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	<title>Aladin Pensiero &#187; POLITICA</title>
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		<title>L&#8217;incertezza giovanile è il prodotto di scelte politiche, economiche e culturali precise, maturate a partire dagli anni Ottanta</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 22:33:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ALLE ORIGINI DELLA CRISI Il cammino del dinosauro Ottobre 10, 2026 La tesi è che l&#8217;incertezza giovanile non sia un dato psicologico o meramente generazionale, bensì il prodotto di scelte politiche, economiche e culturali precise, maturate a partire dagli anni Ottanta di Roberto Savio Per quale futuro stiamo educando le nuove generazioni? La domanda ammette]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/Hangar-6ott26-d47662c9-33cf-4e62-8ecf-a1ffc34777fa.jpg"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/Hangar-6ott26-d47662c9-33cf-4e62-8ecf-a1ffc34777fa-300x225.jpg" alt="hangar-6ott26-d47662c9-33cf-4e62-8ecf-a1ffc34777fa" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-179357" /></a><strong>ALLE ORIGINI DELLA CRISI</strong><br />
<strong>Il cammino del dinosauro</strong><br />
Ottobre 10, 2026<br />
<em>La tesi è che l&#8217;incertezza giovanile non sia un dato psicologico o meramente generazionale, bensì il prodotto di scelte politiche, economiche e culturali precise, maturate a partire dagli anni Ottanta</em><br />
di Roberto Savio<br />
Per quale futuro stiamo educando le nuove generazioni? La domanda ammette due risposte. La prima è la più agevole: riconoscere che non sappiamo verso quale futuro ci stiamo dirigendo e interrogarsi, di conseguenza, su come preparare i giovani a un mondo che nessuno è in grado di descrivere. È la strada delle cose ovvie, e le cose ovvie sono inattaccabili: nessuno contesterebbe l’invito a coltivare flessibilità, spirito critico e capacità di adattamento. Vorrei invece percorrere una strada più impervia, che definirei il cammino del dinosauro. Appartengo a una generazione che ha vissuto in prima persona molti dei passaggi che intendo ricostruire, e ritengo che questa condizione, lungi dal costituire un limite, consenta di illuminare un aspetto spesso trascurato. Per comprendere verso quale futuro andiamo occorre conoscerne le radici; e per comprendere perché i giovani di oggi non si percepiscono dentro un cammino di certezze occorre spiegare come ciò sia accaduto. Si tratta, infatti, di una novità storica. Dalla Rivoluzione francese in poi, ogni generazione europea ha potuto pensarsi, pur attraverso le tragedie del Novecento, come parte di un percorso di emancipazione e di progresso. La generazione attuale è la prima a non riconoscersi in questa narrazione.<span id="more-179355"></span><br />
<!--more--  La tesi che intendo sostenere è che l’incertezza giovanile non sia un dato psicologico o meramente generazionale, bensì il prodotto di scelte politiche, economiche e culturali precise, maturate a partire dagli anni Ottanta, che hanno progressivamente sostituito la società con il mercato quale principio ordinatore della convivenza. Ne discende che la risposta educativa non può limitarsi all’adattamento: deve restituire ai giovani gli strumenti per comprendere quel processo e per riconoscersi, di nuovo, come parte di una società.    Nella memoria collettiva gli anni Ottanta sono spesso ricordati come un decennio d’oro. In realtà è proprio in quegli anni che si mettono in moto alcuni meccanismi decisivi per la comprensione del presente. Fino ad allora il lessico delle relazioni internazionali era quello degli interessi globali e dell’interesse dell’umanità. Nel 1974 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva adottato la Dichiarazione per l’instaurazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale e la Carta dei diritti e dei doveri economici degli Stati, con l’obiettivo di ridurre gli squilibri tra Nord e Sud del mondo e di promuovere una maggiore giustizia internazionale. Era un orizzonte condiviso, coerente con i principi che molte costituzioni del dopoguerra, a cominciare da quella italiana, avevano posto a fondamento della convivenza civile.    Il momento di rottura, per come l’ho vissuto, si colloca a Cancún, in Messico, nell’ottobre del 1981, in occasione del Vertice internazionale sulla cooperazione e lo sviluppo, che riuniva ventidue capi di Stato e di governo del Nord e del Sud del mondo e al quale l’Italia non figurava tra i partecipanti. Ne ero il direttore della comunicazione. Il vertice era copresieduto dal primo ministro canadese Pierre Elliott Trudeau e dal presidente messicano José López Portillo, e i leader prendevano la parola in ordine alfabetico. Uno dopo l’altro, a partire da François Mitterrand, gli interventi insistevano sulla necessità di rafforzare la cooperazione internazionale per ridurre gli squilibri globali, fonte di tensioni, e consolidare così la pace costruita dopo la Seconda guerra mondiale. Il presidente Ronald Reagan, insediatosi pochi mesi prima, espresse una posizione radicalmente diversa. Il senso del suo intervento, come lo ricordo, era il seguente: non esiste un interesse dell’umanità; l’umanità è fatta di Paesi, e i Paesi rispondono a interessi nazionali; il presidente degli Stati Uniti deve fare gli interessi degli Stati Uniti. Nelle settimane precedenti, del resto, Reagan aveva affidato lo sviluppo del Sud del mondo alla «magia del mercato» piuttosto che alla cooperazione tra governi.    Margaret Thatcher condusse questa impostazione alle sue estreme conseguenze. Esistono i Paesi e le loro relazioni, ma all’interno dei Paesi non esiste una società: esistono soltanto individui. Alcuni sono ricchi, altri poveri; i ricchi lo sono perché se lo sono meritato, i poveri perché non hanno saputo fare altrettanto. In questa prospettiva il discorso sulla giustizia sociale, sull’emancipazione delle donne, sui diritti collettivi perde di senso, poiché viene meno il soggetto stesso cui riferirlo. La formula che la premier britannica avrebbe reso celebre qualche anno più tardi, «la società non esiste», sintetizza un’antropologia politica che a Cancún si affacciava per la prima volta sulla scena multilaterale. Da lì prende avvio un meccanismo che travolge l’impianto precedente, perché chi detiene il potere acquisisce una capacità assai maggiore di influire sulla volontà di chi non lo detiene. L’idea che la cooperazione internazionale fosse lo strumento per correggere gli squilibri cede il passo all’idea che gli squilibri siano l’esito naturale, e persino giusto, della competizione.    Nella seconda metà del decennio questa visione si traduce in un insieme di prescrizioni di politica economica condivise dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dal Tesoro statunitense, che l’economista John Williamson avrebbe poi sistematizzato sotto il nome di «Consenso di Washington»: disciplina fiscale, liberalizzazione commerciale e finanziaria, privatizzazioni, deregolamentazione. Al di là del suo contenuto tecnico, il Consenso di Washington introduce una vera e propria scala di valori. Ciò che è produttivo deve esserlo immediatamente; ciò che non produce immediatamente scende a un livello inferiore. Sanità ed educazione non hanno una produttività immediata; finanza e trasporti sì. La gerarchia degli investimenti pubblici viene così costruita interamente sul mercato, che diventa il motore centrale della società. Fino ad allora il soggetto della vita pubblica era il cittadino; da quel momento è il mercato a regolare la società. Lo Stato, secondo la formula allora dominante, «meno fa, meglio è», poiché ogni suo intervento frenerebbe la capacità creativa dell’imprenditore. È esattamente il rovesciamento che Karl Polanyi aveva descritto a proposito dell’Ottocento liberale: non più un’economia incorporata nelle relazioni sociali, ma relazioni sociali incorporate nel sistema economico. La differenza è che, questa volta, il processo si svolge su scala planetaria e con strumenti di governo globale.    Poco dopo giunge la caduta del Muro di Berlino. Fino al 1989 il capitale e la finanza si erano confrontati con un’alternativa di sistema che, qualunque giudizio se ne dia, rappresentava una minaccia percepita. Per contenerla erano necessari i sindacati, i corpi intermedi, i meccanismi di concertazione che evitavano uno scontro diretto tra capitale e lavoro. Con la scomparsa di quella minaccia vengono meno anche le ragioni di quel compromesso. Un passaggio emblematico è l’abrogazione, nel 1999, sotto la presidenza di Bill Clinton, della separazione tra banche di deposito e banche d’investimento introdotta negli Stati Uniti dal Glass-Steagall Act del 1933. Fino ad allora i risparmi dei cittadini, depositati presso le banche commerciali, erano protetti e venivano prestati ad altri cittadini e alle imprese: costituivano ciò che si usava chiamare il lubrificante della società. Caduta la separazione, i capitali delle banche di deposito confluiscono nei mercati d’investimento, dove la speculazione è ben più redditizia del credito a famiglie e piccole imprese. Il rapporto con il cittadino diventa, per le banche, un rapporto di rango inferiore.    