Risultato della ricerca: reddito di cittadinanza

Politica: dove ci stanno portando?

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Dalla rana bollita ai rospi ingoiati
di Raffaele Deidda

Alessandro Di Battista nei suoi comizi elettorali raccontava la metafora del principio della rana bollita, già utilizzata dal filosofo statunitense Noam Chomsky per descrivere l’incapacità dell’essere umano moderno di adattarsi a situazioni spiacevoli e deleterie senza reagire, se non quando ormai è troppo tardi. Diceva Di Battista: “Immaginate una pentola di acqua bollente. Una rana non ci entrerebbe mai e se qualcuno ce la buttasse dentro, darebbe un colpo di zampa e si salverebbe. Ora immaginate la stessa rana in una pentola di acqua fredda. Il fuoco è acceso e l’acqua si scalda poco a poco. La rana non si preoccupa. Ma la temperatura sale ancora, l’acqua inizia a scottare. La rana ormai è debole, non ha più la forza di reagire. Prova a sopportare. Poi non ce la fa più e muore bollita. Abituarsi è deleterio. Sono gli ‘abituati’ i cittadini più amati dal Governo. Io credo che siamo ancora in tempo a dare quel colpo di zampa prima di finire bolliti. Dipende soltanto da noi. A riveder le stelle!”
Ora, a giudicare dalla più recente rilevazione effettuata dall’Istituto Ixè, la Lega godrebbe di un consenso pari al 29,8%, mentre il M5S sarebbe sceso al 26% con un calo di quasi 7 punti rispetto alle elezioni politiche del 4 marzo. Qualunque lettura si voglia dare a questi dati, non si può prescindere da un’incontestabile evidenza: Matteo Salvini sta portando a casa (sua, non del Governo di cui è “contrattista”), quasi tutti i risultati delle azioni che si era prefisso come leader della Lega, peraltro vincendo tutti i contenziosi apertisi fra il suo partito e il M5S. Basti pensare alla riforma della prescrizione, che verrà inserita con un emendamento al ddl Anticorruzione ma con entrata in vigore rinviata al 2020, vincolata all’approvazione di una riforma più allargata del processo penale. Relativamente al decreto fiscale, il vice premier Di Maio aveva assicurato che non ci sarebbero stati scudi penali e invece, all’art. 9 del decreto, viene esclusa la punibilità per le dichiarazioni fraudolente tramite fatture false.
Sulle grandi opere e sul gasdotto trans-adriatico Tap in particolare è di fatto passata la posizione della Lega che ha definito l’opera “strategica” per rendere l’Italia autonoma sul fronte del rifornimento energetico. Per i Cinquestelle si è trattato di un ritirata, da alcuni sostenitori definita “indegna”, nei confronti del loro elettorato. Dopo che Di Battista, nei suoi comizi elettorali, aveva dichiarato che se il M5S avesse vinto le elezioni in 15 giorni avrebbero cancellato l’opera. Già prima era passata la linea della Lega sul salvataggio dell’ILVA di Taranto, che il M5S aveva dichiarato in campagna elettorale di voler chiudere per poi procedere alla bonifica del sito.
Altro cavallo di battaglia del M5S, il No alla Tav, ovvero alla ferrovia Torino–Lione, è diventato un “Ni”: sarebbe infatti impossibile sospendere i lavori senza pagare un costo rilevante in termini di risorse spese inutilmente, fondi da restituire all’Unione europea, costi di ripristino dei luoghi, eventuali penali per i contratti in corso. Anche in questo caso è la posizione di Salvini a prevalere: “Leggetevi il contratto, da nessuna parte c’è scritto che verranno bloccati lavori e cantieri. Alcuni grandi progetti fondamentali andranno avanti” . Quel “Ni” si avvia fatalmente a diventare un Si con ulteriore delusione e sdegno degli elettori piemontesi che avevano consentito il boom elettorale dei Cinquestelle in Val di Susa.
La metafora della rana bollita citata in campagna elettorale da Di Battista sembra adattarsi, più che ai cittadini, ai dirigenti del M5S che sembrano essersi “abituati” al predominio di Salvini e della Lega all’interno del contratto di governo. Sono loro che rischiano di finire bolliti senza avere la forza per dare il “colpo di zampa”. Anzi, continuando ad ingoiare rospi.
Intanto l’economia italiana sembra sempre più proiettata verso la recessione, con l’andamento della produzione industriale in sostanziale stagnazione e con il calo dell’occupazione. E’ inoltre in atto una levata di scudi da parte degli altri paesi europei contro i contenuti del Documento programmatico di bilancio presentato dal Governo italiano. Tra i primi proprio i sovranisti austriaci, già amici e alleati di Salvini contro l’accoglienza ai migranti, che hanno dichiarato la ferma intenzione di votare a favore di una procedura d’infrazione contro l’Italia. L’accusa è quella di voler tenere le finanze pubbliche fuori controllo senza che i piani del governo possano credibilmente produrre una reale crescita economica. 
Altro che riveder le stelle!
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Una manovra a rischio recessione
di Roberta Carlini, su Rocca
«Se la ricetta funziona qui, diventeremo un modello per l’Europa». Il modello italiano. Questo ha detto il vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio in un’intervista al Financial Times, nei giorni caldi dello scontro tra Roma e Bruxelles. L’autorevole quotidiano finanziario britannico ha commentato, in un editoriale del giorno dopo: quel «se» è davvero un grosso «se». Qual è la ricetta, il segreto che l’Italia è pronta a rivelare ai suoi amici e competitori perché ne facciano tesoro? È un ritorno del passato, il deficit spending, ossia la spesa in deficit: in realtà un passato mai veramente tramontato, visto che anche i recenti governi hanno usufruito di un bel margine di flessibilità dall’Europa e si sono tenuti lontani dal pareggio di bilancio; ma stavolta il deficit è sbandierato, perseguito, esaltato, non concordato con Bruxelles, anzi portato sopra l’asticella segnata dai censori europei. Non di tanto – non abbiamo detto che sforeremo il 3% del Pil – ma abbastanza da causare la reazione irata, lo scontro, la procedura di infrazione. Così il dibattito pubblico è stato occupato e galvanizzato dalla contrapposizione tra l’Italia sovrana e gli invadenti europei. E abbiamo accantonato quel verbo, incautamente pronunciato da Di Maio nell’intervista al Financial Times: funziona?

funziona se…
L’uso della politica di bilancio in senso espansivo non è certo un’invenzione dei neonati populisti, che non si rifanno all’esempio storico principale – l’America di Roosevelt dopo la Grande Depressione – ma agli epigoni conservatori, in particolare l’ultimo, che siede attualmente alla Casa Bianca. E contrapporre un pragmatico uso della spesa pubblica e/o della riduzione delle tasse per dare fiato all’economia, contro il paradosso della «austerità espansiva» che è stato il credo dell’Unione Europea negli ultimi anni non è certo sbagliato. Per funzionare, però, deve trattarsi di una manovra effettivamente «espansiva»: cioè che faccia crescere l’economia.
Da quel poco che si sa – ancora non ci sono i dettagli – la manovra per il 2019 sarà concentrata su due pilastri: la maggior parte del nuovo debito va a finanziare la quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Provvedimenti che possono essere più o meno accettati dal punto di vista redistributivo, ma che di per sé non creano occupazione, produzione, investimenti. Fin qui la spesa: quanto alle tasse, per stessa ammissione del governo non si prevede un calo della pressione fiscale complessiva, mentre ci sarà una redistribuzione del carico, e un provvedimento dubbio come il condono che, se porta consenso tra coloro che per necessità o furbizia o dolo non hanno pagato le tasse in passato (impossibile distinguere tra le tre motivazioni, checché ne dicano i Cinque Stelle), non solleva di un grammo il peso su cittadini e imprese che le tasse le pagano dal primo all’ultimo euro.

Istat: per ora crescita zero
A peggiorare la situazione, è arrivata la certificazione dell’Istat – istituto che, sia detto per inciso, è senza testa poiché il governo non provvede ancora alla nomina del nuovo presidente, essendo scaduto quello precedente – sull’andamento del Pil nel terzo trimestre 2018, il primo dell’era «populista». Il risultato è catastrofico: crescita zero, come non succedeva dal 2014. Vuol dire che le imprese sono ferme, anzi vanno all’indietro nell’industria, il cui calo è compensato dai servizi, settore a più bassa produttività. La crescita tendenziale per il 2018, che prima era all’1,2%, è adesso allo 0,8%. È molto difficile, in questo contesto, che il 2019 possa portare quella crescita che il governo ha messo nero su bianco nei suoi documenti, ossia un aumento dell’1,5%. I dati Istat certificano anche un calo della fiducia delle imprese, e l’indice dei responsabili degli acquisti delle imprese stesse è ai livelli più bassi dal 2013.
Su queste tendenze può aver pesato il clima internazionale, gravato dai venti protezionisti provenienti dagli Stati Uniti; ma di certo influisce anche l’incertezza sulle sorti della politica economica italiana. È difficile pianificare qualcosa se non si sa quali provvedimenti saranno scritti in manovra, quale delle due anime del governo – sempre più divise – prevarrà, e se ogni giorno la classe politica dà mostra di improvvisazione e leggerezza. Intanto, vanno all’indietro anche gli indicatori del lavoro, con gli occupati che a settembre sono scesi di 34.000 unità e il tasso di disoccupazione in ripresa, al 10,1%.

non tutti i deficit sono utili
Numeri che rinforzano una previsione fatta da due economisti, Oliver Blanchard e Jeronim Zettelmeyer. Il primo è stato direttore del Fondo monetario internazionale e, soprattutto in anni recenti, non ha lesinato critiche alla miopia di una politica fiscale troppo restrittiva in Europa, affermando che in tempi di crisi bisogna consentire l’uso del bilancio pubblico, anche in deficit. Ma attenzione: quella del governo italiano, hanno scritto i due, è una manovra espansiva che avrà effetti recessivi. Sortirà cioè l’effetto contrario alle intenzioni. E questo perché non tutti i deficit sono utili, dal punto di vista del sostegno alla domanda e alla ripresa; e soprattutto perché l’Italia è un Paese altamente indebitato, dunque se la sua manovra richiede nuovo deficit e se questo va a far aumentare la spesa per interessi e i tassi da pagare sul servizio del debito, questa dinamica si ripercuoterà sul costo a cui le imprese prendono in prestito il denaro. Possiamo anche già trasformare il tempo del verbo, dal futuro al passato prossimo: le banche hanno già stretto il credito, per effetto dello spread, dunque è più difficile per le imprese prendere a prestito, finanziare i loro investimenti. Né soccorrono gli investimenti pubblici, che sono scesi senza interruzioni per anni e anni e che anche con la manovra Lega-Cinque Stelle non riceveranno un impulso degno di nota.

quando l’economia reale presenterà il conto
Per funzionare, una politica di deficit spending – di spesa finanziata con il ricorso al debito – deve avere una serie di caratteristiche. La prima è la credibilità di chi la compie. Seguono le altre, non meno impegnative: spese che vadano a stimolare la domanda nei settori con più forte moltiplicatore, parolina che sta a significare che i soldi non restano fermi ma vanno a spingere produzione e lavoro; investimenti più che trasferimenti a pioggia; e attenzione alla dinamica dello spread, che non solo può far fuggire i capitali e salire il costo del denaro ma può indebolire le banche, il cui portafoglio è pieno di titoli di Stato. Nessuna di queste condizioni, nella «manovra del popolo», si è finora verificata. Il che pone l’Italia, prima ancora che a rischio di procedura di infrazione (che partirà, con i tempi e i modi delle formalità della Commissione europea), a rischio recessione. Resta solo da capire se il conto sarà presentato, dall’economia reale, prima o dopo le elezioni europee. La scommessa dei governanti attuali è di tirare avanti, con il vento in poppa, fino a quella data per fare il pieno dei voti. Ma il rischio è che il loro successo si celebri del vuoto dell’economia e del lavoro. E in quel caso il «modello italiano», celebrato da Di Maio, diventerà un caso di scuola delle politiche da non fare.

Reddito di cittadinanza? Nessuna innovazione rispetto al vigente Reddito di Inclusione senza efficienti centri per l’impiego

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Nuovi centri per l’impiego
di Fiorella Farinelli, su Rocca

Ancora non è chiaro se il reddito di cittadinanza sarà efficace. Se riuscirà soltanto – e allora per quanti e per quanto tempo – ad alleviare la povertà, o anche a far entrare in un lavoro regolare chi
l’ha perso o non l’ha mai avuto. Tra cui i troppi «scoraggiati» che il lavoro neanche lo cercano, dopo tante porte chiuse in faccia, e neppure sanno come imparare quello che potrebbe servire. Solo i giovani tra i 18 e i 29 anni fuori dal lavoro, dalla formazione, dalla ricerca attiva di un’occupazione (i cosiddetti Neet) sono oltre 2 milioni, il 24,1% a fronte del 13,4% della media europea. Più femmine che maschi, tanti senza diplomi o qualifiche, la quota più imponente addensata nel Mezzogiorno dove il lavoro è più scarso e più acuta la dispersione scolastica. Non è detto che i Neet siano sempre i più poveri, perché vale più per loro che per altri il cosiddetto «welfare familiare», ma questo numero, che stenta a diminuire nonostante la considerevole quantità di programmi ed incentivi varati negli anni, scotta in modo particolare.
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[segue]

Il dibattito sulla manovra economica: è bene azzardare?

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Una manovra a rischio recessione
di Roberta Carlini, su Rocca
«Se la ricetta funziona qui, diventeremo un modello per l’Europa». Il modello italiano. Questo ha detto il vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio in un’intervista al Financial Times, nei giorni caldi dello scontro tra Roma e Bruxelles. L’autorevole quotidiano finanziario britannico ha commentato, in un editoriale del giorno dopo: quel «se» è davvero un grosso «se». Qual è la ricetta, il segreto che l’Italia è pronta a rivelare ai suoi amici e competitori perché ne facciano tesoro? È un ritorno del passato, il deficit spending, ossia la spesa in deficit: in realtà un passato mai veramente tramontato, visto che anche i recenti governi hanno usufruito di un bel margine di flessibilità dall’Europa e si sono tenuti lontani dal pareggio di bilancio; ma stavolta il deficit è sbandierato, perseguito, esaltato, non concordato con Bruxelles, anzi portato sopra l’asticella segnata dai censori europei. Non di tanto – non abbiamo detto che sforeremo il 3% del Pil – ma abbastanza da causare la reazione irata, lo scontro, la procedura di infrazione. Così il dibattito pubblico è stato occupato e galvanizzato dalla contrapposizione tra l’Italia sovrana e gli invadenti europei. E abbiamo accantonato quel verbo, incautamente pronunciato da Di Maio nell’intervista al Financial Times: funziona?

funziona se…
L’uso della politica di bilancio in senso espansivo non è certo un’invenzione dei neonati populisti, che non si rifanno all’esempio storico principale – l’America di Roosevelt dopo la Grande Depressione – ma agli epigoni conservatori, in particolare l’ultimo, che siede attualmente alla Casa Bianca. E contrapporre un pragmatico uso della spesa pubblica e/o della riduzione delle tasse per dare fiato all’economia, contro il paradosso della «austerità espansiva» che è stato il credo dell’Unione Europea negli ultimi anni non è certo sbagliato. Per funzionare, però, deve trattarsi di una manovra effettivamente «espansiva»: cioè che faccia crescere l’economia.
Da quel poco che si sa – ancora non ci sono i dettagli – la manovra per il 2019 sarà concentrata su due pilastri: la maggior parte del nuovo debito va a finanziare la quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Provvedimenti che possono essere più o meno accettati dal punto di vista redistributivo, ma che di per sé non creano occupazione, produzione, investimenti. Fin qui la spesa: quanto alle tasse, per stessa ammissione del governo non si prevede un calo della pressione fiscale complessiva, mentre ci sarà una redistribuzione del carico, e un provvedimento dubbio come il condono che, se porta consenso tra coloro che per necessità o furbizia o dolo non hanno pagato le tasse in passato (impossibile distinguere tra le tre motivazioni, checché ne dicano i Cinque Stelle), non solleva di un grammo il peso su cittadini e imprese che le tasse le pagano dal primo all’ultimo euro.

