Risultato della ricerca: reddito di cittadinanza

FORUM DISUGUAGLIANZE: una nuova stagione di giustizia sociale

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di Fiorella Farinelli, su Rocca.

E’ al presidente Mattarella – a chi altri, in questa fase della politica italiana? – che il 20 marzo scorso sono state consegnate le «15 proposte per la giustizia sociale» elaborate dal Forum Diseguaglianze Diversità, promosso da Fabrizio Barca, economista ed ex ministro del governo Monti. Due anni di lavoro intenso, finanziato tra gli altri da Fondazione Con il Sud, Fondazione italiana Charlemagne, Fonda- zione Uniplus, cui hanno partecipato oltre cento ricercatori e, in decine di seminari e di incontri, organizzazioni della società civile come Action Aid, Caritas italiana, Cittadinanza Attiva, Dedalus Cooperativa Sociale, Fondazione Basso, Legambiente, Uisp.
Il risultato è un ponderoso (ma lo stile comunicativo è fluido e brillante) Rapporto di 160 pagine, fatto di analisi scientifiche puntuali e di proposte. Alcune più prevedibili e altre radicalmente innovative, come quella di far partecipare alla gestione delle imprese non solo le rappresentanze dei lavoratori (come avviene da tempo in Germania) ma anche quelle dei consumatori e dei territori coinvolti, o quella di distribuire a tutti i diciottenni «un’eredità di cittadinanza» di 15.000 euro, senza alcun vincolo di utilizzo. Obiettivo dichiarato, incidere sul dibattito pubblico e sui programmi e sull’azione dei partiti politici.
A convergere sul senso della proposta dichiarando il proprio impegno, i segretari generali di Cgil Maurizio Landini e Cisl Annamaria Furlan, un grappolo di assessori al sociale e al lavoro di città come Napoli, Palermo, Milano, Bologna e di sindaci, professori e rettori, amministratori di imprese, esperti nei diversi ambiti scientifici.

Per lo più positivi anche i commenti comparsi su autorevoli organi di informazione. Della carta stampata – da Espresso e Avvenire, che sono partners dell’iniziativa, al Fatto Quotidiano e al mensile cattolico Vita – e del web, che nelle «15 proposte» hanno riconosciuto una base possibile o un nuovo punto di partenza per la costruzione di un programma di una forza politica di sinistra. Ma quale?

il prisma della diseguaglianza
Sono indubbiamente di sinistra, comunque, la natura e il profilo politico del Rapporto. L’idea che non basti denunciare le diseguaglianze e che sia necessario agire. Che non si possa farlo intervenendo soltanto a valle, con dispositivi risarcitori o redistributivi, ma cambiando le condizioni a monte che hanno prodotto e continuano a produrre l’esplosione delle diseguaglianze. Che un’alternativa esiste e che bisogna costruirla per trasformare i sentimenti di rabbia e di rancore in una nuova stagione di emancipazione che sviluppi la giustizia sociale. Contrastando non una sola faccia del prisma della diseguaglianza – quella delle differenze di reddito – ma le molte che la compongono e che la generano. Le differenze nell’accesso all’istruzione e alla conoscenza, alla sanità, al lavoro. Le disparità di genere. Quelle che riguardano l’aspettativa di vita, la possibilità di ricorrere a farmaci e terapie, il rapporto con le tecnologie. Quelle che, nell’Italia fatta da due Italie, derivano dall’essere nati e risiedere in un territorio piuttosto che in un altro, o dall’essere figli di italiani o di genitori venuti da altri paesi, o dal subire maggiori o minori danni dalle crisi e dai disastri ambientali, o dall’appartenere a una generazione invece che a un’altra.
Perché se è vero che negli ultimi trent’anni a livello globale le diseguaglianze sono significativamente diminuite per l’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di cinesi, indiani e di altri paesi in via di sviluppo (ma ci sono ancora più di 30 anni di differenza nell’aspettativa di vita tra un italiano e un abitante del Ghana), nello stesso periodo in Italia e in tutta Europa si sono bloccati i processi di riduzione della forbice iniziati dopo la fine della seconda guerra mondiale. Con addirittura un’inversione di tendenza nel nostro paese, dove siamo tornati a una diseguaglianza di redditi analoga a quella che avevamo negli anni Settanta (e in più, secondo Eurostat, con un indice di diseguaglianza di genere al 43,7 contro il 39,7 della media europea).
In estrema sintesi, se nel 1995 il 10% più ricco degli italiani (pari a 5 milioni di adulti) deteneva metà della ricchezza del paese, nel 2016 ne possiede una quota superiore al 60%. I numeri parlano chiaro. Nel 2017 le persone a rischio di povertà o di emarginazione sociale erano il 29% circa della popolazione, il 12% in condizioni di grave deprivazione materiale, il 14% di povertà relativa. Una cifra doppia rispetto agli anni 80, e con uno spiccato coinvolgimento dei giovani, delle famiglie composte di stranieri, di residenti nelle aree meridionali. E poi, a cascata, le diseguaglianze nell’accesso al lavoro, i differenziali di risultati scolastici, di accesso alla cultura, di capacità di utilizzo delle nuove tecnologie e via andare.

strategia d’intervento
Ma nel documento del Forum l’obiettivo non è fare le pulci, come succede altrove, ai provvedimenti dell’attuale governo, da «quota 100» al «reddito di cittadinanza». Lo sguardo è molto più profondo e più lungo, e il punto di vista presenta un profilo decisamente strategico. Le 15 proposte sono raggruppate in tre campi tematici. Il primo, dedicato a tecnologie, ricerca, innovazione. Il secondo al lavoro. Il terzo all’equità intergenerazionale.
È il primo campo quello che contiene il maggior numero di proposte (10), tutte accomunate dalla necessità di realizzare una maggiore giustizia sociale nell’accesso all’informazione, all’istruzione, al sistema sanitario e ai farmaci; e di tutelare le fasce deboli rispetto non solo all’innovazione tecnologica ma anche a politiche ambientali indifferenti al loro impatto sociale. Evidente, sul tema degli investimenti e degli incentivi ecologici, l’imperativo di renderli sostenibili – conciliando giustizia sociale e ambientalismo – per chi è in situazione economica più svantaggiata. Sono i jilets jaunes ad indicare che politiche anche corrette, come quelle che disincentivano la mobilità stradale basata sugli inquinanti carburanti tradizionali, sono destinate ad essere fortemente contrastate se quel cambiamento finisce col peggiorare le condizioni di vita di settori ampi della popolazione. Analogamente, non si può pensare di sviluppare l’efficientamento energetico degli alloggi, senza incentivi ecologici che siano modulati sulle diverse disponibilità economiche di chi deve sostenerne la spesa.
Ma ricadono in questo ambito anche proposte più complesse e di più difficile attuazione se non in un contesto sovranazionale condiviso, come quelle che puntano a tagliare le unghie ai grandi big del digitale, riducendone la possibilità di esercitare il dominio sulla vita della popolazione. Un dominio economico e culturale tanto più forte quando si esercita su chi ha meno capacità di padronanza culturale e di pensiero critico.

le proposte sul lavoro
Nel secondo campo trovano posto le proposte sul lavoro. Fuori da ogni subalternità alla logica unilaterale del profitto capitalistico, il succo è che si propone di restituire potere ai lavoratori. Con lo sviluppo della contrattazione e l’estensione a tutti i lavoratori delle tutele e garanzie definite dai contratti nazionali. Con l’introduzione di un salario minimo non inferiore a 10 Euro l’ora. Con la democratizzazione del governo e della gestione dell’impresa tramite la partecipazione agli organi di direzione non solo dei rappresentanti dei lavoratori ma anche di tutti i soggetti a vario titolo coinvolti dagli effetti delle attività produttive, da quelle dei consumatori a quelle dei territori di riferimento. Italsider, Taranto, e mille altri casi insegnano.

equità tra le generazioni
Il terzo campo è dedicato all’equità tra le diverse generazioni («Una generazione lasciata indietro») ed è qui che si trovano le proposte più innovative e anche le più controverse, come emerge da queste prime settimane di discussione. La più importante comporta una riforma dell’imposta di successione, eliminata dal secondo governo Berlusconi e solo parzialmente ripristinata dai governi di centrosinistra (e tuttora significativamente più bassa tra quelle previste nella maggior parte dei paesi ricchi) con cui disporre delle risorse in grado di assicurare una sorta di «eredità di cittadinanza» in forma di 15.000 euro netti ad ogni diciottenne nato in Italia. Universalistica e senza vincoli di utilizzo «per pagare qualsiasi attività in grado di accrescere la libertà sostanziale». La libertà di istruzione non vincolata al luogo di residenza dei genitori, di investire in progetti imprenditoriali costruiti con altri, di «conoscere il mondo per imparare culture e lingue diverse nel solo modo possibile», per avere le chances di crescita e di responsabilizzazione rispetto al proprio futuro che oggi sono solo dei figli delle famiglie privilegiate. Un dispositivo rigorosamente universalistico proprio per convincere a contribuirvi i più abbienti. E per cominciare a restituire alle generazioni più giovani quello che le politiche degli ultimi decenni hanno tolto loro.

una possibile rigenerazione della sinistra politica
Va da sé che questa come altre proposte, più o meno radicali, disegnano un terreno di rigenerazione della sinistra politica proprio perché impongono una svolta netta rispetto al progressivo accomodamento a un esistente che si è finito col considerare come oggettivo e sostanzialmente immodificabile. Ripercorrendo, nel mutato mondo di oggi, i valori dell’eguaglianza, della solidarietà, della giustizia sociale. Di una democrazia dinamica, di una politica orientata non all’accettazione ma alla trasformazione della realtà. Quello che serve per ridefinire, oltre alle politiche programmatiche, un’identità politica riconoscibile e attrattiva. Ma, mentre il Rapporto del Forum Diseguaglianze comincia ad essere conosciuto e dibattuto in molti luoghi della società provocando commenti, interventi, proposte di integrazione e di modifica che vengono inviati ai suoi promotori, si è ancora in attesa di reazioni esplicite da parte dei suoi destinatari principali. Che non sono, come è evidente, il solo presidente Mattarella.
Fiorella Farinelli
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Che cosa ci succede?

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Tre miliardi di poveri diavoli, tre miliardi di Geppetti
di Guglielmo Ragozzino
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Su Sbilanciamoci.12 Aprile 2019 | Sezione: Apertura, Società.

La vita costruisce una piramide che vede al fondo tre miliardi di padri e madri senza il necessario per crescere i figli. Politici ed economisti non sanno che fare per loro. Riflessione a un convegno a Matera sulla biodiversità bancaria.

Al convegno nazionale indetto dalla Fondazione Interesse Uomo, (nata per la lotta contro l’usura e presieduta da don Marcello Cozzi) e organizzato a Matera il 29 e il 30 marzo 2019, con il titolo Etica, cultura e bellezza. Le strade per una nuova economia, la seconda sessione aveva per titolo Biodiversità bancaria e finanza etica: quali argini all’indebitamento e all’usura. Quello che segue è il testo del mio intervento, ricostruito con l’aiuto di un Power Point.

Molte divisioni tra i viventi

Alla vigilia del convegno in una delle tante occasioni di Matera 2019, alla Casa Cava, era stato possibile ascoltare la splendida e commovente relazione di Eva Cantarella sul Mediterraneo come spazio comune e legame tra le persone del mondo, luogo per accogliere, conoscere gli stranieri. Per imparare che le divisioni si superano andando avanti insieme, imparando lingue, riti, religioni gli uni dagli altri, con fiducia reciproca.

Nella vita di ogni giorno, però, il 29 marzo, nel Convegno, è ricominciato il ritornello: le persone umane si dividono e lo fanno in molti modi, prima di trovare una soluzione, utilizzando la storia antica e il diritto greco e romano insegnati da Cantarella. Le persone si dividono tra dentro e fuori, sopra e sotto, noi e voi (io e voi), maschi e femmine, sani e ammalati, giovani e diversamente giovani, saggi e diversamente saggi, lavoratori e disoccupati, banchieri e clienti, ricchi e poveri. Delle ultime due partizioni abbiamo inteso occuparci.

Banchieri e clienti

Biodiversità bancaria e clientela più o meno organizzata. Gli istituti di credito sono grandi e piccoli e appartengono agli azionisti oppure ai soci. Si decide contando le azioni oppure applicando la regola che uno vale uno. In un caso s’intende garantire il credito con strutture forti per evitare bancarotte e disordine economico. Nell’altro caso s’intende offrire il credito secondo i bisogni. A conti fatti, solo chi offre garanzie avrà il credito. Prevale la tendenza a erigere istituti di credito sempre più grandi e in teoria più affidabili; il rischio di tracolli disastrosi per grandi complessi bancari spinge a costruirne sempre più solidi. In passato si sono separate le attività di credito commerciale da quelle d’investimento.

Negli anni Novanta il sistema bancario in Italia era prevalentemente pubblico: c’erano le tre (o quattro) banche d’interesse nazionale, BIN, che facevano capo all’IRI guidato da Romano Prodi, e almeno altre sei banche come Sicilia o Napoli, spesso di origine prerisorgimentale. Si decise, in linea con le scelte della Comunità-Unione europea di privatizzare tutto. Fu Giuliano Amato, prima da ministro del Tesoro di Ciampi e poi da primo ministro ad assumersene la responsabilità.

Ora è rinata la confusione; la regola prevalente, nel capitalismo bancario dell’Unione Europea, è quella di avere istituti di grandezza appropriata, inseguendo quelli americani e cinesi. La Banca d’Italia, e di conserva la BCE, chiede per i nostri istituti un attivo minimo di otto miliardi di euro, ciò che obbliga le banche popolari e cooperative a chiudere, o a farsi assorbire, oppure a mettersi insieme con altre popolari, anche di altre parti del Paese, per raggiungere quella soglia. La conoscenza della vita reale, dei bisogni reali, dell’attività economica locale è così sacrificata. L’usura, sempre in agguato, sostenuta dai poteri mafiosi locali, si rafforza tanto che nel 1996 il Parlamento vota una legge contro l’usura che in teoria dovrebbe costituire un baluardo, a furia di grida e rigidi massimali. La vita si svolge però diversamente, come sapeva già Shakespeare ai tempi del Mercante di Venezia.

Banca Etica tenta di fare qualcosa con il Microcredito, l’informazione diffusa e con i suoi banchieri ambulanti.

