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	<title>Aladin Pensiero &#187; Economia &amp; Lavoro</title>
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		<title>Other news</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 17:13:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia & Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[Modi è nei guai Other news Aladin #aladinpensiero online]]></category>

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		<description><![CDATA[Modi è nei guai Di Vidya Krishnan* – Al Jazeera Le proteste del CJP che stanno investendo il Paese hanno messo a nudo la democrazia svuotata dell’India. Si dice che se si spennano le piume di un pollo una alla volta, nessuno se ne accorge. È così che alcune persone si illudono credendo che i]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_79451.png"><img src="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_79451.png" alt="img_7945" width="205" height="70" class="alignleft size-full wp-image-179073" /></a><strong>Modi è nei guai</strong></p>
<p>Di Vidya Krishnan* – Al Jazeera</p>
<p>Le proteste del CJP che stanno investendo il Paese hanno messo a nudo la democrazia svuotata dell’India.<br />
<span id="more-179344"></span><br />
Si dice che se si spennano le piume di un pollo una alla volta, nessuno se ne accorge. È così che alcune persone si illudono credendo che i piccoli torti non le perseguiteranno mai.</p>
<p>Il problema di questo metodo è che, un bel giorno, la verità viene a galla, impossibile da ignorare. Questo ottobre, la democrazia indiana assomiglia a un pollo spennato, privato del suo piumaggio, mentre i manifestanti che ironicamente si definiscono “scarafaggi” invadono le nostre strade.</p>
<p>Per 12 anni si è continuato a spennare, finché il primo ministro Narendra Modi non si è ritrovato con le spalle al muro, costretto a rifugiarsi dietro le barricate, di fronte all’ira degli studenti per i quali la lenta erosione della democrazia ha lasciato poco da perdere e ancora meno da temere.</p>
<p>Di fronte a una grande manifestazione del 10 ottobre che chiedeva la revoca della epurazione delle liste elettorali, si è lanciato in una serie di autoincriminazioni. Il suo governo ha imposto misure che ricordano l’era dello stato di emergenza: nessun treno per Nuova Delhi, forze paramilitari schierate nei luoghi delle proteste, Internet interrotto.</p>
<p>Prima della manifestazione, sono state arrestate alcune figure di spicco legate al movimento di protesta Cockroach Janta Party (CJP) – Ratna Singh, Abhijeet Dipke, Dhruv Rathee. Sono stati arrestati anche molti altri noti attivisti, tra cui il pronipote di Mahatma Gandhi, Tushar Gandhi.</p>
<p>Ciononostante, i manifestanti si sono riversati nelle strade di Nuova Delhi, cercando di raggiungere i luoghi designati per la protesta, in una scena che si è ripetuta in una città dopo l’altra in tutta l’India. Nel corso della giornata, la polizia ha giocato un interminabile gioco del «colpisci il topo» con i manifestanti, che continuavano a riapparire in tutta la capitale, radunandosi in un angolo dopo l’altro, allontanati dai luoghi designati per la protesta ma restii a scomparire.</p>
<p>In serata, almeno 2.500 manifestanti e 15 giornalisti sono stati fermati in tutta la città e condotti nei centri di detenzione allestiti in varie località. Molti sono stati poi rilasciati.</p>
<p>Questi atti minano ulteriormente la già precaria posizione di Modi, suscitando ulteriori critiche da parte di chi ora mette in dubbio la sua idoneità a ricoprire la carica di primo ministro. Venerdì, i partiti dell’opposizione, guidati da Rahul Gandhi, hanno incontrato la presidente Draupadi Murmu e le hanno fatto presente che il governo ha sovvertito il quadro democratico dell’India.</p>
<p>Sotto la guida di Modi, i problemi si sono accumulati come cirripedi sulla fiancata di una nave. Ogni volta che è stato messo in discussione, si è allontanato sempre più dai principi democratici su cui è stata fondata questa nazione.</p>
<p>La Revisione Speciale Intensiva (SIR) delle liste elettorali – l’ultima mossa che ha messo in atto – è stata un esercizio di fascismo burocratico. Non c’è semplicemente altro modo per definire un evento che priva 130 milioni di indiani del loro diritto di voto.</p>
<p>Il fatto che questo processo abbia contribuito a influenzare le elezioni non è più oggetto di dibattito. È sbalorditivo che il presidente della Commissione elettorale, Gyanesh Kumar, che ha supervisionato la SIR, non si dimetta – per vergogna. A maggior ragione ora che è riemerso un caso di corruzione del 2006 a suo carico.</p>
<p>I quadri caotici, rabbiosi e di sfida nelle strade di Nuova Delhi e oltre rappresentano una resa dei conti che si stava preparando da tempo. I manifestanti, giovani e eterogenei, sono in netto contrasto con Modi e il suo gabinetto – uomini anziani e privi di senso dell’umorismo, che hanno scommesso sul successo di una strategia di demonizzazione ed esclusione. Il suo gabinetto è pieno di uomini pieni di sé, che avevano erroneamente scommesso che i crimini dei funzionari eletti dovessero essere tollerati e che un paese potesse essere governato all’infinito creando divisioni e fabbricando nemici.</p>
<p>Ora abbiamo visto cosa succede quando chi infrange la legge diventa legislatore. Il comportamento criminale è stato il principio organizzativo del partito e, nel loro insieme, i valori di queste persone hanno definito gli anni in cui Modi ha governato l’India. Nel corso di questo processo, ha presieduto allo smantellamento della Costituzione indiana.</p>
<p>Ora che tutto questo è tornato a perseguitarlo – sotto forma di «scarafaggi» che non riesce a sterminare – Modi ha trasformato Nuova Delhi in una fortezza e ha scatenato tutto il potere a sua disposizione contro manifestanti disarmati. Ciò è coerente con la sua politica di fingere di aspirare alla pace, ma di generare infallibilmente conflitti durante tutto il suo mandato: sia con le nazioni vicine che tra i vicini all’interno delle città.</p>
<p>Il 10 ottobre è solo un primo colpo. Nelle prossime settimane, i problemi di Modi probabilmente si aggraveranno. Il CJP ha annunciato che le proteste continueranno. I partiti dell’opposizione hanno dichiarato che protesteranno lunedì.</p>
<p>Gli «scarafaggi» sembrano aver risolto ogni dubbio residuo riguardo alla totale inettitudine di Modi come primo ministro. Hanno messo a nudo la democrazia svuotata di significato che l’India presenta al mondo come esemplare.</p>
<p>Mentre il suo mandato volge al termine — per ora, la sorte è ormai segnata — si può tranquillamente affermare che i libri di storia assegneranno a Modi il ruolo che gli spetta: quello dell’uomo che ha fatto sì che un’intera generazione di indiani perdesse ogni rispetto per il governo, l’esercito, la polizia di Delhi e l’intera struttura di governo.</p>
<p>Nuova Delhi è temporaneamente sospesa in una transizione tra un presente soffocante e un futuro promettente. Questo particolare frammento di tempo, per quanto difficile, passerà.</p>
<p>Quando la polvere si sarà posata, che ne sarà di tutte le istituzioni distrutte dalla cattura regolamentare e dall’ideologia di destra? Solo chi oggi scende in piazza potrà rispondere. Questa consapevolezza è implicita in ogni azione delle «scarafaggi». Perché il punto centrale è proprio il potere al popolo.</p>
<p>*Giornalista investigativa che scrive di giustizia sociale. Il suo primo libro, *Phantom Plague*, è stato pubblicato nel 2021.</p>
<p>Tra Stati Uniti e Cina: la doppia strategia dell’America Latina</p>
<p>Di Carlos Malamud* e Rogelio Núñez Castellano** – Real Instituto Elcano</p>
<p>Introduzione</p>
<p>Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la strategia degli Stati Uniti per l’America Latina e i Caraibi (ALC) è passata dalla teoria alla pratica, una teoria articolata attorno alla Strategia di Sicurezza Nazionale (ESN, dicembre 2025) e al Corollario Trump della Dottrina Monroe. [1] La Strategia di Difesa Nazionale (EDN, gennaio 2026) del Dipartimento della Difesa ha ratificato quanto esposto nella NSS: priorità alle frontiere interne (Homeland Security) e al cosiddetto Emisfero Occidentale.</p>
<p>La strategia elaborata nel 2025 è stata messa in atto l’anno successivo, previa prova dell’operazione «Lanza del Sur» per combattere il narcoterrorismo. In Venezuela l’Operazione «Resolución Absoluta» (3 gennaio) ha destituito Nicolás Maduro e posto il governo di Delcy Rodríguez sotto la propria tutela. Dopo mesi di pressioni e minacce di annessione del Canale di Panama, il 30 gennaio si è ottenuto che la Corte Suprema panamense annullasse la concessione alla società cinese Panama Ports Company (PPC), filiale di CK Hutchison con sede a Hong Kong, per la gestione dei porti di Cristóbal, sul versante atlantico, e di Balboa, sulla costa pacifica, in prossimità delle foci del Canale.</p>
