Risultato della ricerca: reddito di cittadinanza

Documentazione

governo-it-logoProvvedimento governativo Reddito di Cittadinanza e Quota 100.
Le slide nel sito web del Governo italiano.
——————————————————–

Che succede?

c3dem_banner_04“CATTOLICI E POLITICA, È IL MOMENTO DI UN PROGETTO”
12 Gennaio 2019 by Forcesi |su C3dem.
L’Avvenire, che da qualche tempo ha preso ad ospitare interventi sul tema vetusto, ma cionondimeno attuale, dell’impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica (per usare l’espressione del card. Bassetti nell’intervista all’Avvenire dello scorso 8 dicembre, pubblica oggi tre contributi sotto il comune titolo “Cattolici e politica. E’ il momento di un progetto”, Giorgio Campanini sostiene che è ora di prendere una decisione; lui auspica che i cattolici che vogliano impegnarsi nel sociale si concentrino prevalentemente in un partito, individuando quale forza politica è più vicina, o meno lontana, e sostiene l’utilità di convocare una sorta di stati generali del cattolicesimo italiano, senza mettere direttamente in campo l’episcopato. Gabriella Cotta, docente di Filosofia politica a La Sapienza, critica le vie alla democrazia, una populista e una sovranista, oggi egemoni, e fa appello alla ricchezza del patrimonio di cultura politica cattolica. Anche Camillo D’Alessandro, deputato pd, si sofferma sull’importanza che i cattolici si spendano sulla grande questione del rapporto tra noi e gli altri, per vincere le logo-citta-nuovapulsioni nazionaliste. Sul numero di gennaio di “Cittànuova” uno scritto di Carlo Cefaloni: “Il posto dei cattolici”.
—————————————————————————
Essere fatti per il bene. La buona politica è mediazione: i cristiani siano conseguenti

Gabriella Cotta*. Sabato 12 gennaio 2019 su Avvenire. [segue]

Oggi lunedì 7 gennaio 2019

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014137bd10200-1683-4e2a-96e2-ac8d1f0c4010filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
——–Avvenimenti&Dibattiti&Commenti&Appuntamenti———————
Documentazione: la bozza ufficiale del decreto sul reddito di cittadinanza e pensioni
logo-riml-logoReddito di cittadinanza e pensioni. Il testo del decreto (versione del 5 gennaio 2019): https://www.quotidiano.net/polopoly_fs/1.4376591.1546699401!/menu/standard/file/Prot.%20n.%2087%20del%204%20gennaio%202019.pdf Una nuova versione della bozza con eventuali correzioni è preannunciata per oggi 7 c.m.
———————————————————————————————————
Caro Massimo, avete ridotto il centrosinistra a un intergruppuscoli. Pensate che basti cambiar nome per riconquistare gli elettori?
7 Gennaio 2019
Andrea Pubusa su Democraziaoggi.
Primo vertice del fu centrosinistra a Cagliari, ormai ridotto ad un intergruppi in cerca di camuffo
Lo so cosa pensate. Pensate che guando parlo di Zedda cado nel pregiudizio, esattamente in quel pregiudizio che dico sempre vada eliminato dall’analisi politica, quello, ad esempio, che ho messo da parte fin dall’inizio nei riguardi dei pentastellati. Eppure […]

———————————————–
Mentre Conte e l’ANCI si preparano al confronto, quale è la reale situazione dei migranti a “rischio” in Italia?
7 Gennaio 2019
Red su Democraziaoggi.
Al termine di una giornata, in cui i toni si sono fatti aspri e il dissenso più acuto, interviene Palazzo Chigi. Conte, come al solito, usa ragionevolezza e concretezza, più che bastone e carota, con i sindaci mobilitati contro l’applicazione della legge sulla sicurezza: da una parte definisce inaccettabile l’iniziativa di Leoluca Orlando […]
———————————————–
costat-logo-stef-p-c_2-2La riunione di ripresa delle iniziative post festività si terrà domani martedì 8 gennaio 2019, alle ore 18.30, presso la sede della CSS (Confederazione Sindacale Sarda) in via Roma 72.
All’odg: programma di attività dei prossimi mesi; scuola di formazione politica; iniziativa su “rapporti regione/stato alla luce della richiesta di ampliamento dei poteri delle regioni del lombardo-veneto e dell’emilia e romagna”; varie ed eventuali.
————————————————-

Rischio Troika

gambe-peloseI pantaloni del presidente
di Raffaele Deidda

A Santo Domingo raccontano un curioso aneddoto che potrebbe, dicono, essere reale. Il protagonista è una persona che molti politici, politologhi, sociologhi e adulatori vari hanno definito “Padre della Democrazia Dominicana”. Si tratta di Joaquín Balaguer, per decenni presidente della Repubblica Dominicana, noto per il potere dispotico esercitato, per il lusso sfrenato della sua “corte” e per le controverse elezioni da cui usciva sempre vincitore.
Durante gli ultimi anni di vita Balaguer era solito farsi praticare ogni mattina dei massaggi ai piedi per migliorare la circolazione che gli creava seri problemi di deambulazione. Un giorno era attesa la visita di una commissione del Fondo Monetario Internazionale che avrebbe dovuto chiedere conto al presidente dominicano delle risorse concessegli, a fronte di garanzie date, per affrontare le difficoltà della bilancia dei pagamenti. Balaguer aveva incaricato il suo uomo di fiducia di avvisarlo prima dell’arrivo dei commissari del FMI perché potesse smettere per tempo il massaggio e prepararsi a riceverli. Fra l’altro la massaggiatrice, per poter meglio operare sui piedi, aveva sollevato i pantaloni di Balaguer fino alle ginocchia. [segue]

