Il sovrano del mondo
L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela – un “attacco spettacolare” l’ha chiamata lo stesso Trump – è un atto criminale. L’elenco dei crimini è lungo e variegato: la violazione della proibizione, nell’art. 2 della carta dell’Onu, dell’uso della forza contro uno Stato sovrano, qualificato come crimine di aggressione dall’articolo 5 dello statuto della Corte penale internazionale; l’assassinio di almeno 80 persone, che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti sul Parlamento del Venezuela, sul palazzo del governo, su aeroporti, caserme e basi miliari; il sequestro di persona del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie, catturati dagli aggressori entrati arbitrariamente nella loro abitazione; la violazione della Costituzione degli Stati Uniti, il cui primo articolo, nella sezione 8, affida le decisioni in materia di guerra al Congresso, il quale invece non è stato neppure informato dell’aggressione. Il fatto che Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini. Il narcotraffico, ovviamente, è un pretesto. I veri obiettivi sono due: l’immenso petrolio venezuelano e, soprattutto, la dimostrazione al pianeta di chi è il vero sovrano del mondo.
Trump non solo si è vantato, come sempre, della sua eccezionalità e della sua potenza militare, ma ha dichiarato che il Venezuela sarà d’ora in poi governato dagli Stati Uniti, dunque che è una terra di conquista; al punto, se sarà necessario, che è già programmata una seconda aggressione militare. Ha progettato il sostanziale controllo del petrolio venezuelano come “roba nostra” e i molti miliardi che ne verranno alle compagnie statunitensi. Ha minacciato l’intera America Latina, a cominciare da Cuba e dalla Colombia, ma anche il mondo intero, al quale ha esibito l’indiscutibile superpotenza militare degli Stati Uniti.
L’aspetto più penoso della vicenda è stato il sostanziale silenzio dell’Unione Europea e dei suoi stati membri e addirittura la sua giustificazione da parte del governo italiano. Per quattro anni in Europa si è inveito quotidianamente contro Putin, ripetendo che da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito. Oggi, di fronte, di nuovo, a un’aggressione, nella quale da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito, la mancata indignazione dell’Unione annulla la già debole credibilità dell’intera politica europea, incapace in quattro anni di una sola iniziativa diplomatica nei confronti della Russia. Il vanto incontrastato di Trump per l’operazione segnala apertamente il crollo del diritto internazionale, sostituito dalla legge del più forte, ostentata del resto, e non solo praticata, anche dagli altri autocrati suoi alleati, Putin e Netanyahu.
Questa generale, esplicita abdicazione del diritto internazionale avrà l’effetto di rendere d’ora in poi legittima e scontata qualunque sua violazione, passata e futura: ieri l’invasione russa dell’Ucraina, domani quella cinese di Taiwan e poi altre ancora, da Cuba alla Groenlandia, già del resto apertamente minacciate. Fino alla normalizzazione e alla mondializzazione delle guerre di aggressione.
Mai come oggi sarebbe perciò necessaria, per fermare questa deriva, una reazione istituzionale, senza la quale il diritto internazionale cesserà di esistere: anzitutto l’incriminazione di Trump, come già quella di Putin e quella di Netanyahu, da parte della Corte penale internazionale, i cui membri, tuttavia, sono stati più volte, da questi stessi criminali, aggrediti, minacciati e pesantemente intimiditi; in secondo luogo una condanna politica, decisa a maggioranza, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oltre che di tutti i paesi che ancora credono nelle ragioni del diritto; in terzo luogo la mobilitazione in tutto il mondo delle forze pacifiste e, più semplicemente, di tutte le persone civili. L’impunità del crimine, la sua passiva e spaventata accettazione, la sottomissione alla sua violenza e prepotenza equivalgono sempre alla sua legittimazione.
