Intervento di Luigi Ferrajoli, presidente di Costituente Terra, al Parlamento Europeo: “Un’Europa accogliente contro la paura”

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Desidero anzitutto ringraziare il gruppo “The Left” del Parlamento Europeo – e in particolare gli onorevoli parlamentari Martin Günther, Estrella Galán e Mimmo Lucano – per aver organizzato questo incontro e per avermi invitato a svolgere questo intervento.

E’ molto bello il titolo che avete dato a questo convegno: “Un’Europa accogliente contro la paura”. E’ un titolo che enuncia un progetto politico, una concezione dell’Unione Europea esattamente opposta a ciò che l’Europa sta diventando. Oggi la diffusione della paura si è rivelata la strategia più efficace per ottenere il consenso. Seminare la paura, costruire il nemico identificandolo nei diversi, come sono tipicamente i migranti, tanto più se di colore, si è rivelato come il modo più infallibile per ottenere il consenso soprattutto dei più deboli e dei più poveri. Ebbene, dobbiamo essere consapevoli che queste politiche immorali, dirette a produrre consenso alla discriminazione e alla violazione disumana dei diritti dei migranti, stanno provocando un abbassamento del senso morale a livello di massa. E il senso morale, il rispetto degli altri, forma un presupposto elementare della democrazia. Quando la disumanità e l’immoralità vengono esibite al vertice delle istituzioni, divengono contagiose. Non capiremmo, altrimenti, il consenso di massa di cui godettero il fascismo e il nazismo che elevarono l’immoralità e il razzismo a ideologia ufficiale dei loro regimi.

Per questo all’Europa della paura questo convegno intende opporre l’Europa dell’accoglienza. Per questo dobbiamo assumere, oggi più che mai, l’esperienza di Riace – la pratica dell’accoglienza, promossa dal sindaco di Riace Mimmo Lucano – come un modello per un’altra Europa. Giacché la questione migranti è il banco di prova dell’identità democratica dell’Unione Europea. Per due ragioni.

La prima ragione consiste nelle origini antifasciste dell’Unione Europea. L’Unione europea è nata sul valore dell’uguaglianza. “Unità nella diversità” è la massima che ha deciso di adottare a fondamento della sua identità nel 2000: una massima che vale a tutelare non solo le differenze tra i popoli europei, ma le differenze tra tutti i popoli del mondo, giacché l’uguaglianza, i diritti fondamentali e la dignità delle persone sono valori universali e indivisibili. L’Europa è nata contro i razzismi e i campi di concentramento, Oggi sta rinnegando se stessa. Sta alimentando nuovamente i razzismi, sta costruendo, con le odierne leggi razziste, campi di detenzione per i migranti, cioè per persone che non hanno fatto nulla di male. E’ tornata a creare la figura della persona illegale per nascita, cioè per la sua stessa esistenza: ieri gli ebrei, oggi i migranti.

La seconda ragione consiste nel fatto che l’Europa ha un debito enorme nei confronti proprio dei migranti. Per secoli, in nome del diritto di emigrare teorizzato in Spagna nel secolo XVI – 1539, dalle lezioni di Francisco De Vitoria – l’Europa ha invaso e depredato gran parte dei paesi della Terra. Ha messo in atto, all’inizio della modernità, un genocidio: ha distrutto le civiltà precolombiane che esistevano prima della scoperta di quella che oggi chiamiamo America e, con la violenza e con i contagi, ha decimato la popolazione degli indigeni, passati dagli 80 milioni all’inizio del secolo XVI ai 6 o 7 milioni della fine del secolo. Sulla base del diritto di emigrare ha colonizzato l’intera Africa e gran parte dell’Asia. Ebbene, l’Europa è in debito nei confronti dei migranti perché questi sono i discendenti delle popolazioni colonizzate dai paesi europei. Per risarcire questo debito, l’Europa dovrebbe oggi capovolgere le sue politiche in tema di migrazioni e rifondare la propria identità sui valori dell’uguaglianza, dell’accoglienza e della solidarietà.

