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	<title>Aladin Pensiero &#187; Other news</title>
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		<title>Other news</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 18:55:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Lorenzo Lamperti*- China Files (L’articolo è tratto dal nuovo e-book di China Files, “Cina in viaggio” ) Dai cinema nascosti negli hutong al silenzio delle auto elettriche, la capitale cinese continua a cambiare pelle. Tra memoria, innovazione e trasformazioni urbane, la città sembra ripiegarsi continuamente su se stessa. Senza mai cancellare del tutto le]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_79452.png"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_79452.png" alt="img_7945" width="205" height="70" class="alignleft size-full wp-image-179645" /></a>Di Lorenzo Lamperti*- China Files (L’articolo è tratto dal nuovo e-book di China Files, “Cina in viaggio” )</p>
<p>Dai cinema nascosti negli hutong al silenzio delle auto elettriche, la capitale cinese continua a cambiare pelle. Tra memoria, innovazione e trasformazioni urbane, la città sembra ripiegarsi continuamente su se stessa. Senza mai cancellare del tutto le città che è stata.<br />
<span id="more-179641"></span><br />
Una sera di dicembre di poco più di dieci anni fa. Un hutong di Pechino. Quella che sembra una normale, quasi banale, birreria. Qualche tavolo e un bancone per ripararsi dal freddo tagliente dell’inverno della capitale. Poi, da una scala che manifesta improvvisamente la sua presenza, spunta una ragazza. “Il film sta iniziando”, dice. Salendo le scale si arriva in una stanza dove 15, forse 20 sedie sono raggruppate alla meglio davanti a un muro. Si accende un proiettore, parte un film di Yorgos Lanthimos che non ha trovato spazio nel circuito cinematografico cinese. Racconta una storia ambientata in una società in cui essere single è proibito. Il volume non è particolarmente alto, da fuori si sentono ogni tanto motorini e conversazioni provenienti da chi passa davanti al localino che cucina il 卤煮 (lǔzhǔ).</p>
<p>Una mattina di agosto del 2024. Il cielo è limpido, sopra il traffico del tardo pomeriggio di un venerdì di piena estate. Le restrizioni ai viaggi internazionali sono state eliminate già da un po’ e da qualche mese è possibile visitare la Cina continentale anche senza visto. Sembra tutto come nel 2019, l’ultima estate prima del Covid-19. Quasi. C’è qualcosa che stona, o meglio qualcosa che “non suona”. Ci si mette un attimo a capire che cosa, poi ecco la soluzione: il silenzio. In questo tardo pomeriggio di un venerdì di piena estate, a Pechino c’è silenzio. Non un valore assoluto, sarebbe impossibile in una megalopoli da oltre 20 milioni di abitanti. Ma il contrasto con i venerdì estivi della memoria è evidente. Forse non è facile da notare per chi arriva nella comunque sempre caotica metropoli cinese per la prima volta: a Pechino c’è meno rumore, molto meno rumore.</p>
<p>Non mancano automobili, scooter, biciclette e corrieri. Manca il rombo continuo dei motori a combustione. Auto e motorini elettrici passano quasi senza farsi sentire. La rivoluzione della mobilità elettrica diventa esperienza sensoriale. Due anni dopo, quella trasformazione è diventata normalità. Nel 2026 i veicoli elettrici e ibridi plug-in rappresentano ormai una quota dominante del mercato automobilistico cinese. L’elettrico non è più una nicchia incentivata, ma il centro di un’industria che nel frattempo ha iniziato a proiettarsi con sempre maggiore forza sui mercati internazionali.</p>
<p>A Pechino lo si percepisce senza bisogno di leggere un dato. Basta attraversare una strada. Eppure, già nel 2024, il nuovo silenzio della città sembra non dipendere soltanto dalle batterie. Meno clacson, forse meno di quel caos che un tempo sembrava parte integrante della città. Quell’impressione non è scomparsa. La Cina di oggi resta una gigantesca macchina industriale e tecnologica, ma continua a fare i conti con una domanda interna più debole di quanto vorrebbe il governo e con gli effetti della lunga crisi immobiliare. Anche davanti ai grandi numeri del turismo e dei consumi durante le festività emerge una maggiore attenzione al prezzo e una minore propensione a spendere rispetto ai lunghi anni della crescita apparentemente senza limiti.</p>