Istat: per ora crescita zero
A peggiorare la situazione, è arrivata la certificazione dell’Istat – istituto che, sia detto per inciso, è senza testa poiché il governo non provvede ancora alla nomina del nuovo presidente, essendo scaduto quello precedente – sull’andamento del Pil nel terzo trimestre 2018, il primo dell’era «populista». Il risultato è catastrofico: crescita zero, come non succedeva dal 2014. Vuol dire che le imprese sono ferme, anzi vanno all’indietro nell’industria, il cui calo è compensato dai servizi, settore a più bassa produttività. La crescita tendenziale per il 2018, che prima era all’1,2%, è adesso allo 0,8%. È molto difficile, in questo contesto, che il 2019 possa portare quella crescita che il governo ha messo nero su bianco nei suoi documenti, ossia un aumento dell’1,5%. I dati Istat certificano anche un calo della fiducia delle imprese, e l’indice dei responsabili degli acquisti delle imprese stesse è ai livelli più bassi dal 2013.
Su queste tendenze può aver pesato il clima internazionale, gravato dai venti protezionisti provenienti dagli Stati Uniti; ma di certo influisce anche l’incertezza sulle sorti della politica economica italiana. È difficile pianificare qualcosa se non si sa quali provvedimenti saranno scritti in manovra, quale delle due anime del governo – sempre più divise – prevarrà, e se ogni giorno la classe politica dà mostra di improvvisazione e leggerezza. Intanto, vanno all’indietro anche gli indicatori del lavoro, con gli occupati che a settembre sono scesi di 34.000 unità e il tasso di disoccupazione in ripresa, al 10,1%.

non tutti i deficit sono utili
Numeri che rinforzano una previsione fatta da due economisti, Oliver Blanchard e Jeronim Zettelmeyer. Il primo è stato direttore del Fondo monetario internazionale e, soprattutto in anni recenti, non ha lesinato critiche alla miopia di una politica fiscale troppo restrittiva in Europa, affermando che in tempi di crisi bisogna consentire l’uso del bilancio pubblico, anche in deficit. Ma attenzione: quella del governo italiano, hanno scritto i due, è una manovra espansiva che avrà effetti recessivi. Sortirà cioè l’effetto contrario alle intenzioni. E questo perché non tutti i deficit sono utili, dal punto di vista del sostegno alla domanda e alla ripresa; e soprattutto perché l’Italia è un Paese altamente indebitato, dunque se la sua manovra richiede nuovo deficit e se questo va a far aumentare la spesa per interessi e i tassi da pagare sul servizio del debito, questa dinamica si ripercuoterà sul costo a cui le imprese prendono in prestito il denaro. Possiamo anche già trasformare il tempo del verbo, dal futuro al passato prossimo: le banche hanno già stretto il credito, per effetto dello spread, dunque è più difficile per le imprese prendere a prestito, finanziare i loro investimenti. Né soccorrono gli investimenti pubblici, che sono scesi senza interruzioni per anni e anni e che anche con la manovra Lega-Cinque Stelle non riceveranno un impulso degno di nota.

quando l’economia reale presenterà il conto
Per funzionare, una politica di deficit spending – di spesa finanziata con il ricorso al debito – deve avere una serie di caratteristiche. La prima è la credibilità di chi la compie. Seguono le altre, non meno impegnative: spese che vadano a stimolare la domanda nei settori con più forte moltiplicatore, parolina che sta a significare che i soldi non restano fermi ma vanno a spingere produzione e lavoro; investimenti più che trasferimenti a pioggia; e attenzione alla dinamica dello spread, che non solo può far fuggire i capitali e salire il costo del denaro ma può indebolire le banche, il cui portafoglio è pieno di titoli di Stato. Nessuna di queste condizioni, nella «manovra del popolo», si è finora verificata. Il che pone l’Italia, prima ancora che a rischio di procedura di infrazione (che partirà, con i tempi e i modi delle formalità della Commissione europea), a rischio recessione. Resta solo da capire se il conto sarà presentato, dall’economia reale, prima o dopo le elezioni europee. La scommessa dei governanti attuali è di tirare avanti, con il vento in poppa, fino a quella data per fare il pieno dei voti. Ma il rischio è che il loro successo si celebri del vuoto dell’economia e del lavoro. E in quel caso il «modello italiano», celebrato da Di Maio, diventerà un caso di scuola delle politiche da non fare.
Roberta Carlini
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lampadadialadmicromicroNel riquadro un accostamento del dipinto di Cézanne all’articolo di Carlini, responsabile la Direzione di Aladinews

Riflessioni a margine del messaggio della Conferenza Episcopale Sarda.

587861a5-d6c4-41bd-90c8-8e8a3624d706Dai Vescovi sardi un non éxpedit rovesciato”: cattolici impegnatevi in politica!
Riflessioni in margine al messaggio della Conferenza Episcopale Sarda
di Franco Meloni*
«Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione». Questo era in sintesi il pensiero del patriota sardo Giovanni Maria Angioy (nato a Bono nel 1751, morto esule e in miseria a Parigi nel 1808) espresso nel suo memoriale del 1799 nell’inutile tentativo di convincere la Francia ad annettersi la Sardegna, scalzando gli invisi piemontesi. Mi è venuto in mente leggendo il messaggio intitolato “Giovani, lavoro e speranze per il futuro” che la Conferenza Episcopale Sarda ha voluto rivolgere alle chiese e alla società della Sardegna (presentato il 29 ottobre a Sassari a un anno esatto dalla conclusione della 48ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, tenutasi a Cagliari). E spiego il perché. Sicuramente Angioy esagerava nell’enfatizzare le “ricchezze” dell’Isola e sbagliava nel minimizzarne le criticità, ma non aveva torto nel sostenere che le fortune di un popolo (lo sviluppo, la crescita, il benessere), così pure le sue sfortune (sottosviluppo, malessere, povertà), dipendano in larga parte dalla classe dirigente che lo guida, in fin dei conti dalla sua capacità di “buona o cattiva amministrazione”. Sembrerebbero pensarla così anche i Vescovi nel momento in cui non indugiando al pessimismo, come peraltro la realtà descritta giustificherebbe (1) , individuano le premesse di un credibile rimedio alla persistente crisi socio-economica della Sardegna in un rinnovato impegno politico dei cattolici e ovviamente di tutti gli uomini di buona volontà, anche in vista delle prossime elezioni e oltre. Sono espliciti i Vescovi: siano i cattolici “disponibili a candidarsi a far parte della classe dirigente, con sapiente valutazione delle proprie capacità e delle possibilità oggettive di impegno”. Ma, si dirà: sono molti i cattolici già impegnati in politica, in quasi tutti gli schieramenti nella rilevante differenziazione che il venire meno del “collateralismo” ha facilitato. Ciò nonostante sembra proprio che i Vescovi ritengano insufficiente tale impegno, in quantità e qualità, tanto è che sostengono: “la classe politica ha sempre più bisogno, anche al di là delle candidature proposte dai partiti, di persone competenti e preparate, di provata esperienza amministrativa, di moralità indiscussa, di spirito di servizio e di distacco da interessi personali e di casta”. Se tanto affermano è perché probabilmente intendono “stanare” una quantità, allo stato imprecisata, ma sicuramente numerosa di persone con le qualità che hanno ben evidenziato. Detto con una definizione suggestiva ritengono esista in ambito cattolico (e non solo) una sorta di “esercito di riserva della democrazia” da mettere in gioco per il bene della Sardegna. Verosimilmente queste persone – in certa parte conosciute e in altra parte da rintracciare – sono tra coloro che praticano quel “persistente astensionismo” che preoccupa i Vescovi, mentre, al contrario, le stesse avrebbero il “dovere morale di partecipare con responsabilità e piena consapevolezza ai prossimi appuntamenti elettorali” e, in generale, alla vita politica. E non bisogna fermarsi allo stato delle “risorse disponibili”; infatti i presuli intendono impegnarsi maggiormente nella “formazione della coscienza politica del laicato”, lasciando intravedere al riguardo il rilancio di scuole di formazione e di altre pertinenti iniziative culturali aperte e in collegamento con tutte le organizzazioni democratiche. Così descritte le cose, i Vescovi, anche se evitano toni severi, richiamano precisamente i cattolici (e tra essi i più preparati e perciò più “responsabili”) ad evitare peccati di omissione dell’esercizio della carità, “ricordando, con le parole di San Paolo VI [più volte riprese da Papa Francesco e dai suoi predecessori], che proprio il servizio nella polis costituisce la più alta forma di carità”. Se dunque è la “partecipazione” la chiave giusta per ridare speranze di rinascita al popolo sardo, occorrono impegni concreti per favorirla. Lo si faccia avendo come chiaro e virtuoso riferimento l’art. 3 della nostra Costituzione, laddove al comma 2 recita: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Al riguardo si metta mano alle modifiche delle leggi elettorali, a cominciare proprio da quella sarda che è un esempio di ostacolo alla partecipazione politica dei cittadini alla gestione della cosa pubblica.
Per concludere sembra pertinente il richiamo di mons. Filippo Santoro, presidente del Comitato organizzatore della 48ma Settimana Sociale, ai contenuti della “rilevanza pubblica dei cattolici” che deve “svilupparsi sino ad incidere sui problemi vitali delle persone e della società, quali il lavoro, la famiglia, la scuola, la difesa della salute, dell’ambiente e dei migranti… il problema della povertà nelle sue forme differenti che è una ferita alla dignità umana da curare e risanare”. Quanto al metodo da utilizzare, sostiene Santoro che occorre “coinvolgere nell’azione persone di buona volontà anche se provengono da esperienze culturali differenti, come accaduto, con il contributo dei parlamentari cattolici nella stesura della nostra Costituzione repubblicana”. Insomma, c’è da dibattere e lavorare, nella consapevolezza che occorre maggiore dinamismo e disponibilità all’incontro esattamente come auspicato, ovviamente sorretti da spirito evangelico e da correlato ottimismo della volontà!
(1) Dicono i Vescovi: il messaggio “non intende essere un elenco di lamentazioni, quanto piuttosto un invito ad una speranza … con grande fiducia al futuro attraverso gli atteggiamenti che possono generare processi positivi”.
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*L’articolo è apparso, in una versione leggermente sintetizzata, su Nuovo Cammino, periodico della Diocesi di Ales-Terralba di domenica 11 novembre 2018.
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Intervento di Fernando Codonesu

codonesu-5-ott18-murru-aGoverno, Europa, elezioni regionali e comunali
di Fernando Codonesu

Governo e dintorni

Da tempo su questo ed altri blog compaiono interventi interessanti sul che fare nei confronti del governo Salvini-Di Maio, formalmente noto come governo Conte, se sia necessario ricostruire un fronte contro il “fascismo strisciante” o comunque contro quella patente di destra tout court, attribuita con troppa fretta a tutta la breve esperienza di questo governo con tutti gli atti che ne sono seguiti fino a questo momento, ovvero armarci per un’opposizione quale che sia ma senza quartiere, oppure se sia il caso di analizzare i diversi atti compiuti fino a questo momento, distinguerne alcuni in quanto portatori di contenuti, aspirazioni e metodologie di sinistra (per esempio il reddito di cittadinanza, ancorché sarebbe più corretto chiamarlo REI allargato o qualcosa di simile, perché il reddito di cittadinanza ha altri presupposti teorici oltre alla necessità di risorse economiche ben più rilevanti di quelle messe in campo dal governo 5S-Lega e di una cornice geografico-politica almeno a carattere europeo), e combatterne altri, palesemente di destra, come la questione dei migranti e delle migrazioni in genere volutamente ridotta a esclusivo problema di sicurezza da parte di Salvini che, comunque, ha solo amplificato un percorso ben delineato e tracciato dal precedente ministro Minniti del PD.

Nessuna opposizione preconcetta, ma per dirla con Tonino Dessì che sul tema è intervenuto più volte in maniera puntuale, credo che sia opportuno entrare nel merito di ogni provvedimento, senza sconti nei confronti di chicchessia, ma anche senza pregiudizi di alcun tipo.
Così quando si analizza il tema del “reddito di cittadinanza” mi pare opportuno segnalarne l’aspetto di sinistra, il venire incontro al problema della povertà che si è allargato oltre misura nei 10 anni della crisi che, affrontata con un indirizzo esclusivamente dettato dall’austerità di stampo europeo e da politiche economiche liberiste pienamente fatte proprie dai governi precedenti, da Berlusconi, passando per Prodi, per arrivare agli ultimi quattro, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, hanno peggiorato sempre di più la situazione.

Tensioni nel governo

Sono più che evidenti e nascono principalmente dal fatto che i contraenti del contratto hanno ben poche cose in comune. Dal mio punto di vista sono due forze diverse in tutto e rappresentano interessi e blocchi sociali non conciliabili, ma sappiamo come si è arrivati al contratto di governo e ce ne dobbiamo fare una ragione, sapendo che il conflitto oggi controllato e governato è destinato ad esplodere nel breve periodo, se non altro per interesse di stampo elettorale.
Da un lato le popolazioni del Nord e le imprese, prima tra tutte la Confindustria di Boccia per la sua stessa recente dichiarazione, che hanno nella Lega il proprio riferimento politico e nella flat tax la principale richiesta, dall’altro il Sud e le Isole, con la disoccupazione e la povertà dilagante che hanno premiato il M5S alle elezioni e fanno affidamento sul reddito di cittadinanza.
Purtroppo non si tratta di dissapori e fraintendimenti, ma come già detto si tratta di politiche e di blocchi sociali diversi. Per tali motivi il contrasto già molto marcato sulle grandi opere, sulla riforma della prescrizione, sul rallentamento se non il boicottaggio del reddito di cittadinanza sono destinati ad inasprirsi fino a portare all’inevitabile crisi di governo, crisi che avverrà probabilmente in due fasi temporali. La prima nelle settimane immediatamente successive alla tornata delle elezioni regionali quando probabilmente avremo un rafforzamento della Lega e un indebolimento dei 5S. La seconda fase della crisi all’esito delle elezioni europee, quando la Lega forte del suo risultato avrà le carte in mano per staccare la spina al Governo e andare a nuove elezioni con tutto il centrodestra al suo fianco: gli resterà da decidere solo il momento più favorevole.
Per questo, tra i due contendenti Di Maio e Salvini, il più debole, quello che ha solo da perdere è Di Maio se non riesce a portare a casa risultati tangibili già prima delle elezioni regionali.
L’assurdo di questo scenario è che non esiste l’opposizione. Sono le due stesse forze di governo, che a giorni alterni, in funzione dei provvedimenti messi sul tavolo si fanno opposizione vicendevolmete.

