_bondone_-_legend_of_st_francis_-_2-_st_francis_giving_his_mantle_to_a_poor_man_-_wga09119 Riflessioni su alcune importanti questioni trattate dall’enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco, e correlazioni con analoghi concetti sviluppati nel mondo laico*.
di Franco Meloni

BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA
Il Papa dedica una parte dell’ultima sua enciclica “Fratelli tutti” ad alcuni concetti che, se pur antichi, oggi si ripropongono in maniera dirompente. Si tratta del diritto alla proprietà privata che deve comunque sottostare al primato del bene comune: parole sul tema che hanno destato scalpore, peraltro del tutto strumentale e superficiale.
Ricordiamo solo alcuni tra i molti titoli dei media al riguardo: “La svolta a sinistra di Bergoglio: «La proprietà non è intoccabile»”. “Bergoglio all’attacco della proprietà privata”. E così via (1).
——————
Il Papa aveva probabilmente previsto tali reazioni, scontate da oppositori con posizioni preconcette, meno da altri opinionisti, anche considerato che non propone altro di diverso dalla consolidata dottrina sociale della Chiesa, certo – ed è questa la novità – ridandole nuovo vigore per rispondere alle esigenze attuali dell’umanità, degli ultimi e dei diseredati in primo luogo.
Sostiene il Papa [FT 120]: ”Di nuovo faccio mie e propongo a tutti alcune parole di San Giovanni Paolo II, la cui forza non è stata forse compresa: «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». In questa linea ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI. Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica”.
Se ci pensiamo bene il Papa non va oltre i principi ribaditi da alcune avanzate Costituzioni europee, tra cui esemplarmente quella italiana, che all’art. 41 recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Nonché all’interno dell’art. 42: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti».
Ma la parte più avanzata e oggi di estrema attualità è quella che riguarda i ben comuni. La FT riprende concetti molto chiari formulati al riguardo nella LS [93]: ”Oggi, credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale». La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata. San Giovanni Paolo II ha ricordato con molta enfasi questa dottrina, dicendo che «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». Sono parole pregnanti e forti. Ha rimarcato che «non sarebbe veramente degno dell’uomo un tipo di sviluppo che non rispettasse e non promuovesse i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli». Con grande chiarezza ha spiegato che «la Chiesa difende sì il legittimo diritto alla proprietà privata, ma insegna anche con non minor chiarezza che su ogni proprietà privata grava sempre un’ipoteca sociale, perché i beni servano alla destinazione generale che Dio ha loro dato». Pertanto afferma che «non è secondo il disegno di Dio gestire questo dono in modo tale che i suoi benefici siano a vantaggio soltanto di alcuni pochi». Questo mette seriamente in discussione le abitudini ingiuste di una parte dell’umanità”. Ecco in queste affermazioni sta, a mio parere, la carica dirompente dell’enciclica, anzi delle due encicliche: l’Umanità vive la sua Terra, di cui ha diritto di beneficiare, amministrandola come bene comune da preservare e trasmettere alle generazioni future.
generazioni-futureSulla questione dei beni comuni – concetto sviluppato negli ambiti della filosofia, dell’etica, della scienza politica, della giurisprudenza e della religione, da tempo immemorabile – per gli aspetti che interessano l’odierna realtà, il Papa s’inserisce in un grande attuale dibattito, che a livello internazionale aveva trovato un momento di sintesi e riproposizione nelle elaborazioni di Elinor Ostrom, premio Premio Nobel per l’economia 2009. In Italia il dibattito si è assopito dopo la scomparsa dell’illustre politico e giurista Stefano Rodotà, che della questione era il massimo esperto, soprattutto per gli aspetti giuridici, anche se occorre segnalare una buona ripresa di attenzione, più culturale che politica, con l’iniziativa di un apposito Comitato denominato Generazioni future (2).
costituente-terra-logoTroviamo in questi concetti una bellissima assonanza con il movimento «Costituente Terra», promosso da intellettuali credenti e non credenti, tra i quali Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli, Paola Paesano, Adolfo Pérez Esquivel, Anna Falcone, il vescovo Raffaele Nogaro, Mariarosaria Guglielmi, Domenico Gallo e molti altri, che persegue “l’obiettivo di un costituzionalismo mondiale e di una Costituzione della Terra, da raggiungersi attraverso gli opportuni strumenti politici e di pensiero (…) per suscitare il pensiero politico dell’unità del popolo della Terra, disimparare l’arte della guerra e promuovere un costituzionalismo mondiale”. Presupposto di tale iniziativa è la persuasione che comincia una nuova fase della storia umana e occorrono politiche e istituzioni adeguate alle dimensioni globali e fino a ieri del tutto imprevedibili della vita sulla terra. Si tratta infatti di rispondere alle sfide, cresciute esponenzialmente, alla vita pacifica e alla stessa sopravvivenza dell’umanità, e di avviare la costruzione di una nuova soggettività politica e giuridica mondiale, quale espressione dell’intero popolo della Terra. Ciò è favorito oggi da una condizione mai verificatasi prima, ovvero l’imporsi del fenomeno detto «globalizzazione» o «mondializzazione» e il solenne riconoscersi delle grandi religioni nella comune fraternità umana” (3).

lampadadialadmicromicroPer correlazione con le riflessioni sull’enciclica “Fratelli tutti”, particolarmente sulla questione della proprietà privata e dei beni comuni, constatiamo l’assonanza delle considerazioni di Papa Francesco con quelle di molti intellettuali del mondo laico. Tra questi citiamo Thomas Piketty e Mariana Mazzucato, cogliendo l’occasione di un interessante articolo di Valentina Pazé sul sito Volerelaluna (4). L’intervento riguarda sopratutto Piketty, del quale Pazé recensisce il poderoso ultimo libro Capitale e ideologia (La nave di Teseo, 2020). Solo una citazione è dedicata al libro di Mariana Mazzucato, dal significativo titolo
“Non sprechiamo questa crisi” (Laterza, 2020), che riecheggia il monito di Papa Francesco nella messa celebrata il 31 maggio scorso nella basilica di San Pietro, per la solennità di Pentecoste, dopo le misure restrittive imposte dalla pandemia: “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.
NOTE
(1) Da “Il giornale” del 4 ottobre 2020
La svolta a sinistra di Bergoglio: “La proprietà non è intoccabile”
di Francesco Boezi su Il giornale del 4/10/2020.
[Il Papa nella "Fratelli Tutti"] “rilegge l’accezione giuridica di “proprietà”, sottolineandone la “funzione sociale”. E questo potrebbe essere un passaggio criticato nella misura in cui la proprietà viene associata dalla prassi, dalla giurisprudenza e dalla tradizione occidentale ad un diritto assoluto [?]. Bergoglio scrive che “la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”. (…) sembra lecito immaginare che l’enclica del Papa possa essere attaccata dalla destra ecclesiastica. Il punto più discusso – lo ripetiamo – dovrebbe essere la concettualizzazione attorno al valore della “proprietà”. Se il fronte tradizionale criticasse il pontefice argentino, allora verrebbe messo in campo l’ennesimo accostamento di Bergoglio al marxismo o alla teologia della liberazione”.
——————————————————-
L’ideologia della fratellanza in Bergoglio
Sul blog di Marcello Veneziani, accreditato intellettuale della destra, 6 ottobre 2020
“«Fratelli tutti» è il manifesto ideologico del bergoglismo. (…) La parola comunismo è dimenticata da Bergoglio, anche se alcune sue eredità appaiono in lui, a cominciare dall’attacco alla proprietà privata”.

(2) Tra i testi fondamentali c’è, ovviamente, “Governare i beni collettivi” di Elinor Ostrom (Marsilio Editore), premio Premio Nobel 2009 per l’economia, insieme a Oliver Williamson, per l’analisi della governance e, in particolare, delle risorse comuni (vedasi: https://it.wikipedia.org/wiki/Elinor_Ostrom). In Italia principali riferimenti sono gli studi di Stefano Rodotà. Meritoriamente un Comitato denominato Generazioni future, guidato dal prof. Ugo Mattei, ha di recente ripreso l’iniziativa, tra l’altro proponendo una legge di iniziativa popolare. Informazioni sul sito web https://generazionifuture.org. Alcuni riferimenti: Il concetto di “beni comuni” è da individuare concretamente nelle “cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona (…) che devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future” e dei quali favorire la fruibilità e la gestione da parte dei cittadini attivi e organizzati in accordo con le Pubbliche amministrazioni. La categoria dei “beni comuni” è immensa. Il primo bene comune universale è la terra, nella sua generalità (superficie e sottosuolo), da utilizzare a beneficio di tutti, nel rispetto dei limiti imposti dall’ordinamento giuridico. E possiamo continuare in un’elencazione di dettaglio, non certo esauriente, traendola dalle elaborazioni della Commissione Rodotà (2007/2008): “i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria; i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate”.

(3) Le informazioni sul movimento “Costituente Terra” sono presenti sul sito web dedicato http://www.costituenteterra.it

(4) Sostiene Piketty (ovvero, cambiare si può)
09-11-2020 – di Valentina Pazé su Volerelaluna.

* Sigle utilizzate nel corpo dell’articolo: LS per la Laudato si’; FT per la Fratelli tutti.

Referendum (e Elezioni): in Italia e in Sardegna rivelano un deficit di democrazia

di Franco Meloni
Abbiamo sott’occhio i risultati del Referendum:
schermata-2020-09-22-alle-09-19-49 in Italia il SI ha stravinto con quasi il 70% dei consensi, lasciando al NO il resto. Meglio per il NO – che abbiamo sostenuto – in Sardegna, schermata-2020-09-22-alle-09-18-35 dove il Si totalizza il 67%, lasciando al No il 33%. Un positivo differenziale di circa 3 punti tra il dato italiano e quello sardo che in certa misura ci annettiamo (forse presuntuosamente) per il nostro impegno militante a sostegno del NO. Per come si era partiti, il risultato sembrava scontato: con tutte le forze politiche schierate per il SI, nonostante qualche dissenso, e, soprattutto, stante il quesito referendario che incitava gli elettori a dare una bastonata ai politici, a prescindere, anzi, contro ogni ragionamento sul fatto che la classe politica non avrebbe mai e poi mai consentito un suo ridimensionamento in termini di potere. Ciò che avrebbe perduto in numerosità avrebbe ricuperato in potere effettivo con il rafforzamento delle oligarchie di partito. Non ripeto le argomentazioni per il NO che sopravanzavano, come sopravanzano, quelle per il SI, quand’anche sostenute da eminenti giuristi come Zagrebelsky, Onida, Carlassare, ed altri. I risultati danno conto che non ci poteva aspettare alcun miracolo e dunque da questi occorre ripartire, anche riconoscendo che il 30%, pari a oltre 7 milioni e 400mila voti è comunque un numero enorme anche quando confrontato con i 17 milioni dei SI. Uguali considerazioni facciamo per i numeri sardi. Vedremo ora cosa succederà: riforma elettorale in senso proporzionale e dintorni. Non staremo certo a guardare.
Sempre molto preoccupante il dato di affluenza: in Italia pari al 53,84% e, in Sardegna, più basso ancora, pari infatti al 35,71%. Certo occorre considerare che in Italia la contemporaneità di importanti elezioni amministrative in sette regioni Regioni e molti Comuni (Election day) hanno fatto da traino per incrementare il dato di affluenza, comunque basso.

In Italia
affl01
In Sardegna
aff2-saed

Se la DEMOCRAZIA è PARTECIPAZIONE non possiamo che constatare come in Sardegna e nel resto d’Italia si verifichi un pericoloso DEFICIT di DEMOCRAZIA. Non possiamo solo prenderne atto: dobbiamo impegnarci in direzione ostinata e contraria, come e di più rispetto a quanto già facciamo individualmente e organizzati.

Ribadisco solo alcune semplici conclusioni: 1) resto convinto che tagliare il numero dei parlamentari sia sbagliato e fondamentalmente antidemocratico, per tutte le argomentazioni più volte avanzate; 2) non possiamo accettare lo status quo; urge una reimpostazione delle forme della rappresentanza politica a partire dalla democratizzazione dei partiti e, come detto, dalla riforma dei sistemi elettorali in chiave proporzionale. È un discorso complesso ma va continuato. E nel nostro piccolo, anche attraverso le News che animiamo, continueremo a farlo, impegnati, secondo le nostre inossidabili convinzioni, per la democrazia, che si esprime con la partecipazione popolare nelle istituzioni e nel territorio.

Ad altri lasciamo considerazioni più vaste anche rispetto ai risultati delle elezioni regionali, comunali e politiche suppletive.

————
* I dati (definitivi) sono tratti dal sito web del Ministero dell’Interno.

———————————–
coordinamento
Referendum: vince il SI. Apriamo una stagione per l’attuazione della Costituzione
21 Settembre 2020
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.

In cuor mio ho sperato fino all’ultimo nella vittoria del NO. Ma tanti erano i segnali di segno contrario. Lasciamo da parte i cosiddetti partiti, che contano poco o niente, c’erano altri fattori ben più rivelatori degli orientamenti generali. Anzitutto una parte del costituzionalismo alto si è espresso per il SI. Zagrebelsky, Carlassare, l’ex presidente della Corte costituzionale Onida ed altri hanno benedetto il taglio, mentre in passato sono stati la punta di diamante del NO. Questo mutato orientamento ha convinto l’elettorato democratico che la riduzione del numero dei parlamentari non è fonte di pericoli sul piano democratico. La revisione poi si configurava come un emendamento specifico non come una modifica pervasiva della Carta. Ancora sia il PCI sia due eminenti giuristi democratici come Stefano Rodotà e Gianno Ferrara avevano begli anni ‘80, quali esponenti della “Sinistra indipendente”, presentato una proposta di legge simile a questa con l’aggiunta dell’introduione del monocameralismo. Un ruolo lo ha giocato anche Conte, tenendosi in disparte, mentre Berlusconi e Renzi si erano proposti come i presentatori del progetti del 2006 e del 2016. Anche questo ha eliminato la paura di una riforma dall’alto in chiave autocratica.
Questa analisi nulla toglie alla giustezza delle ragioni del NO, ma occorre guardare avanti. C’è un parlamento più efficiente? Bene apriamo allora la stagione dell’attuazione della Carta: in essa e nei suoi principi c’è un programma di governo per più legislature: lavoro, diritti individuali e sociali (sanità e scuola anzitutto), e uguaglianza, uguaglianza e ancora uguaglianza. Subito una legge elettorale proporzionale.
costat-logo-stef-p-c_2
Questo è il fronte che il Coordinamento per la democrazia costituzionale aprirà su scala nazionale e su cui anche noi come Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria (CoStat) di Cagliari ci impegneremo con decisione. Su questo programma può anche ricomporsi il fronte progressista diviso fra NO e SI.
——————————————–
Che brutto risvegliarsi in un’Italia con meno democrazia
Tomaso Montanari analizza i risultati elettorali. Dalla tristezza di un risveglio in un’Italia meno plurale e con il conflitto sociale istradato nelle istituzioni, alla consapevolezza dell’inesistenza di una sinistra capace di portare al voto gli esclusi, i marginali, i poveri. “Occorre battere strade più lontane, più impervie”.

di Tomaso Montanari su MicroMega.

