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Quale presidente per la salvaguardia della democrazia?

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Un presidente patriota?
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Gennaio 2022 by c3dem_admin | Su C3dem.
La crisi della democrazia negli Stati Uniti, dove un uomo come Donald Trump è ancora il leader osannato di metà degli americani, può diventare anche la nostra crisi. Possibile che non si sia più in grado di percepire quale debba essere il profilo alto di chi ci debba rappresentare? E se domani si arrivasse anche da noi all’elezione diretta del presidente?

di Vittorio Sammarco

Che la vicenda politica degli Usa ci riguardi tutti, e in particolare noi che condividiamo l’alleanza atlantica e occidentale, fondata sulla condivisione del principio della democrazia come valore fondante del vivere collettivo, è palese. Sarebbe quasi inutile dirlo se non vedessimo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, un evidente indebolimento di quel principio. Costantemente logorato sulla base di un fenomeno complesso che, sia chiaro, non è per nulla esclusivo di quel paese ma, seppure condizionato da elementi contingenti e particolari, è tessuto da elementi costitutivi di una matrice comune all’Occidente. Ossia: personalizzazione della contesa politica; influenza dei media nelle scelte (vecchi e soprattutto nuovi); polarizzazione del conflitto; sfiducia nelle istituzioni e negli esperti; insorgere di nuovi poteri (in particolare economici e mediatici); radicalizzazione della diatriba sulla base di false convinzioni ritenute vere.
Ecco: siccome tutti siamo disposti (ahinoi) a riconoscere anche nelle nostre fragili democrazie l’insorgere e il consolidarsi di questi fattori, dovremmo di conseguenza preoccuparci della vicenda Biden vs Trump. Perché, appunto, non si tratta di “affari loro”, ma nostri. Ossia di tutti coloro che credono ancora che nessuno possa contestare il voto legittimamente espresso se non ha uno straccio di prova. Anzi, se tutto quello che sostiene è stato ampiamente contestato. A maggior ragione se è ricco e potente, in quanto ricco e in quanto ex presidente. E che non può delegittimare gli avversari solo perché ha perso.
E, siccome le tendenze “americane”, nel bene e nel male, spesso negli ultimi decenni si riverberano nella società, nella cultura e nella politica dell’intero Occidente, bisogna essere chiari. Chi sostiene che un politico di questa fattezza, con ciò che dice e che fa (il 6 gennaio e l’assalto a Capitol Hill non è affatto una parentesi superata), può essere tranquillamente sostenuto e appoggiato a distanza come se si trattasse di una qualsiasi discussione politico-ideologica, va ugualmente criticato e condannato.
E siccome siamo in vista delle nostre elezioni, il salto non appaia acrobatico e astruso. Il patriota, visto che di questo si è parlato, è sicuramente un politico che sa stare mille miglia distante dai modelli simil Trump. Questi, nei fatti, vuole la guerra civile (il 6 gennaio è stata una sorta di prova generale andata a male, per lui), e quindi di fatto vuole il male della “sua” patria per i suoi personali interessi.
Ecco, quando si riparlerà di elezione diretta del presidente della Repubblica (non sarà il caso del prossimo presidente, ma non sono pochi i cittadini che la vorrebbero come emerso dal sondaggio di Ilvo Diamanti apparso alcune settimane fa sui giornali), è probabile che non si potrà chiudere il dibattito paventando rischi di populismo e di incapacità dell’elettore di decidere la persona migliore. Bisognerà in quel caso ragionare pacatamente (ci si riesce una volta tanto?) sui pro e i contro, valutare benefici e rischi: ma senza condanne preventive, senza pregiudizi, che non sarebbero compresi e accettati. Ma valutiamo piuttosto il profilo di chi può o non può farlo, quali sono le vicende di una carriera politica che impediscono di assumere un ruolo così alto: condanne giudiziarie (anche quelle in prescrizione, che tanto sono macchie pure quelle…); i discorsi fatti; le scelte internazionali; le vicende economiche e personali che, se ad alcuni possono apparire macchie tenui, spesso non lo sono. Facciamo in modo, insomma, che la più alta carica dello Stato, che lo rappresenta in un mondo con ogni evidenza di questi tempi tanto più fragile, non sia solo impeccabile, di più. Sia l’orgoglio di un Paese.
I realisti (cinici?) si affretteranno a dire che questo tipo di figure non esiste in politica. Si fa i conti con il “materiale umano” a disposizione, sempre precario e finito. Ma non vedono che Pertini, Ciampi, Scalfaro, Napolitano e – non c’è nemmeno bisogno di dirlo – Mattarella hanno rappresentato in pieno il profilo su descritto? E lo si sapeva anche prima di sperimentarli nel settennato. Ci saranno ora figure di questo tipo o siamo irrimediabilmente sconfitti?
Di questo dovremmo parlare nei nostri circoli (sezioni, associazioni o come vogliamo chiamarle, in presenza o digitali che siano); di questa rivalutazione della democrazia e del profilo alto, altissimo, di chi la invera nelle nostre massime istituzioni. Il pragmatismo di basso livello lasciamolo a chi ne fa un motivo di supponente orgoglio. Almeno in questo particolare caso, quando, a fine gennaio, 1009 rappresentanti di questo popolo dovranno scegliere un nome su tutti.
E la storia statunitense ci insegni qualcosa.
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Draghi e la querelle sul Quirinale
12 Gennaio 2022 by c3dem_admin | su C3dem. c3dem_banner_04
[C3dem] Pubblichiamo, riprendendolo dal bisettimanale on line, da lui fondato, “Mente Politica” (www.mentepolitica.it), l’editoriale del n. 3. L’autore, di cui spesso riportiamo nella nostra rassegna stampa gli articoli che pubblica su diversi giornali, in questo articolo non entra nel merito della complessa questione del prossimo voto per la successione a Sergio Mattarella, ma si sofferma a riflettere su come politici e media abbiano commentato, negativamente, la decisione del premier Draghi di non rispondere alle domande sul Quirinale. Una decisione, invece, del tutto legittima e saggia