Regionali e non solo

Noi abbiamo di fronte le elezioni regionali, ma non solo, ci sono quelle europee che a mio avviso sono più importanti che mai, ma non bisogna dimenticare le recenti elezioni in Trentino Alto Adige, con la schiacciante vittoria del centrodestra unito e l’esploit della Lega, le prossime elezioni nelle altre tre regioni Italiane Piemonte, Basilicata e Abruzzo, e per quanto ci riguarda le probabili elezioni nel comune di Cagliari, a seconda delle scelte del sindaco Zedda, nonché le probabili nuove elezioni a Roma, a seconda dell’esito del processo alla sindaca Virginia Raggi.
Ecco, credo che sia opportuno dire qualcosa anche su questi temi per comprendere pienamente l’importanza delle nostre elezioni regionali.

La lezione del Trentino

La lezione che si trae dal Trentino è fin troppo elementare: dopo venti anni di governo del centrosinistra la destra unita ha vinto senza sforzo. La destra nelle scadenze elettorali è sempre in grado di unirsi. Si dirà che varie componenti della destra sono unite dalla sete di potere da interessi di parte. Ora, anche questo può essere, ma non dimentichiamoci che la parte in commedia di tutti i partiti e movimenti è sempre quella di rappresentare una parte, mai il tutto: non accade così anche quando si parla delle grandi religioni? Anche loro, anche quelle che si rifanno all’unico Dio, rappresentano una parte anche se parlano di universalità e spesso hanno soggiogato altri popoli (e continuano a farlo) nel nome dell’unico Dio rappresentato da una delle parti.
La sinistra no, non sa mai unirsi e continua ad imparare poco o niente non solo dalla storia che è cosa alquanto difficile perché impone di studiare e lo studio costa tempo, molto, troppo per alcuni, ma neanche dalla cronaca recente e questo dovrebbe essere più facile, eppure non si impara mai a sufficienza. La maledizione della sinistra è che si arriva alle scadenze elettorali con partiti, forze e movimenti che sono sempre più caratterizzate da una voglia infinita di divisioni, distinguo spesso incomprensibili anche agli addetti ai lavori, per cui si perde e mi pare che stando così le cose sia giusto così: peccato che ci rimettano sempre i soliti noti, i lavoratori, i pensionati, le donne e gli strati sociali più deboli. Se non si riesce ad essere credibili unendo le forze su alcuni punti programmatici chiari, che possono essere condivisi da larghi strati della popolazione e dell’elettorato, è chiaro che si è condannati alla mera testimonianza, ma è la sinistra che si autocondanna all’estinzione, non si tratta di meriti della destra. Questa è a mio avviso la lezione che ci viene dal Trentino Alto Adige.
Al riguardo, ricordo che manca ancora il Piemonte, credo che verrà conquistato con la prossima consultazione elettorale, e la destra governerà in tutto il Nord Italia, cioè nella zona del paese che sta meglio di tutta l’Europa, Germania compresa. Europa a due velocità?
Certo che c’è un’Europa a due velocità, così come c’è un’Italia a due velocità e la Sardegna, ahinoi, è nella seconda.

Europa, euro, Draghi, Merkel e possibili scenari

Nel 2019 Draghi lascerà la BCE e nel 2021 Angela Merkel uscirà dallo scenario politico europeo.
Si tratta di due brutte notizie perché queste figure, con ruoli e responsabilità diverse, hanno lavorato per l’Europa, specialmente Draghi, giacché la Merkel pur guardando il giardino europeo si è preoccupata soprattutto di curare il suo orto tedesco, a seguito del processo di unificazione delle due Germanie realizzata con i denari di tutta l’Europa e di rilancio dell’economia tedesca nel mondo intero, ma principalmente grazie al mercato regionale europeo come luogo privilegiato della sua esportazione.

Parafrasando qualcuno del tempo che fu si potrebbe dire che oggi “uno spettro” si aggira in Europa, ma altro che spettro, bisogna prendere atto che davanti ai nostri occhi c’è una destra reale, per molti versi di carattere eversivo, che avanza nelle urne, e quindi pienamente legittimata dal sistema democratico, ma prima ancora, è ciò è per me ancora più preoccupante, si tratta dell’affermazione e del consolidamento di comportamenti di destra diffusi nelle opinioni pubbliche di diversi paesi europei e non solo, del comportamento quotidiano di milioni e milioni di persone in diversi paesi del mondo, le cui conseguenze si riverberano nei cambiamenti politici nefasti a cui assistiamo quasi con rassegnazione. Uno dei catalizzatori principali di tali comportamenti di destra, xenofobi, razzisti e generalmente discriminatori è costituito dai migranti. Basti pensare agli USA di Trump, alla Turchia di Erdogan, al fronte di Visegrad che è cresciuto grazie ai soldi dell’Europa e senza che vi sia mai stata palesata una reale politica di contrasto da parte dell’Europa, questa sì ridotta a semplice fantasma coreografico, senza parlare delle diverse dittature tutt’ora presenti in Africa, così come in altre parti del mondo o della Cina del partito unico e del rinascente “culto della personalità” nei confronti dell’attuale capo del partito.
Migranti e migrazioni che, lo si voglia o no, proprio a causa della assoluta mancanza di politiche mirate e governate di accoglienza e integrazione diventeranno ingovernabili perché i numeri in gioco sono troppo grandi per essere fermate da muri, filo spinato e pallottole. I 250 milioni di migranti previsti entro il 2050 sono destinati a causa di guerre, carestie, fame e soprattutto a causa del cambiamento climatico a raggiungere il miliardo di persone entro la fine del secolo. Si crede davvero che basteranno muri e reticolati per fermare i prossimi esodi di tale portata?
Dall’altro lato vi è assuefazione e rassegnata impotenza nei confronti delle multinazionali che oggi culminano nell’economia e nella finanza governate dalle piattaforme tecnologiche informatiche. Di fronte a tutto questo la sinistra non solo italiana, che si è dissolta da troppo tempo in una nube senza contorni identificabili, ma anche quella europea, almeno se la si considera come un unico sistema, è assente e totalmente afona: non sembra esserci visione, né alcun progetto di opposizione. Eppure qualcosa di diverso si muove anche in quei paesi che hanno maggiormente incarnato il liberismo, USA e GB, grazie a personaggi come Bernie Sanders con la sua proposta contro le multinazionali e tutte le aziende con almeno 500 dipendenti per la reintegrazione sotto forma di una tassazione per tutti i sussidi dei dipendenti che, privi di un salario dignitoso, sono costretti a ricorrere alle politiche dei singoli Stati americani per avere le integrazioni per arrivare al minimo (da qui Jeff Bezos, patron di Amazon, ha aumentato fino a 15 dollari la paga oraria ai dipendenti degli USA), e Jeremy Corbyn che ha dato nuova linfa e prospettive politiche al Partito Laburista dopo il decennio nefasto di Tony Blair come primo ministro, imitato malamente in Italia da Renzi, ancorché con 10 anni di ritardo!

Torniamo all’Europa

Nel 2011 Bruno Amoroso, a lungo stretto collaboratore di Federico Caffè, uno dei più grandi economisti del ‘900, ha pubblicato un libro dedicato all’Europa dal titolo emblematico “Euro in bilico”. A differenza di numerosi altri libri dedicati a questo specifico argomento, Amoroso argomentava le aspettative risposte nella moneta unica alla sua nascita, aspettative non realizzate a 10 anni di distanza nel 2011, anno di pubblicazione del libro, perché i paesi che avevano adottato l’euro mostravano un ritardo nella crescita economica maggiore rispetto a quelli che avevano mantenuto la loro sovranità monetaria. Individuava, quindi, i responsabili della crisi che iniziata negli USA era stata scaricata sul resto del mondo, ancorché non avesse ancora mostrato tutta la sua capacità distruttiva di intere economie nazionali. Una crisi, peraltro, vista come l’ultima di una serie iniziata a metà degli anni ’80, con la deregulation cominciata da Reagan e proseguita da Clinton, Bush e arrivata fino a Obama. Una deregolamentazione ripresa subito dalla Thatcher in Gran Bretagna, fatta propria da diversi stati nazionali con l’avvio dei grandi processi di privatizzazione delle aziende e risorse pubbliche, al riguardo prima o poi si dovrà anche analizzare compiutamente il processo di privatizzazione italiano avviato in quegli anni, e culminato della politica europea dell’austerity per combattere la crisi che ha di fatto “suicidato” il popolo greco e spinto i paesi latini, ancorché tra i fondatori del processo di costruzione europea, a costituire di fatto la seconda Europa.
Il testo di Amoroso, a differenza di altri, non cavalcava comunque l’ondata di euroscetticismo che non era ancora arrivato alla virulenza attuale, ma metteva in guardia dagli inganni della finanza globale e tracciava soluzioni percorribili sotto il profilo economico e politico da parte dei Governi nel contesto europeo.
Per quanto riguarda l’Italia, per esempio, con il debito pubblico che abbiamo e con l’impossibilità di pagarne gli interessi al punto che di fatto noi siamo già falliti da tempo, è chiaro che la nostra salvezza è solo in Europa e dobbiamo essere grati soprattutto a Draghi che, nell’ambito del mandato della BCE, ha fatto il massimo possibile non solo per la stabilità della moneta unica, ma per la stabilità delle economie di tanti paesi europei, Italia in primis.
Le mancate riforme sulla condivisione europea dei debiti sovrani, l’eurobond e l’unione bancaria hanno creato nei fatti un’Europa a due velocità. Durante l’introduzione dell’euro in Italia non vi è stato nessun controllo e, indipendentemente dal cambio formale stabilito a 1936,27 lire per un euro, di fatto abbiamo avuto l’equivalenza di mille lire con un euro, dimezzando in un solo giorno il potere di acquisto di tutti gli italiani che non potevano scaricare su altri tale costo, lavoratori dipendenti e pensionati in genere. E’ stato facile a partire da quel momento dare la colpa all’euro, ma la verità è che c’è stata tanta speculazione italiana nei confronti di altri italiani per mancati controlli e connivenza da parte delle istituzioni, a partire dal governo per finire con le varie autorità pseudo indipendenti e controllori regionali e locali. La più grande razzia del risparmio italiano non è colpa dell’euro, ma è avvenuta per colpa delle autorità italiane, non di quelle europee o dei soliti grandi speculatori internazionali!
Ora, nonostante il fatto che l’Italia abbia versato circa 50 miliardi di euro per banche e Stati stranieri e varato manovre nel corso del tempo per almeno 200 miliardi, nel nostro paese in dieci anni i poveri sono raddoppiati, il debito pubblico dal 2008 è aumentato del 30% (al governo nei 10 anni trascorsi erano tutti esperti, non i dilettanti di ora!) e il PIL è ancora circa il 7% indietro rispetto al 2007.
Se si considera che i paesi dell’ex cortina di ferro oggi quanto a crescita stanno meglio di noi, è facile alimentare il sospetto che abbia fatto meglio chi è rimasto fuori dalla moneta unica o chi, come la Germania e la Francia, abbiano avuto poco rispetto per le regole europee ancorché concordate.
Insomma, Fiscal compact (per noi inserito addirittura in Costituzione) e altre norme contabili, ma nessuna condivisione del debito pubblico degli Stati, hanno contribuito a far crescere i paesi europei in modo disomogeneo ed oggi fanno presa i vari populismi, con i discorsi di principio sull’identità, il sovranismo, la difesa dei confini, la cittadinanza garantita dai singoli Stati e la volontà espressa di dissolvere l’Unione europea.
C’è da augurarsi che le elezioni europee permettano ancora di invertire questa tendenza dissolutrice perché un paese come il nostro, senza il paracadute europeo è destinato ad andare alla deriva. Ma per evitarne la dissoluzione, considerato che a suo tempo il progetto della Costituzione europea è stato boicottato direttamente dagli Stati nazionali, nell’attuale contesto politico bisogna almeno completare le riforme relativamente alla condivisione dei debiti sovrani e al ruolo della BCE, che deve sempre più essere equiparata alla FED, con analoghe competenze dirette sul fronte dell’obiettivo della piena occupazione e quale prestatore di denaro di ultima istanza.

Gli europarlamentari sardi

Ci siamo sempre lamentati che la circoscrizione elettorale europea che vede unite le due isole maggiori, Sicilia e Sardegna, ha sempre penalizzato la nostra regione per l’impossibilità, dato l’impari rapporto demografico, di eleggere direttamente nostri rappresentanti. Per tale motivo, specialmente all’interno dei vari movimenti indipendentisti, si è fatto il confronto con Malta che in qualità di Stato indipendente pur con appena 460 mila abitanti poteva eleggere ben sei rappresentanti nell’Unione.
Ora, dopo 25 anni, nel 2014 abbiamo eletto direttamente tre europarlamentari sardi, uno espresso dal PD, Renato Soru, uno da FI, Salvatore Cicu, e una del M5S, Giulia Moi, eppure, forse per un destino cinico e baro, si fa fatica a capire cosa sono andati a fare a Bruxelles. In questi cinque anni, pur con cotanti europarlamentari, due navigati politici e una new entry, nulla è noto sulle grandi proposte portate avanti dai nostri rappresentanti, interventi di merito, alleanze politiche sul fronte economico e sociale nel contesto europeo, salvo piccole incursioni nei partiti di riferimento locali e qualche incauta sortita contro qualche azienda sarda.
Insomma, per la Sardegna avere tre europarlamentari o nessuno pare proprio che non faccia alcuna differenza.
Che fosse meglio prima, almeno per poter continuare a lamentarsi della prevalenza degli europarlamentari siciliani?