Il 3 gennaio ha segnato una svolta nel già dissestato diritto internazionale. Dopo le tante guerre – alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia – contrabbandate con le ipocrite qualifiche di guerra etica, esportazione della democrazia, difesa preventiva e simili – è stata proclamata ufficialmente, dalla più grande potenza militare del mondo, la legge del più forte. Questa legge selvaggia, in un mondo nel quale la forza è quella di 12.000 testate nucleari divise tra ben nove potenze, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano. La sola alternativa, improbabile ma possibile, è, come sempre, una rifondazione costituzionale della carta dell’Onu, che non si limiti a proclamare la pace, ma introduca la sola garanzia che renda impossibile le guerre: la messa al bando delle armi – di tutte le armi concepite per uccidere – tramite la previsione e la severa punizione della loro produzione e del loro commercio come crimini gravissimi contro l’umanità. Nell’interesse di tutti, fuorché degli attuali padroni del mondo. E’ un’utopia, certamente. Ma non abbiamo nient’altro. E’ la sola cosa che abbiamo. Consiste in una prospettiva, solo lontanamente possibile, ma che, proprio per questo, abbiamo tutti il dovere di perseguire.
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* Su il manifesto di martedì 6 gennaio 2026

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L’aggressione nordamericana al Venezuela, culminata nel rapimento del presidente Nicolás Maduro, segna in modo inequivocabile la fine dell’ordine internazionale nato dai solenni “mai più” pronunciati, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, con la Carta delle Nazioni Unite del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e i Patti internazionali sui diritti civili del 1966.
Questa azione di pirateria internazionale, indegna di quella che veniva impropriamente chiamata la più grande democrazia del mondo, è un colpo micidiale al diritto, ai diritti e alla democrazia e segna il crollo del diritto internazionale e del multilateralismo.
I commenti e i dibattiti che su questo intervento si svolgono sulla nostra televisione risultano, per lo più, desolanti.
Sia chi plaude, sia chi denuncia, condanna, si indigna e invoca mobilitazione, lotta e resistenza, restano ancorati all’esistente, prigionieri di un “realismo volgare” che si traduce nella mancanza di alternative.
Indignazione, denuncia e lotta non bastano, se non riescono a dar vita a una visione e a una pratica politica alternativa.
E questa alternativa esiste. È il costituzionalismo globale: unica strada in grado di scongiurare nuove catastrofi globali e di dar vita a una Federazione della Terra basata su una Costituzione rigida e garantista, frutto di una rifondazione costituzionale delle Nazioni Unite.
Un’alternativa difficile, certamente improbabile, ma non per questo impossibile, promossa da “Costituente Terra” in Italia, in Europa, in gran parte dell’America centro-meridionale e in molte altre aree del mondo.
E’ la sola alternativa realistica alla legge del più forte e alla sudditanza dell’intera umanità alla violenza delle armi, alla politica degli affari e agli interessi di pochi padroni del mondo.
Per questo Costituente Terra propone la mobilitazione a suo sostegno di tutte le forze dell’associazionismo sociale, civile, politico e democratico.
Esecutivo Costituente Terra
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Piena adesione al documento dell’Esecutivo di Costituente Terra da parte del Circolo Territoriale Sardegna – Cagliari
Signor Presidente,
illustri membri del Consiglio di sicurezza,
La questione che oggi il Consiglio si trova ad affrontare non è il carattere del governo del Venezuela .
La questione è se uno Stato membro – con la forza, la coercizione o lo strangolamento economico – abbia il diritto di determinare il futuro politico del Venezuela o di esercitare un controllo sui suoi affari.
Questa questione rimanda direttamente all’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite , che proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato.
Il Consiglio deve decidere se tale divieto debba essere mantenuto o abbandonato.
Abbandonarlo avrebbe conseguenze gravissime.
Contesto e contesto
Dal 1947, la politica estera degli Stati Uniti ha ripetutamente fatto ricorso alla forza, ad azioni segrete e alla manipolazione politica per provocare un cambio di regime in altri Paesi. Si tratta di una questione di documentazione storica accuratamente documentata. Nel suo libro Covert Regime Change (2018), la politologa Lindsey O’Rourke documenta 70 tentativi di cambio di regime da parte degli Stati Uniti solo tra il 1947 e il 1989.