E’ solo su questa base che l’Europa può riacquistare autorevolezza e prestigio: non già dando vita a un esercito europeo o facendo a gara con Trump nella logica del nemico, bensì assumendo il modello Riace come il modello dell’accoglienza che dovrebbe informare le politiche europee in tema di immigrazione. Dove accoglienza non vuol dire né l’integrazione omologante, sulla base della pretesa che i migranti devono, quanto a cultura e mentalità, divenire uguali a noi, né la ghettizzazione, sulla base opposta che i migranti vengano isolati come minoranze inferiori. Accoglienza vuol dire ospitalità, cioè una relazione di reciproco rispetto in forza della quale sono ospiti sia gli ospitati che gli ospitanti. Non dimentichiamo che il dovere di ospitalità fu enunciato da Immanuel Kant come il terzo articolo definitivo de La pace perpetua. Questa ospitalità è stata praticata con successo a Riace, grazie all’intelligenza e alla generosità del suo sindaco, Mimmo Lucano, sottoposto per questo a un incredibile processo e a persecuzioni e diffamazioni che sono continuate anche dopo la sua sostanziale assoluzione. Ma il modello Riace può realizzarsi in Europa, a tutela non solo dei migranti ma anche della sua identità democratica. E’ necessario, a tal fine, che l’Europa si liberi da ogni tipo di razzismo e di suprematismo, residui della vecchia mentalità coloniale, e prenda sul serio quelli che sono stati i suoi principi costituenti: la pace e l’uguaglianza, in dignità e diritti, di tutti gli esseri umani.

2. Ebbene, ciò che intendo proporre alla vostra attenzione è il progetto di una Costituzione della Terra quale alternativa all’odierno caos globale, esattamente nello stesso modo in cui l’Europa dell’accoglienza espressa dall’esperienza di Riace è un’alternativa all’Europa della paura delle attuali politiche contro i migranti.

Naturalmente nulla consente oggi di essere ottimisti. La rapidità dei processi distruttivi in atto – non contrastati dagli odierni poteri politici ed economici, ma da essi accelerati con la demagogia, il disprezzo per il diritto e la ricerca di immediati profitti – rende altamente probabile che l’umanità si avvii a uno stupido suicidio. E’ un esito probabile, ma non inevitabile. Lo scopo dell’impresa che abbiamo denominato Costituente Terra è tuttavia mostrare la differenza tra ciò che è improbabile e ciò che è impossibile. Benché improbabile, a causa della difficoltà di arrestare la macchina impazzita del capitalismo, l’alternativa a quanto accade è ancora possibile. Scopo del nostro progetto è mostrare la differenza tra ciò che è improbabile e ciò che è impossibile. E’ stato possibile a Mimmo Lucano realizzare un’alternativa radicale alle politiche razziste del nostro governo dando vita, nel piccolo comune di Riace, a una comunità di differenti – per lingua, cultura, religione e tradizioni – e tuttavia fondata sull’uguaglianza e sulla solidarietà. Nello stesso modo pensiamo che sia possibile un’alternativa all’attuale caos mondiale, realizzando a livello planetario una comunità globale basata anch’essa sulla pace, sull’uguaglianza e sulla solidarietà. E’ un’alternativa non solo possibile, ma anche logicamente implicata e giuridicamente imposta dal principio della pace e dai diritti fondamentali già stabiliti in tante carte costituzionali e internazionali. Soprattutto, è un’alternativa necessaria ed urgente, se vogliamo che l’umanità sopravviva.

Questa alternativa è espressa dal nostro progetto di una Costituzione della Terra, che sta diffondendosi in tutto il mondo e raccogliendo l’adesione di migliaia di persone, soprattutto tra giuristi e politologi. Rispetto a 80 anni fa – quando all’indomani degli orrori della guerra furono elaborate le costituzioni rigide nei paesi liberati dal nazifascismo e furono istituite l’Organizzazione delle Nazioni Unite e poi l’Unione Europea – la geografia dei poteri è radicalmente cambiata: i poteri che contano, soprattutto i poteri economici e finanziari, si sono dislocati fuori dei confini nazionali, senza una sfera pubblica alla loro altezza in grado di limitarli. Ebbene, in questi nostri tempi bui e tristi di guerre, di devastazioni ambientali, di violazioni e di disprezzo per il diritto, il progetto di un costituzionalismo globale, che imponga limiti, vincoli e controlli ai poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali, rappresenta la sola alternativa a un futuro di catastrofi che può provocare, per la prima volta nella storia, l’estinzione dell’umanità.