Il giorno dopo queste strane elezioni pandemiche ci siamo svegliati con meno democrazia. Mi pare questa la cifra dominante: almeno se con ‘democrazia’ intendiamo pluralità, rappresentanza, istradamento del conflitto sociale nelle istituzioni. Decenni di plebiscitarismo, maggioritarismo, riduzione quantitativa e qualitativa della rappresentanza danno i loro frutti: in Veneto e in Campania siamo al dominio personale, al di là di ogni partito; in Liguria perde l’unico progetto in qualche modo progressivo; in Toscana trionfa una paura creata ad arte.

Sulla mia Toscana vorrei scrivere qualche parola in più. Mentre per fortuna muore nella sua stessa culla Italia Viva (4,48% mentre mancano ancora poche sezioni da scrutinare), Renzi trionfa nella sadica imposizione al Pd di Eugenio Giani, un candidato di apparato, anzi di corridoio. Del tutto incapace di parlare di futuro, del tutto alieno da ogni idea di sinistra. Come ho continuato (inutilmente) a scrivere fino a ieri, quel candidato inguardabile era un candidato naturalmente vincente: perché capace di attrarre moltissimi voti dalla destra del potere, e insieme di ricattare (proprio per la sua apparente debolezza) gli elettori di sinistra attraverso la paura della destra popolare.

È andata puntualmente così: a urne aperte i toscani (specie quelli di sinistra-sinistra) hanno ricevuto decine di sms con sondaggi che davano la Ceccardi in vantaggio di dieci e passa punti (varie denunce sono state presentate), secondo una tecnica ampiamente sperimentata in Brasile, dove le campagne elettorali si decidono attraverso campagne mistificatorie via Whatsapp.

Conosco amici carissimi, e membri della mia stessa famiglia che, presi dal panico dei fascisti che arrivano in Piazza della Signoria, hanno votato per Giani, spesso senza riuscire a fare il voto disgiunto (risultano oltre quarantamila schede nulle), e trattenendo a stento i conati di vomito: salvo accorgersi, ieri pomeriggio, della truffa subìta. Il risultato è che la bella lista di Tommaso Fattori, Toscana a Sinistra, che nel 2015 aveva preso il 6,9 entrando in Consiglio regionale con due seggi, oggi con il 2,86 rimane fuori. E del resto dal Consiglio regionale toscano rimane fuori (secondo i dati attuali) ogni possibile sinistra: perché nella coalizione vincente eleggono consiglieri solo il Pd, la lista di Giani e Italia Viva, mentre i (peraltro risibili) cartelli ‘di sinistra’ creati ad hoc non superano lo sbarramento. Vincono dunque la paura, la credulità popolare e il cinismo di un sistema mediatico che, obbedendo a proprietà e poteri, all’unisono ha suonato l’allarme per l’inesistente pericolo fascista e invitato al salvifico voto per Giani, eliminando dalla narrazione qualunque altra lista.

Naturalmente, però, i problemi della sinistra sono più antichi e più profondi. Giani vince con i voti dei salvati, di coloro a cui conviene che tutto rimanga com’è: mentre il voto dei sommersi, dei poveri, degli esclusi (la base sociale naturale di ogni sinistra) rimane nell’astensione (il 37,3 per cento dei toscani non ha votato), o va (per disperazione e rabbia) alla Ceccardi, la candidata della Lega. Ma anche il 6,9 per cento di Toscana a Sinistra del 2015 veniva dai salvati: dai più generosi e illuminati dei salvati, che si impegnano nelle lotte per l’ambiente e per gli ultimi.

Stavolta sono stati terrorizzati, e si sono compattati per Giani, suicidando le loro idee. Ma è chiaro che, anche se avessero votato come nel 2015, il problema sarebbe stato lì, enorme: non esiste (in Toscana, in Italia, in Europa e forse nel mondo) una sinistra capace di portare al voto gli esclusi, i marginali, i poveri. E il sistema mediatico e quello elettorale, la forma stessa assunta dalle istituzioni, rende difficile o forse impossibile anche solo provare a costruirla.

E la vittoria del Sì (votata dal 69,64 per cento del 54,9 per cento che ha votato) prosciugando ancora l’acqua della rappresentanza popolare, aumentando l’oligarchia, restringendo lo spazio del dissenso, chiude un po’ di più quella porta già quasi serrata.

È sempre più evidente che la “Sinistra che non c’è” non nascerà in prossimità di elezioni e istituzioni. Occorre battere strade più lontane, più impervie.

(22 settembre 2020)

Referendum. Campagna per il NO

9129035b-cfaf-49c3-827b-d28947b5a95a
Referendum: un po’ di ripasso e qualche conto.
di Tonino Dessì.

Questo è il testo originario degli articoli 56 e 57 della Costituzione promulgata nel 1948.
“Art. 56.
La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila.
Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età.
Art. 57.
Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale.
A ciascuna Regione è attribuito un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila.
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sei. La Valle d’Aosta ha un solo senatore.”.

L’Assemblea Costituente svolse sul tema della rappresentanza parlamentare una discussione specifica, nella quale prevalse, sia sulla base di considerazioni empiriche ed esperienziali, sia sulla base del raffronto comparativo con ordinamenti di altre democrazie contemporanee, il criterio volto ad assicurare a una determinata quota di elettori i propri rappresentanti.

Il testo attuale, che fissa in seicentotrenta i deputati e in trecentoquindici i senatori (più i cinque a vita di nomina presidenziale previsti dall’articolo 60), deriva da una modifica costituzionale apportata al testo originario nel 1963 (l. cost. 9 febbraio 1963, n. 2). Una successiva modifica è stata introdotta con la revisione del 2001 (l. cost. 23 gennaio 2001, n. 1), che ha riservato alla circoscrizione Estero l’elezione di sei senatori.

La legge costituzionale del 1963 intervenne a boom demografico in pieno svolgimento, per bloccare una crescita continuativa della rappresentanza che appariva in prospettiva controproducente, sia in quanto, potendo dar luogo a un numero di parlamentari pletorico, avrebbe indebolito il Parlamento, anzitutto rispetto al Governo, sia in quanto la variabilità del numero dei seggi in occasione di ogni tornata avrebbe reso meno governabile la vita interna dei partiti e più indeterminate le reciproche relazioni, i rapporti di forza, le stesse maggioranze parlamentari.
Bloccare il numero ai livelli ormai raggiunti costituiva un fattore di stabilizzazione del sistema.

Restava tuttavia un numero di rappresentanti conforme all’esigenza di rispecchiare in Parlamento tanto il pluralismo politico quanto la complessità sociale e persino territoriale della realtà italiana.
Non deve sfuggire che più alto è il numero di elettori necessario per eleggere un parlamentare, più si allarga la distanza del parlamentare stesso dai propri elettori e più bassa è la varietà delle istanze, anche territoriali, che potrà personalmente e direttamente interpretare.
Il Parlamento non è infatti una semplice macchina per la produzione di norme, ma è il principale strumento per la rappresentazione, la conoscenza, la messa a confronto, la ragionevole mediazione nelle rispettive soluzioni, dei problemi del Paese: la rappresentanza elettiva in democrazia a questo serve.

Oggi in Italia ci sono 1 deputato ogni 96.006 abitanti e 1 senatore ogni 188.424 abitanti.
Se venisse confermata la legge costituzionale oggetto di referendum (che riduce da seicentotrenta a quattrocento i deputati e da trecentoquindici a duecento i senatori), si arriverebbe a 1 deputato per ogni 151.210 abitanti e a 1 senatore per ogni 302.420 abitanti, con una drastica riduzione della rappresentanza popolare e quindi con un divario enormemente accresciuto nel rapporto tra elettori ed eletti.

Tutto ciò a fronte dell’unico obiettivo che sarebbe conseguito: una riduzione della spesa pari a 57 milioni di euro annui, cioè allo 0,007 per cento dell’intera spesa pubblica, risultato che potrebbe essere ottenuto alternativamente, se li si ritiene un costo da abbattere, con una riduzione degli emolumenti, oppure riconsiderando alcune altre decisioni di spesa. Un caccia F35 dei novanta che l’Italia ha deciso di acquistare per l’ammodernamento dell’Aeronautica militare costa attualmente fra i 90 e i 106 milioni di euro, per dire.

Ecco: questa è in sintesi la partita in gioco col referendum.
I favorevoli alla revisione costituzionale oligarchica non hanno un solo ragionevole argomento da spendere.
I NO sono il più ragionevole strumento per difendere una soglia decente di democrazia e per mantenere aperte differenti possibilità di un suo miglioramento anche qualitativo.
________
c8d32c99-9281-423e-bafd-13fd0e224fa9
——————-
- Ulteriori informazioni. Su affaritaliani.it.
- Su Money.
———————
b1e1406e-de54-4f4c-a0ab-0055f39797a0
————
5bd7c89b-ef68-4f9c-bdb7-ba9905ececf9
Da un’idea di Tonino Dessì
——————————————-
Un appello di costituzionalisti per il no al taglio dei parlamentari
[Andrea Fabozzi*]

C’è un appello di un’ottantina di costituzionalisti del No (ma altre firme si stanno ancora raccogliendo) pronto a fare il suo ingresso – nei prossimi giorni – nella campagna referendaria sul taglio dei parlamentari. In prevalenza le firme sono di professori giovani, associati e ricercatori, ma non mancano docenti autorevoli e di esperienza.

Alcuni avevano sostenuto nel 2016 la riforma costituzionale Renzi-Boschi, in qualche caso anche firmando appelli di segno opposto, dunque per il sì. Come Pasquale Costanzo, emerito a Genova, Antonio Ruggeri, emerito a Messina, Marco Plutino, associato a Cassino. Tra le firme anche quella di Massimo Villone, emerito a Napoli e oggi presidente del Comitato nazionale per il No, ruolo che aveva già ricoperto contro la riforma del 2016. Tra le firme in calce al nuovo appello, nato in partenza per rispondere a un asserito «silenzio dei costituzionalisti» (sul manifesto lo ha già fatto l’11 agosto Gaetano Azzariti) quelle di Carlo Amirante, Roberto Borrello, Omar Chessa, Angela Di Gregorio, Michele Della Morte, Silvio Gambino, Enrico Grosso, Laura Lorello, Alberto Lucarelli, Alessandro Morelli, Laura Ronchetti, Laura Trucco, Luigi Ventura. Non ci sono, a parte Villone, le firme che nel 2015 lanciarono, proprio sul manifesto, la campagna per il no al referendum Renzi (Carlassare, Azzariti, Ferrara e ovviamente Rodotà che è venuto a mancare nel 2017).

L’appello mette in testa alle sue critiche gli aspetti economici tanto propagandati dai 5 Stelle – e invece «l’entità dei tagli è irrisoria», «gli strumenti democratici basilari non possono essere sacrificati o depotenziati in base a mere esigenze di risparmio» – e si concentra sulle questioni funzionali – «la riforma riduce in misura sproporzionata e irragionevole la rappresentanza di interi territori», «finirebbe con l’aggravare anziché ridurre i problemi del bicameralismo perfetto» -, ma non trascura che «la riforma appare ispirata da una logica “punitiva” nei confronti dei parlamentari, confondendo la qualità dei rappresentanti con il ruolo stesso dell’istituzione rappresentativa».

Intanto ieri L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha giudicato «ancora insufficiente» lo spazio complessivamente dedicato dall’informazione al referendum. Di conseguenza ha emanato un «ordine» a tutti i fornitori di media audiovisivi, affinché assicurino «un’informazione completa che illustri il merito del quesito referendario e garantisca il bilanciamento delle posizioni favorevoli e contrarie. E ciò sia nei notiziari sia nei programmi di approfondimento». Il consiglio dell’Agcom ha approvato il provvedimento con il voto contrario del consigliere Morcellini e con una settima di anticipo rispetto alla disponibilità dei dati sul periodo 16-22 agosto – e «pur apprezzando il leggero aumento del tempo dedicato al referendum costituzionale» – proprio per l’importanza che nei prossimi giorni sia assicurata la giusta informazione.

Ieri il capo politico reggente dei 5 Stelle Vito Crimi ha voluto fare il suo appello al sì, iniziandolo con l’argomento che il taglio dei parlamentari «È un’occasione straordinaria per ridurre i costi della politica e per rendere più efficiente il nostro parlamento». Malgrado tutte le smentite e i calcoli corretti che sono stati nel frattempo pubblicati, Crimi ha riproposto il conteggio dei risparmi fatto dai 5 Stelle un anno fa, secondo il quale «il taglio ci consentirà di risparmiare 100 milioni di euro l’anno fino ad 1 miliardo in 10 anni, e di poterli restituire ai cittadini investendo in nuovi servizi e attività essenziali». La cifra vera si avvicina alla metà e rappresenta comunque lo 0,007% della spesa pubblica annuale.

Ma soprattutto Crimi ha detto che «il referendum è quel meraviglioso momento di partecipazione, democrazia diretta e libera scelta che può dare ancora più valore e pregio a questo importante cambiamento». Peccato che a gennaio il Movimento abbia attaccato duramente i senatori che si sono fatti promotori del referendum costituzionale. Definendo la loro iniziativa non «un meraviglioso momento di partecipazione» ma «un’ignobile questione di poltrone». Intanto Andrea Colletti non è più l’unico deputato 5S ad essersi espresso apertamente per il no. Anche Elisa Siragusa, eletta all’estero, ha fatto lo stesso.

[*da il manifesto del 21 agosto 2020]

coronavirus

89075acc-ff0e-434c-8abf-96fe79f1eba7
La sanità da riscoprire. Le radici politiche del Servizio Sanitario Nazionale
Frutto delle lotte e dell’alleanza tra movimenti, gruppi sociali e professionali e forze politiche, il SSN sta subendo da tempo gli effetti nefasti di una riorganizzazione neoliberale. La sua storia insegna perché è fondamentale rilanciarlo: soprattutto oggi, di fronte all’epidemia coronavirus.
di Chiara Giorgi | 15 Mar 2020 | Intervento sul sito web del Centro per la Riforma dello Stato.