<p>Gli Stati Uniti hanno assunto il controllo delle maggiori riserve di greggio del mondo e hanno espulso il loro principale rivale da una rotta interoceana cruciale. Il suo valore strategico è aumentato con la guerra in Iran e il blocco dello stretto di Ormuz. L’obiettivo geopolitico degli Stati Uniti non è espellere la Cina dall’America Latina, ma impedirle di controllare materie prime strategiche e infrastrutture critiche. L’idea è contenuta nel Corollario Trump-Monroe e nella Strategia di Sicurezza Nazionale (ESN): «Negheremo ai concorrenti extra-emisferici la capacità di schierare forze… o di possedere o controllare beni strategicamente vitali».</p>
<p>Il rapporto con l’America Latina e i Caraibi è guidato dall’idea di egemonia. Washington detta l’agenda e la strategia, non sulla base della parità, ma della superiorità sancita dal Corollario Trump-Monroe. Tale superiorità si fonda sul potere militare e sul fatto di essere il principale partner commerciale del Messico e dell’America Centrale, nonché il maggiore investitore straniero, una situazione che si mantiene dall’inizio del secolo. Sebbene la Cina stia acquisendo peso nei settori della logistica, dell’estrazione mineraria e dell’industria automobilistica, il suo predominio si fonda su due settori di spicco: l’energia e le infrastrutture digitali, e si manifesta in modo eterogeneo su quattro piani: (a) alleanza con i paesi sudamericani, insieme alla comunione ideologica incarnata dallo Scudo delle Americhe; (b) l’adesione incondizionata dei paesi dell’America Centrale e dei Caraibi, in sintonia con Honduras ed El Salvador in materia di migrazione, la collaborazione con il Guatemala nel settore delle infrastrutture e l’accettazione da parte di Panama della strategia relativa al Canale; (c) la pressione sulla dittatura cubana e, in misura minore, su quella nicaraguense; e (d) le tensioni con Brasile e Messico. Da qui deriva la sfida per l’America Latina e i Caraibi (ALC) di gestire le tensioni derivanti dai propri legami con gli Stati Uniti e la Cina. La soluzione è duplice.</p>
<p>Alla ricerca di un’America Latina pro-Trump</p>
<p>Nel biennio 2024-2026, l’America Latina, ad eccezione del Messico e del Brasile, e in misura minore dell’Uruguay, si è allineata con gli Stati Uniti. Dal 2024, nelle otto elezioni tenutesi hanno trionfato candidati pro-Trump.</p>
<p>Le due vittorie più legate a Trump sono state quelle in Honduras e in Colombia. Trump ha sostenuto personalmente Nasry Asfura e ha minacciato di ritirare gli aiuti all’Honduras se questi non avesse vinto. Alla fine ha battuto Salvador Nasralla con meno di un punto di vantaggio. In Colombia, Abelardo de la Espriella, sostenuto da Trump, ha vinto con meno di un punto di vantaggio. Nel 2025 la vittoria di Javier Milei alle elezioni legislative è stata determinata dallo swap del Tesoro statunitense di 20.000 milioni di dollari e dalle dichiarazioni di Trump che subordinavano gli aiuti finanziari alla vittoria di Milei. Keiko Fujimori, in Perù, pur non avendo ricevuto alcun segno di sostegno elettorale, non appena è entrata in carica ha adottato due decisioni favorevoli alla Casa Bianca: nominare ministro degli Esteri Carlos Espá – vicino agli Stati Uniti – e rompere le relazioni con l’Iran.</p>
<p>Il recente tour di Marco Rubio in Colombia, Ecuador e Perù ha permesso di mettere in scena questa alleanza ideologica e militare. Il viaggio ha rafforzato i legami con i governi vicini a Trump e si è concentrato sulla Cina e sulla lotta alla criminalità organizzata. Per quanto riguarda la sfida cinese, al suo arrivo in Perù, Rubio ha ribadito l’idea di fondo su Pechino: «I progetti sostenuti dal Partito Comunista cinese aggirano i quadri giuridici del Perù e minacciano la trasparenza e la sicurezza dei dati». In Colombia, Rubio ha annunciato una «epoca d’oro» con la Colombia, una fase di cooperazione senza precedenti. Due memorandum d’intesa hanno espresso la volontà di cooperare nello sviluppo dell’energia nucleare per uso strettamente civile e nella lavorazione di minerali critici e terre rare. Queste iniziative si aggiungono alla promessa di sostegno finanziario a Bogotá pari a 1.000 milioni di dollari.</p>
<p>Il tour è stato caratterizzato anche dallo sforzo di trasmettere l’idea che tutti affrontano gli stessi problemi di sicurezza (reti e gruppi criminali). Per questo motivo, è stata successivamente annunciata l’intenzione di reindirizzare i fondi del programma di Finanziamento Militare Estero, destinati a Slovacchia, Macedonia del Nord, Tunisia e Iraq, verso questi tre paesi e Panama. Se in Perù ha ufficializzato l’adesione del Paese allo Scudo delle Americhe, in Ecuador, dopo averlo definito uno dei suoi principali alleati regionali, ha designato il gruppo narcotrafficante Los Tiguerones come organizzazione terroristica. Rubio ha premiato l’adempimento da parte dell’Ecuador di diverse condizioni favorevoli a Washington, quali accordi migratori e cooperazione per operazioni contro le organizzazioni criminali. Contemporaneamente, è stato firmato con la Repubblica Dominicana un patto sullo sfruttamento delle terre rare. Infine, il Dipartimento di Stato ha annunciato un accordo con la Bolivia in materia di sicurezza.</p>
<p>Il triplice obiettivo del Corollario di Trump</p>
<p>L’immagine di una regione alleata con gli Stati Uniti convive con quella di una regione che, nonostante la vicinanza a Trump, non intende rompere con la Cina, cosa economicamente e commercialmente irrealizzabile. Né Washington lo cerca né lo promuove. L’Amministrazione ha un triplice obiettivo: (a) controllo delle materie prime strategiche; (b) controllo sulle infrastrutture critiche; e (c) lotta contro i cartelli e l’immigrazione. Per questo motivo, risulta prioritario frenare la presenza cinese nei settori economici e della difesa strategici e preservare l’influenza politica. Come sottolinea il Corollario: «Vogliamo un emisfero… che sostenga le catene di approvvigionamento cruciali e garantisca il nostro accesso continuo a località strategiche chiave». Gli Stati Uniti non si oppongono alle relazioni economico-commerciali con la Cina – non potrebbero farlo – purché queste non minaccino la loro sicurezza e la loro influenza in ambiti quali le tecnologie o le infrastrutture strategiche.</p>
<p>La rivalità tra Stati Uniti e Cina è entrata in una fase di lotta per il controllo delle catene di approvvigionamento, delle tecnologie critiche e delle infrastrutture. Il sottosegretario alla Difesa, Elbridge Colby, ha esortato i propri partner regionali a proteggere i propri beni critici come «il loro contributo per garantire una pace duratura… L’unica cosa che chiediamo loro è di collaborare con noi per impedire che qualsiasi attore possa rivendicare e sfruttare risorse chiave». I paesi con risorse strategiche – minerali critici, porti, infrastrutture digitali – meritano l’attenzione di Washington, come si è visto nel 2026.</p>
<p>Venezuela</p>
<p>L’operazione «Resolución Absoluta» non solo ha portato all’arresto di Maduro, ma ha anche posto il Venezuela e il suo petrolio sotto la tutela di Washington. Il 6 gennaio è stata annunciata la consegna di 30-50 milioni di barili di greggio non soggetto a sanzioni e il segretario all’Energia, Chris Wright, ha dichiarato che avrebbero venduto il greggio stoccato e poi, a tempo indeterminato, immesso gradualmente la produzione sul mercato.</p>
<p>A seguito dell’accordo bilaterale di fine agosto, le aziende statunitensi potranno sfruttare la maggior parte delle riserve, fino a 65.000 milioni di barili, oltre il 21% delle riserve venezuelane. Secondo Trump, ciò comporterebbe il raddoppio delle riserve stimate, pari a 46.400 milioni di barili entro la fine del 2023, senza alcun costo per il contribuente statunitense, e ridurrebbe il prezzo della benzina, aumentato a causa della guerra in Iran.</p>
<p>Il Canale di Panama</p>
<p>Panama ha ufficialmente revocato le concessioni portuali che per oltre due decenni erano state gestite dalla PPC, una filiale della CK Hutchison. Una sentenza della Corte Suprema ha dichiarato incostituzionali le concessioni dei terminal di Balboa, sul Pacifico, e di Cristóbal, sull’Atlantico, gestiti da PPC. A seguito della decisione giudiziaria, lo Stato ha assunto il controllo, comprese gru, veicoli e sistemi informatici, ha stabilito un regime operativo transitorio della durata di 18 mesi e ha indetto una nuova gara d’appalto.</p>
<p>Questa decisione ha una chiara dimensione geopolitica. Il Canale è uno dei principali corridoi del commercio globale e un punto nevralgico del transito di container ed energia tra l’Asia e la costa orientale degli Stati Uniti. Sebbene le concessioni portuali non si trovassero sul tracciato interoceano, sotto la sovranità panamense, la presenza di una società di Hong Kong agli accessi del Canale è stata messa in discussione da Washington. Nel 2025 Trump ha affermato che la Cina «controllava» il Canale, il che ha intensificato la pressione e ha coinciso con le trattative di CK Hutchison per vendere i propri asset a un consorzio guidato da BlackRock. La Cina ha attribuito l’operazione alle pressioni statunitensi e il processo si è arenato.</p>