Queste pratiche non sono terminate con la Guerra Fredda . Dal 1989, le principali operazioni di cambio di regime intraprese dagli Stati Uniti senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza hanno incluso, tra le più significative: Iraq (2003), Libia (2011), Siria (dal 2011), Honduras (2009), Ucraina (2014) e Venezuela (dal 2002 in poi).
I metodi impiegati sono ben consolidati e documentati. Tra questi rientrano la guerra aperta; operazioni di intelligence segrete; istigazione a disordini; sostegno a gruppi armati; manipolazione dei mass media e dei social media ; corruzione di funzionari militari e civili; omicidi mirati; operazioni sotto falsa bandiera; e guerra economica volta a distruggere la vita civile.
Tali misure sono illegali ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e solitamente provocano violenza continua, conflitti mortali, instabilità politica e profonda sofferenza per la popolazione civile.
Il caso del Venezuela
Il recente comportamento degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela è chiaro.
Nell’aprile 2002, gli Stati Uniti vennero a conoscenza di un tentativo di colpo di stato contro il governo venezuelano e lo approvarono.
Negli anni 2010, gli Stati Uniti hanno finanziato gruppi della società civile attivamente impegnati in proteste antigovernative , in particolare nel 2014. Quando il governo ha represso le proteste, gli Stati Uniti hanno risposto con una serie di sanzioni . Nel 2015, il presidente Barrack Obama ha dichiarato che il Venezuela rappresenta “una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.
Nel 2017, durante una cena con i leader latinoamericani a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump discusse apertamente l’opzione che gli Stati Uniti invadessero il Venezuela per rovesciarne il governo.
Tra il 2017 e il 2020, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni drastiche alla compagnia petrolifera statale . La produzione di petrolio è diminuita del 75% dal 2016 al 2020 e il PIL reale pro capite (PPA) è diminuito del 62%.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ripetutamente votato a larga maggioranza contro tali misure coercitive unilaterali. Secondo il diritto internazionale , solo il Consiglio di Sicurezza ha l’autorità di imporre tali sanzioni.
Il 23 gennaio 2019, gli Stati Uniti hanno riconosciuto unilateralmente Juan Guaidó come “presidente ad interim” del Venezuela e il 28 gennaio 2019 hanno congelato circa 7 miliardi di dollari di beni sovrani venezuelani detenuti all’estero e hanno conferito a Guaidó l’autorità su determinati beni.
Queste azioni fanno parte di un continuo sforzo di cambio di regime da parte degli Stati Uniti che dura da oltre due decenni.
La recente escalation globale degli Stati Uniti
Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno effettuato bombardamenti in sette paesi, nessuno dei quali autorizzato dal Consiglio di Sicurezza e nessuno dei quali intrapreso per legittima difesa ai sensi della Carta. Tra i paesi presi di mira figurano Iran, Iraq, Nigeria , Somalia , Siria, Yemen e ora Venezuela.
Nel mese scorso, il Presidente Trump ha lanciato minacce dirette contro almeno sei Stati membri delle Nazioni Unite, tra cui Colombia, Danimarca , Iran, Messico, Nigeria e, naturalmente, Venezuela. Tali minacce sono riassunte nell’Allegato I alla presente dichiarazione.
Cosa è in gioco oggi
I membri del Consiglio non sono chiamati a giudicare Nicolás Maduro.
Non sono chiamati a valutare se il recente attacco degli Stati Uniti e l’attuale quarantena navale del Venezuela si tradurranno in libertà o in sottomissione.
I membri del Consiglio sono chiamati a difendere il diritto internazionale, e in particolare la Carta delle Nazioni Unite.
La scuola realista delle relazioni internazionali, articolata in modo brillante da John Mearsheimer, descrive accuratamente la condizione di anarchia internazionale come “la tragedia della politica delle grandi potenze”. Il realismo è quindi una descrizione della geopolitica, non una soluzione per la pace. La sua conclusione è che l’anarchia internazionale conduce alla tragedia.