Mai come in questo momento che viviamo, in tutta la sua tragicità, stupore, paura e ostinata speranza, ma anche in tutte le sue possibili potenzialità per cambiare il verso delle cose, per rovesciare l’ordine delle priorità, torna utile ripercorrere una storia che ha contraddistinto questo paese nei “lontani” anni Settanta.
La catastrofe del coronavirus e della sua diffusione, non solo ci impone una spietata riflessione sui tagli alla sanità fatti negli ultimi trenta anni, su quelle politiche di privatizzazione e di mercificazione di sanità e welfare di cui si nutre il neoliberalismo da anni; ma ci riporta alle origini storiche e alle ragioni dello strumento che oggi è maggiormente investito dall’emergenza: il Servizio Sanitario Nazionale.
In effetti, quest’ultimo nei suoi caratteri di servizio pubblico, universalistico e fornito in prevalenza fuori dal mercato costituisce un essenziale mezzo a nostra disposizione.
Lo scriveva pochi giorni fa Marco Revelli su Il Manifesto: «Se i nostri rianimatori sono costretti ad affrontare “dilemmi mortali” – come recita l’inquietante documento del 6 marzo a loro firma – è perché altri, sopra di loro, o intorno a loro» hanno deciso della scarsità delle risorse disponibili. Lo scrivevano alla pagina a fianco Tamar Pitch e Grazia Zuffa: «l’epidemia di coronavirus sollecita a ripensare i sistemi sanitari e la loro organizzazione», recuperando, ad esempio, il ruolo della medicina territoriale.
È da qui allora che si vuole partire.
La spesa sanitaria pubblica in Italia rappresenta oggi il 6,5% del PIL, in linea con la media OCSE, ma in termini pro capite il SSN spende la metà della Germania. Calcolando la spesa in termini reali, al netto dell’inflazione, dopo un aumento in linea con gli altri paesi sino al 2009, le risorse pro capite per la sanità pubblica italiana nel 2018 sono cadute del 10%, mentre in Francia e in Germania sono aumentate del 20% (Ufficio parlamentare di bilancio, 2019). Questi dati fotografano l’entità della riduzione delle risorse pubbliche particolarmente grave in un paese ad alto invecchiamento della popolazione. È questo l’effetto delle politiche di austerità introdotte a partire dalla crisi del 2008, ma è anche il riflesso della più complessiva controrivoluzione neoliberista, segnata da spinte alla privatizzazione e alla trasformazione in merce di salute, istruzione, ricerca, cultura, ambiente, affermatasi a partire dagli Ottanta.
Da lì ebbe inizio l’attuale riorganizzazione capitalistica, oggi sempre più marcata da una intensificazione dei processi di espropriazione e di privatizzazione dei servizi collettivi del welfare. Ossia di quelle produzioni collettive dell’essere umano per l’essere umano che hanno rappresentato e rappresentano ancora una parte crescente della produzione e della domanda sociale, soddisfatta sinora in Europa per lo più al di fuori della logica del mercato (Vercellone et al, 2017).
Tuttavia, ripercorrendo ancora più all’indietro il “vero” inizio di questa stessa storia, ma da un punto di osservazione completamento diverso, quello che non è dalla parte della salute e della sanità del capitale – parafrasando uno dei più grandi interpreti del movimento di “Medicina democratica”, Giulio Maccacaro –, troveremo una grande sorpresa. È del 23 dicembre 1978 l’istituzione del Servizio sanitario nazionale (SSN).
Significativamente l’articolo 1 della legge n. 833 si richiamava all’articolo 32 della Costituzione e recitava: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività mediante il Servizio Sanitario nazionale». E subito dopo si indicava nel SSN il «complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinate alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzioni di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio» (peraltro echeggiando la stessa definizione di salute fornita nel 1946 dall’OMS).
In modo emblematico in Italia una delle più importanti riforme in materia di welfare, forse la più rivoluzionaria, si realizzò quando altrove in Europa stava per iniziare la fase di riorganizzazione del capitalismo in chiave neoliberale. Ciò a conferma della peculiarità del laboratorio italiano degli anni Settanta. Ciò in ordine alla particolare sinergia realizzatasi – già a monte dell’approvazione della legge del 1978 – tra conquiste operaie e sindacali in fabbrica, pressioni e mobilitazioni portate avanti dalle varie realtà di movimento, in specie da quello femminista e studentesco –, provvedimenti di pianificazione regionale sanitaria (rafforzati dal decentramento territoriale dei servizi sociali e sanitari). Sinergia politica e culturale si realizzò insomma durante gli anni Sessanta e Settanta rispetto al progetto di riformulare in termini universalistici il sistema sanitario.
Di fatto l’elaborazione del SSN, frutto di un processo ventennale che accompagnò le trasformazioni fondamentali del paese, si combinò con l’emergere di nuove soggettività politiche, intercettando le domande di cambiamento e democratizzazione informanti gli intensi conflitti sociali di quegli anni. Le vicende che portarono alla legge del 1978, si intrecciarono così – anzi ne furono espressione – con una forte pressione dal basso, con le aspirazioni trasformative del tessuto sociale e degli assetti istituzionali, con pratiche politiche e partecipative inedite, con un fermento intellettuale di ampio respiro. Basta ripercorrere il dibattito che portò all’ideazione di quella che fu una vera e propria «istituzione inventata» (Rotelli, 1988) per notare la centralità del coinvolgimento di numerosi attori sociali e politici; ambiti collettivi di ricerca; nuovi saperi, legati in primis al settore medico-scientifico ma sempre più diffusi e condivisi, socializzati; originali forme di lotta e di sperimentazione istituzionale.
Anche soltanto a rileggere i testi di coloro che in prima linea si spesero per la riforma sanitaria, emerge un preciso e condiviso impianto politico e valoriale. Ad accomunare diverse figure come Maccacaro, Giovanni Berlinguer, Franco Basaglia, Alessandro Seppilli, Laura Conti, Ivar Oddone (per citarne soltanto alcuni) furono una visione unitaria e integrata della salute – fisica e psichica, individuale e collettiva – legata alla comunità e al territorio. Furono una concezione politica dell’ambito medico-sanitario e con essa una riconduzione della salute a fatto sociale; una consapevolezza delle responsabilità del capitalismo avanzato e dei suoi dispositivi di controllo e assoggettamento. A ciò si sommò una nuova impostazione del rapporto tra medico e paziente, assai distante da quella gerarchica che era sempre prevalsa nella storia italiana. Nonché si sommò l’opzione per un’organizzazione sanitaria periferica e decentrata, per una sua gestione diretta e partecipata, per la centralità del momento preventivo (e qualitativo) su quello curativo (e quantitativo) dell’intervento sanitario.
Maturò insomma la convinzione che il diritto alla salute, per come sancito dall’articolo 32 della Costituzione, unico diritto sociale espressamente fondamentale, comportasse scelte politiche nelle quali tutta la popolazione dovesse essere attivamente coinvolta, scelte culturali e istituzionali volte tanto a modificare nel profondo gli assetti del paese, quanto a qualificare la natura stessa della democrazia, dei suoi strumenti e presidi. Di qui la critica all’impianto assicurativo tradizionale e prevalente, allora dominato dal sistema delle mutue categoriali, la critica a uno Stato assistenziale paternalistico, categoriale e frammentato, alle logiche contributive vigenti nel sistema sanitario (e previdenziale) di quegli anni, e a quelle del profitto, largamente vigenti nel settore farmaceutico. Di qui, al contempo, la necessità di una tutela della salute da realizzarsi in modo capillare tramite la predisposizione di un servizio sanitario pubblico e universale, finanziato tramite il sistema della fiscalità generale, garantito a tutta la collettività nell’accesso e nel suo uso. Furono l’azione dei partiti di sinistra e della CGIL, le lotte portate avanti dagli operai e dalle operaie dentro e fuori le fabbriche per le proprie condizioni di lavoro e salute, furono le alleanze createsi tra questi, movimento studentesco, movimento femminista, movimento di lotta per la salute e movimento di riforma dell’assistenza psichiatrica, a rendere possibile quanto si istituzionalizzò nel 1978. Fu, non meno, una comune consapevolezza circa il fatto che la medicina non fosse neutrale nei confitti sociali; che il rapporto medico-malato andasse riformulato e liberato da un circuito chiuso e asfittico, come anche la pratica medica disancorata da criteri competitivi e mercantili; che «un ambiente morbigeno» non potesse essere compensato da incentivi salariali, ma andasse modificato e reso più salubre (Berlinguer, 1969). Fu ancora, la raggiunta consapevolezza che tutti gli esseri umani erano sottoposti a ritmi di vita massacranti, a inquinamento generalizzato, a sfruttamento intenso delle proprie vite, di cui vero e ultimo responsabile era il capitale. In questa chiave il problema della salute riguardava tutti e tutte, e l’impegno per «porre fine alla demolizione psicofisica di coloro che creano le ricchezze del paese» chiamava in causa soggetti e istituzioni, poteri e saperi di ogni ambito e disciplina (ibidem).
Lo stesso ruolo e statuto della medicina lungi dall’essere isolato investiva l’intero spazio della comunità, coinvolgeva nuovi attori, era il portato di istanze complessive di democratizzazione capaci di investire la vita quotidiana e tutti i rapporti sociali di produzione e riproduzione.
Erano le comuni esperienze sempre più diffuse sul territorio nazionale a favorire una nuova riflessione sui nessi tra scienza e potere, su una dimensione collettiva della salute, su una sperimentazione istituzionale dei servizi socio-sanitari, su una ricerca estesa all’intero sistema ambientale.
Qui risiedeva l’originalità del “caso” italiano, nel profondo legame instauratosi tra le lotte operaie, studentesche, femministe e il nuovo movimento di rinnovamento della medicina. La rivendicazione della riforma sanitaria nasceva da questa alleanza, capace di costruire forme di partecipazione diretta e contropoteri nei luoghi di lavoro e nella realtà urbane.
Si potrebbe proseguire ancora per molte pagine, citando i tantissimi documenti, libri, inchieste che si susseguirono a riguardo tra gli anni Sessanta e Settanta. Ma ci si limita a una “lezione” poco circolata e dimenticata: quella di “Medicina democratica” (MD), la cui scelta si collocava da una precisa parte. Nei due fondamentali processi, di segno opposto, andati maturando in Italia e nel mondo da tempo, ossia – scriveva nel ’76 Maccacaro – «la medicalizzazione della politica e la politicizzazione della medicina», l’una «come scelta della classe del capitale», l’altra come «scelta della classe del lavoro», MD stava da quest’ultima parte. Le sue elaborazioni e pratiche politiche assumevano la salute in una dimensione collettiva quale condizione e sostanza di quella individuale. Le sue pratiche politiche erano quelle delle lotte (collettive) – per la salute (collettiva) – volte a investire il modo di produzione e l’intera società, facendo propri gli insegnamenti provenienti dai movimenti. Soprattutto da quello femminista, essenziale sia rispetto ai profondi processi di consapevolezza innescati nel campo della salute delle donne e della riproduzione; sia nel dar vita ad alcune significative esperienze auto-organizzative; ma anche da quello basagliano della psichiatria radicale.
E ancora, si potrebbe continuare, ricordando tutte quelle iniziative, incontri diffusi in tante realtà del paese, in cui si misero in comune riflessioni aventi per oggetto di indagine e obiettivo di battaglia politica la salute considerata in termini più complessivi terreno di lotta unificante contro il sistema capitalistico (come si affermava durante un convegno fiorentino del ’73 nato dalle ricerche promosse dal Consiglio di fabbrica della Montedison di Castellanza-Varese).
Ma quel che più preme sottolineare è che si trattò di iniziative discendenti dalle mobilitazioni presenti a livello territoriale e coinvolgenti soggetti diversi: dagli organismi di base, ai consigli di fabbrica e di quartiere, ai comitati attivi nelle istituzioni, ai collettivi di infermieri e operatori sanitari, ai movimenti. Iniziative intente a confrontare saperi diversi, a sfidare le resistenze alle modifiche dell’assetto sanitario-assistenziale, a rilanciare l’avvio di una rottura del sistema sanitario allora vigente.
In sintesi, l’istituzione del SSN si ebbe a conclusione di un processo complesso, partecipato e plurale rispetto al quale fu fondamentale quanto realizzato soprattutto negli anni Settanta. Quanto cioè contribuì a riarticolare le pratiche e le “istituzioni” della partecipazione e dell’autorganizzazione della società per far fronte a bisogni e diritti misconosciuti sino a quel momento dallo Stato e dalla famiglia (sino ad allora rimasta, ma purtroppo tornata a essere, uno dei maggiori pilastri del welfare). Fu in altre parole una certa “qualità” del conflitto ad avere avuto allora un ruolo determinante; conflitto che investì la vita quotidiana e le sue strutture, ebbe come oggetto il sistema di welfare, il territorio e l’ambiente, la condizione femminile, la famiglia, le relazioni tra gli esseri umani, i rapporti tra Stato e cittadini, quelli tra ambito locale e ambito nazionale. L’assetto del SSN rispose a criteri di decentramento – in seno alle Regioni, ai Comuni, alle USL, troppo presto divenute ASL –; a criteri partecipativi, universalistici, opposti a una gestione tecnico-aziendalistica del servizio; alla saldatura tra servizi socio-sanitari di base. Rispose a un’impostazione della salute come fatto sociale e politico (sociale nella genesi e politico nella risoluzione), a una visione integrata dell’intervento sanitario e di quello sociale, alla centralità del momento preventivo e del dato qualitativo, a una organizzazione periferica, decentrata e territoriale, a un impegno diffuso capace di investire questioni legate alla tutela dell’ambiente.
Come per altre (minori) riforme in materia di welfare, la vicenda del SSN confermano la forza propulsiva e produttiva proveniente dal basso, dalle iniziative dirette e partecipate degli interessati, da quelle soggettività collettive e nuove interessate all’«introduzione di modelli profondamente innovatori» (Rodotà, 1995).
Ha scritto di recente uno degli studiosi del SSN che la metafora più adeguata per rappresentare quest’ultimo dopo 40 anni di sua esistenza (e resistenza) è quella del calabrone, al quale le leggi della fisica negano la possibilità di volare, ma che testardamente continua a farlo (Taroni, 2019).
Ecco forse, in questo momento segnato dall’epidemia di coronavirus, il calabrone potrebbe tornare a essere farfalla dal volo certo. Ma questo, come ci insegna la sua storia di ideazione, può dipendere soltanto dalle scelte politiche che a livello soprattutto europeo e internazionale si compiranno, nonché dalla rimessa in campo di un progetto comune che miri al nucleo sostanziale della democrazia, che punti a re-immaginare i nessi tra libertà ed eguaglianza in ogni spazio quotidiano. Può dipendere al contempo dalla responsabilità di ciascuna/o e di tutte/i, dalla «responsabilità della cura» (Gruppo femminista del mercoledì, 2020), dall’agire di soggetti e movimenti in grado di puntare a una trasformazione complessiva all’altezza di «una vita – come recitava l’appello transnazionale per lo sciopero femminista dell’8-9 marzo – che si possa vivere».
G. Berlinguer (a cura di), La salute nelle fabbriche, Bari, De Donato, 1969;
C. Giorgi-I. Pavan, Le lotte per la salute in Italia e le premesse della riforma sanitaria. Partiti, sindacati, movimenti, percorsi biografici (1958-1978), “Studi storici”, n. 2, 2019, pp. 417-455;
Gruppo femminista del mercoledì, Andare e tornare dall’io al noi e dal noi all’io, febbraio 2020;
G.A. Maccacaro, Medicina democratica, movimento di lotta per la salute, relazione introduttiva al convegno costitutivo di Medicina democratica, Bologna, 15-16 maggio 1976, ora in Id., Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, Milano, Feltrinelli, 1979;
S. Rodotà, Le libertà e i diritti, in R. Romanelli (a cura di), Storia dello stato italiano dall’Unità ad oggi, Roma, Donzelli 1995;
F. Rotelli, L’istituzione inventata, in «Per la salute mentale/For mental health», 1988, n. 1; Id., L’istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2010, Merano, Edizioni Alphabeta, 2015;
F. Taroni, Il volo del calabrone. 40 anni di Servizio sanitario nazionale, Roma, Il Pensiero scientifico, 2019;
Ufficio parlamentare di bilancio, Lo stato della sanità in Italia, Focus tematico, n. 6, 2 dicembre 2019;
C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune come modo di produzione. Per una critica dell’economia politica dei beni comuni, Verona, Ombre corte, 2017.
Qui il PDF
———————————————————-
Cronaca di una pandemia annunciata
di Nicoletta Dentico
[segue]