<p>Il silenzio ha forse due facce. Da una parte è il rumore che scompare grazie all’innovazione. Dall’altra è quello che resta quando una società corre velocissima, ma una parte delle persone decide di procedere con maggiore cautela. Quella apparentemente normale birreria non c’è più. Forse si è persa tra le pieghe di Pechino. O forse la sua “sparizione” è causata da una memoria incapace di ripercorrere con esattezza tutte le svolte di quelle pieghe.</p>
<p>Negli ultimi decenni Pechino ha demolito, trasformato, restaurato e commercializzato enormi porzioni della sua città storica. Alcuni vicoli sono scomparsi, altri sono diventati scenografie perfette per caffetterie e boutique, altri ancora conservano una quotidianità sorprendentemente resistente. Oggi le autorità insistono sulla “rigenerazione urbana” e sulla protezione del tessuto storico, investendo nel recupero di quartieri e cortili tradizionali. La modernizzazione che per anni ha cancellato parte della vecchia città ora prova anche a conservarla.</p>
<p>Talvolta, però, un muro grigio può essere restaurato perfettamente e perdere comunque ciò che lo rendeva interessante. Quel proiettore non era necessariamente l’innesco di una Cina “fuori dal sistema”. Era qualcosa di più interessante: una creatività che cercava continuamente interstizi dentro un sistema molto presente.</p>
<p>Pechino conta quasi 22 milioni di abitanti. Alcuni migranti interni, dopo il Covid, non sono più tornati. Amici si sono allontanati dagli anelli più centrali per spendere meno d’affitto. Pechino è una città di auto silenziose, pagamenti digitali, intelligenza artificiale, consegne istantanee e infrastrutture che cambiano a una velocità difficilmente immaginabile in Europa. Ma è anche una città costruita sopra altre città: quella imperiale, quella maoista, quella della grande apertura economica, quella olimpica, quella febbrile degli anni Dieci e quella più ordinata e tecnologica di oggi.</p>
<p>Le une non cancellano mai completamente le altre. In Pechino pieghevole, il racconto di fantascienza con cui la scrittrice Hao Jingfang ha vinto il premio Hugo nel 2016, la capitale è una città letteralmente capace di ripiegarsi su se stessa: diversi gruppi sociali occupano a turno lo stesso spazio urbano, mentre intere porzioni della metropoli scompaiono per lasciare posto alle altre. Nella Pechino reale, ogni trasformazione sembra nasconderne un’altra senza cancellarla del tutto. Basta cambiare strada, attraversare una porta o scendere una scala perché la città mostri una delle sue pieghe.</p>
<p>Camminando per Pechino si può così passare nel giro di pochi minuti da un tempio vecchio di secoli a un centro commerciale scintillante, da un cortile restaurato a un robot che effettua consegne, da una strada quasi immobile a una sopraelevata percorsa da automobili elettriche. Forse è la stessa memoria incapace di ripercorrere tutte le svolte delle pieghe, ma non sono semplici contraddizioni da risolvere. Sono strati che continuano a occupare lo stesso spazio. E che insegnano a diffidare delle superfici.</p>
<p>*Giornalista professionista, da diversi anni di base in Asia orientale. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book tematici, la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina e la rubrica “Taiwan Files” con notizie e analisi da Taipei e dintorni. Si occupa di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa e RSI (Radiotelevisione Svizzera). Collabora anche con ISPI.<br />
————————————<br />
<strong>Elezioni israeliane: perché nessuno parla della creazione di uno Stato palestinese</strong></p>
<p>Di Amnon Aran* – The Conversation</p>
<p>Mentre gli israeliani si recano alle urne, una questione fondamentale che non ha ricevuto seria attenzione durante la campagna elettorale è il categorico rifiuto da parte di Israele del riconoscimento dello Stato palestinese.</p>