All’indomani della Prima Guerra Mondiale, la Società delle Nazioni fu creata per porre fine alla tragedia attraverso l’applicazione del diritto internazionale. Tuttavia, negli anni ’30, le principali nazioni del mondo non riuscirono a difendere il diritto internazionale, portando a una nuova guerra globale.
Le Nazioni Unite emersero da quella catastrofe come il secondo grande sforzo dell’umanità per anteporre il diritto internazionale all’anarchia. Nelle parole della Carta, l’ONU fu creata “per salvare le generazioni future dal flagello della guerra, che per due volte nel corso della nostra vita ha portato indicibili sofferenze all’umanità”.
Dato che viviamo nell’era nucleare, il fallimento non può ripetersi. L’umanità perirebbe. Non ci sarebbe una terza possibilità.
Misure richieste al Consiglio di sicurezza
Per adempiere alle proprie responsabilità ai sensi della Carta, il Consiglio di sicurezza dovrebbe immediatamente adottare le seguenti misure:
Gli Stati Uniti cesseranno immediatamente e desisteranno da ogni minaccia esplicita o implicita o dall’uso della forza contro il Venezuela.
Gli Stati Uniti porranno fine alla quarantena navale e a tutte le misure militari coercitive correlate intraprese in assenza di autorizzazione del Consiglio di sicurezza.
Gli Stati Uniti ritireranno immediatamente le proprie forze militari dall’interno e lungo il perimetro del Venezuela, comprese le risorse di intelligence, navali, aeree e altre risorse dispiegate in avanti e posizionate per scopi coercitivi.
Il Venezuela aderirà alla Carta delle Nazioni Unite e ai diritti umani tutelati dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Il Segretario generale nominerà immediatamente un Inviato speciale, incaricato di coinvolgere le parti interessate venezuelane e internazionali e di riferire al Consiglio di sicurezza entro quattordici giorni con raccomandazioni coerenti con la Carta delle Nazioni Unite, e il Consiglio di sicurezza continuerà a occuparsi urgentemente di questa questione.
Tutti gli Stati membri si astengono da minacce unilaterali, misure coercitive o azioni armate intraprese al di fuori dell’autorità del Consiglio di sicurezza, in stretta conformità con la Carta.
In chiusura
Signor Presidente, illustri membri,
La pace e la sopravvivenza dell’umanità dipendono dal fatto che la Carta delle Nazioni Unite rimanga uno strumento vivo del diritto internazionale o che venga lasciata appassire fino a perdere rilevanza.
Questa è la scelta che oggi si presenta al Consiglio.
Grazie.
*Jeffrey D. Sachs, professore e direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile presso la Columbia University.
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In 148 minuti sono crollati 80 anni di ordine internazionale. È arrivata l’ora dei mostri
Di Federico Fasano Mertens* – Articolo inviato dall’autore a OtherNews
Il 3 gennaio, in soli 148 minuti, dalle 2:01 alle 4:29 del mattino, gli Stati Uniti con 150 aerei F35, F22 e bombardieri B1 hanno distrutto l’edificio dell’ordine internazionale faticosamente costruito 80 anni fa alla fine della seconda guerra mondiale, gettando i semi di una tirannia mondiale e instaurando un nuovo paradigma.
La storia sembrava tornare indietro di nove secoli, riesumando dal suo sarcofago il potente Gengis Khan, che nel XII e XIII secolo impose con la forza la sua legge nel mondo.
Il rapimento di un presidente latinoamericano e di sua moglie, dopo la violazione della sovranità venezuelana, attraverso un attacco che ha ucciso decine di esseri umani, senza previa dichiarazione di guerra, instaura un nuovo ordine mondiale, dove tutto è lecito, dove l’impunità sarà la legge, legittimando totalmente l’invasione della Russia in Ucraina, il genocidio di Gaza, l’imminente invasione della Cina a Taiwan, la scomparsa dell’Armenia e decine di conflitti armati che non sono scoppiati per il timore punitivo delle nazioni civilizzate e/o la condanna della Corte Penale Internazionale o il ripudio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Agendo in questo modo, gli Stati Uniti stanno creando le condizioni soggettive per una terza guerra mondiale. Ora tutto è lecito. Il precedente non ha precedenti.