Ricchi e poveri a Davos

Ogni anno in gennaio i ricchi si riuniscono in un Cantone svizzero (Davos, nei Grigioni). Tutto è perfetto, esclusivo, desiderabile, elegante. Tutto è scalabile (e molto costoso). I ricchi chiamano a riferire economisti di prima scelta e reggitori mondiali, per far spettacolo. Intanto parlano tra loro e fanno affari. Oxfam, una ONG inglese, tiene conto di quanti ricchi ci vogliano per pareggiare il conto di tutti i poveri. Il record attuale è che tre ricchi, (Gates, Bezos e un altro, variabile) bastano a pareggiare tre miliardi di poveri. (Domanda: se Bezos crolla in Borsa, si tagliano cento milioni di poveri? ) Oxfam sta dalla parte dei poveri, sinceramente, e fa un notevole lavoro d’informazione, ma a ben vedere fa anche della pubblicità alle formidabili imprese di Lor signori. Inoltre raccoglie tra i ricchi i proventi per agire. In sostanza è un’altra prova del fatto che il mondo è proprio così e non può cambiare senza che ce la si metta tutta.
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La Piramide degli averi

Poche persone sono ricche e molte di più sono povere. Quante sono e come si contano le diverse categorie? Per esempio si può disegnare una piramide, con i ricchi in alto, i poveri in basso e in mezzo tutti gli altri. I vari modi per disegnare la figura, allungando lo schema oppure facendolo molto tozzo, o schiacciato verso il basso, sono a ben vedere altrettante proposte politiche.

Gli adulti di Credit Suisse

La banca svizzera Credit Suisse ha disegnato una sua speciale piramide e l’ha messa al centro del suo Rapporto sulla ricchezza globale. L’attenzione è rivolta agli adulti, tra gli umani viventi, trascurando gli altri. Gli adulti presi in considerazione sono 5,014 miliardi, mentre i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze di ogni età, poco meno di tre miliardi, non sono tenuti in conto. In effetti la gran banca suggerisce di non puntare su persone aleatorie come i bambini: non si sa se arriveranno a essere grandi e clienti-contribuenti, quindi è meglio lasciarli stare, fintanto che non sarà chiarita la loro intenzione di sopravvivere, oppure di lasciarsi perdere. Non si può che lodare l’intelligenza previsionale del Banchiere. Ecco dunque la ripartizione per censo dei cinque miliardi di adulti.

La Piramide svizzera degli adulti nel mondo è la seguente:

42 milioni di persone con più di un milione di $ (dollari americani); essi sono lo 0,8% degli adulti e detengono 142 mila miliardi di $ pari al 44.8% di tutta la ricchezza mondiale;

segue lo strato borghese costituito da 436 milioni di persone con almeno 100 mila $. Si tratta dell’8,7% della popolazione adulta e insieme dispongono di 124,7 mila miliardi di $ pari al 39,3% del totale;

il terzo strato o ceto medio è di 1.325 milioni di persone pari al 26,6% del totale con almeno 10mila $ di ricchezza. Si tratta del 26,6% della popolazione con 44 mila miliardi di $, pari al 13,9% della ricchezza complessiva;

3.211 milioni di persone adulte con meno di 10mila $ costituiscono la popolazione povera, con 6,2 mila miliardi complessivi. Essi detengono l’1,9% delle ricchezze. In compenso sono i due terzi dei viventi.

Alla base della Piramide

La sigla internazionale per base della piramide è BOP Bottom of the Pyramid. Le persone che ne fanno parte equivalgono al 63,9% del totale dei viventi adulti. Ciò significa che due terzi di essi hanno comunque meno di 10 mila dollari annui pari a 27 dollari al giorno. Non tutti sono così fortunati. La maggior parte, interi continenti di poveri, ha meno di dieci, meno di cinque dollari al giorno. Poco, come è facile capire. Meglio dare un aiuto, meglio lasciar stare, lasciar fare, intervenire il meno possibile? Organizzare i poveri? Lasciare che si organizzino da sé? Come evitare che finiscano in mano agli usurai? Su altri piani, è una discussione che ricorre da secoli; nel mondo comunista vi fu Lenin che si proponeva nel Che fare? di organizzare le masse dall’esterno, portando da fuori i suggerimenti e gli attivisti; Marx invece era convinto che i poveri (la classe operaia) avrebbe dovuto e saputo ricavare da sé la forza per essere classe di completo rinnovamento. Più di recente, se si trascura l’elemosina in ogni forma propugnata dalla Banca Mondiale e dalle sue varie agenzie, si confrontano le opinioni di Mohammad Yunus e C.S.Prahalad. I due studiosi, bangladese l’uno, indiano dell’ovest l’altro, hanno suggerito modi opposti di intervento. Da un lato è possibile organizzare la produzione di beni di sopravvivenza anche sul fondo della piramide, aumentando almeno in parte sicurezza di sé e capacità di rispondere alla povertà; oppure è possibile trasformare gli ultimi in consumatori, mobilitando perfino le imprese multinazionali come anche gli altri attori della società.

Detto altrimenti, prese tutte insieme le persone del BOP, due terzi degli adulti mondiali, i loro pochi averi e le loro inesauribili speranze, sono a disposizione ricchezze complessive pari a oltre seimila miliardi di dollari. Possono fare gola a qualcuno, oppure possono servire come leva per aiutarli a tirarsi su?

Povertà di una madre di famiglia

In giro per il mondo, i capofamiglia senza ricchezza, senza lavoro, senza aiuto, senza prospettive, senza via di fuga, al fondo della Piramide, son molto spesso donne. Si può pensare che le madri (o le figlie) dell’elenco siano complessivamente tra uno e due miliardi?

Spesso le donne, africane o asiatiche o sudamericane, o perfino europee, al fondo della Piramide, sono anche analfabete. Questo significa che la società e anche la famiglia non si è occupata di loro o non ha potuto farlo. Essere analfabete cinquanta o cento anni fa, in una società di braccianti parigrado era sopportabile, era vita comune, miseria uguale per tutti. Italo Calvino ci ha insegnato che Lucia Mondella (come anche Renzo Tramaglino) era analfabeta. Oggi però, sotto il tiro incrociato di televisione e telefono smart, il disagio di non leggere e non scrivere è anche maggiore.

Se ne è reso conto, con una lodevole intuizione, Mohammad Yunus, premio Nobel per la pace del 2006. Yunus ha capito che doveva scontare la debolezza culturale delle sue donne del Bangladesh e partire dai loro bisogni, per costruire un nucleo, tanti piccoli nuclei di donne simili tra loro e capaci di aiutarsi, controllarsi, proteggersi. Molte donne impararono a parlare, a chiedere prestiti, a fare i conti. Per questa rivoluzione a Yunus, economista, non venne dato dall’Accademia il premio all’economista, ma si premiò il filantropo, l’uomo buono (ma con la testa tra le nuvole). Yunus era pericoloso per i banchieri con i suoi prestiti senza garanzie, e fuori gioco per quegli schizzinosi degli altri economisti, consacrati a Harvard e a Cambridge, o, nell’altro caso, alla fucina dei Chicago boys.

Povera Italia

Sono 5.058 mila secondo l’Istat i concittadini in povertà assoluta, pari a 1.778 mila nuclei familiari. Le famiglie sono pari al 6,9% del totale, mentre le persone singole arrivano all’8,4%. Si distingue per età, tra Nord e Sud e tra città e campagna: stabilite le differenze del caso, una persona anziana sarebbe povera con meno di 965 euro al mese, tutto compreso (per esempio l’abitazione), un giovane solo 1.226 euro, due anziani conviventi 1.270 insieme. I conteggi precedevano l’avvento di Giancarlo Blangiardo alla presidenza dell’Istat. Considerato sovranista, il nuovo presidente è soggetto a qualche forma di pregiudizio.

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Altri dati sono quelli della Banca d’Italia e per questo si è usato il condizionale.

Per la Banca d’Italia sarebbe povero chi ha meno del 60% del reddito mediano. Nel 2016 si trattava, tutto compreso, di 830 euro mensili. Il numero dei poveri italiani è in crescita in ogni caso: dal 20% calcolato nel 2006 si è passati al 23% sull’insieme della popolazione. Il reddito di cittadinanza, cui hanno aderito 700.000 domande, in una prima fase, meno del previsto, non offre invece spunti utilizzabili.

Povertà e lavoro nell’Unione Europea

Prendendo per parametro il salario minimo garantito nell’Unione Europea, ne risultano quattro classi. Sono otto i Paesi dell’Unione che prevedono un salario minimo inferiore ai 500 euro. Sono: Bulgaria, Lituania, Lettonia, Romania, Ungheria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia. Sette Paesi hanno un salario minimo superiore ai 500 e inferiore a 1.000 euro mensili. Sono: Estonia, Polonia, Portogallo, Grecia, Malta, Slovenia, Spagna. Sette Paesi hanno salario minimo mensile superiore a 1.000 euro. Sono: Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Irlanda, Lussemburgo, Regno Unito. Sei Paesi infine non hanno salario minimo garantito. Sono: Italia, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Cipro.

Muhammad Yunus

Microcredito per chi ha bisogno, senza esigere garanzie, per consentire un lavoro autonomo o per superare bisogni emergenti: è questa in sintesi la scelta della Grameen Bank costruita in Bangladesh da Yunus e poi esportata altrove; perfino negli Usa, con l’appoggio dei Clinton. Gli aspetti principali del sistema di microcredito à la Yunus sono nessuna garanzia, forte tasso d’interesse, altissimo tasso di restituzione. Sufficiente è un controllo sociale tra donne amiche, fiduciose e pari tra loro. Si evitano così, almeno in parte, mafie e usura. Lontano da Matera, a Iesi nelle Marche, esiste una cooperativa di donne mediorientali che costruiscono insieme turbanti. “Sai la novità: donne mediorientali, turbanti….”. Solo che il modello imitato è quello di Emma Bonino, l’idea di turbante è sua. I turbanti servono per altre donne, in cura e che hanno perduto i capelli.

C. K. Prahalad (1941-2010)

La base della piramide deve avere fiducia in se stessa, anche se è indispensabile un aiuto esterno (grandi imprese che sono capaci di vendere al mercato, ruolo pubblico, sindacati, cultura, informazione). “Un dirigente dipende, non tanto dalle risorse, quanto dall’immaginazione”, assicura Prahalad. Occorre che la base della piramide possa entrare nel mondo delle merci, in un circuito adatto a una popolazione povera. Importante è conoscere e farsi conoscere, decisivo avere una rete di contatti sicuri per sconfiggere l’usura e la prepotenza di un mercato ristretto. Per le persone del BOP ogni prodotto deve essere conosciuto, utilizzabile per l’esistenza di elettricità, acqua corrente, collegamenti o altro, conveniente quanto al prezzo, disponibile nel tempo e nello spazio. Prahalad pensava che una grande impresa, financo una multinazionale, sarebbe stata in grado di servire anche quelli del BOP.

I poveri fanno quasi compassione. Pinocchio e Mangiafoco
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“Come si chiama tuo padre/Geppetto/ E che mestiere fa?/Il povero/ Guadagna molto? /Guadagna tanto, quanto ci vuole per non avere mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l’abbecedario della scuola dové vendere l’unica casacca che tra toppe e rimendi era tutta una piaga./ Povero diavolo! Mi fa quasi compassione! Ecco qui cinque monete d’oro. Vai subito a portargliele e salutalo da parte mia”/

Mangiafoco è un padrone che frusta e appende per il collo chi lavora per lui: i burattini, amici di Pinocchio. Ecco fotografato un padrone degli anni Ottanta dell’ottocento, anche se non sembra che il calco si sia perduto. E’ ricco, Mangiafoco, incapace di essere buono. Quando si commuove (e gli viene il singhiozzo) sa solo fare l’elemosina e neppure troppo bene; un po’ come i signorotti di Davos, i magnati di sempre. Da notare che l’abbecedario per la scuola corrisponde all’inizio della scuola pubblica obbligatoria in Italia. Un passaggio necessario per Collodi, socialista d’antan.

Che succede?

c3dem_banner_04I CONTI (CHE NON TORNANO) DEL DEF
12 Aprile 2019 by Forcesi | su C3dem.
Mauro Magatti, “I conti che non tornano, ora occorre un piano b” (Corriere). Marco Ruffolo, “Def, le due missioni impossibili” (Repubblica). Leonardo Becchetti, “Patto chiaro con i cittadini sul Def” (Avvenire); Gianfranco Viesti, “Il Sud dimenticato” (Messaggero); Carlo Cottarelli, “Ma nel Def i conti non tornano” (La Stampa). Così il governo va a sbattere; lo dicono sia Anna Maria Furlan segretaria Cisl (“Urge cambiare rotta, così il governo ci porta a sbattere”, Il Dubbio) sia Maurizio Landini segretario Cgil (“La flat tax è una presa in giro, così il paese va a sbattere”, Secolo XIX). Stefano Toso, “Pregi e difetti del reddito di cittadinanza” (welforum.it).

La nostra città futura

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[FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI] VERSO UNA NUOVA CITTADINANZA
Negli ultimi mesi, la parola “cittadinanza” è tornata attuale in Italia. E non solo per il reddito varato dal governo, ma soprattutto per la “concessione” della cittadinanza a Ramy e Adam, i due 13enni di origini egiziane e marocchine che hanno contribuito a salvare i compagni di classe dal dirottamento del bus a San Donato Milanese. Una “concessione” che, oltre a porre il quesito se la cittadinanza sia un premio o un diritto (Corriere), porta a interrogarci sull’essere cittadini oggi. Perché di là del riconoscimento giuridico della cittadinanza, tra spinte migratorie, crisi economica e disuguaglianze crescenti, ci sono ampi bacini di cittadini che restano ai margini rispetto ai cosiddetti diritti di cittadinanza. Alle disuguaglianze di reddito (Il Sole 24 Ore), si aggiungono quelle che riguardano la salute e la sicurezza sociale, l’accesso all’istruzione e alla formazione, alterando di fatto il pilastro secondo il quale attraverso i servizi si possono garantire a tutti una serie di opportunità di base. Con l’arretramento dell’impegno della spesa pubblica nel welfare, il rischio quindi è quello di muoversi verso una forma di cittadinanza basata sul censo che pensavamo essere ormai un retaggio del passato (Eticaeconomia).