Occorre inoltre considerare un dato strutturale del sistema internazionale. Al momento della nascita del sistema multilaterale, la finanza fu di fatto separata dal sistema delle Nazioni Unite: le istituzioni di Bretton Woods ebbero una governance propria, ponderata sul peso economico dei membri. La finanza è oggi l’unico grande settore dell’attività umana privo di un’istanza pubblica globale di regolazione paragonabile a quelle esistenti per il lavoro, la salute, l’aviazione civile o le telecomunicazioni. Negli anni Novanta, con la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio al di fuori del sistema onusiano, anche il commercio segue la medesima strada. Ma i motori dell’economia di mercato sono appunto il commercio e la finanza. Se le Nazioni Unite non governano né l’uno né l’altra, finiscono per trasformarsi in una sorta di Croce Rossa: si occupano di infanzia, di educazione, di rifugiati, di tutto ciò che, nella logica del mercato, non costituisce una priorità. È una trasformazione silenziosa, ma decisiva, del multilateralismo.    Lo stesso squilibrio si ritrova nella costruzione europea. Nel Trattato di Maastricht del 1992, fondamento dell’attuale Unione, le disposizioni sull’unione economica e monetaria, sul mercato e sulla finanza costituiscono il cuore giuridico del testo, mentre la politica sociale è relegata a un protocollo e a un accordo allegati, sottoscritti senza il Regno Unito e integrati nei trattati soltanto anni dopo. Non è un caso se ancora oggi l’Europa si è sviluppata assai più come Europa economica che come Europa sociale.    L’esito di questi passaggi è che, dal 1980 fino alla crisi finanziaria del 2008, intere generazioni sono state educate al valore della cupidigia. «Greed is good», la battuta che il cinema americano mise in bocca a un finanziere di Wall Street nel 1987, divenne senso comune. Le istituzioni formative non restarono estranee a questa trasformazione. Le scuole di business administration diventarono il luogo di formazione di una nuova élite: il numero degli iscritti ai master in gestione d’impresa crebbe rapidamente e con esso si affermò una cultura della ricchezza e dell’arricchimento personale come misura del successo. Quando il denaro diventa l’unico metro di misura della società si produce un mutamento sociale di non poco conto, del quale fatichiamo a renderci conto proprio perché vi siamo immersi.    La promessa che accompagnava questa trasformazione era chiara: la globalizzazione neoliberale sarebbe stata come la marea che, alzandosi, solleva tutte le barche. Ricordo un discorso di Renato Ruggiero, allora direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che descriveva con grande convinzione l’avvento di un’unica economia mondiale: non più blocchi commerciali contrapposti, non più l’Europa fortezza da una parte e altri raggruppamenti dall’altra, ma un solo mercato globale. In questo quadro la crescita, come concetto, prende il posto dello sviluppo. La differenza non è nominalistica. La crescita è un processo dal quale, se vi entro, esco avendo di più; lo sviluppo è un processo dal quale esco essendo di più. È la distinzione che Erich Fromm aveva posto tra avere ed essere e che Amartya Sen avrebbe declinato nei termini dell’espansione delle capacità e delle libertà sostanziali delle persone. Quanti, oggi, sono in grado di cogliere questa differenza nell’uso politico dei due termini?    La trasformazione, del resto, non investe soltanto l’economia, ma il linguaggio stesso con cui pensiamo il mondo. La parola «libertà», nella triade rivoluzionaria diliberté, égalité, fraternité, indicava una cosa precisa: l’emancipazione della persona all’interno di una comunità di eguali. Oggi, nel lessico di una parte significativa della politica contemporanea, dall’Argentina di Javier Milei in poi, libertà significa innanzitutto libertà dallo Stato. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Quando studiavo economia, nel secolo scorso, si parlava di fusioni e concentrazioni d’impresa, con la preoccupazione per il potere di mercato che ne derivava; oggi si parla di «consolidamento», un termine che evoca solidità anziché concentrazione. A poco a poco abbiamo adottato codici di comunicazione radicalmente diversi. Un ragazzo che nasce oggi non trova i codici della società che le generazioni precedenti avevano inteso costruire; ne trova altri, che ne rendono difficile perfino la memoria.    Se il periodo compreso tra il 1980 e il 2008 è stato il tempo della cupidigia, quello che va dalla crisi finanziaria alla pandemia di Covid-19, e che prosegue fino a oggi, è stato un ventennio di paura. Gli storici ricordano che la cupidigia e la paura sono due grandi motori della storia. La crisi del 2008 genera il panico perché tutti erano stati persuasi che quel modello avrebbe funzionato; la sua smentita non produce tuttavia un ripensamento, bensì un senso diffuso di insicurezza, che la pandemia aggrava e generalizza. L’incertezza diventa la condizione ordinaria anche della vita pubblica: le statistiche economiche vengono corrette a distanza di pochi giorni, con conseguenze politiche rilevanti, e i vertici delle maggiori potenze modificano le proprie posizioni con una frequenza che rende impossibile orientarsi. Di fronte a un mondo di incertezze si genera un mondo di paure: la «società del rischio» descritta da Ulrich Beck e la «modernità liquida» di Zygmunt Bauman sono divenute l’esperienza quotidiana di chi è giovane oggi.    A questi fattori se ne aggiunge un altro, decisivo: l’avvento di internet e la nascita della rete. Se la rete fosse nata come bene comune, e non come strumento di mercato, avrebbe rappresentato uno strumento straordinario, poiché per la prima volta nella storia metteva in comunicazione diretta gli esseri umani. Occorre però distinguere con attenzione tra informazione e comunicazione. L’informazione è una struttura verticale: il giornalista trasmette dati e idee, per radio, televisione o carta stampata, a un pubblico vasto che non dispone di capacità di replica. Al vertice di questa struttura si sono sempre collocati, in equilibrio variabile, il potere economico e il potere politico. La comunicazione, al contrario, è una struttura orizzontale: se io ti invio una notizia, tu puoi rispondermi, e tra noi si instaura un dialogo.    Che cosa è accaduto? Che la struttura orizzontale della rete ha generato, in realtà, bolle verticali sempre più ampie. Poiché il modello economico delle piattaforme si fonda sulla profilazione, gli algoritmi conoscono le nostre preferenze, le nostre letture, i nostri consumi, e ci restituiscono un mondo costruito a nostra immagine. Se io sono «verde», mi circondano di persone che la pensano come me. Mi trovo benissimo, perché vivo tra persone che riconosco e con cui mi identifico: è un luogo tranquillo e confortevole. Ma quando incontro chi preferisce il «giallo», scopro di avere un problema: ho perso l’abitudine all’ascolto e al confronto, e considero l’altro talmente diverso da doverlo trattare con sospetto. Nasce così più la paura che il dialogo. È il fenomeno che la letteratura ha descritto con le nozioni di «filter bubble», secondo la formula di Eli Pariser, e di camera dell’eco, i cui effetti sulla polarizzazione delle democrazie sono stati analizzati, tra gli altri, da Cass Sunstein.    In questa condizione di policrisi e di paure molteplici, i ragazzi incontrano una rete che si afferma a metà degli anni Duemila, con la diffusione dei social network e, poco dopo, dello smartphone. Per un adolescente la rete diventa il rifugio più facile, perché il confronto fisico con l’altro richiede uno sforzo. Il dialogo non è infatti un’operazione semplice. Significa saper ascoltare l’altro, comprenderlo, elaborare ciò che dice e rispondere in un modo che l’altro possa a sua volta comprendere. È un lavoro nel quale occorre in qualche misura appropriarsi dell’interiorità altrui, incorporarla, per poter dialogare. Per la mia generazione questa capacità nasceva quasi spontaneamente: non avevamo alternative, dovevamo parlarci, e il dialogo era fatto non soltanto di contenuti, ma di piccole cose, di sguardi e di gesti attraverso cui imparavamo a conoscerci. Oggi questa palestra si è drasticamente ridotta. Il giovane entra in rete e vi trova il proprio rifugio ideale, un ambiente progettato per trattenerlo e per restituirgli conferme. Ne deriva che il rapporto dei giovani con la rete tende a sostituire, anziché integrare, la socializzazione: si indebolisce la capacità di costruirsi all’interno della società e si produce un individuo estremo, per il quale la glorificazione del mondo virtuale prende il posto della realtà. Il dibattito scientifico sul nesso tra diffusione dello smartphone e disagio adolescenziale, reso celebre dal lavoro di Jonathan Haidt, resta aperto quanto alle relazioni causali, ma conferma la centralità del problema.    