Che fare per le elezioni regionali sarde

L’intervista a Roberto Mirasola e il commento di Franco Meloni, che riprende alcuni degli interventi già fatti da Andrea Pubusa su questo Blog, mi permettono di aggiungere la mia opinione al riguardo. Ora, è noto a tutti che ci muoviamo sul terreno ultrascivoloso di una legge elettorale pessima di cui abbiamo in più occasioni chiesto una revisione sostanziale che non è mai arrivata. Il problema è noto: essendo nata fondamentalmente per escludere il M5S, il meccanismo di esclusione delle minoranza, talvolta anche corpose come ci ricordano i risultati del 2014 di Michela Murgia e di Mauro Pili, per citare i casi più eclatanti, con le soglie di sbarramento previste, è tale che questa legge costituisce un vulnus democratico. Una scelta questa, giova ricordarlo, voluta dal PD e i suoi alleati e da Forza Italia.
Ora le forze in campo sembrano essere un rinnovato, si fa per dire, centrosinistra guidato dal sindaco di Cagliari Zedda, sempre che sciolga la riserva. Tale raggruppamento con un classico camuffamento camaleontico e contando sulla presunta memoria corta dell’elettorato vorrebbe presentarsi come una o più liste civiche, sostenute da alcuni sindaci, convinti che il “civismo” possa ridare linfa ad un centrosinistra regionale totalmente screditato sulla scia delle scelte a suo tempo condivise con il PD renziano di governo. Scelte, ancora una volta le ricordiamo, che consistono in una cancellazione di quelli che erano i temi inderogabili della sinistra: rispetto della costituzione, lavoro, giustizia, ambiente, scuola, ecc. Si capisce che vogliano presentarsi senza simboli di partito, ma sono convinto che l’elettorato non si farà imbrogliare come già dimostrato nelle recenti elezioni politiche e nel precedente referendum sulla riforma costituzionale.
E’ mio parere che il tentativo di questo centrosinistra guidato da Zedda verrà smascherato e finirà semplicemente con l’elezione di qualche consigliere regionale e, forse, del candidato presidente.
Vi è poi un secondo fronte rappresentato dal PDS di Sedda e Maninchedda che, con la proposta delle primarie con la discriminante del riconoscimento della “nazione” sarda, aspirano a poter ereditare la gran parte di quegli 80.000 voti che nel 2014 andarono a Michela Murgia.
Sullo stesso versante agisce, poi, Autodeterminatzione, rappresentata da Andrea Murgia che personalmente ritengo sia un buon candidato. Qui interviene il ragionamento di Roberto Mirasola che, letto tra le righe, fa pensare ad un appoggio convinto a questo raggruppamento da parte di quella componente di sinistra che non può andare con Zedda.
Auspico che su questa possibile scelta vi sia anche la convergenza di altre forze e raggruppamenti politici che presentandosi da soli rischiano solo di fare opera di “testimonianza” e contemporaneamente, purtroppo, di sprecare i voti degli elettori.
Il ragionamento da fare riguarda sempre la soglia minima, del 10% in caso di coalizione e del 5% in caso di singola lista. Il PDS e Autodeterminazione sono sicuri di raggiungere e superare la soglia minima o vale la pena cercare di andare nella stessa direzione, magari con una coalizione capace di superare il 10% che avrebbe una forte rappresentanza in Consiglio, nonché una capacità di attrazione di elettori e strati sociali in tutta la Sardegna per intraprendere con maggiori possibilità un percorso di autodeterminazione?
E se teniamo conto che sia il PDS che Autodeterminatzione agiscono su temi comuni e sembrano avere lo stesso orizzonte politico, personalmente suggerirei di presentarsi congiuntamente anche alle Primarias, proprio perché entrambi riconoscono ai sardi il carattere di nazione, indipendentemente dai pareri di ex senatori per caso, che, forti sulla richiesta di occupare poltrone, sul tema specifico sembrano alquanto confusi al punto da voler fare un’ammucchiata anche con Forza Italia pur di evitare che quei “barbari” del M5S conquistino la Regione.
A questo punto, in sintonia con quanto già affermato da Franco Meloni, vedo con molto favore un contratto preliminare di governo con il M5S. Anche qui, mi pare che le considerazioni siano alquanto semplici: il centrodestra a trazione leghista ha forti possibilità di vittoria anche in Sardegna e il M5S deve scordarsi del risultato del 4 marzo. Un contratto, peraltro, che vedrebbe da un lato il M5S e dall’altro PDS, Autodeterminatzione e il resto dei raggruppamenti di sinistra uniti. Per uno scenario di questo tipo occorre che il secondo contraente, il M5S, la smetta di vedersi quale unico soggetto giusto, corretto e puro nella scena politica che non fa accordi con nessuno. La politica, a tutti i livelli, richiede di confrontarsi anche tra forze diverse e questa lezione viene direttamente dall’accordo di governo Lega-5S. Allora basta menarla con la “purezza”: se un accordo si fa sul piano nazionale perché non parlarne, o comunque, incominciare a lavorarci sul piano regionale?
Peraltro, suggerisco un sano realismo al M5S che non deve credere di replicare il risultato delle elezioni politiche. Il 42% delle politiche proiettato su scala regionale può equivalere al 20-25% delle solo grazie all’effetto traino del governo, purché in questi mesi ci siano risultati evidenti rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale: ogni punto in più è, come suol dirsi, grasso che cola, ma guai a pensare alla replica del 4 marzo. Il tutto, sempre, che i risparmi degli italiano non continuino a calare come è accaduto dal 4 marzo ad oggi. Quando si viene toccati nel portafoglio l’elettorato diventa molto volubile!
Oltre tutto, tornando all’ipotesi di un contratto preliminare di governo, al di là dell’auspicabile vittoria nella prossima competizione elettorale, permetterebbe di gettare le basi anche per una prospettiva di efficace opposizione e questo sarebbe già un buon viatico per l’allargamento della rappresentanza democratica in Consiglio e le prospettive di sviluppo della nostra regione.

Intervista. Intellettuali fuori dal coro

Elezioni regionali: il M5S per vincere deve aprirsi. Governo, Europa ed altro. Intervista a Fernando Codonesu
6 Novembre 2018
codonesu-5-ott18-murru-a
fernando-codonesu-con-5-ott17Fernando Codonesu a domanda di Andrea Pubusa risponde, su Democraziaoggi.

Da tempo su questo blog [Democraziaoggi] e su altri [Aladinews] abbiamo aperto una riflessione sul che fare nei confronti del governo Salvini-Di Maio, formalmente noto come governo Conte. E’ necessario costruire un fronte contro il “fascismo strisciante” o comunque contro quella patente di destra tout court attribuita al governo gialloverde? Oppure questa qualificazione è stata assegnata con troppa fretta e senza distinguo? E’ di destra tutta la breve esperienza di questo governo e lo sono tutti gli atti che ne sono seguiti fino a questo momento? Oppure è il caso di analizzare i diversi atti e distinguerne e difenderne alcuni in quanto portatori di contenuti, aspirazioni e metodologie di sinistra? Per esempio il reddito di cittadinanza? E’ più corretto chiamarlo REI allargato o qualcosa di simile? E’ un provvedimento da difendere? E’ il caso di sostenerne l’introduzione semmai seguendo in modo propositivo le modalità di attuazione? Quali sono gli atti da avversare? Quelli, palesemente di destra, come ad esempio gli atti sulla questione dei migranti e delle migrazioni in genere? Come si fa a contrastare l’impostazione di Salvini volutamente ridotta, sulla scia di Minniti, a esclusivo problema di sicurezza? E le elezioni regionali? Che fare in vista della scadenza del febbraio 2019? Come contrastare il centrodestra? Cosa fare per creare uno schieramento progressista vincente?

Quanti interrogativi? Quanti problemi sul tappeto! Ne parliamo con Fernando Codonesu, esponente del CoStat – Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria, intellettuale impegnato nel dibattito pubblico sardo con posizioni originali, frutto della sua cultura e della sua libertà di giudizio.

- Da parte del centrosinistra si lancia al governo un’accusa senza ritorno: un esecutivo legofascista o simli. Tu come ti collochi?
-Nessuna opposizione preconcetta, ma per dirla con Tonino Dessì che sul tema è intervenuto più volte in maniera puntuale, credo che sia opportuno entrare nel merito di ogni provvedimento, senza sconti nei confronti di chicchessia, ma anche senza pregiudizi di alcun tipo.

- Per esempio, cosa pensi della proposta del reddito di cittadinanza, tema che tu hai il merito di aver ben introdotto nel dibattito pubblico a Cagliari, invitando per ben due volte a parlarne il sociologo Domenico De Masi?
- Quando si analizza il tema del “reddito di cittadinanza” (come abbiamo fatto nel volume da me curato “Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti“, Aracne, da poco in libreria) mi pare opportuno segnalarne l’aspetto di sinistra, il venire incontro al problema della povertà che si è allargato oltre misura negli ultimi 10 anni. E’ innegabile che la crisi sia stata affrontata con un indirizzo esclusivamente dettato dall’austerità di stampo europeo e da politiche economiche liberiste…

- Austerità e liberismo bipartisan…
- Ahinoi, sì! Queste politiche, classicamente di destra, sono state fatte proprie pienamente dai governi precedenti, da Berlusconi, passando per Prodi, per arrivare agli ultimi quattro, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, ed hanno peggiorato sempre di più la situazione.

- Ma, secondo te, reggerà questa strana alleanza di governo gialloverde?
- Le tensioni nel governo sono più che evidenti e nascono principalmente dal fatto che i contraenti del contratto hanno ben poche cose in comune. Dal mio punto di vista sono due forze diverse in tutto e rappresentano interessi e blocchi sociali non conciliabili…

- Sappiamo come si è arrivati al contratto di governo…
- e ce ne dobbiamo fare una ragione, sapendo che il conflitto oggi controllato e governato è destinato ad esplodere nel breve periodo, se non altro per interessi di stampo elettorale.

- Fra le due forze ci sono anche referenti territoriali diversi…
- Certamente, da un lato le popolazioni del Nord e le imprese, prima tra tutte la Confindustria di Broccia per la sua stessa recente dichiarazione, che hanno nella Lega il proprio riferimento politico e nella flat tax la principale richiesta, dall’altro il Sud e le Isole, con la disoccupazione e la povertà dilaganti che hanno premiato il M5S alle elezioni e fanno affidamento sul reddito di cittadinanza.

- Ma il contratto di governo sembra lo strumento magico che fa da collante della maggioranza….
- …sarebbe così se si trattase solo di dissapori e fraintendimenti, ma come già detto si tratta di politiche e di blocchi sociali diversi. Per tali motivi il contrasto già molto marcato sulle grandi opere, sulla riforma della prescrizione, sul rallentamento se non il boicottaggio del reddito di cittadinanza sono destinati ad inasprirsi fino a portare all’inevitabile crisi di governo…

- Inevitabile?
- Direi di sì. La rottura avverrà probabilmente in due fasi temporali…

- Cioè?
- La prima fase si realizzerà nelle settimane immediatamente successive alla tornata delle elezioni regionali quando probabilmente avremo un rafforzamento della Lega e un indebolimento dei 5S…

- E la seconda fase della crisi?
- All’esito delle elezioni europee, quando la Lega forte del suo risultato avrà le carte in mano per staccare la spina al Governo e andare a nuove elezioni con tutto il centrodestra al suo fianco: gli resterà da decidere solo il momento più favorevole.

- Ma questo incide sui comportamenti dei due principali protagonisti?
- Certamente! Tra i due contendenti Di Maio e Salvini, il più debole, quello che ha solo da perdere è Di Maio se non riesce a portare a casa risultati tangibili già prima delle elezioni regionali.

- E l’opposizione? Vedo che non ne parli…
- L’assurdo di questo scenario è che non esiste l’opposizione. Sono le due stesse forze di governo, che a giorni alterni, in funzione dei provvedimenti messi sul tavolo si fanno opposizione vicendevolmente. Gli altri lanciano solo solgans scontati e di scarso o nessun effetto. Non è un caso che il governo nel suo complesso regga e accresca i suoi consensi.

- Da quanto dici, mi pare che per te sia decisivo il banco di prova elettorale. Pensi anche alle nostre regionali?
- Abbiamo di fronte le elezioni regionali, ma non solo, ci sono quelle europee che, a mio avviso, sono più importanti che mai…

- Non bisogna dimenticare le recenti elezioni in Trentino Alto Adige, con la schiacciante vittoria del centrodestra unito…
- e l’esploit della Lega. ecco perché saranno determinanti per l’evoluzione della politica nazionale le prossime elezioni nelle altre tre regioni Italiane Piemonte, Basilicata e Abruzzo, e per quanto ci riguarda le probabili elezioni nel comune di Cagliari, a seconda delle scelte del sindaco Zedda, nonché le probabili nuove elezioni a Roma, a seconda dell’esito del processo alla sindaca Virginia Raggi.

- Mi pare che tu annetta una rilevanza addirittura nazionale alle nostre prossime elezioni regionali. Non è eccessivo?
- Non direi. La lezione che si trae dal Trentino è fin troppo elementare: dopo venti anni di governo del centrosinistra la destra unita ha vinto senza sforzo. La destra nelle scadenze elettorali è sempre in grado di unirsi.

- Li c’è un collante speciale: le varie componenti della destra sono unite dalla sete di potere, da interessi di parte…
- Sì, questo può essere, ma non dimentichiamoci che la parte in commedia di tutti i partiti e movimenti è sempre quella di rappresentare una parte, mai il tutto: non accade così anche quando si parla delle grandi religioni? Anche loro, anche quelle che si rifanno all’unico Dio, rappresentano una parte anche se parlano di universalità e spesso hanno soggiogato altri popoli (e continuano a farlo) nel nome dell’unico Dio rappresentato da una delle parti.

- Cosa vuoi dire, che ci vorrebbe un intervento divino per unire la sinistra?
- Magari! La sinistra no, non sa mai unirsi e continua ad imparare poco o niente non solo dalla storia che è cosa alquanto difficile…

- Imparare dalla storia implica conoscerla e questo impone di studiare e lo studio costa tempo, molto, troppo per alcuni…
- Giusto! E costa anche fatica. Ma i dirigenti della sinistra non imparano neanche dalla cronaca recente e questo dovrebbe essere più facile…

- Eppure non si impara neanche dai fatti recenti, sembra esserci una maledizione della sinistra…
- Sì, nella sinistra si arriva alle scadenze elettorali con partiti, forze e movimenti che sono sempre più caratterizzati da una voglia infinita di divisioni, distinguo spesso incomprensibili anche agli addetti ai lavori, per cui si perde…

- Paradossalmente sembra una punizione…

… e mi pare che, stando così le cose, sia una punizione giusta: peccato che ci rimettano sempre i soliti noti, i lavoratori, i pensionati, le donne e gli strati sociali più deboli…

- Se non si riesce ad essere credibili unendo le forze su alcuni punti programmatici chiari, che possono essere condivisi da larghi strati della popolazione e dell’elettorato, è chiaro che si è condannati alla mera testimonianza…
- E’ triste ammetterlo, ma è così, è la sinistra che si autocondanna all’estinzione, non si tratta di meriti della destra. Questa è a mio avviso la lezione che ci viene dal Trentino Alto Adige.

- Al Nord è un disastro e manca all’appello il Piemonte…
- Credo che anch’esso verrà conquistato con la prossima consultazione elettorale, e la destra governerà in tutto il Nord Italia, cioè nella zona del paese che sta meglio di tutta l’Europa, Germania compresa.

- Europa a due velocità?
Certo che c’è un’Europa a due velocità, così come c’è un’Italia a due velocità e la Sardegna, ahinoi, è nella seconda.

- Europa, euro, Draghi, Merkel, cambieranno gli scenari. Nel 2019 Draghi lascerà la BCE e nel 2021 Angela Merkel tornerà dietro le quinte, muta il quadro politico europeo. Cosa succederà?
- Si tratta di due brutte notizie …

- Brutte?
… E sì, perché queste figure, con ruoli e responsabilità diverse, hanno lavorato per l’Europa, specialmente Draghi…

- … la Merkel ha guardato il giardino europeo ma si è preoccupata soprattutto di curare il suo orto tedesco…
… ha realizzato il processo di unificazione delle due Germanie, realizzata con i denari di tutta l’Europa e ha stimolato il rilancio dell’economia tedesca nel mondo intero, ma principalmente grazie al mercato regionale europeo come luogo privilegiato della sua esportazione.