<p>Ciò pone Israele in grave contrasto con l’opinione pubblica mondiale. Allo stato attuale, 159 paesi in tutto il mondo riconoscono lo Stato palestinese, tra cui potenze diplomatiche quali il Regno Unito e la Francia. I due membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU si sono uniti ad Australia, Andorra, Canada, Lussemburgo, Malta, Monaco, Portogallo e San Marino nel riconoscere formalmente lo Stato di Palestina nel settembre 2025.</p>
<p>Ciò rappresenta un importante cambiamento all’interno dei principali contesti diplomatici mondiali. Ora, quasi la metà dei paesi del G7 e quattro dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU – Cina, Francia, Russia e Regno Unito – riconoscono la Palestina come Stato legittimo.</p>
<p>Questa pressione internazionale è stata recentemente intensificata dalle sanzioni internazionali imposte dal Regno Unito e da altri paesi contro i gruppi di coloni israeliani. Data questa pressione – oltre al conflitto in corso a Gaza – ci si aspetterebbe che almeno i partiti di opposizione affrontassero il bilancio del governo Netanyahu sulla questione palestinese. Ma regna il silenzio. Non solo da parte del governo, ma anche da parte dei partiti di opposizione che sperano di sostituirlo.</p>
<p>I partiti politici che compongono il governo ultranazionalista dell’attuale primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sostengono con forza la «distruzione di Hamas». Continuano a rifiutare categoricamente l’idea di uno Stato palestinese – al contrario, promuovono con entusiasmo l’espansione degli insediamenti israeliani.</p>
<p>Tra i partner di estrema destra di Netanyahu, sui quali egli ha fatto affidamento per mantenersi al potere, figurano il partito Sionismo Religioso del ministro delle Finanze Belazel Smotrich e il partito Potere Ebraico del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. Questi due partiti vogliono spingersi oltre. La loro campagna elettorale sostiene l’occupazione dell’intera Cisgiordania. A sostegno di ciò, propongono un piano eufemisticamente definito di «emigrazione volontaria dei palestinesi».</p>
<p>I principali contendenti alla successione di Netanyahu sono Gadi Eisenkot, leader di Yashar (Dritto), e Naftali Bennett, leader di B’Yachad (Insieme). Si sono distanziati dalla politica del governo Netanyahu promettendo di riportare l’ordine in Cisgiordania frenando la violenza dei coloni. Entrambi rifiutano l’idea di espandere gli insediamenti e di promuovere l’emigrazione palestinese.</p>
<p>Eisenkot, ampiamente considerato il candidato con maggiori probabilità di battere Netanyahu, si dichiara favorevole agli insediamenti che rispettino la legge israeliana. È stato inoltre un aspro critico del gigantesco insediamento E1. Si tratta del mastodontico progetto proposto che – se portato a termine – dividerebbe di fatto la Cisgiordania a metà e renderebbe praticamente impossibile la creazione di uno Stato palestinese. Sia Eisenkot che Bennet condividono la posizione del governo Netanyahu di rifiutare categoricamente la creazione di uno Stato palestinese.</p>
<p>Economia e sicurezza</p>
<p>Il fatto che la leadership politica israeliana sia così in contrasto con l’opinione pubblica mondiale sulla creazione di uno Stato palestinese solleva alcune questioni urgenti.</p>
<p>È stato a settembre che il Regno Unito e altri 11 paesi hanno annunciato un pacchetto di sanzioni in risposta alle violenze dei coloni e all’approvazione da parte del governo di Netanyahu del piano E1. Le sanzioni prendono di mira direttamente i prodotti, i beni e i servizi provenienti dagli insediamenti illegali o ad essi associati.</p>
<p>All’interno dell’Unione Europea si è discusso di un pacchetto più ampio di sanzioni, che potrebbe includere la revoca dello status di «nazione commerciale preferenziale» a Israele. In risposta, Netanyahu ha suggerito che Israele potrebbe reagire utilizzando le criptovalute e le tecnologie blockchain per eludere tali restrizioni. Ciò ha suscitato una severa reprimenda da parte della banca centrale israeliana, che ha affermato: «La linea di condotta corretta per l’economia israeliana è quella di preservare le relazioni economiche con i nostri principali partner commerciali e di concentrarci sulla prevenzione delle sanzioni e del loro impatto negativo sull’economia».</p>