CAMBIAMENTO ?

ricalcolo lampadadialadmicromicro13Riceviamo dal nostro amico e collaboratore Gianni Pisanu e volentieri pubblichiamo.
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IL CAMBIAMENTO
Caro Direttore, spero di non essere giudicato troppo male perché con la nota che segue mi occupo di un argomento che niente aggiunge al prestigio del tuo blog sotto l’aspetto culturale. Mi sembra comunque utile richiamare l’attenzione dei tuoi lettori su aspetti che incidono concretamente sulla vita di tanta parte delle persone che subiranno una riduzione delle già magre risorse in quanto dovranno accollarsi l’onere di misure redistributive che graveranno in gran parte su una fascia di popolazione vicina se non già compresa nella categoria dei poveri, mentre coloro che poveri non sono attendono con trepidazione la flat tax.
Sull’Unione sarda di oggi 12 aprile, in un interessante articolo su quota 100, l’INPS annuncia di aver liquidato, con grande celerità, tutte le pensioni richieste attraverso quota 100, nonché tutte le altre, salvo RECUPERI O CONGUAGLI. Gli stessi patronati lo testimoniano.
 
Aggiunge sempre l’INPS che tali operazioni non hanno pregiudicato le altre lavorazioni, attribuite alla competenza dell’INPS stesso. Ebbene, nel suo sito lo stesso Istituto si smentisce, in modo clamoroso.
Infatti, in un comunicato stampa del 10 aprile 2019 dal titolo “rivalutazione annuale delle pensioni per l’anno 2019″ si legge: “l’istituto comunicherà, con apposito messaggio, le modalità di recupero delle somme relative al periodo gennaio/marzo 2019. Questo conguaglio non è ancora effettuato in ragione del sovrapporsi di elaborazioni massive relative all’attuazione delle riforme legate al decreto legge 4 del 2019, in particolare alle operazioni legate a pensione “quota 100″ ed al reddito e pensione di cittadinanza“.

IN SOLDONI, il recupero delle somme non dovute e già accreditate ai pensionati, sarà effettuato in seguito, in quanto la precedenza è data alla quota 100 e al reddito D C.

E’ bene ricordare che il decreto in questione, prevede un sistema di calcolo della rivalutazione delle pensioni, peggiorativo rispetto a quello concordato tra sindacati e Governo precedente, e basato sulla riapplicazione della legge 388/2000. 
E’ evidente, quindi, che l’ISTITUTO PREVIDENZIALE ha ricevuto l’input da parte del Governo di liquidare prima le pratiche di quota 100 e RDC, lasciandone in secondo piano altre, altrettanto importanti, per motivi facilmente comprensibili e probabilmente propagandistico-elettoralistici. Nulla di nuovo sotto il sole.
Obiettivo di taluni non è l’efficienza dell’INPS o della pubblica amministrazione, ma darne solo la parvenza, per lucrare voti o consenso.

Gianni Pisanu

Documentazione. Reddito di cittadinanza e pensioni in Gazzetta Ufficiale

Legge n. 26/2019, la conversione del DL 4/2019 in materia di reddito di cittadinanza e pensioni, il testo in Gazzetta Ufficiale.
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Mathias Stomer - Giovane che legge Testo del decreto-legge 28 gennaio 2019, n.4 (in Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 23 del 28 gennaio 2019), coordinato con la legge di conversione 28 marzo 2019, n.26 (nella stessa Gazzetta Ufficiale – alla pag. 1), recante: «Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni.».
Il testo coordinato del Decreto Legge 28 gennaio 2019 n.4 con la legge di conversione 28 marzo 2019, n.26

Che fare?

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sbilanciamoci
Abbattere le diseguaglianze, la ricetta di Barca
Rachele Gonnelli

27 Marzo 2019 | Si Sbilanciamoci – Sezione: Apertura, Società
Dal salario minimo orario alla dotazione di 15 mila euro agli studenti fino alle nuove norme per le fabbriche rigenerate dagli operai: sono 15 in tutto le proposte del ForumDD messo in piedi dall’economista Fabrizio Barca dopo due anni di elaborazione per “invertire la rotta”.

Parte dall’insopportabilità delle diseguaglianze, non tanto etica, in questo caso, quanto piuttosto sociale, economica e persino istituzionale, visto che la democrazia stessa viene messa a rischio dalla brusca frenata delle opportunità di miglioramento di vita delle persone, il nuovo lavoro condotto dall’economista Fabrizio Barca. Un lavoro in verità collettivo, anzi collegiale, che ha visto coinvolti circa cento tra professori universitari, ricercatori e attivisti delle associazioni attraverso un percorso durato oltre due anni, dall’ottobre 2017 a marzo 2019.

La discussione e l’elaborazione è avvenuta dall’interno di un Forum Diversità Diseguaglianze (o ForumDD), a partire da una piattaforma condivisa, e alla fine ha prodotto 15 proposte per “invertire la rotta”, cioè per ridare corpo alla giustizia sociale affrontando i nodi più attuali, dalla gig-economy al vivere all’epoca dei Big data e della profilazione sempre più totale delle persone, con le nuove diseguaglianze ed esclusioni sociali condotte ora anche attraverso algoritmi e customizzazione dei servizi offerti o negati, e poi ancora dalla de-industrializzazione al cambiamento climatico, dalla riduzione del peso dei corpi intermedi al diffondersi di modelli politici e sociali sostanzialmente autoritari e di iper-sorveglianza, che riducono la povertà a una negligenza dell’individuo e riservano l’accesso alle professioni ai figli di professionisti, con ciò paralizzando l’ascensore sociale e svuotando la scuola e l’università di funzioni pubbliche di valorizzazione del merito.

Il rapporto del ForumDD, pubblicato a fine marzo (integrale qui), ha seguito come fari la Costituzione, in particolare l’articolo 3 della Carta, e il recente libro dell’economista britannico Antony Atkinsons “Inequality. What can be done?” .

Oltre a dati e analisi della situazione italiana e mondiale, il lavoro del ForumDD si incardina su 15 proposte( incluso un salario minimo orario di almeno 10 euro e una “eredità. universale” o dotazione di 15 mila euro a studente) che ora vengono lanciate per essere sottoposte al confronto con la società italiana e nei territori, per tentare di trovare soluzioni concrete e riagganciare la dinamica che per trent’anni, dopo la seconda guerra mondiale, ha ridotto il divario sociale senza opprimere le differenze, senza bisogno di capri espiatori per come ora vengono usati i migranti, “mantenendo un equilibrio dei poteri”.

La sintesi delle 15 proposte:

Proposta n. 1. La conoscenza come bene pubblico globale: modificare gli accordi internazionali e intanto farmaci più accessibili

Si propongono tre azioni che mirano ad accrescere l’accesso alla conoscenza. La prima azione riguarda la promozione, attraverso l’UE, di una modifica di due principi dell’Accordo TRIPS che incentivi la produzione e l’utilizzo della conoscenza come bene pubblico globale. Le altre due azioni riguardano il campo farmaceutico e biomedico; si propone, sempre attraverso l’UE, di arrivare a un nuovo accordo per la Ricerca e Sviluppo, in sede di Organizzazione Mondiale della Sanità, che consenta di soddisfare l’obiettivo del “più alto livello di salute raggiungibile” e, contemporaneamente di rafforzare l’iniziativa negoziale e strategica affinché i prezzi dei farmaci siano alla portata dei sistemi sanitari nazionali e venga assicurata la produzione di quelli per le malattie neglette.

Proposta n. 2. Il “modello Ginevra” per un’Europa più giusta

Si propone di promuovere a livello europeo degli “hub tecnologici sovranazionali di imprese” che si occupino di produrre beni e servizi che mirino al benessere collettivo, partendo dalle infrastrutture pubbliche di ricerca esistenti ed estendendo il loro ambito di azione dalla fase iniziale della catena di creazione di valore a quelle successive. L’obiettivo è quello di sfruttare il successo di forme complesse e autonome di organizzazione per rendere accessibili a tutti i frutti del progresso scientifico e affrontare il paradosso attuale per cui un patrimonio di open science prodotto con fondi pubblici viene di fatto appropriato privatamente da pochi grandi monopoli.

Proposta n. 3. Missioni di medio-lungo termine per le imprese pubbliche italiane

Si propone di assegnare alle imprese pubbliche italiane missioni strategiche di medio lungo periodo che ne orientino le scelte, in particolare tecnologiche, verso obiettivi di competitività, giustizia ambientale e giustizia sociale. I punti di forza della pro- posta sono: l’identificazione di un presidio tecnico; la trasparenza della responsabilità politica; il monitoraggio dei risultati; la garanzia della natura di medio-lungo termine degli obiettivi; e il rafforzamento delle regole a tutela dell’autonomia del management.

Proposta n. 4. Promuovere la giustizia sociale nelle missioni delle Università italiane

Si propongono quattro interventi integrati per riequilibrare gli attuali meccanismi che inducono le Università a essere disattente all’impatto della ricerca e dell’insegnamento sulla giustizia sociale: introdurre la giustizia sociale nella valutazione della terza missione delle Università; istituire un premio per progetti di ricerca che accrescono la giustizia sociale; indire un bando per progetti di ricerca che mirano a obiettivi di giustizia sociale; valutare gli effetti dell’insegnamento universitario sulla forbice di competenze generali delle giovani e dei giovani osservata all’inizio del percorso universitario.

Proposta n. 5. Promuovere la giustizia sociale nella ricerca privata

Si propone di introdurre, nei criteri per l’allocazione dei finanziamenti pubblici alla ricerca privata, parametri che inducano le imprese a tener conto degli effetti delle loro scelte sulla giustizia sociale e che le sollecitino a promuoverla.

Proposta n. 6. Collaborazione fra Università, centri di competenze e piccole e medie imprese per generare conoscenza

Si propone di valorizzare, sviluppare e diffondere in modo sistematico le esperienze in corso in alcune parti del territorio italiano, che vedono reti di PMI collaborare con le Università e con altri centri di competenza per superare gli attuali ostacoli derivanti dalla concentrazione della conoscenza e produrre conoscenza condivisa che consenta un recupero della loro competitività.

Proposta n. 7. Costruire una sovranità collettiva sui dati personali e algoritmi

Si propone che l’Italia compia un salto nell’affrontare i rischi che derivano dalla concentrazione in poche mani del controllo di dati personali e dalle sistematiche distorsioni insite nell’uso degli algoritmi di apprendimento automatico in tutti i campi di vita. La strada è segnata dalle esperienze e dalla mobilitazione che altri paesi stanno realizzando su questo tema: mettere alla prova il Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati che fissa principi all’avanguardia sul piano internazionale; rea- lizzare un ampio insieme di azioni, specie attorno ai servizi urbani, che vanno da una pressione crescente sui giganti del web alla sperimentazioni di piattaforme digitali comuni; rimuovere gli ostacoli allo sviluppo delle comunità di innovatori in rete.

Proposta n. 8. Strategie di sviluppo rivolte ai luoghi

Si propone di disegnare e attuare nelle aree fragili del paese e nelle periferie strategie di sviluppo “rivolte ai luoghi” che traggano indirizzi e lezioni di metodo dalla Strategia nazionale per le aree interne; strategie che, attraverso una forte partecipazione degli abitanti, combinino il miglioramento dei servizi fondamentali con la creazione delle opportunità per un utilizzo giusto e sostenibile delle nuove tecnologie.

Proposta n. 9. Gli appalti innovativi per servizi a misura delle persone

Si propone di promuovere con diversi strumenti il ricorso da parte delle amministrazioni, soprattutto locali, agli appalti innovativi per l’acquisto di beni e servizi, che consentono (come mostrano le poche ma positive esperienze italiane) di orientare le innovazioni tecnologiche ai bisogni delle persone e dei ceti deboli. In particolare, gli strumenti proposti sono: formazione dei funzionari pubblici; rimozione degli ostacoli alla partecipazione; campagna pubblica di informazione; ricorso a consultazioni pubbliche per il disegno del bando.

Proposta n. 10. Orientare gli strumenti per la sostenibilità ambientale a favore dei ceti deboli

Si propongono tre linee d’azione che possono orientare gli interventi per la sostenibilità ambientale e il contrasto al cambia- mento climatico a favore della giustizia ambientale, condizione perché quegli stessi interventi possano essere attuati: rimodulazione dei canoni di concessione del demanio e interventi fiscali attenti all’impatto sociale; rimozione degli ostacoli ai processi di decentramento energetico e cura degli impatti sociali dei processi di smobilizzo delle centrali; modifiche dell’Ecobonus per l’incentivazione delle riqualificazioni energetiche degli edifici ed interventi sulla mobilità sostenibile in modo favorevole alle persone con reddito modesto.

Proposta n. 11. Reclutamento, cura e discrezionalità del personale delle PA

Si propone che in tutti i livelli amministrativi coinvolti dalle singole strategie di giustizia sociale proposte nel Rapporto venga attuata la seguente agenda di interventi: a) forte e mirato rinnovamento (anche disciplinare) delle risorse umane; b) politica del personale che elimini gli incentivi monetari legati ai risultati e li sostituisca con meccanismi legati alle competenze organizzative; c) restituzione della funzione di strumento di confronto fra politica, amministrazione e cittadini alla valutazione dei risultati; d) forme sperimentali di autonomia finanziaria della dirigenza; e) interventi che incentivino gli amministratori a prendere decisioni mirate sui risultati, non sulle procedure.

Proposta n. 12. Minimi contrattuali, minimi legali e contrasto delle irregolarità

Si propone di realizzare un intervento integrato e simultaneo che aumenti i minimi salariali per tutte le lavoratrici e i lavoratori, indipendentemente dalla natura del contratto e composto da tre parti non separabili: estendere a tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici di ogni settore l’efficacia dei contratti firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali rappresentative di quel setto- re; introdurre un salario minimo legale, non inferiore a 10 euro, senza distinzioni geografiche o di ruolo, il cui aggiornamento nel tempo è deciso da una Commissione composta da sindacati, tecnici, politici; dare più forza alla capacità dell’INAIL e degli altri enti ispettivi di contrastare le irregolarità e costruire forme pubbliche di monitoraggio.

Proposta n. 13. I Consigli del lavoro e di cittadinanza nell’impresa

Si propone di realizzare l’obiettivo di una partecipazione strategica di lavoratori e lavoratrici alle decisioni delle imprese at- traverso l’introduzione di una forma organizzativa in uso in altri paesi, il Consiglio del Lavoro, che valuti strategie aziendali, decisioni di localizzazione, condizioni e organizzazione del lavoro, impatto delle innovazioni tecnologiche su lavoro e retribuzioni. Nei Consigli (che sarebbero quindi anche “della cittadinanza”) siederebbero anche rappresentanti di consumatrici e consumatori e di persone interessate dall’impatto ambientale delle decisioni.