<p>Questa sentenza ha rappresentato un successo nel contenimento dell’influenza cinese sulle infrastrutture strategiche, vista da Pechino come un allineamento politico con gli Stati Uniti. La Cina avrebbe dato istruzioni alle imprese statali di sospendere nuovi progetti e sta valutando di reindirizzare i propri flussi commerciali verso altri porti. Il caso panamense indica una tendenza più ampia, poiché le infrastrutture, specialmente quelle logistiche, sono ormai essenziali dal punto di vista geopolitico. Porti, corridoi marittimi e nodi di trasbordo non sono solo beni commerciali, ma anche piattaforme strategiche. Panama, crocevia di rotte interoceaniche, torna ad essere fondamentale nella disputa globale, sebbene il Canale non sia stato l’unico fronte su cui gli Stati Uniti hanno agito per impedire la penetrazione cinese nell’America Latina e nei Caraibi.</p>
<p>Cile</p>
<p>A febbraio, gli Stati Uniti hanno sostenuto che il cavo sottomarino previsto tra Hong Kong e Valparaíso minasse la sicurezza regionale e hanno annunciato restrizioni sui visti per tre membri del governo di Gabriel Boric. Questa pressione era legata al progetto “Chile China Express”, che coinvolgeva aziende cinesi. Il progetto, ufficialmente sospeso ma non realizzabile, ha messo in luce che gli Stati Uniti sono disposti a esercitare pressioni anche sui propri partner ideologicamente più vicini se ritengono che la loro sicurezza sia minacciata. Infatti, all’interno del governo cileno – nonostante la vicinanza a Trump – c’è un forte malcontento nei confronti di Washington, poiché il suo ambasciatore ha affermato che i disordini del 2019 sono stati fomentati dalla sinistra. La risposta del ministro degli Esteri cileno è stata che gli ambasciatori «non devono esprimersi sulla politica interna».</p>
<p>Argentina</p>
<p>La vicinanza a Trump non ha evitato tensioni a livello provinciale. I vertici della Cooperativa Calf, che fornisce elettricità, gas, acqua e fibra ottica a Neuquén – la nona città argentina e la più grande della Patagonia – e opera nelle vicinanze di Vaca Muerta, si sono recati ad aprile presso la sede centrale di Huawei. I suoi dirigenti volevano conoscere gli strumenti di intelligenza artificiale per monitorare le reti elettriche e in fibra ottica. A luglio l’ambasciata degli Stati Uniti ha avvertito i 18 massimi dirigenti della Calf che avrebbero negato o revocato i loro visti turistici e d’affari se avessero stipulato contratti con Huawei. La Cina ha accusato Washington di esercitare pressioni su diversi paesi latinoamericani, tra cui l’Argentina, affinché sostituissero i propri fornitori tecnologici, a seguito di avvertimenti sui rischi di spionaggio, attacchi informatici e interruzioni di rete associati alle aziende cinesi.</p>
<p>Nel 2025 è stato sospeso il progetto dell’osservatorio astronomico di San Juan, il più grande del suo genere in Sudamerica, con il blocco in dogana per nove mesi di componenti essenziali. Sebbene il governo di Milei abbia rifiutato di commentare se gli Stati Uniti abbiano influenzato la decisione, Washington aveva effettivamente espresso preoccupazione per il radiotelescopio, temendo che potesse essere utilizzato per il tracciamento dei satelliti. Il progetto, avviato da Néstor Kirchner, era stato sostenuto da Cristina Kirchner e Mauricio Macri.</p>
<p>Guatemala</p>
<p>Gli Stati Uniti si sono concentrati sulla modernizzazione e sul controllo delle rotte bioceaniche, come quella che collega Puerto Quetzal, sul Pacifico, con i Caraibi. L’investimento mira a trasformare la logistica regionale e a rafforzare la sicurezza dell’America Centrale. Il progetto da 600 milioni di dollari non solo darà impulso all’economia locale, ma rappresenterà anche una chiara scommessa geopolitica e un rafforzamento delle alleanze strategiche. L’accordo, firmato nel maggio 2025 dalle autorità militari guatemalteche e statunitensi, segna una pietra miliare nella cooperazione bilaterale. Il porto punta a diventare un centro logistico regionale, integrando sviluppo economico e sicurezza marittima.</p>
<p>Brasile e Messico</p>
<p>Le relazioni con le due potenze regionali, Brasile e Messico, sono molto diverse, sebbene caratterizzate da tensioni alternate a momenti di avvicinamento. Sul piano commerciale, il Messico si è allineato con gli Stati Uniti nei confronti della Cina per non perdere parte del mercato statunitense, dato che l’80% delle sue esportazioni totali, pari a un terzo del suo PIL, è destinato agli Stati Uniti. Da qui derivano i dazi messicani sulle importazioni di prodotti cinesi (calzature, settore automobilistico, tessili e giocattoli). I dazi doganali sono stati approvati lo scorso dicembre, in vista della revisione dell’accordo di libero scambio T-MEC.</p>
<p>Sebbene Stati Uniti e Messico siano d’accordo in materia commerciale, non si può dire lo stesso per quanto riguarda le questioni militari e la lotta al narcotraffico. Il Messico e il Brasile non accettano attacchi terrestri contro i cartelli. L’intervento militare statunitense è una linea rossa che né Claudia Sheinbaum né alcun governo messicano potrebbe oltrepassare. In ogni caso, sebbene occulta, la presenza degli Stati Uniti è una realtà, come dimostrano la morte a Chihuahua di due agenti dei servizi segreti o il coinvolgimento di Washington nella caduta di “El Mayo” Zambada, leader del cartello di Sinaloa. Inoltre, i rapporti con la DEA, che erano tesi con López Obrador, sono migliorati con Sheinbaum, e si può parlare di una certa collaborazione, come nel caso della campagna congiunta contro i droni dei cartelli al confine. Inoltre, il Senato messicano ha autorizzato in quattro occasioni l’accesso di militari statunitensi a fini di addestramento.</p>
<p>In Brasile, Trump cerca di influenzare le elezioni sostenendo Flávio Bolsonaro. Sebbene la sua strategia abbia funzionato in Argentina e in Honduras, l’interventismo statunitense ha risvegliato il nazionalismo brasiliano, favorendo, almeno nel breve termine, la rielezione di Luiz Inácio “Lula” da Silva. La tensione con gli Stati Uniti ha rafforzato l’avvicinamento a Pechino nell’ambito dei BRICS. Lula e Xi Jinping si sono sentiti al telefono ad agosto per rafforzare le relazioni bilaterali pochi giorni dopo che Trump aveva confermato dazi del 25% sulle esportazioni brasiliane. In ogni caso, Brasile e Stati Uniti mantengono una forte relazione commerciale. Gli Stati Uniti registrano, in modo ricorrente, un surplus commerciale e rappresentano la principale fonte di investimenti diretti esteri (IDE). Nel 2025 le esportazioni del Brasile verso gli Stati Uniti hanno raggiunto quasi i 38 miliardi di dollari, contro i 100 miliardi verso la Cina.</p>
<p>Grazie alle sue dimensioni e alla minore dipendenza dagli Stati Uniti, il Brasile può cercare di mantenere buoni rapporti con entrambe le superpotenze. Annunciando investimenti per 440 milioni di dollari nell’intelligenza artificiale, il Brasile ha ripartito i progetti tra aziende statunitensi e cinesi, dimostrando il proprio impegno nel gestire i rapporti con entrambe. Poco più della metà del totale sarà destinata a un progetto di infrastruttura di supercalcolo a Rio de Janeiro, in collaborazione con le società cinesi Huawei Technologies e iFlytek.</p>
<p>Lo Scudo delle Americhe</p>
<p>Si tratta di un progetto poco spiegato, con una duplice idea di fondo. La prima è che i paesi latinoamericani aumentino la spesa nella lotta al narcotraffico, una richiesta del sottosegretario alla Difesa affinché la regione assuma maggiori impegni in materia di sicurezza. La seconda è quella di aumentare il coordinamento con gli Stati Uniti per combattere i cartelli, comprese le operazioni terrestri.</p>
<p>Lo «Scudo delle Americhe», presentato nel marzo 2026, sintetizza il «Corollario di Trump»: una coalizione di paesi per combattere i cartelli, condividere informazioni di intelligence e cooperare in materia militare e di sicurezza. Dei 18 paesi partecipanti, 12 sono latinoamericani: Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Honduras, Panama, Paraguay e Perù. Il Guatemala, nonostante la sua vicinanza agli Stati Uniti e il fatto che il suo governo di centro-sinistra collabori su questioni migratorie e di sicurezza, non è stato invitato.</p>
<p>Lo Scudo ha già iniziato a prendere forma. L’Operazione Lanza del Sur, in atto nei Caraibi dal settembre 2025, ha affondato 69 motoscafi dei narcotrafficanti e ucciso 230 persone in un anno. Coordinata dalla Forza di Azione Congiunta, poi integrata nella Forza di Azione Congiunta dell’Emisfero Occidentale, con obiettivi più ampi, mira a diventare lo strumento del Comando Sud nella lotta al narcotraffico. Il suo responsabile, il generale Francis Donovan, unifica il comando tattico e operativo. L’idea è quella di integrarla con i suoi 18 partner. L’intensificarsi delle operazioni nei Caraibi si è tradotto in una maggiore presenza militare a Panama (le esercitazioni Panamax 2026 sono state le più grandi da quando sono iniziate nel 2003) e a Porto Rico, con la riattivazione della base navale di Roosevelt Roads, in disuso dal 2004.</p>