- Oggi però nel vecchio Continente spira di nuovo un vento di destra. Parafrasando qualcuno del tempo che fu si potrebbe dire che oggi “uno spettro” si aggira in Europa…
- … altro che spettro, bisogna prendere atto che davanti ai nostri occhi c’è una destra reale, per molti versi di carattere eversivo, che avanza nelle urne, e quindi pienamente legittimata dal sistema democratico…

- Non è solo un fenomento elettorale…
- No, no, prima ancora, è ciò è per me ancora più preoccupante, si tratta dell’affermazione e del consolidamento di comportamenti di destra diffusi nelle opinioni pubbliche di diversi paesi europei e non solo, del comportamento quotidiano di milioni e milioni di persone in diversi paesi del mondo, le cui conseguenze si riverberano nei cambiamenti politici nefasti a cui assistiamo…

… Sembra quasi con rassegnazione. Uno dei catalizzatori principali di tali comportamenti di destra, xenofobi, razzisti e generalmente discriminatori è costituito dai migranti.
- Proprio così. Basti pensare agli USA di Trump, alla Turchia di Erdogan, al fronte di Visegrad che è cresciuto grazie ai soldi dell’Europa …

- …e senza che sia mai stata palesata una reale politica di contrasto da parte dell’Europa…
- il vecchio Continente sì è ridotto a semplice fantasma coreografico, senza parlare delle diverse dittature tutt’ora presenti in Africa, così come in altre parti del mondo o della Cina del partito unico e del rinascente “culto della personalità” nei confronti dell’attuale capo del partito.

- Migranti e migrazioni, lo si voglia o no, sono la causa di questo sconquasso…
- … proprio così, a causa della assoluta mancanza di politiche mirate e governate di accoglienza e integrazione, questi fenomeni diventeranno ingovernabili perché i numeri di chi si sposta sono troppo grandi per essere fermati da muri, filo spinato e pallottole.

- Sono 250 milioni i migranti previsti entro il 2050…
- Sì, ma, a causa di guerre, carestie, fame e soprattutto a causa del cambiamento climatico, sono destinati a raggiungere il miliardo di persone entro la fine del secolo. Si crede davvero che basteranno muri e reticolati per fermare i prossimi esodi di tale portata?

- Dall’altro lato vi è assuefazione e rassegnata impotenza nei confronti delle multinazionali….
- … che oggi dominano nell’economia e nella finanza, governate dalle piattaforme tecnologiche informatiche.

- Temi tipici per una battaglia della sinistra…
- … Sì, ma di fronte a tutto questo la sinistra non solo italiana, che si è dissolta da troppo tempo in una nube senza contorni identificabili, ma anche quella europea, almeno se la si considera come un unico sistema, è assente e totalmente afona: non sembra esserci visione, né alcun progetto di opposizione.

- Non si muove nulla?
- Eppur si muove! Qualcosa di diverso si muove paradossalmente in quei paesi che hanno maggiormente incarnato il liberismo, USA e GB, grazie a personaggi come Bernie Sanders…

- Sei di rientro da un viaggio negli States, che dice questo grande vecchio?
- Dice cose di sinistra. Ad esempio, avanza una proposta contro le multinazionali e tutte le aziende con almeno 500 dipendenti per la reintegrazione, sotto forma di una tassazione, di tutti i sussidi dei dipendenti privi di un salario dignitoso; questi lavoratori oggi sono costretti a ricorrere alle politiche dei singoli Stati americani per avere le integrazioni per arrivare al minimo (da qui Jeff Bezos, patron di Amazon, ha aumentato fino a 15 dollari la paga oraria ai dipendenti degli USA)…

- qualche segnale viene anche dall’Inghilterra, storicamente primo paese industriale e di organizzazione operaia …
- Sì proprio così, Jeremy Corbyn sta dando nuova linfa e prospettive politiche al Partito Laburista dopo il decennio nefasto di Tony Blair come primo ministro, imitato malamente in Italia da Renzi, ancorché con 10 anni di ritardo!

- All’Europa vorrei dedicare una riflessione specifica nei prossimi giorni, ora torniamo alla Sardegna. Che fare per le elezioni regionali sarde?
- L’intervista a Roberto Mirasola e il commento di Franco Meloni, che riprende alcuni degli interventi già fatti dal direttore di questo Blog [Democraziaoggi], mi permettono di esprimere la mia opinione in poche parole.

- Prego…
- E’ noto a tutti che ci muoviamo sul terreno ultrascivoloso di una legge elettorale pessima di cui abbiamo in più occasioni chiesto una revisione sostanziale….

- Ma la riforma elettorale non è mai arrivata…
- Il problema è noto: la legge vigente è nata fondamentalmente per escludere il M5S, e proprio per questo contiene un meccanismo di esclusione delle minoranza eccessivo…

- Colpisce minoranze anche corpose…
- esattamente, come ci ricordano i risultati del 2014 di Michela Murgia e di Mauro Pili, per citare i casi più eclatanti. Per farla breve, con le soglie di sbarramento previste (5% alle singole liste, 10% alle coalizioni), questa legge costituisce un vero e proprio vulnus democratico. Una scelta questa, giova ricordarlo, voluta dal PD e i suoi alleati e da Forza Italia.

- Cosa prevedi per la scadenza del febbraio prossimo?
- Ora le forze in campo sembrano essere un rinnovato, si fa per dire, centrosinistra guidato dal sindaco di Cagliari Zedda, sempre che sciolga la riserva.

- Corre voce che il centrosinistra non si presenti come tale…
- Questo raggruppamento con un classico camuffamento camaleontico e contando sulla presunta memoria corta dell’elettorato vorrebbe presentarsi come una o più liste civiche, sostenute da alcuni sindaci, convinti che il “civismo” possa ridare linfa ad un centrosinistra regionale totalmente screditato sulla scia delle scelte a suo tempo condivise con il PD renziano di governo.

- Scelte scellerate…
- Assurde perché cancellano i temi inderogabili della sinistra: rispetto della costituzione, lavoro, giustizia, ambiente, scuola, ecc..

… Si capisce che vogliano presentarsi senza simboli di partito, per la vergogna…
- ma sono convinto che l’elettorato non si farà imbrogliare, come già dimostrato nelle recenti elezioni politiche e nel precedente referendum sulla riforma costituzionale.

- Ma giocano la carta Zedda, incantatore di elettori!
- A mio parere il tentativo di questo centrosinistra, anche se a guida Zedda, verrà smascherato e finirà semplicemente con l’elezione di qualche consigliere regionale e, forse, del candidato presidente.

- Tanto più che incombe Maninchedda, che pare voglia mettersi in proprio.
- Esattamente c’è un secondo fronte rappresentato dal PDS di Sedda e Maninchedda che, con la proposta delle primarie con la discriminante del riconoscimento della “nazione” sarda, aspirano a poter ereditare la gran parte di quegli 80.000 voti che nel 2014 andarono a Michela Murgia.

- Non c’è due senza tre…
- Sì, sullo stesso versante agisce, poi, Autodeterminatzione, rappresentata da Andrea Murgia che personalmente ritengo sia un buon candidato. Qui interviene il ragionamento di Roberto Mirasola che, letto tra le righe, fa pensare ad un appoggio convinto a questo raggruppamento da parte di quella componente di sinistra che non può andare con Zedda.

- E tu come la pensi?
- Auspico che su questa possibile scelta vi sia anche la convergenza di altre forze e raggruppamenti politici che presentandosi da soli rischiano solo di fare opera di “testimonianza” e contemporaneamente, purtroppo, di sprecare i voti degli elettori.

– C’è la tagliola degli sbarramenti…
- Il ragionamento da fare riguarda sempre la soglia minima, del 10% in caso di coalizione e del 5% in caso di singola lista. Il PDS e Autodeterminazione sono sicuri di raggiungere e superare la soglia minima del 5%.

- Mi paiono troppo ottimisti…
- Partendo dalla loro convinzione vien da chiedersi se non valga la pena cercare di andare nella stessa direzione, magari con una coalizione capace di superare il 10%; un raggruppamento di questa dimensione avrebbe una forte rappresentanza in Consiglio, nonché una capacità di attrazione di elettori e strati sociali in tutta la Sardegna per intraprendere con maggiori possibilità un percorso di autodeterminazione.

- Mi pare che tu veda bene questa convergenza PDS-Autodeterminatzione…
- Se teniamo conto che sia il PDS che Autodeterminatzione agiscono su temi comuni e sembrano avere lo stesso orizzonte politico, personalmente suggerirei di presentarsi congiuntamente anche alle Primarias, proprio perché entrambi riconoscono ai sardi il carattere di nazione, indipendentemente dai pareri di ex senatori per caso, che, forti sulla richiesta di occupare poltrone, sul tema specifico sembrano alquanto confusi al punto da voler fare un’ammucchiata anche con Forza Italia pur di evitare che quei “barbari” del M5S conquistino la Regione.

- Non ci hai parlato del M5S sardo.
- Su questo punto concordo con quanto già affermato da Franco Meloni, vedo con molto favore un contratto preliminare di governo con il M5S. Anche qui, mi pare che le considerazioni siano alquanto semplici: il centrodestra a trazione leghista ha forti possibilità di vittoria anche in Sardegna…

- Non si ripeterà per il M5S il risultato del 4 marzo?
- I pentastellati il 4 marzo devono scordarselo. Non si ripeterà il febbraio prossimo. Ci vuole un contratto ampio, da un lato il M5S e dall’altro PDS, Autodeterminatzione e il resto dei raggruppamenti di sinistra uniti.

- La vedo in salita, il M5S preferisce perdere che allearsi.
- Questo è il punto. Per uno scenario di questo tipo occorre che il M5S, la smetta di vedersi quale unico soggetto giusto, corretto e puro nella scena politica che non fa accordi con nessuno. La politica, a tutti i livelli, richiede di confrontarsi anche tra forze diverse e questa lezione viene direttamente dall’accordo di governo Lega-5S. Allora basta menarla con la “purezza”: se un accordo si fa sul piano nazionale perché non parlarne, o comunque, incominciare a lavorarci sul piano regionale?

- Per di più qui c’è la legge elettorale-truffa, che costringe ad alleanza o contratti preventivi se si vuol prendere un voto in più degli altri ed avere il superpremio.
– Per questo, suggerisco un sano realismo al M5S che non deve credere di replicare il risultato delle elezioni politiche. Il 42% delle politiche proiettato su scala regionale può equivalere al 20-25%, grazie all’effetto traino del governo, purché in questi mesi ci siano risultati evidenti rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale: ogni punto in più è, come suol dirsi, grasso che cola, ma guai a pensare alla replica del 4 marzo.

- C’è di mezzo anche la situazione economica…
- … sempre, che i risparmi degli italiano non continuino a calare come è accaduto dal 4 marzo ad oggi. Quando si viene toccati nel portafoglio l’elettorato diventa molto volubile!

- Il contratto preliminare sarebbe in ogni caso utile, ma andrebbe bene anche un’alleanza con un’area sociale democratica, come personalmente ho spesso auspicato da questo blog…
- Penso di sì. Al di là dell’auspicabile vittoria nella prossima competizione elettorale, in ogni caso permetterebbe di gettare le basi anche per una prospettiva di efficace opposizione e questo sarebbe già un buon viatico per l’allargamento della rappresentanza democratica in Consiglio e le prospettive di sviluppo della nostra regione.

- Caro Fernando, comunque la si pensi su quanto dici, una cosa è certa: tu parli assumendo come unico punto di vista l’interesse generale, quello della democrazia e dei sardi, e, in particolare dei ceti popolari della nostra isola, che sono in grave sofferenza. Speriamo che molti altri abbiano la tua stessa ispirazione in questo delicato passaggio della politica nazionale e regionale. E’ di questo che ha bisogno la Sardegna e il Paese.

Oggi lunedì 5 novembre 2018

lampada aladin micromicrodemocraziaoggisardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413filippo-figari-sardegna-industre-2img_4633Anpi logo nazcostat-logo-stef-p-c_2-2serpi-2ape-innovativa
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lampada aladin micromicro Documentazione “Reddito di cittadinanza, ReI, Reis, su Aladinews.
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3f555ee7-6c23-42b0-b6e2-6df7df3b95b0Province sarde: dagli organi elettivi al podestà, andata e ritorno
5 Novembre 2018
Andrea Pubusa su Democraziapggi.
Sapete che il PD non si presenterà alle elezioni regionali e neppure Campo progressista, Articolo uno e gli altri del centrosinistra? O meglio nasconderanno i propri simboli in un’unica lista. Pare vogliano chiamarsi “Lista civica” per camuffarsi. Si vergognano di quello che hanno fatto e disfatto. Prendete le province. Avete sentito l’ultima? Niente election day […]
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Mese dei diritti 2018: verso l’incontro-dibattito su Reddito di cittadinanza e dintorni

c3dem_banner_04Documentazione utile sul sito web C3dem: https://www.c3dem.it/note-sul-reddito-di-cittadinanza/
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Il pensiero di Bauman su Etica del Lavoro e “Reddito minimo garantito sufficiente ad assicurare il rispetto della dignità umana”

lampada aladin micromicroIl “Reddito di cittadinanza” trova su Aladinews due filoni di approfondimento: 1) il primo attiene al “Reddito di cittadinanza” autentico, così come lo hanno delineato e definito i teorici di questo istituto, da Keynes nei suoi tempi (in verità anche prima del grande economista di Cambridge) e più avanti da tanti altri (particolarmente economisti e sociologi) fino alla contemporaneità, denominato anche diversamente (Dividendo sociale, Reddito minimo garantito, etc.), ma sempre con le caratteristiche di essere universale e incondizionato; 2) il secondo attiene a tutti gli istituti di contrasto alle povertà (assolute e relative), che assumono denominazioni diverse, nella nostra realtà ReI e Reis (redditi di inclusione sociale). Anche la proposta governativa del cd “Reddito di cittadinanza” sostenuta soprattutto dal M5S è riconducibile a questo secondo filone, trattandosi sostanzialmente di un’evoluzione del vigente ReI, come abbiamo più volte messo in rilievo su queste pagine.
Iscrivendolo correttamente al primo dei filoni citati, di seguito ospitiamo un articolo del prof. Gianfranco Sabattini, anch’egli del vero “Reddito di cittadinanza” che nella circostanza porta a sostegno delle sue posizioni il noto sociologo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, che, lo ricordiamo, fu ospite della nostra città il 3 giugno 2016 (a questa occasione si riferiscono le foto a corredo del presente articolo).
In argomento ricordiamo l’iniziativa patrocinata anche dalla nostra news, prevista per venerdì 30 novembre nell’ambito del mese dei diritti umani 2018 (10 novembre/10 dicembre 2018)—————————————————-
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Etica del lavoro e sviluppo capitalistico