Le conseguenze estreme di questa condizione sono ormai visibili. Negli ultimi mesi l’Italia ha conosciuto diversi episodi di violenza, o di tentata violenza, commessi da giovanissimi contro compagni e insegnanti. Dietro alcuni di essi gli analisti hanno individuato l’influenza della cosiddetta True Crime Community, un ecosistema online in crescita a livello internazionale che raccoglie ragazzi affascinati dagli autori di stragi, in particolare di stragi scolastiche, dei quali studiano la biografia, estetizzano i gesti e talvolta tentano di emulare le azioni. La logica è drammaticamente lineare: non mi sento parte di questa società; come posso agire? Posso agire con la violenza, colpendo i simboli del sistema in cui non mi riconosco. E l’insegnante è uno dei primi simboli. Seguono i rituali: l’abbigliamento che richiama i «modelli», i nomi degli autori di stragi scritti sugli indumenti o sul casco, la telecamera per trasmettere l’azione e trasformarla in spettacolo per gli altri membri della comunità. Nel maggio 2026, a San Vito Lo Capo, un ragazzo di dodici anni si è presentato a scuola con un casco coperto di riferimenti a stragi e ai loro autori, in quello che i ricercatori del Combating Terrorism Center di West Point hanno definito l’esempio italiano più chiaro di un tentativo di attacco ispirato a questa sottocultura. Il fenomeno non va sopravvalutato nelle sue dimensioni numeriche, ma non può essere sottovalutato nel suo significato. Esso rivela un grave problema sociale: in un mondo di incertezze, i ragazzi cercano appoggi e certezze, e li trovano nelle fonti che popolano l’ecosistema digitale commerciale, veicoli non di valori sociali, ma di valori di mercato, primo fra tutti la visibilità a ogni costo.    Che cosa vede, del resto, un giovane quando osserva il mondo adulto? Vede figure celebrate come icone del successo che accumulano patrimoni di dimensioni storicamente inedite pagando aliquote fiscali effettive inferiori a quelle di un insegnante, come hanno documentato le inchieste giornalistiche sui dati fiscali dei grandi patrimoni e gli studi di Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, e che rivendicano come virtù la minimizzazione delle imposte. Vede esponenti di governo che, a proposito della riscossione fiscale, evocano il «pizzo di Stato». Non sono esattamente i simboli della purezza, della dignità e dell’etica pubblica. Vede, nel dibattito politico di grandi democrazie, l’impegno per il clima bollato come ideologia «di sinistra»: ma come si può stabilire se la natura sia di destra o di sinistra? Vede, in Italia, una riforma della disciplina venatoria approvata dal Senato nel giugno 2026 che qualifica la caccia come attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e i cacciatori come «bioregolatori». Come si tutela la biodiversità abbattendo gli animali? Quando le parole smarriscono il loro significato, i ragazzi smettono di comprendere la logica del mondo in cui vivono.    I giovani si trovano oggi di fronte a tre problemi. Il primo è che non sono ascoltati: lo lamentano, e hanno ragione. Il secondo è che non sono contemplati nei meccanismi di crescita o di sviluppo della società. Ricordo un governo italiano di qualche anno fa che mobilitò decine di miliardi per il salvataggio di alcuni istituti bancari, mentre il complesso delle risorse destinate alle politiche giovanili si misurava nell’ordine di un miliardo. Se un giovane legge un bilancio di questo genere, che cosa ne deduce circa il posto che la società gli riserva? Il terzo problema è che non hanno peso politico: in società che invecchiano, il loro voto conta sempre meno e le loro priorità scivolano in fondo all’agenda pubblica.    A tutto ciò si aggiunge un contesto globale che rende ancora più evidente lo smarrimento delle priorità collettive. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, la spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 il livello record di quasi 2.900 miliardi di dollari, in aumento per l’undicesimo anno consecutivo. Nello stesso tempo il debito globale, pubblico e privato, ha toccato secondo l’Institute of International Finance i 348 trilioni di dollari, oltre tre volte il prodotto mondiale, e il solo debito pubblico si avvia, nelle stime del Fondo Monetario Internazionale, a superare il cento per cento del prodotto interno lordo mondiale entro la fine del decennio. In un mondo nel quale sarebbe necessario prestare la massima attenzione al modo in cui si impiegano le risorse, l’UNESCO stima che occorrano quarantaquattro milioni di insegnanti in più per garantire l’istruzione universale entro il 2030. È più utile per la società disporre di insegnanti meglio retribuiti, riconosciuti e motivati, o di nuovi sistemi d’arma? La domanda è retorica, eppure il mondo non funziona così. Il mondo ha smarrito la propria logica.    In un mondo che ha smarrito la propria logica, i ragazzi sono i più esposti alla confusione, e la responsabilità di chi educa è di conseguenza molto grande. Che cosa occorre fare? A mio giudizio, riscattare un elemento che è divenuto la Cenerentola dell’insegnamento: l’educazione civica. In Italia essa è stata reintrodotta come insegnamento trasversale obbligatorio con la legge n. 92 del 2019, con un monte ore minimo di trentatré ore annue; ma la questione non è soltanto quantitativa. L’educazione civica è ciò che consente ai ragazzi di ricollegarsi alla realtà, di uscire dal mondo virtuale, di tornare a far parte di una visione della società, e di una società che oggi non può che essere globale. È questa la prospettiva dell’educazione alla cittadinanza globale promossa dall’UNESCO e recepita nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite tra i traguardi dell’obiettivo dedicato all’istruzione di qualità.    Ho cercato di tradurre questa convinzione in un esperimento concreto: un manuale interattivo per giovani cittadini globali, scritto con Giuliano Rizzi e pubblicato nel 2022 con il titoloManuale per… cambiare il mondo. L’impianto è volutamente semplice. Il volume affronta in diciannove capitoli altrettanti grandi problemi del nostro tempo, dalle disuguaglianze alla finanza, dagli armamenti al clima, dalle questioni di genere alle migrazioni, dalla tecnologia all’informazione. Ogni capitolo illustra il problema e fornisce i dati essenziali; segue uno spazio di riflessione, con domande alle quali il lettore è chiamato a rispondere, affinché il processo di comprensione prosegua in lui; e si conclude sempre con esempi positivi, per mostrare che ogni problema ammette soluzioni praticabili e che vi sono persone che già le stanno realizzando.    <a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/Hangar-6ott26-d47662c9-33cf-4e62-8ecf-a1ffc34777fa.jpg"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/Hangar-6ott26-d47662c9-33cf-4e62-8ecf-a1ffc34777fa-300x225.jpg" alt="hangar-6ott26-d47662c9-33cf-4e62-8ecf-a1ffc34777fa" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-179357" /></a>L’elemento decisivo è rendere visibile l’interconnessione dei problemi. La questione finanziaria è legata a quella di genere; entrambe sono legate alla questione agricola e allo sviluppo del Sud del mondo. Si consideri l’agricoltura africana: gran parte delle politiche di sostegno si traduce in investimenti in macchinari e infrastrutture, mentre a produrre, e spesso a vendere sui mercati, sono in larga misura le donne, alle quali non giungono misure adeguate di credito, formazione e assistenza. La FAO ha stimato che colmare i divari di genere nei sistemi agroalimentari accrescerebbe il prodotto mondiale di circa l’uno per cento, pari a quasi mille miliardi di dollari. Chi comprende questo intreccio smette di ragionare per compartimenti stagni. L’esperimento ha avuto un esito che non mi attendevo: il manuale è stato tradotto in diverse lingue, dallo spagnolo al catalano, dal francese al giapponese, ed è stato adottato in contesti educativi dell’America Latina, in particolare in Brasile. Ciò conferma un’intuizione: se si mostrano ai ragazzi i problemi del mondo e il modo in cui sono legati tra loro, essi si sentono parte del processo. Oggi i giovani faticano a sentirsi parte di qualcosa; ma dentro ciascuno di loro esiste uno spazio in cui vorrebbe essere qualcuno, contare come persona. È da lì che occorre ripartire.    Si tratta, in definitiva, di rovesciare la percezione dominante: far comprendere ai ragazzi che non sono estranei alla società, ma ne sono parte, e che possono incidere su un mondo che oggi non conoscono. Chiunque abbia frequentato una scuola primaria sa che, se si domanda ai bambini se la guerra sia un fatto naturale, molti rispondono di sì. È questa naturalizzazione che dobbiamo contrastare, restituendo alla scuola la capacità di collegare i saperi, dalla sociologia all’algebra, in una comprensione unitaria del mondo.    La risposta alla domanda iniziale è dunque meno ovvia di quanto potesse sembrare. Se continueremo a educare i giovani ad adattarsi a un futuro ignoto, senza spiegare loro da dove proviene il presente, avremo generazioni sempre più impreparate a comprendere il mondo e sempre più esposte alla paura, al ritiro nel virtuale e, nei casi estremi, alla violenza. Se invece riusciremo a formare cittadini globali, capaci di leggere l’interdipendenza dei problemi e di riconoscersi in una comunità più ampia del singolo individuo, avremo generazioni sempre più preparate a comprendere il mondo e, dunque, a trasformarlo. Il cammino del dinosauro serve precisamente a questo: a ricordare che il mondo nel quale i giovani si sentono stranieri non è un fenomeno naturale, ma il risultato di scelte. E ciò che è stato scelto può essere scelto diversamente. È un compito che riguarda la scuola, l’università, le istituzioni internazionali e, prima di tutto, chi ha la responsabilità di orientare le nuove generazioni. Per un’istituzione come l’Università per la Pace, creata nel 1980 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per promuovere l’educazione alla pace, è la ragione stessa della propria esistenza.    Roberto Savio(rappresentante delegato per l’Italia, Università per la Pace delle Nazioni Unite, UPEACE)     </p>