Proposta n. 14. Quando il lavoro controlla le imprese: più forza ai Workers Buyout

Si propone di realizzare alcuni interventi mirati che consentano allo strumento dei Workers Buyout (WBO) – l’acquisto dell’impresa in crisi o in difficile transizione generazionale da parte dei suoi lavoratori e lavoratrici – di essere utilizzato in maniera più diffusa in Italia: rafforzare la formazione dei lavoratori e lavoratrici nel momento dell’assunzione del nuovo ruolo; agevolare fiscalmente i mezzi finanziari investiti da lavoratori e lavoratrici; accelerare l’opzione WBO al primo manifestarsi dei segni di crisi.

Proposta n. 15. L’imposta sui vantaggi ricevuti e la misura di eredità universale

Si propone un intervento integrato per riequilibrare la ricchezza su cui ragazze e ragazzi possono contare nel momento del passaggio all’età adulta e che esercita una forte influenza sulle loro opzioni e scelte di vita: da un lato, prevedere che, al compimento dei 18 anni, ogni ragazza o ragazzo riceva una dotazione finanziaria (o “eredità universale”) pari a 15mila euro, priva di condizioni e accompagnata da un tutoraggio che parta dalla scuola; dall’altro, una tassazione progressiva sulla somma di tutte le eredità e donazioni ricevute (al di sopra di una soglia di esenzione di 500mila euro) da un singolo individuo durante l’arco di vita.

Che fare?

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sbilanciamoci
Abbattere le diseguaglianze, la ricetta di Barca
Rachele Gonnelli

27 Marzo 2019 | Si Sbilanciamoci – Sezione: Apertura, Società
Dal salario minimo orario alla dotazione di 15 mila euro agli studenti fino alle nuove norme per le fabbriche rigenerate dagli operai: sono 15 in tutto le proposte del ForumDD messo in piedi dall’economista Fabrizio Barca dopo due anni di elaborazione per “invertire la rotta”.

Parte dall’insopportabilità delle diseguaglianze, non tanto etica, in questo caso, quanto piuttosto sociale, economica e persino istituzionale, visto che la democrazia stessa viene messa a rischio dalla brusca frenata delle opportunità di miglioramento di vita delle persone, il nuovo lavoro condotto dall’economista Fabrizio Barca. Un lavoro in verità collettivo, anzi collegiale, che ha visto coinvolti circa cento tra professori universitari, ricercatori e attivisti delle associazioni attraverso un percorso durato oltre due anni, dall’ottobre 2017 a marzo 2019.

La discussione e l’elaborazione è avvenuta dall’interno di un Forum Diversità Diseguaglianze (o ForumDD), a partire da una piattaforma condivisa, e alla fine ha prodotto 15 proposte per “invertire la rotta”, cioè per ridare corpo alla giustizia sociale affrontando i nodi più attuali, dalla gig-economy al vivere all’epoca dei Big data e della profilazione sempre più totale delle persone, con le nuove diseguaglianze ed esclusioni sociali condotte ora anche attraverso algoritmi e customizzazione dei servizi offerti o negati, e poi ancora dalla de-industrializzazione al cambiamento climatico, dalla riduzione del peso dei corpi intermedi al diffondersi di modelli politici e sociali sostanzialmente autoritari e di iper-sorveglianza, che riducono la povertà a una negligenza dell’individuo e riservano l’accesso alle professioni ai figli di professionisti, con ciò paralizzando l’ascensore sociale e svuotando la scuola e l’università di funzioni pubbliche di valorizzazione del merito.

Il rapporto del ForumDD, pubblicato a fine marzo (integrale qui), ha seguito come fari la Costituzione, in particolare l’articolo 3 della Carta, e il recente libro dell’economista britannico Antony Atkinsons “Inequality. What can be done?” .

Oltre a dati e analisi della situazione italiana e mondiale, il lavoro del ForumDD si incardina su 15 proposte( incluso un salario minimo orario di almeno 10 euro e una “eredità. universale” o dotazione di 15 mila euro a studente) che ora vengono lanciate per essere sottoposte al confronto con la società italiana e nei territori, per tentare di trovare soluzioni concrete e riagganciare la dinamica che per trent’anni, dopo la seconda guerra mondiale, ha ridotto il divario sociale senza opprimere le differenze, senza bisogno di capri espiatori per come ora vengono usati i migranti, “mantenendo un equilibrio dei poteri”.

La sintesi delle 15 proposte:

Proposta n. 1. La conoscenza come bene pubblico globale: modificare gli accordi internazionali e intanto farmaci più accessibili

Si propongono tre azioni che mirano ad accrescere l’accesso alla conoscenza. La prima azione riguarda la promozione, attraverso l’UE, di una modifica di due principi dell’Accordo TRIPS che incentivi la produzione e l’utilizzo della conoscenza come bene pubblico globale. Le altre due azioni riguardano il campo farmaceutico e biomedico; si propone, sempre attraverso l’UE, di arrivare a un nuovo accordo per la Ricerca e Sviluppo, in sede di Organizzazione Mondiale della Sanità, che consenta di soddisfare l’obiettivo del “più alto livello di salute raggiungibile” e, contemporaneamente di rafforzare l’iniziativa negoziale e strategica affinché i prezzi dei farmaci siano alla portata dei sistemi sanitari nazionali e venga assicurata la produzione di quelli per le malattie neglette.

Proposta n. 2. Il “modello Ginevra” per un’Europa più giusta

Si propone di promuovere a livello europeo degli “hub tecnologici sovranazionali di imprese” che si occupino di produrre beni e servizi che mirino al benessere collettivo, partendo dalle infrastrutture pubbliche di ricerca esistenti ed estendendo il loro ambito di azione dalla fase iniziale della catena di creazione di valore a quelle successive. L’obiettivo è quello di sfruttare il successo di forme complesse e autonome di organizzazione per rendere accessibili a tutti i frutti del progresso scientifico e affrontare il paradosso attuale per cui un patrimonio di open science prodotto con fondi pubblici viene di fatto appropriato privatamente da pochi grandi monopoli.

Proposta n. 3. Missioni di medio-lungo termine per le imprese pubbliche italiane

Si propone di assegnare alle imprese pubbliche italiane missioni strategiche di medio lungo periodo che ne orientino le scelte, in particolare tecnologiche, verso obiettivi di competitività, giustizia ambientale e giustizia sociale. I punti di forza della pro- posta sono: l’identificazione di un presidio tecnico; la trasparenza della responsabilità politica; il monitoraggio dei risultati; la garanzia della natura di medio-lungo termine degli obiettivi; e il rafforzamento delle regole a tutela dell’autonomia del management.

Proposta n. 4. Promuovere la giustizia sociale nelle missioni delle Università italiane

Si propongono quattro interventi integrati per riequilibrare gli attuali meccanismi che inducono le Università a essere disattente all’impatto della ricerca e dell’insegnamento sulla giustizia sociale: introdurre la giustizia sociale nella valutazione della terza missione delle Università; istituire un premio per progetti di ricerca che accrescono la giustizia sociale; indire un bando per progetti di ricerca che mirano a obiettivi di giustizia sociale; valutare gli effetti dell’insegnamento universitario sulla forbice di competenze generali delle giovani e dei giovani osservata all’inizio del percorso universitario.

Proposta n. 5. Promuovere la giustizia sociale nella ricerca privata

Si propone di introdurre, nei criteri per l’allocazione dei finanziamenti pubblici alla ricerca privata, parametri che inducano le imprese a tener conto degli effetti delle loro scelte sulla giustizia sociale e che le sollecitino a promuoverla.

Proposta n. 6. Collaborazione fra Università, centri di competenze e piccole e medie imprese per generare conoscenza

Si propone di valorizzare, sviluppare e diffondere in modo sistematico le esperienze in corso in alcune parti del territorio italiano, che vedono reti di PMI collaborare con le Università e con altri centri di competenza per superare gli attuali ostacoli derivanti dalla concentrazione della conoscenza e produrre conoscenza condivisa che consenta un recupero della loro competitività.

Proposta n. 7. Costruire una sovranità collettiva sui dati personali e algoritmi

Si propone che l’Italia compia un salto nell’affrontare i rischi che derivano dalla concentrazione in poche mani del controllo di dati personali e dalle sistematiche distorsioni insite nell’uso degli algoritmi di apprendimento automatico in tutti i campi di vita. La strada è segnata dalle esperienze e dalla mobilitazione che altri paesi stanno realizzando su questo tema: mettere alla prova il Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati che fissa principi all’avanguardia sul piano internazionale; rea- lizzare un ampio insieme di azioni, specie attorno ai servizi urbani, che vanno da una pressione crescente sui giganti del web alla sperimentazioni di piattaforme digitali comuni; rimuovere gli ostacoli allo sviluppo delle comunità di innovatori in rete.

Proposta n. 8. Strategie di sviluppo rivolte ai luoghi

Si propone di disegnare e attuare nelle aree fragili del paese e nelle periferie strategie di sviluppo “rivolte ai luoghi” che traggano indirizzi e lezioni di metodo dalla Strategia nazionale per le aree interne; strategie che, attraverso una forte partecipazione degli abitanti, combinino il miglioramento dei servizi fondamentali con la creazione delle opportunità per un utilizzo giusto e sostenibile delle nuove tecnologie.

Proposta n. 9. Gli appalti innovativi per servizi a misura delle persone

Si propone di promuovere con diversi strumenti il ricorso da parte delle amministrazioni, soprattutto locali, agli appalti innovativi per l’acquisto di beni e servizi, che consentono (come mostrano le poche ma positive esperienze italiane) di orientare le innovazioni tecnologiche ai bisogni delle persone e dei ceti deboli. In particolare, gli strumenti proposti sono: formazione dei funzionari pubblici; rimozione degli ostacoli alla partecipazione; campagna pubblica di informazione; ricorso a consultazioni pubbliche per il disegno del bando.

Proposta n. 10. Orientare gli strumenti per la sostenibilità ambientale a favore dei ceti deboli

Si propongono tre linee d’azione che possono orientare gli interventi per la sostenibilità ambientale e il contrasto al cambia- mento climatico a favore della giustizia ambientale, condizione perché quegli stessi interventi possano essere attuati: rimodulazione dei canoni di concessione del demanio e interventi fiscali attenti all’impatto sociale; rimozione degli ostacoli ai processi di decentramento energetico e cura degli impatti sociali dei processi di smobilizzo delle centrali; modifiche dell’Ecobonus per l’incentivazione delle riqualificazioni energetiche degli edifici ed interventi sulla mobilità sostenibile in modo favorevole alle persone con reddito modesto.

Proposta n. 11. Reclutamento, cura e discrezionalità del personale delle PA

Si propone che in tutti i livelli amministrativi coinvolti dalle singole strategie di giustizia sociale proposte nel Rapporto venga attuata la seguente agenda di interventi: a) forte e mirato rinnovamento (anche disciplinare) delle risorse umane; b) politica del personale che elimini gli incentivi monetari legati ai risultati e li sostituisca con meccanismi legati alle competenze organizzative; c) restituzione della funzione di strumento di confronto fra politica, amministrazione e cittadini alla valutazione dei risultati; d) forme sperimentali di autonomia finanziaria della dirigenza; e) interventi che incentivino gli amministratori a prendere decisioni mirate sui risultati, non sulle procedure.

Proposta n. 12. Minimi contrattuali, minimi legali e contrasto delle irregolarità

Si propone di realizzare un intervento integrato e simultaneo che aumenti i minimi salariali per tutte le lavoratrici e i lavoratori, indipendentemente dalla natura del contratto e composto da tre parti non separabili: estendere a tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici di ogni settore l’efficacia dei contratti firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali rappresentative di quel setto- re; introdurre un salario minimo legale, non inferiore a 10 euro, senza distinzioni geografiche o di ruolo, il cui aggiornamento nel tempo è deciso da una Commissione composta da sindacati, tecnici, politici; dare più forza alla capacità dell’INAIL e degli altri enti ispettivi di contrastare le irregolarità e costruire forme pubbliche di monitoraggio.

Proposta n. 13. I Consigli del lavoro e di cittadinanza nell’impresa

Si propone di realizzare l’obiettivo di una partecipazione strategica di lavoratori e lavoratrici alle decisioni delle imprese at- traverso l’introduzione di una forma organizzativa in uso in altri paesi, il Consiglio del Lavoro, che valuti strategie aziendali, decisioni di localizzazione, condizioni e organizzazione del lavoro, impatto delle innovazioni tecnologiche su lavoro e retribuzioni. Nei Consigli (che sarebbero quindi anche “della cittadinanza”) siederebbero anche rappresentanti di consumatrici e consumatori e di persone interessate dall’impatto ambientale delle decisioni.

Proposta n. 14. Quando il lavoro controlla le imprese: più forza ai Workers Buyout

Si propone di realizzare alcuni interventi mirati che consentano allo strumento dei Workers Buyout (WBO) – l’acquisto dell’impresa in crisi o in difficile transizione generazionale da parte dei suoi lavoratori e lavoratrici – di essere utilizzato in maniera più diffusa in Italia: rafforzare la formazione dei lavoratori e lavoratrici nel momento dell’assunzione del nuovo ruolo; agevolare fiscalmente i mezzi finanziari investiti da lavoratori e lavoratrici; accelerare l’opzione WBO al primo manifestarsi dei segni di crisi.

Proposta n. 15. L’imposta sui vantaggi ricevuti e la misura di eredità universale

Si propone un intervento integrato per riequilibrare la ricchezza su cui ragazze e ragazzi possono contare nel momento del passaggio all’età adulta e che esercita una forte influenza sulle loro opzioni e scelte di vita: da un lato, prevedere che, al compimento dei 18 anni, ogni ragazza o ragazzo riceva una dotazione finanziaria (o “eredità universale”) pari a 15mila euro, priva di condizioni e accompagnata da un tutoraggio che parta dalla scuola; dall’altro, una tassazione progressiva sulla somma di tutte le eredità e donazioni ricevute (al di sopra di una soglia di esenzione di 500mila euro) da un singolo individuo durante l’arco di vita.