<p>Pete Hegseth, capo del Pentagono, ha confermato che intende colpire i narcotrafficanti «sulla terraferma», così come già avviene nelle acque internazionali. Alti vertici militari di Stati Uniti, Colombia ed Ecuador si sono riuniti ad agosto nella località ecuadoriana di San Lorenzo, al confine con la Colombia, per coordinare le strategie contro le bande criminali e le mafie del narcotraffico lungo il confine comune. Il primo risultato è stato l’avvio, nel Pacifico, di nuove operazioni di intercettazione da parte delle forze statunitensi. Il loro obiettivo sono le imbarcazioni utilizzate per rifornire di carburante Los Choneros, la più grande banda criminale dell’Ecuador.</p>
<p>La Cina e i limiti del Corollario di Trump</p>
<p>Al di là dell’aumento della presenza economica e diplomatica cinese, gli Stati Uniti continuano a detenere una posizione egemonica nel commercio e negli investimenti. La presenza di Pechino in America Latina e nei Caraibi è cresciuta dal 2001 fino a diventare il secondo partner commerciale della regione, il primo in Sudamerica. In termini assoluti, il commercio tra Cina e America Latina è passato da circa 14 miliardi di dollari nel 2000 a circa 500 miliardi nel 2022, moltiplicandosi per 35. Gli investimenti sono aumentati in modo sostanziale. La CEPAL stima che gli investimenti cumulativi abbiano superato i 203.000 milioni tra il 2000 e il 2024. Questa presenza, inizialmente concentrata nel settore petrolifero e minerario, si è diversificata verso l’energia elettrica e rinnovabile, l’automotive, le telecomunicazioni, le infrastrutture, la logistica e i minerali critici, mentre le imprese cinesi hanno rafforzato la loro presenza in settori legati alle nuove catene di approvvigionamento. Questa evoluzione ha ridotto il primato statunitense.</p>
<p>Gli Stati Uniti continuano a essere il principale partner dell’America Latina e dei Caraibi: mantengono il primato finanziario e commerciale e sono il primo investitore nella regione. La loro leadership commerciale è condizionata dal forte legame con il Messico. Il rapporto Mapping US Investment in Latin America and the Caribbean, dell’Atlantic Council (luglio 2026), in linea con il nostro “Perché l’America Latina è importante?”, mette in luce il progressivo spostamento degli Stati Uniti, sebbene questi continuino a essere il principale investitore straniero, sia per volume che per continuità e diversificazione degli investimenti. Questi investimenti presentano vantaggi qualitativi rispetto a quelli cinesi: generano più occupazione per unità di capitale investito, sono forti nei progetti greenfield e più inclini a incentivare la ricerca e lo sviluppo.</p>
<p>Tuttavia, gli investimenti nel settore minerario sono relativamente ridotti. Tra il 2020 e il 2024 gli investimenti si sono attestati intorno ai 200 milioni di dollari all’anno, circa un ventesimo di quelli cinesi. Inoltre, gli investimenti statunitensi si concentrano principalmente in Messico, Brasile e Guyana, dove dal 2020 si colloca quasi il 70% dei loro progetti. La Cina utilizza la propria capacità finanziaria per consolidare le posizioni nei minerali critici, nelle infrastrutture, nella logistica, nella tecnologia e nelle nuove industrie.</p>
<p>La preoccupazione di Washington non deriva dalla perdita della supremazia economica, ma dal fatto che la Cina abbia sviluppato un contesto commerciale e strategico al di fuori degli Stati Uniti. Da un triplice punto di vista (politico, strategico ed economico), gli Stati Uniti intendono espellere la Cina dall’America Latina e dai Caraibi (ALC), in particolare per quanto riguarda il controllo delle infrastrutture critiche e delle risorse strategiche. Tuttavia, dato il peso economico della Cina, la loro strategia deve limitarsi a questi ultimi due aspetti, poiché il loro margine di manovra nelle relazioni economico-commerciali sino-latinoamericane è più ridotto. Infatti, parte dell’America Latina e dei Caraibi mantiene un’alleanza geopolitica e militare con gli Stati Uniti (lo Scudo delle Americhe) e un’altra di natura economico-commerciale con la Cina. Gli esempi abbondano. Solo negli ultimi mesi si sono visti alleati vicini agli Stati Uniti, come Cile, Ecuador e Argentina, corteggiare Pechino.</p>
<p>Il ministro degli Esteri cileno, Francisco Pérez Mackenna, si è recato in agosto in visita ufficiale per «approfondire la cooperazione bilaterale». Il governo conservatore di Kast non può prendere le distanze da Boric su questo punto, poiché la Cina è il suo principale partner commerciale. Acquista il 53% delle esportazioni di rame e il 70% del litio, i due pilastri del suo futuro economico.</p>
<p>La Banca centrale argentina e la Banca popolare cinese hanno rinnovato ad agosto uno swap da 17 miliardi di euro, estendendone la durata da tre a cinque anni. Il nuovo accordo, ratificato da Milei, proroga uno strumento finanziario in vigore dal 2009, ai tempi di Kirchner, e mantiene la tranche attivata nel 2023 da Alberto Fernández. Il commercio spiega gran parte dell’accordo. La Cina è stata la principale fonte di importazioni nel primo semestre del 2026, con il 22,5% degli acquisti di beni. Tra gennaio e giugno, l’Argentina ha esportato in Cina merci per oltre 4.200 milioni di euro, il 59,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le importazioni hanno raggiunto quasi i 7.000 milioni di euro, con un calo su base annua del 3,8%.</p>
<p>Il presidente dell’Ecuador, Noboa, si è recato ad agosto a Pechino per una visita di Stato di otto giorni. Ha incontrato Xi e altri alti funzionari e hanno siglato accordi di cooperazione per 42,7 milioni di dollari, di cui 28 milioni nel settore della sanità e della sicurezza e 14,7 milioni in quello dell’istruzione, della produzione e della prevenzione dei rischi. La Cina ha espresso fiducia negli investimenti nelle industrie verdi e nella produzione di energia fotovoltaica. Noboa ha illustrato le ragioni della sua strategia duale con gli Stati Uniti e la Cina (una di natura politico-militare e l’altra di natura economico-commerciale), basata sul pragmatismo. L’obiettivo è potenziare i benefici per l’Ecuador a partire dai legami esistenti con tutti i paesi con cui il paese intrattiene relazioni diplomatiche e commerciali: «Mentre si attraggono investimenti agendo sulle condizioni macroeconomiche, sul quadro giuridico e su molti altri fattori interni, la sicurezza rappresenta un elemento altrettanto determinante, non solo per la vita degli ecuadoriani e lo sviluppo della nostra società, ma contribuisce in modo decisivo alle condizioni che guidano la decisione degli investitori e integrano gli sforzi e le azioni concrete del Governo a favore del popolo e del Paese».</p>
<p>La Cina sembra rispettare la sfera di interesse e influenza creata da Trump, come nel caso di Cuba e del Venezuela. Pechino ha condannato l’interventismo degli Stati Uniti, ma senza intraprendere azioni significative, forse tenendo presente Taiwan. Negli ultimi decenni, e in particolare nell’ultimo anno, ha compiuto gesti di apertura nei confronti di Cuba, ma il suo sostegno sembra essere limitato da considerazioni strategiche, economiche e politiche. La Cina è ben lontana dall’assumere un ruolo che vada oltre la retorica e che implichi mettere a rischio il proprio rapporto con gli Stati Uniti.</p>
<p>Conclusioni</p>
<p>Lo sfoggio di forza e la leadership egemonica degli Stati Uniti in America Latina e nei Caraibi presentano due punti deboli. Il primo è la congiuntura politico-elettorale favorevole grazie alle vittorie di candidati vicini a Trump. Si tratta di un vantaggio congiunturale che potrebbe rivelarsi effimero, data la presenza del voto di protesta contro i partiti al potere, per cui il pendolo elettorale potrebbe oscillare, anche a breve termine, nella direzione opposta. Il secondo è l’atteggiamento egemonista (lo stile prepotente di Trump) nei confronti dell’America Latina, che può risvegliare l’anti-imperialismo nazionalista. Qualcosa del genere sta già accadendo in Brasile.</p>
<p>Gli Stati Uniti cercano di riaffermare la propria preminenza nell’emisfero, al di là dell’ambito strettamente militare, nei settori delle telecomunicazioni, dell’intelligenza artificiale, dei porti, delle materie prime critiche, dell’energia, delle infrastrutture e delle catene di approvvigionamento globali. Dopo l’incontro tra Trump e Xi, a maggio, si intravede una certa e instabile «convivenza pacifica», essendo passati dalla «competizione strategica» alla «stabilità strategica». È stato concordato di progredire verso un rapporto di Stabilità Strategica Costruttiva e di creare un Consiglio per il Commercio e un altro per gli Investimenti per istituzionalizzare aspetti centrali della loro interdipendenza.</p>