Oggi domenica 6 gennaio 2019

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014137bd10200-1683-4e2a-96e2-ac8d1f0c4010filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
———-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti—————————-
Documentazione: la bozza ufficiale del decreto sul reddito (e pensioni) di cittadinanza
logo-riml-logoReddito di cittadinanza: resa nota la bozza ufficiale del decreto sul reddito (e pensioni) di cittadinanza. Una nuova versione con eventuali correzioni è preannunciata per il 7 c.m. Il testo del decreto (versione del 5 gennaio 2019): https://www.quotidiano.net/polopoly_fs/1.4376591.1546699401!/menu/standard/file/Prot.%20n.%2087%20del%204%20gennaio%202019.pdf
—————————————————————-
Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale in appoggio ai sindaci per l’annullamento della legge Salvini
6 Gennaio 2019
Red su Democraziaoggi.
Il CoStat – Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria di Cagliari – come già aveva fatto a conclusione dell’incontro indetto sulla Legge sicutezza, nello spirito del documento del Coordinamento nazionale, invita i sindaci sardi – che finora non sono andati al di là di generiche dichiarazioni di principio – ad assumere le iniziative formali, necessarie a portare la legge al vaglio della Corte costituzionale. Qui c’è un punto dirimente, che bene ha sottolineato Tonino Dessì ieri a commento dell’appello CGIL-ARCI-ANPI(!?) a fantomatici sindaci ribelli isolani. Questo non è un tema da propaganda, tantomeno di sostegno elettorale a sindaci che, nel recente passato, allineati e coperti, hanno votato per lo sfascio della Costituzione proposto da Renzi. Qui il problema è difendere diritti fondamentali e perfino vite umane. Per far questo occorrono atti concreti. Anzitutto cogliere la disponibilità del Presidente Conte all’incontro con l’ANCI per la modifica della legge. Secondariamente bisogna creare le condizioni giuridiche per purgare la legge dagli aspetti contrastanti con la Costituzione. Dunque, vanno appoggiati tutti gli atti formali di Comuni e Regioni per l’annullamento delle norme costituzionalmente illegittime e tutte le iniziative di sostegno ad azioni, concretamente poste in essere nell’esercizio di funzioni istituzionali da parte dei sindaci o dei presidenti delle regioni. La mera propaganda non interessa perché nuoce alla causa.
——————————————————————————
Legge sicurezza – Ricorso alla Consulta: quali le mosse della Toscana?
6 Gennaio 2019
Red su Democraziaoggi.
La giunta regionale della Toscana ha deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale contro la legge sicurezza-immigrazione. Da quanto riferito dalla stampa le vie allo studio sono due. La prima e più rapida è quella di sollevare davanti alla Consulta un conflitto tra Stato e Regione Toscana (articolo 117 della Costituzione) facendo valere […]
——————————————————————————————————————
300px-giotto_di_bondone_-_legend_of_st_francis_-_11-_st_francis_before_the_sultan_trial_by_fire_-_wga09132Ottocento anni fa l’incontro di Francesco col Sultano. Padre Francesco Patton, custode di Terra Santa: un invito a coltivare il dialogo
Un evento raccontato da numerose fonti cristiane e perlopiù ignorato nel mondo islamico, di cui occorre cogliere soprattutto lo spirito francescano.
di MARIA TERESA PONTARA PEDERIVA,
GERUSALEMME. Su La Stampa
.
—————————————————————————

Documentazione: la bozza ufficiale del decreto sul reddito (e pensioni) di cittadinanza

logo-riml-logoReddito di cittadinanza: resa nota la bozza ufficiale del decreto sul reddito (e pensioni) di cittadinanza (REGISTRO UFFICIALE.U.0000087.04-01-2019). Una nuova versione con eventuali correzioni è preannunciata per il 7 c.m.
Ecco il testo del decreto (versione del 5 gennaio 2019): https://www.quotidiano.net/polopoly_fs/1.4376591.1546699401!/menu/standard/file/Prot.%20n.%2087%20del%204%20gennaio%202019.pdf
—–
lampadadialadmicromicro1Come prevede la bozza del provvedimento – “Decreto legge contenente disposizioni relative all’introduzione del reddito di cittadinanza e a interventi in materia pensionistica” – il reddito di cittadinanza (Rdc) decorrerà, insieme a Quota 100 per i pensionamenti, dal mese di aprile 2019. Il decreto prevede che, da marzo, non sarà più possibile fare domanda per il ReI (Reddito di Inclusione sociale), di cui il Rdc costituisce di fatto una continuità. Come abbiamo sostenuto in più occasioni su Aladinews, in effetti il Reddito di cittadinanza di cui al provvedimento governativo non ha nulla a che vedere con il Reddito di cittadinanza come definito nella letteratura economica (reddito universale e incondizionato), si tratta più propriamente di un Reddito di inclusione sociale, di cui potranno beneficiare – a determinate condizioni – coloro che si trovano in condizioni di povertà assoluta, come prevede chiaramente la stessa normativa in questione.

Che succede? Ragioni per disperare, ragioni per sperare.

2ac24f50-e9ef-485d-b470-1c9d0244fbeb
DECRETO SICUREZZA. Sicuri, da chi?
di Fiorella Farinelli, su Rocca
C’è un filo nero a legare le diverse materie trattate dal cosiddetto Decreto Salvini, convertito in legge il 3 dicembre scorso. Contrarietà, perplessità, segnalazioni di sicure contraddizioni con principi costituzionali e con trattati internazionali si concentrano da settimane soprattutto sulla parte relativa a «immigrazione e protezione internazionale».
Ma a leggerla bene anche quella su «sicurezza e criminalità» non scherza. Dice, per esempio, che a minacciare la sicurezza della gente perbene ci sarebbero i mendicanti che l’accattonaggio lo esercitano in «modo molesto» (punibili con arresto da 3 a 6 mesi) e i parcheggiatori abusivi, peggio se recidivi (da 6 mesi a 1 anno di car- cere).
Fa ridiventare reati penali (non lo erano più, significativamente, dal 1948) il blocco stradale e l’ostruzione di linee ferroviarie, forme di lotta classiche dei più classici tra i movimenti. Inasprisce (da 1 a 3 anni) le pene per promotori e organizzatori di occupazioni di immobili e terreni. Estende il Daspo, il divieto di accesso agli stadi, anche a presidi sanitari, fiere, mercati, spettacoli pubblici. Introduce nelle città sopra i 100mila abitanti l’utilizzo da parte delle forze dell’ordine, vigili compresi, della pistola elettrica che immobilizza con scariche ad alto voltaggio. Col rischio – secondo Amnesty International che classifica il Taser tra gli strumenti di tortura – di provocare arresti cardiaci e di determinare gravi conseguenze sul feto nel caso di donne incinte (a Genova in effetti la pistola elettrica ha già ucciso un ecuadoregno nel corso di un Trattamento Sanitario Obbligatorio).
Sono solo alcune delle perle di una norma che non nasconde affatto la convinzione che siano solo questione di ordine pubblico la marginalità, la povertà estrema, persino le forme tipiche del conflitto sociale. Miserie, tensioni, contagi e connessioni tra povertà e criminalità, si può davvero prevenirli solo con una maggiore deterrenza e risolverli con il carcere? O l’intenzione autentica non è trovare soluzioni, ma gonfiare ancora di più l’onda delle paure e della criminalizzazione? È una ricetta infallibile per alimentare altro risentimento, altro disprezzo, altro odio, un mix che porta diritto alla voglia dell’uomo forte al potere. A rammentarlo c’è, tra le altre, anche la storia recente del nostro Paese.

