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Che succede? Che fare?

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LA POLITICA, LE ELEZIONI E LE NUOVE ÉLITE. ZAMAGNI SU CATTOLICI E POLITICA

4 Agosto 2022 su C3dem
Con un articolo di notevole spessore Stefano Zamagni interviene nel dibattito su “Cattolici e politica” aperto su Settimana news, dopo l’intervento di Marco Damilano. Mauro Zampini (già segretario generale della Camera) torna sulla scelta di Draghi: “Draghi, la scelta dello statista” (Alto Adige). Vitalba Azzollini, “Abbiamo un Parlamento cui piace modificare di continuo la Costituzione” (Domani). VERSO LE ELEZIONI: Tonia Mastrobuoni, “Migranti, diritti e riforme. Ecco perché l’Europa teme la vittoria di Meloni” (Repubblica). Giuseppe Pisauro, “Sulle tasse è meglio dire qualche verità scomoda che rimanere in silenzio” (Domani). Dario Di Vico, “La politica alla prova delle nuove élite di cui non può fare a meno” (Foglio). Gerardo Villanacci, “La crisi della rappresentanza” (Corriere della sera). Linda Laura Sabbadini, “Vincere la povertà davvero” (Repubblica). Alessandra Arachi, “Marco Bentivogli: serve un’alleanza che mobiliti” (Corriere). Graziano Delrio, “Europeismo e bene comune, dalla società civile l’agenda giusta” (intervista a Avvenire). Giulia Merlo, “5 milioni di studenti fuori sede saranno costretti all’astensione” (Domani). LA DIFFICILE ALLEANZA A SINISTRA: Daniela Preziosi, “Il prezzo di Calenda per Letta è la rivolta di Sinistra, Verdi e Di Maio” (Domani). Stefano Folli, “Il magnete Calenda e le sue contraddizioni” (Repubblica). Marcello Sorgi, “Quei seri problemi a sinistra” (La Stampa). Antonio Floridia, “Il patto con Calenda, un lucido suicidio politico” (Manifesto). “ELENA” E IL FINE VITA: Luigi Manconi, “Di chi è la vita” (Repubblica). Lucetta Scaraffia (in risposta a M. A. Coscioni): “Due casi diversi e le risposte da dare” (Qn). Viviana Daloiso, “Diritto alle cure, non alla morte. Le richieste dei malati di tumore” (Avvenire). INOLTRE: Vladimiro Zagrebelsky, “La sentenza Ue: in mare non basta la legge dello Stato, per salvare vite servono le Ong” (La Stampa). Carlo Petrini e Luciana Castellina, “Il mondo riparato dai ragazzini” (La Stampa).
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TAIWAN, UNA NUOVA GUERRA? ITALIA, IL RAPPORTO SVIMEZ

4 Agosto 2022 su C3dem
Alla vigilia della visita di Nancy Pelosi a Taipei (Taiwan): Danilo Taino, “I troppi fronti e il rischio di fare il gioco di Xi e Putin” (Corriere della sera) e Ian Bremmer, “Pechino reagirà. Rischio certo di escalation” (intervista a Repubblica). Poi la visita: Nancy Pelosi, “La liberta di Taiwan e delle democrazie è la nostra libertà” (Il Dubbio, dal Washington Post). I commenti, di segno diverso, di Lucio Caracciolo, “Nel futuro di Taipei c’è una nuova guerra” (La Stampa), Agostino Giovagnoli, “Per fermare la tempesta” (Avvenire) e Gianni Vernetti, “Pelosi, uno scudo per Taipei” (Repubblica). L’interrogativo riproposto da Paola Peduzzi: “Ha fatto bene la Pelosi?” (Foglio). Andrea Goldstein spiega “I quattro pilastri del boom di Taiwan” (Sole 24 ore). UCRAINA: Tatiana Stanovaja, ‘Tutto sta andando secondo i piani’. Nella testa di Putin” (Foglio). Anna Zafesova, “Veleni e sospetti” (La Stampa). Daniel Gros, “Il prezzo del grano è già sceso. Kiev canta vittoria più di Mosca” (intervista a Repubblica). Alfonso Barbarisi, “Russia-Ucraina, serve una politica inclusiva” (Mattino). Gad Lerner, “Dio, Maria e terra, il nazionalismo ucraino è atavico” (Il Fatto). RUSSIA/OCCIDENTE: Anna Bono, “Lavrov vuole convincere l’Africa” (Italia Oggi). Giuseppe Lorizio, teologo, replica all’accusa russa che l’Occidente non abbia più un’anima: “Risposta ai russi: lo spirito dell’Occidente è anche razionalità e democrazia” (Avvenire). ITALIA / RAPPORTO SVIMEZ: Luca Bianchi, “A scuola la vera frattura fra Nord e Sud” (Gazzetta del Mezzogiorno”) e “Serve un ruolo più forte dello Stato per distribuire le risorse” (intervista al Messaggero). Nando Santonastaso, “Svimez: Sud in ritardo per i progetti del Pnrr. Ripresa a rischio” (Mattino). Giovanni Vasso, “L’Italia è malata, il Sud può essere la medicina” (L’identità).
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ACCORDO LETTA-CALENDA, PUO’ RIAPRISI UNA PARTITA GIA’ PERSA

3 Agosto 2022 su C3dem
Un invito del politologo Carlo Galli alle coalizioni a non delegittimarsi reciprocamente: “La nuova vecchia destra” (Repubblica). Un appello: “Liberi di scegliere, il manifesto dei costituzionalisti per il pluralismo” (Il Dubbio). Giorgio Parisi, “Non c’è più tempo. Gli elettori diano il loro voto a chi si batte per l’ambiente” (intervista a Repubblica). Gianfranco Pasquino, “I candidati devono essere il volto della coalizione” (Domani). L’ACCORDO LETTA-CALENDA: Enrico Letta, “A destra pensavano di avere ghià vinto. Ora la partita è aperta” (intervista al Corriere). Carlo Calenda, “Ho scelto la responsabilità. Il rischio è l’Italia come il Venezuela” (intervista a Repubblica). Paolo Pombeni, “Gli estremisti che i partiti dovranno controllare” (Messaggero). Antonio Polito, “Vantaggi (e press) dell’alleanza Letta-Calenda” (Corriere della sera). Marcello Sorgi, “Può riaprirsi una partita già persa” (La Stampa). Stefano Feltri, “Il centrosinistra ha evitato il suicidio, ora deve superare l’agenda Draghi” (Domani). Stefano Folli, “Vincitori e vinti nell’Ulivo di Letta” (Repubblica). C’è poi Marco Travaglio, “Il campo lardo” (Il Fatto). Antonio Bravetti, “La solitudine di Renzi” (La Stampa). Federico Capurso, “Conte: Noi contro tutto e tutti” (la Stampa). QUESTIONI DEL PAESE: Sabino Cassese dice che il primo investimento deve essere sulla scuola: Simone Canettieri, “Cassese: Viminale? Non decise Salvini. Draghi al Colle? Possibile” (Foglio). Marco Lodoli, “Se io fossi il ministro dell’Istruzione. Dialogo per una riforma della scuola” (Foglio). Alessandro Rosina, “Perché i giovani rischiano di perdere fiducia nella nostra democrazia” (Sole 24 ore). Innocenzo Cipolletta, “Con la destra il vero pericolo è l’autonomia differenziata” (Domani). Mario Baldassarri, “Scostamenti di deficit addio, è il momento di interventi strutturali” (Sole 24 ore). INOLTRE: Carlo Revelli, “Un nuovo soggetto politico: l’umanità” (Corriere della sera). Andrea Bonanni, “Razza e diritti negati. Dove porta la strategia di Orban” (Repubblica). Gilles Kepel e Marco Minniti discutono su “Mediterraneo, il futuro d’Europa” (Repubblica).

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Norma Rangeri su il manifesto
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Che succede?

c3dem_banner_04L’ALLEANZA DELLA SOCIETÀ CIVILE, UN APPELLO
2 Agosto 2022 su C3dem.
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LA SFIDA DEL TERZO POLO. E IL SOGNO DI UN’AGENDA BERGOGLIO
1 Agosto 2022 su C3dem.
(Segue)

Impegnati perché il centro sinistra vinca le elezioni. È in gioco la nostra democrazia

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Norma Rangeri su il manifesto

Siamo di fronte a una svolta storica nella vita repubblicana. Il 25 settembre le destre italiane, fascistoidi e reazionarie, grazie a una nefasta legge elettorale che non consente il voto disgiunto, potrebbero vincere le elezioni e mettere sotto ipoteca la nostra democrazia costituzionale.

Dopo la tragedia della pandemia, dopo la criminale invasione russa dell’Ucraina, dopo l’aumento drammatico della povertà, dopo gli allarmi inascoltati per l’ambiente, ecco un’altra emergenza, la più importante di tutte: quella democratica.

Un’emergenza che chiama tutte le persone antifasciste, progressiste e di sinistra ad assumersi le proprie responsabilità.

Dovremmo vivere sotto un governo nero di cui farebbero le spese milioni di persone senza lavoro e senza futuro; i diritti civili sarebbero via via ridotti; i programmi scolastici rivisti in ossequio alla trinità dio-patria e famiglia; gli immigrati per ottenere la cittadinanza costretti a imparare a memoria (è nel programma leghista) i nomi e le date delle sagre padane; l’autonomia differenziata messa tra i primi provvedimenti operativi con la sanità e i servizi sociali ridotti al rango di beneficenza per i poveri; il reddito di cittadinanza cancellato perché chi non trova lavoro vuol dire che non lo merita.

Che tutto questo accadrà se vinceranno le destre mi sembra inconfutabile.

E che, secondo ogni sondaggio, le destre vinceranno a mani basse mi pare altrettanto scontato.

Una simile prospettiva potrebbe già essere sufficiente per convincersi del fatto che la partita dei collegi uninominali si vince solo se non si disperde il voto con candidature improbabili.

Lo hanno ben spiegato sul manifesto le analisi di Antonio Floridia e Gaetano Azzariti. Preoccupati delle conseguenze sulla nostra Costituzione di un cappotto elettorale: il cambiamento della Carta in senso presidenzialista e il probabile inizio di un altro ventennio.

In fondo una parte di noi forse non sosteneva che Berlusconi sarebbe durato poco perché aveva un partito di plastica? Quell’errore è stato devastante, ma ancora oggi c’è chi stenta a riconoscerlo.

Del resto abbiamo di fronte un esempio ancora più recente, quello del Papeete, quando Salvini fece saltare l’alleanza con i 5Stelle reclamando i pieni poteri.