di Gianfranco Sabattini*

L’etica del lavoro costituisce una sorta di comandamento con cui è stato imposto all’uomo l’obbligo di lavorare; per suo tramite il lavoro è divenuto, soprattutto nell’età moderna, la “condizione normale” per l’uomo, mentre non lavorare lo ha esposto, invece, alla pubblica esecrazione. Questa condizione normale è quindi fondata, nella coscienza collettiva di una comunità, sull’assunto che sia il lavoro (attraverso il quale diventa possibile procurarsi un compenso, in cambio di una qualche prestazione) a rappresentare oggettivamente il “valore morale apprezzato dall’etica del lavoro”, e non la libera scelta di chi aspira ad ottenere ciò di cui ha bisogno, oppure più di quanto già disponga.
A parere di Zygmunt Bauman, questa è la forma che tale morale ha assunto nella coscienza dei popoli, soprattutto a partire dalla Rivoluzione industriale; in “Le nuove povertà”, egli sostiene che ciò è accaduto a partire sin dalle prime fasi del processo di industrializzazione. Pur assumendo varie forme, lungo il tortuoso percorso della modernizzazione, l’etica del lavoro “è servita a politici, filosofi e predicatori come incitamento o giustificazione dei tentativi di sradicare, con le buone o con le cattive, un’abitudine considerata come il principale ostacolo all’avvento del mondo nuovo”; ovvero la tendenza dell’uomo a sottrarsi, quando fosse risultato possibile, all’obbligo morale che lo costringeva al “lavoro in fabbrica” e ad accettare la “docile sottomissione al ritmo di vita stabilita dai capireparto, dall’orologio e dalle macchine”. Nell’intento di rimuovere questa presunta mentalità distorta, si è svuotato di ogni contenuto un principio fondamentale dell’etica: che l’uomo sia libero di scegliere l’azione (giusta o sbagliata; buona o cattiva) per il raggiungimento dei propri obiettivi; tutt’altro, quindi, rispetto al comandamento di sottoporsi al lavoro (dipendente) per far fronte alle necessità esistenziali della persona.
In realtà, secondo Bauman, l’impegno profuso da politici, filosofi e predicatori per affermare l’etica del lavoro non è stata che una battaglia volta a fare accettare l’obbligo, da parte dell’uomo, di lavorare sotto il controllo e la subordinazione alle direttive di altri; dunque, si è trattato di una lotta (nella sostanza, se non nella forma) per obbligare i lavoratori ad accettare, “in nome della nobiltà del lavoro, una vita tutt’altro che nobile o rispondente ai loro principi di dignità morale”.
Inoltre, l’affermazione dell’etica del lavoro ha anche comportato una separazione del prodotto del lavoro dalle necessità esistenziali del lavoratore, dando priorità a “ciò che si doveva fare” rispetto a “ciò che bisognava fare, rendendo così – afferma Bauman – la soddisfazione dei bisogni dell’uomo irrilevante dal punto di vista della logica produttiva; il risultato è consistito nell’avere introdotto nell’attività produttiva il “paradosso della ‘crescita fine a se stessa’”.
L’etica del lavoro è servita a risolvere due esigenze fondamentali della nascente società industriale: da un lato, ha corrisposto al bisogno di soddisfare la domanda di lavoro a vantaggio delle attività produttive in rapido sviluppo; dall’altro lato, ha concorso a garantire condizioni di ordine sociale, suggerendo soluzioni adeguate al problema rappresentato da coloro che non “potevano reggere la dura fatica in fabbrica”. La questione riguardava, in altri termini, tutti quei “miserabili” che, indipendentemente dal fatto di non essere responsabili della propria condizione (invalidi, deboli, malati e vecchi), venivano considerati dei “vagabondi socialmente pericolosi”; la soluzione proposta è consistita nell’obbligo imposto a costoro di svolgere comunque un lavoro (qualsiasi e a qualunque costo), come unica condizione moralmente accettabile per giustificare il loro “mantenimento”. Si è potuto così sostenere che un decisivo contribuito alla riduzione della povertà andava riconosciuto all’etica del lavoro, cui si riconduceva la superiorità morale rispetto a qualsiasi tipo di vita (anche se vissuta in condizioni di indigenza e di mancanza di libertà).
Solo in una fase successiva, ad opera di riformatori impegnati a rimuovere il pericoloso fenomeno della diffusione del pauperismo, è stato affermato, a favore dei più svantaggiati, il diritto a un’assistenza gratuita, segnando l’inizio di un processo sociale che ha condotto all’avvento del capitalismo maturo. All’interno di questo, l’etica del lavoro ha svolto il compito di assicurare il continuo progresso materiale della società industriale, per la quale la collaborazione tra capitale e lavoro è divenuta tanto indispensabile da imporre alle istituzioni pubbliche la responsabilità (implicita nell’idea di una più ampia assistenza) di garantire a tutti un livello di vita tale da fare accettare senza resistenze il dovere morale di svolgere “volentieri e con entusiasmo” una qualche attività lavorativa, che di fatto era una “dura condizione”. L’etica del lavoro è valsa a fare accettare questa soluzione, considerata inevitabile per il successo della società capitalistica. E’ a questo scopo che, secondo Bauman, è stato introdotto nelle società capitalistiche avanzate il sistema del welfare State.
Tale sistema, infatti, è stato basato sull’idea che, al fine di assicurare una costante collaborazione tra capitale e lavoro, in condizione di stabilità politica, sociale ed economica, lo Stato avesse “l’obbligo di dover garantire il ‘benessere’ (welfare), e non soltanto la mera sopravvivenza, a tutti i cittadini, ovvero un’esistenza dignitosa, secondo gli standard di una data società in una determinata epoca”. Ciò ha comportato che l’assistenza pubblica fosse concepita come una forma di assicurazione collettiva “contratta dall’intera società ed estesa a ciascuno dei suoi membri”, per garantire prestazioni proporzionali alla dimensione dei bisogni individuali e non a quella “dei premi pagati dai singoli cittadini”.
Il welfare State ha avuto inizialmente un “ambiguo rapporto” con l’etica del lavoro, in quanto esso non ha avuto subito un’applicazione universale, a causa della mancanza di un’occupazione permanente per tutti. Per il raggiungimento della sua universalità è stato necessario estendere l’assistenza pubblica anche a chi fosse “rimasto indietro”. Affinché il welfare State potesse conservare all’etica del lavoro la sua “forza”, è stato necessario estendere l’assistenza pubblica a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro contributo alla ricchezza comune; in tal modo, però, è stato incrinato il presupposto fondamentale dell’etica del lavoro, rendendo il diritto all’assistenza pubblica “una questione di cittadinanza politica, anziché di prestazione economica”.
Gli impulsi da cui ha tratto origine il welfare State universale sono stati talmente efficaci “da fare apparire – afferma Bauman – i suoi meccanismi di funzionamento come un fenomeno del tutto normale della vita sociale, al pari delle istituzioni democratiche”, inducendo l’opinione pubblica a considerarlo un’istituzione irreversibile, il cui “smantellamento avrebbe comportato l’abolizione delle democrazia e dei sindacati”, modificando il ruolo svolto dal sistema dei partiti. Ma, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, quello che prima era considerato impensabile ha cessato di esserlo, e “l’dea di un’economia capitalistica senza una rete di protezione sociale”, è divenuta nei Paesi economicamente più avanzati, una realtà. Nella legittimazione di questo rovesciamento ha concorso ancora una volta l’etica del lavoro.
L’estensione del sistema di welfare State nei Paesi capitalistici più industrializzati è stato la risultante di diverse “spinte” sociali, originate tutte dall’etica del lavoro nella forma maturata con lo sviluppo della società industriale; la sua durata è spiegabile sulla base della “funzione pacificatrice” che il sistema ha svolto, “inducendo i lavoratori ad accettare le regole stabilite dai capitalisti” a un costo inferiore rispetto a quello che un’etica del lavoro basata soltanto su misure coercitive non avrebbe mai potuto garantire.
La successiva “caduta” del welfare non è stata la conseguenza di un semplice cambiamento ideologico. Per una spiegazione convincente – a parere di Bauman – è necessario chiedersi perché la crisi del welfare si sia verificata in modo così rapido e improvviso; partendo dall’assunto che di essa non possa essere data una spiegazione esauriente, imputandola al sopravvento dell’ideologia neoliberista, la vera causa costituisce piuttosto un fenomeno “da interpretare”.
Tra le funzioni svolte dal welfare, quella di fornire una continua offerta di lavoro professionalizzata è risultata di fondamentale importanza; tuttavia, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, questa funzione si è notevolmente affievolita e, per alcuni settori del sistema produttivo, si è totalmente estinta. Sin tanto che la crescita e lo sviluppo della società industriale dipendevano dalla disponibilità di forza lavoro qualificata, le attività produttive fruivano del fatto che fosse lo Stato a provvedere alla formazione della forza lavoro; per quanto onerosi risultassero dal punto di vista fiscale i servizi sociali forniti dal welfare, il contributo delle attività produttive alla copertura della spesa pubblica per l’attività formativa veniva considerato conveniente; ma, dopo l’avvento della globalizzazione”, il progresso scientifico e il miglioramento delle tecnologie produttive, la convenienza delle imprese a disporre di forza lavora professionalmente formata dallo Stato è venuta meno.
In tal modo, l’interesse che stava alla base del sistema di welfare ha minato le sue stesse fondamenta; non considerando conveniente sovvenzionare la riproduzione della forza lavoro, le imprese, attraverso l’automazione dei processi produttivi, hanno teso ad approfondirsi capitalisticamente, a spese dei livelli occupazionali. Cosi, i governi, costantemente impegnati a evitare il contrasto tra capitale e lavoro, hanno dovuto affrontare l’aumento dei livelli dell’assistenza pubblica, divenuta sempre più insopportabile per lo stabile funzionamento del sistema produttivo.
Verso la fine del XX secolo, sostiene Bauman, l’etica del lavoro è tornata a svolgere l’originaria funzione, sia riguardo alla diagnosi dei “mali” dai quali le economie moderne erano afflitte, sia riguardo alle terapie necessarie per “curarli”, giustificando (ancor più rispetto al passato) il finanziamento di programmi per l’inserimento nella vita lavorativa dei poveri e di chi aveva perso il posto di lavoro, nonostante la dimostrazione storica dell’inutilità di tali programmi. Il motivo della persistenza nel finanziare questi programmi, continua Bauman, non era più rinvenibile “nei loro salutari effetti” sui livelli occupazionali, ma nell’evidente utilità che poteva essere tratta sul piano della sicurezza sociale da coloro che non erano poveri o privi delle risorse necessarie per la sopravvivenza.
Il termine disoccupazione, usato in passato per designare chi era senza lavoro, racchiudeva in sé il presupposto che la forza lavoro dovesse essere sempre occupata, ma dalla fine del secolo scorso nessuna fase successiva ad ogni ristrutturazione delle attività produttive ha portato i livelli occupativi ai livelli precedenti. In questo modo, il termine disoccupazione è stato sostituito da quello di “esubero”, che ha escluso a priori, chi era nella condizione di esubero da ogni possibilità d’essere inserito nel mondo del lavoro.
Con l’economia moderna, crescita economica e aumento dell’occupazione sono diventati antitetici, per via del fatto che il progresso tecnico, sul quale si basa l’aumento della produttività e della crescita, è stato reso possibile dalla riduzione o eliminazione di quote crescenti di posti di lavoro; perciò, la riproposizione dell’etica del lavoro, osserva Bauman, serve ora a “giustificare l’eterna presenza dei poveri e dei disoccupati strutturali e a consentire alla società di vivere più o meno in pace con se stessa”, senza porsi il problema della continua crescita del numero dei poveri. In altre parole, oggi l’etica del lavoro serve a screditare la dipendenza dell’uomo da altri, per cui la “tendenza ad elevarla a sistema, rimproverata al welfare State” è divenuta ora “uno dei principali argomenti a favore del suo smantellamento”. Denigrando la dipendenza dei poveri, qualificandola come “vizio”, l’etica del lavoro, nella sua versione attuale, serve solo a sgravare “i ricchi dal peso dei loro scrupoli morali”.
A parere di Bauman, un possibile modo di uscire dalle modalità di funzionamento di un’organizzazione sociale che considera “normale” la presenza costante nella società di poveri e di “senza lavoro” consiste nell’istituzionalizzazione di un sistema di supporto della vita dell’uomo (quando afflitta dalla povertà e dalla disoccupazione), basato non più su un salario, come vorrebbe l’etica del lavoro del passato, bensì sull’erogazione di un “reddito sociale”, che Bauman chiama “reddito minimo garantito sufficiente ad assicurare il rispetto della dignità umana”, considerato dissociato dall’obbligo di una qualche prestazione produttiva.
Bauman non va oltre ma se si considera che la logica di funzionamento delle moderne economie capitalistiche lascia intravedere una crescita continua dei poveri e dei senza lavoro, il reddito minimo garantito baumaniano, dissociato dal mercato e dalla volontà (divenuta impossibile) di inserirsi o reinserirsi nel mercato del lavoro da parte di chi lo riceve, non può che assumere il significato di reddito di cittadiananza universale e incondizionato. Si può pensare di poter finanziare questa “nuova forma” di sistema di sicurezza sociale attraverso la leva fiscale o attraverso il cambiamento delle regole che oggi sottostanno alla logica distributiva del prodotto sociale. Se il sistema di sicurezza sociale fosse ristrutturato secondo tali linee riformatrici, i principi di libertà, di uguaglianza e di fraternità, propri della Stato sociale di diritto, potrebbero essere espressi dalla sostituzione dell’etica del lavoro (divenuta obsoleta e superata) con l’etica dell’operosità.
Ciò, tra l’altro, consentirebbe, come auspica Bauman, di rimuovere il convincimento collettivo che la corresponsione di un reddito dissociato dalla logica economica tradizionale significhi solo incentivare l’ozio; inoltre, grazie anche all’etica dell’operosità, quando fosse opportunamente “promossa” sul piano politico e culturale, si consentirebbe all’uomo di acquisire, attraverso la costituzione e la conduzione di attività autodirette (rese possibili anche dall’introduzione del reddito sociale universale e incondizionato) la dignità negatagli invece dall’etica del lavoro, che ha sorretto il funzionamento del sistema del welfare State delle moderne società capitalistiche.
A chi insistesse ancora nel considerare impossibile la riforma del sistema di sicurezza sociale secondo le linee indicate, si può rispondere, con Bauman, che invece è possibile; allo stesso modo in cui si è potuto realizzare la riforma, ugualmente ritenuta impossibile, attuata all’inizio della seconda metà del secolo scorso, che ha consentito l’accordo tra capitale e lavoro, permettendo di realizzare un miglioramento delle condizioni di vita delle società capitalistiche mai sperimentato nel passato.