<p>Questa intesa, se mantenuta, apre una finestra di opportunità per l’America Latina. Il momento è propizio, dato il crescente interesse globale per la regione e per il suo potenziale. Mai in passato, come ha sottolineato il segretario generale iberoamericano Andrés Allamand, le grandi potenze erano state così attente. Nei discorsi di Cina, Stati Uniti, UE e India si ripetono argomenti e concetti simili: partner preferenziali, partner chiave con cui formare una comunità.</p>
<p>Tutto indica che i paesi dell’America Latina si stanno dirigendo verso un mondo in cui potranno, almeno a breve termine, mantenere una strategia duale: (a) geopolitica con gli Stati Uniti e il «Corollario Trump», in particolare con lo Scudo delle Americhe; e (b) economica e commerciale con la Cina in quei settori in cui non è in gioco la sicurezza degli Stati Uniti, dato che la Cina continuerà a essere fondamentale in America Latina. Come ha sottolineato il ministro degli Esteri cileno: «Non siamo né anti-cinesi né anti-statunitensi, siamo pro-cilenici. Dobbiamo costruire la nostra strada, una strada di sovranità, che ci permetta… di prendere le decisioni. Gli Stati Uniti e la Cina sono fondamentali e molto rilevanti per il [nostro] futuro».</p>
<p>Questo scenario potrebbe deteriorarsi nel breve o medio termine, poiché il rapporto tra le due superpotenze potrebbe peggiorare per le cause più disparate. Per non rimanere intrappolata in questo scontro, l’America Latina dovrebbe diversificare i propri legami politici ed economici con vecchi e nuovi alleati, come l’UE e l’India, e coordinarsi per non negoziare in modo isolato. Solo il Messico e il Brasile possono farlo individualmente. La regione non deve nemmeno cadere nell’ingenuità di ritenere che negoziare con la Cina sia meno oneroso che farlo con gli Stati Uniti, per quante agevolazioni la prima possa offrire.</p>
<p>Maggiore coordinamento, maggiore cooperazione e maggiore collaborazione, date le difficoltà storiche dell’integrazione, conferirebbero a un’America Latina più pragmatica un maggiore peso globale e un maggiore margine di manovra. Piuttosto che puntare a un’integrazione istituzionalizzata e articolata dalla diplomazia presidenziale, si dovrebbe procedere verso la creazione di ampie coalizioni di interessi su temi concreti (infrastrutture, istruzione, sanità, intelligenza artificiale, materie prime critiche, lotta al traffico di droga, ecc.).</p>
<p>[1] D&#8217;ora in poi, Corollario Trump-Monroe.</p>
<p>*Ricercatore principale del Real Instituto Elcano e professore di Storia delle Americhe presso l’Università Nazionale di Educazione a Distanza (UNED).</p>
<p>*Ricercatore senior non residente del Real Instituto Elcano.<br />
OtherNews<br />
Via Panisperna 207, Roma &#8211; Italy<br />
www.other-news.info</p>
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		<title>Il tempo di Spin Time è ora</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 03:04:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Il tempo di Spin Time è ora #aladinpensiero online]]></category>

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		<description><![CDATA[19 Settembre – Roma – Il tempo di Spin Time è ora MANIFESTAZIONE NAZIONALE 19 SETTEMBRE, ASSEMBLEA IL 20. SPIN TIME 19 SETTEMBRE Da tredici anni Spin Time Labs dimostra che un altro modello di città è possibile e necessario. Una città dove non solo sia riconosciuto il diritto alla casa, ma anche il diritto]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/Spin-Time-19-sett-206.png"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/Spin-Time-19-sett-206-300x168.png" alt="spin-time-19-sett-206" width="300" height="168" class="alignleft size-medium wp-image-178906" /></a><strong><em>19 Settembre – Roma – Il tempo di Spin Time è ora</em></strong><br />
<strong>MANIFESTAZIONE NAZIONALE 19 SETTEMBRE, ASSEMBLEA IL 20.<br />
SPIN TIME 19 SETTEMBRE</strong><br />
<a href="https://generazionifuture.org/19-settembre-roma-il-tempo-di-spin-time-e-ora/">Da tredici anni Spin Time Labs dimostra che un altro modello di città è possibile e necessario. Una città dove non solo sia riconosciuto il diritto alla casa, ma anche il diritto a vivere il proprio territorio in maniera solidale.</a><br />
Il 29 luglio abbiamo visto un tentativo di mettere fine a questo modello. Chi ha evacuato Spin Time sapeva di aver messo in atto un tentativo di sgombero, anche se attraverso una strategia indegna e fuori da ogni protocollo. Quel che non si aspettava è che Roma avrebbe risposto come ha fatto: portando una solidarietà senza fine a Spin Time, per settimane, in pieno agosto.<br />
Il 6 agosto il Comune ha pensato una soluzione per rientrare nel palazzo e per iniziare un percorso di regolarizzazione e ha proposto di acquistare il palazzo. Investire SGR, la società proprietaria dell’immobile, ha rifiutato l’accordo ponte che avrebbe consentito a centinaia di persone di rientrare a casa propria.<br />
Ma Spin Time non è finito con quel rifiuto, e quel cancello non rimarrà chiuso. <span id="more-178902"></span><br />
Il palazzo di Santa Croce può diventare il banco di prova per invertire la tendenza delle politiche urbanistiche che stanno attraversando Roma. Una città sempre più consegnata alla rendita, ai fondi immobiliari, agli alberghi, agli affitti brevi e alle residenze di lusso può scegliere una strada diversa: far diventare il palazzo di Santa Croce il primo pezzo di Roma sottratto alla rendita e restituito alla collettività.</p>
<p>La casa è un diritto e finché non è garantito a tutti, non possiamo più cedere terreno alla speculazione. Per questo, Spintime deve tornare pubblico. Con l’acquisto, se Investire SGR è intenzionata a dialogare. Con l’esproprio, se continua a opporsi.</p>
<p>In questi anni abbiamo visto all’opera il modello Milano, con una città inaccessibile a chi vorrebbe viverla. Il piano casa del governo Meloni copia quell’idea di città: mano libera a costruttori e fondi di investimento ed edilizia popolare ridotta ai minimi termini.</p>
<p>Intanto, il governo reprime le idee alternative di città. Quando può, col manganello; quando non può con l’inganno, tentando di sgomberare Spin Time di notte, senza riuscirci.</p>
<p>Riportare Spin Time a Santa Croce dimostrerebbe che il profitto e la speculazione edilizia non regnano incontrastate sulle nostre città e, soprattutto, spianerebbe la strada all’edilizia popolare in centro, proprio nel cuore della città dove ce n’è più bisogno.</p>
<p>Si tratterebbe di un precedente fondamentale che potrebbe dare il via a una stagione di politiche sociali e abitative che dal basso vengono riconosciute, istituzionalizzate e replicate. Ed è il momento che chi dice di opporsi al governo Meloni metta il diritto alla casa al centro delle rivendicazioni l’alternativa di questo Paese.</p>
<p>Per questo, il 19 settembre ci vedremo per un grande corteo nazionale per le strade di Roma e il 20 ci riuniremo in assemblea. Partiremo dai cancelli del nostro palazzo con l’intenzione di arrivare davanti a quelli di Investire SGR.</p>
<p>Vogliamo un Modello Roma che parta da Spin Time, una città solidale. Vogliamo che la casa sia al centro delle rivendicazioni sociali di questa città e non solo. Vogliamo che il diritto all’abitare segua un modello cooperativistico e mutualistico, superando le dinamiche di mercato che impediscono a troppe e troppi di avere un tetto sopra la testa e di vivere il proprio territorio.</p>
<p>Spin Time è un modello replicabile, basta solo volerlo. Invertire la rotta è possibile. Si può cominciare da qui.<br />
Il tempo di Spin Time è ora.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
Da Generazioni future: <a href="https://generazionifuture.org/19-settembre-roma-il-tempo-di-spin-time-e-ora/">https://generazionifuture.org/19-settembre-roma-il-tempo-di-spin-time-e-ora/</a></p>
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		<title>Martedì 8 settembre 2026</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 05:48:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Desideri approfondire qualche figura storica cagliaritana che si distinse particolarmente come autore di queste canzoni o preferisci scoprire come venivano organizzati i celebri "Processi alle Matrico]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;- - Vicende dell&#8217;Istituto Pietro Martini di Cagliari.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/locandina-IA-e-la-questione-di-genere_15-settembre-2026.jpeg"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/locandina-IA-e-la-questione-di-genere_15-settembre-2026-212x300.jpeg" alt="locandina-ia-e-la-questione-di-genere_15-settembre-2026" width="454" class="alignleft size-medium wp-image-178605" /></a> <span id="more-178601"></span><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
