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	<title>Aladin Pensiero &#187; Other news #aladinpensiero</title>
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		<title>Other  news.  IA generativa: può pensare senza essere umana?</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 04:54:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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		<description><![CDATA[IA generativa: può pensare senza essere umana? Di Giuseppe Zollo* &#8211; Meer Italia Gli aerei volano, eppure non depositano uova. Come l’aereo non imita l’uccello, così la GenAI può ottenere prestazioni intelligenti attraverso processi diversi da quelli della mente umana. Gli aeroplani volano da più di un secolo, eppure nessuno ha mai rimproverato loro di]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_0347.jpeg"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_0347-300x180.jpeg" alt="img_0347" width="272" class="alignleft size-medium wp-image-178554" /></a><br />
<strong>IA generativa: può pensare senza essere umana?</strong></p>
<p>Di Giuseppe Zollo* &#8211; Meer Italia</p>
<p>Gli aerei volano, eppure non depositano uova. Come l’aereo non imita l’uccello, così la GenAI può ottenere prestazioni intelligenti attraverso processi diversi da quelli della mente umana.</p>
<p>Gli aeroplani volano da più di un secolo, eppure nessuno ha mai rimproverato loro di non possedere piume, polmoni e ossa cave. Né ci siamo meravigliati scoprendo che un Boeing non depone uova. Abbiamo capito abbastanza presto che, per sollevarsi da terra, una macchina non deve diventare un uccello. Deve risolvere il problema del volo.</p>
<p>La distinzione sembra ovvia. Eppure ci sono voluti secoli, molti tentativi falliti e qualche uomo caduto malamente da una collina prima di comprenderla. All’inizio, per volare, gli uomini guardarono gli animali che già lo facevano. Era la scelta più ragionevole. La natura dispone di un laboratorio che lavora da milioni di anni e non chiude neppure nei giorni festivi.</p>
<p>Leonardo da Vinci osservò a lungo il nibbio. Studiò il modo in cui sfruttava le correnti, governava la direzione con la coda e modificava l’assetto delle ali. Disegnò macchine che cercavano di tradurre quei movimenti in leve, membrane e ingranaggi. A poco a poco, però, il problema cambiò. La domanda non era più: come possiamo riprodurre un uccello? Diventò: che cosa permette a un corpo più pesante dell’aria di restare sospeso e di controllare il proprio movimento?</p>
<p>Secoli dopo, anche i fratelli Wright partirono dagli uccelli, ma nel loro laboratorio entrarono altri due oggetti: l’aquilone e la bicicletta. L’aquilone consentiva di sperimentare le forze dell’aria senza rischiare ogni volta la vita. La bicicletta aveva insegnato loro che l’instabilità può essere governata con piccole correzioni continue. Ai due fratelli non interessava costruire il migliore uccello artificiale. Cercavano una macchina capace di sollevarsi, avanzare e cambiare direzione senza cadere.</p>
<p>Il passaggio decisivo avvenne quando l’imitazione lasciò il posto all’astrazione. Dall’uccello, dall’aquilone e dalla bicicletta furono ricavati i principi del volo. La soluzione tecnica seguì poi una strada propria: ali fisse, superfici di controllo, un motore leggero e due eliche fecero ciò che piume, muscoli e battiti d’ala compivano in altro modo. L’aeroplano non era un uccello riuscito male. Era una diversa soluzione allo stesso problema.</p>
<p>La biomimetica contemporanea segue questo percorso. Osserva una prestazione della natura, ne individua il principio funzionale e lo trasferisce in materiali e dispositivi che possono avere un aspetto completamente diverso dal modello iniziale. Il treno ispirato al becco del martin pescatore non ha bisogno di nutrirsi di pesci. Un adesivo modellato sulle zampe del geco non deve arrampicarsi sui muri durante la notte. A un certo punto la buona imitazione deve smettere di imitare.</p>
<p>Il passaggio dall’imitazione all’astrazione e a una nuova implementazione può essere considerato un’estensione del principio di equifinalità, che afferma che condizioni iniziali differenti e percorsi differenti possono condurre un sistema aperto a uno stesso stato finale. Più in generale, architetture diverse possono conseguire risultati funzionalmente comparabili attraverso processi diversi. Un sottomarino percorre il mare senza branchie; una macchina fotografica registra immagini senza possedere una retina. Le differenze dei mezzi non impediscono l’equivalenza delle prestazioni.</p>
<p>Ho voluto ricordare questo principio perché, quando si parla dell’intelligenza artificiale generativa (genAI) che opera col linguaggio naturale, i giudizi assumono talvolta forme singolari. Si sostiene che una macchina non possa produrre prestazioni comparabili a quelle umane perché non possiede un corpo biologico, una coscienza, intenzioni, valori o una comprensione semantica del mondo. Sarebbe come affermare che un’automobile non possa scalare il Monte Bianco perché non ha due gambe. Nessuno, però, ha mai chiesto alla Ferrari di sostituire le ruote con le gambe.</p>
<p>Il disagio è comprensibile. La GenAI entra nel territorio che consideravamo più nostro: compone testi, risponde a domande, riconosce immagini, costruisce argomentazioni. Lo fa elaborando enormi quantità di dati e calcolando relazioni statistiche, non ricordando un’infanzia, desiderando un futuro o provando vergogna per una frase mal riuscita. Il risultato ci somiglia; il processo molto meno. È precisamente questa distanza a disorientarci.</p>
<p>Conviene allora separare due domande che spesso vengono sovrapposte. La prima riguarda la prestazione: una macchina può produrre un testo efficace, pertinente rispetto alla situazione in cui viene interrogata? La seconda riguarda il suo statuto: la macchina comprende ciò che scrive, attribuisce significati alle parole, possiede una mente o una coscienza? Il successo nella prima prova non risolve automaticamente la seconda. Ma neppure l’incertezza sulla seconda cancella ciò che accade nella prima. Un aeroplano che vola non dimostra di essere diventato un uccello. Allo stesso modo, una macchina che costruisce un testo sofisticato non dimostra, per questo solo fatto, di possedere una mente umana. Sarebbe tuttavia singolare negare che voli soltanto perché non è un uccello.</p>
<p>Il problema non è nuovo. Nel 1950 Alan Turing aggirò prudentemente la domanda «Le macchine possono pensare?», troppo carica di parole difficili da definire. Propose un criterio operativo: se, durante un’interazione linguistica, un osservatore non riesce a distinguere con affidabilità la macchina dall’essere umano, abbiamo buone ragioni per attribuire alla macchina un comportamento intelligente. Turing non aprì la macchina per cercarvi una piccola mente. Guardò ciò che accadeva nello scambio.</p>
<p>Trent’anni dopo John Searle spostò di nuovo il problema. Immaginò un uomo chiuso in una stanza, munito di istruzioni che gli consentivano di ricevere caratteri cinesi e restituire risposte corrette. L’uomo poteva manipolare i simboli secondo regole sintattiche senza comprendere una sola parola di cinese. La conclusione di Searle era netta: la sintassi può bastare a trattare correttamente i simboli, ma non basta, da sola, a generare semantica e comprensione.</p>
<p>Turing e Searle non pongono esattamente la stessa domanda. Il primo ci invita a giudicare una prestazione osservabile; il secondo ci mette in guardia dal confondere la prestazione con la presenza di una mente. Entrambi hanno ragione nel delimitare il proprio problema. La confusione comincia quando usiamo la mancanza di una mente umana per negare la prestazione, oppure la qualità della prestazione per proclamare la nascita di una mente.</p>
<p>Le macchine generative non conoscono il mondo come lo conosciamo noi. Non hanno attraversato una piazza assolata, litigato con un amico o atteso con impazienza una telefonata. Eppure riescono a organizzare parole e immagini con una flessibilità che fino a pochi anni fa sembrava inseparabile da quelle esperienze. Questo fatto non dimostra che comprendano nel nostro stesso modo. Dimostra qualcosa di forse più interessante: alcune prestazioni che ritenevamo</p>
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		<title>Other news</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 05:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[CULTURA]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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		<description><![CDATA[La Cina afferma che l&#8217;impegno globale per il clima proseguirà nonostante l&#8217;uscita degli Stati Uniti Di Sana Khan *– Modern Diplomacy La Cina ha affermato che gli sforzi globali per combattere il cambiamento climatico proseguiranno nonostante il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, mentre i governi si preparano ai negoziati delle Nazioni Unite sul]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_79454.png"><img src="http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_79454.png" alt="img_7945" width="205" height="70" class="alignleft size-full wp-image-177207" /></a><strong>La Cina afferma che l&#8217;impegno globale per il clima proseguirà nonostante l&#8217;uscita degli Stati Uniti</strong></p>
<p>Di Sana Khan *– Modern Diplomacy</p>
<p>La Cina ha affermato che gli sforzi globali per combattere il cambiamento climatico proseguiranno nonostante il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, mentre i governi si preparano ai negoziati delle Nazioni Unite sul clima di quest’anno senza la più grande economia mondiale.<br />
<span id="more-177229"></span><br />