Il nuovo paradigma ha avuto la sua epifania. La violenza non è più la levatrice della storia, ma il suo regresso.
L’invasione e il rapimento di un presidente e di sua moglie non è stato il crimine più grave degli Stati Uniti, perché quel Paese ci ha abituati alle invasioni nella nostra America ribelle, e anche il 3 gennaio ha invaso Panama e rapito il suo presidente. Il crimine innovativo è stato al centro della conferenza stampa del presidente statunitense Donald Trump. Quella conferenza stampa è stata il crimine peggiore e ciò che è stato detto lì non ha effettivamente precedenti.
La traduzione del suo annuncio ci riporta indietro di 100 anni prima dell’era cristiana, quando un impero imponeva la sua legge mondiale senza rendere conto a nessuno della sua volontà predatoria.
In quella convocazione Trump ha chiarito che possiede l’esercito più potente del pianeta e che l’operazione di sequestro di un presidente, che ha insolitamente trasformato in martire, è stata magnifica, hollywoodiana, un’opera d’arte che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale, sottolineando che tutte le nazioni prendano debita nota di quanto accaduto. Ha minacciato Cuba, alla cui nazione “fallita” ha comunicato che sarebbe arrivato il suo turno, avvertendo anche il presidente colombiano Gustavo Petro di stare attento a “pararsi il culo”. Alla carismatica e rispettata presidente del Messico ha ricordato che dal suo Paese il narcotraffico aggredisce i cittadini degli Stati Uniti e che è stato un errore da parte sua non accettare l’intervento delle truppe statunitensi in territorio messicano per combatterlo. Anche il Messico sembra essere nella lista del padrone del mondo. Un linguaggio e un’eccentricità simili in un governante non si vedevano dai tempi di Caligola. La sua arrogante sincerità è degna di ammirazione.
Ha sostenuto che gli Stati Uniti governeranno il Venezuela fino a quando non verrà eletto un governo “adeguato”. È stato anche sincero nel rivelare che recupererà con la forza tutto il petrolio venezuelano, che 50 anni fa, nel 1976, il presidente Carlos Andrés Pérez nazionalizzò, dopo aver concordato con le aziende statunitensi un ingente risarcimento. Non ha detto che continuerà a decidere quali governi latinoamericani devono governare i loro paesi, come ha recentemente deciso in Honduras e nelle elezioni di medio termine in Argentina, dove ha influito spudoratamente affinché il suo delfino, Javier Milei, lo stesso che ha dichiarato che la giustizia sociale era aberrante, si imponesse in elezioni che aveva perso, prima della sua promessa di “regalargli” 20 miliardi di dollari.
Neanche Adolf Hitler nelle sue minacciose conferenze stampa arrivò a tanta audacia. Hitler rivendicava, come nel caso dei Sudeti della Cecoslovacchia, un territorio abitato da tedeschi, che il Trattato di Versailles aveva espropriato alla Germania quando questa perse la prima guerra mondiale. E la Francia e l’Inghilterra, con una debolezza suicida, glielo concessero. Le atrocità naziste contro altre nazioni si verificarono dopo la dichiarazione formale della seconda guerra mondiale.
Nel caso venezuelano non c’è alcuna dichiarazione di guerra, ma semplicemente un crimine di guerra che consisteva nell’invasione di un paese sovrano per sequestrare i suoi leader e impossessarsi della più grande riserva di petrolio al mondo.
Il sequestro della sovranità latinoamericana è un errore storico, le cui conseguenze sono imprevedibili. Con quale diritto si potrà sanzionare qualsiasi invasione di un paese bellicoso contro un’altra nazione indifesa, se gli Stati Uniti hanno già legittimato tale comportamento?
Come è possibile che un paese come gli Stati Uniti, dopo quella conferenza stampa del suo presidente, in cui ha fatto a pezzi l’ordine mondiale, continui a far parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?