<a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/fronte-Martini-IMG_6873.jpeg"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/fronte-Martini-IMG_6873-300x98.jpeg" alt="fronte-martini-img_6873" width="300" height="98" class="alignleft size-medium wp-image-178610" /></a>- <a href="http://https://www.aladinpensiero.it/?p=153349">Vicende dell&#8217;Istituto Pietro Martini di Cagliari</a>.</p>
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		<title>Oggi</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 15:29:15 +0000</pubDate>
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		<title>Other News. Il petrodollaro tra consenso e coercizione / Le speranze dell’Occidente stanno portando l’Ucraina al collasso?</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 10:34:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il petrodollaro tra consenso e coercizione< Other news #aladinpensiero online]]></category>

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		<description><![CDATA[Il petrodollaro tra consenso e coercizione Di Kenneth M. Stokes, PhD* – Articolo inviato a OtherNews dall’autore Per mezzo secolo, il “petrodollaro” è stato una comoda sintesi del potere monetario americano. Il petrolio viene quotato in dollari; gli esportatori di petrolio accumulano entrate in dollari; quei dollari vengono reinvestiti nei mercati finanziari occidentali; e gli]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_79451.png"><img src="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_79451.png" alt="img_7945" width="205" height="70" class="alignleft size-full wp-image-178209" /></a><strong>Il petrodollaro tra consenso e coercizione</strong><br />
Di Kenneth M. Stokes, PhD* – Articolo inviato a OtherNews dall’autore</p>
<p>Per mezzo secolo, il “petrodollaro” è stato una comoda sintesi del potere monetario americano. Il petrolio viene quotato in dollari; gli esportatori di petrolio accumulano entrate in dollari; quei dollari vengono reinvestiti nei mercati finanziari occidentali; e gli Stati Uniti acquisiscono una capacità eccezionale di autofinanziarsi e di esercitare la propria influenza all’estero. Oggi, mentre gli Stati del Golfo diversificano le loro relazioni politiche ed economiche e i paesi BRICS sperimentano valute e sistemi di pagamento alternativi, ne deriva una conclusione ormai nota: indebolisci il petrodollaro e il dollaro stesso finirà per perdere terreno.</p>
<p>C’è del vero in questa analisi. Ma confonde un importante meccanismo del potere del dollaro con il sistema nel suo complesso.<br />
<span id="more-178214"></span><br />
La centralità del dollaro non ha avuto origine dagli accordi tra Stati Uniti e Arabia Saudita degli anni ’70. I mercati dell’eurodollaro avevano già creato un vasto sistema offshore in cui le banche al di fuori degli Stati Uniti generavano credito denominato in dollari e accumulavano crediti in dollari. I proventi del petrolio hanno poi rafforzato questo sistema, ma non l’hanno creato. Oggi il dollaro rimane radicato non solo nella fatturazione del petrolio, ma anche nei prestiti internazionali, nel finanziamento bancario, nell’accumulo di riserve, nelle garanzie, nei mercati dei cambi, nei bilanci aziendali e nella liquidità in caso di crisi.</p>
<p>Questa distinzione è importante. Un paese può iniziare a commerciare petrolio in renminbi, rupie o nella propria valuta senza uscire dal sistema del dollaro. Le sue banche potrebbero comunque contrarre prestiti in dollari. Le sue aziende potrebbero comunque aver bisogno di finanziamenti in dollari. La sua banca centrale potrebbe comunque detenere attività in dollari. Le sue istituzioni finanziarie potrebbero comunque dipendere dall’accesso alla liquidità in dollari quando i mercati si irrigidiscono.</p>
<p>Né è l’interdipendenza monetaria in sé il problema. Il commercio e la finanza internazionali richiedono istituzioni capaci di regolare gli obblighi, fornire liquidità e garantire il credito attraverso le giurisdizioni e nel tempo. La domanda più difficile è se tali accordi rimangano responsabili nei confronti delle economie e delle società che collegano, o se l’accesso ad essi diventi sempre più un mezzo per trasformare la dipendenza in disciplina politica.</p>
<p>La sfida che sta emergendo è quindi più profonda della possibile “morte del petrodollaro”. Riguarda il rapporto mutevole tra dipendenza monetaria e consenso politico.</p>
<p>Per decenni, il predominio monetario americano è sopravvissuto non perché i partner del Golfo accettassero semplicemente una gerarchia fissa, ma perché gli accordi che lo sostenevano potevano essere rinegoziati man mano che la loro ricchezza e il loro potere contrattuale aumentavano. Dopo gli sconvolgimenti degli anni ’70, l’aumento dei proventi petroliferi non ha posto fine al predominio americano; ha contribuito a trasformarlo. La ricchezza del Golfo ha finanziato investimenti, acquisti di armi, progetti di sviluppo e geopolitici da cui entrambe le parti hanno tratto benefici diseguali ma sostanziali. L’interdipendenza che ne derivò limitò Washington, ma diede anche agli esportatori di petrolio un interesse materiale sempre maggiore nella stabilità del sistema finanziario attraverso il quale venivano investite le loro eccedenze.</p>
<p>Il consenso, in questo contesto, non significava acquiescenza. I governi del Golfo potevano cercare una maggiore autonomia pur continuando a partecipare ad accordi che riproducevano il potere monetario americano. Ciò che ha sostenuto l’accordo è stata la convinzione costante dei suoi principali partecipanti che i benefici della partecipazione superassero i vincoli, anche quando i costi più ampi venivano scaricati su attori e società al di fuori dell’accordo.</p>
<p>La domanda oggi è se quella capacità di adattamento esista ancora.</p>
<p>L’uso estensivo di sanzioni, congelamenti dei beni e restrizioni all’accesso finanziario ha dimostrato che l’interdipendenza monetaria può anche creare vulnerabilità politica. I governi che stanno valutando alternative al dollaro non devono necessariamente credere che il potere finanziario americano sia vicino al collasso. Devono solo concludere che affidarsi troppo a istituzioni che, in ultima analisi, sono soggette all’autorità degli Stati Uniti costituisce un rischio strategico.</p>
<p>Ne deriva un paradosso. Più Washington usa i privilegi della centralità del dollaro per mettere in riga gli altri Stati, più forte è l’incentivo per quegli Stati a ridurre le dipendenze che rendono possibile tale disciplina.</p>
<p>Eppure uscirne non è così semplice. I debiti denominati in dollari devono comunque essere onorati. Le riserve esistenti devono mantenere il loro valore. Le banche hanno bisogno di liquidità. Le aziende dipendono da mercati finanziari consolidati. I governi temono l’instabilità dei tassi di cambio. Un rapido distacco dal dollaro potrebbe quindi comportare costi seri proprio per gli Stati che cercano una maggiore autonomia monetaria. E quei costi raramente sarebbero distribuiti in modo equo: le prime vittime del disordine monetario sono di solito quelle con meno capacità di proteggersi dall’inflazione, dalla fuga di capitali, dall’interruzione delle importazioni o da adeguamenti imposti dall’esterno.</p>
<p>Il risultato non è né il proseguimento dell’egemonia del dollaro nella sua forma tradizionale né un processo lineare di de-dollarizzazione.</p>
<p>È qualcosa di più contraddittorio: la graduale costruzione di alternative all’interno di una dipendenza che continua.</p>
<p>La transizione non deve necessariamente iniziare con la liquidazione delle riserve in dollari esistenti. Un indicatore precoce più significativo potrebbe essere un cambiamento nei flussi piuttosto che nelle riserve. I governi, i fondi sovrani e le istituzioni finanziarie possono continuare a investire pesantemente in attività in dollari, indirizzando al contempo una quota crescente delle nuove eccedenze, degli investimenti e dei regolamenti altrove. Decenni di riciclo hanno fatto sì che chi detiene queste attività abbia interesse a evitare una rottura disordinata, anche mentre reindirizza alcuni dei nuovi flussi attraverso i quali il sistema si riproduce. La dipendenza dal dollaro potrebbe quindi rimanere forte, mentre la sua futura riproduzione si indebolisce.</p>
<p>Questo aiuta a spiegare l’importanza strategica del Golfo. Lo Stretto di Hormuz non è solo un punto nevralgico per il petrolio, e i rapporti del Golfo con Washington non possono essere ridotti a un semplice accordo in cui le garanzie di sicurezza americane assicurano che il petrolio venga scambiato in dollari. Impegni di sicurezza, flussi energetici, acquisti di armi, investimenti, gestione delle riserve e allineamento politico si sono rafforzati a vicenda per decenni. Se la fiducia in un elemento si indebolisce, i governi potrebbero rivalutare gli altri.</p>
<p>La domanda chiave non è quindi se l’Arabia Saudita o altri produttori del Golfo smetteranno bruscamente di accettare dollari. È se gli accordi che un tempo rendevano vantaggiosa la dipendenza monetaria possano ancora essere rinegoziati a condizioni accettabili per partner la cui autonomia economica e politica è notevolmente aumentata.</p>