* Anche su Avanti! online.
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Reddito di Cittadinanza: si parta dal ReI (Reddito di Inclusione sociale)

mese-diritti-2018
lampadadialadmicromicroNell’ambito del Mese dei diritti umani (10 novembre – 10 dicembre 2018) venerdì 30 novembre p.v. si terrà un Incontro-dibattito sul tema delle misure di contrasto alla povertà, che nel dibattito politico odierno e nell’iniziativa governativa (soprattutto per impulso del M5S) vede proporsi lo strumento del “Reddito di Cittadinanza”. L’iniziativa – che si pone in continuità a quella organizzata da CoStat-Anpi-Amici sardi della cittadella di Assisi-Assotzius Consumadoris Sardigna il 19 ottobre, con nuove ulteriori adesioni – mira a appoggiare il Reddito di Cittadinanza, in continuità con l’attuale strumento del ReI (Reddito di Inclusione sociale). Si sostiene cioè che non si può buttare a mare un’esperienza recente e tutto sommato positiva, quella del ReI, ritenendo necessario migliorarla in qualità e nell’aumento della platea dei beneficiari, fino a coprire almeno la totalità dei cittadini che versano in condizioni di povertà assoluta (oltre 5 milioni di persone). E’ per questa ragione che abbiamo appoggiato il documento dell’Alleanza contro la povertà in Italia, che esprime con chiarezza tale impostazione. Al riguardo riportiamo di seguito un intervento del prof. Cristiano Gori, ideatore e responsabile scientifico dell’Alleanza contro la povertà in Italia, che sintetizza i “principali punti di attenzione per l’attuazione del Reddito di Cittadinanza, a partire dalla capitalizzazione dei saperi e delle esperienze pregresse” del ReI.
logo_alleanza_sitoReddito di Cittadinanza: le principali questioni poste dall’Alleanza contro la povertà
welforum-it
di Cristiano Gori | 30 ottobre 2018
Una novità per l’Italia
L’assistenza – che serve ad assicurare uno standard di vita minimo ai poveri ed a sostenerli in percorsi di inclusione sociale e/o lavorativa – è storicamente la cenerentola del nostro welfare, la cui spesa complessiva si colloca intorno alla media europea. L’anomalia risiede invece nella distribuzione, poiché si attribuiscono risorse a molteplici gruppi sociali trascurando sistematicamente i poveri. Non a caso siamo stati, insieme alla Grecia, l’ultimo Paese europeo a adottare – nel dicembre 2017 – un intervento nazionale di contrasto alla povertà, il Reddito d’Inclusione (Rei), peraltro ancora parziale e insufficiente.
Le tante facce della lotta alla povertà
La priorità positivamente assegnata ai poveri richiede politiche opportunamente disegnate, indirizzate a chi – in Italia 5 milioni di persone – è in povertà assoluta, cioè senza le risorse necessarie a garantirsi la sussistenza. Il loro principale obiettivo consiste nel fronteggiare la povertà nelle sue molteplici dimensioni (economiche, relazionali, familiari, lavorative, psicologiche, abitative ed altre). Benché oggi si insista molto in proposito, incrementare direttamente l’occupazione degli utenti rappresenta uno dei fini e non certo l’unico. Sovente si rafforzano progressivamente le competenze dei beneficiari a bassa occupabilità, ma solo in alcuni casi si può (re)introdurli nel lavoro. A livello internazionale, si registra un esito positivo quando 1/3 degli utenti trova un impiego, 1/3 risolve problemi di varia natura e costruisce nuove condizioni per migliorare la propria vita, 1/3 riesce almeno a vivere decentemente. La realtà dei poveri e del mercato del lavoro italiano suggerisce che un simile risultato sarebbe ottimo per il nostro Paese. L’impressione è che la definizione degli obiettivi, e il ruolo dell’inserimento occupazionale tra questi, rappresenti lo snodo principale su cui si giocherà il destino del RdC.
La riforma della riforma
Il Rei è stato introdotto meno di un anno fa avviando una riforma ampia e composita, la cui attuazione sta richiedendo notevoli sforzi a tutti i soggetti del welfare locale coinvolti. Modificarne strutturalmente l’impianto significherebbe costringerli – con gran dispendio di tempo ed energie – ad un’ulteriore mole di cambiamenti e adattamenti, che li distoglierebbe proprio dall’obiettivo di offrire risposte adeguate ai poveri. Si ripeterebbe così l’errore commesso tante volte in passato, quando i nuovi Governi hanno stravolto riforme varate dai predecessori al fine di marcare la propria diversità. Questa diffusa mancanza di stabilità nei percorsi d’innovazione è stata una causa decisiva dei numerosi fallimenti incontrati nei tentativi di modernizzare le politiche pubbliche italiane.
Una giusta risposta ad ogni povero
Come procedere, dunque, nella costruzione del RdC? L’Alleanza contro la Povertà propone di partire dal Rei senza stravolgerne l’impianto complessivo, migliorandolo e estendendolo per arrivare a fornire le risposte necessarie a chiunque si trovi in povertà assoluta. In tal modo non si disperderebbero gli sforzi compiuti sinora e si raggiungerebbe un risultato – una misura capace di dare una giusta risposta ad ogni povero – insperabile con i precedenti Governi.
Molteplici sono le azioni da compiere. Innanzitutto, assicurare il diritto alla misura a tutti i 5 milioni di poveri, rispetto ai 2,5 attuali. Poi elevare i contributi economici affinché permettano di colmare la distanza tra la soglia di povertà e il reddito disponibile delle famiglie; ciò richiederebbe un importo medio mensile di 396 Euro.Vari anche gli interventi necessari per i Comuni, cominciando dalla diffusione di progetti che consentano agli utenti temporaneamente non occupabili di impegnarsi in attività utili alla collettività, ad esempio in ambito ambientale, culturale e sociale.
Il ruolo dei Centri per l’Impiego
I Centri per l’Impiego (CpI) sono oggi responsabili dell’inserimento lavorativo per gli utenti del Rei.
Tuttavia, gli investimenti statali dedicati a questa misura li hanno sinora trascurati, concentrandosi sul potenziamento dei servizi sociali comunali. L’annunciato rafforzamento dei CpI è, dunque, assai positivo. Il punto è seguire anche qui una logica che parta dall’impianto esistente, ne individui le lacune ed agisca per superarle.
Diverso sarebbe se i CpI sostituissero i Comuni nel coordinamento complessivo della misura, ribaltandone l’impostazione; secondo alcune ipotesi, i Centri diventerebbero gli unici interlocutori degli utenti marginalizzando i servizi sociali comunali. Solo questi, tuttavia, detengono le competenze necessarie a affrontare la multidimensionalità della povertà. Inoltre, almeno nell’immediato, si presenterebbe il rischio del caos organizzativo dato che il rafforzamento dei CpI, strutturalmente deboli, richiederà tempo. Nondimeno, si ridurrebbe paradossalmente la possibilità di elaborare efficaci percorsi d’inclusione lavorativa poiché l’attività di coordinamento assorbirebbe ai CpI molte forze, distogliendoli inevitabilmente da questo obiettivo.
Il nodo dei finanziamenti
Benchè un incremento degli stanziamenti sia necessario sin dal prossimo anno, è sconsigliabile portarlo subito – anche se fossero disponibili – ai circa 5,8 miliardi annui aggiuntivi necessari per rispondere adeguatamente a tutti i poveri. Il RdC, qualunque sarà la sua forma definitiva, si basa su un mix di contributi economici e progetti personalizzati costruiti dai servizi territoriali, innanzitutto Comuni e CpI; entrambi però non sarebbero in grado, in così breve tempo, di elaborare progetti per tutta la popolazione target. Pertanto, rivolgersi già nel 2019 ad ogni povero produrrebbe confusione e/o svilimento del RdC a puro contributo economico, danneggiandone oltretutto la credibilità. L’imminente Legge di bilancio dovrebbe prevedere che – al massimo entro un triennio – il Rdc sia dotato stabilmente di tutte le risorse necessarie, mentre l’utenza andrebbe progressivamente ampliata a partire del 2019.
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Cristiano Gori, ideatore e responsabile scientifico dell’Alleanza contro la povertà in Italia, sintetizza i principali punti di attenzione per l’attuazione del Reddito di Cittadinanza, a partire dalla capitalizzazione dei saperi e delle esperienze pregresse.
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Oggi venerdì 2 novembre 2018

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———-Avvenimenti&Dibattiti&Commenti——————————————-
Omicidi e droga in Sardegna
di Ottavio Olita su il manifesto sardo.
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giuseppe_mazziniMazzini: un preveggente inascoltato
2 Novembre 2018

Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi
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COMMENTI. Redistribuire la ricchezza senza disturbare il manovratore
Manovra. Un vero programma di cambiamento, come si dice oggi, imporrebbe la predisposizione di strumenti non solo per la redistribuzione della ricchezza prodotta e accumulata, ma anche per la redistribuzione del lavoro, del tempo di lavoro, delle modifiche profonde alla vita lavorativa
Francesco Indovina su il manifesto- Articolo ripreso da Aladinews. (…) I punti di forza, nell’ambito che qui interessa, sono la quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Due provvedimenti allo stato dei fatti necessari, e mi azzardo a dire di un riformismo di sinistra, ma per come realizzati, di destra. Perché non mettono in moto un redistribuzione della ricchezza, ma fanno aumentare il debito pubblico, non gravano sui detentori della ricchezza accumulata, ma graveranno sulle generazioni future. Che poi i meccanismi e le regole della Ue faranno in modo che questo debito aumenti anche perché i “mercati” (composti nel caso specifico anche da quelli sui quali non si è voluto intervenire) non si fidano della solidità del paese, dipende anche dall’incapacità di questo governo.(…).
EDIZIONE DEL 02.11.2018 [segue]

CONVEGNI. Per rilanciare e politicizzare il messaggio della «Laudato si’»

giornata-mondiale-per-la-terra_contentimage Spunti schematici e introduttivi in vista del convegno di c3dem che si terrà a Modena il 1° dicembre (qui il programma).
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Per rilanciare e politicizzare il messaggio della «Laudato si’»
di Guido Formigoni (31 ottobre 2018 by Forcesi su C3dem)

1. La tesi centrale dell’enciclica «Laudato si’» non è difficile da individuare: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e l’altra sociale, ma una sola e complessa crisi socio-ambientale» (139: d’ora in avanti tutti i numeri si riferiscono a paragrafi dell’enciclica). Le difficoltà del rapporto umanità-natura (il funzionamento problematico di quello che è stato chiamato «antropocene», cioè un’epoca in cui gli esseri umani condizionano ormai profondamente l’ambiente e anche il clima mondiale) non sono logicamente e strutturalmente diverse dai problemi dell’ingiustizia globale (con le diseguaglianze tra i gruppi umani e tra i popoli che si allargano in modo ingovernabile, causando disordine e ondate di minacciosi risentimenti). C’è insomma in atto uno squilibrio profondo, con radici comuni, che è arrivato a un punto pericolosissimo per l’umanità intera.

2. Qui c’è un punto delicato. Occorre capire quale sia la causa prima di questo drammatico squilibrio che stiamo vivendo. Storicamente ci sono state critiche all’antropocentrismo giudaico-cristiano (il «dominate la terra», che l’enciclica nega e corregge profondamente, sulla base di una lettura biblica più ricca, che parla di «custodia», non di dominio rapace). La critica dell’enciclica va piuttosto contro l’«eccesso antropocentrico del moderno» (116), oppure l’«antropocentrismo deviato» (122), senza peraltro concedere niente ai filoni di pensiero e mentalità che arrivano a ridurre in modo indifferenziato l’essere umano alla sua semplice natura animale, in qualche modo riducendolo a un aspetto della natura uguale ad altri (90). Quindi, secondo papa Bergoglio occorre salvare e ribadire la centralità degli esseri umani con il loro essenziale contributo di spirito e ragione, ma in un rapporto di riconoscimento della – e non di contrapposizione alla – vita della Madre terra. Tale impostazione è l’unica base per custodirla con cura, come un «amministratore responsabile» (116). Se sia stata la modernità in quanto tale a deragliare radicalmente da questo equilibrio, oppure gli sviluppi unilaterali di un illuminismo razionalista che abbia condotto a un approccio tecnocratico, è un discorso che porterebbe piuttosto lontano (infatti, se tutto il moderno fosse da ribaltare, le cose si potrebbero rivelare piuttosto complicate). Per il momento, suggerirei una lettura diversa: una critica della modernità (che è plurale), sviluppata dal suo interno e quindi orientata a correggerla.

3. In termini più accentuatamente storico-politici, potremmo infatti dire che il doppio squilibrio fondamentale abbia radici complesse e lontane, ma si sia sicuramente accentuato con la vicenda della cosiddetta «globalizzazione» contemporanea. Si tratta – per dirla con precisione – di un modello politico-economico, non di un ineluttabile tendenza della storia. Un modello nato dagli anni 1980, a seguito della crisi interna del precedente equilibrio storico: quello del capitalismo fordista integrato socialmente ad opera degli Stati nazionali in chiave keynesiana, espressosi soprattutto dopo il 1945 sotto l’egemonia globale statunitense. Il modello post-bellico aveva introdotto il mondo capitalista-sviluppato in una vera «età dell’oro» di crescita complessiva – ma anche di diffusione allargata – del benessere. Non era stato un sistema molto preoccupato dell’integrità ambientale (anzi), ma aveva mirato certamente a un’inedita composizione tra gli interessi del lavoro e del capitale nelle società moderne: infatti il nocciolo del fordismo stava proprio qui: lo sviluppo della produzione di massa aveva bisogno di un mercato continuamente allargato grazie all’apporto dei consumi dei lavoratori, la cui cittadinanza cresceva contemporaneamente in termini democratici, grazie anche alla stagione di sviluppo dei grandi partiti di massa a base sociale. Negli anni ’70 questo modello è però entrato in crisi con la cosiddetta stagflazione: in parte rilevante per il proprio stesso elemento di maturazione interna e di mutamento sociale conseguente, che il mondo imprenditoriale vide come una minaccia ai profitti. In sostanza, si rompeva il compromesso tra capitale e lavoro dando la stura a un aumento dei costi e della instabilità, tra cui anche contava la prima coscienza dei costi ambientali del modello, implicita nella crisi petrolifera. Il tutto metteva in crisi profonda il capitalismo industriale. L’uscita da tale crisi dopo gli anni ’80, si è delineata con alcune scelte politiche che hanno colto e accompagnato rilevanti innovazioni tecnologiche e organizzative, per favorire la progressiva centralità assunta dal capitalismo finanziario del Nord del mondo: le sue scelte cruciali sono state l’aumento dei tassi di interesse e la liberalizzazione dei movimenti dei capitali. Questo ha condotto a uno spostamento rapido dei capitali tra le varie regioni e i vari Stati. Molti capitali dei ricchi globali si sono indirizzati nelle banche occidentali per averne rendite molto più elevate che in passato; molti capitali delle imprese capitaliste hanno dislocato la produzione di massa di beni tenuti a basso costo in alcune regioni del Sud del mondo precedentemente povere (soprattutto nell’Asia Orientale), dove il lavoro costava meno. Questo spostamento è avvenuto con ancora minore attenzione all’ambiente rispetto al fordismo euro-americano precedente, mentre nel Nord del mondo alcune tendenze sono state finalmente invertite (inquinamento dell’atmosfera e dell’acqua, non ancora abbastanza le emissioni gas serra). D’altro canto, se ha indubbiamente fatto uscire una parte notevole dell’umanità dalla povertà, la nuova stagione del sistema economico globale ha visto la prevalenza marcata della logica istantanea della finanza nelle decisioni economiche, come anche una separazione crescente della logica del capitale da quella del lavoro (il costo del lavoro è divenuto un fattore da abbattere dogmaticamente, per il capitale). Ampliando quindi fortemente le diseguaglianze sociali e il divario tra ceti, popoli e regioni agganciati al modello di sviluppo e invece settori geografici, ambientali e sociali marginalizzati e bistrattati. Questo modello, definito con la parola-passepartout «globalizzazione», ha mostrato comunque segnali di crisi rilevanti a partire dal 2007-2008 (crisi finanziaria americana-europea e successiva «grande stagnazione» globale). L’elemento strutturale della crisi finora è stato però occultato o ridimensionato, spesso presentandola come una semplice crisi congiunturale, naturalmente soprattutto da parte chi intende evitare una revisione complessiva del paradigma dapprima vincente. Anche le sinistre moderate euro-occidentali hanno finito per accettare questa implicita egemonia culturale e simbolica, parlando di un sistema che si può moderare e riformare dall’interno (ma non sono riuscite a farlo i n modo molto efficace, quando hanno governato, alla prova dei fatti). Anch’esse hanno sottovalutato ampiamente il fatto sociale per cui la crisi sta modificando profondamente la risposta politica dei «perdenti» del sistema, riportando a galla svariate destre xenofobe e autoritarie, sotto le spoglie di un «sovranismo» nazionalista.