grandi e piccole angherie contro gli immigrati
Anche sull’immigrazione non c’è solo la demonizzazione dei richiedenti asilo e di quanti li accolgono e li aiutano ad integrarsi. Nel mirino della legge ci sono anche gli immigrati stabilizzati, i cinque milioni e più di «regolari», in Italia da anni, che lavorano, fanno impresa, pagano le tasse, hanno famiglia, mandano i figli a scuola, si sposano con cittadini italiani. Con grandi e piccole angherie, tutte contrassegnate da pregiudizi e ostilità, e dall’intenzione evidente di «far cassa». Sono l’aumento da 200 a 250 Euro della tassa per l’avvio delle pratiche di cittadinanza, che si aggiunge a quelle già salate per il rinnovo, ogni due anni, dei permessi di soggiorno. È il prelievo del’1,5% sul money transfer, i 5 miliardi circa di Euro che vengono inviati ogni anno in aiuto delle famiglie rimaste nei paesi d’origine. Un giochetto che vale da solo 60 milioni annui, con tanti saluti non solo al ruolo tradizionale delle «rimesse dei migranti» che, ai tempi in cui ad emigrare per povertà eravamo noi, sono state importantissime per il nostro sviluppo economico , ma anche all’ attuale slogan leghista dell’ «aiutiamoli a casa loro».
Ma il peggio viene con il prolungamento da 24 a 48 mesi del termine per la conclusione dei procedimenti relativi alla cittadinanza, sia quelli richiesti per lunga residenza che quelli per matrimonio con un italiano o un’italiana. Che scandalo che un figlio di genitori stranieri nato in Italia arrivato ai 18 anni possa, se la chiede, accedere più facilmente alla cittadinanza . E che attacco subdolo all’identità nazionale che si possa farlo a soli tre anni dal matrimonio con un cittadino o cittadina italiani.
Nella prima bozza del testo del Decreto c’era del resto anche di più, per l’accesso alla cittadinanza si richiedeva, tra le altre condizioni, che ci fossero anche l’«incensuratezza dei familiari conviventi», l’«assenza di pericolosità sociale», la «condotta irreprensibile», un «reddito pari almeno all’assegno sociale», requisiti che neppure i più proni all’equazione immigrazione eguale delinquenza – come sembra essere qualche grillino – ce l’hanno fatta a digerire del tutto. Hanno digerito con facilità, invece, che anche sulle richieste già avviate di cittadinanza (che sono tante ormai tra gli stabilizzati di lunga durata: nel 2017 le «naturalizzazioni» sono state 200mila), pesi la decisione retroattiva di richiedere come requisito indispensabile il superamento di un test di italiano di livello B1 – superiore a quello richiesto per la conferma dei permessi di soggiorno. E senza l’ombra di un’offerta formativa di tipo nuovo assicurata dalla scuola pubblica. Persino la lingua del paese di accoglienza – promessa e chiave dell’integrazione – ridiventa, come ai tempi del ministro Maroni – una sorta di strumento di «sanzione» della condizione di immigrato.

protezione umanitaria circoscritta
E poi viene il clou. Gli argomenti che, secondo Salvini e il suo governo, hanno giustificato la decisione di procedere per decretazione (che l’articolo 77 della Costituzione limita ai soli casi di necessità ed urgenza), cioè l’«invasione» via mare dei migranti e il fatto che, se sono pochissimi (nell’insieme non più del 15%) i richiedenti asilo che ottengono lo status di rifugiato e la protezione internazionale, sono stati finora circa il 25% quelli che hanno ottenuto una «protezione umanitaria», un permesso di due anni con cui provare a integrarsi, imparare l’italiano, fare corsi di qualificazione professionale, trovare un lavoro, uscire da quello in nero e cominciare una nuova vita.
È qui che scattano, con la falsa rappresentazione di un fenomeno assai distante, per dati numerici, dalla tipologia dell’ «invasione», i provvedimenti centrali della norma. La quasi totale eliminazione della protezione umanitaria – circoscritta a casi di assoluta eccezionalità (da malattie gravissime a premi per atti eroici), l’esclusione di coloro che non ottengono l’asilo dai luoghi di accoglienza organizzati dai Comuni che assicurano i primi passi sulla via dell’integrazione e la deportazione in quelli, gestiti dallo Stato, che sono simili piuttosto a luoghi di detenzione, e un insieme di altre limitazioni. Il divieto, per esempio, di iscriversi alle anagrafi comunali per ottenere almeno una regolare residenza. Il taglio delle risorse destinate ai Comuni per gli Sprar, l’obbligo di restare nei Centri cosiddetti di identificazione per 180 giorni (finora erano 90, ed è la stessa polizia a dire che se nei primi due mesi non si riesce ad avere un accertamento, non ci si riesce di sicuro solo perché se ne allungano i tempi).
Ad essere smantellato, in sintesi, è il solo sistema dell’accoglienza comunale che, tenendo conto che tra i richiedenti asilo ci sono anche persone che non lo ottengono perché scappano dalla povertà e che tuttavia tentano questa strada perché dal 2013 in Italia non ce n’è nessun’altra, ha finora contrastato con più di un successo l’esposizione dei migranti a un abbandono che porta quasi inevitabilmente alla microcriminalità (e del peggio che può seguirne), e proprio distribuendo i migranti nelle piccole località dove è più facile integrarsi ed entrare nel lavoro. Tutto ciò perché l’idea che ispira la legge è del tutto diversa. La cosa da fare, la sola utile e necessaria, è ricacciare indietro tutti coloro che non hanno diritto all’asilo, scoraggiando proprio con il tragico fallimento di tanti progetti di integrazione e, prima ancora, con gli annegamenti in mare, altri probabili arrivi. È l’idea, dunque, di un rimpatrio coatto di tutti gli illegali, del riportarli «a casa loro». Anche se Salvini è il primo a sapere che i rimpatri, anche quelli volontari, si possono fare solo con i pochi paesi d’origine con cui ci sono già appositi trattati internazionali, tra cui alcuni del Maghreb. Col risultato che i rimpatriati sono, inevitabilmente solo poche migliaia l’anno.

finanziamento dei rimpatri
Ma la verità non la si dice, e comunque non importa. È qui, sul finanziamento dei rimpatri, che vanno le risorse sottratte alle politiche comunali di integrazione, 500mila Euro per il 2018, 1 milione e mezzo per il 2019, e altrettanti per il 2020. Ad essere colpiti dall’operazione sono in primo luogo i migranti che non possono né tornare indietro né raggiungere i paesi europei dove hanno appoggi familiari e amicali, ma poi anche le cooperative e le associazioni impegnate nell’impresa, con le reti attorno a loro del volontariato e della società civile. Anche per loro nuovi obblighi, nuovi controlli, nuove regole.
È il ritornello dei 35 Euro procapite al giorno «rubati» agli italiani, è il business da stroncare degli italiani cosiddetti «buonisti» ma in verità interessati solo ai soldi, è la strategia di scoraggiamento e di intimidazione di quella parte della società italiana che, qualsiasi cosa pensi delle migrazioni, sa di doversi misurare con un fenomeno di portata globale. Forse contenibile con politiche internazionali più accorte delle sventate operazioni di guerra in Libia e su altri scacchieri del Medio Oriente, con controllati «corridoi umanitari» che facciano entrare nei nostri confini una parte almeno di quelli disposti a tutto per cambiare paese, con la riapertura di flussi per lavoro che servtrebbero alla nostra economia e a compensare i vuoti del declino demografico. Ma che non può essere cancellato innalzando muri contro i conflitti, la povertà, le catastrofi climatiche. Di tutto questo però non c’è traccia nella legge di Salvini. Solo i muri, solo le polemiche contro l’Europa che non supera il trattato di Dublino, solo quello che inasprisce, impoverisce, inganna.