Queste dichiarazioni giungono in un momento di crescente preoccupazione riguardo alla possibilità che la cooperazione internazionale sul clima possa mantenere lo slancio dopo la decisione del presidente Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti da questo accordo storico.</p>
<p>La Cina difende gli sforzi multilaterali sul clima</p>
<p>Intervenendo in occasione di un incontro internazionale sul clima co-ospitato da Cina, Unione Europea e Canada, il ministro cinese dell’Ambiente Huang Runqiu ha affermato che la cooperazione globale sul clima proseguirà indipendentemente dalla partecipazione dei singoli paesi. Ha descritto la transizione globale verso uno sviluppo a basse emissioni di carbonio come irreversibile e ha sostenuto che i negoziati internazionali sul clima non subiranno rallentamenti a causa dell’assenza di una singola nazione.</p>
<p>Il ritiro degli Stati Uniti ridisegna la diplomazia climatica</p>
<p>A gennaio Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, segnando una svolta significativa nella politica climatica globale. Questa mossa ha escluso la più grande economia mondiale dal principale quadro internazionale volto a limitare il riscaldamento globale, sollevando preoccupazioni in merito ai finanziamenti, alla riduzione delle emissioni e alla cooperazione internazionale in senso più ampio.</p>
<p>Tuttavia, nessun altro Paese ha seguito l’esempio degli Stati Uniti nel ritirarsi dall’accordo, consentendo al quadro climatico globale di rimanere intatto.</p>
<p>Cina ed Europa alla ricerca di un terreno comune</p>
<p>Il vertice sul clima ha messo in luce gli sforzi compiuti da Cina, Unione Europea e Canada per mantenere lo slancio in vista dei prossimi negoziati delle Nazioni Unite. La cooperazione va avanti nonostante le tensioni commerciali in corso tra Pechino e Bruxelles, comprese le controversie sul predominio della Cina nelle catene di approvvigionamento dell’energia pulita, come i pannelli solari e le tecnologie per i veicoli elettrici.</p>
<p>La politica climatica rimane uno dei pochi settori di rilievo in cui Cina ed Europa continuano a perseguire obiettivi condivisi nonostante i più ampi disaccordi geopolitici.</p>
<p>La guerra in Iran rafforza il dibattito sulla sicurezza energetica</p>
<p>La Cina ha sostenuto che la recente guerra in Iran abbia rafforzato le ragioni a favore di un’accelerazione della transizione energetica globale. Il conflitto ha interrotto le forniture globali di petrolio e gas e ha messo a nudo la vulnerabilità delle economie fortemente dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili, in particolare quelle che fanno affidamento sulle spedizioni di energia attraverso lo Stretto di Hormuz.</p>
<p>Secondo i funzionari cinesi, la crisi ha dimostrato come le energie rinnovabili e l’elettrificazione possano migliorare sia i risultati climatici che la sicurezza energetica.</p>
<p>Risposte energetiche contrastanti alla crisi</p>
<p>L’impatto della guerra in Iran sulla politica energetica è variato da un paese all’altro. Alcune nazioni hanno accelerato l’adozione di veicoli elettrici e tecnologie per le energie rinnovabili in risposta all’aumento dei prezzi dei combustibili fossili e alle preoccupazioni relative all’approvvigionamento. Il Pakistan, ad esempio, ha registrato una maggiore domanda di veicoli elettrici dall’inizio del conflitto.</p>
<p>Allo stesso tempo, altri paesi hanno aumentato la produzione di energia elettrica da carbone e petrolio per compensare le interruzioni nelle forniture di gas naturale, mettendo in evidenza le sfide legate al bilanciamento tra sicurezza energetica e obiettivi climatici.</p>
<p>Il ruolo centrale della Cina nella transizione climatica</p>
<p>La Cina occupa una posizione unica nel dibattito globale sul clima. Il Paese rimane il maggiore emettitore mondiale di anidride carbonica e consuma più carbone di qualsiasi altra nazione. Tuttavia, è anche il maggiore investitore mondiale nelle energie rinnovabili e guida la diffusione globale dell’energia solare, dell’energia eolica e dei veicoli elettrici.</p>
<p>Questo duplice ruolo rende la Cina sia un principale responsabile delle emissioni globali sia un motore centrale della transizione verso l’energia pulita.</p>
<p>Cosa succederà ora</p>
<p>L’attenzione si sposta ora sul prossimo ciclo di negoziati delle Nazioni Unite sul clima, in cui i paesi cercheranno di portare avanti gli impegni di riduzione delle emissioni e i piani di finanziamento per il clima senza la partecipazione degli Stati Uniti. Si prevede che la Cina, l’Unione Europea e altre grandi economie spingeranno per il proseguimento dell’attuazione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, dimostrando al contempo che la cooperazione internazionale sul clima può continuare nonostante le divisioni geopolitiche.</p>
<p>Il messaggio della Cina riflette uno sforzo più ampio volto a posizionarsi come principale difensore della cooperazione internazionale sul clima a seguito del ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Sottolineando che l’azione per il clima proseguirà senza Washington, Pechino cerca di rassicurare governi e investitori sul fatto che la transizione globale verso un’energia più pulita rimane sulla buona strada.</p>
<p>La guerra in Iran ha inaspettatamente rafforzato tale argomentazione. L’interruzione delle forniture di petrolio e gas ha ricordato ai responsabili politici che la sicurezza energetica e la politica climatica sono sempre più interconnesse. Per molti paesi, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati è ormai considerata non solo un obiettivo ambientale, ma anche una necessità strategica ed economica.</p>
<p>Tuttavia, il percorso da seguire rimane irregolare. Mentre alcune nazioni stanno accelerando gli investimenti nei veicoli elettrici e nelle energie rinnovabili, altre continuano a fare affidamento sul carbone e sul petrolio per far fronte alle immediate carenze energetiche. Ciò mette in luce una sfida centrale per la diplomazia climatica: mantenere gli obiettivi di decarbonizzazione a lungo termine affrontando al contempo le preoccupazioni relative alla sicurezza energetica a breve termine.</p>
<p>L’assenza degli Stati Uniti complicherà senza dubbio i negoziati globali sul clima, in particolare per quanto riguarda i finanziamenti e la riduzione delle emissioni. Ciononostante, le dichiarazioni della Cina suggeriscono che altre grandi economie sono determinate a impedire che il ritiro di Washington faccia deragliare l’agenda climatica più ampia. Il successo di tale sforzo dipenderà in gran parte dalla capacità dei paesi di tradurre gli impegni politici in azioni concrete durante la prossima fase dei negoziati internazionali sul clima.</p>
<p>Con informazioni fornite da Reuters.</p>
<p>*Redattore di attualità presso Modern Diplomacy.</p>
<p>——————————-<br />
<strong>Per il proprio bene, l’Ucraina non deve normalizzare i collaboratori dei nazisti</strong></p>
<p>Di Zachary Paikin* – Responsible Statecraft</p>
<p>L’invasione russa ha contribuito a favorire una riabilitazione degli alleati ucraini del Terzo Reich. Si tratta di un grave errore.</p>
<p>Il presidente polacco Karol Nawrocki ha fatto notizia di recente per aver privato il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky della più alta onorificenza polacca a seguito della decisione di Kiev di intitolare un’unità militare all’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), una formazione partigiana responsabile di massacri avvenuti durante la Seconda guerra mondiale che causarono la morte di circa 100.000 polacchi. Ciò è avvenuto poco dopo che Zelensky si era inginocchiato davanti alla tomba del noto collaboratore nazista Andriy Melnyk, in occasione della sua riesumazione e sepoltura in terra ucraina.</p>
<p>Più di quattro anni di guerra hanno chiaramente influenzato la politica della memoria storica in Ucraina. L’invasione russa ha dato nuovo slancio al processo di «de-sovietizzazione» e «decomunizzazione», con simboli storici che riflettono la resistenza contro la Russia che stanno guadagnando terreno. Questa tendenza sottolinea l’importanza di giungere a una soluzione del conflitto – non solo per impedire che l’Ucraina si allontani ulteriormente da un futuro europeo, ma anche per preservare la memoria storica dell’Olocausto, che è al centro del patto europeo del dopoguerra.</p>
<p>Zelensky ha ottenuto una vittoria schiacciante nel 2019, impegnandosi a porre fine a quella che allora era una guerra in corso da cinque anni nel Donbas e promettendo una visione più inclusiva rispetto al nazionalismo etnolinguistico che aveva caratterizzato la presidenza del suo predecessore, Petro Poroshenko. L’anno della sua elezione, ha visitato la tomba di suo nonno, Semen Zelensky, che combatté nell’Armata Rossa contro la Germania nazista. È difficile comprendere appieno la portata di questo voltafaccia.</p>
<p>Più la guerra con la Russia si protrae, più il futuro europeo dell’Ucraina diventa remoto. Ciò non solo perché il compito della ricostruzione economica diventerà più arduo o perché le prospettive demografiche del Paese peggioreranno man mano che i rifugiati avranno sempre meno possibilità di tornare a casa, ma anche perché la sostituzione del nazionalismo civico con il nazionalismo etnolinguistico pone Kiev in rotta di collisione con le norme europee sui diritti delle minoranze.</p>
<p>Coloro che tollerano la normalizzazione dell’UPA sostengono che essa sia ricordata non per i suoi attacchi anti-polacchi, ma per le sue radici antisovietiche. Fanno notare che anche altri paesi celebrano eroi nazionali dal passato controverso: Winston Churchill in Gran Bretagna, Napoleone Bonaparte in Francia e l’Armia Krajowa polacca durante la guerra, che spesso uccideva civili ucraini nelle sue rappresaglie contro l’UPA. Ma si tratta di una falsa equivalenza, e sostenerla non fa che rendere più difficile il compito, un giorno, di costruire una casa europea comune.</p>