Oltre l’attuale RdC: ripensare il Welfare State

rdc
I limiti del reddito di cittadinanza introdotto in Italia nel 2019

di Gianfranco Sabattini

Nei decenni anteriori alla Grande Recessione il dibattito politico denunciava il fatto che l’Italia fosse l’unico Paese europeo (assieme alla Grecia) a disporre di un sistema di sicurezza sociale che non includeva la possibilità di erogare un “reddito minimo”, inteso come una forma di reddito da corrispondere solo a chi, in età lavorativa, disponesse di un reddito inferiore ad una determinata soglia ritenuta di povertà.
Massimo Baldini e Cristiano Gori, in “Il reddito di cittadinanza” (Il Mulino, n. 2/2019) affermano che, dal 2017, alla lacuna del sistema si sicurezza sociale vigente è stato posto rimedio con l’introduzione del “reddito di inclusione” (REI); tale forma di reddito ha però avuto vita breve, perché nel 2019 è stata sostituita dal “reddito di cittadinanza” (RDC), il quale – affermano gli autori – ha consentito di aumentare in modo considerevole “i fondi per il contrasto della povertà di circa 6 miliardi di euro annui addizionali”, che hanno permesso di passare dai 2 miliardi del REI agli 8 del RDC. Si è trattato, secondo Baldini e Gori, del più ampio trasferimento di risorse pubbliche a favore dei poveri mai effettuato in Italia, contribuendo a risolvere il “difficile” rapporto che è sempre esistito nel nostro Paese tra politica e povertà.
Per lungo tempo, le forze politiche italiane di ogni colore hanno ignorato il problema della povertà, tranne che in quelle parti di tali forze (cattoliche e di sinistra) più sensibili ai problemi sociali. Al centro dell’attenzione di cattolici è sempre stata la tutela della famiglia, ma con l’avvento di Papa Francesco al soglio pontificio – sottolineano Baldini e Gori – per i cattolici impegnati nella politica nazionale si è sostenuta anche la necessità “di un intervento pubblico che contrastasse l’esclusione sociale”, considerata sino ad allora non rientrante tra gli obiettivi primari dell’impegno sociale cattolico. Dal canto suo anche la sinistra ha sempre “trascurato” il problema della povertà, in quanto ancorata a una “concezione della cittadinanza di tipo lavoristico, che vedeva i diritti sociali derivare principalmente dalla posizione degli individui nel mercato del lavoro”; per le forze di sinistra, pertanto, promuovere il welfare “significava tutelare non tutti i cittadini, bensì i lavoratori di oggi e di ieri, cioè chi il lavoro l’ha già oppure chi l’ha avuto e ora è a riposo”.
Nella legislatura 2013-2018 è cambiato l’atteggiamento della politica verso la povertà con l’introduzione del REI, per la pressione su di essa esercitata dalla crescita dei tassi di povertà e dal diffondersi della protesta sociale, a seguito all’affermarsi dei movimenti populisti. La limitatezza dei fondi stanziati con l’introduzione del REI ha però continuato a segnalare l’importanza ancora contenuta che veniva assegnata alla lotta contro la povertà, per cui – a parere di Baldini e Gori – l’introduzione del RDC ha rappresentato “un passo in avanti storico”; esso, non solo ha comportato un aumento delle risorse dedicate al problema specifico della povertà, ma ha anche istituito una forma di reddito corrisposto indipendentemente da altri redditi percepiti e da eventuali patrimoni dei quali fossero stati titolari i riceventi, non contemplando nessun altro requisito oltre la cittadinanza. Quale giudizio complessivo, si chiedono Baldini e Gori, può essere espresso sull’introduzione di questa forma di reddito?
L’istituzione del RDC, pur subordinando il fruitore alla necessità di reinserirsi nel lavoro, per via del fatto che la povertà viene assunta come conseguenza della mancanza di occupazione, ha riconosciuto che spesso lo stato di povertà risulta legato “ad aspetti diversi da quello lavorativo”, siano essi familiari, di salute, di istruzione, psicologici, abitativi, relazionali e di altra natura; ciò comporta l’attribuzione di “un ruolo importante ai percorsi di inclusione sociale”, affiancati “a politiche di rilievo per l’inserimento lavorativo”.
La scelta di enfatizzare le finalità occupazionali del RDC, rilevano Baldini e Gori, ne ha depotenziato il ruolo e la funzione. Ciò perché, se l’erogazione del RDC viene subordinata alla necessità che il fruitore debba reinserirsi nel lavoro in un contesto economico come quello italiano, caratterizzato dalla crescita delle disoccupazione strutturale, è quasi certo il suo insuccesso; per cui tenderà ad allargarsi il novero di coloro di quanti sostengono “che sono le stesse politiche di contrasto alla povertà” ad essere la causa prima di quest’ultima. In questo modo, concludono gli autori andrà persa l’occasione di consolidare l’evento storico, che con l’introduzione del RDC si pensava di aver raggiunto nella lotta contro la povertà.
In realtà, il discredito cui andrà incontro il RDC, per il suo improprio impiego, pregiudicherà la possibilità che ad esso si faccia ricorso per la cura della principale disfunzione cui sono esposti i sistemi economici capitalisticamente avanzati. Di fronte al dilagare della disoccupazione strutturale irreversibile, è maturata l’idea che occorresse creare, all’interno dei sistemi sociali economicamente avanzati, condizioni tali da consentire, non tanto la lotta contro la povertà, quanto il finanziamento di una domanda sufficiente a garantire lo stabile funzionamento del sistema economico.
L’esperienza riguardo al modo di funzionare dei moderni sistemi industriali ha da tempo evidenziato che, quando la gestione del sistema economico è lasciata all’azione discrezionale della politica, il perseguimento dei livelli occupativi, in assenza di un qualche automatismo autoregolatore, rende possibile una manipolazione dei flussi di reddito, tale da creare dei disavanzi nei conti pubblici a danno dei cittadini; è questa la ragione per cui sarebbe stata giustificata, l’introduzione nel sistema economico nazionale, che da tempo ha subito gli esiti negatuvi del deteriorarsi dei propri “fondamentali” economici, la necessità di una riforma radicale del welfare esistente.
Il sistema di sicurezza sociale, basato sul modello elaborato nel Regno Unito nel 1942 da William Henry Beveridge, aveva tre funzioni: fornire alla forza lavoro disoccupata la garanzia di un reddito, corrisposto sotto forma di sussidi a fronte di contribuzioni assicurative; garantire un reddito alle categorie sociali che, per qualsiasi motivo, avessero avuto bisogno di un’assistenza, nel caso in cui esse non godessero di alcun sussidio; assicurare al sistema economico servizi regolativi e di supporto all’occupazione, attraverso la realizzazione delle condizioni che davano titolo a ricevere i sussidi.
L’obiettivo fondamentale del welfare State è stato, sin dal suo inizio, univocamente determinato; il sistema però, a causa delle perdita della flessibilità del mercato del lavoro, ha scontato una crisi progressiva. Ciò perché la sua ragion d’essere era basata sulla premessa che l’economia operasse in corrispondenza del pieno impiego, o ad un livello molto prossimo ad esso, cosicché le contribuzioni della forza lavoro bilanciassero le erogazioni previste in suo favore. Pertanto, il sistema, così come era stato concepito all’origine, è divenuto largamente insufficiente rispetto all’evoluzione successiva della realtà economica e sociale, essendo stato progressivamente chiamato a coprire le emergenze conseguenti all’aumentata complessità dei sistemi economici; in tal modo, esso è divenuto costoso ed inefficiente, a seguito dell’espandersi delle varie forme di sussidio che è stato necessario corrispondere e dei costi burocratici per le “prove dei mezzi” (le prove, cioè, di trovarsi realmente in stato di bisogno) alle quali i beneficiari dei sussidi devono sottoporsi.
Le insufficienze del welfare State hanno orientato l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale dovesse avere principalmente lo scopo di assicurare una costante flessibilità del mercato del lavoro e non quello di compensare la crescente insicurezza reddituale della forza lavoro. Il modo per rendere tra loro compatibili, in regime di libertà, da un lato, la flessibilità del mercato del lavoro e la sicurezza reddituale individuale, e dall’altro, l’efficienza del sistema economico, è stato individuato nell’istituzionalizzazione del RDC, da erogarsi incondizionatamente a favore di tutti e finanziato con le medesime risorse impegnate nel funzionamento del sistema di sicurezza sociale (l’attuale welfare); oppure mediante la distribuzione di un “dividendo sociale”, finanziato con le risorse derivanti dalla vendita dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva, gestiti dallo Stato, mediante la costituzione di un “Fondo-capitale nazionale”, per conto e nell’interesse di tutti i cittadini. E’ stata questa l’idea originaria con cui James Edward Meade, insignito nel 1977 del premio Nobel per l’economia, parlando di dividendo sociale, ha introdotto nell’analisi economica il problema dell’istituzionalizzazione del RDC.
Il dividendo sociale, doveva essere corrisposto di diritto a ciascun cittadino sotto forma di trasferimento, indipendentemente da ogni considerazione riguardo ad età, sesso, stato lavorativo, stato coniugale, prova dei mezzi e funzionamento stabile del sistema economico. Il suo fine ultimo doveva essere quello di realizzare un sistema di sicurezza sociale che avesse riconosciuto ad ogni singolo soggetto, in quanto cittadino, il diritto ad uno standard minimo di vita, in presenza di una giustizia sociale più condivisa; un sistema di sicurezza, cioè, che avesse consentito di raggiungere, sia pure indirettamente, tale fine, in termini più efficienti ed ugualitari di quanto non fosse possibile con qualsiasi altro sistema alternativo.
Un problema assai dibattuto riguardo all’istituzionalizzazione del Reddito di Cittadinanza è stato quello di stabilire le modalità del suo finanziamento. Esso poteva essere assicurato con il ricupero delle risorse utilizzate per il funzionamento del sistema di sicurezza sociale esistente; in alternativa, Meade ipotizzava la distribuzione di un dividendo sociale finanziato con le rimunerazioni derivanti dalla vendita sul mercato dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva, gestiti dallo Stato mediante la costituzione di un “Fondo Capitale Nazionale”, per conto e nell’interesse di tutti i cittadini.
In Paesi come l’Italia, dove è problematico pensare di poter realizzare in tempi brevi una riforma radicale del welfare esistente, o di reperire le risorse necessarie per finanziare il RDC mediante la costituzione di un “Fondo Capitale Nazionale”, la soluzione del problema può essere inserita nella prospettiva di un riordino dei diritti di proprietà, senza eccessivi stravolgimento degli istituti giuridici esistenti. I cambiamenti della vita sociale, imputabili alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici, valgono infatti a giustificare una migliore ridefinizione dei diritti di proprietà; su questa nuova base, sarebbe possibile costituire un patrimonio collettivo per il finanziamento del “Fondo” da utilizzare per finanziare il RDC, concepito come reddito sul quale fondare la costruzione di un sistema di sicurezza sociale più efficiente di quello realizzato da William Henry Beveridge.
All’interno del nuovo sistema di sicurezza sociale, il RDC (o dividendo sociale, o reddito di base), oltre che garantire lo stabile funzionamento del sistema economico, svolgerebbe anche la funzione di risolvere sul piano sociale i problemi inevasi con l’attuale welfare State; in particolare, quella di assicurare una maggiore flessibilità al mercato del lavoro e un costante contrasto della povertà. Tali obiettivi diventerebbero perseguibili attraverso una responsabile politica riformista, idonea a riproporre su basi nuove l’organizzazione dello stato di sicurezza sociale vigente, ponendo definitivamente fine all’uso di provvedimenti-tampone, per rimediare alle situazioni sociali negative causate dalla crescente disoccupazione strutturale e dall’insorgenza di possibili crisi economiche inaspettate. Inoltre, sarebbero create le condizioni per la promozione, da parte dei percettori del RDC, di possibili gratificanti attività produttive autonome, i cui benefici effetti risulterebbero affrancati dalla natura di “prestazione caritatevole” dei sussidi di sopravvivenza corrisposti dall’assistenza statale.
———————————————
orto-capuccini-ca
Il governo razionale dei beni comuni e il problema della scarsità
di Gianfranco Sabattini*