Oggi domenica 24 marzo 2019

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rocca-7-2019 [Su Rocca n. 7 2019] Reddito di cittadinanza in Finlandia
Il rigoroso esperimento con cui la Finlandia sta valutando il suo reddito di cittadinanza – che funziona in modo molto diverso dal nostro – sembra smentire i maggiori timori: in particolare, il sussidio non dissuade chi lo percepisce dal cercare un lavoro, e intanto ne migliora la salute e riduce lo stress. Sono le prime osservazioni, ancora preliminari, illustrate da un rapporto del governo finlandese dopo due anni di sperimentazione, in cui 2000 disoccupati scelti a caso in tutto il paese hanno ricevuto ogni mese 560 euro, garantiti per due anni anche a chi nel frattempo ha poi trovato un lavoro. Rispetto a un gruppo di controllo di 5000 disoccupati che non hanno ricevuto il reddito, i beneficiari nei due anni hanno lavorato lo stesso numero di giorni (una cinquantina), con uno stipendio simile, e hanno dichiarato livelli di benessere e stress sensibilmente migliori.
Ora i dati saranno analizzati più in dettaglio, e probabilmente serviranno altri test per capire a fondo quali sono i modelli migliori di reddito universale e quali effetti attendersi. Ma esperimenti rigorosi come questo indicano la via per scelte politiche basate su fatti concreti, e non su illazioni e preconcetti ideologici o di convenienza.

Oltre il capitalismo

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Giulio Sapelli. Un neo-socialismo comunitario per contrastare la globalizzazione neoliberista

di Gianfranco Sabattini, su il manifesto sardo.

Giulio Sapelli, già docente di Storia economica presso l’Università di Milano, in “Oltre il capitalismo. Macchine, lavoro, proprietà”, adottando un approccio interdisciplinare, svolge una riflessione critica sulla globalizzazione e sul capitalismo finanziario; si tratta di una critica che, per ammissione dello stesso autore, è formulata affrancata dal “pensiero unico” che, a partire dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, è valso ad allontanare il mondo dalla “conoscenza della società e delle sue relazioni economiche”.

Ciò che spinge Sapelli ad estraniarsi dal pensiero unico riguardo alla valutazione della globalizzazione e del capitalismo finanziario, è il fatto che esso si sarebbe formato in “una prospettiva analitica metodologica individualistico-comportamentista”, che lo avrebbe condotto ad una “ipostatizzazione antropologica materialistico-acquisitiva dei componenti i sistemi sociali”, unicamente orientati ad agire secondo una “razionalità illimitata […] massimizzante le utilità pecuniarie”.

L’ipotesi che supporta tutto il pensiero critico di Sapelli è invece che “l’economia sia una parte e non il tutto della società e che dalla società e quindi dalle relazioni interpersonali e dai comportamenti personali essa sia determinata”; tutto il contrario delle ipotesi standard, sia di quelle propriamente marxiane, che di quelle della teoria economica neoclassica, “ideologicamente neoliberiste”. Questa posizione metodologica personale spinge Sapelli a dichiarare che, con il nuovo libro, intende porre le basi per una ricerca scientifica sui fenomeni della globalizzazione e del capitalismo finanziario che vada oltre le “riduzioni” della loro complessità analitica, assumendo che la loro conoscenza non sia mai un “processo lineare”, ma un percorso “frastagliato e tortuoso” che concorre a formare “delle culture in senso pienamente antropologico”.

Aver ignorato la storia nella spiegazione di fenomeni sociali, quali sono quelli della globalizzazione delle economie nazionali e la finanziarizzzione dei mercati, ha causato una “deprivazione” della comprensione della loro natura, in quanto si è cercato di presentarli, fuori da ogni prospettiva storica, come fenomeni assoluti e non già transeunti. Se la storia fosse stata tenuta presente – afferma Sapelli – sarebbe stato possibile capire che la globalizzazione e la sua finanziarizzazione non erano altro che il “ciclico riproporsi di eventi” già conosciuti.

Il fatto che, a partire dagli anni Novanta, la globalizzazione (finanziaria e non) si sia riproposta dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo del Muro di Berlino non è che la dimostrazione che essa è “più un fenomeno dalle radici storico-culturali che economiche”; in quanto tale, perciò, la globalizzazione (finanziaria e non) non può essere ridotta soltanto ai grafici che ne misurano gli effetti, senza la considerazione delle cause storiche che concorrono a determinarli.

E’ la rappresentazione riduttiva della complessità del fenomeno della globalizzazione che motiva Sapelli, nel formulare il suo pensiero critico del capitalismo neoliberista, a dichiarare di preferire di rimanere fedele “all’impostazione classica”, in luogo di quella neoclassica nella sua coniugazione neoliberista. Ciò perché, la prima è quella che, a suo parere, consente di considerare l’economia per “ciò che essa realmente è” e non, come gli establishment dominanti vorrebbero, come un insieme di “teorie separate dalla morale, perché separate dall’umano, in cui la persona è assente”.

Per Sapelli, l’economia è, al contrario, la “concretizzazione di una filosofia morale che si fonda su un’immagine antropologica dell’uomo”. Da ciò discende che essa (l’economia), in teoria e nella prassi, deve essere “un’economia non per il profitto, ma per la persona”, mentre il mercato “non può che essere “un evento probabilistico […], dominato spesso dall’imperfezione dilagante e soprattutto soggetto della ciclicità della crescita come della depressione e della crisi”.

Fedele all’impostazione economica classica, Sapelli afferma che la globalizzazione delle economie nazionali, ripropostasi dopo la fine della Guerra Fredda, era da ricondursi al fatto che i gruppi dominanti nella gestione dell’economia globale si sono convinti che “la lotta all’inflazione e in primis al debito pubblico” era diventata il fattore fondamentali della crescita mondiale. Oggi, però, proprio per effetto della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008, la globalizzazione (finanziaria e non) si è trasformata, poché nel corso del lungo ciclo economico-politico durante il quale essa si è espansa, la crescita è diminuita, mentre il reddito si è “spostato dal lavoro al capitale”, con conseguente crollo della domanda aggregata.

Ciò ha fatto sì che le risorse finanziarie abbandonassero le forme tradizionali del loro impiego nell’economia reale, “generando stagnazione occupazionale, che la produzione dei neo-servizi dell’economia finanziaria non è riuscita a compensare”. La fine del lungo ciclo economico-politico della globalizzazione ha determinato che il mercato internazionale, tradizionale luogo regolatore degli scambi e dei meccanismi della crescita, divenisse prevalente sul “consenso elettorale”, e perciò sull’attività politica, annunciando – afferma Sapelli – “l’inizio del totalitarismo liberistico”, che ha dato origine alla decadenza in cui il mondo capitalistico è precipitato, governato da forze politiche totalmente prone ai diktat dei gruppi economici dominanti.

Sapelli, col suo libro, propone una “fuoriuscita dalla crisi del mondo attuale”, attraverso la “riattualizzazione di un socialismo neo-comunitario non statualistico”, diverso da quello perseguibile con la “riproposizione di un’economia pianificata, regolata grazie alle eccezionali potenzialità tecnologiche” di cui oggi si dispone. Sapelli ritiene impossibile una riforma del capitalismo neoliberista fondata su queste potenzialità, sostenendo che la disoccupazione di massa strutturale e l’aumento della povertà siano fenomeni che possano essere meglio contrastati ancora con “la lotta politica e la realizzazione di segmenti economici alternativi alla logica dominate”.

Se tali “segmenti” si volessero praticare nella prospettiva di un’economia pianificata, allora, secondo Sapelli, ciò può avvenire solo “nel contesto di un socialismo comunitario fondato su forme di allocazione dei diritti di proprietà non capitalistiche democraticamente e non tecnocraticamente gestite”. In altre parole, deve trattarsi essenzialmente di un “neo-socialismo con un mercato sempre più ben temperato dalla crescita”, supportato dalla “creazione di nuove forme di allocazione dei diritti di proprietà” e da un nuovo ruolo dello Stato imprenditore, dal rilancio dei corpi intermedi e delle organizzazioni dei lavoratori. Si tratta di una forma di socialismo che Sapelli dichiara di mutuare dal pensiero di Adriano Olivetti, le cui linee fondamentali sono quelle contenute in due sue opere: “L’ordine politico delle Comunità” (1945) e “Stato federale delle comunità” (1942-1945).

Il riferimento al socialismo dell’imprenditore di Ivrea vuole essere per Sapelli “una testimonianza di fedeltà intellettuale”, che ha profondamente influenzato – egli dice – tutta la sua vita. L’attuazione del socialismo olivettiano, per quanto possa implicare un percorso lungo e impervio, conclude lo stesso Sapelli, merita di essere sperimentata, “a dispetto di ogni offensiva reazionaria, quale quella che ogni giorno si dispiega contro coloro che non si piegano alla regressione imposta dal pensiero unico dominante”.

Ma quali sono i tratti essenziali del neo-socialismo che Adriano Olivetti ha elaborato nei primi anni Quaranta del secolo scorso? E’ lo stesso Sapelli a descriverli nell’ultima parte del suo libro, intitolata “Olivetti ritrovato, ossia grammatica della speranza”. I tratti essenziali del socialismo olivettiano prefiguravano una “terza via”, compresa tra il socialismo realizzato di stampo sovietico e il liberalismo identificato nel funzionamento del mercato senza controlli.

Alla base della terza via sta la concezione di una società socialista (fondata sulla democrazia politica e la libertà individuale), orientata a consentire all’uomo di vivere in una “Comunità concreta”, costituente un corpo intermedio definito dai rapporti economici e da quelli culturali e sociali che si dispiegano tra i componenti la “Comunità”. La dimensione di questa deve essere a misura dell’uomo e riferita alle possibilità organizzative degli enti locali (comune o gruppo di comuni) che la comprendono, in quanto strumenti di autoregolazione dal basso degli organismi economici che agiscono cooperando all’interno della Comunità. Inoltre, quest’ultima deve essere la “cellula” dell’organizzazione su basi federalistiche dello Stato, formato da tutte le Comunità in quanto circoscrizioni politico-economiche. All’interno dello Stato federale, la società socialista è edificata attraverso la socializzazione dal basso della base economica di ogni Comunità, resa possibile dal trasferimento della maggioranza della proprietà all’ente politico (comune o gruppo di comuni) che governa la Comunità. In sostanza, la società socialista olivettiana si riduce ad essere la municipalizzazione della maggior parte delle strutture economie di tutte le Comunità.

Giudicando la configurazione succintamente descritta della società socialista, secondo la visione di Adriano Olivetti, non sfugge il fatto che il suo impianto ricalca, quasi per intero, la configurazione della società socialista (libera e democratica) ipotizzata da Giuseppe Mazzini. Le sole differenze sono riconducibili al fatto che, contrariamente al socialismo olivettiano, quello mazziniano non trasfigura la natura cooperativa dei rapporti economici nella municipalizzazione dei mezzi di produzione, né prevede un’organizzazione dello Stato su basi federalistiche.

L’”avversione” di Mazzini per lo Stato federale (certo, non per il decentramento amministrativo a livello regionale o locale dello Stato unitario) era dettata dal convincimento (non infondato) che la soluzione del problema dell’Unità nazionale su basi federalistiche potesse porre seri ostacoli alla liberazione dal dominio dello straniero di quella “espressione geografica”, l’Italia, intesa da Mazzini come Patria di tutti i suoi cittadini; a ciò andava aggiunto il pericolo che potesse essere compromessa anche la possibilità di realizzare, su basi solidaristiche e non conflittuali, un’equità distributiva nella ripartizione tra le comunità degli ex Stati preunitari delle opportunità economiche ed extraeconomiche nascenti dalla raggiunta costituzione del nuovo Stato italiano indipendente.

Tuttavia, la realizzazione di una società socialista, sia essa quella di Olivetti o quella di Mazzini, richiede, come osserva in generale Sapelli, che risulti conforme ai problemi posti della globalizzazione; entrambi, Olivetti e Mazzini, nel formulare la loro proposta di società socialista, avevano come punto di riferimento “un mondo in cui il mercato non era ancora globale” e l’attività economica, ora per lo più finanziarizzata, non era ancora caratterizzata da una capacità espansiva del prodotto sociale sorretta dal continuo miglioramento dei processi produttivi; causa, questi ultimi, del fenomeno (inimmaginabile per Olivetti, e ancor più per Mazzini) della disoccupazione strutturale irreversibile della forza lavoro e dalla diffusione della povertà.

Tenuto conto di ciò, quando si ipotizza di porre rimedio ai problemi del mondo contemporaneo, adottando una determinata forma di organizzazione politico-economica della società, occorre verificare se la forma organizzativa della società che si propone di sostituire a quella esistente risulta conforme alla soluzione dei problemi contemporanei. Una riforma politico-economica dell’organizzazione sociale esistente, per essere desiderabile e realizzabile, deve poter consentire di risolvere, non solo i problemi periferici, ma anche quelli a livello unitario che, per loro natura, com’è noto, possono essere risolti solo in modo alternativo al mercato.

L’ordinamento politico, cioè l’organizzazione dello Stato, costituisce un contesto alternativo a qualsiasi ordinamento economico autodiretto per la soluzione di tutti i problemi che quest’ultimo non può risolvere, quali la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi pubblici, la ridistribuzione del prodotto sociale complessivo e la stabilizzazione dell’attività produttiva. Queste tre grandi classi di problemi richiedono infatti, pur in presenza della municipalizzazione dei mezzi di produzione o della conduzione su basi cooperativistiche dell’attività economica, un ruolo attivo ed insostituibile dell’organizzazione complessiva dell’ordinamento politico; richiedono, cioè, un ruolo attivo e complementare dello Stato rispetto all’autogoverno dell’attività economica da parte dei cittadini.

La municipalizzazione dei mezzi di produzione e la conduzione su basi cooperativistiche dell’attività economica, così come ipotizzate, rispettivamente, da Olivetti e da Mazzini, presentano anche un limite restrittivo riconducibile all’assunzione dell’ipotesi che sia possibile il pieno impiego della forza lavoro, o quanto meno che il fenomeno della disoccupazione sia solo temporaneo e congiunturale. La realtà attuale concernente il funzionamento dell’ordinamento economico complessivo è ben diversa, nel senso che la disoccupazione si manifesta non più in termini congiunturali, ma in termini strutturali e irreversibili.

Ciò comporta che, a livello dell’ordinamento politico, il problema distributivo debba essere risolto in modo da tener conto anche dei fenomeni della disoccupazione e della povertà, nonché della necessità di garantire all’ordinamento economico una stabilità di funzionamento, idonea a garantire un reddito anche a chi non riesca a conservare la qualità di membro attivo del mondo municipalizzato dello Stato federale (Olivetti), o la qualità di membro attivo del mondo cooperativistico dello Stato unitario (Mazzini).