<p>Le accuse di genocidio sono diventate sempre più comuni, rivolte alla Cina per le sue violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, alla Russia per aver agito in base alla convinzione di Vladimir Putin che russi e ucraini siano un unico popolo, e a Israele per la sua condotta durante la guerra contro Hamas a Gaza. Con questo termine usato in modo sempre più indiscriminato, e man mano che la Seconda guerra mondiale svanisce dalla memoria vivente, molti tendono a ritenere che l’Olocausto sia stato un «genocidio» come tanti altri. Ma ciò ignora quanto fossero straordinariamente malvagi i nazisti.</p>
<p>I nazisti non si limitarono a commettere massacri; trattarono il genocidio come una catena di montaggio. Le loro atrocità non erano motivate da obiettivi tradizionali quali il territorio, le risorse o la sicurezza, ma piuttosto da un’ideologia razziale che mirava a sterminare ogni singolo ebreo (insieme ad altri Untermenschen, tra cui i rom e gli slavi, anch’essi destinati allo sterminio, all’omicidio, alla schiavitù o all’espulsione). Per loro, la Seconda guerra mondiale era tanto una guerra razziale quanto una guerra tra grandi potenze.</p>
<p>I nazisti distolsero una notevole quantità di manodopera dal fronte per garantire che le camere a gas potessero funzionare giorno e notte. Al culmine dell’Olocausto, durante l’Operazione Reinhard, uccisero due milioni di ebrei in soli quattro mesi, da luglio a ottobre 1942 – il ritmo più rapido di sterminio genocida della storia, con circa 15.000 ebrei uccisi ogni giorno. A metà del 1944, nonostante lo sforzo bellico si stesse facendo sempre più precario, diedero la priorità all’utilizzo della loro rete ferroviaria non per trasportare materiale al fronte, ma piuttosto per inviare più di 430.000 ebrei ungheresi in vagoni bestiame ad Auschwitz in meno di due mesi.</p>
<p>Nel 1940, gli zii di mio nonno materno, Yosef e Zyndel Nachtygal, furono imprigionati insieme alle loro famiglie nel ghetto di Łódź, in Polonia, rimanendo intrappolati all’interno di un campo di lavoro forzato di massa il cui scopo era rifornire la Wehrmacht di tessuti e altri beni. (Mezzo milione di ebrei morirono di fame, malattie e sovraffollamento nei ghetti istituiti dai nazisti, di cui quasi 100.000 nella sola Varsavia.) Poi, nel marzo 1942, coloro che non erano ancora morti furono deportati al campo di sterminio di Chełmno, compreso Israel, il nipote di Yosef di circa due anni.</p>
<p>I nuovi arrivati a Chełmno venivano in genere uccisi entro 60-90 minuti, ammassati a gruppi di 50-70 persone alla volta nella stiva di un camion con la falsa impressione di essere trasferiti altrove. In realtà, una volta sigillato, il compartimento veniva riempito di gas di scarico. L’asfissia durava 10-15 minuti; le vittime urlavano e picchiavano contro le pareti per diversi minuti prima che la loro orribile morte per avvelenamento da monossido di carbonio fosse completa. I loro corpi venivano poi gettati in una foresta vicina, il sangue e gli escrementi delle vittime venivano ripuliti e il processo veniva ripetuto.</p>
<p>I nazisti uccisero fino a 200.000 ebrei a Chełmno utilizzando questo metodo. Ma questi «furgoni a gas» mobili erano solo un progetto pilota. Impegnati a migliorare l’efficienza del loro meccanismo di sterminio di massa, i nazisti istituirono in seguito camere a gas fisse nei campi di sterminio come Treblinka, Bełżec e Sobibór. Circa 1,5 milioni di ebrei furono uccisi solo in quei tre campi, tra cui il mio bis-bisnonno settantenne Bendet Perelsztajn. Da questi tre luoghi sopravvissero meno di 150 ebrei.<br />
<!--more--><br />
Con l’allargamento dell’Unione Europea verso est dopo la caduta della Cortina di Ferro, memorie storiche contrastanti sono state riunite nello stesso blocco. Di conseguenza, il discorso odierno dipinge i nazisti e i sovietici come uguali istigatori della Seconda Guerra Mondiale attraverso il Patto Molotov-Ribbentrop e inquadra la guerra come un mero preludio alla schiavitù di metà dell’Europa durante la Guerra Fredda. Ma mentre i regimi comunisti commisero crimini orribili – in effetti, i russi furono tra le loro principali vittime – ciò impallidisce se paragonato allo sterminio e alla pulizia etnica di decine di milioni di slavi che i nazisti avrebbero pianificato di attuare se avessero vinto la guerra e messo in atto il loro «Generalplan Ost».</p>
<p>Queste memorie storiche contrapposte hanno contribuito direttamente all’aggravarsi delle relazioni tra la Russia e l’Occidente e hanno contribuito a rendere nuovamente possibile una guerra in Europa. Un ordine di sicurezza regionale stabile e duraturo non tornerà finché gli interessi di tutte le parti in causa – compresa la Russia – non saranno rappresentati nei principali accordi e nelle istituzioni del continente.</p>
<p>La storia dell’Ucraina durante la Seconda guerra mondiale è complessa. Sebbene l’UPA e i suoi artefici politici nell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini condividessero l’anticomunismo e l’antisemitismo dei nazisti, collaborassero con i servizi segreti tedeschi e finissero per fare affidamento sui nazisti per le armi e i rifornimenti, l’UPA combatté anche contro i tedeschi per gran parte della guerra. E, naturalmente, milioni di ucraini prestarono servizio nell’Armata Rossa.</p>
<p>Allo stesso tempo, le milizie ausiliarie ucraine furono fondamentali nel radunare e scortare più di 33.000 ebrei verso la morte in soli due giorni a Babi Yar, dove furono sistematicamente massacrati sotto il fuoco delle mitragliatrici. Molti ucraini di etnia ucraina prestarono servizio come brutali guardie nei campi di sterminio nazisti e contribuirono alla liquidazione dei ghetti ebraici. Due battaglioni ucraini marciarono al fianco della Wehrmacht durante la sua invasione dell’Unione Sovietica e, più avanti nel corso della guerra, fu costituita una divisione delle Waffen SS composta da volontari ucraini che combatté direttamente sotto il comando nazista.</p>
<p>Affinché il progetto di pace europeo abbia successo, tutti i suoi membri devono essere sufficientemente socializzati alla sua logica fondante. Un’Ucraina sicura, ancorata a un’UE sicura, sarà possibile solo se i partner di Kiev si opporranno con forza alla normalizzazione di figure ed entità che hanno consapevolmente collaborato con i più grandi mostri della storia moderna.</p>
<p>*Vicedirettore del Better Order Project e ricercatore presso il Grand Strategy Program del Quincy Institute for Responsible Statecraft.<br />
OtherNews<br />
Via Panisperna 207, Roma &#8211; Italy<br />
www.other-news.info</p>
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		<title>Domenica 28 giugno 2026</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 12:06:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando la politica occidentale ha smesso di temere l’ignoto? Di Matthew Blackburn* – Responsible Statecraft La prudenza è stata sostituita dalla convinzione che il conflitto possa essere gestito con precisione. In nessun altro ambito ciò è più evidente che nell’approccio europeo alla Russia. Mentre i leader occidentali lasciavano il vertice del G7 a Évian parlando]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_79453.png"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_79453.png" alt="img_7945" width="205" height="70" class="alignleft size-full wp-image-177187" /></a><strong>Quando la politica occidentale ha smesso di temere l’ignoto?</strong></p>
<p>Di Matthew Blackburn* – Responsible Statecraft</p>
<p>La prudenza è stata sostituita dalla convinzione che il conflitto possa essere gestito con precisione. In nessun altro ambito ciò è più evidente che nell’approccio europeo alla Russia.<br />
<span id="more-177179"></span><br />
Mentre i leader occidentali lasciavano il vertice del G7 a Évian parlando di un “risveglio strategico a sostegno dell’Ucraina”, il cielo notturno sopra Mosca era illuminato dalle fiamme di una raffineria di petrolio in fiamme a sole nove miglia dal Cremlino. Questo attacco con droni ucraino senza precedenti sul territorio russo è stato accolto nelle capitali occidentali con un tacito avallo piuttosto che con apprensione.</p>
<p>Durante i momenti più tesi della Guerra Fredda, la politica occidentale era guidata da un sano timore dell’ignoto. Oggi, quella prudenza è stata sostituita dalla fiducia nella possibilità di gestire il conflitto con precisione. Quando Franklin D. Roosevelt dichiarò la famosa frase «l’unica cosa che dobbiamo temere è la paura stessa», si riferiva al panico durante un crollo economico. Nell’Europa contemporanea, tuttavia, questa massima è stata trasposta con noncuranza nel regno delle «linee rosse» nucleari.</p>
<p>Il consenso prevalente in Europa considera gli attacchi in profondità nel cuore della Russia come un metodo a basso costo per spingere Mosca a un cessate il fuoco. Partendo dal presupposto che la Russia sia sottoposta a una pressione insostenibile, gli esperti continuano a sostenere che l’Europa possa coordinare la guerra in tutta sicurezza, purché i contribuenti ne accettino i costi.</p>
<p>Tale visione ignora i rischi insiti in un più ampio smantellamento dell’architettura di sicurezza globale. A differenza di quanto avveniva durante la Guerra Fredda, in cui le superpotenze rispettavano catene di comando definite e linee rosse consolidate, oggi i tradizionali baluardi storici si sono erosi. La coalizione europea manca sia di una leadership coerente sia di meccanismi di controllo dell’escalation. Ciò rende il conflitto molto più incline a degenerare in una guerra più ampia di quanto comunemente riconosciuto.</p>