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		<title>Oggi alla Casa del quartiere Is Mirrionis</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 22:05:35 +0000</pubDate>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 17:13:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Modi è nei guai Di Vidya Krishnan* – Al Jazeera Le proteste del CJP che stanno investendo il Paese hanno messo a nudo la democrazia svuotata dell’India. Si dice che se si spennano le piume di un pollo una alla volta, nessuno se ne accorge. È così che alcune persone si illudono credendo che i]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_79451.png"><img src="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_79451.png" alt="img_7945" width="205" height="70" class="alignleft size-full wp-image-179073" /></a><strong>Modi è nei guai</strong></p>
<p>Di Vidya Krishnan* – Al Jazeera</p>
<p>Le proteste del CJP che stanno investendo il Paese hanno messo a nudo la democrazia svuotata dell’India.<br />
<span id="more-179344"></span><br />
Si dice che se si spennano le piume di un pollo una alla volta, nessuno se ne accorge. È così che alcune persone si illudono credendo che i piccoli torti non le perseguiteranno mai.</p>
<p>Il problema di questo metodo è che, un bel giorno, la verità viene a galla, impossibile da ignorare. Questo ottobre, la democrazia indiana assomiglia a un pollo spennato, privato del suo piumaggio, mentre i manifestanti che ironicamente si definiscono “scarafaggi” invadono le nostre strade.</p>
<p>Per 12 anni si è continuato a spennare, finché il primo ministro Narendra Modi non si è ritrovato con le spalle al muro, costretto a rifugiarsi dietro le barricate, di fronte all’ira degli studenti per i quali la lenta erosione della democrazia ha lasciato poco da perdere e ancora meno da temere.</p>
<p>Di fronte a una grande manifestazione del 10 ottobre che chiedeva la revoca della epurazione delle liste elettorali, si è lanciato in una serie di autoincriminazioni. Il suo governo ha imposto misure che ricordano l’era dello stato di emergenza: nessun treno per Nuova Delhi, forze paramilitari schierate nei luoghi delle proteste, Internet interrotto.</p>
<p>Prima della manifestazione, sono state arrestate alcune figure di spicco legate al movimento di protesta Cockroach Janta Party (CJP) – Ratna Singh, Abhijeet Dipke, Dhruv Rathee. Sono stati arrestati anche molti altri noti attivisti, tra cui il pronipote di Mahatma Gandhi, Tushar Gandhi.</p>
<p>Ciononostante, i manifestanti si sono riversati nelle strade di Nuova Delhi, cercando di raggiungere i luoghi designati per la protesta, in una scena che si è ripetuta in una città dopo l’altra in tutta l’India. Nel corso della giornata, la polizia ha giocato un interminabile gioco del «colpisci il topo» con i manifestanti, che continuavano a riapparire in tutta la capitale, radunandosi in un angolo dopo l’altro, allontanati dai luoghi designati per la protesta ma restii a scomparire.</p>
<p>In serata, almeno 2.500 manifestanti e 15 giornalisti sono stati fermati in tutta la città e condotti nei centri di detenzione allestiti in varie località. Molti sono stati poi rilasciati.</p>
<p>Questi atti minano ulteriormente la già precaria posizione di Modi, suscitando ulteriori critiche da parte di chi ora mette in dubbio la sua idoneità a ricoprire la carica di primo ministro. Venerdì, i partiti dell’opposizione, guidati da Rahul Gandhi, hanno incontrato la presidente Draupadi Murmu e le hanno fatto presente che il governo ha sovvertito il quadro democratico dell’India.</p>
<p>Sotto la guida di Modi, i problemi si sono accumulati come cirripedi sulla fiancata di una nave. Ogni volta che è stato messo in discussione, si è allontanato sempre più dai principi democratici su cui è stata fondata questa nazione.</p>
<p>La Revisione Speciale Intensiva (SIR) delle liste elettorali – l’ultima mossa che ha messo in atto – è stata un esercizio di fascismo burocratico. Non c’è semplicemente altro modo per definire un evento che priva 130 milioni di indiani del loro diritto di voto.</p>
<p>Il fatto che questo processo abbia contribuito a influenzare le elezioni non è più oggetto di dibattito. È sbalorditivo che il presidente della Commissione elettorale, Gyanesh Kumar, che ha supervisionato la SIR, non si dimetta – per vergogna. A maggior ragione ora che è riemerso un caso di corruzione del 2006 a suo carico.</p>
<p>I quadri caotici, rabbiosi e di sfida nelle strade di Nuova Delhi e oltre rappresentano una resa dei conti che si stava preparando da tempo. I manifestanti, giovani e eterogenei, sono in netto contrasto con Modi e il suo gabinetto – uomini anziani e privi di senso dell’umorismo, che hanno scommesso sul successo di una strategia di demonizzazione ed esclusione. Il suo gabinetto è pieno di uomini pieni di sé, che avevano erroneamente scommesso che i crimini dei funzionari eletti dovessero essere tollerati e che un paese potesse essere governato all’infinito creando divisioni e fabbricando nemici.</p>
<p>Ora abbiamo visto cosa succede quando chi infrange la legge diventa legislatore. Il comportamento criminale è stato il principio organizzativo del partito e, nel loro insieme, i valori di queste persone hanno definito gli anni in cui Modi ha governato l’India. Nel corso di questo processo, ha presieduto allo smantellamento della Costituzione indiana.</p>
<p>Ora che tutto questo è tornato a perseguitarlo – sotto forma di «scarafaggi» che non riesce a sterminare – Modi ha trasformato Nuova Delhi in una fortezza e ha scatenato tutto il potere a sua disposizione contro manifestanti disarmati. Ciò è coerente con la sua politica di fingere di aspirare alla pace, ma di generare infallibilmente conflitti durante tutto il suo mandato: sia con le nazioni vicine che tra i vicini all’interno delle città.</p>
<p>Il 10 ottobre è solo un primo colpo. Nelle prossime settimane, i problemi di Modi probabilmente si aggraveranno. Il CJP ha annunciato che le proteste continueranno. I partiti dell’opposizione hanno dichiarato che protesteranno lunedì.</p>
<p>Gli «scarafaggi» sembrano aver risolto ogni dubbio residuo riguardo alla totale inettitudine di Modi come primo ministro. Hanno messo a nudo la democrazia svuotata di significato che l’India presenta al mondo come esemplare.</p>
<p>Mentre il suo mandato volge al termine — per ora, la sorte è ormai segnata — si può tranquillamente affermare che i libri di storia assegneranno a Modi il ruolo che gli spetta: quello dell’uomo che ha fatto sì che un’intera generazione di indiani perdesse ogni rispetto per il governo, l’esercito, la polizia di Delhi e l’intera struttura di governo.</p>
<p>Nuova Delhi è temporaneamente sospesa in una transizione tra un presente soffocante e un futuro promettente. Questo particolare frammento di tempo, per quanto difficile, passerà.</p>
<p>Quando la polvere si sarà posata, che ne sarà di tutte le istituzioni distrutte dalla cattura regolamentare e dall’ideologia di destra? Solo chi oggi scende in piazza potrà rispondere. Questa consapevolezza è implicita in ogni azione delle «scarafaggi». Perché il punto centrale è proprio il potere al popolo.</p>
<p>*Giornalista investigativa che scrive di giustizia sociale. Il suo primo libro, *Phantom Plague*, è stato pubblicato nel 2021.</p>
<p>Tra Stati Uniti e Cina: la doppia strategia dell’America Latina</p>
<p>Di Carlos Malamud* e Rogelio Núñez Castellano** – Real Instituto Elcano</p>
<p>Introduzione</p>
<p>Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la strategia degli Stati Uniti per l’America Latina e i Caraibi (ALC) è passata dalla teoria alla pratica, una teoria articolata attorno alla Strategia di Sicurezza Nazionale (ESN, dicembre 2025) e al Corollario Trump della Dottrina Monroe. [1] La Strategia di Difesa Nazionale (EDN, gennaio 2026) del Dipartimento della Difesa ha ratificato quanto esposto nella NSS: priorità alle frontiere interne (Homeland Security) e al cosiddetto Emisfero Occidentale.</p>