Riguardo alla soluzione del problema della disoccupazione strutturale all’interno di un’organizzazione sociale fondata su “segmenti economici alternativi alla logica dominante” dei quali parla Sapelli, il contributo delineato da James Edward Meade in “Agathotopia”, appare essere quello più efficace ed efficiente. Egli individua e descrive una forma di organizzazione sociale che, secondo le espressioni linguistiche da lui utilizzate, consente di realizzare, in sostituzione di un “luogo perfetto in cui vivere” (Utopia), un “buon posto in cui vivere” (Agathotopia); così, Meade delinea le modalità organizzative dell’ordinamento politico e di quello economico, fondate sull’erogazione (decisa su basi democratiche) ad ogni cittadino, indipendentemente dal proprio status occupazionale, di un reddito di cittadinanza incondizionato, sufficiente a garantirgli la possibilità di realizzare nella libertà il proprio progetto di vita.

Un siffatto ordinamento, inglobando le originarie intuizioni di Mazzini e di Olivetti, delinea un’organizzazione socialista della società, idonea a consentire la rimozione dei disagi del mondo globalizzato attuale. D’altra parte, la municipalizzazione dei mezzi di produzione, ipotizzata da Olivetti, e la conduzione su basi cooperativistiche dell’attività economica, ipotizzata da Mazzini, implicando per tutti i cittadini una partnership paritaria, sia alla proprietà, che alla gestione dei mezzi di produzione, legittima lo Stato, democraticamente espresso, ad effettuare una ridistribuzione del prodotto sociale complessivo, attraverso l’erogazione a tutti i cittadini di un reddito di cittadinanza incondizionato che, in quanto finanziato dalla partnership paritaria alla proprietà e alla gestione dei mezzi di produzione, ha la natura di un “dividendo sociale”, il cui scopo è appunto quello di porre rimedio a tutte le disfunzioni del mercato globale delle quali parla Sapelli.

Dalla Scuola segnali (e molto di più) di Speranza

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SCUOLA, laboratorio di futuro
di Fiorella Farinelli, su Rocca.
A smuovere in questi giorni le coscienze di migliaia di studenti in tutto il mondo sui temi dell’ambiente, è una sedicenne svedese con le trecce. Si chiama Greta Thumberg, ha parlato a Davos contro il riscaldamento globale denunciando dal palco «il quasi nulla di fatto» dei grandi della terra. E le colpevoli rimozioni di un mondo degli adulti accecato da interessi economici e convenienze politiche. Ha inventato «i venerdì per la rivoluzione ambientale adesso» – da sola, in piedi, una settimana dopo l’altra, davanti ai palazzi delle istituzioni.
[segue]

Lavoro

buco
Gli effetti del decreto dignità

di Roberta Carlini, su Rocca

Nella divisione dei compiti che si sono dati i due partiti di governo, il tema del lavoro è terreno prevalente del Movimento Cinque Stelle. Non solo perché il ministro del lavoro Luigi Di Maio è il capo di quel partito, ma anche perché sono legate al lavoro le due misure-bandiera sulle quali il più giovane e primo partito italiano ha puntato nella prima esperienza di governo nazionale: prima, il cosiddetto «decreto dignità», che nel luglio scorso ha cambiato le regole del mercato del lavoro disincentivando i contratti a tempo determinato; poi, il cosiddetto «reddito di cittadinanza» introdotto con la legge di stabilità e che in questi giorni vede la sua luce. La seconda misura in realtà ha a che fare più con l’assistenza ai poveri che con il lavoro; ma poiché vincola il mantenimento del reddito alla disponibilità a lavorare – per quelli che possono farlo –, sarà interessante vedere anche i suoi effetti sull’occupazione: c’è chi enfatizza i possibili impatti positivi, confidando nelle politiche attive del lavoro affidate ai sottodimensionati Centri per l’impiego e ai loro nuovi «navigator»; chi teme gli effetti negativi di disincentivo al lavoro da parte di coloro che, potendo godere di qualche centinaio di euro al mese, se ne resterebbero a casa «sul divano». Servirà un po’ di tempo per vedere in pratica l’effetto del reddito di cittadinanza – non certo solo l’impatto del primo mese, che per i 5 Stelle è invece cruciale ai fini del consenso, visto che i primi soldi arriveranno alla vigilia del voto per le Europee. Mentre già ora, grazie ai dati che sono arrivati sia dall’Istat che dall’Inps e dagli uffici del Lavoro, possiamo tracciare un bilancio degli effetti del «decreto dignità».

effetto Di Maio
Quando a fine febbraio l’Osservatorio dell’Inps sul precariato, che diffonde periodicamente i dati sui contratti, ha reso noti i dati del mese di dicembre 2018, il ministro del lavoro ha cantato vittoria. Anche se il suo decreto era stato approvato a luglio, per motivi tecnici gli effetti non si potevano vedere se non qualche mese dopo. E infatti così è stato. Nell’ultima parte dell’anno sono cresciuti i contratti a tempo permanente e sono crollati quelli a tempo determinato. Nel bilancio 2018, questa inversione di rotta ha portato a un aumento complessivo delle assunzioni (più 5,1%), e al loro interno sia di quelle a tempo indeterminato (più 7,9%) che quelle a tempo determinato (più 4,5%). Ma soprattutto si è assistito a un boom delle «trasformazioni», ossia dei contratti a termine trasformati in permanenti: più 76,2%. Tutto bene, quindi?
Non proprio. I numeri finora elencati – sui quali si è soffermata e fermata l’attenzione politica – raccontano una parte della storia. E fanno capire che molte imprese, non potendo rinnovare tutti i contratti a tempo determinato man mano che scadevano, visto che la legge glielo impediva, hanno optato per la trasformazione. Persone che prima lavoravano con un contratto a termine, hanno ottenuto un contratto stabile: ed è una buona notizia. Nello stesso periodo però si sono ridotte le «attivazioni», ossia l’avvio di nuovi rapporti di lavoro; ed è negativo anche il saldo tra attivazioni e cessazioni: infatti per valutare i numeri dell’Osservatorio non bisogna guardare solo a quanti contratti nascono, ma anche a quanti muoiono. Dunque, pare che di fronte al nuovo quadro normativo le imprese hanno scelto di stabilizzare una parte di quelli che avevano già dentro, a scapito dei nuovi. Un piccolo aggiustamento nei flussi della forza lavoro, dato che il numero complessivo di «posti» più o meno è quello, e non si aumenta per decreto. In un’analisi dei dati dell’Osservatorio, il sito reforming.it mette in guardia contro «fattori di persistente debolezza», notando che se si allunga lo sguardo agli ultimi anni le attivazioni nette a tempo indeterminato (ossia la differenza tra contratti nuovi e contratti chiusi) presentano un trend negativo, dopo la fiammata che si era avuta ai tempi del jobs act e delle decontribuzioni per le assunzioni, volute dal governo Renzi.

il lungo periodo
Per capire perché, e individuare i limiti di quello che la legge può fare, dobbiamo andare a un altro testo, il Rapporto sul mercato del lavoro dell’Istat, che mette insieme i dati amministrativi, ossia quelli sui contratti registrati nei dipartimenti del lavoro, e quelli statistici dell’Istituto. È importante vedere questi dati, poiché i contratti non sono «persone»: per capirsi, una stessa persona può avere quattro contratti in un anno, questo non vuol dire che l’occupazione è cresciuta di 4 unità, è sempre la stessa persona occupata. Il Rapporto mette in evidenza il fatto che da dieci trimestri – ossia più di due anni – sale il tempo determinato, che nel 2018 ha raggiunto il suo massimo storico. L’ultimo trimestre è stabile, ma nel complesso siamo arrivati a 3,1 milioni di contratti a termine, il massimo storico in Italia. E questo perché, oltre al diritto, dobbiamo prendere in considerazione l’economia. La struttura produttiva si è spostata sempre più verso i servizi, caratterizzati da lavoro più flessibile e precario: per es. nel commercio e nel turismo. Quindi la struttura dell’occupazione riflette anche quella dell’economia, e incentivi e disincentivi, come le decontribuzioni di Renzi e il decreto dignità di Di Maio, possono avere effetti transitori che poi svaniscono, oppure sono superati da nuovi aggiustamenti resi possibili da altre forme contrattuali.
Allora, guardiamo cosa è successo all’occupazione nel lungo periodo. Nel 2018 la crisi economica ha «compiuto» dieci anni. Rispetto al 2008, siamo tornati più o meno allo stesso livello di occupazione, come numero di persone al lavoro: 23,3 milioni. Il tasso di occupazione è al 58,8%, in salita. Ma è aumentato anche il tasso di disoccupazione, di quasi 4 punti percentuali rispetto al 2008 – perché più persone vogliono lavorare. Non solo. Questa nuova occupazione è, per usare le parole dell’Istat, «a bassa intensità lavorativa»: con meno ore. L’uso dei contratti a termine e di quelli part time fa sì che ci siano «buchi» nella vita lavorativa delle persone, nel corso della settimana, del mese o dell’anno. Rispetto al 2008, abbiamo perso quasi 1 milione e 800mila ore di lavoro. Se l’occupazione è a bassa intensità, lo sono anche gli stipendi: il che spiega perché non si sente traccia, nell’umore delle persone e nella tenuta sociale, di quel benessere che il «boom» dei contratti dovrebbe aver portato.
La fragilità del lavoro deriva dalla fragilità dell’economia, che non si inverte per decreto, ma con un insieme di politiche – economiche, industriali, infrastrutturali – che diano stimolo a una crescita orientata all’occupazione. Si può misurare con la distanza dell’Italia dall’Europa: la tendenza alla diffusione dei lavori brevi, a termine, part time caratterizza tutta l’Unione, ma noi partiamo da un tasso di occupazione storicamente più basso. Se avessimo lo stesso tasso di occupazione della media europea, calcola l’Istat, sarebbero al lavoro quasi 4 milioni di persone in più.

Roberta Carlini

ROCCA 15 MARZO 2019
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rocca-06-2019