<p>Ciò è in linea con la traiettoria del conflitto dal 2022, caratterizzata da un’escalation strisciante mascherata da politica controllata. Man mano che gli Stati europei si assumono la responsabilità primaria di sostenere l’Ucraina, questo conflitto sta raggiungendo una nuova fase, più pericolosa.</p>
<p>La strategia dell’Europa in Ucraina durante il «Trump 2.0»</p>
<p>La coalizione occidentale a sostegno dell’Ucraina si è frammentata dopo il ritorno del presidente Donald Trump alla Casa Bianca. Nel corso del 2025, i leader europei hanno proposto una «coalizione dei volenterosi» per schierare forze e integrare l’Ucraina in un nascente spazio di sicurezza dell’Unione Europea a seguito di un cessate il fuoco. In sostanza, hanno preteso che la Russia accettasse un cessate il fuoco incondizionato pur mantenendo il sopravvento sul campo di battaglia.</p>
<p>Quando il vertice di Trump in Alaska con il presidente russo Vladimir Putin ha chiarito che Washington non avrebbe fatto rispettare queste richieste, l’Europa ha cambiato rotta. I suoi leader hanno concordato di coprire i costi delle armi di fabbricazione statunitense, aumentare la produzione militare interna, inasprire le sanzioni e mantenere la pressione su Mosca affinché accettasse un cessate il fuoco.</p>
<p>Non disponendo della capacità di condurre offensive terrestri su larga scala, la strategia dell’Ucraina si è spostata sulla difesa delle proprie linee del fronte, aumentando al contempo i costi per la Russia attraverso attacchi in profondità. Questi attacchi sono cresciuti in scala e portata anche dopo che l’insediamento di Trump aveva segnalato una svolta degli Stati Uniti verso una soluzione negoziata. Il caso più eclatante è stato l’Operazione Spiderweb, durante la quale i droni ucraini hanno colpito basi aeree russe, danneggiando bombardieri strategici legati alla triade di deterrenza nucleare della Russia. Sebbene Kiev abbia negato di aver preso di mira la residenza di Putin a Valdai nel dicembre 2025, la recente lettera aperta del presidente Zelensky ha avvertito con tono di sfida la leadership russa che non potrebbe sentirsi «al sicuro», data la capacità dell’Ucraina di colpire parate di Stato e residenze dei vertici del potere.</p>
<p>Una guerra senza chiari limiti di sicurezza</p>
<p>Colpire le risorse strategiche e la leadership di una potenza nucleare non ha alcun precedente nella Guerra Fredda. Dal sequestro britannico della petroliera Smyrtos, appartenente alla flotta ombra russa, al recente avvertimento di Zelensky secondo cui «Mosca brucerà», l’erosione dei limiti di sicurezza continua in tempo reale. A peggiorare le cose, il processo decisionale occidentale è ora frammentato tra una varietà di attori; secondo quanto riferito, Kiev richiede l’approvazione per attacchi in profondità al Pentagono e ai singoli ministeri della difesa europei, caso per caso.</p>
<p>L’attuale strategia europea parte dal presupposto che una Mosca indebolita e troppo espansa tema un conflitto più ampio e mantenga la guerra entro i parametri attuali. Ciò avvalora l’idea che cambiamenti graduali e qualitativi nel sostegno militare possano costringere Mosca a un cessate il fuoco. Fondamentale a tal fine è il trasferimento della produzione ucraina di droni in Europa, dove è al riparo dagli attacchi aerei russi. Droni più sofisticati di fabbricazione europea sono già a disposizione di Kiev; anche i missili a lungo raggio della NATO stanno ora ottenendo le licenze per la produzione direttamente negli stabilimenti europei e ucraini. Kiev ha sfruttato brillantemente questo quadro, agendo partendo dal presupposto che la Russia abbia le mani legate.</p>
<p>Ma gli attacchi in profondità mettono il Cremlino in una posizione difficile. Finora Mosca si è mostrata visibilmente riluttante a sferrare attacchi in profondità su più ampia scala con droni e missili, con l’obiettivo di devastare le infrastrutture critiche dell’Ucraina. Questa moderazione non deriva da un’incapacità militare, ma da una logica politica calcolata: se la Russia intensificasse gli attacchi in profondità alla rete energetica e all’approvvigionamento idrico dell’Ucraina, potrebbe innescare una catastrofe umanitaria e un disastro irreversibile in termini di immagine pubblica, in netto contrasto con l’affermazione del Cremlino secondo cui starebbe liberando un «popolo fratello». Probabilmente ciò mobiliterebbe anche l’opinione pubblica occidentale a sostegno della guerra. Pertanto, a differenza della campagna aerea israeliana senza restrizioni e ad alta intensità a Gaza, la Russia ha agito con moderazione per preservare la propria narrativa politica.</p>
<p>Eppure è proprio qui che risiede il pericolo. Se Mosca dovesse giungere alla conclusione che la sua moderazione all’interno dell’Ucraina venga strumentalizzata da Kiev per infliggere perdite profonde e umilianti al cuore della Russia, il suo calcolo strategico cambierebbe. Anziché colpire le infrastrutture ucraine, Mosca potrebbe cercare di riequilibrare l’asimmetria negli attacchi in profondità e ripristinare la deterrenza prendendo di mira la vera fonte delle nuove capacità dell’Ucraina: i nodi logistici europei e gli impianti di produzione.</p>
<p>Anche un attacco di rappresaglia russo limitato sul suolo europeo metterebbe a dura prova la volontà politica collettiva dell’Europa. La difesa aerea europea e le scorte di missili sarebbero sottoposte a forte pressione in uno scenario di rapido scambio di attacchi di ritorsione. Colpire gli Stati europei sarebbe l’ultima mossa azzardata di Putin per ribaltare la situazione. Anziché una Russia debole che lancia minacce vuote, l’Europa sarebbe in preda al panico mentre i suoi leader si affannerebbero a rispondere senza varcare la soglia nucleare.</p>
<p>Questo scenario non è imminente. Gli attacchi in profondità dovrebbero intensificarsi ulteriormente. Nel frattempo, non dovremmo aspettarci che Putin chieda la pace sotto la pressione di attacchi in profondità sempre più devastanti ma localizzati. Il Cremlino elogerà l’operato delle sue difese aeree e minimizzerà l’entità dei danni. Tuttavia, più attacchi colpiranno Mosca, più probabile diventerà un contrattacco russo contro l’Europa. Per evitare questo scenario straziante, i leader europei devono tornare ai fondamenti della gestione dei conflitti, investendo nella diplomazia volta alla ricostruzione urgente di barriere di sicurezza strategiche.</p>
<p>Ripristinare l’equilibrio</p>
<p>La paralisi del canale diplomatico lascia l’Europa indifesa. Il piano in cinque punti dell’E3, concordato a Londra la scorsa settimana, illustra il problema: esigendo un cessate il fuoco incondizionato insieme al dispiegamento di truppe straniere a garanzia della sicurezza, ha di fatto precluso qualsiasi negoziazione a breve termine. L’inerzia diplomatica significa che la guerra potrebbe progredire al punto che una Russia esausta o esasperata si trovi costretta a scegliere tra l’abbandono dei propri obiettivi bellici o l’adozione di una drastica misura militare per frenare l’entusiasmo europeo nel proseguire la guerra.</p>
<p>Per rompere questa inerzia politica è necessario respingere il mito secondo cui l’Europa possa gestire in sicurezza una situazione di stallo senza precedenti senza ricorrere all’arte di governare. È necessario un riavvio fondamentale: i leader europei devono concordare controlli espliciti sull’escalation, comunicarli a Mosca e aprire un percorso diplomatico praticabile. Sebbene basare i negoziati sull’attuale linea del fronte offra una base positiva per i colloqui, la sfida principale rimane quella di trovare un compromesso tra la richiesta di Mosca di neutralità ucraina e i piani di integrazione dell’Europa per l’Ucraina.</p>
<p>Sviluppare una via d’uscita diplomatica e costruire una nuova architettura di sicurezza non significa capitolare, né ridurre il sostegno alla difesa dell’Ucraina. La deterrenza e la diplomazia sono alleate. Un percorso diplomatico ben definito è l’unico meccanismo in grado di ancorare la sicurezza dell’Europa a un esito stabile e prevedibile, piuttosto che scommettere su linee rosse mutevoli.</p>
<p>Ciononostante, mettere a punto questo tipo di svolta richiede un livello di visione strategica e di coraggio politico che non si riscontra nell’attuale leadership europea. Senza un ripensamento radicale, l’Europa rischia di imparare a proprie spese che condurre una guerra senza guardrail non è arte di governare – è una politica del rischio calcolato senza rete di sicurezza.</p>
<p>*Ricercatore senior presso l’Istituto norvegese di affari internazionali, all’interno del Gruppo di ricerca per l’Europa orientale e l’Asia.</p>
<p>Il rebranding dell&#8217;imperialismo francese</p>
<p>Di Okakah Onyango* – Africa Is a Country</p>
<p>Sebbene l’Africa Forward Summit in Kenya fosse stato presentato come un partenariato, in realtà si è trattato di un tentativo disperato da parte della Francia di trovare una nuova via d’accesso in un continente che vuole liberarsene.</p>
<p>A più di settant’anni da quando il Quinto Congresso Panafricano chiese la completa liberazione dell’Africa dal dominio coloniale, il continente si trova ancora intrappolato nelle strutture della dipendenza. Le risoluzioni dello storico Congresso del 1945 a Manchester erano chiare: le nazioni africane meritavano la piena indipendenza politica ed economica, la fine del dominio straniero e il diritto dei popoli africani a determinare il proprio futuro. Eppure, nel 2026, molti leader africani continuano ad aprire le porte del continente alle stesse potenze imperialiste che hanno colonizzato, sfruttato e brutalizzato i nostri popoli.</p>