<p>C’è un’ulteriore ironia storica. Il sistema del petrodollaro ha contribuito a creare alcune delle capacità che ora rendono possibile la diversificazione. Decenni di ricchezza petrolifera, investimenti, sviluppo delle infrastrutture e integrazione internazionale hanno rafforzato economicamente gli Stati del Golfo e ampliato il loro margine di manovra diplomatico. L’integrazione riuscita in un sistema incentrato sugli Stati Uniti, quindi, non si è limitata a riprodurre la dipendenza; ha anche contribuito a creare attori sempre più capaci di negoziarla e diversificarla.</p>
<p>Questo cambia anche il modo in cui andrebbero intesi i BRICS. I sistemi di pagamento alternativi, i regolamenti valutari bilaterali e gli accordi di swap contano meno perché un singolo meccanismo possa sostituire il dollaro, quanto piuttosto perché, collettivamente, possono ridurre la dipendenza da un unico centro monetario. La loro importanza non sta semplicemente nel rendere possibile l’uscita, ma nell’ampliare la capacità degli Stati di contestare le condizioni, diversificare l’esposizione e adeguarsi senza una rottura catastrofica.</p>
<p>Questo non va idealizzato. Sostituire una valuta dominante con diversi centri monetari in competizione tra loro non produrrebbe automaticamente un sistema più equo. Le istituzioni finanziarie cinesi, del Golfo, indiane o di altro tipo potrebbero riprodurre schemi già noti: privilegio dei creditori, liquidità politicamente selettiva, condizioni coercitive e trasferimento delle perdite sugli Stati più deboli. La multipolarità potrebbe ridistribuire il potere monetario senza trasformare l’organizzazione di fondo della vulnerabilità finanziaria.</p>
<p>La domanda più importante, quindi, non è quale valuta prevarrà, ma quale forma di interdipendenza monetaria subentrerà all’attuale sistema.</p>
<p>Un ordine monetario internazionale sostenibile dovrebbe fornire liquidità di emergenza senza trasformare la dipendenza in subordinazione politica; permettere ai paesi di adeguarsi senza distruggere le capacità produttive e sociali essenziali; distribuire i costi delle crisi finanziarie in modo più equo tra creditori e debitori; e preservare una pluralità istituzionale sufficiente affinché nessun singolo centro possa trasformare la mediazione monetaria indispensabile in un comando incontrastabile.</p>
<p>Se vista attraverso un’ecologia del potere, la questione cambia. Il potere monetario non può essere giudicato solo in base a chi controlla la valuta dominante, a quante transazioni regola o all’efficacia con cui la pressione finanziaria garantisce un obiettivo immediato. Deve essere valutato anche in base a come il suo esercizio influisce sui rapporti da cui dipende la sua efficacia futura: se sostiene la cooperazione e l’adeguamento, oppure genera progressivamente sfiducia, sostituzione e resistenza.</p>
<p>Da questa prospettiva, l’attuale dibattito sul petrodollaro va inteso soprattutto come un sintomo di una transizione storica più ampia.</p>
<p>È improbabile che il potere monetario americano scompaia semplicemente perché il petrolio viene fatturato in valute alternative. Né i BRICS lo smantelleranno solo costruendo nuove infrastrutture di pagamento. La trasformazione più profonda procede in modo più graduale: i governi continuano a usare il dollaro perché un’uscita brusca rimane costosa, reindirizzano parte dei nuovi flussi finanziari perché una dipendenza concentrata crea vulnerabilità e costruiscono istituzioni che ampliano la loro futura capacità di negoziare, diversificare e adattarsi.</p>
<p>Ma la vera prova non è se la centralità del dollaro possa ancora essere preservata. È se gli accordi monetari che la sostengono continuino a svolgere le funzioni che ne giustificano la centralità — regolamento, liquidità, investimenti e aggiustamento — senza che le economie e le società a cui sono collegate debbano assorbire costi crescenti solo per preservare l’accordo stesso.</p>
<p>L’esito non è predeterminato.</p>
<p>Il predominio monetario americano è sopravvissuto alle crisi precedenti perché gli Stati Uniti potevano adattare le condizioni alle quali gli altri vi partecipavano. La sua vulnerabilità attuale sarà quindi misurata non solo dalla de-dollarizzazione, ma anche dalla capacità di Washington di concedere maggiore autonomia senza sostituire sempre più spesso i vantaggi con la coercizione.</p>
<p>Nel breve termine, le implicazioni sono meno eclatanti delle previsioni sul crollo del dollaro, ma potenzialmente più significative. Gli Stati del Golfo possono mantenere ingenti attività in dollari, indirizzando al contempo una quota maggiore di nuovi investimenti e regolamenti altrove. Washington può mantenere una formidabile leva finanziaria, ma ogni volta che la usa in modo coercitivo rafforza gli incentivi alla diversificazione. I BRICS non hanno bisogno di sostituire il dollaro per contare; le istituzioni alternative contano quando offrono agli Stati uno spazio credibile per negoziare, adeguarsi e rifiutare senza subire sconvolgimenti intollerabili.</p>
<p>La sfida immediata non riguarda la scomparsa del dollaro. Riguarda se l’interdipendenza monetaria rimarrà qualcosa che gli Stati scelgono perché li avvantaggia, o qualcosa che sopportano perché il prezzo del rifiuto è troppo alto. Un ordine che richiede sempre più coercizione per riprodurre la dipendenza può rimanere potente per anni; ma ha già iniziato a erodere il consenso su cui si basa un potere duraturo.</p>
<p>*Presidente del World Sustainability Forum. Questo articolo si basa sul progetto dell’autore, *The Ecology of Power*, che sviluppa una teoria ecologica del potere che ripensa il conflitto, la sicurezza e la pace come proprietà emergenti delle ecologie istituzionali, epistemiche e civili.</p>
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<strong>Le speranze dell’Occidente stanno portando l’Ucraina al collasso?</strong></p>
<p>I limiti della guerra con i droni e la crescente urgenza della diplomazia</p>
<p>Di Michael von der Schulenburg* – Meer</p>
<p>Non più tardi del 26 luglio di quest’anno, Ursula von der Leyen sembrava piena di fiducia nella vittoria durante la sua visita a Kiev: ha affermato che le sorti della guerra erano cambiate, che l’Ucraina aveva ripreso l’iniziativa e che la Russia era sulla difensiva. La causa di questa presunta svolta, dopo quattro anni e mezzo di una guerra devastante, sarebbe una nuova «arma miracolosa»: i droni che, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale fornita da Palantir e altri, possono portare la guerra nel cuore dell’entroterra russo e distruggere con precisione raffinerie di petrolio e altre infrastrutture critiche presenti sul posto. Si dice che l’economia russa – in particolare il settore energetico – sia gravemente indebolita e che la guerra iniziata dalla Russia abbia ormai colpito il Paese stesso «con tutta la sua forza».</p>
<p>Anche sul campo di battaglia, secondo questi resoconti, l’Ucraina ha ottenuto notevoli successi con i «droni killer» che operano in modo autonomo. Si dice che questi droni siano in grado di individuare e distruggere automaticamente qualsiasi forma di vita a una distanza di 30 chilometri dalla linea del fronte. La tecnologia, si sostiene, avrebbe così più che compensato la carenza di soldati ucraini. I soldati russi, al contrario, starebbero ora pagando un pesante tributo in termini di vite umane senza riuscire a ottenere alcun successo militare. Questo deve logorare gli aggressori e costringere Putin ad ammettere che sta per perdere la guerra.</p>
<p>A queste notizie si sono aggiunti attacchi con droni di grande impatto mediatico su Mosca e San Pietroburgo. Non c’è da stupirsi, quindi, che negli ultimi due mesi i principali media occidentali siano stati pieni di resoconti di vittoria. Alcuni hanno persino ipotizzato che la Russia potesse resistere solo per altri sei mesi; si riteneva possibile un colpo di Stato a Mosca. Si diceva che la Crimea, strategicamente importante, fosse stata in gran parte isolata dalla Russia dagli attacchi ucraini. Putin sarebbe ora costretto al tavolo delle trattative come perdente – e alle condizioni degli Stati europei della NATO, il che equivarrebbe a una resa russa. La loro politica di fornire un massiccio sostegno militare, politico e finanziario all’Ucraina, rifiutando al contempo qualsiasi negoziato finché la Russia non fosse stata «messa in ginocchio», sembrava aver dato i suoi frutti.</p>
<p>Ma è davvero così? O forse la situazione si è effettivamente ribaltata a favore della Russia?</p>