Il continuo dibattito sulla natura e l’uso dei beni comuni è condizionato dall’incertezza che pesa sulla loro definizione; da esso tuttavia sembra “emergere” una definizione che considera beni comuni tutte quelle risorse che risultano necessarie alla vita (perché preordinate a soddisfare stati di bisogno di particolare rilevanza per gli individui) e che, investendo i diritti fondamentali delle persone, si caratterizzano per la non esclusione dall’uso generale, con conseguente non assoggettabilità ad un prezzo, quale corrispettivo per il loro uso.
In tempi di crisi economica persistente, il dibattito pubblico in corso in Italia tende a porre la gestione dei beni comuni in controtendenza rispetto all’assoggettamento delle risorse alle logiche del mercato. Tuttavia, le incertezze persistenti sulla definizione di bene comune impediscono che dal dibattito emergano le linee di una politica di riforma istituzionale utile a prefigurare una loro razionale gestione; ciò, al fine di sottrarre i beni comuni alla cosiddetta “tragedia dei commons” che, in considerazione della loro non esclusione dall’uso generale, potrebbe condurre alla loro totale “distruzione”.
Il governo razionale dei beni comuni può essere infatti prefigurato solo tenendo conto, al pari di tutte le risorse economiche, della loro scarsità. Ciò perché, il fatto d’essere di proprietà comune comporta che all’intera platea dei proprietari sia assegnato a titolo individuale il diritto d’uso, mentre a nessuno di essi è concessa la facoltà di escludere gli altri. Se i proprietari che dispongono del diritto d’uso sono troppi, le risorse di proprietà comune potrebbero essere esposte al rischio della sovrautilizzazione; le stesse risorse, potrebbero essere esposte anche al rischio della sottoutilizzazione, a causa, ad esempio, di una definizione del diritto di proprietà dei beni comuni che potrebbe “margini” di interferenza nelle modalità del loro uso (come accade, per esempio, in Italia, nell’uso di ciò che resta dei cosiddetti “usi civici”, la cui utilizzazione da parte dell’operatore pubblico – di solito i comuni – è spesso contestata dall’intera comunità municipale, titolare del diritto di proprietà). In entrambi i casi, i proprietari dei beni comuni sarebbero “condannati” a subire gli esiti negativi della “tragedia dei commons”.
La “tragedia” è connessa al rischio che i beni comuni possano essere gestiti, come sostengono i “benecomunisti”, da operatori diversi dai loro legittimi proprietari, in quanto fruitori; i titolari della proprietà indivisa di beni devono infatti sostituirsi direttamente a qualsiasi forma di potere, privato o pubblico, nel determinare come gestire la conservazione e le forme di fruizione di tali beni. Tuttavia, perdurando lo stato di scarsità, la loro gestione di questi beni non può prescindere dalle leggi economiche tradizionali che indicano le modalità ottimali, sia per la loro conservazione, che per il loro uso.
La proprietà comune, in quanto riferita all’insieme dei soggetti che compongono una determinata comunità, è diversa dalla proprietà pubblica. A differenza dei beni comuni, quelli di proprietà pubblica possono essere gestiti direttamente dagli enti pubblici proprietari, sulla base di processi decisionali maggioritari (cioè sulla base delle maggioranze politiche pro-tempore esistenti). Poiché l’insieme dei proprietari-fruitori dei beni comuni non dispone di autonomi meccanismi decisionali, l’esercizio del diritto di proprietà comune e la gestione dei beni cui tale forma di proprietà si riferisce devono essere delegati alla responsabilità di un “soggetto operante” (quale, ad esempio, una cooperativa) che deve esercitarli in nome e per conto del delegante, la comunità, in funzione della volontà collettiva che essa esprime.
Con riferimento al governo e all’uso dei beni comuni, sorgono perciò gli stessi problemi presenti ancora oggi in Italia in molte realtà territoriali, con riferimento agli antichi “usi civici”, dove gli enti locali, sulla base di decisioni maggioritarie, amministrano risorse che, in quanto beni comuni, possono essere gestite solo dalla comunità olisticamente intesa come “un tutto”.
Il suggerimento di Elinor Ostrom, l’economista premio Nobel per l’economia 2009, che ha approfondito il tema dei beni comuni, si presta poco ad essere utilizzato per realizzare in termini efficienti il governo della proprietà di tali beni, secondo forme cooperative. L’intento del suo contributo è stato quello di pervenire ad una teoria adeguatamente specificata delle azioni collettive, mediante le quali un gruppo di operatori può organizzarsi volontariamente per utilizzare il frutto del suo stesso lavoro, o dei suoi beni di proprietà indivisa.
La Ostrom non crede nei risultati delle analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale, ma solo nelle spiegazioni empiricamente confermate del funzionamento delle organizzazioni umane relative a specifiche e particolari realtà. Ciò perché, secondo la Ostrom, le analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale comportano l’astrazione dalla complessità dei contesti concreti, per cui diventa probabile il rischio di rimanere “intrappolati” in una “rete concettuale” che astrae dalle realtà particolari.
Molte analisi condotte a livello di intero sistema sociale sarebbero perciò niente di più che metafore; ma affidarsi a metafore per gestire specifiche realtà può portare a risultati sostanzialmente diversi da quelli attesi. Un conto è spiegare come possono essere gestite in modo efficiente le risorse scarse di proprietà comune di una comunità di pescatori, oppure quelle di una comunità di allevatori; altro conto è spiegare come può essere realizzato, in condizioni di equità e di giustizia distributiva, il governo di tutte le risorse di proprietà comune di una determinata comunità nazionale.
In Italia il dibattito su come affrontare i problemi connessi alla realizzazione di uno stato del mondo più confacente alla gestione dei beni comuni si è svolto sinora prevalentemente con riferimento alla struttura istituzionale esistente. Questa, a causa dell’egemonia della logica capitalistica, secondo i “benecomunisti” avrebbe subito trasformazioni tali da determinare la crescente privatizzazione delle risorse disponibili. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, infatti, all’insegna del “terribile diritto” della proprietà privata e del misconoscimento di alcuni dettati costituzionali che ne salvaguardavano la funzione sociale, è stata realizzata la distruzione dell’economia pubblica e la privatizzazione di buona parte del patrimonio pubblico; processo, questo, che, non essendo ancora ultimato, è giusto motivo di preoccupazione per i “benecomunisti”.
Il movimento “benecomunista”, dotato prevalentemente di un’anima giuridica, considera i beni comuni, non già come beni economici aventi caratteri peculiari, ma come dei diritti universali, la cui definizione non può essere “appiattita” su considerazioni esclusivamente derivanti dalla teoria economica. Per dirla con le parole di Stefano Rodotà, il giurista che è stato tra i primi ad introdurre la questione dei beni comuni in Italia, “se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, [...] allora può ben accadere che si perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità ‘comune’ di un bene può sprigionare tutta la sua forza», in funzione della soddisfazione dei diritti universali corrispondenti ai bisogni esistenziali incomprimibili degli esseri umani.
I “benecomunisti” sostengono che, per evitare lo smarrimento della loro vera qualità comune, i beni comuni devono essere tolti dal mercato e salvaguardati giuridicamente per garantire a tutti la loro fruibilità. Ma come? Rodotà manca di dirlo; mentre è ineludibile, considerata la loro natura di risorse scarse, la necessità che siano stabilite le procedure da istituzionalizzate per governare la proprietà e la gestione dei beni comuni. Ciò al fine di evitare che la sola definizione dal lato del consumo di tali beni (intesi come fonte di soddisfazione di diritti universali) li esponga al rischio di un loro possibile spreco.
Tra l’altro, è necessario pervenire a una precisa definizione dei beni comuni, anche per stabilire quali dovrebbero essere realmente, tra le risorse disponibili, quelle da sottrarre alle leggi di mercato; se ci si riferisce, ad esempio, al trasporto pubblico locale, la mobilità delle persone nel territorio è un bene comune o è solo, tra gli altri, un bene il cui governo deve essere lasciato alle leggi di mercato? L’interrogativo potrebbe essere esteso ad una molteplicità di situazioni, sino ad includere nella classe dei beni comuni la maggior parte di tutto ciò che di momento in momento viene prodotto ed utilizzato all’interno del sistema sociale.
L’incertezza nella definizione dei beni comuni causa l’impossibilità di fare appropriati passi in avanti nella riflessione sulla riorganizzazione del quadro istituzionale che sarebbe necessario per una loro razionale gestione. I “benecomunisti”, mancando perciò di uscire dalla vaghezza definitoria su cosa sia un bene pubblico e quali siano le condizioni che valgono a trasformare una data risorsa in bene comune, “soffrono” dell’atteggiamento di chi è sempre propenso a valutare ex ante le proposte destinate a fare fronte a specifiche emergenze, senza il conforto di una valutazione sia pure potenziale ex post della loro desiderabilità ed attuabilità. Essi, infatti, trascurano che le proposte formulate in sede preventiva, senza un confronto con la modalità necessarie alla loro attuazione, corrono il rischio di rivelarsi fallimentari a posteriori.
Inoltre, le critiche che i “benecomunisti” rivolgono alla situazione istituzionale esistente mancano di prefigurare una struttura istituzionale alternativa, idonea ad esprimere “una progettualità di lungo periodo”. Tali critiche, infatti, si limitano ad affermare, in astratto, gli ostacoli che si oppongono al rispetto del mandato costituzionale che coniuga l’equità distributiva con l’efficienza economica e gestionale delle risorse delle quali dispone il Paese, mancando di considerare i problemi connessi con la forte territorializzazione che caratterizza di solito i beni comuni; nessun cenno viene fatto, inoltre, alle “politiche di infrastrutturazione” necessarie per garantire, a livello nazionale, l’accesso all’uso dei beni comuni localizzati solo in un dato territorio.
Per queste ragioni, le critiche dei “benecomunisti” tendono a risultare, dal punto di vista economico, quasi delle “scatole vuote”, utili solo a mobilitare sul piano ideologico l’opinione pubblica contro gli esiti della logica capitalistica; si tratta di critiche del tutto prive di ogni riferimento alla struttura istituzionale che dovrebbe essere realizzata, per garantire, a livello di intero sistema sociale ed economico, un razionale soddisfacimento dei diritti universali cui si fa riferimento. In altri termini, i “benecomunisti” mettono il carro davanti ai buoi, nel senso che la loro progettualità risulta finalizzata, non a prefigurare un possibile riformismo istituzionale, utile a consentire una gestione razionale dei beni comuni di proprietà collettiva, ma solo a correggere e contenere gli esiti indesiderati del funzionamento dei sistemi sociali capitalistici attuali; tutto ciò senza preoccuparsi di evitare gli esiti negativi dell’eccessiva propensione a rifiutare quanto dell’economia standard può risultare ancora idoneo a governare e salvaguardare i beni comuni.
Ciò sarebbe invece necessario, al fine di evitare che il rischio connesso al rifiuto ideologico delle leggi dell’economia standard possa causare anche inintenzionalmente la formulazione di strategie riformiste di lungo periodo svincolate dalla realtà. Uno dei peggiori sbagli che si possa commettere, nelle condizioni in cui versa attualmente l’Italia sul piano sociale ed economico, è pensare che una proposta astratta possa essere realmente attuata; sarebbe il peggior servizio reso al Paese, per via del fatto che esso finirebbe con l’essere ulteriormente penalizzato sovrastato dal funzionamento del proprio sistema economico in assenza di regole certe e concrete.
* Già pubblicato su Aladinpensiero online il 10 settembre 2019.

La chiamata civica alla politica (…) La malattia dei politici è una drammatica perdita del senso di realtà. [Dobbiamo] aiutare la politica a ritrovare il proprio ruolo sociale.

poverta-conv-roma-14-17-ott19Carità o diritti?
di Walter Tocci, sul suo blog

Sul tema i volontari della Caritas di Roma mi hanno chiesto di tenere una lectio magistralis in occasione della Giornata Mondiale della Lotta alla Povertà. Ne è venuta fuori una riflessione sulla relazione, in atto o in teoria, tra la politica e il volontariato. Il convegno si è svolto nei giorni 14-15 ottobre 2019 a Roma nell’Ostello di via Marsala dedicato alla memoria di don Luigi Di Liegro. Di seguito il testo del mio intervento.
Qui è disponibile il video del mio intervento
walter-tocci-video
Di seguito il testo scritto.

Carità o diritti?
di Walter Tocci
Un titolo lancinante apre la nostra sessione del convegno: Carità o diritti? Le parole vengono da antiche tradizioni culturali, ma in questo luogo di accoglienza e di fraternità indicano due esperienze di vita: la carità come un dono all’altro che è anche un dono a se stesso; i diritti come doni universali che regolano le relazioni tra le persone.
Fin qui il nostro titolo appare in tutta la sua positività. Ma interviene la parola più piccola a infrangere l’armonia, separando con la disgiunzione “o” ciò che dovrebbe andare insieme. C’è però un punto interrogativo a lenire la preoccupazione, annunciando che la questione è ancora aperta alla discussione e nulla è detto di definitivo. È appunto la discussione che la mia introduzione vorrebbe sollecitare.
È davvero scontato che ci sia un aut-aut oppure esiste uno spazio comune di relazione e anzi di interdipendenza? E quale sarebbe questo spazio comune?

Osserviamo innanzitutto gli esiti contrapposti che possono avere l’indifferenza oppure la relazione tra carità e diritti.
Quando le due esperienze rimangono indifferenti l’una all’altra non riescono a sviluppare pienamente le proprie ragioni. La carità senza i diritti non riesce a generalizzare la sua speranza di giustizia. I diritti senza la carità non riescono e personalizzare il soddisfacimento dei bisogni.
Quando invece le due esperienze sono in sintonia riescono a dare il meglio di se stesse e portano a compimento le proprie motivazioni.
Da un lato, se i diritti sono riconosciuti la carità è libera di trascenderli, perfino di tradirli, andando oltre la mera conformità alla legge per aprire il cuore delle persone e contemplare la beatitudine della misericordia. È il messaggio della lettera di Don Milani a Pipetta, il giovane comunista di S. Donato, un testo formativo per tanti della mia generazione, e a me molto caro.

Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.
Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”.
Dall’altro lato, la carità nella misura in cui coltiva le relazioni interpersonali genera l’humus sociale da cui traggono alimento i diritti. Questi, infatti, non sono garantiti solo dalle procedure formali, anzi hanno bisogno di una democrazia viva che non cada nell’apatia, ma sappia rinnovare continuamente le sue promesse. “Rinnovare le promesse della democrazia”, questo fu l’ammonimento di Norberto Bobbio. In uno dei suoi ultimi libri sentì il bisogno di raccomandare che la democrazia non poteva divenire un costume condiviso se non avesse mantenuta la promessa del “riconoscimento della fratellanza che unisce tutti gli uomini in un comune destino”.
Due maestri così diversi tra loro ci aiutano a comprendere come la carità e i diritti, solo nella loro felice congiunzione, siano in grado di esprimere le massime potenzialità. Per Don Milani la carità trascende la giustizia sociale, a cui aveva pur dedicato la vita, educando i ragazzi di Barbiana. Per Bobbio i diritti si fondano sulla promessa di fraternità e non solo sulle procedure, alle quali aveva pur dedicato tutta la sua opera intellettuale.
È come se i due grandi maestri, venendo da percorsi opposti, indicassero uno spazio comune tra carità e diritti. Possiamo a questo punto eliminare il punto interrogativo del nostro titolo, sostituendo aut-aut con et-et, ma viene spontanea una nuova domanda: quale è la natura della congiunzione?