<p>Un’altra grande preoccupazione derivante dalle crescenti turbolenze in Cisgiordania e dal conflitto in corso a Gaza è la pressione che ciò sta esercitando sulle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Il capo di stato maggiore dell’IDF, Eyal Zamir, ha recentemente lanciato un severo monito, sottolineando che l’esercito sta già affrontando una crisi di effettivi. «Sto lanciando dieci segnali d’allarme prima che le IDF crollino su se stesse», avrebbe detto Zamir durante una riunione del gabinetto di sicurezza. Oltre al dispiegamento a Gaza, in tutta la Cisgiordania e ai confini di Israele, le IDF hanno truppe anche nel sud e nel sud-ovest della Siria e nel sud del Libano.</p>
<p>Nonostante la posta in gioco sia alta, i principali partiti in lizza alle elezioni israeliane sembrano non avere risposte a queste questioni urgenti.</p>
<p>La creazione di uno Stato palestinese non è un tema vincente in campagna elettorale</p>
<p>I sondaggi di opinione suggeriscono che l’apparente mancanza di interesse per una soluzione a lungo termine per l’autodeterminazione palestinese potrebbe essere una strategia calcolata. Si è verificato un significativo cambiamento nell’orientamento degli elettori in Israele dopo i mortali attacchi di Hamas del 7 ottobre. Molti elettori – in particolare i giovani israeliani – stanno assumendo una posizione intransigente nei confronti dei palestinesi e della creazione di uno Stato palestinese. Più del 16% dei nuovi elettori intende sostenere i partiti di estrema destra di Ben-Gvir e Smotrich, secondo un sondaggio condotto per uno dei quotidiani più popolari di Israele, Yedioth Ahronoth.</p>
<p>La maggioranza della popolazione israeliana respinge l’idea di una soluzione a due Stati. Molti considerano inoltre le crescenti critiche internazionali rivolte a Israele come ipocrisia e prova di un aumento dell’antisemitismo in tutto il mondo. I temi chiave alle urne rimangono la sicurezza, il costo della vita e la responsabilità degli attacchi del 7 ottobre.</p>
<p>L’ultimo sondaggio, che riunisce i dati di tre delle principali reti televisive israeliane, vede una possibile coalizione guidata da Eisenkot in leggero vantaggio con 54 seggi contro i 50 di una probabile coalizione guidata da Netanyahu. Il margine è di circa 16 seggi, che riflette il numero di persone che si dichiarano indecise.</p>
<p>Una volta conteggiati i voti e formata una coalizione di governo, spetterà al prossimo leader israeliano e a chiunque sceglierà come partner di coalizione trovare il modo di affrontare le gravi sfide poste dal crescente isolamento del Paese. È abbastanza chiaro che la questione palestinese sia al centro di tutto ciò. Ma la campagna elettorale non ha fornito alcun indizio su come un futuro governo potrebbe affrontarla.</p>
<p>*Professore di Relazioni Internazionali, City St George’s, Università di Londra.<br />
OtherNews<br />
Via Panisperna 207, Roma &#8211; Italy<br />
www.other-news.info</p>
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		<title>Other news</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 22:47:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il ritorno del pugno di ferro? Di Oliver Üllenberg* – International Politics and Society (IPS – Rivista) La Colombia non sta semplicemente eleggendo un presidente. Il Paese si trova di fronte a una scelta tra repressione autoritaria e integrazione politica. A quattro anni dalla storica elezione di Gustavo Petro, la Colombia si ritrova ancora una]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_79451.png"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_79451.png" alt="img_7945" width="140" class="alignleft size-full wp-image-176739" /></a><strong>Il ritorno del pugno di ferro?</strong></p>
<p>Di Oliver Üllenberg* – International Politics and Society (IPS – Rivista)</p>
<p>La Colombia non sta semplicemente eleggendo un presidente. Il Paese si trova di fronte a una scelta tra repressione autoritaria e integrazione politica.<br />
<span id="more-176760"></span><br />
A quattro anni dalla storica elezione di Gustavo Petro, la Colombia si ritrova ancora una volta a un bivio. Tuttavia, il ballottaggio del 21 giugno non è né una semplice contesa tra candidati né un voto che oppone la sinistra alla destra. I colombiani stanno invece decidendo tra due visioni fondamentalmente diverse di come il loro Stato dovrebbe funzionare in futuro.</p>