<p>La strategia elaborata nel 2025 è stata messa in atto l’anno successivo, previa prova dell’operazione «Lanza del Sur» per combattere il narcoterrorismo. In Venezuela l’Operazione «Resolución Absoluta» (3 gennaio) ha destituito Nicolás Maduro e posto il governo di Delcy Rodríguez sotto la propria tutela. Dopo mesi di pressioni e minacce di annessione del Canale di Panama, il 30 gennaio si è ottenuto che la Corte Suprema panamense annullasse la concessione alla società cinese Panama Ports Company (PPC), filiale di CK Hutchison con sede a Hong Kong, per la gestione dei porti di Cristóbal, sul versante atlantico, e di Balboa, sulla costa pacifica, in prossimità delle foci del Canale.</p>
<p>Gli Stati Uniti hanno assunto il controllo delle maggiori riserve di greggio del mondo e hanno espulso il loro principale rivale da una rotta interoceana cruciale. Il suo valore strategico è aumentato con la guerra in Iran e il blocco dello stretto di Ormuz. L’obiettivo geopolitico degli Stati Uniti non è espellere la Cina dall’America Latina, ma impedirle di controllare materie prime strategiche e infrastrutture critiche. L’idea è contenuta nel Corollario Trump-Monroe e nella Strategia di Sicurezza Nazionale (ESN): «Negheremo ai concorrenti extra-emisferici la capacità di schierare forze… o di possedere o controllare beni strategicamente vitali».</p>
<p>Il rapporto con l’America Latina e i Caraibi è guidato dall’idea di egemonia. Washington detta l’agenda e la strategia, non sulla base della parità, ma della superiorità sancita dal Corollario Trump-Monroe. Tale superiorità si fonda sul potere militare e sul fatto di essere il principale partner commerciale del Messico e dell’America Centrale, nonché il maggiore investitore straniero, una situazione che si mantiene dall’inizio del secolo. Sebbene la Cina stia acquisendo peso nei settori della logistica, dell’estrazione mineraria e dell’industria automobilistica, il suo predominio si fonda su due settori di spicco: l’energia e le infrastrutture digitali, e si manifesta in modo eterogeneo su quattro piani: (a) alleanza con i paesi sudamericani, insieme alla comunione ideologica incarnata dallo Scudo delle Americhe; (b) l’adesione incondizionata dei paesi dell’America Centrale e dei Caraibi, in sintonia con Honduras ed El Salvador in materia di migrazione, la collaborazione con il Guatemala nel settore delle infrastrutture e l’accettazione da parte di Panama della strategia relativa al Canale; (c) la pressione sulla dittatura cubana e, in misura minore, su quella nicaraguense; e (d) le tensioni con Brasile e Messico. Da qui deriva la sfida per l’America Latina e i Caraibi (ALC) di gestire le tensioni derivanti dai propri legami con gli Stati Uniti e la Cina. La soluzione è duplice.</p>
<p>Alla ricerca di un’America Latina pro-Trump</p>
<p>Nel biennio 2024-2026, l’America Latina, ad eccezione del Messico e del Brasile, e in misura minore dell’Uruguay, si è allineata con gli Stati Uniti. Dal 2024, nelle otto elezioni tenutesi hanno trionfato candidati pro-Trump.</p>
<p>Le due vittorie più legate a Trump sono state quelle in Honduras e in Colombia. Trump ha sostenuto personalmente Nasry Asfura e ha minacciato di ritirare gli aiuti all’Honduras se questi non avesse vinto. Alla fine ha battuto Salvador Nasralla con meno di un punto di vantaggio. In Colombia, Abelardo de la Espriella, sostenuto da Trump, ha vinto con meno di un punto di vantaggio. Nel 2025 la vittoria di Javier Milei alle elezioni legislative è stata determinata dallo swap del Tesoro statunitense di 20.000 milioni di dollari e dalle dichiarazioni di Trump che subordinavano gli aiuti finanziari alla vittoria di Milei. Keiko Fujimori, in Perù, pur non avendo ricevuto alcun segno di sostegno elettorale, non appena è entrata in carica ha adottato due decisioni favorevoli alla Casa Bianca: nominare ministro degli Esteri Carlos Espá – vicino agli Stati Uniti – e rompere le relazioni con l’Iran.</p>
<p>Il recente tour di Marco Rubio in Colombia, Ecuador e Perù ha permesso di mettere in scena questa alleanza ideologica e militare. Il viaggio ha rafforzato i legami con i governi vicini a Trump e si è concentrato sulla Cina e sulla lotta alla criminalità organizzata. Per quanto riguarda la sfida cinese, al suo arrivo in Perù, Rubio ha ribadito l’idea di fondo su Pechino: «I progetti sostenuti dal Partito Comunista cinese aggirano i quadri giuridici del Perù e minacciano la trasparenza e la sicurezza dei dati». In Colombia, Rubio ha annunciato una «epoca d’oro» con la Colombia, una fase di cooperazione senza precedenti. Due memorandum d’intesa hanno espresso la volontà di cooperare nello sviluppo dell’energia nucleare per uso strettamente civile e nella lavorazione di minerali critici e terre rare. Queste iniziative si aggiungono alla promessa di sostegno finanziario a Bogotá pari a 1.000 milioni di dollari.</p>
<p>Il tour è stato caratterizzato anche dallo sforzo di trasmettere l’idea che tutti affrontano gli stessi problemi di sicurezza (reti e gruppi criminali). Per questo motivo, è stata successivamente annunciata l’intenzione di reindirizzare i fondi del programma di Finanziamento Militare Estero, destinati a Slovacchia, Macedonia del Nord, Tunisia e Iraq, verso questi tre paesi e Panama. Se in Perù ha ufficializzato l’adesione del Paese allo Scudo delle Americhe, in Ecuador, dopo averlo definito uno dei suoi principali alleati regionali, ha designato il gruppo narcotrafficante Los Tiguerones come organizzazione terroristica. Rubio ha premiato l’adempimento da parte dell’Ecuador di diverse condizioni favorevoli a Washington, quali accordi migratori e cooperazione per operazioni contro le organizzazioni criminali. Contemporaneamente, è stato firmato con la Repubblica Dominicana un patto sullo sfruttamento delle terre rare. Infine, il Dipartimento di Stato ha annunciato un accordo con la Bolivia in materia di sicurezza.</p>
<p>Il triplice obiettivo del Corollario di Trump</p>
<p>L’immagine di una regione alleata con gli Stati Uniti convive con quella di una regione che, nonostante la vicinanza a Trump, non intende rompere con la Cina, cosa economicamente e commercialmente irrealizzabile. Né Washington lo cerca né lo promuove. L’Amministrazione ha un triplice obiettivo: (a) controllo delle materie prime strategiche; (b) controllo sulle infrastrutture critiche; e (c) lotta contro i cartelli e l’immigrazione. Per questo motivo, risulta prioritario frenare la presenza cinese nei settori economici e della difesa strategici e preservare l’influenza politica. Come sottolinea il Corollario: «Vogliamo un emisfero… che sostenga le catene di approvvigionamento cruciali e garantisca il nostro accesso continuo a località strategiche chiave». Gli Stati Uniti non si oppongono alle relazioni economico-commerciali con la Cina – non potrebbero farlo – purché queste non minaccino la loro sicurezza e la loro influenza in ambiti quali le tecnologie o le infrastrutture strategiche.</p>
<p>La rivalità tra Stati Uniti e Cina è entrata in una fase di lotta per il controllo delle catene di approvvigionamento, delle tecnologie critiche e delle infrastrutture. Il sottosegretario alla Difesa, Elbridge Colby, ha esortato i propri partner regionali a proteggere i propri beni critici come «il loro contributo per garantire una pace duratura… L’unica cosa che chiediamo loro è di collaborare con noi per impedire che qualsiasi attore possa rivendicare e sfruttare risorse chiave». I paesi con risorse strategiche – minerali critici, porti, infrastrutture digitali – meritano l’attenzione di Washington, come si è visto nel 2026.</p>
<p>Venezuela</p>
<p>L’operazione «Resolución Absoluta» non solo ha portato all’arresto di Maduro, ma ha anche posto il Venezuela e il suo petrolio sotto la tutela di Washington. Il 6 gennaio è stata annunciata la consegna di 30-50 milioni di barili di greggio non soggetto a sanzioni e il segretario all’Energia, Chris Wright, ha dichiarato che avrebbero venduto il greggio stoccato e poi, a tempo indeterminato, immesso gradualmente la produzione sul mercato.</p>
<p>A seguito dell’accordo bilaterale di fine agosto, le aziende statunitensi potranno sfruttare la maggior parte delle riserve, fino a 65.000 milioni di barili, oltre il 21% delle riserve venezuelane. Secondo Trump, ciò comporterebbe il raddoppio delle riserve stimate, pari a 46.400 milioni di barili entro la fine del 2023, senza alcun costo per il contribuente statunitense, e ridurrebbe il prezzo della benzina, aumentato a causa della guerra in Iran.</p>
<p>Il Canale di Panama</p>
<p>Panama ha ufficialmente revocato le concessioni portuali che per oltre due decenni erano state gestite dalla PPC, una filiale della CK Hutchison. Una sentenza della Corte Suprema ha dichiarato incostituzionali le concessioni dei terminal di Balboa, sul Pacifico, e di Cristóbal, sull’Atlantico, gestiti da PPC. A seguito della decisione giudiziaria, lo Stato ha assunto il controllo, comprese gru, veicoli e sistemi informatici, ha stabilito un regime operativo transitorio della durata di 18 mesi e ha indetto una nuova gara d’appalto.</p>