senza tetto né legge
Si profila dunque, con l’attuazione della legge, non una gestione più efficace dell’immigrazione, ma un disastro umanitario e civile che, perpetuando la falsa rappresentazione dell’«invasione», peggiorerà il clima politico del Paese. Perché se nel 2018 coi barconi sono arrivati solo poco più di 23mila migranti (una riduzione dell’80% rispetto ai due anni precedenti), l’abolizione della protezione umanitaria rovescerà però nelle strade delle nostre città un’altra ondata di migranti senza tetto né legge. I primi sono già arrivati, espulsi dagli Sprar dedicati d’ora in avanti solo ai minori stranieri non accompagnati e a quelli che hanno ottenuto la protezione. Sono i primi di un piccolo esercito che si aggiungerà agli oltre 300mila rimasti intrappolati da noi in fasi precedenti. Un altro bel cesto di opportunità per gli imprenditori dello spaccio e della prostituzione e per chi si arricchisce di sfruttamento e di lavoro nero. La «percezione» dell’insicurezza avrà ottimi motivi per crescere ancora. La paura di quelli che bighellonano senza far niente diventerà ancora più forte. L’insofferenza, la xenofobia, il razzismo, il risentimento per le prestazioni obbligatorie del welfare (a partire dai presidi di pronto soccorso affollati di persone senza accesso al sistema pubblico sanitario), per le occupazioni di spazi e di edifici, sono destinati ad acuirsi. Mentre l’onere di far fronte in qualche modo alle emergenze si rovescerà sui servizi sociali dei Comuni, non a caso tra i soggetti più critici e più preoccupati dell’impatto della nuova legge. Difficile ipotizzare che tutto ciò avvenga per caso, che non ci sia un calcolo della politica che proprio su questo impasto di paure più o meno giustificate di vaste aree della popolazione italiana ha costruito consenso e potere. Bisognerà esserne consapevoli per poter svolgere un ruolo utile. Discutere di ciò che è stato e delle sue conseguenze con la gente, denunciare le falsificazioni della realtà e i fallimenti della logica dei «muri» e dei «rimpatri», sostenere le azioni di accoglienza e di integrazione, valorizzare ciò che di buono si riesce a fare, inventare nuova politica.
In questi giorni sono in molti a polemizzare con il prete di Pistoia che in un’omelia ha dichiarato che, con la legge di Salvini, la famiglia di Gesù non sarebbe potuta scappare dall’infanticida Erode e rifugiarsi in Egitto. E la storia, la nostra storia, avrebbe forse preso un’altra piega. Già. Ci sono luoghi e tempi in cui una decisione o l’altra fanno la storia degli uomini e dei Paesi.
Fiorella Farinelli
——————————
4831b0ed-33c0-41e3-b4d1-182d66c9d8c9
————————————————
La vera Italia dell’umanità accogliente. Quattro motivi per sperare
Maurizio Ambrosini*
su Avvenire di sabato 29 dicembre 2018

Nel suo Rapporto 2018 Amnesty International chiude il severo capitolo dedicato alle politiche migratorie italiane con un cenno di speranza: la vede incarnata nei cittadini e nelle associazioni che si sono organizzate per opporsi alla xenofobia e per offrire assistenza a rifugiati e migranti. Il caso della mobilitazione di Lodi a favore dei bambini di famiglie immigrate esclusi dalla mensa è forse quello che negli ultimi tempi ha riscosso più interesse, ma questo giornale ha dato voce in molte occasioni alle iniziative di solidarietà sorte in tutta Italia: pensiamo per esempio all’accoglienza diffusa dei rifugiati giunti con i “corridoi umanitari” dal Vicino Oriente e dall’Africa, alle tante scuole d’italiano, ai doposcuola associativi e parrocchiali che seguono i ragazzi di origine immigrata. È importante sottolineare la varietà delle esperienze, dei soggetti e delle motivazioni che si sono attivate sotto la bandiera dei diritti dei migranti.

Non si tratta di élite cosmopolite e senza radici, ma di soggetti collettivi radicati nella società e di tanti cittadini normali e senza etichette.

È il caso, però, di approfondirne maggiormente i diversi profili. Credo infatti che questo complesso di attori possa essere suddiviso in quattro categorie.

La prima è costituita dalle Ong e da altri operatori strutturati e specializzati nel settore umanitario. Sono protagonisti dell’offerta di servizi dedicati, che spaziano dal salvataggio in mare all’accoglienza a terra. Hanno lavorato per diverso tempo in accordo con i Governi, ma possono coltivare visioni, valori e priorità non allineate con quelle dei poteri pubblici, agendo secondo codici, quelli dei diritti umani universali, che possono divergere dalle politiche degli Stati. La veemente campagna contro le Ong ha fondamentalmente questa motivazione: non accettano di ridursi a docile strumento della politica.

La seconda categoria è formata dalle organizzazioni della società civile che intervengono in vario modo sulle questioni dell’immigrazione e dell’asilo, pur non essendo specializzate in tale ambito o rimanendo prevalentemente nell’ambito del volontariato. Spesso combinano servizi operativi con azioni di sostegno e sensibilizzazione a livello politico e culturale. Rientrano qui i sindacati, le istituzioni religiose, le associazioni di volontariato. Per esempio le mense e gli empori solidali, così importanti per le famiglie in difficoltà e i rifugiati esclusi dall’accoglienza. Queste realtà impiegano personale retribuito, ma soprattutto volontari, talvolta cooperando con i poteri pubblici, altre volte compensando con i loro servizi le carenze dei sistemi di accoglienza. Come negli Stati Uniti, spesso si sentono in obbligo di assistere anche immigrati in condizione irregolare, per esempio presso gli ambulatori del volontariato.

Una terza categoria di attori è rappresentata dai movimenti sociali, portatori di istanze politiche radicali di protesta contro lo Stato e il sistema economico capitalistico. Sono particolarmente attivi nelle dimostrazioni contro le campagne xenofobe, ma non si limitano a questo. La novità consiste nel fatto che oltre a realizzare manifestazioni politiche, i movimenti sociali in vari casi si sono organizzati per fornire servizi materiali e immateriali ai migranti in difficoltà, come cibo, accoglienza, socializzazione, assistenza legale e burocratica. Un’evoluzione importante.

In quarto luogo, si possono distinguere singoli e gruppi che si sono attivati spontaneamente a livello locale per fornire servizi ai richiedenti asilo, temporaneamente accolti oppure in transito: per esempio i gruppi attivi per diversi mesi alla stazione Centrale di Milano, o quelli che in maniera diffusa sul territorio, e perlopiù in modo informale, offrono lezioni di italiano o propongono attività sportive, musicali, di animazione del tempo libero ai richiedenti asilo. Anche molti cittadini singoli, senza etichette e senza gruppi di riferimento, si mobilitano localmente per aiutare come possono immigrati e rifugiati.

Nel tempo di Natale, a questo “esercito del bene” va un pensiero di gratitudine. Insieme alla speranza che altri si uniscano a loro, facendo prevalere le ragioni dell’umanità sulla politica delle chiusure e dell’inimicizia.