<p>Di fronte a un vuoto di potere a livello statale, ai combattimenti tra gruppi armati per il controllo delle rotte della droga, all’estrazione mineraria illegale e al contrabbando nelle zone periferiche, all’aumento della violenza contro i civili, agli sfollamenti forzati e alle crisi umanitarie nelle aree rurali, nonché a pressanti vincoli fiscali, i colombiani si trovano di fronte alla domanda: prevarrà una svolta verso uno Stato di sicurezza autoritario e dominato dai militari? Oppure il consolidamento istituzionale riuscirà a mantenere governabile questo paese frammentato attraverso l’integrazione politica?</p>
<p>In questo modo, gli elettori stanno anche rispondendo alla domanda su quale tipo di statalità possa ancora essere possibile in un paese caratterizzato dalla disuguaglianza. Queste scelte riflettono anche le alleanze sociali che sostengono i due schieramenti: gli elettori possono votare per il modello proposto dal vincitore del primo turno di estrema destra, Abelardo De La Espriella; la sua alleanza fa leva sul desiderio di ordine statale e lo combina con la promessa di una linea dura da parte delle forze armate. Gli sfidanti della nuova destra hanno adottato una linea che combina la retorica populista con una promessa tecnocratica di stabilità.</p>
<p>Il fascino dell’approccio del «pugno di ferro»</p>
<p>Le risposte autoritarie vengono presentate come alternativa a un sistema percepito come bloccato e inefficace a causa dei conflitti tra il potere esecutivo e quello legislativo, nonché di normative contraddittorie. Mentre il favorito sostiene rotture radicali, tra cui il ritiro dalle Nazioni Unite, il suo vice funge da contrappeso moderato e ha lo scopo di fungere da ponte con gli ambienti imprenditoriali. Questa combinazione di politica di sicurezza autoritaria e orientamento radicale al mercato trova il favore dei gruppi di elettori evangelici e di orientamento militare. Al centro di tutto ciò vi è una repressione senza compromessi della criminalità organizzata. Anche il prezzo di questa linea d’azione è chiaramente indicato: una riduzione del 40 per cento delle dimensioni dello Stato, il taglio di fino a un milione di posti di lavoro nel settore pubblico e la fine del processo di pace in corso e delle istituzioni che lo sostengono.</p>
<p>Tuttavia, l’assenza di autorità statale spiega solo in parte la popolarità delle posizioni di estrema destra. Anche nelle regioni in cui nel 2016 la maggioranza aveva votato a favore dell’accordo di pace, le richieste di una «mano ferma» e di autorità statale stanno guadagnando consensi. Ciò riflette non tanto un rifiuto della pace quanto la consapevolezza che la capacità di agire promessa dallo Stato e i miglioramenti promessi finora non si sono concretizzati.</p>
<p>Oppure gli elettori stanno dando il loro mandato a Iván Cepeda del Pacto Histórico, partito di sinistra al governo: in qualità di rappresentante dei sindacati, dei centri urbani, delle aree periferiche colpite dal conflitto e dei gruppi storicamente emarginati, egli incarna un modello che si basa sulle riforme istituzionali. Anche altri gruppi vengono coinvolti a livello di personale: la nomina di un leader riconosciuto del gruppo indigeno Nasa alla vicepresidenza esemplifica un legame politico-di potere con i territori.</p>
<p>Il principale candidato di sinistra prende le distanze da un approccio autoritario del «pugno di ferro»; l’attenzione è invece rivolta a compromessi che traggono la loro legittimità dalle alleanze con la società civile. La sua candidatura rappresenta la continuità del processo di pace. Allo stesso tempo, risponde alle delusioni esistenti con la condizione che ai gruppi armati non debba essere permesso di espandere ulteriormente il proprio controllo territoriale.</p>
<p>Indipendentemente dal risultato elettorale, il nuovo governo dovrà affrontare gli stessi ostacoli strutturali. Ampie zone del Paese rimangono al di fuori del controllo dello Stato. Tuttavia, finché la periferia non avrà accesso all’acqua, all’istruzione o all’assistenza sanitaria, le idee concepite nella capitale non daranno frutti.</p>