<p>Questa decisione ha una chiara dimensione geopolitica. Il Canale è uno dei principali corridoi del commercio globale e un punto nevralgico del transito di container ed energia tra l’Asia e la costa orientale degli Stati Uniti. Sebbene le concessioni portuali non si trovassero sul tracciato interoceano, sotto la sovranità panamense, la presenza di una società di Hong Kong agli accessi del Canale è stata messa in discussione da Washington. Nel 2025 Trump ha affermato che la Cina «controllava» il Canale, il che ha intensificato la pressione e ha coinciso con le trattative di CK Hutchison per vendere i propri asset a un consorzio guidato da BlackRock. La Cina ha attribuito l’operazione alle pressioni statunitensi e il processo si è arenato.</p>
<p>Questa sentenza ha rappresentato un successo nel contenimento dell’influenza cinese sulle infrastrutture strategiche, vista da Pechino come un allineamento politico con gli Stati Uniti. La Cina avrebbe dato istruzioni alle imprese statali di sospendere nuovi progetti e sta valutando di reindirizzare i propri flussi commerciali verso altri porti. Il caso panamense indica una tendenza più ampia, poiché le infrastrutture, specialmente quelle logistiche, sono ormai essenziali dal punto di vista geopolitico. Porti, corridoi marittimi e nodi di trasbordo non sono solo beni commerciali, ma anche piattaforme strategiche. Panama, crocevia di rotte interoceaniche, torna ad essere fondamentale nella disputa globale, sebbene il Canale non sia stato l’unico fronte su cui gli Stati Uniti hanno agito per impedire la penetrazione cinese nell’America Latina e nei Caraibi.</p>
<p>Cile</p>
<p>A febbraio, gli Stati Uniti hanno sostenuto che il cavo sottomarino previsto tra Hong Kong e Valparaíso minasse la sicurezza regionale e hanno annunciato restrizioni sui visti per tre membri del governo di Gabriel Boric. Questa pressione era legata al progetto “Chile China Express”, che coinvolgeva aziende cinesi. Il progetto, ufficialmente sospeso ma non realizzabile, ha messo in luce che gli Stati Uniti sono disposti a esercitare pressioni anche sui propri partner ideologicamente più vicini se ritengono che la loro sicurezza sia minacciata. Infatti, all’interno del governo cileno – nonostante la vicinanza a Trump – c’è un forte malcontento nei confronti di Washington, poiché il suo ambasciatore ha affermato che i disordini del 2019 sono stati fomentati dalla sinistra. La risposta del ministro degli Esteri cileno è stata che gli ambasciatori «non devono esprimersi sulla politica interna».</p>
<p>Argentina</p>
<p>La vicinanza a Trump non ha evitato tensioni a livello provinciale. I vertici della Cooperativa Calf, che fornisce elettricità, gas, acqua e fibra ottica a Neuquén – la nona città argentina e la più grande della Patagonia – e opera nelle vicinanze di Vaca Muerta, si sono recati ad aprile presso la sede centrale di Huawei. I suoi dirigenti volevano conoscere gli strumenti di intelligenza artificiale per monitorare le reti elettriche e in fibra ottica. A luglio l’ambasciata degli Stati Uniti ha avvertito i 18 massimi dirigenti della Calf che avrebbero negato o revocato i loro visti turistici e d’affari se avessero stipulato contratti con Huawei. La Cina ha accusato Washington di esercitare pressioni su diversi paesi latinoamericani, tra cui l’Argentina, affinché sostituissero i propri fornitori tecnologici, a seguito di avvertimenti sui rischi di spionaggio, attacchi informatici e interruzioni di rete associati alle aziende cinesi.</p>
<p>Nel 2025 è stato sospeso il progetto dell’osservatorio astronomico di San Juan, il più grande del suo genere in Sudamerica, con il blocco in dogana per nove mesi di componenti essenziali. Sebbene il governo di Milei abbia rifiutato di commentare se gli Stati Uniti abbiano influenzato la decisione, Washington aveva effettivamente espresso preoccupazione per il radiotelescopio, temendo che potesse essere utilizzato per il tracciamento dei satelliti. Il progetto, avviato da Néstor Kirchner, era stato sostenuto da Cristina Kirchner e Mauricio Macri.</p>
<p>Guatemala</p>
<p>Gli Stati Uniti si sono concentrati sulla modernizzazione e sul controllo delle rotte bioceaniche, come quella che collega Puerto Quetzal, sul Pacifico, con i Caraibi. L’investimento mira a trasformare la logistica regionale e a rafforzare la sicurezza dell’America Centrale. Il progetto da 600 milioni di dollari non solo darà impulso all’economia locale, ma rappresenterà anche una chiara scommessa geopolitica e un rafforzamento delle alleanze strategiche. L’accordo, firmato nel maggio 2025 dalle autorità militari guatemalteche e statunitensi, segna una pietra miliare nella cooperazione bilaterale. Il porto punta a diventare un centro logistico regionale, integrando sviluppo economico e sicurezza marittima.</p>
<p>Brasile e Messico</p>
<p>Le relazioni con le due potenze regionali, Brasile e Messico, sono molto diverse, sebbene caratterizzate da tensioni alternate a momenti di avvicinamento. Sul piano commerciale, il Messico si è allineato con gli Stati Uniti nei confronti della Cina per non perdere parte del mercato statunitense, dato che l’80% delle sue esportazioni totali, pari a un terzo del suo PIL, è destinato agli Stati Uniti. Da qui derivano i dazi messicani sulle importazioni di prodotti cinesi (calzature, settore automobilistico, tessili e giocattoli). I dazi doganali sono stati approvati lo scorso dicembre, in vista della revisione dell’accordo di libero scambio T-MEC.</p>
<p>Sebbene Stati Uniti e Messico siano d’accordo in materia commerciale, non si può dire lo stesso per quanto riguarda le questioni militari e la lotta al narcotraffico. Il Messico e il Brasile non accettano attacchi terrestri contro i cartelli. L’intervento militare statunitense è una linea rossa che né Claudia Sheinbaum né alcun governo messicano potrebbe oltrepassare. In ogni caso, sebbene occulta, la presenza degli Stati Uniti è una realtà, come dimostrano la morte a Chihuahua di due agenti dei servizi segreti o il coinvolgimento di Washington nella caduta di “El Mayo” Zambada, leader del cartello di Sinaloa. Inoltre, i rapporti con la DEA, che erano tesi con López Obrador, sono migliorati con Sheinbaum, e si può parlare di una certa collaborazione, come nel caso della campagna congiunta contro i droni dei cartelli al confine. Inoltre, il Senato messicano ha autorizzato in quattro occasioni l’accesso di militari statunitensi a fini di addestramento.</p>
<p>In Brasile, Trump cerca di influenzare le elezioni sostenendo Flávio Bolsonaro. Sebbene la sua strategia abbia funzionato in Argentina e in Honduras, l’interventismo statunitense ha risvegliato il nazionalismo brasiliano, favorendo, almeno nel breve termine, la rielezione di Luiz Inácio “Lula” da Silva. La tensione con gli Stati Uniti ha rafforzato l’avvicinamento a Pechino nell’ambito dei BRICS. Lula e Xi Jinping si sono sentiti al telefono ad agosto per rafforzare le relazioni bilaterali pochi giorni dopo che Trump aveva confermato dazi del 25% sulle esportazioni brasiliane. In ogni caso, Brasile e Stati Uniti mantengono una forte relazione commerciale. Gli Stati Uniti registrano, in modo ricorrente, un surplus commerciale e rappresentano la principale fonte di investimenti diretti esteri (IDE). Nel 2025 le esportazioni del Brasile verso gli Stati Uniti hanno raggiunto quasi i 38 miliardi di dollari, contro i 100 miliardi verso la Cina.</p>
<p>Grazie alle sue dimensioni e alla minore dipendenza dagli Stati Uniti, il Brasile può cercare di mantenere buoni rapporti con entrambe le superpotenze. Annunciando investimenti per 440 milioni di dollari nell’intelligenza artificiale, il Brasile ha ripartito i progetti tra aziende statunitensi e cinesi, dimostrando il proprio impegno nel gestire i rapporti con entrambe. Poco più della metà del totale sarà destinata a un progetto di infrastruttura di supercalcolo a Rio de Janeiro, in collaborazione con le società cinesi Huawei Technologies e iFlytek.</p>
<p>Lo Scudo delle Americhe</p>
<p>Si tratta di un progetto poco spiegato, con una duplice idea di fondo. La prima è che i paesi latinoamericani aumentino la spesa nella lotta al narcotraffico, una richiesta del sottosegretario alla Difesa affinché la regione assuma maggiori impegni in materia di sicurezza. La seconda è quella di aumentare il coordinamento con gli Stati Uniti per combattere i cartelli, comprese le operazioni terrestri.</p>
<p>Lo «Scudo delle Americhe», presentato nel marzo 2026, sintetizza il «Corollario di Trump»: una coalizione di paesi per combattere i cartelli, condividere informazioni di intelligence e cooperare in materia militare e di sicurezza. Dei 18 paesi partecipanti, 12 sono latinoamericani: Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Honduras, Panama, Paraguay e Perù. Il Guatemala, nonostante la sua vicinanza agli Stati Uniti e il fatto che il suo governo di centro-sinistra collabori su questioni migratorie e di sicurezza, non è stato invitato.</p>