Il significato costituzionale della dignità
Ciò che tiene insieme carità e diritti è la dignità. Questa parola è una presenza invisibile nel titolo, non appare nel suo lessico, ma illumina il significato delle parole che lo compongono.
La dignità, infatti, è il fine supremo della carità. Quando un senza fissa dimora incontra un volontario e riceve da lui una carezza riconquista come per miracolo la dignità di persona. L’atto più disinteressato e privo di scopi è sufficiente a realizzare l’opera umana che fino a un attimo prima sembrava impossibile.
Nel contempo la dignità è anche il fondamento giuridico dei diritti poiché è scritta in Costituzione. In una delle sue ultime lezioni Stefano Rodotà ha usato la parola addirittura per scandire una terza epoca del costituzionalismo moderno. Dopo l’Homo hierarchicus dell’ancien régime e l’Homo equalis del Novecento, dal dopoguerra siamo entrati nel costituzionalismo dell’Homo dignus. La parola, infatti, si trova esplicitamente nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e nell’incipit della Costituzione tedesca – La dignità umana è intangibile – come monito per l’avvenire dopo l’orrore dell’Olocausto. Ma è interessante notare che lo stesso concetto di intangibilità umana ritorni, in condizioni storiche molto diverse, nel costituzionalismo contemporaneo, ad esempio nella Carta di Nizza, come contenimento dei poteri pervasivi della tecnica e dell’economia che tendono a invadere la vita umana. La dignità diventa il nuovo principio di resistenza della persona di fronte alle sfide del postumano.
Ma è nella Costituzione italiana che la parola dignità esprime il meglio di sé. E lo fa in un modo originale e poco celebrato, quasi senza apparire, senza prendere le sembianze di un principio assoluto, ma mettendosi al servizio di altri principi costituzionali al fine di renderli cogenti.
Per scoprire questi rimandi reconditi dovremmo riprendere in mano la Carta, rileggerla con curiosità nuova, senza la trascuratezza e la retorica degli ultimi tempi. Si dovrebbe prendere esempio dai sacerdoti che tutte le domeniche dal pulpito leggono e commentano il Vangelo di fronte all’Assemblea. I fedeli conoscono la Buona Novella, non è affatto una sorpresa, ma quella lettura suscita ogni volta nuove riflessioni spirituali e impegni sociali.
Allo stesso modo dovremmo prendere l’abitudine di iniziare ogni assemblea civile, incontro pubblico, manifestazione popolare con la lettura di un articolo della Carta. Proviamo a farlo oggi qui con uno degli articoli più dimenticati, il 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Non si può non ammirare la chiarezza di questo testo composto di parole semplici e profonde. Nessuna legge sul lavoro degli ultimi venti anni ha cercato di raggiungere tale chiarezza e tutte si sono prodigate per indebolire quei principi. Anche da qui si vede che è la Costituzione per l’avvenire. È attuale proprio perché la sua inattualità orienta il nostro presente verso un diverso avvenire.
La nostra parola appare solo alla fine dell’articolo con l’aggettivo dignitosa, che apparentemente non aggiunge granché, poiché il senso della norma giuridica è già chiarito dalle parole precedenti. Eppure, in questo contesto l’aggettivo vuol dire che il lavoro di cui si parla non è solo un fatto economico, anzi riguarda una dimensione fondativa della società e della persona. Quindi l’articolo 36 richiama e chiarisce implicitamente l’articolo 1. È come se l’incipit costituzionale, La Repubblica fondata sul lavoro, pur non utilizzando la parola dignità, ne contenesse il significato.
E allo stesso modo opera l’articolo 41, quello che voleva cancellare il ministro Tremonti per farsi perdonare dall’establishment europeo lo sperpero nei conti pubblici. Esso stabilisce che l’iniziativa economica trova un limite nella «libertà e dignità umana». La dignità, quindi, rivela che sopra il mero interesse economico esiste una superiore sovranità, il cui primato non può che scaturire, come nel caso precedente, dall’articolo 1 della Repubblica fondata sul lavoro.
Inoltre, il mirabile articolo 3 sancisce la «pari dignità sociale» dei cittadini, senza distinzioni di razza, di censo, di genere. Questo primo comma è sempre stato considerato come il principio liberale dell’eguaglianza che nega ogni forma di discriminazione, mentre il secondo comma del «rimuovere gli ostacoli» è stato considerato il principio sociale dell’eguaglianza, che si afferma nella sostanza dei rapporti tra i cittadini. Ma è la parola dignità, non a caso accompagnata dalla denotazione «sociale», a creare un ponte tra i due principi fondamentali e a reggere l’unità costituzionale dell’articolo 3.
Da tutto ciò discende la particolare attitudine della dignità nel connettere principi costituzionali diversi – libertà, eguaglianza e sovranità – rinunciando a esprimere un proprio significato determinato.
La dignità non è né una supernorma, né un diritto fondamentale, ma è la forza connettiva della Carta. La pienezza della dignità non è in sé, ma per gli altri. Se immaginassimo la dignità come una persona sarebbe come il volontario che senza vantarsi dona un senso alla vita delle persone.

In questa natura connettiva la dignità rivela anche la sua dimensione politica. Se ne avverte una eco nel dibattito pubblico, seppure in forma distorta. Di fronte ai fallimenti, alla volgarità, al malaffare, di partiti e di correnti emerge sempre più accorato l’appello dell’opinione pubblica a ritrovare la Dignità della Politica. Leggiamo questa espressione nei titoli dei giornali e nei messaggi dei social, la sentiamo ripetere nei talk-show e anche nelle discussioni in famiglia o tra amici. Viene ripetuta distrattamente e di conseguenza si smarriscono le differenze tra due diversi significati.
Nel primo la politica costituisce l’oggetto ed è una sorta di scatola vuota che occorre riempire apportando dall’esterno il contenuto di valore. Tale accezione ha motivato tutti i tentativi di immettere la dignità nella politica mediante le leggi, le riforme istituzionali e le norme di comportamento e di finanziamento. Sono stati scarsi gli obiettivi raggiunti perché l’approvazione e soprattutto l’attuazione di tali provvedimenti dipendeva comunque dagli stessi politici di cui si voleva innalzare la qualità. Neppure il barone di Münchhausen è riuscito ad innalzarsi tirandosi per il codino.
È più ambizioso l’altro significato, nel quale la politica è il soggetto e assume la dignità come propria dimensione interiore. Intesa così l’espressione Dignità della Politica svela che le due parole sono in una relazione profonda e si valorizzano a vicenda.
Un esempio viene da Giuseppe Di Vittorio. Quando gli chiesero di parlare dei risultati raggiunti dal sindacato italiano disse: “nel mio paese di Cerignola abbiamo insegnato ai braccianti a non inchinarsi più di fronte al padrone delle terre, ma a guardare avanti a testa alta con la dignità di chi è consapevole dei propri diritti.
Con il linguaggio di oggi diremmo che il bracciante di Cerignola è un caso di empowerment, di presa di consapevolezza dei propri diritti. Sappiamo dirlo in modo più sofisticato rispetto alle parole semplici di Di Vittorio, ma molto meno siamo in grado di metterlo in pratica. E la difficoltà riguarda non solo la politica generale, ma anche le politiche sociali. La deriva prestazionale delle amministrazioni pubbliche trasforma i servizi in numeri di interventi che spesso prescindono dai risultati umani. Nei casi migliori si punta a soddisfare bisogni, molto spesso con risposte settoriali che non colgono la dimensione esistenziale del disagio.
[segue]

La Democrazia in declino. Ma la buona politica la può e deve salvare.

3e51bee4-a6f4-46f5-800f-7d2678127789Così muore una democrazia. Italia prima in Europa per distanza tra percezione e realtà.
di Francesco Nasi su The VISION.
———–
BY RAIAWADUNIA · SET 24, 2019
raiawadunia-logo-orizz2

30 ottobre 1938. Stati Uniti. Orson Welles, attore e pietra miliare del cinema americano, conduce una puntata del programma radiofonico The Mercury Theatre On Air destinata a entrare nei manuali di storia. Welles interrompe più volte il normale corso della trasmissione con breaking news di un fantomatico attacco alieno avvenuto sul suolo americano. Ovviamente non è vero, è puro intrattenimento: l’attore infatti segue la trama di un libro di fantascienza, The War of the Worlds. Non la pensano così però i milioni di cittadini che, credendo reale l’attacco alieno, vengono presi dal panico. Secondo le stime del professor Hadley Cantril, furono 1,7 milioni gli americani che dettero per vera l’invasione, e 1,2 milioni furono profondamente disturbati o terrorizzati. Anche se ad alcuni poté apparire come un semplice scherzo, non era così per Welles, che nel 1941 con Citizien Kane, il suo massimo capolavoro, aveva indagato i rapporti tra mass media e il vero sovrano del secolo a venire: l’opinione pubblica.

Il due volte premio Pulitzer Walter Lippmann, nel suo storico saggio del 1922 Public Opinion, aveva già studiato la facilità con la quale le idee dell’opinione pubblica potessero essere distorte. Egli sosteneva che l’opinione il più delle volte non rispecchia la realtà, troppo complessa per essere realmente capita: l’opinione dipende dallo pseudo-ambiente esterno che ogni individuo si costruisce in base a pregiudizi e visioni stereotipate della realtà, in maniera più emotiva che razionale. Nonostante la sua malleabilità, negli anni però l’opinione pubblica diventa sempre più importante. Stefano Rodotà ha definito “sondocrazia” i regimi democratici attuali, dove a contare sono più i sondaggi d’opinione che le elezioni. Nella sondocrazia le classi dirigenti abdicano al compito di guidare il cambiamento nella società e tentano di sopravvivere inseguendo i volatili bisogni dell’opinione pubblica espressi nei sondaggi settimanali.

In una società globalizzata, liquida e complessa, la realtà diventa sempre più difficile da comprendere, e quindi la percezione dall’opinione pubblica rischia di allontanarsi sempre di più dai dati reali, fino al punto in cui si va a formare un vero e proprio abisso tra ciò che è vero e ciò che è ritenuto vero. Secondo uno studio dell’istituto di ricerca Ipsos, tra 15 paesi dell’Ocse l’Italia è prima per distanza tra percezione e realtà. Nando Pagnoncelli, professore, sondaggista e presidente di Ipsos Italia, ha descritto questo fenomeno nel suo ultimo libro La penisola che non c’è. I dati riportati da Pagnoncelli sono a dir poco allarmanti e spaziano per tutti i settori della vita pubblica del Paese. Riguardo ad esempio all’economia: nel 2014, a fronte di un tasso reale di disoccupazione del 12%, gli italiani credevano che nel loro paese ci fossero il 49% di disoccupati, come se un italiano su due stesse cercando lavoro senza trovarlo. Gli italiani credono di avere un’economia simile alla Grecia, quando in realtà quest’ultima ha un Pil equivalente più o meno alla sola Lombardia. L’Italia è la seconda manifattura d’Europa e una delle prime dieci economie mondiali, ma più di un italiano su 7 non lo sa. Rispetto alla popolazione: gli over 65 attualmente rappresentano il 22% della popolazione totale, ma per l’opinione pubblica italiana corrispondono al 48% del totale. L’età media è 45 anni, ma gli italiani pensano che sia di 59. La distorsione nell’ambito economico e demografico si può in parte spiegare come esagerazione di fatti reali come la crisi economica, la precarizzazione del lavoro e l’invecchiamento della popolazione. Ma ciò che lascia profondamente perplessi è invece la differenza tra realtà e percezione nell’ambito della sicurezza.

Secondo il 64% degli italiani, dal 2000 a oggi gli omicidi sono aumentati, quando in realtà hanno visto un calo vertiginoso e sono diminuiti del 47%: solo l’8% della popolazione però ne è consapevole. Basti pensare che nel 2016, in tutta Italia, ci sono stati la metà degli omicidi che nella sola città di Chicago: 397 contro 762. Come riporta uno studio dell’Istituto Cattaneo, l’Italia è il Paese con la più forte distorsione della realtà anche per quanto riguarda l’immigrazione con una differenza di ben 17,4 punti percentuali: gli immigrati extraeuropei rappresentano nel nostro paese il 7% della popolazione totale, ma per la nostra opinione pubblica sono il 25%, ovvero uno su quattro. Il 47% degli italiani crede che ci siano più clandestini che migranti regolari, mentre gli irregolari rappresentano circa il 10% del totale dei migranti.

Lo pseudo-ambiente cognitivo in cui si sviluppa l’opinione pubblica italiana ci presenta un Paese povero, vecchio, invaso da stranieri, senza alcuna possibilità per il futuro. La distorsione è più accentuata al Sud che al Nord, e tra le persone meno abbienti rispetto a quelle appartenenti alle classi agiate. La deformazione della realtà avviene quasi sempre in negativo, e a volte è anche peggiore di quella che pensiamo. I dati sopra riportati sono infatti spesso medie: ciò significa che se gli italiani credono che un carcerato su due sia straniero, a fronte di un dato reale del 33%, alcuni penseranno che addirittura il 60 o il 70% dei carcerati sia di origine non italiana.

Pagnoncelli indaga anche le motivazioni che stanno sotto questo pressoché totale scollamento tra realtà e opinione pubblica. Innanzitutto, c’è il problema dell’istruzione. In Italia solo il 14% dei maggiorenni vanta una laurea, e metà della popolazione adulta non va oltre la licenza media. E se è vero che lo studio non è sinonimo o garanzia di una piena e razionale comprensione del mondo intorno a sé, è altrettanto vero che l’istruzione rimane lo strumento più adatto a fornire gli strumenti e le competenze per analizzare criticamente la realtà. Il dato più preoccupante è allora quello dell’analfabetismo funzionale: secondo lo studio Piaac, in Italia il 28% della popolazione adulta è “incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”, come riporta la definizione dell’Ocse.

La seconda motivazione è da ricercare nel mondo dei media, vecchi e nuovi: essi contribuiscono enormemente a creare uno pseudo-ambiente insicuro, catastrofistico e noncurante della realtà fattuale per avere più ascolti o mi piace. Secondo l’istituto Demos, con più del 20% di notizie “ansiogene”, i telegiornali italiani trattano la cronaca nera più del triplo rispetto ai colleghi britannici e spagnoli. Questo dato è particolarmente rilevante in un Paese in cui metà dei cittadini reperisce le informazioni ancora esclusivamente o principalmente dalla televisione.

I social vanno a peggiorare il fenomeno essenzialmente per due motivi. In primis, sono il principale mezzo di diffusione di bufale e fake news, come dimostra la campagna elettorale americana. Secondo BuzzFeed, notizie create ad hoc come l’endorsement di Papa Francesco a Donald Trump superarono come diffusione ed engagement notizie reali di giornali autorevoli come Washington Post e The New York Times. C’è poi la questione della filter bubble e dell’omofilia: i social media, tramite i loro algoritmi, ci mostrano quasi esclusivamente contenuti che potrebbero piacerci, e che quindi confermano le nostre opinioni. In questo modo si crea un mondo parallelo completamente distante dalla realtà che delimita noncurante i confini di quello che sappiamo sul mondo intorno a noi.