<p>Troppo spesso, gruppi armati rivali si inseriscono in questo vuoto, agendo di fatto come Stati surrogati. Il fatto che le richieste di una «mano ferma» stiano guadagnando terreno è quindi meno un rifiuto della pace che una conseguenza di questa mancanza di presenza statale. Il margine di manovra politico di Bogotá è limitato tanto dalle casse dello Stato vuote quanto da un Congresso privo di maggioranza. Spesso manca il sostegno parlamentare alle riforme fiscali, così come mancano il personale e la volontà politica per far rispettare le norme esistenti. Tuttavia, mentre un presidente di sinistra potrebbe contare sul gruppo parlamentare più forte, un presidente di destra in carica avrebbe a disposizione solo un piccolo gruppo parlamentare su cui fare affidamento. Entrambi dipenderebbero dalle alleanze e dovrebbero scendere a compromessi.</p>
<p>Anche a livello internazionale, il margine di manovra è limitato. Né gli Stati Uniti né la Cina risolveranno i problemi strutturali della Colombia. Il sostegno esterno può facilitare le riforme, ma non può sostituire uno Stato funzionante. Che il prossimo governo dia priorità alla sicurezza o all’integrazione, il compito cruciale rimane lo stesso: stabilire una presenza delle istituzioni statali laddove finora sono state assenti. Se Bogotá dovesse cadere nelle mani di un sostenitore delle idee di estrema destra, la Casa Bianca avrebbe un ulteriore avamposto ideologico nel continente. Per l’Europa, tuttavia, un simile cambiamento di rotta avrebbe comunque delle conseguenze: perderebbe un partner importante nella tutela del clima e dell’ambiente, nonché nel dibattito sulla tassazione delle multinazionali.</p>
<p>Ciò significherebbe anche perdere un alleato negli organismi multilaterali e nella transizione socio-ecologica dei prossimi anni. Al momento resta da vedere se, dopo le elezioni, ci sarà un ritorno alla stabilità democratica e istituzionale – che vada oltre le mere promesse tecnocratiche di ordine – o se l’ordine politico diventerà ancora più frammentato. Non vi è alcuna indicazione che le profonde divisioni sociali del Paese possano essere superate in tempi brevi. Ciò aumenta il rischio che la situazione possa degenerare in una nuova ondata di violenza. Coloro che non hanno votato al primo turno potrebbero ora fare la differenza: solo se la sinistra riuscirà a mobilitare a proprio favore i circa 17 milioni di astenuti sarà possibile impedire una vittoria della destra.</p>
<p>Queste elezioni e la linea d’azione che ne deriverà rivestono grande importanza sia per la Colombia che oltre i suoi confini. A prima vista, queste elezioni riguardano la sicurezza o la pace, il populismo libertario o la trasformazione socio-ecologica. In fondo, però, vertono sulla questione di come si possa governare uno Stato quando il suo controllo territoriale, le sue capacità istituzionali e la sua legittimità politica si stanno erodendo da anni. La vera sfida, quindi, inizierà solo dopo il giorno delle elezioni. Infatti, indipendentemente dal risultato elettorale, il prossimo governo dovrà affrontare la stessa realtà: i gruppi armati controllano alcune zone della periferia, le finanze pubbliche sono sotto pressione e non esistono maggioranze parlamentari stabili. Il vincitore si assicurerà la presidenza. Se riuscirà anche a ottenere la capacità di governare il Paese rimane la domanda cruciale senza risposta.</p>
<p>*Responsabile dell’ufficio della Fondazione Friedrich Ebert in Colombia.<br />
L&#8217;Iran dà buca a Trump e interrompe il dialogo dopo i nuovi bombardamenti di Israele sul Libano</p>
<p>Di Andrés Tudares* – Mundiario</p>
<p>I bombardamenti israeliani nel sud del Libano hanno scatenato una crisi diplomatica che minaccia di far deragliare il processo di pace a pochi giorni dal suo avvio e mette in luce una tensione crescente tra la Casa Bianca e il governo di Netanyahu.</p>
<p>L’annullamento dell’incontro previsto in Svizzera tra gli Stati Uniti e l’Iran rappresenta ben più di un semplice contrattempo diplomatico. È il primo grande segnale d’allarme sulla fattibilità del memorandum d’intesa promosso da Donald Trump per porre fine alla guerra con la Repubblica Islamica e stabilizzare il Medio Oriente. Ed è anche un avvertimento sul fatto che la sfida principale per quell’accordo potrebbe non essere più Teheran, ma il complesso rapporto tra Washington e Israele.</p>
