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INTERNAZIONALE. La Cina investe in (si prende l’?) Africa.

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L’espansione cinese in territorio africano
di Maurizio Salvi*

Lo scontro commerciale in atto fra Cina e Stati Uniti ha davvero un carattere planetario e molteplici angoli visuali. Agli aspetti più eclatanti e sensazionalistici – come il braccio di ferro a colpi incrociati di aumento dei dazi alle importazioni – i media hanno dato ampio spazio e non c’è quasi nulla in più da aggiungere. Ma ci sono terreni più appartati, dove l’informazione è carente e riservata solo agli addetti ai lavori, in cui pure il confronto per il primato fra il colosso cinese e quello statunitense è vivo, strategico e ricco di implicazioni. Uno di questi, e non il minore, è l’Africa. La partita fra Pechino e Washington era giocata là ad un tavolo grande già all’epoca del colonialismo, insieme all’allora Urss e a vari Paesi europei. Successivamente, chiusasi l’era sovietica, sì è capito che l’Europa non aveva né l’intenzione, né gli strumenti politici, ne quelli economici, per assumere un ruolo di primo piano. Per cui, a poco a poco la Cina, alla sua maniera discreta ma efficace, e gli Stati Uniti, soprattutto con il peso delle multinazionali ed il controllo degli organismi finanziari multilaterali (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale) hanno finito per monopolizzare le iniziative nei confronti della cinquantina di Nazioni africane.

la prevalenza della filosofia cinese
Le preoccupazioni americane sulla crescita della presenza cinese nel Continente africano non sono recenti. Ma in passato esse non hanno mai raggiunto la categoria dell’emergenza, perché bilanciate da soddisfacenti risultati in termini politici ed economici della diplomazia e delle imprese statunitensi, sia a nord che a sud del deserto del Sahara. Ma negli ultimi anni la percezione di questo equilibrio è andata sfumando, ed è emersa più netta l’idea alla Casa Bianca, che la filosofia cinese di intervento stesse di fatto prevalendo.
E se vi fosse bisogno di una prova della eco che risalta delle iniziative di Pechino fra i governi africani, basterebbe sottolineare che all’inizio di settembre in occasione del Forum di Cooperazione Cina-Africa (Focac), si sono presentati capi di Stato, primi ministri e ministri di tutte le Nazioni, meno il piccolo Swaziland, che è l’unica della regione ad avere ancora fluide relazioni con Taiwan. «Se paragoniamo questo appuntamento con i più modesti vertici Francia-Africa e Gran Bretagna-Africa – ha osservato al riguardo David Bénazéraf, specialista delle relazioni sino-africane presso l’Agenzia internazionale dell’energia – possiamo avere un’idea della forza d’urto cinese». Creato nel 2000, il vertice si riunisce ogni tre anni stanziando somme via via più importanti per progetti, prevalentemente di infrastrutture. Nel 2005 i miliardi erano cinque, e nel 2015 sono diventati 60, equivalenti a quelli messi sul tavolo anche nel 2018: 15 miliardi in aiuti, prestiti senza interessi e prestiti agevolati; una linea di credito di 20 miliardi; un fondo speciale per lo sviluppo Cina-Africa ed un fondo speciale di cinque miliardi per l’import africano (tra il 2009 ed il 2015 la seconda economia mondiale ha più che raddoppiato le sue esportazioni verso il ‘Continente nero’ facendo lievitare il suo surplus commerciale). Inoltre quest’anno il presidente cinese Xi Jinping ha nuovamente promesso di cancellare il debito contratto dai Paesi più poveri, come era già avvenuto regolarmente, anche se con meno intensità, dal 2000.

dinamismo finanziario
Le Nazioni africane non esitano ad accedere alle offerte di denaro in prestito dalla Cina, perché ciò non solo comporta tassi di interesse minori rispetto a quelli praticati dagli organismi finanziari multilaterali, ma anche molti meno condizionamenti riguardo a corruzione e sana gestione dei conti pubblici, come avviene invece per il denaro offerto dai Paesi occidentali. E questo dinamismo finanziario, che riguarda investimenti nei settori di infrastrutture, energia, ed anche delle banche, ha fatto sì che molte centinaia di compagnie cinesi si siano insediate in Africa. In una prima fase si trattava di imprese di sostegno ai progetti di sviluppo previsti dagli accordi di cooperazione bilaterali. Ma successivamente, con l’aumento dei costi di produzione in territorio cinese, e per l’inasprirsi delle guerre commerciali legate anche alla persistente crisi planetaria, Pechino ha cominciato a delocalizzare la sua produzione manifatturiera alla ricerca di Paesi con salari meno alti. Da qui l’atterraggio in Paesi asiatici come il Bangladesh e il Vietnam, ma anche in Africa del Sud ed in altre realtà africane dove i prodotti, pur fabbricati con denaro e personale spesso solo cinese, vengono etichettati come di altra origine, evitando quindi l’imposizione dei dazi elevati fissati per la produzione cinese. E sempre Bénazéraf conferma che l’Africa «si configura oggi più che mai una zona di delocalizzazione delle imprese cinesi per il settore industriale a forte domanda di mano d’opera», per evitare, appunto, le sanzioni commerciali imposte a Pechino.