Reddito di cittadinanza universale e incondizionato: da Marx a Van Parijs…

marx
L’attualità della critica marxiana del capitalismo

di Gianfranco Sabattini

E’ singolare il fatto che siano molti coloro che, pur non essendo mai stati marxisti militanti, trovino in Marx molte idee con cui spiegarsi i fenomeni negativi che affliggono le società capitalistiche contemporanee a regime democratico. Il fatto sorprende ancora di più, se si pensa che la maggior parte dei marxisti di ogni tendenza hanno “cestinato” Marx, giungendo persino a condividere e ad appoggiare la realizzazione di situazioni economiche che già Marx, pur nella diversità delle condizioni del suo tempo rispetto a quelle attuali, aveva individuato come causa della disuguaglianza distributiva del prodotto sociale; causa, questa, di uno dei mali che maggiormente destabilizzano il “normale” e stabile funzionamento delle società industriali contemporanee.
sebastiano_maffettone-marxMalgrado il generale disinteresse attuale per le analisi e il pensiero di Karl Marx, secondo Sebastiano Maffettone, docente di Filosofia politica presso la LUISS Guido Carli, in “Karl Marx nel XXI secolo”, non si può non riconoscere che, nel corso dell’Ottocento, il grande critico del capitalismo, comunque lo si voglia giudicare, è “oggi e per il prossimo futuro un pensatore da tenere assolutamente presente nell’analisi dei problemi e delle crisi che caratterizzano la vita del capitalismo contemporaneo”. Oggi, infatti, le sue idee servono a comprendere “il nostro tempo, le sue caratteristiche precipue, i suoi problemi sociali ed economici più profondi”.
L’interesse attuale per le analisi e il pensiero di Marx non sta tanto nelle sue previsioni circa un futuro salvifico dalla società capitalistica, da rinvenirsi nel comunismo, quanto nel fatto che, mediante un approccio multidisciplinare ai problemi sociali, egli abbia per primo compreso che il capitalismo è un modo di funzionare transitorio dei sistemi produttivi e delle società da essi plasmate e che i suoi “meccanismi di funzionamento” costituiscono le premesse di possibili ricorrenti crisi di stabilità, sia del sistema economico che di quello sociale; ma egli ha spiegato anche che il manifestarsi delle crisi è la conseguenza del fatto che i meccanismi di funzionamento del capitalismo danno origine ad una distribuzione ingiusta del prodotto sociale, a causa del fatto che “pochi profittano di molti e sfruttano la capacità di lavoro di altri per arricchirsi alle loro spalle”.
Inoltre, nella sua critica radicale della società capitalistica, Marx, ricorda Maffettone, non solo ha messo in risalto l’importanza che la scienza e le innovazioni tecnologiche rivestono nello svolgimento del processo della crescita economica e dello sviluppo civile, ma ha anche evidenziato gli effetti destabilizzanti che scienza e tecnica provocano sui rapporti sociali. Né alla critica marxiana del capitalismo – continua Maffettone – sono “sfuggiti” gli effetti negativi della globalizzazione delle economie nazionali che, per quanto ai tempi di Marx fossero ancora contenuti, sono stati da lui individuati come impliciti all’internazionalizzazione del capitale.
Per tutti i motivi indicati, di fronte alla crisi delle moderne società capitalistiche, è sostanzialmente impossibile, per chiunque ne voglia comprenderne le cause, e soprattutto per i responsabili dell’azione politica volta alla loro rimozione o al loro contenimento, ignorare il patrimonio di riflessioni critiche sui limiti dei meccanismi di funzionamento del capitalismo, che Marx ha lasciato in eredità del mondo contemporaneo; ciò significa che, per avere contezza dello stato incerto e destabilizzato in cui versano le società capitalistiche contemporanee e per formulare possibili azioni politiche volte al suo superamento, non si possa, oggi, non “sentirci tutti marxisti”.
Di fronte alla ponderosa produzione di scritti filosofici, storici ed economici di Marx, per capire il senso del suo pensiero, si è soliti fare riferimento alla sua “opera maxima”, il “Capitale”, nel cui “Libro primo” sono contenuti gli elementi di base che egli ha posto a fondamento della sua analisi critica del funzionamento del capitalismo e dell’”iniqua distribuzione” del prodotto sociale causata dallo sfruttamento della forza lavoro.
Punto di partenza della costruzione marxiana dello schema esplicativo dello sfruttamento è la merce, intesa come tutto ciò che viene prodotto perché “utile” alla soddisfazione dei bisogni sociali. In quanto tale, la merce ha un “valore d’uso”; ma possiede anche un “valore di scambio”, che consente di scambiarla con altre merci. L’atto dello scambio, perciò, stabilisce un rapporto quantitativo tra merci qualitativamente diverse, in quanto dotate di valori d’uso differenti.
Perché le merci qualitativamente diverse possano essere scambiate, occorre che abbiano una dimensione in comune (che Marx chiama “valore”) che consenta di confrontarle. Dallo scambio nasce un “plusvalore” delle merci che, secondo la prospettiva marxiana (e, in generale, secondo quella di gran parte degli economisti della scuola classica che si rifanno al pensiero di Ricardo), è dato dalla differenza tra il valore delle merci scambiate, prodotte grazie all’impiego della forza lavoro, e la rimunerazione a quest’ultima corrisposta, sotto forma di salario, appena sufficiente alla sola sua “riproduzione”. Nei regimi capitalistici, secondo Marx, del plusvalore si appropriano gli imprenditori-capitalisti; esso, denominato da Marx “sfruttamento del lavoratore”, derivando dalla differenza tra il valore della quantità di lavoro conferito per la produzione delle merci e quello contenuto nelle merci necessarie alla riproduzione della forza lavoro, esprime un’appropriazione indebita di valore prodotto con lavoro non rimunerato.
A differenza degli altri autori classici, tuttavia, Marx ha formulato con maggior precisione il concetto di sfruttamento, inquadrando la sua formazione in una situazione di “concorrenza perfetta”; in questo modo, egli ha potuto collegarlo al concetto di “esercito industriale di riserva”, cioè a quella massa di disoccupati che, competendo con gli occupati in termini di salario, “spingeva” la rimunerazione della forza lavoro al ribasso, sino al suo livellamento al salario di sussistenza. L’esistenza dell’esercito industriale di riserva poteva, in tal modo, essere assunta come strumentale alla propensione degli imprenditori-capitalisti ad accumulare capitale, attraverso l’appiattimento del salario al livello minimo di sussistenza; quest’ultimo consentiva infatti agli imprenditori-capitalisti di “estrarre” il massimo “pluslavoro”, originante il plusvalore del quale “senza merito” essi appropriavano.
Su queste basi, Marx ha potuto sostenere che il sistema capitalistico era teso, nel suo complesso, alla continua e illimitata crescita del valore di scambio del prodotto sociale, indipendentemente da ogni valutazione riguardante la sua destinazione alla soddisfazione dei bisogni dei componenti la società. Inoltre, sulla base della dimostrazione che i meccanismi intrinseci al funzionamento del sistema capitalistico erano tali da supportare un’accumulazione capitalistica fondata sullo sfruttamento della forza lavoro occupata (grazie alla presenza di un esercito permanente di disoccupati), Marx ha potuto trarre la conclusione che era proprio la disoccupazione permanente a costituire la condizione che rendeva instabile il processo economico, a causa del verificarsi di continue crisi di sovrapproduzione.
Come non rinvenire, mutatis mutandis, nelle condizioni di operatività descritte e denunciate da Marx sul del sistema capitalistico del XIX secolo, una similitudine con quelle prevalenti nei sistemi capitalistici attuali? In questi ultimi, infatti, a causa della finanziarizzazione dell’attività economica e della crescente automazione dei processi produttivi dell’economia reale, si sono diffusi, da un lato, i processi di estrazione di valore, che concorrono ad approfondire le disuguaglianze distributive, e dall’altro, i processi di espulsione dalla stabilità occupazionale di quote crescenti di forza lavoro, che contribuiscono a formare una disoccupazione strutturale irreversibile (moderno esercito industriale di riserva); estrazione di valore e disoccupazione strutturale che, oltre a generare disuguaglianze distributive, sono anche cause di instabilità economica, come nei sistemi capitalistici dei tempi di Marx.
Il problema che Marx non è riuscito risolvere (assieme a lui, l’intera scuola classica alla quale come economista egli apparteneva) è stato, com’è noto, quello di non essere riuscito trasformare “i valori in prezzi”. A questo problema, sia pure indirettamente e dopo un prolungato dibattito, ha offerto una soluzione Piero Sraffa, il quale, partendo da una critica del marginalismo della teoria economica neoclassica e negando che la distribuzione del prodotto sociale potesse essere determinata da circostanze naturali o tecniche, né giustificata da “leggi ferree”, è giunto alla conclusione che, per la spiegazione del fenomeno distributivo, fosse necessaria una ricostruzione della teoria economica attraverso il ricupero della teoria marxiana del plusvalore, con conseguenze non di poco conto sul piano delle regole sottostanti il funzionamento del sistema economico-sociale.
Infatti, secondo Sraffa, non tutte le grandezze economiche (quantità da produrre, consumo, salario, profitto, ecc.), costituiscono fenomeni determinabili all’interno dell’economia, ma lo divenivano solo grazie ad “approcci procedurali”, la cui insufficiente formalizzazione ed istituzionalizzazione legittima il ruolo e la funzione del “conflitto sociale”. Ciò significa che quasi tutte le grandezze economiche devono essere calcolate solo su “basi tecniche” (come il foraggio per il bestiame ed il combustibile per le macchine), mentre il profitto va considerato in termini residuali, dovendosi identificare in ciò che resta del prodotto sociale dopo avere rimunerato il lavoro e reintegrato i capitali anticipati.
La soluzione del problema della trasformazione dei valori in prezzi proposta da Sraffa non è servita a porre termine al dibattito tra gli economisti, circa il modo in cui stimare lo sfruttamento e il grado di ineguale distribuzione del prodotto sociale da esso causato; la prosecuzione del dibattito, però, è valsa a determinare la reazione di una robusta schiera di economisti filosofi sociali marxisti che, sulla base di un metodo proprio della filosofia analitica, hanno inaugurato la corrente di studio del problema distributivo detta, appunto, del “marxismo analitico” (analytical marxism).
Tale corrente, impostasi tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta del secolo scorso (in particolare, per il contributo di Allen E. Buchanan, Gerald Allan Cohen, Jon Elter e John Roemer), ha tentato una lettura in termini innovativi dei testi marxiani e dei concetti chiave del materialismo storico (quali quelli di sfruttamento, classe, forze produttive e rapporti di produzione), partendo dal presupposto, come afferma Maffettone, che fosse necessario salvare le problematiche distributive evidenziate da Marx, al fine di sottrarle alle lungaggini di un dibattito inconcludente, evitando così di esporle al rischio di una rimozione dal novero di quelle considerate come le cause principali delle crisi di natura economica e sociale del capitalismo contemporaneo.
Secondo gli esponenti del marxismo analitico, era possibile interpretare il problema distributivo formulato di Marx, fuori dalle difficoltà proprie di quello della trasformazione dei valori in prezzi, ricuperando, in alternativa, il tema dello sfruttamento, considerato come un aspetto strutturale della dinamica del capitalismo contemporaneo.
Considerate le difficoltà in cui ci si imbatte, se si continua ad insistere nel tentativo di dimostrare la fondatezza dello sfruttamento, facendo riferimento agli elementi quantitativi della teoria del valore in funzione della derivazione da questo dei prezzi, non resta che prendere in considerazione la dimensione “qualitativa e normativa” del problema distributivo; ciò, nella consapevolezza che un simile “ripiegamento”, se può – come sostiene Maffettone – “sopire la disputa” circa la mancata trasformazione del valore delle merci in prezzi, esso (il ripiegamento), però, “non risolve il problema” della dimostrazione su basi logiche del processo dello sfruttamento.
Un approccio in termini qualitativi e normativi appare tuttavia l’unico modo oggi possibile per contrastare l’annoso problema dello sfruttamento, continuando però, da un lato, a rinvenire, come ha fatto Marx, la causa del suo continuo approfondimento nella struttura basilare dei meccanismi di funzionamento del capitalismo; dall’altro lato, a trovare, con la formulazione di una teoria normativa della giustizia sociale, una possibile prospettiva di azione politica per contrastarlo, o quantomeno per contenerlo.
A tal fine, per i marxisti analitici, si è imposta la necessità di scegliere se la giustizia distributiva dovesse essere valutata in termini di “utilità per i componenti il sistema sociale” (come presumibilmente avrebbe voluto Marx), oppure in termini delle possibilità o libertà di cui essi possono disporre all’interno di una società giusta sul piano distributivo. Tenendo conto che una giustizia distributiva fondata sul principio dell’utilitarismo era criticata da molti cultori di scienze politiche e sociali, per via della sua tendenza a privilegiare gusti e preferenze della maggioranza, senza tenere sufficientemente conto delle minoranze, è prevalsa la scelta di altri principi alternativi a quello utilitaristico; ciò, sulla base dell’assunto che l’equità distributiva possa essere meglio realizzata, non garantendo a tutti la disponibilità di qualcosa che fosse dotata di una “qualità” differente da quella implicita nel principio dell’utilitarismo: quella di “beni primari” per John Rawls, di “capabilities o capacità di funzionamento” per Amartya Sen, di “carte vincenti” per Ronald Dworkin, di “libertà reale” per Philippe Van Parijs.
Il principio che accomuna queste “qualità” sta nel fatto che tutte fanno riferimento, non a ciò che con una distribuzione “giusta” i singoli soggetti possono provare o si attendono di provare, ma alla “libertà”, intesa come insieme delle opzioni entro le quali essi possono liberamente scegliere come realizzare il loro programma di vita. La “libertà reale”, per Van Parijs, uno dei massimi teorici del reddito di cittadinanza universale e incondizionato, proposto per risolvere il problema dello sfruttamento e dell’iniqua distribuzione del prodotto sociale, è uno dei presupposti irrinunciabili per creare le condizioni istituzionali proprie di una società libera e di un’economia stabile, liberate da ogni forma di estrazione di valore, ovvero da ogni forma di appropriazione senza merito di una quota del prodotto sociale.
Per Van Parijs, e per gli altri autori che, come lui, propongono di rimuovere o di ridimensionare lo sfruttamento attraverso l’introduzione del reddito di cittadinanza universale e incondizionato, la libertà non è un vincolo a ciò che la giustizia impone, ma il bene nella cui equa distribuzione consiste propriamente la giustizia. In questa prospettiva, la giustificazione etico-politica del reddito di cittadinanza, posto a fondamento dell’equità distributiva, risiede nel fatto che con esso è assicurata, non una “libertà formale”, ma una “libertà reale”, idonea in linea di principio a garantire a ciascun cittadino la capacità di effettuare le scelte ritenute più consone alla realizzazione del proprio progetto di vita.
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IL TARLO

In una vecchia casa,
piena di cianfrusaglie,
di storici cimeli,
pezzi autentici ed anticaglie,
c’era una volta un tarlo,
di discendenza nobile,
che cominciò a mangiare
un vecchio mobile.

Avanzare con i denti
per avere da mangiare
e mangiare a due palmenti
per avanzare.
Il proverbio che il lavoro
ti nobilita, nel farlo,
non riguarda solo l’uomo,
ma pure il tarlo.

Il tarlo, in breve tempo,
grazie alla sua ambizione,
riuscì ad accelerare
il proprio ritmo di produzione:
andando sempre avanti,
senza voltarsi indietro,
riuscì così a avanzar
di qualche metro.

Farsi strada con i denti
per mangiare, mal che vada,
e mangiare a due palmenti
per farsi strada.
Quel che resta dietro a noi
non importa che si perda:
ci si accorge, prima o poi,
ch’è solo merda.

Per legge di mercato,
assunse poi, per via,
un certo personale,
con contratto di mezzadria:
di quel che era scavato,
grazie al lavoro altrui,
una metà se la mangiava lui.

Avanzare, per mangiare
qualche piccolo boccone,
che dia forza di scavare
per il padrone.
L’altra parte del raccolto
ch’è mangiato dal signore
prende il nome di “maltolto”
o plusvalore.

Poi, col passar degli anni,
venne la concorrenza
da parte d’altri tarli,
colla stessa intraprendenza:
il tarlo proprietario
ristrutturò i salari
e organizzò dei turni
straordinari.

Lavorare a perdifiato,
accorciare ancora i tempi,
perché aumenti il fatturato
e i dividendi.
Ci si accorse poi ch’è bene,
anziché restare soli,
far d’accordo, tutti insieme,
dei monopoli.

Si sa com’è la vita:
ormai giunto al traguardo,
per i trascorsi affanni
il nostro tarlo crepò d’infarto.
Sulla sua tomba è scritto:

PER L’IDEALE NOBILE
DI DIVORARSI TUTTO QUANTO UN MOBILE
CHIARO MONITO PER I POSTERI
QUESTO TARLO VISSE E MORI’.

Cattolici e Politica da rigenerare.

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Inclusione e relazioni per rigenerare la politica
di Luigi Franco Pizzolato*

Riprendendolo da C3dem [15 Febbraio 2019 by Forcesi], pubblichiamo l’editoriale del n. 6/2018 di “Appunti di cultura e politica”, rivista promossa dall’Associazione “Città dell’uomo”.