<p>La delegazione iraniana ha deciso di sospendere bruscamente il proprio viaggio a Lucerna, dove avrebbe dovuto avviare i colloqui tecnici per sviluppare i 14 punti dell’accordo firmato questa settimana tra i due paesi. Poche ore dopo, anche la Casa Bianca ha confermato l’annullamento del viaggio del vicepresidente J.D. Vance, incaricato di guidare la delegazione statunitense.</p>
<p>Sebbene Washington abbia attribuito la sospensione a questioni logistiche, le informazioni provenienti da fonti vicine al regime iraniano indicano una ragione ben più grave: l’offensiva militare israeliana nel sud del Libano.</p>
<p>Il memorandum promosso da Trump prevede un cessate il fuoco di ampia portata che coprirebbe tutti i fronti regionali legati al conflitto, compreso il teatro libanese. Tuttavia, a pochi giorni dalla sua entrata in vigore, Israele ha intensificato le operazioni militari contro le postazioni legate a Hezbollah nel sud del Paese. Gli attacchi, che hanno causato decine di vittime e sono coincisi con scontri diretti tra miliziani e truppe israeliane, sono stati interpretati da Teheran come una violazione diretta dello spirito e della lettera dell’accordo.</p>
<p>Per la Repubblica Islamica, la questione libanese non è una questione secondaria. Hezbollah costituisce uno dei principali strumenti di influenza regionale dell’Iran e una pedina essenziale della sua strategia di deterrenza nei confronti di Israele. Consentire il proseguimento delle operazioni militari israeliane mentre si negozia un processo di normalizzazione equivarrebbe, dal punto di vista iraniano, ad accettare un accordo incompleto e asimmetrico. La sospensione dei colloqui invia così il messaggio che Teheran non è disposta ad andare avanti sul piano diplomatico fintanto che riterrà che uno dei suoi principali alleati regionali rimanga sotto pressione militare.</p>
<p>Trump scopre il costo politico della pace</p>
<p>La situazione riflette anche un cambiamento significativo nella posizione di Trump riguardo al Medio Oriente. Per mesi, la Casa Bianca ha sostenuto la strategia di massima pressione contro l’Iran e ha persino partecipato, insieme a Israele, a operazioni militari volte a indebolire le capacità nucleari e militari del regime. Tuttavia, dopo mesi di conflitto, elevati costi economici e crescenti tensioni energetiche globali, la priorità di Washington sembra essere cambiata.</p>
<p>Trump cerca ora di consolidare un successo diplomatico che possa presentare come uno dei principali risultati della sua politica estera. L’accordo con l’Iran offre proprio questa opportunità: riduzione delle tensioni, riapertura dello Stretto di Ormuz, sollievo sui mercati energetici e diminuzione del rischio di una guerra regionale su larga scala. Per questo motivo, qualsiasi attore che minacci l’attuazione del patto diventa automaticamente un problema politico per la Casa Bianca.</p>
<p>La sospensione dell’incontro in Svizzera avviene in un contesto di crescenti attriti tra l’amministrazione Trump e il governo israeliano. Le dichiarazioni di Vance sono state particolarmente rivelatrici. Il vicepresidente statunitense è arrivato al punto di avvertire pubblicamente i membri del gabinetto israeliano che Donald Trump è, in questo momento, «l’unico leader mondiale che simpatizza con Israele» e ha ricordato che gran parte della capacità difensiva israeliana dipende direttamente dagli aiuti militari statunitensi.</p>
<p>Si tratta di un linguaggio insolito tra due alleati storici e riflette fino a che punto la Casa Bianca percepisca che alcuni settori del governo di Benjamin Netanyahu stiano cercando di ostacolare o ritardare l’attuazione dell’accordo con l’Iran. La preoccupazione statunitense non si limita al piano diplomatico. Da Washington si teme che nuove operazioni militari israeliane in Libano o in altri teatri possano provocare ritorsioni iraniane, riaccendere l’escalation regionale e rendere impraticabile il processo negoziale.</p>
<p>*Laureato in Comunicazione Sociale, con specializzazione in Giornalismo Stampa, presso l’Università Dr. Rafael Belloso Chacín (URBE).<br />
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