di Paolo Pombeni

La conferenza stampa del premier Draghi è stata in genere accolta male da molti esponenti della grande stampa. Si è ritenuto intollerabile che rifiutasse domande sul suo futuro (al Quirinale o a palazzo Chigi), ci si è lamentati che avesse perso decisionismo (dopo naturalmente essersi lamentati nei mesi scorsi del suo piglio decisionista).
In realtà le cose sono più complicate, ma ormai il teatrino della politica commentata non tollera che qualcuno rifiuti di rivestire i panni che gli sono stati assegnati nella rappresentazione. A Draghi troppi non perdonano di non avere fatto il miracolo, cioè avere cancellato la pandemia. Altri si beano nel rilevare che loro l’avevano sempre detto che non ce l’avrebbe fatta. Ovviamente sono due atteggiamenti ridicoli, perché nessuno in nessuna parte del mondo è stato in grado di cancellare questa pandemia, ma Draghi non solo ha fatto molto per metterla il più possibile sotto controllo, ma ha al tempo stesso evitato che essa producesse la catastrofe economica che era profetizzata da vari osservatori.
Tutto però si è ulteriormente complicato quando si è aperta la questione di una possibile investitura dell’attuale premier come prossimo presidente della repubblica. La prospettiva suscita preoccupazione nelle forze politiche per due ragioni. La prima è che non sanno come possono risolvere il problema della continuazione nell’azione impostata dall’attuale governo: di continuare con la larga maggioranza non hanno molta voglia perché temono che chi sostituirà Draghi si intesti i successi del PNRR e simili mentre gli altri si vedranno addossare le rimostranze da parte di tutti quelli che non avranno vantaggi o perderanno posizioni di rendita. La seconda è che un presidente della repubblica con una caratura di peso ottenuta fuori e oltre il sistema dei partiti mette ulteriormente in crisi la presa di questi sul sistema politico.
Per questo c’è una pressione a che Draghi “si candidi” per l’ascesa al Colle o per la permanenza alla guida del governo. Se lo fa, offre lo spazio a quei partiti che sono disponibili a sostenerlo per l’una o per l’altra posizione di negoziare con lui delle condizioni. Nessuno rileva che questo sconvolgerebbe l’equilibrio del nostro sistema politico.
Né la carica di presidente della repubblica, né quella di presidente del consiglio sono nel nostro sistema ad elezione popolare diretta: solo in quel caso avrebbe senso candidarsi, cioè proporre quali “poteri” specifici si chiede di ricevere dall’investitura popolare. Al contrario il Capo dello Stato riceve l’investitura da un corpo elettorale di secondo grado (Camere e rappresentanti regionali) per rivestire un ruolo e dei compiti i cui contenuti sono già identificati dalla Carta costituzionale. Li declinerà ovviamente con la sua personale sensibilità, tenuto conto delle circostanze che si presenteranno nel corso del suo mandato, ma non potrà costruire un modo di intendere la presidenza della repubblica di tipo nuovo. Per queste ragioni non ci sono discorsi o manifesti di candidatura, non ci sono confronti dialettici pubblici fra più candidati, come accade normalmente nei sistemi dove il vertice dello stato è scelto dalla volontà popolare.