<p>Lo Scudo ha già iniziato a prendere forma. L’Operazione Lanza del Sur, in atto nei Caraibi dal settembre 2025, ha affondato 69 motoscafi dei narcotrafficanti e ucciso 230 persone in un anno. Coordinata dalla Forza di Azione Congiunta, poi integrata nella Forza di Azione Congiunta dell’Emisfero Occidentale, con obiettivi più ampi, mira a diventare lo strumento del Comando Sud nella lotta al narcotraffico. Il suo responsabile, il generale Francis Donovan, unifica il comando tattico e operativo. L’idea è quella di integrarla con i suoi 18 partner. L’intensificarsi delle operazioni nei Caraibi si è tradotto in una maggiore presenza militare a Panama (le esercitazioni Panamax 2026 sono state le più grandi da quando sono iniziate nel 2003) e a Porto Rico, con la riattivazione della base navale di Roosevelt Roads, in disuso dal 2004.</p>
<p>Pete Hegseth, capo del Pentagono, ha confermato che intende colpire i narcotrafficanti «sulla terraferma», così come già avviene nelle acque internazionali. Alti vertici militari di Stati Uniti, Colombia ed Ecuador si sono riuniti ad agosto nella località ecuadoriana di San Lorenzo, al confine con la Colombia, per coordinare le strategie contro le bande criminali e le mafie del narcotraffico lungo il confine comune. Il primo risultato è stato l’avvio, nel Pacifico, di nuove operazioni di intercettazione da parte delle forze statunitensi. Il loro obiettivo sono le imbarcazioni utilizzate per rifornire di carburante Los Choneros, la più grande banda criminale dell’Ecuador.</p>
<p>La Cina e i limiti del Corollario di Trump</p>
<p>Al di là dell’aumento della presenza economica e diplomatica cinese, gli Stati Uniti continuano a detenere una posizione egemonica nel commercio e negli investimenti. La presenza di Pechino in America Latina e nei Caraibi è cresciuta dal 2001 fino a diventare il secondo partner commerciale della regione, il primo in Sudamerica. In termini assoluti, il commercio tra Cina e America Latina è passato da circa 14 miliardi di dollari nel 2000 a circa 500 miliardi nel 2022, moltiplicandosi per 35. Gli investimenti sono aumentati in modo sostanziale. La CEPAL stima che gli investimenti cumulativi abbiano superato i 203.000 milioni tra il 2000 e il 2024. Questa presenza, inizialmente concentrata nel settore petrolifero e minerario, si è diversificata verso l’energia elettrica e rinnovabile, l’automotive, le telecomunicazioni, le infrastrutture, la logistica e i minerali critici, mentre le imprese cinesi hanno rafforzato la loro presenza in settori legati alle nuove catene di approvvigionamento. Questa evoluzione ha ridotto il primato statunitense.</p>
<p>Gli Stati Uniti continuano a essere il principale partner dell’America Latina e dei Caraibi: mantengono il primato finanziario e commerciale e sono il primo investitore nella regione. La loro leadership commerciale è condizionata dal forte legame con il Messico. Il rapporto Mapping US Investment in Latin America and the Caribbean, dell’Atlantic Council (luglio 2026), in linea con il nostro “Perché l’America Latina è importante?”, mette in luce il progressivo spostamento degli Stati Uniti, sebbene questi continuino a essere il principale investitore straniero, sia per volume che per continuità e diversificazione degli investimenti. Questi investimenti presentano vantaggi qualitativi rispetto a quelli cinesi: generano più occupazione per unità di capitale investito, sono forti nei progetti greenfield e più inclini a incentivare la ricerca e lo sviluppo.</p>
<p>Tuttavia, gli investimenti nel settore minerario sono relativamente ridotti. Tra il 2020 e il 2024 gli investimenti si sono attestati intorno ai 200 milioni di dollari all’anno, circa un ventesimo di quelli cinesi. Inoltre, gli investimenti statunitensi si concentrano principalmente in Messico, Brasile e Guyana, dove dal 2020 si colloca quasi il 70% dei loro progetti. La Cina utilizza la propria capacità finanziaria per consolidare le posizioni nei minerali critici, nelle infrastrutture, nella logistica, nella tecnologia e nelle nuove industrie.</p>
<p>La preoccupazione di Washington non deriva dalla perdita della supremazia economica, ma dal fatto che la Cina abbia sviluppato un contesto commerciale e strategico al di fuori degli Stati Uniti. Da un triplice punto di vista (politico, strategico ed economico), gli Stati Uniti intendono espellere la Cina dall’America Latina e dai Caraibi (ALC), in particolare per quanto riguarda il controllo delle infrastrutture critiche e delle risorse strategiche. Tuttavia, dato il peso economico della Cina, la loro strategia deve limitarsi a questi ultimi due aspetti, poiché il loro margine di manovra nelle relazioni economico-commerciali sino-latinoamericane è più ridotto. Infatti, parte dell’America Latina e dei Caraibi mantiene un’alleanza geopolitica e militare con gli Stati Uniti (lo Scudo delle Americhe) e un’altra di natura economico-commerciale con la Cina. Gli esempi abbondano. Solo negli ultimi mesi si sono visti alleati vicini agli Stati Uniti, come Cile, Ecuador e Argentina, corteggiare Pechino.</p>
<p>Il ministro degli Esteri cileno, Francisco Pérez Mackenna, si è recato in agosto in visita ufficiale per «approfondire la cooperazione bilaterale». Il governo conservatore di Kast non può prendere le distanze da Boric su questo punto, poiché la Cina è il suo principale partner commerciale. Acquista il 53% delle esportazioni di rame e il 70% del litio, i due pilastri del suo futuro economico.</p>
<p>La Banca centrale argentina e la Banca popolare cinese hanno rinnovato ad agosto uno swap da 17 miliardi di euro, estendendone la durata da tre a cinque anni. Il nuovo accordo, ratificato da Milei, proroga uno strumento finanziario in vigore dal 2009, ai tempi di Kirchner, e mantiene la tranche attivata nel 2023 da Alberto Fernández. Il commercio spiega gran parte dell’accordo. La Cina è stata la principale fonte di importazioni nel primo semestre del 2026, con il 22,5% degli acquisti di beni. Tra gennaio e giugno, l’Argentina ha esportato in Cina merci per oltre 4.200 milioni di euro, il 59,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le importazioni hanno raggiunto quasi i 7.000 milioni di euro, con un calo su base annua del 3,8%.</p>
<p>Il presidente dell’Ecuador, Noboa, si è recato ad agosto a Pechino per una visita di Stato di otto giorni. Ha incontrato Xi e altri alti funzionari e hanno siglato accordi di cooperazione per 42,7 milioni di dollari, di cui 28 milioni nel settore della sanità e della sicurezza e 14,7 milioni in quello dell’istruzione, della produzione e della prevenzione dei rischi. La Cina ha espresso fiducia negli investimenti nelle industrie verdi e nella produzione di energia fotovoltaica. Noboa ha illustrato le ragioni della sua strategia duale con gli Stati Uniti e la Cina (una di natura politico-militare e l’altra di natura economico-commerciale), basata sul pragmatismo. L’obiettivo è potenziare i benefici per l’Ecuador a partire dai legami esistenti con tutti i paesi con cui il paese intrattiene relazioni diplomatiche e commerciali: «Mentre si attraggono investimenti agendo sulle condizioni macroeconomiche, sul quadro giuridico e su molti altri fattori interni, la sicurezza rappresenta un elemento altrettanto determinante, non solo per la vita degli ecuadoriani e lo sviluppo della nostra società, ma contribuisce in modo decisivo alle condizioni che guidano la decisione degli investitori e integrano gli sforzi e le azioni concrete del Governo a favore del popolo e del Paese».</p>
<p>La Cina sembra rispettare la sfera di interesse e influenza creata da Trump, come nel caso di Cuba e del Venezuela. Pechino ha condannato l’interventismo degli Stati Uniti, ma senza intraprendere azioni significative, forse tenendo presente Taiwan. Negli ultimi decenni, e in particolare nell’ultimo anno, ha compiuto gesti di apertura nei confronti di Cuba, ma il suo sostegno sembra essere limitato da considerazioni strategiche, economiche e politiche. La Cina è ben lontana dall’assumere un ruolo che vada oltre la retorica e che implichi mettere a rischio il proprio rapporto con gli Stati Uniti.</p>
<p>Conclusioni</p>
<p>Lo sfoggio di forza e la leadership egemonica degli Stati Uniti in America Latina e nei Caraibi presentano due punti deboli. Il primo è la congiuntura politico-elettorale favorevole grazie alle vittorie di candidati vicini a Trump. Si tratta di un vantaggio congiunturale che potrebbe rivelarsi effimero, data la presenza del voto di protesta contro i partiti al potere, per cui il pendolo elettorale potrebbe oscillare, anche a breve termine, nella direzione opposta. Il secondo è l’atteggiamento egemonista (lo stile prepotente di Trump) nei confronti dell’America Latina, che può risvegliare l’anti-imperialismo nazionalista. Qualcosa del genere sta già accadendo in Brasile.</p>