<p>Il Vertice Africa Forward, conclusosi di recente a Nairobi e co-ospitato dal presidente keniota William Ruto e dal presidente francese Emmanuel Macron, è diventato un simbolo di questa contraddizione. Presentato come un partenariato tra pari, il vertice ha cercato di ridefinire il rapporto della Francia con l’Africa in un momento in cui Parigi sta rapidamente perdendo influenza in tutto il continente.</p>
<p>Il vertice ha riunito oltre 30 leader africani e ha portato all’annuncio di circa 23 miliardi di euro di impegni di investimento, destinati a settori quali l’energia, l’agricoltura e l’intelligenza artificiale. Ma dietro il linguaggio del coinvestimento, del rispetto reciproco e del vantaggio reciproco si nasconde la realtà persistente dell’imperialismo.</p>
<p>La Francia non è arrivata a Nairobi solo per amicizia verso l’Africa. Il vertice è avvenuto in un momento in cui l’influenza francese è drasticamente diminuita nell’Africa occidentale. Mali, Burkina Faso e Niger hanno espulso le truppe francesi e messo in discussione decenni di controllo militare ed economico francese. Inoltre, la Francia è stata costretta a ritirare le proprie forze militari da diverse ex colonie a causa del crescente sentimento anti-francese e delle rivolte popolari.</p>
<p>Questo spiega perché il vertice di Nairobi fosse politicamente significativo per la Francia: è stato il primo grande vertice Francia-Africa ospitato in un paese africano anglofono. Il Kenya è diventato il ponte attraverso il quale la Francia spera di riconquistare influenza strategica nell’Africa orientale e centrale, dopo aver incontrato resistenza nel Sahel.</p>
<p>Rimane la domanda: perché il presidente Ruto era disposto a ospitare un simile vertice proprio in questo momento particolare? La risposta risiede nel carattere di classe dello Stato keniota. L’attuale amministrazione si è costantemente allineata alle potenze occidentali, presentando il Kenya come un partner regionale affidabile per il capitale straniero, la cooperazione militare e gli interessi geopolitici. Ospitando Macron, Ruto ha posizionato il Kenya come porta d’accesso strategica per il rinnovato impegno della Francia in Africa, rafforzando al contempo la posizione del proprio governo tra gli alleati occidentali. Lungi dal rappresentare un programma di sviluppo africano indipendente, il vertice ha rispecchiato la tendenza delle élite compradore a cercare legittimità e sostegno dai centri di potere imperiali, piuttosto che dai cittadini dei propri paesi.</p>
<p>Le autorità keniane hanno presentato il vertice come un’opportunità di crescita economica e di investimenti stranieri. Tuttavia, la domanda più profonda è: crescita per chi e sotto il controllo di chi?</p>
<p>Macron ha descritto l’iniziativa come un partenariato tra pari. Ma l’uguaglianza non può esistere tra economie strutturate in modi fondamentalmente diseguali. Il rapporto tra Francia e Africa è stato storicamente plasmato non dall’uguaglianza, ma dallo sfruttamento. Secondo il Ministero francese per l’Europa e gli Affari Esteri, oltre 1.000 filiali francesi operano in Africa e più di 140 solo in Kenya. Grandi multinazionali come TotalEnergies, Orange, Carrefour, CMA CGM e Bolloré detengono vasti interessi commerciali nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni, della logistica, della grande distribuzione e delle infrastrutture. Sebbene ciò venga presentato come sviluppo e partenariato, i profitti estratti dal lavoro e dalle risorse africane vanno a beneficio, in misura schiacciante, del capitale straniero.</p>
<p>L’influenza francese in Africa non è mai stata esercitata esclusivamente attraverso mezzi militari ed economici. La diplomazia culturale fa da tempo parte della strategia della Francia per mantenere la propria influenza all’estero. Attraverso istituzioni linguistiche, scambi educativi, partnership con i media, centri culturali e programmi di sviluppo, la Francia proietta quello che viene spesso descritto come «soft power». I critici sostengono che tali iniziative servano anche a obiettivi politici ed economici più ampi, coltivando élite favorevoli, plasmando il discorso pubblico e rafforzando gli interessi strategici a lungo termine della Francia. Il concerto “Africa Forward”, la cucina con gli influencer di Macron e altre attività di pubbliche relazioni durante la sua visita in Kenya ne sono la prova.</p>
<p>Ecco perché il tentativo di Macron di presentarsi come un “panafricanista” durante il vertice è stato accolto con scetticismo dagli attivisti e dalle forze progressiste. Il panafricanismo non è un’operazione di branding. È una lotta rivoluzionaria per l’unità, la sovranità e la liberazione dell’Africa dal dominio imperiale.</p>
<p>Persino la dichiarazione finale del vertice rifletteva il linguaggio della politica di dipendenza. Le discussioni si sono concentrate in gran parte sulla ristrutturazione del debito, sugli investimenti privati, sulla riforma del credito e sulla cooperazione in materia di sicurezza — questioni che spesso si inseriscono in sistemi finanziari dominati da istituzioni quali il FMI e la Banca Mondiale.</p>
<p>Anche la dimensione della sicurezza del vertice ha suscitato preoccupazione tra gli attivisti. Il Kenya e la Francia hanno rafforzato la cooperazione militare negli ultimi anni, con i critici che sostengono che il patto militare recentemente firmato comprometta sempre più la sovranità nazionale. I movimenti sociali hanno tracciato un parallelo tra i nuovi accordi di difesa e i precedenti accordi militari che coinvolgevano le truppe britanniche presso l’Unità di addestramento dell’esercito britannico in Kenya (BATUK). Particolarmente controversi sono gli accordi di cooperazione in materia di difesa che garantiscono significative tutele giuridiche al personale militare straniero operante in Kenya, limitando la capacità delle istituzioni keniane di ritenere le truppe straniere pienamente responsabili ai sensi della legislazione locale.</p>
<p>Allo stesso tempo, la Francia continua a presentarsi come una «forza stabilizzatrice» in Africa, nonostante le critiche diffuse sul suo ruolo militare nel Sahel. Molte persone in tutta l’Africa occidentale associano sempre più spesso gli interventi militari stranieri all’instabilità piuttosto che alla liberazione.</p>
<p>Queste contraddizioni sono diventate più evidenti durante le proteste organizzate da attivisti e membri dei movimenti per la giustizia sociale a Nairobi nel corso del vertice. I manifestanti hanno denunciato l’imperialismo francese, il dominio straniero, la dipendenza dal debito e l’espansione militare. I resoconti degli attivisti hanno indicato che i manifestanti hanno subito violenze da parte della polizia, tra cui l’uso di gas lacrimogeni, arresti e detenzioni arbitrarie.</p>
<p>Il vertice ha quindi messo in luce due Afriche che coesistono fianco a fianco. Un’Africa si trova all’interno delle sale conferenze a discutere di quadri di investimento con multinazionali e potenze straniere. L’altra Africa esiste nelle strade, tra i giovani disoccupati, i lavoratori in difficoltà, i contadini, gli studenti e le comunità che devono affrontare l’aumento del costo della vita.</p>
<p>Appena una settimana dopo il vertice, il Kenya è stato teatro di proteste legate all’alto costo della vita e ai prezzi del carburante. Nelle principali città e centri urbani, fasce della popolazione hanno espresso la propria frustrazione per il peggioramento delle condizioni economiche. Queste manifestazioni hanno messo in luce contraddizioni di classe più profonde all’interno dell’economia capitalista del Kenya.</p>
<p>I recenti sviluppi nell’Alleanza degli Stati del Sahel dimostrano che alcune parti dell’Africa stanno nuovamente mettendo in discussione il dominio militare straniero e rivendicando una maggiore sovranità. Sebbene in quegli Stati permangano contraddizioni e sfide, il loro rifiuto di un’influenza militare straniera permanente ha ispirato discussioni anti-imperialiste in tutto il continente.</p>
<p>In definitiva, il compito che attende le forze progressiste africane non è semplicemente quello di criticare vertici come “Africa Forward”. La sfida più profonda consiste nel costruire alternative politiche organizzate radicate nei lavoratori, nei giovani, nei contadini, nelle donne e nelle comunità oppresse. La liberazione dell’Africa non nascerà da conferenze d’élite ospitate in sale di lusso né da una dipendenza mascherata da partenariato. Verrà attraverso l’organizzazione politica rivoluzionaria, la solidarietà panafricana e la lotta collettiva dei popoli africani contro l’imperialismo, il capitalismo e le élite compradore che traggono profitto dal dominio straniero.</p>
<p>Il futuro del continente non può essere deciso a Parigi, Washington, Londra o nelle sale dei consigli di amministrazione delle multinazionali. Deve essere deciso dalle stesse masse organizzate dell’Africa. Il compito di questa generazione è chiaro: imparare dagli insuccessi della falsa indipendenza, rifiutare la dipendenza e portare avanti la lotta incompiuta per un continente unito e sovrano.</p>
<p>*Organizzatore di comunità e membro della Lega Socialista Rivoluzionaria in Kenya.<br />
OtherNews<br />
Via Panisperna 207, Roma &#8211; Italy<br />
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 23:16:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Impero è nudo Di Sergio Wischñevsky* – Pagina 12 Le dichiarazioni di Donald Trump al New York Times dopo il bombardamento di Caracas e il rapimento di Nicolás Maduro stanno instaurando un nuovo ordine mondiale: &#8220;Il mio unico limite è la mia moralità&#8221;. Questa affermazione è stata rafforzata dalle dichiarazioni del suo principale consigliere militare,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_75372.jpeg"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_75372-300x105.jpeg" alt="Screenshot" width="300" height="105" class="alignleft size-medium wp-image-172775" /></a><strong>L&#8217;Impero è nudo</strong><br />