A mio parere – a parere del movimento “Costituente Terra” cui abbiamo dato vita – questo nostro progetto ha per l’Europa un duplice interesse e una duplice rilevanza. In primo luogo esso vale anche a prospettare una riforma democratica dell’Unione Europea. Anche all’Europa il federalismo garantista da noi ipotizzato, cioè la previsione nel nostro progetto delle garanzie dei beni vitali della natura e dei diritti fondamentali, può offrire un avanzato programma di riforme. Ciò di cui la nostra Europa ha bisogno, infatti, è non tanto un supergoverno europeo, già oggi assicurato dall’attuale Commissione con funzioni politiche più che sufficienti. Ciò che è necessario introdurre sono delle istituzioni europee di garanzia dei diritti fondamentali e dei beni comuni, in rapporto di sussidiarietà con le istituzioni di garanzia nazionali: un servizio sanitario europeo, una scuola pubblica coordinata a livello europeo, un reddito di cittadinanza erogato dall’Unione, un sistema giudiziario europeo e un fisco europeo realmente progressivo. Solo quando l’Unione Europea mostrerà non più solo il volto ostile dei pareggi dei pubblici bilanci e delle crescenti spese militari in danno delle spese sociali, ma il volto benefico della garanzia dell’uguaglianza e dei diritti fondamentali, potrà legittimarsi e consolidarsi come istituzione realmente unitaria, basata sul consenso popolare. Solo su queste basi potrà formarsi un popolo europeo, fondato sull’uguaglianza e sulla conseguente solidarietà. Pensate alla popolarità che acquisterebbe l’Unione Europea e alla sconfitta di tutti i populisti, i demagoghi e gli euroscettici se fosse introdotto un reddito universale di cittadinanza europea, un salario minimo dei lavoratori di almeno il doppio del reddito di base, un servizio sanitario e un’organizzazione scolastica europei, finanziati da un adeguato fisco europeo realmente progressivo.

In secondo luogo i principi teorici del federalismo garantista formulati in questo nostro progetto di una Costituzione della Terra assegnano all’Europa, a nostro parere, un ruolo storico straordinario: quello di proporsi come modello di democrazia e di civiltà e di farsi promotrice dell’integrazione mondiale basata, al pari dell’Unione Europea, su uguali garanzie di uguali diritti e perciò sulla costruzione non solo di un welfare europeo, ma anche di un welfare mondiale. Non dimentichiamo che l’Unione Europea ha un’origine anti-fascista. Anch’essa è nata dalla liberazione dal nazi-fascismo, come progetto di convivenza pacifica basata sull’uguaglianza e sul rifiuto di ogni forma di razzismo o di suprematismo. Frutto dell’integrazione di 27 Stati, nei quali si parlano 23 lingue diverse e che sono stati divisi per secoli da guerre e da imperialismi contrapposti, l’Europa ha mostrato che un integrazione tra diversi, anzi tra ex nemici, è possibile. E che, se è possibile tra Stati che fino a un recente passato si sono combattuti, allora lo è ancor più per l’intera umanità.

Il processo costituente di una Costituzione della Terra e di un federalismo globale e garantista richiede peraltro un’energia costituente al cui sviluppo le forze politiche realmente europeiste possono recare un enorme contributo. Questa energia deve provenire sia dal basso che dall’alto: dal basso, attraverso lo sviluppo a suo sostegno di un movimento d’opinione internazionale, diretto a mostrarne la possibilità e la necessità; dall’alto, attraverso l’iniziativa di forze politiche – prime tra tutte le forze progressiste all’interno dell’Unione Europea – che scoprano l’ambizione di promuovere il salto di civiltà rappresentato dal passaggio dai costituzionalismi nazionali al costituzionalismo globale, dagli Stati sovrani permanentemente in lotta per un insensato dominio del mondo a una Federazione della Terra pacificata, dai popoli divisi da confini, sovranismi e logiche del nemico alla loro unificazione e convivenza pacifica sulla base dell’uguaglianza nei diritti.