*Sociologo, Università di Milano e Cnel
——————————————————-

Dibattito. E la Sinistra?

valutazione microvalutazione dirinnova pittura pa
Le responsabilità della sinistra di fronte alla crisi del Paese

di Gianfranco Sabattini

La cosa che più colpisce della crisi della sinistra italiana, ma in generale della sinistra che ha governato per tanti anni gran parte dei Paesi ad economia di mercato e retti da regimi democratici, è il fatto che essa (la sinistra) sia stata quasi totalmente disinteressata a cogliere le cause delle trasformazioni che il progresso della scienza e della tecnica determinava nei Paesi della cui condizione era responsabile sul piano economico e su quello sociale. Essa, in sostanza, davanti ai fenomeni che hanno mutato in profondità la vita di milioni di uomini, caratterizzando gli assetti politici, sociali ed economici degli anni a venire, è stata affetta da una grave forma di disattenzione, interessata unicamente dalla cura dei problemi connessi all’unica preoccupazione di conservarsi al potere.
Per questo motivo, la sinistra appare oggi in difficoltà più o meno dovunque, sia per la perdita di consenso, che per la scarsa capacità di comprendere la natura dei nuovi bisogni sociali e le modalità con cui offrire valide e condivise soluzioni. La sinistra è, perciò, vittima di una perdita di consapevolezza che le ha causato un complesso d’inferiorità nei confronti della destra; causa, questo complesso, della mancata considerazione dei motivi che hanno determinato le trasformazioni economiche e sociali che hanno caratterizzato la vita dei Paesi nei quali essa era una delle forze politiche egemoni.
Per affrancarsi dal complesso d’inferiorità, la sinistra deve aggiornarsi e rinnovarsi, ricostruendo l’identità perduta e riformulando una cultura politica in grado di fungere da criterio di orientamento per quanti si riconoscono ancora in un’area politica che ha bisogno di essere ridefinita, se vuole affrontare le nuove sfide poste dalla globalizzazione e dalla sempre più rapida evoluzione delle tecnologie produttive e delle condizioni di operatività del sistema economico (digitalizzazione della conoscenza, robotizzazione del sistema produttivo, trasformazione del lavoro e delle relazioni sociali); fatti, questi ultimi, che hanno determinato, con l’esplosione dei nazionalismi e dei populismi, la radicale mutazione della politica, nonché il crescente affievolimento delle procedure decisionali proprie della democrazia.
In Italia, il dibattito politico non dà alcuna impressione che la sinistra, a fronte dell’egemonia acquisita dal pensiero unico neoliberista, sia impegnata a ridefinire la sua identità, per conformarla alle esigenze del mondo contemporaneo. Il riformismo del quale essa si considera portatrice ideale, è di solito impedito dalle divergenze profonde che animano le sue diverse “anime”; mentre la riflessione sul mondo che cambia è costantemente sacrificato dall’unica preoccupazione delle sue diverse componenti di non soccombere nella resa dei conti tra loro, sempre in atto. In tal modo, la sinistra si trova ad essere impossibilitata ad arricchire l’orizzonte ideale del suo riformismo, attraverso una riflessione che le permetta di evitare l’obsolescenza del suo approccio reale ai problemi del mondo contemporaneo. Di tutto ciò, il Paese sta pagando il grave prezzo di non riuscire a risollevarsi dalla condizione di crisi nella quale è caduto, dopo l’inizio della Grande Recessione del 2997/2008.
Nella sua storia secolare, la sinistra democratica europea – afferma Massimo Mucchetti (“La sinistra di fronte all’obsolescenza del suo approccio al reale”, Italianieuuropei, n. 5/6, 2018) – è stata alternativamente ispirata da diverse idee-guida, quali “la programmazione democratica, lo Stato imprenditore e il welfare pubblico. E poi la liberalizzazione dei movimenti di capitali [...], le privatizzazioni delle partecipazioni statali e del welfare, l’impresa come generatrice di valore per gli azionisti, la scoperta della concorrenza”. Alcune di queste idee-guida appartengono alla tradizione della sinistra democratica, mentre altre sono state acquisite dalla destra neoliberista. Le idee di quest’ultima sono quelle che hanno determinato la crisi d’identità della sinistra riformista, causandone una crisi, divenuta profonda negli ultimi trent’anni.
Si tratta, secondo Mucchetti, di idee già di per sé superate nel momento stesso in cui si sono affermate; ciononostante, esse sono state condivise dalla sinistra democratica, determinandone un’”afasia” che le ha impedito di comprendere le ragioni dell’”emergere prepotente della protesta populista e sovranista”; motivo, questo, che, “prima ancora che con la modestia professionale dei suoi ultimi esponenti”, spiega l’obsolescenza culturale e ideologica della sinistra democratica, impedendole di cogliere il senso della protesta populista generata dalla stagnazione economica e dal disagio sociale causati dalla conquistata egemonia politica da parte delle idee della destra neoliberista.
La sinistra, perciò, se vorrà riacquisire la propria identità che le consenta un più appropriato approccio ai problemi della realtà contemporanea, non potrà non “ripartire – sottolinea Mucchetti – dalle ragioni dell’obsolescenza del proprio approccio al reale”; ragioni che vanno rintracciate “nella trasformazione digitale dell’economia e, più in generale, dello stile di vita e dei valori morali della società civile con i conseguenti riflessi sull’organizzazione della politica”.
L’avvento, sempre più pervasivo, dell’intelligenza artificiale avrebbe dovuto preannunciare, per la sinistra, la radicale trasformazione che stava avvenendo nella società e la tendenziale “disintermediazione” politica che la trasformazione stava determinando nei processi decisionali. Ovviamente, il manifestarsi degli effetti della trasformazione sociale, indotta dall’avvento della “Big Tech”, hanno continuato a coesistere con il modo tradizionale col quale la società ha continuato ad autoregolarsi; ciò non di meno, essi (il manifestarsi degli effetti della trasformazione) hanno rinnovato il modo di funzionare della società, riordinandola “secondo una nuova gerarchia del potere”, che ha relegato, in maniera crescente anche se impercettibile, “in secondo piano le architravi della società moderna dell’ultimo secolo, e cioè la finanza e l’industria”.
Ciò avrebbe dovuto indurre la sinistra a domandasi se l’avvento dell’intelligenza artificiale stesse per caso determinando il passaggio della società stessa nel postcapitalismo; ovvero – afferma Mucchetti – in un mondo nel quale formazione e utilizzazione del capitale sono asservite “all’accrescimento senza fine della potenza dell’impresa prima che alla rimunerazione del capitalista”, che tuttavia continuerà a sussistere, “ma solo o principalmente attraverso l’aumento delle quotazioni” delle azioni possedute dai capitalisti; ciò in conseguenza del fatto che l’avvento della “Big Tech” segnerà il “trionfo” della tecnica sul capitale.