Di Sergio Wischñevsky* – Pagina 12</p>
<p>Le dichiarazioni di Donald Trump al New York Times dopo il bombardamento di Caracas e il rapimento di Nicolás Maduro stanno instaurando un nuovo ordine mondiale: &#8220;Il mio unico limite è la mia moralità&#8221;. Questa affermazione è stata rafforzata dalle dichiarazioni del suo principale consigliere militare, Stephen Miller, il quale ha affermato di avere il controllo del Venezuela per difendere gli interessi degli Stati Uniti e che &#8220;la forza è il nuovo diritto internazionale e la useremo&#8221;. La difesa della democrazia e della libertà non è stata menzionata.<br />
<span id="more-172774"></span><br />
Ciò che è veramente rivoluzionario non è l&#8217;azione contro il Venezuela, né le minacce contro Colombia, Cuba, Messico, Groenlandia e, per estensione, tutta l&#8217;Europa; la novità assoluta sta nell&#8217;affermare la legittimità di queste azioni semplicemente perché possiedono il potere di compierle. Né Putin, né gli ayatollah dell&#8217;Iran, né Netanyahu, né Hitler, né Bush – nessuno dei grandi utilizzatori della forza nella storia – ha osato spiegare le proprie politiche in questo modo. C&#8217;è sempre stato un discorso legalistico giustificativo, una teologia, un&#8217;ideologia, ma mai l&#8217;uso non riconosciuto della forza nella sua forma nuda e cruda, spogliata di qualsiasi pretesto legale. È un passo verso l&#8217;abisso delle conseguenze imprevedibili. Forse ora inizieremo finalmente a capire cosa rappresenta il XXI secolo.</p>
<p>La novità scandalosa non sta nell&#8217;uso della forza, perché sappiamo tutti che gli Stati Uniti, come tutti gli imperi, hanno fatto uso sistematico della loro potenza militare per almeno due secoli. Persino la tanto decantata Dottrina Monroe del 1823, che dichiarava che l&#8217;America era per gli americani, si basava sulla rivendicazione di un continente libero dal colonialismo europeo. In seguito, il tempo ha chiarito che l&#8217;America comprendeva l&#8217;intero continente e che gli americani erano solo quelli provenienti dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno partecipato a centinaia di colpi di stato in America Latina e nel resto del mondo, hanno invaso decine di paesi, finanziato guerre civili, sganciato bombe atomiche sulle popolazioni civili, praticato sistematicamente la tortura e assassinato leader politici dell&#8217;opposizione senza processo. Nessuno dovrebbe sorprendersi che usino la forza. Ma lo hanno sempre fatto con il pretesto di servire l&#8217;umanità, presentandosi sempre come garanti del capitalismo, della libertà e della democrazia. Questa non è l&#8217;immagine che hanno cercato di proiettare dall&#8217;inizio del secondo mandato di Trump; Cercano di esercitare il potere con la forza contro il mondo e il loro stesso popolo. Non è fascismo, è qualcosa di nuovo.</p>
<p>Nel corso della storia, molti imperi hanno dominato il mondo, o vaste aree del pianeta. Prima dell&#8217;attuale egemonia statunitense, era la Gran Bretagna a sottomettere ai propri interessi regioni infinitamente vaste. L&#8217;espressione &#8220;L&#8217;Impero spagnolo dove il sole non tramonta mai&#8221;, resa popolare durante il regno di Filippo II (XVI secolo), descrive l&#8217;immensa portata globale dei domini della Corona spagnola. Comprendeva territori in tutti e cinque i continenti, tra cui Europa, Americhe, Filippine e Africa, garantendo che fosse sempre giorno da qualche parte all&#8217;interno dell&#8217;impero.</p>
<p>Imperi come quello ottomano, romano e babilonese, ognuno con le proprie caratteristiche e specificità, si sono affermati come forze dominanti. Ma avevano tutti qualcosa in comune: non basavano il loro esteso dominio esclusivamente sulla forza. Man mano che si imponevano, costruivano un ordine, un universo culturale, politico, giuridico ed economico che li sosteneva, che li rendeva invincibili perché conquistavano e, in larga misura, persuadevano. Certo, non tutti.</p>
<p>Il diritto romano nacque da questo desiderio di stabilire un ordine duraturo che non si basasse esclusivamente sulla forza delle armi. Al contrario, i grandi imperi formatisi sulla scia delle conquiste di leader come Alessandro Magno o Gengis Khan svanirono alla morte dei loro fondatori perché non furono in grado di trasformare i successi militari in un ordine strutturale.</p>
<p>L&#8217;aspetto curioso del nuovo ordine internazionale basato sulla forza che Trump intende costruire è che mira a distruggere l&#8217;ordine precedente, quello costruito dagli stessi Stati Uniti. Negli ultimi 80 anni, abbiamo vissuto sotto quel paradigma creato dagli accordi di Yalta e Potsdam durante i drammatici momenti della fine della Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p>In quel periodo furono create quasi tutte le istituzioni che avrebbero governato il mondo fino a oggi: l&#8217;ONU, la Banca Mondiale, il FMI e, più tardi, la NATO. Il dollaro fu scelto come valuta internazionale, contraddicendo la proposta di Keynes di creare una nuova valuta mondiale. L&#8217;intero nuovo ordine, ad eccezione dei paesi rimasti all&#8217;interno del blocco sovietico, fu modellato sugli interessi statunitensi. Due timori li univano: la diffusione del comunismo e la possibilità di sprofondare in una nuova e distruttiva guerra mondiale. Questa Pax Americana includeva i prestiti agevolati del Piano Marshall per ricostruire l&#8217;Europa. L&#8217;unica condizione imposta dagli Stati Uniti per la loro concessione fu la subordinazione al nuovo ordine e l&#8217;utilizzo di quei dollari per l&#8217;acquisto di beni americani.</p>
<p>Ciò che seguì fu un ventennio di crescita esponenziale per il capitalismo occidentale. L&#8217;epoca che lo storico Eric Hobsbawm definì &#8220;L&#8217;età dell&#8217;oro&#8221;. I film di Hollywood convinsero gran parte del mondo che fossero stati gli Stati Uniti a sconfiggere i nazisti, ignorando opportunamente il piccolo dettaglio che furono i russi a entrare a Berlino.</p>
<p>L&#8217;ordine internazionale che ha permesso agli Stati Uniti di essere la superpotenza indiscussa per così tanto tempo è stato rafforzato dopo il 1989 con la caduta del Muro di Berlino e, due anni dopo, con la dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica. Tuttavia, questa rete protettiva, questa corazza, si è gradualmente trasformata in un corsetto in cui gli Stati Uniti hanno iniziato a sentirsi soffocati. L&#8217;ascesa di nuove potenze economiche come Cina, India, Brasile e l&#8217;intero gruppo BRICS, ora affiancato dall&#8217;Arabia Saudita, ne minaccia l&#8217;egemonia. Forse è per questo che hanno deciso di sovvertire l&#8217;ordine costituito e di mettere in crisi tutte queste istituzioni, compresa la NATO.</p>
<p>Senza superiorità economica, la superiorità militare non può essere difesa, soprattutto considerando che il bilancio militare degli Stati Uniti per il 2026 ammonta a 900 miliardi di dollari. Nessuno può competere con loro su questo fronte. Hanno scatenato ogni moderazione, dando pacche sulle spalle a chi si sottomette, come Milei, e minacciando e attaccando chiunque si metta sulla loro strada.</p>
<p>L&#8217;Impero è nudo perché la forza è il suo unico discorso. Come scrisse Perón nel 1956, &#8220;Il diritto è del più forte&#8221;. Tutto è in movimento, ma potremmo essere testimoni dell&#8217;effetto supernova; non brillano mai più nel cielo di quando stanno per scomparire.</p>
<p>*Sergio Wischñevsky, storico, giornalista e professore universitario argentino.</p>
<p>_______________________________________________________________<br />
<strong>L&#8217;impensabile accade?</strong><br />
Di Boaventura De Sousa Santos* – Meer</p>
<p>La lotta e il costo del progresso rendono impossibile raggiungere gli ideali del progresso.</p>
<p>La storia moderna è piena di eventi così straordinari, aberranti, rivoltanti e sorprendenti da far venire voglia di esclamare: Com&#8217;è possibile?! Normalmente, questa esclamazione, essendo un fenomeno diffuso, non sorge nel momento in cui tali eventi accadono, ma anni o secoli dopo: Com&#8217;è stato possibile?! Lo stupore è tale che, spesso, ciò che è accaduto supera non solo i limiti del possibile, ma anche quelli del concepibile: come accade l&#8217;impensabile, o come è accaduto?</p>
<p>Quando il grande storico dell&#8217;arte E.H. Gomrich si mise a scrivere (in sei settimane) il libro &#8220;Breve storia del mondo per giovani lettori&#8221; ( Eine kurze Weltgeschichte für junge Leser ), pubblicato a Vienna nel 1935, il suo obiettivo era quello di insegnare la storia ai giovani. Il libro ebbe un enorme successo e fu successivamente aggiornato più volte. Uno dei leitmotiv della narrazione è proprio quello di mostrare ai giovani come, nella storia, accadano spesso cose che sembrano al di là della possibilità, o persino dell&#8217;immaginazione. E la cosa più strana è che questi eventi vengono conosciuti solo molti anni dopo.</p>
<p>Ad esempio, durante la Seconda Guerra Mondiale, né lui (che era emigrato in Inghilterra nel 1936 e lavorava per la BBC) né la stragrande maggioranza dei tedeschi o degli europei conoscevano o potevano immaginare l&#8217;orrore dei crimini commessi contro gli ebrei (l&#8217;Olocausto). Chiaramente, gli esempi potrebbero essere moltiplicati. Come si poteva immaginare che dei devoti cristiani (siano essi portoghesi, spagnoli o pellegrini del Mayflower) potessero impegnarsi nell&#8217;orribile sterminio dei popoli indigeni delle Americhe tra il XVI e il XIX secolo? E chi avrebbe potuto sapere cosa stava accadendo in quel momento? Certo, c&#8217;erano resoconti contemporanei molto eloquenti, come quello di Bartolomé de las Casas, ma la sua voce era un&#8217;eccezione e fu a malapena ascoltata. Chi poteva immaginare, e quanti belgi avrebbero saputo, che il civilissimo re Leopoldo II orchestrò lo sterminio del 50-75% della popolazione del Congo in poco più di due decenni (1885-1908)?</p>