<p>Gli Stati Uniti cercano di riaffermare la propria preminenza nell’emisfero, al di là dell’ambito strettamente militare, nei settori delle telecomunicazioni, dell’intelligenza artificiale, dei porti, delle materie prime critiche, dell’energia, delle infrastrutture e delle catene di approvvigionamento globali. Dopo l’incontro tra Trump e Xi, a maggio, si intravede una certa e instabile «convivenza pacifica», essendo passati dalla «competizione strategica» alla «stabilità strategica». È stato concordato di progredire verso un rapporto di Stabilità Strategica Costruttiva e di creare un Consiglio per il Commercio e un altro per gli Investimenti per istituzionalizzare aspetti centrali della loro interdipendenza.</p>
<p>Questa intesa, se mantenuta, apre una finestra di opportunità per l’America Latina. Il momento è propizio, dato il crescente interesse globale per la regione e per il suo potenziale. Mai in passato, come ha sottolineato il segretario generale iberoamericano Andrés Allamand, le grandi potenze erano state così attente. Nei discorsi di Cina, Stati Uniti, UE e India si ripetono argomenti e concetti simili: partner preferenziali, partner chiave con cui formare una comunità.</p>
<p>Tutto indica che i paesi dell’America Latina si stanno dirigendo verso un mondo in cui potranno, almeno a breve termine, mantenere una strategia duale: (a) geopolitica con gli Stati Uniti e il «Corollario Trump», in particolare con lo Scudo delle Americhe; e (b) economica e commerciale con la Cina in quei settori in cui non è in gioco la sicurezza degli Stati Uniti, dato che la Cina continuerà a essere fondamentale in America Latina. Come ha sottolineato il ministro degli Esteri cileno: «Non siamo né anti-cinesi né anti-statunitensi, siamo pro-cilenici. Dobbiamo costruire la nostra strada, una strada di sovranità, che ci permetta… di prendere le decisioni. Gli Stati Uniti e la Cina sono fondamentali e molto rilevanti per il [nostro] futuro».</p>
<p>Questo scenario potrebbe deteriorarsi nel breve o medio termine, poiché il rapporto tra le due superpotenze potrebbe peggiorare per le cause più disparate. Per non rimanere intrappolata in questo scontro, l’America Latina dovrebbe diversificare i propri legami politici ed economici con vecchi e nuovi alleati, come l’UE e l’India, e coordinarsi per non negoziare in modo isolato. Solo il Messico e il Brasile possono farlo individualmente. La regione non deve nemmeno cadere nell’ingenuità di ritenere che negoziare con la Cina sia meno oneroso che farlo con gli Stati Uniti, per quante agevolazioni la prima possa offrire.</p>
<p>Maggiore coordinamento, maggiore cooperazione e maggiore collaborazione, date le difficoltà storiche dell’integrazione, conferirebbero a un’America Latina più pragmatica un maggiore peso globale e un maggiore margine di manovra. Piuttosto che puntare a un’integrazione istituzionalizzata e articolata dalla diplomazia presidenziale, si dovrebbe procedere verso la creazione di ampie coalizioni di interessi su temi concreti (infrastrutture, istruzione, sanità, intelligenza artificiale, materie prime critiche, lotta al traffico di droga, ecc.).</p>
<p>[1] D&#8217;ora in poi, Corollario Trump-Monroe.</p>
<p>*Ricercatore principale del Real Instituto Elcano e professore di Storia delle Americhe presso l’Università Nazionale di Educazione a Distanza (UNED).</p>
<p>*Ricercatore senior non residente del Real Instituto Elcano.<br />
OtherNews<br />
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www.other-news.info</p>
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		<title>Genocidio</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 09:03:58 +0000</pubDate>
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di Giancarlo Morgante<br />
Ero preparato a tutto. Devo dire che solo nel finale ci sono state delle sequenze girate tra gli edifici bombardati con immagini di cadaveri, soprattutto bambini, accompagnate dalla disperazione dei genitori (immagini terribili) C&#8217;è stata la conferma (se ce ne fosse stato bisogno) della volontà , da parte di Israle di eliminare la popolazione civile.<br />
Dalle testimonianze ho appreso che già dal 1970 Gaza era collegata al mondo esterno( linee telefoniche e poi internet) . Indovinate chi ha fatto i lavori  di infrastrutture? Società israeliane.<br />
Insomma è emerso che Israele era in grado già da allora di spiarli in maniera continuativa (smartphone e internet).<br />
Nazan significa persona colpita come effetto collaterale. Gli Israeliani,  già prima  del 7 ottobre erano in grado di seguire i movimenti di ogni singolo guerrigliero di Hamas. Dopo il 7 ottobre hanno utilizzato le intercettazioni per  colpirlo.  Soprattutto in casa loro (missili e droni). Utilizzando soprattutto gli smartphone dei bambini. La parola determinante per avviare l&#8217;AI era &#8220;papà &#8221; , è arrivato papà o sta arrivando papà.<br />
 Partivano immediatamente  i bombardamenti. Da qui si comprende chi erano le prime vittime sacrificali, gli effetti collaterali (Nazan). Ogni uccisione di un sospettato di essere guerrigliero di Hamas se ne portava dietro almeno altre 15 persone, soprattutto  bambini degli stabili densamente abitati.<br />
In uno stabile di 5 o sei piani, gli effetti sciagurati del bombardamento in un piano,  coinvolgeva almeno altri tre piani.<br />
In ultimo ,sempre dalle testimonianze ,  bombardamenti a tappeto(descritte le tecniche dei bombardamenti), con superstiti finiti dai cecchini ( sopratutto bambini).  Agghiacciante una testimonianza: i superiori ci dicevano che i bambini erano potenziali terroristi.Una follia.  Un genocidio.</p>
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		<title>Punta de billete &#8211; Save the date &#8211; Prendi nota . Lunedì 9 novembre ore 16.30 Conferenza di organizzazione del Circolo Sardegna di CT Costituente Terra</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2026 09:26:09 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_0914.jpeg"><img src="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_0914-300x267.jpeg" alt="Screenshot" width="300" height="267" class="aligncenter size-medium wp-image-179325" /></a><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/Per-una-federazione-della-terra-Luigi-Ferajoli-2026-9788807105982_0_0_536_0_75.jpg"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/Per-una-federazione-della-terra-Luigi-Ferajoli-2026-9788807105982_0_0_536_0_75-191x300.jpg" alt="per-una-federazione-della-terra-luigi-ferajoli-2026-9788807105982_0_0_536_0_75" width="191" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-179320" /></a>Lunedì 9 novembre ore 16.30 Conferenza di organizzazione del Circolo Sardegna di CT Costituente Terra, con l’elezione dei delegati alla Conferenza  d’organizzazione nazionale (che si terrà a Roma il 19/11/2026); ore 17,30 presentazione dell’ultimo libro di Luigi Ferrajoli <em>“Per una Federazione della Terra”</em> a cura di Alberto Contu; ore 18 Dibattito e conclusioni. L’iniziativa si terrà presso la Casa del quartiere Hangar Is Mirrionis, in via Nebida 36 Cagliari.<br />
<span id="more-179315"></span><br />
<strong>Con questo volume si compie il percorso iniziato con Per una Costituzione della Terra: non più soltanto la necessità di un costituzionalismo globale, ma il disegno delle istituzioni capaci di renderlo possibile. Un libro destinato a segnare il dibattito sul futuro della democrazia e dell&#8217;ordine mondiale</strong>.<br />
<em>L&#8217;alternativa non è tra utopia e realismo. L&#8217;alternativa è tra la costruzione di un ordine giuridico globale e la normalizzazione della catastrofe. Perché le grandi emergenze del nostro tempo – guerre, crisi climatica, disuguaglianze, ritorno della minaccia nucleare, svuotamento delle democrazie – hanno una radice comune: gli Stati nazionali e il diritto internazionale non sono più in grado di governare un mondo ormai profondamente interdipendente. Dopo &#8220;Per una Costituzione della Terra&#8221; e &#8220;Progettare il futuro&#8221;, Luigi Ferrajoli porta a compimento il progetto teorico e politico che da anni attraversa la sua riflessione. Se i primi due volumi avevano delineato i principi di un costituzionalismo globale, questo libro ne sviluppa la conseguenza istituzionale: la trasformazione delle Nazioni Unite in una Federazione della Terra, fondata non su un governo mondiale ma su un sistema di garanzie comuni della pace, dei diritti fondamentali, dei beni comuni e dell&#8217;ambiente. Attraverso la teoria del federalismo garantista, Ferrajoli mostra come sia possibile limitare i poteri degli Stati e dei mercati senza cancellarne l&#8217;autonomia politica, trasferendo a livello globale soltanto quelle funzioni indispensabili alla tutela dei beni e dei diritti universali. Più che un&#8217;utopia, una proposta costituzionale. Più che un esercizio teorico, il tentativo di pensare le istituzioni di cui l&#8217;umanità ha bisogno per evitare che la crisi del diritto diventi una crisi della civiltà.</em></p>
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