Trump non solo ha violato tutte le norme dell’ONU, ha polverizzato i trattati internazionali precedentemente firmati dal suo paese, ma ha anche umiliato le leggi statunitensi che gli imponevano di dimostrare che la sicurezza nazionale degli Stati Uniti era minacciata dal Venezuela, cosa che non ha fatto, e di chiedere 48 ore prima dell’atto di guerra e di sequestro l’autorizzazione del Congresso statunitense. Cosa che non ha fatto. È diventato un violatore seriale del diritto interno ed estero.
Il nazismo è stato una svolta nella storia universale, perché ha minacciato la pace mondiale e ha instaurato la legge del più forte. Anche questo 3 gennaio è stato una svolta nella storia. Ma con una differenza rispetto alla Germania nazista. Gli Stati Uniti sono la principale potenza mondiale, la Germania non lo era. Era piuttosto una nazione impoverita dall’ingiusto Trattato di Versailles, che la follia di Adolf Hitler sfruttò per accendere la fiamma del nazionalismo canaglia e sommergere l’Europa nell’orrore e nell’olocausto.
Quando, dopo la battaglia di Trafalgar, l’Inghilterra si eresse a prima potenza mondiale e intraprese la colonizzazione forzata di numerosi popoli, la perfida Albione, al di là delle sue atrocità, mantenne certe forme diplomatiche. Il Trump degli Stati Uniti fa un culto dell’informalità criminale. Si vanta persino della propria sfrontatezza internazionale.
Ha avuto l’audacia di resuscitare la Dottrina Monroe, l’America per gli americani. E la verità è che non siamo preparati ad affrontare questi nuovi momenti della storia. Io stesso devo confessare di essermi sbagliato su Donald Trump. Pensavo che la sua elezione fosse un disastro per il popolo di quel Paese, ma un sollievo al di fuori dei confini nazionali, perché nel suo primo governo si era mostrato meno bellicoso di Bush e Biden. Diceva solo di interessarsi alla politica interna, non alle vituperate ambizioni imperiali.
È stato tutto il contrario, è diventato uno dei presidenti statunitensi più dichiaratamente bellicosi degli ultimi tempi e il più grande violatore delle norme nazionali e
internazionali. Ma Trump non è stato originale nella costruzione di questo nuovo paradigma. Si è nutrito delle idee degli intellettuali e dei politici imperiali che lo hanno preceduto. La differenza con loro è che sta mettendo in pratica queste idee nel suo secondo mandato.
Chi sono gli autori di riferimento di questa banda bellicista che ha costruito il sinistro discorso del padrone e dello schiavo?
L’ex presidente Wilson dichiarò in pieno Congresso dell’Unione che “avrebbe insegnato alle repubbliche sudamericane a eleggere buoni deputati”.
Il celebre Billy Sunday che definiva un sinistrista latinoamericano come “un tipo con il muso di un porcospino e un alito che farebbe scappare una puzzola”, aggiungendo che se potesse “li ammucchierebbe tutti nelle prigioni fino a far loro sporgere i piedi dalle finestre”.
Charles Krauthammer che, non molto tempo fa, nel 1999, ha scritto sul Washington Post: “Gli Stati Uniti cavalcano il mondo come un colosso. Da quando Roma ha distrutto Cartagine, nessun’altra grande potenza ha raggiunto le vette che abbiamo raggiunto noi. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra fredda, si sono assicurati la Polonia e la Repubblica Ceca e poi hanno polverizzato la Serbia e
l’Afghanistan. E, tra l’altro, ha dimostrato l’inesistenza dell’Europa“. L’ineffabile Zbigniew Brzezinski ha dichiarato che ”l’obiettivo degli Stati Uniti deve essere quello di mantenere i nostri vassalli in uno stato di dipendenza, garantire la docilità e la protezione dei nostri sudditi e impedire l’unificazione dei barbari”.
