Gaza, cerchiamo di capire. Antonio Dessì
Diciamocela tutta.
A me il “Piano Trump” per Gaza non piace affatto.
Tutta la Striscia sarebbe governata da un comitato di tecnocrati e di lobbisti (come definire altrimenti figure come Tony Blair?) a presidenza statunitense (lo stesso Presidente degli States), che dovrà gestirla come una sorta di zona franca economica offshore per investitori e affaristi finanziari, immobiliari, turistici. I palestinesi potrebbero restarci, ma prevalentemente come forza lavoro subordinata. Manca solo la legittimazione come altro protagonista della mafia internazionale, ma quella è una cosa che verrebbe da sè. Sembra una specie di riedizione .2025 della Cuba di Batista.
Detto questo, certamente è la più eclatante dimostrazione di come i tempi siano davvero cambiati, non solo nelle relazioni internazionali, ma nella concezione stessa della risoluzione delle crisi.
In altri tempi si sarebbe elaborato un progetto dell’ONU, lo avrebbe approvato il Consiglio di Sicurezza, il mandato di gestione sarebbe stato affidato a un organismo di cooperazione internazionale, le risorse sarebbero state messe da istituti internazionali preposti allo sviluppo, la gestione e la conclusione del processo sarebbe stata preordinata alla concretizzazione della formula “due popoli, due Stati”, con la consegna allo Stato palestinese dei territori indicati dalle annose risoluzioni delle Nazioni Unite sulla questione.
Qui si sente, piuttosto, come dire, la “mano del mercato”, o insomma quella del capitalismo contemporaneo. Certo, è anche una conseguenza dei tanti fallimenti dell’ONU. Che infatti è del tutto estromessa, conformemente alla visione politica di Trump e con una evidente concessione all’ostilità rancorosa di Netaniahu.
Resta che oltre ai proponenti, USA e Israele, c’è il consenso dell’Autorità Nazionale Palestinese, dei Paesi arabi, della Turchia, degli Stati europei, c’è l’avallo di Cina e Russia. Ancora non proprio trasparente la posizione di Hamas, che questo piano ha negoziato, ma in queste ore prende tempo, lamentando che “è troppo sbilanciato a favore di Israele”. Non sappiamo quale sia il terreno delle ulteriori condizioni verosimilmente oggetto di trattative segrete, fatto sta che Trump gli ha dato tre-quattro giorni, poi sarebbero botte da orbi definitive.
In Italia la discussione è abbastanza consona alla nostra tradizione e alla nostra condizione.
I partiti di governo assolutamente sparati a favore, con intimazioni ad ampio raggio affinché nessuno si metta di traverso, nel Paese e all’estero.
I partiti di opposizione direi pure allineati, salvo proporre, per dare il loro assenso in una discussione parlamentare che auspicano venga convocata, una netta affermazione nel “Piano” del riconoscimento dello Stato di Palestina (solo che l’Italia non ha avuto, non ha e non avrà voce in capitolo in alcunchè di questo negoziato e neanche nell’eventuale conclusione di un accordo definitivo tra le parti che davvero contano).
Personalmente non ho esitazioni a scriverlo fin d’ora: per un cessate il fuoco il più definitivo possibile firmerei qualunque cosa, basta che la strage dissennata e ingiusta finisca subito.
Come poi prenderà corpo questo “progetto” è uno degli scenari di cui non resta se non attendere gli sviluppi.
Siamo nel XXI Secolo: facciamocene una ragione, alla fin fine.
@inprimopiano
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