Se la sinistra mancherà di riflettere su quanto la prevalenza della tecnica sta determinando sulle modalità di funzionamento delle società industriali del capitalismo contemporaneo, essa correrà sicuramente il rischio di “rimanere al di qua della sfida” da affrontare, che non si ridurrà, osserva Mucchetti, a contrastare gli effetti negativi senza regole della globalizzazione delle economie nazionali, in quanto dovrà investire il “nucleo teorico fondante della “Big Tech”.
Se le osservazioni sin qui fatte hanno un senso – continua Mucchetti -, per riappropriarsi della sua identità, la sinistra dovrà necessariamente ripensare la propria politica; essa potrà riproporsi per il governo del mondo contemporaneo e di quello futuro, solo se riuscirà a sopravvivere, facendo “valere nel tempo nuovo i suoi valori”. Diversamente, se la sinistra dovesse perdere la “propria ragion d’essere politica”, credere di potersi opporre alla diffusione dei movimenti populisti e sovranisti attraverso la denuncia pedagogica dei rischi ai quali essi esporrebbero la democrazia rappresentativa e il governo dell’economia e della tecnologia, senza capire l’impatto che sull’una e sull’altro essi (i movimenti) hanno avuto (e continueranno ad avere in maggior misura anche nel futuro) varrebbe solo a segnalare uno suo “spirito conservativo”, destinato a non avere efficacia né in economia, né in politica..
Poiché l’avvento della “Big Tech” è causa del manifestarsi di effetti, quali – ad esempio – il dilagare della disoccupazione involontaria irreversibile e del fenomeno della povertà, che le tradizionali forme di funzionamento del capitalismo non sono più in grado di governare, la sinistra, tradizionale presidio sul piano politico della condizione sociale degli ultimi e in generale della forza lavoro disoccupata, dovrebbe rendersi conto della necessità di concordare “adeguati compromessi”, analogamente a quanto è accaduto alla fine del secondo conflitto mondiale, con il patto stretto tacitamente tra capitale e lavoro e con la creazione del sistema di sicurezza sociale del welfare State, che hanno consentito la continuità di funzionamento del capitalismo postbellico in condizioni di stabilità.
Ciò è accaduto, però, perché la sinistra aveva saputo trasformare lo Stato in garante del patto tra capitale e lavoro e del funzionamento del sistema di sicurezza sociale adottato; ma nell’era dell’egemonia delle “Big Tech” e della disintermediazione politica, chi svolgerà – si chide Mucchetti – le funzioni dello Stato e quali potranno essere le regole necessarie a dare attuazione ai nuovi compromessi? Gli attuali poteri forti dell’economia espressi dalla “Big Tech” tendono, invece, a distruggere – afferma Mucchetti – il “potere di governare l’economia e la società da parte della politica”, facendo venir meno la possibilità di esercitare il controllo sul funzionamento dell’attività economica a garanzia dei diritti dei cittadini.
L’affievolimento del potere della politica e dello Stato è dovuto, non solo al fenomeno della disintermediazione delle istituzioni politiche nazionali, ma anche alla riduzione del potere disciplinare delle regole adottate per il controllo degli esiti connessi al funzionamento del sistema economico contemporaneo. La disintermediazione delle istituzioni politiche nazionali ha ridotto il potere regolatorio di cui esse disponevano, trasferendolo invece a svariate burocrazie internazionali, le quali, sebbene nominate dai governi nazionali, esercitano il loro potere a favore degli interessi corporativi di ristrette minoranze, che si appropriano dei vantaggi economici assicurati dal progresso scientifico e tecnologico. La disintermediazione ha così favorito la liberalizzazione dei movimenti dei capitali che hanno consentito ai detentori del capitale di investirlo solo sulla base delle proprie convenienze.
Nel momento stesso in cui la disintermediazione delle istituzioni nazionali e l’affievolimento del potere delle regole adottate a livello nazionale (grazie anche all’organizzazione della società finalizzata alla disintermediazione delle istituzioni e all’indebolimento dell’efficacia delle regole nazionali) hanno generato dei potentati economici che hanno potuto agire liberamente, indipendentemente dal fatto che la loro azione risultasse compatibile con la soddisfazione degli interessi della generalità dei cittadini, è stata inevitabile l’insorgenza della protesta populista e sovranista.
Il “luogo di valorizzazione” del capitale è diventato così una “rete senza confini”, che ha sostituito il “patto” originario che nelle società del passato legava i detentori del capitale alla soddisfazione, oltre che dei propri anche di quelli di tutti gli altri cittadini dello Stato all’interno del quale essi (i detentori) operavano; e se la “Big Tech” costituirà il paradigma in base al quale sarà riproposta la continuità di funzionamento del capitalismo, è giusto chiedersi – come fa Mucchetti – quale potrà essere la politica più conveniente che la sinistra potrà adottare per sconfiggere il nuovo “fantasma che si aggira per l’Europa”, da tutti individuato nel movimento dei populisti e dei sovranisti.
Ora, conclude Mucchetti, sin tanto che la sinistra democratica non si aprirà alla comprensione delle radicali trasformazione che nell’economia e nella società sono state causate dall’avvento della “Big Tech”, essa potrà anche sopravvivere “battagliando affinché il gettito fiscale [...] sia sufficiente a sostenere il welfare pubblico” per il sostentamento dei disoccupati, dei poveri e, in generale, di tutti coloro che sono privi di reddito; oppure potrà anche trovare, di volta in volta, tra i problemi sociali correnti quelli che potranno consentire di stendere un programma elettorale; persistendo, però, nel formulare solo politiche per il contenimento dei movimenti populisti, la sinistra continuerà a sopravvivere, senza accorgersi dei cambiamenti intervenuti nelle strutture portanti dell’economia e della società, e soprattutto di quelli che caratterizzano ora il rapporto tra capitale e lavoro.
Quando, finalmente, la sinistra si aprirà alla comprensione della natura di questi cambiamenti, soprattutto del loro impatto negativo sul tradizionale meccanismo di distribuzione del prodotto sociale (fondato, in linea di principio, sulla rimunerazione della forza lavoro occupata nel processo produttivo), solo allora essa capirà che l’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza universale e incondizionato (che non sia, però, una sorta di reddito di inclusione) rappresenta le risorse da elargire alla forza lavoro che la “Big Tech” ha espulso (e continua ad espellere) dal processo produttivo.
Il reddito di cittadinanza, infatti, oltre ad essere uno strumento di giustizia sociale e un modo per garantire la sopravvivenza del capitalismo contemporaneo, rappresenta l’unico valido argomento che può consentire alla sinistra di porre rimedio alla sua attuale deriva, causata dal fatto d’essere rimasta legata a valori che non hanno più ragion d’essere nelle moderne società industriali.