Anche allora c’era chi diceva andiamo alle elezioni, se il popolo vuole Salvini lasciamo il paese a Salvini. Poi, per fortuna, il Parlamento decise di dar vita a un governo giallorosso (o giallorosa) e abbiamo affrontato la tragedia della pandemia seguendo la scienza anziché la vandea antivaccinista, così come abbiamo combattuto nelle sedi europee riuscendo a conquistare la fetta più grande della torta degli aiuti.

Governo perfetto il Conte2? Tutt’altro, ma senza dubbio garantiva uno spazio politico democratico.

Oggi, dopo la forzatura del governo del presidente (Mattarella-Draghi), e l’accozzaglia di unità nazionale, siamo dentro una crisi politico istituzionale. Una crisi drammatica. Un regalo enorme alle destre, che ci portano alle elezioni in piena estate, inaugurando un altro inedito della storia italiana.

Dobbiamo tenere i nervi saldi e usare la testa, allontanando vie di fuga verso il rassicurante lido della terra promessa che non c’è e che non sarà più facile raggiungere in una società fascistizzata e sovranista.

La tentazione di non giocare la partita contro un avversario forte e agguerrito, capace di contare su un vasto consenso popolare (annoverando tra le sue fila addirittura il 40 per cento di iscritti alla Cgil, di fede leghista), pronto a prendersi il paese e le sue istituzioni, è molto diffusa nel frastagliato mondo della sinistra.

Fortissimo poi è il richiamo della foresta: lasciamo che le destre si impadroniscano del paese (tanto anche Letta e compagnia sono di destra) e finalmente mettiamoci insieme, uniamo le nostre debolezze e cerchiamo di costruire una coalizione per una lunga marcia all’opposizione dentro un’Italia fascista e reazionaria.

È un ragionamento che fila se si è convinti che tra Meloni e Letta in fondo non ci sia poi una grande differenza.

Io invece penso che siano ragionamenti totalmente sbagliati e pericolosi. Per varie ragioni.

Innanzitutto ritengo che la differenza tra Letta e Meloni c’è, ed è netta, sia dal punto di vista politico che culturale.

Il Pd è un partito centrista, governativo, in buona parte neodemocristiano, con sparute e minoritarie figure di cultura comunista. E comunque progressista.

Meloni e Salvini, al contrario, sono espressione delle peggiori destre europee, e contano tra i propri sostenitori tutte le organizzazioni fasciste e parafasciste (prima di andare al seggio bisognerebbe prendere la pillola Vox: il torvo, pauroso discorso della leader di FdI alla tribuna del partito franchista: sono una donna, sono una madre, sono cristiana… Tutt’altro che un esempio di libertà femminile).

Il segretario del Pd, purtroppo, sta dando una mano all’esito di svolta autoritaria, grazie alla scelta di una coalizione che esclude il M5Stelle per imbarcare personaggi e personagge di un mondo confindustrial-berlusconiano, con la pazza idea di conquistare l’elettore di una destra liberale moderata, non considerando che sulla bilancia potrebbe pesare di più il piatto della perdita dei voti di sinistra.

Questo futuro nero – in tutti i sensi – per l’Italia ha soltanto una barriera che può fermarlo: l’unità elettorale di tutte le forze democratiche, progressiste, di sinistra.

Nelle simulazioni sul voto realizzate dall’istituto Cattaneo, il trio Berlusconi-Meloni-Salvini vince a mani basse sempre. Tranne che in un caso: l’alleanza che va dal Pd al M5Stelle. Una possibilità, reale, concreta, perché sono proprio i numeri a dire che un fronte di centro-sinistra potrebbe raggiungere il 40-45 per cento necessario per competere sia nel maggioritario che nel proporzionale, sia alla Camera che al Senato.

Una alleanza democratica che dovrebbe inglobare Letta, Renzi, Calenda, Di Maio, Conte, Fratoianni, Bonino, Bonelli, Bersani sembra davvero una “mission impossible”.

Come si possono mettere sotto un’unica sigla persone che non sarebbero disposte neanche a prendere un caffè insieme? Quali punti programmatici potrebbero tenere su un fronte comune forze e partiti diversamente orientati?

So bene che si tratta di un’impresa ardua. Ma si deve almeno tentare. Oltretutto la legge elettorale non prevede l’obbligo di programmi comuni, né l’indicazione del premier, ma solo alleanze elettorali.

In ballo è il nostro domani, il futuro democratico del paese che, da un giorno all’altro, potrebbe ritrovarsi a fianco di Orban e di Le Pen sulle tematiche più divisive, razziste, patriarcali e sovraniste.

E non ha davvero senso giocare una partita sapendo di perdere in partenza. Non porta a nulla una sconfitta con onore.

Queste destre non fanno prigionieri. Si tratta della battaglia più dura che deve affrontare il nostro mondo democratico e progressista.

Per ulteriore chiarezza: non ci piace per niente il tanto peggio tanto meglio.

Per chi ha memoria, una volta dicevamo “moriremo democristiani”. Adesso c’è il pericolo di morire governati dai fascisti e dai reazionari.

Per questo dovremo scendere, tutte e tutti, insieme in campo per sventarlo. Noi, comunque, ci siamo e ci saremo.
https://ilmanifesto.it/e-in-gioco-la-nostra-democrazia
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- Ultimo editoriale
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J. CERCAS: “I POPULISTI SI BATTONO CON LA VERITÀ”. MATTARELLA: “RIGENERARE LA DEMOCRAZIA”

30 Luglio 2022 su C3dem
Mauro Magatti, “Progressisti e sovranisti al voto. Il vero ‘dopo’ da decidere” (Avvenire). Maurizio Ferrera, “L’Europa e la posta in gioco” (Corriere della sera). Javier Cercas, “I populisti si battono con la verità” (intervista a La Stampa). Angelo Picariello, “Mattarella: democrazia da rigenerare” (Avvenire). ITALIA/ LA CRESCITA SORPRENDENTE: Marco Fortis, “Il Pil cresce oltre ogni attesa. L’ultimo regalo di Draghi” (Qn). Federico Fubini, “Il Paese a due volti che sa anche sorprendere (se ha un piano)” (Corriere della sera). Roberto Napoletano, “I numeri del miracolo italiano che la politica non ha voluto vedere” (Il Quotidiano). Dario Di Vico, “Industria, turismo, consumi. Le ragioni di una crescita sorprendente” (Foglio). Linda Laura Sabbadini, “La vera eredità di SuperMario” (La Stampa). Claudio Cerasa, “Perché il dopo Draghi non fa paura” (Foglio). Carmelo Caruso, “’Benedetti affari correnti’, il dolce intermezzo di Draghi” (Foglio). Alberto Mingardi, “Il Paese degli aiuti, ma il vero rebus è la crescita” (Corriere della sera). VERSO IL 25 SETTEMBRE: Salvatore Vassallo, “Anche con Conte la sfida del centrosinistra è titanica” (Domani). Stefano Ceccanti, “Lo svantaggio è recuperabile” (intervista a La vita del popolo). Francesco Merloni, “Che cos’è e perché serve un vero patto repubblicano” (Domani). Lina Palmerini, “La sfida delle candidature. Chi parte in vantaggio” (Sole 24 ore). Roberto D’Alimonte, “Il dilemma elettorale di Calenda: entrare o non entrare?” (Sole 24 ore). Federico Capurso, “Cinque stelle, mandati a casa” (La Stampa). Giuseppe Conte, “Io non farò il Mélenchon. Alleanze? Con i cittadini” (intervista a Il Fatto). Michele Santoro, “Ho deciso, fondo il partito che non c’è e mi alleo con Conte. Il Pd non è più a sinistra” (intervista a Repubblica). Salvatore Cingari, “Gli effetti negativi (per la sinistra) di allearsi col partito di Letta” (Manifesto). Federico Pizzarotti, “Il centrosinistra ha bisogno del civismo dei sindaci” (intervista a Rep. Bologna). Argomenti 2000: “L’ora di una proposte politica coraggiosa”. Comitato delle Settimane sociali, “Un colpo d’ala verso le urne. La società civilE si faccia sentire” (Avvenire). INGERENZE RUSSE: Enrico Borghi (Pd), “Le ingerenze russe non sono uno scherzo” (Foglio). Lucia Annunziata, “Salvini e la Russia, tre anni vissuti pericolosamente” (la Stampa). Luigi Zanda, “Le pressioni russe sono davanti ai nostri occhi” (intervista a Repubblica). Ilario Lombardo, “Lega da Mosca a Pechino” (La Stampa). PROPOSTE: Maurizio Franzini, “Serve una pensione di tutela per le generazioni che non hanno tutele” (Domani).
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LETTA PEDALA IN SALITA. CONTE ROSSOVERDE

28 Luglio 2022 su C3dem.
Elena Stancanelli, “Giorgia e il potere, lezione per la sinistra” (Corriere della sera). PD E CENTRISTI: Giovanna Vitale, “Letta: irreversibile il no ai 5 stelle. Arriva il nuovo centrosinistra” (Repubblica). Roberta D’Angelo, “Letta pedala in salita. L’addio al M5s divide ancora i dem” (Avvenire). Fabrizio D’Esposito, “I Democratici sono morti democristiani, anzi dorotei” (Il Fatto). Eugenio Fatigante, “Un progetto minimale buono per partire, ma serve uno scatto” (Avvenire). Carmelo Caruso, “Letta non ha ancora la coalizione e mezzo Pd detesta Calenda” (Foglio). Maria Teresa Meli, “Con Calenda la trattativa più difficile” (Corriere della sera). Alessandra Arachi, “Letta: non ci sono veti su Renzi” (Corriere). Stefano Baldolini, “Orlando esorta Letta: bisogna recuperare i valori degli albori della sinistra” (Repubblica). Marianna Rizzini, “I consiglieri del principe /1: Enrico Letta” (Foglio). FDI: Marcello Sorgi, “Gli alleati spiazzati dal ciclone FdI” (La Stampa). Bill Emmot, “Il problema di Giorgia non è il fascismo ma la politica economia anti-europea” (La Stampa). CINQUE STELLE: Giuseppe Conte, “Non è un diktat il tetto dei due mandati” (intervista al Corriere). Simone Canettieri, “Conte rossoverde” (Foglio). SINISTRA: Alfonso Gianni, “Un cartello elettorale contro la destra per salvare la Costituzione ma anche contro la guerra” (Manifesto). Nicola Fratoianni, “Altro che agende Draghi. Su ambiente e sociale servono scelte radicali” (intervista a La Notizia).
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È online Rocca per tutta l’estate

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Elezioni. No all’astensionismo. Patto Costituzionale per l’Italia in Europa. Il fascismo non passerà!

coordinamento-dcostL’Agenda Draghi non può essere il programma della sinistra alternativa alla destra
26 Luglio 2022