seguendo le antiche Vie della Seta
E ancora, grazie allo sviluppo dell’ambizioso progetto denominato ‘Belt and Road Initiative (Bri)’, la Cina è intenzionata a raccogliere attorno a sé il sostegno economico e politico internazionale necessario a realizzare un’opera maestosa di collegamento all’Europa e all’Africa Orientale, volta al miglioramento della cooperazione tra i Paesi dell’Eurasia. Si tratta dell’apertura di due corridoi infrastrutturali fra Estremo Oriente e continente europeo sulla falsariga delle antiche Vie della Seta: uno terrestre (Silk Road Economic Belt) e uno marittimo (Maritime Silk Road), con il coin- volgimento di 70 Paesi. Gli esperti ritengo- no che per completare questo programma siano necessari investimenti per la fantastica somma di 4.000-8.000 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti in questi anni non sono rimasti ovviamente a guardare e per provare ad ostacolare l’ambizione cinese hanno cercato di far progredire due blocchi commerciali: uno transatlantico con l’Europa, l’altro transpacifico con i Paesi dell’Asia vicini a Washington, senza però riuscire, sostengono gli esperti, a frenare la progressione del Bri cinese. E poi, se pure qualche ostacolo Xi Jinping trova nella regione asiatica, il Focac ha dimostrato che la musica è assai diversa in Africa dove il capo dello Stato si è recato quattro volte negli ultimi cinque anni, e dove ingenti investimenti sono stati accolti di recente per opere infrastrutturali da Egitto, Kenya, Africa del Sud, Senegal e Marocco, solo per fare alcuni nomi. E non è neppure un caso che l’unica base militare permanente della Cina all’estero sia a Gibuti, nel Corno d’Africa, all’estremità meridionale del Mar Rosso.

una valvola per l’economia
Insomma, sostiene Thierry Pairault, ricercatore capo del Centro nazionale della ricerca scientifica (Cnrs) francese, «c’è del vero nella tesi ufficiale di Pechino secondo cui le relazioni sino-africane si muovono nella logica ‘win-win’ (vantaggi di entrambe le parti)». Per l’Africa, spiega, «la Cina è una opportunità fenomenale che le permette di non dover sopportare più un faccia a faccia con le potenze occidentali. E per la Cina, questa spinta africana funge da valvola per una economia da tempo sostenuta dalle esportazioni e che ha bisogno di sfogo dovendo affrontare sia la politica protezionista del presidente Donald Trump, sia le barriere tariffarie europee». I punti polemici di questa cooperazione sono comunque ancora molti sotto accusa, c’è anche il grande acquisto di terre coltivabili realizzato in diversi Paesi africani per produrre derrate agricole volte a soddisfare la forte domanda di alimenti per i 1.300 milioni di cinesi. Questo feno- meno, hanno denunciato associazioni della società civile, ha accelerato una fuga di africani che abbandonano l’agricoltura e si trasferiscono nei centri urbani, dove spesso vivono in condizioni di massima povertà.

la crescita verde
Da questo tipo di rilievi ha preso spunto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, quando ha dichiarato nel Forum di Pechino che il partenariato sino-africano deve rispondere a due grandi priorità: una «mondializzazione giusta e la promozione di uno sviluppo inclusivo». In particolare Guterres ha insistito sull’aiuto che la Cina può fornire ai Paesi africani in materia di sviluppo sostenibile. Dopo aver ricordato i rischi gravi che l’Africa corre a causa dei cambiamenti climatici, il segretario generale ha sottolineato come «uno sviluppo rispettoso del clima sia necessario per la Cina, per l’Africa, e per il mondo intero». «La Cina – ha concluso – è oggi un leader mondiale in quanto a soluzioni climatiche. È dunque importante che condivida i suoi progressi in materia con l’Africa per consentire a questo continente di andare oltre lo sviluppo tradizionale inquinante a favore della crescita verde».

* Maurizio Salvi su Rocca.
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ROCCA 15 OTTOBRE 2018
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