Oggi alla Mem

dossier-caritas-2018-210x300CONFERENZA STAMPA
Presentazione Dossier 2018 Caritas diocesana
“Opportunità, formazione e lavoro”
20 dicembre 2018 h. 10, MEM, Cagliari
Giovedì 20 dicembre 2018 alle ore 10, nella Sala conferenze della MEM – Mediateca del Mediterraneo (via Mameli 164), a Cagliari, si svolgerà la conferenza stampa di presentazione del Dossier 2018 della Caritas diocesana di Cagliari  “Opportunità, formazione e lavoro. Tra esperienze di volontariato e impresa sociale”. [segue]

Il dibattito sul “Reddito di cittadinanza e dintorni” cerca di uscire dalle contrapposizioni ideologiche e polemiche di schieramento

bucoDOCUMENTAZIONE. logo linkiestaUn articolo interessante su LinKiesta. Tuttavia impreciso su alcuni passaggi e non aggiornato rispetto a pronunciamenti istituzionali recenti (Parlamento Europeo, Camera dei Deputati) e ragionamenti fatti da autorevoli istituzioni (Banca d’Italia, Fondo monetario). Francesco Cancellato, il giornalista che lo ha scritto, peraltro molto bravo e di ottima reputazione, esprime pareri sensati ma discutibili. Prevale una visione catastrofistica per una deriva che l’istituto una volta varato prenderebbe inevitabilmente. Non viene neppure presa in considerazione l’ipotesi che possano essere gli stessi soggetti beneficiari (i poveri, a partire dagli stessi giovani, nuovi poveri) ad intervenire singolarmente, ma soprattutto collettivamente, a migliorare lo stesso istituto del cd. reddito di cittadinanza (fm)
————————
Perché il reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle non funzionerà mai (anche se l’idea è giusta).
È un sussidio troppo generoso, ma non mette soldi abbastanza sui centri per l’impiego. È facile prenderlo, difficilissimo che venga tolto. E già che ci siamo, è pure a rischio di incostituzionalità. E dire che è una misura che l’Europa ci chiede da vent’anni: potevamo farla meglio?
Francesco Cancellato su Linkiesta del 17 dicembre 2018.
—————————
[segue da LinKiesta del 17 dicembre 2018]
Domande giuste, risposte sbagliate. Non fosse controproducente (per loro), sarebbe lo slogan perfetto per raccontare il Movimento Cinque Stelle. Soprattutto, è lo slogan perfetto per raccontare la sua “misura bandiera”, quel reddito di cittadinanza che ancora ieri sera è stato oggetto di trattative all’interno della maggioranza e – si dice – di un’ulteriore sforbiciata nelle risorse a esso destinate, circa 9 miliardi di euro all’anno, a regime.
Forse sarebbe il caso di partire dalle domande giuste. Una, in particolare: quella dell’allora Comunità Economica Europea che nel 1992, con la Direttiva 441 ci raccomandava di «riconoscere, nell’ambito d’un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso». In parole molto povere, un ammortizzatore sociale universale che venisse dato a chiunque avesse perso o stesse cercando un lavoro.
Chi più, chi meno, gli hanno dato retta tutti, da allora a oggi. Tutti tranne noi e la Grecia, per la precisione. Che abbiamo continuato a parlarne, da destra a sinistra, per una ventina d’anni, senza combinare un bel nulla, che sussidi universali e salari minimi piacciono poco sia ai sindacati, sia agli industriali. Fino a che il Movimento Cinque Stelle non l’ha rimesso al centro della scena con un colpo di marketing da manuale: quello di cambiarle il nome in reddito di cittadinanza, nome che evoca soldi a pioggia sparati da un elicottero, e che i miliardari californiani che tanto piacciono a Beppe Grillo evocano a loro volta per controbilanciare scenari da fine del lavoro. Risultato? Anche grazie al reddito di cittadinanza – o come diavolo lo volete chiamare – i Cinque Stelle prendono il 32% dei voti, finiscono al governo e si ritrovano a dover realizzare quel che avevano promesso, reddito compreso.
Ora tocca alle risposte sbagliate. A cominciare dalle risorse, contemporaneamente troppe e troppo poche: troppe per chi riceve il sussidio, troppo poche per i centri per l’impiego che dovrebbero trovare a queste persone un lavoro per rimettersi in gioco. Lo hanno dimostrato Chiara Giannetto, Mariasole Lisciandro e Lorenzo Sala in un articolo apparso su LaVoce.info: non esiste Paese europeo in cui il sussidio coincida con la soglia di povertà come invece dovrebbe accadere in Italia, con l’importo che coincide all’indice di povertà monetaria individuato da Eurostat nel 2014, che corrisponde al 60 per cento del reddito mediano netto, che in Italia è pari a 780 euro per un adulto single. Per questo Di Maio diceva che il reddito di cittadinanza avrebbe abolito la povertà in Italia.

Applausi? No, purtroppo. Perché nonostante la generosità, Di Maio ha costruito una misura in cui è facile rientrare e difficilissimo uscire. È facile entrare, perché basta smettere di fare fattura e improvvisamente la platea dei percettori di reddito si alza a dismisura: guadagno 1500 euro, ne dichiaro 600, lo Stato me ne regala vita natural durante 180 tutti i mesi e in più non pago le tasse su metà del mio reddito. Troppo bello per essere vero, se sei una persona disonesta. Scommettiamo? La platea, oggi stimata in 6,5 milioni di persone si amplierà di mese in mese e di anno in anno, facendo impennare verso l’alto l’attuale costo del reddito di cittadinanza. Problemi di chi verrà dopo, al solito.

Il reddito di cittadinanza costerà molto di più, perché la platea dei beneficiari si allargherà di anno in anno – e i furbetti pure – mentre di soldi per i centri per l’impiego e le politiche attive se ne vedono già oggi molto pochi. Costerà di più e servirà molto meno, perché non c’è nessun incentivo affinché i disoccupati si mettano a cercare lavoro, e i centri per l’impiego a trovarglielo
È difficilissimo uscire, al contrario, perché non ci sono incentivi a farlo, in un Paese peraltro già con la tendenza culturale – confermata da una recente sperimentazione dell’Agenzia Nazionale per le politiche del lavoro – secondo cui in Italia chi inizia a ricevere un sussidio smette immediatamente di cercare lavoro e si rimette a farlo quando sta per scadere la durata della protezione. Ecco: Il reddito di cittadinanza smette di essere caricato nel conto corrente quando una persona rifiuta la terza offerta di lavoro proposta dal centro per l’impiego. Ma se tre offerte non arrivassero mai? Non è una domanda da niente, visto quanta gente lavora in questi centri attualmente – 9000 in Italia, molto spesso dequalificati e in strutture prive persino di connessione a internet, contro i 60mila addetti in Francia e i 110mila in Germania -, e quanti soldi sono stati messi a bilancio – 1 miliardo, quando la Germania ci spende complessivamente 9 miliardi all’anno, solo per corsi di formazione e aiuto a trovare lavoro, e per ristrutturarli, una quindicina di anni fa, ne ha spesi 11 tutti in una volta sola.
Noi non abbiamo quei soldi, ribatterete voi, e dobbiamo fare il pane con la farina che ci tocca. Vero, ma allora ci potevamo tenere il reddito di inclusione e la Naspi, i due strumenti pre-esistenti per la lotta alla povertà e alla disoccupazione che c’erano già, il cui unico difetto era proprio l’assenza di politiche attive del lavoro alle spalle. Che senso aveva cambiare tutto, se non quello di vendersela alle prossime elezioni europee? Nessuno. E infatti.
Domande giuste e risposte sbagliate, quindi. Soprattutto al Sud, dove i problemi del reddito di cittadinanza da complessi si fanno endemici. Dove la disoccupazione di lunga durata è ben oltre il 50% di quella totale, dove l’occupazione giovanile e femminile è tra le più basse d’Europa, dove non vi sono né strutture, né personale adeguato per far fronte a tutto questo, né tantomeno un tessuto d’imprese desideroso di prendersi tutti i beneficiari del sussidio. Risultato? Già lo conosciamo: i centri per l’impiego finiranno per lavorare ancor meno di adesso, per evitare che il loro lavoro porti in dote qualche offerta di lavoro e il decadimento del beneficio. Ciliegina sulla torta: con l’esclusione dei residenti stranieri, in ossequio alla mediazione coi leghisti, si rischia pure l’incostituzionalità.
Ricapitolando: il reddito di cittadinanza costerà molto di più, perché la platea dei beneficiari si allargherà di anno in anno – e i furbetti pure – mentre di soldi per i centri per l’impiego e le politiche attive se ne vedono già oggi molto pochi, e a ogni giro di giostra diminuiscono di un po’. Costerà di più e servirà molto meno, perché non c’è nessun incentivo affinché i disoccupati si mettano a cercare lavoro, e i centri per l’impiego a trovarglielo. E sarà pure discriminatorio, perché lo straniero residente sotto la soglia di povertà rimarrà tale al grido di “prima gli italiani”. Domande giuste, risposte sbagliate, per l’appunto.