Alfiero Grandi

Il primo grave errore commesso in questa crisi è che i partiti, in particolare quelli che avrebbero avuto interesse a farlo, non hanno capito pienamente l’importanza dell’approvazione in tempo utile di una nuova legge elettorale. Ora è troppo tardi. Hanno rinviato, perso tempo. Eppure, più volte negli anni scorsi si è rischiato di chiudere la legislatura anticipatamente, ma questo preavviso non è stato sufficiente. Ne è prova che ancora pochi mesi fa si è dedicata tutta l’attenzione alla modifica delle circoscrizioni del Senato che, per quanto importanti, non potrebbero risolvere il nodo di fondo e cioè avviare la ricostruzione di un rapporto di fiducia tra cittadini-elettori ed eletti. Eppure, l’allarme astensione ha ormai raggiunto livelli di guardia, segnalando una frattura tra corpo elettorale e rappresentanza parlamentare, la cui offerta e credibilità politica è in evidente caduta. Questo è un problema centrale del funzionamento della democrazia. Per di più dalla soluzione di questo problema dipendono le politiche che verranno adottate.
Certo c’è chi si consola affermando che la crescita dell’astensione non è solo un problema italiano. Vero, ma è solo la conferma che la crisi della democrazia non riguarda solo l’Italia e rende stucchevole la propaganda che contrabbanda lo scontro in atto nel mondo come un confronto tra democrazia e autoritarismi. Come minimo andrebbe aggiunto che le democrazie sono in crisi e non tutti gli “amici” che trovano sono campioni di democrazia. Una parte ha coltivato fino allo scioglimento delle camere la convinzione che un sistema maggioritario sia migliore per mettere l’accento sul governare, sottovalutando che da venti anni questo sistema ha fallito in Italia, nelle diverse versioni, tanto è vero che sono andati in crisi sia le maggioranze di centro destra che di centro sinistra, confermando che maggioranze raccogliticce, motivate solo dalla conquista del potere, sono fragili ed esposte a paralisi e crisi premature. Anche nella versione francese, che tanti prendono a modello, è ormai dimostrato che la crisi dei valori e delle idee-forza porta a serie difficoltà anche un sistema istituzionale ed elettorale ipermaggioritario.
Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale aveva incontrato Enrico Letta, allora fresco di nomina, proprio per esporgli la ferma convinzione che una nuova legge elettorale proporzionale era indispensabile per iniziare a rispondere alla crisi della rappresentanza, che della democrazia è un punto decisivo. Quella attuale è una legge elettorale palesemente incostituzionale per diversi aspetti, i più rilevanti certamente il voto unico (coatto) per uninominale e proporzionale e la differenza abissale di rappresentanza tra aree diverse del paese. Il risultato purtroppo è sotto gli occhi di tutti, si voterà con una legge sbagliata e incostituzionale. A questo punto occorre gestire una ulteriore difficoltà e non sarà facile. La legge elettorale in vigore, non a caso difesa a spada tratta dalla destra, privilegia per più aspetti le coalizioni. Il miraggio è ottenere la maggioranza parlamentare ad ogni costo. Eppure, Berlusconi ha già dovuto gettare la spugna di governo nel 2011 pur avendo 100 deputati e 50 senatori in più dell’opposizione e non è detto che questa volta vada meglio perché il paese è di fronte a problemi di fondo.
Per essere chiari: in gioco c’è il futuro dell’Italia, della sua qualità sociale, dell’Europa, della pace.
Non si può affrontare la campagna elettorale con il torcicollo, cioè mettendo al centro il passato, a partire dal governo Draghi. Bisogna mettere al centro le scelte necessarie per il futuro. Il sostegno al governo Draghi è finito con lo scioglimento delle Camere, dopo resta solo la richiesta di Mattarella ai partiti di mantenere comportamenti responsabili durante la campagna elettorale. Questo consente di aprire una fase in cui anziché limitare le proprie scelte ai confini di Draghi si può e si deve andare oltre per dispiegare un punto di vista originale, di sinistra sulle crisi e le soluzioni da adottare. Certo, una legge elettorale proporzionale avrebbe favorito la possibilità per i partiti di esporre i propri punti di vista, per distinguersi dagli altri. Il problema della formazione di una nuova maggioranza per governare, le mediazioni programmatiche sono un problema per il dopo voto, non prima. Anche per questo fare affermazioni apodittiche del tipo mai con chi ha causato la crisi del governo è un errore. Per di più la legge elettorale in vigore rende conveniente creare alleanze che possono essere di tipo differente, da occasionali a strategiche, prima di decidere scelte avventate bisognerebbe almeno fare i conti.
Un punto chiave è certamente la crisi del M5Stelle, che è partito dal 33% degli eletti del 2018 per arrivare alle valutazioni attuali che lo vedono attorno ad un terzo. È una dimensione elettorale che rappresentava la crisi di credibilità della rappresentanza di 5 anni fa e oggi paga il prezzo di avere fallito, ma l’humus di protesta da cui ha tratto forza è sparito o resta un’area in cerca di una rappresentanza? Può diventare astensione ulteriore ma non sono azzerati il disagio, la critica, la protesta. La democrazia è anche portare dentro il meccanismo decisionale aree che sono critiche o contro. Quindi, a parte la decisione frettolosa del mai con chi ha contribuito a fare cadere il governo Draghi, resta il problema di fondo dei problemi che il M5 Stelle ha cercato di rappresentare. Si pensa di cancellare questo problema? Possibile che a sinistra non ci sia almeno qualcosa, lavoro, diritti che il governo Draghi non ha voluto o saputo affrontare, al di là della disponibilità a incontrare i sindacati nella fase finale? Possibile che non si comprenda che la gestione Cingolani, con il consenso di Draghi, della politica ambientale ed energetica in particolare ha puntato tutte le carte sulle fonti fossili a partire dal gas e trascurato l’esigenza di approvare misure straordinarie per le energie da fonti rinnovabili, a partire da eolico e fotovoltaico, e idrogeno verde come ha deciso la Germania? Il risultato è che non ci sono garanzie sufficienti che l’Italia sia effettivamente al riparo dalla crisi del gas e soprattutto che rischiamo di rimanerci legati molto più dei tempi indispensabili per realizzare gli investimenti. Parole tante, anche a sproposito sul “nuovo” nucleare, fatti pochini e tanti problemi irrisolti o rinviati.
Il PNRR, stella polare del futuro dell’Italia, è tuttora in una fase di incertezza. Gran parte dei consensi di amministratori locali derivano dalle promesse di investimenti, ma nessuno oggi è in grado di offrire un quadro d’insieme di come gli investimenti stanno procedendo, tranne le grandi aziende che hanno in mano investimenti decisivi, ad esempio i collegamenti ferroviari.
L’elenco dei problemi su cui la sinistra dovrebbe distinguersi sono molti, non solo i sacrosanti Ius Scholae e cannabis, ma ad esempio il fisco, risolto malissimo con un doppio binario: progressività per i redditi da lavoro e da pensione e proporzionalità con aliquota unica bassa per redditi finanziari, da capitali, da immobili. Anche la discussione sul cuneo fiscale non aveva ancora sciolto il nodo se riguardava i lavoratori o i padroni. Oppure l’occhiolino strizzato da Draghi alle regioni iperautonomiste nel discorso al Senato malgrado il ben magro risultato delle regioni in occasione della gestione della pandemia, che peraltro sta tornando.
Il tema che giustifica da solo l’essere di sinistra è la crescente disuguaglianza sociale. Una parte della società è relegata ai margini, in una condizione di povertà (6 milioni) di diritto allo studio negato (abbandono scolastico tuttora alto, oltre il 13%), di reddito eroso con violenza dall’aumento dell’inflazione, di occupazione e diritti negati.
Questi ed altri punti spingono a distinguere un accordo di governo, necessariamente di fase, da una strategia politica. Altrimenti le scelte politiche sono paradossalmente autoridotte a pura tattica, a gestione dell’esistente.
Per questo occorre un’iniziativa che porti in campagna elettorale proposte politiche di futuro. Anche sulla guerra in Ucraina c’è bisogno di qualcosa di più e di diverso da una subalternità agli Usa, dalla mera continuità dell’invio di armi, per affermare con forza la priorità delle trattative per la pace che l’accordo per il grano ucraino dimostra sono possibili. L’accento va posto sul rilancio della coesistenza tra sistemi diversi, su regole in grado di garantire sovranità senza affidare la soluzione alle armi, sul rilancio della riduzione bilanciata e controllata degli armamenti nucleari, su una valorizzazione del ruolo dell’ONU. Solo grandi speranze motivano scelte controcorrente.
L’Italia e l’Europa debbono svolgere un ruolo attivo, non subalterno, per garantire che un mondo multilaterale come quello attuale possa sviluppare confronto e coesistenza.
Il Pd ha una grande responsabilità per il ruolo che ha, le sinistre debbono superare divisioni e polemiche, altri soggetti possono entrare in campo e anche un M5Stelle legato a un rinnovamento sociale e di pace importante può aiutare un percorso.
I condizionamenti sono già in campo: gli aiuti europei legati a comportamenti precisi proprio mentre è evidente che l’inflazione è stata sottovalutata e affrontata senza interventi organici, rincorrendo gli aumenti dei profitti sui combustibili fossili per trovare qualche spazio di contenimento degli effetti. La campagna elettorale sarà condizionata da incubi di varia natura e da punti di crisi, per evitare che l’influenza di questo prevalga e allontani dal voto occorre far tornare in campo la società e le sinistre con programmi e proposte coraggiose, meglio se unitarie.
Parlare di Agenda Draghi come piattaforma di riferimento vuol dire dimenticare che nella maggioranza e nell’azione di governo era presente anche il peso della Lega e di Forza Italia che fino a prova contraria stanno a destra, perfino più a destra del passato, come confermano le uscite di ministri da Forza Italia. Il complesso della guardia svizzera, fedele al papa di turno, non farebbe bene al Pd, mentre la destra sta già lavorando senza vincoli e remore. Spiegare l’agenda Draghi e le ragioni dei suoi limiti è un principio di verità. Indicare con chiarezza le proprie diversità è un ricostituente per la sinistra, con la quale c’entrano ben poco i trasversalismi e gli opportunismi di Italia Viva ed altri, costretti a trovare una colla per restare nell’ambito del potere.
Solo una piattaforma chiara e forte che guarda ai prossimi 5 anni può rendere possibile affrontare questa campagna elettorale breve quanto difficile e trovare gli elementi di saldatura per stare (purtroppo ormai non si può fare altro) in questo sistema elettorale senza farsi stravolgere dal passato e travolgere dalla destra, che non è affatto invincibile ma di cui non basterà evocare il pericolo per ottenere i voti necessari per sconfiggerla.
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DRAGHI NON E’ STATA UNA PARENTESI
25 Luglio 2022 by Giampiero Forcesi | su C3dem.
“Draghi non è stata una parentesi. E’ stata, intensa e vitale, l’esperienza di come un Paese come il nostro possa rimettersi in carreggiata con la Storia. Questa esperienza può e deve nutrire le nuove generazioni…” Così Mauro Calise sul Mattino, “Chi governa le democrazie in affanno”. Sul momento difficile delle democrazie anche: Bernard Spitz, “L’angoscia democratica” (Repubblica); Ezio Mauro, “Perché Putin scommette sulla crisi di Roma” (Repubblica); Stefano Feltri: “Le istituzioni italiane stanno per affrontare il loro ‘momento Trump’” (Domani). Pessimismo anche in Lucio Caracciolo, “Ora l’Italia deve salvarsi da sola” (La Stampa) e Marco Damilano, “La solitudine di Mattarella di fronte alle nuove destre” (Domani). PARTITI/ELEZIONI: Stefano Bonaccini, “Prendiamoci gli elettori dei grillini anche senza allearci co loro” (intervista a Repubblica). Emma Bonino, “Non basta sommare i voti. Il Pd aderisca al Patto repubblicano” (intervista a Repubblica). Carlo Calenda, “Possibile un’alleanza con il Pd. Se vinciamo, Draghi premier” (intervista a La Stampa). Matteo Renzi, “Pronti ad andare da soli. Il veto di Letta sarebbe astio” (intervista al Corriere della sera). Marco Bentivogli, “Chi è per Draghi non ponga più veti. E’ il momento di sorprendere il Paese” (intervista a Il Messaggero) e “Torniamo ad ascoltare gli ultimi e invisibili. Il riscatto parte da un lavoro dignitoso” (Repubblica). Chiara Saraceno, “L’emergenza sociale deve essere la priorità, altrimenti vinceranno non voto e populismo” (Repubblica). Rossella Muroni, “Per il futuro scegliamo l’agenda Greta” (Domani). Mario Giro, “La coalizione progressista sarà senza veti o non sarà” (Domani). CATTOLICI E VOTO: Antonio Socci, “Il centrodestra deve puntare sull’identità del popolo” (Libero). Fabrizio D’Esposito, “La destra è prima tra i cattolici, ma la chiesa tifa per l’agenda Mattarella-Draghi” (Il Fatto). EUROPA/FINANZA: Lucrezia Reichlin, “Le nuove e utili regole per i Paesi dell’Unione” (Corriere della sera). Ferruccio De Bortoli, “Comincia il tempo delle promesse. Ci giochiamo credibilità e debito” (Corriere).
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Aladinpensiero online
Editoriale precedente al 26 luglio 2022.
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Che succede?