Questa unità mondiale del genere umano, del resto, è già oggi un fatto esistente. Esiste già un popolo della Terra, l’umanità, unificata dalla titolarità in astratto dei medesimi diritti, dai medesimi pericoli ai quali tutti siamo esposti, dalla medesima soggezione ai poteri selvaggi dei nuovi padroni del mondo. La Terra, il mondo, è oggi la nostra vera polis. Se non vogliamo, come scrisse Emanuele Kant, che “la discordia, così naturale alla nostra specie, non prepari a noi, pur così civili, un abisso di mali dai quali andrà con barbarica devastazione distrutta questa stessa nostra civiltà con tutti i progressi culturali fin qui raggiunti” (Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, 1784, Tesi settima), dobbiamo abolire confini e sovranità, cittadinanze e differenze di status, e riconoscere che tutti gli esseri umani sono uguali perché tutti siamo irrepetibilmente e ugualmente differenti, ed è in questa nostra universale differenza che consiste la nostra umanità.

Purtroppo, più tempo passa senza che si faccia nulla, più aumenta la probabilità delle catastrofi. Ho più volte chiamato realismo volgare il realismo espresso dallo slogan “there is no alternative”, lanciato da Margaret Thatcher a sostegno dello sviluppo anarchico del capitalismo, e da allora ripetuto dall’intero ceto di potere che governa il mondo e dai loro solerti cantori. Questo realismo ideologico, che naturalizza la realtà sociale – la politica, il diritto e l’economia – e ignora la realtà naturale dei disastri incombenti, si sta rivelando un approccio ai problemi del mondo sempre più insensato e irresponsabile. Equivale a un realismo politicamente genocida – anzi umanocida, questo il terribile neologismo con cui dobbiamo designare ciò che la realtà ci costringe a paventare – essendo sempre più chiaro che l’intero genere umano, in assenza di un salto di civiltà, è destinato all’autodistruzione.
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Perché l’autoritarismo “benevolo” sta guadagnando popolarità a livello globale .

Per decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, la democrazia liberale sembrò il capitolo finale dell’evoluzione politica. I governi occidentali trovarono un equilibrio, combinando elezioni con reti di sicurezza sociale, mercati dinamici con libertà civili e cooperazione globale con stabilità interna. Ai paesi di recente indipendenza fu detto che la strada per il progresso passava per Washington o Westminster. Negli anni Novanta, molti credevano che la democrazia avesse vinto.

Ora, quella fiducia è crollata. Le democrazie occidentali sono sottoposte a una tensione visibile: una radicata guerra di parte, il crollo della fiducia pubblica, l’approfondimento delle fratture culturali, la normalizzazione della retorica nazionalista e un perenne senso di crisi alimentato dai social media. Termini come “guerra civile”, un tempo relegati ai margini del discorso politico, ora fanno parte del dibattito pubblico.

Questa turbolenza non si limita a offuscare la reputazione dell’Occidente: minaccia la democrazia stessa, trasformando quello che un tempo era un modello globale in un monito. Nel vuoto, stanno guadagnando terreno sistemi alternativi, che promettono ordine, efficienza e crescita senza la confusione del pluralismo liberale. Il pericolo non è solo che i regimi autoritari acquisiscano attrattiva, ma che le democrazie diventino inavvertitamente il loro argomento più forte.

Dall’ideale esportato alla pratica contesa

L’accordo democratico del dopoguerra si basava su fondamenta concrete: capitalismo temperato dal welfare, apertura sostenuta da istituzioni solide e sicurezza garantita da alleanze e diritto internazionale. Finché la marea della prosperità sollevava la maggior parte delle imbarcazioni, le tensioni potevano essere gestite. Anche durante la Guerra Fredda, questo modello democratico possedeva un enorme soft power: non solo scoraggiava gli avversari, ma attraeva anche gli indecisi.

Ma la prosperità non è mai stata equamente distribuita e la globalizzazione ha ampliato il divario. I posti di lavoro si sono spostati all’estero, svuotando le città manifatturiere e le comunità che vi si sono sviluppate. Allo stesso tempo, la manodopera migrante ha ricoperto ruoli di servizio nelle economie sviluppate. Per molti, gli ultimi 30 anni sono stati un doppio colpo: la sicurezza economica si è erosa e i quartieri si sono trasformati rapidamente. I governi hanno faticato a sostenere chi è rimasto indietro, mentre le élite spesso facevano sembrare l’integrazione più facile di quanto non fosse in realtà.