Che cosa ha da dire il «cattolicesimo democratico» di fronte all’attuale situazione politica italiana? Appare silente. Non tanto perché è stato rimosso dagli spazi di rappresentanza politica, ma soprattutto perché gli pare di camminare su un terreno sconosciuto dove non valgono i suoi stessi fondamentali. Eppure, ad almeno uno di questi non può rinunciare: all’inesausta partecipazione alla costruzione del bene comune, che sempre deve fare i conti con la natura umana – e quindi anche cristiana – delle proposte politiche sul tappeto e con il consenso, che, solo, può creare la pace sociale.
Si dice che l’accoppiata, eterogenea, delle forze che sono oggi al potere ha come comune denominatore il populismo. Per altro già dentro il sistema prima vigente si erano manifestate pulsioni populistiche – con il craxismo, con il berlusconismo, con il renzismo – che avevano sempre più indebolito la mediazione politica e degli organismi sociali; e, per di più, senza avere a compenso una qualche carica utopica tale da fare accettare il limite del decisionismo; e senza promuovere un’equità, che sola, nelle crisi socio-economiche, può tacitare l’invidia sociale. Infatti, il contenimento del debito pubblico è sì sacrosanto, ma non scalda i cuori, specie dei giovani disoccupati.
Il nuovo populismo si manifesta in aperta posizione anti-sistemica, con una volontà di palingenesi politica. Certo, anche la (nostra) democrazia (costituzionale) ha la parola «popolo» e qualcuno ha, giustamente, osservato che la democrazia e il populismo sono due gemelli siamesi rissosi, costretti a stare insieme perché hanno entrambi il principio della sovranità del popolo (1). Ma il popolo della nostra democrazia costituzionale si autolimita mediante una legge fondamentale perché sa che anche una maggioranza potrebbe impazzire (si pensi ai tragici nazionalismi del XX secolo); suddivide i poteri che agiscono nel suo nome; manifesta la sua sovranità attraverso vari livelli di espressione del potere – locale, nazionale, sovranazionale –, diversificati per ambiti di esercizio e per modalità di elezione; prevede e favorisce diversi organismi sociali di partecipazione (gruppi culturali, organizzazioni professionali, sindacali) e politici (partiti, movimenti) e la sua volontà vuole costruirsi lungo un percorso di dibattito quotidiano: acciocché nessuno possa dire «io sono il popolo», ma si dica sempre «anch’io sono popolo». Tanto meno è soggetto al populismo il sapere scientifico – e perciò ci cruccia il caso dei vaccini –, che non soggiace né a sensazioni né a interpretazioni ermeneutiche – come il giudizio storico e politico –, ma a verifiche sperimentali.
Il popolo della nostra Costituzione cede il proprio potere legislativo alla rappresentanza parlamentare e solo nel momento della designazione di essa il popolo agisce «in quanto tutto». La Costituzione poi vuole che gli eletti non siano «specchio» del popolo ma rappresentanti capaci di dibattimento e di decisioni che si facciano carico di tanti punti di vista, non solo della propria interfaccia elettorale. E ciò non solo perché tanti occhi vedono meglio di uno, ma per creare pace sociale, trovando la più alta concordia possibile tra posizioni di partenza diverse che, se messe solo alla conta, porterebbero a una rigidità o prepotente (della maggioranza) o paralizzante (nella impossibilità numerica di maggioranza). Il populismo trova terreno di coltura non nelle democrazie ideologiche, dove si dà battaglia per idee forti diverse e le persone sono partecipi del dibattito, ma – come è avvenuto – nelle democrazie consociative, dove i partiti fanno accordi al vertice e si crea una casta di rappresentanti che si auto-rappresenta e risponde alla struttura politica che li designa o li impone. La nostra deideologizzazione ha voluto poi che il popolo non si trovasse più di fronte alle classiche alternative sistemiche (comunismo-liberismo, destra-sinistra), ma alla frustrante constatazione che «sono tutti – banalmente – uguali».
La crisi economica poi è sottratta nella sua complessità al controllo diretto del popolo che però, senza bussole ideali e cognizioni tecniche, facilmente la imputa all’irresponsabilità o all’interesse politico delle élite e al servilismo verso i poteri forti che i politici coltivano per averne il sostegno. Così il popolo si giudica migliore dei suoi rappresentanti. Del resto, gli stessi grandi manager, iscritti a un albo perenne e ristretto, poco hanno fatto per accreditare il prestigio della competenza, con il loro curriculum infarcito di insuccessi, e però ben remunerato. È proprio in reazione a queste posizioni del sistema che si sta producendo l’attuale populismo, che è tenuto unito soprattutto dal «nemico sistema». La lotta sociale di un tempo diventa oggi lotta contro la casta da parte di un «popolo» allo stato liquido (gente). Mentre le forze vincenti, singolarmente prese, hanno proposte politiche e basi sociali e perfino antropologiche – e geografiche – diverse, che rendono difficile la loro stessa mediazione interna. Ma sanno farsi carico di comuni emozioni politiche che la politica ideologica, e sempre più straniata, del passato aveva cancellato, più accentuatamente nei «governi tecnici». Così agli avversari non resta che esorcizzare il páthos della maggioranza populista con l’irrisione, a cui essa per altro presta il fianco. Per i più anziani, adusi a una politica progettuale e ideologica, il panorama è spiazzante, perché non vedono un progetto. Il programma è consono alla natura movimentistica: pragmatico e granulare, non di rado contraddittorio; sale dalla galassia delle pulsioni politiche, che sono sdoganate anche nel linguaggio. Tutto ciò potrà non piacere, ma bisogna abituarsi a ragionare a partire non dal background culturale ma dalla parzialità fattuale. Senza comunque rinunciare a inserirsi costruttivamente nel dibattito politico.
Dico costruttivamente perché nelle forze tradizionali, e soprattutto in quelle più strutturate ideologicamente, sta prevalendo un’altra logica, che il cattolicesimo democratico deve altrettanto denunciare. È indubbio che dentro l’attuale maggioranza l’unità populistica sia seraccata da linee di frattura che la scompongono in aggregazioni di diversa natura, che sono latamente ideologiche. Infatti, convivono tendenze liberistiche e tendenze sociali, tendenze particolaristiche e tendenze solidaristiche. Per dirla in breve: il M5S non ha la stessa natura della Lega. Tanto che arduo è gestire la loro coalizione (o, meglio, coabitazione forzata). Procedono, infatti, per così dire, a realizzazioni alterne: oggi reddito di cittadinanza a me, domani flat tax a te. Se a questa disunità si aggiungono improvvisazioni e errori di inesperienza che provocano conati di rissa, c’è spazio per le opposizioni di coltivare la speranza antica: «Se un regno è diviso in sé stesso, quel regno non può reggersi» (2). Sperano, insomma, che l’attuale sistema esploda o imploda. Stando magari a gustare lo spettacolo di una fine agognata, renzianamente, «sgranocchiando pop corn».
Il fatto è che la sorgente donde quelle forze sono, entrambe, sgorgate non è disseccata: è il rancore contro il vecchio sistema. Conforme alla tesi di Max Scheler (3), le nuove forze razionalizzano e mettono in comunicazione il risentimento da esclusione di ceti e di parti considerevoli della società e uniscono i trascurati «rancorosi», che sono legione, nella causa comune della lotta al sistema. Chi, come la generazione tra i ventenni e i quarantenni, non trova inserimento – in specie economico e lavorativo – non ha lo stesso modo di giudicare le forze politiche che hanno i «garantiti» e non ha le stesse remore a sparigliare le carte, quando la partita per essa sarebbe comunque compromessa. Meno male che il populismo nostrano usa in senso politico e istituzionale, non in senso rivoluzionario, questa parte cospicua di popolo e non l’abbandona all’eversione nichilista. Il largo consenso, così in fretta conquistato, lo ha sottratto alle sfibranti dinamiche elitarie – ma anche al tirocinio – dei piccoli gruppi testimoniali e lo ha costretto, in un certo senso, ad assumere rapidamente un ruolo di leadership e non di pura protesta. Purché il fumo del nichilismo non penetri nelle stanze stesse del potere.
Ma ciò trova ostacolo proprio in un’opposizione costruttiva, che non si lasci accecare dalla connotazione antisistemica globale fino al punto da non vedere le linee di frattura interne alla maggioranza e sappia invece cogliere le differenze, al di là di un’annebbiata unità: insomma, non si deve tenere un’indistinta equidistanza, privilegiando il giudizio sintetico antipopulista e antisistemico – come se nascondesse un preciso disegno politico olistico –, ma si deve fare emergere le diverse linee di tendenza, richiamandole, anche loro malgrado, a uno spessore ideologico o comunque a una dignità di pensiero politico.
Ci sono, infatti, presenze a cui possiamo ascrivere tendenze al nazionalismo con venature autarchiche e all’etnocentrismo, al sovranismo, allo Stato minimo, al dominio del mercato; altre che assumono il contrasto alla povertà e ai privilegi, una cura per l’ambiente, una visione di Stato che non rinunci a compiti di indirizzo, una lotta alla corruzione. Si è in presenza di un mix che va da un’appassionata e sregolata ricerca di utopia fino a un pragmatismo iperrealistico e egoistico; di pulsioni umanitarie sociali e di spinte identitarie prepotenti. Abbiamo seri dubbi che il modo migliore di agire, da parte di chi è consapevole delle ragioni che accomunano l’attuale maggioranza e di quelle che la disarticolano, sia la creazione di una falange compatta di tutte le forze altre, indipendentemente dalle posizioni ideologiche di esse («da Macron a Tsipras», come si usa dire). Un composto di questo tipo farebbe prevalere la dinamica «sistema» rispetto a quella «antisistema» sulla logica della distinzione trasversale. Le forze attuali trarrebbero forza dal loro aspetto antisistemico e le forze che vi si oppongono sarebbero viste come frusti campioni del vecchio sistema, e inevitabilmente liquidate come casta. La lotta politica si radicalizzerebbe in una battaglia senza esclusione di colpi, in una specie di apocalittica Armaghedòn (4) dall’esito incerto e comunque per tutti perdente.
A tale «ammucchiata» osta non solo un calcolo elettorale – che lasciamo ai contabili furbi –, ma soprattutto la vocazione del cattolicesimo democratico che è di includere il più possibile nel confronto democratico e nella decisione politica le differenze, non di emarginarle, sempre alla luce di un progetto. Tanto più se quelle forze hanno ragioni da rappresentare e costituiscono una cospicua porzione – o addirittura maggioranza – di popolo verso la quale si deve nutrire attenzione e rispetto.
Meglio è allora prendere in seria considerazione gli spazi di dialogo che si aprono dentro le proposte politiche, lungo le linee di frattura tendenzialmente ideologiche o programmatiche, che segmentano l’universo della maggioranza cosiddetta populista, e dialogare con quelle che presentino maggiori affinità programmatiche e, alla base, ideologiche. Meglio è, per la qualità della politica, operare sempre un discernimento, dichiarando, sì e motivatamente, i dissensi, ma anche le adesioni o le affinità, iuxta modum, per creare una disciplina di serietà che rompa con le contrapposizioni d’obbligo. Se non avvertono la logica del pre-giudizio globale, è più facile che le forze antisistemiche entrino in un discorso relazionale e evolvano verso una politica di rappresentanza di tutta la nazione e non di rappresentanza speculare dei soli desideri dell’elettorato di partenza, al quale solo si sentono oggi chiamate a rispondere. Insomma, già così si infrangerebbe un caposaldo del populismo.
Ma un incontro fecondo implica che le forze di opposizione rompano i ponti con il sistema in quanto esso ha indebolito o ostacolato il coinvolgimento dei cittadini; abbiano, esse per prime, una linea programmatica definita; accostino la composita maggioranza cosiddetta populista secondo una linea di tendenza precisa e non opportunistica. Solo così potranno forzare il blocco e solo così, casomai, gli schieramenti si potranno ricomporre secondo più compiuti e schietti parametri politici, al di là di una – contingente – opposizione sistema-antisistema. Non per tattica – ripetiamo – ma per ricreare concordia e pace sociale. La forza inclusiva appartiene alla democrazia rappresentativa della nostra Costituzione, che cerca la mediazione consensuale, non alla democrazia decisionista la quale punta sulla conta dei voti – amico vs. nemico – e sulla esclusione dell’avversario e del perdente.
Nella «nostra» democrazia anche il – temporaneo – «perdente» è tenuto a custodire e gestire la sua dignità di partecipazione, collaborando nei limiti e negli spazi di una posizione di minoranza, anche se in forme più complementari e parziali che assertive e globali. La missione inclusiva è all’origine del metodo del cattolicesimo democratico e sociale, ai quali, entrambi, si iscrive «Città dell’uomo». È il modo in cui, dopo la lezione della Costituente, ha operato Aldo Moro, fino a pagare con il prezzo della morte, onde acquisire all’area democratica italiana le forze che allora erano antisistemiche; è il metodo, più recente, dell’Ulivo: stare comunque dentro i processi e individuare con pazienza i modi per renderli più umani, facendo leva sulle posizioni che meglio promuovano la funzione relazionale dell’uomo e privilegino le povertà, meglio se riconducendo politicamente le povertà emergenziali al quadro delle povertà strutturali da sanarsi.
Ma non possiamo alla fine non constatare che la politica europea troppo poco sta facendo per creare una governance autorevole e cede di fronte alle logiche mercantili e contabili, favorendo gli esiti più negativi degli inizi del XXI secolo: il cannibalismo della mondializzazione e il terrorismo delle identità chiuse. Questa impotenza dà a molti la fondata impressione che siano proprio e solo questi movimenti populisti a riportare alla ribalta le essenze tradìte dalla politica, sia pure con lo scandalo del loro disordinato e ruspante appello al sovranismo e di un approccio inusuale alle regole economiche. Ci chiediamo, insomma, con una punta di tristezza, se per contrastare un liberismo selvaggio e condizionarlo, per rendere insomma più popolare e meno mercantile l’Europa, non sia necessario ut scandala eveniant.
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(1) D. Palano, Populismo, Editrice Bibliografica, Milano 2017.
(2) Mc 3, 24.
(3) M. Scheler, Il risentimento nell’edificazione delle morali, Vita e Pensiero, Milano 1975.
(4) Ap 16,16.

* Luigi Franco Pizzolato è professore emerito di Letteratura cristiana antica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Save the date – Punta de billete – Prendi nota
8bc05cdf-cd56-45d5-b2f2-248ee9e929aaLunedì 1° aprile p.v. con inizio alle ore 17, presso lo Studium Francescano in via principe Amedeo 20, si terrà un incontro-dibattito sulla tematica “Cattolici e Politica”, organizzato dall’Ufficio della Pastorale Sociale e del Lavoro e dall’Associazione Amici Sardi della Cittadella di Assisi. Brevi relazioni introduttive di Ignazio Boi, di Gianni Loy e di un esponente del Progetto Policoro. Segue il dibattito. (Coordinamento di Mario Girau e Franco Meloni). Maggiori dettagli nei prossimi giorni.
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Oggi mercoledì 6 marzo 2019

Bimbo e morte su AladinewsMercoledì delle ceneri
Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris.
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Arregordarì chi pruini sesi e pruini asa torrai.
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Remember, man, that you are dust and unto dust you shall return.
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Ricorda, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai. Parole tratte dalla Bibbia (Genesi III, 19) e pronunciate da Dio quando scacciò Adamo dal paradiso terrestre: la Chiesa cattolica le ripete nel rito delle Ceneri come la più forte condanna contro ogni superbia e vanagloria dell’uomo.
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Inizia l’era Zingaretti. Cosa farà e cosa sarà il PD?.
6 Marzo 2019
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Ciò che sorprende nella elezione di Zingaretti è che, dopo un anno di campagna elettorale interna, non si sa ancora cosa farà da leader. Dopo il risultato, le domande degli ascoltatori alla trasmissione Raitre del primo mattino “Prima pagina“, ad esempio, erano tutte volte a conoscere gli indirizzi programmatici del neosegretario e la stessa […]
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c3dem_banner_04In argomento: la rassegna stampa a cura di C3dem.
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6 Marzo 2019
A.P. su Democraziaoggi.
Oggi parte il reddito di cittadinanza. Per me è un giorno felice e infelice insieme. Positivo perché – come dice Di Maio – “lo Stato finalmente si occupa degli invisibili, di persone che sono state alla periferia di questo Paese e dei temi politici. Da oggi 5 milioni di persone potranno potenzialmente accedere” […]