Oggi domenica 16 dicembre 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014137bd10200-1683-4e2a-96e2-ac8d1f0c4010filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633costat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativaAnpi logo naz

————— Avvenimenti&Dibattiti&Commenti————————————

russel_keynes_strachey_2Reddito di cittadinanza, anche Bertrand Russell ci aiuta a capire
16 Dicembre 2018
Red su Democraziaoggi.
Bertrand Russell nel 1935 ha scritto questo articolo intitolato “elogio dell’ozio”, come il libro del genero di Marx, Paul Lafargue (1872). Il filosofo inglese, riprendendo le suggestioni lanciate da John Maynard Keynes pochi anni prima, ci aiuta a capire come il dividendo sociale o reddito di cittadinanza è una misura universale di una società più […]
—————————————————————-

Oggi martedì 11 dicembre 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014137bd10200-1683-4e2a-96e2-ac8d1f0c4010filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
———-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti————————————
bruni-rdcIL DIBATTITO SI ACCENDE!
Una critica integralista del Reddito di cittadinanza
11 Dicembre 2018

Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
————————————————————–

Reddito di cittadinanza

buco
1goals-sconfiggere-la-poverta
Lo chiamano “reddito di cittadinanza” ma è un “reddito di inclusione sociale”, auspicabilmente migliorativo di quello esistente, del quale abbiamo urgente bisogno!

di Franco Meloni*

Il “reddito di cittadinanza” che ha fatto la fortuna elettorale del Movimento 5 stelle, non è di certo quel “reddito universale e incondizionato” che molti economisti a partire dal XVIII secolo ritenevano ineludibile addirittura nel breve periodo. Tra questi ricordiamo uno dei più grandi, John Maynard Keynes, che nel 1928 tenne su queste questioni agli studenti di Cambridge una memorabile lezione dal titolo “Possibilità economiche per i nostri nipoti“. Secondo Keynes ed altri, l’aumento progressivo della produttività delle attività economiche con l’inesorabile sostituzione del lavoro umano con le macchine, avrebbe comportato insieme alla diminuzione dell’orario di lavoro la necessità di garantire un reddito per i disoccupati involontari, vecchi e nuovi. Nessun problema per il relativo finanziamento che sarebbe stato assicurato dallo sviluppo stesso dell’economia. Keynes azzardò perfino che tutto si sarebbe verificato nel giro di 100 anni! E ci stiamo appunto arrivando, senza però che la previsione si sia finora avverata, se non parzialmente, richiedendosi pertanto un’ulteriore proiezione nei tempi a venire sulla base dello sviluppo sempre più impetuoso delle tecnologie. Il problema n. uno rimane quello del “finanziamento del reddito di cittadinanza”, per il quale si dovrebbe attingere in grande misura dalla fiscalità generale e in altra parte dalle risorse liberate dalla riforma del welfare. Insomma l’incertezza permane e i tempi non sembrano ancora maturi!
Più modestamente il “reddito di cittadinanza” inserito dai 5 Stelle nel “contratto di governo”, è ascrivibile alla categoria del “reddito di inclusione sociale”, che ha la finalità precipua di contrastare la povertà estrema, nella quale in Italia versano otre 5 milioni di persone, a cui si aggiungono gli oltre 9 milioni di cittadini in condizione di povertà relativa, pari al 12,3% della popolazione italiana (il 17,3% con riferimento alla popolazione sarda). L’Unione Europea ha da molto tempo invitato i paesi aderenti ad adottare forme di sostegno al reddito dei meno abbienti, nell’ottobre scorso anche attraverso una apposita risoluzione del Parlamento Europeo. In verità l’Italia si era già adeguata con un provvedimento del settembre 2017 (Governo Gentiloni), in concreta operatività dal 1° gennaio 2018. Si tratta del ReI, beneficiarie fino ad oggi 110.000 famiglie e 317.000 persone, che risultano in condizione di povertà assoluta, con un importo medio del sussidio mensile pari a poco meno di 300 euro per la generalità della platea, e a 430 euro per le famiglie con minori.
A questo punto non si capisce quale scandalo possano destare in sede nazionale ed europea gli annunciati provvedimenti del Governo, peraltro allo stato ancora sulla carta, che avrebbero come novità rispetto al ReI esistente oltre che l’adeguamento del quantum (780 euro), l’estensione della platea dei beneficiari (tutta la fascia della povertà assoluta) e uno stretto collegamento alle politiche attive sul lavoro. Per ora il Documento economico-finanziario governativo ha stabilito che le risorse dedicate ammontano a 9 miliardi + 1 per la riforma dei centri d’impiego, rinviando a una successiva legge i dettagli operativi: il reddito sarà erogato attraverso un bancomat? Saranno consentite solo alcune categorie di spese? Il reddito sarà differenziato per ogni regione o su base nazionale? E, ancora: chi ne avrà precisamente diritto? Il reddito effettivamente posseduto dovrà essere certificato dall’ISEE e un’eventuale proprietà della casa di abitazione sarà motivo di esclusione dai benefici? Varrà la precedenza per anzianità di disoccupazione? E a quanti lavori si potrà rinunciare prima di perderlo? Lavori vicini o quanto lontani da casa? Realisticamente detta legge collegata potrebbe essere approvata nei primi mesi del 2019 ma, considerata la complessità dei provvedimenti da assumere, non sarà facile trovare un accordo in sede politica. In ogni caso, per ovvie ragioni, si dovrà decidere prima delle prossime elezioni europee. Teniamoci aggiornati, ad horas!
——————————————-
*Franco Meloni. Articolo pubblicato su Nuovo Cammino, dicembre 2018, periodico della Diocesi di Ales-Terralba.
4ef924a7-b5c5-45ae-a3a4-734fb2798673
—————-

Oggi giovedì 6 dicembre 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x15014137bd10200-1683-4e2a-96e2-ac8d1f0c4010filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
———-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti————————————
jamesedwardmeade_fig_vol2_003820_001Welfare State: crisi e alternative (dividendo sociale o reddito di cittadinanza universale e incondizionato)
6 Dicembre 2018
Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi.
(nella foto, James Edward Meade).
———————————————————————

Reddito di cittadinanza. L’Alleanza propone di partire dal REI e senza stravolgere l’impianto complessivo di migliorarlo ed estenderlo sino a fornire le risposte necessarie a chiunque si trovi in povertà assoluta

logo_alleanza_sito-670x300Documento di posizionamento sulla proposta del Governo di “reddito di cittadinanza”
Presentato il 4 dicembre a Roma un documento di posizionamento sulla proposta del Governo di “reddito di cittadinanza”, dal titolo “Non perdiamo questa occasione” [PDF] in cui si esprimono i dubbi dell’Alleanza contro la Povertà su questo provvedimento.

«Il vero cambiamento – dichiara l’Alleanza contro la povertà – non consiste nello smontare ciò che è stato realizzato dai governi precedenti bensì nell’arrivare dove questi non sono giunti. L’Alleanza propone di partire dal REI e senza stravolgere l’impianto complessivo di migliorarlo ed estenderlo sino a fornire le risposte necessarie a chiunque si trovi in povertà assoluta».

By redazione Sardegnasoprattutto | 4 dicembre 2018 | News |