Non c’è nulla di inevitabile nel fatto che questo porti al decadimento democratico. Tuttavia, quando le difficoltà economiche si scontrano con rapidi cambiamenti culturali e le istituzioni non riescono a rispondere, i populisti intervengono, promettendo di proteggere “il popolo” dal “sistema”. Nell’era digitale odierna, l’indignazione si diffonde più velocemente del compromesso. Le stesse libertà che sostengono la democrazia – libertà di parola, libera associazione e innovazione tecnologica – stanno ora alimentando anche la divisione e la diffusione della disinformazione. Le democrazie non stanno crollando perché le persone rifiutano la libertà; stanno vacillando perché le loro istituzioni non riescono a gestire gli effetti collaterali della libertà.

I tre fronti della crisi occidentale

Valori: il liberalismo enfatizza i diritti individuali e la diversità, mentre il populismo si concentra sul patrimonio culturale e sull’unità sociale. Entrambi hanno un posto in una democrazia, ma quando ciascuna parte considera l’altra illegittima, la democrazia si sfalda. Un sano pluralismo significa dissentire senza demonizzare. Eppure, oggi, l’Occidente preferisce sempre più la scomunica al dialogo.

Immigrazione: sebbene i paesi ricchi abbiano bisogno di migranti, un’immigrazione rapida o mal gestita può sopraffare le infrastrutture locali. L’argomentazione liberale – secondo cui i migranti sostengono la crescita e riflettono responsabilità morale – rimane valida. Ma ignorare le preoccupazioni su velocità, applicazione della legge e assimilazione consegna il dibattito agli estremisti. Quando le persone sentono che i confini sono fuori controllo, diventa rapidamente una questione di identità.

Politica estera: istituzioni come la NATO, l’UE e l’OMC un tempo simboleggiavano stabilità e competenza. Oggi, tra perdite di posti di lavoro e coinvolgimenti militari, sono spesso viste come simboli di elitarismo. I trattati avvantaggiano “loro”, mentre i cittadini affrontano gli shock commerciali. Quando i leader liberali faticano a spiegare come la globalizzazione avvantaggi la gente comune, il nazionalismo prevale.

Queste linee di frattura si rafforzano a vicenda. La politica basata sull’identità trasforma i confini in frontiere di civiltà. Il populismo economico dipinge il commercio come un tradimento. Istituzioni come tribunali, media e agenzie elettorali diventano campi di battaglia anziché terreni neutrali. E una volta persa la fiducia negli arbitri, si perde anche l’accettazione dei risultati delle partite.

Le debolezze ricorrenti della democrazia: una breve storia

Gli attuali tumulti democratici hanno echi nella storia.

Atene: la culla della democrazia legò la partecipazione dei cittadini all’ambizione imperiale. Con il protrarsi della guerra, paura e conflitti interni presero il sopravvento. La città oscillò tra populismo radicale e colpi di stato d’élite. Alla fine, la democrazia cedette il passo a forme di governo più stabili, ma meno libere. La lezione: la democrazia non può sopravvivere a una polarizzazione infinita o a un’espansione strategica.

Roma: la Repubblica Romana costruì un sistema di pesi e contrappesi, ma disuguaglianze, rivalità tra élite e militarizzazione lo logorarono. Le fazioni politiche trasformarono le istituzioni in armi fino a farle crollare. La pretesa di Cesare di restaurare la repubblica di fatto ne pose fine. Augusto portò ordine e crescita, ma a prezzo della libertà politica.

La Germania di Weimar e l’Europa tra le due guerre: la costituzione democratica tedesca sembrava ideale sulla carta, ma il disastro economico e l’umiliazione nazionale erose la fiducia nel sistema. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Germania fu costretta a pagare ingenti riparazioni di guerra in base al duro Trattato di Versailles e affrontò gravi problemi economici come iperinflazione e disoccupazione, che destabilizzarono la nuova Repubblica democratica di Weimar. Il paese si trovò inoltre ad affrontare un esercito militarizzato e limitato e una continua instabilità politica da parte di gruppi sia di destra che di sinistra. Gli estremisti usarono gli strumenti democratici per smantellare la democrazia stessa.

Modelli simili si sono verificati in tutta Europa. I regimi autoritari promettevano stabilità, rinascita e competenza, ma troppe persone hanno accettato l’accordo.

Queste non sono previsioni, ma modelli. Quando le democrazie non riescono a bilanciare diversità e unità – o a proteggere le persone da difficoltà a lungo termine – non perdono solo le elezioni. Perdono legittimità.