Vi è poi la questione della scarsa credibilità delle istituzioni e di un individualismo sempre più accentuato. La crisi delle istituzioni è stata letta particolarmente bene dal sociologo polacco Zygmunt Bauman: egli descriveva la contemporaneità come società liquida, un mondo in cui l’unico senso è il consumo e in cui tutte le solide e collettive certezze del passato – credo religiosi, stati, partiti – sono crollati lasciando l’individuo sperduto tra caos e incertezza. In questa confusione è facile che emerga l’egoismo del singolo: come scrive Giovanni Orsina nel suo libro La democrazia del narcisismo, il cittadino moderno è un uomo-massa egoista che ha perso ogni fiducia negli altri e che si ritiene unica misura della realtà intorno a lui. Per questo si sente legittimato a credere a quello che vuole e non accetta nessuna opinione diversa dalla sua, come vediamo nella crescente polarizzazione della politica e dall’imbarbarimento del dibattito pubblico. L’uomo-massa diffida istituzioni ormai liquefatte, dei dati e degli esperti, perché si fida solo di se stesso.

Nel mondo politico e mediatico è facile sfruttare il pessimismo degli italiani, inseguire il facile consenso dei sondaggi e speculare sulle paure dei cittadini. Così è stato fatto in questi anni, come testimoniato egregiamente della vita politica di Matteo Salvini, un camaleonte che ha cambiato più volte fede politica seguendo i sondaggi per racimolare facili consensi. In questo modo si crea però un circolo vizioso di maliziose semplificazioni della realtà che rischia di far affogare il Paese nel suo stesso pessimismo, distraendo le persone dai problemi reali e impedendo così che vengano affrontati. Senza una base comune fattuale condivisa, non può esistere davvero una democrazia, poiché mancano i fondamenti di un serio dibattito pubblico che metta al centro i veri bisogni del Paese.

A una certa politica finora è convenuto sfruttare e nutrire l’ignoranza delle persone e il loro utilizzo inconsapevole dei media: ciò gli ha permesso di fomentare l’odio sociale e di sfruttarlo in termini di consenso elettorale. Ma la buona politica dovrebbe fare esattamente il contrario. La politica può e deve fare molto, agendo sulle motivazioni che abbiamo precedentemente analizzato: investire in modo massiccio sull’istruzione, promuovere campagne d’informazione sui dati reali e combattere la disuguaglianza sociale. Come scrive Pagnoncelli nel finale del suo libro, c’è bisogno di un’alleanza tra politica, media e società civile. Solo attraverso la partecipazione di tutte le forze sociali sarebbe possibile promuovere una narrazione diversa e veritiera della realtà, stimolando una presa di coscienza collettiva che faccia venire a galla un senso di identità e di responsabilità condivisa, unico possibile rimedio all’ormai perduta credibilità delle istituzioni e all’egocentrismo malato del ventunesimo secolo.

Francesco Nasi per VISION

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

Beni comuni

orto-capuccini-ca
Il governo razionale dei beni comuni e il problema della scarsità
di Gianfranco Sabattini

Il continuo dibattito sulla natura e l’uso dei beni comuni è condizionato dall’incertezza che pesa sulla loro definizione; da esso tuttavia sembra “emergere” una definizione che considera beni comuni tutte quelle risorse che risultano necessarie alla vita (perché preordinate a soddisfare stati di bisogno di particolare rilevanza per gli individui) e che, investendo i diritti fondamentali delle persone, si caratterizzano per la non esclusione dall’uso generale, con conseguente non assoggettabilità ad un prezzo, quale corrispettivo per il loro uso.
In tempi di crisi economica persistente, il dibattito pubblico in corso in Italia tende a porre la gestione dei beni comuni in controtendenza rispetto all’assoggettamento delle risorse alle logiche del mercato. Tuttavia, le incertezze persistenti sulla definizione di bene comune impediscono che dal dibattito emergano le linee di una politica di riforma istituzionale utile a prefigurare una loro razionale gestione; ciò, al fine di sottrarre i beni comuni alla cosiddetta “tragedia dei commons” che, in considerazione della loro non esclusione dall’uso generale, potrebbe condurre alla loro totale “distruzione”.
Il governo razionale dei beni comuni può essere infatti prefigurato solo tenendo conto, al pari di tutte le risorse economiche, della loro scarsità. Ciò perché, il fatto d’essere di proprietà comune comporta che all’intera platea dei proprietari sia assegnato a titolo individuale il diritto d’uso, mentre a nessuno di essi è concessa la facoltà di escludere gli altri. Se i proprietari che dispongono del diritto d’uso sono troppi, le risorse di proprietà comune potrebbero essere esposte al rischio della sovrautilizzazione; le stesse risorse, potrebbero essere esposte anche al rischio della sottoutilizzazione, a causa, ad esempio, di una definizione del diritto di proprietà dei beni comuni che potrebbe “margini” di interferenza nelle modalità del loro uso (come accade, per esempio, in Italia, nell’uso di ciò che resta dei cosiddetti “usi civici”, la cui utilizzazione da parte dell’operatore pubblico – di solito i comuni – è spesso contestata dall’intera comunità municipale, titolare del diritto di proprietà). In entrambi i casi, i proprietari dei beni comuni sarebbero “condannati” a subire gli esiti negativi della “tragedia dei commons”.
La “tragedia” è connessa al rischio che i beni comuni possano essere gestiti, come sostengono i “benecomunisti”, da operatori diversi dai loro legittimi proprietari, in quanto fruitori; i titolari della proprietà indivisa di beni devono infatti sostituirsi direttamente a qualsiasi forma di potere, privato o pubblico, nel determinare come gestire la conservazione e le forme di fruizione di tali beni. Tuttavia, perdurando lo stato di scarsità, la loro gestione di questi beni non può prescindere dalle leggi economiche tradizionali che indicano le modalità ottimali, sia per la loro conservazione, che per il loro uso.
La proprietà comune, in quanto riferita all’insieme dei soggetti che compongono una determinata comunità, è diversa dalla proprietà pubblica. A differenza dei beni comuni, quelli di proprietà pubblica possono essere gestiti direttamente dagli enti pubblici proprietari, sulla base di processi decisionali maggioritari (cioè sulla base delle maggioranze politiche pro-tempore esistenti). Poiché l’insieme dei proprietari-fruitori dei beni comuni non dispone di autonomi meccanismi decisionali, l’esercizio del diritto di proprietà comune e la gestione dei beni cui tale forma di proprietà si riferisce devono essere delegati alla responsabilità di un “soggetto operante” (quale, ad esempio, una cooperativa) che deve esercitarli in nome e per conto del delegante, la comunità, in funzione della volontà collettiva che essa esprime.
Con riferimento al governo e all’uso dei beni comuni, sorgono perciò gli stessi problemi presenti ancora oggi in Italia in molte realtà territoriali, con riferimento agli antichi “usi civici”, dove gli enti locali, sulla base di decisioni maggioritarie, amministrano risorse che, in quanto beni comuni, possono essere gestite solo dalla comunità olisticamente intesa come “un tutto”.
Il suggerimento di Elinor Ostrom, l’economista premio Nobel che ha approfondito il tema dei beni comuni, si presta poco ad essere utilizzato per realizzare in termini efficienti il governo della proprietà di tali beni, secondo forme cooperative. L’intento del suo contributo è stato quello di pervenire ad una teoria adeguatamente specificata delle azioni collettive, mediante le quali un gruppo di operatori può organizzarsi volontariamente per utilizzare il frutto del suo stesso lavoro, o dei suoi beni di proprietà indivisa.
La Ostrom non crede nei risultati delle analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale, ma solo nelle spiegazioni empiricamente confermate del funzionamento delle organizzazioni umane relative a specifiche e particolari realtà. Ciò perché, secondo la Ostrom, le analisi teoriche condotte a livello di intero sistema sociale comportano l’astrazione dalla complessità dei contesti concreti, per cui diventa probabile il rischio di rimanere “intrappolati” in una “rete concettuale” che astrae dalle realtà particolari.
Molte analisi condotte a livello di intero sistema sociale sarebbero perciò niente di più che metafore; ma affidarsi a metafore per gestire specifiche realtà può portare a risultati sostanzialmente diversi da quelli attesi. Un conto è spiegare come possono essere gestite in modo efficiente le risorse scarse di proprietà comune di una comunità di pescatori, oppure quelle di una comunità di allevatori; altro conto è spiegare come può essere realizzato, in condizioni di equità e di giustizia distributiva, il governo di tutte le risorse di proprietà comune di una determinata comunità nazionale.
In Italia il dibattito su come affrontare i problemi connessi alla realizzazione di uno stato del mondo più confacente alla gestione dei beni comuni si è svolto sinora prevalentemente con riferimento alla struttura istituzionale esistente. Questa, a causa dell’egemonia della logica capitalistica, secondo i “benecomunisti” avrebbe subito trasformazioni tali da determinare la crescente privatizzazione delle risorse disponibili. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, infatti, all’insegna del “terribile diritto” della proprietà privata e del misconoscimento di alcuni dettati costituzionali che ne salvaguardavano la funzione sociale, è stata realizzata la distruzione dell’economia pubblica e la privatizzazione di buona parte del patrimonio pubblico; processo, questo, che, non essendo ancora ultimato, è giusto motivo di preoccupazione per i “benecomunisti”.
Il movimento “benecomunista”, dotato prevalentemente di un’anima giuridica, considera i beni comuni, non già come beni economici aventi caratteri peculiari, ma come dei diritti universali, la cui definizione non può essere “appiattita” su considerazioni esclusivamente derivanti dalla teoria economica. Per dirla con le parole di Stefano Rodotà, il giurista che è stato tra i primi ad introdurre la questione dei beni comuni in Italia, “se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, [...] allora può ben accadere che si perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità ‘comune’ di un bene può sprigionare tutta la sua forza», in funzione della soddisfazione dei diritti universali corrispondenti ai bisogni esistenziali incomprimibili degli esseri umani.
I “benecomunisti” sostengono che, per evitare lo smarrimento della loro vera qualità comune, i beni comuni devono essere tolti dal mercato e salvaguardati giuridicamente per garantire a tutti la loro fruibilità. Ma come? Rodotà manca di dirlo; mentre è ineludibile, considerata la loro natura di risorse scarse, la necessità che siano stabilite le procedure da istituzionalizzate per governare la proprietà e la gestione dei beni comuni. Ciò al fine di evitare che la sola definizione dal lato del consumo di tali beni (intesi come fonte di soddisfazione di diritti universali) li esponga al rischio di un loro possibile spreco.
Tra l’altro, è necessario pervenire a una precisa definizione dei beni comuni, anche per stabilire quali dovrebbero essere realmente, tra le risorse disponibili, quelle da sottrarre alle leggi di mercato; se ci si riferisce, ad esempio, al trasporto pubblico locale, la mobilità delle persone nel territorio è un bene comune o è solo, tra gli altri, un bene il cui governo deve essere lasciato alle leggi di mercato? L’interrogativo potrebbe essere esteso ad una molteplicità di situazioni, sino ad includere nella classe dei beni comuni la maggior parte di tutto ciò che di momento in momento viene prodotto ed utilizzato all’interno del sistema sociale.
L’incertezza nella definizione dei beni comuni causa l’impossibilità di fare appropriati passi in avanti nella riflessione sulla riorganizzazione del quadro istituzionale che sarebbe necessario per una loro razionale gestione. I “benecomunisti”, mancando perciò di uscire dalla vaghezza definitoria su cosa sia un bene pubblico e quali siano le condizioni che valgono a trasformare una data risorsa in bene comune, “soffrono” dell’atteggiamento di chi è sempre propenso a valutare ex ante le proposte destinate a fare fronte a specifiche emergenze, senza il conforto di una valutazione sia pure potenziale ex post della loro desiderabilità ed attuabilità. Essi, infatti, trascurano che le proposte formulate in sede preventiva, senza un confronto con la modalità necessarie alla loro attuazione, corrono il rischio di rivelarsi fallimentari a posteriori.
Inoltre, le critiche che i “benecomunisti” rivolgono alla situazione istituzionale esistente mancano di prefigurare una struttura istituzionale alternativa, idonea ad esprimere “una progettualità di lungo periodo”. Tali critiche, infatti, si limitano ad affermare, in astratto, gli ostacoli che si oppongono al rispetto del mandato costituzionale che coniuga l’equità distributiva con l’efficienza economica e gestionale delle risorse delle quali dispone il Paese, mancando di considerare i problemi connessi con la forte territorializzazione che caratterizza di solito i beni comuni; nessun cenno viene fatto, inoltre, alle “politiche di infrastrutturazione” necessarie per garantire, a livello nazionale, l’accesso all’uso dei beni comuni localizzati solo in un dato territorio.
Per queste ragioni, le critiche dei “benecomunisti” tendono a risultare, dal punto di vista economico, quasi delle “scatole vuote”, utili solo a mobilitare sul piano ideologico l’opinione pubblica contro gli esiti della logica capitalistica; si tratta di critiche del tutto prive di ogni riferimento alla struttura istituzionale che dovrebbe essere realizzata, per garantire, a livello di intero sistema sociale ed economico, un razionale soddisfacimento dei diritti universali cui si fa riferimento. In altri termini, i “benecomunisti” mettono il carro davanti ai buoi, nel senso che la loro progettualità risulta finalizzata, non a prefigurare un possibile riformismo istituzionale, utile a consentire una gestione razionale dei beni comuni di proprietà collettiva, ma solo a correggere e contenere gli esiti indesiderati del funzionamento dei sistemi sociali capitalistici attuali; tutto ciò senza preoccuparsi di evitare gli esiti negativi dell’eccessiva propensione a rifiutare quanto dell’economia standard può risultare ancora idoneo a governare e salvaguardare i beni comuni.
Ciò sarebbe invece necessario, al fine di evitare che il rischio connesso al rifiuto ideologico delle leggi dell’economia standard possa causare anche inintenzionalmente la formulazione di strategie riformiste di lungo periodo svincolate dalla realtà. Uno dei peggiori sbagli che si possa commettere, nelle condizioni in cui versa attualmente l’Italia sul piano sociale ed economico, è pensare che una proposta astratta possa essere realmente attuata; sarebbe il peggior servizio reso al Paese, per via del fatto che esso finirebbe con l’essere ulteriormente penalizzato sovrastato dal funzionamento del proprio sistema economico in assenza di regole certe e concrete.