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CRISI DI GOVERNO. PD, CENTRO, M5S, SINISTRA
24 Luglio 2022 su C3dem
[segue]

Che succede?

c3dem_banner_04E ADESSO?
22 Luglio 2022 by Giampiero Forcesi | su C3dem
Elsa Fornero: “Dicono: ‘Faremo ciò che serve agli italiani’, frase vacua, di chi non sa bene cosa fare ed è disposto s fare una cosa e il suo contrario” (“Quel populismo da piccoli uomini”, La Stampa). Salvatore Vassallo, “Ispiratori involontari e responsabili ultimi. Chi ha causato la crisi?” (Domani). Ezio Mauro, “Il richiamo della foresta”, e ora il ruolo della borghesia (Repubblica). Anna Zafesova, “I russi festeggiano la caduta di Draghi. ‘La coalizione pro-Draghi non c’è più’” (La Stampa). E ADESSO? Giorgio Tonini, “Se il gigante si alza…” (nota su facebook del 20 luglio). Dario Franceschini, “Ora un’alleanza larga nel nome di Draghi. Lui? Ne resterà fuori. Con i 5 Stelle è finita” (intervista al Corriere). Stefano Folli, “Draghi lascia al Pd una linea politica” (Repubblica). Ilario Lombardo, “Il partito del premier” (La Stampa). Giovanni Toti, “Il suo discorso è la stella polare”(intervista a La Stampa). Elena Bonelli (Italia viva), “L’agenda Draghi e la costruzione di un centro riformista” (Foglio). Invece Marco Revelli la vede così: “L’agenda Draghi è il suicidio Pd. Serve una coalizione di sinistra” (intervista a Il Fatto). Ma Gianni Cuperlo non lo segue: “E adesso? La sinistra si metta subito in cammino” (Domani). Per Marcello Sorgi si confrontano “Due coalizioni già esauste in partenza” (La Stampa). E Draghi? Serenella Mattera, “’Rimettiamoci al lavoro’. Ma Draghi si sottrae alla corte dei partiti” (Repubblica). E Conte? Federico Capurso, “La mossa di Conte: ‘Siamo progressisti. Il Pd lo capirà’” (La Stampa). Dice Giovanni Guzzetta: “L’effetto Draghi farà saltare i vecchi schemi sia a sinistra che a destra” (Il Dubbio). ITALIA, BCE, DEBITO: Federico Fubini, “Le condizioni della Bce per difendere il debito italiano” (Corriere della sera). Lucrezia Reichlin, “In cambio della protezione verrà richiesta disciplina nei conti” (intervista a Repubblica). Carlo Cottarelli, “I vincoli dello scudo” (Repubblica) Davide Giacalone, “(S)vincolati” (La Ragione). INOLTRE: Giulio Marcon, sul Manifesto, fa appello a “Una giornata di mobilitazione con Europe for peace”; ma come si fa a parlare di “equidistanza” nei confronti di Ucraina e Russia?
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Un finale d’opera inusitato
di Domenico Gallo

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Draghi è tornato in Senato per bastonare i dissenzienti ed ottenere una nuova incoronazione trionfale. In questo modo è caduto nella trappola che gli ha teso il centrodestra e che non si sarebbe mai aspettato.

Draghi come Schettino ha affondato da se stesso il vascello di cui era al comando. Secondo la Costituzione italiana “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94). La Costituzione non richiede la maggioranza assoluta per la validità della fiducia. E’ piuttosto elastica sul punto, consente anche la nascita ed il mantenimento in vita di Governi privi della maggioranza assoluta in Parlamento, come avvenne nella XII legislatura con il Governo Dini. Il Governo ha l’obbligo di dimettersi solo se il Parlamento approva una mozione di sfiducia oppure se respinge un provvedimento sul quale il Governo ha apposto la fiducia. Nella vita della Repubblica i Governi sono caduti per un voto di sfiducia oppure si sono dimessi preventivamente in vista o per evitare un voto di sfiducia. Non si era mai visto un Presidente del Consiglio che rassegnasse le dimissioni dopo aver ottenuto un voto di fiducia approvato a maggioranza assoluta al Senato (172 a favore e solo 39 contrari). Eppure proprio questo è successo, Draghi ha drammatizzato il dissenso dei 5 Stelle, che non hanno partecipato al voto, come se fosse un delitto di lesa maestà. In realtà dietro quel dissenso, espresso in forma morbida, si nascondevano questioni politiche reali che attenevano alla questione sociale, alla riconversione ecologica, all’afflusso ulteriore di armi all’Ucraina. Dopo che il Presidente della Repubblica ha doverosamente respinto le dimissioni e rinviato Draghi in Parlamento, si sono scatenate le bastonature mediatiche più feroci nei confronti di Conte, accusato di ogni nefandezza, mentre sono venuti fuori invocazioni ed appelli di ogni tipo per mantenere Draghi alla guida del Governo.

Il 20 luglio è stato il giorno della verità, Draghi si è presentato al Parlamento con un discorso da divinità offesa, deciso a crocifiggere il dissenso dei 5S e ad ottenere la sottomissione di tutte le componenti della sua variegata maggioranza, dando l’impressione di voler concedere un’altra chance ai Parlamentari di mostrarsi uniti alla sua leadership: “All’Italia non serve una fiducia di facciata che svanisce davanti ai provvedimenti scomodi. (..) I partiti e voi parlamentari siete pronti a ricostruire questo patto? Siete pronti? (..) Questa risposta a queste domande la dovete dare non a me, ma a tutti gli italiani. “ Detto in altre parole non era il Parlamento che doveva rinnovare la fiducia al Presidente del Consiglio ma erano i Parlamentari che dovevano guadagnarsi la fiducia di Draghi, rinsaldando la loro unità intorno al sovrano e l’obbedienza ai dettami della sua politica. Agendo in questo modo Draghi non si è reso conto che introduceva un elemento di autoritarismo nella vita politica che mal si concilia con la dialettica democratica. Gli elementi più inquietanti nel suo discorso riguardano la posizione internazionale dell’Italia. Il Presidente del Consiglio ha rivendicato che: “questo Governo si identifica pienamente nell’Unione europea, nel legame transatlantico. La nostra posizione è chiara e forte nel cuore dell’Unione europea, del G7, della NATO.” A questo passaggio c’è da obiettare che chi si identifica nell’Unione Europea dovrebbe accorgersi che c’è una distanza incolmabile fra gli interessi dell’Europa (il primo dei quali è che cessi la guerra ai suoi confini) e quelli degli USA (che dal prosieguo della guerra traggono grandi vantaggi). Chi pretende di identificarsi nell’UE e nel legame transatlantico, in realtà sposa la subalternità dell’Europa agli Usa e tradisce gli interessi europei. Non c’è dubbio che Draghi non è un europeista convinto ma il più autorevole terminale della NATO nel sistema politico italiano. Lo ha dimostrato anche con i richiami al sostegno della guerra in Ucraina: “Dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina in ogni modo (.) Come mi ha ripetuto ieri al telefono il presidente Zelensky, armare l’Ucraina è il solo modo per permettere agli ucraini di difendersi.”

La presenza di Draghi alla guida del Governo italiano è stata considerata dagli USA, dalla NATO e dalla stessa Ucraina una garanzia irrinunziabile per mantenere la fedeltà assoluta del nostro paese agli indirizzi sconsiderati dalla NATO che a Madrid ha effettuato una scelta strategica di rilancio della guerra, fredda e calda (in Ucraina), difficile da far accettare ai popoli europei. Per questo si preferiva che in Italia restasse al comando un leader forte ed autorevole, capace di assicurare la “fedeltà atlantica”, senza tentennamenti.