<p>Oggi tutto sembra diverso in termini di conoscenza, ma non in termini di realizzazione di ciò che è considerato impossibile o addirittura impensabile. Grazie alla rivoluzione nelle tecnologie dell&#8217;informazione e della comunicazione, ora sappiamo in tempo reale cosa sta succedendo nel mondo. E ciò che sta succedendo ci porta spesso a esclamare: è possibile? È concepibile? Genocidi in Ruanda, Sudan e Palestina; proposte di acquisto di paesi (Groenlandia); la cattura da parte di potenze straniere di presidenti in carica di nazioni sovrane (Venezuela); l&#8217;invasione e l&#8217;occupazione di paesi stranieri per la sicurezza dei cittadini del paese invasore (Vietnam, Iraq, Afghanistan); criminali di guerra condannati dalla giustizia internazionale che viaggiano liberamente nello spazio aereo di paesi firmatari di trattati e istituzioni di giustizia internazionali (Netanyahu, Putin); la frammentazione dei paesi come strategia di dominio (Libia, Siria, Sudan, Somalia); il ritorno della pirateria in alto mare.</p>
<p>Questa lista solleva tre domande. Perché accadono cose che sembrano impossibili o addirittura impensabili? Sapremo tutto ciò che sta accadendo, anche se è considerato impossibile o impensabile? È rilevante sapere che cose che sembrano impossibili o impensabili stanno accadendo?</p>
<p>Perché accade l&#8217;impensabile?</p>
<p>L&#8217;impensabile accade perché in ogni periodo storico si crea un&#8217;idea dominante della natura umana che rende impossibile concepire, e tanto meno impedire, l&#8217;impensabile, l&#8217;aberrante o il catastrofico, proprio perché ciò che accade non è considerato aberrante o catastrofico. A partire dal XVII secolo, la moderna società eurocentrica ha sviluppato l&#8217;idea che sia insito nella natura umana tendere all&#8217;evoluzione positiva e irreversibile della società. Questa idea è stata chiamata: progresso. Ma il progresso ha un costo: non c&#8217;è progresso senza lotta. Questa idea è presente tanto in Malthus quanto in Darwin e Marx. La lotta e il costo del progresso fanno sì che non sia possibile realizzare gli ideali del progresso senza commettere azioni che contraddicono quegli ideali.</p>
<p>Per evitare che questa contraddizione diventi politicamente visibile, è essenziale disumanizzare i gruppi sociali che perdono in questa lotta e ne sopportano i costi corrispondenti. Così costruita, l&#8217;idea di progresso non ha nulla a che fare con il benessere delle popolazioni. Solo quelle popolazioni che hanno il potere di imporre costi senza subirli sono considerate degne di benessere. Queste popolazioni possono diventare sempre più piccole, ma ciò non influisce minimamente sull&#8217;idea di progresso. Anzi, più selettivo è il progresso, più grande sarà. I miliardari di oggi ne sono il miglior esempio. L&#8217;idea di progresso non può concepire l&#8217;idea di regressione. Solo i gruppi che perdono nella lotta e ne sopportano i costi possono mettere in discussione il progresso. L&#8217;impero, quando si guarda allo specchio, non vede mai il suo declino.</p>
<p>Se osserviamo, ad esempio, il discorso dell&#8217;attuale figura di punta del massimo progresso nel massimo declino, Donald Trump, è facile concludere che la dicotomia che guida il suo pensiero (se pensare è sinonimo di parlare) non è quella amico/nemico, né tantomeno quella cittadino/straniero. È la dicotomia umano/subumano. Chiunque non sia d&#8217;accordo con lui, non importa quanto amico o cittadino possa essere, rientra immediatamente nella categoria dei subumani.</p>
<p>L&#8217;impensabile accade perché chi ha il potere di realizzarlo ha anche il potere di farlo sembrare impensabile. L&#8217;impensabile accade all&#8217;improvviso, ma si genera e si prepara sempre lentamente. La sua gestazione ha diverse componenti.</p>
<p>La prima componente è il lavoro ideologico, che ha una forte componente semiotica. Ciò comporta, ad esempio, l&#8217;eliminazione di alcune parole e la loro sostituzione con altre che ne neutralizzano la carica politica o etica e naturalizzano la nuova normalità. Così, il capitalismo viene sostituito dall&#8217;economia di mercato. La flessibilità del lavoro ha una carica ideologica opposta alla precarietà del posto di lavoro, eppure significa la stessa cosa nella vita dei lavoratori. Un altro procedimento ideologico ha l&#8217;effetto opposto: ingigantire o demonizzare il bersaglio per giustificare una reazione estrema: la caduta del dollaro trasformata in un&#8217;apocalisse; il politico ostile ritratto come un dittatore o un terrorista in modo che il politico amico appaia l&#8217;opposto pur essendo un dittatore o un terrorista; l&#8217;uso ricorrente dell&#8217;espressione &#8220;senza precedenti&#8221; per amplificare ripetuti atti di aggressione.</p>
<p>La seconda componente consiste in informazioni selettive progettate per far credere alle persone che la punta dell&#8217;iceberg sia l&#8217;intero iceberg. Questo è stato fatto nel campo dell&#8217;energia atomica, portando agli impensabili bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. È così che verrà fatto con l&#8217;intelligenza artificiale.</p>
<p>La terza componente consiste nel sostituire le tragedie umane con le statistiche. La vita umana è una qualità, mentre il numero di vite o morti è una quantità. Ma, in questo caso, la chiave sta nell&#8217;avere il potere di impedire che la quantità diventi una nuova qualità. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli ebrei, in collaborazione con tutti i democratici del mondo, riuscirono a trasformare la quantità in una nuova qualità: i sei milioni di morti divennero l&#8217;Olocausto. Al contrario, il popolo palestinese può essere eliminato senza che i palestinesi e i democratici del mondo abbiano il potere di trasformare le migliaia di bambini uccisi intenzionalmente in una politica di sterminio.</p>
<p>Infine, la quarta componente consiste nel ridurre progressivamente le aspettative di pace, di convivenza democratica o di benessere, fino a quando farne a meno non diventa più rilevante. Quando i cittadini saranno liberi solo di essere infelici, ci troveremo di fronte alla miseria della libertà.</p>
<p>Possiamo concludere che l&#8217;impensabile è impensabile solo per la maggior parte della popolazione che si trova ad affrontare il suo verificarsi improvviso. Ma è stato pensato gradualmente, ed è per questo che accade.</p>
<p>Perché non sappiamo tutto</p>
<p>In ogni periodo storico, il contesto politico e culturale dominante impone limiti a ciò che viene definito come natura umana. Nel nostro tempo, il contesto dominante è lo scientismo. Dall&#8217;etologia alla biologia, dalla psicologia alle neuroscienze, è la scienza contemporanea a determinare cos&#8217;è la natura umana, il suo potenziale e i suoi limiti. Ciò che la scienza non vede, rimane invisibile. Poiché, nel contesto attuale, è la scienza a determinare cos&#8217;è la natura umana, diventa impossibile considerare il contesto che rende possibile questa scienza, e non un&#8217;altra. Kropotkin aveva ragione quando diceva: &#8220;Sì, certamente, dobbiamo basare la nostra teoria sociale sulla teoria biologica, ma poi riesaminiamo la teoria biologica&#8221;. Ora, mentre nella biologia di Darwin c&#8217;erano lotta e competizione, nella biologia di Kropotkin c&#8217;erano cooperazione e solidarietà.</p>
<p>Considerando tutto ciò, è possibile che molte mostruosità vengano create, o siano già in fase di creazione, a nostra insaputa e molto vicino a noi, nei laboratori delle nostre università e delle grandi aziende. Questi mostri familiari assomigliano molto alla normalità.</p>
<p>L&#8217;occultamento tende a essere maggiore quando si confondono tre concetti: verità, falsità e menzogna. La verità è, infatti, la ricerca della verità. Ci sono molte strade, ma l&#8217;obiettivo è uno solo, anche se non viene mai raggiunto. La falsità è una bugia o un&#8217;affermazione altamente improbabile pronunciata nella convinzione che sia vera. Il contesto politico e finanziario in cui oggi si produce la scienza rende frequente la falsità. Al contrario, una bugia è una falsità detta sapendo di non essere vera. La menzogna è al di fuori dell&#8217;ambito dello scientismo, ma la promiscuità dello scientismo con la politica porta quest&#8217;ultima a ricorrere alla menzogna e a presentarla come credibile, vera o falsa.</p>
<p>Per questo motivo, ascoltando certi politici, un cittadino perspicace pensa a un consiglio di Sant&#8217;Agostino che Montaigne cita nel nono saggio (sui bugiardi): &#8220;stiamo meglio in compagnia di un cane che conosciamo che in compagnia di un uomo di cui non comprendiamo la lingua&#8221;.</p>
<p>Perché pensare all&#8217;impensabile oggi è irrilevante.</p>
<p>Lo scientismo si basa su un&#8217;idea centrale: la scienza non è né politica né etica. Le applicazioni della scienza possono avere implicazioni politiche o etiche, ma la scienza in sé no. Per lo scientismo, esistono solo due categorie di pensiero: il pensato e l&#8217;impensato. L&#8217;impensabile è irrilevante. Questo perché la scienza può rispondere solo a domande formulate scientificamente. Tuttavia, la categoria dell&#8217;impensabile, come quella della spiritualità, della felicità o della trascendenza, non può essere formulata scientificamente. Pertanto, come la spiritualità, la felicità o la trascendenza, l&#8217;impensabile non esiste come domanda.</p>