Quando il modello diventa un avvertimento

Per decenni, l’esempio democratico dell’Occidente ha avuto peso. Aiuti, commercio e prestigio sono stati legati al “buon governo”, dando per scontato che i sistemi occidentali potessero essere replicati.

Ma ora, il mondo esterno assiste a una disfunzione: politica del rischio calcolato, elezioni contestate, dibattiti polarizzati sulla salute pubblica, sistemi migratori incoerenti, un ecosistema mediatico infestato da teorie del complotto e tribunali che sembrano strumenti politici. Partiti un tempo marginali sono ora mainstream.

Gli scettici autoritari della democrazia non hanno più bisogno di teorie. Devono solo indicare l’Occidente e chiedersi: “Se non sanno governarsi da soli, perché dovremmo copiarli?”

Il fascino dell’autoritarismo “benevolo”

Mentre la democrazia vacilla, sistemi alternativi si fanno avanti, non solo come rivali, ma come presunti miglioramenti.

Cina: il Partito Comunista Cinese promuove un modello di governo monopartitico efficiente, tecnocratico e patriottico. Vanta decenni di crescita, una significativa riduzione della povertà e una leadership globale nelle infrastrutture. I suoi sostenitori affermano che la Cina può agire con decisione, senza la paralisi delle dispute politiche. Il compromesso è una minore libertà politica in cambio di stabilità e dimensioni.

Singapore: la città-stato offre una versione raffinata di autoritarismo soft, caratterizzata da un governo pulito, sistemi legali affidabili per le imprese e una limitata competizione politica. Le elezioni esistono, ma il potere rimane saldamente nelle mani del potere. I vantaggi sono: scuole di alta qualità, sicurezza pubblica e infrastrutture di livello mondiale. Per molti singaporiani, si tratta di uno scambio equo.

Ruanda: il Ruanda post-genocidio ha centralizzato rapidamente il potere, reprimendo il dissenso ma garantendo pace, bassa corruzione e sviluppo costante, sostenendo che quando l’alternativa è il collasso, l’ordine deve venire prima. I critici evidenziano le violazioni dei diritti umani, mentre i sostenitori sottolineano servizi pubblici che un tempo sembravano impossibili.

Questi modelli differiscono per dimensioni e storia, ma condividono un credo fondamentale: prosperità e sicurezza possono giustificare un controllo più rigoroso. E mentre l’Occidente vacilla, sempre più persone – non solo le élite – stanno abbracciando questa idea.

La sfida asiatica rivisitata

Negli anni Novanta, leader come Lee Kuan Yew e Mahathir Mohamad sostennero i “valori asiatici” – che comprendevano ordine, comunità e rispetto per l’autorità – offrendo un contrappunto all’enfasi del liberalismo occidentale sull’individualismo e sulla perpetua contestazione politica. A volte, questo fu usato per giustificare la repressione, ma pose anche una seria critica: gli ideali occidentali non erano universalmente applicabili e avrebbero potuto persino indebolire la coesione nelle nazioni giovani.

Alcuni paesi dell’Asia orientale hanno intrapreso una strada diversa verso la democrazia. La Corea del Sud e Taiwan hanno adottato un approccio autoritario durante le loro fasi di crescita, transitando verso la democrazia solo dopo aver consolidato economie e classi medie solide. Il loro percorso suggerisce che le libertà democratiche possono seguire, non necessariamente precedere, lo sviluppo. La Cina, ovviamente, insiste di non aver affatto bisogno di questo secondo passo.

Con l’erosione della credibilità occidentale, il dibattito sui “valori asiatici” torna a farsi sentire. Per i paesi del Sud del mondo , la questione non è se la democrazia sia moralmente superiore, ma se produca risultati.

La visione strategica dell’India in un Occidente fratturato

L’India è intrappolata nel mezzo di questo cambiamento globale. La sua diaspora è fiorita in società liberali. La sua economia dipende da un mondo aperto. La sua diplomazia propende verso le democrazie occidentali, pur proteggendo strenuamente la propria autonomia.

Ma la polarizzazione occidentale complica le cose. Il sentimento anti-immigrazione limita i talenti indiani. Le politiche protezionistiche rappresentano una minaccia per le emergenti strategie di esportazione dell’India. Le critiche ai diritti umani provenienti dall’Occidente spesso risultano politicamente selettive nei confronti di Delhi. Nel frattempo, i modelli di “stato forte” asiatici offrono una tabella di marcia diversa: prima costruire le capacità, poi instaurare la democrazia.