Forte di questo consenso internazionale, Draghi è stato tradito dal suo orgoglio, ha trasformato in tragedia il dissenso di una parte della sua maggioranza e ha compiuto il gesto di arroganza di dimettersi, pur avendo ottenuto la fiducia con una maggioranza assoluta. E’ tornato in Senato per bastonare i dissenzienti ed ottenere una nuova incoronazione trionfale. In questo modo è caduto nella trappola che gli ha teso il centrodestra e che non si sarebbe mai aspettato. La festa del ritorno di Draghi è stata rovinata dalla Lega che ha chiesto un governo “profondamente rinnovato”, cioè con nuovi ministri, con esclusione dei 5 Stelle , manifestando in questo modo l’intenzione di non inchinarsi al Presidente e di volerne condizionare la navigazione. Fino all’imprevisto esito finale che ha visto Lega e Forza Italia disertare il voto (l’astensione dei 5 Stelle era scontata), col risultato che nella seconda votazione sulla fiducia, i voti a favore sono scesi da 172 a 95. L’esperienza del governo dei migliori è giunta al capolinea.
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*Autore: Domenico Gallo
Nato ad Avellino l’1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell’arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta), Articolo 21.
Su Corriere dell’Irpinia, Volere la luna.
Tag Dimissioni, Governo Draghi, trappola del centrodestra
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c3dem_banner_04IL POPULISMO VINCE ANCORA. IL PD, IL CENTRO E L’AGENDA DRAGHI
21 Luglio 2022 by Giampiero Forcesi | su C3dem.
Marcello Sorgi, “I partiti giocano, il Paese affonda” (La Stampa). Maurizio Molinari, “L’Aula vittima del populismo” (Repubblica). Antonio Polito, “I tre meriti di un premier non politico” (Corriere della sera). Lucia Annunziata, “Quei vigliacchi del draghicidio” (La Stampa). Alessandro Campi, “Asse Lega-M5S, la legislatura si chiude come era cominciata” (Messaggero). Mario Draghi, il discorso al Senato (Foglio). Marco Damilano crede alla possibilità e necessità che ora il Pd dia vita a un partito di Draghi: “Nell’Aula del Senato è nato il banchiere del popolo” (Domani). Sembra pensarlo anche Stefano Folli: “L’eredità di Draghi e i partiti dissolti” (Repubblica). Lina Palmerini, “La campagna elettorale soffia su un autunno caldo” (Sole 24 ore). Francesco Verderami, “Attorno all’agenda Draghi parte la corsa del centro” (Corriere della sera). Giovanna Vitale, “Letta e il nuovo campo da costruire. ‘Solo noi leali, l’Italia ci premierà’” (Repubblica). Claudio Cerasa, “Il draghicidio è una sberla all’era dei pieni doveri” (Foglio). Davide Giacalone, “Dragati” (La Ragione). Qualche titolo dello squadrone anti-Draghi de Il Fatto Quotidiano: Marco Travaglio, “Il populista sgangherato”; Domenico Gallo, “L’arroganza del Re Sole, ora diventa un visconte dimezzato”; Barbara Spinelli, “Draghi populista delle elite”; e i tre “Pareri” di G. Lerner, P. Gomez e T. Montanari. INOLTRE: Federico Fubini, “Il debito e le conseguenze di volerne ignorare i costi” (Corriere della sera). Rosalba Castelletti, “Lavrov chiude ai negoziati di pace. ‘Non ci fermeremo al Donbass’” (Repubblica). Stefano Pontecorvo, “La tela iraniana di Putin” (Repubblica).
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OSTINATAMENTE PER LA PACE. E’ GIUSTO RIBELLARSI AI POTENTI CHE MANDANO I GIOVANI A MORIRE
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Newsletter CT n. 86 e ChTChP n. 270 del 19 luglio 2022

RIBELLARSI È GIUSTO

Cari Amici,
[segue]
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Estate 2022: siamo in pausa, ma aperti e attivi per le urgenze!
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Che succede?

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Draghi è tornato in Senato per bastonare i dissenzienti ed ottenere una nuova incoronazione trionfale. In questo modo è caduto nella trappola che gli ha teso il centrodestra e che non si sarebbe mai aspettato.

Draghi come Schettino ha affondato da se stesso il vascello di cui era al comando. Secondo la Costituzione italiana “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94). La Costituzione non richiede la maggioranza assoluta per la validità della fiducia. E’ piuttosto elastica sul punto, consente anche la nascita ed il mantenimento in vita di Governi privi della maggioranza assoluta in Parlamento, come avvenne nella XII legislatura con il Governo Dini. Il Governo ha l’obbligo di dimettersi solo se il Parlamento approva una mozione di sfiducia oppure se respinge un provvedimento sul quale il Governo ha apposto la fiducia. Nella vita della Repubblica i Governi sono caduti per un voto di sfiducia oppure si sono dimessi preventivamente in vista o per evitare un voto di sfiducia. Non si era mai visto un Presidente del Consiglio che rassegnasse le dimissioni dopo aver ottenuto un voto di fiducia approvato a maggioranza assoluta al Senato (172 a favore e solo 39 contrari). Eppure proprio questo è successo, Draghi ha drammatizzato il dissenso dei 5 Stelle, che non hanno partecipato al voto, come se fosse un delitto di lesa maestà. In realtà dietro quel dissenso, espresso in forma morbida, si nascondevano questioni politiche reali che attenevano alla questione sociale, alla riconversione ecologica, all’afflusso ulteriore di armi all’Ucraina. Dopo che il Presidente della Repubblica ha doverosamente respinto le dimissioni e rinviato Draghi in Parlamento, si sono scatenate le bastonature mediatiche più feroci nei confronti di Conte, accusato di ogni nefandezza, mentre sono venuti fuori invocazioni ed appelli di ogni tipo per mantenere Draghi alla guida del Governo.

Il 20 luglio è stato il giorno della verità, Draghi si è presentato al Parlamento con un discorso da divinità offesa, deciso a crocifiggere il dissenso dei 5S e ad ottenere la sottomissione di tutte le componenti della sua variegata maggioranza, dando l’impressione di voler concedere un’altra chance ai Parlamentari di mostrarsi uniti alla sua leadership: “All’Italia non serve una fiducia di facciata che svanisce davanti ai provvedimenti scomodi. (..) I partiti e voi parlamentari siete pronti a ricostruire questo patto? Siete pronti? (..) Questa risposta a queste domande la dovete dare non a me, ma a tutti gli italiani. “ Detto in altre parole non era il Parlamento che doveva rinnovare la fiducia al Presidente del Consiglio ma erano i Parlamentari che dovevano guadagnarsi la fiducia di Draghi, rinsaldando la loro unità intorno al sovrano e l’obbedienza ai dettami della sua politica. Agendo in questo modo Draghi non si è reso conto che introduceva un elemento di autoritarismo nella vita politica che mal si concilia con la dialettica democratica. Gli elementi più inquietanti nel suo discorso riguardano la posizione internazionale dell’Italia. Il Presidente del Consiglio ha rivendicato che: “questo Governo si identifica pienamente nell’Unione europea, nel legame transatlantico. La nostra posizione è chiara e forte nel cuore dell’Unione europea, del G7, della NATO.” A questo passaggio c’è da obiettare che chi si identifica nell’Unione Europea dovrebbe accorgersi che c’è una distanza incolmabile fra gli interessi dell’Europa (il primo dei quali è che cessi la guerra ai suoi confini) e quelli degli USA (che dal prosieguo della guerra traggono grandi vantaggi). Chi pretende di identificarsi nell’UE e nel legame transatlantico, in realtà sposa la subalternità dell’Europa agli Usa e tradisce gli interessi europei. Non c’è dubbio che Draghi non è un europeista convinto ma il più autorevole terminale della NATO nel sistema politico italiano. Lo ha dimostrato anche con i richiami al sostegno della guerra in Ucraina: “Dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina in ogni modo (.) Come mi ha ripetuto ieri al telefono il presidente Zelensky, armare l’Ucraina è il solo modo per permettere agli ucraini di difendersi.”

La presenza di Draghi alla guida del Governo italiano è stata considerata dagli USA, dalla NATO e dalla stessa Ucraina una garanzia irrinunziabile per mantenere la fedeltà assoluta del nostro paese agli indirizzi sconsiderati dalla NATO che a Madrid ha effettuato una scelta strategica di rilancio della guerra, fredda e calda (in Ucraina), difficile da far accettare ai popoli europei. Per questo si preferiva che in Italia restasse al comando un leader forte ed autorevole, capace di assicurare la “fedeltà atlantica”, senza tentennamenti.

Forte di questo consenso internazionale, Draghi è stato tradito dal suo orgoglio, ha trasformato in tragedia il dissenso di una parte della sua maggioranza e ha compiuto il gesto di arroganza di dimettersi, pur avendo ottenuto la fiducia con una maggioranza assoluta. E’ tornato in Senato per bastonare i dissenzienti ed ottenere una nuova incoronazione trionfale. In questo modo è caduto nella trappola che gli ha teso il centrodestra e che non si sarebbe mai aspettato. La festa del ritorno di Draghi è stata rovinata dalla Lega che ha chiesto un governo “profondamente rinnovato”, cioè con nuovi ministri, con esclusione dei 5 Stelle , manifestando in questo modo l’intenzione di non inchinarsi al Presidente e di volerne condizionare la navigazione. Fino all’imprevisto esito finale che ha visto Lega e Forza Italia disertare il voto (l’astensione dei 5 Stelle era scontata), col risultato che nella seconda votazione sulla fiducia, i voti a favore sono scesi da 172 a 95. L’esperienza del governo dei migliori è giunta al capolinea.
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*Autore: Domenico Gallo
Nato ad Avellino l’1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell’arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta), Articolo 21.
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Stiamo ai fatti

f34dcfae-b36c-4d54-955f-6148ae94cc98Dichiarazione del Presidente Mattarella dopo la firma del decreto di scioglimento delle Camere
«Come è stato ufficialmente comunicato, ho firmato il decreto di scioglimento delle Camere affinché vengano indette nuove elezioni entro il termine di settanta giorni indicato dalla Costituzione.
[segue]

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Newsletter CT n. 86 e ChTChP n. 270 del 19 luglio 2022