<p>Se guardiamo la realtà da una prospettiva politica o etica, contrariamente a quanto si pensa comunemente, vediamo che l&#8217;impensabile di cui ho parlato finora – l&#8217;evento estremamente aberrante, ripugnante, catastrofico – è solo uno degli impensabili. In realtà, esistono due tipi di impensabile: quello positivo e quello negativo. Il primo attiva la speranza, il secondo la paura. Sembrano escludersi a vicenda, ma l&#8217;uno non può esistere senza l&#8217;altro. L&#8217;impensabile negativo è ciò su cui mi sono concentrato in questo testo. L&#8217;impensabile positivo è quello di una società ideale o di una vita individuale idealmente appagante, in cui i problemi che la società e gli individui affrontano oggi vengono superati senza che nuovi e gravi ne prendano il posto. Nel contesto della modernità eurocentrica, l&#8217;impensabile positivo è l&#8217;utopia. L&#8217;idea di un&#8217;utopia realistica è una contraddizione in termini .</p>
<p>L&#8217;attuale contesto dello scientismo rende impossibile immaginare l&#8217;impensabile positivo. Kropotkin perse la battaglia. Non so se perse la guerra. Politicamente, culturalmente ed eticamente, è diventato impossibile immaginare una società alternativa in cui gli impensabili aspetti negativi del nostro tempo (sia quelli noti al pubblico che quelli sconosciuti) non possano verificarsi. Lo scientismo dominante ha naturalizzato sia la natura umana che il capitalismo, il colonialismo e il patriarcato.</p>
<p>Il problema è che l&#8217;impossibilità dell&#8217;impensabile positivo naturalizza l&#8217;impensabile negativo, oscurandone la negatività. È la normalità sempre nuova e sempre vecchia. Combatterla diventa impossibile e utopico proprio perché la possibilità di utopie realistiche è&#8230; utopica.</p>
<p>Non si tratta di un&#8217;inevitabilità storica. Si tratta piuttosto di un contesto specifico che Antonio Gramsci definì interregno: il vecchio mondo, in cui gli orrori più impensabili sono sempre più frequenti e &#8220;naturali&#8221;, non è ancora del tutto morto, mentre il nuovo mondo di solidarietà, pace e giustizia tra gli esseri umani e tra questi e la natura non è ancora pienamente nato. È un contesto tragico in cui la libertà si confonde con la necessità, e in cui il rischio di un destino disastroso risiede nel credere che forze nascoste e invincibili controlleranno per sempre le nostre vite. Ci mancano sia i becchini del vecchio mondo sia le levatrici del nuovo.</p>
<p>Boaventura de Sousa Santos è una figura di fama mondiale nel campo delle scienze sociali. Ha scritto e pubblicato numerosi articoli nei settori della sociologia del diritto, della sociologia politica, dell&#8217;epistemologia, degli studi postcoloniali, dei movimenti sociali, della globalizzazione, della democrazia partecipativa, della riforma dello Stato e dei diritti umani.</p>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2025 21:45:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il più grande imbroglio messo in atto da Israele negli ultimi due anni è stato quello di imporre parametri del tutto fasulli al “dibattito” in Occidente sulla credibilità del bilancio delle vittime a Gaza, che ora ufficialmente ammonta a poco più di 70.000. Non è solo che siamo rimasti impantanati in infinite discussioni sull&#8217;affidabilità delle]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_7330.jpeg"><img src="https://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_7330-693x1024.jpeg" alt="Screenshot" width="460" class="alignleft size-large wp-image-171866" /></a><br />
<span id="more-171865"></span><br />
Il più grande imbroglio messo in atto da Israele negli ultimi due anni è stato quello di imporre parametri del tutto fasulli al “dibattito” in Occidente sulla credibilità del bilancio delle vittime a Gaza, che ora ufficialmente ammonta a poco più di 70.000.</p>
<p>Non è solo che siamo rimasti impantanati in infinite discussioni sull&#8217;affidabilità delle autorità sanitarie di Gaza o su quanti dei morti siano combattenti di Hamas. (Nonostante le campagne di disinformazione israeliane, l&#8217;esercito israeliano stesso ritiene che oltre l&#8217;80% dei morti siano civili.)</p>
<p>O addirittura che questi &#8220;dibattiti&#8221; ignorino sempre il fatto che, fin dall&#8217;inizio, Israele ha distrutto la capacità di Gaza di contare i propri morti, distruggendo gli uffici governativi e gli ospedali dell&#8217;enclave. La cifra di 70.000 morti è probabilmente una drastica sottostima.</p>
<p>No, il trucco più grande è che Israele è riuscito a trascinarci tutti in un “dibattito” completamente slegato dalla realtà, che riguarda solo coloro che sono stati uccisi direttamente dalle sue bombe e dai suoi colpi d’arma da fuoco.</p>
<p>La verità è che un numero molto, molto più grande di persone a Gaza è stato ucciso attivamente da Israele non attraverso mezzi diretti, ma attraverso quelli che gli statistici chiamano metodi &#8220;indiretti&#8221;.</p>
<p>Queste persone sono state uccise da Israele, che ha distrutto le loro case e le ha lasciate senza riparo. Da Israele, che ha distrutto le loro forniture di acqua, elettricità e i loro sistemi igienico-sanitari. Da Israele, che ha raso al suolo i loro ospedali. Da Israele, che li ha fatti morire di fame. Da Israele, che ha creato le condizioni perfette per la diffusione delle malattie. L&#8217;elenco dei modi in cui Israele sta uccidendo le persone a Gaza è infinito.</p>
<p>Immaginate le vostre società livellate come è successo a Gaza.</p>
<p>Per quanto tempo sopravviverebbero i tuoi genitori anziani in questo inferno?</p>
<p>Come se la caverebbe il tuo bambino diabetico, o tua sorella con l&#8217;asma, o tuo fratello con il cancro?</p>
<p>Quanto bene riusciresti a contrarre la polmonite, o anche un comune raffreddore, se non avessi consumato più di un piccolo pasto al giorno per mesi e mesi?</p>
<p>Come affronterebbe tua moglie un parto difficile se non ci fossero anestetici, o un ospedale nelle vicinanze, o un ospedale a malapena funzionante e sovraffollato dalle vittime dell&#8217;ultimo bombardamento israeliano?</p>
<p>E quali sarebbero le probabilità che il tuo bambino sopravviva se sua madre non riuscisse a produrre latte a causa della sua dieta di fame? E se non potessi dargli il latte artificiale perché Israele ne blocca l&#8217;ingresso nell&#8217;enclave? E se, in ogni caso, l&#8217;acqua contaminata non potesse essere mescolata al latte artificiale?</p>
<p>Nessuno di questi tipi di decessi è incluso nella cifra di 70.000. E tutti i precedenti dimostrano che molte, molte più persone vengono uccise attraverso questi metodi indiretti rispetto alle ferite mortali causate direttamente da bombe e proiettili.</p>
<p>Secondo una lettera inviata a The Lancet da esperti del settore , studi su altre guerre, la maggior parte delle quali molto meno distruttive di quella israeliana nella piccola enclave, indicano che tra le tre e le quindici volte più persone vengono uccise da metodi di guerra indiretti, piuttosto che diretti.</p>
<p>Gli autori stimano prudentemente un bilancio delle vittime indirette quattro volte superiore a quello delle vittime dirette. Ciò significherebbe che, come minimo, 280.000 palestinesi sono stati uccisi a Gaza a causa delle azioni di Israele.</p>
<p>La realtà è probabilmente ancora peggiore. E questo senza nemmeno menzionare le centinaia di migliaia di palestinesi che hanno riportato ferite orribili e traumi psicologici.</p>
<p>I pianificatori di guerra israeliani sanno esattamente come funziona questo rapporto diretto-indiretto. Ecco perché hanno scelto di distruggere quasi tutte le case di Gaza, di bombardare le infrastrutture elettriche, i servizi igienici e idriche, di radere al suolo gli ospedali e di bloccare gli aiuti mese dopo mese.</p>
<p>Sapevano che questo sarebbe stato il modo in cui Israele avrebbe potuto compiere un genocidio, offrendo ai suoi alleati – i governi occidentali e il loro esercito di lobbisti – una “carta per uscire di prigione” in cambio della loro attiva complicità.</p>
<p>Il cosiddetto cessate il fuoco del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è solo un ulteriore strato di inganno in questo infinito gioco di specchi e fumo. L&#8217;agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dell&#8217;infanzia, l&#8217;Unicef, riferisce che meno di un quarto dei camion di aiuti umanitari sta entrando a Gaza oltrepassando il persistente blocco israeliano contro la fame, nonostante gli impegni israeliani concordati nell&#8217;ambito del &#8220;cessate il fuoco&#8221;. A quanto pare, questo non viene registrato come una grave violazione del cessate il fuoco. Passa inosservato.</p>
<p>L&#8217;Unicef ​​riferisce inoltre che solo nel mese di ottobre, all&#8217;inizio del &#8220;cessate il fuoco&#8221;, circa 18.000 neomamme e neonati hanno dovuto essere ricoverati in ospedale a Gaza per malnutrizione acuta.</p>
<p>Il genocidio non è finito. Israele potrebbe aver rallentato il ritmo delle uccisioni dirette bombardando Gaza, ma le uccisioni indirette continuano incessanti. E così anche il &#8220;dibattito&#8221; orchestrato da Israele in Occidente, concepito per oscurare e giustificare l&#8217;omicidio di massa della popolazione di Gaza.</p>
<p>*Jonathan Cook è un giornalista britannico. Ha vissuto a Nazareth, in Israele, per 20 anni. È tornato nel Regno Unito nel 2021. È autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese: Blood and Religion: The Unmasking of the Jewish State (2006), Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East (2008) e Disappearing Palestine: Israel&#8217;s Experiments in Human Despair (2008).</p>
<p>Leggi anche: https://responsiblestatecraft.org/israel-surveillance/</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
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