4. La risposta alla crisi individuata dall’enciclica si colloca invece a un livello diverso. Rispetto a un orizzonte storico che è drammaticamente problematico, occorre intervenire con una pluralità di strumenti. In termini culturali e di fondamento morale il messaggio essenziale per contrastare la crisi è semplice, forte e chiaro: «Noi non siamo Dio. La Terra ci precede e ci è stata data» (67). È un messaggio che ha radici nella rivelazione biblica, dal punto di vista cristiano: «Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (240). Contemporaneamente, il punto è espresso in termini assolutamente comprensibili dal punto di vista di qualsiasi coscienza umana che sia minimamente avvertita. L’equilibrio tra riconciliazione interiore, riconciliazione con l’altro e con l’ambiente naturale, scaturisce proprio da questa origine comune, che rimane misteriosa e comunque precedente la volontà umana, istituendone un limite non autoritario ed esteriore, ma interiore e strutturale. Soltanto un nuovo equilibrio basato su questo riconoscimento di dipendenza comune, di un comune essere figlie e figli del mondo, della Terra-Madre (e quindi sul riconoscimento della conseguente fraternità/sororità in tutta l’umanità) permette di rispettare la profonda essenza della realtà. Il concetto di «ecologia integrale» è in questo senso cruciale: costruire buone relazioni vitali tra tutti i viventi nel contesto della natura e della storia (comprese le generazioni future, 159) è un’operazione unica, anche se mostra tanti risvolti diversi. Si tratta di costruire su un fondamento morale, su una «verità oggettiva», su «princìpi universalmente validi» (123), che soli possono fondare un cambiamento. Non a caso si afferma: «Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (118).

5. La nuova visione delle cose deve però ispirare progetti operativi. In questo orizzonte elemento essenziale in termini istituzionali è l’interdipendenza necessaria, da valorizzare radicalmente: occorre infatti porre il problema di un solo progetto a scala globale (164). Si parla quindi di «percorsi concordati» e di accordi tra paesi con «quadri regolatori globali» (173): il modello è quello di intese in cui nessuna comunità, nessun popolo o paese (nemmeno i più grandi) possono illudersi di fare da soli, e quindi la logica essenziale è totalmente contraria a quella del sovranismo, bensì è quella della cooperazione e della faticosa mediazione tra interessi plurali. Istituzioni internazionali più forti sono indispensabili: nel caso nostro, ovviamente, un’Unione europea riformata e funzionante sarebbe cruciale. D’altro canto, «la cura del mondo deve essere flessibile e dinamica»: non esistono soluzioni uniche centralizzate, ma occorre rispetto per l’enorme varietà della realtà (144). In questo senso la necessità di interrelazioni positive sopra espressa è del tutto diversa dall’uniformazione indistinta di un «globalismo» che sviluppi una sola cultura dominante, un «pensiero unico» o un solo modello replicato ovunque. Trame comuni di cooperazione e attenzione al pluralismo del mondo sono i due lati della stessa medaglia: devono stare insieme e crescere di pari passo.

6. La politica torna a essere una componente fondamentale di questa ecologia integrale. Non è l’unico livello necessario: anzi, la politica deve ristrutturarsi in dialogo approfondito con la società e la libertà umana, sociale e anche economica degli esseri umani, la loro creatività e propositività. C’è bisogno infatti di cambiare gli stili di vita a livello capillare (206). La politica non potrà più tornare a essere «assoluta» come nel Novecento e deve ripensarsi: «Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito» (197). Ma ha comunque un ruolo fondamentale: l’enciclica chiarisce abbastanza bene che non ci si può solo affidare alla spontanea «conversione» di persone e gruppi sociali, in una logica volontarista, classicamente cattolica («ripartiamo dal basso»…). Il problema è infatti trovare soluzioni strutturali, che influiscano in modo duraturo sulla realtà. La regolazione è decisiva per scongiurare cattive pratiche ma anche per promuovere e sostenere buone esperienze e modelli di vita di provenienza non politica, ma semplicemente umana e sociale (177). La logica politica fondamentale deve diventare quella della durata, contrastando il dominio asfittico dell’immediatezza (frutto di una logica sostanzialmente di origine finanziaria, che è via via stata applicata a tutto il sistema, financo alle pubbliche amministrazioni). L’ecologia integrale si dispiega in questo elemento non contingente: la politica deve uscire quindi dalla superficialità dell’istante, costruendo consenso su un modello più duraturo e stabile, che aiuti le innovazioni positive e scoraggi tutti i meccanismi rapaci degli esseri umani (178).

7. La prospettiva – se si vuole provare a sviluppare un poco politicamente il discorso – potrebbe essere orientata a costruire una sorta di «Green New Deal» a livello planetario, secondo logiche di rete avanzate. L’obiettivo è ritrovare un sistema di patti tra lavoro e sviluppo, mediati dalla sostenibilità ambientale e garantiti da istituzioni democratiche rinnovate. I nemici da battere non sono i migranti e i rifugiati, né i popoli emergenti che sottrarrebbero lavoro, né l’incontro delle diversità dei popoli: bensì lo sfruttamento, i bassi salari, l’ingiustizia fiscale, lo strapotere della finanza, la rapacità dei grandi manager, gli egoismi miopi delle élite, le discriminazioni di genere, il disinteresse per la natura, la mancanza di formazione e di educazione. In termini positivi, per costruire tale progetto occorre pensare ad alcune priorità: creare efficienti sistemi di limitazioni, controlli e tassazioni per il capitale finanziario; ridistribuire per via politica reddito al lavoro, utilizzando la leva fiscale in modo moderno e sottoponendo a tassazione gli oligopoli transnazionali; creare lavoro direttamente ad opera delle amministrazioni pubbliche per contrastare la disoccupazione con progetti di sviluppo, ristrutturazione urbana, riqualificazione ambientale (non in modo assistenziale); usare incentivi e fisco per scoraggiare le pratiche di devastazione ambientale e di inquinamento dei beni comuni da salvaguardare (acqua, aria, suolo…); favorire selettivamente l’apprendimento e le innovazioni tecnologiche salva-energia e risparmia-risorse, con l’uso adeguato di lavoro qualificato; creare una forma di sovranità solidale e corresponsabile in Europa per gestire la moneta unica e la forza progettuale del continente all’altezza della competizione con i colossi del mondo. Sono solo rapidi esempi, ma danno l’idea di una convergenza originale di scelte diverse verso un obiettivo preciso, pur nella coscienza che si tratta di prospettive da calibrare nel modo e nel tempo.

8. In definitiva, si tratta quindi di ribaltare o correggere profondamente un modello storico vincente e consolidato: cultura, istituzioni e politica dovrebbero coordinarsi tra loro. Costruendo progetti che possano realizzare solidarietà di fatto tra le persone, oltre che considerando l’ambiente naturale come integrato in qualsiasi disegno di benessere umano, si dovrebbe quindi fondare consapevolmente una posizione radicale di riforma profonda, non una semplice cosmesi dell’esistente. Chiedere una svolta decisa: cambiare verso, seriamente. «Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro» (194).

Guido Formigoni
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Oggi lunedì 29 ottobre 2018

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fb190895-1cee-4b98-ad68-9f3016b93d50Come cambia il lavoro, un Convegno ed un libro
29 Ottobre 2018
Gianna Lai su Democraziaoggi.
Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti. Atti Convegno, Cagliari 4-5 ottobre 2017. A cura di Fernando Codonesu, Aracne Edizioni.
Dalla Costituzione si parte, dal valore della persona, ’secondo la solenne enunciazione dell’art.1, che pone il lavoro a base della Repubblica’, nell’introduzione di Andrea Pubusa alla raccolta sugli Atti del Convegno Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti. […]
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Oggi domenica 28 ottobre 2018

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canforaCanfora ci svela il moto storico e ci incoraggia a batterci
28 Ottobre 2018
Red su Democraziaoggi.
Luciano Canfora col suo nuovo “libretto” ci lancia un messaggio incoraggiante. Il moto storico insegna che dopo una fase discendente, ne verrà una ascendente, in saecula saeculorum. Non bisogna arrendersi.
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L’ex ministro Fabrizio Barca a TPI: “Il Pd non è un partito. Se i governi non si muovono, i cittadini devono muoversi da soli, con la lotta”
L’ex esponente del Governo Monti è tra i fondatori del Forum Disuguaglianze, che mette insieme accademici e associazioni impegnati per “un’inversione radicale delle politiche, che premi i vulnerabili, gli ultimi e i penultimi”: “M5S e Lega hanno colto la rabbia che c’è, ma l’hanno assecondata”
di Enrico Mingori, 26 Ott. 2018, su TPI.
fabrizio-barca
Fabrizio Barca
[segue]

Dibattito sulla manovra economica governativa

magatti-libro
Economia e politica,
proprio come negli anni ’80

Anche oggi il mondo è in una fase di svolta e in Italia ci sono due partiti
in competizione tra loro al governo e il debito pubblico in crescita

di Mauro Magatti*

Il debito pubblico italiano è esploso negli anni ’80 quando, nel giro di pochi anni, il rapporto rispetto al Pil è schizzato dal 60 al 100%. Anche quelli erano anni di cambiamento: mentre il mondo virava verso un nuovo modello di crescita, il sistema politico italiano cercava i propri equilibri, con il Psi di Craxi a contendere la leadership del Paese a una Dc ormai esangue. Le cose però non andarono come sperato: tra i due principali partiti, che avevano visioni del mondo diverse, la lotta politica fu fatta dentro il governo a colpi di spesa pubblica usata per battere il proprio alleato-competitor. Così, in dieci anni, i risparmi accumulati nel periodo del boom, invece che finanziare una nuova stagione di crescita, furono bruciati nel grande falò dei titoli di Stato che, nel sostenere i disegni politici di Dc e Psi, garantirono a molti italiani rendite mai viste prima.
Tra il tempo che stiamo vivendo e gli anni 80 è possibile scorgere alcune preoccupanti analogie. Anche oggi, come allora, ci sono due partiti al governo in competizione tra loro. E come è stato evidente in queste settimane, entrambi hanno cercato di mettere nero su bianco alcune delle promesse fatte ai loro elettorati. Il risultato è una finanziaria in cui è difficile scorgere una logica unitaria: tra reddito di cittadinanza e condono fiscale c’è oggettivamente una incoerenza di fondo.
Anche oggi, come allora, stiamo attraversando un cambio di fase storica. La stagione della globalizzazione espansiva è finita e siamo in un momento in cui si vanno riscrivendo i rapporti di forza a livello internazionale. Col ritorno della politica come mediatore tra gli interessi nazionali e i processi globali. Ciò comporta la necessità di capire come si va configurando il mondo, così da attrezzarsi di conseguenza, nelle sue dimensioni economiche (vedi il tema del lavoro) e politiche (che per noi significa prima di tutto rapporti con l’Europa).
Nel dibattito pubblico, da qualche anno l’austerity è diventata il nemico numero uno. Termine che ricorda le politiche economiche volute dalla Germania, seguite da Bruxelles e arrivate in Italia attraverso il governo Monti. A dire il vero, le critiche all’austerity sono giustificate: se si fanno politiche restrittive, diminuisce il Pil e aumenta il debito. Di fronte ai problemi sociali e ai conseguenti sbandamenti delle democrazia occorre puntare sulla crescita. Giusto. Ma attenzione: la crescita deve essere sostenibile. Dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.
Per molti aspetti, la legge finanziaria che comincia l’iter in Parlamento riporta l’Italia agli anni del tramonto della prima Repubblica, agli anni cioè della spesa facile. Dei 33 miliardi di manovra, ben 22 sono in deficit dichiarato (ammesso e non concesso che gli altri 11 miliardi trovino poi le coperture indicate). Gli intenti elettorali di breve periodo sono evidenti. Non a caso il governo ha garantito la disponibilità delle principali misure già nei primi mesi dell’anno (entro marzo, cioè prima delle europee).
La manovra è espansiva ma manca di visione, quasi che si sia voluto buttare paglia su un fuoco che si sta spegnendo: la fiamma si ravviva per qualche secondo, ma poi torna tutto come prima. Anzi peggio. L’errore sta nel non capire il cambiamento storico in atto: l’epoca di una crescita trainata dai consumi è finita. Certo i consumi sono importanti. Sempre. Ma la crescita si regge nel tempo se si diventa capaci di investire seriamente sul futuro, senza bruciare le risorse (che sono limitate) per sostenere i consumi nel breve termine.
Per indicare la dipendenza dal gioco, la lingua inglese usa il termine addiction. Parola che viene dal latino addictum che indicava colui che, pur rimanendo cittadino de iure, de facto perdeva la propria libertà a causa dei troppi debiti. Una manovra espansiva tutta centrata sull’aumento del debito e sul sostegno al reddito dà un messaggio sbagliato al Paese. Finendo per renderlo addictum! Proprio come è accaduto negli anni 80.
Il cambiamento di cui l’Italia ha bisogno è molto diverso: ci vuole sì una politica economica espansiva. Ma le risorse aggiuntive devono servire per investire (davvero) nel futuro: rafforzando gli investimenti pubblici e privati, i giovani e la natalità, la formazione e la ricerca, la lotta al dissesto idrogeologico, al degrado del patrimonio culturale e delle periferie. Occorre opporsi ai diktat della finanza e dei mercati speculativi, ma dicendo loro che si sta lavorando per creare un patto sociale tra tutti gli italiani che vogliono combattere gli sprechi, lottare contro l’evasione (di recente stimata in 110 miliardi di euro!), sconfiggere la corruzione e il clientelismo. Si libera veramente il popolo se la politica si mette a capo di tutti coloro che lottano contro chi distrugge risorse e sfrutta il lavoro. Federando tutti coloro che creano nuovo valore (economico ma anche ambientale, culturale, sociale) per sé e per gli altri. Nella prospettiva di un modello che fa della logica della sostenibilità integrale il proprio criterio di riferimento. Insomma, avevamo capito che l’Italia avesse bisogno di un cambiamento profondo. Non di un ritorno alle origini del nostro declino.
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* Sul Corriere della Sera