RIBELLARSI È GIUSTO

Cari Amici,

Draghi è stato avvertito: Zelensky non gradisce che una crisi di governo in Italia disturbi l’incessante flusso di armi all’Ucraina né, come dice il suo consigliere Podolyak, “la tradizionale lotta politica interna nei Paesi occidentali” (cioè la democrazia) “deve intaccare l’unità nelle questioni fondamentali della lotta tra il bene e il male”, ovvero mettere in dubbio la suddetta “fornitura d’armi all’Ucraina”. E anche Johnson lascia a desiderare. Perciò dobbiamo aspettare che domani la sorte del governo Draghi sia decisa non sui nostri colli fatali ma là dove si giocano le sorti delle nostre Costituzioni democratiche e della stessa pace del mondo, dal momento che le abbiamo messe nelle mani delle attuali tragiche star della guerra e del potere.
Aspettare non vuol dire tuttavia obbedire. È bene perciò accorgersi di un altro avvertimento “molto molto importante”, come scrive Enrico Peyretti. “Per la prima volta un papa invita a rifiutare di fare la guerra per ragioni morali, di coscienza. Non solo condanna la guerra (‘inutile strage’), ma chiede – non ai governanti, ma ai soldati – di non farla, di disobbedire! Rivoluzione di Francesco contro la politica, anche democratica, che ha l’omicidio di massa tra i suoi mezzi regolari. Chiede ai giovani di boicottare, di disobbedire, di far fallire i governi di guerra”.
franzÈ davvero una novità? Se lo è, lo è tuttavia in quanto detta da un papa, non in quanto iscritta nel Vangelo da secoli, ed adempiuta anche oggi. E appunto in questo messaggio rivolto il 6 luglio alla Conferenza Europea dei Giovani riunitasi a Praga, papa Francesco ha portato ad esempio l’obiezione di coscienza fatta nel 1943 da un giovane austriaco, di cui è ancora molto vivo il ricordo in Alto Adige, a cui il nostro Francesco Comina ha dedicato un libro molto bello pubblicato dalla EMI. “Solo contro Hitler. Franz Jägerstätter. Il primato della coscienza”. Ha scritto il Papa: “Vorrei invitarvi a conoscere una figura straordinaria di giovane obiettore, un giovane europeo dagli ‘occhi grandi’, che si è battuto contro il nazismo durante la seconda guerra mondiale, Franz Jägerstätter, proclamato ‘beato’ dal papa Benedetto XVI. Franz era un giovane contadino austriaco che, a motivo della sua fede cattolica, fece obiezione di coscienza di fronte all’ingiunzione di giurare fedeltà a Hitler e di andare in guerra. Franz era un ragazzo allegro, simpatico, spensierato, che crescendo, grazie anche alla moglie Francesca, con la quale ebbe tre figli, cambiò la sua vita e maturò convinzioni profonde. Quando venne chiamato alle armi si rifiutò, perché riteneva ingiusto uccidere vite innocenti. Questa sua decisione scatenò reazioni dure nei suoi confronti da parte della sua comunità, del sindaco, anche di familiari. Un sacerdote tentò di dissuaderlo per il bene della sua famiglia. Tutti erano contro di lui, tranne sua moglie Francesca, la quale, pur conoscendo i tremendi pericoli, stette sempre dalla parte del marito e lo sostenne fino alla fine. Nonostante le lusinghe e le torture, Franz preferì farsi uccidere che uccidere. Riteneva la guerra totalmente ingiustificata. Se tutti i giovani chiamati alle armi avessero fatto come lui, Hitler non avrebbe potuto realizzare i suoi piani diabolici. Il male per vincere ha bisogno di complici. Franz Jägerstätter venne ucciso nella prigione dove era rinchiuso anche il suo coetaneo Dietrich Bonhoeffer, giovane teologo luterano tedesco, antinazista, che fece anch’egli la stessa tragica fine”.
Non a caso papa Francesco ha innestato questo ricordo nella serie delle guerre mondiali combattute in Europa, compresa quella presente che si aggiunge “ai numerosi conflitti in atto in diverse regioni del mondo”. Cari giovani – ha scritto – “mentre voi state svolgendo la vostra Conferenza, in Ucraina – che non è UE, ma è Europa – si combatte una guerra assurda… L’idea di un’Europa unita è sorta da un forte anelito di pace dopo tante guerre combattute nel Continente, e ha portato a un periodo di pace durato settant’anni. Ora dobbiamo impegnarci tutti a mettere fine a questo scempio della guerra, dove, come al solito, pochi potenti decidono e mandano migliaia di giovani a combattere e morire. In casi come questo è legittimo ribellarsi!”
Ribellarsi, ma con la forza di quale cultura? Nel rivolgere ai giovani questo invito a ribellarsi e a resistere, papa Francesco ha fatto riferimento al “Patto educativo” che, come ha detto, è “un’alleanza lanciata nel settembre 2019 tra gli educatori di tutto il mondo per educare le giovani generazioni alla fraternità”. Dinanzi all’attuale corso degli eventi Francesco, come se fosse in crisi di speranza storica (non certo di quella teologale) ha fatto dunque appello all’educazione, alla costruzione di un pensiero; egli sembra dire ai giovani: se voi non cambiate cultura, se non rimettete in gioco le categorie politiche, antropologiche, sociali che ci hanno portato fin qui, se non rifondate il diritto, se non cambiate le visioni del mondo che lo pensano come frammentato, diviso e nemico, se non rovesciate l’egemonia della guerra, se non andate a scuola di giustizia e fraternità, sarete in balia di menzogna e violenza, sarete preda di regimi spietati, di pulsioni di guerra e di dominio, non potrete costruirvi il futuro che sognate, non avrete futuro. Ed aggiunge che bisogna educare tutti a una vita più fraterna, basata non sulla competitività ma sulla solidarietà, cambiare sistema: ”La vostra aspirazione maggiore, cari giovani, non sia quella di entrare negli ambienti formativi d’élite, dove può accedere solo chi ha molto denaro. Questi istituti hanno spesso interesse a mantenere lo status quo, a formare persone che garantiscano il funzionamento del sistema così com’è. Vanno apprezzate piuttosto quelle realtà che uniscono la qualità formativa con il servizio al prossimo, sapendo che il fine dell’educazione è la crescita della persona orientata al bene comune. Saranno queste esperienze solidali che cambieranno il mondo, non quelle “esclusive” (ed escludenti) delle scuole d’élite. Eccellenza sì, ma per tutti, non solo per qualcuno”.
Questo è il lascito di papa Francesco. Obiettare, ribellarsi, resistere. Ma non per una trasgressione, bensì per una più alta obbedienza. L’Italia è andata più avanti degli altri su questa strada, e se il Costarica, in America Latina, è il primo Paese che ha abolito l’esercito, l’Italia è il primo Paese in tutto l’Occidente con tutte le sue Costituzioni che l’obiezione di coscienza l’ha chiamata “obbedienza alla coscienza”. Così essa è definita infatti nella legge dell’8 luglio 1998 sulla riforma dell’obiezione di coscienza che dice, al suo primo articolo: “I cittadini che, per obbedienza alla coscienza, (…), opponendosi all’uso delle armi, non accettano l’arruolamento nelle Forze armate e nei Corpi armati dello Stato, possono adempiere gli obblighi di leva prestando, in sostituzione del servizio militare, un servizio civile, diverso per natura e autonomo dal servizio militare, ma come questo rispondente al dovere costituzionale di difesa della Patria e ordinato ai fini enunciati nei Principi fondamentali della Costituzione”. Quando nel gennaio 1992 riuscimmo a introdurre nella nuova legge sull’obiezione di coscienza questa formulazione, la cosa apparve tanto scandalosa che il presidente della Repubblica Cossiga si rifiutò di firmarla e la rinviò alle Camere, che sciolse subito dopo; fu solo tre legislature più tardi, nella XIII, che in quella identica formulazione la legge fu di nuovo approvata e promulgata; e fu per esorcizzare quel primato della coscienza sulla obbedienza pronta ad uccidere che nel 2005 il potere militare e il governo Berlusconi abolirono l’obbligo stesso al servizio militare, non per licenziare la guerra, ma per metterla al riparo da rifiuti e critiche, per renderla insindacabile. Il che vuol dire che la cultura funziona, l’educazione può rompere il conformismo, la forza delle idee può cambiare la politica.
È per questo che, pur nella guerra e nell’osanna alle armi e ai loro officianti, Costituente Terra continua a lottare per un altro sistema, un altro diritto.
Nel sito [e in questa stessa pagina] pubblichiamo il testo completo del messaggio ai giovani di papa Francesco.
Con i più cordiali saluti

(Per www.costituenteterra.it Raniero La Valle)
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RIBELLARSI AI POTENTI CHE MANDANO I GIOVANI A MORIRE
19 LUGLIO 2022 / RANIERO LA VALLE / LA CONVERSIONE DEL PENSIERO /

Il messaggio del Papa alla Conferenza europea dei giovani a Praga. L’umanità non si riduce alla piccola Europa. Cambiare il mondo, contro quanti hanno interesse a mantenere lo status quo, a garantire il funzionamento del sistema così com’è

Pubblichiamo il messaggio di papa Francesco ai partecipanti alla Conferenza europea dei giovani di Praga dell’11-13 luglio 2022