Meno facile cogliere che lo stesso vale in buona misura anche per il ruolo del presidente del consiglio. Sebbene da anni si sia forzata la prassi di una indicazione del candidato premier più o meno sulle schede elettorali (Berlusconi vs. Prodi fu l’esempio più chiaro), in realtà siamo rimasti un sistema parlamentare in cui il presunto eletto dalla volontà popolare può essere fatto cadere in parlamento senza che questo comporti un ritorno davanti agli elettori. I partiti sono rimasti arbitri nel formare maggioranze parlamentari e anche nell’individuare chi inviare a loro nome a guidare il governo.
Ricordiamo queste banali realtà per spiegare come Draghi abbia fatto benissimo a sottrarsi alla trappola di candidarsi a questa o a quella carica. A farlo non deve essere lui, ma le forze politiche che designandolo si impegnano ad investirlo realmente dei poteri previsti da quei ruoli. Ed è proprio questo che i partiti non vogliono fare, perché lui è un “estraneo” al loro circuito che per di più non è disponibile a “chiedere i loro voti”.
L’ultima trappola a cui il premier si è sottratto è quella della conferenza stampa di lunedì 10 gennaio. Ammaestrato da come era stata accolta la sua affermazione in quella del 22 dicembre scorso di considerarsi un “nonno” al servizio delle istituzioni, ha voluto cambiare spartito. Allora si era presa la sua performance come un atto per insinuare la sua candidatura al Colle con la sua attitudine “dirigista” e non come la disponibilità ad essere collocato con le sue competenze dove poteva convenire al Paese. Ora ha scelto un profilo che sottolineasse il suo rifiuto di sentirsi rappresentato come “Super Mario” ed ha respinto qualsiasi possibilità di esprimersi sul suo futuro nelle istituzioni, sottolineando così che spetta alle forze politiche decidere se vogliono o meno servirsi delle sue capacità e in che forma.
Dovrebbe essere visto come un gesto molto nobile e maturo da parte di un uomo pubblico e invece lo si è voluto ridurre alle dimensioni di un teatrino politico dove non ci si trova gusto se non si specula su ambizioni, intrighi, occupazioni del potere. Ma questo è un altro segno della decadenza di una parte non piccola del nostro sistema politico, decadenza che coinvolge non solo i partiti, ma anche il mondo dei media. Non tutti, ovviamente, ma certamente troppi.

Paolo Pombeni
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DRAGHI E MATTARELLA SOTTO (DIVERSO) ASSEDIO
12 Gennaio 2022 su C3dem.
Gianfranco Pasquino, “Non chiedete a Draghi di scegliere al posto vostro” (Domani). Ugo Magri, “I dilemmi del Presidente” (La Stampa). Franco Monaco, “Mattarella-bis, volerlo è spesso strumentale” (Il Fatto). Stefano Folli, “Quale binomio Quirinale-Chigi” (Repubblica). Claudio Cerasa, “Dietro la quinta del Colle” (Foglio). Salvatore Vassallo, “Per Silvio Berlusconi il Colle non è impossibile. Attenti a sottovalutarlo” (Domani). Carlo Galli, “Il vuoto che aiuta il Cavaliere” (Repubblica). Umberto Ranieri, “Draghi al Colle. Tutte le ragioni di un’elezione” (Il Riformista).