Lo stratega indiano C. Raja Mohan offre un consiglio chiaro: smettere di trattare “l’Occidente” come un’entità monolitica. L’India deve impegnarsi strategicamente nella politica interna di ogni Paese e costruire legami che superino le linee di partito. In un Occidente diviso al suo interno, l’India deve imparare a parlare con tutti.

Le scelte del Sud del mondo

Per molti paesi in via di sviluppo, le ricette occidentali sono sempre sembrate fuori luogo. Le condizioni degli aiuti presupponevano una capacità burocratica inesistente. Le politiche importate ignoravano le realtà locali.

Ora, i leader stanno dicendo ciò che molti hanno sempre creduto: hanno bisogno di una governance competente, non di un pluralismo performativo. Le persone vogliono infrastrutture costruite, forze di polizia che rispondono e tribunali che funzionano. Se una limitata competizione politica riuscirà a garantire tutto questo, l’opinione pubblica potrebbe accettarlo.

Ma questa scelta ha i suoi costi. L’”efficienza” autoritaria spesso porta a corruzione incontrollata, errori politici irrisolvibili e repressione mascherata da disciplina. Per ogni Singapore, ci sono molti regimi che non hanno portato né ordine né prosperità.

Tuttavia, la disfunzione occidentale ha spostato l’asticella. Quindici anni fa, i diplomatici potevano affermare che democrazia e sviluppo andavano di pari passo. Oggi, i leader del Sud del mondo sono più propensi a rispondere: “Fammi vedere”.

La democrazia liberale può riprendersi?

Gli esperti dicono: Sì, ma solo svolgendo il duro e poco appariscente lavoro che un tempo gli dava forza. Cinque soluzioni chiave sono considerate essenziali:

1. Rimettere al centro la sicurezza materiale: le persone devono sentire che la loro vita sta migliorando. Ciò significa investire nell’industria, sostenere i lavoratori, affrontare le disuguaglianze e garantire una tassazione equa.

2. Ricostruire la capacità dello Stato: i governi devono essere in grado di funzionare. Servizi pubblici efficienti sono la spina dorsale della libertà.

3. Regolamentare l’economia dell’attenzione: le piattaforme tecnologiche non possono continuare a trarre profitto da un’indignazione incontrollata. Trasparenza, accesso ai dati e riduzione degli attriti possono favorire un dibattito più sano.

4. Ripristinare arbitri credibili: i tribunali, gli organi elettorali, le emittenti pubbliche e gli istituti statistici devono essere protetti dalle interferenze politiche.

5. Praticare il patriottismo democratico: il liberalismo ha bisogno di una storia di appartenenza. Un nazionalismo civico basato su istituzioni condivise e pari dignità può prevalere sia sul distacco globale che sul nazionalismo tossico.

Questi cambiamenti non garantiscono il successo, ma trasformano la democrazia da un marchio di stile di vita a una vera soluzione per problemi comuni.

Cosa fanno bene e cosa fanno male gli autoritari “benevoli”

I regimi autoritari spesso partono da lamentele genuine. Riconoscono correttamente che le persone desiderano sicurezza, stabilità e un governo efficace. E hanno ragione quando affermano che le democrazie spesso non riescono a raggiungere questi obiettivi.

Ma esagerano nel presumere che la riduzione della libertà sia l’unico modo per costruire capacità. La storia dell’Asia orientale suggerisce il contrario: istituzioni forti possono venire prima, ma le classi medie in ascesa alla fine pretendono di avere voce in capitolo. I sistemi autoritari che si rifiutano di evolversi smettono di trattare le persone come partner e iniziano a trattarle come destinatari passivi.

La minaccia più grande per l’Occidente non è perdere un dibattito, ma perdere il potere dell’esempio. Se le democrazie non riescono a garantire alloggi, infrastrutture, istruzione ed elezioni eque, altre si rivolgeranno a sistemi che possono farlo.

*Ramesh Jaura è un giornalista con 60 anni di esperienza come freelance, responsabile di Inter Press Service e fondatore e direttore di IDN-InDepthNews. Il suo lavoro si basa sul reportage sul campo e sulla copertura di conferenze ed eventi internazionali.

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