Cari giovani!
Sono molto contento di rivolgermi a voi che state partecipando alla Conferenza europea dei giovani. Vorrei dirvi qualcosa che mi sta molto a cuore. Anzitutto vorrei invitarvi a trasformare il “vecchio continente” in un “nuovo continente”, e questo è possibile solo con voi. So che la vostra generazione ha alcune buone carte da giocare: siete giovani attenti, meno ideologizzati, abituati a studiare in altri Paesi europei, aperti a esperienze di volontariato, sensibili ai temi dell’ambiente. Per questo sento che c’è speranza.
Voi giovani europei avete una missione importante. Se nel passato i vostri antenati si sono spinti in altri continenti non sempre per nobili interessi, ora spetta a voi presentare al mondo un nuovo volto dell’Europa.
Riguardo all’origine del nome “Europa” non ci sono ancora spiegazioni certe. Tra le varie ipotesi, una è particolarmente suggestiva: è quella che risale all’espressione “eurús op”, cioè “occhio grande”, “ampio sguardo”, che evoca la capacità di guardare oltre. Europa, figura mitologica che aveva fatto innamorare di sé gli dei, era chiamata “la fanciulla dagli occhi grandi”. Quindi penso anche a voi, giovani europei, come a persone dallo sguardo ampio, aperto, capaci di guardare oltre.
Forse avete sentito parlare dell’iniziativa, lanciata nel settembre 2019, chiamata Patto Educativo Globale. Si tratta di un’alleanza tra gli educatori di tutto il mondo per educare le giovani generazioni alla fraternità. Vedendo però come sta andando questo mondo guidato da adulti e da anziani, sembra che forse dovreste essere voi a educare gli adulti alla fraternità e alla convivenza pacifica!
Tra i primi impegni del Patto Educativo c’è quello di ascoltare i ragazzi, gli adolescenti e i giovani. Perciò, cari giovani, fate sentire la vostra voce! Se non vi ascoltano, gridate ancora più forte, fate rumore, avete tutto il diritto di dire la vostra su ciò che riguarda il vostro futuro. Vi incoraggio ad essere intraprendenti, creativi e critici: sapete che quando un professore ha in classe degli studenti esigenti, critici, attenti, viene stimolato a impegnarsi di più e a preparare meglio le lezioni.
In questo Patto non ci sono degli “emittenti” e dei “destinatari”, ma tutti siamo chiamati a educarci in comunione, come suggeriva il pedagogista brasiliano Paulo Freire. Non temete dunque di essere esigenti: avete il diritto di ricevere il meglio per voi stessi così come i vostri educatori hanno il dovere di dare il meglio di sé stessi.
Tra le varie proposte del Patto Educativo Globale, ne richiamo due che ho visto presenti anche nella vostra Conferenza.
La prima: “Aprirsi all’accoglienza”, e quindi il valore dell’inclusione: non lasciarsi trascinare in ideologie miopi che vogliono mostrarvi l’altro, il diverso come un nemico. L’altro è una ricchezza. L’esperienza di milioni di studenti europei che hanno aderito al Progetto Erasmus testimonia che l’incontro tra persone di popoli diversi aiuta ad aprire gli occhi, la mente e il cuore. Fa bene avere “occhi grandi” per aprirsi agli altri. Nessuna discriminazione contro nessuno, per nessuna ragione. Essere solidali con tutti, non solo con chi mi assomiglia, o mostra un’immagine di successo, ma con coloro che soffrono, qualunque sia la nazionalità e la condizione sociale. Non dimentichiamo che milioni di europei in passato hanno dovuto emigrare in altri continenti in cerca di futuro. Anch’io sono figlio di italiani emigrati in Argentina.
L’obiettivo principale del Patto Educativo è quello di educare tutti a una vita più fraterna, basata non sulla competitività ma sulla solidarietà. La vostra aspirazione maggiore, cari giovani, non sia quella di entrare negli ambienti formativi d’élite, dove può accedere solo chi ha molto denaro. Questi istituti hanno spesso interesse a mantenere lo status quo, a formare persone che garantiscano il funzionamento del sistema così com’è. Vanno apprezzate piuttosto quelle realtà che uniscono la qualità formativa con il servizio al prossimo, sapendo che il fine dell’educazione è la crescita della persona orientata al bene comune. Saranno queste esperienze solidali che cambieranno il mondo, non quelle “esclusive” (ed escludenti) delle scuole d’élite. Eccellenza sì, ma per tutti, non solo per qualcuno.
Vi propongo di leggere l’Enciclica Fratelli tutti (3 ottobre 2020) e il Documento sulla fratellanza umana (4 febbraio 2019) firmato insieme al Grande Iman di Al-Azhar. So che in tante università e scuole musulmane stanno approfondendo con interesse questi testi, e così spero possano entusiasmare anche voi. Dunque, educazione non solo per “conoscere sé stessi” ma anche per conoscere l’altro.
L’altra proposta che vorrei richiamare riguarda la cura per la casa comune.
Anche qui ho notato con piacere che, mentre le generazioni precedenti parlavano molto e concludevano poco, voi invece siete stati capaci di iniziative concrete. Per questo dico che questa volta può essere la volta buona. Se non riuscirete voi a dare una svolta decisiva a questa tendenza autodistruttiva, sarà difficile che altri ci riusciranno in futuro. Non lasciatevi sedurre dalle sirene che propongono una vita di lusso riservata a una piccola fetta del mondo: possiate avere “occhi grandi” per vedere tutto il resto dell’umanità, che non si riduce alla piccola Europa; aspirare a una vita dignitosa e sobria, senza il lusso e lo spreco, perché tutti possano abitare il mondo con dignità. È urgente ridurre il consumo non solo di carburanti fossili ma anche di tante cose superflue; e così pure, in certe aree del mondo, è opportuno consumare meno carne: anche questo può contribuire a salvare l’ambiente.
A tale riguardo, vi farà bene – se non l’avete già fatto – leggere l’Enciclica Laudato si’, dove credenti e non credenti trovano motivazioni solide per impegnarsi in favore di una ecologia integrale. Educare, pertanto, per conoscere, oltre che sé stessi e l’altro, anche il creato.
Cari giovani, mentre voi state svolgendo la vostra Conferenza, in Ucraina – che non è UE, ma è Europa – si combatte una guerra assurda. Aggiungendosi ai numerosi conflitti in atto in diverse regioni del mondo, essa rende ancora più urgente un Patto Educativo che educhi tutti alla fraternità.
L’idea di un’Europa unita è sorta da un forte anelito di pace dopo tante guerre combattute nel Continente, e ha portato a un periodo di pace durato settant’anni. Ora dobbiamo impegnarci tutti a mettere fine a questo scempio della guerra, dove, come al solito, pochi potenti decidono e mandano migliaia di giovani a combattere e morire. In casi come questo è legittimo ribellarsi!
Qualcuno ha detto che, se il mondo fosse governato dalle donne, non ci sarebbero tante guerre, perché coloro che hanno la missione di dare la vita non possono fare scelte di morte. Allo stesso modo mi piace pensare che, se il mondo fosse governato dai giovani, non ci sarebbero tante guerre: coloro che hanno tutta la vita davanti non la vogliono spezzare e buttare via ma la vogliono vivere in pienezza.
Vorrei invitarvi a conoscere una figura straordinaria di giovane obiettore, un giovane europeo dagli “occhi grandi”, che si è battuto contro il nazismo durante la seconda guerra mondiale, Franz Jägerstätter, proclamato Beato dal Papa Benedetto XVI. Franz era un giovane contadino austriaco che, a motivo della sua fede cattolica, fece obiezione di coscienza di fronte all’ingiunzione di giurare fedeltà a Hitler e di andare in guerra. Franz era un ragazzo allegro, simpatico, spensierato, che crescendo, grazie anche alla moglie Francesca, con la quale ebbe tre figli, cambiò la sua vita e maturò convinzioni profonde. Quando venne chiamato alle armi si rifiutò, perché riteneva ingiusto uccidere vite innocenti. Questa sua decisione scatenò reazioni dure nei suoi confronti da parte della sua comunità, del sindaco, anche di familiari. Un sacerdote tentò di dissuaderlo per il bene della sua famiglia. Tutti erano contro di lui, tranne sua moglie Francesca, la quale, pur conoscendo i tremendi pericoli, stette sempre dalla parte del marito e lo sostenne fino alla fine. Nonostante le lusinghe e le torture, Franz preferì farsi uccidere che uccidere. Riteneva la guerra totalmente ingiustificata. Se tutti i giovani chiamati alle armi avessero fatto come lui, Hitler non avrebbe potuto realizzare i suoi piani diabolici. Il male per vincere ha bisogno di complici.
Franz Jägerstätter venne ucciso nella prigione dove era rinchiuso anche il suo coetaneo Dietrich Bonhoeffer, giovane teologo luterano tedesco, antinazista, che fece anch’egli la stessa tragica fine.
Questi due giovani “dagli occhi grandi” vennero uccisi perché rimasero fedeli fino alla fine agli ideali della loro fede. Ed ecco la quarta dimensione dell’educazione: dopo la conoscenza di sé stessi, degli altri e del creato, finalmente la conoscenza del principio e del fine di tutto. Cari giovani europei, vi invito a guardare oltre, in alto, per ricercare sempre il senso della vostra vita, la vostra origine, il fine, la Verità, perché non si vive se non si cerca la Verità. Camminate con i piedi ben piantati sulla terra, ma con sguardo ampio, aperto all’orizzonte, al cielo. Vi potrà aiutare in questo la lettura dell’Esortazione apostolica Christus vivit, indirizzata in modo speciale ai giovani. E poi vi invito tutti alla Giornata Mondiale della Gioventù del prossimo anno a Lisbona, dove potrete condividere i vostri sogni più belli con giovani di tutto il mondo.
E voglio concludere con un augurio: che siate giovani generativi, capaci di generare nuove idee, nuove visioni del mondo, dell’economia, della politica, della convivenza sociale; ma non solo nuove idee, soprattutto nuove strade, da percorrere insieme. E che possiate essere generosi anche nel generare nuove vite, sempre e solo per amore! Amore al vostro sposo e alla vostra sposa, amore alla famiglia, amore ai vostri figli, e anche amore all’Europa, perché sia per tutti terra di pace, di libertà e di dignità.
Buon incontro e buon cammino! Vi mando di cuore il mio saluto e la mia benedizione. E vi chiedo per favore di pregare per me.

Roma, San Giovanni in Laterano, 6 luglio 2022

FRANCESCO
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Ernesto Balducci uomo del futuro. È online Rocca n.15 del 1° agosto 2022, dedicato a padre Ernesto Balducci a 100 anni dalla sua nascita e a 30 anni dalla sua morte.

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L’editoriale di Mariano Borgognoni su Rocca.
Balducci manca davvero. La sua è un’assenza che si sente a livello intellettuale, politico ed ecclesiale (per quanto a livello ecclesiale mi pare che ad un certo punto sospese le aspettative e tuttavia non scelse mai la strada, talvolta comprensibile ma quasi sempre sterile, della rottura). [segue]

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Cari Amici,
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Ernesto Balducci uomo del futuro. È online Rocca n.15 del 1° agosto 2022, dedicato a padre Ernesto Balducci a 100 anni dalla sua nascita e a 30 anni dalla sua morte.

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Ernesto Balducci

L’editoriale di Mariano Borgognoni.

