I classici latini pacifisti e il regime fascista

ScreenshotUna domanda all’Intelligenza artificiale (Gemini Google)
In terza media, avevo 14 anni, il professore di lettere, Emilio Sechi (noto Mazzone), bravo quanto severo, ci insegnò un po’ di latino, tra cui una famosa elegia di Tibullo (Quis fuit horrendos primus qui…). Nella circostanza ci disse che il regime fascista vietò lo studio nelle scuole degli autori classici latini che inneggiavano alla pace contro la guerra. Dimmi se in argomento hai informazioni.
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La risposta appropriata dell’AI
È un ricordo molto interessante e tocca un punto cruciale di come il regime fascista abbia manipolato la cultura classica per fini politici.

Il professore aveva sostanzialmente ragione, anche se la questione è leggermente più sfumata di un “divieto assoluto” categorico. Più che vietare i testi, il regime operò una selezione ideologica e una reinterpretazione forzata degli autori latini.

La “Romanità” Fascista e la Selezione degli Autori
Il fascismo basava gran parte della sua propaganda sul mito della “Romanità”. L’obiettivo era presentare Mussolini come l’erede di Augusto e l’Italia fascista come il nuovo Impero Romano. In questo contesto:

Gli autori “Sì”: Venivano esaltati autori come Virgilio (per l’Eneide, vista come celebrazione del destino imperiale e della forza militare) o Orazio (per le odi civili).
Gli autori “No” (o scomodi): Autori come Tibullo, Properzio o lo stesso Ovidio risultavano problematici. Erano poeti dell’elegia, dell’amore e, soprattutto nel caso di Tibullo, della pace agreste e del rifiuto delle armi.
Il caso di Tibullo: Quis fuit, horrendos…
L’elegia che ricordi (Libro I, 10) inizia proprio con una condanna durissima dell’inventore delle armi:

Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses? / Quam ferus et vere ferreus ille fuit!” (“Chi fu il primo che inventò le orribili spade? Quanto fu feroce e veramente di ferro!”)

Per un regime che predicava l’educazione guerresca dei giovani (il motto era “Libro e moschetto”), un autore che scriveva “Nulla è la gloria in guerra” o che esaltava la vita tranquilla nei campi era considerato diseducativo e “femmineo”.

Come avveniva l’esclusione?
Non sempre c’era una legge che diceva “Tibullo è vietato”. Il controllo avveniva attraverso:

I Programmi Ministeriali: Nelle riforme (come la Riforma Gentile del 1923 e le successive modifiche di Bottai), si dava priorità assoluta ai testi che esaltavano la virtus (valore militare) e la pietas verso lo Stato.
L’Antologia Unica: Il regime controllava i libri di testo. I passi di Tibullo contro la guerra venivano semplicemente espunti (tagliati) o sostituiti con autori che celebravano la battaglia.
L’Epurazione dei Docenti: Gli insegnanti erano obbligati a seguire le linee guida del Partito. Spiegare Tibullo come un eroe del pacifismo poteva essere visto come un atto di fronda o di opposizione politica.
La “Bonifica delle Coscienze”
Verso la fine degli anni ’30, con l’avvicinarsi della Seconda Guerra Mondiale, questa censura si fece ancora più rigida. Il regime voleva che il latino servisse a formare “soldati”, non “poeti sognatori”. Tibullo, con la sua nostalgia per l’Età dell’Oro dove non esistevano eserciti, era l’esatto opposto dell’ideale fascista.

È affascinante che il tuo professore vi abbia trasmesso questo dettaglio: era un modo per farvi capire come la cultura possa essere usata come arma, ma anche come strumento di resistenza silenziosa

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