<p>È sorprendente che nell’ultima settimana non ci siano state quasi notizie sull’andamento della guerra e che gli annunci di vittoria si siano in gran parte zittiti. Questo perché stanno montando i dubbi, sia negli Stati Uniti che nella stessa Ucraina, sul successo della guerra dei droni nelle profondità dell’entroterra russo. Basta prestare attenzione agli avvertimenti del generale Zaluzhnyi: la guerra dei droni non sta avendo molto successo ed è fin troppo costosa. In qualità di ex comandante in capo delle forze armate ucraine e attuale ambasciatore a Londra, lui lo sa bene. Secondo l’organizzazione filoucraina di monitoraggio bellico “Dron-Bomber”, i russi starebbero ora registrando un alto tasso di abbattimenti dei droni ucraini. Anche la destituzione del ministro della Difesa ucraino Fedorov è probabilmente legata all’imminente fallimento della guerra dei droni. Si sta forse diffondendo la consapevolezza che questo conflitto non può essere vinto solo con la guerra dei droni?</p>
<p>Questo significa che gli sviluppi sul campo di battaglia rimangono decisivi. Tuttavia, non si può certo parlare della situazione di stallo militare sostenuta dai media occidentali. Secondo un rapporto del “canale Telegram” ucraino: “A luglio di quest’anno, le forze armate della Federazione Russa hanno occupato 728,45 km² di territorio nella zona SVO (Operazione Speciale), il che rappresenta il miglior risultato dall’ottobre 2024… Il ritmo dell’offensiva delle forze armate russe sta aumentando». Si dice che le conquiste territoriali russe siano avvenute non solo nel Donbas, ma anche nei dintorni di Kharkiv e a Zaporizhzhia. Il processo procede ancora lentamente, ma si tratta di una guerra di logoramento il cui obiettivo principale è la distruzione delle forze armate nemiche. Questo obiettivo potrebbe essere raggiunto conquistando le ultime posizioni difensive fortificate rimaste intorno alle città del Donbas di Sloviansk e Kramatorsk?</p>
<p>Ancora più grave per l’Ucraina è il fatto che i suoi attacchi con i droni abbiano portato a un irrigidimento della posizione russa. La leadership russa ora parla apertamente di guerra – compresa una guerra della NATO contro la Russia – e ha intensificato notevolmente il conflitto. Nella crudele logica della guerra, la distruzione in Ucraina supera ormai di gran lunga quella in Russia. Un altro fattore cruciale è che l’Ucraina non ha difese aeree degne di nota ed è a malapena in grado di difendersi dai massicci attacchi russi con droni e missili, mentre l’intensità degli attacchi ucraini starebbe diminuendo.</p>
<p>Questo sta già avendo delle conseguenze. Si dice che i porti ucraini sul Mar Nero a Odessa e dintorni siano stati bombardati così pesantemente che l’Ucraina è diventata di fatto un «paese senza sbocco sul mare». Se queste notizie fossero vere, sarebbe un duro colpo: finora, circa il 70% di tutte le importazioni e le esportazioni ucraine, oltre al 90% delle esportazioni agricole, sono passate da questi porti. Sono stati distrutti anche ponti fondamentali, come il ponte di Zatoka, che collega Odessa ai porti rumeni sul Mar Nero. Inoltre, i collegamenti ferroviari e stradali, le stazioni di servizio, la rete elettrica, gli impianti industriali e i magazzini vengono sistematicamente distrutti.</p>
<p>Gli Stati membri europei della NATO possono fare ben poco per cambiare questa situazione: non hanno le capacità militari necessarie. I piani per schierare una «coalizione dei volenterosi» in Polonia o addirittura per istituire una zona di interdizione al volo sull’Ucraina sono del tutto irrealistici. Gli Stati Uniti hanno recentemente annunciato che cederanno interamente agli Stati membri europei della NATO la guida del centro NATO di Wiesbaden, che coordina il sostegno militare all’Ucraina. Si parla addirittura di smantellare questa struttura della NATO, che è fondamentale per l’Ucraina. Inoltre, con la guerra in Iran che infuria, gli Stati Uniti non hanno quasi più armi da mettere a disposizione. Non si può quindi parlare di un rinnovato coinvolgimento militare statunitense nella guerra in Ucraina.</p>
<p>Già prima dell’ultima escalation del conflitto, c’erano chiari segnali che l’esercito ucraino fosse in grave difficoltà. Quando è entrato in carica a gennaio, il ministro Fedorov ha parlato di circa 200.000 disertori; altri parlamentari hanno addirittura citato cifre molto più alte. Inoltre, si dice che circa due milioni di uomini ucraini abbiano eluso gli ordini di leva. Qualunque siano le cifre esatte, indicano una situazione allarmante all’interno delle forze armate ucraine – una situazione che non può essere risolta né con il reclutamento forzato per strada né, come sta diventando evidente, con droni controllati dall’intelligenza artificiale. Allo stesso modo, una proposta attualmente in discussione nell’UE – quella di revocare lo status di rifugiato agli uomini ucraini che sono fuggiti, violando il diritto internazionale, e di rimandarli in Ucraina ad affrontare la guerra – è un’ulteriore prova della disperazione della situazione.</p>
<p>A maggio, il ministro ucraino degli Affari sociali, Denys Ulyutin, ha dichiarato che la popolazione nella parte del Paese controllata dal governo si è ridotta da 52 milioni (al momento dell’indipendenza nel 1991) a forse 22 milioni. Di questi, circa 11 milioni ricevono assistenza sociale, soprattutto pensionati e invalidi di guerra. Si aspetta che la popolazione continui a diminuire anche dopo la fine della guerra, dato che i giovani – una volta esentati dal servizio militare – seguirebbero le loro famiglie verso l’Occidente. Non prevede alcun ritorno significativo degli ucraini che vivono all’estero. A questo declino demografico si aggiungono l’impoverimento crescente, le profonde disuguaglianze sociali, la corruzione dilagante, il debito pubblico astronomico e il crollo economico del Paese.</p>
<p>Non si tratta certo di uno Stato – figuriamoci di un esercito – a cui i media potrebbero realisticamente attribuire un’imminente svolta militare o addirittura una vittoria.</p>
<p>Ovviamente, queste previsioni vanno prese con cautela. Tuttavia, l’apparente fallimento della guerra dei droni nel determinare una svolta strategica dovrebbe far capire chiaramente agli Stati europei membri della NATO che, alla fine di questa escalation che abbiamo accompagnato con tanto clamore, l’Ucraina potrebbe non uscirne vincitrice, ma sta invece scivolando verso un paese sempre più devastato, spopolato e dissanguato. Questo dovrebbe darci motivo di grande preoccupazione per la popolazione ucraina che soffre. Gli Stati europei membri della NATO devono chiedersi se il proseguimento della guerra – che hanno preteso e sostenuto – possa ancora essere moralmente giustificato.</p>
<p>Gli Stati europei membri della NATO stanno solo danneggiando l’Ucraina con le loro illusioni di vittoria e di armi miracolose e devono finalmente basare la loro politica su una valutazione più realistica di come si sta sviluppando la guerra. È quindi ora di pensare a cosa succederebbe se un giorno la resistenza dell’esercito ucraino crollasse e la Russia conquistasse anche Kharkiv e Odessa. Qualunque residuo di Ucraina rimanesse sarebbe a malapena in grado di sopravvivere. Deve essere nell’interesse primario non solo dell’Ucraina, ma anche dei suoi sostenitori occidentali, impedire che si verifichi uno scenario del genere. Ma come?</p>
<p>Di certo, questo non può essere evitato con un intervento militare diretto della NATO. Questo non farebbe che peggiorare di gran lunga la situazione – anche per l’Ucraina – poiché una simile linea d’azione comporterebbe inevitabilmente il rischio di una guerra nucleare, che nessuno può vincere. La diplomazia rimane quindi l’unica opzione realistica. Dopo quasi cinque anni di guerra, è ora che gli Stati europei membri della NATO cerchino attivamente il dialogo con la Russia. La Germania – dato il suo ruolo di paese più forte dell’UE, la sua posizione geografica e la sua responsabilità storica – dovrebbe fare il primo passo.</p>
<p>Per superare le posizioni irremovibili di entrambi i governi, potrebbe essere consigliabile un primo riavvicinamento attraverso un’iniziativa della società civile che coinvolga figure rispettate e influenti. Un approccio del genere potrebbe aprire una prima, cauta strada verso una rinnovata comprensione dopo anni di silenzio e demonizzazione reciproca. L’Europa ha bisogno di pace, e una pace duratura si può ottenere solo con la Russia, non contro di essa.</p>
<p>Non c’è più molto tempo a disposizione per farlo.</p>
<p>*Michael von der Schulenburg, ex sottosegretario generale delle Nazioni Unite, è fuggito dalla Germania dell’Est nel 1969, ha studiato a Berlino, Londra e Parigi e ha lavorato per oltre 34 anni per le Nazioni Unite, e in seguito per l’OSCE, in molti paesi in guerra o afflitti da conflitti armati interni, spesso caratterizzati da governi fragili e attori armati non statali. Tra questi ci sono stati incarichi a lungo termine ad Haiti, in Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq e Sierra Leone, e incarichi più brevi in Siria, nei Balcani, in Somalia, nel Sahel e in Asia centrale.</p>
<p>OtherNews<br />
Via Panisperna 207, Roma &#8211; Italy</p>
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