Balducci manca davvero. La sua è un’assenza che si sente a livello intellettuale, politico ed ecclesiale (per quanto a livello ecclesiale mi pare che ad un certo punto sospese le aspettative e tuttavia non scelse mai la strada, talvolta comprensibile ma quasi sempre sterile, della rottura). Ricordarlo per noi di Rocca non è solo un dovere, per quanto il ricordo di chi è morto sia sempre un elemento di civiltà che porta gli uomini ad essere animali capaci di gratitudine, ma è soprattutto un’esigenza che nasce dalla stima e dall’affetto verso un così fedele ed autorevole collaboratore ed un amico senza del quale sarebbe stata più povera la vita della Pro Civitate Christiana. Altri parleranno più diffusamente del suo pensiero, della sua opera e della sua vita, per parte mia desidero solo raccogliere una trama di ricordi ad iniziare da quando, ancora adolescente in cerca d’autore, sentivo dalla camera che avevo in uso in un piccolo monastero, i tre monaci che passavano nottate discutendo sugli articoli di Testimonianze e accapigliandosi sulle tesi di Balducci, tirandolo dai due lati della sua giacca. Più tardi ho capito la forza della non facile posizione balducciana che, pur compiendo una netta scelta di campo, era contraria all’assorbimento politico della fede che tradiva, a suo parere, sia la laicità della politica che la riserva escatologica della fede verso ogni ordine stabilito e sacralizzato. Non amava una democrazia cristiana ma nemmeno vedeva di buon occhio un socialismo cristiano. Questa posizione è felicemente espressa in un passaggio del libro intervista «Il cerchio che si chiude». «La stanza in cui dormivo da piccolo aveva una finestra che dava su un dirupo oltre il quale si alzava una breve cornice di poggi. Ai lati del dirupo, la lunga sagoma di un antico convento di Clarisse. Di notte, a più riprese, la campanella chiamava le monache a mattinar lo sposo. Di tanto in tanto, mi capitava di scendere dal letto, al suono della campanella, per osservare nel buio accendersi una dopo l’altra le minuscole finestre delle celle e
spegnersi. Ora mi spiego il fascino di quello spettacolo notturno (…). Era come se mi affacciassi all’altro versante della vita dove il tempo ha ritmi diversi dal nostro, è un tempo inutile, è il tempo dell’Essere (…). Potrei dire che io, da quella finestra non mi sono mai mosso». Balducci, mai stato fermo è insieme colui che non si è mai mosso da quello sguardo su un Regno nuovo da vivere ma sempre da attendere, da attendere ma vivendo fino in fondo la vita di tutti. Scegliendo gli ultimi come luogo dove poggiare la punta del compasso per disegnare un mondo più giusto. Mi si consenta in questo senso una suggestione. Tre uomini con storie e provenienze diverse, nati cento anni fa: Balducci, Berlinguer e Pasolini, hanno avuto parole convergenti e profetiche nell’avvertire e denunciare il rischio di una dissenna- ta corsa ad uno sviluppo umanamente e socialmente iniquo e ambientalmente insostenibile e nel proporre con la cultura della pace, con la politica dell’austerità e con la memoria e la difesa dei «mondi» saccheggiati dall’omologazione consumistica, una strada radicalmente alternativa. Devo dire che mi sono ritrovato tante volte con il Balducci che ha anticipato la riflessione sulla pace e sulla cultura che può prepararla, sulla fraternità con tutto ciò che vive, sull’uomo planetario. Ma quello che mi colpiva era soprattutto il Balducci che ogni tanto trovavi, come una sorpresa, con notazioni fulminanti di cui avvertivi la verità; come quando notava ciò che, chi veniva dall’esterno del mondo povero, non poteva notare: «Quando la povertà non è nella zona della miseria ma è ai limiti dell’autosufficienza, sia pure stremata, ci sono forme di straordinaria felicità. Io so che i poveri sono capaci di grande allegria». A chi è venuto da lì non era difficile sentire dietro la prodigiosa intelligenza l’anima semplice di padre Balducci radicata nella fedeltà alla sua terra di contadini e minatori, quella Santa Fiora sull’Amiata dove oggi riposa. Ernesto Balducci fu uomo del dialogo ma ad un certo punto ne sentì il fastidio che espresse anche in Cittadella quando ad un dibattito con un giornalista laico e un esponente politico marxista affermò in modo sarcastico: «Che bisogno c’era di tre persone? Bastavo io che sono cattolico, laico e marxista!». Un modo sferzante di dirci che le appartenenze blindate ideologicamente erano ormai saltate e che si doveva pensare un nuovo cammino e semmai nuove divisioni. Poco prima della sua morte, promossi a Perugia un convegno dal titolo un po’ pretenzioso: «Uno sguardo sul mondo». A distanza di un giorno si alternarono due uomini per me molto significativi: Ernesto Balducci e Sergio Quinzio. Due approcci molto diversi eppure, a me pare, entrambi necessari per ancorare la fede alle esigenze di cambiare il mondo, vedendone il mistero dell’ini- quità e sapendo che c’è un oltre; quell’oltre guardato nella notte dalla sua finestra di bambino, che è un modo di pensare, operare ed attendere la salvezza estrema dell’uomo. Accompagnandolo in Cittadella alla fine del convegno perugino scambiammo qualche idea sulla caduta del Muro e sulle sue conseguenze, tornando su un’intervista che gli avevo fatto qualche mese prima alla Badia fiesolana. Ricordo lo stupore con cui accolsi il suo tono infastidito sugli entusiasmi che stavano dilagando. Mi disse: «Guarda che il mondo è sistemico e l’implosione del comunismo toglierà ai paesi capitalistici la paura della rivoluzione e vorranno tornare a non aver freni nella logica del profitto». A più di trent’anni di distanza vien da dargli ragione. Mi sembra altrettanto interessante notare la forza di una previsione in un saggio del 1991 dal titolo L’Europa del 1989 in cui scriveva: «Nel sommovimento dell’Est europeo ci sono segnali preoccupanti (…). Sulla soglia dell’era postmoderna rinascono tutte le nostalgie del passato, rimaste soffocate ma non estinte durante il trionfo della modernità. Quelle nostalgie potrebbero imprimere all’Europa una spinta regressiva dagli esiti disastrosi». Balducci prospetta sì l’uomo planetario ma non gli sfugge il rischio dell’uomo identitario. Queste poche righe sono una impressionante fotografia della situazione attuale in Russia e in altri Paesi dell’Europa orientale. Ma con la speranza e la fiducia che la partita non è chiusa e che forse siamo solo nel lato discendente di una spirale. Dentro questa lucida descrizione e predizione dei rischi c’era infatti in padre Balducci una scommessa positiva sul futuro dell’umanità. Un atteggiamento che lui stesso definì, in una delle ultime interviste, ottimismo tragico. Cioè l’idea che pur dentro gli inevitabili travagli infine l’umanità dovrà scegliere di salvarsi non con la forza delle armi, non con la hybris di dominare attraverso la tecnica tutti gli elementi della natura, non con la competizione senza freni tra popoli e individui ma percorrendo una strada nuova, attingendo alle risorse dell’homo absonditus dentro cui «pulsa l’attesa delle generazioni future». Lungo questa via, Balducci ha riletto radicalmente la sua comprensione di fede fino ad auspicare la morte della figura storica del Cristianesimo nella logica evangelica del seme che solo così porta frutto. In questa fede restituita alla potenza della sua fragilità, sta l’ultima spoliazione di Ernesto Balducci e il suo, alla fine, non dirsi che uomo, nella cui coscienza è nascosto il lievito del vangelo «che fa vivere il nostro cuore un po’ più in là dei nostri passi». ❑
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ERNESTO BALDUCCI UOMO DEL FUTURO
ha insegnato a pensare il mondo come progetto

di Raniero La Valle
giornalista e scrittore, più volte parlamentare della Repubblica.

Sono molto contento che anche Rocca voglia ricordare padre Ernesto Balducci, in questo arco di tempo in cui si celebrano i 100 anni dalla sua nascita e i 30 anni dalla sua morte.

Lo si può ricordare in tanti modi: il principale senza dubbio è quello di rievocare l’inesauribile ricchezza del suo insegnamento, le geniali intuizioni che egli ci svelava nei suoi libri, nelle sue omelie, nei suoi inesausti percorsi di città in città per portare la sua parola, per accendere le speranze, per rinvigorire le fedi, per generare le azioni. Proprio in uno di questi percorsi senza risparmi egli doveva trovare la morte.
Io lo ricordo come uno dei grandi architetti che in quello straordinario Novecento che abbiamo vissuto, sognavo di mettere attorno a un tavolo, di fare interagire tra loro, di provocare per averne un giudizio, un’indicazione, una profezia sul nuovo mondo che volevamo costruire.
Come sarebbe bello, pensavo, mettere insieme padre Balducci, Raimundo Panikkar, Ivan Illich, Giuseppe Dossetti, padre Benedetto Calati, Aldo Moro, Claudio Napoleoni, e forse qualcun altro che avevo direttamente incontrato, chissà quale sapienza, quale mistica, quali linee d’azione ne sarebbero venute! Tutti insieme avrebbero potuto indicare un percorso, abbozzare il disegno dell’opera da compiere, evocare l’utopia che davvero si potesse realizzare. Certo, era un pensiero ingenuo, discepolare, ma era rivelatore di un atteggiamento che in quegli anni era di molti, quello di pensare il mondo non come un dato, ma come un progetto, e vivere la politica, la fede, la cultura non come un identikit di ciò che eravamo, ma come un investimento per ciò che volevamo far sorgere. Quell’aurora, che secondo padre Balducci dovevamo «forzare a nascere», di fatto poi non si è accesa. E invece è venuta la notte che ha oscurato i paesaggi radiosi appena intravisti, ha inghiottito l’uomo planetario di cui egli aveva preconizzato l’avvento, ha sconvolto le rotte del ritorno delle caravelle che secondo lui avrebbero dovuto ritessere l’unità dei mondi lacerati dalle scoperte e dalle conquiste.
Per padre Balducci la negazione di tutto ciò per cui aveva combattuto l’intera vita giunse con la guerra del Golfo perpetrata dall’Occidente sovvertendo il diritto che era stato messo nelle mani dell’Onu e «confondendo con le macerie di Bagdad le macerie delle grandi costruzioni giuridiche» presenti nelle Carte delle statuizioni universali di cui eravamo stati fieri, dalla Carta atlantica alle Costituzioni nazionali. Per noi la catastrofe delle speranze a cui abbiamo dedicato la vita giunge ancor più con la guerra d’Ucraina, quando alla violenza omicida perpetrata dalla Russia la Nato risponde di nuovo spaccando il mondo in due blocchi, intronizzando la guerra come sovrana, pronosticando l’annientamento della Russia e la partita finale con la Cina.
Nella guerra del Golfo padre Balducci aveva visto «la fine dell’età moderna cominciata cinquecento anni fa col genocidio degli Indios nel lontano Occidente»; nella guerra che ha Putin come aggressore, Biden come burrattinaio, Stoltenberg come Stranamore e Zelensky come suo improbabile eroe si rischia, con la guerra mondiale, la fine di ogni età del mondo.
Chissà come avrebbe reagito oggi la profezia di padre Balducci, chissà come sarebbe stato capace di riaccendere le perdute speranze.
Ma una cosa almeno gli è stata risparmiata, come a noi non è stato dato: il dolore di vedere suoi fratelli di fede, teologi, editori, giornalisti, licenziare il Gesù della fede e archiviare il Dio della grazia in cui egli aveva creduto, a cui aveva consacrato tutta la vita e a cui aveva affidato la garanzia e la legittimazione di ogni sua parola e di ogni suo atto; non ha assistito alla commemorazione di Dio come il Dio del passato, il Dio dell’infanzia inconsapevole dell’uomo, il Dio delle favole e dei miti, il Dio personale che il post-teismo, al contempo cristiano ed ateo, consegna allo smaltimento della storia.
Raniero La Valle

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Documentazione
Il sito web della Fondazione Balducci.

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Marxismo e cattolicesimo: la strana coppia. Conversazione con Luciana Castellina

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di Marco Bevilacqua giornalista e traduttore, su Rocca
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