ARRIVA SETTEMBRE, FIRMA! per i beni comuni per le generazioni future

racc-rodota-2
[Comunicato del Comitato] Decine di migliaia di persone hanno già firmato, ma sono ancora centinaia le richieste di poter firmare a sostegno della legge di iniziativa popolare sui beni comuni, e di poter aderire, che giungono da tutta Italia: una sensibilità e una consapevolezza che unisce territori e comunità per una grande sfida culturale, politica, giuridica e sociale, la tutela e la valorizzazione di beni, materiali e immateriali, che sono direttamente connessi alla soddisfazione dei diritti fondamentali della persona. [segue]

Beni Comuni Firma Day – Venerdì 26 luglio 2019

anci-e-beni-comuniComitato Popolare Difesa Beni Pubblici e Comuni “Stefano Rodotà”
LETTERA APERTA ALL’ANCI
E A TUTTI I SINDACI D’ITALIA
Beni Comuni Firma Day – Venerdì 26 luglio 2019
Il Comitato Popolare per la difesa dei beni pubblici e comuni “Stefano Rodotà” ha promosso la campagna www.generazionifuture.org al fine di portare alla discussione parlamentare, tramite Legge di Iniziativa Popolare, il testo del DDL Rodotà del 2008: una proposta di riforma del Codice Civile in sintonia con la Costituzione, che offrirebbe, fra l’altro, un riferimento normativo primario ai Regolamenti per i beni comuni che tanti Comuni italiani hanno già approvato.
[segue]

Verso Camaldoli/2

40711aladin-logo-lampadaSi terrà dal 26 al 30 agosto a Camaldoli la Settimana teologica 2019, intitolata “Fede e politica. Un dialogo da ricominciare”, organizzata al MEIC, Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale. Per l’importanza e la ricchezza dei contenuti abbiamo ripreso dal sito del Meic su Aladinpensiero una parte dei lavori preparatori, ripubblicandoli integralmente o riportando i relativi link. Contiamo ora questa attività. Daremo ovviamente conto dei lavori della Settimana e delle conclusioni.
—————————————————-
40711
VERSO CAMALDOLI/1 Fede e politica: un servizio di cultura
13 Giugno 2019

di RICCARDO SACCENTI
ricercatore della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII
delegato Meic Toscana

Il passaggio storico che ci troviamo ad attraversare viene descritto, sul piano politico, da un lessico dominato dal binomio sovranismo/populismo, con il quale si cerca di significare un mutamento radicale negli equilibri e nelle dinamiche con cui si costruisce la decisione politica, soprattutto all’interno di sistemi istituzionali democratici e liberali. Tuttavia, questa scelta semantica, che assume come tratto qualificante l’accentuazione posta sul primato assoluto dell’interesse del popolo sovrano, ricorre a concetti che appartengono oramai alla storia del secolo precedente e che non sono in grado di restituire fino in fondo la radicalità di un mutamento storico nel quale siamo direttamente coinvolti.

Sotto la superficie estremamente sottile di queste espressioni si cela infatti un movimento magmatico nel quale ad essere messi in discussione, fin nelle loro radici, sono i concetti di democrazia, di libertà, di giustizia, che hanno segnato il Novecento. Il terreno della politica, che oggi mostra tensioni e conflitti, è il precipitato di tutto questo: rappresenta cioè l’esito di una faglia che si è creata e si è allargata essenzialmente sul terreno della cultura e che dunque richiede di essere presa in considerazione con gli strumenti propri della cultura.

E come tutte le realtà umane e storiche, anche questo cambio d’epoca cela rischi e opportunità che una lettura teologica è in grado di mettere in luce. Lo sforzo di far sì che la Parola di Dio interroghi anche questa stagione di “crisi” delle culture politiche e della politica stessa, cela potenzialità di speranza non ancora colte e del tutto inespresse. Si tratta di un impegno che richiedere una profonda maturità spirituale e teologica e al tempo stesso un’apertura al mondo e alla storia all’insegna di una misericordia intellettuale radicata nella convinzione che ogni frammento della vicenda umana è destinatario dell’annuncio del Vangelo. Per realtà ecclesiali che come il Meic hanno nell’apostolato della cultura il loro proprium vi è qui la consapevolezza di un’urgenza a cui rispondere: andare, in questo nostro tempo, alle radici di una lettura sapienziale della politica e restituire alla cultura quella funzione pubblica di strumento per dare alla politica un senso profondo della storia e dell’umanità.
————————————————–
VERSO CAMALDOLI/2 Delegare non basta, servono cittadini protagonisti
21 Giugno 2019

di PAOLO DACCO’
delegato regionale Meic Lombardia

Lo spazio politico e del dibattito culturale è dominato da chi pensa di potersela cavare con poco: frasi e annunci ad effetto, promesse a getto continuo – non importa se contraddittorie e senza verifica successiva, capitani e caporali più o meno carismatici e zero idee complesse, ragionamenti e argomentazioni.

I cittadini meno attrezzati, oppure preparati ma animati da poca tensione verso un esercizio pieno dei diritti e dei doveri che la cittadinanza porta con sé, trovano decisamente più semplice delegare ogni decisione al leader di turno, senza assumere in prima persona posizioni o ruoli che esigerebbero poi impegni ed azioni conseguenti.

Sgombrando subito il campo da illusioni di facile cambiamento, va detto che un antidoto ad effetto rapido non esiste. Il lavoro – anzitutto culturale – che la situazione ci richiede, per quanto sia da attivare prima possibile, prevede tempi di efficacia medio-lunghi.

Non per questo, per il fatto cioè di non vedere nessuna luce in fondo al tunnel (del divertimento, soprattutto altrui), possiamo sentirci autorizzati al disimpegno o a cedere il passo alla sensazione di inutilità che spesso pervade chi si trova a remare contro una corrente contraria e impetuosa.

Credo invece che sia più che urgente ed opportuno non mollare la presa, da un lato assumendo l’atteggiamento e lo stile della “cittadinanza attiva”, dall’altro individuando nel grande filone dei “beni comuni” un campo di azione e di elaborazione di una nuova cultura politica capace di superare lo sfilacciamento dell’ampio fronte democratico-costituzionale, andando oltre sigle, partiti e partitini ormai specializzati in “teoria e tecnica della gestione del proprio ombelico”, per ridare respiro e un nuovo orizzonte ideale ad azioni capaci di coinvolgere i cittadini nuovamente come parte di una comunità e non solo come individui.

Il quadro è così complesso e frastagliato che sembra impossibile trovare un punto da cui partire. Credo che la visione complessiva sulla nostra realtà espressa nella Laudato Si’ e i temi in essa contenuti possano rappresentare un terreno comune a tante espressioni – non necessariamente ispirate da una prospettiva credente – di una nuova cultura di promozione di ciò che è comune ed essenziale per la vita di tutti.

Questo a tutela dei diritti di chi vive oggi, ma allo stesso tempo di quelli delle generazioni future.

In questa direzione si collocano i movimenti sociali e popolari (non a caso convocati più volte da Papa Francesco) che muovendo da una critica ai dogmi della globalizzazione ci hanno accompagnato e sollecitato negli ultimi decenni.

Da Seattle a Genova, al Forum dei Movimenti per l’Acqua con la grandissima vittoria referendaria del 2011 resa finora inefficace da scelte di segno opposto da parte di tutti i governi che da allora si sono succeduti, fino alla campagna in corso in questi mesi, promossa in tutta Italia dai Comitati per i beni pubblici e comuni “Stefano Rodotà” (www.generazionifuture.org), che propone una raccolta di firme per una Legge di iniziativa popolare che vuole l’inserimento esplicito nel Codice civile dei beni comuni e della loro tutela.

Insomma, per chi lo vuole c’è già da subito modo e spazio per essere attivi, iniziando a ridare senso e sostanza al nostro comune essere cittadini.
—————————————————–
VERSO CAMALDOLI/3 Nell’epoca dei populismi, investire in formazione
27 Giugno 2019

di MARCO FORNASIERO

“Fede e politica. Un dialogo da ricominciare”. Questo il titolo della Settimana teologica del Meic 2019. Probabilmente un dialogo che non si è mai interrotto perché cos’è la politica se non un atto di fede verso il prossimo, un prendersi cura dell’altro? Il mondo culturale dal quale proveniamo ha fatto da principe nel rapporto con la politica. Un ponte tra la formazione delle coscienze, tema tanto caro a chi come me ha vissuto l’esperienza della Fuci, e le esperienze a servizio del Paese a tutti i livelli. Potrà sembrare banale, ma il tema oggi è: vale la pena investire sulla formazione alla politica nell’epoca dei populismi? La risposta può essere solo che affermativa. Potrà sembrare scontato ma comporta un atto di responsabilità. Desiderare di percorrere questa strada significa decidere di mettersi in dialogo soprattutto con persone che possono sembrare distanti, che provengono da realtà differenti. È in questi momenti che prende corpo l’espressione “essere Chiesa”. Nel rapporto tra fede e politica, un aspetto dal quale oggi non è possibile esimersi è la comunicazione. Possiamo dire che fare politica oggi significa anzitutto saper comunicare, è difficile essere generativi se non si è in grado di comunicare le proprie idee all’esterno.

Una realtà che negli anni ha incarnato questa essenza è Connessioni, una comunità di giovani che da dieci anni dibattono e si formano sui grandi temi del Paese a partire dalla dottrina sociale della Chiesa. È bene ricordare come questa realtà sia nata dall’impulso del mondo associativo cattolico (Fuci, Azione cattolica, Agesci, Mcl, Gioventù Francescana ecc.), dalla volontà delle singole dirigenze nazionali di mettersi in rete, connettere i virtuosismi. Ed è proprio questo a mio avviso il punto di forza, a Connessioni non si frequenta una scuola di formazione politica ma si vive un’esperienza di fede declinata in tutti i suoi aspetti. Viene proposto un metodo che scandisce i lavori degli incontri in cinque momenti. Il primo è dedicato all’introduzione spirituale che seppur breve, costituisce il fondamento dell’agire politico e la base di partenza per ogni nostro incontro. Il secondo momento è dedicato all’ascolto e al dialogo con uno o più relatori sul tema della giornata. Il terzo è dedicato ai lavori di gruppo che si ispirano al metodo della casistica gesuitica, in cui dal caso concreto si risale al principio generale. Questo momento è fondamentale perché è durante la divisione in lavori di gruppo che si cerca di trasmettere il metodo proprio della democrazia deliberativa. L’esito dei lavori di gruppo sfocia nel quarto punto, la condivisione in plenaria del lavoro svolto. Last but not least, l’ultimo momento è rappresentato dal pranzo comunitario in cui ognuno è chiamato in base alle proprie disponibilità, a contribuire a questo momento di condivisione e amicizia.

Credo che ci sia ampio spazio di dialogo nel rapporto tra fede e politica e credo anche che le singole associazioni possano giocare un ruolo fondamentale nella formazione alla politica delle nuove generazioni, ma per farlo dovranno passare a mio avviso da due capisaldi: il fare rete per evidenziare gli aspetti virtuosi di ciascuna realtà nel rispetto delle singole autonomie, così da generare comunità; la comunicazione per dare corpo e ali ai contenuti.
————————————————
VERSO CAMALDOLI/4 “La fede ha una parola da dire su tutto”
03 Luglio 2019

di ROCCO D’AMBROSIO
ordinario di Filosofia politica, Pontificia Università Gregoriana

Sono passati cento anni da quel gennaio del 1919, quando i cattolici italiani, guidati da Luigi Sturzo, sono ritornati ad impegnarsi direttamente in politica. Dei tanti nobili profili e alti contenuti, è impossibile fare sintesi, eppure solo la loro storia può illuminare e guidare il presente dei cattolici italiani. Consci che, come scriveva Pietro Scoppola, “la storia in contrasto con l’opinione corrente non dà lezioni, non detta comportamenti, non dice a nessuno cosa deve fare; ma solo aiuta, un poco, a capire che cosa siamo, lasciandoci tutta intera la responsabilità di scegliere, dopo averci messo in una posizione un poco più elevata, con la possibilità di un orizzonte più aperto”. Questa storia, oggi, non può prescindere dall’indicazione di Paolo VI: “Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi”. L’invito papale e conciliare ad impegnarsi in politica non contiene mai un’indicazione di schieramento e di partito. Per questo motivo il magistero si limita a ricordare solo le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili nell’azione politica dei cattolici, che sono: il rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia; la tutela dei diritti dell’embrione umano, della famiglia, della libertà di educazione e la tutela sociale dei minori; la liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù; la libertà religiosa; lo sviluppo per un’economia al servizio della persona e del bene comune; la giustizia sociale; la solidarietà umana; la sussidiarietà; la promozione della pace. Questi principi morali non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno e sollecitano una forte responsabilità personale nel realizzarli (cfr. Nota della CDF, 2002). Quindi, tutti i cattolici, a prescindere dalla loro collocazione politica e sociale, sono tenuti a seguire fedelmente tutte, nessuna esclusa, queste indicazioni etiche.

Eppure una frattura esiste tra i cattolici italiani e non è quella dello schieramento: è quella della coerenza. Ci sono coloro che vivono in politica servendo il Vangelo per il bene comune e, purtroppo, ci sono anche quelli (di destra, sinistra e centro) che vivono servendosi del Vangelo per accrescere interessi e potere. La frattura esiste non per carenze magisteriali, ma per deficienze formative, sia a livello di autoformazione che di itinerari in parrocchie e diocesi. Sono pochi i cattolici che giungono all’impegno politico con una robusta formazione intellettuale, un cuore grande e una fede solida. Chi è seriamente formato sa bene che non si può restare in silenzio quando sono in gioco i cardini della democrazia: solidarietà, unità dei popoli, pace, rispetto della dignità di tutti, accoglienza, rispetto delle istituzioni e della fede religiosa, giustizia e così via. Principi anche cristiani.

La proposta lanciata da papa Francesco di indire un sinodo della Chiesa italiana sembra essere quanto mai attuale: è innegabile una sorta di “scisma sommerso” tra i cattolici italiani, specie sui temi sociali e politici. Abbiamo bisogno di riflettere tutti insieme sulla nostra testimonianza di fede nel mondo. Non basta essere contro aborto, eutanasia e altri temi di etica personale; accanto a questi deve essere della stessa forza il No a razzismo, xenofobia, corruzione, mafie, guerre e traffico di armi, egoismi nazionali e discriminazioni. Niente deve fermare o compromettere la testimonianza di pastori e laici credenti. Il buon Dio ci invita a essere forti e liberi da ogni compromesso con chi vuole comprare, magari con privilegi o leggi, o strumentalizzare, in tanti modi, il consenso dei credenti.

Insieme a Scoppola potremmo indicare altri cristiani coerenti e significativi: Sturzo, De Gasperi, La Pira, Dossetti, Moro, Bonhoeffer, Lazzati, Rodano, La Valle, Romero e altri ancora. Sono convinto che ad accomunarli è quanto Scoppola scriveva: “La fede ha una parola da dire su tutto! È che tocca a ognuno dei credenti di far sentire questa parola. A tutti i livelli. In tutti gli ambienti. Con umiltà. Senza arroganza. Ma con la consapevolezza di una grande responsabilità e di un momento decisivo per la storia del mondo”.
———————————————