Il bostoniano Henry Cabot Lodge affermando che “nel XIX secolo nessun popolo ha eguagliato le nostre conquiste, la nostra colonizzazione e la nostra espansione e ora nulla ci fermerà”. Marse Henry Watterson dichiarando che gli Stati Uniti sono “una grande repubblica imperiale destinata ad esercitare un’influenza determinante sull’umanità e a plasmare il futuro del mondo come nessun’altra nazione ha mai fatto, nemmeno l’impero romano”.
L’ex vicepresidente Cheney disse in occasione di questa guerra santa: “Gli Stati Uniti non devono vergognarsi di essere una grande potenza e hanno il dovere di agire con forza per costruire un mondo a immagine degli Stati Uniti”. Mentre l’ex capo del Pentagono fu più chiaro, nel caso non avessimo capito. Rumsfeld dixit citando la frase preferita di Al Capone: «Si ottiene di più con una parola gentile e una pistola che con una sola parola gentile».
E potremmo continuare con decine di dichiarazioni simili che coronano questa ideologia dell’orrore e che eccedono lo spazio di questo articolo.
La grande domanda del momento è: cosa fare?
La rottura massiccia delle relazioni diplomatiche è impossibile in un mondo capitalista dove l’economia domina la politica e dove gli Stati Uniti sono la grande locomotiva della finanza mondiale. Quando il rapporto di forze è sfavorevole, rimane solo la forza morale, che Gandhi ha dimostrato essere così efficace da mettere in ginocchio l’impero britannico.
Faccio appello a essa suggerendo di mobilitare le seguenti mosse tattiche per isolare il governo di Donald Trump, rendendolo un governo paria. Non bisogna lasciare nulla di intentato.
1) Promuovere manifestazioni negli Stati Uniti che rivendichino il diritto alla pace e chiedano l’impeachment del presidente Trump per la sua violazione della legalità statunitense.
2) Dichiarazione dell’Assemblea delle Nazioni Unite, in cui sicuramente più di centocinquanta paesi condanneranno il comportamento degli Stati Uniti.
3) Che almeno un paese proponga giuridicamente, sulla base della carta costitutiva dell’ONU, l’espulsione degli Stati Uniti dall’organizzazione internazionale. Il solo fatto di proporre una richiesta senza precedenti e che ovviamente non si concretizzerà, sia per ragioni economiche che geopolitiche, sarà il primo caso nella storia dell’ONU, accentuando l’isolamento desiderato.
4) Elaborare una lista nera dei governi che dicono di difendere la democrazia rappresentativa e si sono pronunciati a favore dell’invasione e del sequestro statunitense. Questo elenco di infamia e tradimento dei principi democratici, come la defezione del presidente francese Macron, che ha elogiato la condotta bellica degli Stati Uniti, servirà ad accentuare l’isolamento del predatore.
5) Manifestazioni popolari nella maggior parte dei paesi ogni 3 del mese a favore della pace e contro il bellicismo statunitense.
La nostra America Latina, dichiarata territorio di pace, è stata violata. La guerra si è già insediata nel nostro continente. È giunto il momento di prendere coscienza e prepararsi, con nuove idee e nuove pratiche che siano realistiche e ammettano che, come diceva Gramsci, è giunta l’ora dei mostri.
Non voglio vivere in questo mondo grottesco dove regna l’egemonia dei Trump, dei Milei, dell’irragionevolezza, corazzati dall’indifferenza complice dell’Europa e dei tiepidi che non sono ancora stati “vomitati dalla sua bocca”.
Tuttavia continuo a credere nell’umanità. E per confortarmi mi affido al mio grande maestro spirituale, l’antropologo gesuita Teilhard de Chardin, che nella sua opera magnum “Il
fenomeno umano” ci ha trasmesso con convinzione questo futuro pieno di speranza: “Un giorno, dopo aver sottomesso i venti, le onde, i mari e la gravità… domineremo le energie dell’amore. Allora, per la seconda volta nella storia dell’umanità, l’uomo avrà scoperto il fuoco”.
*Federico Fasano Mertens è giornalista, scrittore, imprenditore nel settore dei media (storico proprietario del quotidiano La República) e avvocato uruguaiano nato in Argentina.
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